Può sopravvivere il nuovo Stato-fantoccio degli USA in Siria?

Elijah J. Magnier, 15/1/2018Oggi è chiaro che le forze statunitensi rimarranno e occuperanno il nord-est della Siria dove i curdi di al-Hasaqah e Dayr al-Zur, insieme a tribù arabe, hanno il controllo. Washington dichiarava la formazione di 30000 agenti per “difendere i confini” di questo “Stato nello Stato” appena dichiarato. La domanda è: può tale occupazione durare a lungo? E questa domanda ne pone un’altra fondamentale: uno Stato “curdo” può sopravvivere? Non c’è dubbio che gli Stati Uniti non vogliano lasciare la Siria e che la Russia estenda presenza e controllo, a patto che ci sia la possibilità che Washington disturbi e riduca l’influenza di Mosca nel Levante. Dichiarandosi forza di occupazione e quindi la volontà di formare uno “Stato per procura”, la posizione USA giustifica (a sé stessi ma non al popolo statunitense, né al mondo) la presenza finché ritenga opportuno abbandonare i curdi e lasciarli al loro destino. Gli Stati Uniti usano come scusa la presenza iraniana sul territorio siriano e l’ossessione di limitare il controllo di Teheran su Damasco. Non vi è alcun dubbio che le forze statunitensi possano badare ai loro interessi nel territorio occupato dalla Siria e impedire che una forza regolare possa avanzare. Tuttavia, la sicurezza dei loro soldati dipende dall’ambiente in cui si trovano, in questo caso un ambiente totalmente ostile dentro e fuori. Gli attacchi contro le forze statunitensi e i loro agenti curdi non sono affatto esclusi. Questo quando gli Stati Uniti dovranno ripensare la necessità di una presenza in un territorio di recente occupazione, così lontano da casa e in cui le vite statunitensi possono essere perse in cambio di alcun beneficio per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. L’Iran ha una lunga esperienza nel combattere le forze statunitensi in Medio Oriente, dove i gruppi iracheni, sponsorizzati e addestrati dall’Iran, sono riusciti a infliggere ingenti danni all’occupazione statunitense dell’Iraq nel 2003 e molto prima, quando la Repubblica Islamica era giovane, nel 1983, i gruppi filo-iraniani colpirono i marines statunitensi in uno dei più grandi attacchi contro forze illegittimamente impegnati nella guerra civile libanese. Naturalmente, anche le forze statunitensi hanno acquisito esperienza nella lotta agli attori non statali. Ciononostante, questa esperienza non gli eviterà gravi danni, probabilmente costringendo al ritiro prima o poi. Il piano di occupazione statunitense ha molte carenze. Le 30000 forze curde dovrebbero:
– Proteggere i confini da Qamishlu a Yarubiya-Buqamal, contro l’Esercito arabo siriano ed alleati. Damasco ha già respinto le forze di occupazione statunitensi dichiarando che i curdi che collaborano con le forze di occupazione sono traditori.
– Proteggere i confini di al-Hasaqah, Ayn al-Arab, Tal Abiyad, Manbij con una Turchia che ha dichiarato guerra ai curdi e minacciato di distruggerli e d’impedire a tutti i costi uno loro Stato ai suoi confini. Ankara non starà a guardare. Quasi ogni giorno, il presidente turco Recep Tayyeb Erdogan minaccia di invadere i territori controllati dai turco-curdi e bombardare le province confinanti.
– Proteggere i lunghi confini con l’Iraq, dove le Unità di Mobilitazione Popolare sono pronte ad aiutare qualsiasi gruppo (tranne lo SIIL) disposto a scacciare le forze statunitensi dai confini iracheni, in particolare l’ultima sacca dello SIIL proprio al confine Siria-Iraq. Nonostante il controllo dei confini, c’è molto scontento nel vedere lo SIIL sul lato siriano dei confini protetto dagli Stati Uniti, consapevoli che Washington, non volendo porre fine al gruppo, permette a migliaia di terroristi di fuggire da Raqqah per usarli per “influenzare” i governi iracheno e siriano. Nonostante l’apparente impegno degli Stati Uniti per la stabilità dell’Iraq, Baghdad non vede alcuna giustificazione nella protezione degli Stati Uniti dello SIIL nell’enclave nel nord-est della Siria, un gruppo in grado di attraversare i confini in cui ha vissuto per anni e dove sa come muoversi. Gli Stati Uniti possono usare la propria esperienza acquisita in Iraq e in altre parti del mondo islamico per comprarsi la lealtà delle tribù locali, come i “Sahwa” iracheni. L’Arabia Saudita è disposta a ricostruire le aree danneggiate, nonostante la propria crisi finanziaria, assecondando le richiesta degli Stati Uniti, ed è disposta a finanziare e equipaggiare le tribù arabe di al-Hasaqah e Dayr al-Zur. Ma chi vende la fedeltà a qualsiasi acquirente può anche farsi comprare dagli avversari, come è accaduto in Iraq. Dopotutto, le tribù arabe nel nord-est della Siria fanno parte delle stesse tribù dell’Iraq.
– Proteggersi da dispute e lotte intestine tra i curdi fedeli a Damasco e i separatisti, e dagli attacchi IED e tattiche mordi e fuggi delle tribù arabe disposte a sostenere il governo siriano per liberare il territorio e destabilizzare le province curde.
– Proteggere un vasto territorio, circa 39500 kmq. Ciò significa un militante ogni 1,3 kmq per proteggere province circondate da nemici e forze non disposte a consentire la creazione di tale “Stato nello Stato”, qualunque sia la superiorità aerea statunitense e i droni che non lasciano mai i cieli della zona.
I curdi di al-Hasaqah (vi sono grandi concentrazioni curde ad Ifrin e Aleppo che non vogliono dividersi da Damasco) si trovano in una posizione scomoda sotto la protezione degli Stati Uniti, un alleato noto per aver abbandonato gli “amici” quando non servivano più. In definitiva, Damasco non accetterà l’occupazione statunitense del proprio territorio e combatterà un nemico considerato più grande e pericoloso della Turchia, che pure occupa territorio siriano. Alcuni osservatori ritengono che gli Stati Uniti potrebbero aver deciso di abbandonare la Turchia per proteggere e mantenere gli agenti curdi disposti a schierarsi col migliore alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente, Arabia Saudita, e l’alleato strategico Israele. Questo punto di vista è debole perché l’amministrazione statunitense è consapevole che i curdi non possono sostenere tale enclave per molto e che i Paesi circostanti attenderanno il momento giusto (da uno a dieci anni) per rimuovere la minaccia dai rispettivi confini. Damasco non abbandonerà le province ricche di risorse energetiche di al-Hasaqah e Dayr al-Zur, e i suoi alleati supporteranno la cacciata delle forze statunitensi con mezzi militari dalla Siria. Gli alleati di Damasco hanno già addestrato e condiviso l’esperienza in guerriglia con diversi gruppi siriani, pronti ad impedire il ritorno dello SIIL e a rivendicare le alture del Golan occupate nel sud e la Siria nord-orientale. In questo momento, Damasco vede il pericolo più grave in al-Qaida (l’Hayat Tahrir al-Sham ha oltre 10000 terroristi) e nello SIIL. Certo, il governo siriano chiederà sempre il ritiro delle forze turche anche se Russia e Turchia sono alleati necessari. Il presidente turco cerca di rimanere, mantenendo un piede nel campo statunitense e l’altro in quello russo, non vuole perdere entrambi e continuare a beneficiare delle due superpotenze che condividono interessi militari ed economici vitali con Ankara (e viceversa). Erdogan può anche contare sul rifiuto di Damasco dello “Stato curdo nello Stato”, come obiettivo comune dei due Paesi anche senza un’alleanza e nonostante la dichiarata reciproca animosità dei presidenti Erdogan e Assad. La Russia, da parte sua, farà del suo meglio per sostenere Erdogan e, contemporaneamente, stringere legami coi curdi di Ifrin, nella speranza che i curdi di Ifrin e al-Hasaqa si parlino e si accordino su cosa affrontare, il giorno in cui gli Stati Uniti decideranno di ritirarsi dalla Siria.
L’amministrazione USA ancora una volta s’infila in un vespaio, pensando (se è la parola giusta) coi muscoli militari piuttosto che intelligentemente, ad assicurarsi gli interessi in Siria, fingendo di dimenticare che il suo potere militare “onnipotente” si rivelò inutile in Libano, Afghanistan e Iraq. Com’è possibile che l’amministrazione Trump possa credere che sia possibile avere successo in Siria? Gli USA ignorano i fatti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

Siria, gli Stati Uniti sono in un vicolo cieco

Moon of Alabama, 15 gennaio 2018La politica dell’amministrazione Trump in Siria finalmente si svela. Ha deciso di separare permanentemente il nord-est della Siria dal resto della Siria con l’idea piuttosto comica d’impedire l’influenza iraniana in Siria e dare voce agli USA sull’ultimo accordo siriano. Tale mossa non ha lungimiranza strategica: “La coalizione guidata dagli Stati Uniti contro lo Stato islamico attualmente addestra una forza di sicurezza al confine siriano mentre l’operazione contro lo SIIL perde attenzione. La forza di 30000 uomini sarà in parte composta da combattenti veterani e opererà sotto la guida delle forze democratiche siriane, secondo il CJTF-OIR a The Defense Post… La coalizione collabora con le forze democratiche siriane (SDF) per creare e addestrare la nuova forza di sicurezza delle frontiere siriane (BSF). Attualmente, ci sono circa 230 persone che si addestrano nella prima classe della BSF, con l’obiettivo di una forza finale di circa 30000″, diceva il colonnello Thomas F. Veale, ufficiale degli affari pubblici del CJTF-OIR… Veale ha riconosciuto che più curdi serviranno nelle aree della Siria settentrionale, mentre più arabi serviranno nelle aree lungo la valle del fiume Eufrate e lungo il confine con l’Iraq”. SDF e curdi sono sotto il controllo del PKK/YPK, un’organizzazione terroristica che combatte quasi quotidianamente e uccide forze turche in Turchia. Gli arabi che apparentemente divideranno l’area dal resto della Siria sono probabilmente le forze tribali già allineate con lo Stato islamico. I turchi non sono stati consultati sulla mossa degli Stati Uniti e ovviamente non sono divertiti dal fatto che una “banda terroristica”, addestrata e armata dagli Stati Uniti, controlli un lungo tratto del confine meridionale. Qualsiasi governo turco dovrà prendere misure severe per impedire tale minaccia strategica al Paese: “Tali iniziative, che mettono a repentaglio la nostra sicurezza nazionale e l’integrità territoriale della Siria proseguendo la cooperazione col PYD/YPG in contraddizione con gli impegni e le dichiarazioni degli Stati Uniti, sono inaccettabili. Condanniamo l’insistenza su tale approccio sbagliato e ricordiamo ancora una volta che la Turchia è decisa e capace di eliminare qualsiasi minaccia al suo territorio”. La Russia osservava che tale occupazione statunitense non ha basi legali: “Il Ministro degli Esteri russo osservava che decisioni del genere sono state prese senza alcun motivo, una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite o certi accordi raggiunti durante i colloqui intra-siriani a Ginevra”. La Siria avvertiva che qualsiasi siriano che partecipi a questa azione avrà problemi: “Il Ministero ritiene ogni cittadino siriano che aderisca alle milizie appoggiate dagli Stati Uniti un traditore dello Stato e della popolazione siriani e sarà trattato come tale, aggiungendo che tali milizie ostacoleranno il raggiungimento di una soluzione politica della situazione in Siria”. Il Congresso USA è preoccupato da tale mossa: “Testimoniando alla commissione per le relazioni estere del Senato, David Satterfield, l’assistente segretario di Stato per gli affari del Vicino Oriente, delineava gli obiettivi statunitensi in Siria come eliminazione dello SIIL, stabilizzazione della Siria nord-orientale e contrasto all’influenza iraniana… “Questo non supererà l’appello”, interveniva il presidente della commissione Bob Corker, R-Tenn… Il senatore Chris Murphy, D-Conn, che prima pose a Satterfield una domanda a cui si rifiutava di rispondere, espresse la preoccupazione che eliminare l’influenza iraniana dalla Siria sia un mero proposito che potrebbe trattenere truppe USA in Siria per sempre… Il senatore Ben Cardin, D-Md., capo democratico del comitato, espresse la preoccupazione che l’amministrazione Trump non abbia la necessaria autorizzazione legale dal Congresso per mantenere truppe statunitensi in Siria dopo la sconfitta dello SIIL”. Appena due mesi prima, in una telefonata col Presidente Putin, il presidente Trump sembrava essere contrario a una mossa del genere: “I presidenti hanno affermato l’impegno a sovranità, unità, indipendenza, integrità territoriale e carattere non settario della Siria, come definito nell’UNSCR 2254...”
La mossa degli Stati Uniti arriva al momento giusto per la Siria. L’accordo russo-turco-iraniano-siriano di Astana istituiva una zona di riduzione dell’escalation nel governatorato d’Idlib, ma impegnava le parti a continuare la lotta contro al-Qaida. L’accordo era in imminente pericolo quando la Turchia protestò per l’operazione siriana contro al-Qaida ad Idlib. La Turchia collabora con al-Qaida per mantenersi aperte le opzioni per l’acquisizione di alcuni territori siriani. È anche preoccupata dall’enclave curda nord-occidentale di Ifrin, protetta dalle forze russe. Ma gli Stati Uniti ad est costituiscono una minaccia peggiore per la Turchia che non la piccola Ifrin. L’est è più importante per la Turchia di Idlib. La metà orientale della Turchia è ora minacciata da una forza curda al ventre. La mossa degli Stati Uniti incentiva la Turchia a mantenere l’accordo di Astana su Idlib e ad unirsi a Siria, Russia e Iran contro l’alleanza curdi-USA. Erdogan, con la solita rabbia, chiariva che non può e non vuole lasciare che gli Stati Uniti agiscano: “Un Paese che chiamiamo alleato insiste a formare un esercito terrorista ai nostri confini“, diceva Erdogan degli Stati Uniti in un discorso ad Ankara. “Cosa può fare quell’esercito terrorista, e la Turchia? La nostra missione è strangolarlo prima che nasca“. Joshua Landis crede che gli Stati Uniti abbiano rinunciato alla Turchia come alleato e sino impegnati esclusivamente verso Israele e Arabia Saudita, completamente concentrati a contrastare l’Iran. Ma ci sono poche truppe iraniane in Siria e la linea dei rifornimenti da Teheran a Damasco è via aerea e mare e non può essere influenzata da un’enclave curda. Inoltre, la presenza statunitense nel nord-est è insostenibile. L’area nord-orientale occupata dagli Stati Uniti in Siria è circondata da forze ostili. La Turchia nel nord, la Siria nell’ovest e nel sud, l’Iraq, con un governo filo-iraniano, nell’est. Non ha porti e i rifornimenti via aerea devono attraversare spazio aereo ostile. Internamente l’area è costituita da un nucleo curdo ma ha quasi altrettanti abitanti arabi. I curdi non sono uniti, molti sono contrari al PKK/YPG e sostengono il governo siriano. Probabilmente metà degli arabi prima combatteva per lo Stato islamico e l’altra metà è a favore di Damasco. Ciò che tutti gli arabi hanno in comune è l’odio per i nuovi padroni curdi. Tutto questo è terreno fertile per un’insurrezione contro l’occupazione statunitense e le sue forze per procura curde delle YPG. Servirà un piccolo incentivo e sostegno da Damasco, Ankara o altrove per attirare gli Stati Uniti in una lotta caotica per la sopravvivenza. L’aspirante sultano Erdogan ha cercato a lungo di mettere la Russia contro gli Stati Uniti e viceversa. Ha ordinato sistemi di difesa aerea russi che gli consentiranno di resistere a un attacco aereo statunitense. Allo stesso tempo, permette alle navi statunitensi di passare lo Stretto del Bosforo nel Mar Nero e di minacciare la Russia in Crimea anche quando la Convenzione di Montreux gli permette di limitarne i passaggi. Gli Stati Uniti ora non gli lasciano altra scelta. La Russia è l’unica forza che può aiutarlo a gestire la nuova minaccia. I pezzi grossi della NATO a Bruxelles saranno nervosi. La Turchia ha il secondo maggiore esercito della NATO. Controlla il passaggio verso il Mar Nero e con Incirlik la più importante base aerea NATO nel sud-est. Tutti questi elementi danno alla Turchia uno leva che può utilizzare quando la Russia offre un’alternativa decente all’appartenenza alla NATO.
Ci si chiede chi abbia sviluppato questa idea alla Casa Bianca. Va contro tutto ciò che Trump aveva detto sull’impegno statunitense in Medio Oriente. Va contro gli interessi della NATO. Non esiste una base legale ed poche possibilità di essere sostenibile. La mia ipotesi è che il Consigliere per la sicurezza nazionale McMaster (spinto dal suo mentore generale Petraeus) sia il cervello di ciò. Ha già dimostrato di non avere alcuna visione strategica oltre a spostare brigate qua e là. Cosa farà dopo? Ordinare alla CIA di ricominciare ad armare al-Qaida, i “ribelli siriani” che hanno appena mandato i loro emissari a Washington per chiedere altro sostegno? La Turchia ha bisogno della Russia e la Russia combatte quei “ribelli siriani”. Perché la Turchia, che controlla il confine con la Siria, dovrebbe consentire il passaggio di nuove armi della CIA? Non capisco come gli Stati Uniti sosterrebbero le proprie posizioni nel nord-est della Siria. È difficile capire perché ritengano che tale posizione possa influenzare l’impegno iraniano nei confronti della Siria. La mossa li priva di qualsiasi flessibilità politica. È una trappola che si sono creati. Infine l’esercito statunitense dovrà ritirarsi dall’area. I curdi dovranno strisciare a Damasco per chiedere perdono. La miopia strategica di entrambi, amministrazione USA e leadership YPG, stupisce. Cosa pensano costoro quando prendono tali decisioni?Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’evacuazione USA dei terroristi dalla Siria, una replica dell’operazione ODESSA

Dmitrij Minin, SCF 15.01.2018

Il generale Stephen Townsend

Sorprendentemente, il destino dei membri più zelanti di certe unità dello Stato islamico (organizzazione vietata in Russia) ricorda ciò che successe alla fine della Seconda guerra mondiale. All’epoca c’erano fuggiaschi nazisti che qualcuno aiutò a nascondersi per usarli in futuro, e oggi sono i seguaci dello SIIL. Nessuno può dire dove siano finiti i pezzi grossi e il personale centrale dello SIIL. I capi più esperti di tale organizzazione terroristica, a volte interi distaccamenti, improvvisamente scompaiono da Siria e Iraq, come se si sciogliessero nella sabbia del deserto. Poi, come per magia, riemergono in Libia, Egitto, Sudan o Afghanistan, vicino ai confini dell’Asia centrale o della Russia o della regione cinese dello Xinjiang. Ovviamente esistono canali operativi che gli consentono di spostarsi da un posto all’altro, qualcosa di attuabile solo da uno Stato potente. Dato che i terroristi dello SIIL vengono trasferiti in varie parti del mondo, escono per lo più dalle regioni della Siria orientale controllate dagli statunitensi, e quindi tale Stato sarebbero gli Stati Uniti. Ciò non è inedito nella loro storia. L’operazione ODESSA (Organization der Ehemaligen SS-Angehörigen, o Organizzazione degli ex-membri delle SS), ideata per far fuggire gli ufficiali delle SS dalla Germania devastata dalla guerra verso Medio Oriente, Sud e Nord America, era piuttosto un argomento seguito ai tempi. Il famoso romanzo di Frederick Forsyth, Il dossier Odessa, e il film omonimo del 1974, stimolarono l’immaginazione del pubblico su tale evento storico. Gli alleati chiamavano quei canali di evacuazione “ratlines“, ma gli stessi ufficiali delle SS avevano un modo più romantico di riferirsi alle loro vie di fuga, per esempio Ubersee Sud (“Veleggiare verso i Mari del Sud”). Molti degli ex-ufficiali delle SS furono successivamente utilizzati in prima linea durante la Guerra Fredda. Si vede qualcosa di simile coi terroristi dello SIIL. È interessante notare che gli sforzi per far fuggire i nazisti tedeschi e piazzarli negli Stati Uniti iniziarono all’insaputa del presidente FDR. Furono avviati dal Joint Chiefs of Staff degli Stati Uniti (presidente Omar Bradley), che lanciarono l’operazione Paperclip con l’aiuto delle agenzie d’intelligence. L’istituzione dell’Organizzazione Gehlen, che reclutò le spie naziste in quella che in seguito divenne l’Agenzia Federale d’Intelligence della Repubblica Federale di Germania, fu un altro piano. I soldati sono di regola molto più pragmatici che ideologici. Non vedono contrapporre un nemico a un altro come atto immorale, ma piuttosto come esempio di grande acume strategico. Fu calcolato che circa 30000 persone passarono per le “ratlines“, molte negli Stati Uniti. Nel 2006, il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti redasse un rapporto approfondito di 600 pagine su questo argomento. Sebbene non fu pubblicato, nel 2010 fu ottenuto dal New York Times, che lo pubblicò sul suo sito web. Dopo aver esaminato il rapporto, il giornale concluse che dopo la Seconda guerra mondiale, i capi dei servizi segreti degli Stati Uniti crearono un “santuario” negli Stati Uniti per molti criminali di guerra nazisti e loro coorti.
Il Ministero della Difesa russo ha ripetutamente dichiarato le molte stranezze nel modo in cui i consiglieri statunitensi e i loro alleati delle Forze Democratiche Siriane (SDF) hanno combattuto lo SIIL sulla sponda orientale dell’Eufrate. Ad esempio: l’uso di elicotteri per esfiltrare i capi dello SIIL dalle aree assediate, l’inaspettata liberazione dei principali distaccamenti dello SIIL dalle città e l’impiego dei terroristi arresisi nel ‘nuovo esercito siriano’. Ed ecco la grande domanda: la maggior parte dei seguaci dello SIIL sono passati a tale nuovo esercito dalle zone di combattimento, ed è proprio qui che la loro pista svanisce. L’ex-portavoce e terzo comandante in capo delle SDF, prima di fuggire in Turchia alla fine del 2017, Talal Silu, presenta prove notevoli sui rapporti tra il Pentagono e capi dello SIIL. In un’intervista all’agenzia turca Anadolu, aveva specificamente indicato alcuni casi in cui i terroristi dello SIIL furono trasferiti sotto la direzione di agenti dei capi militari statunitensi, come il generale Raymond Thomas, comandante del Comando operazioni speciali statunitensi; il generale Joseph Votel, comandante dell’USCENTCOM, e il generale Stephen Townsend, capo dell’operazione Inherent Resolve. E lì sulla scena, il grande ideatore è l’inviato speciale presidenziale Brett McGurk. Talal Silu citava ad esempio episodi in cui, su insistenza degli statunitensi, a 2000 terroristi dello SIIL fu consentito il passaggio sicuro da Manbij e a 500 da Tabaqa. E l’evento più grave fu la geniale trovata a Raqqa, secondo lo spirito del manuale da campo dell’esercito statunitense per le operazioni speciali. Talal Silu sostiene che gli statunitensi calcolarono che le forze di Assad avrebbero raggiunto Dayr al-Zur in sei settimane. Ma quando si capì che le truppe governative si muovevano più velocemente, gli ufficiali statunitensi chiesero alle SDF di liberare i terroristi da Raqqa e inviarli ad Abu Qamal per intercettare le forze governative. Fu negoziato un accordo che consentì a 3500 terroristi di lasciare la città con tutto il necessario, comprese le armi. La dichiarazione rilasciata sosteneva che solo i civili erano stati liberati e che 275 seguaci dello SIIL si sarebbero “consegnati”. Per provare l’esistenza di questi 275 tizi, un gruppo di persone fu portato dal campo di Ayn Isa per interpretare la parte dei terroristi. Tuttavia ai giornalisti fu vietato recarsi a Raqqa, citando il rischio di schermaglie coi terroristi. Ma in realtà non fu mai sparato un solo proiettile. Più tardi si scoprì che alcuni di quei terroristi erano diretti verso destinazioni molto diverse. Molti entrarono nelle aree liberate con l’operazione Scudo dell’Eufrate. In altre parole, con l’aiuto degli Stati Uniti, passarono nella zona turca, e da lì furono liberi di recarsi ovunque. Simile teatralità potrebbe anche essere attuata nei successivi trasferimenti di terroristi. La domanda è: fino a che punto la Casa Bianca partecipa alle manovre del Pentagono coi terroristi dello SIIL? Non si può escludere che, come molto tempo fa, nel 1945, l’esercito non agisca con l’approvazione del presidente. Se l’amministrazione statunitense è informata di tale operazione e ha dato il via libera, allora si tratta di un altro esempio di miopia strategica. Qualsiasi patto col “diavolo nero” è sempre pericoloso per chi lo stipula.

Brett McGurk a Raqqa

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Ambasciatore dell’Iraq: “Cerchiamo ancora la vittoria ideologica sullo Stato islamico”

Muhsan Abdalmuman, AHT 10 gennaio 2018Muhsan Abdalmuman: Qual è la situazione attuale in Iraq?
SE Ambasciatore dell’Iraq Dr. Jawad al-Shlaihawi: Attualmente la situazione è ovviamente assai migliore di uno, due anni o addirittura qualche mese fa, specialmente dopo l’annuncio della vittoria finale sullo SIIL e il terrorismo, e la liberazione totale del territorio iracheno dal gruppo terroristico. L’Iraq attraversa un periodo di consolidamento nazionale, politico e di sicurezza. Il popolo iracheno vede chiaramente l’assenza quasi totale da circa quattro o cinque mesi di esplosioni precedentemente osservate a Baghdad e altre città. Questo dimostra l’annientamento completo del gruppo terrorista. Posso confermare la scomparsa del cosiddetto Stato islamico del Califfo al-Baghdadi come struttura statale con ministri, servizi, istituzioni, ecc. Questo fenomeno, estraneo alla nostra cultura strutturale statale in Iraq, nella regione o nel mondo, è quasi totalmente distrutto. Ma in verità, l’ideologia dello SIIL rimane viva. In altre parole, il gruppo terroristico è sconfitto, le azioni terroristiche sono finite, il territorio liberato, ma le idee che hanno creato lo SIIL, che formano questo gruppo terroristico, rimangono operative in Iraq e all’estero. Semplicemente perché il luogo di nascita di questa ideologia non è l’Iraq, è un’altra area geografica, altro Paese e si trova quasi ovunque, nella regione e all’estero, generando altri fenomeni come al-Qaida, Jabhat al-Nusra, ecc. L’ideologia dello SIIL rimane operativa, non dirò intatta ma mantiene un certo dinamismo. Ecco perché, in Iraq, rimaniamo molto vigili in questo stato di cose e in altri Paesi del mondo, in particolare in Europa, che rimane molto vigile riguardo l’ideologia del terrorismo. Così, ieri o l’altro ieri, il presidente Macron annunciava la volontà della Francia di organizzare ad aprile un simposio sul finanziamento dello SIIL. Ciò significa che i Paesi del mondo sono consapevoli che l’ideologia dello SIIL rimane viva. In Iraq, in particolare, ne siamo consapevoli, e il governo e il popolo iracheni mettono in guardia tutti che, mentre è vero che abbiamo ottenuto una vittoria militare sullo SIIL, abbiamo ancora la vittoria ideologica da ottenere sul fenomeno SIIL.

Questo mi ricorda l’ex-capo di Stato Maggiore dell’esercito algerino, il defunto Generale Muhamad Lamari che, quando l’Algeria combatteva il terrorismo, disse che aveva sconfitto il terrorismo militarmente, ma che il fondamentalismo rimase intatto. Che dire della lotta ideologica al jihadismo in Iraq? È questo il prossimo passo?
La lotta al fondamentalismo, o all’ideologia dello SIIL e del terrorismo, sono cose diverse. L’ideologia del fondamentalismo l’abbiamo sperimentata negli anni ’80-90. Questa ideologia esisteva nei Paesi musulmani e anche europei, ma forse in termini diversi: fondamentalismo nei Paesi musulmani, estremismo nei Paesi europei. L’esclusione di alcune entità dalla società è un fenomeno presente nei Paesi europei, negli Stati Uniti, nei Paesi musulmani e nei Paesi arabi. Questo fenomeno esiste ed esisterà sempre.

Pensa che sia impossibile combatterlo?
Questo fenomeno del fondamentalismo od estremismo va distinto dal fenomeno e dall’ideologia dello SIIL, dal puro e semplice terrorismo che abbiamo vissuto in Iraq.

Intende SIIL e al-Qaida o solo SIIL?
SIIL e al-Qaida sono la stessa cosa. Al-Qaida, Jabhat al-Nusra, SIIL, al-Baghdadi, è lo stesso. Tutti questi gruppi provengono dalla stessa fonte ideologica, per cui tali fenomeni, fondamentalismo, terrorismo, estremismo, ideologia dello SIIL, vanno combattuti totalmente, non solo militarmente ma anche con azioni che promuovano giustizia sociale e pace.

E anche i testi religiosi, i testi che fanno appello a questo jihadismo?
Naturalmente, tutto: giustizia, pace sociale, stabilità, lotta alle disuguaglianze. C’è qualcosa di molto importante riguardo l’ideologia dello SIIL e come evitarne l’espansione. Questa cosa riguarda il rispetto delle regole del diritto internazionale. Quando gli Stati o le grandi potenze non rispettano il diritto internazionale o tentano di applicare regole unilaterali inadeguate al diritto internazionale e alla sovranità dei Paesi, queste azioni promuovono le violenze.

E consentono il reclutamento.
Esattamente. Ci si muove inconsciamente verso le violenze quando le grandi potenze sfuggono alle regole internazionali, occupano Paesi e non dicono nulla.

Come ad esempio la questione palestinese, in particolare la decisione arbitraria del presidente Trump di riconoscere al Quds (Gerusalemme) capitale d’Israele.
Esattamente. Molti nella regione dicono che la situazione del popolo palestinese è la fonte di tutti i problemi che viviamo attualmente. Pertanto, è molto importante per i leader dei Paesi mostrare ai popoli la volontà di rispettare il diritto internazionale, la volontà dei popoli e la sovranità degli Stati, qualunque siano. La democrazia o il diritto internazionale non dovrebbero essere usati per opprimere certi popoli.

Come abbiamo visto ad esempio con l’Iraq.
Con l’Iraq e altri Paesi come libia, Siria… Non a caso, purtroppo, lo SIIL è in questa regione, non è apparso in Venezuela, Spagna o Europa. Operava in Siria, Iraq, Libano ed Egitto… Il fenomeno SIIL è concomitante a ciò che fu chiamato, sette o dieci anni fa, Piano del Nuovo Medio Oriente, il Nuovo Ordine Mondiale.

Il “caos creativo” di Condoleezza Rice.
Esattamente. Lo SIIL è nato con questo piano.

Quindi, possiamo dire che ha creato lo SIIL?
Non sono io a dirlo, ma gli esperti.

Inoltre, Clinton ha detto che gli Stati Uniti crearono al-Qaida.
Sì, l’ha detto. Ecco perché dobbiamo insistere sulla volontà degli Stati e dei loro capi di rispettare le regole, la Convenzione internazionale, la volontà dei popoli e promuovere pace e stabilità. Attualmente, sfortunatamente, perché l’ideologia dello SIIL persiste? Semplicemente perché non c’è la volontà dei leader delle grandi potenze di rispettare le regole internazionali. Guardate la guerra nello Yemen, un caso significativo d’inosservanza della sua volontà, d’insultare sovranità ed autorità del Paese, di distruggerne il popolo, e nessuno ne parla, nessuno reagisce.

I media non ne parlano.
Guardate il caso della Palestina. È la stessa cosa. Guardate la relazione tra comunità internazionale e Iran, è quasi la stessa cosa. L’Iran è un Paese che opera politicamente, cioè, se c’è un’influenza iraniana nella regione, è politica. L’Iran non è un’associazione a scopo di lucro; ma uno Stato che cerca i propri interessi, come tutti i Paesi.

Pensa come alcuni miei amici europei che non vogliono rivedere l’accordo sul nucleare iraniano? Soprattutto che è l’amministrazione Trump, dalla posa guerrafondaia, a voler rivedere l’accordo nucleare iraniano.
Esattamente. Dev’esserci il reale desiderio dei leader dei grandi Paesi di rispettare la volontà degli altri popoli, di rispettare la sovranità degli altri Stati e di non interferire nei loro affari interni. Quando si vede che lo SIIL è presente solo in questa parte del Medio Oriente, dovete farvi delle domande. Perché? Vedete, in questa regione ci sono tre cose a cui le grandi potenze sono molto affezionate dal 1920. Israele, petrolio ed Islam come civiltà, non solo religiosa. Queste tre cose decidono la politica degli altri Stati nei confronti della regione: Israele-Palestina, petrolio, Islam. Questi tre parametri decidono la politica estera delle potenze Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna… e le loro azioni nella regione nei confronti di Iraq, Iran, Siria, Libano, si modulano in base a questi tre parametri. Non è un caso se nel 1990 si iniziò a parlare, scrivere, discutere di “scontro di civiltà”. Cosa significa civiltà? Significa Islam, Cristianesimo e Giudaismo. E non è un caso che Israele sia soddisfatto dalla sicurezza che ciò gli dà.

Secondo voi, perché i neoconservatori si sono concentrati strategicamente sull’Iraq per le azioni volte a destabilizzare la regione, dal primo intervento negli anni ’90? Perché soprattutto l’Iraq?
Perché l’Iraq, rispetto ad altri Stati della regione, ha ricchezze naturali come il petrolio, ecc., e ricchezza umana. L’Arabia Saudita, per esempio, ha ricchezza naturale ma non umana. L’Egitto ha ricchezza umana, ma non naturale. L’Iraq ha due fiumi (Tigri ed Eufrate), ricchezza naturale, civiltà, storia, cultura, è un Paese con una storia di settemila anni. Quindi, ricchezza umana, ricchezza naturale. Destabilizzare l’Iraq significa destabilizzare la regione.

Questo è il motivo per cui hanno agito per dividere sciismo e sunnismo, cioè, usare i rami dell’Islam per rovinare la regione.
Esattamente. La religione è usata come copertura per ragioni politiche. Ecco perché vi ho parlato dei tre parametri: Israele, petrolio, Islam.Vorrei tornare su ciò che ha detto il Primo ministro Haydar al-Abadi: “la lotta alla corruzione è l’estensione diretta delle operazioni militari”. Formulava questa frase estremamente coraggiosa che significa che la vera lotta allo SIIL è guidata da azioni militari ma anche dalla lotta alla corruzione. Penso che parlasse di ciò che chiama giustizia sociale.
Certo, la giustizia sociale è necessaria. Per raggiungere uno standard accettabile di giustizia sociale nazionale è necessario combattere la corruzione, ovviamente. Per raggiungere la sicurezza nazionale, si deve combattere lo SIIL. Per raggiungere la giustizia sociale, dobbiamo combattere la corruzione. Una società senza giustizia è una società morta. Ecco perché la nostra seconda battaglia è contro la corruzione. Combattere la corruzione significa lottare per la giustizia sociale.

C’è un coordinamento nella lotta al terrorismo tra Iraq e Paesi occidentali?
Sì, c’è una collaborazione molto importante tra Stato iracheno, con tutti i suoi servizi, militari, polizia, dogana, e gli Stati arabi, regionali ed occidentali che combattono lo SIIL. La nostra umile missione umana di combattere lo SIIL in Iraq è anche combatterlo in Francia e altri Paesi.

Infine, Paesi come Iraq e Siria, e posso anche menzionare Algeria ed Egitto, sono in prima linea nella lotta al terrorismo. C’è anche un coordinamento con questi Paesi che conoscono il terrorismo?
Naturalmente, l’Algeria nel 1989-90 subì la prima guerra dello SIIL.

Quindi per voi il terrorismo è lo SIIL? Anche al-Qaida possiamo chiamarlo SIIL?
Qaida – SIIL incarnano il terrorismo, naturalmente, sia in Afghanistan che in Pakistan… È lo stesso motore, è solo il marchio che cambia, il titolo. Ma è lo stesso ceppo, lo stesso tessuto.

Secondo voi, l’Algeria combatté lo SIIL già negli anni ’80 -90?
Combatté il terrorismo? Ovviamente. Quello che è successo in Algeria all’epoca è lo stesso fenomeno che abbiamo vissuto in Iraq, massacro di persone, ecc. È la stessa cosa. La differenza è nel tempo, in Algeria nell’89-90, prima dell’occupazione dell’Iraq.

Dal crollo dell’Unione Sovietica.
Sì. La seconda differenza del terrorismo vissuto dall’Algeria è che era un fenomeno vissuto in Africa. Il terrorismo vissuto da Iraq, Siria, Libano lo si ha in Medio Oriente. Parlare del Medio Oriente non è lo stesso che parlare del Nord Africa. Il Medio Oriente è un’altra cosa. In Medio Oriente, come ho detto, c’è il petrolio, l’Islam e tutta la civiltà. Non solo l’Islam, inoltre, poiché Gesù è nato in Palestina, era un arabo.

Non pensa che l’Algeria, che ha petrolio ed anche una civiltà, abbia vissuto ciò che l’Iraq ha vissuto e sia stato quasi distrutta? Perché si avvicinò al collasso.
La differenza è che c’è un’occupazione in Iraq con la presenza statunitense. Da quando c’è la presenza statunitense, ci sono fenomeni estranei. Alcune situazioni consentono la nascita di fenomeni estranei. E c’è la presenza statunitense in aree del Medio e Vicino Oriente. C’è anche qualcos’altro. Dopo l’occupazione statunitense, ci fu lo smantellamento dell’esercito iracheno.

Stavo per porre questa domanda. Ho intervistato un diplomatico statunitense, Matthew Hoh, che si dimise per l’intervento in Iraq. Era del dipartimento di Stato e comandante dei marines in Iraq. Secondo lei, non fu un errore strategico degli statunitensi smantellare l’esercito iracheno?
Noi lo consideriamo un errore strategico. Da parte statunitense, alcuni lo considerano così, altri in modo diverso. Ma il risultato osservato dagli iracheni dopo l’occupazione dimostra che si trattò di un errore strategico. La vittoria dell’Algeria sul terrorismo è dovuta all’esistenza dell’esercito algerino e dello Stato algerino. Se non ci fosse stato l’esercito, se non ci sarebbe stato lo Stato, sono convinto che l’Algeria e la regione sarebbero state la culla del terrorismo, SIIL, al-Qaida, ecc.

Un santuario, come la Libia crollata di oggi.
Esattamente. Lo smantellamento dell’esercito iracheno ebbe un ruolo importante nell’esacerbare il terrorismo.

Parliamo ora del rimpatrio dei jihadisti occidentali che si trovano nelle prigioni irachene. Ne parliamo molto al momento. Gli occidentali hanno formalmente contattato lo Stato iracheno per rimpatriare i loro terroristi?
A mia conoscenza, sì, ci sono stati contatti tra i servizi competenti della Repubblica dell’Iraq e i servizi di certi Paesi occidentali come Francia e Belgio. Ci sono stati contatti su questo e altri problemi.

Puoi darci il numero di terroristi incarcerati?
Tutti i Paesi insieme, circa 500-600. Non è una cifra esatta, ma approssimativa.

Rischiano la pena di morte?
Dipende dalla loro partecipazione. Caso per caso.

I Paesi occidentali che hanno sopportato il peso maggiore del fenomeno terroristico hanno appreso la lezione irachena, specialmente nella lotta al terrorismo, o non hanno capito nulla, come è avvenuto con l’esperienza algerina?
È ovvio che i Paesi occidentali sono allertati dal terrorismo, non solo sull’Iraq, ma anche da ciò che accade nei loro Paesi, a Parigi o in Belgio, e così via, dove affrontano questo fenomeno in modo diretto sul loro territorio, e non indirettamente da ciò che accade in Iraq e in altri Paesi. Ma penso che dobbiamo cambiare la situazione. Siamo noi, gli iracheni, che subiamo il terrorismo proveniente dall’estero, da Belgio, Francia, Asia, ecc. La maggior parte dei terroristi che opera in Iraq o in Siria, vale a dire il 70%, è straniera. Sono addestrati in Afghanistan o Siria o Iraq, ma la loro casa è altrove.

I Paesi occidentali hanno capito la lezione?
Ovviamente. La prova è che i Paesi occidentali, negli ultimi anni, iniziano a prendere misure draconiane su sicurezza, polizia e contatti coi servizi segreti iracheni e siriani.

Hanno contatti coi servizi segreti siriani?
Penso di sì. Non posso parlare per gli europei, ma in modo logico, in generale, i Paesi europei, l’Iraq e altri Paesi sono molto preoccupati e attenti alla sicurezza dei loro cittadini. Quando viene menzionata la questione della sicurezza e della sicurezza nazionale, non c’è limite nel parlare con iracheni, siriani, iraniani, russi o algerini. Qui sicurezza, sicurezza pubblica, ordine pubblico, annullano altri aspetti, altre controversie secondarie o strategiche. Non si può tollerare un pericolo pubblico astenendosi dal contattare siriani o iracheni. L’interesse per l’ordine pubblico è maggiore dei dettagli.

Non pensate che l’amministrazione statunitense debba scusarsi col popolo iracheno per i suoi due interventi mortali e il blocco che causò centinaia di migliaia di morti?
Sinceramente, questo non è all’ordine del giorno. Tra noi e gli statunitensi ci sono accordi strategici, la lotta al terrorismo. Lo combattiamo in modo netto, statunitensi o altri lo combattono per contenere lo SIIL.

Precisamente, non è un errore voler contenere il fenomeno terroristico?
Questa è una domanda discutibile. In ogni caso, chiedere le scuse dagli statunitensi per gli errori commessi non è la priorità degli iracheni. La nostra priorità è riuscire a combattere lo SIIL ed ora dobbiamo combattere la corruzione e passare alla ricostruzione del Paese.

Volevo anche farvi una domanda importante. Quando vediamo l’enorme militanza dello SIIL all’inizio e persino il Presidente Putin dire alla coalizione che si poteva vedere l’acqua su Marte ma non i camioncini nel deserto. Un numero enorme e ci si chiede dove siano finiti tutti questi terroristi. Pensate, come lo specialista iracheno Hisham al-Hashami, che hanno ancora dei depositi di armi?
Certamente. Stiamo scopriamo nascondigli di armi qua e là. Ci sono ancora cellule dormienti, ma le stiamo ripulendo.

Si parla di rischieramento di SIIL e al-Qaida in Libia. Avete qualche informazione?
Si ridirigono in Africa in generale. Libia, Nigeria, Sahel.

Quindi c’è una minaccia per i Paesi della regione? Non pensa che i terroristi vi si concentreranno?
Penso che sia così. Inoltre, una conferenza sul terrorismo si tenne recentemente in Giordania, un mese fa. Fu organizzata dalla Giordania e inaugurata dal re e vi parteciparono molti responsabili occidentali. Il tema era il trasferimento dello SIIL in Africa.

Sulla crisi dello Stato centrale iracheno con i curdi, è finalmente risolta?
È attualmente in fase di regolamento.

I curdi hanno abbandonato le rivendicazioni all’indipendenza?
Vi sono divergenze tra le parti e queste si basano sul contributo al bilancio nazionale, sull’aspetto economico e dopo il referendum, la regione del Kurdistan non sogna più l’indipendenza. Le discussioni ora si concentrano su questioni economiche, cooperazione, questioni doganali, aeroporti e questioni non politiche. Fa parte dell’Iraq, quindi restiamo uno Stato federale. Penso che tra qualche mese o settimana, la situazione sarà risolta.

C’è stata una mediazione straniera o delle Nazioni Unite?
No, abbiamo deciso tra noi.

Secondo voi, lo Stato iracheno può ricostruirsi nel lungo e medio termine con istituzioni forti? E possiamo sperare in una ripresa economica del Paese?
La situazione economica del Paese è corretta. Non dico che è ciò che vorremmo, ma è una buona situazione. Ovviamente speriamo di svilupparci, siamo in fase di sviluppo, abbiamo una base per la ricostruzione. Sfortunatamente, c’è la limitazione delle risorse petrolifere a causa del prezzo. La quantità da esportare è corretta e attualmente abbiamo una produzione di circa 5 milioni al giorno. È molto. 4 milioni per l’esportazione e 1 milione per il consumo locale. Quindi, la situazione economica è corretta e pensiamo alla ricostruzione, allo sviluppo del Paese secondo un solido piano economico e finanziario, sperando che la situazione si sviluppi entro due, tre o quattro anni.

Ho lavorato molto sulle questioni irachene, incluso il traffico di opere d’arte saccheggiate in Iraq dallo SIIL per finanziare le azioni criminali. Avvierete azioni concrete presso tribunali internazionali per recuperare questa eredità che appartiene al popolo iracheno sparsa nel mondo?
Sì. Da tempo l’Iraq compie passi molto concreti nella cooperazione con le Nazioni Unite e altri Paesi come Stati Uniti ed Europa, e vediamo risultati molto positivi. Abbiamo recuperato molti oggetti d’arte rubati dallo SIIL o durante l’occupazione. L’Iraq ha recuperato molto e continua.

E’ ottimista sul futuro dell’Iraq?
Ovviamente. Dopo la lotta contro lo SIIL, che è stata molto dura, abbiamo avuto l’innegabile successo dell’Iraq; l’inizio per gli iracheni come società, Stato e classe politica, superando i limiti economico, politico e militare. Sono molto ottimista e l’Iraq è ora fulcro tra gli Stati della regione. Ha stabilità politica; è uno Stato democratico, uno Stato di diritto che segue la sua via democratica. Questa è la risorsa dell’Iraq.Intervista realizzata a Bruxelles da Muhsan Abdalmuman.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’ex-portavoce delle SDF sui gruppi terroristici armati dagli USA

Talal Silu racconta i dettagli sui gruppi terroristici armati dagli Stati Uniti nella regione e di come si formò il gruppo terroristico SDF dominato dal PKK/PYD
Anadolu 02.12.2017L’ex-portavoce e disertore delle SDF, un gruppo dominato dai terroristi di PKK/PYD, parla con l’agenzia Anadolu. Talal Silu, ex-comandante e portavoce della forza sostenuta dagli Stati Uniti che ha abbandonato il gruppo terroristico il mese scorso, vive attualmente in Turchia. Silu ha raccontato all’agenzia Anadolu i dettagli sugli Stati Uniti che armano i gruppi terroristici nella regione e cosa i funzionari statunitensi pensano della presenza del PKK/PYD nel nord della Siria. Nonostante le obiezioni della Turchia, gli Stati Uniti hanno fornito armi al PKK/PYD, definendolo alleato nella lotta allo SIIL, ma ignorandone lo status di gruppo terroristico. Ha anche spiegato come si è formata la forza dominata dai terroristi del PKK e come gli Stati Uniti stipularono un controverso accordo per consentire ai terroristi dello SIIL di lasciare Raqqah prima che fosse liberata.

DOMANDA: Come è entrato in contatto col PKK?
RISPOSTA: Inizialmente, un invito fu inviato dalle YPG al mio gruppo, l’Esercito Selgiuchide. Mi raccomandarono di entrare nel Jaysh al-Thuwar (esercito dei rivoluzionari). Ero d’accordo e ad Ifrin mi unii a loro. Il responsabile del PKK ad Ifrin era Haji Ahmad Hudro. Preparavano il Jaysh al-Thuwar. Abu Ali Birad era il capo degli arabi e Salah Jebbo dei curdi. Ero responsabile dei turcomanni. Andai ad Ifrin all’inizio di agosto 2015 e lavorai nell’amministrazione del Jaysh al-Thuwar. Ma non ero un capo, lo era Hudro. Più tardi mi dissero che mi sarei unito alle SDF. Tenemmo il primo incontro con il responsabile regionale del PKK Shahin Jilo. Il nostro incontro con le SDF avvenne il 15 ottobre. Ma Shahin Jilo (che ne annunciò l’istituzione) voleva che scrivessimo la data dell’incontro fosse stata il 10 ottobre 2017. Quando ne chiedemmo il motivo, ci dissero che gli Stati Uniti avevano inviato le armi alle YPG da al-Hasaqah tra il 10 e il 15 ottobre. Lo fecero per consentire agli Stati Uniti di spiegare la situazione alla comunità internazionale, potendo dire che le armi non andavano alle YPG ma alle SDF. Ecco come furono create le SDF.

DOMANDA: Il generale Raymond Thomas, capo delle forze speciali dell’esercito statunitense, ha affermato che “con una mossa logica” trovarono il nome SDF per le YPG, per dargli una reputazione. Le SDF non hanno ancora una loro identità?
RISPOSTA: È solo un nome. Nient’altro. Prendiamo tutto, compresi gli stipendi, dalle YPG. La ragione principale per l’istituzione delle SDF sono gli Stati Uniti. Le autorità statunitensi vollero armare i curdi. L’annuncio dell’istituzione delle SDF era solo scena e menzionarono l’unità dei componenti, ma non c’è una cosa del genere. Gli Stati Uniti hanno dato la leadership ai curdi e al PKK. Parlavano di lotta al terrorismo, ma poi vedemmo le autorità statunitensi trafficare coi membri dello Stato islamico su un accordo stipulato con Shahin Jilo. Volevano influenzare le idee dei cittadini della regione tramite le SDF, che presentano come forza che li libera e combatte il terrorismo. Ma a causa loro, case sono state distrutte e persone costrette ad emigrare. Non hanno nemmeno lasciato che restassero nei campi, le hanno spaventate.

DOMANDA: Ad un certo punto, gli Stati Uniti affermavano di aiutare gli arabi, non le YPG. Era vero?
RISPOSTA: Inizialmente firmavamo documenti forniti dagli statunitensi per ricevere armi. Ma tutte le armi andavano a uno dei capi del PKK, il turco Safkan. Safkan portava le armi in un posto che solo loro conoscevano, e ancora è così. Ad esempio, nell’operazione di Manbij tutte le armi furono consegnate ad Abu Amjad, di origine araba. Lo fecero apposta, ma era una sceneggiata. “Ricevo grandi quantità di armi ma non me ne danno una sola. Il mio dovere ed autorità è solo firmare”.

DOMANDA: Perché gli Stati Uniti scelsero tale metodo?
RISPOSTA: Le idee erano di Brett McGurk. Durante l’operazione di Raqqah, McGurk voleva che venisse creata una forza chiamata Coalizione araba. L’unico dovere della Coalizione araba era ricevere armi. E ne ricevette grandi quantità. Ma solo armi leggere furono distribuite ad arabi, turcomanni ed assiri. Il nome della coalizione era araba, ma gli arabi non contavano niente. Il consiglio militare di Dayr al-Zur metteva solo la firma. Gli Stati Uniti lo sapevano, ma volevano giocare a modo loro. Tutti questi schemi erano volti a coprire che le armi venivano consegnate al PKK. Ma eravamo sicuri che le armi avanzate andassero a PKK e YPG.

DOMANDA: Gli Stati Uniti controllano dove consegnare e contro chi utilizzare le armi fornite?
RISPOSTA: Agli statunitensi non importava dove sarebbero finite. Non ci hanno mai chiesto nemmeno una volta che cosa ne facessimo e dove le usavamo. Venivano giocati dal gioco “Siamo senza armi” (delle YPG) e una nuova consegna delle armi iniziava immediatamente. Gli Stati Uniti già sapevano che arabi, turcomanni ed assiri non vi erano inclusi. Ci fu un supporto limitato con Obama. Dopo l’arrivo di Trump, la modalità dei rifornimenti cambiò. Quando arrivò Trump, i veicoli corazzati iniziarono ad arrivare.

DOMANDA: Shahin Farhad Abdi, alias Shahin Jilo, è nella lista dei ricercati della Turchia. È nella categoria rossa ed ha 4 milioni di lire turche di taglia. Quanta influenza ha verso le autorità statunitensi?
RISPOSTA: (Per le armi) facevamo la lista di richieste. Shahin Jilo la presentava e le armi fornite non sarebbero state viste sui media. Non volevano che si sapesse quali armi fossero.DOMANDA: Chi gestisce la struttura appare nelle SDF?
RISPOSTA: In realtà, la gestiscono gli statunitensi. Anche se ci sono elezioni, sono tutte messinscena. Tutti sanno che Shahin Jilo è il responsabile. Il suo vice era Kahraman, che è anche un responsabile del PKK. Ero il numero 3. Ci sono punti di controllo e squadre del PKK in ogni luogo. Nei tribunali, consigli civili, sanità e altri campi, c’è sicuramente un leader del PKK.

DOMANDA: Dove sono posizionati gli addetti di Qandil del PKK nelle SDF?
RISPOSTA: Anche se Jilo è il capo, c’è un’altra autorità al di sopra di lui, è Bahoz Erdal. Bahoz riceve istruzioni da Qandil, cioè Sabri Ok. Quando Erdal fu nominato a Qandil, Nureddin Sofi ne prese il posto. Dà le istruzioni a Jilo. Jilo e il suo vice Kahraman sono solo nella squadra del leader. Ci sono molti uffici, ma a causa del conflitto i nuovi nomi non possono essere rivelati. I responsabili del PKK e delle YPG di Ifrin sono Haji Ahmad Hudro, Mahmud Berhudan e Nocin (per le donne). L’intera area è amministrata da Khalil Tefdem. Bahoz Erdal gli dà le istruzioni. Manbij è amministrata da uno dei leader del PKK, Ismail Direk, ma Cemil Mazlum è responsabile dei miliziani. L’amministratore civile e militare di Raqqah è Hasan, che proviene dall’Europa. A Dayr al-Zur c’è Polat Can, uno dei più noti del PKK. Anch’io, una volta, ricevetti un invito da Qandil per incontrare Murat Karayilan, grazie al mio rapporto con Bahoz. Lo cancellarono temendo che le nostre foto sarebbero state pubblicate mentre eravamo lì. Nureddin Sofi vi andò mentre Karayilan rilasciava una dichiarazione. Poi tornò. Andavano e venivano di nascosto. Il PKK approfittò del ruolo di Salih Muslim sui media e riuscì ad usarlo. Normalmente, non aveva alcun ruolo. Durante l’annuncio del governo autonomo, lo fecero sedere in settima fila perché non ha alcun ruolo in questo piano.

DOMANDA: Quanti uomini armati operano in nome delle SDF?
RISPOSTA: Anche se non ci sono dati netti, 50000 miliziani uomini e donne. Il 70% da YPG e YPJ. C’erano 65 persone sotto la mia guida. Col Consiglio militare assiro solo 50. Volevano stabilire un simbolico Consiglio militare turcomanno. Raccomandai 150 nomi, ma dissero “Perché 150? 50 bastano”. Ci sono le forze arabe al-Sanadid a Shamar Ashira, e Shayq Bandar ne è il capo. Sono ignorati dal PKK. Inoltre, l’80% delle persone che morirono nelle operazioni di Raqqah erano arabi e il 20% curdi. Vediamo che il numero di arabi è aumentato, ma sono stati ingannati, ricevettero false promesse. Anche se le YPG appaiono parte delle SDF, lo negano e dicono di essere indipendenti. Le SDF sono solo un nome. Non esistono in realtà.

DOMANDA: Qual è la situazione degli occidentali che aderiscono alle YPG?
RISPOSTA: Venivano da vari Paesi ed entravano nelle YPG, anche donne. Alcuni venivano per pubblicità. Una canadese si scoprì essere una modella. Chi torna nei propri Paesi dice di aver combattuto contro lo SIIL e cercano di dichiararsi eroi nazionali.

DOMANDA: Quanti soldi ricevono i membri dell’organizzazione?
RISPOSTA: Gli stipendi sono circa 170-200 dollari al mese. I leader non vengono pagati ma guadagnano con contrabbando e bustarelle. Venivo pagato direttamente da Shahin Jilo. Mi diede migliaia di dollari e la mia situazione era molto buona. I miliziani sono pagati in sterline siriane. La squadra dei leader del PKK non è pagata, ma tutte le loro richieste sono soddisfatte. Successivamente, la corruzione emerse.

Sili raccontava all’agenzia Anadolu il piano “Sbocco sul Mediterraneo” dell’organizzazione, affermando che un capo dell’intelligence statunitense gli disse che è necessario raggiungere il Mediterraneo per essere “permanenti”. Il PKK/PYD attualmente occupano più di un quarto del territorio siriano. La strategia d’espansione dell’organizzazione è cresciuta mentre avanzava dal confine iracheno fino al confine turco. Il futuro dell’organizzazione è connesso alla capacità di aprire un corridoio verso il Mediterraneo e avere l’opportunità di connettersi direttamente col mondo e riceverne supporto. La Turchia aveva avvertito gli Stati Uniti degli obiettivi dell’organizzazione, tuttavia, il governo statunitense afferma che gli sviluppi sono legati solo alla lotta contro lo SIIL. Silo, prima di lasciare la Siria, aveva stretti rapporti con figure di alto livello delle YPG, l’ala militare del PKK/PYD, e aveva visto le attività dell’organizzazione, che utilizza il nome delle SDF in Siria. Silu partecipò molte volte ai contatti tra PKK/PYD e il suo grande sostenitore, gli Stati Uniti. Le domande dell’agenzia Anadolu sugli Stati Uniti che supervisionano il piano “Sbocco sul Mediterraneo”, e come l’organizzazione protegge i suoi depositi di armi contro la Turchia, la situazione ad Ifrin e il commercio petrolifero.DOMANDA: Nell’ultimo periodo, la guerra e la competizione internazionale per Dayr al-Zur, vicino al confine iracheno, s’intensificò. Cos’era successo?
RISPOSTA: Il 9 settembre iniziammo l’operazione contro lo SIIL come SDF. L’annunciai personalmente. L’obiettivo era la rimanente regione di al-Jazira in Siria a nord del fiume Eufrate. Nessuno di noi, né le YPG, aveva i mezzi per avviare un’operazione contro lo SIIL. Questa operazione fu realizzata col supporto degli Stati Uniti. Il problema non era assolutamente correlato al petrolio. L’obiettivo era che le forze sotto il nome SDF raggiungessero i distretti di Buqamal e Mayadin prima delle forze del regime. Grazie a ciò, si sarebbe creata una barriera tra Siria ed Iraq. Gli Stati Uniti cercarono di aiutarle all’inizio ma fallirono. All’inizio fummo anche colpiti dai russi. Molti furono uccisi negli attacchi russi e del regime. Stati Uniti e SDF combattevano assieme. Le forze del regime non c’erano. Ma gli Stati Uniti, visto che il regime raggiungeva rapidamente quelle aree, mobilitarono le SDF e chiesero a Sahin Jilo (capo regionale delle YPG) di fare questo lavoro. La maggior parte della gente non lo sa. Molte posizioni furono prese e poi lasciate ai russi. Anche la raffineria Conoco e i campi petroliferi circostanti furono lasciati ai russi. Quando fu fatto ciò, il regime e i russi non avanzarono più.

DOMANDA: Come viene usato il petrolio dal PKK a Dayr al-Zur e Hasaqah?
RISPOSTA: YPG e PKK sfruttano i giacimenti petroliferi di Rumaylan, dopo averli catturati. In primo luogo, l’esportavano presso lo Stato islamico. Ali Sayr, responsabile del PKK per le questioni finanziarie nel Jazira, vive a Qamishli. Ha collegamenti diretti con figure di spicco del PKK. È autorizzato a stipulare accordi petroliferi. Solo lui conosce le entrate fatte. Questo è il segreto del PKK. Ali Sayr vende petrolio all’estero dal 2012. In passato, le vendite venivano effettuate solo presso le aree dello SIIL. Un ufficiale del regime, al-Qatirji, è il responsabile generale dell’estrazione di petrolio del PKK. Si diceva che anche Sahin Jilo non potesse intervenirvi. Il problema del petrolio era il segreto dell’organizzazione. Ebbi alcune informazioni facendo molte domande. I soldi del petrolio venduto venivano trasferiti su alcuni nominativi vicini nelle banche del Libano. Quindi i soldi venivano trasferiti in Europa. Tutti i nomi sono di membri del PKK. Il problema è molto grave. Ogni giorno passavano centinaia di autocisterne.

DOMANDA: A lungo è stato discusso un progetto di corridoio con cui il PKK/PYD possa raggiungere il Mediterraneo dalla Siria settentrionale. Ha avuto possibilità di conoscerne l’atteggiamento dei funzionari statunitensi nelle visite e riunioni?
RISPOSTA: Non era un piano, era una promessa. C’incontrammo con uno statunitense che diceva di essere di un gruppo di esperti. Ci avevano chiesto d’incontrarci. Aveva un sacco di guardie del corpo. Più tardi, sapemmo che era un capo dell’intelligence statunitense. Ci disse: “Se andate verso Dayr al-Zur, gli Stati Uniti vi daranno il sostegno necessario per dare uno sbocco sul mare a SDF e Parlamento democratico siriano“. Fu promesso, tuttavia l’operazione per catturare Dayr al-Zur fallì. Il problema principale non era prendere villaggi e giacimenti petroliferi. Il corridoio mediterraneo fu promesso a Sahin Jilo e SDF. Io c’ero. Se questa operazione (Dayr al-Zur) riusciva, se avessimo vinto, forse gli Stati Uniti avrebbero cercato di aprire un corridoio verso il mare per le SDF. Il capo dell’intelligence statunitense ci disse: “Non è possibile per una struttura come questa avere un futuro se non ha accesso al mare“. Indicò Kurdistan ed Irbil come esempio. Il Kurdistan non ha accesso al mare. Pertanto, deve sempre convincere le altre parti, altrimenti come esportare petrolio? Deve avere un punto, un porto. La parte statunitense fece promesse su questo problema. Ma penso che non andò secondo i piani. Vedremo cosa succederà.

DOMANDA: L’esercito turco bombardò obiettivi delle YPG a Qaraquq. Quali elementi delle YPG vi erano presenti?
RISPOSTA: Qaraquq era la base principale delle YPG con depositi di armi e munizioni e casseforti col denaro. Bahoz Erdal e Sahin Jilo abitavano lì vicino. C’era anche la scuola ideologica dei leader del PKK. I membri delle YPG vi ricevevano istruzione militare. Ci andai due volte. Una volta incontrai Sahin Jilo e presi un’auto. C’erano anche archivi e stampa delle YPG. Tutti i presenti erano della squadra del leader. La turca Nalin era responsabile delle donne. Non conosceva l’arabo. N. Sevin era un altro curdo turco, conosceva pochissimo l’arabo. Erano presenti anche Rustem responsabile delle YPG e Gerba responsabile di Hasaqah. Dissi a Sahin Jilo che mi sorprese il modo in cui il bilancio delle vittime fosse così alto. Dissi: “La Turchia ha violato la sicurezza di Qaraquq. C’erano alcuni leader che sarebbero stati eletti a nuove posizioni. Rustem doveva andare in Turchia. L’intelligence turca lo sapeva. Per quanto ci riguarda, ce ne stavamo lontani perché un messaggio degli Stati Uniti ci diceva di “non farvi attaccare, quindi non andateci più”.

DOMANDA: Cosa successe quando arrivò il comandante degli Stati Uniti a Qaraquq?
RISPOSTA: Il secondo giorno arrivò un comandante degli Stati Uniti. Sahin Jilo era apparso alla stampa per la prima volta. La guardia del corpo dello statunitense era l’anglofono Selar. Raccontò come avvenne l’attacco. Non dissero all’ufficiale che i responsabili del PKK erano presenti, ma dissero che erano presenti civili e militanti. L’ufficiale neanche lo condannò. Dopo cinque giorni, Jilo ci disse che gli Stati Uniti avevano parlato con la Turchia e che non sarebbe stato effettuato alcun attacco.DOMANDA: In che modo le YPG superarono il problema dei depositi di armi?
RISPOSTA: Le armi pesanti e le munizioni furono inviate ad Hamin. Poi, da Hamin ai depositi. La Turchia non li bombardò perché gli statunitensi li proteggevano. Molte armi e munizioni venivano portate nelle basi dove erano presenti gli statunitensi, per impedire alla Turchia di bersagliarli.

DOMANDA: Come fa il PKK a garantirsi i collegamenti tra Ifrin e le aree ad est? La mancanza di collegamenti preoccupa l’organizzazione?
RISPOSTA: Quando il regime siriano prese Aleppo, una strada si formò direttamente. È una strada parallela a sud all’area dell’Operazione Euphrates Shield. La strada parte da Ifrin (passa dalle aree del regime) e raggiunge Manbij attraverso la periferia di Aleppo. E da Manbij va nel Jazira (est dell’Eufrate). Per utilizzarla è necessaria l’approvazione del regime o dei russi. A volte persino degli iraniani.

DOMANDA: La protezione degli USA delle YPG è valida anche per Ifrin?
RISPOSTA: Gli Stati Uniti non si sono impegnati ad Ifrin. Lo chiesi a McGurk (rappresentante speciale degli Stati Uniti nella lotta allo SIIL) al nostro primo incontro. All’epoca, Ifrin non aveva collegamenti con le aree orientali. Gli chiesi del supporto per Ifrin. Disse che il governo degli Stati Uniti non appoggiava Ifrin. Questo successe al nostro primo incontro. Disse: “Se Ifrin vuole un altro sostenitore, lo trovi“. Risposi: “Forse i russi“. Disse: “Non ci sono ostacoli da parte nostra“. Poi, il cugino di Assad, Husayn Assad, mi chiamò. Mi disse di stabilire una linea tra SDF e russi nella base di Humaymim, ne parlai con Sahin Jilo. Disse che la linea poteva disturbare gli Stati Uniti, ma Sipan Hamo (il cosiddetto comandante generale delle YPG) voleva comunicare con i russi. Poi lo dissi a Husayn Assad. Fu stabilita la linea di comunicazione coi russi. Avevano molti traffici con i russi.

DOMANDA: Quanto è preoccupante l’intervento turco ad Ifrin per il PKK?
RISPOSTA: Se le forze turche fossero intervenute ad Ifrin, avrebbero potuto catturarla rapidamente. La situazione non è come l’organizzazione (PKK) mostra all’estero. Pertanto, erano molto spaventati. Il problema non è solo la caduta di Ifrin. Se le forze turche isolassero le aree rurali settentrionali sarebbe il fallimento di tutti i piani (sbocco sul Mediterraneo), perché pensavano ad Ifrin come cuore del piano. L’intervento turco sarebbe la fine dei loro sogni. Contro l’intervento turco ad Ifrin volevano le forze russe. Il regime siriano voleva alzare la bandiera siriana in caso di contatto coi turchi. Ma il regime pose come prerequisito il trasferimento dei punti in cui la bandiera veniva sollevata. Qandil respinse la richiesta. Ma alla fine gli elementi al confine erano spaventati. Credevano che gli Stati Uniti avrebbero fatto pressione sulla Turchia per non prendere Ifrin. Ma gli Stati Uniti non hanno mai risposto, fin dall’inizio affermarono che sosterranno le aree liberate, ma che non supporteranno Ifrin.

Brett McGurk e James Mattis

Traduzione di Alessandro Lattanzio