Il governo di guerra russo

John Helmer, Mosca, 9 aprile 2018Padre Politica, come Madre Natura, aborre il vuoto. E così, anche prima che il Tesoro degli Stati Uniti annunciasse le ultime sanzioni contro individui e compagnie russi per “attività malvagie nel mondo”, il Presidente Vladimir Putin preparava un governo secondo il principio dell’organizzazione dello Stato Maggiore per combattere una guerra su tutti i fronti, senza la possibilità di negoziare con il nemico. L’impatto delle sanzioni statunitensi, insieme alla campagna del governo inglese del caso Skripal, e l’azione sul fronte siriano che s’intensifica, rafforzava ciò che era già deciso al Cremlino. Il nuovo governo sarà un gabinetto di guerra. Nel linguaggio russo, Stavka. Per gli stranieri, il nuovo gabinetto di guerra di Putin assomiglierà allo Stavka creato da Josif Stalin in seguito all’invasione tedesca del 22 giugno 1941. In effetti, lo Stavka era un’improvvisazione nel diciannovesimo secolo del comando russo. Fu la risposta dei comandi militari e di sicurezza, e dei servizi d’intelligence, quando il capo di Stato dimostra di sbagliarsi, vacillare o indecisione nel difendersi dall’aggressione straniera che mira a decapitare la leadership russa, liquidarne la difesa e distruggerne l’economia. Per dettagli, cliccare qui.
Le immagini pubblicate dal Cremlino rivelano che Putin ha deciso, insieme a Ministero della Difesa, Stato Maggiore Generale, capi dei servizi di sicurezza e del complesso militare-industriale russo, di cambiare i primi ministri. Ciò significa ricandidatura del sindaco di Mosca Sergej Sobjanin. Putin annuncerà il nuovo governo dopo l’inaugurazione ufficiale, prevista ufficialmente il 7 maggio. Sobjanin, che compirà 60 anni a giugno, fu scelto da Putin come suo capo di gabinetto al Cremlino nel 2005-2008. Quando Putin divenne Primo ministro nel maggio 2008, Sobjanin lo seguì divenendo capo dello staff governativo. Divenne sindaco di Mosca sostituendo il candidato presidenziale Jurij Luzhkov, il 21 ottobre 2010. Sobjanin è l’intermediario di Putin con i comandanti militari e della sicurezza russi che considerano capitolardo Medvedev perdendo fiducia nella capacità del Cremlino di resistere all’escalation dell’aggressione anglostatunitense. Invece di Medvedev, avrebbero preferito Sergej Shojgu, Ministro della Difesa, o Dmitrij Rogozin, Viceprimo Ministro incaricato del complesso militare-industriale. Entrambi si consideravano candidati presidenziali indipendenti, minacciando con la propria supremazia. Sobjanin è un uomo dello staff, reputa Putin, non di più.
Quando il primo pettegolezzo serio cominciò a circolare lo scorso ottobre sulla promozione, Sobjanin disse a un giornalista di Mosca: “Probabilmente sa molto bene che se ci sono tali voci, significa che è probabile quasi al 100% che non accadrà“. Disse a un altro reporter: “Ho lavorato nell’amministrazione presidenziale e nell’ufficio governativo. Penso che sia un lavoro duro e ingrato. Pertanto, se è possibile, la carica di primo ministro non fa per me. Dico sempre a tutti: mi trovo a mio agio lavorando a Mosca. Credo che questa carica di sindaco sia un lavoro da uomo vero. È possibile implementare progetti interessanti“. C’erano abbastanza doverose definizioni in queste osservazioni da sospendere il pettegolezzo senza ridurne la ragione. L’intensificazione della guerra anglo-statunitense dopo le elezioni presidenziali del 18 marzo ne ha rafforzato la ragione; inoltre si riduceva la resistenza di Putin a sostituire Medvedev. “Sì a un’economia di guerra“, dice un veterano del Ministero delle Finanze della Russia. “È il regime in cui il Paese può rivelare il vero potenziale e diventare creativo. Qui, la pace ha significato ristagno. In un’economia di guerra, le persone contano finché svolgono correttamente i propri compiti. Inoltre, non ci dovrebbero essere fazioni nel governo, quindi dev’essere un gruppo di persone che non cerca di danneggiare il prossimo”. La fonte avvertiva che nella situazione attuale della Russia, l’approccio preferito di Putin è impossibile: “la scelta tra le fazioni non produrrebbe il risultato richiesto“. “In particolare, non dovrebbe esserci un primo ministro. C’è chiaramente una squadra presidenziale, quindi un primo ministro è superfluo. Tutti questi giochi per tenere un premier “tecnico” affidandogli un lavoro inefficiente non sono più necessari. O vinciamo la guerra o la perdiamo. Quando il leader ha un alto supporto, è responsabile di tutto“. La fonte prevede che ci saranno meno posti nel nuovo governo, consolidando le funzioni ed ottimizzandone le operazioni. Il nuovo Ministro dell’Economia, secondo la fonte, potrebbe combinare il portafoglio dell’Industria, promuovendo Denis Manturov, la cui carriera iniziò nell’industria aerospaziale militare russa; è Ministro dell’Industria e del Commercio dal 2012. La fonte dice che i candidati per il Ministero delle Finanze e la Banca centrale “potrebbero essere chiunque. Ad esempio Tatijana Golikova. Questi posti avranno meno importanza in ogni caso“. Golikova dirige l’organismo di controllo della spesa statale, la Camera dei conti, dal 2013; prima fu Ministra della Sanità dal 2007 al 2012. È la moglie del Ministro dell’Industria dell’era Eltsin, Victor Khristenko.
L’approccio allo Stavka è sostenuto da diverse fonti, anche se non lo dicono agli amici non russi, e il nome di Sobjanin non viene menzionato. La riconferma di Medvedev, apparso due mesi fa come probabile risultato del rimpasto del governo di Putin, è ora impossibile. L’approccio allo Stavka significa anche rimozione dal personale attivo e da ruoli di comando di coloro che dipendono dal supporto di Medvedev, avendo contribuito alle sue campagne presidenziali e conservato l’opzione della successione al Cremlino a condizioni da negoziare con Washington, Londra, Bruxelles e Berlino. Tra costoro Igor Shuvalov, Viceprimo Ministro; Arkadij Dvorkovich, Viceprimo Ministro; e Aleksej Kudrin, ex-Ministro delle Finanze e aspirante Primo Ministro. Per la storia di Dvorkovich, cliccare qui. Esclusi dalla riconferma ad alti funzionari sono i ministri con residenze a Londra. Shuvalov è il più noto di loro, con due appartamenti adiacenti a Whitehall Court, che afferma di aver venduto a società offshore che controlla sempre lui. Altri due con residenze a Londra venivano identificati dai media inglesi, e potrebbero ora ritirarsi: Mikhail Abyzov, Ministro per il Governo aperto, e Boris Titov, commissario presidenziale per i diritti degli imprenditori. “Nella guerra che USA e NATO impongono ora alla Russia“, dice un banchiere internazionale, “i diritti degli imprenditori sono obsoleti. Gli statunitensi sono riusciti ad sovvertire venticinque anni di privatizzazioni russe che pensavano di aver reso irreversibili“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La Cina dovrà combattere la guerra commerciale come fece nella guerra di Corea

Global Times 7/4/2018Le tensioni su una guerra commerciale pendente tra Cina e Stati Uniti aumentano rapidamente con la mobilitazione di Washington e Pechino. Non ci sono negoziati e le differenze si allargano su come ciascuna parte vede il conflitto. La probabilità di una guerra commerciale aumenta. L’amministrazione Trump persiste con l’idea che gli Stati Uniti subiscano perdite. Trump twittava definendo la Cina “grande potenza economica” e dicendo che è ingiusto per gli Stati Uniti che l’OMC consideri la Cina Paese in via di sviluppo. Larry Kudlow, principale consulente economico di Trump, sosteneva questa idea dicendo che la Cina non è più un Paese del terzo mondo e va considerata pari alle altre potenze economiche. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti continuano ad accusare la Cina di aver rubato proprietà intellettuali statunitensi. Il piano di Washington di attaccare la crescente capacità d’innovazione della Cina istigando una guerra commerciale è chiaro. L’azione degli Stati Uniti ha rafforzato la nozione in Cina che non sia una normale guerra commerciale, ma una mossa strategica per contrastare l’ascesa della Cina e perpetuare il vantaggio degli Stati Uniti. In tal caso, la natura della guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti cambiava, rendendo difficile risolvere le controversie col modello adottato da Stati Uniti e Giappone in passato. Cina e Stati Uniti ritengono che le loro mosse influenzeranno il futuro dei loro Paesi e il loro status da economie mondiali. Entrambi possono esercitare il massimo potere per combattere una guerra commerciale totale. Non siamo assolutamente sicuri se Washington la pensi così. Ma le informazioni provenienti dagli Stati Uniti hanno spinto i cinesi a credere che sia così. Gli inizi della guerra commerciale sono fondati su diversi rapporti di Washington che etichettano la Cina concorrente strategico, sottolineando nel contempo l’importanza del gioco di potere strategico. Non c’è motivo per cui i cinesi non debbano prepararsi al peggio. Da potenza in ascesa, la Cina è sempre stata gentile, ed è anche un’attiva sostenitrice delle relazioni costruttive Cina-USA. Ma i segnali da Washington sugli Stati Uniti che cambiano strategia verso la Cina allarmano. Questa guerra commerciale è stata avviata dagli Stati Uniti in modo particolarmente brutale e il prezzo che richiede è insopportabile per la Cina. Gli Stati Uniti non hanno dato alla Cina altra scelta se non lanciare la resistenza globale.
In Cina è in via di definizione una risoluzione strategica per combattere l’aggressione commerciale dell’amministrazione Trump nello stesso modo in cui combatté le truppe statunitensi nella guerra di Corea (1950-53). La guerra di Corea causò molte perdite alla Cina, ma costrinse gli Stati Uniti a firmare l’armistizio, danneggiando l’arroganza strategica di Washington e adottando anni di rispetto strategico per Pechino. Dovremo combattere la guerra commerciale di oggi con lo stesso spirito strategico che non teme sacrifici o perdite costringendo gli Stati Uniti a bruciare il bastone che brandiscono contro la Cina. La partecipazione della Cina alla guerra di Corea fu dovuta all’avvicinarsi dei militari statunitensi al fiume Yalu, il confine cinese. La guerra commerciale odierna è dovuta alle azioni degli Stati Uniti che danneggiano gli interessi della Cina. Il senso della crisi da cui non poter ritirarsi unisce la società cinese. Sappiamo che ci saranno dei sacrifici, ma comprendiamo meglio che non c’è limite alla cupidigia egemonica. Se oggi non costruiamo la nostra difesa commerciale, non sapremo mai cosa perderemo domani. Va sottolineato che l’equilibrio del potere è cambiato rispetto a sei decenni fa. La guerra commerciale odierna sarà combattuta tra due potenze relativamente uguali. Il vantaggio assoluto è un bluff di Washington. Pechino può danneggiare Washington in ogni battaglia commerciale, facendo patire agli Stati Uniti le stesse perdite della Cina. Abbiamo prove sufficienti per credere che questa guerra commerciale danneggerà ugualmente gli Stati Uniti. “I cinesi che si nascondono nelle gallerie dai bombardamenti statunitensi” non è il modo con cui questa guerra commerciale sarà combattuta. La Cina ha abbastanza munizioni per combatterla. Il dolore causato da tale guerra commerciale potrà stimolare la trasformazione economica della Cina e divenire un’opportunità per la Cina di raggiungere ulteriormente gli Stati Uniti come forza nazionale complessiva. Lasceremo agli Stati Uniti la possibilità di rivalutare il modo con cui il sistema cinese mobilita il popolo per contrastare le sfide di una potenza economico straniera. Risponderemo a qualunque pressione dagli Stati Uniti in questa guerra commerciale. Lasciate che i due sistemi s’impegnino in questa competizione bellica. Quando inizierà la lotta, vedremo chi resisterà di più.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Gli USA disperano nel colpo di Stato in Russia

Le ultime sanzioni sembrano preoccuparsi tanto di proteggere le posizioni economiche degli Stati Uniti quanto di punire la Russia
Alexander Mercouris The Duran 7 aprile 2018Le ultime sanzioni che il Tesoro USA ha imposto alla Russia sono strane. Le precedenti sanzioni erano collegate a specifici atti reali o presunti russi, ad esempio la morte di Sergej Magnitskij, la crisi in Crimea, la guerra nel Donbas, l’abbattimento di MH17 e la presunta ingerenza russa nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti del 2016. Le ultime sanzioni sono diverse in quanto non direttamente collegate ad alcuna azione russa, reale o presunta. Né i sanzionati, ad esempio l’uomo d’affari Oleg Deripaska, accusati di qualcosa. Invece di una qualsiasi accusa specifica alla Russia o agli interessati, ecco come un funzionario del segretario al Tesoro USA Steven Mnuchin giustificava tali sanzioni, “Il governo russo opera a vantaggio sproporzionato di oligarchi ed élite governative. Il governo russo s’impegna in varie attività malvagie nel mondo, tra cui continuare a occupare la Crimea e istigare violenze nell’Ucraina orientale, inviare al regime di Assad materiale e armi mentre bombardano i civili, tentare di sovvertire le democrazie occidentali e attività cybercriminali. Oligarchi ed élite russi, che traggono profitto da questo sistema corrotto, non eviteranno più le conseguenze delle attività destabilizzanti del loro governo”. In altre parole, la Russia è un cattivo Paese corrotto che fa molte cose brutte nel mondo che gli Stati Uniti disapprovano. Chiunque in Russia sia ricco (“un oligarca”) “beneficia di questo sistema corrotto”, e ne è responsabile e rischia di essere sanzionato indipendentemente da qualsiasi cosa faccia, a meno che ciò non cambi. L’implicazione è che se non vogliono essere sanzionati, gli “oligarchi” devono rovesciare il governo russo. Le ultime sanzioni sono quindi un incitamento al colpo di Stato. Dato che tutti gli altri passi che gli Stati Uniti hanno intrapreso sono falliti, gli uomini d’affari russi (“oligarchi”) ora vengono informati che a meno che non progettino il rovesciamento del governo russo, saranno sanzionati. La prima cosa da dire su tale politica è che vecchia di decenni. Ci fu un periodo, negli anni ’90, in cui un piccolo gruppo di persone stratosfericamente benestanti e corrotte controllava davvero il governo russo. Ad esempio, la maggior parte delle persone che s’incontrarono al Cremlino durante la crisi finanziaria del 1998 per decidere se svalutare o meno il rublo non erano membri del governo o funzionari, e l’incontro in cui si decise di svalutare il rublo non era presieduto da un ministro del governo ma dall’ex-primo ministro ad interim Egor Gajdar, che all’epoca non era né membro del governo né funzionario, ma semplicemente consigliere del presidente Boris Eltsin, che al momento era tutt’altro che lucido. La decisione fu infatti presa dallo stesso piccolo gruppo di individui ricchi e corrotti che in quel momento controllavano davvero il governo russo, incontrandosi in modo informale sotto la presidenza di Gajdar, e non nelle strutture ufficiali. Non è un equivoco chiamare tali individui “oligarchi”. Negli anni ’90 erano esattamente ciò. Il più politicamente potente tra loro, Boris Berezovskij, non era nemmeno un uomo d’affari. Non è così la Russia d’oggi. Una persona come Oleg Deripaska, magnate dell’alluminio il cui nome appare nelle ultime sanzioni, può avere grande influenza e potere. Tuttavia non controlla il governo russo e non ne ha i mezzi. Devo dire che la prima volta in cui m’imbattei nel suggerimento che gli “oligarchi” venissero mobilitati per rovesciare il Presidente Putin o costringerlo a cambiare politica imponendogli sanzioni fu nel 2014, all’inizio della crisi ucraina. Mentre ricordo che nei media apparivano notizie secondo cui l’agenzia d’intelligence tedesca BND consigliava la cancelliera Merkel che se l’UE imponeva sanzioni alla Russia, gli “oligarchi” avrebbero costretto il Presidente Putin a cambiare rotta o a rovesciarlo per salvare le proprie fortune. Molte sanzioni dopo si potrebbe supporre che tale teoria fosse stata distrutta. Tuttavia la dichiarazione di Steven Mnuchin suggerisce che la fede in essa non muore. Le ultime sanzioni che gli Stati Uniti impongono agli uomini d’affari russi e alle loro compagnie non indebolirà la posizione del Presidente Putin o quella del governo russo, e non influenzerà l’economia russa. Come recentemente sottolineava il giornale semi-ufficiale cinese Global Times, la Russia, a differenza di Paesi come l’Iran, ha una grande economia autosufficiente dalle dimensioni continentali con immense risorse scientifiche, tecnologiche e naturali, rendendola quindi immune alle sanzioni.
Riguardo ai ricchi russi a cui si rivolgono le ultime sanzioni, la ragione per cui molti mantengono i denaro all’estero non è perché controllano il governo russo, ma perché non lo controllano e non se ne fidano. Il risultato è che esportano denaro all’estero, lontano dal loro governo. Ora, ciò che scoprono è che i loro soldi corrono un rischio maggiore di essere presi dal governo degli Stati Uniti che dal loro, come il governo russo gli aveva detto per anni, così di fatto è più al sicuro a casa che non all’estero. In altre parole, le ultime sanzioni e la dichiarazione di Steven Mnuchin non avrebbero potuto favorire di più il governo russo. Agli uomini d’affari russi viene detto che il denaro che hanno esportato può essere sequestrato a prescindere da ciò che fanno a meno non rovesciano il governo russo, cosa che tali affaristi sanno essere oltre la loro portata, quindi essendo impossibile non hanno opzione realistica se vogliono mantenere i soldi al sicuro che riportarli a casa. Sembra che anche prima della dichiarazione di Mnuchin e delle ultime sanzioni fosse ciò che facevano alcuni di loro. Qualche settimana prima, prima della crisi Skripal, un gruppo di uomini d’affari russi a Londra scrisse al Presidente Putin chiedendo il permesso di tornare a casa coi soldi per via delle minacce che subivano; mentre l’ultima vendita di eurobond del governo russo, rivolta in particolare agli uomini d’affari russi, fu ampiamente sottoscritta in quanto si affrettarono ad acquistare le obbligazioni emesse dal proprio governo. Le ultime sanzioni e la dichiarazione di Mnuchin accelereranno il processo. Una politica che rafforza solo Putin, costringendo gli uomini d’affari russi a rimpatriare i soldi in Russia aumentando la dipendenza dal governo russo, sembra del tutto controproducente, e a giudicare da ciò, questa è la politica delle sanzioni degli Stati Uniti. Tuttavia potrebbero esserci più di motivi all’opera. I russi lamentano che uno degli scopi delle sanzioni è bloccare le esportazioni di armi russe, un campo in cui la Russia ha recentemente invaso i mercati statunitensi, come Turchia ed Arabia Saudita, e anche oltre, Paesi come l’Indonesia. Esiste naturalmente una dimensione politica in quanto le vendite di armi tendono a stringere i legami politici e gli Stati Uniti saranno particolarmente diffidenti nei confronti di alleati come Turchia e Arabia Saudita che acquistano armi dalla Russia, per via del pericolo che ciò aumenti l’influenza russa. Tuttavia, i tentativi di bloccare le vendite di armi di un importante concorrente sul mercato internazionale hanno qualcosa di protezionistico, il che non è del tutto sorprendente dati i recenti provvedimenti adottati dall’amministrazione Trump, specialmente verso la Cina, e data l’importanza delle vendite di armi non solo per l’economia statunitense, ma per le singole società statunitensi. Con Cina e Russia che cooperano sempre più nello sviluppo di aeromobili, come un pianificato aereo di linea, e che producono velivoli leggeri e competitivi (Comac C919 e Irkut MS-21), e con la Russia che avanza lo sviluppo della nuova famiglia di motori per aeromobili civili a Perm, che faranno volare questi velivoli, è comprensibile che gli Stati Uniti desiderino sanzionare i produttori di armi russi dato il forte legame tra produzione di armi e industria aeronautica civile. Proprio mentre i dazi statunitensi sulla Cina sembrano intenzionati, almeno in parte, ad ostacolare lo sviluppo dell’industria cinese dell’intelligence artificiale, così le ultime sanzioni ai produttori di armi russi sarebbero volte ad ostacolare lo sviluppo dell’industria aeronautica cinese e russe, specialmente dei motori aeronautici civili in Russia, data la minaccia che queste industrie pongono alla posizione degli Stati Uniti nel mercato internazionale dell’aviazione, che da tempo dominano rappresentando una parte significativa delle loro esportazioni. Se le nascenti industrie aeronautiche di Russia e Cina sono obiettivo delle ultime sanzioni, potrebbero anche spiegare la sanzione ad Oleg Deripaska, amministratore delegato di RUSAL, il conglomerato dell’alluminio russo; l’alluminio è ovviamente materiale chiave utilizzato nella costruzione degli aerei. Va detto tuttavia che ci possono essere molteplici altri motivi per cui Deripaska, uno dei più potenti e duri uomini d’affari russi, sia oggetto di sanzioni. Se le sanzioni diventano davvero uno strumento per proteggere le posizioni degli Stati Uniti in settori chiave come intelligenza artificiale, produzione di armi ed aviazione civile, allora tale sospetto non sorprenderà nessuno. Ciò che va detto è che in questo caso gli Stati Uniti hanno perso l’autobus. Le misure protezionistiche che impongono alla Cina, e le sanzioni che impongono alla Russia, ne avrebbero devastato l’economia due decenni fa. Oramai, come dimostra la resilienza della Russia alle sanzioni, le economie cinese e russa hanno raggiunto un livello di sofisticazione e dimensioni tali da renderle sostanzialmente insensibili alle azioni. Ad esempio, sebbene le esportazioni della Cina abbiano raggiunto il picco del 37% del PIL nel 2006, nel 2016 scesero a meno del 20%. Oggi il principale motore dell’economia cinese è la domanda interna, proprio come il principale motore dell’economia russa, dal 2020, saranno gli investimenti. I due Paesi non saranno influenzati da azioni o sanzioni protezionistiche che gli Stati Uniti adottano. Ciò è tanto più vero in quanto Cina e Russia, in particolare la Cina, continuano a costruire la propria architettura finanziaria internazionale alternativa (ad esempio il cosiddetto “petro-yuan “) per sostenere propri economie e sistemi commerciali in costruzione.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Cina non cederà alle intimidazioni statunitensi

Global Times 6/4/2018L’ultima minaccia del presidente degli Stati Uniti Donald Trump d’imporre ulteriori dazi per 100 miliardi di dollari alle importazioni dalla Cina è stata rapidamente rimproverata dal Ministero del Commercio e dal Ministero degli Esteri cinesi nel modo più risoluto. I due ministeri hanno detto che la Cina ascolterà e osserverà ciò che Washington farà dopo, mentre mostrerà disprezzo verso l’irragionevolezza degli USA, e che la Cina combatterà comunque fino alla fine, con una risposta insolita. Noi cinesi disdegniamo Washington incapace d’iniziare una guerra commerciale con la Cina, ma che persiste nell’agitare il bastone dei dazi. Possiamo infliggere le stesse perdite agli Stati Uniti, che dovranno ripianare qualsiasi perdita e danno causati alla Cina con enormi costi economici e politici. L’ultima proposta della Casa Bianca colpirà le esportazioni cinesi negli Stati Uniti, e in risposta la Cina attuerà un ampio contrattacco alle esportazioni statunitensi verso la Cina. La Cina può vendicarsi su una vasta gamma di settori, tra cui l’esportazione di beni statunitensi, servizi ed investimenti redditizi degli Stati Uniti in Cina. Ci vuole forza per impegnarsi in una grande guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti. Mentre i due Paesi sono quasi eguali commercialmente, il futuro è con la Cina. La guerra commerciale danneggerà la Cina, ma nel frattempo può costringerla ad accelerare la trasformazione economica. Ciò che gli Stati Uniti perdono in questo processo è il loro futuro. Molte aziende leader statunitensi perderanno il mercato cinese, perdendo così un loro vantaggio. Il settore agricolo degli Stati Uniti subirà un duro colpo. La Cina non si tirerà indietro. La società cinese si unirà attorno al Partito e al governo per superare le difficoltà, e non c’è eguale negli Stati Uniti. Ancora più importante, nella guerra commerciale lanciata dagli Stati Uniti, la Cina è dalla parte giusta salvaguardando le regole commerciali multilaterali e i propri diritti su questa base. I cinesi sono consapevoli che l’unica opzione ora è colpire gli Stati Uniti abbastanza duramente da fargli male, altrimenti Washington sarà ancor più incauta, causando altri danni.
Quando Zhu Guangyao, Viceministro delle Finanze cinese, e Wang Shouwen, Viceministro del Commercio, annunciarono dazi proporzionali per 50 miliardi sui beni statunitensi esportati in Cina, nella conferenza stampa del 4 aprile, il breve video ottenne più di 2 milioni di mi piace in due giorni. È così che si sentono i cinesi. Non si tratta solo della decisione del governo cinese, ma della scelta della società di reagire con fermezza alle continue pressioni statunitensi. La società cinese è infuriata dalle ripetute minacce degli Stati Uniti in questi anni. Anche se l’amministrazione Trump vuole portare la guerra commerciale verso l’azzeramento di commercio bilaterale ed investimenti, la Cina affronterà ogni sfida. Secondo le informazioni ricevute, le autorità cinesi hanno elaborato un dettagliato piano di risposta con molte misure specifiche. I competenti dipartimenti governativi cinesi hanno piena fiducia nella capacità di risposta a Washington, salvaguardando gli interessi della Cina e difendendo il sistema multilaterale. La maggioranza degli statunitensi vive col commercio tra Cina e Stati Uniti. Con l’intensificarsi delle tensioni, espanderemo la guerra commerciale a tutti gli statunitensi, in modo che debbano scegliere se sostenere l’operato senza scrupoli di Trump o ritenerlo responsabile.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La risposta commerciale cinese darà agli USA una dolorosa lezione

Global Times, 5/4/2018La Cina presentava un elenco di prodotti importati dagli Stati Uniti del valore di 50 miliardi dollari soggetti a dazi elevati, tra cui soia, automobili, velivoli e prodotti chimici. La decisione, presa dalla Commissione delle tariffe doganali del Consiglio di Stato, potrebbe anche comportare un dazio aggiuntivo del 25 percento su 106 articoli di 14 categorie. Questo è la chiara dimostrazione della risposta di Pechino ai dazi proposti sui prodotti cinesi dagli Stati Uniti. Pechino mostra un impressionante tempo di risposta nelle misure di ritorsione, impiegando meno di 12 ore ad annunciare le contromisure commerciali. I funzionari cinesi concordano sul fatto che le contromisure del proprio Paese corrispondano a quelle imposte dagli Stati Uniti e che mostrano la determinazione della Cina a vincere questa guerra commerciale. Va notato che la Cina colpisce gli statunitensi prendendo di mira le loro importazioni più preziose, come soia, automobili e prodotti chimici. Questi sono stati presi di mira perché rappresentano i pilastri fondamentali delle importazioni statunitensi e possono danneggiarne l’economia se la loro redditività è a rischio. Anche se la Cina subirà perdite finanziarie dai dazi imposti dalla Sezione 301 degli Stati Uniti, impallidiranno in confronto al danno arrecato all’economia statunitense con la risposta della Cina. I controdazi cinesi sono un modo spettacolare di difendersi dal bullismo statunitense, non solo per sé, ma anche gli altri Paesi minacciati dalle nuove politiche commerciali degli Stati Uniti. I falchi di Washington hanno ovviamente sopravvalutato capacità e resistenza dell’economia statunitense nella una guerra commerciale, dato che credono di poter fare tutto ciò che vogliono. La Cina mostra grande moderazione per ora, ma se gli Stati Uniti persistono in tale guerra commerciale, la Cina sarà pronta a combattere fino alla fine.
Washington alla fine vedrà cosa perde grazie alle sue azioni, e sarà solo in imbarazzo. Tale guerra commerciale sarà da esempio per gli Stati Uniti, non possono più intimidire coi dazi commerciali come forma di diplomazia. Prima che la Cina annunciasse i recenti dazi di ritorsione sui prodotti statunitensi, Washington si divertiva a schiacciare e minacciare altri Paesi con le sanzioni commerciali. Ora, mentre la Cina schiera il contrattacco, il piacere che gli Stati Uniti ottenevano da tali tariffe diverrà sofferenza mentre i loro guadagni finanziari e politici si ridurranno a zero. Cina e Stati Uniti hanno una mercato quasi identici e le società di entrambi i Paesi s’impegnano su principi volontari. Questa relazione è una scelta ovvia poiché porta ad entrambi i Paesi risultati positivi negli interessi commerciali. È infondato descrivere gli Stati Uniti come vittima degli accordi commerciali bilaterali con la Cina e poi dire che possono infliggere danni alla Cina sabotando i rapporti commerciali. Se si avvia una guerra commerciale in piena regola tra i due Paesi, entrambi si garantiranno delle perdite. Molti credono che i dazi per 50 miliardi di dollari dell’amministrazione Trump sui prodotti cinesi spingano la Cina a sottomettersi alle pretese degli Stati Uniti. Se è così, gli Stati Uniti perderanno senza dubbio. Questo perché il governo cinese ha radunato i cittadini ed è pronto ad attuare la lotta con Washington. Di fatto, sempre più cittadini cinesi pensano che una “guerra commerciale epica” sia inevitabile e potrebbe mettere del buon senso nel governo degli Stati Uniti, così che cambi modo di trattare la Cina. Se la guerra commerciale dovesse esserci, la Cina mostrerà che ha altrettanti piani di riserva degli Stati Uniti, se non di più. Esperti cinesi suggeriscono che la Cina potrebbe persino intraprendere azioni per indebolire la loro valuta. Poiché la Cina è la maggiore economia commerciale del mondo e il maggiore acquirente di materie prime come i prodotti petroliferi, la Cina potrebbe usare la propria influenza per sostenere la propria valuta nei mercati globali, riducendo il predominio del dollaro USA. Sarebbe un duro colpo per Washington.
Se si verificasse la guerra commerciale, sarà una guerra totale equilibrata tra le economie di Cina e Stati Uniti, e non una piccola colluttazione. Sarò deludente per gli Stati Uniti pensare di uscirne vittoriosa. La Cina giunge a questa conclusione fiduciosa e non esiterà a farglielo capire a Washington.Traduzione di Alessandro Lattanzio