Dossier OLTCIT, sabotaggio della cooperazione economica fra Est ed Ovest

Luca BaldelliChi si trova a percorrere le strade della Romania ancora oggi può notare che circolano, nei grandi centri come nelle località di minore importanza, automobili simili alla “Citroen Visa”. Vetture robuste, sicure, spesso tenute in maniera impeccabile grazie alla passione ed alla dedizione di migliaia di automobilisti: sono le mitiche “Oltcit” prodotte a Craiova in epoca comunista e, per qualche anno, anche sotto il nuovo regime sorto nel 1989-90 dal “lovitura de Stat” (“colpo di Stato”) del sedicente Fronte di Salvezza Nazionale. Una campagna di stampa tutto fuorché onesta ed obiettiva, condotta sia in Romania che all’estero, ha teso identificare in quest’automobile, specie a partire dal rovesciamento del governo di Ceausescu, ogni genere di difetto, di stortura, di vulnerabilità possibile immaginabile. Eppure, basta dare un’occhiata, nella rete internet e, in particolare, nei social, ai siti ed alle pagine curati dagli amanti della “Oltcit”, per rendersi conto di quale seguito e di quale ammirazione goda ancora oggi la vettura in questione, di quanto siano apprezzabili le sue prestazioni e la sua affidabilità su strada. E sì, di strada ne ha dovuta compiere davvero tanta, la “Oltcit”, per partire ed affermarsi, stretta tra la morsa del sabotaggio commerciale estero e quella, non meno impietosa e stritolante, della diversione interna, orchestrata dai nemici della sovranità economica e politica della Romania. In questo dossier, cercheremo di analizzare tutta la catena di menzogne e illazioni che sono state messe in circolo rispetto a questa vettura, frutto di una cooperazione tra Romania e Francia che, negli intenti del PCR e del Governo rumeno, avrebbe dovuto coinvolgere vari settori, non solo quello automobilistico, con l’implementazione, anno dopo anno, dei campi di intervento.
Tutto comincia nel 1975-76, periodo nel quale vengono avviati i contatti tra le due Nazioni per lo sviluppo di un’automobile solida, elegante e capace d’incontrare il favore degli acquirenti sia in Romania che in Francia. Il Paese di Ceausescu, allora, era una locomotiva economica impressionante, protagonista di un miracolo che stava stupendo il mondo intero: in piena recessione globale, con il prezzo del petrolio in vertiginoso aumento dopo la guerra del Kippur, la Romania cresceva a tassi inimmaginabili per l’intero occidente capitalista e anche per le più vitali economie del COMECON. Nel 1970–75, la media annua della crescita del reddito nazionale lordo fu dell’8,7%, mentre la produzione industriale si sviluppò al ritmo del 13% annuo. Solo il Giappone, negli stessi anni, poteva vantare indici prossimi a quelli della Romania. S’intuisce quindi il fatto che le Nazioni capitaliste vedessero, nello Stato socialista balcanico, coi suoi 20 milioni di potenziali consumatori, da un lato una minaccia, dall’altro un’opportunità per il loro apparato industriale. La Francia, in questo, non era certo seconda a nessuno, né disposta a farsi indietro “cavallerescamente” per assecondare altre mire, specie quelle tedesche, italiane e statunitensi: le sue vecchie, ma sempre lucide ed attente scuole geopolitiche e geoeconomiche, le sue accademie, la rete dei suoi contatti coltivati in decenni di presenza massiccia sulla scena mondiale, costituivano un apparato di circoli d’influenza e di gruppi di pressione operativo e ben rodato, capace di cacciare nella riserva dell’economia mondiale spesso a parità di condizioni con le superpotenze. Del resto, l’esperienza della Dacia aveva evidenziato un successo clamoroso della cooperazione franco–rumena: la vettura, prodotta su licenza a partire dai modelli della Renault 8 (per la Dacia 1100) e della Renault 24 (per la Dacia 1300), aveva spopolato non solo in Romania, ma anche in molte Nazioni sviluppate o in via di sviluppo. Con la “Oltcit”, si pensò così di ripetere il “colpo”; era il 27 dicembre 1976 quando il Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Socialista di Romania approvò il Decreto n. 424/1976 per la creazione di un’impresa mista rumeno–francese capace di produrre, a Craiova, 130000 autovetture ogni anno, 65000 delle quali avrebbero dovuto prendere la via dell’export, commercializzate direttamente dalla “Citroen” sotto il nome di “Citroen Axel”. L’impianto industriale concepito dagli accordi era poderoso: 350000 metri quadrati, edificati su 114 ettari di terreno. La Società mista a capitale rumeno-francese prese il nome di “Societatea Oltcit”, partecipata al 64% dai rumeni e al 36% dalla “Citroen” ( per un valore di 500 milioni di franchi). L’Oltenia, terra tradizionalmente agricola, protagonista sotto il socialismo di un imponente processo di industrializzazione, che già ne aveva mutato sensibilmente il volto, conobbe dunque nuovi progetti tesi a modernizzarla ulteriormente. Il 17 giugno 1977, alla presenza di Nicolae Ceausescu, vi fu a Craiova la posa della prima pietra dei nuovi stabilimenti.
Fu a questo punto che, gettate tutte le premesse per una cooperazione vantaggiosa per tutti, iniziò, da parte dei francesi, una melina snervante e logorante: nei piani degli strateghi economici e politici di Parigi, i rumeni avrebbero dovuto recitare la parte dei portatori d’acqua, lasciando alla “Citroen” e ai suoi dirigenti la quasi totalità dei profitti realizzati. Un ruolo di subordinazione insultante, assurdo, che il governo rumeno ovviamente rifiutò, geloso delle sue prerogative oltreché rispettoso degli accordi sottoscritti. La stampa mondiale, ancora oggi, sparge ai quattro venti disinformazione, sostenendo che le mancanze vi furono esclusivamente da parte rumena, in ordine alla qualità del lavoro da svolgere, degli impegni da corrispondere e delle commesse da onorare. Basta una disamina obiettiva e completa della vicenda “Oltcit”, però, per far cadere come un castello di carte queste menzogne. Procediamo con ordine: innanzitutto, l’esposizione finanziaria della Romania, come abbiamo visto, fu largamente superiore a quella francese, tanto che, con un miliardo di investimenti solo per le linee di produzione, il Ministro degli Esteri Stefan Andrei avrà buon gioco a sostenere, pur tra cenni non edificanti e ingenerosi sulla “Oltcit”, dettati dalla sua legittima irritazione vero i francesi, che la Romania aveva rimesso in piedi la dissestata “Citroen”. Il socialismo rumeno, e non appaia questa un’iperbole, aveva risanato, con l’operazione “Oltcit”, la casa automobilistica francese e, con essa, migliaia di posti di lavoro francesi, immettendo liquidità e aprendo in prospettiva, nonostante tutti gli ostacoli artatamente collocati sul cammino, scenari di espansione alquanto appetibili. D’altronde, basta dare un’occhiata al quadro generale presente in Francia ed in Romania, per comprendere appieno chi avesse bisogno di chi e di che cosa in quello scorcio di fine anni ’70: la Romania, partendo dal nulla, senza un’industria automobilistica storicamente consolidata, era passata da 12123 auto e motoveicoli prodotti nel 1960 a 74360 nel 1971 a 128847 nel 1979 (+73% in appena 8 anni). La “Citroen”, nello stesso periodo, navigava, assieme ad altre blasonate case automobilistiche europee, nelle acque più tempestose: errori manageriali marchiani quanto celati dalla coltre del protezionismo, avevano fatto sì che la storica casa fondata dall’intraprendente mercante ebreo–olandese Andrè Citroen fosse sull’orlo del baratro. Dissennati investimenti con Fiat, Maserati, Panhard e altre marche, tempo perso e risorse sprecate dietro al motore Wankel, le cui prestazioni e la cui compatibilità con le normative ecologiche non erano passibili di miglioramenti nemmeno con l’impiego dell’iniezione elettronica… Tutto questo, unitamente alla poca lungimiranza manifestata nel non pensare per tempo ad una vettura di classe media tra il 1960 e il 1974, all’apice del processo di motorizzazione dei Paesi europei, avevano azzoppato il cavallo un tempo scalpitante della casa produttrice francese. Assieme all’acquisto del 38,2% di “Citroen” da parte della “Peugeot”, e anzi molto più di questa acquisizione dal punto di vista dell’impatto, gli investimenti della “Societatea Oltcit” andarono ad accrescere il capitale anche della “Citroen”, sgravandola da obblighi e impieghi di denaro massicci e quindi contribuendo in modo determinante al suo risanamento. Nonostante ciò, ancora nel 1979, mentre lo Stato rumeno, con tutti gli organi deputati alla pianificazione economica, aveva portato a termine già impegni solennemente assunti, sul fronte francese nulla si muoveva. Il 5 marzo del 1980, dopo quattro anni di sostanziale latitanza, il Direttore generale della “Citroen” Jacques Lombard volò a Bucarest per dei colloqui chiarificatori con Nicolae Ceasescu, Segretario del PCR, Presidente della Repubblica e del Consiglio di Stato, e con Ilie Verdet, Presidente del Consiglio. In quell’occasione si fece presente, da parte rumena, che gli impianti erano quasi pronti e che mancava solo il risolutivo via libera francese alla realizzazione delle tappe decisive per la messa in produzione della vettura “Oltcit”. In particolare, si aspettava che la Francia contribuisse in maniera diretta, secondo i piani, all’infusione di risorse fondamentali per l’assunzione di 7000 addetti alla produzione (la “Citroen”, tanto per rendere l’idea, ne impiegava, nello stesso tempo circa 60000). Su questo, vi furono nuove rassicurazioni da parte della figura apicale della “Citroen”, ma di fatti se ne videro pochi nelle settimane e nei mesi a venire, tanto che fu decisivo, per sbloccare un minimo di dinamiche finanziarie, la successiva visita di Ceausescu a Parigi, effettuata tra il 23 ed il 25 luglio 1980 in compagnia di Ioan Avram (Viceprimo Ministro), Cornel Burtica (Ministro del Commercio Estero e della Cooperazione economica internazionale), Stefan Andrei (Ministro degli Esteri), Vasile Pungan (Consigliere presidenziale). In occasione di quell’incontro al vertice, durante il quale Ceausescu s’incontrò con il Presidente francese Giscard d’Estaing, con i vertici delle banche e del sistema economico francese, il tasto batté sulle necessità della “Societatea Oltcit” e sui ritardi della Francia, ormai cronici, nel dar compimento agli impegni assunti nei trattati. La Romania, da sola, aveva investito quasi 10 miliardi di lei e ancora non era uscita, dalle catene di montaggio della produzione in serie, nemmeno una vettura. La visita di Ceausescu, ottimamente preparata da uno staff politico ed economico di prima qualità, contribuì ad una relativa accelerazione delle intese tra Francia e Romania, e non solo rispetto alla vicenda “Oltcit”. Le infrastrutture produttive vennero completate e si passò quindi all’analisi-sperimentazione dei modelli/prototipi e alla messa in produzione seriale della vettura tanto sospirata. Nonostante questa accelerazione, i francesi, ormai beneficiati dall’infusione di liquidità rumena, desiderosi di ridimensionare il progetto secondo i loro interessi di mercato, per tutto il 1981 mossero obiezioni al livello tecnico delle maestranze rumene, ai risultati ed alle acquisizioni delle loro officine, ritardando e sabotando quindi le fasi di produzione e commercializzazione. Fu solo nell’ottobre del 1982, dopo l’ascesa alla Presidenza del Consiglio da parte dell’energico e risoluto Constantin Dascalescu, esperto, più del pur brillante Verdet, in questioni economiche, che i primi modelli della “Oltcit” uscirono dalle catene di montaggio con produzione in serie. Grazie all’apporto di Dascalescu, si cominciò a stilare un cronoprogramma bilaterale coi francesi che, a sei anni dalla firma dell’accordo, consentì l’avvio concreto della produzione, senza più giri di parole. Tutti i problemi furono risolti? No di certo, come era logico che fosse avendo, dall’altra parte del tavolo, un interlocutore–socio scientemente dedito alla dilazione, al temporeggiamento, al sabotaggio aperto o mascherato. In quell’autunno del 1982, mentre in tutto il Paese veniva avviata una razionalizzazione delle risorse economiche e dei processi produttivi destinata ad avere riflessi considerevoli all’interno della Romania e nelle relazioni tra il Paese ed il resto del mondo, vennero a cadere le obiezioni tecniche dei francesi: il prodotto rumeno era di prima qualità e semmai faceva paura proprio per la sua eccellenza! I piani, calibrati su una produzione annua di 130000 esemplari, con obiettivo a tendere pari a 150000, erano perfettamente realizzabili, solo che i francesi l’avessero voluto. Purtroppo, si era assai lontani da quell’obiettivo e già l’essere partiti, stante la concreta situazione riscontrabile sul campo, poteva ritenersi un miracolo. L’impianto industriale poteva contare su 190000 metri quadrati di spazio solo considerando i reparti di prelavorazione meccanica, pressaggio, carrozzeria, verniciatura e montaggio generale. Vi era un reparto di fabbricazione delle componenti fondamentali che, cosa più unica che rara, poteva contare su 42 linee specializzate: un capolavoro di tecnologia e specializzazione del lavoro senza pari nel mondo, in assoluto e in proporzione al volume produttivo pianificato. Le vetture prodotte erano di tre tipi: “Oltcit Special” con motore da 652 cm3, “Oltcit Club” con motore da 1129 cm3, “Axel”, destinata all’esportazione nei modelli normale 11 R, e 12 TRS con motore da 1299 cm3. La “Oltcit Special” aveva una velocità massima di 120 km/h, mentre la “Club” raggiungeva i 149 km/h. Su una distanza di 100 km, alla velocità di 90 km/h, il consumo di carburante era di 5,7 litri per il modello “Special” e di 6,7 litri per il modello “Club”. Prestazioni, quindi, assolutamente competitive se pensiamo che la “Citroen Visa 650” raggiungeva i 125 km/h consumando in media 5,9 litri di carburante ogni 100 km e che il modello “10E”, presentato nel 1984, toccava la velocità massima di 133 km/h con un consumo medio di 6,7 litri ogni 100 km percorsi.
Tutto questo capitale, però, venne depauperato deliberatamente dai francesi e dalle loro perverse strategie di profitto immediato e di azzoppamento di una concorrenza che, se c’era rispetto alla “Visa”, era solo per la capacità dell’apparato produttivo rumeno. Sta di fatto che nel 1983 se da un lato la produzione seriale rappresentava ormai un punto di non ritorno, dall’altro non si riuscì a sfornare un numero di vetture, sia per il mercato interno che per l’esportazione, lontanamente paragonabile a quello programmato: appena 5400 furono i modelli “Oltcit” usciti dalle linee di montaggio. Le autorità economiche e governative di Bucarest e di Craiova si trovarono, per colpa del sabotaggio economico francese, davanti alla necessità d’inviare in ferie anticipate, nel gennaio del 1983, 2342 addetti delle linee produttive della “Oltcit” (79,7% del totale), visto che le commesse languivano e la piena capacità produttiva non poteva essere dispiegata, per i continui intoppi logistico-tecnici. Naturalmente, grazie agli ammortizzatori sociali dello Stato socialista, e con l’impegno sinergico di Sindacati e Comitati popolari, non vi furono penalizzazioni troppo pesanti sui livelli salariali e alcune unità trovarono temporaneo impiego in lavori complementari in altri settori bisognosi di manodopera. Nel 1984, dopo un nuovo, deciso confronto tra le parti, si raggiunse la quota di 37000 vetture “Oltcit” prodotte, mentre le prime “Axel” presero la via dell’esportazione (il primo esemplare varcò le frontiere in data 10 luglio 1984). I francesi i loro conti li stavano facendo sempre più ossessivamente alla faccia degli accordi: quella che per loro sarebbe dovuta essere un’automobile “tappabuchi” dei segmenti di mercato non raggiunti e non raggiungibili dalla “Visa”, si stava rivelando migliore della “Visa” stessa diventando così, da modello complementare, come accennavamo prima, modello competitivo, agguerritamente concorrenziale, non solo sulla piazza europea, ma in giro per il mondo. La domanda di “Axel”, infatti, cresceva vertiginosamente: 15000 esemplari esportati nel 1984, con raggio d’azione in Europa, Asia, America Latina, Medio Oriente. Alla faccia delle lamentele francesi per i livelli qualitativi, la “Axel” rumena sfondava e alla grande in mercati non certo generosi né privi di “corteggiamento” da parte di colossi occidentali decisi a conquistare quote di mercato con ogni mezzo. Test condotti dai migliori collaudatori sulla scena mondiale, attestarono che la “Axel” aveva una capacità di resistenza ed una solidità superiore a quella della “Visa” e di altre vetture pur apprezzabili del panorama automobilistico europeo. Le vetture prodotte dalla “Oltcit” di Craiova poi montavano freni a disco anteriori e posteriori, elemento questo che conferiva il massimo di sicurezza e di affidabilità, mentre le “Visa” e un gran numero di altre vetture fabbricate in occidente presentavano ancora freni a disco anteriormente e a tamburo (più economici) posteriormente, con una prevalenza delle ragioni del costo e del profitto ricavabile rispetto a quelle della sicurezza complessiva. Il contrario di quel che avveniva a Craiova, dove l’uomo, la sua sicurezza a bordo, la sua proiezione del teatro del traffico in armonia con tutti gli altri veicoli, erano i capisaldi progettuali e produttivi fondamentali. Il rapporto qualità/prezzo delle varie versioni “Axel” era d’altronde vantaggiosissimo: se una “Visa 11 E” costava, nel 1985, 48000 franchi, nello stesso anno un modello “Axel 11” si vendeva a 38000, mentre 42000 e 46000 franchi rispettivamente erano i prezzi di vendita dei modelli “Axel 11 R” e “Axel 12 TRS”, più lussuosi e meglio dotati di accessori di serie e componenti. Per ottenere le versioni metallizzate, bastava aggiungere 880 franchi ai prezzi di base. Per una “Citroen” chiusa nelle sue strategie di profitto immediato, questo quadro rappresentò una iattura, che minacciava l’apparato produttivo e le entrate del gruppo: se i proventi delle esportazioni della “Axel” erano proporzionalmente divisi con i rumeni, quelli derivanti dalla vendita delle “Visa” erano, invece, tutto fieno in cascina per i francesi, da non dividere con nessuno. Se di “Visa” se ne vendevano meno, perché la “Axel” prendeva il sopravvento, le conseguenze non potevano che essere pesanti per la “Citroen”. Invece di spingere in avanti la ruota della cooperazione economica, verso traguardi forieri di sviluppo e vantaggi comparati per tutti, il capitalismo dette ancora una volta una risposta regressiva. Partì infatti, in maniera subdola, una campagna per disinnescare la mina “Axel” condita da strategie comunicative sofisticate di denigrazione, non riconducibili al regista dell’operazione, da nuovi sabotaggi nelle forniture al socio rumeno, da difficoltà frapposte di proposito ai canali commerciali: notizie false, pezzi di ricambio che non arrivavano puntualmente sulle piazze ove la “Axel” stava conoscendo maggior successo, atti turbativi della concorrenza concertati preventivamente e via elencando. In questo panorama, invece delle 130000 vetture “Oltcit” prodotte ogni anni, se ne produssero 30000 nel 1985, 16000 nel 1986 e cifre pressoché analoghe caratterizzarono il panorama degli anni a seguire. Gli organismi politici ed economici rumeni guardarono attoniti tali sviluppi, senza alzare troppo la voce e senza svelare al pubblico la trama, che conoscevano grazie al tanto deprecato spionaggio estero, o almeno alla porzione di esso che realmente rispondeva agli interessi della Repubblica Socialista di Romania. Si sperò, fino alla fine, che tutto fosse un brutto capitolo originato dalla volontà di pochi e che lo Stato francese, nei suoi vertici, avrebbe prima o poi, messo a posto la situazione. Un giocare di rimessa, questo, che non agevolò certamente la vicenda complessiva: ancora una volta, la lealtà dei Paesi socialisti e delle loro guide politiche, la loro fedeltà alla parola data, lungi dall’essere apprezzata dai capitalisti, era colta da questi come ghiotto spunto per farsi beffe di contratti, trattati, accordi. Non mancarono, ad ogni modo, i momenti di confronto: nel 1985-86, i rumeni rifiutarono di installare sulle “Axel” il cambio di velocità fabbricato in Portogallo e commercializzato dalla “Citroen”, in quanto non economicamente vantaggioso e meno funzionale rispetto al cambio della “Dacia 1410”, adottato a Craiova. I francesi iniziarono allora un’offensiva contro questa componente, ritardando altri impegni assunti e pagando pure sabotatori all’interno della fabbrica di Craiova, per dimostrare l’indimostrabile, ovvero che il cambio adottato dai rumeni era meno valido: si aprì, da parte della Securitate, un dossier su alcuni tecnici ed operai che di proposito sabotavano la corretta collocazione di componenti o ne rovinavano il profilo delle stesse. Anche sul sistema frenante vi furono problemi e grattacapi: i rumeni installarono quello della “Dacia 1300”, assai efficiente e riconosciuto in tutto il Pianeta ( asta vedere anche le gare vinte dai modelli “Dacia” a livello di rallies mondiali, per saggiare l’affidabilità di quelle vetture, compresa quella relativa al sistema frenante) e rifiutarono altre proposte, in assenza di impegni seri da parte francese. Il 21 febbraio 1986, Aurel Duma, Segretario del Ministero degli Esteri della Repubblica socialista di Romania, propose di abbassare del 10% il dazio stabilito per la “Citroen Axel”, tenuto artificialmente alto, e due mesi dopo, sullo stesso argomento, tornò Valeriu Tudor, Consigliere economico–commerciale accreditato a Parigi. In particolare, chiese un aumento delle quantità esportate di “Axel” fino al 50% della produzione complessiva di “Oltcit” ed un aumento del prezzo di acquisto delle vetture da parte della “Citroen”, visto che la casa produttrice francese aveva rincarato inopinatamente il prezzo di pezzi e componenti fino al 40–45%, sottoponendo il sistema economico rumeno ad un salasso di valuta assolutamente insensato, specie tenendo conto del fatto che i prezzi delle materie prime erano ovunque in ribasso in quel periodo. I francesi respinsero queste richieste giuste e legittime, lasciando immutati i prezzi di acquisto delle “Axel” ad un livello artificiosamente basso.
Nello stesso tempo, in Romania, l’orgoglio per la “Oltcit”, pur in mezzo a tantissimi problemi, era a livelli esponenziali: la Romania aveva dato al mercato interno ed estero, dopo la Dacia, un altro modello che univa economicità e comfort. Lo scorno per le basse cifre di produzione, causato dalle manovre diversive della Francia, era surclassato dal sentimento di fierezza nazionalistico, ben illustrato da tanti film di quel periodo: se negli anni ’70 e nei primi anni ’80 le “Dacia” erano state le regine su quattro ruote delle pellicole rumene, nella seconda metà degli anni ’80 il loro posto viene preso dalle “Oltcit”. “ lipa de ragaz” (“Attimo di riposo”), film girato nel 1986, si apre con il protagonista, l’espressivo Stefan Iordache, alla guida di una “Oltcit” bianca. La stessa vettura compare in “Anotimpul iubirii” (“Stagione dell’amore”), sempre del 1986, e in “Vara sentimentala” (“Estate sentimentale”), girato un anno prima, tra le ubertose campagne del socialismo.
Nel 1987, la spudoratezza dei francesi raggiunse vette inaudite: si lamentarono del fatto che nel 1986 le loro esportazioni in Romania avevano coperto appena il 29% delle esportazioni rumene in Francia. Insomma, anziché onorare i termini del contratto sottoscritto con la “Oltcit”, la “Citroen” e le autorità politiche francesi si dolevano per il fatto che la bilancia dei pagamenti fosse in attivo per la Romania e che questa Nazione avesse, dunque, una posizione commercialmente più forte. Il colmo della faccia bronzea, considerato che ogni deficit commerciale a sfavore dei Paesi socialisti era pompato e reclamizzato dalla stampa borghese non come la prova provata dell’incremento continuo del benessere in quei Paesi, alla costante ricerca, in certi settori, di crescenti importazioni di beni e servizi, ma come prova della vulnerabilità delle loro economie. Ai capitalisti non andava bene nulla dell’economia socialista: quando era forte e in posizione di preminenza, recriminavano il fatto che era potente; quando manifestava sedicenti o reali segni di debolezza e carenza, l’attaccavano per queste falle vere o presunte. Nessun deretano mai avrebbe eguagliato ed eguaglierebbe il viso dei capitalisti!
Nel 1988-89, i sabotaggi alla “Oltcit” di Craiova si fecero più pesanti, in coincidenza con i preparativi orditi da CIA, Mossad, AVh ungherese, KGB gorbacioviano per la defenestrazione di Ceausescu, colpevole di seguire un indirizzo autonomo di politica interna ed estera, in modo particolare rispetto all’azzeramento del debito estero, obiettivo storico ineguagliato da ogni altra Nazione del mondo, raggiunto nella primavera del 1989. La situazione degli stabilimenti automobilistici di Craiova, in un panorama di indici di crescita economica generale impressionanti, stonava alquanto e meritò un intervento diretto, preciso ed inequivocabile di Nicolae Ceausescu alla riunione del Comitato politico esecutivo del CC del PCR del 5 maggio 1989: in questa occasione, egli sottolineò come le 32 attrezzature inviate dalla I.M.U.A. di Bucarest alle fabbriche automobilistiche di Pitesti e Craiova, per la produzione dei cambi di velocità, non funzionassero, con gravi ritardi sulla produzione complessiva come inevitabile conseguenza. “Propongo al Comitato Politico Esecutivo, tuonò il Segretario del PCR, l’introduzione di pene fino a quella capitale per l’invio di attrezzature non funzionanti! Non si possono sentire storie come questa! (…) Il salario uno lo deve ricevere se lavora bene, come si deve! Per i sabotaggi non dobbiamo pagare nulla, dobbiamo piuttosto perseguire i responsabili e l’invio di attrezzature di cattiva qualità significa sabotaggio!”. Analisi perfetta, anche se tardiva rispetto alle conclusioni: da anni la macchina del sabotaggio era operante e oliata meglio degli ingranaggi delle “Oltcit”. Non era casuale la scelta delle leve del cambio: si ricordi quanto prima accennato sul colpo pesante inferto dalla Romania, come reazione alle manovre ed alle speculazioni commerciali francesi, con la sostituzione delle leve del cambio portoghesi a vantaggio di quelle nazionali, meglio resistenti all’usura del tempo e diffamate per questo dalla stampa specializzata occidentale. Era ormai chiara anche ai massimi vertici del Paese la presenza, negli stabilimenti dell’I.M.U.A. di Bucarest e da altre parti, di talpe e sabotatori che, svolgendo opera di spionaggio e diversione, stavano attivamente minando l’economia nazionale con l’intenzione di provocare malcontento a tutti i livelli. L’azione della Securitate e degli organi deputati alla difesa del patrimonio economico nazionale non fu decisa come ci si sarebbe attesi: anche in quegli organi, gli agenti al servizio dello straniero erano annidati in posizione chiave e si riveleranno preziosi, proprio in virtù della loro presenza, per il rovesciamento telecomandato dall’estero di Nicolae Ceausescu. Nell’agosto del 1989, come conseguenza dei sabotaggi, i 3675 dipendenti della “Oltcit” di Craiova (mai erano arrivati ad essere 7000 per effetto dell’inosservanza francese degli accordi) conobbero difficoltà mai viste prima per il pagamento degli stipendi: così, 2249 vennero retribuiti con il 54,6% del salario stabilito nel giugno precedente, nelle trattative tra dirigenza e sindacati, mentre 1426 non ebbero a disposizione alcun compenso, venendo trasferiti ad altre unità produttive o godendo di ferie anticipate, con pagamento a carico del bilancio nazionale. In un Paese in cui la disoccupazione non esisteva ed in una famiglia di quattro persone entravano almeno due stipendi, le conseguenze non furono insopportabili (non vi fu alcuna protesta), ma di certo il malcontento serpeggiò. Sul fronte del commercio estero, le “Axel” dal 1988 videro chiudersi le porte da parte della Francia e degli altri Paesi europei, nonostante la qualità ottima del prodotto e la forte richiesta su altri mercati mondiali. Si stava minando in maniera scientifica, cinica e premeditata il patrimonio economico nazionale e la “Oltcit” era solo un capitolo di questa storia taciuta dalla propaganda borghese e nascosta con mille sotterfugi anche da chi, su ben altre posizioni, avrebbe dovuto da tempo raccontarla per intero. Nel dicembre del 1989, con il golpe del FSN e la fucilazione di Ceausescu, anche il futuro della “Oltcit”, assieme a quello della Romania tutta, venne compromesso: la fabbrica, con enormi potenzialità ma non più incardinata ed orientata verso l’armonica crescita dell’economia nazionale e della società, venne sostanzialmente abbandonata ai ferri vecchi. Nel 1990, si tracciò un bilancio : erano state prodotte, in 8 anni, circa 100000 “Oltcit” e 60.000 “Axel” avevano preso la via dell’esportazione. Avrebbero potuto essere ben diverse, quelle cifre, in presenza di una cooperazione economica e commerciale vera, autentica, e non truffaldina quale quella creata dai francesi, contro i patti sottoscritti e contro gli intendimenti solennemente sanciti. Quelle cifre, per rendere pienamente l’idea, avrebbero dovuto essere le cifre di una sola annualità, secondo gli accordi. Con l’avvento al potere delle forze capitalistico–borghesi, per la fabbrica “Oltcit” vi furono anni di limbo: licenziamenti, distruzione pianificata di saperi ed esperienze, ridimensionamento complessivo di tutta l’attività. Nel 1991, la “Oltcit” diventò “SC Automobile Craiova SA”, fino a venir fagocitata, nel 1994, dalla “Daewoo” (non vi erano più al potere i comunisti, gli accordi erano solo patti leonini tra un Paese smembrato e gli squali del capitalismo!) e a ridursi a fabbrica di pezzi di ricambio e componenti per altre case produttrici. Una storia eroica e assieme vergognosa; un altro racconto illuminante su quello che il capitalismo ha prodotto a livello planetario prima con il sabotaggio e poi con la conquista coloniale delle economie dell’Est europeo. Resta una soddisfazione: quella di vedere come ancora tanti, in Romania, a dispetto di campagne di stampa false e lautamente foraggiate, continuano ad amare la “Oltcit”, tenendo come reliquie modelli risalenti all’epoca comunista, quasi unanimemente giudicati come i più validi, affidabili e confortevoli. Ne fanno fede numerosi club e associazioni, costituitisi per tramandare un patrimonio nazionale ed economico al quale nessuno può guardare senza il dovuto rispetto.Bibliografia e Sitografia
Intervento di Stefan Andrei, Ministro degli Esteri della Repubblica Socialista di Romania. Non tutte le affermazioni che fa sono attendibili, anzi alcune sono viziate dalla necessità di trovarsi un uditorio non appiattendosi sulla difesa della Repubblica Popolare Socialista, ma il contenuto è egualmente pregevole e interessante per i dati, che ognuno può assumere nella propria analisi ed interpretare.
Contributors
Autoturism”, rivista dell’Automobil Club della Romania, molto ben fatta, specie negli anni del socialismo. Un punto di riferimento essenziale per tutti coloro i quali intendano capire meglio il panorama automobilistico rumeno. Qui si parla della “Oltcit” in maniera dettagliata.
L’intervento deciso di Ceausescu nel 1989

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La fine della Merkel è vicina

Tom Luongo, 20 novembre 2017Questo è un titolo che aspettavo di scrivere da sei anni. La cancelliera tedesca Angela Merkel non può mettere insieme una coalizione. È il risultato di un’elezione che ha visto l’ascesa della populista Alternative for Germany (AfD) e la caduta dei socialdemocratici, guidati dal guappo di Soros Martin Schultz. Ora i Liberaldemocratici (FDP) guidati da Christian Lidner, capiscono quanto sia forte la loro posizione. Non devono fare un cattivo affare con Merkel per avere il posto a tavola solo per doverla condividere con i Verdi ideologicamente opposti. Possono forzare un nuovo voto, vedere al rialzo e insieme ad AfD chiedere una fetta molto più grande della torta. Ma infine, se il partito di coalizione CDU/CSU della Merkel dovesse restare, e non c’è alcuna garanzia, dovrà rinunciare alla Merkel se vuole sopravvivere elettoralmente. Comunque, la CSU guidata dal governatore bavarese Horst Seehofer potrebbe staccarsi dalla CDU rendendo impossibile qualsiasi coalizione senza un nuovo voto.

L’ultima battaglia del Merkelismo
L’unica cosa in cui l’articolo del Washington Post ha ragione è che la decisione ora spetta al presidente Frank-Walter Steinmeyer. Descrive tre scenari, alcuno dei quali ovvio, un nuovo voto. Ma è un anatema per lo Stato profondo su entrambe le sponde dell’Atlantico, quindi va ignorato dal Post. Un nuovo voto, tuttavia, è ciò che è probabilmente sul tavolo. Le potenze in Europa l’impediranno il più a lungo possibile e cercheranno di trascinarla al Bundestag nella speranza che Merkel possa formare un governo di minoranza. Ma, francamente, non vedo perché qualcuno lo vorrebbe, oltre a bloccare l’accesso al potere all’AfD. Con un governo di minoranza il blocco elettorale AfD di quasi 100 seggi è nella posizione assai forte per siglare accordi con gli altri partiti, che pubblicamente affermano che non vi collaboreranno mai. Quindi, la realtà di un nuovo voto è alta. E ciò significa vantaggi per i cosiddetti partiti conservatori CSU, FDP e AfD. Lo scenario da incubo per tutti è l’avanzata dell’AfD oltre il 15% in qualsiasi nuovo voto. Staccando il 6,8% della CSU, la CDU della Merkel ha ottenuto solo il 26,8% dei voti a settembre. Mettere insieme un governo non migliorerà la posizione della CDU. Mentre FDP, CSU e AfD ci guadagnano garantendo che il Merkelismo sia completamente respinto. I socialdemocratici si sono tagliati la gola, prima entrando nella grande coalizione con la Merkel dopo le ultime elezioni e dopo candidando Schultz come ovvia mossa del cavallo della Merkel. Non si può sottolineare abbastanza che Schultz viene ritenuto l’oppositore candidato contro la Merkel solo per perdere, come McCain e Romney negli Stati Uniti. Il suo compito era incanalare i voti per la Merkel dai socialdemocratici. Ma non ha funzionato. Ciò che è successo è il completo collasso del sostegno alla Merkel, un mutamento della mentalità tedesca. Questo è l’opposto di ciò che volevano Merkel e Schultz. Sono euristi innanzitutto. E mentre il sentimento per l’UE in Germania è ancora favorevole, non lo è a scapito dei valori tedeschi, e francamente, delle donne tedesche.

Le divisioni sull’immigrazione si approfondiscono
La radicale adesione della Merkel all’ideologia dei confini aperti di Soros le costerà la cancelleria. Getterà inoltre l’UE in un vero e proprio tumulto mentre il suo capo viene deposto da un elettorato tedesco che non è più totalmente dedito al suicidio culturale come penitenza per l’Olocausto. Questo lascia il toy-boy francese Emmanuel Macron alla guida dell’UE nel momento in cui è necessaria una forte leadership per gestire la nascente crisi del sistema bancario. Esitavo nel definire la fine dell’UE, in quanto è attualmente prevista tra un paio d’anni. L’ascesa dei movimenti populisti in Europa è stata lenta ma costante. Nonostante sia riuscito a vincere Macron in Francia, la populista del Front Nationale Marine Le Pen ha battuto i principali partiti francesi. Mentre possiamo ancora definire lo scenario “Incontra il nuovo boss, lo stesso vecchio boss” in Francia e Germania, l’ondata populista in Europa non ha ancora raggiunto il picco. La fine del Merkelismo ne è il risultato naturale. Era da sempre una posizione politica senza uscita. Un’Europa federata secondo i termini della Germania non sarebbe mai stata stabile oltre la generazione che l’ha venduta. E’ stata costruita sulla base della divisione, riversando le ricchezze del continente ai tedeschi a scapito di tutti gli altri. Come delineavo in questo articolo ad ottobre: “Finora la Germania ha utilizzato l’Europa meridionale come discarica, scambiando il debito sovrano italiano e portoghese con le BMW. Ma questo schema ha raggiunto il limite e fa a pezzi l’Unione europea. La Germania non vuole fermare l’accordo e non vuole pagare la sua “giusta parte” dell’onere per la risoluzione, cioè ridurre il debito di ciò che considera Paesi “Club Med”. I politici tedeschi come Merkel sfruttano cinicamente questo cinismo per vantaggi politici ma, ora che s’è raggiunto il limite del debito, si smaschera per nient’altro che portavoce della politica dello Stato profondo statunitense, non da leader della Germania”.

L’UE non sopravviverà alla Merkel
Ed è qui che andiamo sull’Europa. Una volta che la Merkel se ne sarà andata, inizierà lo smantellamento dell’attuale versione del progetto europeo. Macron è l’elite del Piano-B, un naif facilmente influenzato che promuoverà qualsiasi sciocchezza pazzoide vogliano. Questo significa:
– Un esercito dell’UE per soggiogare gli Stati separatisti.
– Nuove regole bancarie che assicurino che i depositanti vengano spazzati via dalla prossima crisi finanziaria .
– Più pressione legale e politica sugli Stati dell’Europa orientale come Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca che respingono con tutto il cuore il Merkelismo.
– Turbolenze politiche in Italia e Spagna che vedranno l’apertura a una maggiore autonomia dato che il messaggio di Bruxelles sarà meno volto al salvataggio delle banche tedesche dal contagio.
La Merkel stava tenendo tutto questo insieme, ma i risultati delle elezioni rendono impossibile continuare. La sua eredità sarà un’Europa divisa lungo vecchie linee tribali, esattamente l’obiettivo opposto dell’UE. Soros e il resto delle élite del mondo unificato cercheranno di usare il caos per forgiare una nuova identità europea, un’Europa più forte. Ma non contateci. Theresa May regge meglio del previsto ai colloqui sulla Brexit. L’amministrazione Trump riesce a cavarsela internamente e ciò significa porre fine a John McCain come presidente via Senato. Una volta che Trump avrà una vera maggioranza e l’opposizione nel GOP debitamente neutralizzata, sosterrà la resistenza contro i resti del Merkelismo. Perciò va osservato attentamente l’assalto ai pilastri del Merkelismo. L’uscita della “Lista di Soros”, i parlamentari sotto suo controllo, è significativa. Lo è anche l’abbandono dei Clinton da parte dei democratici di ogni forma e dimensione. La perdita di fiducia diplomatica e, cosa più importante, del rispetto degli Stati Uniti da parte degli alleati su ciò che riguarda la Siria, come avevo già sottolineato, vi giocherà pure. E una volta che il nuovo voto confermerà la tendenza contro il Merkelismo in Germania, avremo chiarezza su come sarà la prossima fase di questa storia.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Cina e Russia scavano la fossa al dollaro statunitense

Tortilla con Sal, 06/11/2017La Cina, l’unico Paese dal sufficiente peso per sfidare l’egemonia finanziaria statunitense, ha appena annunciato attraverso la Banca Popolare l’avvio del sistema di pagamento-pagamento (PVP) per le operazioni in rubli russi e yuan cinesi, riducendo l’influenza del dollaro statunitensi sulle transazioni internazionali. Il grande piano dietro la One Belt, One Road Initiative (ICR) ha una componente moneta integrata in oro che cambierà l’equilibrio del potere globale a favore delle nazioni eurasiatiche, Russia e i Paesi dell’Unione economica euroasiatica (UEE) con la Cina e l’Asia.

La guerra del dollaro, pessimo affare
Il commercio tra Cina e Russia nelle proprie valute, evitando il dollaro, è significativo fin da quando gli Stati Uniti hanno sanzionato la Russia durante la crisi del 2014 in Ucraina, descritta da alcuni come mossa molto impacciata dell’amministrazione Obama. Dal 1945 è ben noto che lo status di superpotenza mondiale statunitense si basa su due pilastri: prima potenza militare del mondo e dollaro come moneta assoluta di riserva mondiale, permettendo di controllare l’economia globale. Dal 1944, quando tutte le altre valute erano collegate al dollaro, il dollaro USA iniziò l’ascesa come valuta di riserva delle banche centrali del mondo. Questo legame fu rafforzato dal fatto che i Paesi dell’OPEC decisero di vendere il petrolio in dollari e che la maggior parte del commercio globale avveniva in dollari. Il dollaro USA continua ad essere la valuta di riserva più importante. Attualmente il 64% delle riserve finanziarie del mondo è ancora in dollari USA con l’euro suo rivale più vicino al 20%. Questo dà al governo degli Stati Uniti un vantaggio straordinario. Gli Stati Uniti hanno gestito un deficit di bilancio su 41 degli ultimi 45 anni. Questo è un grande svantaggio per molti Paesi perché gli investimenti delle loro banche centrali nei titoli del Tesoro USA perdono valore. Ma sono più o meno obbligati ad investire i dollari statunitensi che guadagnano dall’eccedenza nell’esportazione, ad esempio il flusso annuo della banca centrale cinese in dollari statunitensi, o l’eccedenza commerciale giapponese o della Russia prima del 2014, o della Germania e di altri Paesi con surplus commerciale. Ciò consente agli Stati Uniti di mantenere bassi i tassi d’interesse e di finanziare relativamente facilmente i propri disavanzi di bilancio e commerciali. Quest’anno il deficit di bilancio statunitense ha raggiunto i 585 miliardi di dollari USA. È così che Cina e Russia hanno finanziato il bilancio militare statunitense negli ultimi anni acquistando obbligazioni e titoli che consentono al Tesoro statunitense di finanziare tale deficit senza aumentare i tassi d’interesse. Il bilancio militare statunitense mira a controllare Cina, Russia e blocco eurasiatico e a distruggerne le economie, mentre questi Paesi devono tenere riserve di dollari contro eventuali future guerre del dollaro statunitense.

Verso l’internazionalizzazione di yuan e rublo
Cina, Russia, Paesi alleati dell’Eurasia, gli altri Paesi BRICS, i Paesi dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (SCO) e possibili aderenti come Iran e Turchia si preparano a ridurre la vulnerabilità a un sistema bancario mondiale in bancarotta. Se ricorrono ad accordi bilaterali per il commercio, evitando il dollaro USA, questi perderà lo status di moneta di riserva e sarà sostituito da altre valute, probabilmente yuan cinesi. Nel 2014, Cina e Russia raggiunsero un accordo per scambiare rubli e yuan per tre anni per un controvalore di 25 miliardi di dollari. Nel maggio 2017, Russia e Cina istituirono un fondo d’investimento di 68 miliardi di yuan (10 miliardi di dollari) e previdero d’estendere l’accordo bilaterale di cambio per altri tre anni. Il commercio tra i due Paesi è aumentato di un terzo nei primi otto mesi di quest’anno. Nel 2016, la Cina entrava a far parte del Fondo Monetario Internazionale come una delle cinque valute principali del cesto valutario col quale il FMI calcola il valore dei suoi Diritti di Cambio Speciali. Questo passo ha dato allo yuan una grande spinta nell’accettazione internazionale. Prima del 2004 non era permesso come strumento di cambio internazionale al di fuori della Cina, ma da allora le sue autorità monetarie hanno posto una precisa base all’internazionalizzazione dello yuan, che già supera le aspettative, divenendo un’ancora globale, una moneta di riserva che supererà l’euro nei prossimi anni. In una relazione del 2016, la banca HSBC riferiva che dal 2012 lo yuan (o renminbi, RMB) è diventata la quinta valuta più utilizzata al mondo. Elvira Nabjullina, governatrice della Banca Centrale della Russia, dichiarava: “Abbiamo finito di lavorare sul nostro sistema di pagamenti e se succede qualcosa, tutte le operazioni in formato SWIFT (World Society for Telecomunication Financial Interbank) funzioneranno col nostro sistema. Abbiamo creato un’alternativa, allarmando il Tesoro degli Stati Uniti, la Federal Reserve e Wall Street“. “Il sistema finanziario mondiale ha bisogno di più equilibrio“, aveva detto il Primo ministro russo Dmitrij Medvedev in una riunione col Premier cinese Li Keqiang. “Stiamo discutendo sull’utilizzo dei nostri sistemi di pagamento nazionali, tra cui l’UnionPay della Cina, e sviluppiamo anche il nostro sistema Mir”. Rivelava che i due Paesi emetteranno in futuro un sistema di pagamento congiunto.

Il Venezuela come piattaforma per il petroyuan
Nel 1974 il governo degli Stati Uniti studiò come controllare il commercio internazionale del petrolio convincendo le autorità saudite che i loro petrodollari sarebbero stati più sicuri nelle banche degli Stati Uniti. Ma recentemente l’industria del fracking statunitense ha frantumato i prezzi del petrolio, creando un problema fiscale per l’Arabia Saudita. Al fine di evitare un forte calo delle entrate petrolifere, re Salman dell’Arabia Saudita visitava Mosca all’inizio di ottobre, dove senza dubbio avrà discusso il piano del petroyuan. La Cina sostiene un maggiore utilizzo dello yuan negli scambi petroliferi. Poiché il Paese è il più importante importatore di petrolio, superando gli Stati Uniti, può pesare internazionalmente e provvedere a una maggiore sicurezza energetica. Così Pechino spera di sfidare il dollaro creando un mercato dei futures con la propria moneta e relazioni indicano che la Cina è disposta a introdurre nei prossimi mesi un indice di riferimento del petrolio con prezzi in yuan. Un mercato dei futures petroliferi basato sullo yuan stimolerà la domanda della moneta che darà influenza strategica alla Cina. Il piano è lanciare un contratto futures petrolifero sulla Shanghai International Energy Exchange (INE), ma convincere i grandi produttori e consumatori di petrolio ad utilizzare lo yuan e ad investire nella borsa di Shanghai affronta ostacoli. Senza la partecipazione di certi Paesi produttori di petrolio, come Arabia Saudita, Russia, Iran, Indonesia o Venezuela, sarà difficile creare un mercato che faccia la differenza. A causa delle sanzioni e delle intimidazioni globali del dipartimento del Tesoro statunitense, l’Iran, in particolare, è stato tra i primi ad adottare la vendita del petrolio sulla base dello yuan. Ora nel 2017, il Venezuela segue questa strada. Per la stessa ragione, la Russia ha accettato di vendere petrolio in yuan nel 2015. Qualsiasi calo dello status del dollaro indebolisce pesantemente la capacità di Washington di attuare la sua guerra economica contro la Russia e destabilizzare il blocco euroasiatico. Cina e Russia non cercano di attaccare il dollaro per distruggerlo, ma di creare una valuta di riserva alternativa indipendente per le nazioni che vogliono proteggersi dagli attacchi finanziari sempre più frequenti delle banche di Regno Unito, Wall Street e dagli hedge funds. Per il Venezuela si tratta di costruire un elemento cruciale della sovranità nazionale perché il sistema del dollaro di oggi viene utilizzato per devastarne la sovranità economica attraverso sanzioni che ne colpiscono programmi sociali ed investimenti, nonché il commercio con il resto del mondo. Ora il sistema cino-russo di liquidazione dei pagamenti bilaterali è stato esteso ad altri Paesi dell’Iniziativa Via della Seta in Eurasia, ai Paesi BRICS e al Venezuela nell’ambito della sua orbita geopolitica; la dichiarazione del governo cinese contribuisce a creare questo sistema monetario alternativo. Inoltre, come alternativa basata sull’oro, indipendente dal sistema politicamente esplosivo e speculativo del dollaro degli Stati Uniti, in futuro potrà proteggere gli alleati dei cinesi dagli attacchi economici e dalla guerra finanziaria dell’Unione europea e di Washington.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Pianificazione economica strategica cinese contro capitalismo fallito degli USA

Prof. James Petras, Global Research, 05 novembre 2017I giornalisti e i commentatori, i politici e i sinologi statunitensi passano tempo a speculare sulla personalità del Presidente Xi Jinping e le sue nomine negli organi dirigenti del governo cinese, come se questi siano gli aspetti più importanti del 19.mo Congresso Nazionale il Partito Comunista Cinese (dal 18 al 24 ottobre 2017). Abbandonatasi a pettegolezzi, speculazioni fittizie e denigrazione dei leader, la stampa occidentale non bada ai cambiamenti storici in corso in Cina e nel mondo. I cambiamenti storici mondiali, articolati dal Presidente Xi Jinping, sono presenti nelle visione, strategia e programma del Congresso. Queste si basano su una rigorosa indagine sulle attuali e future realizzazioni della Cina. Scopo, proiezioni e presenza del Presidente cinese sono in netto contrasto con il caos, la demagogia e le calunnie della miliardaria campagna presidenziale degli USA e le sue conseguenze vergognose. La chiarezza e la coerenza di un profondo pensatore strategico come il Presidente Xi Jinping contrastano con le dichiarazioni improvvisate, contraddittorie e incoerenti del presidente e del Congresso degli Stati Uniti. Non si tratta solo di stile ma di contenuto sostanziale. Procederemo nel saggio confrontando contesto, contenuto e direzione dei due sistemi politici.

Cina: Pensiero strategico e risultati positivi
La Cina, innanzitutto, ha deciso le linee guida strategiche ben definite che sottolineano le priorità macroeconomiche e militari nei prossimi cinque, dieci e vent’anni. La Cina è impegnata a ridurre l’inquinamento in tutte le sue manifestazioni attraverso la trasformazione dell’economia dall’industria pesante ad un’economia di servizio ad alta tecnologia, passando dagli indicatori quantitativi a quelli qualitativi. In secondo luogo, la Cina aumenta l’importanza relativa del mercato interno e riduce la dipendenza dalle esportazioni. La Cina aumenta gli investimenti in salute, istruzione, servizi pubblici, pensioni e indennità per la famiglia. In terzo luogo, la Cina intende investire pesantemente in dieci settori prioritari economici, come informatica, robotica, veicoli a risparmio energetico, dispositivi medici, tecnologia aerospaziale e trasporto marittimo e ferroviario. Si tratta di tre miliardi di dollari per aggiornare la tecnologia nelle industrie chiave, tra cui veicoli elettrici, tecnologia del risparmio energetico, controllo numerico (digitalizzazione) e diverse altre aree. La Cina intende aumentare gli investimenti in ricerca e sviluppo del 95%, arrivando al 2% del PIL. Inoltre, la Cina ha già intrapreso iniziative per lanciare il ‘petroyuan’ e por fine al dominio finanziario globale statunitense. La Cina è leader mondiale nelle reti infrastrutturali globali con la Via della Seta eurasiatica. Porti, aeroporti e ferrovia già collegano venti città cinesi ad Asia centrale, occidentale e meridionale, Africa ed Europa. La Cina ha istituito una banca multilaterale d’investimento nelle infrastrutture asiatiche (con oltre 60 nazioni aderenti) contribuendo per 100 miliardi di dollari al suo finanziamento iniziale. La Cina ha combinato la sua rivoluzione nella raccolta ed analisi dei dati con la pianificazione centrale per distruggere la corruzione e migliorare l’efficienza nell’assegnazione dei crediti. L’economia digitale di Pechino è ora al centro dell’economia digitale globale. Secondo un esperto, “la Cina è il leader mondiale nei pagamenti effettuati da dispositivi mobili” (11 volte gli Stati Uniti). Una su tre iniziative mondiali valutate più di 1 miliardo di dollari, è in Cina (FT 10/28/17, pag. 7). La tecnologia digitale è stata sfruttata dalle banche statali per valutare i rischi di credito e ridurre notevolmente il debito. Ciò garantirà che il finanziamento crei un nuovo modello dinamico flessibile che combini pianificazione razionale col vigore imprenditoriale (ibid). Di conseguenza, la Banca Mondiale controllata dall’USA/UE ha perso la centralità nel finanziamento globale. La Cina è già il maggiore partner commerciale della Germania e diventa il principale partner commerciale della Russia e sua alleata nelle sanzioni. La Cina ha ampliato le missioni commerciali nel mondo, sostituendo gli Stati Uniti in Iran, Venezuela e Russia, dove Washington ha imposto sanzioni bellicose. Mentre la Cina ammoderna i suoi programmi di difesa e aumenta la spesa militare, quasi tutto s’incentra sulla “difesa interna” e la protezione delle vie commerciali marittime. La Cina non si è impegnata in una sola guerra per decenni. Il sistema cinese di pianificazione centrale consente al governo di stanziare risorse per l’economia produttiva e i settori di massima priorità. Col Presidente Xi Jinping, la Cina ha creato un sistema investigativo e giudiziario che porta all’arresto e all’incriminazione di oltre un milione di funzionari corrotti nel settore pubblico e privato. L’alto status non protegge dalla campagna anti-corruzione del governo: oltre 150 membri del Comitato Centrale e plutocrati miliardari sono stati dimessi. Altrettanto importante, il controllo centrale della Cina sui flussi di capitali (verso l’estero e verso l’interno) consente l’assegnazione di risorse finanziarie a settori produttivi ad alta tecnologia, limitando la fuga di capitali o loro diversione nell’economia speculativa. Di conseguenza, il PIL della Cina è cresciuto del 6,5-6,9% all’anno, quattro volte il tasso dell’UE e tre volte quello degli Stati Uniti. Per domanda, la Cina è il maggiore mercato mondiale e cresce. I redditi sono in crescita, soprattutto presso i lavoratori salariati. Il Presidente Xi Jinping ha individuato le disuguaglianze sociali come una delle principali aree da rettificare nei prossimi cinque anni.Stati Uniti: Caos, ritirata e reazione
Al contrario, presidente e Congresso degli Stati Uniti non hanno creato una visione strategica per il Paese, almeno in relazione a proposte concrete e priorità socioeconomiche che potrebbero giovare al cittadino. Gli Stati Uniti hanno 240000 soldati attivi e riservisti in 172 Paesi. La Cina ne ha meno di 5000 in un Paese, Gibuti. Le basi statunitensi hanno 40000 truppe in Giappone, 20000 in Corea del Sud, 36000 in Germania, 8000 nel Regno Unito e oltre 1000 in Turchia. La Cina ha un numero equivalente di personale civile altamente qualificato impegnato in attività produttive in tutto il mondo. Le missioni d’oltremare della Cina e i suoi esperti operano a vantaggio della crescita economica globale e cinese. I conflitti multipli in Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, Yemen, Nigeria, Somalia, Giordania e altre nazioni hanno assorbito e deviato centinaia di miliardi di dollari dagli investimenti produttivi nell’economia domestica. In pochi casi la spesa militare ha costruito strade e infrastrutture utili che potrebbero essere considerate di “doppio uso”, ma in gran parte le attività militari statunitensi all’estero sono brutalmente distruttive, come dimostra il deliberato smembramento di Jugoslavia, Iraq e Libia. Gli Stati Uniti non hanno la coerenza della leadership politica e strategica della Cina. Mentre il caos è inerente alla politica del sistema finanziario liberista degli Stati Uniti, si è particolarmente diffuso e reso pericoloso col regime Trump. Democratici e repubblicani del Congresso, uniti e divisi, affrontano attivamente il presidente Trump su ogni questione, non importa quanto importante sia. Trump improvvisa e altera la politica ad ogni ora, al massimo ogni giorno. Gli Stati Uniti dispongono di un sistema di partiti in cui una parte ufficialmente domina l’amministrazione con due grandi rami affaristico-militari. Gli Stati Uniti spendono oltre 700 miliardi di dollari l’anno per perseguire sette guerre e fomentare ‘cambi di regime’ o colpi di Stato su quattro continenti e otto regioni negli ultimi due decenni. Ciò ha causato solo disinvestimento nell’economia domestica con deterioramento delle infrastrutture cruciali, perdita dei mercati, declino socioeconomico diffuso e riduzione della spesa per la ricerca e lo sviluppo di beni e servizi. Le prime 500 società statunitensi investono all’estero, soprattutto per approfittare di regioni dalla bassa fiscalità e manodopera a basso costo, evitando lavoratori e tasse statunitensi. Allo stesso tempo, tali società condividono tecnologia e mercati coi cinesi.
Oggi, il capitalismo statunitense è in gran parte diretto da e per le istituzioni finanziarie che assorbono e deviano capitali dagli investimenti produttivi, generando un’economia squilibrata e in crisi. Al contrario, la Cina decide tempistica e collocazione degli investimenti così come i tassi di interesse bancari, mirando agli investimenti prioritari, specialmente nei settori ad alta tecnologia più avanzati. Washington ha speso miliardi per costose ed improduttive infrastrutture militari (basi militari, porti, basi aeree, ecc.) per sostenere regimi aleatori e corrotti. Di conseguenza, gli Stati Uniti non hanno nulla di simile al progetto infrastrutturale cinese da miliardi di dollari della Via della Seta che collega continenti e grandi mercati regionali e genera milioni di posti di lavoro produttivi. Gli Stati Uniti hanno rotto i legami globali coi centri di crescita dinamici. Washington ha una retorica sciovinistica autistica e insensata nell’imporre una politica commerciale, mentre la Cina promuove reti globali attraverso joint venture. La Cina integra i collegamenti dei rifornimenti internazionali assicurandosi l’alta tecnologia occidentale e il lavoro a basso costo in Oriente. I guadagni dei grandi gruppi industriali statunitensi e l’aumento delle scorte nelle costruzioni e nell’aviazione sono prodotti grazie ai forti legami con la Cina. Caterpillar, United Technologies 3M e US Car company registrano crescite a due cifre nelle vendite alla Cina. Al contrario, il regime di Trump ha assegnato (e speso) miliardi per gli appalti militari minacciando guerre contro i vicini della Cina e per interferire col suo commercio marittimo.

Declino degli Stati Uniti e delirio mediatico
Ritirata e declino economico statunitensi hanno spinto i mass media nel frenico idiota assalto diretto al presidente della Cina Xi Jinping. Tra gli scaccolatori della stampa, gli scribacchini del Financial Times vincono il primo premio dell’idiozia acida. Mercenari e santoni del Tibet sono descritti come esempi di democrazia e “vittime” dello… Stato fiorente e modernizzatore cinese, privo dei “valori occidentali” (sic) sconvolgendo gli aggressori anglo-statunitensi! Per denigrare il sistema cinese di pianificazione nazionale e gli sforzi conseguenti per collegare l’economia ad alta tecnologia col miglioramento del tenore di vita della popolazione, i giornalisti di FT castigano il Presidente Xi Jinping per i seguenti difetti:
1) Non essere comunista come Mao Zedong o Deng Xiaopeng
2.) Essere troppo “autoritario” (o aver troppo successo) nella campagna per eliminare i funzionari corrotti.
3) Definire obiettivi a lungo termine seri, confrontandosi e superando i problemi economici, affrontando il “pericoloso” livello del debito.
Mentre la Cina ha allargato l’orizzonte culturale, l’élite globale anglosassone aumenta la possibilità di una guerra nucleare. La diffusione culturale ed economica della Cina nel mondo viene spacciata dal Financial Times come “potere morente sovversivo”. La mentalità da stato di polizia dei media occidentali vede il successo della Cina come una cospirazione. Ogni scrittore, pensatore o responsabile politico che studia e loda il successo della Cina viene definito cretino o agente del sommo Presidente Xi Jinping. Senza sostanza o riflessioni, FT (10/27/17) avverte lettori e poliziotti ad essere vigili ed evitare di farsi sedurre dalle storie sul successo della Cina! La crescente leadership della Cina nella produzione automobilistica è evidente nell’avanzata verso il dominio del mercato dei veicoli elettrici. Ogni grande compagnia automobilistica statunitense ed europea ha ignorato gli avvertimenti degli ideologi dei media occidentali e si è precipitata a formare joint venture con la Cina. La Cina ha una politica industriale. Gli Stati Uniti una di guerra. La Cina prevede di superare Stati Uniti e Germania su intelligenza artificiale, robotica, semiconduttori e veicoli elettrici entro il 2025. E lo farà, perché queste sono le priorità scientifiche ed economiche accuratamente pronunciate. Spaventosamente e ignobilmente, la stampa statunitense persegue le dilaganti storie sugli stupratori di Hollywood come il potente boss cinematografico Harvey Weinstein e le sue centinaia di vittime, ignorando la notizia storica mondiale dei rapidi progressi economici della Cina. Le élite commerciali statunitensi sono impegnate a spingere il loro presidente e il Congresso degli Stati Uniti a ridurre le tasse all’élite miliardaria, mentre 100 milioni di cittadini statunitensi rimangono senza assistenza sanitaria e registrano una minore aspettativa di vita! Washington sembra impegnata nella regressione pianificata dallo Stato. Mentre le bombe statunitensi cadono sullo Yemen e i contribuenti statunitensi finanziano il gigantesco campo di concentramento israeliano una volta conosciuto come “Palestina”, la Cina costruisce sistemi stradali e ferroviari che collegano Himalaya ed Asia centrale all’Europa. Mentre Sherlock Holmes applica la scienza dell’osservazione e della deduzione, i media e i politici statunitensi perfezionano l’arte della confusione e dell’inganno. In Cina, gli scienziati e gli innovatori svolgono un ruolo centrale nella produzione e nell’introduzione di beni e servizi per la classe media e lavoratrice in espansione. Negli Stati Uniti, l’élite economica svolge un ruolo centrale nell’esacerbare le disuguaglianze, aumentando i profitti e riducendo le tasse e trasformando il lavoratore statunitense in lavoratore precario, destinato a morire prematuramente in condizioni facili da prevenire. Mentre il Presidente Xi Jinping lavora in collaborazione con i migliori tecnici della nazione per subordinare gli obiettivi militari a quelli civili, il presidente Trump e la sua amministrazione subordinano le loro decisioni economiche al complesso militare-industriale-finanziario-israeliano. Pechino investe in reti globali di scienziati, ricercatori e studiosi. I nauseanti democratici e repubblicani degli Stati Uniti lavorano coi giganti mediatici (tra cui il rispettabile Financial Times) per finanziare e realizzare complotti sotto il letto presidenziale di Trump.Conclusione
La Cina licenzia e processa i funzionari corrotti e sostiene gli innovatori. La sua economia cresce con investimenti, joint ventures e grande capacità di apprendere dall’esperienza e da una potente raccolta dati. Gli Stati Uniti sprecano le risorse nazionali perseguendo guerre, speculazioni finanziarie e corruzione di Wall Street. La Cina indaga e punisce i suoi affaristi e funzionari pubblici corrotti, mentre la corruzione sembra essere il criterio per l’elezione o la nomina ad alti incarichi negli Stati Uniti. I media statunitensi adorano i loro miliardari evasori e pensano che possano ipnotizzare il pubblico con un’illustrazione abbagliante di pacchianeria, incompetenza ed arroganza. La Cina dirige l’economia pianificata affrontando le priorità nazionali. Utilizza le risorse finanziarie per perseguire programmi infrastrutturali storici, che rafforzeranno i partenariati globali con progetti reciprocamente vantaggiosi. Non c’è da meravigliarsi che la Cina sia vista come volta al futuro con grandi progressi, mentre gli Stati Uniti sono considerati una caotica spaventosa minaccia alla pace mondiale e i suoi pubblicisti come volenterosi complici. La Cina non è priva di carenze nell’espressione politica e nei diritti civili. La mancata rettifica delle disuguaglianze sociali e il mancato arresto del flusso di miliardi di dollari di ricchezza illecite, e i problemi irrisolti con la corruzione del regime continueranno a generare conflitti di classe. Ma il punto importante da notare è la direzione che la Cina ha scelto di assumere e la capacità e l’impegno di identificare e correggere i principali problemi che affronta. Gli Stati Uniti hanno abdicato alle proprie responsabilità. Non sono disposti o capaci di sfruttare le proprie banche per investire nella produzione nazionale ed espandere il mercato interno. Non sono per nulla disposti ad identificare e rimuovere i manifestamente incompetenti ed incarcerare funzionari e politici grossolanamente corrotti di entrambi i partiti e delle élite. Oggi, la travolgente maggioranza dei cittadini statunitensi disprezza, diffida e rigetta l’élite politica. Più del 70% pensa che le divisioni politiche fasulle ed inani siano al massimo dopo oltre 50 anni, paralizzando il governo. L’80% riconosce che il Congresso è incapace e l’86% crede che Washington sia disonesta. Non si è mai avuto un impero di tale potenza illimitata sbriciolarsi e decadere con tale pochezza. La Cina è un impero economico in ascesa, avanzando coll’impegno attivo nel mercato delle idee e non con guerre inutili contro concorrenti ed avversari di successo. Mentre gli Stati Uniti declinano, i loro pubblicisti degenerano. La denigrazione incessante sui media della Cina e delle sue realizzazioni è lo scadente sostituto dell’analisi. Le strutture politiche inadeguate degli Stati Uniti coi loro capi politici incompetenti, liberisti e senza visione strategica, si sgretolano davanti ai progressi della Cina.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Russia e Cina sventano l’opzione militare degli USA contro il Venezuela

Venezuela Infos 28 ottobre 2017Di fronte all’intenzione degli Stati Uniti di intervenire in Venezuela e di controllare il Paese, si è frapposta l’alleanza con Cina e Russia, potenze nucleari che sfidano l’egemonia mondiale degli Stati Uniti.

Cina: Fascia e Via
La Cina ha proposto di riattivare la Via della Seta, l’antica via commerciale che una volta si estendeva dalla Cina ad occidente, all’impero romano, con cui la seta orientale arrivò per la prima volta in Europa. È attraverso questo corridoio di scambi di risorse energetiche e materie prime, che il Presidente Xi Jinping cerca di riaprire i canali tra la Cina e l’Asia centrale, il Medio Oriente e l’Europa. La Belt and Road Initiative (ICR) fu lanciata nel 2013. Comprenderà le rotte terrestri (la Cintura) e marittime (Via) in modo che il Paese sia meno dipendente dal mercato statunitense per le esportazioni e migliori le relazioni commerciali nella regione, principalmente attraverso investimenti infrastrutturali volti a rafforzare la leadership economica della Cina. La Cina presterà 8 miliardi di dollari per le infrastrutture in 68 Paesi, dalla popolazione totale di 4400 milioni di abitanti (il 65% della popolazione mondiale) e il 30% dell’economia mondiale. Ciò è pari a sette volte il Piano Marshall degli USA per ricostruire l’Europa dopo la Seconda guerra mondiale. La cintura copre sei corridoi economici: il nuovo ponte continentale eurasiatico, il corridoio Cina-Mongolia-Russia, il corridoio Cina-Asia centrale-occidentale, il corridoio della penisola d’Indocina, il corridoio Cina-Pakistan e i corridoi Bangladesh-Cina e Cina-India-Birmania. Sarà anche estesa all’America latina via mare. Oltre ad esportare prodotti in eccedenza, con l’ICR il governo cinese prevede di esportare l’eccedenza produttiva col trasferimento industriale nei Paesi periferici, lungo i vari corridoi dell’iniziativa. Realizzando prodotti industriali di fascia alta, commercializzerà treni ad alta velocità, centrali energetiche e apparecchiature per telecomunicazioni.

La Russia nel riassetto geostrategico
Da parte sua, la Russia mantiene una politica estera considerata “intelligente” da diversi analisti e ha superato la crisi causata dal rallentamento economico, dalle sanzioni occidentali e dalla caduta dei prezzi del petrolio. La sua strategia è diretta a creare l’Unione economica eurasiatica che riunisce Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Armenia con l’intento di costituire un unico mercato comune per la libera circolazione di beni, servizi, capitali e persone e, inoltre, un’area con una politica di migrazione, istruzione e persino informazione. Dopo l’adesione della Crimea, la guerra nell’Ucraina orientale e l’impegno in Siria, il Cremlino persegue obiettivi molteplici di stabilità interna e presenza internazionale stabilizzando i rapporti con la Turchia, permettendole di consolidare l’influenza con la vittoria sui gruppi terroristici in Siria. La Russia ha riorientato le alleanze geopolitiche dopo che gli Stati Uniti hanno progettato e sostenuto il rovesciamento del governo ucraino di Viktor Janukovich e installato un regime di destra tentando di rafforzarne l’accerchiamento. Washington e le sue agenzie hanno speso 5 miliardi di dollari finanziando i “programmi per la diffusione dei valori e la formazione politica” in Ucraina, fomentando una rivoluzione arancione occupando piazza Maidan con l’intero processo delle ben note tensioni che hanno portato alle sanzioni imposte a Mosca, assieme all’Europa. Uno degli obiettivi della politica estera nel novembre 2016 era rafforzare la posizione della Russia come Paese predominante nel mondo moderno e a recuperarne l’influenza nella stabilità e sicurezza del sistema democratico mondiale. Qui, tra l’altro, vi sono alcune direzioni specifiche:
– Lotta contro la pressione politica ed economica di Stati Uniti ed alleati, che porta alla destabilizzazione globale.
– Continuare il lavoro congiunto con l’Unione europea (UE) che rimane per la Russia un importante partner politico ed economico.
– Mantenere l’obiettivo di stabilizzare la situazione in Medio Oriente e Africa del Nord.
– Opporsi ai tentativi d’interferire negli affari interni della Russia per averne un cambio incostituzionali del potere.
– Utilizzare le nuove tecnologie per rafforzare la posizione dei media russi e aumentare la sicurezza informatica del Paese.
– Considerare il piano per costruire un sistema di difesa aerea statunitense come minaccia per la sicurezza nazionale, dando alla Russia il diritto di adottare le necessarie risposte.
– Considerare come intollerabile ogni tentativo di pressione dagli Stati Uniti e reagire con forza ad ogni azione ostile.
– Costruire rapporti reciprocamente vantaggiosi con gli Stati Uniti.
– Rafforzare i legami della Russia con America Latina e Caraibi.
A causa delle sanzioni occidentali, che hanno ridotto l’accesso delle imprese russe a tecnologia, investimenti e credito occidentali, nonché la diminuzione del prezzo del petrolio, avviava il processo d’integrazione economica ed allineamento politico in contrappeso all’UE, creando lo spazio economico da San Pietroburgo a Shanghai.Il blocco di Cina e Russia avanza attraverso una visione multipolare
Le due nazioni condividono sempre più la visione mondiale multipolare, sottolineando l’importanza di avere nazioni forti che godono di piena libertà d’azione a livello internazionale. Condividono le critiche ai governi occidentali e denunciano ciò che vedono come biasimevole copertura mediatica occidentale. Denunciano anche il finanziamento di organizzazioni non governative (ONG) e l’uso di tecniche di mobilitazione con le reti sociali per creare instabilità. Nel 2011-2012 Putin scacciò le ONG sponsorizzate dagli Stati Uniti responsabili delle proteste svoltesi a Mosca; nel 2014 Pechino vide la mano straniera dietro il movimento di protesta a Hong Kong. Recentemente, il segretario del Tesoro statunitense Steven Mnuchin minacciava la Cina di escluderla dal sistema internazionale del dollaro USA se non sostiene le nuove sanzioni contro la Corea democratica, spingendo l’analista Paul Craig Roberts alla seguente riflessione: “Il governo degli Stati Uniti, Stato in bancarotta con un debito di oltre 20 trilioni di dollari, costretto a creare soldi per acquistare il proprio debito, minaccia la seconda economia mondiale, il cui potere d’acquisto è superiore a quello dell’economia statunitense”, e ciò secondo lo scenario che prevede che grandi quantità di transazioni economiche usciranno dal sistema del dollaro, causandone riduzione del volume e dell’importanza. Russia e Cina acquistano sempre più oro per sostenere le loro economie e affrontare il valore artificiale del dollaro, mentre i Paesi centroasiatici iniziano a commerciare con le proprie valute, soprattutto petrolio, un grave colpo al petrodollaro.

America Latina all’orizzonte
Gli analisti affermano che l’esistenza stessa del gruppo dei BRICS (Brasile, Russia, Cina, India e Sudafrica) promuove l’autonomia degli Stati latinoamericani a livello internazionale e ne allarga il margine di manovra in politica estera. È un gruppo che occupa il 29% della terra del pianeta (non contando l’Antartide), concentra il 43% della popolazione mondiale e quasi il 27% del PIL globale in termini di potere d’acquisto. Al vertice dello scorso settembre, il blocco accettava di creare la nuova Banca per lo sviluppo, che prevede di prestare 4000 milioni di dollari nel 2018, mentre finanzia progetti a medio termine nel settore privato. Fu inoltre deciso di creare un fondo obbligazionario nazionale per “contribuire a garantire la stabilità degli investimenti nei Paesi BRICS, stimolandone lo sviluppo dei mercati obbligazionari nazionali e regionali, tra cui la crescita della partecipazione del capitale privato estero e il miglioramento della stabilità finanziaria dei Paesi BRICS“. Molti analisti affermano che se la Cina riesce a rivedere la mappa del commercio mondiale, creerà opportunità per le esportazioni latinoamericane trovando nuovi mercati in Asia. Si parla anche di un cavo in fibra ottica Trans-Pacifico per collgare le due regioni, mentre la Cina è interessata a finanziare gallerie, strade e ferrovie che consentano d’inviare prodotti dalle coste atlantiche dell’America Latina in Cina e viceversa. Commercio ed investimenti della Cina in America Latina sono cresciuti esponenzialmente a partire dal 2000, mentre le esportazioni dell’America Latina in Cina, dopo l’accelerazione delle sanzioni nel 2014, sono aumentate da 5000 milioni di dollari, nel 2000, a 120000 milioni nel 2012, mentre aumentavano le importazioni dalla Cina, generando un saldo totale di circa 230000 milioni di dollari all’anno. Per molte delle principali economie dell’America latina, come Brasile, Argentina, Cile e Perù, la Cina ha sostituito gli Stati Uniti come principale partner economico, ma non come investitore. Questa è una sfida cruciale all’egemonia economica di cui gli Stati Uniti godevano nella regione dal declino dell’impero inglese, risultato della Seconda guerra mondiale. La collaborazione strategica della Russia con il Brasile, in particolare nel quadro dei BRICS, nonché la cooperazione con Argentina, Venezuela, Cuba, Nicaragua e altri Stati dell’America latina e dei Caraibi, cerca le risposte a nuove sfide e minacce. L’inserimento di società russe nei settori dinamici dell’industria, dell’energia, delle comunicazioni e dei trasporti nei Paesi della zona è stata accompagnata dal consolidamento dei collegamenti nella Comunità degli Stati dell’America latina e dei Caraibi (Celac). La relazione della Russia con i partner latinoamericani (in particolare Argentina, Brasile, Cile, Uruguay ed Ecuador) ha fatto un altro passo dopo l’escalation delle sanzioni del 2014, che hanno limitato importazione di prodotti alimentari provenienti da UE, USA, Canada, Australia e Norvegia. La Russia li ha sostituiti con le importazioni dall’America Latina e ha avviato la missione di rendere l’economia più competitiva e diversificata dando maggiore sostegno allo sviluppo dell’economia agricola. Il commercio stimato della Russia con America Latina e Caraibi fu di 24000 milioni di dollari nel 2013 mentre la Cina continua a detronizzare altri concorrenti stranieri, attraverso fusioni e acquisizioni che hanno raggiunto i 102200 milioni di dollari investiti dalla Banca di Sviluppo Cinese (CDB) e dalla Chinese Export-Import Bank (Chexim) tra il 2005 e il 2013. Va sottolineato che alcuno dei Paesi della cosiddetta Alleanza del Pacifico, blocco commerciale latinoamericano che comprende Cile, Colombia, Messico e Perù, decise all’epoca di rompere i rapporti con la Cina, anche se questo blocco è appariva un partner di Stati Uniti e Canada. I suoi membri (meno la Colombia) sono tra i Paesi che desideravano stabilire il partenariato Trans-Pacific (TPP) annullato da Trump lo scorso gennaio. Poiché ha poche posizioni nel Pacifico a causa della barriera di contenimento geografico di Giappone, Taiwan, Indonesia e altri Paesi controllati dagli Stati Uniti, la logica dell’espansione cinese è orientata verso il Pacifico del Sud.

Deterrenza in Venezuela
Il Venezuela è la prima destinazione latinoamericana degli investimenti cinesi. Dal 2001 sono stati sviluppati circa 800 progetti di cooperazione che hanno consentito lo sviluppo di settori strategici quali energia, petrolio, istruzione, salute, tecnologia, commercio, agroalimentare, agricoltura, infrastruttura, industria, cultura e sport. Nel 2013, il commercio bilaterale era aumentato di 13714 volte da 1,4 milioni di dollari nel 1974 a 19200 milioni di dollari. La Russia ha versato investimenti nella cintura petrolifera dell’Orinoco attraverso Rosneft, poi consolidati e che saranno sviluppati dopo l’incontro a Mosca dei Presidenti Putin e Maduro all’inizio di ottobre. Si prevede inoltre che la cooperazione agricola aumenti attraverso la creazione di impianti di trasformazione ad alta tecnologia. La cooperazione militare impegna più di 11000 milioni di dollari in missili, artiglieria, difesa aerea, fucili, elicotteri, caccia e sistemi logistici. Il commercio tra i due Paesi ha raggiunto il picco nel 2013, quando toccò i 2450 milioni di dollari. Nel maggio 2013 un accordo di riservatezza consentiva a Rosneft di ottenere dati geologici sui blocchi petroliferi del Mar Venezuelano per un possibile futuro sfruttamento, nella chiara intenzione di proteggere gli interessi commerciali cinesi e di garantire l’accesso russo ai futuri giacimenti di petrolio e gas in Venezuela. Cina e Russia ostacolano l’interesse degli Stati Uniti ad intervenire più decisamente nella politica venezuelana perché le alleanze del Paese dei Caraibi sono vitali per i loro obiettivi geostrategici. Le dichiarazioni di Mosca e Pechino su ogni aggressione degli Stati Uniti, negli ultimi anni sono state chiare. Entrambi i governi hanno chiesto la risoluzione sovrana dei conflitti e la non interferenza, poiché le sanzioni imposte dall’amministrazione Trump rappresentano un attacco diretto alle alleanze del Paese sudamericano. Perciò, quindi, il loro appoggio alla risoluzione dei conflitti in Venezuela attraverso le elezioni, sotto l’autorità dello Stato venezuelano e la sua istituzione elettorale, oggetto di attacchi, la CNE. Parte del conflitto globale si svolge su un territorio locale consentendo al Venezuela, nella riconfigurazione della dinamica geopolitica, di svolgere un ruolo decisivo a favore del mondo multipolare nella ricerca dell’equilibrio politico globale che permetta di esercitare i propri diritti sovrani.Traduzione di Alessandro Lattanzio