Italia e crisi dei migranti: le ONG complici di contrabbandieri e schiavisti in Libia

Sawako Uchida e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times

Carmelo Zuccaro, procuratore italiano, sostiene di avere prove importanti su numerose ONG colluse con i contrabbandieri che si arricchiscono sulla miseria degli inermi. Infatti, se dimostrato, tali ONH hanno le mani insanguinate ed incoraggiano di nascosto la schiavitù in Libia, anche se non voluta. Pertanto, è tempo di tenere conto di una catena infinita che lega mass media che incoraggiano la migrazione di massa, ONG che aiutano i contrabbandieri ad arricchirsi e l’agenda politicamente corretta di certi politici che tentano di alterare le dinamiche europee manipolando i fatti. La Stampa fu informata da Zuccaro che le navi di salvataggio venivano avvertite dal paradiso del contrabbando libico per raccogliere i migranti economici nel Mar Mediterraneo. Il modus operandi della catena diretta tra contrabbandieri e ONG si basa sulle telefonate. Naturalmente, ciò implica che i migranti economici debbano pagare un forte incentivo finanziario ai contrabbandieri. Quindi, a chi non può permetterselo, le questione della schiavitù araba dei neri africani, e la persecuzione degli immigrati cristiani, diventa una realtà nella Libia attuale. Va detto che la schiavitù resta in Mauritania, dove i musulmani neri africani subiscono abusi continui dagli altri musulmani della nazione. Allo stesso modo, l’Arabia Saudita tollera ancora la schiavitù dalla Seconda Guerra Mondiale, fondamentale vergogna da eradicare da tale realtà permanete e storica della Penisola Araba. Infatti, gli animisti e i cristiani neri africani subirono una simile realtà quando le milizie arabe, alleate del governo di Khartoum, tolleravano la schiavitù tra le forze antigovernative durante la guerra civile. Naturalmente, lo SIIL (Stato islamico) è noto schiavizzare e vendere cristiani e yazidi in Iraq. Nel caso degli yazidi, non essendo “persone del libro”, subiscono schiavitù e la schiavitù sessuale delle donne, costrette a convertirsi all’Islam, e la pulizia etnica. Tuttavia, proprio come in Libia, la schiavitù si basa su tradizioni e razzismo contro i neri africani. Recentemente, la BBC riferì: “Anche le donne sono comprate da clienti libici e portate in casa dove diventano schiave sessuali“, secondo un testimone. La BBC aggiunge: “A febbraio, l’Unicef rilasciò una relazione che documenta, talvolta con orribili dettagli, storie di schiavitù, violenza e abusi sessuali subiti da numerosi bambini che viaggiano dalla Libia all’Italia“. La schiavitù dei neri africani da parte dei musulmani arabi ha ben più di mille anni e le realtà in Libia, Mauritania e Sudan mostrano che la mentalità cambia lentamente. Naturalmente, per via del politicamente corretto e della moda, non vi è alcuna manifestazione di massa contro la schiavitù in Libia tuttavia, si può solo immaginare cosa accadrebbe aprendo tali mercati negli USA, Francia o Israele. Reuters ha anche riferito nel 2016 sulla Mauritania: “Gli Haratin, che costituiscono la principale “casta degli schiavi”, discendono da etnie nere africane del fiume Senegal. Spesso lavorano come pastori e domestici… Il Paese dell’Africa occidentale ha la più alta prevalenza di schiavi, secondo l’indice della schiavitù globale, con circa il 4 per cento della popolazione, o 150000 persone, che vivono come schiavi“.
Tornando ai contatti tra ONG e contrabbandieri in Libia, Zuccaro ha detto: “Abbiamo prove di contatti diretti tra alcune ONG e trafficanti di persone in Libia“. L’agenzia di frontiera dell’Unione europea, Frontex, è altrettanto disturbata dalle ONG che incoraggiano la migrazione di massa. Questo, a sua volta, provoca innumerevoli morti in mare e la schiavitù in Libia. Dopo tutto, la Libia attuale è una nazione fallita dovuta all’interferenza delle potenze del Golfo e della NATO. Pertanto, la storia del contrabbando e della schiavitù araba dei neri africani riempie il vuoto, e lo stesso vale per la crescente minaccia dei vari gruppi islamisti sunniti e militanti regionali in Libia. Fabrice Leggeri, figura di Frontex, ha informato Die Welt sul ruolo delle ONG, affermando con forza che le imbarcazioni di soccorso delle numerose ONG hanno incoraggiato i trafficanti a “forzare ancora più migranti su imbarcazioni insicure con acqua e carburante insufficienti, rispetto agli anni precedenti“. Le affermazioni stupefacenti della cancelliera Merkel sul ruolo dei mass media, delle ONG e del politicamente corretto allarmano sulla migrazione di massa in Europa in diversi sensi. Il risultato sono gli innumerevoli morti in mare, il tradimento dei veri rifugiati, la schiavitù in Libia, le convulsioni terroristiche in Europa, la criminalità e la creazione di contrabbandieri estremamente ricchi. Pertanto è necessaria un’azione diretta per fermare ciò che persone inermi subiscono dall’operato di ONG e contrabbandieri, anche se cercano risultati diversi.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Yemen anno III: la guerra “nascosta” di uno “Stato canaglia”

René Naba, Madaniya 24 marzo 2017

Lo Yemen è il cimitero degli invasori. Evitatelo“,
raccomandazione di re Abdalaziz al-Saud, fondatore della dinastia wahabita, ai suoi eredi.

Una passeggiatina divenuta incubo
Il battesimo del fuoco di re Salman bin Abdalaziz nello Yemen, il 25 marzo 2015, a due mesi dall’ascesa al trono, era intesa come dimostrazione di forza del monarca, dopo dieci anni di letargia indotta dal predecessore novantenne Abdullah. Opera del figlio Muhamad bin Salman, principe ereditario del principe ereditario, la spedizione punitiva del monarca ottuagenario, che soffre di una malattia debilitante (alzhaimer), contro il Paese arabo più povero, si è trasformata in un incubo. La passeggiata si è tramutata in un viaggio all’inferno. Il sovrano, prudente, non aveva preso tutte le precauzioni: la prima guerra frontale della dinastia wahhabita a un secolo dalla fondazione del Regno, vede la coalizione di sette Paesi che allinea 150000 soldati e 1500 velivoli. Una task force assistita dai mercenari delle compagnie militari private dalla sinistra memoria come la Blackwater, e dalla tacita connivenza delle “grandi democrazie occidentali”. La punizione dev’essere esemplare e scoraggiare chiunque osi opporsi all’egemonia saudita nella zona, specialmente gli huti, setta scismatica del sunnismo ortodosso, tanto più che la dinastia wahabita la considera sua riserva di caccia assoluta, sua camera di sicurezza. Lo Yemen, il Paese che si trova a destra (Yamin) sulla strada per la Mecca, secondo il significato etimologico. Ma “La tempesta della fermezza” si è rivelata disastrosa, nonostante il blocco navale della Quinta Flotta (Golfo Persico e Oceano Indiano), nonostante il forte aiuto della Francia nello sbarco di truppe lealiste ad Aden dalla base militare francese di Gibuti. Nonostante le truppe saudite addestrate dal contingente della Legione Straniera di stanza nella base francese di Abu Dhabi, la “Zayad Military City”. Nonostante l’installazione di una base logistica saudita nella città portuale di Assab (Eritrea) sul Mar Rosso, per arruolare e addestrare gli ufficiali dell’esercito filo-saudita.

I problemi economici e sociali dello Yemen: un cocktail esplosivo di corruzione e Qat
Il calo dei ricavi del petrolio
Il reddito medio annuo dello Yemen è pari a a 950 dollari all’anno (660 euro), a causa di una decennale guerra civile latente, del declino della produzione del petrolio, della corruzione e del consumo eccessivo di Qat. La produzione di petrolio nello Yemen è precipitata negli ultimi sei anni da 450000 barili al giorno a 180000. Tale andamento è stato compensato dal prezzo elevato del petrolio, pari ancora all’80% delle entrate governative. Ma questa manna si riduce mentre una quota ancora maggiore di denaro viene utilizzata per combattere gli huthi. Gli yemeniti spendono oltre il 6% del PIL (prodotto interno lordo) per le spese militari, mettendosi al 7° posto nel mondo.

Corruzione
Pochi Paesi possono competere con lo Yemen per intensità e creatività nella corruzione. Dei quasi 100000 veterani yemeniti, circa un terzo sono “soldati fantasma”, mai esistiti o mai presentatisi. I comandanti dei fantasmi si tengono gli stipendi e si vendono le loro armi e coperte, alimentando il mercato nero. I fondi non militari vengono deviati, gli uomini d’affari raccolgono enormi profitti mediante contratti a trattativa diretta. E c’è anche la mezaniya, i sussidi che il governo fornisce regolarmente alle tribù per conservarne le strutture; soldi che finiscono spesso nelle tasche dei capi tribali.

Qat
Infine il Qat, grande voce della spesa degli yemeniti che ne devasta i bilanci familiari, insieme alla salute. Questa pianta il cui effetto stimolante è paragonabile a quello delle anfetamine è molto diffusa non solo nello Yemen ma anche nel Corno d’Africa. La sua coltura danneggia l’agricoltura. Grandi consumatori di Qat, gli yemeniti cedono un quarto del loro reddito a questa droga, a scapito di altre voci di spesa del bilancio familiare (istruzione, salute, cibo, abbigliamento).

Lo status di minoranza degli sciiti
Al di là di questo problema, gli huthi, setta minoritaria dell’Islam, subiscono lo stesso stigma degli sciiti del Bahrayn in quanto il primato sunnita nel mondo arabo colpisce chiunque sia sospetto delle pretese egualitarie che ne farebbero saltarne l’egemonia, accusando i manifestanti di essere “agenti dell’Iran”. In realtà, gli huthi e i loro alleati vogliono una maggiore partecipazione nella vita politica del Paese, in proporzione alle loro dimensioni nella popolazione, divisione delle ricchezze e rispetto dello status giuridico riguardo la loro religione. Il codice dell’eredità rientra tra i problemi, dato che tra i sunniti l’erede maschio ottiene il doppio della quota della figlia, mentre tra gli huti e, in generale, tra gli sciiti, l’eredità viene divisa equamente tra maschi e femmine. In questo conflitto egemonico regionale, l’Iran rappresenta una doppia minaccia, primo come “Stato rivoluzionario” in una zona super-conservatrice, e poi come potenza con sistema elettivo, insultato dagli autocrati del Golfo; due concetti mortali per la monarchia assolutista che è la dinastia wahabita. La frattura tra sciiti e sunniti appare in questo contesto come un modo indiretto per giustificare la lotta contro un Paese, il cui esempio potrebbe contaminare tutte le petromonarchie. Il sultanato dell’Oman rifiuta la logica dell’eliminazione considerando tale conflitto regionale fonte di debolezza per tutti i protagonisti e giustificazione maggiore per la presa straniera in questa zona petrolifera. Un modo per dimostrare indipendenza scuotendosi di dosso la troppo pesante tutela dei sauditi.

Gli huthi prevalgono sui nemici
Nonostante lo squilibrio dei rapporti di forza, gli huthi sono riusciti a prevalere sui loro avversari, che fin dai primi giorni del conflitto hanno subito una disfatta. Le truppe saudite hanno abbandonato le loro posizioni contro i ribelli, lasciando quasi 30 blindati come prede belliche. In totale 400 soldati sauditi sono stati uccisi nella prima metà del conflitto. La coalizione sunnita, a sua volta, si è incrinata. Il Pakistan si è rifiutato di partecipare per paura di essere sfruttato. L’Egitto ha preso le distanze di fronte alla nascita della tacita alleanza al-Qaida-wahhabiti basata sul sunnismo. E gli Emirati Arabi Uniti se ne sono andati dopo quindici mesi di combattimenti. Il 13 agosto 2015 rimarrà negli annali di questa guerra: le truppe di Abu Dhabi guidarono l’attacco contro Aden, godendo del supporto tecnologico francese dalla base di Gibuti e dalla stazione aeronavale francese Shayq Zayad, ad Abu Dhabi; ma subirono pesanti perdite in uomini e materiale. Un centinaio di soldati fu ucciso e una dozzina di carri armati Leclerc distrutti o danneggiati. Il quotidiano libanese”al-Akhbar intitolò che “Aden è il cimitero dei carri armati AMX Leclerc”, orgoglio degli armamenti francesi. A fine agosto scorso, un terribile attacco contro una posizione delle petromonarchie a Marib uccise 92 aggressori, tra cui 45 soldati di Abu Dhabi, 10 sauditi e 5 del Qatar. Con in più la cattura da parte di al-Qaida nella Penisola Arabica di molti soldati e mezzi blindati degli Emirati.

Un premio di 7500 dollari per sortita e una Bentley per ogni pilota saudita
Un disastro assoluto nonostante la presenza di mercenari francesi e piloti statunitensi nelle fila saudite, attratti dal bonus di circa 7500 dollari a sortita, e il premio di una Bentley offerto dal principe Walid bin Talal a ciascuno dei 100 piloti sauditi che partecipano ai bombardamenti nello Yemen. Senza dubbio un modo molto personale di sviluppare patriottismo, senso del dovere e gusto del sacrificio nelle forze armate saudite.

Lo Yemen del Sud contro Sud Arabia
L’Arabia Saudita rispose nel settembre 2015 con l’intervento via terra della coalizione petromonarchica, dando una nuova dimensione al conflitto e portando gli huthi, contestanti la “Pax Saudiana”, a portare la guerra sullo stesso territorio del regno. L’operazione di terra saudita sembrava avere lo scopo di eliminare il trauma inflitto all’opinione pubblica locale dal pesante tributo di Marib e calmare i timori dei mandanti occidentali sulla potenza militare saudita nel concludere la guerra… che appare senza fine.Turpitudini e imposture
A – Il triplice inganno di Tuaqul Qarman
La guerra petromonarchica contro lo Yemen ha evidenziato il triplo inganno della Nobel per la Pace del 2011 e la depravazione occidentale.
L’unico membro femminile dei Fratelli musulmani che ha vinto il Premio Nobel per la pace nella storia dell’umanità, Tuaqul Qarman, sostiene l’Arabia Saudita nella guerra contro il proprio Paese, in una mossa che ne svela la triplice vergogna.
– Come premio Nobel per la Pace, giustifica una guerra
– Come donna, appoggia i Paesi più regressivi sui diritti umani
– Come yemenita, sostiene gli aggressori del proprio Paese

B – Depravazione occidentale
Complice tacito dell’aggressione della petromonarchia allo Yemen, l’occidente non ha detto una parola contro le gravi violazioni del diritto umanitario internazionale o, peggio, contro l’uso dei gruppi jihadisti nella guerra anti-huthi. Così il partito al-Islah, ramo yemenita della Fratellanza musulmana, è divenuto il ferro lancia della lotta anti-huthi, sebbene la Fratellanza sia inclusa nella lista nera delle organizzazioni terroristiche, mentre al-Qaida e i gruppi di matrice jihadista avanzano notevolmente nel sud dello Yemen.

L’Hadramaut controllato da al-Qaida
Senza tema di smentita, l’Arabia Saudita s’è dedicata, nella nuova guerra dello Yemen, a sviluppare una piattaforma operativa con al-Qaida, suo nemico intimo, affinché nell’Hadramaut (Yemen del Sud) abbia uno sbocco sul mare che gli permetta di bypassare lo stretto di Hormuz, entro la gittata dell’Iran. Nel sud dello Yemen una lotta sorda per l’influenza oppone Arabia Saudita e Abu Dhabi sul grado di cooperazione con il partito al-Islah, incubo di Abu Dhabi, sovrapponendosi a un conflitto latente tra Fratelli musulmani e “al-Qaida nella penisola arabica” per il controllo del sud dello Yemen. Gli EAU hanno anche sospeso la partecipazione alla guerra il 16 giugno 2016, dopo 15 mesi, lasciandovi 52 soldati uccisi e 3 elicotteri abbattuti. L’Hadramaut quindi è caduto sotto l’influenza di al-Qaida. Paradossalmente, grazie alla spinta della Francia nello sbarco di truppe filo-saudite ad Aden, partite dalla base militare francese di Gibuti, e il sostegno francese alle truppe saudite, fornito dal contingente della Legione straniera schierato sulla base aerea francese ad Abu Dhabi. L’Hadramaut è la più grande provincia dello Yemen del Sud, pari a un quinto del territorio del sud, divenuto santuario di al-Qaida dove impone la propria legge, e ne depreda la ricchezza: le merci che passano dal porto di Muqala e le royalties sul transito di petrolio. L’Hadhramaut è per al-Qaida ciò che il nord della Siria è per lo SIIL, una leva terroristica nelle mani dei sauditi, al pari dello SIIL per conto della Turchia. Sauditi e francesi pensavano di sviluppare una piattaforma regionale per il presidente yemenita in esilio Abdarabu Mansur Hadi, per affermarne simbolicamente l’autorità sul Paese, ma in agguato al-Qaida vinse la scommessa, come in un cattivo remake di un brutto film. I belligeranti sauditi e i loro alleati francesi sembrano avere perso di vista il fatto che lo Yemen è la patria del fondatore di al-Qaida, Usama bin Ladin. Impantanata da due anni nello Yemen, nonostante l’armata mobilitata, la dinastia wahhabita sprofonda nella maggiore confusione, spingendo così il movimento di al-Qaida, così come il partito al-Islah, vicino ai Fratelli musulmani, entrambi sulla lista nera delle petromonarchie, ad essere promossi ancora una volta al rango di partner inconfessabili. La guerra frontale contro lo Yemen doveva distruggere il piccolo vicino imponendo permanentemente la sfera d’influenza saudita e disinfettare ogni accenno di protesta. In caso contrario, la dinastia wahabita avrebbe cercato di provocare una nuova partizione nello Yemen per reinstallarvi la sua polena, il presidente Abdurabu Mansur Hadi, che abbandonò il potere scacciato dagli oppositori huti.

I risultati dopo 18 mesi di conflitto
Un’indagine del Guardian in collaborazione con Yemen Data Projectm sostiene che più di un terzo degli attacchi aerei dell’Arabia Saudita ha preso di mira siti civili e non militari, gestiti dai ribelli sciiti.
– Almeno 8600 bombardamenti aerei sono stati effettuati dalla coalizione saudita su 3577 siti militari e 3158 siti “non militari”
– Almeno 942 attacchi hanno preso di mira zone residenziali, 114 mercati, 34 moschee, 147 strutture scolastiche e 26 università
Per saperne di più.
La guerra allo Yemen è costata quasi 10000 vite dal 25 marzo 2015, secondo un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato il 30 agosto 2016, dopo 18 mesi di conflitto. La relazione, l’ultima di un organismo ufficiale internazionale, non specifica la percentuale di vittime civili. Rappresenta più del doppio di quello in precedenza preparato da funzionari e organizzazioni umanitarie. Questa valutazione è destinata ad aumentare perché alcune regioni sono prive di strutture mediche e le vittime sono spesso sepolte senza essere registrate, secondo il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite Jamie McGoldrick. Il conflitto armato ha aggravato la crisi umanitaria e alimentare della popolazione yemenita. Il conflitto ha creato tre milioni di profughi e costretto 200000 persone all’esilio. Su una popolazione di 26 milioni, 14 milioni hanno bisogno di assistenza alimentare, e sette milioni soffrono d’insicurezza alimentare e più di 21 milioni (l’80% della popolazione) sono privati da un accesso adeguato a cibo e servizio di prima necessità come acqua potabile, cure mediche, elettricità e combustibili. Diversi ospedali sono stati bombardati nel 2016, spingendo l’ONG MSF ad evacuare il proprio personale da sei centri, il 18 agosto 2016.Una guerra a porte chiuse
La guerra dello Yemen si svolge a porte chiuse. Alcuna voce della grande coscienza umana, né Bernard Kouchner, fondatore di “Medici senza Frontiere”, né Bernard Henry Lévy, teorico del botulismo, si sono presi la briga di denunciare tale massacro occultato, per non parlare di Laurent Fabius, ex-ministro degli Esteri, il cui partner siriano di al-Qaida, Jabhat al-Nusra, faceva “un buon lavoro in Siria”. Dopo due anni di massacri nascosti, l’ONU accusava l’Arabia Saudita di aver usato armi non convenzionali (bombe a grappolo e armi chimiche) e che sarebbe stata colpevole di crimini guerra e contro l’umanità. Ma il regno, forte della sua potenza finanziaria, minacciò di ridurre i fondi alle Nazioni Unite e a tutte le agenzie specializzate, come l’UNRWA (Agenzia soccorso dei profughi palestinesi) se ne fosse stata processata. Peggio, la dinastia wahabita minacciò una fatwa con cui gli ulema sunniti avrebbero decretato “nemico dell’Islam” l’ONU. Un comportamento degno di uno Stato canaglia. Il bombardamento di un quarto ospedale gestito da “Medici senza frontiere” in Yemen, pediatrico, nell’agosto 2016, sarà fatale per la reputazione saudita, con la conseguente partenza parziale dei consiglieri militari, ansiosi di non essere perseguiti per “crimini di guerra”. Il bombardamento di una cerimonia funebre, l’8 ottobre 2016 a Sana, che causò 140 morti tra i civili, aumentò i pregiudizi occidentali sulla condotta della guerra dei sauditi, spingendo gli Stati Uniti a distinguersi ancora più dai loro alleati petromonarchici specificando pubblicamente che la cooperazione degli USA con i sauditi in questo settore non è un “assegno in bianco”. Ulteriore affronto, una grande manifestazione di sostegno agli huthi avvenne il 20 agosto 2016 a Sana, controllata dai ribelli sciiti alleati dell’ex-Presidente Ali Abdallah Salah dal settembre 2014, in risposta al bombardamento regolare della città da parte dei sauditi.

Il presidente nominale dello Yemen in esilio in Arabia Saudita e il leader dei Fratelli musulmani yemeniti in esilio in Turchia
La riunione quadripartita del 26 agosto a Jidah tra John Kerry e i suoi colleghi di Arabia Saudita, Emirati Arabi e Regno Unito per individuare una “via d’uscita onorevole” per le petromonarchie, provocò le forti reazioni di altri protagonisti islamici che temevano una trappola. Lo SIIL rivendicò tre giorni dopo, il 29 agosto, un attentato ad Aden che fece 60 morti tra le reclute del nuovo esercito yemenita sponsorizzato dai sauditi, e il capo di al-Islah, Muhamad Abdallah al-Badumi, dalla residenza turca, annunciava la formazione di un gruppo di facciata islamista radicale yemenita, in alleanza con il movimento salafita del partito al-Rashad (saggezza), per condurre una lunga guerra di religione contro gli huthi. (al-Akhbar)
Strano Paese, il cui presidente nominale Abdal Abdurabu Mansur Hadi vive in esilio a Jidah sotto il giogo del suo sponsor saudita, e il capo dei Fratelli musulmani yemenita, altro principale attore del teatro, che vive in esilio nella Turchia guidata dal suo mentore neo-ottomano… dove si agitano come burattini manipolati dai loro mandanti.

Lo Jasta: tessera aggiuntiva
Ulteriore tessera: mentre il regno è impantanato in un conflitto senza fine nello Yemen, il Congresso degli Stati Uniti votava lo JASTA (Justice Against Sponsors of Terrorism Act). L’adozione di questa legge, il 9 settembre 2016, permette agli statunitensi di perseguire il regno saudita per il risarcimento del danno inflitto dai dirottatori, collocando una spada di Damocle sulla dinastia wahabita. 15 dei 19 autori degli attacchi dell’11 settembre a New York e Washington erano sauditi. L’attacco fu sponsorizzato da al-Qaida. Le incursioni contro i simboli della superpotenza statunitense fecero 3000 morti. Il Consiglio Comunale di New York chiede un risarcimento di 95 miliardi di dollari per la distruzione del World Trade Center, annettendovi la distruzione e la perdita dei servizi pubblici (vigili del fuoco, poliziotti). In totale, i danni degli Stati Uniti sono stimati a circa 3000 miliardi di dollari (tremila miliardi di dollari). Riflettendo sul suo partner saudita, il governo socialista francese sprofondava nella totale confusione perché l’alleanza con l’incubatore di jihadismo globale ne ostacola le chiacchiere sulla “guerra di civiltà” di Manuel Valls, il primo ministro che non vuole perdere. Alleandosi con i nemici? Altro esempio di razionalità cartesiana? L’Arabia Saudita è emersa sul mercato internazionale delle armi come seconda potenza dell’importazione dopo l’India, con 9,7 miliardi di dollari in armi importate tra il 2010 e il 2015, secondo Amnesty International. Questa cifra non include le armi leggere. Tra i maggiori esportatori al mondo, elencati in ordine decrescente, Stati Uniti, Russia, Cina, Germania, Francia e Regno Unito. L’azione del governo di François Hollande ha avuto particolare successo in questo settore, con un record di 15 miliardi di ordini firmati nel 2015, seguito da Stati Uniti (6 miliardi) e Regno Unito (4 miliardi), secondo l’Istituto di ricerca internazionale per la pace di Stoccolma (SIPRI).
Lo Yemen è il cimitero degli invasori. Evitatelo“, raccomandava re Abdalaziz al-Saud, fondatore della dinastia wahabita, ai suoi eredi. Ovviamente gli eredi non se ne preoccupano e la pagano… salata. Quattro petromonarchie (Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti) conclusero nel 2016 contratti bellici per circa 40 miliardi di dollari con gli Stati Uniti. Tale operazione si verifica durante la piena recessione economica di questi Paesi, per giunta protetti da una sfilza di basi militari lungo il Golfo Persico, che appare come una polizza di assicurazione contro ogni tentativo di destabilizzarli, mentre Arabia Saudita e Qatar sono particolarmente nel mirino dell’opinione pubblica internazionale per il ruolo nella promozione del terrorismo islamico internazionale. Si ritiene che Riyadh e Doha abbiano speso 40 miliardi di dollari in sei anni per le guerre in Libia, Siria e Yemen. Con grande soddisfazione di NATO e Israele, uno Stato indicato ufficialmente nemico del mondo arabo.
La moralità, almeno la morale del grande capitale, che emergerebbe dalla guerra allo Yemen è questa: il dollaro è il re e il re del petrodollaro si nomina ipso facto Re dei Re, mentre ricicla petrodollari nei circuiti della finanza globale. La morale canagliesca di uno Stato canaglia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia, Haftar bastona islamisti e Gentiloni, Mosca e Londra soccorrono il vincitore

L’Italia renzygliona corre, corre, verso l’ennesima strepitosa Canne geostrategica
Alessandro Lattanzio, 16/3/2017

Il 15 marzo, l’Esercito nazionale libico (LNA) del generale Qalifa Belqasim Haftar liberava i terminali petroliferi di al-Sidra e Ras Lanuf, infliggendo una pesante sconfitta agli islamisti di al-Qaida sostenuti da Qatar, Turchia, Arabia Saudita e Italia (Roma opera sotto la copertura delle “missioni umanitarie”, come l’ospedale da campo militare istituito a Misurata, per curare i terroristi islamisti, e nell’ambito della missione ONU in Libia, affidata al generale Paolo Serra, che accompagna nelle missioni sul campo il capo del governo-fantoccio di Tripoli, l’islamo-atlantista Fayaz al-Saraj).
Le forze islamiste, riunite nelle Brigate di difesa di Bengasi (BDB) venivano respinte di oltre 100 km, mentre le forze aerea e di terra del LNA recuperavano il controllo su al-Sidra e Ras Lanuf, dopo aver eliminato 30 miliziani islamisti, mentre altri 40 miliziani venivano portati nell’ospedale da campo italiano di Misurata, allestito in vista delle operazioni per rioccupare i terminal petroliferi della Cirenaica e supportare l’assalto su Bengasi, previsto dal governo fantoccio islamista di Tripoli, quale successivo passo all’occupazione dei terminal petroliferi dell’area di Briqa. L’esercito governativo libico avanzava quindi sulla città di Bin Juad, a 35 km a nord-ovest degli impianti liberati. La controffensiva del LNA fu lanciata lungo un fronte ampio 220 km, dalla costa mediterranea alle oasi di Hun e Jafra, a sud di Sirte. Nell’oasi di Jafra si erano riuniti i resti delle BDB, dove venivano bombardati dai velivoli del LNA, mentre le forze di Tobruq combattevano contro la 166.ma Brigata di Misurata che occupa Sirte. Solo il 3 marzo, circa 1000 terroristi islamisti delle Brigate di difesa di Bengasi occuparono i terminali petroliferi di al-Sidra e Ras Lanuf, controllati dal Governo di Tobruq e da cui passano parte dei 600000 barili di petrolio estratti ogni giorno in Libia.
48 ore dopo la liberazione dei terminali, l’ambasciatore inglese Peter Millett volava a Bengasi per “chiarire la posizione del suo Paese a Qalifa Haftar”, incontrando il comandante in capo delle Forze Armate libiche nel quartier generale di al-Rajma. Millett avrebbe “deplorato il fatto che molto è stato detto sul ruolo apparentemente negativo del Regno Unito in Libia”. Haftar aveva chiarito agli inglesi “l’importanza di non sostenere i Fratelli musulmani”. Millett infine dichiarava, “La nostra visita è stata… soddisfacente e utile“. Infatti, il 16 febbraio arrivava una delegazione imprenditoriale inglese, la prima in tre anni, guidata da Peter Meyer dell’Associazione Medio Oriente di Londra, e comprendente Andrew Davidson di Parva Capital, che si occupa di finanziamenti per gli investimenti, e Douglas Baldwin di Alpha Services, che opera con l’industria petrolifera e del gas. La delegazione incontrava una delle più grandi compagnie petrolifere della Libia, l’Arabian Gulf Oil Company (AGOCO) di Bengasi, per offrire materiale, attrezzature e formazione. Secondo l’ACOCO, la delegazione aveva anche promesso di facilitare i visti di lavoro per il Regno Unito. Il presidente dell’AGOCO Muhamad Bin Shatwan auspicava che la delegazione avrebbe segnato l’inizio della cooperazione con le aziende inglesi, che “avrebbero cominciato a tornare a Bengasi per investire nella regione”. Meyer e la sua delegazione avevano anche incontrato il responsabile della Direzione della Sicurezza di Bengasi Salah Huaydi, valutando le esigenze per la polizia locale, come materiali, attrezzature, laboratori e formazione. In seguito, la delegazione si recava in Egitto.
Intanto il consigliere di Qalifa Haftar, Abdalbasit al-Badri, incontrava il Viceministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov a Mosca, chiedendo sostegno nella battaglia contro le BDB. Secondo il Ministero degli Esteri russo “le parti si sono scambiate opinioni dettagliate sugli sviluppi in Libia, e hanno concordato sull’importanza di organizzare un dialogo collettivo cui partecipino i rappresentanti di tutti i gruppi politici e tribali“. Bogdanov ribadiva che la Russia sostiene pienamente il processo di unificazione della Libia e di protezione della sua sovranità. In precedenza, Mosca aveva ospitato i fantocci della NATO Fayaz al-Saraj e Ahmad Matiq, della Presidenza del Consiglio, che chiedevano alla Russia di mediare un incontro tra loro e il comandante Haftar. Inoltre, il presidente della Camera dei Rappresentanti di Tobruq, Aqila Salah, dichiarava che la Russia aveva promesso di aiutare Tobruq nella lotta al terrorismo e che i soldati del LNA gravemente feriti venivano curati in Russia. Salah chiedeva al governo russo di addestrare le forze del LNA e di farne riparare i mezzi militari da tecnici russi. La Libia vuole continuare i legami militari con Mosca, perché “la maggior parte dei nostri ufficiali fu addestrata in Russia, molti parlano russo e sanno come utilizzare i materiali russi“. Il comandante della base aerea di Benina a Bengasi, colonnello Muhamad Manfur Manifi, a sua volta smentiva le fantasie sulla presenza di militari o contractor russi a Bengasi, avanzate da islamisti, ONG e media della CIA. Nel frattempo, il LNA lanciava l’offensiva per liberare il quartiere Ganfuda di Bengasi occupato dai terroristi islamisti. La 130.ma Brigata d’artiglieria e le Forze speciali Saiqa del LNA avanzavano tra Busnaib e Ganfuda, eliminando diversi islamisti del Consiglio della Shura dei rivoluzionari (BRSC), intrappolando nel complesso dei “12 edifici” gli ultimi terroristi del BRSC.
Nel campo degli alleati locali della Farnesina e di Forte Boccea, regna la guerra civile. A Tripoli il capo del governo di salvezza nazionale Qalifa Ghwal veniva ferito nei combattimenti nell’hotel Rixos, “sede del governo” di Ghwal, e spedito a Misurata per cure, probabilmente nel solito ospedale da campo dell’esercito italiano. La forza islamista RADA, guidata da Abdulrauf Qara, la Brigata dei rivoluzionari di Tripoli di Haytham Tajuri e la Forza di sicurezza centrale Abu Salim, guidata da Abdulghani al-Qiqli, tutte legate al governo fantoccio di Saraj, assaltavano e occupavano l’hotel Rixos, mentre il centro operativo Bunyan Marsus di Misurata si preparava ad inviare 1500 miliziani islamisti, con veicoli blindati, per “imporre pace e sicurezza a Tripoli”. Ghwal aveva respinto un accordo politico avanzato dall’UNSMIL, la missione ONU in Libia. La milizia di Ghwal è in gran parte formata da misuratini e berberi. Anche la sede di al-Naba TV, del capo di al-Qaida Abdulhaqim Belhaj, veniva attaccata.
L’Italia renzygliona corre, corre, verso l’ennesima strepitosa Canne strategica.Fonti:
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
South Front

Libia, l’Italia renzygliona supporta l’assalto islamista a Bengasi

Alessandro Lattanzio, 14/3/2017

Il contessino Paolo Gentiloni con il fedele alleaten islamo-atlantista Fayaz al-Saraj (17 febbraio).

Il 15 ottobre, le milizie islamiste dell’ex-premier Qalifa al-Ghual tentavano di rovesciare Fayaz al-Saraj, occupando alcuni ministeri, il consiglio di Stato, e la sede della televisione, creando la loro base nell’hotel Rixos, di cui controllavano l’area, ma avevano abbandonato il Consiglio di Stato. Il governo Saraj in risposta ordinava l’arresto di al-Ghual. Qalifa al-Ghual aveva l’appoggio di Haytham Tajuri, capo della Brigata dei rivoluzionari di Tripoli; di Uad Abdul Sadiq, ex-vicepremier del governo precedente, e di Ali Ramali, ex-capo della Guardia Presidenziale. Le loro forze occupavano il Consiglio di Stato, nell’hotel Rixos, e annunciavano la deposizione di Saraj. Ma dopo 48 ore di scontri, Ghual fuggiva da Tripoli, mentre le varie milizie islamiste si scontravano sul controllo della capitale tripolina (la RADA salafita di Abdalhaqim Balhadj, le milizie della fratellanza mussulmana del Gran Mufti al-Ghariani, le milizie del Jabhat al-Samud di Salah Badi, e quelle di Wisam bin Hamid, ex-capo della liwa Fajir al-Libya).
Il 14 novembre, 2 Rafale-C dell’Aeronautica francese, effettuavano un raid su al-Biraq, nel Fezzan, colpendo un edificio in cui si sarebbe trovato uno dei capi di AQMI in Libia, Abu Talha al-Hasnaui. In Cirenaica, l’ENL del Generale Haftar affrontava le ultime sacche islamiste rimaste tra Bayda, Derna e Bengasi, nel quartiere di Ganfuda, occupato da Ansar al-Sharia e dal Consiglio Rivoluzionario della Shura di Bengasi. Inoltre, l’ENL integrava nelle proprie fila 5 brigate delle PFG che, guidate dal colonnello Miftah Maqrif, avevano abbandonato il loro vecchio capo Jadhran. Quindi, l’ENL liberava l’area tra Agheila, Briqa e Bin Juad, verso Sirte, dove le forze islamiste di Misurata combattevano i terroristi dello SIIL che presidiavano il quartiere di Giza Bahriya, nonostante le forze misuratine contassero sull’appoggio degli elicotteri AH-1W Supercobra ed UH-1Y Venom dei Marines imbarcati sull’unità dell’US Navy San Antonio. I misuratini, nelle operazioni contro lo SIIL a Sirte, avevano perso oltre 750 combattenti. Il 26 gennaio, l’Esercito Nazionale Libico liberava il quartiere di Ganfuda a Bengasi, ultima roccaforte del Consiglio della Shura dei Rivoluzionari di Bengasi, la coalizione islamista di Ansar al-Sharia, Brigata dei Martiri del 17 febbraio e Scudo della Libia (Fajir al-Libiya). Tobruq quindi controllava la Cirenaica del nord, compresa la ‘Mezzaluna petrolifera’, ed aveva il sostegno delle tribù Zintan, Warfala e Warshafana. A Tripoli, il 21 gennaio, esplodeva un’autobomba nei pressi delle ambasciate italiana ed egiziana.
Nel febbraio 2017, la società petrolifera nazionale libica (NOC) firmava un accordo di cooperazione con la Rosneft, il gigante petrolifero russo, che “pone le basi per gli investimenti della Rosneft nel settore petrolifero della Libia. L’accordo prevede la costituzione di un comitato di lavoro congiunto dei due partner per valutare le opportunità in una varietà di settori, tra cui l’esplorazione e la produzione“. Il presidente della NOC Mustafa Sanala, che aveva firmato l’accordo con il presidente della Rosneft, Igor Sechin, dichiarava “Abbiamo bisogno dell’assistenza e degli investimenti delle grandi compagnie petrolifere internazionali per raggiungere i nostri obiettivi di produzione e stabilizzare la nostra economia. Questo accordo con la più grande compagnia petrolifera russa pone le basi per identificare congiuntamente i settori della cooperazione. Lavorando con la NOC, Rosneft e Russia svolgeranno un ruolo importante e costruttivo in Libia“. La produzione di petrolio era salita da 300000 barili al giorno nel settembre 2016, a più di 700000 barili nel gennaio 2017, dopo l’operazione di Haftar per acquisire i terminal petroliferi nella Cirenaica. Quindi la Russia ampliava la propria presenza in Libia, dopo l’invasione e il golpe della NATO nel 2011, e sempre più sosteneva Qalifa Balqasim Haftar, capo della Forze armate libiche del governo di Tobruq, che controlla la maggior parte delle risorse petrolifere della Libia. Per contro, mentre il fantoccio della NATO Saraj, che presiede un governo-fantasma a Tripoli, il 20 febbraio subiva un attentato a Tripoli assieme a due suoi collaboratori, il capo del Consiglio di Stato Suahli e il comandante della Guardia Presidenziale Naqua, le potenze occidentali tentavano di contrastare il formarsi dell’Asse dei regimi secolari in Medio Oriente, che vede allineati Siria, Egitto e il governo libico di Tobruq. Saraj aveva incontrato Haftar il 14 e 15 febbraio a Cairo, ma senza risultati. Il primo ministro Fayaz al-Saraj, in seguito, visitava Mosca, nel tentativo di sfruttare la crescente influenza di Mosca per superare gli ostacoli che affrontava, approfittando della disponibilità di Mosca ad avvicinare le parti libiche, sfruttando i rapporti speciali che la Russia ha con numerosi attori libici.
Il 3 marzo, le Brigate per la Difesa di Bengasi, coalizione di milizie islamiste, capeggiata dalla brigata al-Marsa di Misurata, e da circa 1000 ex-membri delle Petroleum Facilities Guards di Ibrahim Jadhran e aderenti alla Fratellanza musulmana del Gran Mufti Ghariani, occupavano i terminal petroliferi di Nufaliya, Bin Juad, Ras Lanuf e al-Sidra dopo aspri scontri con l’ENL del Generale Haftar, che subivano 28 morti. Nei tre giorni successivi 3 caccia MiG-23BN e1 MiG-21MF dell’ENL, decollati da Benina e Labraq ed armati con bombe a frammentazione RBK-250, supportavano 2 elicotteri d’attacco Mi-35 e un elicottero d’assalto Mi-8T, sempre dell’ENL, decollati da Ras Lanuf, e bombardavano le posizioni islamiste a sud di Nufaliya e nella provincia di Jufrah, effettuando almeno 17 sortite. Nel frattempo, gli Emirati Arabi Uniti schieravano 6 velivoli d’attacco leggero AT-802U nella base di al-Qadim, a supporto dell’ENL che avvivava l’operazione Tuono Violento per liberare i quattro terminal occupati dagli islamisti.
Il 12 marzo, l’ENL (Esercito Nazionale Libico del Generale Haftar) avanzava su Ras Lanuf con il sostegno di 1 elicottero Mi-35 e di alcuni caccia MiG contro le posizioni islamiste ad al-Sidra, Nufaliya, Bin Juad, Agheila e Uqaylah, a 20 km ad ovest di Briqa. Le forze dell’ENL schieravano 7000 uomini, dotati di blindati Nimr e T6 Panthera, suddivisi tra 16 battaglioni, (210.mo Battaglione di fanteria meccanizzata, 152.mo Battaglione di fanteria motorizzata, 321.mo Battaglione di artiglieria, battaglioni di fanteria 12.mo, 21.mo, 101.mo, 106.mo, 115.mo, 131.mo, 153.mo, 165.mo, 202.mo, 276.mo, 298.mo, 302.mo e 309.mo), appoggiati da una parte delle Guardie Petrolifere e dalle brigate Martiri di al-Zawiyah e al-Suayq. Gli islamisti schieravano invece 1000 elementi delle milizie del Consiglio Rivoluzionario della Shura di Bengasi, formato dal Gruppo Combattente Islamico Libico (al-Qaida), dalla Brigata dei Martiri del 17 Febbraio, Fajir al-Libiya, Ansar al-Sharia e brigata Umar Muqtar, capeggiati da Mustafa Shirqsi e Mahmud Fituri, che rispondevano al Gran Mufti Shayq Ghariani e al ministro della Difesa del Governo di Accordo Nazionale (GAN) Mahdi Barqhathi. Accanto alle milizie islamiste, vi erano 2500 elementi delle Guardie Petrolifere di Idris Salah Abu Qamada e delle brigate della fratellanza mussulmana misuratina al-Marsa, al-Faruq e al-Burqi. Subito dopo l’occupazione dei terminal petroliferi da parte delle milizie islamiste (BDB), avvenuta il 7 marzo, Barghathi si recava ad al-Jufrah per incontrare Shirqsi, accompagnato dal capo della Missione ONU (UNSMIL) Generale Paolo Serra. In effetti, al comunicato ufficiale che condannava le violenze e chiedeva l’immediato cessate-il-fuoco, emesso dagli ambasciatori di Francia, Regno Unito e Stati Uniti 24 ore dopo l’occupazione dei terminal petroliferi, l’Italia non aderiva. Anzi, l’ambasciata italiana a Tripoli celebrava “lo schieramento delle forze del Consiglio Presidenziale nella Mezzaluna (petrolifera), quando appunto il 7 marzo, le BDB occupavano i terminal petroliferi di Ras Lanuf ed al-Sidra, consegnandoli alle Guardie Petrolifere di Abu Qamada, legate al governo Saraj, che a sua volta inviava 600 elementi dei 302.mo e 21.mo battaglioni di fanteria di Tripoli, del 319.mo battaglione della Guardia Presidenziale, dei 45.mo e 19.mo battaglioni di fanteria di Misurata, del 66.mo battaglione di fanteria di Saba, e del 613.mo battaglione di fanteria di Misurata, rafforzando la presa sui terminal petroliferi e cercando di occupare gli altri 2 terminali controllati dell’ENL. Il tutto in vista dell’assalto finale islamo-atlantista su Bengasi. In seguito a tali manovre, il Parlamento di Tobruq, l’unico riconosciuto a livello internazionale, votava l’annullamento degli accordi di Shqirat, che avevano permesso la creazione del governo di accordo nazionale di Saraj.

Il ministro degli Esteri Angeluzzo Alfano.

Fonti:
al-Monitor
al-Monitor
La Stampa
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The Guardian

Ergastolo al terrorista islamista ospite della RAI e di Gad Lerner

Alessandro Lattanzio, 17/2/2017

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Il narcoterrorista islamista Haysam Umar Saqan

La Corte Distrettuale di Stoccolma, il 16 febbraio, ha condannato all’ergastolo il terrorista siriano Haysam Umar Saqan, per aver partecipato all’assassinio di sette prigionieri in Siria, nel maggio 2012. I sette uomini assassinati erano stati sequestrati da un gruppo islamista fondato nel 2011, la compagnia di Sulayman, attivo sul jabal al-Zawiya, presso Idlib. Il gruppo terroristico era guidato dal trafficante di droga e terrorista salafita Abu Sulayman al-Hamawi.
Saqan era attivo in Italia nel 2011 e nel 2012, dove protetto dai servizi segreti e dalla polizia politica italiana, irruppe nell’ambasciata della Repubblica Araba di Siria. E sempre protetto da servizi segreti e polizia politica italiani, emanazioni del partito neofascista al potere, il PD, Saqan ha potuto godere di un’ampia visibilità mediatica presso la RAI (TG-3) e La7 (trasmissione di Gad Lerner), come foto con l’inviata di Rai3 Lucia Goracci, sfegata propagandista del terrorismo islamista in Libia e Siria, e del golpe neonazista e dell’aggressione armata al Donbas in Ucraina.

Lucia Goracci con il suo sodale, il narco-terrorista salafita Saqan

L’inviata della Rai, e guerrafondaia furiosa, Lucia Goracci con il suo sodale, il narco-terrorista salafita Saqan (il tizio con berretto e occhiali da sole sarebbe un agente della CIA).

L’arresto di Saqan è stato possibile dopo la comparsa di un video dove partecipa alla strage del 2012 commessa dal suo gruppetto terroristico in Siria. La polizia italiana avrebbe aiutato gli investigatori in Svezia ad identificarlo, grazie ai video di quando irruppe nell’Ambasciata siriana a Roma. Saqan, partito dall’Italia per la Siria nel 2012, cercò asilo in Svezia nel 2013, Paese dove si nascose occultando i crimini che aveva compiuto e pretendendo lo status di rifugiato ed ottenendo il permesso di soggiorno nel 2016, ma già a marzo fu arrestato. “In una dichiarazione, la corte ha detto che il crimine di Saqan è così grave che la punizione decisa è l’ergastolo”. Ma c’è un pericolo, in Svezia la condanna all’ergastolo di uno straniero equivale a dieci anni di carcere seguiti dall’espulsione. E’ prevedibile che il circo islamonazista di sinistra si attiverà, complici i media di regime, il PD, le ONG dei servizi segreti, i servizi segreti, la fratellanza mussulmana piddina e i nazipiddini filo-Kiev per chiederne l’estradizione in Italia e conferire al terrorista stragista la nazionalità italiana e relativa residenza per “meriti democratici e umanitari”. Boldrini, Grasso e Mattarella (alias Mozzarella-mafia) prontamente esprimeranno solidarietà al “povero” Saqan, vittima della brutalità del “regime siriano”, conferendogli oltre all’immunità per i suoi crimini, vitto, alloggio e vitalizio, come già fatto con diversi altri ben noti terroristi, come il capo taqfirita Qraqar, oggi ospite di una galera a 5 stelle della Norvegia.
I media e i giornalisti (Berlinguer, Goracci, Lerner e infiniti altri) che hanno sempre coccolato tale feccia sanguinaria, sono i medesimi che hanno sempre attribuito i crimini commessi dai loro sodali, appunto i terroristi islamisti, alle loro vittime, cioè ai siriani, come dimostra la favola degli infiniti “ospedali pediatrici” distrutti “ogni santo giorno” ad Aleppo o altrove in Siria.

Saqan al momento della strage

Saqan al momento della strage

Quando Saqan era protetto dai servizi segreti e dalla polizia politca del PD

Il terrorista Saqan ospite di Gad Lerner, sorridente mentre sionisti e terroristi spiegano come esportare la democrazia in Siria

L’operato “democratico” del “combattente per la libertà” Haysam Umar Saqan, il terrorista coccolato da RAI e La7

Fonte: Daily Mail