Alessandro Lattanzio: Intervista a Geopolitika (Belgrado)

A cura di Srdjan Novakovich, Geopolitika, 24 luglio 2015

1. 11 settembre: c’è stato un “passaggio di mano” del potere al livello di Stato Profondo negli USA?
11817266L’11 settembre 2001 fu attuata un’operazione militare statunitense nel territorio nazionale. Ciò è dimostrato dalla commissione d’indagine del Congresso e del Senato degli USA che hanno in pratica insabbiano le (scarse) indagini ufficiali governative sull’attentato, e dal fatto che i responsabili della difesa aerea e altri leader militari responsabili della difesa degli USA, furono tutti promossi e nessuno indagato per inefficienza. In sostanza avevano portato a termine ‘con successo’ l’operazione militare dell’11 settembre 2001. Va notato che l’autoattentato ha avuto maggiore impatto negli USA, che all’estero, al di là della retorica sulla Guerra al Terrore. Certo, architettare l’11 settembre solo per invadere Iraq o Afghanistan fu chiaramente eccessivo. L’obiettivo vero erano Iran e Corea democratica popolare. Ma le avventate avventure militari di Washington e dei neo-con in Medio Oriente hanno svelato invece la fragilità estrema della macchina militare statunitense, incapace di conquistare ed occupare i territori devastati di Afghanistan e Iraq. Figurarsi uno scontro militare diretto con l’Iran. Sarebbe stata una catastrofe militare per gli statunitensi, una prospettiva occultata dall’apparato mediatico mondiale di disinformazione e propaganda diretto da New York e Los Angeles (Hollywood). Quindi gli obiettivi geopolitici di Washington, perseguiti tramite l’11 settembre, furono completamente mancati, e l’intervento in Iraq sostanzialmente controproducente, permettendo all’Iran di consolidarsi quale potenza regionale, nonostante Washington utilizzi ancora oggi il territorio iracheno per attuare la sua guerra ‘non-ortodossa’ o asimmetrica tramite lo Stato Islamico, creazione delle intelligence di NATO (Gladio) e Mossad israeliano. Sul piano interno, l’11 settembre ha avuto più successo potendo imporre il Patriot act, una legge che viola la stessa costituzione statunitense, senza opposizione e acutizzando un clima paranoico vigente negli USA, già potentemente coltivato da un sistema mediatico che instilla terrore psicologico nella propria popolazione (una serie infinita di telefilm polizieschi o d’azione ricolmi di cadaveri, violenze, ecc.)

2. Il 2001 ha accelerato la guerra sui gasdotti e i corridoi energetici, il narcotraffico e i cambi di regime geopolitico-energetici?
Gli USA hanno sempre utilizzato i cambi di regime, si pensi a Panama nel 1902, staccato dalla Colombia per poter costruirvi il canale interoceanico; ‘corridoio’ del primo ‘900. Con la caduta dell’URSS si accelerò la guerra sotterranea per il controllo di gasdotti e oleodotti, e da allora non è mai cessata se non nelle zone recuperate all’influenza russa o cinese, come in Asia centrale. L’ultimo esempio di tale guerra ‘energetica’ è lo scontro tra Pravij Sektor (alias Polonia, neocon USA, Gladio) e junta golpista di Kiev (alias Germania, Francia, amministrazione Obama) a Mukachevo, seconda città della Transcarpazia ucraina, regione da cui passano fisicamente tutti i gasdotti ucraini diretti in Europa. La Transcarpazia sarà al centro della futura lotta energetica in Ucraina, dopo una prima sconfitta della NATO, nella guerra per la regione del Donbas, la più importante regione energetica dell’Ucraina.
Il narcotraffico è sempre stato un utile strumento di Washington e della CIA per destabilizzare governi ostili e finanziare i propri ascari: narcoguerriglieri antivietnamiti in Indocina; mujahidin islamisti in Afghanistan, Bosnia e Kosmet; paramilitari in America Latina (Colombia, Messico, Panama, Nicaragua, Paraguay e Venezuela). La storia della simbiosi tra narcotraffico e operazioni coperte statunitensi è ben illustrata dall’esplosione della produzione di eroina nell’Afghanistan post-taliban e della relativa rete di smercio rappresentata dagli staterelli creati dalla NATO in Kurdistan e Kosmet.

3. La Siria e le guerre permanenti dei neocon usraeliani. Qual e’ il ruolo della Turchia di Erdogan?
In Medio Oriente l’amministrazione Obama ha tentato di attuare una politica alternativa a quella dei neocon di Bush II e Cheney. Non più interventi diretti del Pentagono, che come già osservato si sono rivelati costosi e controproducenti svelando definitivamente la debolezza militare degli USA. Qui Washington, con la ‘Primavera araba’, vera e unica carta geopolitica di Obama, ha tentato di sovvertire a proprio vantaggio lo status quo mediorientale utilizzando l’ultima risorsa rimasta a Washington, la propaganda e la disinformazione dei propri apparati ‘mediatico-culturali’, pensatoi o ‘centri studi’ (think tank) e dalla montagna di carta straccia nota come dollari USA. Nei Paesi mediorientali Washington ha applicato la tattica delle ‘rivoluzioni colorate’, con la variante dell’estremismo taqfirita, concessione dovuta al fatto di dover imbarcare nella guerra civile, da scatenare in Medio oriente, gli alleati di Israele, Turchia, Arabia Saudita e Qatar, concedendogli fette di territori e risorse da dominare una volta strappate a Libia, Egitto, Algeria, Yemen, Siria e Iraq. Anche in tale caso, principale obiettivo di Washington era la distruzione dell’Iran. E ancora, come nel caso della ‘Guerra al terrore’, la ‘Primavera araba’ di Washington, dopo un primo ed effimero successo, è collassata nel disastro totale che ne risucchia gli alleati; ad esempio il Qatar è stato emarginato dopo un paio di anni di peana elevati nei riguardi di Doha da un ceto giornalistico-accademico occidentale oramai totalmente prostituitosi ai petrodollari degli emiri del Golfo Persico. Il ‘successo’ libico è un buco nero; in Egitto e Tunisia i regimi-fantoccio dei fratelli musulmani, a libro paga di Doha, sono stati scacciati dalle relative borghesie nazionaliste; Siria, Iraq e Yemen resistono efficacemente alle varie manovre aggressive della NATO (tramite Gladio-B), anzi, l’Arabia Saudita, maggiore risorsa degli USA in Medio Oriente, viene risucchiata dalla guerra immotivata e irrazionale che ha scatenato contro lo Yemen (va rilevato che lo Yemen ha una popolazione superiore a quella saudita), mentre Israele non solo non ha aderito alle sanzioni contro la Russia, imposte per la crisi ucraina, ma cerca evidentemente di entrare nell’area economica che Russia e Cina costruiscono in Eurasia, volendosi porre come polo alternativo all’Iran. Da qui l’apparentemente irragionevole posizione di Netanyhau sull’accordo nucleare con l’Iran e l’apertura a una Grecia minacciata ed emarginata dall’Unione europea. Su questo piano, entra in concorrenza anche la Turchia neo-ottomanista di Erdogan, che vuole fagocitare le zone industriali ed energetiche di Siria e Kurdistan, per trattare poi da posizioni di forza con l’UE e Mosca. Ma anche qui, l’irrazionalità di Erdogan lo danneggia fortemente. In Turchia, ad esempio, sono scoppiati dei tentati pogrom anticinesi, maggiori alleati della Russia, mettendo in forse un ulteriore avvicinamento al Patto di Shanghai, cosa cui Erdogan pare ancora ambire, entrando così in concorrenza diretta con Iran e Israele. In sostanza, il triangolo Tel Aviv – Ankara – Tehran ruota attorno a Mosca e all’area economica eurasiatica che costruisce con Pechino. Una corsa che probabilmente terminerà con la vittoria dell’Iran, avendo maggiori ragioni geopolitiche e storiche dalla propria parte.

4. Il miracolo cinese e il potere deterrente dell’Esercito popolare. Russia-India-Cina, BRICS e SCO. Hezbollah, Songun e i futuri conflitti, quali prospettive?
Il blocco continentale dell’Eurasia va creando il proprio polo militar-strategico oltre che economico-commerciale. La Cina ne è il pilastro economico, ma anche militare (sul piano convenzionale). La politica avviata da Deng, una volta sbarazzatosi del settarismo vigente negli apparati statali e del partito cinese, prevedeva quattro grandi modernizzazioni, consapevole che una grande economia permette una grande società, grande patrimonio tecnico-scientifico e grandi forze armate. Perciò il Partito comunista cinese puntò soprattutto sullo sviluppo economico-industriale negli anni ’80 e ’90, avviando il ‘Grande balzo’ militare solo dal 2001, davanti alle minacce di Washington. Gli ‘esperti’ occidentali guardano la Cina come se fosse ancora negli anni ’80, sottovalutandone i progressi militari degli ultimi 15 anni. Tra l’altro, tali ‘esperti’ continuano a sottovalutare perfino la potenza militare russa attuale, soggiogati dai depliant delle industrie belliche statunitensi, o peggio dalla filmografia di Hollywood. Non va dimenticato che il 90% dei cosiddetti ‘esperti’ militari occidentali sono giornalisti prezzolati dalle grandi industrie belliche occidentali, il cui compito e far credere che bombardare Paesi come Grenada, Afghanistan o la Libia equivalesse a sconfiggere sul campo le forze armate di Russia, Cina o Iran. I risultati di tale ragionamento sono evidenti in Novorossija, Georgia, Siria e Iraq. Come già detto, il blocco eurasiatico si forma attorno all’alleanza tra Russia, Cina e India, tutte grandi potenze nucleari e industriali, tutt’altro che da sottovalutare, e a cui si aggregano altre potenza militari e nucleari come Pakistan, Iran e probabilmente Corea democratica, uno Stato denigrato dalla dozzinale propaganda atlantista e hollywoodiana, ma che nel 2014, grazie alle politiche seguite dal Partito dei Lavoratori, ha perfino registrato una crescita economica superiore a quella dell’eurozona. Un dato che i pagliacci mediatici che infangano di continuo la Corea democratica nascondono accuratamente. Come la Corea del Songun è l’avanguardia del blocco continentale eurasiatico, nella regione dell’Asia-Pacifico, così lo è il movimento di resistenza libanese Hezbollah nel Mediterraneo, costruendo il solido asse Libano-Siria-Iraq-Iran (e Yemen) che doveva essere vittima ultima della cosiddetta ‘Primavera araba’. L’intervento di Hazbollah in Siria ha permesso di porre al servizio dell’Asse della Resistenza, la sua enorme esperienza nella lotta ai terroristi islamisti (Gladio-B, ovvero la NATO) e contro le truppe d’invasione delle IDF e il Mossad israeliani. I martiri di Hezbollah caduti sul campo di combattimento hanno permesso all’organizzazione libanese di acquisire la massima maturità operativa nell’affrontare la potente sovversione taqfirita (atlantista e sionista) in Libano, Siria e Iraq.

5. L’arsenale strategico sovietico e russo. Putin, i cristiano-zionisti e Armageddon. L’Atomo Rosso di Stalin fu l’unico garante della pace nel mondo? Greci, serbi e russi dovranno chiedere scusa ai nazisti tedeschi e pagare risarcimenti?
Riguardo l’Atomo Rosso di Stalin, senza dubbio impedì che l’aggressività di Washington si scatenasse totalmente sul Mondo. Contraccolpo dell’atomica sovietica fu il terrore interno negli USA (Maccartismo), che non ha mai abbandonato la società statunitense, come già ricordato. Un terrore poi opportunamente rinfocolato l’11 settembre 2001. Perciò, avendo l’URSS di Stalin costruito il blocco sovietico dotato di armi nucleari, fu impedita l’imposizione del ‘Nuovo ordine mondiale’ anglosassone agognato da Londra e Washington fin dal fine ‘800. Perciò la propaganda, se non l’odio, contro Stalin e l’URSS che ha imperversato non solo tra i nazisti e i neonazisti (cui bruciava la sconfitta decisiva subita nella guerra di sterminio contro l’URSS); non solo tra le fazioni ideologico-sociali totalmente subordinate al mondo anglosassone; ma anche tra le varie frazioni settarie dell’estrema sinistra, ex-comunisti, anarchici e radicali occidentali che già negli anni ’50 rivendicavano la necessità di dissolvere l’URSS quale ‘necessario passo rivoluzionario’ per combattere l’imperialismo! Ed infatti, perseguendo nella loro sovietofobia e stalinofobia, alla fine le cosiddette forze ‘rivoluzionarie’ o ‘marxiste’ occidentali (in realtà sinistra ultraliberale) si allinearono con la CIA e le forze più reazionarie, come nel caso dell’Afghanistan negli anni ’80, della Bosnia e del Kosmet negli anni ’90, di Libia e Siria negli anni 2010. In realtà, la guerra contro la Jugoslavia degli anni ’90 fu il canto del cigno del ‘radicalismo’ di sinistra occidentale, quando affiancò e supportò l’aggressione della NATO contro le popolazioni jugoslave colpite dal neofascismo croato e dall’integralismo wahhabita. Dopo il crollo del 1989-1990, i settarismi della sinistra occidentale furono abbandonati dall’apparato mediatico occidentale e dalle intelligence atlantiste: non erano più utili nella guerra ideologica condotta contro l’URSS, oramai scomparsa. Infatti, dal 1991, le forze della sinistra radicale occidentale sono semplicemente scomparse, all’improvviso e lasciando in patrimonio null’altro che mera propaganda ultraliberale: matrimoni omossessuali, eco-radicalismo, pacifismo e ‘interventismo’ allineato alla NATO (Tibet, Aung Saa Su Ky, Yoani Sanchez, subcomandante Marcos, rivoluzioni colorate, ecc.), e perfino quel razzismo soft (la guerra in Mali o la soddisfazione per l’omicidio di Gheddafi) che già Jean-Paul Sartre, negli anni ’60, definì “razzismo delle anime belle”. Una sua forma si può vedere nell’aggressione inconsulta e schizofrenica verso Tsipras e Syriza in Grecia, rei di non avere realizzato i sogni di tanti ‘rivoluzionari accomodati’ esistenti in occidente. Un quadro sorprendente, vedendo chi sono i maggiori esponenti ideologici di tale moda anti-Tsipras.

6. Le rivoluzioni colorate di CIA-Soros, dissoluzione della Jugoslavia e creazione di un cordone di statarelli fantoccio in Europa Orientale. L’invasione islamica. La controrivoluzione in Serbia e Ucraina. La situazione in Novorussia.
Non c’è dubbio che l’Europa orientale sia stata l’obiettivo dove Washington ha riscosso i maggiori successi, con l’allargamento della NATO e il saccheggio industriale cui sono stati sottoposti dalla ‘liberazione’ del 1989. Effettivamente la NATO ha steso un ‘cordone sanitario’ in Europa, tra Germania e Russia-Bielorussia. Tralasciando la Polonia, caso patologico di Grande Nazionale dominata da un ceto politico da sempre miserabile, su cui rifulge la figura dell’unico vero statista che la Polonia moderna abbia mai avuto, il Generale Jaruzelsky, che ha riscattato dallo squallore politico-strategico dei generali polacchi come Pilsudsky e successori. Gli altri Stati, soprattutto quelli baltici o la Croazia, perseguono una politica di vero e proprio aparthaid, odio etnico e riabilitazione del collaborazionismo con il Terzo Reich. Uno stile ripreso dall’Ucraina ‘europeista’ di Majdan. Ed in effetti tale forma di ‘europeismo’ è consono anche all’UE medesima, che riabilita i peggiori incubi del passato recente per adattarsi alla campagna revanscista di Washington contro il programma eurasiatico di Putin. Non a caso tale revanscismo, che ricorda poi il ‘cordone sanitario’ creato da Londra e Parigi negli anni ’20, è ispirato dalle centrali ideologiche (think tank) statunitensi, soprattutto da Neocon e Neo-dem (banda della famiglia Clinton, Brzezinski, ecc.), che hanno dichiarato guerra a Mosca rinata potenza globale. E quindi logico che a tale ennesima campagna anti-russa vengano arruolati coloro che ne furono più conseguenti: i nazisti hitleriani e i loro kollabos riciclatisi dopo la seconda guerra mondiale nella Gladio, la rete terroristica della NATO tutt’ora attiva, come l’esempio ucraino dimostra. Ed ecco che rinasce ‘inspiegabilmente’ tale aborrita ideologia. Si tratta sempre delle operazioni da guerra psicologica della NATO, che sfruttano una combinazione di organizzazioni terroristiche (taqfirite, neonziste), resti spionistiche (ONG e think tank) e disinformazione (mass media occidentali e filo-occidentali). Tali operazioni si svolgono anche in Europa occidentale, con la citata questione dell’immigrazione. Ora, le radici di tale fenomeno, attualmente, risiedono nella devastazione attuata dalle potenze occidentali in Africa e contro i popoli africani. L’aggressione alla Libia jamhiriayana, camuffata da rivolta interna e pianificata dalla NATO, soprattutto da USA, Francia e Regno Unito, così come gli interventi imperialisti e neocoloniali contro Costa d’Avorio, Mali, Repubblica Centrafricana, Congo, Sudan e altri, erano volti a bloccare lo sviluppo continentale africano guidato dalla Libia di Gheddafi, Tutto ciò non poteva che destabilizzare la realtà socio-economica e politica dell’Africa, suscitando un ulteriore ondata emigratoria. La Jamahirya libica ospitava 2,5 milioni di lavoratori immigrati, oggi cacciati e spogliati di lavoro, reddito e casa dai ‘rivoluzionari’ libici, spesso trafficanti di esseri umani come la mafia di Bengasi, la mafia ribellatasi al regime libico nel febbraio 2011. Si tratta di schiavisti, come poi si è visto, la cui rivolta fu salutata e celebrata dalle miserabili forze del radicalismo di sinistra e dalle ONG ‘umanitarie’ occidentali che accusarono la Libia di Gheddafi di ‘sfruttare e torturare’ centinaia di migliaia di ‘negri’. Ovviamente era tutto falso, e le ONG ‘umanitarie’ ed ‘antirazziste’ occidentali si erano prestate alla propaganda imperialista, neocolonialista e taqfirita della NATO e degli emiri del Golfo Persico, giustificando la distruzione della Libia jamahiriyana. Va detto, e ne sono personalmente testimone, che anche persone seriamente impegnate nel fronte antimperialista avevano abboccato all’amo propagandistico della NATO, nonostante li avessi messi in guardia. Ecco, ora le stesse ONG ‘umanitarie’ e ‘antirazziste’, che si prestarono all’operazione di aggressione dalla Libia, intervengono sulla questione dell’immigrazione in Europa stavolta per demonizzare e denigrare l’Ungheria di Orban. Un filma visto e rivisto, ma che viene sempre proiettato dagli stessi agitprop della NATO.
Come avevo già accennato, tali ambienti del radicalismo di sinistra occidentale, dirittumanitari a senso unico e sostenitori dell’interventismo della NATO (Perché la NATO non interviene qui o là? Si chiedevano costoro fino a ieri), furono impiegati sul campo dalla NATO e da Gladio per frantumare la Jugoslavia che, nel caso la Russia risorgesse, come effettivamente è accaduto, sarebbe stata un suo notevole alleato in Europa. La Jugoslavia, nonostante tutto, aveva una forte base industriale e un esercito potente. Tutto ciò andava distrutto, e perciò l’UE e gli USA usarono qualsiasi mezzo: neoustascia, integralisti wahhabiti, mafie (Bosnia, Montenegro), separatismo di tipo leghista (Slovenia, Vojvodina), quinte colonne della borghesia compradora in Serbia, e fazioni ultraoccidentaliste o americaniste presenti nei ceti medi di Belgrado. Senza trascurare l’enorme macchina propagandistica-terroristica che ha visto l’intero spettro mediatico occidentale scatenarsi contro il popolo serbo, dipinto come un popolo di mostri da sterminare. Gioie del tanto vantato ‘pluralismo’ ideologico occidentale, dove i settori più scatenati ed efferati furono proprio le solite varie sinistre occidentali. Il risultato di tutto ciò sono dieci anni di guerra civile, l’aggressione della NATO contro le Repubbliche serbe di Bosnia e Croazia, contro il Kosmet, l’instabilità in Macedonia, la mafia al governo in Montenegro, la distruzione del patrimonio economico-industriale della Jugoslavia, similmente a quanto accaduto alla Repubblica Democratica Tedesca e alla Romania, ed infine l’indebolimento militare e della sicurezza di Belgrado. Ed ecco che il palcoscenico di Belgrado, nel 2000, rappresentò quel copione scritto a Langley, sede della CIA, che fu poi ripreso con più o meno successo a Tbilisi, Kiev, Bishkek, Cairo, Bengasi e Sana.

7. La situazione in Novorossia, Lega nord, governo Renzi, scena mediatica e politica italiana.
La questione novorussa s’intreccia con l’Italia, va ricordato che Federica Mogherini, attuale commissario per la politica estera dell’UE, era presente a Kiev nei giorni precedenti al colpo di Stato. Mogherini, e quindi il PD, sapevano che i golpisti stavano preparando non solo il colpo di Stato contro il presidente Janukovich, ma la repressione armata contro gli oppositori e l’aggressione alle popolazioni del sud e dell’est ucraini. Il PD è coinvolto direttamente nella crisi Ucraina, e supporta vari esponenti della junta golpista di Kiev. Ad esempio ha accolto nella propria sede il ministro degli Interni ucraino Avakov, responsabile dell’assassinio e dell’incarcerazione di centinaia di oppositori ucraini al golpe di Gladio a Kiev, nonché uno dei maggiori responsabili dei crimini di guerra e contro l’umanità contro la popolazione di Donestk, Lugansk, Kharkov e Odessa. Non va dimenticato che il Partito Democratico ha svolto e continua a svolgere, tramite le sue reti mediatiche, come il gruppo editoriale Repubblica-Espresso, il Fatto quotidiano e il canale TV Rai Tre, una martellante propaganda a sostegno dell’interventismo armato della NATO, contro Russia, Cina e Iran, e a sostegno del terrorismo di Gladio in Ucraina e Siria. Purtroppo la Lega di Salvini si distingue dalle posizioni del PD per un superficiale e strumentale appoggio alla Russia. Ultimamente i capi della Lega hanno deciso di visitare Israele, in funzione anti-iraniana, e gli USA per sostenere il partito repubblicano contro Obama. Ad esempio la Lega Nord si è coalizzata con forze neofasciste che sostengono Pravij Sektor e le organizzazioni razziste messe fuori legge in Russia. Un’altra forza alleata alla Lega ha svolto propaganda a favore dell’acquisto dei caccia statunitensi F-35. Inoltre, il programma e l’ideologia della Lega Nord e del fronte elettorale che guida è fortemente contrario ai BRICS, demonizzando Cina, India, Iran, principali alleati della Russia. E a proposito di figuri inquietanti nel panorama politico italiano, ricordo alla più grande manifestazione elettorale della Lega, questa primavera, era presente un ex-ministro del governo Monti, ex-ambasciatore italiano negli USA e sostenitore dell’interventismo d’Israele nel Medio Oriente. Ecco, da qui si può evincere la strumentalità della Russofilia di Salvini, una russofilia che sarà gettata via assieme alla maschera anti-europeista che indossa non appena l’amministrazione Obama sarà sostituita da quella di Bush III. In realtà l’azione di Salvini per l’Italia potrebbe risultare perfino più regressiva di quella di Matteo Renzi, il quale non solo ha stipulato accordi con Cina, Vietnam e Kazakstan, ma a Berlino, il 1.mo luglio ha detto, “La Russia deve rispettare sovranità e indipendenza dell’Ucraina, ma considerare l’Europa come contrappeso della Russia è un errore politico e un crimine culturale”. Si tratta di un discorso del premier Renzi, non a caso ignorato in Italia, anche da coloro che fanno finta di seguire la Geopolitica e la politica internazionale.

8. Sulla possibilità del “primo colpo” degli USA alla Russia. USA e UE si preparano all’occupazione armata della Repubblica Serba di Bosnia e della Serbia?
Brevemente, gli USA e l’UE, non solo non hanno la forza militare per scatenare una guerra nucleare contro la Russia (e la Cina), avendo Washington meno testate nucleari della Federazione russa, ma l’esercito statunitense è notevolmente indebolito dalle avventure militari in Medio Oriente e Afghanistan, e non può avventurarsi certo contro il più forte esercito dei Balcani, quello serbo. Washington, nonostante tutto e nonostante i vari proclami sull’espansione delle attività militari statunitensi in Europa orientale, il massimo che può fare e far girare i suoi carri armati più e più volte, proprio come faceva Mussolini negli anni ’30 per fare credere di essere più potente di quanto non fosse in realtà. Obama fa lo stesso, ma i fatti hanno la testa dura, e ad esempio alla Polonia, che insisteva di volere basi permanenti della NATO sul proprio territorio, la NATO e gli USA hanno risposto picche facendo notare che in Polonia saranno schierati a rotazione, come sempre, reparti e distaccamenti delle forze armate degli USA e della NATO. Se la tigre atlantista non è tutta di carta, di sicuro ha artigli e zanne di cartone.

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Discorso del premier Tsipras al Parlamento greco sul mandato a concludere le trattative

Alexis Tsipras, Prime Minister, 11 luglio 2015Tsipras-ParlamentoSignore e Signori membri del Parlamento,
Abbiamo raggiunto un punto critico e, forse, mi permetterete di avere un tono più personale oggi. Da quando sono stato eletto primo ministro, in questi momenti ancora più critici della storia post-dittatura del Paese, sono stato guidato esclusivamente dalla mia coscienza nel difendere le giuste rivendicazioni del nostro popolo e gli interessi nazionali. Negli ultimi sei mesi ho fatto tutto ciò che era umanamente possibile, in circostanze difficili, con minacce e ricatti sempre presenti. Tuttavia, e credo che nessuno può contestarlo, né amici né nemici, in tali circostanze e momenti difficili mi sono assunto dei rischi, ma non mi arrendo, non considero il costo politico, non opto per frettolosi compromessi semplicemente per restare al potere. Molti diranno, forse, che ciò che ho raggiunto supera le aspettative. E l’ho fatto sempre onorando la verità, come ho capito e capisco tutto il generoso sostegno della maggioranza del popolo greco in questa difficile lotta.
Oggi, voglio essere completamente chiaro con voi, dirvi la verità, almeno quella comprensibile. Tutti, ma soprattutto il popolo greco che ci guarda, possono giudicare e valutare ciò che dico, con calma e compostezza. Non ci può essere alcun dubbio che negli ultimi sei mesi siamo stati in guerra, abbiamo affrontato battaglie difficili con duri ostacoli, abbiamo avuto delle perdite, ma abbiamo anche guadagnato terreno. Abbiamo realizzato molto di più di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare. Ora, però, credo che abbiamo raggiunto un momento molto critico: da ora in poi abbiamo di fronte un campo minato, un fatto che non posso ignorare e che non dovrebbe essere nascosto al popolo greco. In questi ultimi mesi abbiamo strenuamente lottato per ottenere il miglior risultato possibile, nonostante l’inaudita asfissia economica. Quando mi è stato chiesto se abbiamo commesso degli errori in cinque mesi di negoziato, l’unica risposta onesta è sì. Sì, abbiamo fatto degli errori. Nessuno è infallibile. Credo, tuttavia, che non vi siano precedenti nella moderna storia europea di un Paese praticamente sull’orlo del fallimento che negozia con tale persistenza e dignità. Per negoziare da pari a pari, per ripristinare la parità politica perduta tra la Grecia e gli altri Paesi della zona euro. Ora, dobbiamo decidere di non sacrificare questa parità sull’altare delle forze conservatrici estreme. Forze conservatrici estreme che hanno voluto esattamente questo risultato e e lo perseguono attivamente, e chi di voi ha visto l’incontro di ieri al Parlamento europeo ha assistito a tale dinamica: un conflitto ideologico-politico e il desiderio, soprattutto, di farla finita con un governo non gradito, e con il suo popolo, considerato un fastidio, che disinteressatamente si ostina a sostenere il proprio governo pur dovendo sopportare l’asfissia finanziaria. Abbiamo deciso, quindi, di procedere con responsabilità e la serietà necessaria nelle attuali circostanze, evitando una Grexit politica con una scusa economica. Io non sono qui per mascherare la realtà con una retorica eccessiva. L’accordo di finanziamento che sarà presentato all’Eurogruppo comprende diverse misure che differiscono notevolmente da nostri impegni pre-elettorali e dichiarazioni politiche, dato che crediamo sia necessario per la ripresa dell’economia greca. Tuttavia, dobbiamo prima verificare le alternative, e qui nulla è dato, la trattativa è in corso, tra l’attuale proposta e quella che abbiamo ricevuto quindici giorni prima.
Il 25 giugno abbiamo ricevuto un ultimatum dall’Eurogruppo. Tale ultimatum dava solo misure severe senza alcun respiro o prospettive, senza finanziamenti adeguati, senza alcun impegno sulla ristrutturazione del debito. Sarebbe durato per cinque mesi senza finanziamenti adeguati, includendo quattro valutazioni in cinque mesi senza un impegno sulla questione del debito. Ci siamo rivolti alla base. E credo che chiunque altro al nostro posto avrebbe fatto lo stesso. Ci siamo rivolti alla base e chiesto al popolo greco di decidere. La nostra intenzione non era con questa scelta portare a una vacanza bancaria. Mentre il Consiglio direttivo decise di proporre un referendum, abbiamo presentato una richiesta di proroga del programma per permettere a questo processo di svolgersi senza problemi. Non è accaduto, ma non per nostra scelta. Nonostante le banche chiuse, nonostante le enormi difficoltà sociali e finanziarie create, il popolo greco ha preso una decisione difficile, coraggiosa e storica che ha sorpreso molti. Ha respinto l’ultimatum. Non ha dato un mandato per la rottura. Il suo mandato era cercare di rafforzare l’impegno a negoziare un accordo economicamente sostenibile. E non ho mai nascosto le mie intenzioni o la verità al popolo greco. Non ho chiesto di votare “no” con il mandato di lasciare l’euro, ma per rafforzare la nostra posizione negoziale. Mi sono anche personalmente impegnato, prima del referendum, di fare tutto quanto in mio potere per perseguire un accordo migliore nel più breve tempo possibile, anche entro 48 ore. Il popolo greco ha votato con questi termini e non sono qui oggi per fare qualcosa di diverso da ciò che ho promesso. Sto facendo quello che ho promesso. Io non inganno il popolo greco, né il Consiglio dei leader politici che avevo chiesto di convocare subito dopo il referendum quando chiesi, e a cui in effetti siamo tutti impegnati, un quadro specifico per un accordo praticabile, un passo necessario per superare le divisioni, tale è la natura di un referendum, per l’unità politica e nazionale. Per me, il “no” ha rappresentato un mandato per una soluzione migliore, un accordo migliore, per la dignità di gran parte del popolo greco, le migliaia di persone che subiscono povertà e umiliazione in tutti questi anni. Ho anche percepito il “no” come un voto di fiducia, come pure nel governo e nei suoi sforzi. Ed è il momento di fare il punto.
In occasione del Consiglio dei leader politici, abbiamo fissato tre condizioni per un accordo sostenibile: un finanziamento adeguato, un forte pacchetto di investimenti, impegni sostanziali per la necessaria ristrutturazione del debito, e in cambio ci siamo impegnati a riforme che costino la recessione minore possibile e con un’equa ripartizione degli oneri. Cosa abbiamo di fronte oggi? Quali possibilità ed inconvenienti si trovano davanti? Abbiamo la prospettiva di un finanziamento adeguato per le obbligazioni a medio termine del Paese per un periodo di tre anni. Abbiamo la promessa di un pacchetto di forte stimolo da oltre 30 miliardi di euro, 35 miliardi, riservato all’erogazione di prestiti e alle iniziative per combattere la disoccupazione. E per la prima volta, abbiamo sul tavolo una discussione seria e sostanziale sulla necessaria ristrutturazione del debito, e non siamo più gli unici a richiederlo: il FMI ha pubblicamente ammesso che è necessario, così come il Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, che pubblicamente ha dichiarato che la necessaria ristrutturazione del debito potrebbe essere un risarcimento per le riforme. Dobbiamo essere onesti, però, il programma di riforma che chiediamo di attuare è un programma duro, con condizioni migliori su alcuni punti, alcuni punti, rispetto a quello dell’ultimatum di due settimane fa, ma un programma duro, comunque. Ma per la prima volta in sei mesi di trattative, e ripeto non possiamo essere certi dei risultati, c’è la possibilità di un accordo che possa mettere definitivamente fine al discorso di una Grexit e, di conseguenza, dare un segnale completamente positivo a mercati e investitori, che con un finanziamento garantito a lungo termine e la riduzione del debito possono ancora una volta avere fiducia nell’economia greca. Questo ci darà la possibilità, l’opportunità, di compensare i possibili effetti recessivi delle gravi misure.
Permettetemi di evidenziare cinque punti del progetto di accordo che chiediamo al Parlamento di autorizzare oggi e al ministro delle Finanze di negoziare e firmare.
In primo luogo, questo accordo porterà ad un programma esclusivamente europeo, costituito esclusivamente da meccanismi di sostegno europei. Ciò significa che il FMI non sarà parte dell’accordo. Il suo possibile coinvolgimento sarà limitato al supporto tecnico. Ciò significa che la troika come la conoscevamo, non esisterà più.
In secondo luogo, la durata del nuovo accordo, come ho detto prima, è di tre anni. Da tempo e spazio per stabilizzare l’economia, porre fine alle speculazioni sulla Grexit e lasciare il Paese guadagnare la fiducia del mercato. Voglio far notare che nell’ultimatum che abbiamo ricevuto quindici giorni fa, la durata era di cinque mesi. Ora, ci saranno requisiti uniformi per l’intera durata del Programma e delle misure difficili che stiamo discutendo. Così, non ci riuniremo di nuovo dopo cinque mesi per discuterne di nuovi.
Il terzo punto prevede avanzi primari più bassi fino al 2018, che saranno legati alla situazione economica; stiamo eliminando un requisito che ha solo alimentato l’austerità, cioè, avanzi molto elevati in assenza di crescita economica. Ricorderete che nel quadro del programma precedente avevamo impegnati per avanzi primari del 3% per il 2015, e del 4,5% per ogni anno dal 2016. Ciò significa che nel 2015-2018 dovevamo produrre avanzi primari pari a 30 miliardi di euro, mentre ora abbiamo l’obbligo è di circa 17 miliardi di euro. Pertanto, le misure di bilancio che saremmo stati costretti ad adottare sarebbero state di molto superiori ai 75 miliardi di dollari attualmente necessari. Lo spazio fiscale aggiuntivo derivante dall’avanzo primario è inferiore di circa 13 miliardi di euro per il 2015-2018. Questo è il vantaggio fiscale, non voglio blandire le cose, della dura proposta che abbiamo sul tavolo.
Quarto punto. Con il prestito dal meccanismo europeo di stabilità (MES) si rimborseranno i titoli greci detenuti dalla Banca centrale europea per un totale di 6,8 miliardi, con scadenza a luglio e agosto. Questa conversione a breve termine del debito a lungo termine, con tassi di interesse più bassi, e l’ESM lo prevede tale opportunità, con tassi di interesse più bassi e eventualmente ribaltamento dei rimborsi, che vi indicherò in seguito, che sono l’equivalente del debito ristrutturato. Pertanto, l’assunzione di obblighi di debito e finanziari complessivi del Paese da parte del Meccanismo europeo di sostegno, di fatto da la possibilità di convertire il debito a breve termine in debito a lungo termine. In questo senso, permetterebbe al Paese di almeno parzialmente usufruire del programma di allentamento quantitativo della Banca centrale europea per settembre.
Quinto punto. Non ci saranno misure di bilancio aggiuntive in conseguenza dell’impatto economico della vacanza bancaria, né l’imposizione di controlli sui capitali.
Naturalmente, per la prima volta, ci sarà una discussione sincera sulla questione chiave della sostenibilità del debito. Un impegno notevole da parte dei partner sulla ristrutturazione del debito complessivo con il meccanismo europeo di stabilità, in modo che possa diventare utile e sostenibile, è sul tavolo; un impegno e un lasso di tempo sostanziali per iniziare questa discussione e prendere una decisione definitiva.
Signore e Signori membri del Parlamento,
Voglio ribadire che lo scopo del mio intervento di oggi non è abbellire la realtà. Lo scopo è dire la verità, in linea con la mia responsabilità nei confronti del Parlamento e del popolo greco, per esporre con chiarezza le scelte che abbiamo. Stiamo concludendo, spero, una difficile battaglia, forse la più difficile che abbiamo avuto nella storia del Paese, dopo la dittatura. Abbiamo negoziato con durezza in nome della Grecia e anche per far cambiare rotta all’Europa. Oggi, sulla base dei risultati, ciò potrebbe apparire impossibile, e dobbiamo ammetterlo. Tuttavia, sono certo che prima o poi i semi delle democrazia e dignità che abbiamo seminato daranno i loro frutti agli altri popoli europei. Abbiamo messo la domanda per la fine immediata dell’austerità al centro del discorso pubblico in tutta Europa e nel mondo. Abbiamo negoziato in modo che “il rispetto reciproco” sia un principio guida, vale a dire il rispetto delle regole che disciplinano l’Unione europea, così come il rispetto della sovranità popolare e della democrazia. Abbiamo innescato un movimento di solidarietà pan-europeo a sostegno del popolo greco che soffre, che non vedevamo dalla caduta della dittatura: l’ultima volta che ci sono state manifestazioni di solidarietà in cui le piazze delle città europee erano piene di bandiere greche fu durante la dittatura dei sette anni. Abbiamo combattuto per coloro che ricevono bassi salari e pensioni magre, abbiamo lottato per i diritti dei lavoratori, al fine di evitare i licenziamenti collettivi. Abbiamo combattuto per ciò che abbiamo percepito come le giuste richieste del popolo greco. Sono certo che questa lotta non sarà del tutto inutile.
Signore e Signori membri del Parlamento,
Autorizzare il ministro delle Finanze in un momento così critico non è semplicemente una questione ordinaria che richiede un voto. E’ un voto di coscienza di grande importanza politica, perché riguarda il nostro futuro. E ovviamente è una scelta di coscienza, ma anche di grande responsabilità nazionale. Ora, il nostro dovere nazionale è sostenere il nostro popolo affinché possa continuare a lottare con orgoglio per la giustizia e con perseveranza per il progresso e la prosperità. Il nostro dovere nazionale richiede decisioni difficili. Sono sicuro che saremo all’altezza di questa responsabilità e ci riusciremo. Sono fiducioso che la perseveranza, la passione per la vita, per la dignità del nostro popolo, saranno la nostra guida nei prossimi giorni, nei prossimi anni. Ci riusciremo! Non solo riusciamo a rimanere in Europa, ma a vivere come partner paritario con dignità e orgoglio, in cerca di giustizia in Europa, aprendo la via anche agli altri popoli d’Europa.
Grazie.
12503 itok=zYP6pXhkTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alexis Tsipras: eroe, traditore, eroe, traditore, eroe

Alex Andreou. Atene, Grecia e Londra, Regno Unito, Byline 13 luglio 2015

Ci scusiamo con i marxisti di tutto il mondo se la Grecia si rifiuta di commettere il suicidio rituale per promuovere la causa. Ne soffrirete sui vostri divani.tsipras1-1Si scopre sul panorama politico europeo, anzi, mondiale, che i sogni socialisti di ognuno sembravano poggiare sulle spalle del giovane primo ministro di un piccolo Paese. Sembrava che ci fosse una fervente irrazionale credenza, quasi evangelica, che un piccolo Paese, affogato dal debito, in cerca di liquidità, avrebbe in qualche modo (mai specificato) sconfitto il capitalismo globale armato solo di bastoni e pietre. Quando sembra che ciò non accade, gli voltano le spalle. “Tsipras ha capitolato”. “E’ un traditore”. La complessità della politica internazionale è ridotta a un hashtag rapidamente passato da #prayfortsipras a #tsiprasresign. Il mondo chiede il clou, l’X-factor finale, l’epilogo hollywoodiano. Qualcosa di diverso dalla lotta fino alla morte è la viltà inaccettabile. Come è facile essere ideologicamente puri quando non si rischia nulla, non si affrontano carenze, crollo della coesione sociale, conflitto civile, vita e morte. Come è facile invocare un accordo inaccettabile per qualsiasi altro Stato membro della zona euro. Quanto è facile prendere decisioni coraggiose quando non si ha la pelle in gioco, quando non si contano, come faccio io, le ultime 24 pillole del farmaco che impedisce a vostra madre di avere crisi epilettiche.
20 pillole. 14.
È una caratteristica peculiare della negatività patologica concentrarsi solo su ciò che si perde invece che su ciò che si acquisita. E’ lo stesso atteggiamento che dirige frazioni della popolazione di ogni Paese, sempre per la loro perfetta utopia socialista e contemporaneamente evadendo le tasse in ogni modo possibile. L’idea di Tsipras “traditore” si basa pesantemente su un’errata interpretazione cinica del referendum della scorsa settimana. “OXI”, i critici vorrebbero far credere fossa “no” a qualsiasi accordo; l’autorizzazione a una Grexit disordinata. Non era niente del genere. Nel discorso seguente Tsipras ha detto ancora una volta che aveva bisogno di un forte “OXI” come arma per negoziare un accordo migliore. Non l’avete capito? Ora, si potrebbe pensare che non ha raggiunto l’accordo migliore, forse è vero, ma suggerire che avesse autorizzato la Grexit è profondamente falso, e riguardo al 38% che ha votato “NAI”? Tsipras non rappresenta anche loro? Niente paura. L’accordo potrebbe rivelarsi impraticabile comunque, non sarebbe approvato dal Parlamento greco. Syriza potrebbe spaccarsi e la Grexit verrebbe imposta da coloro che la cercano da anni. Poi si valuterà ciò che si è ottenuto.
12 pillole. 10.
L’accordo raggiunto da Tsipras (per quel che ne sappiamo) dopo aver negoziato per 17 ore è molto peggiore di quanto si potesse immaginare. Ma è anche molto migliore di quanto si potesse sperare. Dipende semplicemente dal fatto se ci si concentra su ciò che è stato perso o ciò che è stato guadagnato. La perdita è un orribile pacchetto di austerità. Un pacchetto che, chiunque dalla minima comprensione politica sa, sarebbe arrivato comunque. L’unica differenza è che, attraverso un governo conforme ai precedenti, non sarebbe stato accompagnato da alcuna compensazione. Ciò che è stato acquisito in cambio è molto più denaro di quanto immaginato per finanziarsi adeguatamente a medio termine e permettere al governo di attuare il programma, un significativo pacchetto di stimolo, emissione di denaro EFSF finora negato (“grazie” al governo Samaras), e un accordo per ristrutturare il debito con trasferimento di obbligazioni di FMI e BCE all’ESM. Ciò è niente, i disturbatori disturbano. L’analista di ERT Michael Gelantalis stima che solo questa ultima parte comporterebbe tra 8 e 10 miliardi in meno di rimborsi d’interesse in un anno. Sono un sacco di piatti di souvlaki. Nelle ultime ore mi è stato detto che la Grecia “dovrebbe solo #Grexit ADESSO”; che abbiamo “un ottimo clima e potrebbe facilmente essere autosufficiente”; che”dovremmo adottare il Bitcoin e il crowdfunding per aggirare il monetarismo”; che “gli Stati Uniti ci invierebbero le medicine”. Nessuno di costoro suggerisce che ciò avvenga nel proprio Paese, si capisce. Solo in Grecia, in modo da poter vedere cosa succede. La maggior parte di loro vive in Stati con governi centristi che sposano l’austerità ma garantiscono continuo flusso di ultimi iPad nei negozi. Tutti loro, senza eccezione, avrebbero potuto negoziare un accordo assai migliore con un coltello alla gola; sarebbero stati più coraggiosi. La mia domanda ai critici è: che battaglia combatti nel tuo Paese, città, villaggio in questo momento? E con quale rischio? Non sei, infatti, malvagio come gli ideologi dell’austerità dura che vogliono sperimentare su un “Paese cavia”, sulla vita delle persone, e vedere come finisce?
8 dosi. 5.
Visto come sorta di Fossa di Helm, questa sconfitta per i greci è monumentale, irredimibile. E’ il momento del “tutto è perduto”. Visto come battaglia di avvio di una guerra molto più grande, è estremamente preziosa. Ha messo il nemico in primo piano indicandone punti di forza e di debolezza. Ha fornito dati agli altri, Spagna, Portogallo e Italia che si premureranno di essere meglio preparati. E’ stata combattuta coraggiosamente ed elegantemente, perché la Grecia vivrà per combattere un altro giorno. Abbiamo eletto un uomo buono, onesto e coraggioso che ha lottato come un leone contro insondabilmente grandi interessi. Il risultato non sarà quel martirio che speravate. Ma un giorno ci sarà.

Hai visto? La solidarietà ti è almeno arrivata.

Grecia: turismo militante Hai visto? La solidarietà! E’ almeno arrivata.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il “massacro di luglio” e l’età della paura

Philippe Grasset Dedefensa, 13 luglio 20151130942-schulz_montiIl media online tedesco Deutsche Wirtschafts Nachrichten (DWN), che ha una reputazione di libero tiratore in linea con le buone maniere del sistema-stampa, fa un’analisi della situazione europea dopo il furioso e implacabile golpe della “setta” di questo fine settimana contro la Grecia; colpo di Stato che va considerato in generale come simbolico, titolo di esempio ed allarme implacabile, contro tutti gli Stati membri e con la loro stessa complicità… Ora scrive DWN la paura ha sostituito la fiducia nei rapporti tra i membri dell’UE e “la vita comune in Europa non è più decisa dagli accordi (fiducia), ma dalla legge della giungla“. Martin Schultz, presidente (tedesco) del Parlamento europeo, che ha già espresso forti tendenze a considerare un cambio di regime contro la Grecia, ha detto alla radio tedesca Deutschlandfunk che “Bruxelles è sul filo del rasoio e quindi la zona euro rischia di disintegrarsi”. Schultz ha sottolineato il carattere “complesso” e soprattutto “conflittuale” dei negoziati con la Grecia, nelle riunioni dell’Eurogruppo e dei capi di Stato e di governo. In queste affermazioni appare un uomo che mostra in maniera straordinariamente netta gli impulsi tirannici che animano i personaggi del sistema che si agitano convulsamente sulla scena, la constatazione di questo “confronto” è del tutto ambivalente… Non si creda un secondo che si tratti di un evento classico, con vincitore e amici, e il perdente, come nella politica più brutale, ma un evento simbolico mostruoso, dove anche i carnefici che si pensano padroni di sé, sono avvinti dalla paura di essere vittime del mostro che servono. È un episodio che segna lo scatenarsi del sistema nella sua follia dissolutivo-autodistruttiva, perfettamente e logicamente in linea allo “scatenamento della materia“… dobbiamo incontrare tutte le vittime, frantumate in ogni caso, di questo “massacro di luglio”. Alimentando le varie riflessioni per esprimere al meglio tale sentimento di paura che avanza, si pone la sintesi di Sputnik News del testo di DWN, perché riflette in modo realistico e giusto, a nostro avviso, questo clima di paura ormai prevalente in Europa. (Sputnik.News 13 luglio 2015).
I creditori europei hanno deciso l’accordo con la Grecia, ma l’esistenza dell’unione politica nella sua forma precedente è fuori questione. L’UE è divisa e la frattura definitiva è solo questione di tempo, scrive DWN. Molti osservatori internazionali definisco l’ultimo vertice UE “umiliazione dei greci”. I colloqui più lunghi della storia dell’Unione ha spazzato tutti i valori per cui l’Unione europea sorse, dicono. Secondo DWN, è la fine dell’Unione europea nella sua forma precedente, un’unione politica che coltivava fiducia reciproca e principi democratici. La democrazia diventa un fenomeno marginale. Gli Stati ‘forti” ora danno ultimatum a quelli ‘deboli’, in un modo inaudito prima. (…) Le politiche economiche imposte, tuttavia, distruggeranno l’economia greca. Le banche greche in parte sono crollate, mentre molti risparmiatori perderanno i loro soldi. La politica di austerità non ha funzionato negli ultimi cinque anni e mezzo ed è improbabile funzioni ora, scrive la testata. Le conseguenze per i Paesi della zona euro saranno drammatiche. Il panico bancario greco potrebbe diventare in pochi secondi panico bancario europeo incontrollabile. La solidarietà in Europa si erode con i Paesi che agiscono per i loro interessi egoistici. La crisi dei rifugiati sarà il prossimo fallimento nell’UE, che vedrà i membri agire nel proprio interesse e non dell’Unione, dice l’articolo. Secondo DWN, Angela Merkel e Wolfgang Schauble in una notte hanno trasformato l’UE in un soggetto che non si regge più sulla fiducia, ma solo dalla cruda paura. Con la firma dell’accordo con la Grecia l’incubo per l’Unione europea è cominciato. La vita in Europa non è decisa dagli accordi ma dalla legge della giungla, scrive la testata”.
sondaggi-grecia-germania E’ vero che l’attacco alla Grecia, da tutte le considerazioni tecniche e politiche è un attacco ai principi alla base della vita politica della civiltà, cioè un attacco di inaudita violenza che assomiglia ad una particolare barbarica aggressione a sovranità e legittimità, al principio di identità, all’ontologia, all’essere stesso con cui una nazione è stata notevolmente indebolita, impoverita, ridotta alla miseria, una nazione la cui brillantezza del passato, sole del pensiero alla nascita della tragedia, necessaria alla sopravvivenza degli ultimi residui della nostra povera civiltà, diventata mostruosa “contro-civiltà”. Forma e colore del tradimento, perfetta esecuzione di tradimento, dissoluzione nella violenza destrutturante, cecità da nichilismo furioso e aggressivo, sono fatti significativi e inconfondibili per la mente che sa guardare alla radice delle cose. Infatti trasformano il clima generale in paura dominante… In modo molto significativo non pensiamo che questa paura risparmi (chi) si tenderebbe a designare come carnefice della Grecia. Anche la Germania ha paura, e comunque si renderà conto molto rapidamente che anche essa è soggetta a tale clima di paura. … Come “la gentile Unione Europea” da potente e benevola signora apparsa per promuovere il nostro destino s’è finalmente trasformata in un’orca mostruosa, nostro personaggio preferito per simboleggiare la situazione, che diffonde paura mentre urla? La parola “gentile UE” non sfugge alla derisione rivelandosi tutt’altro che un’invenzione, dato che un personaggio rappresentativo di ciò che di misero e squallido il sistema può produrre, davvero usa tali termini; ciò dimostra la stupidità sorprendente e quasi commovente che abita tale tipo di pensiero quando si tratta di corteggiare il sistema assicurando la propria innocenza, l’ambiguità della parola “innocente” per descrivere l’inquisitore… tale parola, nella trasmissione C dans l’air del 6 luglio, come ci dice Acrimed.org il 13 luglio 2015: “… Jean-Dominique Giuliani, spiega dottamente “Lo sapremo domani con le proposte che farà all’Eurogruppo poiché, in ultima analisi, la gentile Unione europea ancora accetta nuove discussioni“. Infatti, se i personaggi di tal fatta, di tali dimensioni e statura sono spinti ad utilizzare tali termini, è perché le loro psicologie sono così indebolite che tutto è possibile, compresa l’adattamento della gentilezza sul volto indicibile di un’orca, non avendo capito assolutamente niente, lavorando affinché il tradimento si compisse nel fine settimana della “Strage di luglio”, aprendo “l’età della paura” e senza rendersi conto che sarà anche il loro destino inevitabilmente. L’orca mostruosa, di cui si capisce facilmente guidare la logica che ha portato a tale evento informe, potrebbe trasformarsi nel minotauro del disgraziato Kronos. Si potrebbe quindi sostenere che c’è stato qualcosa di irreparabile, irrimediabile, in questi due giorni a Bruxelles, in Europa. Improvvisamente, la nostra “contro-civiltà” ha pubblicamente e spudoratamente mostrato tutto il suo odio, tutti i suoi vizi, tutte le sue perversioni illustrando definitivamente ciò che la condanna agli occhi della metafisica della storia, del destino del mondo e del senso dell’evoluzione. L’eccezionale mediocrità, perfino sublime, di coloro che si sono riuniti per compiere l’atto senza dubbio testimonia che ci avviciniamo alla fine: quando il sublime si segnala nettamente per dimensione della viltà, sigla il mutamento definitivo dell’equilibrio mondiale. Come disse Churchill, anche se in maniera meno certa, la formula può essere riusata qui… “Non è la fine dell’inizio, ma l’inizio della fine“. Beh, la bestia muore.

Angela Merkel e il capogruppo della CDU Volker Kauder

Angela Merkel e il capogruppo della CDU Volker Kauder

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Oxi!

Jacques Sapir, Russeurope, 6 luglio 2015oxiLa vittoria del “no” al referendum è un evento storico, una svolta. Nonostante le molte pressioni a votare “sì” da media greci e capi dell’Unione europea, nonostante l’organizzazione da parte della BCE del panico bancario, il popolo greco ha parlato, facendo sentire la sua voce contro le menzogne diffuse continuamente sulla situazione in Grecia, nelle ultime settimane. Abbiamo qui un pensiero per quei cronisti che volutamente mascheravano la realtà facendo credere un legame tra Syriza ed Alba Dorata. Queste bugie non ci sorprendono, ma non si dimenticano. Il popolo ha fatto sentire la sua voce con forza insolita, dato che al contrario di quanto i sondaggi facevano credere, agli exit poll la vittoria del “No” aveva un ampio margine, quasi il 60%. Ciò rafforza ovviamente il governo di Alexis Tsipras e deve far riflettere i suoi interlocutori. Vedremo cosa accadrà, ma va detto subito che le reazioni di Martin Schulz del Parlamento europeo e Jean-Claude Juncker della Commissione [1] o di Sigmar Gabriel, ministro dell’Economia o dell’SPD alleato di Merkel in Germania [2], lasciano poco spazio all’ottimismo. La vittoria del “No”, e questo è ovvio, ha anche particolare risonanza in Francia quasi dieci anni dopo l’altra vittoria del “No” nel nostro Paese (e nei Paesi Bassi). Allora, nel 2005, si trattò del progetto di trattato costituzionale europeo, respinto nel nostro Paese con oltre il 54% dei voti. Ancora una volta la campagna mediatica dei sostenitori del “sì” aveva passato tutte le misure e superato i limiti. I sostenitori del “no” furono sepolti da insulti e minacce [3] ma resistettero. Da quel momento il divorzio, sempre più ampio, tra francesi e casta mediatica, si legge sulle statistiche del declino della stampa “ufficiale” e dall’esplosione dei blog come questo. Il voto ha segnato la significativa differenza tra ciò che pensano gli elettori della classe operaia e quelli delle classi superiori [4]. Fu chiamata “vittoria della plebe sui bobos” [5]. Sembra che si assista a un fenomeno simile in Grecia, dato che se la periferia elegante di Atene ha votato “Sì” per oltre l’80%, in modo inversamente proporzionale il “No” ha prevalso nei quartieri popolari. Il “no” greco è un’eco diretta di quello francese. Eppure, dopo varie manovre, un testo quasi simile, il “Trattato di Lisbona”, fu adottato a “congresso” un paio di anni dopo grazie all’alleanza senza scrupoli tra UMP e PS. Da lì risale certamente la frattura tra élite politiche e dei media ed elettori. Tale negazione della democrazia, questo furto del voto sovrano, è una ferita profonda per molti francesi. La vittoria del “No” greco risveglia quell’incidente e potrebbe spingere gli elettori a rendere conto di un passato che non passa proprio.

Il significato del “No”
Ma va capito il significato profondo di questo “No”, in opposizione al comportamento assai antidemocratico dei capi di Eurogruppo, Commissione europea e Parlamento europeo, screditando soggetti come Jean-Claude Juncker, Dijssenbloem o Martin Schulz, Presidente del Parlamento europeo. Si oppone soprattutto alla logica seguita dal 27 giugno quando Dijssenbloem, presidente dell’Eurogruppo, decise di escludere Varoufakis, ministro delle Finanze greco, dal vertice. Tale gesto incredibile significò escludere la Grecia dalla zona euro. Dobbiamo sottolineare la passività sorprendente del ministro francese Michel Sapin. Accettando di rimanervi fu complice dell’abuso di Dijssenbloem. Anche se il governo francese dice ora che vuole che la Grecia rimanga nella zona euro, il comportamento di uno dei suoi membri di spicco, vicino al Presidente della Repubblica, se non smentisce mette in dubbio la realtà di tale impegno. Il governo greco non poteva non prenderne nota. In realtà, fummo esclusi da una battaglia in cui la Germania, direttamente o indirettamente, ha in gran parte ispirato le posizioni europee. Il fatto che la BCE nella settimana del 28 giugno – 5 luglio ha presieduto lo strangolamento finanziario delle banche greche, provocando un’emozione molto comprensibile nelle persone, è la prova che le istituzioni europee non intendono proseguire i negoziati con Alexis Tsipras ma cercarne le dimissioni o il rovesciamento con quei congressi fantoccio possibili con un sistema parlamentare come quello greco. Il referendum è stato anche un tentativo di opporsi a tali manovre. La vittoria del “no” garantisce che, per un certo tempo, il governo Tsipras sia immune a tali tentativi.

E’ possibile la ripresa dei negoziati?
Ma ciò non significa che i negoziati sulla questione del debito greco, necessarie e giustificate come ricordato da un rapporto del FMI [6] pubblicato opportunamente nonostante i tentativi d’insabbiarlo da parte dell’Eurogruppo, riprenderanno. Tutti gli economisti che hanno lavorato al problema, personaggi illustri come Paul Krugman e Joseph Stiglitz (premio Nobel), esperti internazionali come James Galbraith e Thomas Piketty, hanno spiegato per settimane che senza la ristrutturazione del debito accompagnato dalla cancellazione di una porzione di esso, la Grecia non potrà riprendere il cammino della crescita. Sarebbe quindi logico concedere alla Grecia ciò che fu concesso nel 1953 alla Germania. Ma dobbiamo agire in fretta, probabilmente entro 48 ore, e non è detto che le istituzioni europee, che hanno cercato di impedire la pubblicazione del rapporto del Fondo monetario internazionale, siano d’accordo. La dichiarazione di Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, o di Sigmar Gabriel secondo cui i ponti sono rotti, non fa ben sperare. La decisione di Yannis Varoufakis di dimettersi da ministro delle Finanze ha sorpreso molti. E’ infatti uno dei grandi vincitori del referendum, ma questa decisione è abbastanza logica. La sua sostituzione con Euclide Tsakalotos va al di là della semplice concessione tattica ai “creditori”. Così, quindo, anche per questo Varoufakis s’è dimesso [7], ma il nuovo ministro potrebbe anche indicare l’arrivo di un uomo più deciso alla rottura. Tsakalotos non nasconde di essere un “euroscettico”. S’è visto a Bruxelles che in realtà Varoufakis era appassionatamente dedito all’Euro e all’idea europea, ma non Tsakalotos. Ciò potrebbe avere conseguenze importanti nei prossimi giorni. Se la BCE non si decide rapidamente ad aumentare il massimale dell’Accordo sulla liquidità d’emergenza (ELA), la situazione diverrà rapidamente critica in Grecia e le trattative perderanno ogni significato. Questo è ciò che Alexis Tsipras ha detto la sera della vittoria del “No”. Un accordo sarà possibile se entrambe le parti lo vogliono. Ma appunto è ragionevole avere dubbi, e ancora di più, sulle intenzioni delle istituzioni europee. In tal caso, se la BCE non aumenta la quota dell’ELA, il governo greco non avrà altra scelta. Dovrà emettere “certificati di pagamento” costituendo una valuta parallela, o prendere il controllo della Banca centrale per decreto (cioè requisirla) e costringerla a mettere in circolazione le banconote della riserva, come quelle nelle banche commerciali, sotto sua autorizzazione. Se un cambio di gestione della Banca centrale sarà pienamente giustificata dal comportamento di BCE ed Eurogruppo, che consapevolmente violano la lettera dei trattati, è tuttavia probabile che sarà scelta la prima soluzione. In ogni caso non era la posizione di Yanis Varoufakis. Non sappiamo oggi quale sia la posizione di Tsakalotos. Se il governo greco decide di emettere certificati di pagamento, presto si avrà un sistema con due monete in Grecia, e in poche settimane è probabile che una delle due valute scomparirà. Ci troveremmo di fronte all’uscita dall’euro, la “Grexit“. Va detto che l’uscita dell’euro sarà totalmente e completamente imputabile alle istituzioni europee.

L’uscita della Grecia dall’Euro è in corso?
Va ricordato che uscire dall’euro non necessariamente avverrà con decisione chiara e determinata. Ciò è stato particolarmente sottolineato da Francesca Coppola in un articolo pubblicato dalla rivista Forbes [8]. Potrebbe derivare dalla logica delle circostanze e dalle reazioni del governo greco al doppio gioco di Eurogruppo e BCE per strangolarlo finanziariamente. Ancora una volta, una banca centrale inedita come la BCE, legalmente responsabile della stabilità del sistema bancario nei Paesi della zona euro, in realtà organizza lo strangolamento delle banche e il loro fallimento. È un fatto incredibile, ma non inedito [9]. Qui dobbiamo tornare alla tragica storia del ventesimo secolo. Nel 1930, in Germania, il presidente della Reichsbank (Banca centrale della Germania) Hjalmar Schacht, impedì il finanziamento degli Stati Uniti al governo tedesco di Weimar, provocando la corsa agli sportelli [10]. Il panico causò la caduta della coalizione al governo e le dimissioni del ministro delle Finanze, il socialista Rudolph Hilferding. Dopo aver ottenuto quello che voleva, Schacht tolse gli ostacoli, dimostrando che l’azione antidemocratica di una banca centrale ha un precedente, un tragico precedente. Con l’arrivo del cancelliere Bruening la Germania scelse l’austerità insensata che portò alcuni anni dopo i nazisti al potere. Ciò fece della Reichsbank un potere parallelo al governo. Il termine “Nebenregierung” o “governo parallelo” entrò nel discorso tecnico e storico in Germania. Così abbiamo il diritto di chiederci se l’uscita della Grecia dalla zona euro non sia iniziata una settimana fa su iniziativa della BCE e per il peso della Germania nella BCE. Ma è chiaro, allora, che l’uscita è solo causata da Eurogruppo e BCE. Questo è in realtà una deportazione, atto scandaloso e illegale che legittimerebbe l’uso da parte delle autorità greche delle misure più radicali. E’ qui che la Francia potrebbe avere un peso. Un incontro tra Francois Hollande e Angela Merkel era previsto il 6 luglio. Ma, diciamo la verità, affinché l’incontro mutasse la posizione della Germania, la Francia doveva gettare il suo peso sulla bilancia e minacciare di lasciare la zona euro se la Germania persegue le sue azioni e politica. Scommettiamo che Francois Hollande non farà nulla. Nonostante dichiarazioni rassicuranti, il nostro Presidente ci tiene troppo a ciò che immagina essere la “coppia franco-tedesca”. Non ha probabilmente il coraggio di trarne le conseguenze, tutte, dal comportamento pericoloso e scandaloso della Germania. In tal modo e controvoglia trascinerà non solo l’euro nella sconfitta, che non sarà grave, ma anche probabilmente l’Unione Europea, che sarà assai più importante.

La grande paura dei sacerdoti dell’Euro
Diciamo che l’unica cosa che terrorizza i capi europei è la Grecia che dimostra che c’è vita fuori dall’euro, e che questa vita può, a determinate condizioni, essere migliore di quella sotto l’euro. Questa è la loro peggiore paura che li terrorizza. Mostrando così a tutti, portoghesi, spagnoli, italiani e francesi la via da seguire, svelando la grande truffa rappresentata dall’euro, che non è uno strumento di crescita o addirittura di stabilità dei Paesi che l’hanno adottato, ma la ragione tirannica del potere non eletto di Eurogruppo e BCE. E’ quindi possibile, anzi probabile, che i capi di Eurogruppo e BCE faranno di tutto per provocare il caos in Grecia. Hanno già iniziato tale sporco lavoro la scorsa settimana. E’ quindi necessario che il governo greco, mentre cerca di negoziare con fermezza, come fece nel febbraio 2015, prepari le misure che assicurino la stabilità nel Paese e il normale funzionamento di economia ed istituzioni, pertanto dovrà prendersi delle libertà con la lettera dei trattati. Forse è questo il senso delle dimissioni di Yannis Varoufakis, che vivrebbe il comportamento di Germania ed Eurogruppo come una tragedia, e della sua sostituzione con Euclide Tsakalotos. Dopo tutto, la Grecia non è la prima che dissolve trattati, e va considerata che l’azione di Eurogruppo e BCE di una settimana fa sono atti contrari e in violazione delle basi e forme dei suddetti trattati. Tale rottura reca con sé la fine della zona euro. Qualunque politica decida Alexis Tsipras, è ormai chiaro che questo è l’orizzonte della crisi attuale.

Euclid Tsakalotos

Yanis Varoufakis e Euclides Tsakalotos

Note
[1] Europa
[2] Le Obs, “Grèce, un non qui passe mal en Allemagne” , 6 luglio 2015
[3] Si rimanda agli archivi del sito Acrimed, e Lordon F., “La procession des fulminants
[4] B. Brunhes, “La victoire du non relève de la lutte des classes“, intervista di François-Xavier Bourmaud, Le Figaro, 2 giugno 2005.
[5] J. Sapir, La Fin de l’Eurolibéralisme, Parigi, Le Seuil, 2006.
[6] The Guardian, “IMF says Greece needs extra €60bn in funds and debt relief“, 2 luglio 2015
[7] Yanis Varoufakis
[8] F. Coppola, “The Road To Grexit” Forbes, 3 luglio 2015
[9] Ringrazio uno dei miei corrispondenti, Christoph Stein, che ha portato la mia attenzione su questo punto.
[10] H. Müller, Die Zentralbank – als eine Nebenregierung Reichsbankpräsident Politiker Schacht der Weimarer Republik, Westdeutscher Verlag, Opladen 1973.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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