Gheddafiani e LNA avanzano in Libia

Evgenij Satanovskij, VPK, 01.08.2017 – SouthFrontRecentemente l’attenzione dei media si è concentrata sulla crisi del Golfo Persico, dove l’amministrazione statunitense ha provocato un conflitto tra Arabia Saudita, EAU, Egitto ed alleati con il Qatar, ricevendo ampi ordini di armamenti da entrambe le parti e poi divenendo arbitro neutro. I media inoltre seguivano Siria e Iraq, l’imminente cambio di potere in Algeria e il confronto tra i Paesi del Corno d’Africa. Di conseguenza, i media erano completamente distratti sugli eventi in Libia. Nel frattempo, la situazione in Libia muta, colpendo non solo gli attori regionali, ma anche Stati Uniti e UE. Questo articolo descrive gli attuali eventi nel Paese basandosi sull’analisi dell’esperto dell’Istituto per il Medio Oriente A. Bystrov.

Denaro al barile
La Camera dei rappresentanti della Libia, il parlamento che si trova nell’est del Paese, annunciava recentemente la decisione di ritirarsi dall’accordo sulla formazione di una compagnia nazionale unificata (NOC) e il trasferimento dei porti petroliferi a tale ente. La decisione è stata presa dal comitato parlamentare per l’energia. In precedenza, una decisione simile fu presa dal governo temporaneo di A. Abdurahman al-Tani. I parlamentari sollecitano l’esercito a trasferire il controllo dei terminali alle istituzioni che obbediscono alle autorità dell’est. Ricordiamo che il 3 marzo la “mezzaluna” (la costa del Golfo di Sirte) subiva l’attacco massiccio dalle “Brigate di difesa di Bengasi” (BDB). Tale formazione fu creata nell’estate 2016. Il suo scopo era affrontare le autorità orientali fedeli all’Esercito Nazionale Libico (LNA), attualmente sotto il comando del Maresciallo Q. Haftar. I militanti delle BDB riuscivano ad occupare i maggiori terminali petroliferi del Paese, situati sulle coste mediterranee, Ras Lanuf e Sidra. Alla vigilia della decisione della Camera, l’LNA lanciava il contrattacco per scacciare gli islamisti dai porti. L’esercito acquisiva il controllo dei porti, senza prima stabilire a chi trasferirli. Il NOC è guidato da M. Sanala da Tripoli. L’esercito trasferì il controllo sui terminali acquisiti nel settembre 2016 alla NOC, che ha una struttura parallela a Bengasi, subordinata alle autorità orientali anche se fa parte del NOC. Così, Tobruq agiva contro i clan di Tripoli e Misurata, dove gli scontri tribali sono volti a controllare i campi petroliferi e l’esportazione dell’oro nero. Le BDB furono create con denaro del Qatar e supporto logistico di Misurata. Il loro scopo era respingere le forze di Haftar, dato che Misurata non voleva combattere contro l’esercito di Tobruq. Le loro azioni non furono respinte dal primo ministro del Governo dell’Accordo Nazionale (GNA) F. Saraj, impedendo di monopolizzare l’industria petrolifera sotto il controllo di Haftar. Ciò spiega anche l’accordo di Saraj per lo scontro armato delle tribù locali leali, volontari di Tuba e Misurata, contro l’espansione di Haftar nel Fizan. Questa è la lotta tra Parigi e Roma per assicurare il commercio dell’industria petrolifera della Libia alle società francesi o italiane. Un altro passo adottato da Saraj contro il monopolio di Haftar sui campi petroliferi era il concentramento delle operazioni d’esportazione nella NOC guidata da Sanala. I tentativi di Tobruq di lanciare le esportazioni attraverso la NOC di “Bengasi” non hanno avuto successo: nei siti internazionali la NOC Tripolitana è ufficialmente accreditata. Tobruq ha cercato di porvi fine, ma finora il risultato non è chiaro. Passato il periodo di riconciliazione tra Sanala e Saraj, ognuno ha iniziato a giocare al proprio gioco. Il premier cerca di concentrare il flusso delle esportazioni nelle proprie mani. Il decreto di Tobruq lo prova su questa controversia. Va ricordato che il 13 giugno la NOC della Libia stipulò un accordo temporaneo per riprendere le esportazioni con la società tedesca Wintershall. Ciò rafforzerebbe la posizione di Saraj. A maggio, la Libia produsse 160000 barili al giorno. Ora questa cifra è aumentata a 830000 barili. La disposizione consente l’immediata ripresa della produzione nelle aree concesse a Wintershall, NC 96 e NC 97, nella Libia orientale. Ciò consente inoltre di aumentare la produzione nei campi della stessa infrastruttura, in primo luogo Abu Afital, gestito da Malitah Oil & Gas, che produce attualmente 70000 barili. Queste azioni consentiranno alla Libia di raggiungere i livelli produttivi giornalieri di un milione di barili di petrolio nei prossimi mesi. Wintershall, che opera sul mercato libico dal 1956, è in disaccordo con la NOC sulle tariffe. NOC si riferisce all’accordo del 2010 con Wintershall, che cercava di aumentare le tariffe chiedendo a Wintershall un miliardo di dollari di arretrati. I tedeschi citano la decisione del governo libico sulla tariffa preferenziale, prevista dal vecchio accordo di concessione, che annullò le regole dell’ex-regime libico. Saraj qui affiancò i tedeschi, firmando un accordo per abbandonare le pretese della NOC. Perciò emise una risoluzione dal consiglio presidenziale a marzo, sciogliendo i poteri del ministero dei Carburanti e dell’Energia della Libia e trasferendo l’autorità dell’agenzia a compagnie libiche ed estere. Ciò causava la forte reazione di Sanala, secondo cui Saraj ha creato le condizioni affinché lui e il suo gabinetto entrassero negli accordi azionari sulle singole produzioni con tutti i principali attori del mercato. Dopo che Sanaj adottava la risoluzione, Sanala escluse Wintershall dall’oleodotto per l’esportazione, costringendola a chiudere la produzione. Riteneva che la prerogativa di creare relazioni contrattuali appartenga a un organismo indipendente, il che significa che la produzione di petrolio rientra nella sfera economica e non politica. Tutto ciò complica i piani del governo per aumentare la produzione e l’esportazione di petrolio. Gli esperti ritengono che tale accordo interinale obbligherà i capi di GNA e NOC al compromesso. Ma sembra che Tobruq lavori attivamente alla creazione di strumenti alternativi per estrazione ed esportazione degli idrocarburi.Cigno, cancro e picco libici
L’LNA combatte gli estremisti di Bengasi, tra cui i militanti dello Stato islamico (SIIL) e le formazioni associate ad al-Qaida (entrambe le organizzazioni sono vietate in Russia). Da metà novembre 2016, l’esercito ha attaccato le regioni occidentali e si concentra sulla rimozione degli estremisti dalle fortezze del nord. Ufficialmente Bengasi è stata liberata dagli islamisti sei mesi fa, secondo le dichiarazioni di Haftar che, come risulta, non sono vere. Lo stesso vale per il resto della Libia. I discorsi dei politici locali si basano sulla speranza di ricevere ulteriori finanziamenti da sponsor esteri e, di regola, si basano anche sugli accordi con le tribù locali. Nel frattempo, gli sceicchi di queste tribù cambiano spesso parere, a seconda di chi paga di più la loro lealtà. L’unico fattore che influenza tale lealtà a lungo termine è la minaccia di distruggergli la tribù. Questo è il caso del Fizan, che ha subito pesanti incursioni aeree dall’aeronautica di Haftar (più precisamente dagli aerei militari degli EAU pilotati da mercenari statunitensi) sulle tribù Tuba. Ciò spinse i loro sceicchi a riflettere se fosse corretto sostenere il piano italiano dell’accordo di Roma e se fosse corretto opporsi a Tobruq. Tuttavia, ci sono pochi aerei e molte tribù. Ciò significa che la prima causa dell’instabilità in Libia è l’incapacità di una qualsiasi forza d’infliggere una sconfitta militare decisiva agli avversari. Sembra che combattano su una trapunta fatta di varie pezze, le varie tribù con sempre nuove preferenze politiche dai loro sceicchi. La seconda ragione, i deboli sponsor delle forze politiche e dei clan in Libia. Oggi esistono diversi operatori esteri attivi in Libia che tirano il Paese in direzioni diverse. L’alleanza tra Emirati Arabi Uniti, Egitto e fino a poco prima Francia, puntava sulle forze armate di Tobruq, cioè Haftar. Il sostegno finanziario e tecnico di queste formazioni (“Blackwater”, forze aeree degli EAU, forze speciali egiziane e francesi, sponsorizzazione degli EAU nell’acquisto di armi e munizioni in Bielorussia) s’è rivelato insufficiente per dare potere e il monopolio politico ad Haftar, non solo in Libia ma anche nell’est del Paese (l'”oasi islamista” di Derna) e nella regione della “mezzaluna”. Le conseguenze imprevedibili sono la debolezza militare di Haftar e la riluttanza dei suoi sostenitori esteri a partecipare apertamente ai combattimenti. Le forze speciali francesi ed egiziane conducono operazioni molto limitate. Per controllare gli sceicchi, gli sponsor di Haftar devono fare pressioni armate di continuo. Tali pressioni irriterebbero la comunità internazionale e danneggiano la reputazione di Tobruq, facendola sembrare l’agente di fazioni estere. Ciò pregiudica la legittimità di Haftar agli occhi della popolazione. Tuttavia, le forze dell’opposizione in Libia sono armate dai loro sponsor. Lo slogan “La Libia non tollererà interferenze straniere”, fu lanciato dal Qatar per proteggere i suoi alleati, i clan di Misurata e Tripoli, dall’intervento estero su larga scala. Questo è il secondo centro di potere in Libia, abbastanza chiaro. Ma né Qatar né i suoi alleati hanno la forza o la capacità di partecipare apertamente alle operazioni militari per sostenere i gruppi fedeli. Il terzo centro di potere è il governo di accordo nazionale di Saraj. Non ha capacità militari, ma è riconosciuto internazionalmente e gode del sostegno di Roma. Ciò fu dimostrato a metà giugno quando Saraj e il “secondo uomo” del suo consiglio presidenziale, A. Maytigi, si recarono a Bruxelles incontrandosi con A. Alfano, ministro degli Esteri italiano e, attraverso i lobbisti di Roma a Bruxelles, con F. Mogherini, coordinatrice delle attività internazionali dell’UE, e con il presidente del Parlamento europeo A. Tajani. Furono organizzati anche incontri con il segretario generale della NATO J. Stoltenberg e il presidente della Commissione europea J. C. Junker. Questo viaggio fu la dimostrazione del sostegno di Bruxelles a Saraj e alle sue strutture, opponendosi a Tobruq e Haftar. La mancanza di coordinamento tra i soggetti esteri (nell’UE fra italiani e francesi) è una delle ragioni principali per cui in Libia rimane un vuoto di potere.

La “roadmap” esclusiva
A metà luglio, Saraj propose una nuova “roadmap” per superare la crisi. Il piano prevede elezioni presidenziali e parlamentari generali nel marzo 2018, la cessazione di tutte le operazioni militari tranne la lotta al terrorismo e un progetto per costituire comitati congiunti della Camera dei Rappresentanti (Parlamento unicamerale) e del Consiglio di Stato per iniziare l’integrazione delle istituzioni statali separate, ed ha l’intenzione di creare il Consiglio Superiore della Riconciliazione Nazionale, d’istituire comitati di riconciliazione tra le città e studiare i meccanismi che introducano giustizia di transizione, riparazioni e amnistia generale. Si ricordi che dopo i colloqui del 2 maggio a Abu Dhabi tra Saraj e il comandante dell’Esercito nazionale libico, Haftar, fu raggiunto un accordo per creare l’autorità nazionale e le agenzie nazionali di polizia. Per garantirne la formazione, saranno creati gruppi di lavoro e dopo la firma dell’accordo, le elezioni presidenziali e parlamentari si terranno entro sei mesi. Nel frattempo, Saraj cerca di posizionarsi con il Gabinetto dei Ministri come organismo neutrale intermediario, al di fuori del conflitto. I distaccamenti, che con alcune riserve vengono ridenominati “forze armate del governo di accordo nazionale” (le brigate di Misurata e della fratellanza musulmana tripolitane) sono dichiarate da Saraj “fronte” con cui non ha alcuna affiliazione. Allo stesso tempo, afferma di poter organizzare negoziati con essi. Questo accordo allarmava i capi di Misurata, che si vedevano esclusi dalla struttura di potere emergente, temendo l’isolamento al formarsi dell’alleanza tra Haftar e Saraj. L’alleanza sembra inquieta considerando il declino del sostegno a Misurata da Turchia e Qatar, Paesi che hanno rivolto l’attenzione all’attuale crisi nel GCC. Non esiste un fronte unito a Misurata. Alcuni capi cercano il compromesso con Haftar, gli altri sono decisi a combattere. Sono preoccupati dai contratti di Haftar con gli statunitensi: il 2 luglio fu ricevuto dall’ambasciatore statunitense in Libia P. Bodde e dal comandante di Africom T. Waldhaus. Ciò implica che Washington appoggia Haftar. Nel frattempo, i misuratini sperano nella neutralità statunitense, dato che le loro brigate, guidate da istruttori militari e col sostegno della forza aerea statunitensi, combatterono per liberare Sirte dallo SIIL. Il 2 luglio, il capo di Stato Maggiore delle forze armate della repubblica araba, M. Hagasy, incontrò una delegazione di Misurata per discutere come condurre le consultazioni dirette tra Misurata e Haftar. Gli egiziani cercano di erodere il fronte qatariota-turco nella Libia orientale per rafforzare la posizione di Haftar. Usano la parte delle élite di Misurata pronte al compromesso. Molto dipende dalla loro posizione negli scontri tra le forze di Haftar e l’opposizione. Se Misurata supporterà l’opposizione con l’aviazione, vincerà chi si oppone al dialogo con Tobruq.

L’eredità di Gheddafi
Il figlio di Gheddafi, Sayf al-Islam, fu liberato all’inizio di giugno dai soldati del clan Zintan in Tripolitania e Cirenaica. Ciò stimolava la rivalità tra i competitori per il potere nell’ottenere la simpatia delle tribù considerate filo-Gheddafi. Sul lato opposto, chi cerca il potere non dovrà permettere a Sayf al-Islam l’opportunità di diventare il centro del potere, sostenendo l’unione di tutti i libici. La liberazione di Sayf al-Islam è la premessa alla creazione di un sistema di collegamento con le forze filo-Gheddafi e persuaderle ad aderire ad un’alleanza. È anche un mezzo per acquisire finanziamenti dai Gheddafi, attualmente detenuti all’estero. Questo può essere difficile, il ritorno del capitale finanziario è una prospettiva lontana. Il coinvolgimento delle forze tribali d’altra parte è un’urgente questione di principio. Il figlio del colonnello viveva agli arresti domiciliari a Zintan, o protetto dallo zio ad al-Bayda in Cirenaica, dove si trova la madre, a casa di S. Farqas. Fu all’avanguardia del programma dell’ex-leader libico (2007-2010) per la liberazione, riabilitazione e il ritorno nella società dei capi e militanti di al-Qaida. I capi del gruppo combattente libico A. Bilhadj, S. al-Sadi e H. al-Sharif hanno oggi diverse centinaia di sostenitori. Bilhadj fuggì in Turchia dopo le ultime battaglie a Tripoli, ma ha ancora influenza nella capitale. È un grosso affarista nella logistica e nelle banche ed è pronto a compromessi con il capo del clan Zintan attraverso Sayf al-Islam. Bilhadj si libererebbe dell’influenza del Qatar se ci sono vere e proprie prospettive di dialogo. Un altro partner probabile per i negoziati è il capo dei “liberali” in Libia, M. Jibril, un protetto di Sayf al-Islam e attualmente legato a Tobruq. Il figlio di Gheddafi ha un vantaggio: è pienamente consapevole dei vari segreti detenuti da questi uomini. D’altra parte, è impopolare presso i Tuba nel Fizan. Il suo rapporto con i Tuareg è migliore, ma Sayf al-Islam non può dimenticare che lo consegnarono al clan di Zintan nel 2011. Inoltre, la maggior parte degli islamisti è riluttante a credere al figlio dell’ex-leader libico. In quanto tale, non tornerà al potere, ma è necessario per le conoscenze e i collegamenti. Saraj e Haftar hanno rafforzato la presa nella sfera della diplomazia tribale. Il primo ha iniziato a nominare rappresentanti di varie tribù nel blocco militare del proprio governo, garantendosi così la fedeltà delle tribù. Nel frattempo, il capo del governo perde il controllo su Tuba e Fizan, che minacciano di abbandonare il trattato romano che richiede la creazione di “guardie di frontiera” con le tribù Tuareg e Aulyad Sulayman. Se accadesse, non sarà tanto una sconfitta di Saraj quanto di Roma. Haftar ha iniziato, oltre a gestire i Tuba, a consultare le élite tribali di Tarhuna, principali fornitori del personale per l’esercito e le forze di sicurezza prima della rottura con Gheddafi. L’altro figlio di Gheddafi, Qamis, pensava di trasferirsi a Tarhuna con la 32.ma Brigata. Così poteva organizzare la resistenza. Tarhuna controlla diverse aree e regioni di Tripoli, facendone degli alleati indispensabili per controllare la capitale. Se i Tarhuna riconoscono il dominio di Haftar, avrà una forte base. Il capo tripolitano H. Tajuri, la cui forza è il sostegno militare principale di Saraj a Tripoli, comincia a mostrarsi attivo contattando gli “ex”. Durante gli scontri, le sue truppe liberarono la prigione della capitale, custodita dagli islamisti di H. al-Sharif. Questa prigione deteneva numerosi quadri dell’ex regime. Furono trasferiti nelle ville nell’area controllata da Tajuri a Tripoli. Il 12 giugno, durante una pausa del Ramadan, Iftar Tajuri invitò a una cena al Radisson Blu Hotel. Tra i suoi ospiti figuravano tra gli altri: S. Gheddafi, l’ex-primo ministro A. Zayd Durda e l’ex-capo dei servizi di segreteria A. Sanusi. Il capo cerca contatti con i rappresentanti delle tribù Gheddafi, Sharian e Migrahi, a cui questi individui appartengono. Tali manovre accelerarono dopo che Haftar e Saraj s’erano incontrati, il che indica che Tajura, le cui truppe svolsero un ruolo importante nella liberazione di Tripoli dalle forze dell’islamista al-Guala, avvia il suo gioco di potere.

Evgenij Satanovskij, Presidente dell’Istituto sul Medio Oriente

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La “nazionalizzazione” di STX e le contraddizioni di Parigi

Jacques Sapir, Russeurope 27 luglio 2017Il governo ha deciso di “nazionalizzare” il cantiere STX [1]. Questo potrebbe sorprendere da parte di un governo che, finora, è stato particolarmente noto per ispirarsi al puro liberalismo economico. L’obiettivo dichiarato è “difendere gli interessi strategici della Francia”. Il governo aveva finora il 33,33% delle azioni. Questa decisione deriva dal diritto di prelazione che scade il 29 luglio. E’ questo diritto che il governo ha deciso di usare, dopo il fallimento dei negoziati con la società italiana Fincantieri, che doveva prenderne una quota [2] .

STX e il conflitto franco-italiano
L’esecutivo ha voluto negoziare un modello “50-50” per bilanciare gli interessi francesi (Stato, ex- Gruppo navale DCNS, BPI-France e annessi) e italiani nelle consultazioni sui Cantieri dell’Atlantico, mentre il compromesso iniziale dava il 55% di STX France al capitale italiano. Le cause del cambio del governo francese sono note. Fincantieri è nella stessa nicchia di STX, principale concorrente. Mentre il governo presieduto da Cazeneuve accettò che gli italiani avessero la maggioranza, quello di Philippe e naturalmente del Presidente della Repubblica, hanno fatto propri i timori di molti funzionari di STX sull’acquirente italiano che interveniva per assicurarsi certi impianti di Saint-Nazaire e far decadere la produzione nel sito. Tuttavia, il governo italiano respinse la proposta francese, sia per voce del ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda che del collega del Tesoro Pier Carlo Padoan. Si tratta di una decisione importante. Ma va messa in prospettiva. Questa decisione comporta una spesa di 80 milioni di euro. Allo stesso tempo, il governo di Philippe si prepara a privatizzare la società Aéroports de Paris, per una cifra stimata in 2,7-7 miliardi di euro secondo la formula della privatizzazione. Ora questi aeroporti (Charles de Gaulle e Orly) possono essere considerati più strategici dei cantieri navali STX. Inoltre, il governo francese annunciava la decisione di riprendere i negoziati con la parte italiana per creare una sorta di Airbus del mare, e quindi non chiudere la porta all’accordo con l’Italia.

Le contraddizioni del governo
In realtà, l’atteggiamento del governo francese sottolinea le contraddizioni tra discorso e politica di Emmanuel Macron. C’è prima di tutto un’evidente contraddizione in questo piano per creare l'”Airbus navale”. Ricordiamo che il precedente Airbus si basa sull’esperienza della collaborazione con l’industria aeronautica tedesca da più di un decennio. Questa cooperazione si è concentrata sul velivolo da trasporto Transall, ma anche nella costruzione su licenza in Germania Ovest del predecessore del Transall (Noratlas) e del Fouga Magister. Inoltre, quando la costituzione di Airbus fu negoziata, un altro programma di cooperazione per produrre l’Alpha Jet fu attuato. Airbus era, dunque, in origine il risultato di varie cooperazioni industriali, dove era chiaro che la Francia aveva un ruolo di primo piano. Non siamo assolutamente in questa situazione nei cantieri navali. L’analogia proclamata dal governo si basa sul nulla. Non si paga a parole. Ricordiamo inoltre che questa decisione esprime la sovranità della Francia, anche se il presidente continua a cantare le lodi di un’Europa integrata, che comporterebbe ulteriori rinunce di sovranità. E si manifesta di nuovo la contraddizione di quando François Hollande dichiarò lo stato di emergenza nel novembre 2015. François Hollande e Emmanuel Macron sono presidenti che affermano il desiderio di andare oltre nel processo d integrazione europea, ma di fronte a una crisi reagiscono riaffermando la sovranità francese. La contraddizione è irrimediabile.

Il ruolo dello Stato nello sviluppo dell’industria
Il governo di Philippe e Emmanuel Macron appare senza linee guida, dicendo una cosa e applicandone un’altra. Ciò è particolarmente grave nell’industria che, meno di qualsiasi altri, tollera sceneggiate e decisioni opportunistiche. L’attività industriale non è un’organizzazione come le altre. Come le chiese e gli eserciti, è un’organizzazione gerarchica non democratica [3], la stragrande maggioranza dei membri è esclusa dalla stesura delle regole interne. Deve, per funzionare, ricorrere a modi complementari alla divisione del lavoro [4]. Allo stesso tempo, si basa su una divisione radicale tra dirigenti e dipendenti. La società, nella sua forma capitalistica, si basa quindi su un fascio di funzioni, la minimizzazione dei costi di transazione (tesi di R. Coase) e l’ottimizzazione del locale sistema di conoscenza collettiva [5], in particolare la creazione di linee informative e diffuse (interpretazione di un volume crescente di segnali sulla conoscenza generata dalla divisione tecnica del lavoro) ne fanno parte, ma non la riassumono totalmente. Inoltre garantisce, va ricordato, la predominanza di certe strategie di appropriazione su altre [6]. Questa dimensione ha anche introdotto una certa incoerenza nell’articolazione delle coerenze creata dall’impresa capitalistica. L’azienda pubblica può adottare norme interne per facilitare la comunione spontanea dei saperi individuali e incoraggiare la creazione di strutture di conoscenza collettiva. Ma non mancano inconvenienti. In primo luogo, affinché lo Stato possa agire da proprietario auto-limitato (cioè impegnandosi a non disertare), l’area produttiva statale va limitata. Se gli impegni finanziari del settore pubblico sono troppo elevati rispetto alle capacità di finanziamento, i lavoratori possono temere la fine dell’impegno interno (sotto forma di privatizzazione e allineamento della gestione agli standard normali delle imprese capitaliste), o la vendetta fiscale. Ci sono molte ragioni, tuttavia, a favore dell’industria pubblica: l’esistenza di un’alternativa ai produttori privati costringendoli a moderare i prezzi nei contratti tra privato e Stato per l’assunzione di un rischio industriale per l’elevata incertezza, la capacità di pagare costi significativi entrando in certe attività che scoraggiano gli investitori privati. La “nazionalizzazione” di STX potrebbe essere un’opportunità su consapevolezza e situazione dell’industria francese e sulla necessità del pubblico in certi settori. Ma richiede che il governo non ceda al giogo ideologico del liberalismo ed anche dell’europeismo. Infatti, è improbabile che vada così. Questa “nazionalizzazione” è probabilmente solo uno spettacolo.Note
[1] Le Figaro
[2] Le Figaro
[3] E’ chiaro che altre organizzazioni, partiti politici, sindacati, squadre sportive, possono operare in modo non democratico. Ma questa forma di operare non è nella loro natura, e anche tali organizzazioni potrebbero avere un processo democratico che non esclude il principio gerarchico, ma che dia ai membri il potere di controllare a designazione delle gerarchie e l’ampiezza dei loro poteri.
[4] Questo punto è ribadito da C. Pitelis, “Costi di transazione, mercati e gerarchie: conclusioni“, in C. Pitelis, Costi di transazione, mercati e gerarchie, Basil Blackwell, Oxford, 1993.
[5] S. Winter, “Su Coase, competenza e corporation“, in OE Williamson & SG Winter (a cura di), La natura dell’azienda – origini, evoluzione e sviluppo, Oxford University Press, Oxford, 1991, pp. 179-195.
[6] GK Dow, “L’appropriata critica dell’economia dei costi di transazione“, in C. Pitelis, (ed.), Costi di transazione, mercato e gerarchie, Basil Blackwell, Oxford, 1993, pp. 101-132. Si veda lun’analisi molto pertinente di questa asimmetria, in DH Robertson, Il controllo dell’industria, Cambridge University Press, Cambridge, 1923.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Quando a Praga successe un ’48

Luca Baldelli

La storiografia “blasonata” ci ha sempre raccontato che a Praga, nel ’48, i comunisti, barbari e spietati, attuarono un colpo di Stato, schiacciando sotto il loro tallone un popolo pacifico e mite, restio ad ogni “totalitarismo” (parola magica vuota, come se il capitalismo fosse “parzialismo” e non visione totalizzante dei rapporti umani e sociali!) Andò veramente così? Vediamo la storia come fu e non come piacerebbe a qualcuno che fosse andata. Occupata per sei anni dai nazisti, per colpa anche e soprattutto delle cosiddette “democrazie borghesi”, in primis della Gran Bretagna, fautrice con Chamberlain dell’appeasement con Hitler, la Cecoslovacchia giacque per lungo tempo sotto un tallone questa volta reale, fatto di saccheggi, violenze, stermini, in ossequio ad un’ideologia di morte e terrore. Il Partito Comunista Cecoslovacco, guidato da Klement Gottwald, si pose alla testa della Resistenza e liberò il Paese con il fraterno aiuto dell’Armata Rossa. In seguito, esso fu alla base della formazione del Fronte Nazionale dei Cechi e degli Slovacchi nella primavera del 1945: una compagine unitaria che, con un programma schiettamente progressista e democratico, avviò profonde riforme volte alla ricostruzione e, assieme, alla trasformazione sociale del Paese. Il governo cecoslovacco in esilio a Londra, guidato da Edvard Benes, a differenza di quello polacco e jugoslavo, cooperò all’inizio con lealtà e spirito costruttivo con il Fronte.
Il 10 maggio 1945 si insediò a Praga il governo del Fronte Nazionale dei Cechi e degli Slovacchi, presieduto dal socialdemocratico Zdenek Fierlinger. Già questo fatto, di per sé, prova quanto i comunisti fossero poco inclini a monopolizzare il potere, pensando prima di tutto al bene della Nazione, con lungimiranza e onestà, pur potendo optare certamente per soluzioni di forza. Nel governo di Fierlinger erano rappresentate tutte le forze sane e progressive del Paese, in proporzione alla consistenza numerica dei loro adepti e sostenitori: comunisti, socialdemocratici, socialnazionalisti, populisti e democratici. L’esecutivo si distinse subito per impulso riformista e sano decisionismo: il 19 maggio 1945 fu decisa la statalizzazione delle attività economiche di tedeschi, ungheresi e collaborazionisti. Il settore statale venne così ad inglobare imprese fondamentali per il riavvio dell’economia e lo sviluppo sociale della Nazione. L’estrazione del carbon fossile, ad esempio, che nel maggio del 1945 ammontava a sole 239000 tonnellate, nel dicembre dello stesso anno salì a 1081000 tonnellate. Tutti i principali indici economici marciarono compattamente al rialzo, con abbattimento della disoccupazione e del tasso di povertà. In questo quadro, il Partito Comunista Cecoslovacco, forza cardine della coalizione, vide ingrossarsi le proprie fila: dai 30000 iscritti del maggio 1945, passò a 712000 in agosto. Le truppe statunitensi, presenti nel Paese dal 17 maggio 1945 (a riprova ulteriore di quanto Stalin poco desiderasse sfere di influenza monopolizzate dall’URSS!), anziché cooperare lealmente con le forze democratiche nell’eliminazione di ogni residuo fascista e nazista, protessero elementi reazionari e criminali infiltrati nel Partito Populista e, ancora di più, nel Partito Democratico ispirato alla predicazione del clero fascista capitanato da Hlinka e Tiso. Questi elementi, in virtù dell’eccessivo liberalismo imperante nel Paese, erano scampati alla giustizia e ora minacciavano frontalmente la democrazia, anche con armi e appoggi logistici stranieri. Mentre l’URSS concedeva crediti a condizioni agevolate, contribuendo potentemente alla ripresa dell’economia cecoslovacca anche a prezzo di qualche sacrificio interno (l’URSS era stata messa a ferro e fuoco dai nazisti, non aveva concluso certo la guerra coi forzieri pieni come gli USA!), gli Stati Uniti orchestravano sabotaggi, istigavano elementi reazionari e antisociali, agevolavano la fuga di criminali patentati attraverso salvacondotti creati all’uopo. La disinformazione veniva sparsa a piene mani per danneggiare l’immagine della Cecoslovacchia: si parlava di declino laddove c’era solo rinascita, di penuria dove pian piano si faceva strada l’abbondanza, di pulizie etniche di tedeschi dove ad essere espulsi erano solo personaggi compromessi con il nazifascismo e collaborazionisti, mentre migliaia e migliaia di cittadini tedeschi onesti e laboriosi si rimboccavano le maniche per ricostruire il Paese, accanto ai loro fratelli Cechi e Slovacchi.
Il Partito Comunista e le forze autenticamente democratiche ed antifasciste, però, non si fecero intimidire, anche se nei ranghi dei Partiti e dei movimenti si erano infiltrate quinte colonne attive ed operanti: il Fronte Nazionale marciò compatto sulla via della costruzione di una nuova Cecoslovacchia, chiese ed ottenne il ritiro delle truppe statunitensi e sovietiche. I sovietici rispettarono la richiesta e adempirono ai loro doveri con sincera convinzione, mentre gli statunitensi la dovettero subire e lavorarono da subito a disseminare il Paese di spie e provocatori. Intanto, il Paese ed il suo governo andavano avanti: provvedimenti di importanza storica colpirono i latifondisti e la grande proprietà terriera in mano alla Chiesa e ai ceti parassitari, mentre altre deliberazioni condussero alla nazionalizzazione delle grandi imprese strategiche, delle banche e delle compagnie private di assicurazione. A tutti gli ex-proprietari e possidenti, tranne che a collaborazionisti tedeschi e ungheresi, vennero corrisposti equi indennizzi, anche oltre il dovuto, visto che molti di loro per decenni avevano evaso il fisco in massa e truffato lo Stato imponendo patti leonini con la forza del denaro. Il Sindacato appoggiò attivamente tali misure ed il Partito Comunista chiamò il Paese alla mobilitazione per difenderle e dar pieno compimento, sotto il controllo popolare, a quanto scritto nei dettati legislativi, ben sapendo che attorno ad essi si stavano esercitando gli “azzeccagarbugli” degli interessi colpiti.
Il 1946 si aprì con una Nazione in piena rinascita economica, un PC sempre più radicato e potente, a Congresso per decidere i futuri orientamenti, la preparazione delle elezioni per l’Assemblea costituente. Queste si tennero nel mese di maggio e i loro risultati premiarono il PC, che raccolse il 38% dei consensi. Questa percentuale, unita al 12% dei socialdemocratici, fece sì che il fronte delle sinistre ottenesse 151 seggi su 300, ovvero la maggioranza assoluta. Rispettosi ancora una volta della dignità e del peso delle altre forze politiche, preoccupati di non aprire varchi alla reazione, indebolendo la democrazia, i comunisti accettarono la Presidenza del Consiglio, che andò al leader del Partito Klement Gottwald, vecchio quadro operaio e indomito combattente antinazista, mentre, per quanto concerne la Presidenza della Repubblica, pur ricevendo offerte in tal senso, appoggiarono Edvard Benes, uomo delle lobbies anglofile e massoniche ma, in quel momento, il più equilibrato che vi fosse sul fronte moderato. Il compagno Gottwald costituì un governo ampiamente unitario, con soli 9 ministri del Partito Comunista. Viene da sorridere pensando ai deliri degli storici borghesi e filo-imperialisti che ancora oggi parlano di “monopolio comunista del potere” e di “volontà egemonica del PC”.
Nel Paese, intanto, si moltiplicavano le minacce provenienti dal fronte conservatore, reazionario e filofascista, abilmente diretto e strumentalizzato dagli USA, dal Vaticano e dalla reazione internazionale. Anche nei Partiti di governo vi erano forti correnti antipopolari e di destra, ma da una parte erano contenute e bilanciate dalla presenza, all’interno di essi, di vaste aree progressiste, aperte alla collaborazione col PC, dall’altra lo stesso PC era intenzionato a procedere in avanti con estrema cautela, il che, naturalmente, non voleva dire senza risolutezza in ordine ad obiettivi e traguardi ben fissati nel programma di Partito e di coalizione. Nuovi provvedimenti governativi, largamente appoggiati in seno al popolo fissarono in 150 e 250 ha i limiti di proprietà rispettivamente per i terreni agrari e per quelli con diversa destinazione d’uso. Un’imposta fortemente progressiva sui milionari colpì in maniera ancor più decisa i cespiti e gli interessi dei ricchi. Grazie a tali misure si riuscì a fronteggiare al meglio l’emergenza alimentare del 1947, dovuta a fenomeni siccitosi devastanti, coinvolgenti tutto l’arco carpatico e subcarpatico. Tutti i cittadini ebbero pane, latte, carne e burro garantiti, anche se in quantità ovviamente non pantagrueliche, mediante misure di razionamento e razionalizzazione della rete commerciale. Nessuno dovette fare la fame, come invece avveniva, negli stessi anni, in Europa occidentale, ma le bande reazionarie, con il sangue agli occhi per questi successi e per le adesioni sempre più forti che i comunisti suscitavano grazie alla loro politica, cominciarono ad intensificare le azioni ostili facendo leva sulle inevitabili difficoltà del momento: attacchi armati contro comunisti ed esponenti di sinistra e sindacali, accaparramento di viveri, distruzione di infrastrutture, diffusione di notizie false per intimidire e seminare sfiducia tra la gente; il copione dell’eversione anticomunista si ripeté anche in Cecoslovacchia, con i circoli imperialisti pronti a trarne profitto per rovesciare il governo del Paese. Con singolare, diabolico tempismo, questi circoli tentarono di stringere attorno al Paese il cappio del “Piano Marshall”, presentandosi col volto caritatevole falso ed ipocrita di chi prima accende la miccia e poi pretende di vestire gli abiti del pompiere. I comunisti e tutte le forze progressiste del Paese non caddero nel tranello! Non vi fu, come sostengono ancora oggi gli pseudostorici che vanno per la maggiore. alcun veto o diktat di Stalin in ordine alle decisioni cecoslovacche sull’adesione al “Piano Marshall”. Stalin era rispettosissimo dell’indipendenza e sovranità della Cecoslovacchia e, semmai, se proprio si vuole fare la ponderazione degli interessi col bilancino del giudizio storico, avrebbe visto di buon occhio un soccorso economico occidentale che avesse, per così dire, coperto la parte che l’URSS, uscita dalla guerra con necessità di ricostruzione enormi, non sarebbe riuscita a mettere in campo. Furono i comunisti cecoslovacchi che, studiate attentamente la proposta, si accorsero che il “Piano Marshall” non era una versione avanzata e perfezionata del Piano UNNRA che anche l’URSS aveva concorso ad attuare, una sorta di keynesismo sovranazionale gestito in forma concordata tra i principali vincitori del secondo conflitto mondiale a beneficio dei Paesi d’Europa, ma un semplice strumento in mano alle multinazionali statunitensi e ai loro protettori politici per colonizzare economicamente l’Europa, distruggendo ogni forma di sovranità. Dinanzi a questo scenario, i comunisti cecoslovacchi dissero no, e lo disse, conseguentemente, dal momento che aveva occhi e bocca per giudicare, e nessuno poteva legittimamente impedirglielo, anche Stalin. O forse si vuol sostenere che Truman poteva dire la sua su tutto, ipotecando il futuro e la sovranità dei Paesi europei, mentre Stalin non doveva esprimere pareri e orientamenti su niente, nemmeno per Paesi interessati da rilevanti trattati commerciali con l’URSS?
Il rifiuto del tranello del “Piano Marshall”, la sempre più forte influenza del PC, il superamento delle difficoltà alimentari del 1947, anche con misure decise appoggiate dalla stragrande maggioranza della popolazione quali la statalizzazione del commercio all’ingrosso, furono tutti fattori che costrinsero alle corde l’opposizione reazionaria ed eversiva del clero e dei ceti borghesi e latifondisti spodestati, con conseguenti spinte eversive sempre più rabbiose e disperate. La ciliegina sulla torta, però, fu la decisione dell’URSS sulle esportazioni di derrate alimentari a beneficio della Cecoslovacchia. Klement Gottwald, preoccupato di assicurare al popolo tutto il nutrimento necessario dopo la siccità, quando ormai la battaglia contro la penuria del ’47 era quasi del tutto vinta, rivolse un appello all’Unione Sovietica per consolidare i successi assicurandosi 150000 tonnellate di granaglie. Questa era l’entità della richiesta. L’URSS, sul finire del 1947, aveva ormai vinto anch’essa la battaglia contro le privazioni dei primi due anni postbellici e abolito il razionamento dei generi alimentari dieci anni prima della ricca Gran Bretagna, uscita dal conflitto con molte meno distruzioni. Un miracolo che solo il socialismo poté compiere. Tracciato un bilancio accurato dei fabbisogni, delle spese di trasporto e della rete infrastrutturale e logistica necessaria, l’URSS annunciò che la Cecoslovacchia avrebbe avuto ben 200000 tonnellate di grano, in luogo delle 150000 richieste. Il popolo andò in un visibilio che non è possibile descrivere; l’immagine dell’URSS guadagnò in forza, stima e ammirazione presso i Cecoslovacchi, al punto che anche illustri conservatori sposarono le posizioni filosovietiche. I crediti agevolati, le materie prime, i macchinari, il grano, dimostravano che il sistema sovietico era in grado, a due anni dalla fine del conflitto, pur tra mille difficoltà, di onorare promesse e impegni verso il popolo cecoslovacco andando anche oltre il pattuito. Intanto, sul piano interno, in Cecoslovacchia la produzione era raddoppiata dal 1945 e tornata al 98% del livello prebellico, ma con una ben diversa, incomparabilmente più equa ripartizione della ricchezza e del prodotto sociale tra tutti i cittadini. In questo quadro, le forze reazionarie, approfittando anche di un Benes sempre più tentennante, tentarono l’ultima, disperata spallata al potere democratico e popolare, contando sull’appoggio del nunzio vaticano e dell’ambasciatore statunitense. Il 12 febbraio 1948, tre mesi dopo che Gottwald con puntualità e determinazione aveva denunciato l’inasprirsi del complotto reazionario ed imperialista ai danni del Paese, davanti al CC del Partito Comunista, la Commissione agraria dell’Assemblea costituente si rifiutò di discutere il progetto di legge di una nuova riforma agraria ancor più radicale delle precedenti, che avevano lasciato scoperti settori importanti dei lavoratori agricoli. In tutto il Paese si levò un moto di sdegno contro tale ostruzionismo, con comitati di agitazione operai e contadini ovunque mobilitati e una grande conferenza tenutasi a Praga il 16 febbraio. Strumentalizzando la tensione esistente nel Paese, e di concerto con le bande reazionarie pronte al golpe, si dimisero dal Governo del compagno Gottwald i Ministri reazionari appartenenti ai partiti socialnazionale, democratico e populista, boicottando la riunione del 17 febbraio. In quelle forze politiche, però, non tutti la pensavano allo stesso modo ed erano intenzionati ad assecondare le trame eversive: infatti, molti elementi ribadirono la fedeltà al governo democratico e progressista del Fronte Nazionale e stigmatizzarono la violazione dei patti e degli impegni assunti da parte dei ministri dimissionari. Intanto nel Paese, rispondendo all’appello del Partito Comunista diffuso in ogni modo da migliaia di attivisti, attraverso radio, stampa e assemblee, milioni di persone si mobilitarono per difendere il governo e le istituzioni democratiche; la Milizia operaia fu particolarmente energica nell’impedire ai sabotatori e agli eversori di portare a termine i loro loschi piani: nel rispetto delle leggi esistenti, e al contempo con decisione, essi furono messi in condizione di non nuocere. Tutto il Paese si era stretto attorno a Gottwald, al Partito Comunista, agli elementi progressisti decisi a fondare sulle colonne della giustizia una nuova Cecoslovacchia operaia e democratica. In piazza vi furono anche democratici, populisti e socialnazionali che non si riconobbero nei piani dei loro dirigenti acquistati e manovrati dalla reazione internazionale.
Il 25 febbraio 1948, il Presidente della Repubblica Benes fu costretto ad accettare le dimissioni dei ministri reazionari e un grandioso comizio salutò la vittoria popolare contro i golpisti in Piazza San Venceslao. Centinaia di migliaia di persone si pigiarono per ascoltare il compagno Gottwald. La reazione interna ed internazionale era battuta, sgominata, annichilita. Nonostante i mutati rapporti di forza, nonostante la prova di energia e vigore di tutto un popolo accorso a difendere le istituzioni della democrazia popolare, i comunisti non si imbaldanzirono né trascesero a comportamenti e azioni esagerati. Essi mantennero sempre sangue freddo, misura, equilibrio e vollero ancora formare, sotto la loro guida, un governo unitario con tutte le forze progressiste fedeli al programma originario del Fronte Nazionale. Chi parla di golpe comunista, dunque, cade nel ridicolo e si squalifica davanti al tribunale della storia non solo come studioso, ma anche come opinionista. Si è molto favoleggiato e si favoleggia sulla tragica scomparsa del Ministro degli Esteri Masaryk, di orientamento socialdemocratico, trovato morto nel cortile di Palazzo Cernin a Praga il 10 marzo 1948: i centri della disinformazione anticomunista ed antisovietica, in special modo quelli legati alla massoneria, alla quale Masaryk aderiva, hanno sempre cercato di far passare la tesi dell’eliminazione fisica da parte dei comunisti. Essa, però, naufraga sotto tonnellate di prove contrarie e tutte le persone più vicine al ministro, con convinzione e non perché costrette da alcuno, han sempre parlato, anche dopo il 1989, di suicidio, l’unica causa possibile e plausibile che si evince da decine e decine di rilievi ed esami. Ad ogni modo, anche quell’evento fu strumentalizzato e utilizzato cinicamente dai crociati della Guerra fredda. Ad ogni buon conto, il 21 marzo 1948, l’Assemblea costituente varò una nuova legge agraria che limitava la proprietà fondiaria a 50 ettari, unificava l’imposta a carico dei terreni, stabiliva regole certe, semplici e incontrovertibili per un credito agricolo al servizio della piccola impresa (riconosciuta e tutelata) e delle cooperative. Il 28 aprile, si passò alla nazionalizzazione delle imprese con più di 50 dipendenti e, per alcuni settori, alla nazionalizzazione tout court. Venne introdotto pure il monopolio sul commercio estero e il 9 maggio 1948 vide la luce la nuova Costituzione, boicottata dai vecchi arnesi della reazione e ora pronta per essere sancita ed attuata in tutti i suoi punti, da quelli principali ai corollari esplicativi. La Carta suprema proclamava la scelta socialista del Paese. Il 30 maggio del 1948, le elezioni videro la vittoria del Fronte Nazionale dei Cechi e degli Slovacchi con l’89% dei voti. Nel Fronte non vi erano solo i comunisti, ma tutti i democratici che intendevano contribuire alla rinascita e allo sviluppo del Paese sulla via maestra del socialismo. L’opposizione fu sempre tutelata e il pluripartitismo riconosciuto; se qualche partito e partitello non riuscì a formare liste, fu perché si era completamente screditato agli occhi della popolazione, non per veti che non ci furono mai e che sarebbero stati del tutto inutili e anzi controproducenti, visto il larghissimo consenso del quale godevano le forze unite del Fronte. Nel mese di giugno, Benes si dimise da Presidente della Repubblica: le sirene anglo-statunitensi–massoniche avevano cantato più forte di quelle progressiste e realmente liberali che pure avevano gorgheggiato nel suo animo; egli fu sostituito dal compagno Gottwald, mentre alla carica di Presidente del Consiglio andò il celebre, amatissimo sindacalista Antonin Zapotocky, protagonista centrale delle giornate della primavera 1948. L’estate del ’48 vide l’unificazione tra comunisti e socialdemocratici: la classe operaia usciva più forte, unita e determinata dalle dure prove sostenute, pronta a raccogliere i frutti di un benessere e di una stabilità crescenti che avrebbero fatto della Cecoslovacchia uno dei Paesi più ricchi e progrediti di tutta Europa.

Riferimenti bibliografici e sitografici:
“Storia universale” dell’Accademia delle scienze dell’URSS, vol. 11 (Teti, 1978)
Klement Gottwald: “La Cecoslovacchia verso il socialismo” (Rinascita, 1952)

Matteo stai Bonino (ma non sereno)

Alessandro Lattanzio: Riad vuole isolare il Qatar per compensare le proprie sconfitte (Audio)

ParsTodayLa crisi in Qatar interessa l’Italia per i parecchi interessi economici nel Paese… L’Arabia Saudita così vuol far sparire il Qatar sul piano internazionale, geopolitico e politico internazionale. Doha è un alleato potenziale dell’Iran dalle notevoli risorse energetiche e finanziarie, mentre Riyad esaurisce e perde a ritmo accellerato le riserve finanziaire per via delle guerre perdute in Iraq, Siria e Yemen… Al-Saud ha perso tutte le guerre che ha iniziato…“; secondo Alessandro Lattanzio, saggista e analista di questioni politiche internazionali, presso Parstoday sulla tensione tra Qatar e vicini arabi. Qui l’Audio.