L’ombra dopo Renzi: Luigi Di Maio, brevi note

Alessandro Lattanzio, 9/6/2016dimaiogrilloIl vicepresidente del gruppo M5S alla Camera, presidente del “Comitato di vigilanza sull’attività di documentazione” e capo del direttorio del M5S Luigi Di Maio, originario di Pomigliano d’Arco, visitava questa primavera Londra, Parigi, Berlino e Strasburgo, incontrando i presidenti delle commissioni affari esteri e finanze dell’assemblea nazionale francese, il segretario per la riforma dello Stato del governo Valls Jean-Vincent Placé, la vicepresidente del Bundestag tedesco Claudia Roth, il sottosegretario del ministero degli Interni tedesco Guenter Krings e Johannes Ludewig, presidente del Nationaler Normenkrontrollrat, organo di controllo normativo del Bundestag. A Londra, Di Maio cercava di “apprendere le buone pratiche” del modello parlamentare inglese e di “portarle in Italia”. Di Maio aveva incontrato parlamentari e funzionari inglesi con l’obiettivo di studiare come “coinvolgere i cittadini in una maggiore democrazia partecipata. I dati sulla partecipazione popolare in Italia sono disarmanti e negli ultimi dieci anni solo tre o quattro petizioni sono state esaminate. Questo crea un problema di credibilità istituzionale, mentre qui a Londra c’è una grande sensibilità verso queste petizioni”, dichiarava Di Maio parlando ai giornalisti dopo i passaggi a Westminster, dove incontrava il leader laburista Jeremy Corbyn e la capogruppo dell’opposizione Rosie Winterton, e al National Audit Office. Di Maio descriveva la sua “missione istituzionale” come volta ad approfondire il tema del controllo parlamentare e a studiare l’attività delle commissioni parlamentari inglesi attraverso strumenti online e il controllo della spesa pubblica, compito proprio del National Audit Office. “La prima buona pratica che hanno qui è quella di verificare che fine facciano le leggi dopo averle approvate. Se funzionano, se raggiungono gli obbiettivi di bilancio, di posti di lavoro, di ritorno degli investimenti che si erano prefissate. Noi invece non abbiamo una struttura predisposta per il controllo parlamentare, mentre dovremmo iniziare a immaginare uffici indipendenti interni alla Camera o esterni, che sono la strada migliore per capire quante leggi ci servono in Italia”. Un secondo punto in cui la Gran Bretagna va presa a modello, secondo Di Maio, è l’Audit Office che controlla la spesa pubblica e “fa un po’ le pulci ai provvedimenti presentati e approvati“, e il coinvolgimento dei cittadini con le leggi d’iniziativa popolare, che qui “viene affrontato con maggiore serietà e questo contribuisce a dare più credibilità al Parlamento”.
Dichiarandosi contro la Brexit e incoerentemente anche contro l’euro, Di Maio osservava che il partito euroscettico UKIP “si fa rispettare, avendo con il referendum portato l’Europa al tavolo negoziale”. Sulla Brexit, Di Maio aveva spiegato di esserne contrario precisando anche che il M5S è “contrario all’eventuale uscita dell’Italia dall’Unione europea, ma non si pronuncia sul destino dei britannici. Anche in questo modo gli inglesi si fanno rispettare”. Nonostante tali elogi, la richiesta di Di Maio d’incontrare il leader dell’UKIP Nigel Farage, l’ex-sindaco di Londra Boris Johnson e l’ex-ministro conservatore thatcheriano Kenneth Clarke veniva rifiutata dagli interessati. Dopo questi mancati appuntamenti, Di Maio affermava “Con l’UKIP abbiamo solo un’alleanza tecnica all’Europarlamento, fondata sulla passione comune per la democrazia diretta”. Di Maio però riusciva ad incontrare il ministro per i Rapporti con il Parlamento Chris Grayling, conservatore eterodosso che aveva incontrato poche settimane prima la ministra Maria Elena Boschi, per parlare della Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, sostenuta da Grayling, ma non dal premier inglese Cameron e neanche da Di Maio. Va osservato che poco prima del viaggio a Londra, il direttorio del M5S aveva mostrato apprezzamento verso il premier inglese e la sua azione verso l’Unione Europea. Oltre a Chris Grayling, Di Maio incontrava l’omologo laburista Chris Bryant, che ricopre lo stesso incarico nel cosiddetto “governo ombra” del Labur Party. La sera del 21 aprile, il vicepresidente della Camera incontrava imprenditori e finanzieri della City, ma qui, su tale incontro “economico”, veniva posto un riserbo assoluto, poiché gli imprenditori incontrati “hanno nomi importantissimi ed hanno chiesto discrezione“. E di quell’incontro Di Maio evitava di parlarne in seguito.
La visita a Londra, con decine di incontri, aveva una grande risonanza mediatica, “Neanche per Renzi si erano visti tanti cronisti italiani per una visita”, spiegava un funzionario italiano a Londra. Anche i mass media inglesi, a partire dall’Economist, mostravano crescente interesse per il M5S e i suoi epsonenti, come la candidata a sindaco di Roma Virginia Raggi. In effetti, i viaggi di Di Maio dovrebbero accreditarlo quale personalità politica autorevole italiana, futuro leader del Movimento 5 Stelle che si candida a “responsabilità di governo e a una maggiore visibilità internazionale”. Infatti, a Londra Di Maio bacchettava i senatori italiani che non votavano la sfiducia al governo di Matteo Renzi, “hanno preferito le poltrone alla coerenza”. A fine giugno, Di Maio si recherà in Israele, per incontrare esponenti del governo a Gerusalemme, e a settembre andrà negli USA, invitato dell’università di Harvard, poiché l’influente rivista statunitense Forbes ha inserito Luigi Di Maio tra i 30 giovani politici più influenti d’Europa, assieme agli italiani Jacopo Mele (Cofondatore, Fondazione Homo Ex Machina Onlus), Leonardo Quattrucci (Consulente politico alla Commissione Europea), Anna Ascani (deputata del PD), Brando Benifei (europarlamentare PD) e Giulia Pastorella (Capo relazioni col governo).U43170877541942Il primo cerchio
Luigi Di Maio e Davide Casaleggio costituivano un sodalizio in sostituzione del controllo esercitato dal defunto Gianroberto Gianroberto sul M5S. Davide è il figlio di Gianroberto e della prima moglie inglese; è un manager laureatosi alla Bocconi che ha ereditato la proprietà dell’azienda che possiede i server utilizzati dall’associazione giuridica “MoVimento cinque stelle”, a sua volta intestata a Beppe Grillo, Enrico Grillo, Enrico Maria Nadasi e Gianroberto Casaleggio, che negli ultimi tempi delegava le responsabilità direttive al figlio Davide, comprese anche le più cruciali scelte politiche, trasmesse poi proprio a Di Maio. A quanto pare alla Casaleggio Associati si studierebbe la formazione di un governo ombra da far votare online in vista delle prossime elezioni politiche che, secondo Di Maio, si dovrebbero svolgere nel 2017. Tale governo vedrebbe Di Battista agli Esteri e Toninelli alle riforme.
Nota gossippara, Luigi Di Maio è fidanzato con Silvia Virgulti, ufficialmente assunta da Gianroberto Casaleggio quale “coach TV” per il M5S. Laureata in glottologia ed esperta della cosiddetta “Programmazione neurolinguistica”, Virgulti ha collaborato con le ambasciate di USA e Canada a Roma, e Beppe Grillo l’assunse per organizzare i suoi spettacoli negli Stati Uniti. Infine, il 4 luglio 2014 fu inviata a casa dell’ambasciatore degli USA John Phillips, a Villa Taverna. Nell’estate 2014, Di Maio e Virgulti si fidanzarono e Di Maio la propose a capo della comunicazione del M5S al posto di Ilaria Loquenzi, ma Gianroberto Casaleggio bloccò la mossa. La Virgulti si vendicò dicendo che le elezioni europee del maggio 2014 andarono male per il M5S a causa del “cappellino di Casaleggio”, ed a un convegno del movimento avrebbe incitato a superare l’impasse elettorale del M5S “usando la paura e la rabbia che suscita l’immigrazione negli italiani”.

U43150507832120l0FFonti:
Beppe Grillo
Corriere
Corriere
Corriere
Huffington Post
Il Messaggero
La Stampa
La Stampa
Repubblica

Egitto: speranza per l’indipendenza politica araba

Aleksandr Kuznetsov, SCF 16/04/2016

4857b14fe4ad6f34ceaca282be8ed105Ultimamente sono apparse notizie che il divieto di voli per l’Egitto alle compagnie aeree russe sarà esteso al 2016, risalente al 31 ottobre 2015, quando un aereo di linea russo Airbus A321 precipitò nella penisola del Sinai. Molti pensano che l’attentato al jet russo fosse collegato alla risposta del Qatar alle operazioni delle Forze Aerospaziali della Russia in Siria. Dato che da quando esplosero le prime manifestazioni in Siria, Doha è un attivo sostenitore dell’opposizione antigovernativa armata nel Paese. Fin dal 2013, il Qatar rafforzava l’organizzazione terroristica nota come Stato islamico (SI). Doha non solo ebbe un ruolo di primo piano nella lotta al regime baathista di Damasco, ma cercava di indebolire anche la posizione dell’Arabia Saudita, che utilizzava le fazioni armate antigovernative filo-saudite per combattere lo SI. Nel 2013 i nemici di Damasco pensavano che i giorni del governo Assad fossero contati, e si combatterono per spartirsi il bottino siriano. L’attentato dell’ottobre 2015 è stato, in un certo senso, un avvertimento alla Russia. Ma l’attentato aveva anche un altro obiettivo: danneggiare il turismo in Egitto. Nel 2012 il Qatar contribuì a portare i Fratelli musulmani al potere a Cairo e sostenne in modo occulto il regime di Muhamad Mursi. Nell’estate 2013 cominciarono a circolare voci sulla possibile privatizzazione del Canale di Suez da parte di imprese del Qatar, l’Egitto, ovviamente, si sarebbe trasformato in una colonia di Doha… Ma i piani di Doha furono sventati dal rovesciamento del governo dei Fratelli musulmani nel luglio 2013. L’Egitto si rivelò troppo grande per i “Fratelli”, che non sapevano cosa farne. Le tensioni tra islamisti e forze laiche si moltiplicarono, e gli islamisti non ebbero il consenso. I salafiti egiziani lavoravano attivamente contro i Fratelli musulmani, e nell’estate 2013 il caos infuriava selvaggiamente in Egitto. In tali condizioni era impossibile investire o condurre affari di qualsiasi tipo in modo normale. Aumentò drammaticamente l’intolleranza religiosa e le aggressioni agli sciiti divennero più frequenti (il Paese ha una popolazione di diverse centinaia di migliaia di sciiti). Allo stesso tempo, la posizione dei cristiani copti in Egitto, circa sette milioni ed oltre il 10% della popolazione, peggiorava. Roghi di chiese e aggressioni ai cristiani copti divennero quotidiani. Il governo islamico non poteva o non voleva affrontare la situazione. Di conseguenza, la base del movimento tamàrrud lanciò la rivolta contro il governo dei Fratelli musulmani con il supporto dell’esercito. Il Generale Abdalfatah al-Sisi salvò l’Egitto dalla guerra civile. Dopo che la Fratellanza musulmana fu deposta, l’influenza del Qatar nel Paese crollò. Il colpo di Stato fu sostenuto da Riyadh che estese un generoso credito al governo militare egiziano, ma Cairo non divenne un fantoccio saudita. Sotto la guida del Generale Sisi, l’Egitto ha cominciato a recuperare la politica del nazionalismo arabo. L’Egitto fu il primo campione di quel movimento con l’amministrazione del Presidente Gamal Abdel Nasser. Non è un caso che il giornalista arabo più anziano, Muhamad Hasanayn Hayqal, amico e vicino di Nasser, divenne consigliere presidenziale di Sisi e autore di molti suoi discorsi. Hayqal è recentemente scomparso all’età di 92 anni.
I nuovi leader egiziani sono nettamente contrari al rovesciamento di Bashar al-Assad, e nel settembre 2015 in realtà supportarono le operazioni delle Forze di Difesa Aerospaziale della Russia nel Paese. Il Governo di Abdalfatah al-Sisi sostiene il governo laico libico di Tobruq guidato da Abdullah al-Thani e dal generale Qalifa Balqasim Haftar, che guidano la lotta contro i terroristi dello Stato islamico. Un’alleanza strategica russo-egiziana inizia a prendere forma.
L’Egitto occupa una posizione geopolitica unica, tra Maghreb e Mashriq, vale a dire, le parti asiatica e africana del mondo arabo. Controllando il passaggio dall’Oceano Indiano al Mar Mediterraneo, l’Egitto può influenzare Siria, Palestina, Arabia (Yemen) e Nord Africa. Il Medio Oriente non ha dimenticato che ogni importante decisione strategica nel mondo arabo, dalla seconda metà del XX secolo, fu presa nell’asse Cairo – Baghdad – Damasco. Egitto, Siria e Iraq erano un tempo i più potenti Stati del Medio Oriente. Lentamente questa situazione cominciò a cambiare alla fine degli anni ’70, quando le monarchie del Golfo, con un ordine del giorno islamista, si misero al centro della scena. L’espansione sproporzionata del loro potere è una delle cause della crisi in Medio Oriente. Damasco ha sopportato tanta aggressione che molto tempo passerà prima che possa assumere il ruolo di centro regionale indipendente. E il futuro dell’Iraq è incerto. Cairo resta l’unica speranza per la rinascita della politica araba indipendente. La minaccia del terrorismo è la peggiore per l’Egitto, ma il pericolo non va esagerato. I problemi maggiori si riscontrano nella penisola del Sinai, dove i terroristi del cosiddetto Stato islamico hanno proclamato il Wilayat Sinai. Le altre regioni del Paese e le grandi città sono abbastanza tranquille. Il tallone d’Achille dell’Egitto continua ad essere l’economia. Dopo che Abdalfatah al-Sisi ha preso il potere, il governo è riuscito a ridurre la disoccupazione. I nuovi leader egiziani elaborano piani per ampliare il Canale di Suez e creare zone industriali per prodotti high-tech. Tuttavia, questi piani ambiziosi sono ostacolati dalla mera mancanza di fondi. Il governo egiziano acquista gran parte del cibo del Paese (Cairo compra il 40% del grano dall’estero) ed è costretto a sovvenzionare le importazioni, dato che gli egiziani poveri non possono permettersi di comprare il pane a prezzi di mercato. Così l’Egitto o richiederà prestiti ad istituzioni finanziarie internazionali (con il rischio che l’occidente possa porre proprie richieste politiche) oppure svalutare la lira egiziana. Quest’ultimo passo comporterebbe tagli alle sovvenzioni e il rischio di rivolte sociali. Una lira più economica potrebbe aiutare l’industria del turismo, ma dopo la tragedia nel Sinai, i villaggi egiziani sono vuoti. L’afflusso di turisti non solo dalla Russia, ma anche da Gran Bretagna e Germania, è crollato. L’aiuto all’Egitto potrebbe assumere la forma degli investimenti. Data la situazione attuale, un Paese che stende una mano a Cairo troverà un alleato affidabile nella regione.

Muhamad Hasanayn Hayqal

Muhamad Hasanayn Hayqal

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Sito Aurora

I dettagli sulla lista dei terroristi francesi in Siria

Rete Voltaire 21 novembre 2015

Bernard Squarcini

Bernard Squarcini

In un’intervista alla rivista Valeurs actuelles, l’ex-direttore del controspionaggio francese (DST e DCRI), Bernard Squarcini dice di essere stato contattato dalla Siria per proporre, nel 2012, al governo francese una lista dei terroristi francesi operanti in Siria, in cambio della normalizzazione delle relazioni tra i servizi d’intelligence. Il ministro degli Interni del tempo, Manuel Valls, rifiutò per motivi ideologici [1]. La maggior parte dei commentatori fa notare che, se queste informazioni sono accurate e se il governo francese avesse accettato tale proposta, si sarebbero evitati gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015. Il deputato Olivier Marleix (ex-consigliere del presidente Nicolas Sarkozy quando Bernard Squarcini dirigeva il controspionaggio) chiede pertanto l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta per fare luce su queste accuse [2].
La tesi di Squarcini va specificata. Nel 2012, la Siria era in contatto con l’ex-capo del controspionaggio con cui aveva buoni rapporti in passato, e con un alto funzionario della polizia. Le autorità siriane s’offrirono di fornire tutte le informazioni in possesso sui combattenti francesi nel Paese, sui jihadisti e anche sui soldati francesi in missione. Chiesero in cambio il ritiro delle truppe francesi e il ripristino dei rapporti tra i servizi, senza chiedere il ripristino delle relazioni diplomatiche. Squarcini passò il messaggio al ministro degli Interni Manuel Valls che reagì subito, e per dimostrare buona fede, la Siria fornì l’elenco preliminare dei francesi morti che potè identificare. Tuttavia, il ministro degli Esteri Laurent Fabius era fortemente contrario all’accordo. Il primo ministro Jean-Marc Ayrault così vietò a Manuel Valls di accordarsi. L’ex-direttore del controspionaggio Bernard Squarcini, assieme al prefetto Édouard Lacroix (ex-direttore generale della polizia nazionale, poi capo del personale di Charles Pasqua) e Claude Guéant (ex-vicedirettore dell’ufficio di Charles Pasqua, allora ministro degli Interni), facevano parte del gruppo che cercò di opporsi alla guerra contro la Libia, poi a quella contro la Siria. Il gruppo negoziò la pace tra Francia e Siria durante la liberazione di Bab Amr (febbraio 2012) [3]; un accordo che il presidente Sarkozy accolse ma che il suo successore si rifiutò di rispettare.
Nel giugno 2012, il nuovo presidente Francois Hollande fece assassinare il prefetto Édouard Lacroix. Vari procedimenti giudiziari furono presi contro Claude Guéant. Bernard Squarcini si ritirò dalla vita politica e creò la società d’intelligence privata Kyrnos Conseil (Kyrnos significa Corsica in greco) molto attiva all’estero.ob_af76f0_jijwiNote
[1] Bernard Squarcini: “Nous sommes entrés dans la terreur et le terrorisme de masse”, Louis de Raguenel, Valeurs actuelles, 20 novembre 2015.
[2] Tout n’a pas été fait depuis Charlie pour protéger les Français, François De Labarre, Paris-Match, 20 novembre 2015.
[3] Les journalistes-combattants de Baba Amr, Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 3 marzo 2012.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia colpita dal terrorismo: petrodollari del Golfo, Siria e islamisti del Caucaso

Ramazan Khalidov e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 30 dicembre 2013

946851La Federazione russa è ancora una volta sotto i riflettori a causa del terrorismo islamista. Negli ultimi giorni due attentati terroristici mettono in evidenza i fattori legati agli intrighi delle grandi potenze occidentali e del Golfo assieme alla Turchia. Ciò sulla base di politiche destabilizzanti come in Siria e in altre nazioni. E’ evidente che i terroristi islamisti di Cecenia, Daghestan e altre parti della Federazione russa, sono andati in Siria per uccidere i siriani fedeli al governo. Questi islamisti sono anche intenzionati ad uccidere alawiti, cristiani e sciiti per settarismo. Inoltre, proprio come nella Federazione Russa e in Siria, gli stessi islamisti odiano i leader sunniti che sostengono il mosaico di entrambe le nazioni, pertanto religiosi sunniti sono stati uccisi da questi stessi taqfiristi. In molte nazioni colpite da terrorismo e settarismo, è chiaro il legame tra petrodollari del Golfo, militanti delle organizzazioni islamiste in occidente, ruolo oscuro degli agenti segreti di diverse nazioni, manipolazione dei media, ambizioni geopolitiche, enti di beneficenza islamici che provvedono ai finanziamenti, e altri fattori in gioco. Naturalmente, nazioni come Cina, Egitto, Kashmir (India), Iraq, Libia, Mali, Pakistan, Somalia, Yemen ed altre avranno diverse cause sottostanti. Tuttavia, l’elemento esterno è una realtà in tutto ciò, anche se la combinazione dei fattori è molto diversa. Pertanto, lo stesso vale anche per la Federazione russa, perché in passato era evidente che Georgia e Turchia, due nazioni con buone relazioni con le potenze occidentali, hanno protetto i terroristi ceceni con santuari terroristici, finanziamenti islamisti e altri fattori.
In effetti, il ruolo della NATO in Turchia è stato dirigere jihadisti internazionali e militanti taqfiristi, inviandogli equipaggiamenti militari, agenti segreti e così via, contro la Siria è un fatto. Allo stesso tempo, un gran numero di jihadisti del Caucaso entra in Siria tramite la NATO in Turchia. Pertanto, l’effetto a catena per la Federazione russa è abbondantemente evidente, anche se esistono questioni interne. Data tale realtà, le parole di Doku Umarov sembrano indicarlo affermando che la brigata Riyad-us-Salihin è ora “dotata dei migliori mujahidin e se i russi non capiscono che la guerra arriverà nelle loro strade, nelle loro case, sarà peggio per loro.” Umarov ha anche avvertito a luglio che le Olimpiadi invernali di Sochi saranno prese di mira. Ha affermato: “Noi, come mujahidin, non dobbiamo permettere che ciò accada con ogni mezzo possibile.” Pertanto, i due recenti attacchi terroristici nella Federazione russa sembrerebbero essere opera di Umarov e delle altre forze del terrorismo sunnita. La BBC riferisce degli ultimi attentati affermando “Almeno 14 persone sono state uccise in un attentato suicida su un filobus nella città russa di Volgograd, dicono gli investigatori. L’esplosione avviene il giorno dopo la morte di 17 persone in un attentato suicida presso la stazione centrale della città.
La barbarie dei recenti attacchi terroristici è fin troppo comune per i jihadisti in questa parte del mondo. Dopo tutto, gli islamisti del Caucaso massacrarono numerosi bambini a Beslan dopo averli presi in ostaggio nel 2004. Sì, i cosiddetti jihadisti condussero la guerra santa sequestrando oltre 700 bambini in quell’attacco barbaro. In altre parole, gli islamisti del Caucaso pensano a rapire bambini, ucciderli nelle loro operazioni, decapitare prigionieri, far saltare in aria la gente sugli autobus, ad attentati suicidi e altre brutalità. Allo stesso tempo, sperano di eliminare i cristiani ortodossi dal Caucaso con la paura e di schiacciare la tradizione sunnita.
Tornando alla Siria, Kavkaz Center, sito di propaganda degli islamisti ceceni e caucasici, ha dichiarato ad agosto, su questa nazione, che “Le truppe della Direzione nord dello Stato Islamico dell’Iraq e Sham iniziavano un attacco decisivo alle posizioni degli assaditi, ancoratisi sul territorio di un importante impianto strategico, l’aeroporto Minig nei pressi di Aleppo.” Kavkaz continuava riferendo che “Recentemente, l’emiro dell’esercito degli emigranti credenti, Omar il ceceno, è stato nominato comandante della Direzione settentrionale dello Stato Islamico dell’Iraq e Sham. La maggior parte delle forze dei mujahidin nel nord della Siria è sotto il suo comando“. Questo aspetto è stato menzionato anche da The Jamestown Foundation, affermando che “il Jaish al-Muhajirin wal-Ansar (Esercito degli emigranti e aiutanti) è costituito da ceceni e nordcaucasici ma, ovviamente, il gruppo comprende un grande numero di arabi, così il numero totale di persone nella brigata potrebbe essere 1500. Un ceceno della Georgia, Abu Umar Shishani (Umar Gorgashvili), è il leader di tale gruppo. In passato, Gorgashvili combatté in Cecenia e nelle forze speciali georgiane durante la guerra del 2008 con la Russia. Dalla scorsa estate, Gorgashvili è divenuto comandante del settore settentrionale dello Stato Islamico dell’Iraq e Sham. Ci sono anche altri comandanti ceceni ben noti, come emir Muslim (Muslim Margoshvili), Emir Seifullah (Ruslan Machaliashvili), emir Salaqdin e emir Abu Musaba (Musa). Emir Seifullah fu espulso dal Jaish al-Muhajirin wal-Ansar per appropriazione indebita e l’interpretazione erronea dei valori islamici durante la jihad, e per le sue azioni durante la jihad.”
Nessun individuo serio negherebbe che Afghanistan, Cecenia, Daghestan, Iraq, Libia e altre parti del mondo, non abbiano veri e propri problemi interni di vario tipo. Eppure, senza gli intrighi delle  potenze occidentali e del Golfo, accanto al Pakistan con al-Qaida, i taliban e le altre forze sinistre per tutti gli anni ’80 e inizio anni ’90, non sarebbero mai esistiti, in primo luogo, o se esistessero,  sarebbero stato notevolmente minori. Tuttavia, un’enorme finanziamento è stato fornito ai vari movimenti islamisti in questo periodo. L’altra componente fondamentale è l’enorme spesa per diffondere il salafismo e altre ideologie islamiste. Il conflitto in Iraq che rovesciò Saddam Hussein ha creato un vuoto tragicamente riempito da jihadisti internazionali, forze settarie e vari affiliati di al-Qaida. In Libia, le grandi potenze della NATO e del Golfo hanno collaborato con vari gruppi jihadisti e diverse milizie. Una volta che Gheddafi è stato massacrato, un altro vuoto è apparso destabilizzando il Mali. Inoltre, la Libia è divenuta un potente elemento nella destabilizzazione della Siria, esportando materiale militare e jihadisti dal Nord Africa, collegando gli agenti segreti di varie nazioni direttamente ai sinistri intrighi della NATO in Turchia. Pertanto, proprio come in Afghanistan negli anni ’80 e i recenti eventi in Iraq, Libia e Siria,è evidente che gli intrighi del Golfo ed occidentali supportano enormemente i vari affiliati di al-Qaida e i gruppi islamisti. Allo stesso modo, l’indottrinamento salafita e le versioni militanti dell’Islam della regione del Golfo, iniziano ad usurpare il tradizionale Islam sunnita, diffondendo un messaggio alieno basato sui petrodollari del Golfo.
In un altro articolo su Caucaso e Siria è stato affermato “Gli intrighi collettivi di USA, Francia, Georgia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito verso la Siria, e le rispettive politiche verso il Caucaso del Nord, dovrebbero allarmare la Federazione russa perché gli stessi intrighi puntano su Mosca. Kadyrov ha affermato che le agenzie segrete sono attivamente coinvolte nel reclutamento di terroristi e mercenari nel Caucaso. Pertanto, la crescente influenza di questo gruppo rende credibile la potente forza estera cui chiaramente Georgia e Turchia forniscono il terreno geopolitico naturale per collegare Federazione russa e Siria“. Inoltre, Modern Tokyo Times ha dichiarato la necessità che la Federazione russa agisca in Siria poiché, come ha detto Umarov, i jihadisti hanno “ricevuto i migliori tra i migliori dei mujahidin.” Chiaramente, molti di questi islamisti reintegrantisi nel Caucaso sono andati in Siria per addestrarsi e soddisfare la loro sete di sangue settaria. Pertanto, Modern Tokyo Times ha commentato: “La crescente minaccia degli islamisti di Cecenia e  Caucaso e il ruolo del salafismo in Siria dovrebbero portare la Federazione russa ad agire. Cioé inviare agenti segreti per eliminare i leader dei terroristi islamisti, collaborare con le forze armate siriane, fornire ulteriore intelligence al governo della Siria, aumentare l’equipaggiamento militare più sofisticato ed adatto alla natura del conflitto, e fornire maggiore assistenza economica. Inoltre, i leader politici di Mosca devono sollevare la questione seriamente con la Turchia, perché chiaramente tale nazione è un’importante ratlines terroristica e militare antisiriana. Allo stesso modo, i petrodollari del Golfo diffondono la pericolosa ideologia salafita e tale fatto deve essere sollevato“.
Agenzie come CIA, MI6 e ISI sono coinvolte nel finanziamento di jihadisti islamisti dagli anni ’80 e primi anni ’90, al fine di rovesciare il governo dell’Afghanistan. Il caos che copre Libia e Mali, e la creazione di potenti moti in Tunisia, sono causati dagli intrighi delle potenze occidentali e del  Golfo. Naturalmente, realtà interne già esistevano nel Caucaso, proprio come esistevano nell’Iraq di Saddam Hussein. Eppure, una volta avutasi l’ingerenza, proprio come in Siria, ulteriori convulsioni impreviste o non intenzionali esplodono per via dei vuoti creati dalle potenze occidentali, del Golfo e dalla Turchia. In entrambi i casi, Umarov chiarisce che il movimento jihadista nel Caucaso è ora “rifornito.” Questo rifornimento è dovuto all’intromissione estera in Siria, ai petrodollari del Golfo e agli intrighi dei servizi segreti che ne sfruttano il caos. Di conseguenza, le élite di Mosca devono prendere misure difensive al fine di preservare la stabilità regionale e proteggere gli Stati-nazione. Dopo tutto, gli intrighi occidentali e del Golfo creano Stati falliti, e ciò è visibile in Afghanistan, Iraq e Libia. Le stesse forze sono intente a creare lo Stato fallito di Siria tramite diverse e differenti ambizioni geopolitiche, e tale politica mette in pericolo la Federazione Russa. Ovviamente, prima dell’intromissione estera in Siria, è chiaro che l’Iraq e la regione del Caucaso nella Federazione russa erano già colpite dal terrorismo. Tuttavia, il conflitto in Cecenia e in Iraq furono contenuti nonostante i contraccolpi che causarono in Daghestan e in altre parti del Caucaso, in relazione alla Cecenia. Tuttavia, l’ingerenza esterna in Siria e quindi la crisi in Iraq, ancora una volta diffondono ulteriore settarismo. Inoltre, gli affiliati di al-Qaida vengono rafforzati dagli intrighi in Siria delle potenze del Golfo e occidentali. Allo stesso modo, Umarov e gli islamisti si avvantaggiano della nuova ondata jihadista nella Federazione russa e nell’Asia centrale, grazie alla destabilizzazione della Siria.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

India e Stati Uniti, un partenariato strategico?

Vladimir Platov New Oriental Outlook 29/12/2013

India_USA-3Il presidente Obama ha recentemente definito l’India uno dei principali partner degli Stati Uniti del 21.mo secolo, ed ha anche osservato che l’India è un partner di vitale importanza strategica per gli interessi degli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico, e in tutto il globo. Gli Stati Uniti sono uno dei principali partner commerciali dell’India: il volume degli scambi bilaterali è aumentato di quattro volte e mezzo negli ultimi dieci anni, pari a 86 miliardi dollari di dollari nel 2011. Gli investimenti indiani negli Stati Uniti erano alle stelle negli ultimi cinque anni, crescendo da 227 milioni di dollari nel 2002 a 5 miliardi di dollari di oggi. Ma quanto sincere sono quelle parole sul partenariato strategico tra i due Paesi, o è l’ennesimo tentativo di sfruttare qualche Stato a vantaggio dei responsabili politici degli Stati Uniti? I rapporti India-USA hanno subito una grave crisi il 12 dicembre, quando le autorità statunitensi hanno arrestato Devyani Khobragade. Deviani è Viceconsole Generale dell’India a New York, ma ha subito un procedimento piuttosto sgradevole davanti la figlia che andava a prendere a scuola. Nonostante il fatto che la Viceconsole Generale indiana avesse con sé tutte le carte che gli garantivano l’immunità diplomatica (é consigliere della rappresentanza permanente dell’India alle Nazioni Unite), è stata ammanettata, portata in una stazione di polizia locale e perquisita. Ma ovviamente ciò non bastava alle autorità locali, così decisero di prelevarle campioni di DNA come se fosse una criminale, e poi fu infine fotografata assieme a tossicodipendenti e criminali incalliti.
Il mandato di arresto emesso dal magistrato statunitense, la Giudice Debra Freeman, afferma che Devyani Hobragade è presunta colpevole di frode ai danni della cameriera. Agenti speciali presuppongono che non la pagasse “giustamente”; per tale “abuso” Khobragade potrebbe subire 15 anni di carcere. La diplomatica indiana è stata rilasciata, con una cauzione di 250 mila dollari, solo il giorno successivo. Il ministero degli Esteri indiano ha protestato per questo incidente, avendo gli Stati Uniti deliberatamente violato la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche e la Convenzione sui privilegi e le immunità delle Nazioni Unite, specificando che i consiglieri delle Nazioni Unite godono “d’immunità da arresto o detenzione e sequestro del loro bagaglio personale“.  In risposta a tale gesto scortese, parlamentari e alti funzionari indiani si sono rifiutati di partecipare a un vertice con la delegazione del Congresso degli Stati Uniti, già previsto. Alcuni parlamentari indiani hanno espresso l’idea di arrestare i diplomatici statunitensi omosessuali che molestano cittadini indiani o vi convivono, poiché ne “corrompono i principi morali”. Yashwant Sinha, a capo del partito Popolare indiano all’opposizione, ha proposto ai sensi dell’articolo 377 del codice penale indiano, recentemente restaurato, di perseguire i partner omosessuali dei diplomatici statunitensi e di sottoporli a processi pubblici.
In seguito a tale incidente, una serie di misure è stata presa dai funzionari indiani nei confronti dei diplomatici statunitensi. Sono stati tutti invitati a restituire i documenti d’identità che gli garantiscono l’immunità diplomatica. L’ambasciata degli Stati Uniti è stata privata delle speciali tessere di sicurezza che permettevano l’ingresso privilegiato agli aeroporti locali. I diplomatici statunitensi dovranno fornire informazioni sui salari degli indiani che lavorano nell’ambasciata e nella scuola statunitense locale, per assicurarsi che obbediscano alle locali leggi sul lavoro. Inoltre, gli indiani esamineranno con attenzione tutti i casi di assunzione di familiari dei diplomatici degli Stati Uniti, dato che ciò richiede un permesso speciale, ma che di solito gli statunitensi violano in buona parte dei Paesi in cui operano. Soprattutto, le barricate di sicurezza disposte di fronte all’ambasciata degli Stati Uniti di Nuova Delhi, comune misura di protezione contro le manifestazioni aggressive locali, come in tutte le ambasciate statunitensi nei paesi dell’Asia e del Medio Oriente, sono state rimosse.
Il suddetto incidente ha ricevuto ampia copertura sui media indiani e stranieri. Vari commentatori ed esperti hanno iniziato a studiare gli aspetti “strategici” del rapporto India-Stati Uniti, citando numerosi casi di negligenza del governo degli Stati Uniti verso l’India e il suo popolo. Un certo numero di esperti e analisti tende a menzionare la recente indagine della rivista The Hindu, che dimostra come l’India sia uno dei principali obiettivi della NSA. Tale agenzia ha raccolto informazioni sui leader politici, gli scienziati e gli intellettuali indiani, inserendosi nei loro telefoni e leggendo le loro e-mail. Questa indagine dimostra che gli statunitensi intercettano miliardi di messaggi inviati tramite le reti cellulari indiane e internet. (Solo marzo 2013 mostra il numero impressionante di 135 milioni di messaggi intercettati). Ad oggi, gli USA hanno usato due principali programmi per la raccolta dati: Boundless Informant e PRISM. Il primo utilizzato per monitorare le conversazioni telefoniche e le reti internet in India, mentre PRISM raccoglie informazioni utilizzando le funzionalità dei vari giganti tecnologici statunitensi. I commentatori citano anche il ruolo del cittadino statunitense David Coleman Headley nella preparazione degli attacchi terroristici nella città indiana di Mumbai, nel 2008. Secondo i giornalisti indiani, il tribunale statunitense omise di infliggere ad Headley una pena adeguata, anche prendendo in considerazione il fatto di aver collaborato con l’accusa. Si possono anche ricordare gli atteggiamenti razzisti di alcuni diplomatici statunitensi nei confronti di cittadini indiani, non dimostrando rispetto verso i rappresentanti ed ostentando disprezzo verso componenti di gruppi etnici indiani. Un esempio scandaloso di tale comportamento è stato mostrato dal Viceconsole statunitense Maureen Chao, nell’agosto 2011, quando ha pubblicamente definito i tamil “torvi e sporchi”. Inoltre, molti corrispondenti hanno fornito esempi degli atteggiamenti ostili e discriminatori dei funzionari degli Stati Uniti nei confronti di rappresentanti delle missioni diplomatiche indiane negli Stati Uniti. Ad esempio, nel 2010 l’ambasciatrice indiana negli Stati Uniti Meera Shankar fu perquisita in un aeroporto del Mississippi, nonostante il fatto che godesse della totale immunità diplomatica. Un altro rappresentante dell’India, questa volta alle Nazioni Unite, fu pure arrestato in un aeroporto degli Stati Uniti, rifiutandosi di togliersi il turbante per via della sua fede religiosa (essendo un sikh). Nel 2011, la figlia del Viceconsole indiano a New York, Krittika Biswas, fu arrestata e trascorse 28 ore in carcere per sospetto “bullismo” via email verso il suo insegnante. E l’elenco potrebbe continuare.
Uno dei motivi per la recente aggressione di Washington all’India, secondo gli esperti, sono gli otto anni trascorsi dalla firma dell’accordo nucleare tra i due Paesi. Durante questo periodo, le compagnie nucleari statunitensi hanno cercato di accedere al mercato indiano, ma la porta gli veniva chiusa in faccia ogni volta che bussavano. Il malcontento in merito a tale fatto fu espresso ad agosto di quest’anno, in una lettera inviata al segretario di Stato USA John Kerry da due influenti senatori degli Stati Uniti, Mark Warner e John Cornyn, co-presidenti del Caucus India al Senato. In tale situazione le elezioni parlamentari in India, previste per maggio 2014 e la futura lotta tra il partito al governo Congresso Nazionale Indiano, e il favorito, il nazionalista Bharatiya Janata Party che ha posizioni antiamericane, molti esperti ritengono che ci sarà l’inferno se incidenti come quelli recenti, avranno ancora luogo. L’opinione pubblica indiana sembra riconsiderare la natura delle relazioni indiane con gli Stati Uniti. E’ chiaro che “l’aggressione” a Devyani Khobragade approfondirà il “carattere strategico” di questa partnership, nonostante la dichiarazione fatta da Salman Khurshid, ministro degli Esteri indiano, il 19 dicembre, secondo cui: “il delicato incidente non avrà effetti duraturi sulle strette relazioni tra i due Paesi”.

Vladimir Platov, esperto di Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Oriental  Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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