La propaganda bellica di Amnesty International

Tim Hayward, 23 gennaio 2017mideast-syria-electio_horo-e1401740761754La maggior parte di noi non vive in Siria e ne sa molto poco. Quello che pensiamo di sapere arriva dai media. Le informazioni sono fornite su approvazione di un’organizzazione come Amnesty International che si presume affidabile. Certo, ho sempre avuto fiducia in Amnesty International, implicitamente, credendo e condividendone l’impegno morale. Da vecchio sostenitore non ho mai pensato di verificarne l’affidabilità. Solo vedendo l’organizzazione, lo scorso anno, diffondere i messaggi dei famigerati Caschi Bianchi mi sono sorte delle domande. [1] Avendo scoperto un problema sulle testimonianze fornite da Medici Senza Frontiere (MSF), sentivo il dovere di guardare vederci meglio sui rapporti di Amnesty International. [2] Amnesty ha influenzato i giudizi morali pubblici su diritti e torti della guerra in Siria. E se le notizie di Amnesty sulla situazione in Siria si basano su cose non provate? [3] E se i rapporti fuorvianti sono stati fondamentali per alimentare il conflitto che altrimenti sarebbero stato contenuto o addirittura evitato? Amnesty International per prima accusò di crimini di guerra il governo del Presidente Bashar al-Assad, nel giugno 2012. [4] Se un crimine di guerra comporta la violazione delle leggi e l’applicazione di quelle leggi presuppone una guerra, è rilevante sapere da quanto tempo il governo siriano fosse in guerra, ammesso che lo fosse. Le Nazioni Unite parlarono di ‘situazione vicina alla guerra civile’ nel dicembre 2011. [5] I crimini di guerra indicati Amnesty International in Siria furono quindi riportati basandosi su prove che sarebbero state raccolte, analizzate, redatte, inquadrate, approvate e pubblicate entro sei mesi. [6] Sorprendentemente, e preoccupantemente, lesti. Il rapporto non dettagliava sui metodi di ricerca, ma un comunicato stampa citava a lungo, ed esclusivamente, Donatella Rovera che ‘trascorse diverse settimane ad indagare le violazioni dei diritti umani nel nord della Siria’. Per quanto possa dire, le prove pubblicizzate nella relazione furono raccolte con conversazioni e visite di Rovera in quelle settimane. [7] Il suo rapporto affermava che Amnesty International ‘non poté fare un’indagine sul campo in Siria‘. [8] Non sono un avvocato, ma trovo inconcepibile che le accuse di crimini di guerra su tale base venissero prese sul serio. Rovera stessa poi parlò dei problemi nelle indagini in Siria: in un articolo pubblicato due anni dopo, [9] riferì di esempi di prove e testimonianze materiali che avevano indotto in errore le indagini. [10] Tali riserve non appaiono sul sito web di Amnesty. Non so se Amnesty abbia diffuso eventuali avvertimenti sul rapporto, né su una revisione delle accuse di crimini di guerra. Quello che trovo preoccupante, però, dato che le accuse di crimini possono a tempo debito essere provate, è che Amnesty non temperava le pretese su un’azione futura. Anzi. A sostegno della sua posizione sorprendentemente rapida e decisa sull’intervento, Amnesty International accusò il governo siriano anche di crimini contro l’umanità. Già prima con Deadly Reprisals, il rapporto le presumeva. Tali accuse possono avere gravi implicazioni perché possono essere considerate per un mandato per l’intervento armato. [11] Mentre i crimini di guerra non si verificano, a meno che non ci sia una guerra, i crimini contro l’umanità possono giustificare la guerra. E in guerra, le atrocità si possono verificare laddove altrimenti non si erano verificate.
1005494Trovo queste idee profondamente preoccupanti, soprattutto da sostenitore di Amnesty International, quando appellò all’azione, le cui conseguenze prevedibili comprendono combattimenti e possibili crimini di guerra, commessi da chiunque, che altrimenti non ci sarebbero mai stati. Personalmente, non riesco a non pensare che la volontà del fine estremo condivide le responsabilità sulle conseguenze impreviste. [12] Se Amnesty International considerò il rischio morale di complicità indiretta in crimini di guerra minore che tacere su ciò che credeva di aver trovato in Siria, avrà avuto grandissima fiducia nei risultati. Era giustificata tale fiducia? Se torniamo ai rapporti sui diritti umani in Siria nel 2010, prima dell’inizio del conflitto, troviamo che Amnesty International registrò un certo numero di casi di detenzione illegale e brutalità. [13] Nei dieci anni di presidenza di Bashar al-Assad, la situazione dei diritti umani sembrava agli osservatori occidentali non essere migliorata tanto quanto sperato. Human Rights Watch parlò del 2000-2010 come ‘decennio sprecato’. [14] Il tenore costante dei rapporti era la delusione: i progressi compiuti in alcuni settori si stagliavano sui problemi continui in altri. Sappiamo anche che in alcune zone rurali della Siria c’era vera frustrazione per le priorità politiche del governo. [15] Un’economia agricola zoppicante per gli effetti della malgestita grave siccità, irritò i sentimenti d’emarginazione. La vita sarebbe stata migliore per molti nelle città vivaci, ma era tutt’altro che idilliaca per gli altri, e rimaneva spazio per migliorare la situazione dei diritti umani. L’approccio robusto del governo ai gruppi che cercavano di por fine allo stato laico della Siria, giustifica ampiamente il bisogno di monitorarne gli eccessi segnalati. Eppure, i risultati delle osservazioni di prima della guerra erano lontani da qualsiasi idea di crimini contro l’umanità. Incluso il Rapporto Annuale 2011: lo stato dei diritti umani nel mondo. Un rapporto pubblicato solo tre mesi più tardi ritraeva una situazione radicalmente diversa. [16] Nel periodo da aprile ad agosto 2011, gli eventi mutarono rapidamente sulla scia delle proteste antigovernative in alcune parti del Paese, e così Amnesty. Nel promuovere il nuovo rapporto, Deadly Detention, Amnesty International degli USA si vantò di come fornisse “la documentazione in tempo reale sulle violazioni dei diritti umani commesse dalle forze governative”. Non solo forniva una rapida segnalazione, ma fece anche affermazioni nette. Invece di dichiarazioni misurate suggerendo riforme necessarie, condannò il governo di Assad per “il sistematico attacco alla popolazione civile, svoltosi in modo organizzato e in virtù di una politica statale per commettere tale attacco”. Il governo siriano fu accusato di “crimini contro l’umanità”. [17] Velocità e fiducia, così come una profonda implicita comprensione del rapporto sono notevoli. Il rapporto era preoccupante, troppo, dando come portentose delle prove schiaccianti contro il governo: Amnesty International “invitava il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non solo a condannare, in modo fermo e giuridicamente vincolante, le violazioni massicce dei diritti umani commesse in Siria, ma anche ad adottare altre misure per costringere i responsabili a renderne conto, compreso il deferimento della situazione in Siria al procuratore della Corte penale internazionale. Inoltre, Amnesty International continuò a sollecitare il Consiglio di sicurezza ad imporre un embargo sulle armi alla Siria e a congelare immediatamente le risorse del Presidente al-Assad e di altri funzionari sospettati delle responsabilità nei crimini contro l’umanità”. Con tali dichiarazioni forti, soprattutto in un contesto in cui potenti Stati esteri già invocavano il ‘cambio di regime’ in Siria, il contributo di Amnesty va visto come istigante. Dato che non solo la forza della condanna è degna di nota, ma la rapidità della presentazione, in ‘tempo reale’, pone òa domanda ai sostenitori di Amnesty Internationaldi su come l’organizzazione potesse seguire istantaneamente gli eventi, oltre a porrli indagare pienamente trovando le prove. La reputazione di Amnesty International si basa sulla qualità della ricerca. Il segretario generale dell’organizzazione, Salil Shetty, ha chiaramente affermato i principi e metodi nella raccolta delle prove: “Lo facciamo in modo sistematico, di prima mano, raccogliendo prove con il nostro personale sul campo. E ogni aspetto della nostra raccolta di dati si basa su riscontri e controllo incrociato da tutte le parti, anche se ci sono, si sa, molti partiti in ogni situazione dato che i problemi di cui ci occupiamo sono piuttosto controversi. Quindi è molto importante avere diversi punti di vista, controllare costantemente e verificare i fatti”. [18] Amnesty si pone così rigorosi standard di ricerca, e assicura al pubblico di essere scrupolosa nell’aderirvi. Questo c’è da aspettarselo, credo, soprattutto quando gravi accuse si rivolgono a un governo. Amnesty ha seguito il proprio protocollo nella preparazione della relazione Deadly Detention? Il personale di Amnesty sul campo ha sistematicamente e in modo diretto raccolto i dati verificati sotto ogni aspetto, confermandoli e controllandoli attraverso tutte le parti interessate? Nell’analisi aggiunta qui in nota [19] si mostra, punto per punto, come la relazione non soddisfi alcuni di tali criteri e come non aderiva ad alcuno di essi. Dato che i risultati potevano essere utilizzati per sostenere la richiesta dell’intervento umanitario in Siria, il minimo da aspettarsi dall’organizzazione era applicare i propri standard prescritti per le prove. Affinché non si creda che concentrandosi sugli aspetti tecnici sui rischi della metodologia di ricerca, si lasci il governo fuori dai guai per crimini abnormi, va sottolineato come in origine fosse assiomatico per Amnesty International non dover mai presumere la colpevolezza senza prove. [20] Piuttosto oltre a questioni tecniche, sbagliare sull’autore dei crimini di guerra potrebbe comportare fin troppo gravi conseguenze, intervenendo erroneamente al fianco dei veri responsabili.
c1l3h4dwqaavk6v Supponiamo nondimeno d’insistere che le prove dimostrassero con sufficiente chiarezza che Assad massacrava il proprio Paese e il proprio popolo: era sicuro che la ‘comunità internazionale’ doveva intervenire in favore del popolo contro tale presunto stragista? [21] Nell’ambito di opinioni e conoscenze all’estero, al momento, sarebbe sembrato plausibile. Non era l’unica proposta plausibile, tuttavia, e non certo in Siria. Un’altra era che il miglior tipo di supporto da offrire al popolo della Siria era spingere saldamente il governo verso le riforme, mentre lo si aiutava, essendo sempre più necessario liberare il territorio dei terroristi che avevano fomentato e poi sfruttato tensioni e proteste nella primavera 2011. [22] Infatti, anche supponendo che gli agenti della sicurezza interna del governo necessitassero di maggiore moderazione, il modo migliore per raggiungere questo obiettivo non era necessariamente minare il governo, l’unico ben posizionato, con supporto e incentivi costruttivi per applicarla. Non trovo ovvio che Amnesty fosse obbligata o competente a decidere su tali alternative. Dato che, tuttavia, scelse di farlo, dobbiamo chiederci perché da subito respinse il metodo decisionale proposto dal Presidente al-Assad. Era suo dovere tenere le elezioni per chiedere al popolo se lo volevano o meno. Anche se non ampiamente riportate in occidente, e praticamente ignorate da Amnesty [23], le elezioni presidenziali si tennero nel 2014 con la vittoria schiacciante di Bashar al-Assad, 10319723 di voti a favore, l’88,7% , con un’affluenza del 73,42%. [24] Gli osservatori occidentali non contestarono le cifre né sostennero irregolarità del voto [25], i media invece cercarono di minimizzarle. “Questa non è una elezione che può essere analizzata come elezione multipartitica delle democrazie europee o degli Stati Uniti, dice alla BBC Jeremy Bowen da Damasco. E’ stato un omaggio al Presidente Assad dai suoi sostenitori, boicottato e rifiutato dagli oppositori, piuttosto che un atto politico, aggiunge”. [26] Questo omaggio, comunque, fu espresso dalla maggioranza assoluta dei siriani. Indicandolo ‘senza significato’, come fece il segretario di Stato degli USA John Kerry [27], rivelava quanto il suo regime rispettasse il popolo della Siria. E’ vero che il voto non poteva esserci nelle zone occupate dall’opposizione, ma la partecipazione complessiva fu così grande che anche supponendo che l’intera popolazione in quelle aree gli votasse contro, avrebbero comunque dovuto accettare Assad vincitore legittimo, come in Scozia che accetta Theresa May prima ministra inglese. Infatti, la recente liberazione di Aleppo est ha rivelato che il governo di Assad in realtà vi ha sostegno. Non possiamo sapere se Assad sarebbe stato scelto da così tante persone in altre circostanze, ma possiamo ragionevolmente dedurre che il popolo della Siria ha visto nella sua leadership la migliore speranza per unificare il Paese sull’obiettivo di por fine allo spargimento di sangue. Per quanto si avesse idealmente cercato, anche con le proteste autentiche del 2011, la volontà del popolo siriano chiaramente era, date le circostanze, con il governo nell’affrontare i problemi, piuttosto che farlo soppiantare da entità eterodirette. [28] (Sono tentato di pensare, da filosofo politico, che Jeremy Bowen della BBC avesse ragione a dire che l’elezione non fosse un normale ‘atto politico’: Bashar al-Assad è sempre stato chiaro nelle dichiarazioni e interviste sulla sua posizione indissolubilmente legata alla costituzione. Non ha deciso di rinunciare alla carriera di medico per diventare un dittatore, se ho capito bene,… anzi, la morte del fratello ne modificò i piani. Dato che i fatti non suggeriscono il contrario, sono personalmente disposto a credere che la fermezza altrimenti incomprensibile di Assad in effetti derivi dall’impegno a difendere la costituzione del suo Paese. Se o meno il popolo lo volesse veramente presidente è secondario rispetto alla domanda se fosse disposto a rinunciare alla costituzione nazionale su dettame di qualche ente diverso dal popolo siriano. La risposta a ciò ha senso, come Bowen nota inavvertitamente al di là della semplice politica).
Dato che il popolo siriano aveva confutato la tesi che Amnesty ha promosso, seri interrogativi si pongono. Tra cui uno, che difenderebbe Amnesty e darebbe una qualche giustificazione indipendente da fonti diverse da quelle delle sue indagini, credendo sinceramente che le accuse al governo siriano fossero fondate. Tuttavia, dato che una risposta affermativa a questa domanda non smentirebbe ciò che ho cercato di chiarire, metto da parte il discorso per il prossimo passo di questa indagine. Il mio punto per ora è che Amnesty International stessa non ha corroborato indipendentemente la propria causa. È preoccupante per chi pensa che debba assumersi la piena responsabilità delle osservazioni che riferisce. Ulteriori discussioni affronterebbero anche preoccupazioni su quali cause dovrebbe rappresentare. [29]

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Note:
[1] Per informazioni sui caschi bianchi, una panoramica concisa appare nel video Caschi Bianchi: pronto soccorso o fiancheggiatori di al-Qaida? Per una discussione più approfondita, vedasi la sintesi accessibile e dai molti riferimenti di Jan Oberg. Sulla base delle informazioni ora ampiamente disponibili, e data la coerenza di numerose testimonianze critiche, in contrasto all’incoerenza della narrazione ufficiale spacciata da Netflix, diffido delle testimonianze dei caschi bianchi quando confliggono con le testimonianze dei giornalisti indipendenti sul terreno, soprattutto perché i rapporti di questi ultimi sono coerenti con quelli della popolazione di Aleppo est che ha condiviso la verità sulla propria esperienza dopo la liberazione (per le numerose interviste con gli aleppini si veda il canale Youtube di Vanessa Beeley, e anche si consultino le raccolte fotografiche di Jan Oberg). Vi sono stati certamente sforzi per sfatare le varie denunce dei caschi bianchi, e l’ultimo che conosco (al momento della stesura) riguarda la confessione nel video (linkato sopra) di Abdulhadi Qamal. Secondo Middle East Eye, i suoi colleghi caschi bianchi ritengono che la confessione gli sia stata imposta (segnalazione al 15 gennaio 2017) in un centro di detenzione governativo; secondo Amnesty International, che non menziona tale relazione nel suo appello del 20 gennaio 2017, non vi è alcuna prova che fosse un casco bianco e non si sa cosa gli sia successo. Quello che comprendo da ciò è che alcuni vogliono difendere i caschi bianchi, ma che non sono nemmeno d’accordo su una storia coerente su cui basarsi, data la pressione di eventi imprevisti ad Aleppo che mostrano il dietro le quinte, letteralmente, della storia di Netflix. E’ anche poco rassicurante sulla qualità delle indagini di AI in Siria.
[2] La mia indagine critica su Medici Senza Frontiere (MSF) fu innescata apprendendo che la loro testimonianza fu usata per criticare le affermazioni sulla Siria da parte della giornalista indipendente Eva Bartlett. Avendo trovato le sue notizie credibili, mi sono sentito costretto a scoprire quale resoconto credere. Ho scoperto che MSF ingannava su ciò che affermava di sapere della Siria. In risposta all’articolo, diverse persone hanno indicato preoccupazioni su Amnesty International. Così ho avuto il coraggio d’iniziare a mettere in discussione Amnesty International sulla base di indicazioni e suggerimenti forniti da alcuni miei nuovi amici, e vorrei ringraziare particolarmente Eva Bartlett, Vanessa Beeley, Patrick J.Boyle, Adrian D. e Rick Sterling per i suggerimenti. Ho anche tratto beneficio dal lavoro di Tim Anderson, Jean Bricmont, Tony Cartalucci, Stephen Gowans, Daniel Kovalic, Barbara McKenzie e Coleen Rowley. Vorrei ringraziare Gunnar Øyro, per la produzione di una rapida traduzione in norvegese dell’articolo di MSF che ha contribuito a raggiungere altre persone. In realtà ve ne sono tanti altri da cui ho imparato così tanto in queste poche settimane, tra i quali scopro un movimento in rapida espansione di investigatori e giornalisti-cittadini nel mondo. E’ una buona cosa che accada in questi tempi terribili. Grazie a tutti voi!
[3] Per esempio, Tim Anderson sostiene, in La guerra sporca alla Siria (2016), che Amnesty è stata ‘integrata’ insieme ai media occidentali, ed ha seguito fermamente la linea di Washington, piuttosto che fornire prove ed analisi indipendenti.
[4] Il rapporto Deadly Reprisals concludeva che ‘le forze governative e le milizie siriane sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale, pari a crimini contro l’umanità e crimini di guerra’.
[5] UN
[6] ‘Nelle aree dei governatorati di Idlib e Aleppo, dove Amnesty International ha svolto la sua ricerca sul campo per questo rapporto, i combattimenti ebbero l’intensità del conflitto armato non internazionale. Ciò significa che le leggi di guerra (diritto internazionale umanitario) si applicano, oltre che sui diritti umani, e che molti degli abusi documentati qui costituirebbero crimini di guerra‘. Deadly Reprisals, p.10.
[7] Il racconto di Rovera è stato contraddetto da altre testimonianze come riportato, ad esempio, sul Badische Zeitung, secondo cui la responsabilità delle morti fu attribuita alla parte sbagliata. L’unilateralità nel resoconto fu fortemente criticata da Louis Denghien. Più rivelatore, tuttavia, è l’articolo di cui parlo nel testo, in cui Rovera due anni dopo si smentiva (“Controllo, relazione e accertamento dei fatti durante e dopo i conflitti armati“). Questo articolo non è stato pubblicato sul sito di Amnesty, che non lo menziona neanche sui rapporti, per quanto ne so. Lo raccomando a tutti coloro che pensano che la mia conclusione su Deadly Reprisals sia affrettata. Penso che sia una lettura salutare per alcuni dei colleghi, come quello che pubblicò una smentita straordinariamente difensiva alla domande critiche sul rapporto, nel blog di Amnesty il 15 giugno 2012, dove mi sembra risponda in modo provocatorio a tutte le domande. (L’autore continua sminuendo i critici di non essere stati così critici sulle rivendicazioni opposte. Non lo so, né m’importa se lo erano. Volevo solo sapere se avesse qualcosa di serio da dire in risposta alle critiche). Pur apprezzando chi lavora per Amnesty con passione, per la causa dei più deboli, non vorrei il contrario, sostenendo che la disciplina professionale sia appropriata nelle discussioni relative alle prove.
[8] “A più di un anno dai disordini nel 2011, Amnesty International, come altre organizzazioni internazionali per i diritti umani, non poté svolgere una ricerca sul campo in Siria essendo effettivamente impedito l’accesso al Paese dal governo”. (Deadly Reprisals, p.13)
[9] Donatella Rovera, (“Controllo, relazione e accertamento dei fatti durante e dopo i conflitti armati“) 2014.
[10] Articolo che vale la pena di leggere per intero riflette varie difficoltà ed ostacoli per avere dati affidabili sul campo, ma qui vi è un estratto particolarmente rilevante sul caso della Siria: “L’accesso alle aree interessate durante le ostilità può essere limitata o addirittura impossibile, e quando possibile, spesso estremamente pericolosa. La prova può essere rapidamente rimossa, distrutta o contaminata, intenzionalmente o meno. Le prove “pessime” sono peggio di alcuna prova, in quanto possono portare a ipotesi o conclusioni sbagliate. In Siria ho trovato sub-munizioni inesplose in luoghi non noti per bombardamenti con bombe a grappolo. Anche se spostare sub-munizioni a grappolo inesplose è molto pericoloso, dato che anche un tocco leggero può causarne l’esplosione, i combattenti siriani spesso li raccolgono dai siti degli attacchi governativi e li trasportano in altri luoghi, a volte a distanze considerevoli, al fine di riutilizzarne l’esplosivo. La pratica è ampiamente nota, ma al tempo dei primi attacchi, due anni fa, portò all’ipotesi errata sulla posizione di tali attacchi… Soprattutto nelle fasi iniziali dei conflitti armati, i civili affrontano realtà del tutto sconosciute, scontri armati, colpi di artiglieria, bombardamenti aerei e altre attività militari e situazioni che non hanno mai sperimentato prima, rendendogli molto difficile descrivere con precisione incidenti specifici” (“Controllo, relazione e accertamento dei fatti durante e dopo i conflitti armati“). Alla luce del candore di Rovera, si nota il contrasto inevitabile con la posizione di Amnesty International che non solo approvava il rapporto acriticamente, in primo luogo, ma continuava ad emettere segnalazioni analoghe, invocando azioni sulla base di essi.
[11] “Queste preoccupanti nuove prove dell’organizzazione di gravi abusi evidenzia la pressante necessità di un’azione internazionale decisiva… Per più di un anno, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha differito, mentre una crisi dei diritti umani si aveva in Siria. Si deve ora superare l’impasse e agire concretamente per porre fine a queste violazioni e farne tenere conto ai responsabili”. Deadly Reprisals comunicato stampa. Il direttore esecutivo di Amnesty International degli USA in quel momento favoriva la risposta libica al ‘problema’ della Siria. Parlando poco dopo la nomina, espresse frustrazione sull’approccio libico che non era già stato adottato per la Siria: “La scorsa primavera il Consiglio di sicurezza creò una maggioranza per un’azione di forza in Libia e fu inizialmente molto controverso, causando molti dubbi tra i principali membri del Consiglio di Sicurezza. Ma Gheddafi è caduto, c’è stato un passaggio e credo che si sarebbe pensato che quei timori sarebbero spariti. Eppure abbiamo visto continuare l’impasse sulla Siria….” citato da Coleen Rowley, “Spacciare la guerra come ‘Smart Power’” (28 agosto 2012).
[12] La questione se Amnesty International come organizzazione possa avere una ‘volontà’ è complessa. Uno dei motivi è che si tratta dell’associazione di tante persone e non c’è un semplice ‘si’. Un altro è che le dichiarazioni pubbliche sono spesso espresse in un linguaggio che può trasmettere un messaggio, ma scegliendo parole che permettano di negare qualsiasi particolare intento che verrebbe criticato o censurato. Tale pratica di per sé la trovo malsana, personalmente, e penso che sia inutile per un’organizzazione dalla missione morale come Amnesty. Per una discussione critica sull”interventismo’ di Amnesty International in Libia si veda ad esempio Daniel Kovalik “Amnesty International e l’industria dei diritti umani” (2012). Coleen Rowley ha ricevuto da Amnesty International, in risposta alle critiche, l’espressione “non prendiamo posizioni su un intervento armato”. (Il problema dei diritti umani/Il diritto umanitario ha la precedenza sul principio di Norimberga: la tortura è sbagliata, ma lo è anche il crimine di guerra supremo, 2013). Rowley mostra come questa risposta, a differenza di una chiara presa di posizione contro l’intervento, dimostri una certa creatività. Noto anche di passaggio che nella stessa risposta, Amnesty assicura che “le richieste di AI si basano sulla nostra ricerca indipendente sulle violazioni dei diritti umani in un determinato Paese”. Questo, accanto ad AI che cita rapporti di altre organizzazioni, lo considero economizzare la verità. Nel mio prossimo post su Amnesty International, sarà discusso il ruolo di Suzanne Nossel, già direttrice esecutiva di Ammesty International degli USA, e in quel contesto altre informazioni si avranno sugli scopi delle testimonianze di Amnesty, quando vi operava nel 2011-12.
[13] Presentazione dell’UN Universal Periodic Review, ottobre 2011,Fine delle violazioni dei diritti umani in Siria‘. Senza voler sminuire il significato di ogni singola violazione dei diritti umani, vorrei richiamare l’attenzione qui sulla portata del problema che si registrò prima al 2011 confrontandolo con i rapporti successivi. Così faccio notare che il dipartimento di Stato degli Stati Uniti non dettagliava carenze eclatanti: “C’è stato almeno un caso nell’anno in cui le autorità non protessero chi custodivano…. Ci sono rapporti negli anni precedenti di prigionieri picchiati da altri prigionieri mentre le guardie facevano finta di niente”. Nel 2010 (28 maggio) Amnesty riferì di “diverse morti sospette in custodia”. Il suo briefing alla commissione per la tortura parla di decine di casi nel 2004-2010. Per avere un riferimento in più, questi rapporti indicano anche che il trattamento più brutale tendeva ad essere riservato agli islamisti e in particolare ai Fratelli musulmani. Ci sono anche lamentele dai curdi. Un piccolo numero di avvocati e giornalisti fu anche menzionato.
[14] Human Rights Watch (2010), ‘Un decennio perduto: diritti umani nella Siria dei primi dieci anni di potere di Bashar al-Assad’ .
[15] Secondo un resoconto: “In conseguenza a quattro anni di grave siccità, agricoltori e allevatori videro i loro mezzi di sussistenza distrutti e il proprio stile di vita trasformato, disilludendosi verso la promessa del governo di piena attenzione alle zone rurali. Slegando promesse paternalistiche di redistribuzione delle risorse a favore dei contadini e patti corporativi d’interesse del regime vincolati al comportamento di privati corrotti, si poté cominciare a rilevare i semi dell’agitazione politica siriana… Il fallimento del regime nell’attuare misure economiche per alleviare gli effetti della siccità fu fondamentale nel spingere tali mobilitazioni del dissenso. In questi ultimi mesi, le città siriane congiungono sofferenza dei migranti rurali sfollati e dei residenti urbani insoddisfatti, che s’incontrano e mettono in discussione natura e distribuzione del potere… Direi che un impulso cruciale al dissenso siriano oggi è stato il ruolo del governo nel marginalizzare ulteriormente la cruciale popolazione rurale di fronte alla recente siccità. Numerose organizzazioni internazionali hanno riconosciuto la misura in cui la siccità ha paralizzato l’economia siriana e trasformato la vita di miriadi di famiglie siriane in modo irreversibile”. Suzanne Saleeby (2012) “Piantare i semi del dissenso: rimostranze economiche e violazione del Contratto Sociale siriano”.
[16] Nomi, date e relazioni pertinenti qui sono facilmente confusi, ecco ulteriori dettagli. Il rapporto di Amnesty International 2011: lo stato dei diritti umani nel mondo menzionato nel testo qui, riporta solo l’anno solare 2010, e fu pubblicato il 13 maggio 2011. La relazione pubblicata nell’agosto 2011su Deadly Detention, decessi in custodia per le proteste popolari in Siria, copre gli eventi fino al 15 agosto 2011.
[17] I crimini contro l’umanità sono una categoria speciale e egregia di illecito: coinvolgono atti che vengono deliberatamente commessi nell’ambito di un esteso o sistematico attacco alla popolazione civile. Mentre crimini ordinari sono una questione che riguarda uno Stato che affronta all’interno, i crimini contro l’umanità, soprattutto se commessi dallo Stato, possono essere oggetto di una reprimenda dalla comunità internazionale.
[18] Salil Shetty intervistato nel 2014
[19] L’indagine è stata sistematica? L’organizzazione della raccolta dei dati richiede tempo, coinvolge procedure per pianificare, preparare, eseguire e consegnare l’analisi sistematica e l’interpretazione dei dati, comportando una buona dose di lavoro; la stesura va adeguatamente controllata. Inoltre, per relazionare in modo affidabile si ricorre a varie indagini di controllo per stabilire contesto e rilevanti fattori variabili che potrebbero influenzare senso e significato dei dati. Anche allora, una volta che un progetto di relazione è scritto, va controllato da alcuni esperti per eventuali errori od omissioni inosservate. Ogni presentazione di prove che evita quei passaggi non può, a mio giudizio, essere considerato sistematico. Non riesco a immaginare come tali processi possano essere completati in breve tempo, per non parlare ‘in tempo reale’, e quindi posso solo lasciare ai lettori decidere quanto sistematica sia stata la ricerca. Le prove furono raccolte da fonti dirette? “Ricercatori internazionali hanno intervistato testimoni e altri fuggiti dalla Siria nelle ultime visite in Libano e Turchia, o comunicato per telefono ed e-mail con persone rimaste in Siria… inclusi parenti delle vittime, difensori dei diritti umani, medici e detenuti appena rilasciati. Amnesty International ha anche ricevuto informazioni da attivisti siriani e altri che vivono fuori dalla Siria”. Di tutte queste fonti, si potrebbe considerare la testimonianza dei detenuti appena rilasciati come fonte diretta sulle condizioni di detenzione. Tuttavia, siamo alla ricerca di riscontri a sostegno dell’accusa di crimini contro l’umanità attraverso “una diffusa, sistematica aggressione alla popolazione civile, condotta in modo organizzato e in virtù di una politica statale volta a commettere tale aggressione”. Su quali basi Amnesty può pretendere di sapere con precisione la portata di qualsiasi attacco e di quando ed esattamente chi lo perpetrata, o di come il governo organizza l’attuazione della politica statale, non viene spiegato nella relazione. Le prove furono raccolte dal personale di Amnesty sul terreno? A questa domanda risponde il rapporto: “Amnesty International non è stata in grado di condurre una ricerca di prima mano sul terreno in Siria nel 2011” (p. 5). Ogni aspetto della raccolta dei dati è stato verificato da riscontri? Il fatto che numerose persone identificate siano morte in circostanze violente è confermata, ma la relazione osserva che “in pochissimi casi Amnesty International ha avuto informazioni che indicano dove una persona sia stata detenuta al momento della morte. Di conseguenza, questo rapporto utilizza termini qualificati quali “presunti arresti” e “presunti decessi in custodia”, se nel caso, riflettendo tale mancanza di chiarezza su alcuni dettagli dei casi segnalati”. Ciò corrobora la descrizioni della situazione pre-2011 su brutalità della polizia e decessi in custodia. Questi sono inaccettabili in Siria come dovrebbe essere in tutti gli altri Paesi, ma parlare di ‘crimini contro l’umanità’ implica una politica sistematica. Non trovo nulla nella relazione che porti prove a conferma contro lo Stato: “Nonostante questi limiti, Amnesty International ritiene che i crimini dietro l’alto numero di decessi in custodia segnalati di sospetti oppositori del regime, identificati in questa relazione, nel contesto di altri crimini e violazioni dei diritti umani contro i civili altrove in Siria, siano pari a crimini contro l’umanità. Essi sembrano parte di una diffusa, sistematica, aggressione alla popolazione civile, svolta in modo organizzato e in virtù di una politica statale volta ad aggressioni del genere”. Di conferme di abusi diffusi e pretese che il governo avesse una politica dedita ai crimini contro l’umanità, non ne ho trovate. La prova invocata ha subito un controllo incrociato con tutte le parti interessate? Dato che il governo è accusato, sarebbe la parte più interessata, e la relazione chiarisce che il governo non era preparato a trattare con Amnesty International. La mancata collaborazione del governo con Amnesty, quali che siano le sue ragioni, non può essere offerta come prova della sua innocenza. (Quella stessa frase può addebitarsi ai tradizionali sostenitori di Amnesty International, dato che un principio fondante del giusto processo è presumere l’innocenza fino a prova contraria). Ma permetto che alcuni possano considerare i governi diversi dalle persone fisiche. Ma dato che il governo non era obbligato ad avere rapporti con Amnesty, e potrebbe avere avuto altri motivi per non farlo, dobbiamo semplicemente notare che questo aspetto del protocollo sui metodi d’indagine non fu soddisfatto.
[20] Vorrei sottolineare che varie persone hanno contestato l’assenza di prove credibili, tra cui l’ex-agente della CIA Philip Giraldi, che ha anche affermato che il piano degli USA per destabilizzare la Siria e perseguire un cambio di regime, covava da anni. A differenza delle accuse contro Assad, ciò fu confermato da varie fonti, tra cui l’ex-ministro degli Esteri francese e il generale Wesley Clark .
[21] Anche se le virgolette e la parola presunto sono sempre assenti nei riferimenti alle accuse ad Assad, sui media, li mantengo per principio dato che il semplice fatto di ripetere l’accusa non basta a modificarne lo status epistemico. Per accreditare la verità di una dichiarazione si ha bisogno di prove. Affinché si possa parlare di molte prove, vorrei suggerire brevemente cosa Amnesty International scrisse nel 2016, riferendosi alla ‘prova più evidente’. La prova in questione sono le cosiddette fotografie di Cesare che mostrano 11000 cadaveri che si presume torturati e giustiziati da personale di Assad. Una discussione completa su questa materia non si adatta a una nota come questa, ma vorrei solo sottolineare che questa prova era nota ad Amnesty e al mondo dal gennaio 2014 e fu discussa da Philip Luther di Amnesty al momento della pubblicazione. Riferendosi ad esse come ‘11000 motivi per un’azione reale in Siria’ , Luther ammise che la causa delle morti non fu verificata ma parlò suggerendo che la verifica fosse vicina alla conclusione scontata (si ricordi, a cinque mesi prima della vittoria elettorale di Assad, in modo che tale presunto sterminio colpisse l’opinione pubblica nel periodo elettorale). Questi ‘11000 motivi’ chiaramente pesarono presso Amnesty, anche se non poté verificarli. Finora, però, una prova credibile non è stata certificata, e io per primo non mi aspetto che ci siano. Alcuni motivi sono indicati da Rick Sterling nella critica, “Le frodi delle foto di Cesare che minano i negoziati siriani” Nel frattempo, se Amnesty International aveva pensato all’ipotesi per spiegare il motivo per cui gli elettori siriani sembrassero così indifferenti sul presunto stragista loro presidente, non le ha condivise.
[22] Anche se questa era una visione minoritaria sui media occidentali, non era del tutto assente. Il Los Angeles Times del 7 Marzo 2012 aveva un breve articolo intitolato ‘In Siria i cristiani temono per la vita se cadesse Assad’ che articolava le preoccupazioni per “la se sempre più cruenta rivolta di quasi un anno in Siria, che potrebbe frantumare la sicurezza fornita dal governo autocratico, ma laico, del Presidente Bashar Assad. Avvertimenti di un bagno di sangue se Assad lascia la carica risuonano presso i cristiani, che vedono i loro fratelli cacciati dalla violenza settaria col rovesciamento dei vecchi capi di Iraq ed Egitto, e prima ancora nella guerra civile di 15 anni nel vicino Libano”, rilevando “che la loro paura aiuta a spiegare il notevole sostegno al regime”. Questo fondato timore di qualcosa di peggio probabilmente andava considerato pensando alle proporzione di una qualsiasi escalation militare. L’articolo di LA Times recava un’intervista: “Naturalmente la ‘primavera araba’ è un movimento islamista“, ha detto George con rabbia. “E’ piena di estremisti. Vogliono distruggere il nostro Paese e la chiamano ‘rivoluzione’… I dirigenti della Chiesa sono in gran parte allineati al governo, sollecitando i loro seguaci a dare ad Assad la possibilità di mettere in atto le riforme politiche a lungo promesse, mentre chiedono la fine delle violenze, che hanno ucciso più di 7500 persone su entrambi i lati, secondo le Nazioni Unite”. Il Los Angeles Times recava diversi articoli simili, tra cui: LAT e USA Today 30.
Troviamo anche che il supporto alla presidenza Assad ha retto per tutto il periodo dopo le proteste iniziali: da allora, il supporto ad Assad permane. Le analisi del 2013 di ORB Poll.
[23] Non ne viene fatta menzione sulle pagine web di Amnesty, e la relazione annuale del 2014/15 reca una menzione superficiale sminuendo l’elezione a priva di significato: “A giugno, il Presidente al-Assad ha vinto le elezioni presidenziali tenute solo nelle aree governative, ottenendo un terzo mandato di sette anni. La settimana successiva, annunciava un’amnistia che ha portato a pochi rilasci di prigionieri; la stragrande maggioranza dei prigionieri di coscienza e altri prigionieri politici continua ad essere detenuta dal governo”. (p.355)
[24] Segnalato sul Guardian del 4 giugno 2014. La popolazione totale della Siria, compresi i bambini, era di 17951639 nel 2014. Anche se la maggior parte della stampa occidentale ha ignorato o sottovalutato i risultati, ci sono state alcune eccezioni. Il Los Angeles Times osservava che “i sostenitori regionali e internazionali di Assad ne salutano la vittoria come soluzione politica alla crisi e chiara indicazione della ‘volontà’ dei siriani”. In un articolo su Fox News via Associated Press, vi era una chiara descrizione della profondità del sostegno: “L’elezione siriana mostra la profondità del sostegno popolare ad Assad, anche tra la maggioranza sunnita”. L’articolo spiegava le numerose ragioni del sostegno, smentendo la solita narrativa tradizionale in occidente. Il Guardian riportava: “Garantirsi un terzo mandato presidenziale è la risposta di Assad alla rivolta, che ha avuto inizio nel marzo 2011 con manifestanti pacifici che chiedevano riforme, ma da allora è divenuta una guerra che ha scosso il Medio Oriente e il mondo. E ora, con una stima di 160000 morti, milioni di sfollati in patria e all’estero, potenze estere che sostengono entrambi i lati, e gruppi jihadisti legati ad al-Qaida che ottengono maggiore controllo nel nord e ad est, molti siriani ritengono che Assad solo possa porre fine al conflitto”. Steven MacMillan da un resoconto pro-Assad delle elezioni su New Eastern Outlook.
[25] Nonostante le affermazioni degli Stati impegnati nel ‘cambio di regime’, secondo cui il risultato delle elezioni va semplicemente ignorato, gli osservatori internazionali non trovarono alcun difetto da segnalare.
[26] Lo si ritiene di così poca importanza da parte del British Foreign and Commonwealth Office, che la sua pagina web sulla Siria, aggiornata al 21 gennaio 2015, aveva ancora questo paragrafo sulla possibile futura elezione in Siria, e con un certo scetticismo: “non vi è alcuna prospettiva di elezioni libere ed eque nel 2014, mentre Assad rimane al potere”.
[27] BBC
[28] Un sondaggio nel 2015 della ORB International, società specializzata nella ricerca sull’opinione pubblica in ambienti fragili e conflittuali, mostrava ancora Assad avere maggiore supporto popolare che non l’opposizione. Il rapporto fu analizzato da Stephen Gowans.
[29] Per i pensieri precedenti e in via preliminare alla questione generale, vedasi il mio pezzo “Amnesty International è fedele alla sua missione?” (12 Gennaio 2017)182420Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come Blackwater ed Emergency traghettano migranti in Italia

Gefira 11/10/2016 – Newropeans

Regina e Chris Catrambone

Regina e Chris Catrambone

MOAS è l’acronimo di Stazione di aiuto ai migranti in mare aperto. Si tratta di un’organizzazione non governativa con sede a Malta che si è posto il compito di pattugliare il Mediterraneo e salvare persone in alto mare, recuperandole da gommoni, zattere e barche sul Phoenix, il peschereccio della MOAS, una nave completa di droni per sorvegliare le acque, traghettando i migranti per miglia, dalle coste libiche alla Sicilia. L’organizzazione è gestita da Chris Catrambone (35) e sua moglie Regina. Chris Catrambone, statunitense della Louisiana diplomato al college, gestiva un ristorante su un battello a vapore ed ha lavorato presso il Congresso degli Stati Uniti a Washington DC, prima di lavorare come investigatore assicurativo. In tale veste fu inviato nei luoghi più pericolosi del mondo, come ad esempio Iraq e Afghanistan. Dopo aver fatto abbastanza esperienza, e accidentalmente sopravvissuto all’uragano Katrina in Louisiana nel 2005, l’anno dopo Chris Catrambone fondava il Tangiers Group, azienda globale specializzata in “Servizi di assicurazione, assistenza di emergenza, gestione dei sinistri sul campo ed intelligence“(1)). Inizialmente operava dagli Stati Uniti, ma per gestire meglio l’azienda in espansione trasferiva le attività in Italia (dove incontrava la futura moglie) e poi a Malta. È qui che nel 2013 Chris Catrambone fondò la Migrant Offshore Aid Station (MOAS) per assistere la popolazione del terzo mondo ad attraversare il mare in cerca di una vita migliore. Catrambone e la moglie si dice che abbiano speso 8 milioni di dolari propri per tale fine, perché, come il fondatore della MOAS ha confessato, anche lui, una volta che perse la casa a causa di Katrina, capì la situazione degli altri.
ianIan Ruggier è un membro del consiglio della MOAS. Questi un tempo fece scalpore a Malta con un piano volto a frenare i migranti in rivolta a Malta. Le unità di polizia circondarono la folla, ed isolarono e colpirono i capi per evitare ulteriori dimostrazioni. Eppure qualcosa andò storto e fallì, con le organizzazioni pro-immigrati che fecero enorme clamore e i tribunali che se ne occuparono (2). Dopo 25 anni di servizio, Ian Ruggier ha trovato lavoro nella MOAS: incaricato di contenere i migranti ora è passato dalla loro parte: Saulo divenne Paolo. Forse.
Ma che succede se Ian Ruggier è soltanto l’uomo il cui compito è garantire che i migranti soccorsi o infiltrati in Europa non finiscano a Malta? Perché le barche della MOAS sono di stanza a Malta, da dove operano. Una volta caricati di immigrati, salpano dal porto di La Valletta verso l’Italia per scaricarvi il carico umano. Robert Young Pelton è consulente strategico della MOAS (3), fondatore di Migrant Report (4) e proprietario della Dpx (Posti estremamente pericolosi) Gear, che vende coltelli da guerra (5) per chi si reca nelle zone di conflitto da cui, stranamente, provengono le persone che si suppone MOAS e Migrant Report dovrebbero aiutare. Come giornalista free-lance ha incontrato Eric Prince, il fondatore della Blackwater, la società militare privata statunitense (mercenari) impegnata in operazioni in Afghanistan e Iraq; per inciso, la Blackwater è stata impiegata anche in Louisiana, durante l’uragano Katrina: Chris Catrambone era capitato lì proprio in quel momento. Robert Young Pelton ha incrociato Eric Prince su questioni finanziarie.
Ma tornando a Chris Catrambone. Un giovane laureato e dipendente, costituisce una società (Tangiers Group) che estende rapidamente le attività in oltre cinquanta Paesi, comportando profitti per milioni da potersi creare l’ente di beneficenza che si chiama MOAS. MOAS impiega uomini che contemporaneamente possono intervenire presso le aziende militari private o essere incaricati di frenare l’afflusso di persone che cercano di attraversare il Mediterraneo. Tale organizzazione non-governativa non è in concorrenza con i governi europei nel recupero dei migranti: piuttosto li integra, un riconoscimento per cui il suo fondatore riceve premi. (6)
aaeaaqaaaaaaaak Alcune domande sorgono. Come ha fatto Chris Catrambone ad accumulare tale fortuna, così giovane, sul mercato delle assicurazioni? (7) È il suo ente di carità è solo un’espressione delle proprie convinzioni personali? Persegue scopi politici? Il suo Tangiers Group opera nelle zone di guerra: è un puro caso? Lavorò presso il Congresso degli Stati Uniti a Washington DC. Alcuni suoi collaboratori spuntano nelle stesse zone pericolose dove opera Tangiers Group. Anche qui un puro caso? Sembra che ci sia una stretta relazione tra MOAS, marina maltese ed esercito statunitense. MOAS è guidata da un ufficiale di marina noto per il duro trattamento inflitto agli immigrati; fu promosso partner commerciale della Blackwater, ben nota per le azioni spietate contro i civili e di proprietà di una persona che ha fatto fortuna sfruttando le operazioni militari statunitensi in Afghanistan, Africa del Nord e Medio Oriente. Lo stesso denaro, in un modo o nell’altro, guadagnato creando caos in Africa e Medio Oriente, provocando la crisi dei rifugiati, viene ora usato per spedire migliaia di africani senza documenti nel cuore dell’Europa, causando problemi in Italia, Francia, Grecia e Germania. Non si può fare a meno di chiedersi se quelli della MOAS siano onesti salvatori o compiano la missione di destabilizzare ancora di più l’Europa.tumblr_nh96xy1z101u6emqdo1_1280

 Robert Young Pelton in Afganistan nel 2001, durante l'invsione degli USA. Qui era circodanto dai guerriglieri dell'Alleanza del Nord, il fronte di cui era leader il potente narcotrafficante afgano Ahmad Shah Masud, grande amico di Gino Strada. C'è un nesso? Pelton era presente

Robert Young Pelton in Afganistan nel 2001, durante l’invasione degli USA. Qui era circondato dai guerriglieri dell’Alleanza del Nord, il fronte di cui era leader il potente narcotrafficante afgano Ahmad Shah Masud, grande amico di Gino Strada. C’è un nesso?

Robert Young Pelton, in Iraq assieme agli amici della Blackwater

Robert Young Pelton, al centro, in Iraq assieme agli amici della Blackwater. Pelton è “consigliere strategico” dell’ente immigrazionista MOAS con cui Emergency di Gino Strada ha stretto forti legami.

Riferimenti
1. Christopher Catrambone, My Story.
2. Come l’esercito ha sbagliato, Times of Malta, 19/12/2005, un ufficiale responsabile della disastrosa gestione delle proteste, Malta Today 16/11/2007.
3. Robert Young Pelton: Aid Station Migrant Offshore (MOAS) e la crisi dei rifugiati dalla Siria.
4. Migrant Report
5. Dpx Gear
6. MOAS, giovane eroe tra coloro onorati nel giorno della Repubblica, 13/12/2015 Malta Today 2015/12/13.
7. “Avevo un patrimonio netto di 10 milioni di dollari prima di compiere trent’anni. (…) Non sono cresciuto nel denaro o nel lusso. Ho costruito tutto quello che ho da zero, attraverso il duro lavoro e la dedizione. Ad un certo punto, ho cominciato a vedermi arrabbattarmi tra questioni sui soldiPhoenix Rising.

Il sodalizio tra MOAS ed Emergency risale al 2011?

Il sodalizio tra MOAS ed Emergency risale al 2011?

La MOAS usa droni da ricognizione.

La MOAS usa droni da ricognizione di origine militare per le operazioni di ‘recupero’ di migranti.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

George Soros contro la Siria

Vanessa Beeley, The Wall Will Fall, 21 gennaio 2016sorosI media sono professionisti dell’intrattenimento, la confezione aziendale è volta alla massima diffusione e a fare i soldoni. Lo scopo non è informare, ma un quantificabile e chiaro business plan. Il successo si basa su una formula semplice: restare entro parametri “comprensibili” al pubblico che divora frasi ad effetto e storie note ad ogni ora di ogni giorno. Come foche ammaestrate in cui ogni desiderio, istinto e modello di acquisto è misurato dal marketing dei media aziendali ad uso e consumo degli inserzionisti; il pubblico vuole essere accontentato e i media occidentali provvedono“, Sharmine Narwani

LA BBC traffica
aleppo-siege-265x160Le carabattole del circo mediatico su Madaya ignorano la valanga di chiare anomalie e l’inganno totale della narrazione prevalente. Sorde a opinione pubblica e indagini, istituzioni come la BBC si considerano al di sopra della responsabilità verso chi paga per mantenerle, il pubblico inglese. Ritengono perfettamente accettabile diffondere video di Yarmuq del 2014 dicendo che si tratta di Madaya nel 2016, e quando richiesto di rimuovere il video incriminato, non spiegano, né si assumono la responsabilità delle loro tattiche di confusione e disinformazione. Fortunatamente, Robert Stuart, ardente attivista contro la continua propaganda offensiva ed ostile alla Siria della BBC, ha posto un reclamo ufficiale e chiesto perché alla BBC, da troppo tempo, è stato permesso di non rispondere. Le TV al-Mayadin, al-Manar, al-Masirah e molte altre, che rappresentano le voci degli oppressi in Medio Oriente, vengono sistematicamente escluse dai canali satellitari finanziati dall’Arabia Saudita e dai social media filo-israeliani. Press TV di Teheran ha avuto la licenza revocata dall’Ofcom nel 2012. RT è stati oggetto di attacchi implacabili della BBC da quando il “Cremlino ha lanciato la sua operazione mediatica internazionale“. Il lessico della BBC non manca mai di mantenere e celebrare la terminologia da “guerra fredda” o la paura dell'”indottrinamento” russo della mente della gente. “Ma (RT) finirà sotto un maggiore controllo per mancanza di equilibrio editoriale e per l’accusa che disinforma deliberatamente per contrastare e dividere l’occidente“, tratto da Le operazioni mediatiche globali della Russia sotto i riflettori.
Tale sorprendente dimostrazione di proiezione di se va abbinata alla capacità dei sionisti di trasformare i propri crimini contro l’umanità in accuse ben confezionate a chi opprimono, i palestinesi, sulle cui rovine Israele ha costruito i propri insediamenti, facendone i colpevoli e per cui Israele è esente dal giudizio sui crimini commessi per “autodifesa”. La BBC abbellisce tale “auto-difesa”, o è creativa sulla verità difendendo la spaventosa politica estera neocolonialista del nostro governo, volto a fomentare la divisione settaria in Medio Oriente per facilitare i desiderati “cambio di regime” in Siria e massacro dei civili nello Yemen, bombardato da missili e armi di distruzione di massa made in UK. Questi sono solo due esempi della collusione della BBC con la destabilizzazione globale e la riduzione di nazioni sovrane in “stati falliti” in perenne conflitto, maturi per l’invasione e l’occupazione strisciante del complesso economico e pseudo “umanitario” delle ONG, naturalmente, aumentando i redditi del complesso militare industriale.

La BBC è sorosizzata
syria-campaign-break-the-sieges La seguente dichiarazione straordinaria è tratta da un documento del Wilson Center. Nella sezione intitolata “Il ruolo delle ONG nella costruzione della società civile”, “In alcuni Paesi, ONG locali vengono finanziate per istigare “campagne per il potere al popolo”. Come nelle recenti “rivoluzioni colorate”, tali campagne hanno lo scopo di aprire i regimi politici ai partiti di opposizione e spodestare i leader che hanno preso il potere con metodi irregolari. In generale, i programmi che supportano e rafforzano le attività delle ONG sono visti come modi per favorire l’emergere della società civile, integrando lo Stato nel provvedere ai bisogni pubblici e rendere i governi sensibili alla popolazione“. Sembrano essersi tolti i guanti. Qui, il Centro Wilson espone allegramente la politica del cavallo di Troia delle ONG quali agenti di propaganda dell’imperialismo in qualsiasi nazione dalle risorse da depredare o strategicamente importante. Si spiega perfettamente il finanziamento del “potere popolare”, la tempistica delle campagne per il cambio eseguiti in sincronia con le fratture regionali o nazionali, attuate da movimenti di opposizione importati o favoriti sul posto per spingere i movimenti filo-imperialisti al cambio di regime. Naturalmente non c’è mai alcuna intenzione da parte dei burattinai di permettere alla gente di avere il potere preteso. L’obiettivo è il vuoto di potere, notoriamente da riempire con un governo filo-imperialista che garantisca totalmente il potere alle ostili aziende imperialiste. Ci si può chiedere perché ciò sia rilevante nella distorsione della verità della BBC. Per spiegarlo, si noti l’inclusione del BEEB sul sito dell’Open Democracy. Si dia un’occhiata all’impressionante lista dei finanziatori di Open Democracy. Non sorprenderà che George Soros sia su tale lista. In realtà, l’unico magnate “filantropico” assente è la Fondazione Bill e Melinda Gates. Si consideri chi tenga i cordoni della borsa della maggioranza degli agenti della propaganda e delle ONG che attuano il cambio di regime in Siria. La strada lastricata di mattoni gialli delle ambizioni neocon e dell’impossibile missione imperialista in Siria porta dritto alla stratega del caos globale, che George Soros spaccia furiosamente da dietro lo scudo delle ONG umanitarie. In primo luogo un richiamo a un articolo sulla mitica ONG che spaccia articoli fasulli sulla Siria, Avaaz, l’arte di vendere odio per conto dell’Impero. “Non è una coincidenza che, allo stesso tempo, una lucida, sofisticato e ben finanziata “campagna Salva la Siria” venisse creata negli uffici dei tizi di Harvard preferiti dall’impero. Qualora, stando dietto l’organizzazione Avaaz, il pubblico non accettasse comunque l’attacco aereo alla Siria, la società di pubbliche relazioni di New York Purpose Inc. interverrebbe“, (la cui collaborazione con l’Open Society Foundation di Soros è evidenziata nell’articolo).dr-al-jaafariL’ultima campagna sulla Siria: spezzare l’assedio
Tale campagna fu lanciata in concomitanza con la tempesta propagandistica #OperationMadaya, in perfetta coincidenza con la criminale e brutale esecuzione del principale attivista per la democrazia, l’unità e la libertà dal governo dispotico dei Saud in Arabia Saudita, Shayq Nimr al-Nimr. Con vero stile aziendale di Manhattan, tale costosa campagna pubblicitaria si diffuse per le strade, proprio al culmine dell’indignazione del pubblico e dei media occidentali ispirati da al-Jazeera dei governanti del Qatar, che spacciava a ripetizione foto false. Il noto ritornello “Assad è la radice di ogni male” fungeva da sfondo drammatico della dilagante campagna pubblicitaria. La si poteva anche perdonarlo pensando fosse stata preparata in precedenza. Il Dr. al-Jafari, rappresentante permanente della Siria alle Nazioni Unite, ha ricondotto tale sfruttamento del dramma alla verità succinta dei piccoli istrionismi, con grande dignità nonostante l’ostilità dei media contro il governo siriano. Questa chiara calma è ora una nota componente del rifiuto siriano, iraniano e russo dell’isteria occidentale. “Rientrano nella Campagna sulla Siria, Free Syrian Voices, March Campaign#WithSyria e Medics Under Fire, tutte creazioni di Purpose.inc”. La società di pubbliche relazioni di New York Purpose ha creato almeno quattro ONG e campagne anti-Assad: Caschi bianchi, Voci libere siriane, Campagna per la Siria e Campagna marcia per la Siria.

Rami ed Erdogan

Rami Jarrah ed Erdogan

Avaaz
Ancora un’altra petizione spudoratamente di parte di Avaaz dallo scarso rispetto per la realtà a Madaya. Clicca qui per Ciò che i Media non dicono su Madaya, di SyriaGirl. “Avaaz , assieme a Rockefeller, George Soros, Bill Gates e altri potenti, plasma meticolosamente la società globale utilizzando e sviluppando strategie di marketing psicologico, soft power e social media, per conformare il consenso pubblico…Cory Morningstar.

Ancora Rami Jarrah con Erdogan

Ancora Rami Jarrah con Erdogan

Rami Jarrah – ANA Press
140216281-64b26e1f-509e-422d-83f8-a87eefe29d53 Ah, ora qui c’è un affascinante vaso di Pandora, che sarà studiato approfonditamente nel prossimo articolo, suscitando un paio di scossoni ai suoi supporter. Tuttavia, per ora, una breve panoramica su Rami Jarrah. Già noto come Alexander Page negli inebrianti giorni in cui BBC, CNN e al-Jazeera lo sponsorizzavano da “cittadino giornalista” di Avaaz che si spacciava da corrispondente estero onnipresente sul fronte del cambio di regime in Siria, assieme a Danny Abdul Dayem, noto attore da bombe e razzi in Studio della CNN, suo compare sul carro di Avaaz Democracy. Naturalmente ANA Press spaccia le solite lodevoli affermazioni; “Siamo un’organizzazione indipendente e priva di qualsiasi appartenenza politica, in quanto ciò potrebbe influenzare le nostre neutralità ed onestà. Non abbiamo e non accettiamo fondi da gruppi politici”. Rami Jarrah
È interessante notare che dando una sbirciatina dietro tale velo d’integrità troviamo che tali affermazioni sono compromesse dalle agenzie governative e aziende che investono in questi gruppi di raccolta fondi ed influenza, ascari dei neocon. Con poco sforzo rintracciamo presso ANA Press HIVOS, SIDA e naturalmente Soros. SIDA: agenzia di aiuti allo sviluppo affiliata a governo svedese, Unione europea, Nazioni Unite e Banca Mondiale. George Soros è la figura prominente del portafoglio dell’ennesimo programma per il cambio di regime, “Dare conto a tutte le voci“. “Dare conto a tutte le voci è l’unico ente di ricerche e studi che lavora per capire meglio ciò che funziona, e non, dei programmi che utilizzano la tecnologia per promuovere trasparenza e governance responsabile”. Il fondo è finanziato congiuntamente da SIDA, USAID, DFID, Fondazione Open Society e Omidyar Network.Hivos collabora con Open Society Foundations (OSF), un’iniziativa del filantropo George Soros, dal 2005. L’OSF costruisce democrazie vivaci e tolleranti i cui governi sono responsabili nei confronti dei cittadini. Questa missione è perfetta con la politica di HIVOS“, Hivos Jarrah. “La missione di Jarrah è garantire che le voci dei siriani siano ascoltate in tutto il mondo, incarnando non solo lo spirito della libertà di stampa del Premio Internazionale della CJFE, ma anche quella dell’Alternative&Independent Media del programma dell’Hivos ‘Expression&Engagement’.” Democrazie vivaci e tolleranti… Muoviamoci, o dovremmo dire MoveOn? “Avaaz fu creato anche da MoveOn, comitato d’azione politico (PAC) del Partito Democratico, formatosi in risposta all’impeachment del presidente Clinton. Avaaz e MoveOn sono finanziati dal già condannato finanziere miliardario George Soros”, Siria: Avaaz, l’arte di vendere odio per conto dell’Impero.

Wissam Tarif, manager di Avaaz
436x328_57196_230775Wissam Tarif è un altro dei tizi di facciata all’origine del marketing a favore del cambio di regime in Siria, lanciato quasi esclusivamente dal sovvertitore dell’opinione pubblica Avaaz nel 2011, con un piccolo aiuto degli amici CNN, BBC e al-Jazeera. Anche questo sarà esaminato con maggior dettagli in un articolo successivo. Tarif fu uno dei primi a parlare di democratizzazione della Siria presso l’Oxford Research Group nel 2011. Wissam Tarif da allora fu promosso responsabile delle campagne di alto profilo di Avaaz, un pervicace sostenitore della democrazia globale e della democratizzazione della Siria per mano di NATO, Stati Uniti, GCC ed Israele. “WT: “Finché la gente di Madaya e altre città assediate in Siria avrà la libertà, così come il cibo, i bambini continueranno a morire di fame. Le Nazioni Unite hanno già mediato accordi per togliere l’assedio e ora Ban Ki Moon deve urgentemente garantire la salvezza di migliaia di vite e costruire la fiducia in Siria in vista dei negoziati di pace a fine mese“. Operazione Madaya, appello di Avaaz.
Wissam Tarif, nei primi giorni della guerra alla Siria, era un membro della quinta colonna di Avaaz, con Rami Jarrah/Alexander Page e Danny Abdul Dayem, tra migliaia di altri, finanziati dai 1,2 milioni di dollari raccolti dalle petizioni di Avaaz. Nel 2011 Tarif fu descritto eufemisticamente come manager delle campagne di Avaaz, ma era anche associato a una ONG spagnola chiamata INSAN, umano in arabo. Curiosamente, quando approfondii i suoi contatti ebbi difficoltà a trovare INSAN, che sarebbe in Spagna, ma dove non esiste alcuna ONG del genere. Alla fine, nella pagina dei contatti di Wassim notavo l’indirizzo e-mail di Insan international: Wissamtarif@insanintl.com. Il sito era indicato come Insanassociation.org. Al momento della prima indagine, INSAN elencava i partner sul sito. Per fortuna feci uno screenshot, perché quando vi ritornai per avere i link, il collegamento portava al messaggio errore 404. Inoltre, casualmente, INSAN ha ora la nuova pagina web InsanIntl.com, che sempre casualmente non mostra più le informazioni sui suoi finanziatori. Tuttavia, George Soros e la  Open Society Foundation ovviamente fanno parte del quadro, ancora una volta.insanI caschi bianchi
I caschi bianchi hanno forse la più diversificata gamma di sostenitori e donatori. La maggior parte dei quali sono già stati trattati in precedenti indagini approfondite, e sono CIA, Foreign Office, fazioni dell’opposizione siriana e agenzie di reclutamento di mercenari e killer, ma naturalmente sempre seguendo la strada lastricata di mattoni gialli, si arriva a Soros. Per un’analisi completa del finanziamento dei caschi bianchi, Caschi bianchi siriani: La guerra attraverso l’inganno.

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Gennaio 2016, i caschi bianchi chiedono di bombardare Qafraya e Fuah, presso Idlib

Soccorritori imparziali e neutrali di tutti i siriani, indipendentemente dalle alleanze“, così si presentano i caschi bianchi. Nella foto, i caschi bianchi mostrano striscioni che chiedono di bombardare e distruggere Qafraya e Fuah, due villaggi sciiti presso Idlib assediati da Ahrar al-Sham e Jabhat al-Nusra dal 2011. Una dimostrazione “imparziale” del nudo settarismo wahhabita degli eroi umanitari, idolatrati da governi, media e pubblico occidentali. Per ulteriori indicazioni sul terrificante assedio di Qafraya e Fuah si legga la serie di Eva Bartlett su Counterpunch: Indicibili sofferenze a Qafraya e Fuah.

Perriello, fondatore di Human Right Warch, con il generale ed ex-capo della CIA Petraeus

Perriello, fondatore di Human Right Watch, con il generale ed ex-capo della CIA Petraeus

SN4HR
Il sito SN4HR non da informazioni su chi lo finanzia e le informazioni sulla proprietà del sito sono occultate, ma è dimostrato che è ospitato negli Stati Uniti. L’organizzazione si identifica come nata dalla “rivoluzione in Siria” (chiaramente un’organizzazione partigiana, vedasi in fondo all’home page) che afferma di essere ‘fonte attendibile’ sul conflitto in Siria per le principali organizzazioni dirittumanitarie, enti di beneficenza e governi, tra cui Nazioni Unite, Human Rights Watch, Amnesty International e anche dipartimento di Stato degli Stati Uniti. “Database e archivi di rete sono considerati fonti affidabili e cruciali da media internazionali e locali, organizzazioni e agenzie internazionali che operano nel campo dei diritti umani”. Tratto da “Madaya, altra truffa umanitaria occidentale sulla Siria”. Century Wire 21… e nello stesso articolo seguiamo il percorso che ancora una volta porta a Soros, “non c’è nessun posto come casa“.

Human Rights Watch
Human Rights Watch finanziata da Soros ha svolto un ruolo importante nel ritrarre falsamente attentati e altre atrocità di SIIL e al-Qaida come opera del regime di Assad, per supportare l’azione militare di Stati Uniti e Unione europea“, William Engdahl, “La Siria è su entrambi i lati della crisi dei rifugiati”. hrw-timInfografica del Professor Tim Anderson

Physicians for Human Rights
Salve Soros2015physicianshumanrightsgalasolli1oxn6klIl Dr. Denis Mukwege e George Soros dedicano la vita agli altri affrontando abilmente le questioni più difficili, supportare le donne del Congo e migliorare la vita e far progredire i diritti umani dei popoli oppressi nel mondo“, aveva detto Donna McKay, direttrice esecutiva di PHR. “I loro instancabili sforzi e leadership ispirano i difensori dei diritti umani nel mondo consolidando la vitale resistenza a chi viola i diritti umani“. Soros, la cui leadership e dedizione filantropica alla causa dei diritti umani fu onorata nel 2015 dal Premio alla carriera dei Physicians for Human Rights, è un loro sostenitore dal 1985. “George Soros capì, dall’inizio, che i medici svolgono un ruolo fondamentale nel preservare la dignità umana, principio fondamentale dei diritti umani“, aveva detto McKay. “La sua fede nella nostra causa ha spianato la strada ad altri sostenitori e ha contribuito a garantire che gli operatori sanitari avessero l’opportunità di utilizzare le proprie competenze come mezzo per la giustizia“. Conferenza dei PHR.

Medici senza frontiere e Medici del Mondo
kouchner-es-soros-foto-tury-gyorgy-hvghuMSF hanno fatto sforzi concertati per prendere le distanze dal suo avvocato interventista, il co-fondatore Bernard Kouchner, ma con scarsi risultati, dato che Kouchner viene ancora invitato a commentare il bombardamento statunitense dell’ospedale di MSF a Kunduz, in Afghanistan, nel 2015. Ancora una volta l’unico scopo di tale articolo è dimostrare come le organizzazioni non governative dal grande impatto in Siria, e nei nostri media, siano legate a George Soros (tra una miriade di innegabilmente faziose agenzie governative occidentali).
La Coalizione per la Corte penale internazionale (CICC) è un’organizzazione internazionale non governativa (ONG) a cui aderiscono oltre 2500 organizzazioni nel mondo per sostenere una fiera, efficace e indipendente Corte penale internazionale Il CICC è un progetto del Movimento Federalista Mondiale – Istituto per la Politica Globale (WFM-IGP) e ha segreterie a New York, nei pressi delle Nazioni Unite (ONU), e all’Aia, Paesi Bassi. (Tratto da Wikipedia). Il comitato direttivo del CICC comprende Human Rights Watch e Amnesty International. Il Movimento federalista mondiale è finanziato da George Soros. Medici senza Frontiere e Medici del Mondo sono membri della CCIC, di certo in Francia.

ONG partner
Un’altra forma di collaborazione di enorme importanza per le fondazioni di Soros, sono i rapporti coi beneficiari che negli anni sono divenute alleanze nel perseguire parti cruciali dell’agenda della società aperta. Tali partner sono, ma non solo: Medici Senza Frontiere, Fondazione AIDS Est-Ovest, Medici del Mondo e Partner nella Salute, per vai dei loro sforzi nell’affrontare cruciali emergenze sanitarie spesso collegate a violazioni dei diritti umani“. Tratto da Open Society Foundationsoros-amnestyAmnesty International
Un’altra ONG finanziata da Soros ed attiva nel demonizzare il governo di Assad come causa delle atrocità in Siria, costruendo il sostegno pubblico a una guerra contro la Siria di Stati Uniti e Unione europea, è Amnesty International. Suzanne Nossel, fino al 2013 direttrice esecutiva di Amnesty International USA, lavorava al dipartimento di Stato degli Stati Uniti dov’era viceassistente della segretaria di Stato, non proprio un organismo imparziale verso la Siria“. William Engdahl per New Eastern Outlook

Siria: La rivoluzione dei miliardaribillionaires-revolutionInfografica del Professor Tim Anderson, nel libro “La guerra sporca alla Siria”.

La BBC cammina sulla strada lastricata di giallo?
La BBC collabora con Open Democracy di Soros? Certo, quando osserviamo la pagina web è difficile non vedere che vi sia almeno una certa collaborazione. “Finanziata al 95% degli inglesi con il canone, la BBC appartiene al popolo, non al governo. OurBeeb è indipendente, non di parte e mira a garantire che la discussione sul futuro della British Broadcasting Corporation sia nelle mani del popolo inglese“. OurBeebopen-democracyForse i cittadini inglesi hanno voce in capitolo nella scelta di Soros come mentore e manager della campagna sulla maggiore rete multimediale pubblica il cui potere di alterare la percezione del pubblico è leggendario. “Come garantirsi che la BBC sia sentita ‘nostra’ dal pubblico che la finanzia e le cui molte voci dice di rappresentare? In un momento di tagli delle entrate pubbliche e rapidi cambiamenti tecnologici, il ruolo della BBC supera il tradizionale primo notiziario sui partiti politici. E’ tempo di rimodellare il dibattito sul futuro della più importante istituzione culturale del Regno Unito”. Poi vediamo le conseguenze dell’operazione Madaya. Su Open Democracy si legge… “Come i giornalisti cittadini mutano la redazione della BBC? I contenuti generati dagli utenti offrono nuovi modi di coprire le storie ‘occultate’, come il conflitto siriano. Ma come i giornalisti rappresentano ciò che vi accade?” Come in effetti? Segue poi una serie di scuse sui giornalisti della BBC, come Lyse Doucet, incapaci di essere in Siria. Si tirano fuori varie pretese. La morte di Marie Colvin del Sunday Times a Homs, nel 2012. Nessuna menzione che Colvin si fosse infiltrata senza l’autorizzazione del governo siriano, assieme a Rami Jarrah. La decapitazione della sospetta quinta colonna James Foley. Per non parlare del pericolo di attacchi aerei “stranieri” e dello Stato islamico. E perché, potreste chiedere, la BBC non trova le voci che in Siria che denunciano l’intervento estero o sostengono il governo legittimo? Stranamente, non sono “disposte a parlare”. Niente a che vedere col fatto che la BBC fa notoriamente propaganda antisiriana, per cui quelle persone temono non dica la verità sul punto di vista del popolo siriano. Sharmine Narwani ha ferocemente sfidato lo status di osservatore neutrale dei media occidentali nell’articolo: Giornalista occidentale, visto negato, “Perché in questo momento sinceramente non riesco a pensare a un gruppo di persone meno capaci di verificare le cose in Siria dei giornalisti occidentali. E non perché non sono fisicamente lì o non sanno mettere insieme più di due parole in arabo. Ma perché danno credito alle storie dei propri governi su tutto. I giornalisti occidentali s’inebriano al lascivo senso di giustizia degli ossimorici “valori occidentali” che ci rinfacciano. Gli stessi valori occidentali che chiedono “responsabilità” e “trasparenza” a tutte le nazioni, coprendo i governi occidentali mentre si fanno strada tra i corpi di musulmani e arabi nelle infinite guerre per la “sicurezza nazionale”.” Col senno del poi, potremmo essere considerati cospirazionisti, pensando che forse navigando tra tali eventi siamo a questo punto dell’assoluto silenzio stampa, utile agli obiettivi globalisti del governo? Vediamo la ciliegia sulla torta del cambio di regime? Soros ha apparentemente ufficializzato la cooptazione della BBC nella sua rete propagandistica sulla Siria, incanalandone le operazioni d’informazione nella sua perfetta molteplice rete di bugie anti-Assad.
La strada lastrica di mattoni gialli porta a Soros e la BBC non vede il Mago. Come se fosse alla ricerca di cuore, coraggio e cervello.14502933Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’ombra dopo Renzi: Luigi Di Maio, brevi note

Alessandro Lattanzio, 9/6/2016dimaiogrilloIl vicepresidente del gruppo M5S alla Camera, presidente del “Comitato di vigilanza sull’attività di documentazione” e capo del direttorio del M5S Luigi Di Maio, originario di Pomigliano d’Arco, visitava questa primavera Londra, Parigi, Berlino e Strasburgo, incontrando i presidenti delle commissioni affari esteri e finanze dell’assemblea nazionale francese, il segretario per la riforma dello Stato del governo Valls Jean-Vincent Placé, la vicepresidente del Bundestag tedesco Claudia Roth, il sottosegretario del ministero degli Interni tedesco Guenter Krings e Johannes Ludewig, presidente del Nationaler Normenkrontrollrat, organo di controllo normativo del Bundestag. A Londra, Di Maio cercava di “apprendere le buone pratiche” del modello parlamentare inglese e di “portarle in Italia”. Di Maio aveva incontrato parlamentari e funzionari inglesi con l’obiettivo di studiare come “coinvolgere i cittadini in una maggiore democrazia partecipata. I dati sulla partecipazione popolare in Italia sono disarmanti e negli ultimi dieci anni solo tre o quattro petizioni sono state esaminate. Questo crea un problema di credibilità istituzionale, mentre qui a Londra c’è una grande sensibilità verso queste petizioni”, dichiarava Di Maio parlando ai giornalisti dopo i passaggi a Westminster, dove incontrava il leader laburista Jeremy Corbyn e la capogruppo dell’opposizione Rosie Winterton, e al National Audit Office. Di Maio descriveva la sua “missione istituzionale” come volta ad approfondire il tema del controllo parlamentare e a studiare l’attività delle commissioni parlamentari inglesi attraverso strumenti online e il controllo della spesa pubblica, compito proprio del National Audit Office. “La prima buona pratica che hanno qui è quella di verificare che fine facciano le leggi dopo averle approvate. Se funzionano, se raggiungono gli obbiettivi di bilancio, di posti di lavoro, di ritorno degli investimenti che si erano prefissate. Noi invece non abbiamo una struttura predisposta per il controllo parlamentare, mentre dovremmo iniziare a immaginare uffici indipendenti interni alla Camera o esterni, che sono la strada migliore per capire quante leggi ci servono in Italia”. Un secondo punto in cui la Gran Bretagna va presa a modello, secondo Di Maio, è l’Audit Office che controlla la spesa pubblica e “fa un po’ le pulci ai provvedimenti presentati e approvati“, e il coinvolgimento dei cittadini con le leggi d’iniziativa popolare, che qui “viene affrontato con maggiore serietà e questo contribuisce a dare più credibilità al Parlamento”.
Dichiarandosi contro la Brexit e incoerentemente anche contro l’euro, Di Maio osservava che il partito euroscettico UKIP “si fa rispettare, avendo con il referendum portato l’Europa al tavolo negoziale”. Sulla Brexit, Di Maio aveva spiegato di esserne contrario precisando anche che il M5S è “contrario all’eventuale uscita dell’Italia dall’Unione europea, ma non si pronuncia sul destino dei britannici. Anche in questo modo gli inglesi si fanno rispettare”. Nonostante tali elogi, la richiesta di Di Maio d’incontrare il leader dell’UKIP Nigel Farage, l’ex-sindaco di Londra Boris Johnson e l’ex-ministro conservatore thatcheriano Kenneth Clarke veniva rifiutata dagli interessati. Dopo questi mancati appuntamenti, Di Maio affermava “Con l’UKIP abbiamo solo un’alleanza tecnica all’Europarlamento, fondata sulla passione comune per la democrazia diretta”. Di Maio però riusciva ad incontrare il ministro per i Rapporti con il Parlamento Chris Grayling, conservatore eterodosso che aveva incontrato poche settimane prima la ministra Maria Elena Boschi, per parlare della Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, sostenuta da Grayling, ma non dal premier inglese Cameron e neanche da Di Maio. Va osservato che poco prima del viaggio a Londra, il direttorio del M5S aveva mostrato apprezzamento verso il premier inglese e la sua azione verso l’Unione Europea. Oltre a Chris Grayling, Di Maio incontrava l’omologo laburista Chris Bryant, che ricopre lo stesso incarico nel cosiddetto “governo ombra” del Labur Party. La sera del 21 aprile, il vicepresidente della Camera incontrava imprenditori e finanzieri della City, ma qui, su tale incontro “economico”, veniva posto un riserbo assoluto, poiché gli imprenditori incontrati “hanno nomi importantissimi ed hanno chiesto discrezione“. E di quell’incontro Di Maio evitava di parlarne in seguito.
La visita a Londra, con decine di incontri, aveva una grande risonanza mediatica, “Neanche per Renzi si erano visti tanti cronisti italiani per una visita”, spiegava un funzionario italiano a Londra. Anche i mass media inglesi, a partire dall’Economist, mostravano crescente interesse per il M5S e i suoi epsonenti, come la candidata a sindaco di Roma Virginia Raggi. In effetti, i viaggi di Di Maio dovrebbero accreditarlo quale personalità politica autorevole italiana, futuro leader del Movimento 5 Stelle che si candida a “responsabilità di governo e a una maggiore visibilità internazionale”. Infatti, a Londra Di Maio bacchettava i senatori italiani che non votavano la sfiducia al governo di Matteo Renzi, “hanno preferito le poltrone alla coerenza”. A fine giugno, Di Maio si recherà in Israele, per incontrare esponenti del governo a Gerusalemme, e a settembre andrà negli USA, invitato dell’università di Harvard, poiché l’influente rivista statunitense Forbes ha inserito Luigi Di Maio tra i 30 giovani politici più influenti d’Europa, assieme agli italiani Jacopo Mele (Cofondatore, Fondazione Homo Ex Machina Onlus), Leonardo Quattrucci (Consulente politico alla Commissione Europea), Anna Ascani (deputata del PD), Brando Benifei (europarlamentare PD) e Giulia Pastorella (Capo relazioni col governo).U43170877541942Il primo cerchio
Luigi Di Maio e Davide Casaleggio costituivano un sodalizio in sostituzione del controllo esercitato dal defunto Gianroberto Gianroberto sul M5S. Davide è il figlio di Gianroberto e della prima moglie inglese; è un manager laureatosi alla Bocconi che ha ereditato la proprietà dell’azienda che possiede i server utilizzati dall’associazione giuridica “MoVimento cinque stelle”, a sua volta intestata a Beppe Grillo, Enrico Grillo, Enrico Maria Nadasi e Gianroberto Casaleggio, che negli ultimi tempi delegava le responsabilità direttive al figlio Davide, comprese anche le più cruciali scelte politiche, trasmesse poi proprio a Di Maio. A quanto pare alla Casaleggio Associati si studierebbe la formazione di un governo ombra da far votare online in vista delle prossime elezioni politiche che, secondo Di Maio, si dovrebbero svolgere nel 2017. Tale governo vedrebbe Di Battista agli Esteri e Toninelli alle riforme.
Nota gossippara, Luigi Di Maio è fidanzato con Silvia Virgulti, ufficialmente assunta da Gianroberto Casaleggio quale “coach TV” per il M5S. Laureata in glottologia ed esperta della cosiddetta “Programmazione neurolinguistica”, Virgulti ha collaborato con le ambasciate di USA e Canada a Roma, e Beppe Grillo l’assunse per organizzare i suoi spettacoli negli Stati Uniti. Infine, il 4 luglio 2014 fu inviata a casa dell’ambasciatore degli USA John Phillips, a Villa Taverna. Nell’estate 2014, Di Maio e Virgulti si fidanzarono e Di Maio la propose a capo della comunicazione del M5S al posto di Ilaria Loquenzi, ma Gianroberto Casaleggio bloccò la mossa. La Virgulti si vendicò dicendo che le elezioni europee del maggio 2014 andarono male per il M5S a causa del “cappellino di Casaleggio”, ed a un convegno del movimento avrebbe incitato a superare l’impasse elettorale del M5S “usando la paura e la rabbia che suscita l’immigrazione negli italiani”.

U43150507832120l0FFonti:
Beppe Grillo
Corriere
Corriere
Corriere
Huffington Post
Il Messaggero
La Stampa
La Stampa
Repubblica

Egitto: speranza per l’indipendenza politica araba

Aleksandr Kuznetsov, SCF 16/04/2016

4857b14fe4ad6f34ceaca282be8ed105Ultimamente sono apparse notizie che il divieto di voli per l’Egitto alle compagnie aeree russe sarà esteso al 2016, risalente al 31 ottobre 2015, quando un aereo di linea russo Airbus A321 precipitò nella penisola del Sinai. Molti pensano che l’attentato al jet russo fosse collegato alla risposta del Qatar alle operazioni delle Forze Aerospaziali della Russia in Siria. Dato che da quando esplosero le prime manifestazioni in Siria, Doha è un attivo sostenitore dell’opposizione antigovernativa armata nel Paese. Fin dal 2013, il Qatar rafforzava l’organizzazione terroristica nota come Stato islamico (SI). Doha non solo ebbe un ruolo di primo piano nella lotta al regime baathista di Damasco, ma cercava di indebolire anche la posizione dell’Arabia Saudita, che utilizzava le fazioni armate antigovernative filo-saudite per combattere lo SI. Nel 2013 i nemici di Damasco pensavano che i giorni del governo Assad fossero contati, e si combatterono per spartirsi il bottino siriano. L’attentato dell’ottobre 2015 è stato, in un certo senso, un avvertimento alla Russia. Ma l’attentato aveva anche un altro obiettivo: danneggiare il turismo in Egitto. Nel 2012 il Qatar contribuì a portare i Fratelli musulmani al potere a Cairo e sostenne in modo occulto il regime di Muhamad Mursi. Nell’estate 2013 cominciarono a circolare voci sulla possibile privatizzazione del Canale di Suez da parte di imprese del Qatar, l’Egitto, ovviamente, si sarebbe trasformato in una colonia di Doha… Ma i piani di Doha furono sventati dal rovesciamento del governo dei Fratelli musulmani nel luglio 2013. L’Egitto si rivelò troppo grande per i “Fratelli”, che non sapevano cosa farne. Le tensioni tra islamisti e forze laiche si moltiplicarono, e gli islamisti non ebbero il consenso. I salafiti egiziani lavoravano attivamente contro i Fratelli musulmani, e nell’estate 2013 il caos infuriava selvaggiamente in Egitto. In tali condizioni era impossibile investire o condurre affari di qualsiasi tipo in modo normale. Aumentò drammaticamente l’intolleranza religiosa e le aggressioni agli sciiti divennero più frequenti (il Paese ha una popolazione di diverse centinaia di migliaia di sciiti). Allo stesso tempo, la posizione dei cristiani copti in Egitto, circa sette milioni ed oltre il 10% della popolazione, peggiorava. Roghi di chiese e aggressioni ai cristiani copti divennero quotidiani. Il governo islamico non poteva o non voleva affrontare la situazione. Di conseguenza, la base del movimento tamàrrud lanciò la rivolta contro il governo dei Fratelli musulmani con il supporto dell’esercito. Il Generale Abdalfatah al-Sisi salvò l’Egitto dalla guerra civile. Dopo che la Fratellanza musulmana fu deposta, l’influenza del Qatar nel Paese crollò. Il colpo di Stato fu sostenuto da Riyadh che estese un generoso credito al governo militare egiziano, ma Cairo non divenne un fantoccio saudita. Sotto la guida del Generale Sisi, l’Egitto ha cominciato a recuperare la politica del nazionalismo arabo. L’Egitto fu il primo campione di quel movimento con l’amministrazione del Presidente Gamal Abdel Nasser. Non è un caso che il giornalista arabo più anziano, Muhamad Hasanayn Hayqal, amico e vicino di Nasser, divenne consigliere presidenziale di Sisi e autore di molti suoi discorsi. Hayqal è recentemente scomparso all’età di 92 anni.
I nuovi leader egiziani sono nettamente contrari al rovesciamento di Bashar al-Assad, e nel settembre 2015 in realtà supportarono le operazioni delle Forze di Difesa Aerospaziale della Russia nel Paese. Il Governo di Abdalfatah al-Sisi sostiene il governo laico libico di Tobruq guidato da Abdullah al-Thani e dal generale Qalifa Balqasim Haftar, che guidano la lotta contro i terroristi dello Stato islamico. Un’alleanza strategica russo-egiziana inizia a prendere forma.
L’Egitto occupa una posizione geopolitica unica, tra Maghreb e Mashriq, vale a dire, le parti asiatica e africana del mondo arabo. Controllando il passaggio dall’Oceano Indiano al Mar Mediterraneo, l’Egitto può influenzare Siria, Palestina, Arabia (Yemen) e Nord Africa. Il Medio Oriente non ha dimenticato che ogni importante decisione strategica nel mondo arabo, dalla seconda metà del XX secolo, fu presa nell’asse Cairo – Baghdad – Damasco. Egitto, Siria e Iraq erano un tempo i più potenti Stati del Medio Oriente. Lentamente questa situazione cominciò a cambiare alla fine degli anni ’70, quando le monarchie del Golfo, con un ordine del giorno islamista, si misero al centro della scena. L’espansione sproporzionata del loro potere è una delle cause della crisi in Medio Oriente. Damasco ha sopportato tanta aggressione che molto tempo passerà prima che possa assumere il ruolo di centro regionale indipendente. E il futuro dell’Iraq è incerto. Cairo resta l’unica speranza per la rinascita della politica araba indipendente. La minaccia del terrorismo è la peggiore per l’Egitto, ma il pericolo non va esagerato. I problemi maggiori si riscontrano nella penisola del Sinai, dove i terroristi del cosiddetto Stato islamico hanno proclamato il Wilayat Sinai. Le altre regioni del Paese e le grandi città sono abbastanza tranquille. Il tallone d’Achille dell’Egitto continua ad essere l’economia. Dopo che Abdalfatah al-Sisi ha preso il potere, il governo è riuscito a ridurre la disoccupazione. I nuovi leader egiziani elaborano piani per ampliare il Canale di Suez e creare zone industriali per prodotti high-tech. Tuttavia, questi piani ambiziosi sono ostacolati dalla mera mancanza di fondi. Il governo egiziano acquista gran parte del cibo del Paese (Cairo compra il 40% del grano dall’estero) ed è costretto a sovvenzionare le importazioni, dato che gli egiziani poveri non possono permettersi di comprare il pane a prezzi di mercato. Così l’Egitto o richiederà prestiti ad istituzioni finanziarie internazionali (con il rischio che l’occidente possa porre proprie richieste politiche) oppure svalutare la lira egiziana. Quest’ultimo passo comporterebbe tagli alle sovvenzioni e il rischio di rivolte sociali. Una lira più economica potrebbe aiutare l’industria del turismo, ma dopo la tragedia nel Sinai, i villaggi egiziani sono vuoti. L’afflusso di turisti non solo dalla Russia, ma anche da Gran Bretagna e Germania, è crollato. L’aiuto all’Egitto potrebbe assumere la forma degli investimenti. Data la situazione attuale, un Paese che stende una mano a Cairo troverà un alleato affidabile nella regione.

Muhamad Hasanayn Hayqal

Muhamad Hasanayn Hayqal

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Sito Aurora