Il partito Baath, tra il Saladino babilonese e il Bismarck siriano

René Naba, Madaniya 26 settembre 2014sadat-al-assad-kadhafi-in-cairoIl Partito Baath (di rinascita) socialista arabo fu fondato da un gruppo di giovani nazionalisti arabi guidato da Michel Aflaq, Zaqi al-Salahdin e Arsuzi Bitar durante una riunione, il 4-7 aprile 1947, in un caffè di Damasco. 67 anni dopo, la proclamazione del Califfato su porzioni di Iraq e Siria suonava come un colpo al partito Baath mente il fenomeno SIIL ebbe il grande merito di far rompere i codici della guerra asimmetrica precedentemente in vigore, in quanto riusciva con un blitz, una “guerra lampo”, ad ottenere in tre settimane ciò che 40 anni di governo baasista in Iraq e Siria non furono capaci a causa delle guerre tra i burocratici fratelli nemici del Baath, Sadam Husayn e Hafiz al-Assad: unire Mesopotamia ed Eufrate. Sotto la bandiera dello SIIL, insorti sunniti occupavano in tre settimane ampi territori a nord e ad ovest dell’Iraq. Nella tradizione dell’assalto delle brigate leggere, motorizzate ma senza armi pesanti, aerei e droni, aprievano nell’ovest del Paese una via per la Siria cogliendo il posto di frontiera di Buqamal, mentre quello di al-Qaim già lo controllavano grazie a un accordo locale con al-Qaida. Il curioso percorso dei baathisti iracheni, componente dello SIIL, che piuttosto che opporsi facendo fronte comune con i fratelli baathisti siriani, si univano ai loro ex-boia sauditi, sostenitori arabi e musulmani dell’invasione dell’Iraq dagli Stati Uniti, abbandonando al loro destino il governo siriano, già forte sostenitore dei guerriglieri anti-USA in Iraq e quindi oggetto delle ire di Washington con il “Syrian Accountability Act” del 2003. E’ opportunità una retrospettiva sul partito panarabo che ha governato Siria e Iraq tramite i due “mostri sacri” del mondo arabo: Hafiz al-Assad (Siria) e Sadam Husayin (Iraq), dieci anni dopo la caduta di Baghdad. Madaniya sottopone all’attenzione dei lettori questo pezzo del 2008 di René Naba, responsabile del coordinamento editoriale del sito.maxresdefault

Parigi, 4 aprile 2008
_73502134_saddam1Sovrastando i contemporanei, espressione finale della pretesa nazionalista araba in un ambiente sballottato tra opposizione islamica ed occupazione degli Stati Uniti, guidarono il destino dei loro Paesi in implacabili conflitti di legittimità, ma la cui alleanza avrebbe sconvolto il quadro strategico del Medio Oriente. Sono le “Superstar” del mondo arabo, almeno nella versione repubblicana. Entrambi posero le fondamenta del loro potere su quattro pilastri, clan, comunità, partito Baath ed esercito; entrambi si dichiararono devoti militanti del Baath, il partito pan-arabo che professa un’ideologia secolare e socialista. Di estrazione modesta entrambi, tuttavia raggiunsero la vetta del potere quasi contemporaneamente, nel crepuscolo del nasserismo, di cui assunsero la direzione, sostituendone la leadership. Loro unica comunanza. Tutto il resto li separò e la loro faida alimentò i commenti politici nel mondo arabo nell’ultimo quarto del XX secolo, mentre la giunzione dei due Paesi avrebbe garantito continuità territoriale alla regione dal Golfo Persico al Mediterraneo, attraverso il Medio Oriente, con l’effetto di spezzare le pinze formate dall’alleanza tra Israele e Turchia, i perni della potenza militare USA nella regione. Uno, un generale dell’Aeronautica, non smise da quando salì al potere nel 1970 di posare da civile come statista. Il secondo, militante di base, guidò l’evoluzione inversa, scalando, grazie a guerre incessanti in cui gettò il proprio Paese contro i vicini Iran e Quwayt, tutti i livelli della gerarchia militare raggiungendo il grado di Maresciallo. Uno e l’altro cacciarono i rispettivi mentori per avere il potere.
Il militare Assad ebbe per mentore il civile Salah Jadid, capo dell’ala sinistra del partito Baath al governo a Damasco, il civile Sadam ebbe uno sponsor militare, il Generale Ahmad Hasan al-Baqr, il “padre tranquillo” dell’esercito iracheno. Il più anziano Hafiz al-Assad, Presidente della Repubblica araba siriana, impassibile, imperturbabile, governò il suo Paese senza patema d’animo, con pugno di ferro per un quarto di secolo, 30 anni esattamente, utilizzando una rete di collaboratori praticamente inamovibili, in particolare i militari (Generale Mustafa Tlas) e diplomatici (Abdulhalim Qadam), entrambi garanti sunniti del suo regime. Senza vergogna, l’ex-proconsole siriano in Libano, Qadam, fu bandito alla morte del leader Assad per aver aderito al campo del miliardario saudita-libanese Rafiq Hariri.
Il secondo, il cui nome in arabo significa “tiratore”, Sadam Husayn al-Taqriti, prima di essere sloggiato dai suoi mentori statunitensi nel 2003, governò Baghdad per trentatré anni, prima come vicepresidente (1969-1979), e poi come presidente, per effetto di una svolta che gli permise di espellere o eliminare gran parte dei suoi associati dalle posizioni chiave del governo, con la notevole eccezione del suo messaggero internazionale, Tariq Aziz, la faccia cristiana e laica del regime. Questa rabbia purificante non salvò neanche la sua famiglia. Suo cognato Adnan Qayrallah Tulfah, ministro della Difesa, ben rappresentò la storia irachena in quanto una delle più celebri vittime della meteorologia politica. Un misterioso incidente aereo, in una bella giornata d’estate, tuttavia causato da assenza di visibilità, mise bruscamente fine al beniamino in carriera dell’esercito vittorioso nella guerra all’Iran. Suo figlio, Husayn Qamal, figlio d’arte, perì pure di morte violenta, nonostante il suo pentimento per la defezione presso il nemico, dopo la seconda guerra del Golfo (1995). Un esempio.
In balia dei colpi di scena nel conflitto in Libano (1975-1990) e del processo di pace arabo-israeliano, Siria e Iraq divennero l’incarnazione del fronte della fermezza (Damasco) o del rifiuto (Baghdad) alternativamente corteggiati e respinti dall’occidente. Mentre guidavano la lotta in nome dell’arabismo, il tema della mobilitazione assoluta degli arabi nei due decenni dopo l’indipendenza nel 1945, il loro approccio fu radicalmente diverso e, alla prova dei fatti, il loro comportamento diametralmente opposto, come le loro indomabili personalità.131107134037-04-arafat-horizontal-gallery

Prima sequenza (1970-1980): prima prova del potere
hafez_al-assad_1Dalla loro prima prova di potere, la guerra civile giordano-palestinese, la loro traiettoria devierà inesorabilmente. A capo di un Paese, “cuore pulsante dell’arabismo”, i siriani affrontavano Israele, il nemico degli arabi. Principale Paese sul fronte orientale del campo di battaglia anti-israeliano, Assad forgiò il potere identificandosi con la causa palestinese, di cui si voleva portavoce esclusivo. Proveniente da una setta islamica, gli “alawiti”, ruppe l’emarginazione politica delle minoranze etnico-religiose arabe occupando quattro anni prima uno dei poli del potere dell’ortodossia musulmana e araba, Damasco. Hafiz al-Assad si vide come il depositario dei maggiori interessi della nazione araba. Uomo d’ordine, soldato che si applicava ad essere il “garante dell’ordine costituito”, si oppose a ciò che vide come “avventurismo” dei suoi compagni d’armi e dei loro alleati iracheni. Di fronte all’attivismo della sinistra della sua formazione, l’ala civile del partito Baath, Assad condusse il “movimento di rettifica”, il 17 novembre 1970, spodestandone il quartetto responsabile, disse, della sconfitta: il teorico del partito Salah Jadid, il presidente Nuradin Atasi, il ministro degli Esteri Ibrahim Maqus e il loro complice Yusif Zuayan. Per due volte, in Giordania nel 1970 e in Libano nel 1976-1977, si scontrò con Yasir Arafat, leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, preferendo patteggiare con Husayn di Giordania e il presidente libanese Sulayman Franjah. Ruppe allo stesso tempo con l’avventurismo rivoluzionario dei guerriglieri palestinesi nei due Paesi confinanti della Siria, ad occidente il primo e ad oriente il secondo. Nel 1970, quando i carri armati siriani su ordine della leadership civile del partito Baath furono inviati ad assistere i Fedayin assediati ad Amman durante i combattimenti del “settembre nero”, il ministro della Difesa, Generale Assad, imbrigliò le ali dell’Aeronautica permettendo ai bombardieri giordani di decimare le colonne di carri armati siriani nella pianura di Jarash-Ajlun. Più tardi, in Libano, obbedendo alla stessa logica, neutralizzò in due fasi, nel giro di sette mesi, la coalizione delle forze progressiste palestinesi con la caduta del campo palestinese di Tal Zatar, nell’agosto 1976, e l’assassinio del leader progressista druso Qamal Jumblatt, nel marzo 1977, posando da baluardo dell’equilibrio confessionale islamico-cristiano. Salito al potere sei settimane dopo la morte di Nasser, il 28 settembre 1970, Assad preparò metodicamente la vendetta dell’affronto militare israeliano inflitto tre anni prima, mentre era Ministro della Difesa, quando il suo Paese perse le alture del Golan, nel 1967, durante la terza guerra arabo-israeliana. Cercò la “parità strategica” con Israele tramite l’alleanza militare con l’Unione Sovietica, cercando di unire intorno alla Siria, Giordania, Libano e palestinesi. Il credo palestinese della dottrina baathista ebbe la sua formulazione più completa con l’intervento del capo della diplomazia siriana al vertice di Algeri (7-10 giugno 1988), mentre la guerra iraniano-irachena stava per finire e l’Intifada, la rivolta palestinese in Cisgiordania e Gaza, lanciata sei mesi prima, pose la questione palestinese in prima linea. “La storia parla della “Bilad al-Sham” (la terra di Cam). Dagli Omayadi, questa sfera geografica costituita da Siria, Giordania, Palestina e Libano è un’entità politica di cui Damasco è il cuore pulsante. Questa è la verità storica. Così fu finché l’accordo Sykes-Picot, la peggiore violazione della realtà storica, divise l’intera Bilad al-Sham in vari Stati. L’accordo Sykes-Picot, con spazi comuni d’influenza inglese e francese in Medio Oriente, non può alterare la realtà. Sapendo che la popolazione di questa zona è un unico popolo… E’ naturale che l’interesse con cui la Siria sostiene la causa palestinese sia diversa da quella prestatagli dagli altri Stati arabi”, affermò senza senza mezzi termini Faruq al-Shara ai suoi omologhi arabi, vietando l’approccio unilaterale nella ricerca della pace, mentre il leader palestinese Yasir Arafat si dichiarò per una autonomia della centrale palestinese.
saddam_chiracAvamposto del mondo arabo sul fronte orientale, l’iracheno affrontò l’Iran, avanguardia della rivoluzione sciita, religione minoritaria nel mondo arabo, e suo rivale ereditario. Nato attivista rivoluzionario, Sadam, sunnita, la corrente principale dell’Islam nel mondo arabo, sviluppò una visione unitaria panaraba per ripristinare il prestigio dell’impero mesopotamico e l’autonomia della potenza irachena, volendosi equidistante tra i due blocchi politici intrecciò la doppia alleanza militare ed economica con URSS e Francia. Accusando la gerarchia militare irachena di passività in Giordania, trovò l’argomento per sbarazzarsi dell’ala destra del partito Baath e dei suoi alleati nell’esercito, sospettandoli di collusione con i fratelli d’arme hascemiti. Mentre il contingente iracheno controllava Mafraq, nodo strategico che collega i due ex-membri della “Federazione dei Regni Hashemiti”, tuttavia, attese la fine delle ostilità per regolare i conti, in un Paese scosso da mezza dozzina di colpi di Stato militari in dieci anni (Abdalqarim Qasim, Abdasalam e Abdarahman Arif), tenendo a freno i militari e sottoponendoli al potere civile influenzato dal partito Baath. L’operazione fu effettuata in due fasi: il ministro degli Interni, Generale Salah Mahdi Amash, e il ministro della Difesa, Generale Abdal Ghafar Hardan, furono promossi vicepresidente prima che l’ex-ministro della Difesa perisse in un attentato in Quwayt e l’ex-ministro degli Interni finisse in una sede diplomatica in Europa. A capo di un Paese dai vasti giacimenti di idrocarburi, Sadam si dedicò a vendicare l’insulto inflitto al Paese dalle compagnie petrolifere occidentali, tra cui l’IPC (Iraq Petroleum Company), Stato nello Stato, pacificando il fronte interno con, in rapida successione, la soluzione della questione curda, nel marzo 1971, e soprattutto la soluzione della controversia di confine iraniano-irachena, da lui stesso negoziata con lo Scià di Persia nel 1975 a Algeri, con il patrocinio del Presidente algerino Huari Bumidiyan. A metà del decennio, i due leader baathisti erano allo zenit: il siriano coronato dalla vittoria della guerra di ottobre del 1973, che permise al Paese di recuperare Qunaytra, la capitale delle alture del Golan, mentre l’Iraq ebbe un prestigio amplificato dalla nazionalizzazione della IPC e dalla politicizzazione dell'”arma del petrolio” nella guerra dell’ottobre 1973. Assad e Sadam poi sfuggirono al discredito che colpì altri regimi arabi, “la crisi di legittimità” per le sconfitte militari consecutive inflitte da Israele. Anche se entrambi erano legati al partenariato strategico con l’Unione Sovietica, e con Baghdad rifugio dei radicali nel mondo arabo, incluso il gruppo scissionista di Abu Nidal, fu il siriano, dato che agiva per affermarsi garante dell’ordine costituito, lo stesso che i libanesi progressisti palestinesi accusarono di “tradimento” per il comportamento ostile nei 60 giorni di assedio del campo palestinese di Tal Zatar, che paradossalmente si tenne a distanza dai governi occidentali che sospettava volessero occupare il Libano.
L’iracheno fu promosso partner strategico dai Paesi occidentali, in particolare dalla Francia che forgiò la cooperazione militare e anche e nucleare con lo Stato petrolifero, per l’ambizione di espandere la Francofonia in questa vecchia riserva di caccia inglese. Il significativo passo nella storia della regione, il periodo che va dalla guerra di ottobre (1973) al trattato di pace tra Egitto e Israele di Washington (1979) sconvolse i rapporti strategici regionali, segnati dall’emarginazione diplomatica dell’Unione Sovietica e dalla sponsorizzazione dei soli USA, al di fuori del quadro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dei primi accordi parziali sul conflitto arabo-israeliano, il ritiro d’Israele dal Sinai egiziano in cambio della neutralizzazione del maggiore Paese arabo, oltre al ritiro dalla città siriana di Qunaytra, capitale del Golan. Camp David appare in retrospettiva la risposta diplomatica degli Stati Uniti alla sconfitta militare in Vietnam nel 1975. Una delle conseguenze dirette di questa ripartizione regionale fu la guerra civile in Libano, punto di frattura regionale per la fragilità della configurazione della struttura socio-confessionale di un Paese dalle molte fedeltà estere. Una guerra che modulò le tribolazioni del processo di pace israelo-egiziano e, successivamente, i colpi di scena militari nel conflitto iracheno-iraniano. Parte del fallimento che portò il presidente siriano ad essere privato del naturale alleato egiziano, compagno nella guerra di ottobre, modulando il suo sostegno ai protagonisti della guerra del Libano in relazione alle alternative strategiche regionali.543888262

Seconda sequenza (1980-1990)
sadam_briefMentre Assad era impantanato nella gestione della crisi libanese, indebolito dalla defezione dell’alleato egiziano, Sadam, con le mani libere e le casse piene, era al culmine della popolarità. Consacrazione suprema, accolse a Baghdad, nel 1978, il primo vertice arabo mai tenuto nel suo Paese, bandendo l’Egitto dalla Lega araba dopo il viaggio del presidente Anwar Sadat a Gerusalemme, nel novembre 1977. L’Iraq divenne il perno del fronte del rifiuto a qualsiasi accordo di pace unilaterale con Israele, naturalmente, nominandosi sostituto dell’Egitto e di voler compensarne il fallimento. Mettendo a tacere le rivalità, i due regimi baathisti conclusero un “patto nazionale”, nell’aprile 1979, dopo il Trattato di Washington. Questo patto rafforzò la cooperazione militare con l’Unione Sovietica, principale fornitore di armi di entrambi i Paesi. Ci vollero sei mesi, tanto il sospetto reciproco era grande. Sfruttando l’argomento dalla scoperta di un complotto anti-iracheno ordito, secondo Baghdad, dalla Siria, Sadam attuò una purga di massa nelle file dei compagni baathisti, aprendosi la via alla massima carica cacciando il Presidente Ahmad Hasan al-Baqr. Colma di machiavellismo, tale purga televisiva fu l’arte consumata dell’ipocrisia politica: all’appello, i supplicanti si alzavano lasciando il Congresso Baath, uscendo tra le lacrime di Sadam. Alcuni dei suoi più stretti collaboratori, Abdalqalid al-Samarai, leader dell’ala sinistra del Baath, giovane speranza della politica araba, saranno deposti. Fu condannato a morte tra un fiume di lacrime in un macabro spettacolo trasmesso dalla televisione. Spinto dal senso d’invincibilità amplificato dalla ricchezza del petrolio e dai costumi occidentali, Sadam Husayn prese direttamente le redini nel settembre 1979, alla soglia di un decennio che inghiottirà il Medio Oriente, alimentando regolarmente l’incendio della sue guerre dei missili, delle petroliere e infine chimica.
La protesta islamica era al culmine, segnata dalla caduta della monarchia iraniana nel febbraio 1979 e dall’attacco alla Mecca, nell’ottobre dello stesso anno, e il laico si mise in prima linea nella lotta per contenere il proselitismo religioso sciita dagli accenti rivoluzionari; questo baathista sunnita si trasformerà nel protettore delle petromonarchie del Golfo, contro il suo ex-ospite ayatollah Khomeini, profugo per quattordici anni nel santuario sciita di Najaf (a sud di Baghdad) e promosso guida spirituale della Repubblica islamica iraniana dopo 18 mesi passati in Francia, a Neauphle-le-Château (regione di Parigi). La guerra contro l’Iran, avviata il 22 settembre 1980, fu un’opportunità per l’Iraq di costruire uno Stato moderno e una macchina da guerra dalla potenza militare e tecnologiche senza precedenti nel mondo arabo. Ma questo conflitto fu la più lunga guerra convenzionale dopo il Vietnam, distogliendo gradualmente l’Iraq dal Libano nel momento preciso in cui ad Assad fu dato via libera da USA e Israele, con sigillo arabo, formalizzando la presenza militare nel Paese con la Forza di deterrenza araba. Si ebbe quindi una prima inversione di alleanza attuando il principio di prossimità. Secondo il principio che il nemico del mio nemico è mio amico, l’Iraq avvicinò le milizie cristiane libanesi e Yasir Arafat. Simmetricamente, la Siria si alleò apertamente con l’Iran, il nemico dell’Iraq, in nome della solidarietà rivoluzionaria con la duplice preoccupazione di evitare l’apertura di un nuovo fronte sul fianco orientale del mondo arabo ed evitare che il conflitto iraniano-iracheno divenisse una guerra razzista arabo-persiana. In Libano, dissociando le milizie sciite dagli ex-fratelli d’arme palestinesi e cercando di cacciare il capo dell’OLP, assediato a Tripoli (nord del Libano) prima del bando di Damasco, nel 1983, per tradimento. La prima conseguenza di questa rivalità strategica fu l’invasione israeliana del Libano nel 1982, costringendo l’esercito siriano a ritirarsi senza gloria da Beirut, mentre l’esercito iracheno fu inchiodato da un’offensiva iraniana nella battaglia di Khorramshar, nel maggio 1982. La Siria fu poi ostracizzata per l’alleanza con i peggiori nemici del blocco occidentale, il cuore del mondo arabo-islamico, non solo l’Iran, punta di diamante del mondo rivoluzionario islamico, ma anche l’Algeria, rifugio dei rivoluzionari del Terzo Mondo, e della Libia che turbava la diplomazia internazionale, soprattutto in Africa, appannaggio della Francia. Nel Golfo, nel Medio Oriente o in Africa, l’urto fu frontale e lo scontro generale. Mentre le truppe iraniane penetravano le linee irachene nella battaglia di Khorramshahr, la Fratellanza musulmana siriana sostenuta dall’Arabia Saudita attaccò la città di Hama, a nord della Siria, provocando la risposta severa del potere baathista annegandola nel sangue, 10000 morti secondo i dati, 2000 secondo la DIA degli Stati Uniti, considerata un’operazione diversiva dell’invasione israeliana del Libano, che avvenne tre mesi dopo. Allo stesso tempo, all’altra estremità del campo di battaglia, il Ciad, proprio quando i siriani si ritiravano dal confronto con gli israeliani a Beirut, la Francia inflisse una schiacciante sconfitta militare e diplomatica alla Libia, alleata della Siria, sloggiando da N’Djamena il protetto di Gheddafi, il presidente ciadiano Goukouni Weddeye, per sostituirlo con il suo ex-tenente Hissène Habré, carceriere dell’etnologa francese Francoise Claustre, che tenne in ostaggio per mesi. Assad accolse questa sconfitta senza batter ciglio. Basandosi sul forte sostegno del nuovo ed effimero Presidente sovietico Jurij Andropov, cercò senza indugio di ritornare in Libano, opponendosi con forza alla creazione dell’asse Beirut-Cairo-Tel Aviv.
31581In 15 mesi (10 novembre 1982 – 9 febbraio 1984), periodo del governo di Jurij Andropov, il corso della guerra in Libano cambiò. Il trattato di pace israelo-libanese del 1983 fu abrogato prima di essere ratificato, la forza multinazionale occidentale fu cacciata dal Libano un anno dopo, nel 1984, dopo gli attacchi sanguinosi contro le basi francese e statunitense che causarono 300 morti, mentre Beirut ovest, il 6 febbraio 1984, finì sotto il controllo delle milizie filo-siriane. Soddisfazione suprema, il presidente libanese Amin Gemayel, il negoziatore del trattato di pace con Israele, si recherà in visita un mese dopo a Damasco, annunciando nel marzo 1984 la fine del patto con Israele e facendo della Siria il baluardo del blocco arabo in Libano. Responsabile dei piani politici occidentali nei due Paesi confinanti con la Siria, la Francia pagherà doppiamente un prezzo pesante, prima come “co-belligerante” con l’Iraq nel conflitto contro l’Iran e poi come sponsor del doppio salvataggio di Yasir Arafat nel 1982. Prima, nell’assedio di Beirut da parte d’Israele, poi nel 1983, durante l’assedio di Tripoli (nord Libano) da parte dei siriani. Parigi, il cui ambasciatore a Beirut Louis Delamarre fu assassinato nel 1981, a sua volta divenne bersaglio di attentati nel 1986-1987, mentre Tripoli e Bengasi in Libia furono le vendette trasversali occidentali, divenendo bersagli dell’Aeronautica statunitense (aprile 1986), e cittadini occidentali, per rappresaglia del sostegno militare dei loro Paesi all’Iraq nella guerra contro l’Iran, furono presi in ostaggio in Libano. Tra le vittime illustri di questa guerra nell’ombra, tre persone di solito citate senza che questa ipotesi sia mai stata smentita dai francesi: il Generale Remy Audran, responsabile del dossier iracheno presso la direzione generale degli armamenti, George Besse, amministratore delegato di un’industria automobilistica, e soprattutto l’ex-capo dell’industria nucleare francese, Michel Baroin, personalità del mondo massonico e degli affari. Lo sviluppo dell’affare degli ostaggi occidentali fece della Siria il Paese indispensabile nel processo di pace in Medio Oriente. Di transito tra Libano ed entroterra arabo, Damasco divenne il fulcro del traffico diplomatico regionale, percependo dividendi politici dalle transazioni politiche sul caso degli ostaggi occidentali. Di fronte a un Gheddafi aleatorio e a un Khomeini imprecante, Assad era enigmatico ed intrigante. Temuto e rispettato, divenne rispettabile. Gli analisti politici gli diedero la statura di “Bismarck arabo”. Henry Kissinger l’incontrò molte volte durante la guerra dell’ottobre 1973, nel corso dei negoziati per l’accordo di disimpegno siriano-israeliano, lodò l'”estrema intelligenza” di questo “negoziatore molto ostico”. Ma allo stesso tempo, per riequilibrare, l’Iraq, con il massiccio sostegno dell’occidente, operò un capovolgimento del fronte militare anche con bombardamenti chimici, come ad Halabjah, nel Kurdistan iracheno, e forzando l’Iran, al prezzo di otto anni di guerra, a cessare le ostilità.
Alla testa di un esercito presentato come uno dei più potenti del Medio Oriente, ritenendosi il vincitore sull’Iran tre volte più popoloso del suo Paese, Sadam apparve un “moderno Saladino” protettore delle monarchie petrolifere del Golfo, oltre degli interessi dei loro sponsor occidentali. L’uomo che attraverso un suo protetto, il gruppo del radicale palestinese Abu Nidal, eliminò dalla scena diplomatica internazionale i primi fautori del dialogo israelo-palestinese, Said Hamami, Izadin Qalaq e Isam Sartawi, rispettivamente i rappresentanti dell’OLP a Londra, Parigi e presso l’Internazionale socialista; lo stesso che diede il pretesto ad Israele per invadere il Libano nel maggio 1982, dopo l’attentato all’ambasciatore a Londra, beneficiando, curiosamente in tutta questa sequenza, della compiacenza indulgente dei Paesi occidentali e delle monarchie arabe. Indeboliti dalla guerra tra Iraq e Iran e dalla rivolta palestinese, temendo altrimenti un nuovo discredito, i leader arabi cercarono di salvarsi la faccia. Il vertice arabo di Amman nel novembre 1987 mise pressione sui due fratelli nemici affinché si ritrovassero superando le divisioni e reintegrassero l’Egitto nell’ovile arabo. Al culmine del potere, Assad e Sadam, vecchi volponi della politica, si riconobbero ancora una volta, come quando conclusero il loro patto contro Sadat nel 1979, ma senza abbassare la guardia. Incontro occasionale, non riconciliazione; al massimo tregua armata.unnamed

Terza sequenza (1990-2000)
0bb69d6b4b53985a68b760baa7accd57 Ubriaco di gloria per la vittoria sull’Iran, il maresciallo Sadam lanciò il Paese alla conquista del Quwayt, appena due anni dopo la fine della guerra iraniano-irachena. Fu l’inizio del forno che carbonizzò il suo esercito, il suo popolo e, infine, il suo Paese, spazzando via 20 anni di massicci investimenti, infliggendo un tremendo sacrificio umano, circa tre milioni di vite in due decenni di guerra e blocco, indebolendo in modo permanente il mondo arabo, evidenziandone la sottomissione. Il crollo del blocco comunista offrì al Presidente Assad la possibilità di negoziare una svolta filo-statunitense senza intoppi, ma senza rinnegare, a differenza di Sadat, l’amicizia con i sovietici. La seconda guerra del Golfo nel 1990, a cui prenderà parte con un distaccamento simbolico, gli permise di completare il lavoro metodico di 15 anni per inserire nella sfera d’influenza siriana il Libano, facendone terreno di manovra privilegiato contro Israele. Ebbe la gratitudine dalla comunità internazionale per la stabilizzazione del conflitto libanese. Il trattato di amicizia, cooperazione e coordinamento firmato il 22 maggio 1991 tra Beirut e Damasco legò il destino del Libano alla Siria. Preferendo la riposta asimmetrica al confronto diretto, tattico impareggiabile, illustrato da un quasi impeccabile percorso internazionale, Assad si dedico nel 1999 alla fase più delicata del suo governo: i negoziati di pace con Israele con la prospettiva di recuperare il Golan. La malattia, la leucemia e l’aggravarsi del diabete e della malattia al cuore non gli permettono di ripetere i precedenti successi diplomatici compiuti con ciò che Cheysson, ex-ministro degli Esteri francese, definì “diplomazia vessata”, arte consumata del negoziato trattenendo l’interlocutore per molte ore (in media sette) con infinite conversazioni generali prima di affrontare il cuore del problema nella fase finale, quando l’ospite si contorceva per la ritenzione urinaria e aveva fretta di chiudere.
Sadam, che nutriva obiettivi strategici ripristinando l’impero babilonese, commise due errori imperdonabili, fatali: la guerra contro l’Iran, che svuotò il suo tesoro, e l’annessione del Quwayt, subendo una terribile punizione dalla coalizione internazionale di 26 Paesi mobilitati sotto la bandiera degli USA. L’erede di Nabucodonosor credette presuntuosamente nelle sue capacità di manovra contro l’ex-sodale statunitense. Sotto il regime di sovranità limitata, che gli sottrasse l’autorità dal nord curdo e dal sud sciita del Paese, fino al confine con il Quwait, l’Iraq fu ulteriormente sottoposto a un embargo internazionale di dodici anni. Come il suo vicino Iran, il laico baathista iracheno divenne un islamista popolare e il primo verso del Corano adornò la bandiera irachena, riflettendo un feroce istinto di sopravvivenza. Questa bandiera sarà anche l’unico relitto del regime baathista che continua a garrire nell’Iraq sotto l’occupazione statunitense. Attivamente corteggiato dagli interlocutori statunitensi, il Presidente Assad vide nel frattempo alle due estremità del proprio Paese le superpotenze regionali Israele e Turchia, due Stati non arabi legarsi con un patto di cooperazione militare, avvolgendo la Siria in una morsa. Di fronte a pericoli crescenti, i due uomini operarono un riavvicinamento tra i rispettivi Paesi fino a sperimentare una contiguità passiva assieme alla riorganizzazione delle proprie famiglie: entrambi i figli del presidente iracheno, Uday e Qusay, furono associati al potere, prima di perire insieme durante un raid degli USA sull’Iraq settentrionale, nel luglio 2003, togliendo al dittatore la prole maschile. Uno scenario simile si ebbe a Damasco. In nome della lotta alla corruzione che affliggeva il Paese da tre decenni, il fratello minore del presidente, Rifat al-Assad, dopo un lungo esilio in Europa fu dimesso nel febbraio 1998 della vicepresidenza; il secondo fratello, Jamil, fu messo da parte per il proselitismo mercantile-religioso, e il figlio minore del capo di Stato siriano, Bashar, prese il posto del fratello maggiore Basil, morto in un incidente, ascendendo sulla scena politica in vista della successione al capo dello Stato, istituendo la prima dinastia repubblicana del mondo arabo. L’ostinata resistenza mostrata da Assad a ciò che considerava la presa israelo-statunitense nella regione, diede al siriano l’ambito titolo di “ultimo refrattario”, facendone, dubbio onore, da baluardo arabo tra la resa araba al nemico tradizionale, Israele, a capo di un Paese in stato pietoso, però. “Il leone di Damasco” morì il 10 giugno 2000 sconfitto dall’età e dalla malattia, due settimane dopo il ritiro d’Israele dal Libano, un lascito al suo attivo. Ma l’impresa non gli permise, però, di raggiungere l’obiettivo strategico ultimo, recuperare il Golan, sua ambizione silenziosa, senso occulto di tutte le sue azioni. Assad accusò di tradimento Sadat. Non poteva quindi accettare meno del suo rivale egiziano, il recupero di tutto il territorio nazionale, cioè il ritorno ai confini del 4 giugno 1967. Era diventata la sua ossessione al punto d’ipotecare, secondo gli analisti occidentali, la flessibilità, divenendo suo principale scopo diplomatico. La Siria, tuttavia, non assaporò a lungo il successo. Se il disimpegno d’Israele spinse il Libano al rango di cursore diplomatico regionale e spinse i palestinesi a rilanciare, quattro mesi dopo, la lotta armata, l’intifada “al-Aqsa” nel settembre 2000. La pesante tutela siriana sulla sovranità libanese, la predazione della sua economia nazionale, l’imposizione di un controllo morboso, le accuse, giuste o sbagliate, ai servizi baathisti (dell’assassinio dei presidenti del Libano Bashir Gemayel e René Muawad, dell’ex-primo ministro Rafiq Hariri e del leader del partito socialista Qamal Jumblatt), causarono, a loro volta, su istigazione degli Stati Uniti e della Francia, la ritirata dei siriani dal Libano, nell’aprile 2005, dopo un vasto movimento di protesta popolare.
Sadam Husayn al-Taqriti, trattato come un paria dalla comunità internazionale, fu una delle principali vittime collaterali della “guerra per le risorse energetiche”, lanciata sotto la copertura di guerra al terrorismo da George Bush Jr., dopo il raid islamista contro gli Stati Uniti dell’11 settembre 2001. Il rovesciamento della sua statua nella piazza centrale di Baghdad, l’8 aprile 2003, e la sua brutale impiccagione dopo un processo farsa, passeranno alla storia come il culmine della grande operazione per cancellare qualsiasi traccia della cooperazione occulta tra gli statunitensi e il baathista, iniziata con gioia quarant’anni prima con il colpo di Stato contro il Generale Qasim, nel 1961, sostenuto dalla CIA e che si concluse con due spedizioni punitive distruttive lanciate dagli USA contro l’Iraq; la prima guidata da George Bush, ex-capo della Central intelligence degli Stati Uniti; la seconda tredici anni dopo dal figlio George Bush, complice il responsabile della cooperazione strategica tra USA e Iraq, Donald Rumsfeld, ministro della Difesa degli Stati Uniti ed ex-inviato di Bush a Baghdad.
76769All’alba del XX secolo, alla vigilia della dissoluzione dell’impero ottomano, un diplomatico supplicò la creazione di “una Siria che non sia un Paese ristretto territorialmente (…) con un ampio confine comprendente la Palestina… il cui territorio comprendesse i wilayet di Gerusalemme, Bayrut, Damasco, Aleppo, Adana (Turchia), con a oriente la regione mineraria di Qirquq (nord dell’Iraq)”. La proposta non promanava da un dottrinario esacerbato dal nazionalismo arabo, né da un orientalista occidentale sospettato di proselitismo filo-arabo, ma da uno statista molto rispettato per la sua azione in favore della pace, un visionario che temeva gli effetti della balcanizzazione e previde la globalizzazione, Aristide Briand, Primo ministro e ministro degli Esteri francese. Le sue istruzioni sono contenute in una lettera del 2 novembre 1915 a Georges Picot, console di Francia a Bayrut, alla vigilia dei negoziati Sykes-Picot per dividersi il Vicino Oriente in aree d’influenza inglese e francese. La domanda può sembrare sacrilega, ma merita comunque di essere posta: cosa ne valse per la Francia, e forse oggi per gli arabi, mentre l’Iraq decade, la Siria è in apnea, il Libano è martoriato trent’anni di furie e Giordania ed Egitto sono sull’orlo del collasso economico? Come capitali dei primi due imperi arabi, la rivalità tra Damasco e Baghdad risale ai primi giorni dell’Islam. Al tempo degli Omayadi, Damasco fu la capitale del primo impero arabo, prima di essere soppiantata da Baghdad al tempo degli Abbasidi. Damasco e Baghdad infine soccombettero a Costantinopoli, la Sublime Porta dell’Impero Ottomano, e secoli di sottomissione seguirono.
Alle soglie del XXI secolo, la storia vorrebbe ripetersi? L’Iraq subisce il giogo statunitense guidato da un presidente curdo, mentre la Siria è il bersaglio di una nuova manovra coercitiva in conseguenza dell’assassinio dell’ex-primo ministro libanese Rafiq Hariri, il 14 febbraio 2005, di cui è stata accusata, costringendola a una ritirata ingloriosa dal Libano, come prima Israele, i palestinesi, la Francia e gli Stati Uniti. La prima potenza planetaria di tutti i tempi, cacciata dal Libano nel 1984, è impantanata questa volta in Iraq, dove si scontra frontalmente con i suoi ex-alleati della lotta antisovietica, esposta a una nuova guerra di usura, stigmatizzata da Abu Ghraib (Iraq) e Guantanamo (Cuba), “gulag contemporaneo”; dal credito diplomatico e militare erosi come la relativa posizione morale, con il saccheggio del museo di Baghdad, le torture nei campi di prigionia, le menzogne sulle armi di distruzione di massa e lo spionaggio ai danni del segretario generale delle Nazioni Unite. Ciò che vale per gli occidentali nella costruzione dei grandi insiemi regionali, dall’autonomia energetica, non vale certamente per gli arabi, almeno in questa fase della storia e almeno nell’ottica occidentale. Questo potrebbe essere uno dei principali insegnamenti di tale sequenza la cui vittima principale fu, al di là dell’interferenza occidentale, il “Rinascimento” (al-Baath) del mondo arabo, grandioso progetto che si trova, dopo il trentennale odio implacabile tra i suoi sostenitori contemporanei, il Saladino babilonese e il Bismarck siriano, in brandelli e in via di estinzione. Dieci anni dopo la caduta dell’Iraq, la Siria è sua volta oggetto della destabilizzazione da parte di un ampio concerto, con gli alleati tradizionali dei Paesi occidentali nel loro ruolo di “utili idioti” della strategia atlantista… il resto è storia.126341727Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: golpismo occidentale e asse Mosca-Tobruq

Alessandro Lattanzio, 13/1/2017

Qalifa Ghwal, personaggio colluso con la presidente del Senato Boldrini.

Qalifa Ghwal, figuro colluso con la presidente del Senato Boldrini.

L’11 gennaio, mentre il Presidente del Consiglio Fayaz Saraj era a Cairo ad incontrare il Presidente Abdalfatah al-Sisi, la brigata dei rivoluzionari di Tripoli di Haytham Tajuri, che sostiene Qalifa Ghwal e il suo governo di salvezza nazionale, occupava i ministeri della difesa, del lavoro e delle famiglie dei martiri, feriti e scomparsi. Ghwal dichiarava che l’accordo di Sqirat, che aveva portato alla nascita del governo Saraj, era morto, essendo stato imposto dagli stranieri; “Il governo di salvezza nazionale è aperto alla cooperazione con tutte le formazioni militari nel determinare l’autorità dello Stato“. L’amministrazione di Fataz Saraj è afflitta da vari problemi: stipendi non pagati, mancanza di liquidità presso le banche, gelo, inondazioni, scarsità idriche, interruzioni di corrente e comunicazione, assenza di sicurezza.

Qalifa Haftar a bordo della Kuznetsov

Qalifa Haftar a bordo della Kuznetsov

Nel frattempo sulla portaerei Admiral Kuznetsov, scortata dall’incrociatore pesante lanciamissili a propulsione nucleare Pjotr Velikij, in navigazione nel Mar Mediterraneo, giungeva il comandante della Libyan National Army, Generale Qalifa Balqasim Haftar. “A bordo della portaerei, il comandante dell’esercito nazionale libico veniva accolto dal Viceammiraglio Sokolov. Dopo un breve giro a bordo, il Generale Haftar partecipava a una videoconferenza con il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu, discutendo di questioni urgenti sulla lotta ai gruppi terroristici internazionali in Medio Oriente“. Al termine della visita, prima di rientrare a Tobruq, il comandante dell’esercito nazionale libico riceveva un carico di medicinali per i militari e i civili libici.c167-6awqakynav

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Fonti:
Colonel Cassad
Geopolitics Alert
Interfax
Libya Herald

Addio Italia, il generale libico Haftar visita la portaerei russa Admiral Kuznetsov

RussiaToday 11 gennaio 2017
L’uomo forte della Libia orientale visitava la famosa nave militare russa nel Mediterraneo, incontrando il Ministro della Difesa russo in videoconferenza.
5876457bc36188034b8b46dbSulla portaerei russa Admiral Kuznetsov, il capo della “Forze armate libiche” (NLA) Qalifa Balqasim Haftar ha discusso con il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu della lotta al terrorismo in Medio Oriente, riferiva il Ministero della Difesa russo citato dall’agenzia RIA. Lo scambio è avvenuto via videoconferenza, non essendo il ministro del governo russo a bordo della nave da guerra. Sempre presente nel Mar Mediterraneo, la portaerei Admiral Kuznetsov è salpata dalle acque siriane ai primi di gennaio, dopo averle visitate con una squadra russa dal novembre 2016, per sostenere le forze siriane nella lotta ai terroristi. L’uomo forte della Libia orientale, Qalifa Balqasim Haftar, aveva già avuto l’opportunità d’incontrare Sergej Shojgu sulla “questione degli armamenti per la Libia”, alla vigilia di un incontro con il capo della diplomazia russa Sergej Lavrov, a fine novembre 2016.

Il capo dell'”Esercito nazionale libico” concorrente al governo di Tripoli
A capo dell’ALN presente nell’est del Paese, il generale Qalifa Balqasim Haftar si oppone allo Stato islamico e anche al governo riconosciuto dalla comunità internazionale di Fayaz al-Saraj, con sede a Tripoli. Dalla caduta di Muammar Gheddafi, la Libia è completamente frammentata: ad est, il governo di Tripoli è contestato dalle truppe del generale Haftar. Ad ovest, le milizie islamiste di “Alba della Libia” controllano anche Tripoli.Libyan General Haftar leaves after meeting Russian Foreign Minister Lavrov in MoscowTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La vendetta di Gheddafi si avvicina

Tunisie Secret 12 novembre 2016

Dalla distruzione della Libia da parte del barboncino di Obama, Nicolas Sarkozy, e del cammello di Hillary, Hamad del Qatar, non ci sono più sicurezza, leggi o soldi. Un terzo dei libici, quasi 3 milioni, è rifugiato in Tunisia, Egitto, Africa ed Europa. Inoltre lo SIIL è ben consolidato in Libia, le milizie islamiste governano gran parte del Paese con terrore, saccheggio e traffico di ogni tipo. Una situazione caotica che ha favorito il ritorno in scena dei gheddafisti. Per la rivista Middle East Eye, Mathieu Galtier analizza questi sviluppi.

15170994Alla deriva da cinque anni, la Libia non ha ancora alcun modello politico permanente. Risultato, gli sconfitti di ieri rientrano nel gioco politico.
La situazione in Libia è così caotica che il neologismo “libianizzazione” prende piede. La combinazione fatale è tra balcanizzazione, divisione dello Stato in zone autonome, e somalizzazione, fallimento del governo a vantaggio delle milizie. Attualmente, il Paese ha tre governi. Negli ultimi cinque anni, la Libia ha vissuto due elezioni generali, un colpo di Stato abortito, l’arrivo dello Stato Islamico (SI) e conflitti etnici a bassa intensità. La crisi è tale che sempre più libici chiedono il ritorno della Jamahiriya (Stato delle masse) creato da Muammar Gheddafi. “Vogliamo liberare la Jamahiriya vittima del colpo di Stato della NATO”, afferma subito Franck Pucciarelli a Middle East Eye, un francese che vive in Tunisia ed è portavoce di un gruppo che riunisce i sostenitori dei comitati rivoluzionari libici e internazionali, che agisce da cinghia di trasmissione dell’ideologia di Gheddafi. Ha spiegato che i membri sono attivi dal 2012 dentro e fuori il Paese. L’organizzazione conterebbe 20000 aderenti in Libia e da 15-20000 ex-militare esiliati sarebbero pronti ad attivarsi. “Possiamo organizzare una rivolta popolare e se il caos prevarrà in Libia, sarà grazie alle nostre azioni”, dice il portavoce. Ahmad, ex-dirigente presso il Ministero degli Esteri, oggi residente in Tunisia, è più misurato. “Abbiamo approfittato dell’instabilità per tornare, ma non abbiamo fatto nulla, dice a MEE. I libici e la comunità internazionale dovranno semplicemente rendersi conto che la Libia non può che essere governata che solo con la Jamahiriya”.

Tre tipi di gheddafisti
I due uomini si concentrano sull’organizzazione politica del Paese dopo la riconquista del potere: un referendum, o plebiscito, per il ritorno della Jamahiriya con la presenza della comunità internazionale per sorvegliarlo. Uno Stato delle masse modernizzato con un Senato che rappresenti le tribù, una camera e soprattutto una costituzione, assenti con Muammar Gheddafi. Uno scenario a cui sorride Qashana Rashid, direttore del Centro del Nord Africa per lo Studio sulla Libia, che ammette una ripresa solida dell’ideologia verde (il colore della Jamahiriya): “Il ritorno del vecchio regime si comprende soprattutto grazie al fallimento della transizione post-rivoluzionaria. Ed è proprio su questo fallimento che puntano gli ideologi gheddafisti per tornare in gioco, non il genuino sostegno popolare. I gheddafisti non potranno mai tornare al potere, ma avranno un peso significativo nelle alleanze strategiche nel futuro della Libia“. Mattia Toaldo, specialista dalla Libia del Consiglio europeo sulle relazioni internazionali, distingue tre tipi di gheddafisti: i sostenitori di Sayf al-Islam, figlio prediletto di Gheddafi, trattenuto dal 2011 nella città di Zintan, nell’ovest; i sostenitori del maresciallo Qalifa Balqasim Haftar, nell’est del Paese; e gli ortodossi della Jamahiriya. Franck Pucciarelli e Ahmad sono nell’ultima categoria, la più dura. Coloro che seguono Haftar hanno approfittato dell’amnistia approvata dal parlamento di Tobruq per i responsabili dei crimini durante la rivolta del 2011. Un testo che ha lo scopo di riportare gli esuli, tra 1,5 e 3 milioni, in maggioranza gheddafisti rifugiati in Tunisia e in Egitto. Il clan di Sayf al-Islam è probabilmente meglio strutturato e riunisce alcuni ortodossi. Anche se condannato a morte il 28 luglio 2015 in contumacia, a Tripoli, Sayf al-Islam vive ancora a Zintan. Ufficialmente prigioniero delle milizie locali, ha condizioni di detenzione molto tenue: circolerebbe liberamente in città e comunicherebbe molto con l’applicativo per la telefonia via Internet Viber.

Sayf al-Islam sta meglio del fratello Sadi
Fino a poco prima oscuro, il suo futuro è stato rilanciato indirettamente dai messaggi di posta elettronica di Hillary Clinton, rivelati da Wikileaks, e dal rapporto del parlamentare Crispin Blunt. deputato conservatore, pubblicato a settembre, che ritraggono Sayf el-Islam da moderato possibilmente pronto a partecipare alla transizione democratica dopo suo padre. “Il coinvolgimento di Sayf Gheddafi avrebbe, forse, permesso a Lord Hague (ministro degli Esteri nel 2010-2014) di sostenere Mahmud Jibril e Jalil Abdul nell’attuazione della riforma in Libia senza dover sostenere i costi politici, militari ed umani del cambio di regime, ma non lo sapremo mai. Tali possibilità, tuttavia, avrebbero dovuto essere prese seriamente in considerazione, allora“, afferma il rapporto di Londra. I gheddafisti hanno buon gioco nell’evidenziare il profilo moderato ed istruito di Sayf al-Islam, laureatosi alla London School of Economics. Prevale sul fratello Sadi, imprigionato a Tripoli, divenuto religioso. I fratelli Hanibal, Muhamad e Aysha e la madre Safia esprimono silenzio dall’Oman, fin dall’ottobre 2012, dopo aver invocato dall’Algeria la contro-rivoluzione violenta, nei primi mesi dalla morte di Muammar Gheddafi. Non è questione se Sayf al-Islam prenda il potere apertamente, almeno per il momento, ma di manovrare nell’ombra per la riconfigurazione politica del Paese. Molte tribù nell’ovest temono l’avanzata di Haftar sostenuta dalle tribù orientali, a cominciare dalla gente di Zintan, anche se ufficialmente alleata del maresciallo. Ma oggi, la Tripolitania è divisa tra un gruppo islamisto e un governo di unità nazionale (GNA) debolissimo, nonostante il riconoscimento della comunità internazionale.

I gheddafisti invitati per la prima volta alle Nazioni Unite
Sayf al-Islam potrebbe essere la figura unitaria contro la Cirenaica, regione orientale della Libia, in piena avanzata grazie alle vittorie di Haftar. Sul terreno, i segnali positivi sono sempre più a vantaggio del figlio dell’ex-guida. Nel settembre 2015, il sedicente Consiglio supremo delle tribù libiche sceglieva Sayf al-Islam come legittimo rappresentante del Paese. Questo consiglio raccoglie essenzialmente le tribù fedeli a Gheddafi e non hanno peso istituzionale, ma il simbolismo è forte. Dalla primavera, Ali Qana, l’ex-capo dell’esercito nel sud con Gheddafi, lavora per la creazione di un esercito del Fizan (regione nel sud della Libia), i cui dati sono difficili da quantificare al momento. Ali Qana ha già annunciato che il suo gruppo non si affilierà a Tripoli o Tobruq, ma solo a un potere che riconoscerà la legittimità della Jamahiriya. Ad agosto, per la prima volta, l’ONU invitava dei noti gheddafisti, tra cui un ex-presidente del Congresso del Popolo (equivalente al parlamento nella Jamahiriya) per discutete sulla soluzione politica ed economica della crisi.

“Questo Paese è diventato una barzelletta”
La popolazione comincia anche a confrontare presente e passato, favorendo il passato. Nella banca Jamhoriya di Tripoli, Mahmud Abdalaziz aspetta da due ore di prendersi i 500 dinari (327 euro), permessi un paio di giorni a settimana. Le riserve valutarie sono calate da 107,6 miliardi nel 2013 a 43 miliardi a fine 2016. Sul mercato nero, il dollaro è scambiato a 5,25 dinari. “Questo Paese è diventato una barzelletta: c’è la guerra civile totale, non ci sono soldi e la migliore carriera possibile è aderire a una milizia“, denuncia Mahmud Abdalaziz a MEE, comunque grato alla rivoluzione per la libertà di critica, che sarebbe stata impossibile con Gheddafi, ammettendo tuttavia che si stava meglio prima, perché “la sicurezza è meglio della libertà”. Le milizie più rivoluzionarie di Tripoli hanno capito il pericolo di permettere che questa nostalgia dilaghi. A giugno uccisero a Tripoli dodici lealisti libici che avevano appena terminato la detenzione per crimini commessi nel 2011.14572990Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli imperialisti minacciati dall’avanzata dell’esercito nazionale in Libia

Alexandra Valiente, Jamahiriya News Agency, 12 settembre 2016

3_506Il 22 agosto, venivano attuati i piani per catturare i giacimenti petroliferi e i porti controllati dalle guardie delle installazioni petrolifere di Ibrahim Jadhran, alleato del governo di accordo di Tripoli, operando sotto il comando della guardia nazionale del Consiglio di Presidenza (LIFG). Per preparare la via alla liberazione della mezzaluna del petrolio, lo sceicco Salah Alatyush diede un severo monito agli uomini di Jadhran. “Chiedo alla gente della mia tribù di assicurarsi che nessuno abbia un figlio nelle guardie delle installazioni petrolifere… e gli consigli di ritornare in seno alla tribù… Siamo con l’esercito nazionale guidato da Qalifa Balqasim Haftar, con il Parlamento guidato da Salah e il governo da esso emanato e siamo in Cirenaica che non riconosce legittimità al Consiglio di presidenza”. Nel 2013 Ibrahim Jadhran dichiarò guerra al GNC di Tripoli, annunciando l’autonomia e il ritorno della Cirenica ai confini regionali del 1963. Con l’annuncio di Salah Alatyush, non solo le ambizioni politiche di Jadhran venivano annientate, ma la trama imperialista per dividere la Libia veniva sventata. Le Forze armate libiche lanciavano l’attacco strategico alle installazioni petrolifere. I bombardamenti aerei furono immediatamente seguiti dall’assalto di terra. In poche ore i giacimenti petroliferi e i porti erano saldamente sotto controllo. Nell’appello dopo la vittoria, lo sceicco Salah Alatyush diede assicurazioni a Jadhran che se si arrendeva, sarebbe stato trattato bene. Esortava i dipendenti delle installazioni petrolifere a cooperare nel consegnare gli impianti di Aghedabia alle forze armate, ammonendo ad astenersi da ulteriori sedizioni e spargimenti di sangue e di tornare a casa. La vittoria fu umiliante per il Consiglio di Presidenza sostenuto dall’ONU e dalle nazioni straniere che sostengono il regime fantoccio. Fayaz al-Saraj era a un vertice in Italia, quando la notizia della vittoria dello LNA lo raggiunse. Chiaramente scosso, tornò a Tripoli per valutare i danni e salvare ciò che poteva della reputazione sua e del regime appoggiato da Nazioni Unite e NATO.
Dopo mesi in cui il governo di accordo dava spettacolo nella battaglia a Sirte, sotto il comando di al-Qaida e LIFG, in cui centinaia di combattenti di Misurata morirono e lo SIL lasciava la città in modo concertato, alla ricerca di una nuova base, la Forze Armate libiche, ostacolate dalle sanzioni internazionali, si dimostravano la forza più efficace nel Paese, in grado di sconfiggere gli eserciti terroristici, assicurare le risorse della Libia al popolo, ripristinare lo stato di diritto e proteggere la popolazione civile. Il potere delle tribù va considerato. Questa vittoria fu ottenuta con l’alleanza tra esercito nazionale libico e leader tribali. Mentre Nazioni Unite ed interlocutori stranieri continuano a escludere le tribù, questa vittoria dimostra che nulla di utile al popolo libico avviene senza la loro cooperazione. Tuttavia molti vertici delle Nazioni Unite ospitati in nome della riconciliazione nazionale, non hanno alcun potere o autorità. Sforzi, dichiarazioni ed accordi politici sono respinti come irrilevanti, illegittimi, interferenze indebite negli affari sovrani della Libia; l’ultimo rimprovero del Consiglio supremo delle tribù libiche rispondeva alla riunione di Tunisi a settembre. Il vero dialogo libico è l’unico per il popolo e le tribù libici. Oggi i governi di Francia, Germania, Italia, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti rilasciavano una dichiarazione congiunta che condanna la vittoria dell’esercito libico, chiedendo che le forze armate legittime si ritirino immediatamente e senza precondizioni, affermando falsamente che l’infrastruttura energetica è in pericolo e che solo il loro regime cliente di Tripoli dovrà controllare le ricche riserve della Libia. In una dichiarazione rilasciata l’11 settembre, il Comando Generale delle Forze armate libiche chiariva assolutamente che la produzione ed esportazione del petrolio continuerà sotto il controllo della National Oil Corporation (NOC) e che il loro ruolo si limiterà a proteggere le strutture da ulteriori tentativi delle milizie terroristiche di trarre profitto illecitamente dalla vendita delle risorse della Libia. “Zuaytina, Ras Lanuf, Briqa e Sidra sono sotto la protezione della Forze armate libiche responsabili della protezione della vita del popolo da sabotaggi e corruzione. Mentre l’esercito continuerà a proteggere impianti e porti, la responsabilità delle operazioni è della National Oil Corporation, dato che questo compito ricade sotto la giurisdizione civile. Si assicura il popolo libico che le azioni sono volte a ripristinarne il controllo su risorse e destino, alleviando le sofferenze del popolo consentendogli di beneficiare pienamente dalla ricchezza generata dalle proprie risorse sovrane. Il Comando Generale ha esortato le autorità legittime ad assumersi immediatamente le responsabilità, in conformità alla normativa vigente. Le nazioni imperialiste non rinunciano alle ambizioni neocoloniali senza combattere. Infatti oggi, vi sono richieste per un urgente intervento militare straniero per strappare il controllo della mezzaluna del petrolio alle legittime Forze armate, rimettendole di nuovo ad al-Qaida-LIFG”.
Ciò che è chiaro da questa vittoria è che le potenze neocoloniali hanno meno amici e molto meno potere in Libia di quanto pensassero, quindi la scarsa influenza che hanno è stata notevolmente ridotta da tali sfida ed affermazione di sovranità. Che la liberazione dell’esercito libico della mezzaluna petrolifera abbia colto la NATO di sorpresa rivela anche l’inadeguatezza dell’intelligence straniera, presumibilmente onnipotente, di fronte ai vertici strategici di un popolo che non sarà mai soggiogato. La vittoria è l’inizio di una serie di sorprese per l’impero mentre, fase per fase, i complotti contro il popolo libico vengono svelati e sconfitti, e le forze di occupazione straniere e i loro tirapiedi battuti.libya-map-aiTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora