L’ultima vittoria di Muammar Gheddafi

Oriental Review 09/03/2011Il 6 marzo 2011 era chiaro che il regime libico aveva soppresso la rivolta interna e sospeso il caos nel mondo arabo. Una missione clandestina di un diplomatico inglese protetto da 8 ufficiali delle SAS nella base orientale dell’opposizione libica si concluse con la loro detenzione e “interrogatorio” da parte dei capi ribelli. L’articolo del Sunday Times fu la “bandiera bianca” issata dagli organizzatori delle proteste in Medio Oriente e Nord Africa del 2010-2011. Fin dall’inizio la catena di eventi in Libia ebbe una svolta inaspettata per le élite globali. Muammar Gheddafi si rifiutò di abbandonare Tripoli e, insieme alla famiglia e al clan, mantenne i contatti coi libici attraverso la TV nazionale e regolari apparizioni pubbliche. Nell’impressionante discorso del 22 febbraio 2011, ripristinò il sostegno pubblico ed incoraggiò i libici a resistere alla rivolta. Da allora i media mainstream internazionali diffusero bugie inaudite sugli eventi in Libia. Si sentì parlare di “mercenari stranieri che uccidono civili”, “attacchi aerei sui dimostranti”, “bombardamenti delle posizioni ribelli”, “grandi proteste contro Gheddafi a Tripoli”, “migliaia di rifugiati libici” e tanti altri annunci che, come risultò, non avevano nulla a che fare con la realtà. Le fonti interne libiche, ad esempio del Centro di San Pietroburgo per il Medio Oriente moderno, descrivevano una realtà piuttosto diversa. Non c’erano proteste a Tripoli e dintorni. Pochi gruppi di emarginati operavano ad al-Zawiya (sobborgo occidentale di Tripoli) e al centro (l’incendio doloso della Sala del Popolo la notte del 21 febbraio è apparentemente l’atto più noto) furono prontamente neutralizzati dalla polizia municipale. Gli “attacchi aerei” dell’Aeronautica libica prendevano di mira depositi di munizioni nelle vicinanze di Bengasi, quando la minaccia che venissero catturati dai separatisti orientali era ancora alta. La questione dei “mercenari stranieri che proteggevano Gheddafi”, è apparentemente la più interessante. È chiaro che qualsiasi mercenario combatte per soldi. Quindi nel conflitto in cui sono coinvolti gli interessi delle mafie petrolifere internazionali, i mercenari sono la forza meno affidabile. Avrebbero tradito Gheddafi ben prima. Quindi Gheddafi è un uomo intelligente e ne è perfettamente consapevole. Non poteva arruolarli. Ma supponiamo che la loro presenza in Libia fosse un fatto provato. Potevano essere “gentilmente” proposti a Gheddafi dai vicini “simpatizzanti” africani? Si, perché no. Qual era la loro missione? Dovevano avere l’ordine dai loro veri padroni di essere spietati e feroci contro i “manifestanti” locali il più possibile per intensificare il conflitto. Non c’è da stupirsi che dopo i primi scontri con la loro partecipazione e annunci nel mondo dei media, i mercenari siano “scomparsi”. Certamente avremo modo di conoscere dettagli sorprendenti sulle operazioni militari dell’esercito libico contro i mercenari “alleati” di fine febbraio 2011. Guardando la CNN riportare la “guerra civile” in Libia va capito che ciò significa che le forze governative localizzavano ed eliminavano questi “alleati”.
Ora, perché tale scenario rischioso? Perché il regime di Gheddafi era il più stabile in Medio Oriente. Si noti che tutti i “dittatori arabi” andati al potere col sostegno degli Stati Uniti negli anni ’80 furono facilmente eliminati nel gennaio-febbraio 2011, prontamente “caduti in coma”. Non avevano l’autorità morale per combattere per un potere ottenuto illegittimamente. Qual era la componente chiave di tale illegittimità? Quando aspirarono al potere, si allearono segretamente con una nazione straniera che li sostenne completamente. Da allora non sono leader sovrani. Questo è il motivo per cui non possono sconfiggere la rivoluzione. Non possono dire la verità al popolo e alla comunità internazionale, perché iniziare a dire la verità significa dirla TUTTA. E TUTTA la verità include le circostanze della loro ascesa al potere… Ma c’è una soluzione per tale situazione di “stallo”. Se un leader politico riconosce i vergognosi rapporti clandestini con una potenza straniera, non sarà mai condannato ma PERDONATO e sostenuto dal popolo. Dopo di che lealtà e professionalità delle guardie del corpo impediranno che il futuro politico sia il caos. Le alternative sono la forca di Sadam, i letti da moribondi di Mubaraq e Ben Ali.
Torniamo alle “rivoluzioni popolari in Medio Oriente”. Vediamo che per avere successo c’era disperatamente bisogno di “masse infuriate”. Quindi qualcuno doveva infuriarle. Come in Iran nel giugno 2009? Cecchini sconosciuti uccisero astanti a Teheran durante le proteste (i dettagli sono nell’articolo “Cosa decidono i Bilderberger dell’Iran“). Cosa successe in Egitto nel gennaio 2011? Ancora una volta cecchini sconosciuti spararono alla folla dal tetto dell’edificio del Ministero degli Interni di Cairo. Si noti che in entrambi i casi fu fatto di tutto per convincere il pubblico che i perpetratori fossero le forze governative. Ma dov’era la prova? C’è qualche logica nei servizi di sicurezza che uccidono dimostranti per provocarli a commettere atti violenti? Al contrario, la loro missione è disperdere pacificamente la folla, identificare e arrestare le “teste calde” tra i manifestanti ed evitare vittime! Allora, chi sparava dal tetto del Ministero degli Interni egiziano? Non lo sappiamo ancora. Ma chi fece lo stesso in Tunisia durante l’agitazione pubblica fu catturato e mostrato da RT. Si guardi il seguente video:

Credete che costoro dai passaporti svedesi e inlgesi cacciassero davvero cinghiali per le strade di Tunisi?
Ora possiamo fare alcune conclusioni. Innanzitutto, non c’era nulla di spontaneo nell’ondata delle rivoluzioni del Nord Africa e Medio Oriente del 2011. I disordini popolari in Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, ecc. furono accuratamente preparati, organizzati, finanziati e sostenuti dai media internazionali. Abbastanza sorprendentemente, al-Jazeera svolse un ruolo fondamentale nel sostenere i conflitti nelle società arabe diffondendo disinformazione e silenziando le voci della verità e sobrie. In secondo luogo, chi architettò tali insurrezioni, generalmente fallì. Non c’è dubbio che l’idea era organizzare caos e guerre civili nel mondo arabo, provocare imbarazzo nelle élite nazionali, imporre l’opposizione radicale anti-progressista al potere nei Paesi chiave della regione. Poi si aspettavano che, a tempo debito, standard sociali degradati e cattiva gestione del governo catalizzata dalla propaganda dei media internazionali creassero le condizioni per imporre il controllo estero su questi Stati islamici. La Libia con le sue ricche riserve naturali era il premio più ambito. Ma con Muammar Gheddafi ancora al potere che riacquistava sostegno pubblico e si sbarazzava dei rami “secchi” tra gli alti funzionari, gli attori globali soffrivano molto mentre il fantasma del presidente Bush Jr. si profila di nuovo al largo delle coste libiche. Apparentemente le élite non ebbero altra scelta che attivare le super-portaerei statunitensi. Messi all’angolo e sotto la pressione schiacciante della piramide del dollaro. Terzo e più importante, questi eventi rivelavano il legame occulto tra “islamisti” ed élite globali. Muammar Gheddafi combattendo gli islamisti di al-Qaida e allo stesso tempo sostituendo solennemente bin Ladin come incarnazione del “Male assoluto” nei media tradizionali, fu un cambiamento notevole. I radicali dovevano essere la nuova generazione di leader arabi. Non avrebbero portato prosperità o giustizia nelle loro società. La loro missione era stringere saldamente la pentola a pressione del mondo musulmano con regole e retorica pseudo-islamiche. Una volta esplosa, l’energia di milioni di giovani fanatici ignoranti che si diffondono nel mondo avrebbe aperto la strada allo scaltro Gran Pacificatore. I semi di tale misteriosa simbiosi furono piantati dall’intelligence inglese nel XIX secolo. Per esempio, se si segue la storia del fondatore della Fratellanza musulmana Hasan al-Bana, si vedrà che il “controllore generale” inglese in Egitto dal 1878 era Evelyn Baring, rampollo di una vecchia dinastia di banchieri che nominò lo sceicco Muhamad Abduh Gran Mufti d’Egitto. Non ne va sottovalutata l’importanza. Il Gran Mufti d’Egitto del tempo era la massima autorità spirituale nel mondo musulmano. Perché lo sceicco Abduh, noto salafita, fu scelto dal residente inglese? Perché lo scenario della falsa guida del mondo islamico delle élite globali era già stato scritto. Volevano che i musulmani fossero carne da cannone per imporre il loro dominio. Dovevano corrompere la fede islamica, sostituirla con un surrogato pseudo-islamico. Ecco perché Evelyn Baring scrisse dei salafiti: “Sono gli alleati naturali del riformatore europeo” (Goodgame, Peter. La Fratellanza Musulmana: l’arma segreta dei globalisti). A quel tempo Sheikh Adbuh divenne murshid (insegnante) di Muhamad al-Bana, padre di Hasan…
Quindi entriamo in tempi molto interessanti, forse decisivi. Muammar Gheddafi ha vinto la sua ultima battaglia nonostante vigore e pressione insolente da ogni parte. Ci saranno nuovi Gheddafi nati da madri musulmane che resisteranno al nuovo ordine mondiale? Speriamo e preghiamo di sì.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Accordo in Libia grazie a Egitto e Russia

Nabil ben Yahmad, Tunisie Secret 19 febbraio 2017

Sotto l’egida del Cairo, è stato raggiunto un accordo tra il capo del governo d’unione (GNA) Fayaz al-Saraj e il maresciallo Qalifa Balqasim Haftar, per risolvere la crisi libica. Nonostante le tattiche dilatorie di Butefliqa e gli intrighi del fratello musulmano Rashid Ghanuchi, favorevoli all’integrazione nei colloqui di Abdalhaqim Belhadj, l’accordo è stato finalmente ratificato senza di lui e grazie alla determinazione del Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi e al sostegno della Russia.11210133-18633067Nonostante le nostre relazioni fraterne con l’Algeria che abbiamo sempre difeso, ecco che arriva il momento in cui si deve saper dire a certi leader algerini, basta doppiezza! Basta ipocrisie! Basta divisione del Maghreb soffiando sulla brace del Sahara marocchino! e Basta doppio gioco. L’abbiamo chiarito nell’edizione del 22 gennaio, dal titolo “Butefliqa protegge i Fratelli musulmani tunisini?“, a differenza del re del Marocco Muhamad VI che non ha mai voluto ricevere il capo dei Fratelli musulmani tunisini, nonostante le ripetute richieste di quest’ultimo, Butefliqa è quasi diventato il padrino del mafioso islamo-terrorista tunisino (1).

Abdalhaqim Belhadj escluso dall’Egitto dell’accordo intra-libico
Oltre agli incessanti incontri pubblici tra Abdalaziz Butefliqa e Rashid Ghanuchi, il rapporto tra i due sono passati dalla sponsorizzazione dei mercenari all’alleanza con gli islamisti in generale, a scapito degli interessi strategici di Tunisia ed Algeria. Rashid Ghanuchi non è l’unico fratello musulmano ufficialmente ricevuto più volte ad Algeri. I suoi seguaci e fratelli della setta terroristica Ali al-Salabi e Abdalhaqim Belhadj hanno ricevuto tale privilegio presidenziale. In precedenza, la nebulosa islamista ha forgiato legami con i vertici algerini. Ma con l’ultimo accordo tra Fayaz al-Saraj e Qalifa Balqasim Haftar, concluso a Cairo il 14 febbraio, la strategia della nomenklatura al potere ad Algeri è in frantumi. Nonostante una certa riluttanza da entrambe le parti (Haftar e Saraj), l’accordo è stato stipulato senza il protetto di Ghanuchi e Butefliqa, l’ex-terrorista di al-Qaida Abdalhaqim Belhadj, un vero e proprio schiaffo al presidente algerino che ha legato reputazione e destino all’ex-attivista di al-Qaida e capo dei Fratelli musulmani locali Rashid Ghanuchi. Consentendo a Ghanuchi di sostituire i ministeri degli esteri algerino e tunisino con una diplomazia parallela, in cosa sperava Butefliqa? Affondare gli accordi intra-libici firmati alla fine del 2015 in Marocco, o rafforzarli?

La retromarcia della diplomazia algerina
Tale affronto non è sfuggito alla stampa. Il 17 febbraio 2017, tre giorni dopo la conclusione dell’accordo tra Haftar e Saraj, il sito Aqir Qabar titolava: “Le autorità algerine si accorgono dell’errore di lavorare con Rashid Ghanuchi“. Il giorno prima, sotto il titolo “lezione tunisina”, il quotidiano algerino vicino agli islamisti al-Qabar scriveva: “Diverse personalità dell’ambiente politico, culturale e mediatico tunisine hanno chiesto spiegazioni al governo sui rapporti tra governo algerino e il presidente di al-Nahda Rashid Ghanuchi, in particolare sulla questione libica. Questi tunisini credono che governo e presidente Baji Caid a-Sabsi debbano indicare agli algerini che in Tunisia vi sono un governo, un presidente e un ministro degli Esteri con cui parlare, e non con il capo di un partito politico (al-Nahda)“. Per sdrammatizzare l’impatto politico e mediatico di questo affronto, il Ministero degli Esteri algerino denunciava il ruolo che cercava di svolgere Rashid Ghanuchi verso il governo algerino, in particolare nel caso della Libia. Almeno questa è l’affermazione dei nostri colleghi e amici di Algerie-Patriotique, “Posando da intermediario tra Algeria e Fratelli musulmani libici, il capo del partito islamista tunisino al-Nahda, Rashid Ghanuchi, cercava pubblicità gratuita ai danni dell’Algeria? I funzionari del Ministero degli Esteri algerino sono convinti, prima di tutto, di non aver bisogno dei servizi di nessuno per discutere con i nostri fratelli libici“.

L’incontro segreto tra Ghanuchi, Ahmad Uyahia e Salabi
Rimane vero che il rapporto tra la Presidenza algerina e la Fratellanza musulmana sono eccellenti dall’inizio della cosiddetta “primavera araba”. Oltre l’ultima visita di Ghanuchi a Butefliqa, il 22 gennaio, il capo di gabinetto di quest’ultimo, Ahmad Uyahia, arrivava di nascosto a Tunisi, a gennaio, per rivedere il capo dei Fratelli musulmani tunisini. Quando la notizia trapelò, Ahmad Uyahia, che è anche segretario generale del Congresso Nazionale Democratico (RND), affermò che l’incontro avveniva nell’ambito delle sue attività di avvocato! Il sito d’informazione algerino TSA s’è poi chiesto: “Perché un incontro tra parti, che secondo un fonte diplomatica (algerina), sarebbe stato segreto?” E TSA rispose: “Ovviamente Ahmad Uyahia era a Tunisi per la questione libica, dovendo incontrare, tra gli altri, Ali al-Salabi, uno dei principali capi islamisti libici…“. Non potendo negare l’evidenza, Jamil Auy, dell’ufficio stampa di al-Nahda, confermava l’incontro tra Uyahia, Ghanuchi e Salabi parlando di “visita ufficiale”. Su Radio Shams FM aveva detto che questo “incontro era incentrato sugli interessi comuni dei due Paesi, ma soprattutto sulla questione libica. Questo giro si accordava con quello dello sceicco Ali al-Salabi. Furono accolti entrambi a casa di Rashid Ghanuchi (…)!

Rashid Ghanuchi utilizza l’Algeria per scopi islamisti
Secondo Algerie-Patriotique, citando un diplomatico algerino, “certo, Rashid Ghanuchi vede aprirsi le porte in Algeria per dimostrare all’opinione pubblica tunisina di aver ancora un peso e soprattutto di essere una personalità fondamentale nei circoli islamisti del Maghreb“; e il nostro collega di Algerie-Patriotique aggiungeva che Ganuchi “si agita come un diavolo per dimostrare che i Fratelli musulmani rappresentano nel Maghreb una corrente dell’opinione pubblica e un forza che non è possibile ignorare (…) Da fine calcolatore, Rashid Ghanuchi vede la Libia come un modo per risorgere politicamente e dimostrare all’opinione internazionale che i Fratelli musulmani ancora giocano un ruolo come forza stabilizzante del Nord Africa e più in generale del mondo arabo“. A fine gennaio, il capo della setta islamista tunisina al-Nahda assicurava anche di essere stato nominato dal Presidente Butefliqa per convincere gli islamisti in Libia “a svolgere un ruolo positivo” nella soluzione della crisi nel Paese. La stessa fonte diplomatica algerina, confidava a TSA che, “il signor Ghanuchi ha fatto politica interna (Tunisia). In Algeria non c’è diplomazia parallela. Pensa che abbiamo bisogno di Ghanuchi per discutere con le parti libiche?“.

Il rigetto di Abdalfatah al-Sisi
Secondo le informazioni del quotidiano arabo Quds al-Arabi, pubblicato a Londra, Rashid Ghanuchi avrebbe coordinato Algeri e Tunisi per fare incontrare a Tunisi Fayaz al-Saraj, presidente dell’Accordo Nazionale (GNA) e Qalifa Balqasim Haftar, capo della Forze armate del Parlamento di Tobruq, prima di un vertice a tre (Butefliqa, Sisi, Sabsi). Le nostre fonti indicano che con l’appoggio di Butefliqa, Rashid Ghanuchi sperava di accogliere Saraj, Haftar e Salabi, il complice di Abdalhaqim Belhadj in Libia. Ma l’Egitto si oppose nettamente, sventando così il piano di Rashid Ghanuchi con la complicità passiva di Baji Caid al-Sabsi ed approvato da Butefliqa in spregio degli interessi strategici dell’Algeria e del Maghreb in generale. Principale sostegno logistico, militare e diplomatico di Qalifa Balqasim Haftar, sostenuto dalla Russia e dalla nuova amministrazione statunitense, Abdalfatah al-Sisi non conta di fare alcuna concessione ai Fratelli musulmani, indicati da Egitto ed Emirati Arabi Uniti come organizzazione terroristica. Questo è uno dei motivi per cui l’ultimo accordo concluso tra Haftar e Saraj, il 14 febbraio, esclude d’ufficio Belhadj e Salabi. Secondo fonti egiziane, questo accordo continuerà la “pulizia” della Libia dai jihadisti di SIIL e al-Qaida, così come dai mercenari del Qatar in Libia, i Fratelli musulmani. L’accordo affida a Qalifa Balqasim Haftar questa missione militare, con il sostegno del “Consiglio supremo delle tribù libiche” (presieduto da Agali Abdusalam Brani), fino all’organizzazione nel 2018 delle elezioni legislative e presidenziali.
Riguardo il “vertice” Algeria-Tunisia-Egitto sulla crisi libica, che dovrebbe svolgersi a marzo, una fonte diplomatica egiziana assicurava che è ormai obsoleto e che si limiterà a una riunione informale dei ministri degli Esteri dei tre Paesi. A meno di cambiamenti dell’ultimo minuto o del voltafaccia algerino, l’incontro dovrebbe tenersi il 1° marzo a Tunisi.113242391-5238c71b-fb7b-4a79-b147-789a89ba3c78Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: golpismo occidentale e asse Mosca-Tobruq

Alessandro Lattanzio, 13/1/2017

Qalifa Ghwal, personaggio colluso con la presidente del Senato Boldrini.

Qalifa Ghwal, figuro colluso con la presidente del Senato Boldrini.

L’11 gennaio, mentre il Presidente del Consiglio Fayaz Saraj era a Cairo ad incontrare il Presidente Abdalfatah al-Sisi, la brigata dei rivoluzionari di Tripoli di Haytham Tajuri, che sostiene Qalifa Ghwal e il suo governo di salvezza nazionale, occupava i ministeri della difesa, del lavoro e delle famiglie dei martiri, feriti e scomparsi. Ghwal dichiarava che l’accordo di Sqirat, che aveva portato alla nascita del governo Saraj, era morto, essendo stato imposto dagli stranieri; “Il governo di salvezza nazionale è aperto alla cooperazione con tutte le formazioni militari nel determinare l’autorità dello Stato“. L’amministrazione di Fataz Saraj è afflitta da vari problemi: stipendi non pagati, mancanza di liquidità presso le banche, gelo, inondazioni, scarsità idriche, interruzioni di corrente e comunicazione, assenza di sicurezza.

Qalifa Haftar a bordo della Kuznetsov

Qalifa Haftar a bordo della Kuznetsov

Nel frattempo sulla portaerei Admiral Kuznetsov, scortata dall’incrociatore pesante lanciamissili a propulsione nucleare Pjotr Velikij, in navigazione nel Mar Mediterraneo, giungeva il comandante della Libyan National Army, Generale Qalifa Balqasim Haftar. “A bordo della portaerei, il comandante dell’esercito nazionale libico veniva accolto dal Viceammiraglio Sokolov. Dopo un breve giro a bordo, il Generale Haftar partecipava a una videoconferenza con il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu, discutendo di questioni urgenti sulla lotta ai gruppi terroristici internazionali in Medio Oriente“. Al termine della visita, prima di rientrare a Tobruq, il comandante dell’esercito nazionale libico riceveva un carico di medicinali per i militari e i civili libici.c167-6awqakynav

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Fonti:
Colonel Cassad
Geopolitics Alert
Interfax
Libya Herald

Addio Italia, il generale libico Haftar visita la portaerei russa Admiral Kuznetsov

RussiaToday 11 gennaio 2017
L’uomo forte della Libia orientale visitava la famosa nave militare russa nel Mediterraneo, incontrando il Ministro della Difesa russo in videoconferenza.
5876457bc36188034b8b46dbSulla portaerei russa Admiral Kuznetsov, il capo della “Forze armate libiche” (NLA) Qalifa Balqasim Haftar ha discusso con il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu della lotta al terrorismo in Medio Oriente, riferiva il Ministero della Difesa russo citato dall’agenzia RIA. Lo scambio è avvenuto via videoconferenza, non essendo il ministro del governo russo a bordo della nave da guerra. Sempre presente nel Mar Mediterraneo, la portaerei Admiral Kuznetsov è salpata dalle acque siriane ai primi di gennaio, dopo averle visitate con una squadra russa dal novembre 2016, per sostenere le forze siriane nella lotta ai terroristi. L’uomo forte della Libia orientale, Qalifa Balqasim Haftar, aveva già avuto l’opportunità d’incontrare Sergej Shojgu sulla “questione degli armamenti per la Libia”, alla vigilia di un incontro con il capo della diplomazia russa Sergej Lavrov, a fine novembre 2016.

Il capo dell'”Esercito nazionale libico” concorrente al governo di Tripoli
A capo dell’ALN presente nell’est del Paese, il generale Qalifa Balqasim Haftar si oppone allo Stato islamico e anche al governo riconosciuto dalla comunità internazionale di Fayaz al-Saraj, con sede a Tripoli. Dalla caduta di Muammar Gheddafi, la Libia è completamente frammentata: ad est, il governo di Tripoli è contestato dalle truppe del generale Haftar. Ad ovest, le milizie islamiste di “Alba della Libia” controllano anche Tripoli.Libyan General Haftar leaves after meeting Russian Foreign Minister Lavrov in MoscowTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La vendetta di Gheddafi si avvicina

Tunisie Secret 12 novembre 2016

Dalla distruzione della Libia da parte del barboncino di Obama, Nicolas Sarkozy, e del cammello di Hillary, Hamad del Qatar, non ci sono più sicurezza, leggi o soldi. Un terzo dei libici, quasi 3 milioni, è rifugiato in Tunisia, Egitto, Africa ed Europa. Inoltre lo SIIL è ben consolidato in Libia, le milizie islamiste governano gran parte del Paese con terrore, saccheggio e traffico di ogni tipo. Una situazione caotica che ha favorito il ritorno in scena dei gheddafisti. Per la rivista Middle East Eye, Mathieu Galtier analizza questi sviluppi.

15170994Alla deriva da cinque anni, la Libia non ha ancora alcun modello politico permanente. Risultato, gli sconfitti di ieri rientrano nel gioco politico.
La situazione in Libia è così caotica che il neologismo “libianizzazione” prende piede. La combinazione fatale è tra balcanizzazione, divisione dello Stato in zone autonome, e somalizzazione, fallimento del governo a vantaggio delle milizie. Attualmente, il Paese ha tre governi. Negli ultimi cinque anni, la Libia ha vissuto due elezioni generali, un colpo di Stato abortito, l’arrivo dello Stato Islamico (SI) e conflitti etnici a bassa intensità. La crisi è tale che sempre più libici chiedono il ritorno della Jamahiriya (Stato delle masse) creato da Muammar Gheddafi. “Vogliamo liberare la Jamahiriya vittima del colpo di Stato della NATO”, afferma subito Franck Pucciarelli a Middle East Eye, un francese che vive in Tunisia ed è portavoce di un gruppo che riunisce i sostenitori dei comitati rivoluzionari libici e internazionali, che agisce da cinghia di trasmissione dell’ideologia di Gheddafi. Ha spiegato che i membri sono attivi dal 2012 dentro e fuori il Paese. L’organizzazione conterebbe 20000 aderenti in Libia e da 15-20000 ex-militare esiliati sarebbero pronti ad attivarsi. “Possiamo organizzare una rivolta popolare e se il caos prevarrà in Libia, sarà grazie alle nostre azioni”, dice il portavoce. Ahmad, ex-dirigente presso il Ministero degli Esteri, oggi residente in Tunisia, è più misurato. “Abbiamo approfittato dell’instabilità per tornare, ma non abbiamo fatto nulla, dice a MEE. I libici e la comunità internazionale dovranno semplicemente rendersi conto che la Libia non può che essere governata che solo con la Jamahiriya”.

Tre tipi di gheddafisti
I due uomini si concentrano sull’organizzazione politica del Paese dopo la riconquista del potere: un referendum, o plebiscito, per il ritorno della Jamahiriya con la presenza della comunità internazionale per sorvegliarlo. Uno Stato delle masse modernizzato con un Senato che rappresenti le tribù, una camera e soprattutto una costituzione, assenti con Muammar Gheddafi. Uno scenario a cui sorride Qashana Rashid, direttore del Centro del Nord Africa per lo Studio sulla Libia, che ammette una ripresa solida dell’ideologia verde (il colore della Jamahiriya): “Il ritorno del vecchio regime si comprende soprattutto grazie al fallimento della transizione post-rivoluzionaria. Ed è proprio su questo fallimento che puntano gli ideologi gheddafisti per tornare in gioco, non il genuino sostegno popolare. I gheddafisti non potranno mai tornare al potere, ma avranno un peso significativo nelle alleanze strategiche nel futuro della Libia“. Mattia Toaldo, specialista dalla Libia del Consiglio europeo sulle relazioni internazionali, distingue tre tipi di gheddafisti: i sostenitori di Sayf al-Islam, figlio prediletto di Gheddafi, trattenuto dal 2011 nella città di Zintan, nell’ovest; i sostenitori del maresciallo Qalifa Balqasim Haftar, nell’est del Paese; e gli ortodossi della Jamahiriya. Franck Pucciarelli e Ahmad sono nell’ultima categoria, la più dura. Coloro che seguono Haftar hanno approfittato dell’amnistia approvata dal parlamento di Tobruq per i responsabili dei crimini durante la rivolta del 2011. Un testo che ha lo scopo di riportare gli esuli, tra 1,5 e 3 milioni, in maggioranza gheddafisti rifugiati in Tunisia e in Egitto. Il clan di Sayf al-Islam è probabilmente meglio strutturato e riunisce alcuni ortodossi. Anche se condannato a morte il 28 luglio 2015 in contumacia, a Tripoli, Sayf al-Islam vive ancora a Zintan. Ufficialmente prigioniero delle milizie locali, ha condizioni di detenzione molto tenue: circolerebbe liberamente in città e comunicherebbe molto con l’applicativo per la telefonia via Internet Viber.

Sayf al-Islam sta meglio del fratello Sadi
Fino a poco prima oscuro, il suo futuro è stato rilanciato indirettamente dai messaggi di posta elettronica di Hillary Clinton, rivelati da Wikileaks, e dal rapporto del parlamentare Crispin Blunt. deputato conservatore, pubblicato a settembre, che ritraggono Sayf el-Islam da moderato possibilmente pronto a partecipare alla transizione democratica dopo suo padre. “Il coinvolgimento di Sayf Gheddafi avrebbe, forse, permesso a Lord Hague (ministro degli Esteri nel 2010-2014) di sostenere Mahmud Jibril e Jalil Abdul nell’attuazione della riforma in Libia senza dover sostenere i costi politici, militari ed umani del cambio di regime, ma non lo sapremo mai. Tali possibilità, tuttavia, avrebbero dovuto essere prese seriamente in considerazione, allora“, afferma il rapporto di Londra. I gheddafisti hanno buon gioco nell’evidenziare il profilo moderato ed istruito di Sayf al-Islam, laureatosi alla London School of Economics. Prevale sul fratello Sadi, imprigionato a Tripoli, divenuto religioso. I fratelli Hanibal, Muhamad e Aysha e la madre Safia esprimono silenzio dall’Oman, fin dall’ottobre 2012, dopo aver invocato dall’Algeria la contro-rivoluzione violenta, nei primi mesi dalla morte di Muammar Gheddafi. Non è questione se Sayf al-Islam prenda il potere apertamente, almeno per il momento, ma di manovrare nell’ombra per la riconfigurazione politica del Paese. Molte tribù nell’ovest temono l’avanzata di Haftar sostenuta dalle tribù orientali, a cominciare dalla gente di Zintan, anche se ufficialmente alleata del maresciallo. Ma oggi, la Tripolitania è divisa tra un gruppo islamisto e un governo di unità nazionale (GNA) debolissimo, nonostante il riconoscimento della comunità internazionale.

I gheddafisti invitati per la prima volta alle Nazioni Unite
Sayf al-Islam potrebbe essere la figura unitaria contro la Cirenaica, regione orientale della Libia, in piena avanzata grazie alle vittorie di Haftar. Sul terreno, i segnali positivi sono sempre più a vantaggio del figlio dell’ex-guida. Nel settembre 2015, il sedicente Consiglio supremo delle tribù libiche sceglieva Sayf al-Islam come legittimo rappresentante del Paese. Questo consiglio raccoglie essenzialmente le tribù fedeli a Gheddafi e non hanno peso istituzionale, ma il simbolismo è forte. Dalla primavera, Ali Qana, l’ex-capo dell’esercito nel sud con Gheddafi, lavora per la creazione di un esercito del Fizan (regione nel sud della Libia), i cui dati sono difficili da quantificare al momento. Ali Qana ha già annunciato che il suo gruppo non si affilierà a Tripoli o Tobruq, ma solo a un potere che riconoscerà la legittimità della Jamahiriya. Ad agosto, per la prima volta, l’ONU invitava dei noti gheddafisti, tra cui un ex-presidente del Congresso del Popolo (equivalente al parlamento nella Jamahiriya) per discutete sulla soluzione politica ed economica della crisi.

“Questo Paese è diventato una barzelletta”
La popolazione comincia anche a confrontare presente e passato, favorendo il passato. Nella banca Jamhoriya di Tripoli, Mahmud Abdalaziz aspetta da due ore di prendersi i 500 dinari (327 euro), permessi un paio di giorni a settimana. Le riserve valutarie sono calate da 107,6 miliardi nel 2013 a 43 miliardi a fine 2016. Sul mercato nero, il dollaro è scambiato a 5,25 dinari. “Questo Paese è diventato una barzelletta: c’è la guerra civile totale, non ci sono soldi e la migliore carriera possibile è aderire a una milizia“, denuncia Mahmud Abdalaziz a MEE, comunque grato alla rivoluzione per la libertà di critica, che sarebbe stata impossibile con Gheddafi, ammettendo tuttavia che si stava meglio prima, perché “la sicurezza è meglio della libertà”. Le milizie più rivoluzionarie di Tripoli hanno capito il pericolo di permettere che questa nostalgia dilaghi. A giugno uccisero a Tripoli dodici lealisti libici che avevano appena terminato la detenzione per crimini commessi nel 2011.14572990Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora