Libia, guerra ‘civile’ petrolifera

Alessandro Lattanzio 7/1/20156391178467_e323e94fc7_bL’inviato speciale del Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, Emrullah Isler, incontrava il 25 ottobre il presidente del Parlamento Ayla Salah Isa, a Tobruq, ma poi si recava a Misurata, sede della fazione islamista Fajr al-Libya (Alba Libica) e a Tripoli ad incontrare il primo ministro islamista Umar al-Hasi. Emrullah Isler era il primo rappresentante di un Stato estero ad incontrare ufficialmente il capo del governo islamista libico, opposto al governo ufficiale di Abdallah al-Thani. Nel corso della visita Isler annunciava il ristabilimento dei collegamenti aerei regolari tra Istanbul e Misurata. Nel frattempo, 2 aerei da trasporto turchi erano atterrati a Misurata, il 24 e 25 ottobre, carichi di armi e munizioni per le milizie islamiste in lotta contro le forze del governo di Tobruq. Il 13 novembre 2014 venivano fatte esplodere due autobombe davanti le ambasciate di Egitto e EAU a Tripoli. In Libia, da metà giugno 2014, si sono avuti oltre 500 omicidi, tra cui quello del colonnello Aqila Ibrahim, capo dei servizi segreti, nominato nel marzo 2012 dal Consiglio nazionale di transizione. Aqila Ibrahim aveva deciso di rivelare una cospirazione islamista che coinvolgeva milizie, militari, poliziotti e servizi segreti turchi e qatarioti per trasformare la Libia in una base per i terroristi islamisti dell'”Esercito libero di Egitto”. In effetti, Sayfallah bin Hasin (Abu Iyadh), capo di Ansar al-Sharia, assieme ad altri cinque terroristi, tra cui l’iracheno Abu Nabil al-Ambari rappresentante del SIIL a Derna, sarebbe fuggito su una nave maltese diretta a Creta, dove un aereo qatariota li avrebbe poi trasportati a Mosul. Da oltre due settimane lo “Stato islamico” di Derna subiva gli attacchi da parte delle truppe di Qalifa Haftar. Nonostante l’arrivo a Derna di una nave carica di armi noleggiata dal Qatar, i jihadisti di Fajr al-Libya e circa 1000 terroristi del SIIL, hanno subitno gravi perdite nelle operazioni condotte dall’esercito di Haftar. A Sabrata gli islamisti subivano ancora diverse perdite da parte delle truppe di Haftar, come anche gli islamisti tunisini radunatisi in Libia, a Ben Gardan e a Madinin, al comando di Muqhtar Belmuqtar. Sayfallah bin Hasin, alias Abu Iyadh, ex-membro del partito islamico tunisino al-Nahda, stava scontando una condanna di 43 anni per omicidio. Nel marzo 2011 fu liberato da Farhat Rajhi, ministro degli Interni tunisino, su pressione delle ONG teleguidate da Washington. Quindi Sayfallah bin Hasin creò l’organizzazione jihadista Ansar al-Sharia con il supporto di al-Nahda. Nell’ottobre 2014, il fratello di Sayfallah, Hafadh bin Hasin, fu arrestato assieme a una dozzina di altri terroristi, per aver pianificato un attentato con un’autobomba.
Dal 4 al 6 dicembre le forze di Qalifa Haftar bombardarono i terroristi del Fajr al-Libya e, appoggiate dalle forze speciali algerine, scacciarono i terroristi dalle loro basi a Ras Jadir, Buqamash, Tuyrat al-Ghazala, Zuara, Bir al-Ghanam, Bengasi, Derna e Sabrata. Il 4 dicembre 2014 la rivista Maghreb Confidential riferiva di un incontro segreto ad Algeri tra due capi libici, Ali Salabi, capo spirituale della coalizione islamista Fajr al-Libiya, e Mahmud Jibril, leader della cosiddetta Alleanza delle forze nazionali (NFA) che supporta il governo di Tobruq. Mahmud Jibril è anche uno dei capi dei warfala, uno dei più grandi e influenti gruppi tribali della Tripolitania, ancora neutrali nel confronto armato in Libia. L’Algeria cercava di prendere l’iniziativa nel risolvere la crisi in Libia, mentre Cairo vedeva nella riunione ad Algeri il tentativo di neutralizzare l’operazione al-Qarama, guidata da Haftar, volta ad eliminare i terroristi in Libia. Gli egiziani, quindi, si dichiaravano pronti a permettere ad Ahmad Gheddafi al-Dam, il leader dei gheddafiani, a condurre negoziati con gli islamisti. Il 7 dicembre 2014, il giornale Asharq al-Awsat affermava che il governo di Tobruq intendeva nominare Qalifa Belqasim Haftar comandante delle forze armate libiche. A quanto pare era la risposta di Cairo alla riunione segreta di Algeri.
Il 27 dicembre, a Sidra venivano incendiati 5 serbatoi di petrolio, colpiti dalle milizie islamiste di Fajr al-Libiya, secondo un tecnico della al-Waha Oil Company. Sidra si trova sulla costa libica, a 180 chilometri ad est di Sirte. Il tecnico affermava che ognuno dei 19 serbatoi presenti a Sidra aveva una capacità di oltre 326000 barili. Difatti, i pozzi di petrolio tra Bengasi e Sirte erano il nuovo teatro degli scontri tra l’esercito di Haftar e gli islamisti di Fajir al-Libiya. Entrambe le fazioni vogliono prendere il controllo dei giacimenti, anche a costo di distruggerne gli impianti. Secondo il quotidiano al-Akhbar diplomatici statunitensi e inglesi avrebbero detto esplicitamente alle parti in conflitto che chi controlla i pozzi di petrolio e i terminali avrà il riconoscimento internazionale come governo libico. Mentre l’occidente sosterrà chi gli dimostrerà maggiore fedeltà, sarebbe iniziata la spartizione delle risorse petrolifere libiche, con la ricomparsa della Francia. Negli ultimi mesi sono esplosi i combattimenti tra le tribù tabu al confine con il Ciad, e i tuareg o amazigh che abitano nel sud della Libia, Algeria, Niger e Mali. La Francia aveva inviato rinforzi in Niger e Ciad, dove ha ristrutturato la vecchia base militare di Madama, a 100 km dalla Libia, e spinge il presidente ciadiano ad inviare forze in Libia per combattere assieme ai tabu contro i tuareg. Il ministro della Difesa francese Le Drian aveva visitato Niger e Ciad, invocando l’intervento internazionale contro il terrorismo in Libia. Difatti, la regione Ubari, patria dei tuareg, galleggia su un mare di petrolio. La regione ha molti pozzi di petrolio che il regime di Gheddafi chiuse preservandoli per le generazioni future, oltre anche ad enormi giacimenti di petrolio inesplorati; mentre i monti del Tibesti, terra dei tabu, al confine tra Libia e Ciad, ospitano migliaia di tonnellate di oro e uranio. Se la Francia intervenisse nel sud della Libia, aizzerebbe ancora la disputa Libia-Ciad sulla striscia di Aozou, ricca di uranio, permettendole d’insediarvisi ancora una volta. Riguardo l’Italia, con il precedente regime e grazie alle cordiali relazioni tra il primo ministro Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi, il gigante petrolifero ENI gestiva oltre il 35 per cento della produzione di petrolio libico, ricavandovi circa il 32 per cento del fabbisogno nazionale italiano. “L’Italia accetta di lasciare una zona in cui ha avuto una notevole influenza storica?
A fine dicembre 2014, la banca centrale libica avvertiva che stava esaurendo le riserve in valuta estera. A giugno 2014, aveva riserve per 109 miliardi di dollari. Nel frattempo, il portavoce del parlamento islamista di Tripoli, Umar Humaydan, dichiarava, “Ci sarà il rigoroso perseguimento di politiche di austerità. Chiediamo ai libici di essere pazienti e di sopportare le circostanze attuali“. Va ricordato che la metà delle attività estere della banca centrale libica è costituita da partecipazioni in banche italiane o del Bahrayn, obbligazioni e depositi in franchi CFA, la moneta coloniale francese dell’Africa occidentale. In Libia i servizi di base e i ministeri non funzionano più, come ad esempio l’operatore pubblico della telefonia cellulare al-Madar, mentre i black-out sono regolari per mancanza di manutenzione o carenza di pezzi di ricambio per riparare le strutture danneggiate nei combattimenti. Negli ospedali di Bengasi i pazienti devono portarsi i farmaci o farsi visitare in laboratori privati. “C’è grave carenza di farmaci. Non abbiamo un budget dal ministero della salute“, aveva detto il portavoce del più grande ospedale di Bengasi. Anche la benzina scarseggia e le persone fanno la coda per il pane. Le importazioni sono ferme da due mesi. Non vi è neanche il denaro per ricostruire infrastrutture come aeroporti e impianti petroliferi, che costerebbe 38 miliardi di dollari. Inoltre, secondo l’analista di IHS Richard Cochrane, “L’occidente è distratto da Siria e Iraq, ma probabilmente la Libia è la maggiore minaccia. I jihadisti, dello stesso stampo dello Stato islamico, si consolidano e avanzano. Non c’è nulla che fermi i combattenti che usano la Libia come via per arrivare in Europa. Si tratta di un campo di addestramento proprio sulla porta d’ingresso dell’Europa“. I diplomatici occidentali fanno freneticamente la spola tra il governo di Tobruq e gli islamisti a Tripoli, finora invano. Paesi confinanti come Niger e Ciad, anche su istigazione di Parigi, avevano chiesto l’intervento militare per arginare l’avanzata dei jihadisti, ma la NATO ha esaurito le risorse, “Un’operazione NATO? Non è che un sogno”, dichiarava una fonte del governo francese, smentendo così il ministro Le Drian, “Non abbiamo intenzione di ricominciare con l’idea che si possa far cadere alcune bombe per portare democrazia e unità nazionale“. Infatti, una forza d’intervento dovrebbe essere massiccia per avere un qualche effetto sul caos in Libia. “Qualsiasi forza di pace senza una piena potenza sarebbe molto vulnerabile“, afferma Cochrane. “Sarebbe bloccata nei compound e ripetutamente colpita da IED (dispositivi esplosivi improvvisati) fiaccandone il morale“. Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si oppongono le milizie islamiste, braccio militare dei Fratelli musulmani che cercano di sradicare nei loro Paesi, mentre Qatar e Turchia li sostengono. “Le potenze regionali istigano, piuttosto che mediare, rifornendoli di armi“. Secondo Geoff Porter, responsabile della North Africa Risk Consultancy,Ci sono due possibili scenari per una soluzione politica. Uno è che i libici accettino una sorta di federalismo, condivisione di potere e risorse. Ma l’altro è un nuovo uomo forte che s’imponga sulle varie tribù e fazioni in guerra, che governi più o meno come Gheddafi“.
Nel frattempo, il governo di Tobruq, vieta l’ingresso di palestinesi, sudanesi e siriani in Libia perché ne sospetta l’appartenenza a gruppi terroristici attivi in quei Paesi. Umar al-Sanqi, ministro degli interni della Libia, basa tale decisione sull’esame accurato di tali cittadini. Inoltre, il ministero avrebbe richiesto ai cittadini maltesi di ricevere il nulla osta di sicurezza prima di entrare in Libia, perché si sospetta che alcuni di loro aiutino le milizie islamiste in Libia. Va ricordato, infatti, che in Siria, sarebbero presenti, secondo fonti del controterrorismo, 1200 terroristi provenienti dalla Francia, 550 dalla Germania, 500 dal Regno Unito, 440 dalla Georgia, 210 dal Belgio, 164 dall’Austria, 123 dall’Olanda, 90 dall’Albania, 90 dalla Svezia, 70 dalla Spagna, 53 dall’Italia; 28 dalla Norvegia, 27 dalla Svizzera e 6 dal Portogallo. In Spagna, ad esempio, nell’operazione Javer, del maggio 2014, polizia e Guardia Civil dissolsero una cellula dedita al reclutamento e addestramento di jihadisti da inviare in Mali, tra cui 6 militari e un poliziotto spagnoli. Secondo le forze di polizia europee, sarebbero rientrati in Europa circa 500 jihadisti. “L’influenza che questi rimpatriati esercitano nelle rispettive comunità può accelerare radicalizzazione e reclutamento di alcuni membri, aumentando in modo esponenziale il rischio di attentati”.

democraciaenlibiaFonti:
al-Akhbar
el Pais
Haaretz
New Eastern Outlook
Marianne
Modern Tokyo Times
Relief
Reuters
Sputnik
Tunisie Secret
Tunisie Secret
VIP

Libia: i partigiani di Gheddafi contrattaccano

Joan Tilouine e Youssef Ait Akdim Jeune Afrique 28/10/ 2014

Tre anni dopo la tragica fine della “Guida” della Libia, Muammar Gheddafi, l’inversione delle alleanze avviene discretamente con il ritorno in sella di frange di sostenitori del vecchio regime, in nome della guerra al terrorismo.

Ahmad Gheddafi al-Dam

Ahmad Gheddafi al-Dam

Era meglio prima“, sono soliti lamentarsi i nostalgici della ex-Jamahiriya che avvertirono, nel 2011, contro l’idra islamista e gli appetiti delle potenze imperialiste. Compiacendosi di aver previsto il disordine attuale, ma leggendo il futuro dal retrovisore: dopo la rivoluzione che ha portato violenza e distruzione, si torna indietro. Concludendo, come un editorialista del quotidiano francese Le Monde, “molti libici dicono di rimpiangere i tempi di Muammar Gheddafi“, non ce che un passo pericoloso da compiere. Alcuni di coloro schierati con il regime nel 2011, prima di essere costretti all’esilio in particolare in Tunisia ed Egitto, sono meno discreti e si presentano alleati oggettivi del campo nazionalista contro gli islamisti. Gli eredi orgogliosi del nazionalismo di Umar al-Muqtar, l’eroe della resistenza agli occupanti italiani, di fatto recuperano i vecchi sostenitori di Gheddafi, soprattutto quando si presentano come patrioti onesti che non hanno sparso sangue o sperperato denaro pubblico. La riconciliazione di circostanza obbedisce alla situazione delle forze di sicurezza dello Stato libico fallito e al rifiuto quasi unanime di un nuovo intervento militare straniero.

Anti-gheddafisti contro islamisti
Abbiamo usato gli azlim (appellativo dispregiativo dei sostenitori del vecchio regime) come spaventapasseri dal 2011. Difatti, la minaccia alla sicurezza proviene ancora dagli islamisti e dai loro sostenitori stranieri“, ha detto un alto ufficiale dell’esercito libico. Dietro il fronte di ex-ufficiali di polizia e dell’esercito contro il terrorismo jihadista, si avvia senza problemi un rovesciamento di alleanze: ieri rivoluzionari ed islamisti (tra cui veterani dell’Afghanistan) contro la dittatura; oggi nazionalisti del vecchio regime e nemici di Gheddafi contro gli islamisti. Non c’è da stupirsi che dicano si sentirsi traditi e di “difendere gli obiettivi della rivoluzione del 17 febbraio“. Nel quadro di tale crociata i sostenitori di Gheddafi si alleano discretamente, date le circostanze, al debole blocco anti-islamista politico-militare allineato alle autorità legittime di Tobruq. Nel contesto della guerra, le alleanze politiche e tribali si riaffermano e i gheddafisti riattivano le loro reti. Finora in agguato nell’ombra, ma ben organizzati, i “Verdi” hanno continuato a seguire gli sviluppi in Libia dall’interno, attraverso i loro informatori e sostenitori, in particolare nei ministeri e nell’esercito. Alle grandi figure del vecchio regime, la vittoria dei “non-islamisti” alle legislative dello scorso giugno offre la possibilità di essere utili. Alcuni gheddafisti si sono schierati con il governo di Tobruq (parlamento, governo, esercito) riconosciuto dalla comunità internazionale, ma contestato e contrastato dalla coalizione islamista Fajr Libia.

I sostenitori di Gheddafi in primo piano
Tre anni dopo la tragica fine, il 20 ottobre 2011, della “Guida” alla periferia di Sirte, sua città natale, i sostenitori di Gheddafi ricompaiono sulla scena. Se i figli del colonnello sono stati neutralizzati, caduti combattendo come Muatasim e Qamis, o detenuti a Zintan e a Tripoli come Sayf al-Islam e Sadi, altre figure dell’ex-Jamahiriya alimentano la fiamma verde. Il cugino di Muammar Gheddafi, trasferitosi a Cairo, Ahmad Gheddafi al-Dam, ha ottenuto l’improvvisa revoca del congelamento dei beni da parte della Corte di giustizia dell’Unione europea (UE). Influente e colorito, s’è assicurato i servizi, tra gli altri, dell’avvocato Hervé de Charette, ex-ministro degli esteri francese. I gheddafisti diffidano vedendolo venire sgravato dal congelamento dei beni, in quanto “decisione molto politica”. Ma tutti sono convinti che con la sua fortuna, stimata in diversi miliardi, Gheddafi al-Dam aiuterà le forze di sicurezza, ora senza un soldo, a procurarsi le armi e contribuire attivamente alla lotta al terrorismo. L’ex-coordinatore dei rapporti con l’Egitto, ha detto alla BBC araba: “Il mondo ricorderà a lungo Gheddafi e i libici scopriranno che si sono sbagliati su di lui“. Vero o falso, a pochi giorni dal terzo anniversario del 20 ottobre 2011, il quotidiano iracheno al-Zaman indicava le parole impetuose della figlia di Gheddafi, Aysha, dove su facebook ha detto di essere stata “rapita con i figli e la madre” a Muscat, nel sultanato dell’Oman. Non lontano, a Doha, Musa Qusa, ex-capo dei servizi segreti, riceve visite regolari, ma non ispira fiducia ai sostenitori di Gheddafi. (E’ difatti un traditore. NdT) Da Johannesburg, l’ex-Capo di Stato Maggiore della “Guida”, Bashir Salah, s’é appellato alla corte della UE per la revoca del congelamento dei beni, nella speranza che il caso di Gheddafi al-Dam costituisca un precedente. Salah si riunisce regolarmente e attivamente con, tra gli altri, ufficiali di Zintan che supporta. Con le sue capacità relazionali in Africa e Parigi, questo francofono emerge quale interlocutore credibile con i governi occidentali. Così, alla fine di settembre, ha ripreso i colloqui con i suoi “contatti” francesi, cercando di organizzare la migliore accoglienza a Maliqita Othman, capo della potente milizia zintana Qaqa, in visita a Parigi il 1° ottobre. Ricevuto al ministero della difesa, quest’ultimo ha chiesto il sostegno militare e attacchi aerei mirati dai francesi. Per tale signore della guerra filo-governativo, nessuna collaborazione con i gheddafisti dalle “mani insanguinate”, ma ammette di essere disposto a dare un ruolo a Sayf al-Islam, sottoposto a mandato d’arresto dalla Corte penale internazionale (ICC) per “crimini contro l’umanità”.

Sayf al-Islam agli arresti domiciliari
Dal suo arresto nel sud della Libia, il 19 novembre 2011, Sayf al-Islam è detenuto, o meglio agli arresti domiciliari o protetti, a Zintan. Gli ufficiali zintani lo consultano regolarmente sapendo che conosce la complessità dell’organigramma islamista libico. Anche i capi tribù a lui fedeli, a cominciare dai warshafana sotto il tiro della Fajr Libia, che vogliono “sradicarli”. Indeboliti dalla sconfitta militare a Tripoli, mancanza di munizioni e divisioni tra politici e militari, i zintani sanno di essere vulnerabili. Alcuni di loro cercano di approfittare del bottino di guerra Sayf al-Islam, ambito dalla Fajr Libia. “Una controrivoluzione è in corso contro gli islamisti“, ha detto un vicino ai zintani. E i sostenitori di Gheddafi sono indispensabili per via delle loro reti ed esperienza riguardo amministrazione e militari, per non parlare della loro forza finanziaria per ricostruire e dirigere l’apparato statale. Ma ciò che sembra un’alleanza per alcuni è denunciata come tradimento dei valori della rivoluzione da altri.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

libya-administrative-mapIl 24 settembre, a Tripoli esplodeva la rivolta contro gli islamisti, mentre almeno sei attacchi aerei centravano le postazioni degli islamisti di Fajr Libia (Alba della Libia) nel sud della capitale. Molti islamisti furono eliminati assieme a diversi blindati. Il primo ministro Abdullah Abdurahman al-Thani, da Tobruq, invocava la sollevazione “in risposta all’appello dei residenti di Tripoli per liberarli dai militanti”. In precedenza, il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian aveva invocato l’intervento francese in Libia, sostenendo che sia diventata la “base dei terroristi. Oggi suono l’allarme sulla gravità della situazione in Libia. Il sud è una sorta di hub per i gruppi terroristici che vengono riforniti anche di armi e si riorganizzano. Nel nord, i centri politici ed economici del Paese ormai rischiano di cadere sotto il controllo jihadista… Dobbiamo agire in Libia e mobilitare la comunità internazionale“. Aveva detto che le truppe francesi dispiegate in Mali dovevano trasferirsi in Libia attraverso l’Algeria. “Questo avverrà in accordo con gli algerini, principali attori della regione“. “Le milizie islamiste occupavano Tripoli da fine agosto, e il governo in esilio ‘legittimo’, era a 1200 km di distanza, a Tobruq, da cui non governa nulla, le ambasciate occidentali sono state sgombrate e il sud del Paese è rifugio dei terroristi e le coste centro del traffico dei migranti. Il tutto avviene in un contesto di rapimenti, omicidi e torture, completando il quadro di uno Stato in via di estinzione”, scriveva Le Figaro, il quotidiano finanziato dall’industria bellica francese.
Nel frattempo, l’Egitto salutava la formazione del nuovo governo libico guidato da Abdullah al-Thini, sottolineando l’intenzione di collaborare con il nuovo governo. “La formazione del governo libico è un passo positivo verso il raggiungimento della stabilità politica e il ripristino di pace e sicurezza nel Paese“, dichiarava il portavoce del ministero degli Esteri egiziano Badr Abd al-Aty. Il ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqri aveva dichiarato che gli egiziani era interessati ad unificare le istituzioni libiche per avviare il dialogo nazionale. Cairo aveva organizzato una conferenza sulla Libia il 25 agosto, con rappresentanti di Egitto, Algeria, Tunisia, Sudan, Ciad e Niger, raggiungendo un accordo di cessate il fuoco tra i gruppi in conflitto, la stesura di una nuova costituzione, l’avvio del dialogo e il riconoscimento della legittimità del nuovo Parlamento libico. Aqila Salah Isa, presidente della Camera dei rappresentanti libica, dichiarava: “Questo non sarebbe accaduto se la comunità internazionale avesse preso la situazione in Libia sul serio“, chiedendo l’invio di armi e aiuti per ripristinare la sicurezza e ricostruire le istituzioni. “Il terrorismo e l’estremismo… ora formano un ampio fronte che si estende dall’Iraq all’Algeria” e l’inazione lascerà la comunità internazionale di fronte agli effetti di un’ulteriore espansione in Nord Africa e Sahel. La mancata fornitura di armi e addestramento all’esercito libico, nella guerra al terrorismo, è nell’interesse dell’estremismo“. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, a fine agosto, aveva approvato una risoluzione che irrigidisce l’embargo internazionale sulle armi alla Libia. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov dichiarava a sua volta, “A proposito, parlando di armi chimiche, ci piacerebbe avere informazioni reali sullo stato dell’arsenale chimico in Libia. Sappiamo che i nostri colleghi della NATO, dopo aver mutilato il Paese in violazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, preferiscono non toccare il caos che hanno creato, ma la questione dell’arsenale chimico libico, privo di controllo, è troppo seria per chiudervi un occhio“.
Il 5 ottobre 2014, a Derna sfilava il gruppo islamista al-Galuo, composto da terroristi di ritorno da Siria e Iraq, che si preparavano alla nomina a capo dell’emirato islamico di Derna di uno yemenita. Nel frattempo il presidente egiziano al-Sisi incontrava il premier libico Abdullah al-Thini per discutere delle relazioni bilaterali e degli sforzi dell’Egitto per aiutare il governo libico a sradicare le organizzazioni terroristiche in Libia e renderne sicuri i confini. Il 14 ottobre, aerei libici decollati dall’Egitto avviavano un’operazione in appoggio alle truppe di Qalifa Haftar a Bengasi, eliminando almeno 12 terroristi di Ansar al-Sharia.
In Libia esistono due ‘parlamenti’ e due ‘governi’. Quello di Tobruq guidato dal premier al-Thani e riconosciuto dalle Nazioni Unite, e quello di Tripoli del ricostituito Congresso Nazionale Generale (CNG) guidato dal premier islamista al-Hasi. Tripoli è sostenuta da Qatar, Turchia e Sudan; Tobruq è sostenuta da Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Nella seconda metà di ottobre, nella base aerea di Mitiga, controllata dagli islamisti della coalizione Fajr Libya, formata da milizie di Misurata, berberi ed islamisti radicali della Tripolitania, erano atterrati almeno 3 aerei da trasporto qatarioti carichi di rifornimenti militari. Quindi, le forze islamiche avviavano un’offensiva contro Zintan, sul Jabal Nafusa, al confine tunisino. In risposta, velivoli libici bombardavano la base islamista di Gharyan, 120 chilometri a sud-ovest di Tripoli, e veniva avviata una controffensiva sui villaggi Qaqla e al-Qala. A Bengasi le forze di Haftar riconquistavano diverse zone, con la controffensiva della 204° Brigata corazzata appoggiata da velivoli, riprendendo il controllo del quartiere Ras Ubayda e della base della Brigata Martiri del 17 Febbraio, nel quartiere Fuwayhat. Di contro, il Consiglio della Shura dei Rivoluzionari di Bengasi, formata da Ansar al-Sharia, Majlis al-Shura, Brigata Martiri del 17 Febbraio, Scudo della Libia e Liwa Rafallah al-Sahati, scatenavano una serie di attentati suicidi uccidendo oltre 80 persone, tra cui 9 soldati morti nell’attentato contro la casa del generale Haftar, nel quartiere Zaytun. Inoltre gli islamisti attaccavano la base della 204° Brigata, la collina al-Rahma e l’aeroporto di Benina, base principale di Haftar.

photo_1372271056869-1-0Note:
al-Masdar
Global Research
ITAR-TASS
Nsnbc
Nsnbc
RIAN
RID
RussiaToday
Wsws
Zerohedge

Gli USA fuggono dalla Libia

MK Bhadrakumar, 27 luglio 2014

13-modi-smileLa chiusura dell’ambasciata statunitense in Libia avviene probabilmente in ritardo, da quando tale Paese è disceso nell’anarchia. La ruota ha girato completamente dall’invasione occidentale della Libia, tre anni fa, sotto la bandiera della NATO a sostegno dell’agenda del ‘cambio di regime’. Da ovunque si veda, il defunto dittatore libico Muammar Gheddafi deve guardare con gioia gli europei e gli statunitensi che l’hanno braccato ora fuggire in preda al panico, temendo la prospettiva del massacro e della morte improvvisa, mentre la NATO non può più essere di alcuna utilità. In ogni caso, la NATO ha le mani occupate, impegnata nella mobilitazione nel Mar Nero e negli Stati baltici. Ma nella valanga mediatica sull’evacuazione degli statunitensi da Tripoli, ciò che attrae e costringe a pensare è il chiaro servizio di ABC News che spiega dall’interno come l’evacuazione ha avuto effettivamente luogo. Certo, non dal tetto dell’ambasciata statunitense a Tripoli in elicottero, ma comunque con assai alta drammaticità e dispiegamento di aerei da combattimento F-16, droni,  cacciatorpediniere e forza di reazione rapida. Non si sa se ridere o piangere in questi momenti dai sentimenti contrastanti. Certamente il servizio di ABC non trasmette un’immagine elegante della superpotenza in ritirata. Certo, tale spettacolo ferirà politicamente il presidente Barack Obama  divenendo bersaglio della politica mondiale, in particolare nella sicurezza internazionale. Non sorprende che Obama, o il suo vice Joe Biden, non si siano visti o sentiti e che il segretario di Stato John Kerry sia rimasto con la scatola dei vermi. Forse è una decisione prudente dalla Casa Bianca, attentamente presa. E Kerry si spertica annunciando che non ci sarà una ritirata “permanente” dalla Libia. Di certo, non sarà una ritirata permanente. Ovunque ci sia petrolio nella sabbia del Medio Oriente, ci saranno gli USA. Ma il vero sofisma è altrove, nella rivendicazione di Kerry che gli statunitensi in quanto tali non sono obiettivo della milizia libica scatenata. Ora, ciò è una mera bugia, dimentica l’uccisione grottesca dell’ambasciatore Christopher Stevens nel 2012, nell’attacco a Bengasi alla stazione CIA da parte degli assassini che aveva addestrato ad uccidere?
In realtà, l’amministrazione Obama si assicura che l’attacco di Bengasi, che tormenta ancora il futuro politico di Hillary Clinton e a oscura l’attesa avanzata di Susan Rice nel gabinetto di Obama al momento, non si ripeta. In teoria, la Libia potrebbe riapparire sulla via alle elezioni presidenziali del 2016 negli Stati Uniti. Ma poi, sarà più roba da polemiche e protagonismi dei politici statunitensi. La grande domanda è perché le esperienze brucianti in Iraq, Libia e Afghanistan non convincono a un ripensamento all’ABC delle politiche regionali che sostengono l’ordine del giorno degli Stati Uniti del cambio di regime nei Paesi stranieri. Gli Stati Uniti dovrebbero avere una seria introspezione. La Siria è stata distrutta e presto potrebbe essere la volta dell’Ucraina, e in entrambi i casi è l’interferenza degli Stati Uniti in tali Paesi, in bilico tra delicate dinamiche interne, per freddi calcoli geopolitici e interessi personali, anche se camuffati da altro, a suscitare rivolte sanguinose. La Libia diventa particolarmente importante, perché gli islamisti pregustano la vittoria e sono potenzialmente parte del piano del califfato globale. Non sarà il sangue degli occidentali ad arrossare le sabbie libiche, ma sangue umano comunque, e il grido della ‘jihad’ in Libia risuonerà in tutto il Medio Oriente, e oltre. Basti dire che le politiche occidentali sono terreno fertile per il ‘jihadismo’ di oggi. Ovunque gli statunitensi vadano nel mondo musulmano a stabilire la loro egemonia, sono seguiti dai ‘jihadisti’. Il punto è, i demoni che USA-NATO hanno scatenato in Libia distruggendo il regime di Gheddafi, punteranno agli statunitensi, ora. E’ il tipico replay di Afghanistan e Iraq. Una seconda questione riguarda il ruolo della NATO come organizzazione della sicurezza globale, che Washington promuove. L’alleanza occidentale era euforico per la ‘vittoria’ in Libia nel 2011. Ed il modo in cui la NATO ha gestito la guerra l’ha proiettata quale “nuovo modello” (qui). Col senno del poi, la NATO ha così tanto sangue sulle mani che gli utili propagandati restano assai discutibili, per non dire altro. Mentre la NATO si prepara al vertice di settembre in Galles, la Libia si presenta come un ‘stimolante’ ripensamento per gli statisti occidentali sul futuro dell’alleanza. Ma possono far fronte a una sfida morale quanto intellettuale?
Tuttavia, una domanda molto più grande si pone. La ritirata diplomatica statunitense dalla Libia è  estremamente simbolica. Presenta l’immagine di una superpotenza allo sbando, ritirandosi tra paura e trepidazione. Certo, i taliban non dovranno guardare lontano per sapere cosa fare se sul serio scacceranno le basi militari statunitensi dal loro Paese, semplicemente lanciare uno o due razzi nel compound dell’ambasciata statunitense a Kabul. Inoltre, tale spettacolo indecoroso dai deserti libici dove uomini e donne di Obama battono in ritirata, non aiuterà il perno in Asia degli Stati Uniti ad essere una convincente strategia agli occhi scettici dei Paesi dell’Asia-Pacifico. Pregate, perché dovrebbe mai il primo ministro indiano Narendra Modi prendere sul serio l’invito sontuoso, esteso al suo governo la scorsa settimana, dal vicesegretario di Stato degli Stati Uniti Nisha Desai Biswal. di far svolgere all’India un “ruolo vitale” nel riequilibrio in Asia dell’amministrazione di Obama; o anche prendere sul serio ciò che ha lodato retoricamente come “scommessa strategica sul ruolo conseguente dei 4,3 miliardi di asiatici nel 21° secolo” di Washington? (qui). La cosa ottima dal punto di vista indiano, è che la ritirata libica dell’amministrazione Obama avviene pochi giorni prima del dialogo strategico USA-India a Delhi. Non può sfuggire ai politici di Delhi che l’autonomia strategica dell’India e la sua capacità di seguire un corso indipendente nel mondo contemporaneo, mantenendo le proprie priorità di sviluppo nazionali in piena prospettiva, non sia più una discutibile politica estera ideale, ma un’attuale necessità impellente.

1235444
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La distruzione della Libia, un avvertimento per Egitto, Siria ed Ucraina

Tony Cartalucci New Oriental Outlook 27/07/2014libyaL’articolo di RT, “Con il 90% degli aerei distrutti nell’aeroporto di Tripoli, la Libia può chiedere l’assistenza internazionale“, riferisce che: “La Libia valuta il dispiegamento di una forza internazionale per ristabilire la sicurezza, tra l’ondata di violenze a Tripoli che ha visto decine di razzi distruggere la maggior parte della flotta aerea civile nel suo aeroporto internazionale. “Il governo esamina la possibilità di un appello alle forze internazionali per ristabilire la sicurezza sul terreno e aiutare il governo ad imporre la sua autorità”, ha dichiarato il portavoce del governo, Ahmad Lamin”. Il “domani democratico” promesso dalla NATO nel 2011 s’è realizzato, sotto forma di brogli elettorali prevedibilmente da nessuno accettati, lasciando un vuoto di potere che chiaramente sarà risolto con conflitti armati sempre più violenti. Forse la cosa più ironica di tutte è che tali conflitti sono intrapresi dai vari fantocci armati che la NATO ha usato per la guerra  terrestre, mentre bombardava la Libia per quasi tutto il 2011.

Cannibalismo tra fantocci della NATO
Nel maggio 2014, i combattimenti nella città di Bengasi lasciarono decine di morti, e ancor più feriti e abitanti in fuga per salvarsi la vita, mentre ciò che i media occidentali chiamano “generale rinnegato” guida la guerra ai “militanti islamici” nella città. Reuters nel suo articolo, “Famiglie evacuano Bengasi mentre il generale rinnegato promette nuovi attacchi“, afferma: “L’autoproclamato esercito nazionale libico guidato da un generale rinnegato, ha detto ai civili di lasciare Bengasi prima di lanciare un nuovo attacco agli islamisti, il giorno dopo che decine di persone sono state uccise nei peggiori scontri da mesi”. Il generale rinnegato Qalifa Haftar (talvolta scritto Hiftar), che viveva negli Stati Uniti, presso Langley in Virginia, da anni a libri paga della CIA fino al suo ritorno in Libia nel 2011, per guidare le forze di terra nell’invasione per procura della NATO. Business Insider riferiva nel suo articolo del 2011 “Il generale Qalifa Hiftar è un uomo della CIA in Libia?“, che: “Fin dal suo arrivo negli Stati Uniti nei primi anni ’90, Hiftar viveva in Virginia, presso Washington, DC. Badr ha detto che era incerto su cosa esattamente facesse Hiftar per sostenersi, e che si concentrava principalmente su come aiutare la sua numerosa famiglia. Così un ex-generale di Gheddafi, passato agli Stati Uniti, metteva radici in Virginia, presso Washington DC, dove in qualche modo manteneva la famiglia ingannando un collega che lo conosce da sempre. Hmm. La probabilità che Hiftar sia coinvolto in una qualche attività è piuttosto elevata. Proprio come figure quali Ahmad Chalabi, coltivato per l’Iraq post-Sadam, Hiftar può aver giocato un ruolo simile mentre l’intelligence statunitense lo preparava per una svolta in Libia”. L’ironia è che molti dei settari che Haftar combatte a Bengasi sono gli stessi che Muammar Gheddafi ha combattuto per decenni da leader della Libia, gli stessi militanti che la NATO ha armato e spalleggiato a fianco di Haftar per rovesciare Gheddafi nel 2011. Sulla sua campagna a Bengasi, Haftar ha affermato che continuerà fino a quando “Bengasi sarà ripulita dai terroristi“, e “abbiamo iniziato questa battaglia e la continueremo fino a quando raggiungeremo i nostri obiettivi. La piazza e il popolo libici sono con noi“. I sentimenti di Haftar fanno eco a quelli di Muammar Gheddafi nel 2011, solo che allora i media occidentali negarono l’esistenza dei terroristi presenti a Bengasi da decenni, e ritraevano le operazioni di Tripoli come un “massacro” di “pacifici manifestanti pro-democrazia“.

La NATO distrugge la Libia
Le atrocità citate dalla NATO per avviare l'”intervento umanitario” in Libia, in primo luogo, iniziarono immediatamente per mano delle stesse forze NATO e dei suoi fantocci. Intere città furono circondate, affamate e bombardate fino a quando non capitolarono. In altre città, intere popolazioni furono sterminate, sfrattate e respinte oltre i confini della Libia. La città di Tawarga, la patria di circa 10000 libici fu totalmente sradicata, indicata dal London Telegraph come “città fantasma“.
Dalla caduta di Tripoli, Sirte e altre città libiche che resistettero all’invasione per procura della NATO, ritornò in Libia scarsa stabilità di fondo, per non parlare della “rivoluzione democratica” promessa dalla NATO e dai suoi collaboratori. Il governo di Tripoli rimane nel caos, le sue forze di sicurezza sono divise e ora una “canaglia” della CIA guida una grande operazione militare contro Bengasi, usando anche aerei da guerra apparentemente senza l’approvazione di Tripoli. Anni dopo la conclusione della “rivoluzione”, la Libia resta un Paese sciancato che regredisce. I molti successi del governo di Muammar Gheddafi sono da tempo annullati, e difficilmente saranno ripristinati, e figuriamoci superati, nel prossimo futuro. La NATO ha effettivamente rovesciato e distrutto un intero popolo, non solo bruciandolo mentre le risorse sono saccheggiate dalle multinazionali occidentali, ma anche usandolo come modello per le future avventure extraterritoriali in Siria, Egitto, Ucraina e ora Iraq.

Il modello libico: attenti Egitto, Siria e Ucraina
Proprio come in Libia, le “rivoluzioni” hanno cercato di mettere radici in Egitto, Siria e Ucraina.  Gli stessi racconti, testualmente, ideati da think tank politici e spin doctors dei media occidentali per la Libia, vengono ora riutilizzati per Egitto, Siria e Ucraina. Le stesse organizzazioni non governative (ONG) vengono usate per finanziare, armare e comunque sostenere i gruppi d’opposizione in ogni Paese. Termini come “democrazia”, “progresso”, “libertà” e lotta contro la “dittatura” sono temi familiari. Le proteste erano e sono ognuna accompagnate da estremisti armati totalmente sostenuti dall’occidente. In Siria, la pretesa delle proteste è stata eliminata così come il concetto dei “combattenti per la libertà”. I media occidentali ora trascorrono molto tempo a giustificare il motivo per cui la NATO e i suoi partner regionali finanziano e armano i settari, come al-Qaida, per rovesciare il governo siriano. In Egitto c’è ancora qualche ambiguità, come nel 2011 sulla Siria, su chi siano davvero i manifestanti, che cosa vogliono veramente e da quale parte del conflitto sempre più violento l’occidente stia. Un’attenta analisi rivela che proprio come i Fratelli musulmani furono usati in Siria per preparare il terreno per la devastante guerra che v’infuria, la Fratellanza musulmana egiziana fa altrettanto nei confronti di Cairo. Infine, in Ucraina, i manifestanti “pro-democrazia” “pro-Unione Europea” e “Euromaidan” si sono rivelati dei neo-nazisti e nazionalisti di ultra-destra che ricorrono regolarmente a violenze ed intimidazioni politiche. Proprio come in Siria nel 2011, e in Egitto oggi, l’intensità degli scontri armati aumenta  verso ciò che si può definire guerra per procura tra NATO e Russia in Europa orientale. Ma per queste tre nazioni, ed i partecipanti su tutti i campi, lo stato attuale della Libia dev’essere esaminato. Tali “rivoluzioni” hanno una sola conclusione logica e prevedibile: saccheggio, divisione e distruzione di ogni nazione, prima di essere piegata a Wall Street e al montante ordine sovranazionale di Londra, per essere sfruttata al massimo e per sempre da Stati Uniti, Regno Unito e Unione europea già da oggi. Coloro che chiedono cosa ne sarà di Egitto, Siria e Ucraina, se la NATO dovesse vincere, dovrebbero solo guardare alla Libia. E coloro che hanno sostenuto la “rivoluzione” in Libia, devono chiedersi se sono soddisfatti del suo esito finale. Non vogliono un tale risultato anche per Egitto, Siria e Ucraina? Hanno immaginano che i piani della NATO per ciascuno di tali Paesi finissero diversamente? E perché?

pepsi-libiaTony Cartalucci, ricercatore in geopolitica e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bengasi, CIA e guerra in Libia

Eric Draitser New Oriental Outlook 09/06/2014
LIBYA-UNREST-POLITICSLa violenza e il caos esplosi nella seconda città della Libia, Bengasi, dovrebbero essere intesi come lotta di potere tra fazioni per affermare la propria autorità sul critico centro commerciale. Tuttavia, ciò che viene volutamente omesso dai media occidentali è il fatto che entrambi i gruppi, uno militare guidato dal generale libico Haftar, l’altro terroristico islamista Ansar al-Sharia, sono ascari degli Stati Uniti, da cui hanno ricevuto sostegno da vari canali, in questi ultimi anni. Visto così, i disordini in Libia devono essere intesi come continuazione della guerra intrapresa contro il Paese dalle forze USA-NATO. Mentre scontri a fuoco, esplosioni e attacchi aerei sono la norma a Bengasi e nelle aree circostanti, la natura del conflitto rimane oscura. Da un lato c’è il generale Qalifa Belqasim Haftar, vecchio comandante militare sotto Gheddafi fuggito dalla Libia negli Stati Uniti dove divenne una notevole risorsa della CIA fino al suo ritorno in Libia durante l’assalto USA-NATO contro questo Paese. Dall’altra c’è l’organizzazione islamista Ansar al-Sharia, guidata da Ahmad Abu Qatala, implicata nell’attacco dell’11 settembre 2012 al compound USA-CIA di Bengasi che uccise l’ambasciatore statunitense Chris Stevens. Esaminando il conflitto e le connessioni tra questi due individui e le fazioni che guidano, le tracce dell’intelligence degli Stati Uniti non potrebbero essere più evidenti. Tuttavia, la situazione a Bengasi e nella Cirenaica in generale, è molto più complessa che non semplicemente tali due fazioni. Ci sono altre importanti milizie che hanno svolto un ruolo significativo nel portare la regione sull’orlo della guerra totale. I conflitti intestini tra le milizie dei movimenti/coalizioni bloccano i porti petroliferi di Bengasi e Cirenaica, tali milizie non hanno nemmeno pensato alla possibilità di una riconciliazione. E così, nonostante la guerra USA-NATO in Libia sia conclusa quasi tre anni fa, il Paese è ancora innegabilmente in guerra.

La guerra di Bengasi
Le notizie da Bengasi sono sempre più preoccupanti. Il 2 giugno, quasi un centinaio di libici, molti dei quali civili, sono stati uccisi o feriti nella metropoli costiera e nelle città circostanti, quando la milizia islamista Ansar al-Sharia ha attaccato un accampamento delle forze fedeli al generale dell’esercito Haftar. Gli uomini di Haftar, dotati di una modesta ma efficace forza aerea tra cui elicotteri da combattimento, risposero all’attacco respingendo i molti militanti di Ansar al-Sharia. Nel processo però, gli abitanti di Bengasi sono stati costretti a fuggire o rifugiarsi a casa, mentre aziende e scuole rimasero chiuse per via degli spari e dei combattimenti. Anche se lo scontro era di modesta portata rispetto agli orrori della guerra USA-NATO alla Libia nel 2011, è un duro monito sulla triste realtà attuale della Libia. Nazione una volta orgogliosa, ora è ridotta a un mosaico di milizie, clan e tribù in lotta, senza un’autorità centrale che governi il Paese, priva di servizi sociali affidabili e in completa assenza dello Stato di diritto. Nel vortice del conflitto politico e sociale va esaminata la natura del conflitto a Bengasi. La città è scossa da scontri e manifestazioni politiche dal rovesciamento e assassinio di Gheddafi nel 2011. Mentre un governo provvisorio a Tripoli fu istituito dal cosiddetto Consiglio nazionale di transizione (Cnt), il potere reale viene esercitato dalle milizie concorrenti affiliate a tribù e/o clan, di solito limitate a una importante cittadina o città. Anche se vi sono numerose milizie islamiste operanti presso Bengasi, le due più potenti e ben organizzate sono la Brigata dei martiri del 17 febbraio e Ansar al-Sharia. Mentre entrambe le organizzazioni sono nominalmente indipendenti, ognuna ha un’affiliazione diretta o indiretta al terrorismo di al-Qaida.
Ad opporsi a 17 febbraio e Ansar al-Sharia è il cosiddetto Libyan National Army, una raccolta di milizie e unità minori fedeli al generale Haftar. Avendo recentemente avuto notorietà dichiarando un quasi-colpo di Stato contro il governo di Tripoli, nel febbraio 2014, l’esercito nazionale libico conduce una guerra di bassa intensità contro le milizie islamiste nella speranza di avere il controllo di Bengasi e Cirenaica. Naturalmente, i piani del generale Hafter vanno ben oltre Bengasi, volendo utilizzare il conflitto come pretesto con cui sperare di mettere il Paese sotto la sua guida. Mentre alcuni vedono ciò come improbabile, è comunque una parte importante del calcolo strategico. Infine, c’è la questione persistente delle altre milizie che, in momenti diversi, controllano terminali petroliferi e impianti portuali a Bengasi e nell’Oriente in generale. Di particolare nota è la milizia di Ibrahim al-Jathran, capo tribale che ha chiesto l’autonomia regionale della Cirenaica dal governo centrale di Tripoli. Jathran e i suoi uomini hanno più volte bloccato gli impianti petroliferi avanzando le loro richieste. Anche se ancora non sono riuscite che a causare problemi politici e diplomatici a Tripoli, la milizia di al-Jathran e altre simili, complicano ulteriormente l’infinitamente complessa politica della piazza libica.

“Rivoluzione” libica e intelligence USA
Fin dall’inizio della guerra contro la Libia, Stati Uniti e loro alleati della NATO utilizzarono diversi gruppi terroristici e agenti dell’intelligence per rovesciare il governo di Gheddafi. Mentre alcuni erano direttamente legati alla CIA, altri furono tratti dalla stalla delle organizzazioni terroristiche utilizzate in tempi diversi dagli Stati Uniti, come i mujahidin in Afghanistan, Kosovo e altrove. In sostanza quindi gli Stati Uniti hanno sviluppato una rete a maglie larghe di ascari, alcuni ideologicamente oppositori degli Stati Uniti e altri, scatenati sulla Libia per fare il lavoro sporco di Washington. Un gruppo chiave alleato dell’intelligence degli Stati Uniti è il Libyan National Army di Haftar. L’organizzazione fu fondata da Haftar dopo la sua defezione (o espulsione) dalla Libia nei primi anni ’80. Da lì, Haftar divenne un agente significativo della CIA nel tentativo di rovesciare Gheddafi. Usando la forza di Haftar in Ciad durante la guerra alla Libia, nei primi anni ’80, la CIA tentò il primo di molti tentati cambi di regime in Libia. Come il New York Times riportò nel 1991: “L’operazione paramilitare segreta, avviata negli ultimi mesi dell’amministrazione Reagan, fornì aiuti militari e addestramento a circa 600 soldati libici catturati durante gli scontri al confine tra Libia e Ciad nel 1988… furono addestrati da agenti dell’intelligence statunitensi in sabotaggio e altre attività di guerriglia, dissero gli agenti, in una base nei pressi di N’Djamena, capitale del Ciad. Il piano per utilizzare gli esuli si adattava perfettamente al desiderio dell’amministrazione Reagan di rovesciare il colonnello Gheddafi”.
L’articolo del Times sopra citato osserva che gli sforzi per il cambio di regime fallirono e Haftar ed i suoi soci furono  poi trasferiti al sicuro e ospitati negli Stati Uniti. Un portavoce del dipartimento di Stato al momento spiegò che gli uomini avrebbero avuto “accesso alla normale assistenza al reinsediamento, tra cui corsi di lingua inglese e professionali e, se necessario, assistenza finanziaria e medica”. Infatti Haftar trascorse quasi vent’anni vivendo comodamente in una casa di periferia in Virginia, a breve distanza dal quartier generale della CIA a Langley. Era noto come “l’uomo di punta in Libia” della CIA per aver preso parte a numerosi tentativi di cambio di regime, tra cui il tentativo fallito di rovesciare Gheddafi nel 1996. E così, quando Haftar convenientemente apparve di nuovo in Libia per partecipare al cambio di regime del 2011, molti osservatori politici notarono che ciò significava che la mano della CIA era intimamente coinvolta nella rivolta. Infatti, come la guerra mutava e divenne chiara la connessione profondamente radicata tra intelligence degli Stati Uniti e cosiddetti “ribelli”, la verità su Haftar non poté essere nascosta. Tuttavia, Haftar non era certo il solo burattino di NATO e CIA. Un altro gruppo importante era il famigerato Gruppo combattente islamico libico (LIFG), guidato dal terrorista internazionale Abdelhaqim Belhadj che avrebbe ucciso statunitensi in Afghanistan, oltre ad essere direttamente legato ad al-Qaida. Dopo essere stata incarcerata da Gheddafi, la leadership del LIFG cercò di allinearsi agli Stati Uniti nella speranza di occupare il vuoto di potere post-Gheddafi. Guidato da Belhadj, il LIFG fu parte fondamentale della ribellione che rovesciò Gheddafi, prendendo l’iniziativa dell’attacco al compound di Gheddafi a Bab al-Aziziya. A tal proposito, il LIFG ebbe intelligence e probabilmente supporto tattico, dall’intelligence e dall’esercito degli Stati Uniti, in particolare attraverso la rete di AFRICOM di Camp Lemonnier a Gibuti. Una volta che Gheddafi cadde, Belhadj divenne il capo militare di Tripoli, agendo temporaneamente da dittatore. Tuttavia, pur di continuare a spacciare la mitologia della “democrazia libica”, i finanziatori USA-NATO di Belhadj decisero di mettere al suo posto il cosiddetto “governo di transizione”, considerato inefficace, nella migliore delle ipotesi, e assolutamente irrilevante nella peggiore.
La Brigata dei martiri del 17 febbraio è un altro gruppo terroristico con stretti legami con il “governo” di Tripoli e soprattutto la CIA. Dopo esser apparso nell’operazione di cambio di regime come milizia ben addestrata, ben armata e organizzata, la Brigata dei martiri del 17 febbraio subito salì alla ribalta nel panorama politico del dopoguerra. Atteggiandosi a forza affidabile delle autorità di Tripoli, la 17 febbraio subito divenne un’agenzia di sicurezza a noleggio. Qui CIA e 17 febbraio entrarono in contatto diretto. Il Los Angeles Times ha riferito: “Nell’ultimo anno, una volta assegnate le milizie a protezione della missione degli Stati Uniti a Bengasi, addestrate da personale di sicurezza statunitensi alle loro armi, occuparono gli ingressi, superarono le mure e ingaggiarono combattimenti corpo a corpo… I miliziani negarono seccamente di sostenere gli assalitori, ma riconobbero che la grande forza alleata al governo, nota come Brigata dei martiri del 17 febbraio, potesse includere elementi antiamericani… La brigata 17 febbraio è considerata una delle milizie più capaci della Libia orientale”. È essenziale notare che il cosiddetto “consolato” di Bengasi non era la tipica missione diplomatica, ma piuttosto un impianto della CIA probabilmente utilizzato dall’ambasciatore Stevens come quartier generale da cui organizzare l’invio di armi e combattenti per destabilizzare la Siria. Così, esaminando esattamente ciò che il regime di Bengasi è stato, si dovrebbe dire che gli Stati Uniti agirono da mecenate e mandante dell’organizzazione terroristica i cui membri ammettono che il loro gruppo “potrebbe includere elementi antiamericani“.
Ansar al-Sharia, naturalmente, rientra nella narrazione dell’attacco dell’11 settembre 2012 convenientemente da aggressore al compound della CIA difeso dai suoi rivali (e a volte alleati) della Brigata dei martiri del 17 febbraio. Ansar al-Sharia, guidata da Ahmad Abu Qatala, è ritenuta il gruppo che attaccò la stazione della CIA a Bengasi. In realtà, Qatala ammette di aver preso parte all’assalto al compound, anche se ammette solo di essere stato presente, non di guidarlo.
Nonostante professino un islamismo antioccidentale e radicato nella sharia, Ansar al-Sharia e Qatala in particolare, non sembrano particolarmente turbati dalla collaborazione con gli “infedeli americani.” In effetti, il New York Times ha osservato che Qatala e la sua organizzazione probabilmente svolsero il ruolo di carnefice in uno dei più significativi assassini (a parte quello di Gheddafi) di tutto il conflitto. Il rapimento e l’assassinio del generale libico Abdalfatah Yunis, fino al 2011 considerato il successore prescelto degli USA di Gheddafi, fu un importante punto di svolta. Come Times spiega, “Dopo che gli islamisti inviarono una squadra per prendere il generale per un processo improvvisato, nel luglio 2011, i suoi carcerieri lo trattennero di notte nella sede della brigata di Abu Qatala. I corpi di Yunis e due suoi aiutanti furono trovati su una strada il giorno dopo, crivellati di pallottole”. Allora, anche secondo i resoconti ufficiali, Qattala e Ansar al-Sharia sono almeno indirettamente, se non direttamente, responsabili della morte di Yunis. Ciò diventa particolarmente importante alla luce della vecchia competizione tra Yunis e Haftar per il controllo delle forze “laiche” nella Libia post-Gheddafi. Sarebbe giusto quindi sostenere che, nella lotta di potere tra Haftar e Yonis, Haftar, caro alla CIA, trasse vantaggio dalle azioni dell’organizzazione terroristica. E ora queste due fazioni sono in guerra. Così va nell’attuale Libia.
Qualsiasi analisi del conflitto in Libia, e in particolare a Bengasi, deve tener conto del ruolo degli Stati Uniti (e di altre nazioni), le cui agenzie d’intelligence vi sono profondamente coinvolte fin dall’inizio. In particolare, esaminando la natura dei combattimenti, Bengasi deve essere intesa come campo di battaglia e lotta ideologica. Da un lato, si tratta di controllare la città più importante del Paese dopo la capitale Tripoli. Dall’altro, è la lotta esistenziale per il futuro della Libia. Haftar e la sua fazione immaginano una Libia laica aperta a finanzieri, speculatori e società occidentali. Ansar al-Sharia e gli altri gruppi terroristici vedono la Libia elemento costitutivo dello Stato islamico governato dalla sharia. E, in agguato sullo sfondo, sopra e dietro tutti i principali attori del conflitto, la CIA e l’agenda geopolitica degli Stati Uniti. E così la guerra continua; nessuna fine in vista.

999947Eric Draitser è un analista geopolitico indipendente di New York City e fondatore di StopImperialism.org, editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 519 follower