I 10 motivi per cui l’occidente ha ucciso la Guida libica Muammar Gheddafi

Panafricain 20 maggio 201625304-26tyxxL’ex-leader libico Muammar Gheddafi fu ucciso “perché pensava che l’Africa era matura per sfuggire alla povertà coi propri mezzi, svolgendo il proprio ruolo nella governance globale“, aveva detto il presidente del Ciad Idris Deby, in un’intervista. Secondo il Capo di Stato ciadiano, era essenziale “farlo tacere”, aggiungendo che “la storia registrerà che gli africani non hanno fatto molto. Ci hanno ignorato e non fummo consultati. Gheddafi era sconvolto e imbarazzato“. “Fu lo stesso con Patrice Lumumba, in Congo. Perché l’uccisero? Perché Gheddafi fu ucciso? (…) Siamo fornitori di materie prime. Ma guardate dove siamo? Siamo molto arretrati“, ha detto il leader del Ciad da Abeche, la seconda città del Ciad.
Ecco in 10 punti perché Gheddafi doveva morire:ras1_continental_world1) – Il primo satellite africano RASCOM-1
Fu la Libia di Gheddafi ad offrire la prima vera rivoluzione in Africa dei tempi moderni: assicurando la copertura universale del continente per telefonia, televisione, radio e molte altre applicazioni come telemedicina e istruzione a distanza; per la prima volta, una connessione a basso costo diventava disponibile nel continente, anche nelle zone rurali, con il sistema del ponte radio WMAX. La storia inizia nel 1992, quando 45 Paesi africani crearono la società RASCOM per avere un satellite africano e ridurre i costi di comunicazione nel continente. Le chiamate da e verso l’Africa allora avevano le tariffe più costose del mondo, perché c’era una tassa di 500 milioni di dollari che l’Europa incassava ogni anno dalle conversazioni telefoniche, anche all’interno dei Paesi africani, per il transito dei satelliti europei come Intelsat. Il satellite africano costava solo 400 milioni da pagare una sola volta, senza mai più pagare 500 milioni di affitto all’anno. Quale banchiere non finanzierebbe un progetto del genere, ma l’equazione più difficile fu: come lo schiavo si sbarazza dello sfruttamento servile dal padrone se cerca aiuto da quest’ultimo per raggiungere questo obiettivo? Così, Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Stati Uniti, Unione europea ingannarono questi Paesi per 14 anni. Nel 2006, Gheddafi pose fine all’inutile agonia dell’elemosina dai presunti benefattori occidentali che praticano prestiti a tassi usurari; la Guida libica mise sul tavolo 300 milioni di dollari, la Banca di Sviluppo africana 50 milioni, la Banca per lo Sviluppo dell’Africa occidentale 27 milioni, così l’Africa dal 26 dicembre 2007 ebbe il suo primo satellite per telecomunicazioni della storia. Nel processo, Cina e Russia s’inserivano, questa volta vendendo la loro tecnologia e permettendo il lancio di nuovi satelliti sudafricani, nigeriani, angolani, algerini e anche di un secondo satellite africano, lanciato nel luglio 2010. Ci aspettiamo per il 2020 il primo satellite al 100% tecnologicamente costruito sul suolo africano, in particolare in Algeria. Il satellite competerà con i migliori del mondo, ma a un costo 10 volte inferiore, una vera e propria sfida. Ecco come un piccolo semplice gesto simbolico di 300 milioni può cambiare la vita di un intero continente. La Libia di Gheddafi è costata all’occidente non solo 500 milioni di dollari all’anno, ma miliardi di dollari di debito ed interessi che tale debito avrebbe generato all’infinito e in modo esponenziale, mantenendo il sistema occulto per spogliare l’Africa.rascom-1__12) – Base monetaria dell’Africa, Banca centrale africana, Banca di investimenti africana
I 30 miliardi di dollari sequestrati da Obama appartengono alla Banca centrale libica, previsti dalla Libia per la creazione della federazione africana attraverso tre progetti faro:

3) – Banca di investimenti africana a Sirte, in Libia e creazione nel 2011 del Fondo monetario africano con capitale di 42 miliardi di dollari a Yaounde,

4) – Banca centrale africana ad Abuja, in Nigeria, la cui prima emissione monetaria africana significava la fine del franco CFA attraverso cui Parigi domina alcuni Paesi africani da 50 anni.

5) – E’ comprensibile dunque ancora una volta la rabbia di Parigi contro Gheddafi. Il Fondo monetario africano doveva sostituire eventualmente tutte le attività sul suolo africano con cui il Fondo monetario internazionale, con solo 25 miliardi di dollari di capitale, ha saputo piegare un intero continente con privatizzazioni discutibili, obbligando i Paesi africani a passare dai monopoli pubblici a quelli privati. Sono gli stessi Paesi occidentali che chiesero di divenire membri del Fondo monetario africano e, unanimemente, il 16-17 dicembre 2010 a Yaounde gli africani respinsero tali lussuriosi, decidendo che solo i Paesi africani fossero membri del FMA.

I cinque fattori che motivarono Nicolas Sarkozy a combattere la guerra contro la Libia, secondo David Ignatius del Washington Post, “Blumenthal ricevette le informazioni sulla Libia da un ex-agente della CIA:
6) – Desiderio di una maggiore quota di petrolio libico;
7) – Aumentare l’influenza francese in Nord Africa;
8) – Migliorare la situazione politica interna in Francia;
9) – Offrire all’esercito francese la possibilità di ripristinare la sua posizione nel mondo;
10) – Rispondere alle preoccupazioni dei suoi consiglieri sui piani a lungo termine di Gheddafi per soppiantare la Francia come potenza dominante in Africa occidentale”.
Su quest’ultimo punto, il memorandum menziona l’esistenza del tesoro di Gheddafi, 143 tonnellate d’oro e quasi altrettanto di argento, trasferite da Tripoli a Sabha nel sud della Libia, una quindicina di giorni dopo l’avvio dell’operazione militare. “Quest’oro fu accumulato prima della ribellione e aveva lo scopo di creare della valuta panafricana supportata dal dinaro d’oro libico. Questo piano doveva fornire ai Paesi africani francofoni l’alternativa al franco CFA“.detteTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le e-mail di Clinton, l’attentato a Bengasi finanziato dai sauditi

William Reynolds Medium Zerohedgec2cQualcosa è passato inosservato nel chiacchiericcio sull’inchiesta per le e-mail di Hillary Clinton, è il contenuto delle fughe originali che avviavano l’indagine. Nel marzo 2013, un hacker rumeno che si fa chiamare Guccifer, hackerava l’account AOL di Sidney Blumenthal e passava a RussiaToday quattro e-mail contenenti l’intelligence sulla Libia che Blumenthal inviò a Hillary Clinton. Per coloro che non hanno seguito questa storia, Sidney Blumenthal è un vecchio amico e consigliere della famiglia Clinton, che in veste non ufficiale inviò molti “memo d’intelligence” a Hillary Clinton durante il suo mandato a segretaria di Stato. Originariamente apparse su RT.com con font Comic Sans su sfondo rosa, con la lettera “G” maldestramente disegnata in filigrana, nessuno prese queste e-mail sul serio quando uscirono nel 2013. Ora, però, possiamo confrontare queste fughe con le e-mail che il dipartimento di Stato ha pubblicato. I primi tre messaggi di posta elettronica, passate a Russia Today, di Blumenthal a Clinton, appaiono parola per parola nei comunicati del dipartimento di Stato. Della prima e-mail, Clinton chiese fosse stampata e inoltrata al vicecapo staff Jake Sullivan. Della seconda e-mail Clinton la descriveva come “intuizione utile” e l’inoltrava a Jake Sullivan chiedendogli di farla circolare. La terza e-mail fu sempre trasmessa a Jake Sullivan. La quarta non appare nelle registrazioni del dipartimento di Stato. L’e-mail mancante è del 16 febbraio 2013, ed appare solo nella fuga originale, ed affermava che le agenzie d’intelligence francesi e libiche avevano prove che gli attacchi ad In Amenas e Bengasi furono finanziati da “islamisti sunniti dell’Arabia Saudita”. Ciò sembrava una stravagante affermazione, e come tale fu segnalata solo dai cospirazionisti. Ora, però, c’è la prova che le altre tre e-mail trapelate rientravano nella corrispondenza tra Blumenthal e Clinton che non solo la leggeva, ma pensava bene di fral circolare nel dipartimento di Stato. Guccifer parla inglese e la maggior parte dei suoi scritti è costituita da cospirazionismo sconnesso, ed è improbabile che possa falsificare tale briefing d’intelligence in modo convincente. Ciò significa che abbiamo un’e-mail da un consulente di fiducia di Clinton che sostiene che i sauditi finanziarono l’attacco di Bengasi, e non solo a ciò non seguì nulla, ma non c’è alcuna registrazione di tale e-mail, fatta eccezione la fuga presso Russia Today.
Perché questa e-mail manca? In un primo momento si pensava che ci fosse una sorta di cover up, ma è molto più semplice. L’e-mail in questione fu inviata dopo il 1° febbraio 2013, quando John Kerry divenne segretario di Stato, quindi non rientrava nel periodo indagato. Nessuno cercava una copia di questa e-mail. Dato che Clinton non era segretaria di Stato, il 16 febbraio, non era suo compito seguirla. Quindi cerchiamo di dimenticare per un minuto le implicazioni legali sulle indagini delle e-mail. Come è possibile che a tale rivelazione sull’Arabia Saudita resa pubblica con una fuga, e rivelatasi autentica, nessuno sembra badarci? Chiaramente Sidney Blumenthal era affidabile per Hillary Clinton. Due mesi prima, la segretaria Clinton trovò le sue intuizioni abbastanza preziose da condividerle con l’intero dipartimento di Stato. Ma due settimane dopo la fine del mandato a segretaria di Stato, ricevette un’e-mail che sosteneva che l’Arabia Saudita finanziò l’assassinio di un ambasciatore statunitense, e chiaramente non fece nulla di queste informazioni. Anche il non averle consegnate alla Commissione che indaga sugli attacchi di Bengasi, non sarebbe rilevante? Non doveva cedere volontariamente queste informazioni? E perché i repubblicani apparentemente così preoccupati per gli attacchi di Bengasi, non posero domande sul coinvolgimento saudita? Forse la segretaria Clinton non disse a nessuno ciò che sapeva del presunto coinvolgimento saudita negli attentati, perché non voleva mettere in pericolo i milioni di dollari in donazioni saudite per la Fondazione Clinton? Questi sono esattamente il tipo di conflitti che gli standard etici dovrebbero impedire.

Blumenthal e Clinton

Blumenthal e Clinton

Un’altra e-mail mancante salta fuori
Guccifer scoprì qualcosa di diverso nel suo pirataggio, ma che non poteva essere verificato finché l’ultimo dei messaggi di posta elettronica non fu pubblicato dal dipartimento di Stato la scorsa settimana. Oltre alle quattro e-mail rese pubbliche, trapelò anche uno screenshot della posta in arrivo su AOL di Sidney Blumenthal. Se s’incrociano questo screenshot con le e-mail di Blumenthal rese pubbliche dal dipartimento di Stato, si vede che l’e-mail con oggetto “H: ultime sulla sicurezza in Libia. Sid”, appare assente dalle e-mail del dipartimento di Stato. Questa e-mail certamente sarebbe richiesta nell’ambito delle indagini, essendo stata inviata prima del 1° febbraio e riferendosi chiaramente alla Libia. Il fatto che non sia presente suggerisce due possibilità:
– Il dipartimento di Stato ha una copia di questa e-mail, ma la ritiene top secret e troppo sensibile da pubblicare, anche in forma censurata. Ciò indicherebbe che Sidney Blumenthal inviò informazioni altamente riservate dal suo account AOL alla segretaria Clinton con un server per e-mail privato, nonostante non abbia mai avuto nemmeno il nulla osta di sicurezza per riferire di tali informazioni sensibili, innanzitutto. Se questo scenario spiega perché l’e-mail non è presente, i materiali classificati furono gestiti male.
– Il dipartimento di Stato non ha una copia, e questa e-mail fu cancellata da Clinton e Blumenthal prima di scambiarsi altre e-mail citate dagli investigatori, e ciò sarebbe considerata distruzione di prove e spergiuro ai funzionari federali. Ciò spiegherebbe anche il motivo per cui il server privato clintonemail.com fu creato. Se Blumenthal inviava periodicamente informazioni altamente sensibili anche se tecnicamente “non classificate” dal suo acconto AOL, all’indirizzo e-mail ufficiale governativo di Clinton, avrebbe potuto essere svelato con una richiesta FOIA. E’ già chiaro che Hillary Clinton cancellò 15 e-mail di Sidney Blumenthal, e tale discrepanza fu scoperta quando le e-mail di Blumenthal furono citate, anche se un funzionario del dipartimento di Stato afferma che alcuno di questi 15 messaggi di posta elettronica recasse informazioni sull’attacco di Bengasi. Sembrerebbe dal testo oggetto che tali e-mail invece l’avessero. Ma sono assenti dal registro pubblico.
In uno di tali scenari, Clinton e i suoi più stretti collaboratori violarono la legge federale. Nell’interpretazione più generosa queste e-mail furono semplicemente delle voci che Blumenthal sentì e inoltrò, senza richiesta, a Clinton, ma non avrebbe alcun senso che sparissero. Non sarebbero state classificate se fossero state solo aria fritta, e certamente non sarebbero state cancellate sia da Blumenthal che da Clinton rischiando di commettere un crimine. Nell’interpretazione meno generosa di questi fatti, Sidney Blumenthal e Hillary Clinton cospirarono per coprire un alleato degli Stati Uniti che finanziò l’assassinio di uno dei loro diplomatici in Libia.1 03SH0MPref0uZ_iEntJJoQ.jpeg

1 vX_WOY1V9u2iO69W4-cz0AUn gran giurì è probabilmente stato già riunito
Dopo che le ultime e-mail furono pubblicate dal dipartimento di Stato il 29 febbraio (2016), fu segnalato la scorsa settimana che: “un membro del personale IT di Clinton che gestiva il server di posta elettronica, Bryan Pagliano, ha avuto l’immunità da un giudice federale, suggerendo che testimonierà al gran giurì sulle prove a cui si riferisce l’indagine, portando a un’incriminazione. Finora, Pagliano aveva supplicato il quinto (emendamento) rifiutandosi di collaborare all’inchiesta“. L’hacker Guccifer (Marcel Lazar Lehel), padre di un bambino di 18 mesi, ha avuto concesso l’ordine di estradizione temporanea negli Stati Uniti da un tribunale rumeno, nonostante fosse stato incriminato dagli Stati Uniti nel 2014. Guccifer sarà estradato per testimoniare alla giuria che lo screenshot dell’e-mail assente è autentico? La procuratrice generale Loretta Lynch è stata intervistata da Bret Baier e non avrebbe risposto se un gran giurì sia stato convocato. Se non lo fosse, avrebbe potuto dirlo, ma se un gran giurì si riunisce per discutere le prove, non avrebbe legalmente il permesso di commentarlo. Tale scandalo può far saltare la campagna di Clinton per le elezioni presidenziali. Se Hillary Clinton ha veramente a cuore il futuro del Paese e del partito democratico, si dimetta ora mentre c’è ancora tempo per nominare un altro candidato. Non è una cospirazione di destra, ma si tratta del mancato rispetto di uno dei nostri più alti funzionari governativi delle leggi che preservano la trasparenza del governo e la sicurezza nazionale. E’ tempo di chiedere alla segretaria Clinton di dire la verità e fare la cosa giusta. Se il governo degli Stati Uniti davvero prepara una causa contro Hillary Clinton, non possiamo aspettare finché sarà troppo tardi.

Guccifer

Guccifer

Hillary Clinton è la vecchia pazza guerrafondaia che ha acceso i sogni bagnati dei nazipiddini.

Hillary Clinton è la vecchia pazza guerrafondaia che ha acceso i sogni bagnati dei nazipiddini.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Obama si confessa sulla Libia: ‘Spettacolo di merda’

Estratto dall’intervista di The Atlantic

Barack Obana, Susan Rice, John Kerry e Joe Biden

Barack Obama, Susan Rice, John Kerry e Joe Biden

(…) Ma ciò che sigla la visione fatalistica di Obama è il fallimento dell’intervento della sua amministrazione in Libia nel 2011. Questo intervento aveva lo scopo di evitare che l’allora dittatore del Paese, Muammar Gheddafi, massacrasse gli abitanti di Bengasi, come minacciava. Obama non voleva immischiarsi; fu consigliato da Joe Biden e dal segretario alla Difesa uscente Robert Gates, tra gli altri, a starne alla larga. Ma una forte fazione nella sicurezza nazionale, la segretaria di Stato Hillary Clinton e Susan Rice, allora ambasciatrice alle Nazioni Unite, insieme a Samantha Power, Ben Rhodes e Antony Blinken, allora consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, spinsero duramente a proteggere Bengasi, prevalendo. (Biden è aspro nel giudicare la politica estera di Clinton, dicendo in privato, “Hillary vuole solo essere Golda Meir”). Le bombe statunitensi furono sganciate e la gente di Bengasi fu risparmiata da ciò che poteva, o non poteva, essere un massacro, e Gheddafi fu catturato e giustiziato. Ma Obama dice oggi che l’intervento, “Non ha funzionato”. Gli Stati Uniti, crede, pianificarono l’operazione in Libia con attenzione, eppure il Paese è ancora un disastro. Perché, dato da ciò che sembra la naturale reticenza del presidente a un maggiore coinvolgimento militare dove la sicurezza nazionale statunitense non sia direttamente in gioco, accettò la raccomandazione dei consiglieri più attivisti d’intervenire? “L’ordine sociale in Libia si è spezzato”, aveva detto Obama spiegando il suo pensiero al momento. “C’erano proteste di massa contro Gheddafi. Divisioni tribali in Libia. Bengasi era il fulcro dell’opposizione al regime. E Gheddafi aveva inviato l’esercito verso Bengasi, dicendo, ‘Li stermineremo come topi’. “Ora, l’opzione era non fare nulla, e c’erano alcuni nella mia amministrazione che dissero, per tragico che fosse la situazione libica, non era un nostro problema. La vidi come cosa che sarebbe stata un nostro problema se, in realtà, caos e guerra civile scoppiavano in Libia. Ma non era così importante per degli interessi degli Stati Uniti da permetterci di colpire unilateralmente il regime di Gheddafi. A quel punto c’erano l’Europa e numerosi Paesi del Golfo che disprezzavano Gheddafi o erano preoccupati per motivi umanitari, che chiedono l’azione. Ma come al solito negli ultimi decenni in queste circostanze, c’è chi ci spingeva ad agire per poi mostrare assenza di volontà nel mettere la pelle nel gioco”.
“Banditi?” intervengo.
“Banditi”, disse continuando. “Allora, dissi a quel punto che dovevamo agire nell’ambito di una coalizione internazionale. Ma poiché questo non era al centro dei nostri interessi, dovevamo avere un mandato delle Nazioni Unite; che i Paesi europei e del Golfo fossero attivamente coinvolti nella coalizione; attuare la forza militare che solo noi abbiamo, ma ci aspettiamo che gli altri sopportassero la loro parte. E lavorammo con le nostri squadre della difesa per assicurarci una strategia senza inviare truppe e un impegno militare a lungo termine in Libia. “Così effettivamente attuammo il piano come avrei potuto aspettarmi: ottenemmo il mandato delle Nazioni Unite, costruimmo una coalizione costatatici 1 miliardo di dollaro, che per le operazioni militari fu molto a buon mercato. Impedimmo un gran numero di vittime, impedimmo quello che quasi sicuramente sarebbe stato un conflitto civile prolungato e sanguinoso. E nonostante tutto questo, la Libia è un casino”. Casino è il termine diplomatico del presidente; privatamente, chiama la Libia “spettacolo di merda”, in parte perché è diventata il santuario dello SIIL già colpito da attacchi aerei. E’ diventato uno spettacolo di merda, pensa Obama, per ragioni che avevano poco a che fare con l’incompetenza statunitense e più con la passività degli alleati e la forza ostinata del tribalismo. “Quando mi volto indietro e mi chiedo cosa è andato storto”, aveva detto Obama, “c’è spazio per le critiche perché avevo più fiducia nei cittadini europei, data la vicinanza della Libia, che si occupassero del seguito”. Osservava che Nicolas Sarkozy, il presidente francese, perse la carica l’anno successivo. E disse che il primo ministro inglese David Cameron smise solo d’interessarsene, “distraendosi con varia altre cose”. Della Francia diceva, “Sarkozy si vantava della propria partecipazione nell’operazione aerea, nonostante avessimo spazzato via tutte le difese aeree configurando essenzialmente l’intera infrastruttura per l’intervento”. Questa vanteria andava bene, secondo Obama, perché permise agli Stati Uniti di “coinvolgere la Francia in modo meno costoso e meno rischioso per noi”. In altre parole, dando credito supplementare alla Francia in cambio di meno rischi e costi per gli Stati Uniti, fece uno scambio utile, tranne che “dal punto di vista di molta gente addetta alla politica estera, che pensava fosse terribile. Se abbiamo intenzione di fare qualcosa, ovviamente, dovevamo farci avanti e nessun altro deve condividere i riflettori”. Obama accusava anche le dinamiche libiche interne. “Il grado di divisione tribale in Libia era maggiore di quanto avevano previsto i nostro analisti. E la nostra capacità di avervi una qualsiasi struttura per poter interagire, avviare la formazione e iniziare a fornire le risorse fu distrutta assai rapidamente”. La Libia gli ha dimostrato che il Medio Oriente era meglio evitarlo. “Non c’è modo d’impegnarsi a governare Medio Oriente e Nord Africa”, aveva detto di recente a un ex-collega del Senato. “Sarebbe un errore fondamentale”.

Samantha Power, John Kerry e Barack

Samantha Power, John Kerry e Barack Obama

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia, guerra ‘civile’ petrolifera

Alessandro Lattanzio 7/1/20156391178467_e323e94fc7_bL’inviato speciale del Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, Emrullah Isler, incontrava il 25 ottobre il presidente del Parlamento Ayla Salah Isa, a Tobruq, ma poi si recava a Misurata, sede della fazione islamista Fajr al-Libya (Alba Libica) e a Tripoli ad incontrare il primo ministro islamista Umar al-Hasi. Emrullah Isler era il primo rappresentante di un Stato estero ad incontrare ufficialmente il capo del governo islamista libico, opposto al governo ufficiale di Abdallah al-Thani. Nel corso della visita Isler annunciava il ristabilimento dei collegamenti aerei regolari tra Istanbul e Misurata. Nel frattempo, 2 aerei da trasporto turchi erano atterrati a Misurata, il 24 e 25 ottobre, carichi di armi e munizioni per le milizie islamiste in lotta contro le forze del governo di Tobruq. Il 13 novembre 2014 venivano fatte esplodere due autobombe davanti le ambasciate di Egitto e EAU a Tripoli. In Libia, da metà giugno 2014, si sono avuti oltre 500 omicidi, tra cui quello del colonnello Aqila Ibrahim, capo dei servizi segreti, nominato nel marzo 2012 dal Consiglio nazionale di transizione. Aqila Ibrahim aveva deciso di rivelare una cospirazione islamista che coinvolgeva milizie, militari, poliziotti e servizi segreti turchi e qatarioti per trasformare la Libia in una base per i terroristi islamisti dell'”Esercito libero di Egitto”. In effetti, Sayfallah bin Hasin (Abu Iyadh), capo di Ansar al-Sharia, assieme ad altri cinque terroristi, tra cui l’iracheno Abu Nabil al-Ambari rappresentante del SIIL a Derna, sarebbe fuggito su una nave maltese diretta a Creta, dove un aereo qatariota li avrebbe poi trasportati a Mosul. Da oltre due settimane lo “Stato islamico” di Derna subiva gli attacchi da parte delle truppe di Qalifa Haftar. Nonostante l’arrivo a Derna di una nave carica di armi noleggiata dal Qatar, i jihadisti di Fajr al-Libya e circa 1000 terroristi del SIIL, hanno subitno gravi perdite nelle operazioni condotte dall’esercito di Haftar. A Sabrata gli islamisti subivano ancora diverse perdite da parte delle truppe di Haftar, come anche gli islamisti tunisini radunatisi in Libia, a Ben Gardan e a Madinin, al comando di Muqhtar Belmuqtar. Sayfallah bin Hasin, alias Abu Iyadh, ex-membro del partito islamico tunisino al-Nahda, stava scontando una condanna di 43 anni per omicidio. Nel marzo 2011 fu liberato da Farhat Rajhi, ministro degli Interni tunisino, su pressione delle ONG teleguidate da Washington. Quindi Sayfallah bin Hasin creò l’organizzazione jihadista Ansar al-Sharia con il supporto di al-Nahda. Nell’ottobre 2014, il fratello di Sayfallah, Hafadh bin Hasin, fu arrestato assieme a una dozzina di altri terroristi, per aver pianificato un attentato con un’autobomba.
Dal 4 al 6 dicembre le forze di Qalifa Haftar bombardarono i terroristi del Fajr al-Libya e, appoggiate dalle forze speciali algerine, scacciarono i terroristi dalle loro basi a Ras Jadir, Buqamash, Tuyrat al-Ghazala, Zuara, Bir al-Ghanam, Bengasi, Derna e Sabrata. Il 4 dicembre 2014 la rivista Maghreb Confidential riferiva di un incontro segreto ad Algeri tra due capi libici, Ali Salabi, capo spirituale della coalizione islamista Fajr al-Libiya, e Mahmud Jibril, leader della cosiddetta Alleanza delle forze nazionali (NFA) che supporta il governo di Tobruq. Mahmud Jibril è anche uno dei capi dei warfala, uno dei più grandi e influenti gruppi tribali della Tripolitania, ancora neutrali nel confronto armato in Libia. L’Algeria cercava di prendere l’iniziativa nel risolvere la crisi in Libia, mentre Cairo vedeva nella riunione ad Algeri il tentativo di neutralizzare l’operazione al-Qarama, guidata da Haftar, volta ad eliminare i terroristi in Libia. Gli egiziani, quindi, si dichiaravano pronti a permettere ad Ahmad Gheddafi al-Dam, il leader dei gheddafiani, a condurre negoziati con gli islamisti. Il 7 dicembre 2014, il giornale Asharq al-Awsat affermava che il governo di Tobruq intendeva nominare Qalifa Belqasim Haftar comandante delle forze armate libiche. A quanto pare era la risposta di Cairo alla riunione segreta di Algeri.
Il 27 dicembre, a Sidra venivano incendiati 5 serbatoi di petrolio, colpiti dalle milizie islamiste di Fajr al-Libiya, secondo un tecnico della al-Waha Oil Company. Sidra si trova sulla costa libica, a 180 chilometri ad est di Sirte. Il tecnico affermava che ognuno dei 19 serbatoi presenti a Sidra aveva una capacità di oltre 326000 barili. Difatti, i pozzi di petrolio tra Bengasi e Sirte erano il nuovo teatro degli scontri tra l’esercito di Haftar e gli islamisti di Fajir al-Libiya. Entrambe le fazioni vogliono prendere il controllo dei giacimenti, anche a costo di distruggerne gli impianti. Secondo il quotidiano al-Akhbar diplomatici statunitensi e inglesi avrebbero detto esplicitamente alle parti in conflitto che chi controlla i pozzi di petrolio e i terminali avrà il riconoscimento internazionale come governo libico. Mentre l’occidente sosterrà chi gli dimostrerà maggiore fedeltà, sarebbe iniziata la spartizione delle risorse petrolifere libiche, con la ricomparsa della Francia. Negli ultimi mesi sono esplosi i combattimenti tra le tribù tabu al confine con il Ciad, e i tuareg o amazigh che abitano nel sud della Libia, Algeria, Niger e Mali. La Francia aveva inviato rinforzi in Niger e Ciad, dove ha ristrutturato la vecchia base militare di Madama, a 100 km dalla Libia, e spinge il presidente ciadiano ad inviare forze in Libia per combattere assieme ai tabu contro i tuareg. Il ministro della Difesa francese Le Drian aveva visitato Niger e Ciad, invocando l’intervento internazionale contro il terrorismo in Libia. Difatti, la regione Ubari, patria dei tuareg, galleggia su un mare di petrolio. La regione ha molti pozzi di petrolio che il regime di Gheddafi chiuse preservandoli per le generazioni future, oltre anche ad enormi giacimenti di petrolio inesplorati; mentre i monti del Tibesti, terra dei tabu, al confine tra Libia e Ciad, ospitano migliaia di tonnellate di oro e uranio. Se la Francia intervenisse nel sud della Libia, aizzerebbe ancora la disputa Libia-Ciad sulla striscia di Aozou, ricca di uranio, permettendole d’insediarvisi ancora una volta. Riguardo l’Italia, con il precedente regime e grazie alle cordiali relazioni tra il primo ministro Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi, il gigante petrolifero ENI gestiva oltre il 35 per cento della produzione di petrolio libico, ricavandovi circa il 32 per cento del fabbisogno nazionale italiano. “L’Italia accetta di lasciare una zona in cui ha avuto una notevole influenza storica?
A fine dicembre 2014, la banca centrale libica avvertiva che stava esaurendo le riserve in valuta estera. A giugno 2014, aveva riserve per 109 miliardi di dollari. Nel frattempo, il portavoce del parlamento islamista di Tripoli, Umar Humaydan, dichiarava, “Ci sarà il rigoroso perseguimento di politiche di austerità. Chiediamo ai libici di essere pazienti e di sopportare le circostanze attuali“. Va ricordato che la metà delle attività estere della banca centrale libica è costituita da partecipazioni in banche italiane o del Bahrayn, obbligazioni e depositi in franchi CFA, la moneta coloniale francese dell’Africa occidentale. In Libia i servizi di base e i ministeri non funzionano più, come ad esempio l’operatore pubblico della telefonia cellulare al-Madar, mentre i black-out sono regolari per mancanza di manutenzione o carenza di pezzi di ricambio per riparare le strutture danneggiate nei combattimenti. Negli ospedali di Bengasi i pazienti devono portarsi i farmaci o farsi visitare in laboratori privati. “C’è grave carenza di farmaci. Non abbiamo un budget dal ministero della salute“, aveva detto il portavoce del più grande ospedale di Bengasi. Anche la benzina scarseggia e le persone fanno la coda per il pane. Le importazioni sono ferme da due mesi. Non vi è neanche il denaro per ricostruire infrastrutture come aeroporti e impianti petroliferi, che costerebbe 38 miliardi di dollari. Inoltre, secondo l’analista di IHS Richard Cochrane, “L’occidente è distratto da Siria e Iraq, ma probabilmente la Libia è la maggiore minaccia. I jihadisti, dello stesso stampo dello Stato islamico, si consolidano e avanzano. Non c’è nulla che fermi i combattenti che usano la Libia come via per arrivare in Europa. Si tratta di un campo di addestramento proprio sulla porta d’ingresso dell’Europa“. I diplomatici occidentali fanno freneticamente la spola tra il governo di Tobruq e gli islamisti a Tripoli, finora invano. Paesi confinanti come Niger e Ciad, anche su istigazione di Parigi, avevano chiesto l’intervento militare per arginare l’avanzata dei jihadisti, ma la NATO ha esaurito le risorse, “Un’operazione NATO? Non è che un sogno”, dichiarava una fonte del governo francese, smentendo così il ministro Le Drian, “Non abbiamo intenzione di ricominciare con l’idea che si possa far cadere alcune bombe per portare democrazia e unità nazionale“. Infatti, una forza d’intervento dovrebbe essere massiccia per avere un qualche effetto sul caos in Libia. “Qualsiasi forza di pace senza una piena potenza sarebbe molto vulnerabile“, afferma Cochrane. “Sarebbe bloccata nei compound e ripetutamente colpita da IED (dispositivi esplosivi improvvisati) fiaccandone il morale“. Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si oppongono le milizie islamiste, braccio militare dei Fratelli musulmani che cercano di sradicare nei loro Paesi, mentre Qatar e Turchia li sostengono. “Le potenze regionali istigano, piuttosto che mediare, rifornendoli di armi“. Secondo Geoff Porter, responsabile della North Africa Risk Consultancy,Ci sono due possibili scenari per una soluzione politica. Uno è che i libici accettino una sorta di federalismo, condivisione di potere e risorse. Ma l’altro è un nuovo uomo forte che s’imponga sulle varie tribù e fazioni in guerra, che governi più o meno come Gheddafi“.
Nel frattempo, il governo di Tobruq, vieta l’ingresso di palestinesi, sudanesi e siriani in Libia perché ne sospetta l’appartenenza a gruppi terroristici attivi in quei Paesi. Umar al-Sanqi, ministro degli interni della Libia, basa tale decisione sull’esame accurato di tali cittadini. Inoltre, il ministero avrebbe richiesto ai cittadini maltesi di ricevere il nulla osta di sicurezza prima di entrare in Libia, perché si sospetta che alcuni di loro aiutino le milizie islamiste in Libia. Va ricordato, infatti, che in Siria, sarebbero presenti, secondo fonti del controterrorismo, 1200 terroristi provenienti dalla Francia, 550 dalla Germania, 500 dal Regno Unito, 440 dalla Georgia, 210 dal Belgio, 164 dall’Austria, 123 dall’Olanda, 90 dall’Albania, 90 dalla Svezia, 70 dalla Spagna, 53 dall’Italia; 28 dalla Norvegia, 27 dalla Svizzera e 6 dal Portogallo. In Spagna, ad esempio, nell’operazione Javer, del maggio 2014, polizia e Guardia Civil dissolsero una cellula dedita al reclutamento e addestramento di jihadisti da inviare in Mali, tra cui 6 militari e un poliziotto spagnoli. Secondo le forze di polizia europee, sarebbero rientrati in Europa circa 500 jihadisti. “L’influenza che questi rimpatriati esercitano nelle rispettive comunità può accelerare radicalizzazione e reclutamento di alcuni membri, aumentando in modo esponenziale il rischio di attentati”.

democraciaenlibiaFonti:
al-Akhbar
el Pais
Haaretz
New Eastern Outlook
Marianne
Modern Tokyo Times
Relief
Reuters
Sputnik
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Libia: i partigiani di Gheddafi contrattaccano

Joan Tilouine e Youssef Ait Akdim Jeune Afrique 28/10/ 2014

Tre anni dopo la tragica fine della “Guida” della Libia, Muammar Gheddafi, l’inversione delle alleanze avviene discretamente con il ritorno in sella di frange di sostenitori del vecchio regime, in nome della guerra al terrorismo.

Ahmad Gheddafi al-Dam

Ahmad Gheddafi al-Dam

Era meglio prima“, sono soliti lamentarsi i nostalgici della ex-Jamahiriya che avvertirono, nel 2011, contro l’idra islamista e gli appetiti delle potenze imperialiste. Compiacendosi di aver previsto il disordine attuale, ma leggendo il futuro dal retrovisore: dopo la rivoluzione che ha portato violenza e distruzione, si torna indietro. Concludendo, come un editorialista del quotidiano francese Le Monde, “molti libici dicono di rimpiangere i tempi di Muammar Gheddafi“, non ce che un passo pericoloso da compiere. Alcuni di coloro schierati con il regime nel 2011, prima di essere costretti all’esilio in particolare in Tunisia ed Egitto, sono meno discreti e si presentano alleati oggettivi del campo nazionalista contro gli islamisti. Gli eredi orgogliosi del nazionalismo di Umar al-Muqtar, l’eroe della resistenza agli occupanti italiani, di fatto recuperano i vecchi sostenitori di Gheddafi, soprattutto quando si presentano come patrioti onesti che non hanno sparso sangue o sperperato denaro pubblico. La riconciliazione di circostanza obbedisce alla situazione delle forze di sicurezza dello Stato libico fallito e al rifiuto quasi unanime di un nuovo intervento militare straniero.

Anti-gheddafisti contro islamisti
Abbiamo usato gli azlim (appellativo dispregiativo dei sostenitori del vecchio regime) come spaventapasseri dal 2011. Difatti, la minaccia alla sicurezza proviene ancora dagli islamisti e dai loro sostenitori stranieri“, ha detto un alto ufficiale dell’esercito libico. Dietro il fronte di ex-ufficiali di polizia e dell’esercito contro il terrorismo jihadista, si avvia senza problemi un rovesciamento di alleanze: ieri rivoluzionari ed islamisti (tra cui veterani dell’Afghanistan) contro la dittatura; oggi nazionalisti del vecchio regime e nemici di Gheddafi contro gli islamisti. Non c’è da stupirsi che dicano si sentirsi traditi e di “difendere gli obiettivi della rivoluzione del 17 febbraio“. Nel quadro di tale crociata i sostenitori di Gheddafi si alleano discretamente, date le circostanze, al debole blocco anti-islamista politico-militare allineato alle autorità legittime di Tobruq. Nel contesto della guerra, le alleanze politiche e tribali si riaffermano e i gheddafisti riattivano le loro reti. Finora in agguato nell’ombra, ma ben organizzati, i “Verdi” hanno continuato a seguire gli sviluppi in Libia dall’interno, attraverso i loro informatori e sostenitori, in particolare nei ministeri e nell’esercito. Alle grandi figure del vecchio regime, la vittoria dei “non-islamisti” alle legislative dello scorso giugno offre la possibilità di essere utili. Alcuni gheddafisti si sono schierati con il governo di Tobruq (parlamento, governo, esercito) riconosciuto dalla comunità internazionale, ma contestato e contrastato dalla coalizione islamista Fajr Libia.

I sostenitori di Gheddafi in primo piano
Tre anni dopo la tragica fine, il 20 ottobre 2011, della “Guida” alla periferia di Sirte, sua città natale, i sostenitori di Gheddafi ricompaiono sulla scena. Se i figli del colonnello sono stati neutralizzati, caduti combattendo come Muatasim e Qamis, o detenuti a Zintan e a Tripoli come Sayf al-Islam e Sadi, altre figure dell’ex-Jamahiriya alimentano la fiamma verde. Il cugino di Muammar Gheddafi, trasferitosi a Cairo, Ahmad Gheddafi al-Dam, ha ottenuto l’improvvisa revoca del congelamento dei beni da parte della Corte di giustizia dell’Unione europea (UE). Influente e colorito, s’è assicurato i servizi, tra gli altri, dell’avvocato Hervé de Charette, ex-ministro degli esteri francese. I gheddafisti diffidano vedendolo venire sgravato dal congelamento dei beni, in quanto “decisione molto politica”. Ma tutti sono convinti che con la sua fortuna, stimata in diversi miliardi, Gheddafi al-Dam aiuterà le forze di sicurezza, ora senza un soldo, a procurarsi le armi e contribuire attivamente alla lotta al terrorismo. L’ex-coordinatore dei rapporti con l’Egitto, ha detto alla BBC araba: “Il mondo ricorderà a lungo Gheddafi e i libici scopriranno che si sono sbagliati su di lui“. Vero o falso, a pochi giorni dal terzo anniversario del 20 ottobre 2011, il quotidiano iracheno al-Zaman indicava le parole impetuose della figlia di Gheddafi, Aysha, dove su facebook ha detto di essere stata “rapita con i figli e la madre” a Muscat, nel sultanato dell’Oman. Non lontano, a Doha, Musa Qusa, ex-capo dei servizi segreti, riceve visite regolari, ma non ispira fiducia ai sostenitori di Gheddafi. (E’ difatti un traditore. NdT) Da Johannesburg, l’ex-Capo di Stato Maggiore della “Guida”, Bashir Salah, s’é appellato alla corte della UE per la revoca del congelamento dei beni, nella speranza che il caso di Gheddafi al-Dam costituisca un precedente. Salah si riunisce regolarmente e attivamente con, tra gli altri, ufficiali di Zintan che supporta. Con le sue capacità relazionali in Africa e Parigi, questo francofono emerge quale interlocutore credibile con i governi occidentali. Così, alla fine di settembre, ha ripreso i colloqui con i suoi “contatti” francesi, cercando di organizzare la migliore accoglienza a Maliqita Othman, capo della potente milizia zintana Qaqa, in visita a Parigi il 1° ottobre. Ricevuto al ministero della difesa, quest’ultimo ha chiesto il sostegno militare e attacchi aerei mirati dai francesi. Per tale signore della guerra filo-governativo, nessuna collaborazione con i gheddafisti dalle “mani insanguinate”, ma ammette di essere disposto a dare un ruolo a Sayf al-Islam, sottoposto a mandato d’arresto dalla Corte penale internazionale (ICC) per “crimini contro l’umanità”.

Sayf al-Islam agli arresti domiciliari
Dal suo arresto nel sud della Libia, il 19 novembre 2011, Sayf al-Islam è detenuto, o meglio agli arresti domiciliari o protetti, a Zintan. Gli ufficiali zintani lo consultano regolarmente sapendo che conosce la complessità dell’organigramma islamista libico. Anche i capi tribù a lui fedeli, a cominciare dai warshafana sotto il tiro della Fajr Libia, che vogliono “sradicarli”. Indeboliti dalla sconfitta militare a Tripoli, mancanza di munizioni e divisioni tra politici e militari, i zintani sanno di essere vulnerabili. Alcuni di loro cercano di approfittare del bottino di guerra Sayf al-Islam, ambito dalla Fajr Libia. “Una controrivoluzione è in corso contro gli islamisti“, ha detto un vicino ai zintani. E i sostenitori di Gheddafi sono indispensabili per via delle loro reti ed esperienza riguardo amministrazione e militari, per non parlare della loro forza finanziaria per ricostruire e dirigere l’apparato statale. Ma ciò che sembra un’alleanza per alcuni è denunciata come tradimento dei valori della rivoluzione da altri.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

libya-administrative-mapIl 24 settembre, a Tripoli esplodeva la rivolta contro gli islamisti, mentre almeno sei attacchi aerei centravano le postazioni degli islamisti di Fajr Libia (Alba della Libia) nel sud della capitale. Molti islamisti furono eliminati assieme a diversi blindati. Il primo ministro Abdullah Abdurahman al-Thani, da Tobruq, invocava la sollevazione “in risposta all’appello dei residenti di Tripoli per liberarli dai militanti”. In precedenza, il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian aveva invocato l’intervento francese in Libia, sostenendo che sia diventata la “base dei terroristi. Oggi suono l’allarme sulla gravità della situazione in Libia. Il sud è una sorta di hub per i gruppi terroristici che vengono riforniti anche di armi e si riorganizzano. Nel nord, i centri politici ed economici del Paese ormai rischiano di cadere sotto il controllo jihadista… Dobbiamo agire in Libia e mobilitare la comunità internazionale“. Aveva detto che le truppe francesi dispiegate in Mali dovevano trasferirsi in Libia attraverso l’Algeria. “Questo avverrà in accordo con gli algerini, principali attori della regione“. “Le milizie islamiste occupavano Tripoli da fine agosto, e il governo in esilio ‘legittimo’, era a 1200 km di distanza, a Tobruq, da cui non governa nulla, le ambasciate occidentali sono state sgombrate e il sud del Paese è rifugio dei terroristi e le coste centro del traffico dei migranti. Il tutto avviene in un contesto di rapimenti, omicidi e torture, completando il quadro di uno Stato in via di estinzione”, scriveva Le Figaro, il quotidiano finanziato dall’industria bellica francese.
Nel frattempo, l’Egitto salutava la formazione del nuovo governo libico guidato da Abdullah al-Thini, sottolineando l’intenzione di collaborare con il nuovo governo. “La formazione del governo libico è un passo positivo verso il raggiungimento della stabilità politica e il ripristino di pace e sicurezza nel Paese“, dichiarava il portavoce del ministero degli Esteri egiziano Badr Abd al-Aty. Il ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqri aveva dichiarato che gli egiziani era interessati ad unificare le istituzioni libiche per avviare il dialogo nazionale. Cairo aveva organizzato una conferenza sulla Libia il 25 agosto, con rappresentanti di Egitto, Algeria, Tunisia, Sudan, Ciad e Niger, raggiungendo un accordo di cessate il fuoco tra i gruppi in conflitto, la stesura di una nuova costituzione, l’avvio del dialogo e il riconoscimento della legittimità del nuovo Parlamento libico. Aqila Salah Isa, presidente della Camera dei rappresentanti libica, dichiarava: “Questo non sarebbe accaduto se la comunità internazionale avesse preso la situazione in Libia sul serio“, chiedendo l’invio di armi e aiuti per ripristinare la sicurezza e ricostruire le istituzioni. “Il terrorismo e l’estremismo… ora formano un ampio fronte che si estende dall’Iraq all’Algeria” e l’inazione lascerà la comunità internazionale di fronte agli effetti di un’ulteriore espansione in Nord Africa e Sahel. La mancata fornitura di armi e addestramento all’esercito libico, nella guerra al terrorismo, è nell’interesse dell’estremismo“. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, a fine agosto, aveva approvato una risoluzione che irrigidisce l’embargo internazionale sulle armi alla Libia. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov dichiarava a sua volta, “A proposito, parlando di armi chimiche, ci piacerebbe avere informazioni reali sullo stato dell’arsenale chimico in Libia. Sappiamo che i nostri colleghi della NATO, dopo aver mutilato il Paese in violazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, preferiscono non toccare il caos che hanno creato, ma la questione dell’arsenale chimico libico, privo di controllo, è troppo seria per chiudervi un occhio“.
Il 5 ottobre 2014, a Derna sfilava il gruppo islamista al-Galuo, composto da terroristi di ritorno da Siria e Iraq, che si preparavano alla nomina a capo dell’emirato islamico di Derna di uno yemenita. Nel frattempo il presidente egiziano al-Sisi incontrava il premier libico Abdullah al-Thini per discutere delle relazioni bilaterali e degli sforzi dell’Egitto per aiutare il governo libico a sradicare le organizzazioni terroristiche in Libia e renderne sicuri i confini. Il 14 ottobre, aerei libici decollati dall’Egitto avviavano un’operazione in appoggio alle truppe di Qalifa Haftar a Bengasi, eliminando almeno 12 terroristi di Ansar al-Sharia.
In Libia esistono due ‘parlamenti’ e due ‘governi’. Quello di Tobruq guidato dal premier al-Thani e riconosciuto dalle Nazioni Unite, e quello di Tripoli del ricostituito Congresso Nazionale Generale (CNG) guidato dal premier islamista al-Hasi. Tripoli è sostenuta da Qatar, Turchia e Sudan; Tobruq è sostenuta da Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Nella seconda metà di ottobre, nella base aerea di Mitiga, controllata dagli islamisti della coalizione Fajr Libya, formata da milizie di Misurata, berberi ed islamisti radicali della Tripolitania, erano atterrati almeno 3 aerei da trasporto qatarioti carichi di rifornimenti militari. Quindi, le forze islamiche avviavano un’offensiva contro Zintan, sul Jabal Nafusa, al confine tunisino. In risposta, velivoli libici bombardavano la base islamista di Gharyan, 120 chilometri a sud-ovest di Tripoli, e veniva avviata una controffensiva sui villaggi Qaqla e al-Qala. A Bengasi le forze di Haftar riconquistavano diverse zone, con la controffensiva della 204° Brigata corazzata appoggiata da velivoli, riprendendo il controllo del quartiere Ras Ubayda e della base della Brigata Martiri del 17 Febbraio, nel quartiere Fuwayhat. Di contro, il Consiglio della Shura dei Rivoluzionari di Bengasi, formata da Ansar al-Sharia, Majlis al-Shura, Brigata Martiri del 17 Febbraio, Scudo della Libia e Liwa Rafallah al-Sahati, scatenavano una serie di attentati suicidi uccidendo oltre 80 persone, tra cui 9 soldati morti nell’attentato contro la casa del generale Haftar, nel quartiere Zaytun. Inoltre gli islamisti attaccavano la base della 204° Brigata, la collina al-Rahma e l’aeroporto di Benina, base principale di Haftar.

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Global Research
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