Bleiburg: un massacro mai avvenuto?

Luca BaldelliLa greuelpropaganda fascista e anticomunista sulle foibe, sull’esodo degli italiani e sulle vicende istriano–dalmate del 1943/46, è riuscita, con le sue falsificazioni, le sue omissioni, le sistematiche decontestualizzazioni di fatti ed episodi, ad avvolgere la storia della Resistenza jugoslava nel nero manto dell’infamia. Nell’immaginario popolare, i fascisti e i nazisti che seminarono morte e distruzione nei Balcani e nelle terre degli Slavi del sud, con oltre un milione di vittime per le rappresaglie, gli eccidi indiscriminati di civili, i bombardamenti, le repressioni antipartigiane, vengono oggi considerati araldi di civiltà, vittime della furia cieca dei resistenti, anziché inquadrati, nella cornice della storia, quali carnefici ed oppressori da condannare, come sarebbe logico e giusto in presenza di una memoria storica obiettiva, seria e rispettosa della verità. Si è arrivati al punto che, oggi, chiunque intenda spendere parole di elogio e di stima per la Resistenza jugoslava (una delle prime a svilupparsi nell’Europa gemente sotto il tallone nazifascista) si trova deriso, insultato, umiliato, ostracizzato, legato mani e piedi alla colonna infame del disonore coi lacci del conformismo intellettuale, della cattiva coscienza borghese, quando non dell’apologia fascista goffamente mascherata. Chi, invece, si produce in ridicole ed oltraggiose riabilitazioni di repubblichini, torturatori, pianificatori di genocidi, viene innalzato agli altari dell’onore e della fama dai media egemonizzati dal capitale. In questo contesto, chi è il “revisionista”? Se con questo termine vogliamo identificare, qualificare, descrivere lo storico che, con impegno e abnegazione, ricerca la verità e demolisce, ribalta i luoghi comuni imposti e canonizzati dall’oleografia seriale, allora dobbiamo, coerentemente, togliere alla destra (moderata o estrema) e ai vari Pansa della situazione l’abusato fregio del revisionismo, per conferirlo a chi, con argomenti, prove documentali e testimonianze inoppugnabili, si è rifiutato e si rifiuta di parlare di migliaia di morti nelle foibe, dimostrando che al massimo ve ne furono alcune centinaia, il più delle volte vittime non dell’inesistente genocidio anti–italiano pianificato dai truci comunisti slavi, ma di regolamenti di conti fisiologicamente ricorrenti alla fine di ogni conflitto, di vendette che nulla avevano di politico, di odi maturati in anni e anni di oppressione e snazionalizzazione dei popoli slavi ad opera degli italiani dominatori (non intendiamo con ciò giustificare alcunché, ma capire e far comprendere!) Se “revisionista” c’è, oggi, è colui che, citando fatti e testi non confutabili nella loro sostanza, toglie il velo alle menzogne della leggenda nera anti–titina, sparse ai quattro venti dai fascisti e dai loro complici, per nascondere i crimini dell’Asse in Istria, Slovenia, Dalmazia e in ogni angolo della martoriata ex-Jugoslavia. E sì che ce ne vogliono di paraventi, per celare la crudeltà di un tal generale Robotti il quale, commentando un fonogramma su un rastrellamento antipartigiano, pronunciò la sentenza: “Qui si ammazza troppo poco!” (1). Ci si deve produrre in estenuanti sforzi di petto e di materia grigia, per far dimenticare la bestialità dell’ustascia Mile Budak, ministro della Pubblica Istruzione della Croazia di Pavelic, il quale, nel luglio del 1941, affermò: “Per il resto, per Serbi, Ebrei e Zingari abbiamo tre milioni di proiettili. Una parte dei Serbi la uccideremo, un’altra la cacceremo altrove, un’altra ancora la convertiremo alla fede cattolica, assimilandola al popolo croato” (2).
In questo contesto, la vicenda della presunta strage di Bleiburg è emblematica. Da anni veniamo martellati da una propaganda storiografica volta ad accreditare la presunta realtà storica di un episodio crudele, sanguinoso, condito da tutti i pestilenziali aromi ed effluvi della barbarie: nel maggio del 1945, nei pressi di Bleiburg (Pliberk, in sloveno), villaggio austriaco al confine con la Slovenia, i partigiani titini avrebbero ucciso sommariamente, senza alcun processo, decine di migliaia di ustascia croati, domobranci e belagardisti sloveni, cetnici serbo-montenegrini, cosacchi russi con relative famiglie… Secondo le stime più alte, vi sarebbero stati oltre 100000 morti. Insomma, un immenso tritacarne in cui sarebbe finito un intero esercito di miliziani anticomunisti, legati a tutto il caleidoscopio militare e paramilitare del collaborazionismo e del reazionarismo slavo–balcanico. I presunti fatti di Bleiburg vengono costantemente citati, o meglio rinfacciati, ogni volta che si affronta il tema dei crimini nazifascisti in Jugoslavia, per stabilire un assurdo, offensivo parallelismo, tra occupanti e Resistenza, tra invasori e invasi, tra carnefici e vittime… Della serie: “E allora, le foibe?”. In questo modo, il fascismo viene riabilitato e posto di nuovo a disposizione di potenziali avventure reazionarie, molto probabili nelle ricorrenti crisi del capitalismo. Bleiburg o della mistificazione, possiamo scrivere senza paura e senza timori di plausibili smentite da parte di negazionisti incalliti, pronti a cucire addosso ad altri la loro poco edificante connotazione. Vediamo i fatti, sopra accennati, nel dettaglio e con tutto il corredo di riferimenti ed informazioni attingibili. Nell’agosto del 1944, quando ormai la vittoria dei partigiani jugoslavi era un fatto certo, Tito offrì una generosa amnistia ai collaborazionisti anticomunisti, ad esclusione solamente di coloro i quali si erano macchiati di crimini. Questi ultimi, sarebbero stati deferiti ai tribunali popolari. La profferta del grande capo partigiano sortì effetto: un numero massiccio di ustascia croati, dombranci e belagardisti sloveni, cetnici, cosacchi dei Corpi russi, disertò arrendendosi all’Esercito popolare che conduceva la Resistenza e che stava per liberare un intero Paese con le sue sole forze, grazie all’eroismo e all’abnegazione di 800000 e più combattenti. Una schiera di fascisti irriducibili, circa 280000, molti dei quali (non tutti!) criminali di guerra, rastrellatori, aguzzini che non potevano logicamente sperare in nessun atto di clemenza, decise invece di proseguire una lotta disperata, dall’esito scontato, contro gli odiati “comunisti”. Ante Pavelic, leader dei terribili e sanguinari ustascia, volle unificare tutte le varie formazioni fasciste in un’unica “armata” al suo comando (3).
Alla fine del marzo 1945, però, apparve chiaro anche ai ciechi che la situazione minacciava di volgere al peggio: si stava profilando un annientamento totale delle forze collaborazioniste e, allora la truppa al comando di Pavelic decise, malvolentieri, di ritirarsi, per poi consegnarsi, sul confine carinziano, alle truppe inglesi che avanzavano a nord, dalle basi consolidate in Italia. Il 15 maggio del ’45, il giorno dopo l’epica Battaglia di Poljana in Slovenia, vittoriosa per i partigiani, segnò la data dell’inizio della resa dei collaborazionisti: impossibilitati a proseguire oltre i poderosi contrafforti montani, al di là del confine austriaco difeso e presidiato, i “Brancaleone” del nazifascismo balcanico pensarono bene di arrendersi agli inglesi (i quali, il 12 maggio 1945, avevano occupato Bleiburg) sperando così di venir trattati in maniera migliore rispetto a quanto, secondo la loro convinzione, sarebbe avvenuto in caso di capitolazione nelle mani dei partigiani. Quella resa, però, di più che dubbia legittimità sotto il profilo del diritto internazionale, visto che la controparte era l’Esercito partigiano di Tito, e non quello inglese, non ne aveva alcuna di legittimità, dal punto di vista morale e politico. Quelle truppe, più o meno mercenarie, avevano agito e perpetrato crimini nello spazio jugoslavo, non certo a Coventry, a Londra o in Normandia. Ad ogni modo, a condurre le trattative furono, per la parte inglese, il Comandante di Brigata Patrick T.D. Scott, della 38.ma Brigata di Fanteria irlandese, mentre per il fronte collaborazionista anti-titino i delegati furono il Generale di Fanteria del V Corpo Ustascia Ivan Herencic, affiancato da Danijel Crljen (dell’Ufficio di propaganda ustascia), Vjekoslav Servatzy, Vladimir Metikos e Slavko Shtancer. Herencic, tanto per la cronaca, scappò poi in Italia per andarsi a rifugiare in Argentina, alla faccia dello sbandierato cameratismo verso tanti suoi commilitoni (4).
I rappresentanti dell’Esercito partigiano, primi tra tutti il General-Maggiore Milan Basta, Commissario politico della 51.ma Divisione Vojvodina e il Tenente-Generale Ivan Kovacic Efenka, della 14.ma Divisione d’Assalto, non tardarono a riconoscere in quei miliziani, precisamente in alcuni di essi, gli autori di alcuni fra i più odiosi crimini commessi contro i popoli jugoslavi, su mandato nazifascista o per propria spontanea iniziativa. Pertanto, l’Esercito partigiano jugoslavo, l’unico titolato dell’autorità politica e morale per trattare ogni aspetto relativo al conflitto con le controparti, invitò tutti ad arrendersi e a consegnarsi nelle mani della Resistenza, senza il bypass inglese che avrebbe significato, di certo, impunità e salvezza per i fascisti. Gli inglesi, davanti a tanta coriacea determinazione, che nulla lasciava a patteggiamenti o concessioni, fecero un passo indietro. Il General-Maggiore Milan Basta, forte del mandato diretto di Tito e visti i traccheggiamenti snervanti dei collaborazionisti, lanciò un ultimatum quello stesso 15 maggio: resa incondizionata di tutti nel giro di un’ora, pena un’azione militare risolutiva e repentina. I miliziani anticomunisti, infatti, vigliaccamente intendevano suscitare pietismo, quasi fossero ormai ridotti al rango di civili inermi e indifesi, quando invece aspettavano solo il momento più propizio, il casus belli per riprendere l’assetto di guerra contro l’Esercito partigiano, magari appoggiandosi ai piani inglesi di guerra all’URSS e ai Paesi liberati dall’Armata Rossa che stavano prendendo forma nelle segrete stanze alleate (5). La determinazione dei partigiani fu decisiva: dopo alcuni scontri a fuoco residuali (sui quali si è imbastito, in gran parte, lo sciacallaggio storiografico di Bleiburg), la resa divenne operativa, effettiva. Qui nasce la controversia sul presunto massacro: l’Esercito partigiano bersagliò di colpi i collaborazionisti che si erano arresi, uccidendoli in massa? La memorialistica ustascia e fascista in genere, assai “intermittente” nei ricordi e nei principi, riaffioranti e valevoli a seconda dell’utilità che rivestono per le false tesi che si vogliono imporre, parla di decine di migliaia o, addirittura, come abbiamo accennato, di 100000 e più vittime. A dar manforte a questa versione, tenacemente tramandata da tutta una pletora di esuli anticomunisti e “testimoni” oculari, sono stati vari storici, che passeremo in rassegna. Prima, a beneficio dei lettori, sarà fondamentale ricordare un piccolo “particolare”, sempre sottaciuto, che non può che illuminare di vera luce i capitoli di questa vicenda: la diceria, da più parti alimentata e a macchia d’olio diffusa, per la quale l’Esercito partigiano di Tito non faceva prigionieri, è un’orrenda menzogna fascista e reazionaria, studiata a tavolino, che si può sbugiardare con estrema facilità, ricorrendo ai documenti. Nei giorni di maggio vari organi di stampa, primo tra tutti “Politika”, riportarono puntualmente notizie di collaborazionisti catturati e condotti verso i centri di detenzione controllati dai partigiani e dalle forze antifasciste. Solo per riferirci al contesto sloveno, abbiamo evidenze documentali di 15700 prigionieri presi a Maribor, Zidani Most, Bled, Jesenice, di altri 40000 catturati a Rogaska Slatina, Celje, Velenje, Sostanj, Dravograd ecc…(6). In particolare, corre l’obbligo di citare alcune disposizioni, provenienti direttamente da Tito, che la storiografia borghese e l’apologia fascista hanno sempre occultato: la prima risale al 5.12.1944 e fu inviata da Tito il giorno successivo all’Esercito partigiano. In essa, si ordinò apertamente di trattare i nemici presi prigionieri in maniera umana e civile, senza abusi e senza atti sconsiderati. Tito conosceva bene l’odio che serpeggiava tra i partigiani verso chi, sotto la protezione del fascio e della svastica, aveva seminato il territorio jugoslavo di forche, di donne violentate, di case distrutte, di famiglie annientate e cercò in ogni modo di evitare esplosioni d’odio o, meglio, di impedirle. La Resistenza non poteva macchiare la sua etica, la sua intrinseca, necessaria superiorità morale, ponendosi alla stessa stregua degli aguzzini e dei banditi. Quanto fosse viva e seria questa preoccupazione, lo comprendiamo bene dal fatto che, dopo l’ordine del 5.12.1944, Tito e le altre autorità dell’Esercito partigiano inviarono altre disposizioni: il 29.04.1945 fu la volta del Comando della III Armata, che intimò alla 16.ma Divisione di rispettare col massimo rigore le disposizioni precedentemente impartite, pena le più severe punizioni per chi non avesse ottemperato. Il 13.05.1945 fu Tito in persona a ribadire e rafforzare lo spirito delle precedenti comunicazioni, inviando un telegramma ai Quartieri generali degli Eserciti partigiani sloveno e croato: “Dovete intraprendere, si legge nel documento, le misure più energiche per evitare a tutti i costi ogni uccisione di prigionieri di guerra e di persone arrestate dalle unità militari, dagli organi statali o da individui” (7). I possibili sospetti dovevano essere consegnati ai Tribunali e in quella sede giudicati. Siamo alla vigilia dei presunti fatti di Bleiburg, dunque, e vediamo come la preoccupazione crescente, di Tito e dei vertici partigiani, fosse non certo quella di sterminare i nemici catturati, ma esattamente quella opposta: garantire loro le migliori condizioni di prigionia, senza abusi e, soprattutto, senza esecuzioni sommarie.
I filoni storiografici borghesi e di destra, non solo non tengono conto di queste evidenze, ma nel loro impulso di demonizzare la Resistenza jugoslava e di accreditare argomentazioni funzionali alle loro esigenze apologetiche, alterano e stravolgono completamente la verità dei fatti. Uno dei “soloni”, il principale, della storiografia antipartigiana e anticomunista è, senza dubbio, il Conte Nikolaj Tolstoj, intellettuale inglese di origine russa. Nel 1986, Tolstoj dette alle stampe, appoggiandosi alle “testimonianze” di fuoriusciti anticomunisti Serbi, Croati e Sloveni, la sua opera dal titolo “The Minister and the Massacres” (“Il Ministro e i Massacri”), nella quale accusò le autorità inglesi, segnatamente il Ministro e Segretario di Stato Harold Mcmillan e Lord Aldington, militare e pezzo da novanta del Partito Conservatore, di aver tradito, consegnandoli a sovietici e comunisti jugoslavi, quindi a morte certa, decine e decine di migliaia di cetnici, ustascia, cosacchi e collaborazionisti di ogni tipo (8). Molti di questi furono uccisi, secondo Tolstoj, a Bleiburg e in altri luoghi. Una preoccupazione umanitaria, quella del Conte Tolstoj, che, già meritevole di miglior causa in sé, diventa diffamante e oltraggiosa se si pensa al milione e passa di morti, alle centinaia di migliaia di feriti e mutilati, agli orfani e alle vedove causati dai nazifascisti e dai loro zelanti proconsoli nelle terre degli Slavi del Sud. Il libro fece molto discutere e dette luogo a cause giudiziarie, dalle quali il Conte Tolstoj uscì con le ossa rotte: Lord Aldington denunciò il nobile anglo-russo per diffamazione e vinse, costringendo, da un lato, la Casa Editrice “Century Hutchinson” a pagare 30000 sterline e a non ripubblicare il libro, dall’altro il Conte Tolstoj a pagare 2000000 di sterline a titolo di risarcimento (cifra mai pagata, in quanto il nobile intellettuale dichiarò bancarotta…) (9). Al di là della vicenda giudiziaria, pur illuminante, è interessante vedere quel che a proposito del libro e delle vicende in esso narrate, in particolare i fatti di Bleiburg, hanno scritto alcuni autorevoli storici e studiosi inglesi, non certo comunisti né sospettabili di simpatie per bolscevichi e titini: Alistair Horne parlò di una vena apologetica e mistificante che pervade l’opera, di una “fanatica ossessività” dell’autore. Egli “ha messo a repentaglio la sua pretesa di accreditarsi come storico serio ed obiettivo, con la sua tendenza a rimodellare i fatti attorno a tesi precostituite” (10). Stevan K. Pavlowitch, storico inglese di origine serba, ha anch’egli stigmatizzato l’eccessivo, parossistico coinvolgimento di Tolstoj nelle vicende narrate, la sua convinzione che dietro i rimpatri e le consegne dei collaborazionisti ai partigiani vi sia stata “una cospirazione della quale egli non riesce ad individuare il movente” (11). E’ stato però Christopher Booker, nel suo “A Looking Glass Tragedy. The Controversy Over The Repatriations From Austria In 1945” (“Una tragedia allo specchio: la controversia sui rimpatri dall’Austria nel 1945”), a dimostrare con maggiore incisività il carattere menzognero dell’opera di Tolstoj: Booker, storico obiettivo e senza alcun preconcetto (inizialmente aveva sostenuto Tolstoj) afferma, senza mezzi termini, che molti degli eccidi descritti dal Conte in modo macabro “non hanno mai avuto luogo”. Non esiste un documento, nemmeno uno, rileva l’autore, che provi la realtà del presunto massacro di Bleiburg (su questo teatro e sulla sua situazione nel maggio del 1945 vi sono solo nove documenti, di tutt’altro genere, negli Archivi dell’Esercito inglese). Nel capitolo eloquentemente intitolato “Bleiburg: The Massacre That Never Was” (“Bleiburg: il massacro che non ci fu mai”), Booker parla di “tre testimoni oculari che descrivevano fatti avvenuti 40 anni prima ed erano molto parziali”. In effetti, Tolstoj cita, tra gli altri, un “corriere diplomatico” croato, tale Todor Pavic, che già per la sua qualifica non offre certo garanzie d’imparzialità. Egli descrive uno scenario apocalittico di uomini abbattuti dalle mitragliatrici partigiane, un’ecatombe che non avrebbe, se reale, non trovato posto nei rapporti o nei documenti d’archivio o essere nascosta. Attendibilità zero, quindi! Testimonianze incerte e tendenziose, senza alcun riscontro documentale in qualsivoglia archivio! Nessuna prova per la mitica “cospirazione di Klagenfurt” durante la quale, a detta di Tolstoj, il ministro residente nel Mediterraneo, Harold Mcmillan, avrebbe imposto al V Corpo inglese di stanza nel capoluogo carinziano di disinteressarsi della sorte dei collaborazionisti, consegnandoli ai partigiani jugoslavi e ai sovietici (12).
Queste controversie appaiono davvero singolari, nel momento in cui si riflette su un dato di fatto storico comprovato e, anzi, inconfutabile: se ci fu contatto tra i servizi segreti, le autorità alleate da un lato e i collaborazionisti anticomunisti slavi dall’altro, esso non avvenne certo nel quadro di rimpatri volti a far massacrare questi ultimi dai partigiani, dall’OZNA o dall’NKVD. Quando si verificarono rimpatri e consegne alle legittime autorità, questi si ebbero, a seconda dei casi, per l’insistenza e l’inflessibilità dell’Esercito partigiano di Tito o per la fermezza delle autorità sovietiche. La regola, come dimostra la vicenda delle ratlines, fu purtroppo ben diversa: ustascia, cetnici, SS e via elencando, furono messi al riparo e salvati da Vaticano e servizi alleati, nel contesto della pianificata guerra fredda antisovietica e anticomunista (13). Tanti di quegli aguzzini continuarono a rifornire il serbatoio delle dittature fasciste, parafasciste e reazionarie in ogni angolo del globo, in modo particolare in America Latina. Del resto, gli inglesi erano stati da sempre i protettori numero uno dei cetnici serbi. Altro che massacri rispetto ai quali si è girata la testa da un’altra parte!
Ad ogni buon conto, la mitologia di Bleiburg ha i suoi “Omero” in sedicesimo anche in tutta una teoria di autori legati agli ambienti dell’emigrazione ustascia e reazionaria: si pensi a Danijel Crljen, al quale abbiamo prima accennato come membro dell’Ufficio di propaganda ustascia. Egli, fonte al di sotto di ogni sospetto per il suo passato di attivo militante in uno dei movimenti più spietati e sanguinari della storia del fascismo, ha scritto su “Hrvatska Revija”, rivista dell’emigrazione croata, egemonizzata da sempre dall’estremismo di destra, altri racconti truci su Bleiburg e sul “tradimento” inglese, assieme ad uno studio in forma di opuscolo (14). Un numero cospicuo di articoli dello stesso tenore è apparso sulla stampa croata nazionalista dopo il 1990, con una serialità né fortuita né spontanea. Tanti, tantissimi gli articoli e i “reportages”: citarli tutti impegnerebbe due o tre pagine.
Altro assertore della verità storica sui massacri di Bleiburg è l’economista ed esperto delle Nazioni Unite Vladimir Zerjavic, uomo non certo di estrema destra, ma comunque impegnato con tenacia a sminuire, dal punto di vista del numero complessivo delle vittime, la realtà del genocidio nel lager di Jasenovac, controllato dai seguaci di Pavelic, assieme alla portata criminale del regime ustascia (15). Zerjavic parla di 45–55000 vittime a Bleiburg, anche qui, però, senza citare un solo documento credibile giacente negli archivi. Una fonte, dunque, non priva di “opacità”…
Ivo Goldstein, storico croato, parla di circa 116000 soldati e civili croati presenti nelle colonne dei prigionieri condotte in territorio jugoslavo dai partigiani, assieme a qualche decina di migliaia di Serbi e Sloveni, ma poi afferma di non poter quantificare le vittime dei presunti massacri. Tutto viene lasciato alla supposizione e a calcoli induttivi che, in sede storiografica, non dovrebbero aver cittadinanza, se non sui massimi sistemi o sui contorni degli avvenimenti quando le fonti documentali da sole non bastano, mai su fatti precisi e circostanziati o in sostituzione delle fonti (16).
Lo storico croato–statunitense Jozo Tomasevic, nella sua apparente obiettività e nel suo rigore indubbiamente superiore a quello di altri storici e studiosi cimentatisi con l’argomento, parla di 50000 croati e bosniaci uccisi dai partigiani, ma anche in questo caso ci illuderemmo di poter rintracciare nelle righe un documento certo, una testimonianza autentica; dietro alle critiche rivolte a testi pieni di esagerazioni e a cifre gonfiate da fascisti e ultranazionalisti croati, critiche che Tomasevic dispensa e che non possono non essere condivise, si trova però sempre il ribadire, da parte sua, la realtà del presunto eccidio… Si criticano i testi dell’emigrazione ustascia, con le loro esagerazioni, ma non se ne traggono le dovute conclusioni (17).
L’inglese Jasper Ridley e il canadese David B. McDonald si pongono sulla stessa linea: criticano i numeri gonfiati della propaganda ustascia e nazionalista, ma non concludono le loro riflessioni rimettendo in discussione le vicende accreditate come dogmi fideistici da rispettare, pena la scomunica (18).
Toni più foschi si incontrano nell’opera di Misha Glenny “The Balkans: Nationalism, War and the Great Powers”: il giornalista e studioso, corrispondente della BBC e collaboratore di influenti testate dell’establishment anglosassone, parla di 30000 ustascia uccisi nella colonna di prigionieri in marcia attraverso Maribor e di 80000, tra miliziani e civili, uccisi dai partigiani a Tezno, nei pressi di Maribor (19). Anche in questo caso, tutto sul sentito dire, sulla goebbelsiana circolazione di “voci”, sulle supposizioni, senza quella citazione di evidenze documentali incontrovertibili che ci si attenderebbe da uno studioso quotato ed autorevole, quale Glenny è senza dubbio.
A fronte di questa “mitologia bleiburghiana”, è venuto il momento di dissipare le nebbie delle ambiguità e di andare alla ricerca di altre fonti che chiariscono in maniera esemplare quel che realmente avvenne: fonti jugoslave di prima mano, dei diretti protagonisti di quegli epici giorni del maggio 1945. Fonti di parte? Senz’altro di “una parte” ben precisa, quella antifascista, ma rigorose e attendibili nel momento in cui fanno riferimento a documenti e collimano con le conclusioni di studiosi stranieri seri, che nulla lasciano alle speculazioni e alle illazioni, come Booker e altri.
Petar Brajovic, Eroe della Resistenza jugoslava, Colonnello dell’Esercito popolare jugoslavo, nel 1983 dette alle stampe il libro “Konachno Oslobodjenje” (“Finalmente, la Liberazione“ ). La scelta di pubblicarlo con una casa editrice di Zagabria, testimonia tra l’altro l’esistenza, allora, di margini di pluralismo inimmaginabili, nella Repubblica di Croazia, alla fine degli anni ’80 e nell’era tudjmaniana. Brajovic parla di Bleiburg e dei febbrili, drammatici momenti di confronto con gli inglesi nei giorni della resa dei collaborazionisti, ma non cita né massacri nè altri episodi truci. Non smentito da alcuna prova documentale né da alcuna testimonianza seria, l’ex-partigiano e militare afferma che, nei territori sloveni, gli ultimi ustascia e collaborazionisti si rifiutarono tenacemente di deporre le armi e di alzare bandiera bianca subito, in quei caldi giorni di maggio: l’Esercito partigiano dovette difendersi, in particolar modo il 15 maggio, e aprì il fuoco per un quarto d’ora – venti minuti nella zona di Bleiburg. Si ebbero certamente morti e feriti, quindi, ma in combattimento. I documenti disponibili ci mostrano perdite ben diverse, nel numero, da quelle pompate dalla propaganda: 16 morti, seppelliti prontamente presso un cimitero. 16 morti! Altro che le cifre da ecatombe usate e abusate! 16 morti uccisi in combattimento soprattutto, non in massacri deliberati di inermi o di prigionieri intrappolati con l’inganno! (20)
Ad offrire il resoconto più dettagliato è però il capo partigiano Milan Basta, che abbiamo già incontrato nel nostro studio come Commissario politico della 51.ma Divisione partigiana Vojvodina. Di lui abbiamo varie opere, ma le testimonianze fondamentali sono due: i libri di memorie “Rat posle rata” (“Guerra dopo guerra”), edito nel 1963 dalla Stvarnost di Zagabria, e “Rat je zavrshen 7 dana kasnije” (“La guerra si concluse 7 giorni dopo”), pubblicata a Zagabria nel 1976. Basta esclude qualsiasi esecuzione sommaria di prigionieri e, anzi, mette in luce come gli ustascia e i collaborazionisti persero alcuni loro uomini in combattimento, per l’ostinazione nel non arrendersi e nel continuare a colpire e provocare l’Esercito partigiano, anche quando tutto ormai era perduto. Tra l’altro, il Comandante Basta ribadisce e mette in evidenza le sue preoccupazioni per un trattamento giusto ed umano dei prigionieri, le sue precise e inderogabili direttive in merito, con la precisazione che i criminali si sarebbero dovuti processare davanti a tribunali regolari, come del resto avveniva già nei territori liberati dall’Esercito partigiano (21). Egli, come altri autori, fa poi riferimento ad un fatto che non si può far passare in cavalleria: la presenza, nella parte nord della Valle di Bleiburg, di carri armati inglesi che martellarono senza pietà gli ustascia e gli altri recalcitranti alla resa, scioccando non poco gli stessi partigiani, che pure non erano teneri verso i criminali fascisti e certamente volevano una reazione forte per rompere gli indugi (22). Un particolare, questo, che va messo bene in evidenza: quanti morti, in combattimento, furono causati tra i collaborazionisti dagli inglesi e quanti dai partigiani? Si sono voluti addossare e ammonticchiare sulla coscienza della Resistenza jugoslava morti da essa non provocati, sia pure in un contesto di scontro campale aperto che senza dubbio legittima, militarmente e moralmente, in via di principio e di fatto, ogni risposta verso l’avversario? Su questa narrazione si è innestato il “testimone oculare” Zvonimir Zoric (uno di quelli citati da Tolstoj nell’opera prima menzionata e trattata), parlando di caduti civili nell’“inferno” di Bleiburg. Nel suo tentativo di diffamare la Resistenza e di macchiarla d’infamia, Zoric ha commesso però un autogoal clamoroso: se furono uccisi civili, e le evidenze documentali non ce ne danno contezza, evidentemente ciò avvenne perché questi erano stati usati come “scudi umani” dai collaborazionisti, vista la presenza di un teatro di guerra con una delle due parti non disponibile, da subito, ad una resa senza condizioni. Teatro che avrebbe dovuto suggerire da subito l’allontanamento degli eventuali inermi ed innocenti. A fare il paio con le argomentazioni di Basta, abbiamo quelle del capo partigiano sloveno Franci Strle, che parla di scontri armati coinvolgenti il 3.zo Battaglione della 1.ma Brigata Tomsic e il 3.zo Battaglione della 11.ma Brigata Partigiana “Zidanshek” (23).
C’è poi tutta una serie di documenti pubblicati dagli storici jugoslavi negli anni del socialismo, che da soli smentiscono tutte le tesi insinuanti un genocidio ai danni dei collaborazionisti: nel maggio del 1945, nelle mani dell’Esercito partigiano erano tenuti in custodia 105000 tedeschi, ustascia e cetnici; 25000 furono giustiziati e 4000 feriti (24). I giustiziati furono i criminali di guerra, processati e condannati, via via, dai tribunali militari; se si fosse voluto compiere un massacro indiscriminato, quei numeri sarebbero stati ben più elevati! I feriti, con ogni probabilità, furono coloro i quali tentarono di scappare alla detenzione, o coloro i quali deliberatamente compirono atti di autolesionismo, presi dalla disperazione della sconfitta, come sempre avviene in simili, bestiali contesti. Si è anche scritto: tutto vero, ma quei documenti in gran parte non vanno oltre la data del 15 maggio. Ora, a parte il fatto che il 15 maggio, secondo le insinuazioni qui esaminate, si sarebbero compiuti gli eccidi più estesi, c’è dell’altro da aggiungere: il 16 maggio, come ricorda il Comandante Basta nelle sue memorie, una quantità notevole di miliziani e civili, specie croati, che non si erano macchiati di crimini e avevano data prova di pentimento dopo esser stati catturati dalle forze della Resistenza, furono addirittura rispediti alle loro case (25). Se non c’era stato genocidio fino al 15, e i numeri lo dimostrano, figuriamoci dopo, in seguito ad una specie di “amnistia” decisa quasi su due piedi grazie alla clemenza dei partigiani!
Se poi si deve stare a quanto racconta l’Associazione dei Partigiani croati in uno studio del 2007, curato dall’anziano pubblicista croato e combattente antifascista Juraj Hrzhenjak, c’è il colpo di scena: il massacro vi fu, vero, ma ad opera dei fascisti croati della Legione Nera (Crna Legija), contro i miliziani che volevano arrendersi o disertare circondati da inglesi e partigiani (26). Compiuta la carneficina, se ne sarebbero addossate le colpe ai partigiani.
Insomma, molta oscurità grava, volutamente, da parte della storiografia borghese, reazionaria e fascista, sui fatti di Bleiburg. Accendere la luce della verità con le prove documentali e le testimonianze serie, significa smontare pezzo per pezzo la macchina della calunnia contro la Resistenza jugoslava e i suoi uomini. Se per Bleiburg è accaduto quanto abbiamo cercato di ricostruire, è lecito pensare che su decine e decine di episodi riguardanti la lotta partigiana jugoslava si siano sparsi i veleni della disinformazione. In questi anni, ad esempio, molto spesso abbiamo sentito di fosse comuni scoperte qua e là in Slovenia o in Croazia e subito la penna dei tromboni del mai defunto Minculpop ha sparso l’inchiostro della diffamazione antipartigiana, addebitando i cadaveri all’Esercito liberatore di Tito. Molte montature sono state scoperte e smascherate, grazie all’azione coraggiosa e indomita di tanti storici, giornalisti e persone amanti della verità, ma molte sono rimaste in piedi, a infettare la pubblicistica e la storiografia. Lo storico serio e rigoroso, il militante comunista custode dei valori di libertà e di lotta per un mondo migliore, debbono necessariamente impegnarsi per strappare ai calunniatori e ai falsari le truci maschere dell’inganno, sempre e ovunque, anche a costo di rimettere in gioco convinzioni, pregiudizi e dogmi transitati purtroppo anche in insospettabili coscienze!Note
1. Crimini di Guerra e G. Oliva, “Qui si ammazza troppo poco” (Mondadori, 2007).
2. Si veda Marco A. Revelli: “L’Arcivescovo del genocidio” (Kaos Edizioni, 1999).
3. Dominik Vuletic, “Kaznenopravni i Povijesni aspekti bleiburskog zlocina
4. Si veda, sull’emigrazione fascista in Croazia: Guido Caldiron, “I segreti del Quarto Reich” (Newton Compton, 2016)
5. Si veda Aurora
6. Si veda qui (in croato)
7. Le direttive di Tito e dei vertici dell’Esercito partigiano per un equo trattamento dei prigionieri si possono inquadrare in un testo abbastanza completo, quantunque connotato da cedimenti alla vulgata sterminazionista bleiburghiana, come questo. Nel dettaglio, e di prima mano, ci si può rivolgere a pubblicazioni degli archivi jugoslavi, come “VA VII, Beograd, A. NOB, reg. br. 9-22/10” e a pregevoli opere come la fondamentale “J. B. Tito, Sabrana djela 28” (Beograd, Komunist, 1988).
8. Nikolaj Tolstoj: “The Minister and The Massacres” (Hutchinson, 1986)
9. Si vedano “The Times”, 20 dicembre 1989 e The Guardian
10. Horne, Alistair (5 February 1990). “The unquiet graves of Yalta“, National Review
11. Pavlowitch, Stevan K. (January 1989), “The Minister and the Massacres review“, The English Historical Review, 104 (410): 274–276.
12. Booker, Christopher (1997), A Looking-Glass Tragedy. The Controversy Over The Repatriations From Austria In 1945, London: Gerald Duckworth & Co Ltd. Utile anche questo riferimento.
13. Ratlines
14. D. Crljen, “Istina o Bleiburgu” (Buenos Aires, 1994) Anche: D. Crljen
15. Manipulations
16. Ivo Goldstein, “Raspad i slom NDH, Bleiburg i krizhni put”, Jutarnji List 28 maggio 2012
17. Tomasevich, Jozo (2001), War and Revolution in Yugoslavia, 1941–1945: Occupation and Collaboration, San Francisco, California: Stanford University Press
18. MacDonald, David Bruce(2003), Balkan holocausts? Serbian and Croatian victim-centered propaganda and the war in Yugoslavia, Manchester University Press. Jasper Ridley: “Tito. Genio e fallimento di un dittatore” (Mondadori, 1996)
19. Glenny, Misha (1999), The Balkans: Nationalism, War and the Great Powers, 1804–1999, New York: Penguin Books
20. P. Brajovic, “Konachno Oslobodjenje” (Spektar, Zagreb, 1983 ). Sul numero dei morti, si faccia riferimento a “Otvoreni dossier: Bleiburg” (Zagreb, 1990), pubblicato in Croazia in pieno revival nazionalista e, quindi, non passibile di apologia comunista.
21. M. Basta, “Rat posle rata” ( Stvarnost, Zagreb, 1963 )
22. Ivi, pg. 381
23. F. Strle, “Otvoreni dossier: Bleiburg”, cit.
24. Zbornik dokumenata i podataka o narodnooslobodilackom ratu naroda Jugoslavije, tom. XI, no. 3 (Beograd: Istorijski institut, 1976), 643-646
25. Jurica Labovic, Milan Basta, Partizani za pregovarackim stolom 1941-1945, (Zagreb: Naprijed, 1986) p. 325.
26. Znaci

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Soros, pussa via

Valerij Kulikov, NEO 18.10.2017Indiscutibilmente, le ONG statunitensi sono cadute in disgrazia in Europa negli ultimi anni. Stati come Italia, Ungheria e Repubblica ceca sono abbastanza decisi nel criticare le organizzazioni non governative statunitensi che operano nei rispettivi territori. Anche la Polonia, considerata satellite dichiarato di Washington nell’Europa orientale, non fa eccezione. Quindi giorni duri per i promotori della globalizzazione e della democrazia americana in Europa. Tra chi è finito sotto tiro troviamo George Soros, il cui nome è stato espressamente menzionato negli ultimi decenni in relazione a ogni protesta di massa, colpo di Stato e presenza delle sue ONG nei vari “movimenti rivoluzionari” nel mondo. Miliardario che preferisce farsi chiamare filantropo non solo desideroso di ridisegnare la mappa del mondo, ma anche di riorganizzare ogni sorta di fondazione per raggiungere i suoi obiettivi, Soros è stato accusato ripetutamente di abbattere i governi di numerosi Stati sovrani. Quanto al cosiddetto “sviluppo democratico” dell’Europa dell’Est e dell’ex-Unione Sovietica, Soros ha speso oltre 2 miliardi di dollari per intromettersi nella loro politica interna negli ultimi tre decenni. Destabilizzando economie e società di tali Stati, cerca di creare il cosiddetto caos controllato, permettendogli di distruggere i resti dello Stato. Come osservato dall’ex-viceministro per gli Affari della diaspora della Georgia e capo del movimento Marcia dei georgiani, Sandro Bregadze, nell’intervista a Dalma News, George Soros è il nemico principale dello Stato georgiano. Il fatto che Soros sia una minaccia per Israele e molti altri Paesi è stato recentemente annunciato dal Ministero degli Esteri israeliano. Come notato da diverse fonti, Soros ha svolto un ruolo cruciale nell’organizzazione la crisi migratoria in Europa, che appare un’operazione ben pianificata e generosamente sponsorizzata. Per esempio, i media italiani ricordano che Soros promise apertamente di assegnare mezzo miliardo di dollari alle ONG che aiutano i rifugiati a trasferirsi nel continente europeo. Tali casi di “carità” non sono altro che un tentativo d’incoraggiare la tratta degli esseri umani e di stimolare le attività dei contrabbandieri. Le fondazioni di Soros hanno sponsorizzato le forze politiche che sostengono la secessione della Catalogna. Il mano familiare di Soros si vede nelle strade di Barcellona con proteste di massa, incendi, scontri con la polizia. Queste proteste furono provocate dai numerosi tentativi di convincere la popolazione che non ha nulla in comune coi cosiddetti spagnoli. Sui fondi assegnati da Soros alla sua ONG, avrebbe usato ogni trucco, compreso il sostegno inaspettatamente fornito a movimenti come quello per la legalizzazione delle droghe leggere, anche se sconvolge le fondamenta cattoliche di Barcellona.
Nel suo inestinguibile desiderio d’inglobare alle sue aziende private la potenza finanziaria illimitata del Vaticano, idea duramente contestata dall’ex-Papa Benedetto, Soros gli scatenò una guerra legale ampliandola in tutto il mondo. Nelle rivendicazioni contro i ministri delle chiese per molestie e abusi sessuali, Jeff Anderson e Associates, studio legale collegato alle strutture di Soros, è stato scelto quale strumento. A seguito dell’azione accuratamente pianificata, questo studio preparò e sottopose a vari tribunali di molti Paesi cause legali che richiedono il perseguimento penale dei servi della Chiesa Cattolica Romana (RCC). Poi, con l’appoggio dei media internazionali controllati da Soros, un colpo fu inflitto ai capi del Vaticano. Jeff Anderson e Associates fece appello innanzitutto alla Corte Penale Internazionale dell’Aia, e poi alla Corte Suprema degli Stati Uniti con accuse contro Papa Benedetto e subordinati. Nel 2012, con la presenza dei media di Soros, furono pubblicati documenti segreti della Chiesa cattolica romana che rivelavano le frodi finanziarie della Banca Vaticana. A seguito di tale pressione il Papa dovette prendere un passo inaudito dal 1415: nel 2013 Benedetto rinunciò al trono papale e al suo posto salì Francesco, la cui figura era più che adeguata per Soros. Ultimamente, sotto la pressione di Soros è finito l’Ordine di Malta, la cui leadership è stata rimossa per volontà di Papa Francesco.
Oggi Soros è stato dichiarato persona non grata in molti Paesi. Inoltre, gli è vietato svolgere attività nelle sue terre patrie, Ungheria e Israele. Quindi non si esagera affermando che George Soros è un tumore che va rimosso. È anche accusato di aver cercato di distruggere lo Stato degli Stati Uniti. L’estate scorsa, hacker di DCLeaks.com rilasciarono centinaia di documenti interni del fondo Soros, tra cui certificati e rapporti sulla partecipazione del fondo nella sponsorizzazione del colpo di Stato in Ucraina. Dopo la caduta di Hillary Clinton, sponsorizzata da Soros, i fondi da lui controllati coordinano il movimento di protesta anti-Trump negli Stati Uniti. Si è scoperto che la manifestazione è organizzata dalla società MoveOn, finanziata da George Soros. Soros si oppose a Donald Trump subito dopo la vittoria, chiamandolo bugiardo, imbroglione e aspirante dittatore. Ma ora non solo critica il presidente, ma assegna mezzo miliardo di dollari al tentativo di abbatterlo, lavorando contro le società che si avvantaggiano delle politiche di Trump, soprattutto le compagnie petrolifere statunitensi. Anche nei recenti scontri razziali negli Stati Uniti, Soros apparentemente ha svolto un ruolo. Pertanto, non sorprende la petizione che chiede al presidente Trump di riconoscere il miliardario George Soros terrorista, pubblicato sul sito web delle petizioni della Casa Bianca. È già stato firmato da più di 150000 statunitensi, ed afferma che: “Noi, il popolo diciamo che Soros ha tentato volontariamente di destabilizzare e commettere atti di sedizione contro gli Stati Uniti e i suoi cittadini. Per raggiungere tali obiettivi, l’autore afferma che Soros ha creato molteplici organizzazioni al solo scopo di praticare la tattica terroristica sul modello Alinsky per distruggere il governo degli Stati Uniti”. Così ora, una volta che il numero di firme richiesto sarà raccolto, la decisione ricadrà sull’amministrazione Trump, ma non è chiaro se Soros e i suoi fondi saranno dichiarati sgraditi sul suolo statunitense.Valerij Kulikov, esperto politologo, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Come dei modelli ingannarono la NATO

Dragan Vujicic, Novosti, 2 ottobre 2017
Il Pilota Djordje Ivanov rivela a “Novosti” l’emozione particolare, in attesa di 6 “Migovi” dalla Russia. “Su mia proposta furono realizzati dei finti aerei che i piloti alleati pensavano che fossero realiIl Tenente-Colonnello Djordje Ivanov, ex-capo delle operazioni del 204.mo Reggimento Caccia della VJ nel 1999, ebbe l’idea di fare dei modelli, di questo potente aereo, l’incubo strategico della NATO salvando dal bombardamento alcuni di quelli ricoverati nell’aeroporto di Batajnica. All’inizio della guerra illegale, Ivanov era l’aiutante del leggendario comandante del 204.mo Colonnello Milenko Pavlovic.
I nostri piloti avevano 13 “MiG-29” e anche un cuore più grande delle montagne. La NATO tuttavia abbatté i quattro velivoli decollati per le operazioni della prima notte. I piloti Ilja Arizanov, Nebojsa Nikolic, Dragan Ilic e Predrag Milutinovic si eiettarono ma quattro “29” andarono perduti per sempre. Pochi giorni dopo la fine del bombardamento della NATO, i MiG-29 dell’Aeronautica jugoslava volarono nuovamente a titolo dimostrativo; le forze nemiche credevano che fossero stati tutti distrutti. Fu questa la ragione del licenziamento del generale dell’US Air Force presso il comando della NATO, ma anche delle congratulazioni dei colleghi del Tenente-Colonnello Djordje Ivanov. “Ricordo quando entrammo nei rifugi improvvisati di Batajnica poco prima che i missili da crociera colpissero l’aeroporto, il 24 marzo 1999. Le detonazioni letteralmente ci scaraventarono nel rifugio. Fu la notte più lunga della mia vita. Durante le pause, le immagini nella mia mente di tutta la vita scorrevano ai miei occhi”, ricorda Ivanov. La mattina del 25 marzo 1999, Batajnica era ancora più cupa. Il Generale Spaso Smiljanic, comandante della RV-PVO, disse ai piloti che potevano solo immolarsi per la difesa della Patria. La differenza di mezzi aerei era troppo grande. Mentre guardavo colleghi e comandanti nell’aeroporto distrutto, mi ricordai “una mascherata” nella scuola elementare di Strumica, quando la mia classe, su mia idea, smantellò parte del legno della scuola per farne un cavallo di Troia. Un film in quei giorni veniva girato nella mia città natale. La mia idea ricomparve, e dissi a Smiljanic: “Generale, facciamo dei modelli!” Annuì probabilmente pensando che il Tenente-Colonnello fosse “sconvolto” dalle bombe. Ma a me bastò… E il primo superiore, il Colonnello Pavlovic fu inizialmente sconvolto dall’idea, dicendo “Se fai il modello, avrai un agnello“. Contattai i produttori Branko Vujevic e Radoja Blagojevic, e a Nova Pazova trovammo un laboratorio in cui si lavorava il legno e così iniziammo. Si decise di “costruire” “MiG-29” in rapporto di 1:1, anche se in un primo momento sembrava una missione impossibile. Il primo “aereo” uscì dal laboratorio dopo venti giorni. C’era il problema di come trasferirlo a Batajnica. Dall’officina alla pista vi sono solo pochi chilometri, ma i satelliti su Belgrado passavano ogni sette minuti. Durante questo periodo, le ali di legno dovevano essere montate sulla carlinga collegata al trattore per farlo uscire da Pazova. La sede della “fabbrica del MIG-29A serba” doveva essere nascosta a tutti i costi. Montammo il finto aereo la mattina, e i bombardieri della NATO arrivarono diverse ore dopo, sganciando il loro carico mortale”, dice Ivanov. Il Tenente-Colonnello spiegò la tecnica con cui ingannarono i bombardieri della NATO. “Nel velivolo falso, una stazione radio venne installata e il cherosene veniva bruciato nei fusti ritagliati che fungevano da motori, in modo che gli osservatori vedessero una termo-riflessione. Questo portò i piloti della NATO a concludere che era un vero aereo”. Tutti i “modelli” falsi erano ricoperti da sottili serigrafie su cui era stata stampato “Vecernje novosti”. I regali del nostro ufficio stampa diedero il riflesso radar ideale agli “avaksima”.
Il Pilota Ivanov lasciò la RV nel 2001, con circa 1800 ore di volo su aerei supersonici, ma ebbe la sensazione che sarebbe tornato sulle altezze celesti con la pittura. Questo personaggio dipinse icone e affreschi in quindici chiese in Macedonia e Serbia. Una donna inglese apparve in compagnia della moglie proprio quando restaurava l’Angelo Bianco. Si affrettò a vederlo, e dopo alcune lacrime chiese ai maestri di scoprire gli affreschi. Iniziò a parlare dicendo che era una pilota inglese durante l’aggressione della NATO e aveva “accidentalmente” colpito il monastero di Moraca assieme a Milešev. Quando sorvolò la valle del fiume, disse che il suo bersaglio scomparve improvvisamente dal radar, e in volo una nuvola apparve davanti al suo aereo sotto forma di enorme angelo bianco. Le bombe furono disattivate e vennero sganciate in modo casuale.Restauro
Uno dei modelli dell’aereo della “fabbrica del MIG-29A serbo” oggi si trova al Museo di Surcin. Il direttore Cedo Milojevic aveva detto che sarà completamente restaurato ad ottobre. Il Colonnello Ivanov ne è il responsabile.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

“Guerra nei Balcani”, le memorie di un peacekeeper portoghese (2.da Parte)

Stephen Karganovic SCF 09.07.2017Nelle sue memorie “Guerra nei Balcani” (1), il generale portoghese Carlos Martins Branco, che durante il conflitto nella ex-Jugoslavia aveva l’incarico strategico di Vicecapo Missione degli Osservatori Militari dell’ONU in Croazia e Bosnia-Erzegovina (1994-1996), racconta la sua esperienza sugli eventi di Srebrenica nel luglio 1995. In contrasto con le fantasie di un gruppo di dubbi “esperti”, falsi testimoni e propagandisti dichiarati, il Generale Martins Branco riferisce fatti come osservati dall’intelligence e altre fonti sul campo. Queste informazioni attraversarono i canali ufficiali fino alla sua scrivania a Zagabria, dove si trovava la sede degli Osservatori delle Nazioni Unite. Fatti e conclusioni di Martins Branco sono difficilmente smentibili. Gli elementi citati di seguito sono riportati nelle pagine 201-206 delle memorie. Cominceremo con la conclusione del generale che sfida l’idea accettata che Srebrenica fu un genocidio e da lì proseguire: “Se avessero intrattenuto l’intento specifico di commettere un genocidio, i serbi avrebbero bloccato l’enclave da tutti i lati in modo che nessuno potesse scappare. Invece attaccarono da due direzioni, a sud-est e ad est, dove concentrarono le forze d’assalto, lasciando corridoi aperti verso nord e ovest (…) né avrebbero pianificato l’invio di diciassettemila donne, bambini e anziani il 12 e 13 luglio, permettendo a circa la metà degli sfollati di raggiungere il territorio della Federazione. Un gran numero di residenti di Srebrenica, che riuscì a fuggire, trovò rifugio in Serbia dove passò diversi anni senza essere disturbato da nessuno. Per occultare il genocidio, era necessario nascondere alcuni fatti scomodi che potevano comprometterli”.
Martins Branco non nega che “l’attacco a Srebrenica causò molti morti“. Tuttavia, osserva che “anche dopo venti anni nessuno è riuscito a determinarne il numero”. (In realtà il Tribunale dell’Aja ci tenta ma, a seguito di sforzi inadeguati, nei vari verdetti si hanno cinque cifre drasticamente diverse, con un divario di 4000, presumibilmente riflettendo il giudice che accertava il numero delle vittime giustiziate). Come “Progetto Storico Srebrenica” dice da anni, Martins Branco sottolinea anche un fatto molto importante, vale a dire l’eterogeneità delle cause di morte nei resti umani riesumati a Srebrenica. L’autore descrive la situazione legale nei seguenti termini: “Le cause delle morti verificatesi durante e dopo le operazioni militari furono diverse: combattimenti tra i due eserciti che si affrontavano; combattimenti tra forze serbe e miliziani che fuggivano, raggiunti da civili; guerra interna fra i combattenti dell’esercito bosniaco; e infine esecuzione dei prigionieri di guerra”. Quanto agli antecedenti della “cifra magica di 8000 dispersi (stima iniziale della Croce Rossa) che infine divenne verità inconfutabile”, l’autore afferma che ad un certo punto “era proibito farsi domande, anche prima che venisse presentata alcuna prova”, continuando: “Guai a chi osi sfidare tale verità incontrovertibile. Sarà immediatamente scomunicato ed etichettato come “negazionista”. Il fatto che 3000 persone dichiarate disperse comparissero sulle liste elettorali nel settembre 1996, non ebbe alcun impatto sulla ripetizione incessante della narrativa sugli 8000 morti. I media non ebbero mai la minima curiosità su questa ed altre evidenti incongruenze. Era più facile continuare a ripetere la storia del genocidio, che i mass media promossero con ansia. Ma a prescindere dalla ribellione ostinata a quella “verità”, va ricordato che tra rumore mediatico e fatto storico continua ad esserci un enorme divario”. “Quanti prigionieri furono uccisi e quanti morirono in battaglia?”, si chiede il Generale Martins Branco con una domanda fondamentale. “Siamo abbastanza lontani dalle risposte, e direi che avremo difficoltà a trovarle. È molto più facile, e semplice, parlare di genocidio”. L’ufficiale portoghese, tuttavia, s’impegna a stimare il numero possibile di vittime dei crimini di guerra a Srebrenica nel luglio del 1995: “L’esecuzione da parte delle forze serbe a Srebrenica e dintorni di un notevole numero di maschi musulmani, fonti ben informate citano la cifra di 2000, in maggioranza soldati, fu senza dubbio un crimine di guerra”. Il numero menzionato da Martins Branco è significativo per una serie di ragioni. Innanzitutto, poiché lo stesso numero di vittime dell’esecuzione, 2000, è citata da un’altra e non meno rispettabile fonte d’intelligence, John Schindler, alto ufficiale d’intelligence statunitense di stanza a Sarajevo contemporaneamente agli eventi di Srebrenica. La valutazione di Schindler, fatta da Sarajevo, è completamente congruente con Martins Branco da Zagabria. Fu articolata nel documentario di Ole Flyum “Srebrenica: città tradita“. (2) Entrambe le valutazioni corrispondono ai dati forensi disponibili e va ricordato che quando le cose sono piuttosto confuse, come a Srebrenica, una sintesi dei dati d’intelligence da varie fonti attendibili va sempre eseguita con attenzione, presentando spesso un quadro complessivo molto più affidabile delle segnalazioni di individui isolati, il cui campo di visibilità è spesso limitato e senza nemmeno obiettività. Infine, la cifra suggerita congiuntamente da Martins Branco e Schindler, che le prove materiali disponibili supportano pienamente, è d’interesse anche per un altro motivo. Nelle varie comunità d’intelligence, una voce continua a girare affermando l’esistenza di un documento, una misteriosa lettera inviata da Alija Izetbegovic a Naser Oric nella primavera del 1995, poco prima dell’inizio dell’operazione a Srebrenica, dove si ritiene che fosse riaffermata che l’offerta di interventi esteri rimaneva ancora in piedi, così come la condizione che la caduta di Srebrenica fosse accompagnata da un massacro. Il punto chiave della presunta lettera è che il numero di vittime richiesto dal criterio interventista delle forze estere interessate fosse la cifra familiare di 2000. “Tuttavia”, continua il nostro autore, “non fu un genocidio, come si afferma in molti ambiti, soprattutto al tribunale dell’Aia, sotto forma di argomento politico. Da persona civilizzata, naturalmente, sono del tutto d’accordo che “farsi giustizia da sé, caratteristica culturale non solo dei serbi, ma di altre comunità dell’ex-Jugoslavia, non giustifica o attenua la gravità dell’atto commesso. Fu senza dubbio una violazione della Convenzione di Ginevra”. Il punto principale, tuttavia, è che sembra che le cose vadano definitivamente chiamate con il loro nome: “I terribili crimini di guerra vanno puniti. Tuttavia, questi atti non possono e non devono essere confusi con un genocidio. Quando i crimini di guerra, come l’esecuzione di centinaia di maschi in età di leva, sono paragonati al genocidio, dove è necessario stabilire l’intento di eliminare sistematicamente i membri di una comunità etnica, s’invia un segnale molto frivolo. Ciò è particolarmente evidente se si tiene conto del fatto che la parte che commise il delitto mise a disposizione i mezzi per trasportare diciassettemila sfollati, circa il cinquanta per cento della popolazione sfollata”.
Martins Branco rivolge l’attenzione a un’altra notevole “incoerenza” nella vicenda di Srebrenica, che “il Tribunale ha finora condannato, ma contro un solo autore diretto” (in una nota a piè di pagina chiarisce che il riferimento è a Drazen Erdemovic, un imputato divenuto testimone del procuratore, inizialmente premiato con un’insignificante condanna di tre anni per aver firmato un accordo, seguiti da numerosi vantaggi in cambio di una testimonianza meccanica e assai controversa). (3) L’autore portoghese sottolinea che “nessun altro fu mai messo alla sbarra per l’esecuzione di prigionieri di guerra, ma piuttosto per “responsabilità comune di comando” nel partecipare a un’impresa criminale comune, dottrina preferita dal Tribunale, ma la cui applicazione in tale situazione di conflitto è altamente dubbia. Com’è possibile invocare il genocidio se, dopo venti anni, il Tribunale non sa determinare numero delle vittime, causa della morte e chi le uccise?”. Tutte domande eminentemente logiche. Anche Martins Branco dovrebbe aver credito per questa osservazione altrettanto acuta: “Il Tribunale ha dimenticato di preoccuparsi dei crimini commessi presso Srebrenica tra il 1992 e il 1995, dove le vittime erano serbe, con l’omicidio di quasi duemila persone (maschi, femmine, bambini e anziani), con alcuni casi di tortura e altre atrocità. La maggior parte di ciò fu accuratamente documentato e l’identità degli autori è nota (…) come Richard Holbrooke ammise nel suo libro, “il Tribunale era sempre stato uno strumento politico prezioso della politica statunitense“. (4) Proprio così. E quando si parla di genocidio, Martins Branco non teme di ritrarre il forte contrasto tra la situazione a Srebrenica nel luglio del 1995 e ciò che avvenne vicino appena un mese dopo, ad agosto, quando le forze armate croate passarono all’attacco: “Quello che accadde a Srebrenica non può e non va equiparato a ciò che accadde un mese dopo nelle Krajine, dove l’esercito croato attuò il massacro sistematico della popolazione serba che non poté trovare alcun rifugio, senza risparmiare nessuno. Uomini, donne, bambini, anziani, tutti senza distinzione furono sottoposti alle stesse atrocità e a cose peggiori. Quella operazione fu pianificata fino all’ultimo dettaglio ed ampiamente documentata. Gli ordini furono emessi da Tudjman ai suoi generali in una riunione a Brioni, il 31 luglio 1995, alla vigilia dell’Operazione Tempesta. Il Tribunale non ha mai considerato gli eventi della Krajina come possibile genocidio. I media occidentali si tennero ad un’attenta distanza da tali eventi. Il loro silenzio è complice ed assordante”.
Concludendo le memorie, Martins Branco sembra non avere dubbi sul fatto che Srebrenica fu il frutto perfido di una pianificazione a lungo termine e dell’attività parallela di varie parti interessate. A sostegno di ciò cita le prove dal libro di Ibran Mustafic sul “Caos pianificato”, dalle dichiarazioni del politico locale Zlatko Dukic e dalle rivelazioni del capo della polizia di Srebrenica durante il conflitto Hakija Meholjic. L’autore non esclude in particolare l’intrigante affermazione del Capo di Stato Maggiore dell’esercito bosniaco Sefer Halilovic, che difatti Izetbegovic avesse deciso di “scartare” Srebrenica all’inizio della partita, ma che fosse deciso “ad estrarne un profitto politico”. Per inciso, pur considerando ciò che Meholjic e Halilovic dissero sul tema e l’evidenza che l’evento possa essere stato concepito prima, va ricordata la famosa rivendicazione di Meholjic sull’offerta di Izetbegovic di consentire il massacro dei residenti di Srebrenica in cambio dell’intervento estero; in seguito negoziò con i serbi il sobborgo di Vogosca a Sarajevo. L’episodio, come si ricorda, sarebbe avvenuto nell’autunno 1993, quando il congresso nazionale bosniaco fu convocato a Sarajevo. Tuttavia, nel suo libro “La strategia astuta” (5) Sefer Halilovic presenta alcune informazioni ulteriori sul tema che possono avere un significato possibile; afferma che l’idea d’inscenare il massacro a Srebrenica, in cambio di dividendi politici, fu molto probabilmente pensata da Alija Izetbegovic e dalla leadership bosniaca anche prima del Congresso. Così accade che al momento della pubblicazione del libro, Halilovic fosse politicamente contrario ad Izetbegovic, e forse le sue affermazioni dovrebbero essere prese con un grano di sale. Il fatto, comunque, resta per quanto vale, e secondo Halilovic (che è vivo e può essere interrogato sulle sue affermazioni), Izetbegovic gli menzionò nella primavera del 1993 la presunta offerta che diversi mesi dopo, verso la fine dell’anno, sconvolse Meholjic e altri membri della delegazione di Srebrenica presenti alla riunione bosniaca.
Le riflessioni del Generale Carlos Martins Branco su Srebrenica sono una preziosa tessera del mosaico, completando e migliorando la nostra comprensione degli eventi. Il suo libro non è semplicemente la nota di un osservatore straniero strategicamente posizionato, ma molto di più. È, in un certo senso, l’adozione di una realtà politicamente oscurata dalle istituzioni che l’autore, volentieri e consapevolmente o meno, persino personifica. In misura notevole, da risposte a domande importanti su “cosa sapevano e quando lo scoprirono”. Il chiaro sottinteso delle memorie di Martins Branco è che l’autore e chi lo circondava potevano seguire gli eventi in tempo reale, sapevano molte cose e chi agisse, e a un livello analitico profondo non si fanno illusioni, per non parlare dei dilemmi, sulla natura e lo sfondo reali di Srebrenica. Dopo aver letto “Guerra nei Balcani, jihadismo, geopolitica e disinformazione”, è difficile immaginare che i proverbiali “poteri” fossero all’oscuro dell’agenda politica cinica a cui Srebrenica fu asservita.Note
1) Guerra nei Balcani, jihadismo, geopolitica e disinformazione, Edições Colibri 2016.
2) “Srebrenica: città tradita”, da 50:50 a 51:10 minuto
3) Il racconto di Erdemovic fu minuziosamente studiato dal giornalista bulgaro Zerminal Civikov in “Srebrenica. Der Kronzeuge”, Edizione Brennpunkt, Osteuropa, 2009.
4) Holbrooke, Richard. Per por fine a una guerra, p. 190.
5) Halilovic, Sefer: “La strategia astuta” (Lukava strategija), Sarajevo 1997, pp. 130-132.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“Guerra nei Balcani”, le memorie di un peacekeeper portoghese

Stephen Karganovic SCF 07.07.2017

Il Generale Carlos Martins Branco è uno degli attori più affascinanti (e fino a poco tempo fa anche inaccessibili) nella controversia su Srebrenica. Dal suo punto di vista, da Zagabria, quale vicecomandante della Forza di Protezione delle Nazioni Unite (UNPROFOR) nel 1994-96, durante l’ultima fase dei conflitti jugoslavi degli anni ’90 in Croazia e Bosnia-Erzegovina, questo ufficiale portoghese ebbe un accesso privilegiato ad informazioni significative. I rapporti riservati riguardanti le attività sul campo passavano dalla sua scrivania. Con informazioni di prima mano e ulteriormente illuminate da discrete conversazioni con colleghi di varie strutture d’intelligence, Martins Branco era nella posizione ideale per apprendere i fatti che molti funzionari avrebbero preferito coprire e spesso i media hanno ignorato. Con tocco emotivo tipicamente latino, rifiutandosi di rimanere in silenzio mentre la “narrazione sul genocidio di Srebrenica” prendeva forma nella seconda metà degli anni ’90, Martins Branco pubblicò nel 1998 un articolo provocatorio intitolato “Srebrenica è un falso? Resoconto di un testimone oculare ex-osservatore militare dell’ONU in Bosnia”. In quel primo salto nel dibattito inquinato su Srebrenica, Martins Branco si avventò su varie questioni cruciali riguardanti i noti eventi nel luglio 1995: “Si può concordare o no con la mia analisi politica, ma bisognerebbe leggere il resoconto di come cadde Srebrenica, le vittime i cui corpi sono stati trovati finora e perché l’autore crede che i serbi volessero conquistare Srebrenica e scacciare i musulmani bosniaci piuttosto che massacrarli. Il confronto tra Srebrenica e Krajina, nonché la reazione mediatica della “stampa libera” occidentale, è piuttosto istruttivo”. Poco dopo l’espressione di scetticismo sulla natura degli eventi controversi a Srebrenica, Martins Branco praticamente scomparve. Naturalmente, visse per diversi anni a Firenze insegnando presso l’Istituto Universitario Europeo e preparando la tesi di dottorato. Dopo di che, nel 2007-2008 fu il collegamento del governo con le forze della NATO in Afghanistan, in qualità di portavoce del comandante. Dal 2008 fino alla pensione, il Generale Martins Branco è stato vicedirettore dell’Istituto Nazionale di Difesa delle Forze Armate portoghesi. Questa straordinaria quadro, a cui si aggiunge il compito di capo della sezione intelligence dell’EUROFOR in Bosnia, Albania e Kosovo dal 1996 al 1999, tracciano un alto ufficiale altamente qualificato, con capacità d’intelligence e poteri d’osservazione di prima classe.
Intrigati dall’analisi di Martins Branco sugli eventi di Srebrenica, poco dopo la fondazione della nostra ONG “Progetto Storico Srebrenica” tentammo di comunicare con lui per vedere se avrebbe condiviso con noi alcune sue eccezionali informazioni ed intuizioni. I nostri sforzi furono infruttuosi e la corrispondenza con il generale negli anni si ridusse a uno scambio di cortesie formali. Le squadre della difesa presso l’ICTY dell’Aja, impegnate a procurarlo come testimone per i propri clienti, non ebbero più fortuna. Tuttavia, non molto tempo fa, il Generale Martins Branco ci ha scritto cercando risposte ad alcune domande su Srebrenica, menzionandoci che nel novembre 2016 le sue memorie furono pubblicate in Portogallo. Quel volume, che ci ha gentilmente messo a disposizione, copre il periodo del servizio nei Balcani, intitolato “Guerra dei Balcani, jihadismo, geopolitica e disinformazione”, pubblicato da Edições Colibri di Lisbona. Come già visto molte volte, vari alti ufficiali, in questo caso anche con l’espressione aperta di proprie opinioni e divulgazione pubblica di fatti considerati di natura delicata, dovevano aspettare la pensione. Nel caso del Generale Martins Branco, l’attesa ne è valsa la pena. Questi affascinanti ricordi del teatro di guerra balcanico consistono nelle intuizioni di un ufficiale portoghese collegato alle forze dell’ONU su episodi come l’espulsione spietata, accompagnata da massacri, della popolazione serba di Krajina da parte delle forze croate. Questi crimini furono orchestrati con il sostegno coperto della NATO, per la quale l’autore lavorava indirettamente all’epoca. Gli eventi su Srebrenica nel luglio 1995 comprendono un’altra parte dei suoi ricordi. Per il momento, ci concentreremo su quest’ultima e la percezione di Martins Branco di sfondo e impatto della situazione di Srebrenica. Già nella sua introduzione ai capitoli delle memorie che affrontano Srebrenica, Martins Branco mette in dubbio la coerenza del concetto prevalente sul genocidio: “Il Generale Ratko Mladic fece sapere che lasciava aperto un corridoio per ritirarsi a Tuzla. Con l’approvazione di Mladic, circa 6000 persone approfittarono dell’opportunità. In una relazione del Ministero degli Esteri olandese si osserva che, secondo le fonti dell’ONU, il 4 agosto 35632 sfollati furono portati a Tuzla, di cui 800-1000 membri delle forze armate della Bosnia-Erzegovina. Su questo totale, 17500 erano stati evacuati con gli autobus”. (Pagina 195)
Il generale portoghese continua poi: “Srebrenica fu ritratta, e continua ad esserlo, come il massacro di civili inermi musulmani. Che genocidio! Ma fu davvero così? Una valutazione più attenta e informata degli eventi mi porta a dubitare”. (Pagina 196)
Martins Branco continua a sollevare alcune domande acute, e lo fa puramente in qualità di soldato professionista: “Ci sono diverse stime delle forze coinvolte nella battaglia di Srebrenica. Dal lato serbo, al massimo 3000 combattenti vi avrebbero partecipato. Il numero di blindati è più difficile da determinare, come si afferma all’inizio del capitolo. Secondo i rapporti sul campo, però, non più di 6 blindati erano in movimento in quel dato momento. Sebbene manchino informazioni affidabili sulla forza delle truppe musulmane, è del tutto probabile che fossero almeno 4000 uomini armati, contando tra loro soldati dell’Esercito di Bosnia-Erzegovina e paramilitari. Secondo alcune fonti, sarebbero stati 6000. Ma ai fini di questa analisi, considereremo la cifra dei 4000 credibile”. (Pagina 196)
Il generale prosegue poi: “Le caratteristiche topografiche del terreno intorno Srebrenica e della Bosnia orientale nel complesso sono estremamente difficili e collinari. Le rocce, le fitte aree boschive e profondi burroni impediscono il movimento dei veicoli militari, facilitando le operazioni della fanteria. Per quanto riguarda le caratteristiche fondamentali che, senza dubbio, favoriscono i difensori, il rapporto numerico delle forze opposte suggerisce che le truppe dell’esercito bosniaco avevano a disposizione effettivi più che sufficienti per approntare la difesa. Tuttavia, non lo fecero. Tenuto conto del rapporto numerico tra attaccanti e difensori, come ci fu insegnato all’accademia militare, affinché l’attacco abbia qualche probabilità di successo il numero di attaccanti avrebbe dovuto superare quello dei difensori di almeno tre volte. Nel caso in esame, tale rapporto era vantaggioso per i difensori (4000 difensori contro 3000 attaccanti). Inoltre, i difensori avevano l’ulteriore vantaggio di conoscere il terreno”. (Pagina 196)
Martins Branco pone una delle domande chiave su Srebrenica: “Dato il vantaggio militare che favoriva la difesa, perché l’esercito bosniaco non riuscì a resistere alle forze serbe? Perché il comando della 28a divisione dell’esercito bosniaco, apparentemente contro il proprio interesse, non creò una linea di difesa, come altrimenti seppe fare, ad esempio durante la crisi dell’aprile 1993? Perché le forze musulmane nell’enclave non riuscirono a riprendersi le armi pesanti depositate in un magazzino locale sotto il controllo dell’ONU? Non vi era altro che una servizio di sorveglianza?” (Pagina 197)
Completando queste domande ben formulate, va notato che già il 6 luglio, mentre iniziava l’attacco serbo, il comando del battaglione olandese di Srebrenica fece sapere alla 28a divisione che era libera di recuperare l’armamento pesante nel magazzino, se lo desiderava. Questo fu rivelato nel “Debriefing” del battaglione olandese, emerso nell’ottobre 1995. Tuttavia, le forze musulmane di Srebrenica ignorarono inspiegabilmente l’invito, rafforzando l’impressione che, per motivi politici o altri, scelsero di non resistere militarmente all’attacco serbo. Portando l’autore alle seguenti riflessioni: “Venti anni dopo, manca ancora una risposta soddisfacente a domande che paiono cruciali, supponendo che si cerchi di scoprire cosa successe esattamente. La passività e l’assenza di una reazione militare delle forze musulmane nell’enclave sono in netto contrasto con il comportamento offensivo nei due anni precedenti, manifestatosi nei massacri sistematici di civili serbi nei villaggi che circondano Srebrenica”. (Pagina 197)
L’autore rilascia poi un particolare intrigante che in precedenza era sconosciuto anche all’autore: “Ramiz Becirevic (al comando della 28a divisione, assente Naser Oric) inizialmente ordinò di radunare le armi pesanti. Tuttavia, l’annullò poco dopo, spiegando di aver ricevuto un contrordine. Chi fu la fonte di quell’ordine e per quale motivo fu dato? Per la cronaca, si noti che la mattina del 6 luglio, quando l’attacco serbo iniziò, agendo su propria responsabilità, il comandante del battaglione olandese informò il comando dell’esercito bosniaco che i serbi avevano “violato” i confini dell’enclave e che l’ONU non avrebbe obiettato se avessero recuperato le armi pesanti depositate in un magazzino locale”. (Pagina 197)
Facendo leva ulteriormente sulla questione dell’enigmatica disgregazione nell’enclave di Srebrenica della volontà di resistere, Martins Branco sottolinea che Naser Oric, “il carismatico capo che molto probabilmente avrebbe agito in modo diverso“, fu ritirato dall’enclave nell’aprile 1995, e non vi ritornò più. Quindi continua ponendo domande sensate: “Il ritorno di Oric fu impedito dal Secondo Corpo dell’esercito bosniaco, di cui faceva parte la 28a divisione? Quali potrebbero essere state le ragioni? Non abbiamo ancora risposte convincenti a queste domande”. (Pagina 198)
“D’altro canto”, l’autore portoghese continua con l’analisi dettagliata del sospetto svolgersi degli eventi, “i funzionari del SDA locale, il Partito di Azione Democratica al governo a Sarajevo, non solo rifiutarono, citando strane ragioni, di aiutare le forze delle Nazioni Unite ad evacuare Srebrenica, cioè la propria popolazione e i rifugiati dei villaggi circostanti, ma andarono oltre impedendogli di fuggire verso Potocari. Invece, presentarono al comandante della Compagnia B (del Battaglione olandese) una lunga lista di richieste, la cui piena adesione insistettero come condizione per la cooperazione. La natura di tali richieste suggeriva l’esistenza di un piano accuratamente pre-elaborato che, tuttavia, non si conformò alle condizioni che in quel particolare momento prevalevano sul terreno. A quel punto, ci furono solo due questioni importanti per il presidente del municipio: una, la domanda agli osservatori militari del 10 luglio di diffondere all’estero una relazione sull’uso di armi chimiche da parte delle forze serbe, anche se non era vero; In secondo luogo, accusare pubblicamente i media internazionali di diffondere disinformazione sulle forze musulmane che opponevano resistenza armata, con la richiesta aggiuntiva all’ONU di emettere anche un diniego ufficiale. Secondo lui, i soldati bosniaci non utilizzavano armi pesanti, né erano pronti a farlo. Allo stesso tempo, si lamentò della carenza di prodotti alimentari e della sconvolgente situazione umanitaria. Il contorno di una narrazione ufficiale diventava percepibile e consisteva in due messaggi: assenza di qualsiasi resistenza militare e mancanza di cibo”. (Pagina 198)
Traducendo, questo alto ufficiale della NATO con eccellenti poteri di osservazione e acume per l’analisi critica “subodorò la trappola”, e proprio fin dall’inizio del gioco. Non lo dice direttamente nelle memorie, ma suggerisce fortemente che dubbi sull’autenticità della narrazione ufficiale su Srebrenica gli proliferassero nella testa in quel momento, mentre le notizie sul campo si accumulavano sulla sua scrivania a Zagabria. Martins Branco pone poi la domanda logica o, piuttosto, indica una delle incertezze chiave del racconto ufficiale degli eventi di Srebrenica: “Potrebbe essere posto anche un interrogativo sull’assenza assoluta di una risposta militare di qualsiasi tipo da parte del Secondo Corpo dell’esercito bosniaco, la cui zona di responsabilità comprendeva la Bosnia-Regione nordorientale, tra cui Tuzla (dove era ubicato il comando), Doboj, Bijeljina, Srebrenica, Zepa e Zvornik. Le agenzie d’intelligence dell’esercito bosniaco, il cui orecchio era fissato sulle comunicazioni serbe, erano perfettamente consapevoli dell’offensiva imminente. Nonostante sapessero dell’intento di attaccare dei serbi, il Secondo Corpo dell’esercito bosniaco non fece il minimo movimento per indebolire la pressione dei serbi sull’enclave. Era un fatto noto che il Corpo della Drina, l’unità serba nella cui zona di responsabilità si trovava Srebrenica, di era esaurito e che l’attacco a Srebrenica fu possibile solo sfruttando le forze ritirate da altri segmenti del fronte, naturalmente lasciando molti punti vulnerabili. Perché il Secondo Corpo non attaccò lungo tutto il fronte del Corpo della Drina, non solo per alleviare la pressione su Srebrenica ma anche per sfruttare le vulnerabilità temporanee delle forze serbe occupando territorio nelle aree rimaste senza protezione? Dopo venti anni, non abbiamo ancora la risposta a questa domanda coerente e ragionevole”. (Pagine 198-199)
Questi sono solo alcuni dei motivi più importanti che hanno portato un soldato professionista ad essere scettico sul quadro generale della narrativa accettata su Srebrenica. Come vedremo nella successiva recensione, la sua analisi più dettagliata solleva ancora più domande.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora