I sospetti di Putin confermati dall’USAF: gli statunitensi raccolgono DNA dei russi

Alex Christoforou, The Duran 2 novembre 2017

Il Presidente Vladimir Putin allarmava il Consiglio sui diritti umani russo informandoli che alcuni soggetti possibilmente legati agli Stati Uniti avevano raccolto tessuti biologici di vari gruppi etnici russi. I responsabili della raccolta si sono rivelati, avanzando una storia. Secondo Zerohedge, “Mentre alcuni avevano inizialmente scontato le osservazioni di Putin come ennesima teoria cospirazionista, risulta che abbia ragione: il gruppo responsabile della raccolta dei tessuti non era altri che l’US Air Force, dimostrando che un’altra teoria cospirazionista è un fatto. Un rappresentante del Comando degli Stati Uniti spiegava che la scelta della popolazione russa non era intenzionale ma legata alla ricerca che l’Air Force conduce sul sistema muscolo-scheletrico umano. Dubbi furono sollevati la prima volta a luglio, quando l’AETC lanciò un’offerta per acquisire campioni di acido ribonucleico e liquido sinoviale dai russi, aggiungendo che tutti i campioni (12 RNA e 27 fluidi sinoviali) “saranno raccolti in Russia e devono essere di caucasici”. L’USAF affermava che non raccoglie campioni dagli ucraini, ma senza specificare perché. Secondo il portavoce dell’AETC Capitano Beau Downey, il centro di ricerca molecolare del 59.mo Gruppo medico attualmente “studia la locomozione per identificare vari biomarcatori associati a un trauma”. Downey aveva detto ai media russi che lo studio richiede due serie di campioni: campioni di malati e di controllo del RNA e della membrana sinoviale. Il primo set è stato fornito da una “società statunitense”. Dato che la prima serie di tessuti, fornita da una società statunitense, proveniva dalla Russia, l’Air Force ha optato per raccogliere anche la seconda serie di dati dai russi per eliminare eventuali confusioni che potrebbero affliggere i risultati dello studio. Non aveva detto quale set, del controllo o dei malati, sia stato raccolto la prima volta e evitava di fornire ulteriori dettagli sullo studio”.
La spiegazione parrebbe innocua, ma il Pentagono è tutt’altro che innocuo e può raccogliere tessuti per scopi molto più sinistri. Secondo RT, “Il Presidente Vladimir Putin ha detto che il materiale genetico russo viene raccolto in tutto il Paese. “Sapete che il materiale biologico viene raccolto in tutto il Paese, dai diversi gruppi etnici che vivono nelle diverse regioni geografiche della Federazione Russa? La domanda è perché? E’ intenzionale e sistematico. Siamo oggetto di grande interesse”, dichiarava Putin al Consiglio dei diritti umani della Russia, senza specificare chi sia dietro le attività sui campioni biologici russi. “Lasciate che facciano ciò che vogliono, e noi dobbiamo fare ciò va fatto”, concludeva”. Il fatto che campioni di tessuti russi appaiono specificamente nella lista dei desiderata suscita preoccupazioni sul Pentagono che lavorerebbe ad un’arma biologica contro i russi. “Non dico che si tratta di preparare una guerra biologica contro la Russia. Ma tali scenari, senza dubbio, sono studiati. Cioè, nel caso si verifichi improvvisamente la necessità”, scriveva Franz Klintsevich, Primo Vicepresidente del Comitato del Consiglio federale per la Difesa e la Sicurezza. “Non è un segreto che diversi gruppi etnici reagiscano diversamente alle armi biologiche. Quindi la raccolta del materiale biologico dai russi che vivono in diverse località. In occidente tutto viene fatto in modo estremamente scrupolosamente e verificato nei minimi dettagli”.”
Secondo Zerohedge, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov confermava che i servizi speciali russi hanno informazioni che suggeriscono che le ONG raccolgono materiale genetico; intelligence che avrebbe indotto Putin a speculare su chi ci sia dietro. “Alcuni emissari svolgono tali attività, rappresentanti di organizzazioni non governative (ONG) e altri organismi. Tali casi sono stati registrati, e i servizi di sicurezza e il presidente naturalmente hanno tali informazioni”, dichiarava. Non è il primo tentativo di raccogliere campioni genetici dei russi da parte di agenzie estere, dichiarava Igor Nikulin, ex-aderente alla Commissione sulle armi biologiche dell’ONU. “Tali tentativi risalgono agli anni ’90, quando c’era il programma del genoma umano, poi c’erano diversi programmi anche negli anni 2000… dai diversi pretesti, anche nobilissimi, ma per qualche motivo tutto ciò avviene nell’interesse dei militari degli Stati Uniti, e questo suscita sospetti”, dichiarava Nikulin, osservando che in linea di principio, “i campioni degli europei del gruppo slavo, soprattutto russi” sono ricercati. “Campioni di sangue sono presi per l’analisi e se un’organizzazione è straniera, ciò che fa dei risultati è sempre ignoto”, concludeva”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Attacchi sonici all’Avana: specialità della CIA

Wayne Madsen SCF 21.10.2017L’Agenzia Centrale d’Intelligence, ora sotto la direzione di un repubblicano di estrema destra, l’ex-congressista del Kansas Mike Pompeo, insiste sulla storia del governo cubano responsabile dei presunti attacchi con armi soniche ai diplomatici statunitensi all’Avana. La CIA, che ha scritto il libro degli attacchi sotto falsa bandiera in Europa e nel mondo durante la guerra fredda e l’era del terrorismo, non ha avuto problemi a convincere l’amministrazione Trump a ridurre le relazioni diplomatiche con Cuba. Gli Stati Uniti hanno ritirato più di metà del personale diplomatico a Cuba ed espulso 15 diplomatici cubani da Washington. La rottura delle relazioni con Cuba è in linea con le altre azioni di Trump intese a sovvertire tutte le azioni intraprese negli 8 anni di Barack Obama, compresa la normalizzazione delle relazioni con Cuba. Trump ha definito la normalizzazione dei rapporti con l’Avana “accordo completamente unilaterale”. Ironia della sorte, è noto che le imprese di Trump avevano precedentemente violato le sanzioni statunitensi a Cuba per creare hotel e resort di proprietà di Trump sull’isola. L’amministrazione Trump ha affermato di non sapere cosa causi gli attacchi sonici che dichiara aver danneggiato la salute e causato sordità non solo dei diplomatici statunitensi ma anche canadesi all’Avana. Il governo cubano ha anche invitato l’FBI a Cuba per partecipare alle indagini sugli attacchi sonori. L’amministrazione Trump ha rifiutato l’invito dei cubani. Tuttavia, senza prove, i portavoce di Trump accusano il governo cubano per l’interferenza sonora. Trump ha accusato direttamente il governo cubano per gli attacchi sonici nella conferenza stampa alla Casa Bianca del 16 ottobre. Il dipartimento di Stato è stato costretto a contraddire immediatamente Trump con un cablo a tutti i diplomatici statunitensi affermando che il dipartimento “non incolpa il governo di Cuba” degli attacchi. La differenza tra Casa Bianca e dipartimento di Stato su chi sia dietro gli attacchi sonori è tanto forte quanto inquietante. I media aziendali ignorano l’unica fonte possibile degli attacchi sonori, responsabile dell’unico attacco sonoro noto a una missione diplomatica, la CIA. Non solo la CIA è guidata da un sicofante di Trump senza un passato nell’intelligence, ma la CIA incolpa altri Paesi di operazioni svolte dai propri agenti. Nel caso di Cuba, la CIA può contare su una rete di agenti cubano-statunitensi e latino-americani integrati nelle istituzioni governative e commerciali cubane dopo aver viaggiato sull’isola da Paesi terzi come Messico, Nicaragua, Costa Rica, Panama e Venezuela. L’amministrazione Trump inoltre avverte i turisti di evitare Cuba, sostenendo che le armi soniche potrebbero essere rivolte sui loro hotel. Non c’è ragione plausibile per cui Cuba danneggi l’industria turistica, tuttavia vi sono diverse ragioni per cui la CIA guidata da Pompeo, in collusione con la rete cubana di destra del senatore Marco Rubio di Miami, suggerisca che i cubani colpiscano gli hotel con armi soniche. L’intera operazione dell'”arma sonica” sembra un grande attacco sotto falsa bandiera volto a colpire l’economia cubana e bloccare le relazioni tra Washington e L’Avana. Gli attacchi sonici segnalati ai diplomatici canadesi sono ovviamente mirati contro il governo del primo ministro Justin Trudeau. La famiglia Trudeau, tra cui il Primo ministro Pierre Trudeau, padre dell’attuale primo ministro, sono amici stretti del Presidente Raul Castro, fratello del Presidente Fidel Castro. Tutto ciò che potrebbe essere utilizzato per sminuire i legami canadesi-cubani sarebbe attuato dalla CIA sotto la direzione di Pompeo, un cristiano fondamentalista “creazionista” che respinge le conclusioni della scienza moderna, tra cui l’evoluzione e l’età della Terra. Le impronte digitali della CIA sono state trovate su almeno un attacco sonoro contro una missione straniera in America Latina. Nel 1990, dopo che il leader panamense Manuel Noriega cercò rifugio dalle truppe d’invasione statunitensi presso ial Nunzio Apostolico del Vaticano a Panama City; le forze statunitensi, usando metodi da guerra psicologica elaborati dalla CIA, diressero musica heavy metal sulla missione vaticana con grandi altoparlanti sulla strada. L’uso dell’arma sonica, componente del pacchetto Operation Nifty, era volto a scacciare Noriega dalla legazione. Non era solo una violazione dell’extraterritorialità diplomatica della missione vaticana, ma anche della politica del santuario della Chiesa cattolica romana. Noriega alla fine si arrese. Tali attacchi alle ambasciate costituiscono una violazione della Convenzione di Vienna, di cui gli Stati Uniti sono firmatari.
Dopo che il Presidente hondurano Manuel Zelaya fu rovesciato da un colpo di Stato voluto dalla segretaria di Stato Hillary Clinton e dalla CIA, il leader dell’Honduran, dall’esilio s’infiltrò nel Paese trasferendosi nell’ambasciata brasiliana a Tegucigalpa, capitale dell’Honduras. Dopo che la giunta militare honduregna della CIA tolse energia elettrica, acqua e forniture alimentari all’ambasciata, iniziò ad usare armi tipo sonico assai migliorate rispetto quelle utilizzate contro la missione vaticana a Panama City venti anni prima. Zelaya affermò che i mercenari israeliani che lavoravano sotto la direzione della giunta e della CIA puntarono armi ad alta frequenza sull’ambasciata brasiliana. A quanto pare, gli israeliani usarono un sistema di blocco dei cellulari per colpire Zelaya e altri nell’ambasciata. Sul tetto dell’edificio accanto all’ambasciata brasiliana fu trovato un soppressore C-Guard, prodotto dalla NetLine di Tel Aviv. C’erano prove a Tegucigalpa che i dispositivi acustici a lunga distanza (LRAD) fabbricati dall’American Technology Corporation, furono utilizzati contro l’ambasciata brasiliana. Testimoni oculari fuori l’ambasciata brasiliana affermarono che il personale della giunta usò un “dispositivo sonoro ad alta frequenza” sull’ambasciata. Una relazione sui diritti umani successivamente concluse che l’ambasciata fu sottoposta all’uso di sofisticate apparecchiature sonore ed elettromagnetiche che crearono diarrea, vomito, emorragie nasali e problemi gastrointestinali sia nell’ambasciata che nelle aree circostanti. Furono recentemente utilizzate armi soniche da forze di polizia e militari contro i manifestanti al vertice del G-20 del 2009 a Pittsburgh. Più recentemente, le armi acustiche sono state utilizzate contro i dimostranti anti-Dakota Access Pipeline nel North Dakota. Gli archivi della CIA mostrano che l’agenzia è interessata ai dispositivi ad ultrasuoni, tra cui “artiglieria acustica” e “sirene statiche” fino dal 1952. Nel 1999 la NATO introdusse un’arma sonora ad alti decibel nel suo arsenale. L’US Navy attualmente impiega LRAD sull’USS Blue Ridge e si crede che sia anche presente su altre navi della Marina.
Nel 2011, Alan Gross, contractor presso l”Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale (USAID) della Development Alternatives Inc. di Bethesda, Maryland, fu arrestato a Cuba e successivamente condannato per spionaggio. Gross installava linee Internet per la piccola comunità ebraica di Cuba, cosa che i rabbini della comunità negarono. Quando fu arrestato dalla polizia cubana, da Gross furono trovati dispositivi di telefonia cellulare e satellitare. La questione se altri agenti d’intelligence stranieri, oltre a Gross, abbiano contrabbandato armi sonore mascherate da apparecchiature per telecomunicazioni a Cuba, è estremamente utile per rispondere alla domanda di chi sia dietro gli attacchi sonori alle ambasciate statunitense e canadese all’Avana.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Sankara è ancora vivo?

Decrypt 15 ottobre 2017Se uccidi oggi un Sankara, domani avrai a che fare con mille Sankara”. Trent’anni dopo l’assassinio, il 15 ottobre 1987, al Consiglio dell’intesa, è chiaro che l’ex-presidente del Burkina Faso avesse ragione. Il 30 e 31 ottobre 2014, migliaia di giovani scesero in piazza gridando forte e chiaro l’appartenenza alla generazione di Sankara. Ma se, come lo slogan cittadino risuona ad ogni marcia, “Il nostro numero è forza”, a livello politico non è del tutto corretto. Le politiche basate sui suoi ideali, o che almeno sostengono di essere “sankariste”, sono infatti affette da una malattia apparentemente incurabile. Dall’istituzione del sistema multipartitico nel 1991, i dieci partiti sankaristi che cercano di entrare nella scena politica del Burkina Faso sono sempre più divisi, con una nuova divisione che nasce ad ogni tentativo di ravvicinamento. Dopo l’insurrezione del 2014 che scacciò il presidente Blaise Compaoré dopo ventisette anni di potere, un via gli si aprì comunque. I numerosi giovani scesi in piazza doveva essere la loro forza elettorale per le presidenziali e legislative di fine 2015. Ma l’alternanza passò sotto i loro nasi. In Burkina Faso è sempre questione di mentalità: il numero due della rivoluzione ordinò l’assassinio del numero uno? Quattro giorni dopo l’assassinio, Blaise Compaoré, il cui colpo di Stato lo mise alla testa di un “Fronte popolare”, giustificò il crimine assicurando che fu commesso contro la sua volontà: “Informati in tempo, i rivoluzionari sinceri si ribellarono sconfiggendo la trama in 20 ore ed evitando così una tragedia sanguinosa, un bagaglio di sangue inutile“. Per il fronte popolare, questa operazione dalla “fine inaspettata e improvvisa”, che doveva portare al semplice arresto di Thomas Sankara, era necessaria per salvare la rivoluzione. Secondo loro, “Thom Sank” preparava l’assassinio di Compaore nella riunione prevista lo stesso 15 ottobre alle 8 di sera. Una versione ritenuta inaffidabile dai parenti di Thomas Sankara. “Era così convinto della sua amicizia con Blaise …Non potevamo toglierglielo dalla testa. Il padre di Thomas disse che aveva due figli: Blaise e Thomas, dice Alouna Traoré. I suoi parenti gli dissero che un complotto contro di lui era pronto. Le sue guardie del corpo gli dissero: “Questo gentiluomo, ci brucerà tutti”. Rispose che Blaise non l’avrebbe mai fatto”. Più volte, i suoi collaboratori gli proposero di occuparsi del caso Compaoré. “La mia posizione era non attaccare Blaise, mai sparare per primi, non la condividono. (…) Ma in realtà preparo una risposta istituzionale, non un massacro“, disse pochi giorni prima della morte all’amico Youssouf Diawara, come quest’ultimo racconta nel suo libro “Intervista a Thomas Sankara”. Riorganizzazione e unificazione piuttosto che prendere le armi, Sankara ci credeva. Negli ultimi mesi si ritirò dall’amministrazione del potere per preparare la “risposta istituzionale”. Contava su Compaoré per l’amministrazione, proponendolo primo ministro, ma quest’ultimo rifiutò. Nel 1987, la rivoluzione vacillò. A Ouagadougou, volantini sordidi contro Compaoré e Sankara furono distribuiti alla teppa per mettere l’uno contro l’altro. A tale guerra dei volantini si aggiunse la frattura tra le organizzazioni aderenti al CNR. Da un lato, i sostenitori dell’apertura e dell’unione delle organizzazioni, con Sankara alla testa. Dall’altro gli avversari, sostenitori della “rettifica”, allineati dietro Compaoré. “Tutto questo, per parata. Fu il desiderio di soddisfare ambizioni individuali che uccise Sankara, non una linea politica”, denuncia Basil Guissou, tre volte ministro sotto la rivoluzione. La spiegazione di tale assassinio è chiara: la torta. Più volte disse Sankara al consiglio dei ministri: “Ci sono alcuni che vogliono mangiare, glielo impedisco. Se volete mangiare, dovete prima passare sul mio cadavere. Abbiamo preso il potere per servire il popolo, non per servircene“.
Con la sua leggendaria incorruttibilità, Sankara disturbava i rivoluzionari di circostanza. Ai capi impose austerità e l’esemplarità. Al popolo chiese partecipazione, fisica nelle opere e pecuniaria per finanziarle. Il radicalismo di Sankara affascinava quanto irritava. Così, nell’agosto 1987, riconobbe “la necessità di fermare” la rivoluzione, di “convincere e non imporre”, come racconta il biografo Bruno Jaffré nella nuova raccolta dei discorsi, “Thomas Sankara, Libertà contro Destino”. “Preferiamo un passo col popolo che dieci passi senza“, affermò Sankara. La “rettifica” della rivoluzione che, secondo i suoi parenti fu usata come pretesto da Compaoré per giustificare l’opposizione politica di facciata, dietro cui c’erano ambizioni personali motivate dall’irresistibile desiderio di avere il potere. A Youssouf Diawara, Thomas Sankara disse: “Non credo in una soluzione politica con Blaise. Vuole il potere, vuole essere il primo, da sempre“. Lui o il suo entourage? Per alcuni, la svolta di Compaoré contro il fratello in armi va ricercata nella consorte ivoriana. Nel 1985, Blaise sposò Chantal Terrasson de Fougeres, ivoriana vicina a Félix Houphouët-Boigny, allora presidente della Costa d’Avorio, famoso per la vicinanza alla Francia e l’anticomunismo. L’agitazione rivoluzionaria del capitano infastidiva il capo dello Stato, che si descriveva come un “coccodrillo che si nutre di capitani“. “Houphouet non poteva dormire a causa del regime rivoluzionario del vicino, portando idee cattive ai giovani ivoriani“, afferma Fidèle Toé, amico d’infanzia ed ex-ministro del Servizio pubblico di Sankara. Costoro cercavano il collegamento per infiltrarsi nel CNR. Fu Blaise, e cosa meglio di un matrimonio per siglare un’alleanza ad vitam aeternam? Sankara, persuaso che “l’imperialismo sarà sepolto a Ouagadougou“, disturbava all’estero. Durante la visita a Ouagadougou nel novembre 1986, il presidente Francois Mitterrand affermò di “ammirarne le qualità, grandi, ma esagerò, a mio parere, quando andò oltre al dovuto“. Costa d’Avorio e Francia avevano interesse a vederne la caduta. Che ruolo ebbero? Fantasia per certuni, realtà inafferrabile per altri, la questione rimane sospesa. Nel 1987, Sankara capi che la fine vicina era inevitabile. “Mi sento come un ciclista su un crinale e che non può smettere di pedalare, altrimenti cade“, disse. “È l’idealismo che lo rovinò“, dice Alouna Traoré. “Alcuni dissero che era un sognatore, che non aveva i piedi per terra”. Idea condivisa da Fidèle Toé: “Thomas disse di Blaise: “Dormiamo sulla stessa stuoia ma non abbiamo gli stessi sogni”.” Il suo, e quello di milioni di burkinabé, si concluse giovedì 15 ottobre 1987, alle 16.30, al Consiglio d’intesa.

Sankara è ancora vivo?
Non un passo senza il popolo”: fu lo slogan elettorale di Bénéwendé Sankara (nessuna parentela), leader dell’Unione per la rinascita – Partito sankarista (UNIR-PS), il partito più sankarista. Una formula che sintetizza la famosa massima di “Thom Sank”: “Preferiamo un passo col popolo, che mille senza“. Il suo programma di “alternativa sankarista”, basato sull’azione rivoluzionaria di Thomas Sankara, fu già testato nelle elezioni presidenziali precedenti. Ma nel 2010, come nel 2015, l’avvocato non convinse raccogliendo solo il 4,9% e il 2,8% dei voti. Nel maggio 2015, al momento della Convenzione per il rinnovamento sankarista, nove parti tuttavia decisero di nominare Bénéwendé Sankara loro candidato. Ma mentre il ballottaggio si avvicinava, le candidature dei sankaristi si moltiplicarono. In discussione c’era il disaccordo sul posizionamento dei vari candidati nelle elezioni legislative. “I sankaristi hanno i difetti che si trovano nei partiti borghesi, come egoismo e follia“, riconosce Bénéwendé Sankara, che da allora è “passato ad altro” abbandonando ogni prospettiva di unione dei partiti sankaristi. Dalla doppia votazione del 2015, la famiglia sembra più disunita di prima. Il colpo di grazia, che portò all’UNIR-PS varie critiche, fu l’adesione alla maggioranza del Movimento Popolare per il Progresso (MPP). “È loro libertà esserne sconvolti, a condizione che non ne siano fulminati“, dice l’avvocato. “Questa è la politica”. Eppure nel 1999, era proprio la vicinanza col partito al potere, il Congresso per la Democrazia e il Progresso (CDP) di Blaise Compaoré, che denunciò. All’epoca, Sankara non aveva ancora un partito, ma era membro della neonata Convenzione dei partiti sankaristi che riuniva la maggior parte delle formazioni affiliate. Per aver “rifiutato di collaborare col regime di Compaore“, lui e i suoi parenti furono indotti ad andarsene. Nel 2000, il suo partito, l’UNIR, appena creato si scisse, dando vita ad una nuova formazione chiamata Convergenza della speranza. “Il problema dei sankaristi è che le loro ambizioni personali hanno la precedenza sulle idee“, dice Jonas Hien, presidente della Fondazione Thomas Sankara per l’Umanità. “Sankarista purosangue” che “non si è mai unito ad alcun partito sankarista“, Jonas Hien fu in diverse occasioni il mediatore che mise a tacere l’ego per unificare la grande famiglia intorno a idee concrete. Ma ogni volta fu una disillusione. L’ultimo tentativo, il più deludente, fu all’inizio del 2014. “Sapevamo che il regime di Compaore sarebbe caduto a breve. Fu il momento per i partiti sankaristi di dimenticare i rancori ed unirsi. Ma l’insurrezione ci precedette“, deplora. Oggi Jonas Hien è realistico: “I burkinabé sono stanchi. Poiché i sankaristi non si sono mai messi d’accordo, gli elettori non vedono come riusciranno a gestire la situazione se vanno al potere“. Per l’economista Ra-Sablga Seydou Ouedraogo, direttore dell’Istituto indipendente di ricerca Free Afrik, c’è un problema fondamentale: “Richiamarsi al più grande uomo nella storia del nostro Paese richiede contenuti. Dove sono? Questa è la domanda! C’è assenza di contenuti strategici rispetto agli ideali di Thomas Sankara. È paradossale: in Burkina Faso Sankara è ovunque, ma in nessun posto”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Se i terroristi puntano la Russia, chi c’è dietro?

Tony Cartalucci, LD 5 aprile 2017

Undici uccisi e decine di feriti in quello che è un apparente attacco terroristico alla metropolitana di San Pietroburgo. Gli analisti occidentali ne accusano i terroristi che operano nella regione russa della Cecenia e gruppi terroristici affiliati possibilmente ai fronti che combattono in Siria. Gli analisti occidentali inoltre cercano di cementare la narrazione che minimizza l’importanza degli attentati e invece cercano di sfruttarli politicamente contro Mosca. Un pezzo sul Sydney Morning Herald intitolato “I timori di un giro di vite di Putin dopo l’attacco terroristico alla Metro di St Pietroburgo“, rivendicava: “Allora, di chi è la colpa? Nessuno ufficialmente. Frank Gardner della BBC dice che i sospetti s’incentreranno su ceceni nazionalisti o un gruppo dello Stato islamico intento a ripagare gli attacchi aerei di Putin in Siria. O una combinazione di entrambi. Putin ha in passato giustificato giri di vite sulle proteste civili citando la minaccia del terrore. Ma lo farà questa volta, e funzionerà? Almeno un commentatore pro-Cremlino ha collegato l’attentato alle recenti manifestazioni di massa organizzate dall’avversario politico di Putin”. In realtà, le manifestazioni e i gruppi terroristici sono implicati condividendo un significativo denominatore comune, sono apertamente destinatari di continui aiuti euro-statunitensi, con il secondo gruppo che riceve un significativo sostegno materiale dagli alleati di Stati Uniti-Europa nel Golfo Persico, in primo luogo Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti (EAU). Il sostegno di Stati Uniti-Unione europea ad organizzazioni dai finanziamenti esteri che posano da “organizzazioni non governative” (ONG), eseguendo sforzi paralleli con le organizzazioni terroristiche che minano il controllo di Mosca sulla Cecenia, dura da decenni. Oltre alla Cecenia, la Defense Intelligence Agency degli Stati Uniti (DIA) ammise in un memo del 2012 (PDF) che: “Se la situazione si dipana v’è la possibilità di stabilire un principato salafita dichiarato o non dichiarato nella parte orientale della Siria (Hasaqa e Dayr al-Zur), e questo è esattamente ciò che le potenze che supportano l’opposizione vogliono, al fine d’isolare il regime siriano considerato profondità strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)”. Il memo della DIA spiega poi esattamente chi siano tali sostenitori “del principato salafita” (e i suoi veri nemici ): “Occidente, Paesi del Golfo e Turchia sostengono l’opposizione; mentre Russia, Cina e Iran sostengono il regime”. In sostanza, il “principato” (stato) “salafita” (islamico) è una creazione degli Stati Uniti nel perseguimento del programma di cambio di regime in Siria. L’attuale sedicente “Stato Islamico” si trova proprio in Siria orientale, dove secondo il memo della DIA i suoi Stati sponsor hanno cercato di mettere. Il suo ruolo nel minare Damasco e i tentativi degli alleati di riportare la pace nello Stato siriano sono evidenti. Il fatto che l’agente della NATO Turchia sia il centro logistico, addestrativo e finanziario non solo dello Stato islamico ma anche degli altri gruppi terroristici, tra cui la filiale regionale di al-Qaida, al-Nusra, implica inoltre non solo il possibile coinvolgimento di al-Qaida e Stato islamico nell’attentato di San Pietroburgo, ma anche degli Stati sponsor di tali organizzazioni, quelli che ‘sostengono l’opposizione’ in Siria. Che gli Stati Uniti abbiano svolto un ruolo diretto nell’esplosione di San Pietroburgo o no, è irrilevante. Senza la massiccia sponsorizzazione di Washington e alleati europei e del Golfo Persico a tali gruppi, la diffusione del caos globale sarebbe impossibile. Il fatto che gli Stati Uniti cerchino di minare la Russia politicamente, economicamente e in molti modi militarmente, istigando le recenti piazzate nelle strade della Russia, finanziate da USA-UE, significa che è probabile non sia una coincidenza che ora venga impiegata la violenza nel territorio russo.
I politici degli Stati Uniti documentano le proprie macchinazioni, come nel rapporto 2009 della Brookings Institution ‘Quale percorso per la Persia?: Opzioni per una nuova strategia americana verso l’Iran’ (PDF), la componente terroristica viene prescritta come assolutamente essenziale per il successo di qualsiasi movimento di piazza che Washington riuscisse a suscitare contro gli Stati presi di mira. Il documento della Brookings Institution dichiara in modo inequivocabile riguardo al rovesciamento del governo iraniano, che: “Di conseguenza, se gli Stati Uniti riuscissero mai a scatenare una rivolta contro il regime dei mullah, Washington dovrebbe considerare l’invio di qualche forma di sostegno militare per evitare che Teheran la spezzi. Tale requisito significa che una rivoluzione popolare in Iran non sembra adatta al modello delle “rivoluzioni di velluto” verificatesi altrove. Il punto è che il regime iraniano non sarebbe disposto ad ammorbidirsi in una notte; invece, a differenza di tanti regimi dell’Europa orientale, sceglierebbe di combattere fino alla morte. In tali circostanze, se non v’è l’assistenza militare estera ai rivoluzionari, potrebbero non solo fallire, ma essere massacrati. Di conseguenza, se gli Stati Uniti perseguono tale politica, Washington deve considerare tale eventualità. Aggiungendo alcuni requisiti molto importanti: o la politica comprende come indebolire l’esercito iraniano o la volontà dei leader del regime d’inviare i militari, o gli Stati Uniti devono essere pronti ad intervenire per sconfiggerlo“. Il documento politico cospirerebbe apertamente nel finanziare ed armare note organizzazioni terroristiche come i famigerati Mujahedin-e Khalq (MEK). Il documento afferma: “Gli Stati Uniti potrebbero collaborare con gruppi come il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI) in Iraq e la sua ala militare, i Mujahedin-e Khalq (MEK), aiutando le migliaia di membri che, sotto il regime di Sadam Husayin, erano armati e conducevano guerriglia e terrorismo contro il regime dei mullah. Anche se il CNRI è presumibilmente disarmato, oggi, potrebbe rapidamente cambiare”. Inoltre ammetteva: “Nonostante le affermazioni dei difensori, il MEK rimane nell’elenco del governo degli Stati Uniti delle organizzazioni terroristiche straniere. Nel 1970, il gruppo uccise tre ufficiali statunitensi e tre appaltatori civili in Iran. Durante la crisi degli ostaggi del 1979-1980, il gruppo elogiò la decisione di prendere gli ostaggi statunitensi ed Elaine Sciolino riferì che se i leader dei gruppi condannarono pubblicamente gli attacchi dell’11 settembre, nel gruppo le celebrazioni furono diffuse. Innegabilmente, il gruppo ha compiuto attacchi terroristici, spesso giustificati dai sostenitori del MEK perché diretti contro il governo iraniano. Ad esempio, nel 1981, il gruppo bombardò il quartier generale del Partito della Repubblica Islamica, l’allora principale organizzazione politica della leadership clericale, uccidendo circa 70 alti funzionari. Di recente, il gruppo rivendicò oltre una dozzina di colpi di mortaio, omicidi e altri attacchi ad obiettivi civili e militari iraniani, tra il 1998 e il 2001. Per lavorare a stretto contatto con il gruppo (almeno in modo palese), Washington dovrebbe rimuoverlo dalla lista delle organizzazioni terroristiche straniere”.
Se i politici statunitensi hanno apertamente cospirato per armare e finanziare organizzazioni terroristiche note e colpevoli dell’omicidio non solo di civili in nazioni come l’Iran, ma anche di cittadini degli Stati Uniti, perché esiterebbero nel fare altrettanto in Russia? Mentre gli Stati Uniti si spacciano come impegnati nella lotta al cosiddetto “Stato islamico” in Siria, ne hanno lasciato i noti Stati sponsor indenni politicamente e finanziariamente. Se il bombardamento di San Pietroburgo è collegato al terrorismo sponsorizzato da Stati Uniti, Europa e Golfo Persico, sarà solo l’ultimo della lunga e sanguinosa tradizione dell’uso del terrorismo come strumento geopolitico. Gli Stati Uniti, dopo essere stati frustrati in Siria e non avendo più una leva al tavolo dei negoziati, probabilmente cercano di “mostrare” a Mosca che possono ancora creare il caos in Russia e tra i suoi alleati, indipendentemente da quanto i russi si siano temprati a tali tattiche in passato.Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

San Pietroburgo: tra vergogna e rabbia

Erwan Castel – AlawataDà i nervi chi si lamenta per le dichiarazioni di relitti umani come marchetta travaglio, l’eterno guitto fallito john riotta, la susseguiosa nullità paolo mieli, che se non fosse per il paparino che dirigeva un’agenzia anticomunista di Gladio, non sarebbe profumatamente pagato dal volgo italidiota per presentare calunnie storiche alla cloaca massima che si chiama RAI, o il trucido bimbominkione vittorio zucconi, ennesimo ‘giornalista’ per eredità, e gli altri fenomeni da baraccone del complesso mediatico-spionistico occidentale (Ulfkotte), oggi bottarianamente impazziti una volta realizzato che alle loro oscene favole, spacciate per ‘informazione’, ci credono solo loro e i cretini che s’indignano per le loro affermazioni, mentre fanno numero seguendone morbosamente le cazzate, facendosi followers a centinaia del paginone fakebook del pacco quoti-daino e/o dei twitter del vecchio cazzettiere zucconi. Eppure tutte queste dichiarazioni vomitevoli dimostrano solo che il baraccone mediatico occidentale si disfa come cartone fradicio nel fango, e l’autorità di tali bimbiminkia prezzolati svanisce come scorreggia al vento. Il liberalismo è la democrazia dei subumani, ha detto un insegnante russo, ed è vero. Come è vero che lo smascheramento di simili ‘scienziati e analisti’ di carta igienica usata (alla CICAP e Angele, per intendersi), è così lampante che ne sabota il compito assegnatogli dai padroni: non lo studio della realtà, ma il mero spaccio di spazzatura mediatica, propaganda pecoreccia e menzogne padronali (disinformazione è una parola troppo elevata per questo circo di rondolinei pidocchiosi). Ma il fatto che adottino simili toni irosi e capricciosi, da veri bimbiminkia in età da tomba, dimostra che la loro presa, il loro dominio sul mondo dell’informazione, è finito (profilandosi un licenziamento in massa che li disporrà nel posto che meritano, sotto i ponti). Nessuno crede più alla loro spazzatura se non chi ci vuole credere: il piddiota medio, i sicari dei cessi sociali, i neofascisti renziani e dalemiani, e i loro sodali della sinistra italidiota, tutta, dal gerarca beghino ferrero all’ultimo ratto anarco-wahhabita uscito dalle fogne ‘sociali’.
In sostanza la mascherina è caduta, e dietro non si svela un volto, ma il culo zozzo di una scimmiettta ammaestrata, oramai impazzita da una realtà di cui sa solo che non comprenderà mai nulla (NdT).All’indomani dell’attentato terrorista assassino che ha colpito la Russia nel cuore storico e simbolico di San Pietroburgo, la lega politico-mediatica francese, stronzi d’élite della “Società dello spettacolo” occidentale, non si dsiturba…
Dove sono i “Charlie” e i “Je suis San Pietroburgo”?
Tale silenzio offensivo verso la Russia non è nuovo, ricordiamoci ad esempio della scomparsa tragica del coro dell’Armata Rossa l’anno scorso. Disprezzo totale della maggioranza dei francesi a cominciare dal tartufo che hanno scelto come padrone.
Ciò dimostra 2 cose:
1. che la russofobia portata dalla guerra di propaganda occidentale ha completamente condizionato la maggioranza dei francesi che non sono più che stupide pecore.
2. che le manifestazioni “Je suis Charlie” and co. presentate come slancio umanista dei liberi cittadini della “Patria dei diritti dell’uomo”, non erano in realtà che buffonate di schiavi sventolanti fazzoletti ai loro padroni.
Ma ricordiamoci anche delle migliaia di fiori posti a Mosca davanti alle ambasciate di Francia, Gran Bretagna o Germania nei precedenti attentati…
Questo è ciò che voglio ricordare…
Perché in Russia, la compassione non è un circo organizzato per creare un diversivo narcisistico dai buffoni mediatici che guidano un gregge idiota sceso in strada come il maiale nella propria feccia…
Qui, per i popoli della Federazione Russa e i loro fratelli del mondo slavo, la compassione è un atto di coscienza, libero e individuale, e che ubbidisce solo all’appello del cuore e non ad una moda il cui cinismo invita gli assassini Netanyahu e Poroshenko a depositare fiori insanguinati mentre i loro soldati massacrano le popolazioni civili.
All’indomani degli attentati del Bataclan, nel Donetsk bombardata dall’esercito ucraino che la Francia sovvenziona (tramite FMI e UE), degli amici mi espressero tristezza e cordoglio. Nonostante le disgrazie, la popolazione del Donbas rimane attenta alla sorte degli altri popoli europei, umilmente, senza pose pretenziose, ma sempre con la mano sul cuore. Immagino già la prossima defecazione dello straccio “Charlie Hebdo” per cui migliaia di russi posero fiori all’ambasciata di Francia, al momenti degli attentati che lo colpirono. Gli occidentali in generale e i francesi in particolare, nel loro servilismo volonteroso, mi fanno vomitare di vergogna perché sono disumanizzati totalmente, sminuendo il proprio senso critico, la propria libertà di coscienza e la propria intelligenza del cuore, ben al di sotto degli animali, di cui molti capaci di darci quotidiane lezioni di compassione. E temo che i risultati della reptazione presidenziale in corso confermino presto questa mia amarezza. Stamattina sono andato a depositare un fiore sul prato della Chiesa locale, per riconciliarmi con l’umanità, soffocare la mia rabbia e ringraziare il popolo russo del Donbas per offrirmi in ogni istante la libertà e l’umanesimo che molti dei miei hanno tradito e perso…
Oggi non sono più “San Pietroburgo” di quanto fossi “Charlie” nel 2015, voglio solo essere “umano”…Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora