La strana morte di Hugo Chavez

Eva Golinger e Mike Whitney, Global Research, 26 aprile 2016

Leamsy Salazar (cerchiato)

Leamsy Salazar (cerchiato)

Eva Golinger, Credo che ci sia una possibilità molto forte che il presidente Chavez sia stato assassinato. C’erano noti e documentati tentativi di assassinarlo durante la sua presidenza. Degno di nota fu il colpo di Stato dell’11 aprile 2002, quando fu rapito e si decise di assassinarlo, se non fosse stato per la rivolta del popolo venezuelano e delle forze militari fedeli che lo salvarono, tornando al potere dopo 48 ore. Trovai le prove inconfutabili, utilizzando il Freedom of Information Act (FOIA), che CIA ed altre agenzie statunitensi fossero responsabili del colpo di Stato e che sostennero finanziariamente, militarmente e politicamente i partecipanti. Poi ci furono altri attentati contro Chavez e il suo governo, come ad esempio nel 2004, quando decine di paramilitari colombiani furono catturati in una fattoria presso Caracas, di proprietà di un attivista anti-Chavez, Robert Alonso, pochi giorni prima che attaccassero il palazzo presidenziale per uccidere Chavez. Ci fu un altro complotto, meno noto, contro Chavez scoperto a New York durante la visita all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel settembre 2006. Secondo le informazioni dei suoi servizi di sicurezza, durante la ricognizione di sicurezza standard presso la sala della manifestazione pubblica in cui Chavez avrebbe affrontato gli Stati Uniti, in una rinomata università, alti livelli di radiazioni furono rilevati nella poltrona su cui avrebbe dovuto sedersi. Le radiazioni furono scoperte con un rivelatore Geiger, un dispositivo di rilevazione delle radiazioni che la sicurezza presidenziale utilizzava per garantirsi che il Presidente non fosse esposto a raggi nocivi. In quel caso, la sedia fu rimossa e le prove successive dimostrarono che emanava una quantità inusuale di radiazioni che avrebbero causato significativi danni a Chavez, che ne sarebbe morto se non fossero state scoperte. Secondo i resoconti della sicurezza presidenziale sull’evento, uno statunitense addetto al supporto logistico della manifestazione e che aveva portato la sedia, si scoprì essere un agente dell’intelligence degli Stati Uniti. Vi furono numerosi altri attentati ostacolati dai servizi segreti venezuelani ed in particolare dall’unità di controspionaggio della Guardia Presidenziale incaricata di scoprire e sventare tali minacce. Un altro tentativo ben noto fu nel luglio 2010, quando Francisco Chávez Abarca (nessuna parentela), un criminale sodale del terrorista di origine cubana Luis Posada Carriles, responsabile dell’attentato a un aereo cubano nel 1976 che uccise i 73 passeggeri a bordo, fu arrestato mentre entrava in Venezuela e confessò che era stato inviato ad assassinare Chavez. Solo cinque mesi prima, nel febbraio 2010, quando il Presidente Chavez presenziava ad un evento vicino al confine colombiano, le forze di sicurezza scoprirono un cecchino a poco più di un quarto di miglio di distanza dalla sua posizione, e fu successivamente neutralizzato. Se questi resoconti paiono fantascienza, furono ampiamente documentati ed erano reali. Hugo Chavez sfidò gli interessi dei più potenti, e si rifiutò di piegarvisi. Come capo di Stato della nazione dalle maggiori riserve di petrolio del pianeta, che apertamente e direttamente sfidava gli Stati Uniti e il dominio occidentale, Chavez era considerato un nemico di Washington e dei suoi alleati.
Quindi, chi sarebbe stato coinvolto nell’assassinio di Chavez, se fu assassinato? Certamente non ci vuole molto per immaginare che il governo degli Stati Uniti fosse coinvolto nell’assassinio politico di un nemico che dichiaratamente ed apertamente voleva che scomparisse. Nel 2006, il governo degli Stati Uniti creò un’unità speciale su Venezuela e Cuba sotto la direzione della National Intelligence. Tale unità d’intelligence d’élite fu accusata di ampliare le operazioni segrete contro Chavez attuando missioni clandestine dal Centro congiunto d’intelligence (CIA-DEA-DIA) in Colombia. Alcuni elementi si compongono come la scoperta di diversi stretti collaboratori di Chavez che poterono avvicinarlo per periodi prolungati e che fuggirono dopo la morte, e che oggi collaborano con il governo degli Stati Uniti. Se fosse stato assassinato con qualche esposizione ad alti livelli di radiazioni, o altro modo. inoculando o infettandolo con un virus cancerogeno, sarebbe stato fatto da qualcuno che poteva avvicinarglisi e di cui si fidava.

MW, Chi è Leamsy Salazar e com’è collegato alle agenzie d’intelligence statunitensi?
wpid-1440201182 Eva Golinger, Leamsy Salazar fu uno dei più stretti collaboratori di Chavez per quasi sette anni. Era un tenente colonnello della Marina venezuelana noto a Chavez per aver sventolato la bandiera venezuelana dal tetto della caserma della guardia presidenziale del palazzo presidenziale, durante il colpo di Stato del 2002, quando il salvataggio di Chavez era in corso. Divenne il simbolo delle Forze Armate fedeli che sconfissero il colpo di Stato e Chavez lo ricompensò facendone uno dei suoi aiutanti. Salazar era guardia del corpo e collaboratore di Chavez, gli portava caffè e pasti, stava al suo fianco, viaggiava con lui nel mondo e lo proteggeva nelle manifestazioni pubbliche. Lo conoscevo e gli parlai molte volte. Era uno dei volti noti che protessero Chavez per molti anni. Fu un membro chiave dell’élite della sicurezza di Chavez, che poteva avvicinare in privato e sapeva dei viaggi altamente confidenziali, della routine quotidiana, dei programmi e rapporti di Chavez. Dopo che Chavez scomparve nel marzo 2013, a causa del servizio e della fedeltà, Leamsy fu trasferito alla sicurezza di Diosdado Cabello, allora presidente dell’Assemblea Nazionale del Venezuela e considerato una delle più potenti figure politiche e militari del Paese. Cabello era uno dei più stretti alleati di Chavez. Va notato che Leamsy rimase con Chavez durante la maggior parte della malattia fino alla morte e poté avvicinarlo come pochi, anche per la sua squadra di sicurezza. Incredibilmente, nel dicembre 2014, le notizie svelarono che Leamsy si era segretamente recato negli Stati Uniti dalla Spagna, dove era in vacanza con la famiglia. L’aereo che lo trasportò sarebbe stato della DEA. Fu messo sotto protezione testimoni e secondo notizie diede informazioni al governo degli Stati Uniti sui funzionari venezuelani coinvolti in un altro giro di narcotraffico. I media dell’opposizione in Venezuela affermarono che accusò Diosdado Cabello di essere un narco-boss, ma alcuna di tali informazioni fu verificata in modo indipendente, come né fascicoli giudiziari o accuse furono emesse, se esistono. Un’altra spiegazione dell’adesione al programma di protezione testimoni negli Stati Uniti potrebbe riguardare il coinvolgimento nell’assassinio di Chavez, possibilmente nell’ambito di un’operazione occulta della CIA, o anche eseguita sotto gli auspici della CIA, ma da elementi corrotti nel governo venezuelano. Prima che i Panama Papers venissero pubblicati, scoprì per caso indagando un corrotto alto e pericoloso individuo nel governo, che Chavez aveva licenziato in precedenza, ma che ritornò dopo la morte ed ebbe un incarico ancora più influente. Tale individuo collaborerebbe con il governo degli Stati Uniti. Persone del genere, che hanno lasciato che l’avidità oscuri la coscienza e coinvolte in attività criminali redditizie, potrebbero aver giocato un ruolo nella sua morte. Ad esempio, i Panama Papers smascherano un altro ex-aiutante di Chavez, il capitano dell’Esercito Adrian Velasquez, responsabile della sicurezza del figlio di Chavez. la moglie del capitano Velasquez, ex-ufficiale della Marina Claudia Patricia Diaz Guillen, fu l’infermiera di Chavez per diversi anni potendolo avvicinare senza sorveglianza. Inoltre, Claudia somministrava le medicine, le pillole e tutto ciò che riguardava il cibo di Chavez per numerosi anni. Appena un mese prima che la malattia mortale venisse scoperta nel 2011, Chavez nominò Claudia Tesoriere del Venezuela, facendone la responsabile monetaria del Paese. Non è ancora chiaro il motivo per cui fu nominata a tale importante posizione, considerando che era la sua infermiera e non aveva esperienza del genere. Fu licenziata subito dopo che Chavez morì. Il capitano Velasquez e Claudia appaiono nei Panama Papers come possessori di una società di copertura da milioni di dollari, ed hanno anche proprietà in una zona elitaria della Repubblica Dominicana, Punta Cana, dove le proprietà costano milioni e vi risiedono almeno dal giugno 2015. I documenti mostrano che subito dopo la morte di Chavez e che Nicolas Maduro fu eletto presidente nell’aprile 2013, il capitano Velasquez aprì una società off-shore, il 18 aprile 2013, presso la società panamense Mossack Fonesca, chiamata Bleckner Associates Limited. Un’impresa di investimenti finanziari svizzera, V3 Capital Partners LLC, afferma di aver gestito i fondi del capitano Velasquez, pari a milioni. E’ impossibile per un capitano dell’esercito aver guadagnato tale somma di denaro con mezzi legittimi. Né lui né la moglie Claudia sono tornati in Venezuela dal 2015. Il capitano Velasquez era particolarmente vicino a Leamsy Salazar.

MW, Può spiegare le circostanze sospette secondo cui Salazar fu trasportato sotto protezione dalla Spagna agli Stati Uniti su un aereo della Drug Enforcement Administration (DEA)? Non è alquanto strano? Per lo meno, suggerisce che Salazar agisse da agente di un Paese apertamente ostile verso il Venezuela? Era un collaboratore o un traditore. E’ d’accordo?
Eva Golinger, Naturalmente è molto sospetto che Salazar sia stato trasportato dalla Spagna, dove si trovava presumibilmente in vacanza con la famiglia, negli Stati Uniti su un aereo della DEA. Non c’è dubbio che collaborasse con il governo degli Stati Uniti e abbia tradito il suo Paese. Ciò che resta da vedere è il suo ruolo esatto. Somministrò il veleno a Chavez, o era uno dei complici come il capitano Velasquez o l’infermiera/tesoriera Claudia? Anche se tutto questo appare cospirazionismo, sono fatti che possono essere verificati in modo indipendente. E’ anche vero, secondo i documenti segreti declassificati degli USA, che l’esercito statunitense sviluppò un’arma a radiazioni da utilizzare per gli omicidi politici mirati nel lontano 1948. Le udienze della Commissione Church sull’assassinio Kennedy scoprirono anche l’esistenza di un’arma sviluppata dalla CIA per indurre infarti e tumori sui tessuti molli. Chavez è morto di un tumore aggressivo nei tessuti molli, e lo si scoprì quando era troppo tardi. Ci sono altre informazioni che documentano lo sviluppo di un “virus del cancro” quale arma presumibilmente utilizzata per uccidere Fidel Castro negli anni ’60. So che a molti sembra fantascienza, ma se si fanno delle ricerche si vedrà che ciò esiste realmente. Non credo a tutto quello che ho letto. Da avvocatessa e giornalista investigativa, ho bisogno di prove concrete e multiple da fonti verificabili. Anche se basta avere un documento ufficiale dell’esercito degli Stati Uniti del 1948, è un fatto che il governo degli Stati Uniti sviluppasse un’arma radioattiva per gli omicidi politici. Più di 60 anni dopo possiamo solo immaginare quale sia oggi la loro capacità tecnologica.

MW, Può spiegare perché la DEA era coinvolta nell’operazione e non la CIA come molti si aspetterebbero?
Eva Golinger, Penso che la CIA sia coinvolta. Lavorano assieme su casi politici di alto profilo, operando dal centro congiunto d’intelligence in Colombia. Perché fu la DEA e non la CIA che portò Leamsy Salazar negli Stati Uniti non è stato ancora rivelato, ma non credo che significhi che la CIA non ne sia coinvolta.

MW, Una nota personale, Hugo Chavez era un gigante e un vero eroe. Vi prego ci dica cosa la sua perdita ha significato per lei personalmente e quale impatto ha avuto sul popolo del Venezuela?
Eva Golinger, La perdita di Hugo Chavez è stata devastante. Era mio amico e ho trascorso quasi dieci anni come suo consigliere. Il vuoto che ha lasciato è impossibile da sostituire. Nonostante i suoi difetti umani, aveva un cuore enorme e si dedicava veramente a costruire un Paese migliore per il popolo, e un mondo migliore per l’umanità. Curò profondamente tutte le persone, ma specialmente i poveri, trascurati ed emarginati. C’è una foto di Chavez presa da uno spettatore quando era a a una manifestazione nel centro di Caracas, attraversando la grande piazza chiusa dalla sicurezza. Tutto ad un tratto, vide un giovane scarmigliato e apparentemente drogato, appena in grado di stare in piedi e con abiti laceri. Per l’orrore delle guardie di sicurezza, Chavez gli andò incontro e con amore gli mise un braccio al collo offrendogli una tazza di caffè. Non giudicava il povero ragazzo, o lo rimproverava o mostrava disgusto. Lo trattava da essere umano, che meritava dignità. Vi rimase per un po’, raccontando storie e chiacchierando come vecchi amici. Quando se ne dovette andare, disse a una delle sue guardie di offrirgli tutto l’aiuto di cui aveva bisogno. Non c’erano telecamere, niente TV, niente pubblico. Non fu una trovata pubblicitaria. Era vera, seria cura e preoccupazione per un altro essere umano bisognoso. Pur essendo presidente e potente capo di Stato, Chavez si è sempre visto pari a tutti. La morte improvvisa ha avuto un tragico peso sul Venezuela. Purtroppo, chi ha lasciato in carica non è stato capace di gestire il Paese in questi tempi difficili. Una combinazione di corruzione e sabotaggio estero da parte delle forze d’opposizione (con il sostegno straniero) ha paralizzato l’economia. La cattiva gestione è stata diffusa e distruttiva. Le agenzie degli Stati Uniti e dei loro alleati in Venezuela hanno colto l’occasione per destabilizzare ulteriormente e distruggere i resti del chavismo. Ora cercano di offuscare e cancellare l’eredità di Chavez, ma credo che sia un compito impossibile. Anche se il governo attuale non sopravvive ai feroci attacchi, la memoria di Chavez in milioni di persone di cui ha influenzato e migliorato la vita, scatenerebbe una tempesta. Il “Chavismo” è diventato un’ideologia fondata sui principi di giustizia sociale e dignità umana. Ma alla gente manca terribilmente? Sì.cdn4.uvnimg.comEva Golinger è vincitrice del Premio Internazionale di Giornalismo in Messico (2009), chiamata “La Novia de Venezuela” dal Presidente Hugo Chávez, è avvocatessa e scrittrice di New York, che vive a Caracas, in Venezuela dal 2005; ed è autrice di best-seller come “Crociata USA contro il Venezuela. Decifrato il codice Chavez (Zambon 2006), “Bush contro Chávez: la guerra di Washington al Venezuela” (2007, Monthly Review Press) Dal 2003, Eva ha studiato, analizzato e scritto sull’intervento degli Stati Uniti in Venezuela utilizzando il Freedom of Information Act (FOIA) per avere informazioni sugli sforzi del governo degli Stati Uniti per minare i movimenti progressisti in America Latina.

Mike Whitney vive nello Stato di Washington. È coautore di Hopeless: Barack Obama e la politica dell’Illusione (AK Press).

Una versione di questa intervista è apparsa su Telesur

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il golpe costituzionale colorato in Brasile

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 25 aprile 20161458339894466Il Brasile è nel pieno di una prolungata operazione di cambio di regime, come documenta Pepe Escobar nei suoi articoli per Sputnik, RT e Strategic Culture Foundation. L’intento dell’autore non è specificare la situazione di ogni dettaglio delle tecniche degli Stati Uniti, ma fornire una panoramica generale delle strategie in gioco e del loro contributo alla teoria della guerra ibrida. Il Brasile è un importante campo di battaglia della nuova guerra fredda, non solo per la sua multipolarità istituzionale ma soprattutto per il ruolo nella visione globale della Via e Cintura della Cina. I cinesi annunciarono l’anno scorso l’intenzione di costruire la ferrovia transoceanica dalle coste atlantiche del Brasile a quelle pacifiche del Perù, agevolando il commercio transoceanico tra i due aderenti ai BRICS, migliorando la capacità commerciale transcontinentale di Brasilia. Poiché questo megaprogetto si trova nell’emisfero degli Stati Uniti, gli eccezionalisti ossessionati dalla “dottrina Monroe” acceleravano i piani per il cambio di regime in Brasile con l’intento di rovesciarne il governo e sostituirlo con uno collaborazionista filo-unipolare. Molti osservatori si chiedono come descrivere correttamente ciò cui si assiste in Brasile, e mentre c’è sicuramente la chiara prova della rivoluzione colorata, sarebbe inesatto descriverlo esclusivamente attraverso tale prisma. Allo stesso modo, mentre viene paragonato alla guerra ibrida, vi si adatta solo negli aspetti “convenzionali” informativi ed economici del termine, anche se in realtà non soddisfa i prerequisiti del cambio di regime con la transizione graduale dalla rivoluzione colorata alla guerra non convenzionale (o almeno non ancora). Allo stesso modo, mentre c’è sicuramente un ‘colpo di Stato costituzionale’ in corso, non è neanche del tutto una forma di cambio di regime. Piuttosto, vi sono elementi delle tre strategie che interagiscono in una dinamica unica che potrebbe rappresentare l’inaugurazione di un nuovo approccio volto a sovvertire i principali Stati multipolari. Ciò che è importante sottolineare è che l’intera trama è avvita dalle preziose informazioni che la NSA aveva ottenuto dai vertici della società brasiliana, usandole poi come arma per catalizzare il cambio di regime; il che significa che praticamente tutti i Paesi del mondo sono potenzialmente vulnerabili a tale destabilizzazione asimmetrica.

L’indagine “anti-corruzione”
theItalianGuillotine Il veicolo chiave per fare pressioni sulla Presidentessa Rousseff non è la rivoluzione colorata, conseguenza della “rivoluzione del cashmere” su cui l’autore mise in guardia la scorsa estate, ma i tentativi di “colpo di Stato costituzionale” orchestrati per rimuoverla dal potere. Va ricordato che questi si basano su un’indagine “anti-corruzione” che, come Pepe Escobar ha più volte sottolineato, è unilaterale e volti solo contro il partito al governo. E’ stato rivelato nel settembre 2013 dalle fughe di Snowden come l’NSA spiasse Petrobras, la compagnia al centro dello scandalo del ‘golpe costituzionale’, sollevando la possibilità che gli Stati Uniti avessero informazioni compromettenti sulla presunta corruzione dei dirigenti del partito e aspettassero il momento giusto per usarle come arma. Non va vista come mera coincidenza che il “Car Wash” sia un’indagine anti-corruzione iniziata un anno e mezzo dopo, nel marzo 2014, nel periodo precedente al 6° vertice BRICS a Fortaleza, Brasile. Durante quell’importante evento internazionale, i leader multipolari s’impegnarono a creare l’architettura finanziaria alternativa che sarebbe poi diventata nota come Nuova Banca per lo Sviluppo dei BRICS, ufficialmente istituita un anno dopo a Ufa. Al momento, “Car Wash” non era abbastanza grave da far deragliare tutto, ma neanche fu concepita per essere una bomba che esplodesse immediatamente. Invece, sarebbe stata concepita come bomba a orologeria che doveva esplodere in futuro, anche se Rousseff non fosse rimasta in carica al momento. Il lettore dovrebbe ricordare che a malapena fu rieletta, e se non fosse stato così, allora sarebbe stata l'”opposizione” che ne sarebbe stata implicata o ricattata di nascosto. Dopo tutto, “Car Wash” è uno scandalo anticorruzione unilaterale che trascura volutamente certi partiti di opposizione e si rivolge esclusivamente alle classe dirigente, a prescindere da chiunque possa essere. Nel caso di Rousseff e del Partito dei Lavoratori, sono presi di mira per il cambio di regime, mentre il Partito socialdemocratico brasiliano, il rivale nelle elezioni del 2014, sarebbe stato ricattato affinché continuasse ad allinearsi ai precetti strategici statunitensi. In un modo o nell’altro, dopo aver avviato l’indagine “Car Wash“, gli Stati Uniti l’avrebbero sfruttata per raggiungere e mantenere la presa sulla dirigenza politica brasiliana. Con Rousseff rieletta mentre l’inchiesta era ancora in corso e nulla di ‘definitivo’ vicino, era inevitabile col senno del poi che sarebbe stata usata come arma per rovesciarne il governo e avviare il ‘colpo di Stato costituzionale’.

Il ‘golpe costituzionale’ e la rivoluzione colorata
Una volta implicata Rousseff (molto ‘convincentemente’ presso la corte dell’opinione pubblica) nel presunto “Car Wash“, gli elementi del cambio di regime filo-statunitensi insediati nel governo del Brasile scattavano avviando il procedimento del ‘colpo di Stato costituzionale’ contro di lei. Di per sé viene palesemente presentata come indagine unilaterale per la ‘lotta alla corruzione’, e il ‘colpo di Stato costituzionale’ non aveva alcuna parvenza di ‘legittimazione’ nazionale o internazionale, necessaria per richiedere la ‘giustificazione’ del passo drammatico. Questo è il ruolo che la nascente rivoluzione colorata svolge, dato che senza decine di migliaia di persone in strada, non ci sarebbe alcuna pretesa di ‘supporto alla democrazia’ nell’accusa. Al contrario, la mano degli Stati Uniti in tutto questo sarebbe ancora più evidente che nell’ultimo ‘golpe costituzionale’ dell’America Latina nel 2012, in Paraguay. Inoltre, il Brasile non è il Paraguay, ma è una delle principali potenze multipolari e una nazione molto più grande del vicino senza sbocco sul mare, e realizzarvi un cambio di regime richiede più ‘finezza’ e manipolazione delle ‘pubbliche relazioni’ che mai in Paraguay. Pertanto, la rivoluzione colorata in sé è irrilevante nel fare pressione sul governo Rousseff o nel fare concessioni alla sua leadership. L’intera operazione di cambio di regime è guidata dal ‘golpe costituzionale’, a sua volta camuffata da rivoluzione colorata attirando l’attenzione ‘normativa’ della maggior parte dei media filo-unipolari del mondo. Questo può essere dimostrato dall’ampia copertura mediatica delle migliaia di persone che protestano e si mobilitano attorno a una gigantesca anatra gonfiabile gialla, rispetto alla considerevole assenza di attenzione sul ruolo della NSA nel catalizzare l’intera indagine ‘contro la corruzione’ della Petrobras. Chiaramente, la ragione di ciò è che gli Stati Uniti sono impegnati in un piano concertato per spostare il discorso internazionale dalla questione delle origini della crisi politica alla ‘legittimità normativa’ del governo Rousseff, implicando nettamente che i manifestanti della rivoluzione colorata in qualche modo ne invalidino la rielezione democratica e legittima, e più ‘normativamente’ sanciscano i loschi traffici del ‘colpo di Stato costituzionale” attuato contro di lei.

L’elevato rischio di guerra ibrida
Al momento sembra che il ‘golpe costituzionale’ e rivoluzione colorata in due tempi riesca a rimuovere Rousseff, sostituendola con il vicepresidente Michel Temer, che in realtà già prepara il discorso post-colpo di Stato alla nazione, secondo una recente fuga di notizie. Se ciò dovesse accadere, allora non ci sarà alcun motivo per gli Stati Uniti di mutare l’operazione di cambio di regime in una guerra ibrida, scatenando una guerra non convenzionale, ma potrebbe involontariamente accadere che i sostenitori di Rousseff prendano alle armi nel caso in cui sia rovesciata. Se questo accadesse, allora il Paese verrebbe sicuramente gettato nella guerra ibrida a bassa intensità, anche se tale sviluppo raramente si verifica quando gli Stati Uniti hanno successo, senza correre avanti, avendo in ogni caso preso un corso impossibile da prevedere con precisione in questo momento. Tuttavia, considerando quanto sia sostenuta la sinistra dai milioni di indigenti in Brasile, e prendendo spunto dai compagni armati in Venezuela, la sinistra potrebbe formare milizie per proteggersi da qualsiasi imminente colpo di Stato. Ricordando lo stupefacente tasso di criminalità esistente nel Paese, è prevedibile che gli attivisti/insorti anti-golpe potrebbero facilmente procurarsi le armi di cui avrebbero bisogno per destabilizzare. Inoltre, l’UNASUR ha lasciato intendere che non riconoscerà il possibile impeachment di Rousseff, concedendo ulteriore sostegno normativo alle milizie che agissero in suo supporto. D’altra parte, se il cambio di regime non procedesse a ritmo sostenuto nel periodo delle Olimpiadi di Rio, e qualcos’altro accadesse sventandolo (ad esempio, il Senato che non vota l’impeachment), c’è la possibilità che gli Stati Uniti possano incoraggiare il terrorismo di destra contro il governo. Ciò provocherebbe un incidente internazionale per destabilizzare il governo brasiliano ancor più di quanto non lo sia già, proprio nel momento in cui avrebbe bisogno della migliore copertura dai media e sarebbe più vulnerabile alla raffica di condanne dai media unipolari. Visto da un’altra angolazione, se il complotto contro Rousseff avesse successo, con o senza eventuali ribelli anti-cambio di regime, alcuni Paesi potrebbero scegliere di boicottare le Olimpiadi mostrando solidarietà al governo legittimo illegalmente deposto. Questo non cambierebbe i fatti sul terreno, ma sarebbe una dichiarazione forte e simbolica di supporto che incoraggerebbe qualunque nascente movimento di resistenza armata possibile al momento.

Conclusioni
Valutando la strategia del cambio di regime degli Stati Uniti contro Rousseff, è evidente che i risultati della NSA sono stati usati per innescare le’ ‘procedure da colpo di Stato costituzionale’ normativamente giustificata dalla pianificata rivoluzione colorata (continuazione della cosiddetta “rivoluzione di cashmere” del 2014). Le proteste non hanno finora portato ad alcuna pressione sostanziale sul governo, nonostante le massicce dimensioni, con l’unica tangibile uso della forza contro il governo dovuta all’indagine ‘legale’ lanciata contro la presidentessa brasiliana. Nulla a questo punto indica un governo minacciato dagli attivisti, anche se tutto indica che sia destabilizzato dalla cospirazione “Car Wash“. Anche se non vi sono nette tracce di guerra ibrida riscontrabili finora (secondo la definizione dell’autore del concetto di cambio di regime), ciò non esclude che una sua manifestazione nel prossimo futuro non sia proposta da terroristi di destra anti-governativi o insorti filo-governativi post-colpo di Stato. Non c’è alcuna garanzia che accada, ma la possibilità non va esclusa in generale e ci si deve preparare da entrambe le parti. Non importa ciò che in ultima analisi accade in Brasile, lo scenario del cambio regime attualmente in corso è emblematico del nuovo tipo d’interazione sovversiva tra NSA, golpisti costituzionali e rivoluzionari colorati, e sarebbe preoccupante prefigurare un futura tendenza alla destabilizzazione degli Stati che potrebbe presto essere attuata altrove contro altri bersagli multipolari.dilma refém de cunhaAndrew Korybko è commentatore politico statunitense presso l’agenzia Sputnik.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La sovranità dell’America Latina minacciata. Difendere il Brasile e Dilma!

Andre Vltchek, Global Research, 24 aprile 2016NAC08_BRAZIL_PROTESTS_ROUSSEFFHa pianto abbastanza! L’America Latina ha pianto incessantemente, continuamente, per anni, decenni e secoli. Il suo popolo fu derubato di tutto fin dai tempi di Colombo e del Potosi. A decine di milioni, forse centinaia di milioni furono massacrati negli ultimi cinque secoli; prima dai conquistatori, poi dai loro discendenti e servi e infine dall’Impero delle menzogne, nonché dai traditori delle élite locali. Si è pianto abbastanza, compagni! E’ il momento di usare la forza. Ogni volta che il popolo si oppone, ogni volta che i veri eroi latino-americani liberano le proprie terre, con la ragione o la forza, il bagno di sangue seguiva quasi immediatamente, dal mare o dal Nord. Carri armati per le strade e le piazze ed aerei da combattimento ed elicotteri sganciavano bombe e proiettili sui palazzi presidenziali così come sulle campagne. Persone venivano braccate come animali, trascinate negli stadi e nelle fabbriche, nei sotterranei, per essere violentate, torturate e massacrate. Questo è la loro democrazia! Grazie, ma mai più. Perché avvengono tali orrori? Perché c’era sempre il chiaro consenso tra i governanti di Washington, nelle capitali europee e le classi dominanti nei Paesi dell’America Latina: i Latinos servono l’occidente, vanno governati dal Nord. Se qualche Paese latino sceglieva di agire ‘irresponsabilmente’ (parafrasando Henry Kissinger), gli si ricordava a chi apparteneva: andava distrutto, massacrato e completamente umiliato. Tale trattamento fu inflitto in innumerevoli occasioni, ed è successo praticamente dappertutto, dalla Repubblica Dominicana al Cile, dal Brasile al Nicaragua.
Nel corso degli ultimi venti anni le cose sono cambiate. Il Venezuela si oppose e ruggì, stringendo i pugni e vincendo, suscitando speranza in tutto il mondo. Si poteva fare; in realtà si poteva fare dopo tutto, carajo! Gridò il popolo boliviano con voce chiara, indignata e bella: questa è la nostra terra e questi sono i nostri simboli indigeni; questa è la nostra aria e la nostra acqua! Poi combatté e alcuni morirono, ma la nazione vinse. L’Ecuador s’è sollevato, cambiando la vita di milioni di persone storicamente oppresse. L’Argentina ha rifiutato di pagare debiti iniqui ed ha tentato di costruire una società giusta e socialista. Il Cile, passo dopo passo, avversava l’orrida eredità dell’era Pinochet, gettandone in prigioni molti responsabili del macabro stupro. In tanti modi diversi (da quello tranquillo e lento uruguaiano, a quello rivoluzionario del Venezuela), un continente, una volta afflitto dalle peggiori disparità sulla Terra è gradualmente risorto. Che bel mosaico! Tutto ad un tratto ha rotto le catene e le fuse, gettando altro ferro e acciaio nel crogiolo, avendo aratri ed erigendo potenti fondamenta per nuovi ospedali e scuole.
E chi potrebbe dimenticare il Brasile! Dilma Rousseff, qualunque cosa i nemici dicano, qualunque cosa l’impero dica con la sua voce tossica e cinica, col Partito dei Lavoratori (PT) ha cambiato assolutamente tutto! Solo pochi mesi fa, lo scorso anno (2015) viaggiai per questa vasta e bella terra: dalla capitale Brasilia alle profondità della foresta tropicale nei pressi di Manaus. Dall’antica città portuale di Belem, a Recife, Fortaleza e Salvador Bahia; passando giorni ad ascoltare le persone di San Paolo, e poi delle campagne. Conoscevo il Brasile di venti e trent’anni fa, ma questa era una terra assolutamente nuova! Mi sono seduto con gli insegnanti delle cosiddette scuole galleggianti in Amazzonia. Parlarono dell’avanzata e della speranza giunta alla maggioranza delle lontane comunità indigene. Parlai con pescatori, ragazze-madri e anche contrabbandieri. Parlai con i bambini. La vita era migliorata da quando Lula prese il potere? Sì, naturalmente! Chi potrebbe dubitarne? Andai nei bassifondi di Salvador Bahia. Come in Venezuela, in tutti i quartieri poveri ci fu un grande progresso, ogni tipo di programma volto ad eliminare povertà e disuguaglianza, grande ottimismo ed attivismo. L’infrastruttura è stata migliorata alla velocità della luce, dai mezzi pubblici agli aeroporti. In molte città l’arte divenne totalmente gratuita. A Manaus assistetti ad un brillante balletto moderno, raffigurante la lotta per salvare l’ambiente dell’Amazzonia. Neanche nella splendida Opera House, dove Caruso cantò nei lontani giorni del bum della gomma, non veniva chiesto alcun biglietto d’ingresso. E a Belem assistetti all’ennesima rappresentazione gratuita, questa volta all’opera Verdi, un teatro comunale splendidamente restaurato. Una volta pericolosa e senza speranza, Belem è diventata una città dai grandi spazi pubblici, passeggiate e continui centri culturali. A Salvador Bahia, vicino al famoso ascensore, m’imbattei in un altro centro culturale che stava per essere occupato da manifestanti vocianti che chiedendo il miglioramento delle cure mediche in Brasile. chiesi: “le cure mediche gratuite in Brasile non sono migliorate negli ultimi anni?” “”, mi fu detto dagli organizzatori. “Ma ne vogliamo di migliori!” Il salone dove i manifestanti si erano riuniti era assolutamente pubblico. Nessuno dovette pagare l’affitto per usarlo. In pratica, era quasi come se il governo di Dilma stesse effettivamente pagando i manifestanti che protestavano contro la sua politica. Questa è la nostra democrazia!
brasile-160417193904 Il meglio arrivò con maggiori violenze dell”opposizione’, dall”élite’. Centinaia di ONG, alcune sponsorizzate ‘dall’estero’, guidano ben organizzate campagne di disinformazione e agitazione, per screditare il governo e destabilizzare il Paese. In precedenza, assistetti alle stesse azioni in Ecuador, Venezuela, Argentina e altrove. Quasi tutti i media erano ancora nelle mani dei conglomerati di destra. Il denaro veniva spudoratamente distribuito, comprando voti. Di conseguenza, i deputati corrotti e di destra continuano a inondare letteralmente il Congresso. Ad un certo punto, l’enorme paradosso è diventato insopportabile: qualcosa doveva cedere, collassare: Da un lato, (e nonostante il recente declino economico), il Brasile è in crescita e migliora le condizioni della maggior parte della popolazione. Grazie a Dilma e al suo PT, decine di milioni di persone ora hanno una vita migliore, più a lunga e godono di maggiore istruzione. Quando chiesto direttamente, le persone lo confermano prontamente. Dall’altra parte, numerosi cittadini brasiliani sostengono che “il governo e Dilma devono andarsene”. Non vi è alcuna logica che unisca queste due convinzioni. Solo che… Solo che continue campagne negative, manipolazioni machiavelliche e spudorata propaganda anti-sinistra infine hanno un impatto decisivo sulla psiche brasiliana! Le persone sono manipolate pensando in modo irrazionale ed estremamente bizzarro: “Stiamo meglio, ma non ci piacciono le forze che hanno migliorato le nostre vite“. Un giorno, sulla brillante metropolitana di San Paolo con il mio buon amico cubano dissi: “è molto meglio dei trasporti pubblici a Parigi o Londra“. “Davvero?” Chiese, sarcastico. “Ma la gente qui pensa che sia solo merda! Viene alimentata solo da critiche. Qualunque cosa faccia il governo, è sempre descritta sbagliata!” Non dimentichiamo da dove tutto ciò origini. La propaganda è prodotta all’estero, e viene solo modificata e calibrata su San Paolo e altrove, per il consumatore locale. Tutto ciò è estremamente professionale, potente e distruttivo, e viene diffuso in tutta l’America Latina. L’obiettivo è semplice: fermare le rivoluzioni dell’America Latina! Sostenere lo status quo.
Ora il Congresso ha avviato l’impeachment della Presidentessa del Brasile, Dilma Rousseff. Se tale dramma continuerà, sarebbe l’inizio della fine della cauta rivoluzione brasiliana e del governo del popolo (i deputati corrotti che cercano di rovesciare il governo in realtà non servono altro che le proprie egoistiche ambizioni finanziarie e politiche). Neanche parte della stampa occidentale ha potuto trattenersi oltre. The Daily Mail ha scritto il 18 aprile 2016, subito dopo la votazione: “La decisione è un duro colpo alla leader assediata che ha ripetutamente sostenuto che l’assalto contro di lei è un ‘colpo di Stato’. Mentre Rousseff non è personalmente accusata di corruzione, molti parlamentari che hanno deciso il suo destino lo sono. Congresso em Foco, un gruppo di controllo di Brasilia, ha detto che degli oltre 300 parlamentari che hanno votato, ben più della metà della camera, sono indagati per corruzione, frode o reati elettorali. Mentre votavano, alcuni legislatori hanno detto che il prossimo politico che va indagato dovrebbe essere il responsabile del procedimento, il portavoce Eduardo Cunha, accusato di corruzione e riciclaggio di denaro nello scandalo che coinvolge la Petrobras, e affronta anche un’inchiesta etica su conti bancari svizzeri non dichiarati. “Dio abbia pietà di questa nazione”, ha detto Cunha mentre votava a favore dell’impeachment della Rousseff”.
Cosa ha fatto di male Dilma, a parte la difesa degli interessi dei poveri brasiliani (anche se questo è già un crimine per le “élite” e l’impero!)? Le accuse ‘ufficiali’ sono: Rousseff ricorreva a ‘trucchi contabili’ sul bilancio federale per mantenere la spesa e puntellare il sostegno. Non ha rubato nulla, ne scambiato denaro con favori. Nessuno l’accusa di corruzione. Anche se ‘trucchi contabili’ ci sono davvero, non è certo un crimine. Qualcuno potrebbe dire che ogni presidente brasiliano l’ha fatto a un certo momento. Quasi tutti i politici occidentali lo fanno, sempre. Proprio prima che questo saggio andasse in stampa, International The Daily Telegraph scriveva: “La NATO mi attacca per la contabilità creativa. I ministri hanno adempiuto all’obiettivo della NATO sulla spesa per la Difesa “modificando” la contabilità, ha detto il deputato…” ma niente appello per l’impeachment in occidente! Anche The International New York Times non poteva rimanere in silenzio. Il 21 aprile 2016 s’è scagliato sui parlamentari brasiliani nell’articolo di Celso Rocha de Barros: “Nelle ore di sessione televisiva di domenica, i parlamentari hanno spiegato la decisione del voto per l’impeachment: Hanno votato per la pace a Gerusalemme, per i camionisti, per i liberi massoni in Brasile e a causa del comunismo che minaccia la nazione. Pochissimi parlamentai hanno votato secondo le accuse effettivamente avanzate contro la presidentesse: aver violato i regolamenti sulla finanza pubblica… il vero motivo per cui la presidentessa è accusata è che il sistema politico brasiliano è in rovina. L’impeachment darà conveniente distrazione mentre altri politici cercano di fare ordine a casa”.
Sì, Dio abbia pietà del Brasile se Cunha, o il corrotto vicepresidente Michel Temer e le sue coorti prendessero il potere! O, più precisamente, Dio abbia pietà della maggioranza ingannata del popolo brasiliano! Chi è davvero Cunha? Un cristiano fondamentalista, un jihadista radicato nel più oscuro passato dittatoriale dell’America Latina. The Guardian l’ha descritto il 21 aprile 2016: “Il presidente della Camera Eduardo Cunha, conservatore e seguace evangelico, ha avviato e guidato l’unità per rimuovere dal potere la prima donna leader del Paese, per ridurre i rischi che corre con le indagini del comitato etico del Congresso e dei procuratori su presunta falsa testimonianza, riciclaggio e concussione per almeno 5 milioni di dollari.
Il popolo brasiliano ha eletto democraticamente Rousseff. L’ha votata affinché lo difendesse e ne migliorasse la vita. Dovrebbe pensare a loro, e solo a loro! Ciò che l”opposizione’ vuole è chiaro. Lo stesso ovunque: in Venezuela, Bolivia ed Ecuador. La destra ha vinto in Argentina, dov’è oggi impegnata a smantellare lo Stato sociale. Va fermata. Il governo ha ragionato con loro per mesi e anni. Ma hanno optato per il colpo di stato. Ora serve la forza. Per quanto brutto possa sembrare, non agire sarebbe molto più dannoso e pericoloso. Un parlamentare, un rappresentante dell’estrema destra di Rio de Janeiro ha dichiarato apertamente che “dedica il suo voto al colonnello responsabile delle torture di Rousseff” durante la dittatura del Brasile. Persone come lui non possono governare il Paese. Non di nuovo! La nazione e la volontà del popolo non sono sacchi da boxe. La libertà di parola non significa che a una manica di media e politici traditori sia consentito diffondere menzogne e odio, rovinando il Paese. Il Brasile è troppo grande. Non può essere abbandonato. L’intera America Latina lo chiede, in un modo o nell’altro. Invia i carri armati per le strade; parcheggiali di fronte al Congresso, Dilma! Ristabilisci l’ordine e la democrazia. Ricorda: Venezuela, Bolivia ed Ecuador, e il resto del mondo, stanno a guardare. Dopo più di 500 anni, compagna Dilma: più di 500 anni di tormenti, saccheggi e riduzione in schiavitù dei popoli latinoamericani per mano di invasori stranieri ed élite locali. Dì ai tuoi nemici, ai nostri nemici: “mai più!” Usa la forza, perché il tempo per la ragione è passato! Mai arrendersi!
Viva il Brasile, dannazione!16107458Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cambio di regime in Brasile? Le proteste finanziate da fondazioni statunitensi

Catherine Osborn, Global Research, 19 marzo 2016P1014146Ad ogni crisi politica in Brasile, oggi si tratta dell’ex-presidente Lula che lotta per avere un posto nel governo della Presidentessa Dilma Rousseff, c’è un gruppo famigliare di protagonisti che non sono né politici né investigatori anticorruzione. Sono giovani dimostranti di destra, e possono essere una forza sovversiva nel caso il Congresso del Brasile voti per mettere sotto accusa l’attuale presidentessa. Lo studente d’ingegneria Pedro Souto guidava il camion con gli altoparlanti, indossando una bandiera brasiliana come un mantello di Superman, durante le proteste di Rio. Più di 200000 persone si è detto. L’autocarro aveva lo striscione del Movimento Brasile Libero, uno dei principali gruppi ad organizzare le proteste del 13 marzo e che continua ad invocare la piazza ad ogni novità del dramma politico del Brasile (che ora si hanno tutti i giorni). Il Movimento Brasile Libero fu fondato da soci e studenti di un altro gruppo che si diffonde rapidamente nel Paese: “Estudantes Pela Liberdade”, e libertà nel senso libertario: riduzione della spesa pubblica, privatizzazione delle imprese statali e riduzione della regolamentazione. Tali politiche sono ben lungi dall’essere adottate nel Brasile di oggi. Come molti Paesi dell’America Latina, il Brasile è uno stato sociale con assistenza sanitaria universale e molte aziende di proprietà del governo. Ma negli ultimi decenni i think tank pro-mercato ed anti-regolazione avanzano nella regione. L’economista Bernardo Santoro fa parte di tale movimento in Brasile. Ricorda di aver partecipato a un evento nello Stato di Rio de Janeiro nel 2012, organizzato in parte dalla Rete Atlas. I partecipanti parlarono del futuro del libertarismo in Brasile, un brainstorming “di idee su come il movimento in Brasile sarebbe cresciuto, ed Estudantes Pela Liberdade del Brasile fu una di queste idee“, Rete Atlas e Studenti per la Libertà fanno base negli Stati Uniti ed hanno ricevuto decine di migliaia di dollari di finanziamenti negli ultimi cinque anni, provenienti da fondazioni statunitensi come John Templeton Foundation e Charles Koch Foundation, gruppo miliardario noto per il supporto alle cause di estrema destra.
Dettagli sulla John Templeton Foundation:Screen-Shot-2016-03-19-at-08.40.11-1024x864Il ramo in Brasile di Studenti per la Libertà veniva sovvenzionato da donatori statunitensi, ma oggi il gruppo è in gran parte finanziato in Brasile, secondo il direttore Juliano Torres. Ed è grande, con più di mille membri. Ora, circa la metà dei membri di Studenti per la Libertà nel mondo, che ricevono materiali su come pianificare manifestazioni, raccogliere fondi e parlare in pubblico, è brasiliana. Una manciata si è recò negli Stati Uniti per corsi di formazione, e molti discutono di politica economica avendo come riferimenti il Cato Institute e il senatore degli Stati Uniti Rand Paul. Torres ha detto che il movimento libertario è cresciuto così tanto in Brasile perché “abbiamo approfittato dell’impopolarità della presidentessa e del Partito dei Lavoratori“. Nel 2014, l’economia brasiliana rallentò e cominciò a contrarsi in modo drammatico, e i giornali accusavano il Partito dei Lavoratori di coinvolgimento nella corruzione di Petrobras. “Studenti per libertà non è un’organizzazione politica“, dice Torres, “ma incoraggia i nostri membri politicamente attivi“. Nel 2014, membri di Studenti per la Libertà fondavano il Movimento Brasile Libero e contribuirono a fondare il movimento Vem Pra Rua per protestare contro Rousseff. Rousseff non è interessata dalle indagini anticorruzione di Petrobras, ma da marzo 2015 il Movimento Brasile Libero cerca di fare pressioni per metterla sotto accusa in favore di un presidente filo-liberista. A dicembre, il portavoce della Camera Eduardo Cunha, del PMDB, ne avanzava l’impeachment per uso illegale di denaro nel bilancio 2014. Studenti per la Libertà orgogliosamente presenta le proteste antigovernative in Brasile nel numero della sua rivista di fine 2015. “Di ciò che succede in Brasile in questo momento vogliamo saperne e vogliamo capire come adottarne i metodi migliori in altri luoghi“, dice il coordinatore di Studenti per la Libertà Sam Teixeira. Teixeira dice che nelle situazioni politiche in cui il governo è impopolare, è più facile sostenere l’apertura ai mercati come soluzione. Infine”, dice Teixeira, “vogliamo vedere le persone stare bene bene, felici e prospere. Poter vivere la vita che vogliono e in autonomia. Queste sono cose che non esistono in Brasile e in molte parti del mondo. Ci auguriamo e crediamo che la filosofia libertaria possa portare prosperità e felicità al mondo“. Il politologo Celso Barros, editorialista del quotidiano Folha de São Paulo, dice che “la maggior parte dei brasiliani non voterebbe mai le politiche libertarie. Tutto quello che dovete fare è camminare nella favela più vicina per trovare qualcuno che vi spiega che siamo molto lontani dalla meritocrazia in Brasile“. Barros dice che alcune riforme economiche sono necessarie per facilitare gli affari in Brasile. Ma aggiunge che la crescente probabilità che la Presidentessa Rousseff non finisca il mandato, con l’impeachment o una sentenza sulle finanze della sua campagna del 2014, significa che nel breve periodo i brasiliani probabilmente subiranno politiche economiche più dure di quanto accetterebbero con un normale processo elettorale. Il PMDB assumerebbe la presidenza del Brasile nel caso d’impeachment, un partito che, secondo Barros “è ben noto per l’inefficienza e per essere corrotto“. Il PMDB ha discretamente varato la piattaforma economica più a destra della sua storia. A proposito di cambiamenti concreti che probabilmente si vedranno, “la destra vorrebbe avere meno normativa sul lavoro“, dice Barros. “Gli piacerebbe che i sindacati siano meno potenti“. Bernardo Santoro dice che indipendentemente da chi assumerà la prossima presidenza, il Movimento Brasile Libero continuerà a sostenere la riduzione del peso del governo. Per Barros, ciò che è più preoccupante quale precedente per la futura stabilità del Brasile, è che Rousseff sia accusata da ciò che descrive come ‘accuse deboli’. Ed anche lui vede un’eco della politica statunitense nei capi del gruppo giovanile che guida la richiesta d’impeachment: “Questi ragazzi chiaramente s’ispirano al Tea Party e alla recente radicalizzazione del partito repubblicano“. Barros dice che il futuro del Brasile è ignoto.84092c15-a1bb-43e6-ab0b-3f722e60fd2fTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’eccezionalismo americano presenta elezioni infernali

William Blum, Anti-Empire Report# 144, 11 marzo 2016477131531Se le elezioni presidenziali statunitensi finiscono con Hillary Clinton contro Donald Trump, e il mio passaporto viene confiscato e in qualche modo vengo costretto a scegliere o sono pagato per farlo, pagato bene… voterei per Trump. La mia preoccupazione principale è la politica estera. La politica estera statunitense è la peggiore minaccia a pace, prosperità e ambiente mondiali. E quando si tratta di politica estera, Hillary Clinton è un disastro diabolico. Da Iraq e Siria a Libia e Honduras il mondo è un posto assai peggiore per causa sua; tanto è vero che la chiamerei criminale di guerra che andrebbe perseguita. E non molto meglio ci si può aspettare sulle questioni interne di questa donna pagata 675000 dollari da Goldman Sachs, una delle più reazionarie aziende anti-sociali di questo triste mondo, per quattro discorsi, e ancor più con donazioni politiche in questi ultimi anni. Aggiungasi la disponibilità di Hillary ad essere per sei anni nel consiglio di amministrazione di Wal-Mart, mentre il marito era governatore dell’Arkansas. Possiamo aspettarci che cambi il comportamento delle imprese da cui prende soldi?
Il Los Angeles Times ha pubblicato un editoriale il giorno dopo le varie elezioni primarie del 1° marzo che iniziava: “Donald Trump non è adatto ad essere il presidente degli Stati Uniti“, e poi dichiarava: “La realtà è che Trump non ha nessuna esperienza di governo“. Quando devo aggiustare la mia auto cerco un meccanico con esperienza sul modello della mia auto. Quando ho un problema medico preferisco un medico specializzato nella parte del corpo malata. Ma quando si tratta di politici, l’esperienza non significa nulla. L’unica cosa che conta è l’ideologia della persona. Tra chi votare per una persona per 30 anni al Congresso di cui non si condivide alcuna opinione politica e sociale, e vi si è anche ostili, e qualcuno che non ha mai avuto un incarico pubblico prima, ma è un compagno ideologico su ogni importante questione? I 12 anni di Clinton ai vertici del governo non mi significano nulla. The Times ha continuato su Trump: “Ha una vergognosamente scarsa conoscenza delle questioni del Paese e del mondo”. Anche in questo caso, la conoscenza è ingannata (non intesa) dall’ideologia. Da segretaria di Stato (gennaio 2009-febbraio 2013), con ampie conoscenze, Clinton svolse un ruolo chiave nel 2011 nel distruggere il moderno Stato sociale e laico della Libia, schiantandola nel caos più totale da Stato fallito, disperdendo nel caotico Nord Africa e Medio Oriente il gigantesco arsenale che il leader libico Muammar Gheddafi aveva accumulato. La Libia è ora un santuario dei terroristi, da al-Qaida allo SIIL, mentre Gheddafi ne era stato uno principali nemici. Saperlo cos’è servito alla segretaria di Stato Clinton? Le bastava sapere che la Libia di Gheddafi, per diverse ragioni, non sarebbe mai stato uno Stato cliente obbediente a Washington. Fu così che gli Stati Uniti, insieme alla NATO, bombardarono il popolo della Libia ogni giorno per più di sei mesi, avendo come scusa che Gheddafi stava per invadere Bengasi, il centro dei suoi avversari, e così gli Stati Uniti salvarono la gente di quella città dal massacro. Il popolo e i media statunitensi, naturalmente ingoiarono questa storia, anche se alcuna prova convincente del presunto massacro imminente è mai stata presentata. (La cosa più vicina a un resoconto ufficiale del governo degli Stati Uniti sulla questione, un rapporto del Congressional Research Service sugli eventi in Libia dell’epoca, non fa alcuna menzione su minacce di massacri) (1). L’intervento occidentale in Libia fu ciò che il New York Times disse che Clinton “sosteneva”, convincendo Obama a “ciò che fu probabilmente il momento di maggiore influenza da segretaria di Stato” (2). Tutta la conoscenza che aveva non le impedì l’errore disastroso in Libia. E lo stesso si può dire del sostegno a un cambio di regime in Siria, il cui governo è in lotta contro SIIL e altri gruppi terroristici. Ancora più disastrosa fu l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003, che da senatrice supportò. Tali politiche sono naturalmente delle chiare violazioni del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite.
this-is-the-one-thing-that-sets-donald-trump-apart-from-other-negotiatorsUn’altra politica estera di “successo” della Clinton, i cui svenevoli seguaci ignorano, i pochi che lo sanno, fu il colpo di Stato per abbattere ila moderatamente progressiva Manuel Zelaya in Honduras nel giugno 2009. Una storia vista molte volte in America Latina. Le masse oppresse finalmente misero al potere un leader impegnato a cambiare lo status quo, determinato a cercare di porre fine a due secoli di oppressione… e in poco tempo i militari rovesciarono il governo democraticamente eletto, mentre gli Stati Uniti, se non la mente dietro il colpo di Stato, non fecero nulla per punire il regime golpista, in quanto solo gli Stati Uniti possono punire. Nel frattempo i funzionari di Washington fecero finta di essere molto turbati da questo “affronto alla democrazia“. (Vedasi Mark Weisbrot su la “Top Ten dei modi con cui si può dire da che parte il governo degli Stati Uniti fu attivo nel colpo di Stato militare in Honduras“) (3). Nel suo libro di memorie, “Scelte difficili”, del 2014, Clinton rivela quanto indifferente fosse al ritorno di Zelaya alla sua carica legittima: “Nei giorni successivi (al colpo di Stato) parlai con i miei omologhi in tutto l’emisfero… preparammo un piano per ristabilire l’ordine in Honduras e garantire che elezioni libere ed eque si svolgessero in modo rapido e legittimo, rendendo la questione di Zelaya discutibile”. La domanda di Zelaya era tutt’altro che irrilevante. I leader latino-americani, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e altri organismi internazionali con veemenza ne chiesero l’immediato ritorno in carica. Washington, tuttavia, subito riprese normali relazioni diplomatiche con il nuovo Stato di polizia di destra, e l’Honduras da allora è diventato un importante fonte di bambini migranti che attualmente si versano negli Stati Uniti. Il titolo dell’articolo della rivista Time sull’Honduras alla fine dello stesso anno (3 dicembre 2009) riassume così: “La politica in America Latina di Obama sembra quella di Bush“.
E Hillary Clinton si presenta da conservatrice. E da molti anni; almeno dagli anni ’80, quando era la moglie del governatore dell’Arkansas, quando sosteneva con forza i torturatori degli squadroni della morte noti come Contras, l’esercito di ascari dell’impero in Nicaragua. (4) Poi, durante le primarie presidenziali del 2007, la venerabile rivista conservatrice degli USA, National Review di William Buckley, pubblicò un editoriale di Bruce Bartlett. Bartlett fu consigliere politico del presidente Ronald Reagan, funzionario del Tesoro col presidente George HW Bush e ricercatore presso due dei principali think-tank conservatori, Heritage Foundation e Cato Institute. Cogliete il quadro? Bartlett diceva ai lettori che era quasi certo che i democratici avrebbero vinto la Casa Bianca nel 2008. Allora, cosa fare? Sostenere il democratico più conservatore. Scrisse: “La destra disposta a guardare oltre, cerca ciò che probabilmente ha le sue identiche visioni tra i candidati democratici, ed è abbastanza chiaro che Hillary Clinton è la più conservatrice”. (5) Nelle stesse primarie vedemmo sulla rivista leader della più ricca corporatocrazia degli USA, Fortune, la copertina con foto della Clinton e il titolo: “Hillary ama il Business“. (6) E cosa abbiamo nel 2016? Tutti i 116 membri della comunità di sicurezza nazionale del Partito Repubblicano, molti dei quali veterani delle amministrazioni Bush, firmare una lettera aperta minacciando che, se Trump viene nominato, diserteranno e alcuni passerebbero a Hillary Clinton! “Hillary è il male minore, con ampio margine“, dice Eliot Cohen del dipartimento di Stato di Bush II. Cohen aiuta i neocon a firmare il manifesto “Dump-Trump”. Un altro firmatario, l’ultra-conservatore autore di politica estera Robert Kagan, dichiara: “L’unica scelta sarà votare per Hillary Clinton“. (7) L’unica scelta? Cosa c’è di sbagliato in Bernie Sanders o Jill Stein, il candidato del Partito Verde?… Oh, capisco, non sono abbastanza conservatori.
E Trump? Molto più di un critico della politica estera degli Stati Uniti di Hillary o Bernie. Parla di Russia e Vladimir Putin come forze positive e alleate, e vi sarebbero assai meno probabilità di entrare in guerra contro Mosca che non con Clinton. Dichiara che sarebbe “imparziale” nel risolvere il conflitto israelo-palestinese (al contrario del sostegno illimitato di Clinton ad Israele). S’è opposto a chiamare il senatore John McCain “eroe” perché fu catturato. (Quale altro politico oserebbe dire una cosa del genere?) Definisce l’Iraq “un completo disastro”, condannando non solo George W. Bush, ma i neocon che lo circondavano. “Hanno mentito. Hanno detto che c’erano armi di distruzione di massa e non c’erano. E sapevano che non ce n’erano. Non c’erano armi di distruzione di massa“. Ed alla domanda se “Bush ci ha tenuti al sicuro”, risponde che “Che piacesse o no Saddam, uccideva i terroristi“. Sì, è personalmente antipatico. Avrei avuto molta difficoltà ad essergli amico. Ma che importa?hillary-libya

Il motto della CIA: “Orgogliosamente tentiamo di rovesciare il governo cubano dal 1959
imagesCiaOra cosa? Forse si pensa che gli Stati Uniti siano finalmente cresciuti capendo che possono in realtà condividere l’emisfero col popolo di Cuba, accettando la società cubana senza discuterla come fa col Canada? Il Washington Post (18 febbraio) riferiva: “Nelle ultime settimane, i funzionari dell’amministrazione hanno chiarito che Obama si recherà a Cuba solo se il suo governo fa ulteriori concessioni nei diritti umani, accesso ad internet e liberalizzazione del mercato“. Immaginate se Cuba insistesse sul fatto che gli Stati Uniti facciano “concessioni sui diritti umani”; questo potrebbe significare che gli Stati Uniti s’impegnino a non ripetere roba come questa:
Invadere Cuba nel 1961 con la Baia dei Porci.
Invadere Grenada nel 1983 e uccidere 84 cubani, principalmente operai edili.
Far esplodere un aereo passeggeri cubano nel 1976. (Nel 1983, la città di Miami tenne una giornata in onore di Orlando Bosch, una delle due menti dell’atto terribile, l’altro autore, Luis Posada, è protetto a vita nella stessa città)
Dare agli esuli cubani, per usarlo, il virus della peste suina africana, costringendo il governo cubano a macellarne 500000.
Infettare i tacchini cubani con un virus che produce la fatale malattia di Newcastle, provocandone la morte di 8000.
Nel 1981 un’epidemia di febbre emorragica dengue afflisse l’isola, la prima grande epidemia di DHF mai avutasi in America. Gli Stati Uniti da tempo ne sperimentavano l’utilizzo come arma. Cuba chiese agli Stati Uniti il pesticida per debellare la zanzara responsabile, ma non l’ebbe. Oltre 300000 casi furono segnalati a Cuba con 158 decessi.
Questi sono solo tre esempi della pluridecennale guerra chimica e biologica (CBW) della CIA contro Cuba. (8) Dobbiamo ricordare che il cibo è un diritto umano (anche se gli Stati Uniti l’hanno ripetutamente negato) (9). Il blocco di Washington su beni e denaro per Cuba è ancora forte, un blocco che il consigliere per la Sicurezza Nazionale del presidente Clinton, Sandy Berger, nel 1997 definì “le sanzioni più pervasive mai imposte a una nazione nella storia del genere umano”. (10) Tentò di assassinare il Presidente cubano Fidel Castro in numerose occasioni, non solo a Cuba, ma a Panama, Repubblica Dominicana e Venezuela (11). Con un piano dopo l’altro negli ultimi anni, l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (AID) di Washington cercò di provocare il dissenso a Cuba e/o di fomentare la ribellione, con l’obiettivo finale del cambio di regime. Nel 1999 una causa cubana chiese 181,1 miliardi di risarcimento agli Stati Uniti per morte e ferimento di cittadini cubani in quattro decenni di “guerra” di Washington contro Cuba. Cuba chiese 30 milioni in risarcimento diretto per ciascuna delle 3478 persone che dice furono uccise dalle azioni degli Stati Uniti e 15 milioni ciascuno per i 2099 feriti, ha anche chiesto 10 milioni per ciascuna delle persone uccise e 5 milioni per ciascuno dei feriti, per ripagare la società cubana dei costi che ha dovuto subire. Inutile dire che gli Stati Uniti non hanno pagato un centesimo.
Una delle critiche yankee più comuni allo stato dei diritti umani a Cuba era l’arresto di dissidenti (anche se la grande maggioranza fu rapidamente rilasciata). Ma molte migliaia di manifestanti anti-guerra ed altri furono arrestati negli Stati Uniti negli ultimi anni, come in ogni momento della storia statunitense. Durante il movimento Occupy, iniziato nel 2011, più di 7000 persone furono arrestate il primo anno, molte furono picchiate dalla polizia e maltrattate durante la detenzione, i loro gazebo e librerie fatti a pezzi (12); il movimento Occupy continuò fino al 2014; così il dato di 7000 è un eufemismo). Inoltre, va ricordato che con tutte le restrizioni alle libertà civili che vi possano essere a Cuba, rientrano in un contesto particolare: la nazione più potente nella storia del mondo è a sole 90 miglia di distanza ed ha giurato, con veemenza e ripetutamente, di rovesciare il governo cubano. Se gli Stati Uniti erano semplicemente e sinceramente interessati a fare di Cuba una società meno restrittiva, la politica di Washington sarebbe chiara:
– Fermare i lupi, i lupi della CIA, i lupi dell’AID, i lupi ruba-medicine, i lupi ladri di giocatori di baseball.
– Pubblicamente e sinceramente (se i capi statunitensi ricordano ancora cosa significa questa parola) rinunciare ad utilizzare CBW e agli omicidi. E chiedere scusa.
– Cessare l’incessante ipocrita propaganda, sulle elezioni, per esempio. (Sì, è vero che le elezioni cubane non hanno Donald Trump o Hillary Clinton, né dieci miliardi di dollari, e neanche 24 ore di pubblicità, ma non è un motivo per ignorarle?)
– Pagare le compensazioni, molte.
– Sine qua non, la fine del blocco demoniaco.
Per tutto il periodo della rivoluzione cubana, dal 1959 ad oggi, l’America Latina ha assistito a una terribile sfilata di violazioni dei diritti umani, torture sistematiche; legioni di “scomparsi”; squadroni della morte sostenuti dal governo che uccidevano individui prescelti; stragi di contadini, studenti e altri. I peggiori autori di tali atti in quel periodo furono le squadre paramilitari e associate ai militari di El Salvador, Guatemala, Brasile, Argentina, Cile, Colombia, Perù, Messico, Uruguay, Haiti e Honduras. Tuttavia, neppure i peggiori nemici di Cuba accusano il governo dell’Avana di simili violazioni; e se si considera istruzione e sanità, “entrambi”, ha detto il presidente Bill Clinton, “funzionano meglio (a Cuba) che nella maggior parte degli altri Paesi” (13), garantiti da “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” delle Nazioni Unite e dalla “Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”, sembrerebbe che in oltre mezzo secolo di rivoluzione, Cuba ha goduto delle migliori condizioni sui diritti umani in tutta l’America Latina. Ma mai abbastanza buono per i capi statunitensi per parlarne in alcun modo; la citazione di Bill Clinton è un’eccezione in effetti. E’ una decisione difficile normalizzare le relazioni con un Paese la cui polizia uccide i propri civili inermi quasi quotidianamente. Ma Cuba deve farlo. Forse può civilizzare un po’ gli statunitensi, o almeno ricordargli che per più di un secolo furono i massimi torturatori al mondo.60f7df315Note
1. “Libia: transizione e politica degli Stati Uniti“, 4 marzo 2016
2. New York Times, 28 febbraio 2016
3. Mark Weisbrot, “La Top Ten dei modi con sui si può dire da che parte il governo degli Stati Uniti si è attivato sul colpo di Stato militare in Honduras“, Common Dreams, 16 dicembre 2009
4. Roger Morris, ex-membro del Consiglio Nazionale di Sicurezza, Partners in Power (1996), p.415. 5. Per una panoramica completa su Hillary Clinton, vedasi il nuovo libro di Diane Johnstone, Queen of Chaos.
6. National Review, 1 maggio 2007
7. Fortune, 9 luglio 2007
8. Patrick J. Buchanan, “Gli oligarchi uccideranno Trump?“, Creators, 8 marzo 2016
9. William Blum, Il libro nero degli Stati Uniti. Guida all’unica superpotenza del mondo (2005), capitolo 14
10. Ibid., p.264
11. Casa Bianca, conferenza stampa, 14 novembre 1997, US Newswire
12. Fabian Escalante, Azione esecutiva: 634 modi per uccidere Fidel Castro (2006), Ocean Press (Australia)
13. Huffington Post, 3 maggio 2012
14. Miami Herald, 17 ottobre 1997, p. 22A

Ogni parte dell’articolo può essere diffuso senza autorizzazione, a condizione dell’attribuzione a William Blum e di un link a Williamblum.org.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 2.257 follower