I piani dei Fratelli musulmani di USA, Qatar e Turchia in Egitto e Siria, il Kosovo al SIIL

Boutros Hussein, Noriko Watanabe e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 1 marzo 2015putin-al-sisi-assad0_600X220_90_CIl presidente Obama avviò il sabotaggio dell’Egitto secondo i piani condivisi con i Fratelli musulmani per controllare il panorama politico in tutta la regione. I disegni politici islamici di Washington fecero sì che una politica islamista condivisa emergesse tra USA, Qatar, Turchia e Fratellanza musulmana. Naturalmente, i piani secondo la visione di Washington e Fratelli musulmani alleati, puntavano al controllo di una vasta area comprendente Egitto, Libia, Siria e Tunisia. La Turchia di Erdogan sosterrebbe tale grande progetto, che a sua volta potrebbe beneficiare notevolmente dei petrodollari del Qatar. Tuttavia, i poteri dominanti in Siria sotto il Presidente Bashar al-Assad, e l’ascesa del Presidente Abdalfatah al-Sisi in Egitto, hanno sconvolto i piani dei Fratelli musulmani. Il grande piano fu ideato dalle élite politiche di Ankara, Doha e Washington di Obama. Come al solito, il Regno Unito avrebbe utilizzato, per esempio, la connessione con i Fratelli musulmani tunisini, e questo li avrebbe collegati a diverse basi di potere dei Fratelli musulmani nella regione. Pertanto, l’amministrazione Obama s’è dedicata a collaborare con l’Islam politico. In effetti, si potrebbe affermare che l’amministrazione Obama semplicemente fa un passo avanti rispetto alle passate amministrazioni degli USA. Dopo tutto, l’intromissione di USA e altre nazioni in Afghanistan, Iraq e Libia ha portato all’avanzata della sharia islamica e dell’islamizzazione della società a tutti i livelli. Gli stessi USA hanno sostenuto lo stato di diritto islamico Sharia nei primi anni ’80 in Sudan in cui neri africani non musulmani divennero dhimmi. Le influenze dei Fratelli musulmani nell’amministrazione Obama furono evidenziate nei primi mesi del 2013, l’Investigative Project on Terrorism riferisce: “La storia del 22 dicembre pubblicata nella rivista egiziana Rose al-Yusif fu tradotta in inglese per l’Investigative Project on Terrorism (IPT). La storia suggerisce che la Casa Bianca sia divenuta “da ostile a gruppi e organizzazioni islamiche nel mondo al più grande e importante sostenitore della Fratellanza musulmana”. L’articolo continua affermando: “Le sei persone nominate sono: Arif Aliqan, assistente segretario dell’Homeland Security per lo sviluppo delle politiche; Muhamad al-Ibiary, membro del Consiglio Consultivo per la Sicurezza Nazionale; Rashad Husayn, inviato speciale degli Stati Uniti per l’Organizzazione della Conferenza islamica; Salam al-Marayati, co-fondatore del Muslim Public Affairs Council (MPAC); imam Muhamad Magid, presidente della Società Islamica del Nord America (ISNA); Eboo Patel, membro del consiglio consultivo del presidente Obama sui partenariati inter-religiosi”. In effetti, gli intrighi di USA e Fratelli musulmani contro l’Egitto continuano nel 2015 con la recente delegazione dei Fratelli musulmani invitata nei corridoi del potere di Washington. Ancora una volta l’Investigative Project on Terrorism riporta “La delegazione ha cercato aiuto per reinsediare al potere l’ex-presidente Muhamad Mursi e i Fratelli musulmani in Egitto. I parlamentari, ministri e giudici dell’era Mursi hanno costituito il Consiglio rivoluzionario egiziano ad Istanbul, Turchia, lo scorso agosto, con l’obiettivo di rovesciare il governo militare egiziano. Ha sede a Ginevra, in Svizzera”. L’Investigative Project on Terrorism ha altre relazioni secondo cui la delegazione comprendeva “Abdul Mawgud Dardary, membro dei Fratelli musulmani e parlamentare egiziano in esilio; e Muhamad Gamal Hashmat, membro del Consiglio della Shura dei Fratelli musulmani e parlamentare egiziano in esilio“. Pertanto, anche dopo che i sostenitori dei Fratelli musulmani ed altri islamisti attaccarono cristiani e bruciarono chiese copte, questa organizzazione è ancora accolta dall’amministrazione Obama. Inoltre, i capi politici statunitensi sono pienamente consapevoli del fatto che i Fratelli musulmani collaborano segretamente con diverse organizzazioni islamiste coinvolte nel terrorismo nel Sinai e in Egitto. Ciò vale per simpatizzanti e sostenitori della Fratellanza musulmani in Egitto e per lo stretto rapporto con Hamas, i cui i militanti utilizzano Gaza per destabilizzare il Sinai. Allo stesso modo, in Libia Fratelli musulmani, SIIL e vari gruppi islamisti cercano di usurpare il sistema politico e puntare un pugnale nel cuore dell’Egitto. Allo stesso modo, proprio come i sostenitori dei Fratelli musulmani hanno attaccato chiese e cristiani in Egitto, ora il SIIL decapita e massacra cristiani copti egiziani in Libia.
Concentrandosi sui Balcani, poi, nonostante la propaganda e tre guerre in Europa tra cristiani ortodossi e musulmani in Bosnia, Cipro e Kosovo, alla fine Ankara e Washington condividono interessi simili. Ciò in realtà ha fatto sì che la Turchia musulmana ingoiasse parte di Cipro. Allo stesso modo, il Kosovo fu tolto alla Serbia, nonostante sia per la Serbia la sua Gerusalemme. Pertanto, con l’amministrazione Obama che favorisce l’anti-cristianesimo dei Fratelli musulmani in Egitto, è chiaro che non cambia nulla perché l’islamizzazione nel Mediterraneo riassume la politica di Washington. In altre parole, il SIIL (Stato islamico) uccide cristiani, sciiti e shabaq, mentre la scristianizzazione di Cipro del Nord e Kosovo è concordata tra Ankara e Washington. Nel frattempo Islam e cristianesimo nella moderna Siria sono minacciati dalle barbarie taqfira supportata dalle potenze del Golfo e della NATO. Tuttavia, a differenza del programma di Ankara e Washington nei Balcani, l’unico aspetto notevole della destabilizzazione di Egitto, Libia e Siria è che le potenze del Golfo e della NATO sono estremamente confuse. Dopo tutto, i soliti avvoltoi di NATO e Golfo hanno diversi piani geopolitici e religiosi. Data tale realtà, la Libia è divisa internamente con potenze estere che sostengono due diversi poteri in questo Stato fallito. Allo stesso modo, le trame estere contro la Siria evidenziano tali divisioni geopolitiche e religiose, perché diversi gruppi terroristici islamisti sono supportati in base a obiettivi diversi. L’unico fattore vincolante è il collegamento con le potenze del Golfo e della NATO che non hanno remore a creare Stati falliti, prescindendo da Afghanistan, Libia o Iraq. Non sorprende che il governo siriano si rifiuti di cedere a nazioni che supportano caos e destabilizzazione. Allo stesso modo, l’ascesa di al-Sisi sulla scena politica in Egitto, significa che anch’esso si rifiuta di cedere la sovranità ai soliti attori.
Sembra che nei Balcani Stati Uniti e Turchia potrebbero facilmente spartirsi le nazioni ortodosse cristiane perché Cipro e Serbia hanno i loro sistemi politici. Allo stesso modo, la potenza militare statunitense è stata progettata per combattere eserciti meccanizzati e distruggere le infrastrutture delle nazioni. Questo si vide nel bombardamento della Serbia da parte della NATO guidata da Washington e Londra. Allo stesso modo, le forze armate e le istituzioni statali dell’Iraq furono distrutte da USA e alleati. Tuttavia, gli USA non sanno combattere le insurrezioni. Pertanto, la politica d’islamizzazione dei Balcani di USA e Turchia ha prodotto in Kosovo e Cipro ghettizzazione del cristianesimo ortodosso e cancellazione della cultura locale. Eppure, in Iraq, Libia, Egitto e Siria vi sono diverse potenze regionali e della NATO (la Turchia è una potenza regionale della NATO) con obiettivi diversi. Tale realtà ostacola il sogno dei Fratelli musulmani di USA, Qatar e Turchia, illustrata chiaramente dalla tenacia della Siria e dalla crescente centralizzazione dell’Egitto di al-Sisi. Pertanto, mentre USA, Qatar, Arabia Saudita e Turchia non hanno avuto scrupoli a destabilizzare Libia e Siria, gli interessi contrapposti di tante nazioni consente la contro-rivoluzione. Questa controrivoluzione prevale in Egitto e nella Siria, in lotta per l’indipendenza, perché le élite politiche di entrambe le nazioni sanno che fallimento e sottomissione attende entrambe le nazioni se perdessero. E’ evidente che il SIIL sia emerso con forza in Iraq dopo che Obama aveva ritirato le forze armate statunitensi. Allo stesso modo, la destabilizzazione della Siria ha permesso a SIIL, al-Nusra e varie altre forze settarie taqfiri di emergere. Mentre ciò avveniva, i Fratelli musulmani siriani sono divenuti strumento dei piani dell’amministrazione Obama, istigata da simili intrighi di Qatar e Turchia. Tuttavia, mentre Arabia Saudita e gli altri giocatori del Golfo partecipano alla destabilizzazione della Siria, si distinguono da USA, Qatar e Turchia perché non vogliono vedere i Fratelli musulmani al potere in Egitto e Giordania. La recente crisi in Libia evidenzia che l’Egitto vuole reprimere le forze terroristiche taqfire che cercano di trasformare questa nazione in una minaccia mortale per le nazioni della regione. Ciò ha indotto gli attacchi egiziani contro le basi del SIIL in Libia dopo gli omicidi brutali di cristiani copti egiziani. Tuttavia, mentre l’Egitto vuole che la comunità internazionale sostenga le fazioni non islamiste della nazione e gli attacchi ai vari gruppi terroristici, è evidente che riceve il silenzio di USA, Qatar e Turchia. Pertanto, mentre Washington continua a parlare con gli elementi pro-Fratelli musulmani e a distaccarsi dalla crisi in Libia, sembra che gli intrighi contro l’Egitto siano in corso. Allo stesso tempo USA, Qatar e Turchia sostengono un’altra nuova forza terroristica e settaria, addestrata e armata contro la Siria. Questo nonostante il fatto che tutte le minoranze subiranno una persecuzione sistematica se un movimento islamista rovesciasse l’attuale governo della Siria. In altre parole Ankara, Doha e Washington cercano di usurpare Medio Oriente e Nord Africa, proprio come hanno fatto nei Balcani, per plasmare la regione secondo le loro ambizioni geopolitiche. Pertanto, pur di raggiungere tale obiettivo, le tre nazioni favoriscono i Fratelli musulmani.
L’Islam nazionale, come il cristianesimo ortodosso di Cipro del Nord e Kosovo, valgono poco per USA, Qatar e Turchia quando si tratta di preoccupazioni geopolitiche. Tale realtà significa che queste tre nazioni cercano di utilizzare l’Islam politico tramite le ambizioni dei Fratelli musulmani in Nord Africa e Levante. Egitto e Siria, pertanto, sono in prima linea nel preservare l’indipendenza nel Medio Oriente. Inoltre, sapendo dei legami del SIIL con Qatar e Turchia, la paura in Egitto è che tali nazioni estere possano manipolare le forze taqfire proprio come esse, e altre, hanno fatto contro la Siria.WestPoint_2_Doc_Page35DiagramInvestigative Project

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Egitto fornisce aerei ed elicotteri all’aeronautica libica?

L’aeronautica libico, riattiva i vecchi cacciabombardieri Su-22?
Spioenkop 9 febbraio 20151399251_10202479309847721_1706540111_oUn servizio del notiziario al-Shuruq sulle attività della base aerea al-Watiya dell’aeronautica libica (LAF), conferma la reintroduzione degli Su-22 nell’arsenale libico, voce apparsa all’inizio di dicembre 2014. La Forze armate libiche (LNA) e la LAF sono schierate quasi all’unanimità con il generale Qalifa Belqasim Haftar, che fa parte del governo riconosciuto internazionalmente oggi basato a Tobruq. Haftar cerca di eliminare le organizzazioni islamiste in Libia con l’operazione Dignità. Si oppone ad Alba di Libia che combatte per il parlamento non riconosciuto che attualmente controlla Bengasi e Tripoli, insieme a varie altre fazioni islamiste, Ansar al-Sharia e persino Stato islamico. Una questione complicata per non dire altro. Alba di Libia, che può essere considerata il più serio avversario di Qalifa Belqasim Haftar e delle sue forze, avrebbe una propria forza aerea. Almeno 4 Soko G-2 Galeb sono attualmente presenti a Misurata e 1-2 MiG-23 sarebbero operativi a Mitiga, ma avrebbero lasciato la base aerea da qualche tempo. Alba di Libia ha anche affermato di avere 1 MiG-23 operativo a Misurata e, anche se la base non ospitava alcun aeromobile, ed anche affermato di lavorare su un MiG-25. Non è noto se il MiG-23 operativo sia in realtà uno degli esemplari di Mitiga. Inoltre, Alba di Libia controlla anche l’aeroporto internazionale di Tripoli (IAP) e la base aerea di Benina. L’annientamento quasi totale della Libyan Air Force con i bombardamenti della NATO e la pesante usura negli ultimi anni, hanno depotenziato l’aeronautica libica al livello più basso di sempre. Tuttavia continuano ad operare diversi MiG-23ML e MiG-23UB, 3 MiG-21MF donati dall’Egitto, molti MiG-21bis e L-39 e numerosi elicotteri. Tra questi sono numerosi i Mi-8, almeno 3 dei quali donati dall’Egitto, e molti Mi-25 e Mi-35, alcuni di questi ultimi originariamente acquisiti dal Sudan. La LAF avrebbe anche acquisito 4 Su-27 dalla Russia, ma tale voce è rigettata come disinformazione. La mancanza di sufficienti strutture per i velivoli operativi, che sono già esigue in Libia, ha costretto la LAF a cercare altre soluzioni per acquisire aerei ed elicotteri per sostenere l’esercito nazionale libico dall’aria. Sebbene l’Egitto ha donato 3 MiG-21 e 3 Mi-8, non bastano e non possono coprire l’intera Libia.
Le LNA combattono contro Alba Libia, Ansar al-Sharia e Stato islamico su più fronti. Le battaglie più pesanti hanno avuto luogo a Bengasi, dove combatte Alba di Libia per il controllo della città. Le LNA sono anche pronta a riprendere Tripoli, dove la prossima offensiva si avrà sicuramente presto. La base aerea al-Watiya, nota anche come al-Watya o al-Zintan, rimane l’unica base aerea in Libia dell’aeronautica vicina a Tripoli ed è quindi di vitale importanza per qualsiasi offensiva volta a riconquistare la capitale. La stessa al-Watiya fu riconquistata dall’Esercito nazionale libico il 9 agosto 2014. La base aerea fu originariamente costruita dai francesi e ospitava parte della flotta di Mirage della Libia prima del loro ritiro per mancanza di ricambi, causata dall’embargo. Al-Watiya era anche sede di una squadriglia di Su-22MK e parte della flotta di Su-22M3. Tutti i Su-22M3 della Libia furono distrutti dai bombardamenti della NATO durante la guerra civile libica, che travolse anche la base aerea al-Watiya. Due hangar corazzati (HAS) che ospitavano i Su-22M3 così come diversi depositi di munizioni furono colpiti. I Su-22MK libici, conservati in alcuni dei restanti 43 HAS vennero smantellati molto prima della rivolta, e quindi ne sono usciti illesi non essendo obiettivi della NATO. Un solo aereo operativo è attualmente di stanza ad al-Watiya, 1 MiG-23UB già impiegato contro depositi di munizioni e altri obiettivi presso Tripoli. Il MiG-23UB è del tutto insufficiente a supportare nel modo adeguato l’Esercito nazionale libico in qualsiasi futura offensiva su Tripoli. Sebbene il MiG-23UB sia una variante d’addestramento biposto, può essere armato con lanciarazzi UB-16 e UB-32 per razzi S-5 da 57mm e vari tipi di bombe, trasportate sui quattro piloni del MiG-23UB.237imageGli altri velivoli disponibili in numero sufficiente ad al-Watiya sono i 10-12 Su-22 radiati almeno vent’anni fa, alcuno dei quali in condizioni di volare. Ma con la revisione degli aeromobili più vecchi c’è la possibilità per la LAF di recuperare parte della potenza di fuoco persa negli anni, per questi vecchi Su-22 è il momento. La Libia avrebbe ricevuto 2 squadroni di Su-22 e ancora più Su-22M2 alla fine degli anni ’70 e ai primi anni ’80, alcuni dei quali inviati nel Golfo della Sirte contro gli F-14 Tomcat statunitensi nel 1981. Un colloquio con il colonnello Muhammad Abdulhamid al-Satni ha rivelato i piani della LAF per i Su-22: ”Abbiamo… aerei Su-22 quasi non-funzionanti, ma grazie al personale militare, tutti libici e nessuno straniero, abbiamo cercato di mettere in servizio 1 o 2 dei 10-12 aeromobili. Questo è il primo che siamo riusciti a riparare e sarà schierato entro dieci giorni per la battaglia per liberare Tripoli”. 1-2 Su-22 sono quindi presumibilmente operativi, probabilmente cannibalizzando gli altri Su-22. Ma mentre il colonnello dice che il Su-22 operativo è quello dietro di lui, l’aeromobile appare coperto da uno spesso strato di polvere ed ha ancora i contrassegni verdi della Jamahiriya su fusoliera e coda, creando una certa confusione circa la loro presunta revisione. Questo però non significa che la LAF non lavori per avere 1 o 2 esemplari operativi, correlandosi alla situazione della sicurezza, invece. Le attività della TV al-Shuruq erano strettamente controllate dal personale LAF, in quanto è vietato scattare foto nella base aerea, per non rivelare la posizione esatta del prezioso velivolo nella base. Anche se potrebbe sembrare esagerato con 43 HAS in cui nasconderlo, Alba di Libia è pronta a distruggere il MiG-23UB ed ha anche cercato di trovarne l’esatta posizione inviando un UAV Schiebel Camcopter S-100 su al-Watiya, successivamente abbattuto dal personale della base aerea. Pertanto, la revisione reale del Su-22 è probabile, ed è posizionato altrove nella base aerea, con i 2 Su-22 nel video quali esemplari usati per nascondere la reale posizione del presunto Su-22 operativo.
Contrariamente a MiG-21 e MiG-23, che sono dei caccia, i Su-22 sono veri cacciabombardieri, dotati di sei piloni invece dei quattro su MiG-21 e MiG-23, potendo trasportare ordigni a maggiore distanza. Mettere in servizio questi Su-22 sicuramente si dimostrerà una grande sfida, anche per i meccanici esperti della LAF. Tuttavia, se ci riescono il velivolo sarà di grande valore nell’attacco imminente per riconquistare Tripoli. Solo il tempo dirà se gli sforzi degli ingegneri siano vani o siano necessari a far pendere la bilancia a favore delle LNA.
Un ringraziamento speciale ad ACIG e Hasan Hasani.

Men talk near MiG fighter aircraft parked on the runway at TammahintL’Egitto fornisce aerei ed elicotteri all’aeronautica libica?
Spioenkop 13 novembre 2014

MiG fighter aircraft is seen parked on the runway at TammahintMolto è stato detto sul coinvolgimento dell’Egitto nel conflitto tra l’Esercito nazionale libico e diverse fazioni islamiste, e qualsiasi cosa, da piccole forniture di armi ai raid aerei su depositi di armi, viene menzionata. L’estensione dell’assistenza dell’Egitto alla Libia viene ora finalmente rivelata da una serie di foto che mostrano aeromobili dell’aeronautica egiziana in servizio nell’aeronautica libica. La paura della rivolta islamista libica verso l’Egitto ha già causato grande preoccupazione nel governo egiziano. Fornire armi pesanti ai militari libici, quasi tutti fedeli al generale Qalifa Belqasim Haftar, aumenta le possibilità di sconfiggere la rivolta, di grande importanza per il governo egiziano di Abdalfatah al-Sisi. L’aeronautica libica fu praticamente annientata dai bombardamenti della NATO durante la guerra civile libica. Gli attacchi aerei videro tutti i Su-22 e Su-24 libici distrutti, lasciando solo pochi obsoleti Mirage F1, L-39, MiG-21 e MiG-23 in servizio, con un disperato bisogno di una revisione. Mentre la LAF è stata successivamente rafforzata con 2 elicotteri d’attacco Mi-35 dal Sudan, uno si schiantò lasciando solo l’altro in servizio. Ulteriori perdite hanno lasciato solo un paio di MiG-21, di MiG-23 e un paio di elicotteri operativi, non abbastanza per fornire copertura aerea sufficiente all’Esercito nazionale libico. Ora sembra che la LAF sia stata aiutata dall’Egitto recuperando parte della potenza di fuoco perduta. 6 velivoli ex-EAF, 3 MiG-21MF e 3 Mi-8, sono stati recentemente avvistati presso la LAF. I 3 MiG-21MF, numeri 18, 26 e 27 furono avvistati all’inizio di novembre. Mentre la Libia già utilizzava solo 1 MiG-21bis, questi hanno una mimetizzazione mai vista sugli aeromobili libici, gli aerei dovevano provenire dall’estero. La mimetizzazione è esattamente la stessa vista sulla maggior parte dei MiG-21 dell’Egitto, non lasciando alcun dubbio sull’origine dei 3 MiG-21. L’Egitto ha una grande flotta di MiG-21, che dovrebbe smantellare nei prossimi anni. La loro vendita a prezzi bassi o anche donati alla Libia ha perfettamente senso, data la posizione dell’Egitto sul conflitto in Libia.
L’altro materiale ex-egiziano ora gestito dalla LAF sono i Mi-8. Mentre la Libia già impiega decine di Mi-8/17, non ha mai acquisito alcun esemplare armato. Una foto scattata il 27 ottobre 2014 mostra un Mi-8 con lanciarazzi UB-16 e sfoggiare la stessa verniciatura vista sui Mi-8 egiziani. La somiglianza con il Mi-8 attualmente usati dall’Egitto è illustrato dall’immagine qui sotto.

10424323Egyptian_Mi-8Sebbene la Libia non abbia mai avuto Mi-8 armati, l’elicottero ha la stessa colorazione dei Mi-8 egiziani, ed appartiene a un lotto vecchio, oggi raramente venduto per l’esportazione, assicurando che tale elicottero è stato fornito alla Libia dall’Egitto. Le uniche differenze nelle due foto è l’assenza dell’argano e la rimozione della blindatura dalla cabina di pilotaggio; il punto vuoto ora illustra la scritta Raad (Tuono). Avendo la LAF impiegato per decenni MiG-21 e Mi-8/17, molti piloti e tecnici sono disponibili per mantenerli operativi. La mossa è sicuramente un investimento intelligente dell’Egitto per garantirsi la propria sicurezza. Bisogna ancora vedere se l’Egitto continuerà a consegnare armi pesanti alla Libia. Se sarà così, potrebbe aiutare i militari libici a prevalere sulle fazioni islamiste.

1568253_-_mainUn ringraziamento speciale a ACIG.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Yemen: possibile Stato fallito e diviso

Viktor Titov New Eastern Outlook 27/02//2015

YemenA quanto pare Stati Uniti ed Arabia Saudita non sono abituati a perdere, dato che non sono riusciti a conciliarsi con la vittoria decisiva degli huthi nello Yemen, quindi Washington e Riyadh hanno deciso di lanciare una lotta a tutto campo contro i ribelli sciiti. Ciò ha portato all’ulteriore deterioramento della situazione politica e della sicurezza nel Paese lacerato dal conflitto. Il 20 febbraio, Mansur Hadi, agli “arresti domiciliari” a Sana dopo le sue dimissioni da presidente, riusciva a fuggire dalla capitale dello Yemen grazie all’aiuto di agenti dei servizi segreti statunitensi, rifugiandosi nella “capitale del sud” dello Yemen, Aden che, insieme a un certo numero di province meridionali, si rifiuta di obbedire al governo centrale controllato dagli huthi. Subito dopo il suo arrivo, i media locali, affiliati al movimento dei Fratelli musulmani, riferivano che l’ex-presidente yemenita avrebbe guidato la lotta contro i ribelli sciiti. La situazione è piuttosto strana, considerando il fatto che erano passate meno di 48 ore dalla conclusione dei colloqui per la riconciliazione in Yemen. Tutte le parti coinvolte nei colloqui decidevano di creare un meccanismo legislativo che garantisse la transizione pacifica del potere. Un nuovo organismo bicamerale, il Consiglio nazionale, che doveva essere creato unendo Parlamento e nuovo “Consiglio nazionale di transizione” costituito da 250 rappresentanti dei partiti extra-parlamentari, con il 30% dei posti per le donne e ulteriore 20% per i giovani. Tale decisione era il difficile compromesso tra huthi che insistevano sulla creazione di un Consiglio nazionale monocamerale, e il Congresso nazionale Generale guidato dall’ex-presidente Mansur Hadi, che insisteva sulla conservazione dell’attuale Parlamento. Inoltre, c’era l’alta probabilità che i negoziati sul “consiglio presidenziale”, proposto dagli huthi, si sarebbero conclusi prima della prossima riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla risoluzione 2201, che doveva iniziare ai primi di marzo. Ma ora tutti questi piani sarebbero in pericolo per le dimissioni di Mansur Hadi, non approvate dal Parlamento dello Yemen, con il pericolo che possa recuperare l’autorità di presidente yemenita. In tale situazione può nominare Aden o Taiz (terza città del Paese) capitale provvisoria con il pretesto che Sana è occupata dai ribelli. Ciò fa parte del piano che Stati Uniti e Arabia Saudita avevano ideato prima di organizzarne la fuga da Sana. Nello Yemen si diffondono rapidamente voci secondo cui se Mansur Hadi cedesse alla pressione di forze estere, in particolare Washington e Riyadh, dichiarerebbe l’indipendenza del Sud Yemen. In tal caso, lo Yemen potrebbe trovarsi nella situazione paradossale in cui il legittimo presidente sarebbe ancora in carica ad Aden, mentre il governo resta a Sana controllata dagli huthi. Questa è la strada che lo Yemen segue ora. Il 23 febbraio, secondo i media dei Fratelli musulmani, Mansur Hadi aveva fatto una dichiarazione ufficiale ad Aden, agendo ancora da presidente dello Stato, definendo la presa di Sana del 21 settembre 2014 un colpo di Stato, mentre definiva illegali tutti i decreti e nomine effettuati da allora, sottolineando che il Consiglio nazionale deve essere convocato ad Aden o Taiz, ed esortando le strutture di governo e militari a rimanere fedeli alla Costituzione. Poi esprimeva gratitudine ai Paesi di GCC, Lega Araba, OCI e Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, chiedendo di portare avanti il processo politico pur respingendo il colpo di Stato come illegale. Mansur Hadi ha contemporaneamente fatto appello a Jamal Benomar, consigliere speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, esortandolo a rinviare i colloqui sulla composizione e trasferirsi da Sana a “un luogo più sicuro”.
In realtà, si è testimoni della restaurazione de facto dei poteri presidenziali di Mansur Hadi che sembra perseguire la divisione del Paese, essendo ben consapevole che gli huthi non hanno alcuna intenzione di arrendersi. A quanto pare cercherà di creare un governo provvisorio o addirittura di ripristinare il precedente governo di Qalid Mahafudh Bahah. Le sue azioni saranno seguite dall’apertura di nuove missioni diplomatiche di Paesi occidentali e GCC ad Aden, dopo la creazione dei consolati in questa città. Mansur Hadi si aspetta forte sostegno finanziario da Arabia Saudita e Stati Uniti, assieme al riavvio degli attacchi dei droni contro le posizioni dei “terroristi yemeniti”. Ciò significa solo una cosa per lo Yemen, guerra civile con pesante interferenza di forze estere. Ci sono poche possibilità che “Abdu Drone Hadi”, come è stato soprannominato dopo il suo discorso, di riprendere il controllo del Paese, dato che i ministeri degli Interni e della Difesa, con tutte le agenzie di intelligence, a Sana sono sotto il pieno controllo degli huthi. Tuttavia, la separazione tra huthi e parte dei vertici politici yemeniti è inevitabile, dato che questi ultimi rappresentano la popolazione sunnita. Quindi la fuga di Mansur Hadi ad Aden può causare notevoli problemi allo Yemen. A questo punto il conflitto sembra inevitabile. Non ci dovrebbero esservi illusioni sulla palese interferenza di Stati Uniti e Arabia Saudita negli affari interni dello Yemen, costringendo l’Iran a schierarsi con gli huthi. Washington resta fedele alla sua reputazione, scegliendo ancora un modus operandi soprattutto brutale e intrusivo negli affari interni di Stati sovrani. Il prezzo che Iraq, Egitto e Libia hanno pagato per tale tipo di interferenza è ben noto. Potremmo vedere molto presto lo Yemen trasformarsi in uno Stato fallito.

iLTrVr6t6KrkViktor Titov, Ph.D, è commentatore politico sul Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin e l’intermediario del Medio Oriente

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 17 febbraio 2015

La visita del presidente russo in Egitto indica che entrambi i Paesi desiderano ristabilire i legami dell’era Nasser. La partnership tra i due ha la possibilità di trasformare qualitativamente la regione, con la ‘Jugoslavia araba’ che promuove gli interessi russi a scapito delle due potenze principali della regione, Stati Uniti ed Arabia Saudita. Su grande scala, ciò significa che l’Egitto è divenuto il terzo trampolino di lancio della proiezione della politica estera russa in Medio Oriente, con tutti gli effetti collaterali multipolari risultanti sulla regione già dominata dall’unipolarismo.

050bdcae7292023eb239ffd3c6fc76fdf2871e6fLe preoccupazione di Washington
Al-Sisi gioca un ruolo molto strategico nel bilanciare le relazioni tra Washington e Mosca, con l’obiettivo che legami più stretti con quest’ultima comportino un accordo migliore con la prima. Il mondo è senza dubbio in preda ad una ‘nuova guerra fredda’, solo che ora invece di essere tra capitalismo e comunismo, è tra unipolarità e multipolarità. Gli Stati Uniti erano abituati a controllare Cairo con Mubaraq, ma dopo aver tradito il vecchio alleato per guidare un’inevitabile transizione della leadership, finirono sul lato sbagliato della storia quando il loro uomo dei Fratelli musulmani fu rovesciato da al-Sisi. Comprensibilmente, l’attuale presidente non si fa illusioni sulla natura infida degli Stati Uniti, ma sa anche che non è saggio (né possibile) rompere completamente i legami con il Paese, soprattutto quando è patrocinato dagli Stati del Golfo filo-USA. In queste condizioni e nel dispiegarsi della ‘nuova guerra fredda’, al-Sisi cerca un rapporto più pragmatico ed equilibrato con tutti i principali attori regionali e globali, sperando che questa politica possa portare maggiori dividendi al suo Paese. Ciò rende l’Egitto uno dei tanti Paesi cardine attualmente impegnati in politiche multipolari, affiancandosi a Vietnam, India e Turchia, per esempio. Detto questo, non importa quanto le politiche di al-Sisi siano giuste ed equilibrate, gli Stati Uniti saranno sempre preoccupati da un Egitto che ‘si allontana’ dalla loro orbita, come qualsiasi movimento verso il mondo multipolare sia una sconfitta relativa per quello unipolare. Lo scopo di tale articolata politica egiziana è accrescere l’importanza del Paese negli affari regionali e riportarlo alla precedente leadership, in gran parte abbandonata subito dopo la morte di Nasser con l”alleanza’ da sottomesso con Stati Uniti e Israele. Un forte Egitto al sicuro dal dominio statunitense, che non può essere completamente controllato da Washington, a sua volta diventa una ‘mina vagante’ regionale che potrebbe ostacolare la ‘gestione’ regionale degli USA. L’aquila egiziana che allarga le ali multipolari si rende conto che la piena dipendenza da un mecenate la pone in una posizione di estrema vulnerabilità, da ciò la delicata ricalibrazione politica del Paese verso regni del Golfo e Russia e una presa di distanza dagli Stati Uniti. Sul vettore eurasiatico, Mosca ha interesse nel vedere un forte e multipolare Egitto ristabilire ordine e stabilità al Medio Oriente, agendo da cuscinetto contro i piani unipolari (direttamente o meno), spiegando la confluenza attuale degli interessi strategici dei due Stati. Verso il Golfo, l’Egitto è nella posizione unica di avvicinare Arabia Saudita e Russia, aiutandole a risolvere le crisi in Siria e del petrolio che hanno messo in ginocchio le relazioni bilaterali, e in caso di successo, sarebbe l’ennesima sconfitta strategica della politica statunitense in Medio Oriente.

La risoluzione delle controversie della Russia con i sauditi
Mentre si è finora parlato di strategia e teoria, è il momento di esaminare di come al-Sisi possa agire da vero intermediario nel Medio Oriente. Arabia Saudita e Russia hanno posizioni assolutamente divergenti sulla crisi siriana e la guerra dei prezzi del petrolio, e l’unico Paese in grado di contribuire a colmare il divario è l’Egitto, corteggiato da entrambi nell’ultimo anno e mezzo. Diamo uno sguardo in dettaglio:

La guerra in Siria
Russia sostiene il governo popolare e democratico del Presidente Bashar Assad, mentre l’Arabia saudita sostiene rabbiosamente un cambio di regime a tutti i costi (compreso uno terroristico). L’Egitto, pur essendo il destinatario di miliardi di dollari dal Golfo, in realtà si oppone alla “politica saudita, soprattutto perché al-Sisi si oppone al terrorismo (come anche al Qatar che sponsorizza i Fratelli musulmani, per non parlare del SIIL). Le sue opinioni indipendenti non costituiscono una minaccia per i sauditi, dato che non supporta alcuna azione militare contro i loro interessi (come ad esempio l’invio di armi all’Esercito arabo siriano), ecco perché non l’hanno rinnegato e tagliato i cordoni della borsa. Non solo, ma l’Egitto riemerge come Stato chiave negli affari regionali, e non è probabile che i sauditi compromettano le loro relazioni semplicemente per la posizione di al-Sisi sulla Siria, con o senza invio di armi al governo. Anche se avessero voluto, l’unica vera leva che potrebbero usare è sostenere i gruppi terroristici in Egitto, ma al-Sisi li sta spazzando via da quando è salito al potere, mitigando l’impatto globale di tale opzione destabilizzante. Naturalmente, i sauditi e i loro fantocci del Golfo potrebbero smettere di finanziare il Paese, ma poi al-Sisi si avvicinerebbe ancor più a Russia e Paesi BRICS (proprio come la Grecia ha minacciato di fare se l’UE l’escludesse), nel tentativo di sostituire gli investimenti perduti, che rappresenterebbero una grave perdita strategica per Riyadh, permettendo a Cairo di praticare una politica indipendente verso la Siria. In tale posizione, i sauditi sono costretti ad acconsentire alle recenti mosse di al-Sisi nel consolidare l”opposizione’ siriana. Mentre in superficie tale mossa sembra sostenere la strategia saudita, in realtà, qualcosa di molto diverso prende forma, effettivamente sabotandola e spianando la via alla pace in Siria. Russia ed Egitto sono infatti impegnati in una diplomazia complementare riunendo le fazioni dell”opposizione’ siriana con l’intenzione di diminuirne il controllo occidentale e del Golfo e di facilitare soluzioni ragionevoli con Damasco. Mosca assembla un’opposizione non-terrorista (NTAGO) nel suo Dialogo Inter-siriano, mentre Cairo raccoglie tutti gli altri. Putin e al-Sisi hanno affermato la loro opposizione comune al terrorismo e la volontà di risolvere pacificamente la crisi siriana, quindi è chiaro che entrambi i Paesi coordinano le loro politiche su tali temi scottanti. Detto questo, l’Egitto può quindi agire da ponte tra i delegati dell’Arabia Saudita (se non direttamente cooptandoli il più possibile) e il governo legittimo di Damasco, mentre la Russia lo fa con la NTAGO. Potrebbero forse anche andare oltre, se entrambe le fazioni dell’opposizione si consolidassero tramite la diplomazia di Mosca e Cairo, trovando il modo d’unificarsi in un’entità che sarebbe più flessibile (e ragionevole) verso il raggiungimento della soluzione pacifica alla crisi del Paese. Più sarà maggiore iò successo dell’Egitto nel diluire il controllo saudita sui suoi ascari, filtrando gli elementi radicali e moderando i restanti rappresentanti, più è probabile che tale scenario si avveri, anche se è certamente assai difficile raggiungerlo e ancora ci vorrà molto tempo. Tuttavia, se al-Sisi otterrà ciò, farà risaltare il ruolo del suo Paese in Medio Oriente, affermandone l’indipendenza multipolare dall’Arabia Saudita, e continuando a interagire con tutti i principali attori regionali, sulla base di un maggior rispetto.

La guerra petrolifera
A differenza della guerra in Siria, dove l’Egitto ha alcune carte diplomatiche da giocare, sulla guerra del petrolio, Cairo non ha vantaggi. Invece, la sua posizione nella risoluzione della guerra in Siria (a danno dell’Arabia Saudita) è sufficiente per attrarre l’attenzione di Riyadh, che a sua volta può decidersi a parlare con la Russia a porte chiuse. Perciò, l’Arabia Saudita deve avere una motivazione, che attualmente manca. Ancora una volta, qui è laddove il nuovo atteggiamento siriano dell’Egitto può entrare, dato che s’ingrana perfettamente con ciò che la Russia fa (all’opposto dell’approccio dell’Arabia Saudita) e potrebbe quindi essere ragione sufficiente per ravvicinare le due parti. Se i diplomatici russi e sauditi iniziassero a discutere sulle loro controversie sui metodi scelti per la risoluzione del conflitto in Siria, i russi prenderanno l’iniziativa anche sulla questione del petrolio. Sebbene sia improbabile che l’Arabia Saudita modifichi il corso del confronto energetico intrapreso, sarebbe sempre meglio avere modo di dialogare (per quanto vago e forse prematuro) piuttosto che non averne del tutto l’opportunità, esattamente il vuoto che l’Egitto potrebbe riempire in tale situazione. Va detto che la questione siriana è solo un mezzo per avvicinare Russia e Arabia Saudita discutendo della guerra petrolifera, senza dedurre in alcun modo che la Russia possa mai sacrificare la Siria per i prezzi dell’energia (come il New York Times ha falsamente asserito). Non solo la Russia ha categoricamente negato che ciò possa mai accadere, ma sarebbe del tutto controproducente per l’azione multipolare della Russia in Medio Oriente negli ultimi dieci anni, per non parlare del tradimento del suo solo alleato. Non importa che la corrotta dirigenza politica saudita (che non ha limiti morali, etici, o di principio) possa ancora pensare che tale accordo sia possibile, decidendo di parlare direttamente alla Russia usando l’Egitto per trasmettere i suoi desideri. Questo è esattamente lo scenario che la Russia vuole, cioè che la sua posizione sulla Siria (indefettibile e solida) sia l”esca’ per raggiungere i sauditi usando l’Egitto come mezzo. Non importa che tali colloqui probabilmente non comportino alcun progresso, invece, i punti chiave sono che la Russia stabilisce un dialogo indiretto con i sauditi, usando l’Egitto. L’importanza di Cairo per Riyadh sarà pertanto ancora più elevata, con i (falliti) colloqui segreti russo-sauditi utili più ai propri interessi che a quelli degli altri due attori. Ma in un’altra direzione, tutto ha un senso, dato che la ‘ricompensa’ dell’Egitto che collabora con la Russia sulla Siria (nonostante la comunanza di interessi) sarebbe la Russia che trova un modo per rendere l’Egitto indipendente dall’Arabia Saudita, e allo stesso tempo, anche più importante. Sarebbe una situazione vantaggiosa per le relazioni russo-egiziane, approfondendone la partnership strategica emergente. Si ricordi, proiezione di potenza e influenza in questo caso funziona solo in una direzione, quella della Russia contro l’Arabia Saudita verso l’Egitto, in quanto non è affatto prevedibile che l’Arabia Saudita possa utilizzare l’Egitto per fare pressioni sulla Russia. Tale realtà sottolinea la natura complementare dei legami russo-egiziani nel perseguire l’ordine multipolare in Medio Oriente.

Il trampolino per invertire la ‘primavera araba’
Le relazioni in espansione tra Russia ed Egitto, ne faranno il terzo trampolino d’influenza regionale di Mosca, insieme a Siria e Iran; tutti attori intenti a invertire il caos provocato dalle rivoluzioni colorate della ‘primavera araba’. Mentre il ruolo di Siria e Iran nel determinare questa visione regionale condivisa è stata postulata in un precedente articolo, questa parte sarà specificamente dedicata alla tessera dell’Egitto nel grande puzzle. Russia ed Egitto hanno firmato numerosi accordi bilaterali durante la visita di Putin, tra cui, soprattutto, l’accordo di libero scambio con l’Unione Eurasiatica e i piani della Russia per la costruzione di una centrale nucleare. Il carattere strategico di questi accordi è d’importanza fondamentale, in quanto simboleggiano rapporti assai profondi e forte attività diplomatica prima del vertice che ha contribuito a portare tali grandi accordi a buon fine. Pertanto, si possono considerare i legami russo-egiziani avanzare costantemente, lontano da occhi indiscreti, domandandosi quali siano attualmente i veri rapporti politici. Si può ipotizzare che questi probabilmente riguardino la Siria (come detto), e forse anche la nuova guerra al terrorismo di al-Sisi contro il SIIL in Libia, essendo improbabile che gli attacchi siano una reazione emotiva del momento. La cosa più probabile è che l’Egitto contemplava tali mosse da qualche tempo (già sospettato di aver effettuato attacchi coperti l’anno scorso), e che al-Sisi abbia notificato a Putin le sue mosse durante la visita di quest’ultimo. Dopo tutto, capire che ci siano relazioni russo-egiziane più profonde di quanto le parti rendono pubblico, ed esaminando le loro dichiarazioni congiunte antiterrorismo, è logico concludere che tale interazione ci sia. Se è così, allora dimostrerebbe il livello profondo di fiducia che le parti hanno rispettivamente, favorendone la cooperazione in Siria. Inoltre, Putin sostiene le campagne antiterrorismo coordinate con lo Stato ospitante e con il governo ufficiale libico, che aveva chiesto sostegno internazionale in passato. La guerra legale di al-Sisi al SIIL è in netto contrasto con quella illegale che Stati Uniti e soci conducono in Siria contro la volontà e senza il coordinamento di Damasco. La Russia sostiene pertanto un Egitto abbastanza sicuro da far valere i propri interessi sulla sicurezza al di fuori dei confini (e in modo legale), facendone un attore multipolare più forte e capace di una leadership regionale, adempiendo agli interessi strategici anche del partner nel ristabilire l’ordine nel caotico Medio Oriente post-primavera araba.

Conclusioni
I legami russo-egiziani sono sul punto di tornare ai livelli dell’era Nasser, stretti e coordinati anche se la differenza principale è che Cairo cerca di emulare questo modello contemporaneamente con altri attori del mondo multipolare. Anche così, ciò simboleggia un terremoto geopolitico in Medio Oriente, dato che la nazione araba più popolosa ed ex-leader regionale ancora una volta avanza tracciando un corso indipendente dagli interessi gli Stati Uniti. Vi sono ancora molti altri passi complicati e contorti da effettuare prima di raggiungere questo ambizioso obiettivo, ma è indiscutibile che l’Egitto del Presidente al-Sisi sia intento a ripristinare orgoglio perduto e ruolo regionale del Paese, e che la Russia ne aiuta attivamente la rinascita geopolitica. Ciò presenta enormi opportunità per la Russia nell’inaugurare la transizione al multipolarismo globale, e l’Egitto è il partner giusto per realizzare questa visione in Medio Oriente.

41d53685274fd40204cbAndrew Korybko è analista politico e giornalista di Sputnik, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia, NATO, Qatar e intervento dell’Egitto

Alessandro Lattanzio 22/2/2015

Al-Qaida ha dato istruzioni alle cellule dormienti affinché tornassero a galla. I membri di queste cellule hanno attaccato caserme e commissariati per prendere le armi. E’ successo a Bengasi e a al-Bayda, dove si è sparato. La situazione è grave per tutto l’occidente e tutto il Mediterraneo. Come possono, i dirigenti europei, non capirlo? Il rischio che il terrorismo si estenda su scala planetaria è evidente” (Muammar Gheddafi, 7 marzo 2011)libya2Alla domanda se l’Italia vuole intervenire contro l’Egitto e l’Algeria, su mandato di Stati Uniti, Turchia e Qatar, per impedire ad Egitto e Algeria di stabilizzare la situazione in Libia, il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, rispondeva: “Se l’Italia interviene, lo farà anche indirettamente per aiutare l’Egitto a prendersi un pezzo di Libia ed eventualmente l’Algeria a prendersene un altro. Non è affatto vero che certe organizzazioni islamiche stiano invadendo la Libia o controllino la Libia. E’ assai improbabile quello che abbiamo letto ovvero che controllerebbero Sirte o Tripoli. In realtà ci sono delle schegge di queste organizzazioni disperse in particolare in Cirenaica, dove lo stato islamico ha una funzione rilevante di legittimazione dell’intervento egiziano. Perché l’Egitto vuole riparare al torto che la geologia gli ha fatto, vale a dire non disporre di importanti risorse energetiche. Dalla dissoluzione della Libia è uscita la Cirenaica, che si trova a pochi chilometri dal suo confine, pertanto l’Egitto sta premendo in tutti i modi per convincere il resto del mondo a legittimarlo in un’operazione di polizia in Libia che di fatto, se dovesse andare a buon fine, significherebbe l’ingresso dell’Egitto almeno in una parte della Libia. Un altro paese che ha qualche interesse a che questa situazione perduri è la Francia”.
Paragonate tale risposta al commento dell’autore inglese Dan Glazebrook, “Gli Stati africani che nel 2010 avanzavano economicamente, beneficiando degli investimenti cinesi su infrastrutture e produzione, allontanandosi da secoli di dipendenza coloniale e neocoloniale dalle predatrici istituzioni finanziarie occidentali, affrontano gravi nuove minacce terroristiche da gruppi come Boko Haram, dotati di nuove armi e strutture su gentile concessione dell’umanitarismo della NATO. Algeria ed Egitto, ancora governati dagli stessi movimenti indipendentisti che rovesciarono il colonialismo europeo, vedono i loro confini destabilizzati, ponendo le basi per attacchi debilitanti pianificati ed eseguiti dalla nuova miliziocrazia libica della NATO. Questo è il contesto in cui l’Egitto avvia la reazione regionale contro la strategia di destabilizzazione della NATO“.
La conclusione che se ne trae è semplice, Caracciolo, spacciato per massimo esperto di geopolitica in Italia, perora le operazioni di distruzione della regione Africa-Mediterraneo-Medio Oriente, ideate da Washington e Londra, finanziate dal Qatar e Quwayt, e sostenute da Turchia e Israele, esibendo un ridicolo pacifismo, opportunistico, il cui scopo è in sostanza impedire che l’asse del blocco eurasiatico SCO-BRICS, rappresentato in questo caso da Egitto e Algeria, risolva la situazione d’instabilità inoculata, scientemente, dalla NATO per sabotare, appunto l’opera di risanamento economico-infrastrutturale avviatavi dalla Cina, così come i grandi programmi di investimenti pan-africani previsti dalla Jamahiriya Libica. L’allineamento a tale programma di sterminio, volto, ancora una volta, non a costruire un blocco filo-occidentale in Africa, ma solo a devastarne le terre per rallentarvi l’espandersi dell’influenza dei Paesi BRICS, vede protagonisti non solo l’asse atlantista USA-UK-Israele, ma anche le relative propaggini turca, qatariota, petroemiratina, e le varie furiose sette islamiste (alimentate dalle intelligence atlantiste), capeggiate dalla Fratellanza musulmana, come Hamas, che invocano il ‘non-intervento’ contro i ‘fratelli’ libici che devastano la Libia (oltre che Siria, Mali, Tunisia ed Iraq), terminando nella grottesca coda italiana, un ripugnante impasto dalle varie ‘anime': i presunti redivivi ‘realpolitiker’ del gruppo Espresso/Repubblica, dai rapporti intrecciatissimi con lo sponsor del terrorismo mediorientale del Qatar, la rete di ONG/giornalini online filo-islamista, capeggiata da Famiglia Cristiana (o meglio Famiglia Wahhabita), che funge da copertura per la rete di terroristi islamisti arruolati e armati dalle intelligence della NATO (Gladio-B); il circo dei pidocchi madiatico-politici (PD, SEL, Lega, M5S, fascisteria avariata); gruppi di propaganda atlantisti, camuffati da centri studi ‘geopolitici’, addirittura qualcuno spacciandosi ‘eurasiatista’, ma tutti legati all’ambiente dell’estrema destra coltivata e coccolata dall’intelligence italiana, francese, turca o anche ucraina (Gladio), ed infine l’area dell”antagonismo’, i supporter ‘antifa’ e ‘anti-razzisti’ di Gladio nelle reti dei centri sociali, sorvegliate dall’intelligence italiana, foraggiate ed eterodirette dalle ONG dell’oligarca statunitense George Soros, e infine intruppate dalle intelligence israeliana (Mossad) e tedesca (BND, Rosa Luxemburg Stieftung) affinché continui ad esprimere sostegno verso la ‘rivoluzione’ islamista a Gaza, Tunisia, Libia, Siria, Libano, ecc.
Un altro motivo, non secondario, di tale mobilitazione ‘pacifista’ in Libia delle strutture di Gladio e della NATO (e annesso circo mediatico), è il fatto che, dopo le sonore sconfitte della NATO in Siria e Ucraina, e dell’imminente risoluzione della questione SIIL in Iraq, un passo enorme per l’Iran associato al Patto di Shanghai, l’intervento egiziano-libico in Libia (con supporto francese, che reagisce in questo modo alla False Flag del 7 gennaio a Parigi), possa porre fine al peggiore focolaio islamista nella regione Africa-Mediterraneo; sarebbe una sconfitta devastante per l’atlantismo. La regione libica deve essere lasciata incancrenirsi, come desiderano da Washington-Londra-Tel Aviv e dai loro referenti locali in Italia ed UE, permettendole di divenire la base di lancio di una destabilizzazione che devasterebbe ulteriormente il Nord Africa, Corno d’Africa e Medio Oriente, ostacolando l’affermazione mondiale del multipolarismo (BRCS, UEE, SCO, ALBA, APEC, ecc.) e ritardando il collasso del polo atlantista, perseguendo anche una mera ‘rivincita di Pirro’ qualsiasi, che serva anche a lenire i dolori per l’abrasiva sconfitta subita dall’aggressione atlantista in Siria-Iraq, Africa, Balcani e Ucraina-Caucaso. La NATO non ha più nulla da offrire se non guerre endemiche, devastazione socio-economica, sconvolgimenti politico-geografici.

mappa-economistUn Airbus A320 partito da Tobruq atterrava all’aeroporto di Zintan il 23 gennaio, dove era presente ad attendere il velivolo il sindaco di Zintan, Mustafa Baruni. Il SIIL libico occupava la città di Sirte, a 400 km da Tripoli. Il centro del SIIL si trovava a Derna, seconda città della Cirenaica, sede Califfato libico collegato a SIIL, Jund al-Qalifa algerino e Ansar Bayt al-Maqdis in Sinai. Il 27 gennaio, a Tripoli, un commando del SIIL aveva attaccato l’hotel Corinthia, uccidendo 9 persone, ed altre città, come Sirte. Il 13 febbraio, mentre il SIIL trasmetteva la predica del capo al-Baghdadi dalla stazione radio di Sirte e diffondeva le immagini dell’assassinio di 21 egiziani rapiti a Sirte, l’ambasciata italiana a Tripoli invitava gli ultimi italiani presenti in Libia ad andarsene immediatamente. Difatti, anche il personale dell’ambasciata era già stato richiamato da diverse settimane. Nel frattempo, il 16 febbraio a Cairo veniva firmato un accordo per la vendita di 24 caccia francesi Rafale, una fregata FREMM e missili a corto e medio raggio della MBDA, per un valore di oltre 5 miliardi di euro, tra il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi e il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian. Nell’autunno 2014, a Parigi il presidente egiziano al-Sisi aveva incontrato il presidente francese Francois Hollande, per discutere della situazione in Libia. Il capo dello Stato egiziano aveva espresso la volontà di rafforzare l’aeronautica egiziana, che possiede cacciabombardieri Mirage 5 e Mirage 2000.
Il califfato di Derna conterebbe 2000 jihadisti che aumenterebbero grazie alla disgregazione delle altre bande jihadiste, come Ansar al-Sharia di Muhammad al-Zahawi, filiazione di Ansar al-Sharia tunisina ed erede del Gruppo Combattente Islamico Libico (LIFG) di Abdelhagim Belhadj, l’uomo del Qatar e della NATO durante l’aggressione alla Jamahiriya Libica. Ansar al-Sharia si oppone al governo dei Fratelli mussulmani a Tripoli di al-Hasi e disporrebbe di 5000 jihadisti sparsi tra Bengasi e Derna. La brigata Umar al-Muqtar composta da 250 jihadisti guidati da Ziyad Balam, opera al fianco di Ansar al-Sharia a Derna, Aghedabia e Bengasi, città dove è presente anche la brigata Martiri del 17 Febbraio formata da 12 battaglioni di 4000 jihadisti in totale, guidati da Fawzi Buqatif, membro della Fratellanza musulmana libica. L’unità più importante della Martiri del 17 Febbraio è la brigata Rafallah al-Sahati di 1000 combattenti capeggiati da Ismail al-Salabi e Salahadin bin Umran. Ansar al-Sharia, Rafallah al-Sahati e Martiri del 17 Febbraio si sono riunite nel Consiglio rivoluzionario della Shura di Bengasi, gruppo che si oppone ad Haftar e al ‘governo’ di Tobruq. Un’altra banda legata alla Fratellanza musulmana è la Lybia al-Fajir guidata da Wisam bin Hamid che raccoglierebbe 12000 jihadisti raggruppati in 4 brigate presenti a Bengasi, Qums, Misurata, Zlitan, Bani Walid, Zawiya, Gharian, Tarhuna e Sabratha. Gli altri gruppi islamisti libici sarebbero legati ad al-Qaida nel Magreb Islamico e al Muwaqin bin Dam di Muqtar Balmuqtar, attivi in Cirenaica e nel Fezan, ad Ubari, dove si troverebbe la loro base principale. Sono costoro ad essersi uniti al SIIL.
Il 16 febbraio, l’aeronautica egiziana bombardava le basi dello Stato islamico in Libia, in risposta all’assassinio dei 21 egiziani rapiti dai taqfiriti. Un incontro urgente si era tenuto la notte precedente, del Consiglio Nazionale di Difesa, decidendo che “l‘Egitto aveva il diritto di rispondere agli omicidi”. Gli attacchi furono effettuati “in attuazione delle decisioni adottate dal Consiglio Nazionale di Difesa, secondo il diritto dell’Egitto di difendere sicurezza e stabilità del proprio grande popolo, punendo e rispondendo agli atti criminali di elementi e organizzazioni terroristiche all’interno e all’esterno del Paese”. L’operazione era stata condotta da 6 aerei da combattimento F-16C Block52 decollati dalla base aerea di Marsa Matruh, bombardando campi, centri di addestramento e 6 depositi di armi dello Stato islamico a Derna e Sirte. Le forze aeree egiziane avevano “eseguito l’operazione con successo, colpito i loro obiettivi e rientrati in patria senza alcun danno”. L’attacco aereo egiziano eliminava 50 terroristi dello Stato islamico, nei bombardamenti su Derna, dove almeno cinque edifici occupati dai terroristi furono distrutti. Per reazione, il gruppo islamista Libya al-Fajir minacciava i cittadini egiziani in Libia di andarsene entro 48 ore. Nel frattempo, l’Unità 999 delle forze speciali egiziane compiva un’incursione a Derna eliminando 150 terroristi dello SI e catturandone altri 55. Secondo Lybia Herald, altri 35 egiziani sarebbero stati rapiti in Libia dai terroristi dello Stato islamico. L’Algeria ha dispiegato a sua volta 50000 effettivi lungo il confine con la Libia e il Niger, dove le unità della IV e della VI Regione militare, tra dicembre 2014 e gennaio 2015, lanciavano alcune operazioni per distruggere i locali gruppi terroristici. Le Forze Armate Tunisine ed Algerine hanno inoltre raggiunto un accordo per l’implementazione di un piano per l’eliminazione dei gruppi terroristici operanti ai loro confini: circa 14000 uomini (8000 algerini e 6000 tunisini) rafforzeranno la sorveglianza delle frontiere e le attività d’intelligence sul campo.
In relazione all’intervento in Cirenaica, il governo egiziano accusava il Qatar di sostenere il terrorismo; quindi il Qatar richiamava l’ambasciatore in Egitto criticando la scelta di Cairo di bombardare i terroristi dello Stato islamico in territorio libico; anche Hamas si dichiarava contrario all’intervento militare internazionale in Libia, come anche il ministro degli Esteri inglese Philip Hammond, che respingeva l’azione militare in Libia affermando che la crisi doveva essere risolta politicamente. Nel frattempo, al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqry aveva provato, invano, di far autorizzare una missione militare araba. “E’ importante far capire che l’Egitto non è un Paese aggressore. Il nostro esercito interviene soltanto per difendere una terra e un popolo e non per impossessarsene” affermava al-Sisi. UE e USA si schieravano per una ‘soluzione politica’ della crisi libica, a ennesima dimostrazione della collusione tra NATO, petroemirati del Golfo e mercenari islamisti. Anche il ‘capo’ della diplomazia europea, Federica Mogherini, ribadiva che l’UE incoraggiava il dialogo politico fra le diverse parti libiche, sostenendo l’operato del rappresentante speciale dell’ONU Bernardino Leon, uomo del gruppo Bilderberg. USA, Gran Bretagna, Francia, Germania e Spagna affermavano che la decapitazione degli egiziani, “sottolinea ancora una volta l’impellente necessità di una soluzione politica del conflitto, la cui prosecuzione va a beneficio esclusivo dei gruppi terroristici, Stato islamico compreso“, toni ben diversi dal bellicismo scatenato contro la Jamahiriya Libica, accusata di crimini inventati dalla macchina propagandistica occidentale e del Qatar.
Il 19 febbraio, il ministero degli esteri della Turchia definiva il primo ministro della Libia “irresponsabile” ed “ostile”, avendo accusato Ankara d’ingerenza negli affari interni libici. “Ci aspettiamo che i funzionari del governo ad interim rivedano il loro atteggiamento irresponsabile verso il nostro Paese ed evitino dichiarazioni ostili ed infondate, altrimenti la Turchia sarà obbligata a prendere misure appropriate“. Il primo ministro libico Abdullah al-Thini, in un’intervista al quotidiano Asharq al-Awsat, aveva accusato la Turchia d’interferenza negli affari interni della Libia e avvertito che il governo avrebbe potuto espellere le compagnie turche. Nel settembre 2014, in effetti, il primo ministro libico Abdullah al-Thini accusò anche il Qatar di aver inviato 3 aerei militari carichi di armi a Tripoli, ed accusò il Sudan di aiutare il Qatar in Libia. Secondo Amir Hashim Rabyah, a capo del Centro di Studi politici e strategici al-Ahram, “Se vi è una reale volontà di sconfiggere il terrorismo prima che arrivi su territorio egiziano in modo netto e intensificato, ci dovrebbero essere attacchi preventivi contro coloro che aiutano i terroristi… In particolare mi riferisco agli aerei del Qatar che li rifornisco dal Sudan“. Il Qatar è uno dei principali sponsor delle insurrezioni armate islamiste del 2011 contro il governo libico, e quindi delle guerre contro Siria e Iraq e dell’ascesa al potere della Fratellanza musulmana in Egitto. Secondo il Tesoro degli Stati Uniti, il qatariota Abdalrahman bin Umar al-Nuami avrebbe inviato 600000 dollari ad al-Qaida in Siria nel 2013, e oltre 2 milioni di dollari ai capi di al-Qaida in Iraq. Nel 2012 Abdalrahman bin Umar al-Nuami avrebbe fornito 250000 dollari al gruppo islamista somalo al-Shabab. Infine, in Qatar 2 basi militari vengono utilizzate per addestrare i terroristi che combattono contro l’Esercito arabo siriano.

1Riferimenti:
Ahram
Ahram
Ahram
Allain Jules
Euronews
Il Gazzettino
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
RAI News
Reseau International
RID
RID
RussiaToday
Xinhua
Sputnik

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