Il ruolo degli “intellettuali di sinistra” imperialisti

Prof. Michel Chossudovsky, Mondialisation, 13 gennaio 2018Ciò a cui assistiamo in Nord America ed Europa occidentale è la falsa militanza sociale, controllata e finanziata dalla dirigenza aziendale. Tale manipolazione impedisce la formazione di un vero movimento di massa contro guerra, razzismo ed ingiustizia sociale. Il movimento contro la guerra è morto. La guerra imposta alla Siria è descritta “guerra civile”. Anche la guerra allo Yemen è descritta guerra civile. Mentre l’Arabia Saudita continua a bombardare, il ruolo insidioso degli Stati Uniti viene banalizzato o semplicemente ignorato. “Dato che gli Stati Uniti non sono direttamente coinvolti, non vediamo la necessità di lanciare una campagna contro la guerra“. La guerra e il neoliberismo non sono più al centro della militanza della società civile. Finanziato da enti di beneficenza aziendali, attraverso una rete di organizzazioni non governative, l’attivismo sociale è frammentato. Non esiste un movimento integrato anti-globalizzazione e anti-guerra. La crisi economica non è percepita come legata alle guerre degli Stati Uniti. Il dissenso è compartimentato. I movimenti di protesta “incentrati su particolari questioni” (ad es. ambiente, anti-globalizzazione, pace, diritti delle donne, LGBT) sono incoraggiati e generosamente finanziati, a scapito di un movimento di massa omogeneo contro il capitalismo globale. Tale mosaico era già una realtà nei summit G-7 e dei Popoli negli anni ’90, così come nel primo World Social Forum del 2000, che raramente adottò un atteggiamento anti-guerra inequivocabile. Gli eventi organizzati dalle ONG e generosamente finanziati da fondazioni imprenditoriali hanno lo scopo tacito di creare profonde divisioni nella società occidentale per mantenere l’ordine sociale esistente e l’agenda militare.

Siria
Il ruolo dei cosiddetti intellettuali “progressisti” che parlano a favore del programma militare statunitense e della NATO va sottolineato. Non c’è niente di nuovo. Segmenti del movimento contro la guerra che si oppose all’invasione dell’Iraq nel 2003 tacitamente appoggiano gli attacchi aerei di Trump contro il “regime di Assad” in Siria, che presumibilmente “massacra il proprio popolo”, uccidendolo con attacchi chimici premeditati. Secondo Trump, “Assad ha tolto la vita a uomini, donne e bambini indifesi“. In un’intervista rilasciata a “Democracy Now” il 5 aprile 2017 (due giorni prima degli attacchi di Trump alla Siria), Noam Chomsky dichiarava di essere a favore del “cambio di regime” suggerendo che l'”eliminazione” negoziata di Bashar al-Assad portasse alla soluzione pacifica. Secondo Chomsky, “Il regime di Assad è immorale, compie atti orribili e pure i russi”. Accuse prive di alcuna prova e documento. Una scusa per coprire i crimini di guerra di Trump? Le vittime dell’imperialismo sono accusate con nonchalance dei crimini dell’imperialismo: “(…) Sa, non possiamo dirgli “vi uccidiamo. Vedete di negoziare”. Non funziona. Ma un processo in cui Bashar al-Assad sia eliminato coi negoziati (con i russi) potrebbe portare a una sorta di sistemazione. L’occidente non l’avrebbe voluto (…) All’epoca pensavano di poter rovesciare Assad, quindi non voleva farlo e la guerra continuò. Avrebbe funzionato? Non lo sapremo mai. Ma si sarebbe potuto provare. Nel frattempo, Qatar ed Arabia Saudita sostengono i jihadisti, che non sono diversi dallo SIIL. Quindi c’è orrore da tutte le parti. Il popolo siriano viene decimato”. (Noam Chomsky su Democracy Now, 5 aprile 2017).
In Gran Bretagna, Tariq Ali, descritto dai media inglesi come il capo del movimento pacifista di sinistra nel Regno Unito dalla guerra del Vietnam, invocava la dipartita del Presidente Bashar al-Assad. Il suo discorso ricorda quello dei guerrafondai di Washington: “Assad deve essere abbattuto, (…) e il popolo siriano fa del suo meglio per farlo (…) Il fatto è che la stragrande maggioranza dei siriani vuole che la famiglia di Assad se ne vada ed è il nocciolo che dobbiamo capire e che Assad dovrebbe capire (…) Ciò che è necessario in Siria è un governo nazionale laico per preparare una nuova costituzione (…) Se il clan di Assad si rifiuta di rinunciare al controllo sul Paese, prima o poi succederà qualcosa di disastroso (…) Il loro futuro si decide e non c’è per loro”. Intervista a RT nel 2012. Tariq Ali, portavoce della coalizione Stop the War, evitò di menzionare che Stati Uniti, NATO ed alleati sono attivamente coinvolti nel reclutamento, addestramento e armamento di un esercito di mercenari terroristi (sopratutto stranieri). Sotto le mentite spoglie del cosiddetto movimento progressista contro la guerra, Ali tacitamente legittima l’intervento militare occidentale sotto la bandiera della “guerra al terrore” e della cosiddetta “responsabilità di proteggere” (R2P). Il fatto che al-Qaida e Stato islamico siano segretamente supportati da Stati Uniti e NATO viene ignorato. Secondo l’autore inglese William Bowles, Tariq Ali è uno dei molti intellettuali di sinistra imperialisti che hanno distorto la militanza contro la guerra nel Nord America e in Europa: “Ciò evidenzia la contraddizione di essere un cosiddetto socialista pur avendo il privilegio di far parte dell’élite intellettuale dell’impero, venendo molto ben pagato per aver detto alla Siria ciò che dovrebbe e non dovrebbe fare. Non vedo alcuna distinzione tra l’arroganza di Ali e quella occidentale, che pretende esattamente la stessa cosa, che Assad deve andarsene!

John Deutch, capo della CIA nel 1995-1996. Amico intimo di Noam Chomsky.

Il movimento contro la guerra di oggi
Il capitalismo globale finanzia l’anticapitalismo. Tale relazione è tanto assurda quanto contraddittoria. Non può esserci alcun significativo movimento contro la guerra quando il dissenso è generosamente finanziato dagli stessi interessi aziendali obiettivo del movimento di protesta. Come McGeorge Bundy, ex-presidente della Fondazione Ford (1966-1979), una volta disse: “Tutto ciò che la fondazione Ford ha fatto va visto come sforzo per rendere il mondo sicuro per il capitalismo“. Molti “intellettuali di sinistra” oggi cercano di “rendere il mondo sicuro” per i guerrafondai. Il movimento contro la guerra di oggi non mette in discussione la legittimità di chi prende di mira. Oggi, i “progressisti” finanziati da grandi fondazioni, con l’approvazione dei media istituzionali, impediscono la formazione di un movimento popolare contro la guerra significativo e nazionale. Un movimento pacifista coerente deve anche opporsi a qualsiasi forma di cooptazione, essendo consapevole che una parte significativa della cosiddetta opinione “progressista” sostiene tacitamente la politica estera degli Stati Uniti, anche gli “interventi umanitari” auspicati da ONU e NATO. Un movimento contro la guerra finanziato da fondazioni aziendali è una causa e non la soluzione. Un movimento pacifista coerente non può essere finanziato dai guerrafondai.

La via da seguire
Ciò che è necessario è creare una rete ampia e popolare che cerchi di sradicare i modelli di autorità e processo decisionale relativi alla guerra. Questa rete va stabilita in tutta la società, le città e i villaggi, nei luoghi di lavoro e nelle parrocchie. Sindacati, associazioni di agricoltori, associazioni professionali e imprenditoriali, associazioni studentesche, associazioni di veterani e gruppi basati sulla fede sarebbero invitati ad unirsi alla struttura organizzativa pacifista. Questo movimento dovrebbe estendersi anche alle forze armate, di fondamentale importanza per infrangere la legittimità della guerra tra i militari. Il primo compito sarebbe neutralizzare la propaganda bellica con un’efficace campagna contro la disinformazione dei media. I media istituzionali sarebbero direttamente presi di mira, il che porterebbe al boicottaggio dei principali media, responsabili della disinformazione via media. Allo stesso tempo, questo sforzo richiederebbe la creazione di un processo per sensibilizzare i concittadini sulla natura della guerra e della crisi economica globale, permettendo anche di “diffondere il messaggio” efficacemente con una rete avanzata, attraverso media alternativi su Internet, ecc. Negli ultimi tempi, i media online indipendenti sono oggetto di manipolazione e censura, con lo scopo preciso di danneggiare l’attivismo pacifista su Internet. La creazione di tale movimento, che minerebbe seriamente la legittimità delle strutture del potere politico, non è un compito facile. Ciò richiederà solidarietà, unità e impegno senza precedenti nella storia del mondo. Rimuoverà anche gli ostacoli politici ed ideologici nella società e parlerà con una sola voce. Infine, sarà necessario deporre i criminali di guerra e processarli.

Jeremy Corbyn e Tariq Alì

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Francia, Nazioni Unite e colloqui di pace in Libia

Richard Galustian, Global Research, 26 dicembre 2017L’attuale situazione in Libia mostra che i processi che l’ONU e l’occidente hanno cercato d’attuare continuano a fallire. Ciononostante, c’è una nuova tendenza in Libia sulla risoluzione delle dispute sul campo, riordinando una varietà di attori, i troppi e complessi dettagli, anche se la Francia inviava il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian in Libia, nel continuo tentativo futile d’imporre il matrimonio forzato tra Fayaz Saraj, scelto e sostenuto dalle Nazioni Unite, e il capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), a Camp Marshall, nella Libia Orientale, Qalifa Haftar. Un’assoluta impossibilità.
Non sembra esserci realismo nel modo di pensare delirante della Francia e delle Nazioni Unite. Il fatto è che LNA e Haftar controllano quasi tutto il petrolio in Libia e nella maggior parte del Paese. Considerando che Saraj non può andare oltre la piccola base navale vicino Tripoli, fortemente protetta da milizie mercenarie. Dopo l’incontro di Le Drian a Tripoli con Saraj, Le Drian volava a Bengasi per incontrare Haftar, “per discutere del processo politico in Libia e della guerra al terrorismo guidata dall’esercito libico”. Haftar aveva detto a Le Drian che l’esercito non smetterà di combattere il terrorismo in Libia. Per risposta, Le Drian avrebbe informato Haftar del rispetto della comunità internazionale per i sacrifici dell’esercito contro i gruppi terroristici. Allo stesso tempo, tuttavia, Le Drian chiese ad Haftar e al comando dell’esercito di rispettare il processo politico dell’Accordo politico libico (LPA) e di lavorare a un accordo completo con tutte le parti libiche. Le Drian, Nazioni Unite e potenze occidentali non riescono ancora a capire che l’LPA è respinto dal popolo libico come totalmente illegittimo e completamente irrilevante per il processo di pace. Haftar non s’impegna nel processo politico come dettato dall’ONU, e continua a sottolineare l’importanza del riconoscimento da parte delle Nazioni Unite e della comunità internazionale degli sforzi dell’LNA contro il terrorismo. Haftar presumibilmente aggiunse con fermezza, “Togliere l’embargo sulle armi all’esercito, se deciso dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sarà molto apprezzato”. Il Comando del LNA crede ancora che alcune potenze cerchino di mantenere l’embargo sulle armi per dare una leva a un certo partito politico nel Paese, forse per ricreare un altro partito islamista in Libia; per deduzione, si presume che Haftar parlasse principalmente del chiaro appoggio internazionale di Regno Unito, Stati Uniti, Nazioni Unite e UE al partito dei fratelli musulmani e ai suoi membri, a cui Haftar si oppone con veemenza. A questo punto va notato che la maggior parte dei libici sa che Serraj ‘è schiavo’ della Confraternita. Inoltre, siamo molto chiari. Haftar annunciava che l’accordo politico libico “è scaduto” due anni dopo che le parti politiche libiche l’avevano firmato, dicendo “A partire dal 17 dicembre 2017, scade il cosiddetto accordo politico. Pertanto, tutti gli organismi risultanti da tale accordo hanno automaticamente perso legittimità, messa in discussione sin dal primo giorno“, in un discorso televisivo. Haftar e la maggior parte della popolazione libica dicono “no” al LPA. Se l’ONU persiste con questa fantasia significa che è drogata o incompetente, o forse entrambe, perdonando l’irriverenza. L’LPA non ci sarà. È impossibile. Tornate sulla terra.
Innanzitutto, ai libici non interessano i migranti che secondo la stampa occidentale liberale e l’Unione europea sono una priorità. Per i libici non lo sono, vogliono che i migranti se ne vadano a casa e l’ONU smetta d’interferire e lasci che l’attore più forte in Libia porti ordine e pace nel Paese. Quell’attore sono Haftar e la LNA, e l’unica cosa che impedisce questa naturale evoluzione è la continua interferenza inutile del mondo occidentale. Francia e ONU continuano i colloqui con istituzioni ed entità superflue di Libia orientale e occidentale, ostacolando la soluzione al pantano libico. In parole semplici, l’occidente ha scelto la parte sbagliata sostenendo la Libia occidentale quando l’orientale possiede e occupa, per gentile concessione del LNA di Haftar, la maggior parte del petrolio e della nazione della Libia. I sauditi sono importanti; con l’accordo di varie fazioni, tra cui Haftar, inviarono alcuni religiosi a gestire la mappa religiosa di Misurata (e di tutta la Libia). L’assassinio di pochi giorni prima del sindaco di Misurata è parte di tale lotta globale contro l’ideologia dello SIIL e il suo opposto, il secolarismo. Alcuni vedono il salafismo come “casa a metà strada”, per così dire. Anche se non può essere confermato, Haftar sembra aver fatto un accordo coi sauditi affinché una manciata di loro chierici “risolvesse” Misurata permettendo la promozione del salafismo nella convinzione che distrugga i resti dell’estremismo dello SIIL presso Misurata e ovviamente altrove nel Paese. Questo “compromesso” tra il minore dei due mali, i salafiti e l’ideologia dello SIIL, deve trovare spazio affinché un certo secolarismo si evolva, cosa che la maggior parte dei libici vuole. Niente è facile.
Anche gli Emirati Arabi Uniti sono cruciali per il futuro della Libia. Sia causa della vicinanza alla nuova generazione della leadership saudita che dal punto di vista pratico, per via della base aerea stabilita due anni fa nella Libia orientale. La costruzione della base aerea al-Qadim degli Emirati Arabi Uniti nella Libia orientale, significa che in meno di qualche settimana potranno dispiegare vari aerei per supportare Haftar. Spiegando la presenza dei loro jet nel teatro della guerra civile in Libia. Chiaramente, gli EAU si preparano ad intervenire in Libia militarmente. Molti l’accettano. La base aerea al-Qadim si trova nella provincia di al-Marj, vicino al quartier generale principale di Haftar, e ha recentemente aggiunto un nuovo ampio parcheggio e rifugi per aeromobili che ne ospiteranno vari.
Haftar non aderirà mai al LPA dettato dall’ONU e l’ha detto molto chiaramente. In sintesi, questa è la realtà: Politicamente, solo il ruolo della Russia, non di Nazioni Unite, UE o Stati Uniti, principalmente attraverso gli amici della Cecenia, rimane uno dei più cruciali e sarà veramente efficace nel riportare la pace in Libia. E militarmente, Haftar alla fine vincerà, con l’assistenza militare principalmente di Egitto ed Emirati Arabi Uniti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Situazione mutevole in Libia: Haftar passa all’offensiva

Aleksandr Orlov, New Eastern Outlook 21.12.2017Il 18 dicembre, il Comandante supremo dell’Esercito libico, Feldmaresciallo Qalifa Haftar, annunciava la fine dell’accordo di Shqirat per la riconciliazione nazionale firmato il 17 dicembre 2015 sotto l’egida delle Nazioni Unite. Uno dei suoi partecipanti era il governo di Fayaz al-Saraj, a cui manca il sostegno del Parlamento e delle Forze Armate libiche. L’accordo, firmato in Marocco, fu rinnovato solo una volta e prevedeva la formazione di un governo, concordato da tutte le parti, per un anno. Nonostante il mandato del governo di al-Saraj si sia concluso il 17 dicembre, il Consiglio di sicurezza dell’ONU notava che l’accordo di Shqirat dovrebbe rimanere l’unico modo per la risoluzione della crisi in Libia fino alle elezioni generali del prossimo anno. In un discorso alla televisione, di meno di sette minuti, Haftar dichiarava: “la legalità di tale cosiddetto accordo politico è scaduta insieme a tutte le strutture create con esso. Le Forze Armate non seguiranno gli ordini di alcun partito che non abbia ricevuto legittimità dal popolo libico“. Il feldmaresciallo osservava che il Comando supremo delle Forze Armate libiche è in diretta comunicazione con la comunità internazionale per risolvere la situazione libica e indicava la sua visione del processo politico e dello svolgimento delle elezioni generali. In questo modo, Haftar confermava che d’ora in poi il governo di al-Saraj è illegale, avendo perso la legittimità ricevuta in conformità all’accordo di Shqirat, e che ora tutto il potere è passato nelle mani dell’esercito. Ciò significa che il comandante dell’Esercito nazionale libico è disposto a entrare in conflitto con al-Saraj se decidesse di opporsi. Quest’ultimo, burattino dell’UE, in particolare di Francia e Italia, visitava l’Algeria il giorno prima, incontrando il primo ministro algerino. Al-Saraj osservava che l’Accordo di Shqirat “ha i meccanismi per giungere a un accordo superando ogni ostacolo politico” e si schierava contro la soluzione militare alla crisi. Il 17 dicembre si teneva in Tunisia una riunione dei ministri degli Esteri di Egitto, Tunisia e Algeria per discutere del processo politico e della situazione della sicurezza in Libia. Il Ministero degli Esteri tunisino dichiarava che l’incontro mirava a dare l’opportunità per elaborare un piano d’azione tripartito per la fase imminente ed esprimeva sostegno agli sforzi delle Nazioni Unite, che prendevano le parti di al-Saraj, anche se l’aveva accusato dell’inattuazione dell’Accordo di Shqirat ed ha stretti legami coi gruppi estremisti finanziati dal Qatar. Il rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite in Libia, Ghasan Salamah dichiarava che la Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) aveva fornito il necessario supporto tecnico alla Commissione elettorale nazionale (HNEC) e cercava intensamente di stabilire le condizioni politiche e legislative appropriate, così come la sicurezza, per le elezioni che si terranno entro la fine del 2018.
In queste condizioni, il figlio maggiore di Muammar Gheddafi, Sayf al-Islam, annunciava l’intenzione di partecipare alle elezioni presidenziali che si terranno nel 2018. Secondo un rappresentante di Gheddafi, presenterà il manifesto politico nel prossimo futuro. In particolare, le misure che “dovranno aiutare la Libia ad attraversare un periodo di transizione verso la stabilità“, saranno enfatizzate nel manifesto. Il ritorno di Gheddafi nella politica libica fu segnalato a metà ottobre. Al momento, l’avvocato disse che Sayf al-Islam aveva cominciato a ricostruire i contatti coi leader della comunità e tribali per formare un programma completo. Nel 2015, Sayf al-Islam fu condannato a morte a Tripoli per crimini di guerra. Il processo fu criticato dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani per le numerose violazioni e perché avvenuto in contumacia, essendo l’imputato in prigione nella città di Zintan. Tuttavia, dopo la sentenza, i capi delle autorità armate di Zintan si rifiutarono di trasferirlo a Tripoli per l’esecuzione. Nell’estate 2017, Sayf al-Islam fu rilasciato con un’amnistia generale (secondo dati non ufficiali, infatti, avrebbe potuto essere rilasciato qualche mese prima). I rappresentanti del gruppo Abu Baqr al-Sidiq, che l’aveva detenuto, in precedenza affermò che Gheddafi fu rilasciato con un’amnistia annunciata dal Parlamento. L’ufficio del procuratore generale libico rifiutò di annullare il mandato d’arresto dato che il processo di Gheddafi era stato tenuto in contumacia, e continuava a chiederne la comparizione dinanzi al tribunale. Un mandato d’arresto fu emesso anche dalla Corte penale internazionale (CPI) nei confronti di Gheddafi per perseguirlo per crimini contro l’umanità, torture e omicidi di civili durante la guerra civile. Tuttavia, la Libia non riconosce la giurisdizione della Corte penale internazionale e Gheddafi respinge tali accuse. Molto probabilmente, l’occidente dichiarerà la candidatura di Gheddafi illegittima per presunti crimini. Le accuse dalla CPI per “crimini contro l’umanità” pendono ancora contro di lui. Tuttavia, non gli impediranno di partecipare alle elezioni in quanto affare interno della Libia. C’è un precedente, quando la stessa accusa fu pronunciata contro il leader keniota Uhuru Kenyatta che vinse alle urne nel 2013. Prima che Gheddafi annunciasse la propria candidatura, gli esperti pensavano a uno scenario da “struttura militare integrata”, la creazione di un consiglio militare attraverso cui tutti gli attori politici risolvessero i problemi associati al terrorismo. La possibilità della formazione di un nuovo governo dopo le elezioni non viene esclusa. Se Gheddafi va alle urne, una nuova prospettiva è possibile. Gli scettici credono che il giovane leader non avrà il dominio assoluto in Libia, dato che non potrà raccogliere abbastanza fedelissimi per resistere a Tripoli. La milizia tribale Warshafana, sostenitrice di Gheddafi, fino a poco tempo prima controllava le aree intorno a Tripoli, incontrando la resistenza dalle forze di Zintan e, se prima erano alleate, ora competono per aver influenza sui posti di controllo e le strade. D’altra parte, Gheddafi è popolare, specialmente nelle regioni meridionali. Nell’ovest del Paese, anche gli imprenditori vorrebbero il successore del precedente regime stabile. Anche la nostalgia per i giorni del padre di Gheddafi è diffusa: l’immagine di suo padre, sotto il quale la nazione prosperava, viene avanzata dal figlio. Il popolo è stanco di guerra, crimini e potere frammentato e vuole la pace.
Tale scetticismo scompare se si afferma lo scenario in cui Gheddafi può unire i suoi compagni con le forze del Generale Haftar, e/o con Zintan e le singole fazioni, nel qual caso il potere di Tripoli può essere scosso. Haftar ha buoni rapporti con Egitto ed Emirati Arabi Uniti, mentre Mosca dialoga con lui e con Tripoli. Il giorno prima, Haftar negoziava coi militari di Tripoli, da cui dipende il futuro di al-Saraj. Inoltre, a giudicare dalle tendenze, Tripoli perde il sostegno degli Stati Uniti. Ad esempio, in un incontro col presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il primo ministro non otteneva da Washington l’intervento attivo o garanzie sulla sicurezza personale. Sebbene il fatto stesso che la visita avesse luogo indichi che la Casa Bianca continua ad essere presente in Libia, in realtà, ogni anno si rafforzano le posizioni dei sostenitori della famiglia Gheddafi. Molto dipende da al-Saraj, Francia e Italia. Se questi Paesi spingono l’attuale ex-capo del governo libico allo scontro, Haftar dovrà avviare le operazioni militari, e i seguaci di Gheddafi lo sosterranno. È difficile agire per Parigi, dato che un libro recentemente pubblicato in Francia rivela che l’ex-presidente N. Sarkozy ricevette ingenti somme dal compianto leader libico nelle elezioni del 2007, e fu Sarkozy a essere il più attivo nel fomentare la guerra alla Libia, sperando che l’eliminazione fisica della famiglia di Gheddafi avrebbe coperto i suoi legami finanziari con loro. In particolare, si parla di tangenti da uno Stato estero e ci si aspetta che il sistema giudiziario francese reagisca. Per Haftar, oltre a parlamento libico, Egitto ed Arabia Saudita che lo sostengono, la Russia mostra una predilezione per lui ed è pronta a dare al maresciallo assistenza militare e tecnica. Per l’Italia, la cosa più importante è avere contratti per ripristinare l’economia libica, ed è improbabile che combatta per al-Saraj. Quindi le probabilità sono chiaramente a favore di Haftar. Perciò, ha smesso di partecipare militarmente all’accordo di Shqirat.Aleksandr Orlov, politologo e esperto orientalista, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La dichiarazione di vittoria di Putin in Siria apre la via agli attacchi russi in Libia

La notizia della Russia che negozia l’uso delle basi egiziane ha molto più senso
Marko Marjanovic, Checkpoint Asia 12 dicembre 2017Se la Russia dichiara vittoria sullo SIIL in Siria e chiede basi in Egitto, si preparebbe a colpire lo SIIL in Libia.
Quando due settimane fa il Cremlino ordinò pubblicamente al Ministero degli Esteri di negoziare l’accordo dell’Aeronautica della Russia per l’utilizzo delle basi militari egiziane, confesso che non sapevo di cosa si trattasse. Pensai alla possibilità che fosse il preludio al coinvolgimento militare della Russia in Libia, ma poi dissi che non credevo che accadesse con l’intervento della Russia in Siria ancora in pieno svolgimento: “Ammetto che onestamente non lo so. L’Egitto è troppo lontano per essere direttamente utile all’intervento russo in Siria. L’uso delle basi egiziane sarebbe necessario se Mosca avesse intenzione di combattere lo SIIL nel Sinai egiziano o d’intervenire in Libia, ma non vedo alcun segno che la Russia sia interessata ad ulteriori avventure prima che la Siria sia chiusa”. Beh indovinate? Putin ha appena dichiarato vittoria in Siria, affermando che gli obiettivi dell’intervento russo sono stati ampiamente raggiunti e ordinava il massiccio ritiro che vedrà il grosso delle forze russe lasciare il Paese: “Forze speciali, polizia militare, squadre di genieri e 25 aeromobili russi lasceranno la Siria e l’ospedale da campo sarà rimosso. Consiglieri, difese aeree e alcuni velivoli rimarranno”. Avevo ragione nel dire che Putin non vorrebbe essere visto aumentare portata e dimensioni dell’intervento militare della Russia all’estero, soprattutto a pochi mesi dalla rielezione. Quello che non avevo previsto era che avrebbe usato la sconfitta dello SIIL come opportunità per dichiarare la vittoria in Siria e ritirarvi la maggior parte delle truppe. Le avventure estere chiaramente infinite sono una cosa. Ma dopo aver dato il benvenuto alla maggior parte delle truppe dalla Siria, il pubblico russo ha la prova che possono finire. Il massiccio ritiro dalla Siria che Putin ha ordinato elimina il problema chiave che l’intervento in Libia dovrebbe affrontare, la percezione in Russia che si c’impantani in infinite avventure estere. Inoltre il fatto che Mosca abbia annunciato pubblicamente di negoziare l’uso delle basi militari egiziane dice due cose:
I negoziati sono una mera formalità, tutt’al più per risolvere problemi tecnici. La Russia ha già assicurazioni che l’Egitto firmerà.
Il Cremlino testa e gradualmente prepara il pubblico a qualcosa di più serio a cui pensa.
Bene, cosa potrebbe essere? Cosa richiederebbe basi egiziane e attenta preparazione e misurazione del polso del pubblico russo? Un altro intervento militare pare adattarvisi. In effetti, c’è chi crede che l’esercito russo sia già presente nell’Egitto occidentale da cui colpisce lo SIIL in Libia assieme all’Egitto. Se è così, i negoziati annunciati pubblicamente sulla concessione dell’accesso alla Russia sono semplicemente kabuki per regolarizzare una situazione già esistente. Mosca e Cairo hanno già svolto un teatro simile. Nel 1972 l’Egitto di Sadat e l’Unione Sovietica inscenarono l’espulsione rabbiosa dall’Egitto dei consiglieri sovietici. Di fatto, l'”espulsione” fu pianificata con l’Unione Sovietica per coprire il ritiro segreto di migliaia di truppe sovietiche regolari e non riconosciute dall’Egitto. I veri consiglieri intanto rimasero in Egitto fino alla fine della guerra dello Yom Kippur del 1973. In ogni caso, appare chiaro che la Russia consideri l’intervento militare aperto in Libia, che potrebbe essere annunciato dopo le elezioni di marzo. Ciò che si vede ora è il Cremlino gettare le basi necessarie per l’intervento, se vi optasse.
Nell’ottobre 2015 un aereo di linea russo fu abbattuto da una bomba dello SIIL in Egitto, uccidendo 224 russi. La Russia perseguirà lo SIIL per questo fino in Libia? Tale intervento sarebbe molto più piccolo rispetto a quello in Siria, semplicemente perché lo SIIL non è così potente in Libia. Ritirandone la maggior parte dopo la vittoria sullo SIIL, penso che Putin abbia dimostrato in modo conclusivo che non è interessato ad avere personale militare russo combattere tutti i nemici di Assad (come le SDF sostenute dagli Stati Uniti) e acuire il confronto con gli Stati Uniti. SIIL, al-Qaida e loro alleati sono gli unici che la Russia ritiene di combattere direttamente in Siria. Allo stesso modo, penso che Mosca non abbia alcun interesse a decidere il vincitore tra i due governi rivali in Libia, coi quali ha contatti, e almeno uno è sostenuto dalla NATO. Invece sarebbe un intervento contro SIIL e gruppi di al-Qaida, che verrebbe pubblicizzato come “conclusione del lavoro” per non permettere allo SIIL di fuggire, evidenziando il fatto scomodo che dove l’occidente semina caos e distrugge Paesi, la Russia invece raccoglie i cocci per stabilizzarli. Per inciso, subito dopo la proclamazione della vittoria dalla base aerea russa in Siria, Putin saliva sull’aereo per giungere in… Egitto. L’astuto MK Bhradakumar pensa che il viaggio sia incentrato sulla creazione di qualcosa per la Libia: “Il punto è che il “dossier libico” è stato riaperto. Lo Stato islamista vi si trasferisce dopo la schiacciante sconfitta in Iraq e Siria. Russia ed Egitto avvertono l’imperativo di mobilitarsi rapidamente e affrontare i gruppi estremisti in Libia. Entrambi appoggiano il comandante dell’Esercito nazionale libico Qalifa Haftar, trincerato a Bengasi, che (giustamente) vedono come baluardo all’estremismo in Libia. Il vuoto di potere in Libia e la crescente insicurezza nell’Egitto occidentale minacciano la stabilità dell’Egitto e il prestigio del Presidente Sisi è in gioco. D’altra parte, il coinvolgimento egiziano in Libia influisce sugli equilibri di potere in Medio Oriente. È interessante notare che le monarchie del Golfo sono coinvolte anche nella crisi libica. Per prima cosa, Mosca si rivolge all’ONU su questioni chiave e contatta anche il governo di Saraj a Tripoli. Il che suggerisce che Mosca potrebbe agire da intermediaria tra i partner rivali della Libia Saraj e Haftar, ed infine a manovrare per compensare le perdite finanziarie subite nel 2011 a seguito del cambio di regime, stimate oltre 10 miliardi di dollari in contratti ferroviari, progetti di costruzione, accordi energetici e vendite di armi”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’ultima vittoria di Muammar Gheddafi

Oriental Review 09/03/2011Il 6 marzo 2011 era chiaro che il regime libico aveva soppresso la rivolta interna e sospeso il caos nel mondo arabo. Una missione clandestina di un diplomatico inglese protetto da 8 ufficiali delle SAS nella base orientale dell’opposizione libica si concluse con la loro detenzione e “interrogatorio” da parte dei capi ribelli. L’articolo del Sunday Times fu la “bandiera bianca” issata dagli organizzatori delle proteste in Medio Oriente e Nord Africa del 2010-2011. Fin dall’inizio la catena di eventi in Libia ebbe una svolta inaspettata per le élite globali. Muammar Gheddafi si rifiutò di abbandonare Tripoli e, insieme alla famiglia e al clan, mantenne i contatti coi libici attraverso la TV nazionale e regolari apparizioni pubbliche. Nell’impressionante discorso del 22 febbraio 2011, ripristinò il sostegno pubblico ed incoraggiò i libici a resistere alla rivolta. Da allora i media mainstream internazionali diffusero bugie inaudite sugli eventi in Libia. Si sentì parlare di “mercenari stranieri che uccidono civili”, “attacchi aerei sui dimostranti”, “bombardamenti delle posizioni ribelli”, “grandi proteste contro Gheddafi a Tripoli”, “migliaia di rifugiati libici” e tanti altri annunci che, come risultò, non avevano nulla a che fare con la realtà. Le fonti interne libiche, ad esempio del Centro di San Pietroburgo per il Medio Oriente moderno, descrivevano una realtà piuttosto diversa. Non c’erano proteste a Tripoli e dintorni. Pochi gruppi di emarginati operavano ad al-Zawiya (sobborgo occidentale di Tripoli) e al centro (l’incendio doloso della Sala del Popolo la notte del 21 febbraio è apparentemente l’atto più noto) furono prontamente neutralizzati dalla polizia municipale. Gli “attacchi aerei” dell’Aeronautica libica prendevano di mira depositi di munizioni nelle vicinanze di Bengasi, quando la minaccia che venissero catturati dai separatisti orientali era ancora alta. La questione dei “mercenari stranieri che proteggevano Gheddafi”, è apparentemente la più interessante. È chiaro che qualsiasi mercenario combatte per soldi. Quindi nel conflitto in cui sono coinvolti gli interessi delle mafie petrolifere internazionali, i mercenari sono la forza meno affidabile. Avrebbero tradito Gheddafi ben prima. Quindi Gheddafi è un uomo intelligente e ne è perfettamente consapevole. Non poteva arruolarli. Ma supponiamo che la loro presenza in Libia fosse un fatto provato. Potevano essere “gentilmente” proposti a Gheddafi dai vicini “simpatizzanti” africani? Si, perché no. Qual era la loro missione? Dovevano avere l’ordine dai loro veri padroni di essere spietati e feroci contro i “manifestanti” locali il più possibile per intensificare il conflitto. Non c’è da stupirsi che dopo i primi scontri con la loro partecipazione e annunci nel mondo dei media, i mercenari siano “scomparsi”. Certamente avremo modo di conoscere dettagli sorprendenti sulle operazioni militari dell’esercito libico contro i mercenari “alleati” di fine febbraio 2011. Guardando la CNN riportare la “guerra civile” in Libia va capito che ciò significa che le forze governative localizzavano ed eliminavano questi “alleati”.
Ora, perché tale scenario rischioso? Perché il regime di Gheddafi era il più stabile in Medio Oriente. Si noti che tutti i “dittatori arabi” andati al potere col sostegno degli Stati Uniti negli anni ’80 furono facilmente eliminati nel gennaio-febbraio 2011, prontamente “caduti in coma”. Non avevano l’autorità morale per combattere per un potere ottenuto illegittimamente. Qual era la componente chiave di tale illegittimità? Quando aspirarono al potere, si allearono segretamente con una nazione straniera che li sostenne completamente. Da allora non sono leader sovrani. Questo è il motivo per cui non possono sconfiggere la rivoluzione. Non possono dire la verità al popolo e alla comunità internazionale, perché iniziare a dire la verità significa dirla TUTTA. E TUTTA la verità include le circostanze della loro ascesa al potere… Ma c’è una soluzione per tale situazione di “stallo”. Se un leader politico riconosce i vergognosi rapporti clandestini con una potenza straniera, non sarà mai condannato ma PERDONATO e sostenuto dal popolo. Dopo di che lealtà e professionalità delle guardie del corpo impediranno che il futuro politico sia il caos. Le alternative sono la forca di Sadam, i letti da moribondi di Mubaraq e Ben Ali.
Torniamo alle “rivoluzioni popolari in Medio Oriente”. Vediamo che per avere successo c’era disperatamente bisogno di “masse infuriate”. Quindi qualcuno doveva infuriarle. Come in Iran nel giugno 2009? Cecchini sconosciuti uccisero astanti a Teheran durante le proteste (i dettagli sono nell’articolo “Cosa decidono i Bilderberger dell’Iran“). Cosa successe in Egitto nel gennaio 2011? Ancora una volta cecchini sconosciuti spararono alla folla dal tetto dell’edificio del Ministero degli Interni di Cairo. Si noti che in entrambi i casi fu fatto di tutto per convincere il pubblico che i perpetratori fossero le forze governative. Ma dov’era la prova? C’è qualche logica nei servizi di sicurezza che uccidono dimostranti per provocarli a commettere atti violenti? Al contrario, la loro missione è disperdere pacificamente la folla, identificare e arrestare le “teste calde” tra i manifestanti ed evitare vittime! Allora, chi sparava dal tetto del Ministero degli Interni egiziano? Non lo sappiamo ancora. Ma chi fece lo stesso in Tunisia durante l’agitazione pubblica fu catturato e mostrato da RT. Si guardi il seguente video:

Credete che costoro dai passaporti svedesi e inlgesi cacciassero davvero cinghiali per le strade di Tunisi?
Ora possiamo fare alcune conclusioni. Innanzitutto, non c’era nulla di spontaneo nell’ondata delle rivoluzioni del Nord Africa e Medio Oriente del 2011. I disordini popolari in Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, ecc. furono accuratamente preparati, organizzati, finanziati e sostenuti dai media internazionali. Abbastanza sorprendentemente, al-Jazeera svolse un ruolo fondamentale nel sostenere i conflitti nelle società arabe diffondendo disinformazione e silenziando le voci della verità e sobrie. In secondo luogo, chi architettò tali insurrezioni, generalmente fallì. Non c’è dubbio che l’idea era organizzare caos e guerre civili nel mondo arabo, provocare imbarazzo nelle élite nazionali, imporre l’opposizione radicale anti-progressista al potere nei Paesi chiave della regione. Poi si aspettavano che, a tempo debito, standard sociali degradati e cattiva gestione del governo catalizzata dalla propaganda dei media internazionali creassero le condizioni per imporre il controllo estero su questi Stati islamici. La Libia con le sue ricche riserve naturali era il premio più ambito. Ma con Muammar Gheddafi ancora al potere che riacquistava sostegno pubblico e si sbarazzava dei rami “secchi” tra gli alti funzionari, gli attori globali soffrivano molto mentre il fantasma del presidente Bush Jr. si profila di nuovo al largo delle coste libiche. Apparentemente le élite non ebbero altra scelta che attivare le super-portaerei statunitensi. Messi all’angolo e sotto la pressione schiacciante della piramide del dollaro. Terzo e più importante, questi eventi rivelavano il legame occulto tra “islamisti” ed élite globali. Muammar Gheddafi combattendo gli islamisti di al-Qaida e allo stesso tempo sostituendo solennemente bin Ladin come incarnazione del “Male assoluto” nei media tradizionali, fu un cambiamento notevole. I radicali dovevano essere la nuova generazione di leader arabi. Non avrebbero portato prosperità o giustizia nelle loro società. La loro missione era stringere saldamente la pentola a pressione del mondo musulmano con regole e retorica pseudo-islamiche. Una volta esplosa, l’energia di milioni di giovani fanatici ignoranti che si diffondono nel mondo avrebbe aperto la strada allo scaltro Gran Pacificatore. I semi di tale misteriosa simbiosi furono piantati dall’intelligence inglese nel XIX secolo. Per esempio, se si segue la storia del fondatore della Fratellanza musulmana Hasan al-Bana, si vedrà che il “controllore generale” inglese in Egitto dal 1878 era Evelyn Baring, rampollo di una vecchia dinastia di banchieri che nominò lo sceicco Muhamad Abduh Gran Mufti d’Egitto. Non ne va sottovalutata l’importanza. Il Gran Mufti d’Egitto del tempo era la massima autorità spirituale nel mondo musulmano. Perché lo sceicco Abduh, noto salafita, fu scelto dal residente inglese? Perché lo scenario della falsa guida del mondo islamico delle élite globali era già stato scritto. Volevano che i musulmani fossero carne da cannone per imporre il loro dominio. Dovevano corrompere la fede islamica, sostituirla con un surrogato pseudo-islamico. Ecco perché Evelyn Baring scrisse dei salafiti: “Sono gli alleati naturali del riformatore europeo” (Goodgame, Peter. La Fratellanza Musulmana: l’arma segreta dei globalisti). A quel tempo Sheikh Adbuh divenne murshid (insegnante) di Muhamad al-Bana, padre di Hasan…
Quindi entriamo in tempi molto interessanti, forse decisivi. Muammar Gheddafi ha vinto la sua ultima battaglia nonostante vigore e pressione insolente da ogni parte. Ci saranno nuovi Gheddafi nati da madri musulmane che resisteranno al nuovo ordine mondiale? Speriamo e preghiamo di sì.

Traduzione di Alessandro Lattanzio