Libia, Haftar bastona islamisti e Gentiloni, Mosca e Londra soccorrono il vincitore

L’Italia renzygliona corre, corre, verso l’ennesima strepitosa Canne geostrategica
Alessandro Lattanzio, 16/3/2017

Il 15 marzo, l’Esercito nazionale libico (LNA) del generale Qalifa Belqasim Haftar liberava i terminali petroliferi di al-Sidra e Ras Lanuf, infliggendo una pesante sconfitta agli islamisti di al-Qaida sostenuti da Qatar, Turchia, Arabia Saudita e Italia (Roma opera sotto la copertura delle “missioni umanitarie”, come l’ospedale da campo militare istituito a Misurata, per curare i terroristi islamisti, e nell’ambito della missione ONU in Libia, affidata al generale Paolo Serra, che accompagna nelle missioni sul campo il capo del governo-fantoccio di Tripoli, l’islamo-atlantista Fayaz al-Saraj).
Le forze islamiste, riunite nelle Brigate di difesa di Bengasi (BDB) venivano respinte di oltre 100 km, mentre le forze aerea e di terra del LNA recuperavano il controllo su al-Sidra e Ras Lanuf, dopo aver eliminato 30 miliziani islamisti, mentre altri 40 miliziani venivano portati nell’ospedale da campo italiano di Misurata, allestito in vista delle operazioni per rioccupare i terminal petroliferi della Cirenaica e supportare l’assalto su Bengasi, previsto dal governo fantoccio islamista di Tripoli, quale successivo passo all’occupazione dei terminal petroliferi dell’area di Briqa. L’esercito governativo libico avanzava quindi sulla città di Bin Juad, a 35 km a nord-ovest degli impianti liberati. La controffensiva del LNA fu lanciata lungo un fronte ampio 220 km, dalla costa mediterranea alle oasi di Hun e Jafra, a sud di Sirte. Nell’oasi di Jafra si erano riuniti i resti delle BDB, dove venivano bombardati dai velivoli del LNA, mentre le forze di Tobruq combattevano contro la 166.ma Brigata di Misurata che occupa Sirte. Solo il 3 marzo, circa 1000 terroristi islamisti delle Brigate di difesa di Bengasi occuparono i terminali petroliferi di al-Sidra e Ras Lanuf, controllati dal Governo di Tobruq e da cui passano parte dei 600000 barili di petrolio estratti ogni giorno in Libia.
48 ore dopo la liberazione dei terminali, l’ambasciatore inglese Peter Millett volava a Bengasi per “chiarire la posizione del suo Paese a Qalifa Haftar”, incontrando il comandante in capo delle Forze Armate libiche nel quartier generale di al-Rajma. Millett avrebbe “deplorato il fatto che molto è stato detto sul ruolo apparentemente negativo del Regno Unito in Libia”. Haftar aveva chiarito agli inglesi “l’importanza di non sostenere i Fratelli musulmani”. Millett infine dichiarava, “La nostra visita è stata… soddisfacente e utile“. Infatti, il 16 febbraio arrivava una delegazione imprenditoriale inglese, la prima in tre anni, guidata da Peter Meyer dell’Associazione Medio Oriente di Londra, e comprendente Andrew Davidson di Parva Capital, che si occupa di finanziamenti per gli investimenti, e Douglas Baldwin di Alpha Services, che opera con l’industria petrolifera e del gas. La delegazione incontrava una delle più grandi compagnie petrolifere della Libia, l’Arabian Gulf Oil Company (AGOCO) di Bengasi, per offrire materiale, attrezzature e formazione. Secondo l’ACOCO, la delegazione aveva anche promesso di facilitare i visti di lavoro per il Regno Unito. Il presidente dell’AGOCO Muhamad Bin Shatwan auspicava che la delegazione avrebbe segnato l’inizio della cooperazione con le aziende inglesi, che “avrebbero cominciato a tornare a Bengasi per investire nella regione”. Meyer e la sua delegazione avevano anche incontrato il responsabile della Direzione della Sicurezza di Bengasi Salah Huaydi, valutando le esigenze per la polizia locale, come materiali, attrezzature, laboratori e formazione. In seguito, la delegazione si recava in Egitto.
Intanto il consigliere di Qalifa Haftar, Abdalbasit al-Badri, incontrava il Viceministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov a Mosca, chiedendo sostegno nella battaglia contro le BDB. Secondo il Ministero degli Esteri russo “le parti si sono scambiate opinioni dettagliate sugli sviluppi in Libia, e hanno concordato sull’importanza di organizzare un dialogo collettivo cui partecipino i rappresentanti di tutti i gruppi politici e tribali“. Bogdanov ribadiva che la Russia sostiene pienamente il processo di unificazione della Libia e di protezione della sua sovranità. In precedenza, Mosca aveva ospitato i fantocci della NATO Fayaz al-Saraj e Ahmad Matiq, della Presidenza del Consiglio, che chiedevano alla Russia di mediare un incontro tra loro e il comandante Haftar. Inoltre, il presidente della Camera dei Rappresentanti di Tobruq, Aqila Salah, dichiarava che la Russia aveva promesso di aiutare Tobruq nella lotta al terrorismo e che i soldati del LNA gravemente feriti venivano curati in Russia. Salah chiedeva al governo russo di addestrare le forze del LNA e di farne riparare i mezzi militari da tecnici russi. La Libia vuole continuare i legami militari con Mosca, perché “la maggior parte dei nostri ufficiali fu addestrata in Russia, molti parlano russo e sanno come utilizzare i materiali russi“. Il comandante della base aerea di Benina a Bengasi, colonnello Muhamad Manfur Manifi, a sua volta smentiva le fantasie sulla presenza di militari o contractor russi a Bengasi, avanzate da islamisti, ONG e media della CIA. Nel frattempo, il LNA lanciava l’offensiva per liberare il quartiere Ganfuda di Bengasi occupato dai terroristi islamisti. La 130.ma Brigata d’artiglieria e le Forze speciali Saiqa del LNA avanzavano tra Busnaib e Ganfuda, eliminando diversi islamisti del Consiglio della Shura dei rivoluzionari (BRSC), intrappolando nel complesso dei “12 edifici” gli ultimi terroristi del BRSC.
Nel campo degli alleati locali della Farnesina e di Forte Boccea, regna la guerra civile. A Tripoli il capo del governo di salvezza nazionale Qalifa Ghwal veniva ferito nei combattimenti nell’hotel Rixos, “sede del governo” di Ghwal, e spedito a Misurata per cure, probabilmente nel solito ospedale da campo dell’esercito italiano. La forza islamista RADA, guidata da Abdulrauf Qara, la Brigata dei rivoluzionari di Tripoli di Haytham Tajuri e la Forza di sicurezza centrale Abu Salim, guidata da Abdulghani al-Qiqli, tutte legate al governo fantoccio di Saraj, assaltavano e occupavano l’hotel Rixos, mentre il centro operativo Bunyan Marsus di Misurata si preparava ad inviare 1500 miliziani islamisti, con veicoli blindati, per “imporre pace e sicurezza a Tripoli”. Ghwal aveva respinto un accordo politico avanzato dall’UNSMIL, la missione ONU in Libia. La milizia di Ghwal è in gran parte formata da misuratini e berberi. Anche la sede di al-Naba TV, del capo di al-Qaida Abdulhaqim Belhaj, veniva attaccata.
L’Italia renzygliona corre, corre, verso l’ennesima strepitosa Canne strategica.Fonti:
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
South Front

Libia, l’Italia renzygliona supporta l’assalto islamista a Bengasi

Alessandro Lattanzio, 14/3/2017

Il contessino Paolo Gentiloni con il fedele alleaten islamo-atlantista Fayaz al-Saraj (17 febbraio).

Il 15 ottobre, le milizie islamiste dell’ex-premier Qalifa al-Ghual tentavano di rovesciare Fayaz al-Saraj, occupando alcuni ministeri, il consiglio di Stato, e la sede della televisione, creando la loro base nell’hotel Rixos, di cui controllavano l’area, ma avevano abbandonato il Consiglio di Stato. Il governo Saraj in risposta ordinava l’arresto di al-Ghual. Qalifa al-Ghual aveva l’appoggio di Haytham Tajuri, capo della Brigata dei rivoluzionari di Tripoli; di Uad Abdul Sadiq, ex-vicepremier del governo precedente, e di Ali Ramali, ex-capo della Guardia Presidenziale. Le loro forze occupavano il Consiglio di Stato, nell’hotel Rixos, e annunciavano la deposizione di Saraj. Ma dopo 48 ore di scontri, Ghual fuggiva da Tripoli, mentre le varie milizie islamiste si scontravano sul controllo della capitale tripolina (la RADA salafita di Abdalhaqim Balhadj, le milizie della fratellanza mussulmana del Gran Mufti al-Ghariani, le milizie del Jabhat al-Samud di Salah Badi, e quelle di Wisam bin Hamid, ex-capo della liwa Fajir al-Libya).
Il 14 novembre, 2 Rafale-C dell’Aeronautica francese, effettuavano un raid su al-Biraq, nel Fezzan, colpendo un edificio in cui si sarebbe trovato uno dei capi di AQMI in Libia, Abu Talha al-Hasnaui. In Cirenaica, l’ENL del Generale Haftar affrontava le ultime sacche islamiste rimaste tra Bayda, Derna e Bengasi, nel quartiere di Ganfuda, occupato da Ansar al-Sharia e dal Consiglio Rivoluzionario della Shura di Bengasi. Inoltre, l’ENL integrava nelle proprie fila 5 brigate delle PFG che, guidate dal colonnello Miftah Maqrif, avevano abbandonato il loro vecchio capo Jadhran. Quindi, l’ENL liberava l’area tra Agheila, Briqa e Bin Juad, verso Sirte, dove le forze islamiste di Misurata combattevano i terroristi dello SIIL che presidiavano il quartiere di Giza Bahriya, nonostante le forze misuratine contassero sull’appoggio degli elicotteri AH-1W Supercobra ed UH-1Y Venom dei Marines imbarcati sull’unità dell’US Navy San Antonio. I misuratini, nelle operazioni contro lo SIIL a Sirte, avevano perso oltre 750 combattenti. Il 26 gennaio, l’Esercito Nazionale Libico liberava il quartiere di Ganfuda a Bengasi, ultima roccaforte del Consiglio della Shura dei Rivoluzionari di Bengasi, la coalizione islamista di Ansar al-Sharia, Brigata dei Martiri del 17 febbraio e Scudo della Libia (Fajir al-Libiya). Tobruq quindi controllava la Cirenaica del nord, compresa la ‘Mezzaluna petrolifera’, ed aveva il sostegno delle tribù Zintan, Warfala e Warshafana. A Tripoli, il 21 gennaio, esplodeva un’autobomba nei pressi delle ambasciate italiana ed egiziana.
Nel febbraio 2017, la società petrolifera nazionale libica (NOC) firmava un accordo di cooperazione con la Rosneft, il gigante petrolifero russo, che “pone le basi per gli investimenti della Rosneft nel settore petrolifero della Libia. L’accordo prevede la costituzione di un comitato di lavoro congiunto dei due partner per valutare le opportunità in una varietà di settori, tra cui l’esplorazione e la produzione“. Il presidente della NOC Mustafa Sanala, che aveva firmato l’accordo con il presidente della Rosneft, Igor Sechin, dichiarava “Abbiamo bisogno dell’assistenza e degli investimenti delle grandi compagnie petrolifere internazionali per raggiungere i nostri obiettivi di produzione e stabilizzare la nostra economia. Questo accordo con la più grande compagnia petrolifera russa pone le basi per identificare congiuntamente i settori della cooperazione. Lavorando con la NOC, Rosneft e Russia svolgeranno un ruolo importante e costruttivo in Libia“. La produzione di petrolio era salita da 300000 barili al giorno nel settembre 2016, a più di 700000 barili nel gennaio 2017, dopo l’operazione di Haftar per acquisire i terminal petroliferi nella Cirenaica. Quindi la Russia ampliava la propria presenza in Libia, dopo l’invasione e il golpe della NATO nel 2011, e sempre più sosteneva Qalifa Balqasim Haftar, capo della Forze armate libiche del governo di Tobruq, che controlla la maggior parte delle risorse petrolifere della Libia. Per contro, mentre il fantoccio della NATO Saraj, che presiede un governo-fantasma a Tripoli, il 20 febbraio subiva un attentato a Tripoli assieme a due suoi collaboratori, il capo del Consiglio di Stato Suahli e il comandante della Guardia Presidenziale Naqua, le potenze occidentali tentavano di contrastare il formarsi dell’Asse dei regimi secolari in Medio Oriente, che vede allineati Siria, Egitto e il governo libico di Tobruq. Saraj aveva incontrato Haftar il 14 e 15 febbraio a Cairo, ma senza risultati. Il primo ministro Fayaz al-Saraj, in seguito, visitava Mosca, nel tentativo di sfruttare la crescente influenza di Mosca per superare gli ostacoli che affrontava, approfittando della disponibilità di Mosca ad avvicinare le parti libiche, sfruttando i rapporti speciali che la Russia ha con numerosi attori libici.
Il 3 marzo, le Brigate per la Difesa di Bengasi, coalizione di milizie islamiste, capeggiata dalla brigata al-Marsa di Misurata, e da circa 1000 ex-membri delle Petroleum Facilities Guards di Ibrahim Jadhran e aderenti alla Fratellanza musulmana del Gran Mufti Ghariani, occupavano i terminal petroliferi di Nufaliya, Bin Juad, Ras Lanuf e al-Sidra dopo aspri scontri con l’ENL del Generale Haftar, che subivano 28 morti. Nei tre giorni successivi 3 caccia MiG-23BN e1 MiG-21MF dell’ENL, decollati da Benina e Labraq ed armati con bombe a frammentazione RBK-250, supportavano 2 elicotteri d’attacco Mi-35 e un elicottero d’assalto Mi-8T, sempre dell’ENL, decollati da Ras Lanuf, e bombardavano le posizioni islamiste a sud di Nufaliya e nella provincia di Jufrah, effettuando almeno 17 sortite. Nel frattempo, gli Emirati Arabi Uniti schieravano 6 velivoli d’attacco leggero AT-802U nella base di al-Qadim, a supporto dell’ENL che avvivava l’operazione Tuono Violento per liberare i quattro terminal occupati dagli islamisti.
Il 12 marzo, l’ENL (Esercito Nazionale Libico del Generale Haftar) avanzava su Ras Lanuf con il sostegno di 1 elicottero Mi-35 e di alcuni caccia MiG contro le posizioni islamiste ad al-Sidra, Nufaliya, Bin Juad, Agheila e Uqaylah, a 20 km ad ovest di Briqa. Le forze dell’ENL schieravano 7000 uomini, dotati di blindati Nimr e T6 Panthera, suddivisi tra 16 battaglioni, (210.mo Battaglione di fanteria meccanizzata, 152.mo Battaglione di fanteria motorizzata, 321.mo Battaglione di artiglieria, battaglioni di fanteria 12.mo, 21.mo, 101.mo, 106.mo, 115.mo, 131.mo, 153.mo, 165.mo, 202.mo, 276.mo, 298.mo, 302.mo e 309.mo), appoggiati da una parte delle Guardie Petrolifere e dalle brigate Martiri di al-Zawiyah e al-Suayq. Gli islamisti schieravano invece 1000 elementi delle milizie del Consiglio Rivoluzionario della Shura di Bengasi, formato dal Gruppo Combattente Islamico Libico (al-Qaida), dalla Brigata dei Martiri del 17 Febbraio, Fajir al-Libiya, Ansar al-Sharia e brigata Umar Muqtar, capeggiati da Mustafa Shirqsi e Mahmud Fituri, che rispondevano al Gran Mufti Shayq Ghariani e al ministro della Difesa del Governo di Accordo Nazionale (GAN) Mahdi Barqhathi. Accanto alle milizie islamiste, vi erano 2500 elementi delle Guardie Petrolifere di Idris Salah Abu Qamada e delle brigate della fratellanza mussulmana misuratina al-Marsa, al-Faruq e al-Burqi. Subito dopo l’occupazione dei terminal petroliferi da parte delle milizie islamiste (BDB), avvenuta il 7 marzo, Barghathi si recava ad al-Jufrah per incontrare Shirqsi, accompagnato dal capo della Missione ONU (UNSMIL) Generale Paolo Serra. In effetti, al comunicato ufficiale che condannava le violenze e chiedeva l’immediato cessate-il-fuoco, emesso dagli ambasciatori di Francia, Regno Unito e Stati Uniti 24 ore dopo l’occupazione dei terminal petroliferi, l’Italia non aderiva. Anzi, l’ambasciata italiana a Tripoli celebrava “lo schieramento delle forze del Consiglio Presidenziale nella Mezzaluna (petrolifera), quando appunto il 7 marzo, le BDB occupavano i terminal petroliferi di Ras Lanuf ed al-Sidra, consegnandoli alle Guardie Petrolifere di Abu Qamada, legate al governo Saraj, che a sua volta inviava 600 elementi dei 302.mo e 21.mo battaglioni di fanteria di Tripoli, del 319.mo battaglione della Guardia Presidenziale, dei 45.mo e 19.mo battaglioni di fanteria di Misurata, del 66.mo battaglione di fanteria di Saba, e del 613.mo battaglione di fanteria di Misurata, rafforzando la presa sui terminal petroliferi e cercando di occupare gli altri 2 terminali controllati dell’ENL. Il tutto in vista dell’assalto finale islamo-atlantista su Bengasi. In seguito a tali manovre, il Parlamento di Tobruq, l’unico riconosciuto a livello internazionale, votava l’annullamento degli accordi di Shqirat, che avevano permesso la creazione del governo di accordo nazionale di Saraj.

Il ministro degli Esteri Angeluzzo Alfano.

Fonti:
al-Monitor
al-Monitor
La Stampa
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The Guardian

Accordo in Libia grazie a Egitto e Russia

Nabil ben Yahmad, Tunisie Secret 19 febbraio 2017

Sotto l’egida del Cairo, è stato raggiunto un accordo tra il capo del governo d’unione (GNA) Fayaz al-Saraj e il maresciallo Qalifa Balqasim Haftar, per risolvere la crisi libica. Nonostante le tattiche dilatorie di Butefliqa e gli intrighi del fratello musulmano Rashid Ghanuchi, favorevoli all’integrazione nei colloqui di Abdalhaqim Belhadj, l’accordo è stato finalmente ratificato senza di lui e grazie alla determinazione del Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi e al sostegno della Russia.11210133-18633067Nonostante le nostre relazioni fraterne con l’Algeria che abbiamo sempre difeso, ecco che arriva il momento in cui si deve saper dire a certi leader algerini, basta doppiezza! Basta ipocrisie! Basta divisione del Maghreb soffiando sulla brace del Sahara marocchino! e Basta doppio gioco. L’abbiamo chiarito nell’edizione del 22 gennaio, dal titolo “Butefliqa protegge i Fratelli musulmani tunisini?“, a differenza del re del Marocco Muhamad VI che non ha mai voluto ricevere il capo dei Fratelli musulmani tunisini, nonostante le ripetute richieste di quest’ultimo, Butefliqa è quasi diventato il padrino del mafioso islamo-terrorista tunisino (1).

Abdalhaqim Belhadj escluso dall’Egitto dell’accordo intra-libico
Oltre agli incessanti incontri pubblici tra Abdalaziz Butefliqa e Rashid Ghanuchi, il rapporto tra i due sono passati dalla sponsorizzazione dei mercenari all’alleanza con gli islamisti in generale, a scapito degli interessi strategici di Tunisia ed Algeria. Rashid Ghanuchi non è l’unico fratello musulmano ufficialmente ricevuto più volte ad Algeri. I suoi seguaci e fratelli della setta terroristica Ali al-Salabi e Abdalhaqim Belhadj hanno ricevuto tale privilegio presidenziale. In precedenza, la nebulosa islamista ha forgiato legami con i vertici algerini. Ma con l’ultimo accordo tra Fayaz al-Saraj e Qalifa Balqasim Haftar, concluso a Cairo il 14 febbraio, la strategia della nomenklatura al potere ad Algeri è in frantumi. Nonostante una certa riluttanza da entrambe le parti (Haftar e Saraj), l’accordo è stato stipulato senza il protetto di Ghanuchi e Butefliqa, l’ex-terrorista di al-Qaida Abdalhaqim Belhadj, un vero e proprio schiaffo al presidente algerino che ha legato reputazione e destino all’ex-attivista di al-Qaida e capo dei Fratelli musulmani locali Rashid Ghanuchi. Consentendo a Ghanuchi di sostituire i ministeri degli esteri algerino e tunisino con una diplomazia parallela, in cosa sperava Butefliqa? Affondare gli accordi intra-libici firmati alla fine del 2015 in Marocco, o rafforzarli?

La retromarcia della diplomazia algerina
Tale affronto non è sfuggito alla stampa. Il 17 febbraio 2017, tre giorni dopo la conclusione dell’accordo tra Haftar e Saraj, il sito Aqir Qabar titolava: “Le autorità algerine si accorgono dell’errore di lavorare con Rashid Ghanuchi“. Il giorno prima, sotto il titolo “lezione tunisina”, il quotidiano algerino vicino agli islamisti al-Qabar scriveva: “Diverse personalità dell’ambiente politico, culturale e mediatico tunisine hanno chiesto spiegazioni al governo sui rapporti tra governo algerino e il presidente di al-Nahda Rashid Ghanuchi, in particolare sulla questione libica. Questi tunisini credono che governo e presidente Baji Caid a-Sabsi debbano indicare agli algerini che in Tunisia vi sono un governo, un presidente e un ministro degli Esteri con cui parlare, e non con il capo di un partito politico (al-Nahda)“. Per sdrammatizzare l’impatto politico e mediatico di questo affronto, il Ministero degli Esteri algerino denunciava il ruolo che cercava di svolgere Rashid Ghanuchi verso il governo algerino, in particolare nel caso della Libia. Almeno questa è l’affermazione dei nostri colleghi e amici di Algerie-Patriotique, “Posando da intermediario tra Algeria e Fratelli musulmani libici, il capo del partito islamista tunisino al-Nahda, Rashid Ghanuchi, cercava pubblicità gratuita ai danni dell’Algeria? I funzionari del Ministero degli Esteri algerino sono convinti, prima di tutto, di non aver bisogno dei servizi di nessuno per discutere con i nostri fratelli libici“.

L’incontro segreto tra Ghanuchi, Ahmad Uyahia e Salabi
Rimane vero che il rapporto tra la Presidenza algerina e la Fratellanza musulmana sono eccellenti dall’inizio della cosiddetta “primavera araba”. Oltre l’ultima visita di Ghanuchi a Butefliqa, il 22 gennaio, il capo di gabinetto di quest’ultimo, Ahmad Uyahia, arrivava di nascosto a Tunisi, a gennaio, per rivedere il capo dei Fratelli musulmani tunisini. Quando la notizia trapelò, Ahmad Uyahia, che è anche segretario generale del Congresso Nazionale Democratico (RND), affermò che l’incontro avveniva nell’ambito delle sue attività di avvocato! Il sito d’informazione algerino TSA s’è poi chiesto: “Perché un incontro tra parti, che secondo un fonte diplomatica (algerina), sarebbe stato segreto?” E TSA rispose: “Ovviamente Ahmad Uyahia era a Tunisi per la questione libica, dovendo incontrare, tra gli altri, Ali al-Salabi, uno dei principali capi islamisti libici…“. Non potendo negare l’evidenza, Jamil Auy, dell’ufficio stampa di al-Nahda, confermava l’incontro tra Uyahia, Ghanuchi e Salabi parlando di “visita ufficiale”. Su Radio Shams FM aveva detto che questo “incontro era incentrato sugli interessi comuni dei due Paesi, ma soprattutto sulla questione libica. Questo giro si accordava con quello dello sceicco Ali al-Salabi. Furono accolti entrambi a casa di Rashid Ghanuchi (…)!

Rashid Ghanuchi utilizza l’Algeria per scopi islamisti
Secondo Algerie-Patriotique, citando un diplomatico algerino, “certo, Rashid Ghanuchi vede aprirsi le porte in Algeria per dimostrare all’opinione pubblica tunisina di aver ancora un peso e soprattutto di essere una personalità fondamentale nei circoli islamisti del Maghreb“; e il nostro collega di Algerie-Patriotique aggiungeva che Ganuchi “si agita come un diavolo per dimostrare che i Fratelli musulmani rappresentano nel Maghreb una corrente dell’opinione pubblica e un forza che non è possibile ignorare (…) Da fine calcolatore, Rashid Ghanuchi vede la Libia come un modo per risorgere politicamente e dimostrare all’opinione internazionale che i Fratelli musulmani ancora giocano un ruolo come forza stabilizzante del Nord Africa e più in generale del mondo arabo“. A fine gennaio, il capo della setta islamista tunisina al-Nahda assicurava anche di essere stato nominato dal Presidente Butefliqa per convincere gli islamisti in Libia “a svolgere un ruolo positivo” nella soluzione della crisi nel Paese. La stessa fonte diplomatica algerina, confidava a TSA che, “il signor Ghanuchi ha fatto politica interna (Tunisia). In Algeria non c’è diplomazia parallela. Pensa che abbiamo bisogno di Ghanuchi per discutere con le parti libiche?“.

Il rigetto di Abdalfatah al-Sisi
Secondo le informazioni del quotidiano arabo Quds al-Arabi, pubblicato a Londra, Rashid Ghanuchi avrebbe coordinato Algeri e Tunisi per fare incontrare a Tunisi Fayaz al-Saraj, presidente dell’Accordo Nazionale (GNA) e Qalifa Balqasim Haftar, capo della Forze armate del Parlamento di Tobruq, prima di un vertice a tre (Butefliqa, Sisi, Sabsi). Le nostre fonti indicano che con l’appoggio di Butefliqa, Rashid Ghanuchi sperava di accogliere Saraj, Haftar e Salabi, il complice di Abdalhaqim Belhadj in Libia. Ma l’Egitto si oppose nettamente, sventando così il piano di Rashid Ghanuchi con la complicità passiva di Baji Caid al-Sabsi ed approvato da Butefliqa in spregio degli interessi strategici dell’Algeria e del Maghreb in generale. Principale sostegno logistico, militare e diplomatico di Qalifa Balqasim Haftar, sostenuto dalla Russia e dalla nuova amministrazione statunitense, Abdalfatah al-Sisi non conta di fare alcuna concessione ai Fratelli musulmani, indicati da Egitto ed Emirati Arabi Uniti come organizzazione terroristica. Questo è uno dei motivi per cui l’ultimo accordo concluso tra Haftar e Saraj, il 14 febbraio, esclude d’ufficio Belhadj e Salabi. Secondo fonti egiziane, questo accordo continuerà la “pulizia” della Libia dai jihadisti di SIIL e al-Qaida, così come dai mercenari del Qatar in Libia, i Fratelli musulmani. L’accordo affida a Qalifa Balqasim Haftar questa missione militare, con il sostegno del “Consiglio supremo delle tribù libiche” (presieduto da Agali Abdusalam Brani), fino all’organizzazione nel 2018 delle elezioni legislative e presidenziali.
Riguardo il “vertice” Algeria-Tunisia-Egitto sulla crisi libica, che dovrebbe svolgersi a marzo, una fonte diplomatica egiziana assicurava che è ormai obsoleto e che si limiterà a una riunione informale dei ministri degli Esteri dei tre Paesi. A meno di cambiamenti dell’ultimo minuto o del voltafaccia algerino, l’incontro dovrebbe tenersi il 1° marzo a Tunisi.113242391-5238c71b-fb7b-4a79-b147-789a89ba3c78Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il partito Baath, tra il Saladino babilonese e il Bismarck siriano

René Naba, Madaniya 26 settembre 2014sadat-al-assad-kadhafi-in-cairoIl Partito Baath (di rinascita) socialista arabo fu fondato da un gruppo di giovani nazionalisti arabi guidato da Michel Aflaq, Zaqi al-Salahdin e Arsuzi Bitar durante una riunione, il 4-7 aprile 1947, in un caffè di Damasco. 67 anni dopo, la proclamazione del Califfato su porzioni di Iraq e Siria suonava come un colpo al partito Baath mente il fenomeno SIIL ebbe il grande merito di far rompere i codici della guerra asimmetrica precedentemente in vigore, in quanto riusciva con un blitz, una “guerra lampo”, ad ottenere in tre settimane ciò che 40 anni di governo baasista in Iraq e Siria non furono capaci a causa delle guerre tra i burocratici fratelli nemici del Baath, Sadam Husayn e Hafiz al-Assad: unire Mesopotamia ed Eufrate. Sotto la bandiera dello SIIL, insorti sunniti occupavano in tre settimane ampi territori a nord e ad ovest dell’Iraq. Nella tradizione dell’assalto delle brigate leggere, motorizzate ma senza armi pesanti, aerei e droni, aprievano nell’ovest del Paese una via per la Siria cogliendo il posto di frontiera di Buqamal, mentre quello di al-Qaim già lo controllavano grazie a un accordo locale con al-Qaida. Il curioso percorso dei baathisti iracheni, componente dello SIIL, che piuttosto che opporsi facendo fronte comune con i fratelli baathisti siriani, si univano ai loro ex-boia sauditi, sostenitori arabi e musulmani dell’invasione dell’Iraq dagli Stati Uniti, abbandonando al loro destino il governo siriano, già forte sostenitore dei guerriglieri anti-USA in Iraq e quindi oggetto delle ire di Washington con il “Syrian Accountability Act” del 2003. E’ opportunità una retrospettiva sul partito panarabo che ha governato Siria e Iraq tramite i due “mostri sacri” del mondo arabo: Hafiz al-Assad (Siria) e Sadam Husayin (Iraq), dieci anni dopo la caduta di Baghdad. Madaniya sottopone all’attenzione dei lettori questo pezzo del 2008 di René Naba, responsabile del coordinamento editoriale del sito.maxresdefault

Parigi, 4 aprile 2008
_73502134_saddam1Sovrastando i contemporanei, espressione finale della pretesa nazionalista araba in un ambiente sballottato tra opposizione islamica ed occupazione degli Stati Uniti, guidarono il destino dei loro Paesi in implacabili conflitti di legittimità, ma la cui alleanza avrebbe sconvolto il quadro strategico del Medio Oriente. Sono le “Superstar” del mondo arabo, almeno nella versione repubblicana. Entrambi posero le fondamenta del loro potere su quattro pilastri, clan, comunità, partito Baath ed esercito; entrambi si dichiararono devoti militanti del Baath, il partito pan-arabo che professa un’ideologia secolare e socialista. Di estrazione modesta entrambi, tuttavia raggiunsero la vetta del potere quasi contemporaneamente, nel crepuscolo del nasserismo, di cui assunsero la direzione, sostituendone la leadership. Loro unica comunanza. Tutto il resto li separò e la loro faida alimentò i commenti politici nel mondo arabo nell’ultimo quarto del XX secolo, mentre la giunzione dei due Paesi avrebbe garantito continuità territoriale alla regione dal Golfo Persico al Mediterraneo, attraverso il Medio Oriente, con l’effetto di spezzare le pinze formate dall’alleanza tra Israele e Turchia, i perni della potenza militare USA nella regione. Uno, un generale dell’Aeronautica, non smise da quando salì al potere nel 1970 di posare da civile come statista. Il secondo, militante di base, guidò l’evoluzione inversa, scalando, grazie a guerre incessanti in cui gettò il proprio Paese contro i vicini Iran e Quwayt, tutti i livelli della gerarchia militare raggiungendo il grado di Maresciallo. Uno e l’altro cacciarono i rispettivi mentori per avere il potere.
Il militare Assad ebbe per mentore il civile Salah Jadid, capo dell’ala sinistra del partito Baath al governo a Damasco, il civile Sadam ebbe uno sponsor militare, il Generale Ahmad Hasan al-Baqr, il “padre tranquillo” dell’esercito iracheno. Il più anziano Hafiz al-Assad, Presidente della Repubblica araba siriana, impassibile, imperturbabile, governò il suo Paese senza patema d’animo, con pugno di ferro per un quarto di secolo, 30 anni esattamente, utilizzando una rete di collaboratori praticamente inamovibili, in particolare i militari (Generale Mustafa Tlas) e diplomatici (Abdulhalim Qadam), entrambi garanti sunniti del suo regime. Senza vergogna, l’ex-proconsole siriano in Libano, Qadam, fu bandito alla morte del leader Assad per aver aderito al campo del miliardario saudita-libanese Rafiq Hariri.
Il secondo, il cui nome in arabo significa “tiratore”, Sadam Husayn al-Taqriti, prima di essere sloggiato dai suoi mentori statunitensi nel 2003, governò Baghdad per trentatré anni, prima come vicepresidente (1969-1979), e poi come presidente, per effetto di una svolta che gli permise di espellere o eliminare gran parte dei suoi associati dalle posizioni chiave del governo, con la notevole eccezione del suo messaggero internazionale, Tariq Aziz, la faccia cristiana e laica del regime. Questa rabbia purificante non salvò neanche la sua famiglia. Suo cognato Adnan Qayrallah Tulfah, ministro della Difesa, ben rappresentò la storia irachena in quanto una delle più celebri vittime della meteorologia politica. Un misterioso incidente aereo, in una bella giornata d’estate, tuttavia causato da assenza di visibilità, mise bruscamente fine al beniamino in carriera dell’esercito vittorioso nella guerra all’Iran. Suo figlio, Husayn Qamal, figlio d’arte, perì pure di morte violenta, nonostante il suo pentimento per la defezione presso il nemico, dopo la seconda guerra del Golfo (1995). Un esempio.
In balia dei colpi di scena nel conflitto in Libano (1975-1990) e del processo di pace arabo-israeliano, Siria e Iraq divennero l’incarnazione del fronte della fermezza (Damasco) o del rifiuto (Baghdad) alternativamente corteggiati e respinti dall’occidente. Mentre guidavano la lotta in nome dell’arabismo, il tema della mobilitazione assoluta degli arabi nei due decenni dopo l’indipendenza nel 1945, il loro approccio fu radicalmente diverso e, alla prova dei fatti, il loro comportamento diametralmente opposto, come le loro indomabili personalità.131107134037-04-arafat-horizontal-gallery

Prima sequenza (1970-1980): prima prova del potere
hafez_al-assad_1Dalla loro prima prova di potere, la guerra civile giordano-palestinese, la loro traiettoria devierà inesorabilmente. A capo di un Paese, “cuore pulsante dell’arabismo”, i siriani affrontavano Israele, il nemico degli arabi. Principale Paese sul fronte orientale del campo di battaglia anti-israeliano, Assad forgiò il potere identificandosi con la causa palestinese, di cui si voleva portavoce esclusivo. Proveniente da una setta islamica, gli “alawiti”, ruppe l’emarginazione politica delle minoranze etnico-religiose arabe occupando quattro anni prima uno dei poli del potere dell’ortodossia musulmana e araba, Damasco. Hafiz al-Assad si vide come il depositario dei maggiori interessi della nazione araba. Uomo d’ordine, soldato che si applicava ad essere il “garante dell’ordine costituito”, si oppose a ciò che vide come “avventurismo” dei suoi compagni d’armi e dei loro alleati iracheni. Di fronte all’attivismo della sinistra della sua formazione, l’ala civile del partito Baath, Assad condusse il “movimento di rettifica”, il 17 novembre 1970, spodestandone il quartetto responsabile, disse, della sconfitta: il teorico del partito Salah Jadid, il presidente Nuradin Atasi, il ministro degli Esteri Ibrahim Maqus e il loro complice Yusif Zuayan. Per due volte, in Giordania nel 1970 e in Libano nel 1976-1977, si scontrò con Yasir Arafat, leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, preferendo patteggiare con Husayn di Giordania e il presidente libanese Sulayman Franjah. Ruppe allo stesso tempo con l’avventurismo rivoluzionario dei guerriglieri palestinesi nei due Paesi confinanti della Siria, ad occidente il primo e ad oriente il secondo. Nel 1970, quando i carri armati siriani su ordine della leadership civile del partito Baath furono inviati ad assistere i Fedayin assediati ad Amman durante i combattimenti del “settembre nero”, il ministro della Difesa, Generale Assad, imbrigliò le ali dell’Aeronautica permettendo ai bombardieri giordani di decimare le colonne di carri armati siriani nella pianura di Jarash-Ajlun. Più tardi, in Libano, obbedendo alla stessa logica, neutralizzò in due fasi, nel giro di sette mesi, la coalizione delle forze progressiste palestinesi con la caduta del campo palestinese di Tal Zatar, nell’agosto 1976, e l’assassinio del leader progressista druso Qamal Jumblatt, nel marzo 1977, posando da baluardo dell’equilibrio confessionale islamico-cristiano. Salito al potere sei settimane dopo la morte di Nasser, il 28 settembre 1970, Assad preparò metodicamente la vendetta dell’affronto militare israeliano inflitto tre anni prima, mentre era Ministro della Difesa, quando il suo Paese perse le alture del Golan, nel 1967, durante la terza guerra arabo-israeliana. Cercò la “parità strategica” con Israele tramite l’alleanza militare con l’Unione Sovietica, cercando di unire intorno alla Siria, Giordania, Libano e palestinesi. Il credo palestinese della dottrina baathista ebbe la sua formulazione più completa con l’intervento del capo della diplomazia siriana al vertice di Algeri (7-10 giugno 1988), mentre la guerra iraniano-irachena stava per finire e l’Intifada, la rivolta palestinese in Cisgiordania e Gaza, lanciata sei mesi prima, pose la questione palestinese in prima linea. “La storia parla della “Bilad al-Sham” (la terra di Cam). Dagli Omayadi, questa sfera geografica costituita da Siria, Giordania, Palestina e Libano è un’entità politica di cui Damasco è il cuore pulsante. Questa è la verità storica. Così fu finché l’accordo Sykes-Picot, la peggiore violazione della realtà storica, divise l’intera Bilad al-Sham in vari Stati. L’accordo Sykes-Picot, con spazi comuni d’influenza inglese e francese in Medio Oriente, non può alterare la realtà. Sapendo che la popolazione di questa zona è un unico popolo… E’ naturale che l’interesse con cui la Siria sostiene la causa palestinese sia diversa da quella prestatagli dagli altri Stati arabi”, affermò senza senza mezzi termini Faruq al-Shara ai suoi omologhi arabi, vietando l’approccio unilaterale nella ricerca della pace, mentre il leader palestinese Yasir Arafat si dichiarò per una autonomia della centrale palestinese.
saddam_chiracAvamposto del mondo arabo sul fronte orientale, l’iracheno affrontò l’Iran, avanguardia della rivoluzione sciita, religione minoritaria nel mondo arabo, e suo rivale ereditario. Nato attivista rivoluzionario, Sadam, sunnita, la corrente principale dell’Islam nel mondo arabo, sviluppò una visione unitaria panaraba per ripristinare il prestigio dell’impero mesopotamico e l’autonomia della potenza irachena, volendosi equidistante tra i due blocchi politici intrecciò la doppia alleanza militare ed economica con URSS e Francia. Accusando la gerarchia militare irachena di passività in Giordania, trovò l’argomento per sbarazzarsi dell’ala destra del partito Baath e dei suoi alleati nell’esercito, sospettandoli di collusione con i fratelli d’arme hascemiti. Mentre il contingente iracheno controllava Mafraq, nodo strategico che collega i due ex-membri della “Federazione dei Regni Hashemiti”, tuttavia, attese la fine delle ostilità per regolare i conti, in un Paese scosso da mezza dozzina di colpi di Stato militari in dieci anni (Abdalqarim Qasim, Abdasalam e Abdarahman Arif), tenendo a freno i militari e sottoponendoli al potere civile influenzato dal partito Baath. L’operazione fu effettuata in due fasi: il ministro degli Interni, Generale Salah Mahdi Amash, e il ministro della Difesa, Generale Abdal Ghafar Hardan, furono promossi vicepresidente prima che l’ex-ministro della Difesa perisse in un attentato in Quwayt e l’ex-ministro degli Interni finisse in una sede diplomatica in Europa. A capo di un Paese dai vasti giacimenti di idrocarburi, Sadam si dedicò a vendicare l’insulto inflitto al Paese dalle compagnie petrolifere occidentali, tra cui l’IPC (Iraq Petroleum Company), Stato nello Stato, pacificando il fronte interno con, in rapida successione, la soluzione della questione curda, nel marzo 1971, e soprattutto la soluzione della controversia di confine iraniano-irachena, da lui stesso negoziata con lo Scià di Persia nel 1975 a Algeri, con il patrocinio del Presidente algerino Huari Bumidiyan. A metà del decennio, i due leader baathisti erano allo zenit: il siriano coronato dalla vittoria della guerra di ottobre del 1973, che permise al Paese di recuperare Qunaytra, la capitale delle alture del Golan, mentre l’Iraq ebbe un prestigio amplificato dalla nazionalizzazione della IPC e dalla politicizzazione dell'”arma del petrolio” nella guerra dell’ottobre 1973. Assad e Sadam poi sfuggirono al discredito che colpì altri regimi arabi, “la crisi di legittimità” per le sconfitte militari consecutive inflitte da Israele. Anche se entrambi erano legati al partenariato strategico con l’Unione Sovietica, e con Baghdad rifugio dei radicali nel mondo arabo, incluso il gruppo scissionista di Abu Nidal, fu il siriano, dato che agiva per affermarsi garante dell’ordine costituito, lo stesso che i libanesi progressisti palestinesi accusarono di “tradimento” per il comportamento ostile nei 60 giorni di assedio del campo palestinese di Tal Zatar, che paradossalmente si tenne a distanza dai governi occidentali che sospettava volessero occupare il Libano.
L’iracheno fu promosso partner strategico dai Paesi occidentali, in particolare dalla Francia che forgiò la cooperazione militare e anche e nucleare con lo Stato petrolifero, per l’ambizione di espandere la Francofonia in questa vecchia riserva di caccia inglese. Il significativo passo nella storia della regione, il periodo che va dalla guerra di ottobre (1973) al trattato di pace tra Egitto e Israele di Washington (1979) sconvolse i rapporti strategici regionali, segnati dall’emarginazione diplomatica dell’Unione Sovietica e dalla sponsorizzazione dei soli USA, al di fuori del quadro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dei primi accordi parziali sul conflitto arabo-israeliano, il ritiro d’Israele dal Sinai egiziano in cambio della neutralizzazione del maggiore Paese arabo, oltre al ritiro dalla città siriana di Qunaytra, capitale del Golan. Camp David appare in retrospettiva la risposta diplomatica degli Stati Uniti alla sconfitta militare in Vietnam nel 1975. Una delle conseguenze dirette di questa ripartizione regionale fu la guerra civile in Libano, punto di frattura regionale per la fragilità della configurazione della struttura socio-confessionale di un Paese dalle molte fedeltà estere. Una guerra che modulò le tribolazioni del processo di pace israelo-egiziano e, successivamente, i colpi di scena militari nel conflitto iracheno-iraniano. Parte del fallimento che portò il presidente siriano ad essere privato del naturale alleato egiziano, compagno nella guerra di ottobre, modulando il suo sostegno ai protagonisti della guerra del Libano in relazione alle alternative strategiche regionali.543888262

Seconda sequenza (1980-1990)
sadam_briefMentre Assad era impantanato nella gestione della crisi libanese, indebolito dalla defezione dell’alleato egiziano, Sadam, con le mani libere e le casse piene, era al culmine della popolarità. Consacrazione suprema, accolse a Baghdad, nel 1978, il primo vertice arabo mai tenuto nel suo Paese, bandendo l’Egitto dalla Lega araba dopo il viaggio del presidente Anwar Sadat a Gerusalemme, nel novembre 1977. L’Iraq divenne il perno del fronte del rifiuto a qualsiasi accordo di pace unilaterale con Israele, naturalmente, nominandosi sostituto dell’Egitto e di voler compensarne il fallimento. Mettendo a tacere le rivalità, i due regimi baathisti conclusero un “patto nazionale”, nell’aprile 1979, dopo il Trattato di Washington. Questo patto rafforzò la cooperazione militare con l’Unione Sovietica, principale fornitore di armi di entrambi i Paesi. Ci vollero sei mesi, tanto il sospetto reciproco era grande. Sfruttando l’argomento dalla scoperta di un complotto anti-iracheno ordito, secondo Baghdad, dalla Siria, Sadam attuò una purga di massa nelle file dei compagni baathisti, aprendosi la via alla massima carica cacciando il Presidente Ahmad Hasan al-Baqr. Colma di machiavellismo, tale purga televisiva fu l’arte consumata dell’ipocrisia politica: all’appello, i supplicanti si alzavano lasciando il Congresso Baath, uscendo tra le lacrime di Sadam. Alcuni dei suoi più stretti collaboratori, Abdalqalid al-Samarai, leader dell’ala sinistra del Baath, giovane speranza della politica araba, saranno deposti. Fu condannato a morte tra un fiume di lacrime in un macabro spettacolo trasmesso dalla televisione. Spinto dal senso d’invincibilità amplificato dalla ricchezza del petrolio e dai costumi occidentali, Sadam Husayn prese direttamente le redini nel settembre 1979, alla soglia di un decennio che inghiottirà il Medio Oriente, alimentando regolarmente l’incendio della sue guerre dei missili, delle petroliere e infine chimica.
La protesta islamica era al culmine, segnata dalla caduta della monarchia iraniana nel febbraio 1979 e dall’attacco alla Mecca, nell’ottobre dello stesso anno, e il laico si mise in prima linea nella lotta per contenere il proselitismo religioso sciita dagli accenti rivoluzionari; questo baathista sunnita si trasformerà nel protettore delle petromonarchie del Golfo, contro il suo ex-ospite ayatollah Khomeini, profugo per quattordici anni nel santuario sciita di Najaf (a sud di Baghdad) e promosso guida spirituale della Repubblica islamica iraniana dopo 18 mesi passati in Francia, a Neauphle-le-Château (regione di Parigi). La guerra contro l’Iran, avviata il 22 settembre 1980, fu un’opportunità per l’Iraq di costruire uno Stato moderno e una macchina da guerra dalla potenza militare e tecnologiche senza precedenti nel mondo arabo. Ma questo conflitto fu la più lunga guerra convenzionale dopo il Vietnam, distogliendo gradualmente l’Iraq dal Libano nel momento preciso in cui ad Assad fu dato via libera da USA e Israele, con sigillo arabo, formalizzando la presenza militare nel Paese con la Forza di deterrenza araba. Si ebbe quindi una prima inversione di alleanza attuando il principio di prossimità. Secondo il principio che il nemico del mio nemico è mio amico, l’Iraq avvicinò le milizie cristiane libanesi e Yasir Arafat. Simmetricamente, la Siria si alleò apertamente con l’Iran, il nemico dell’Iraq, in nome della solidarietà rivoluzionaria con la duplice preoccupazione di evitare l’apertura di un nuovo fronte sul fianco orientale del mondo arabo ed evitare che il conflitto iraniano-iracheno divenisse una guerra razzista arabo-persiana. In Libano, dissociando le milizie sciite dagli ex-fratelli d’arme palestinesi e cercando di cacciare il capo dell’OLP, assediato a Tripoli (nord del Libano) prima del bando di Damasco, nel 1983, per tradimento. La prima conseguenza di questa rivalità strategica fu l’invasione israeliana del Libano nel 1982, costringendo l’esercito siriano a ritirarsi senza gloria da Beirut, mentre l’esercito iracheno fu inchiodato da un’offensiva iraniana nella battaglia di Khorramshar, nel maggio 1982. La Siria fu poi ostracizzata per l’alleanza con i peggiori nemici del blocco occidentale, il cuore del mondo arabo-islamico, non solo l’Iran, punta di diamante del mondo rivoluzionario islamico, ma anche l’Algeria, rifugio dei rivoluzionari del Terzo Mondo, e della Libia che turbava la diplomazia internazionale, soprattutto in Africa, appannaggio della Francia. Nel Golfo, nel Medio Oriente o in Africa, l’urto fu frontale e lo scontro generale. Mentre le truppe iraniane penetravano le linee irachene nella battaglia di Khorramshahr, la Fratellanza musulmana siriana sostenuta dall’Arabia Saudita attaccò la città di Hama, a nord della Siria, provocando la risposta severa del potere baathista annegandola nel sangue, 10000 morti secondo i dati, 2000 secondo la DIA degli Stati Uniti, considerata un’operazione diversiva dell’invasione israeliana del Libano, che avvenne tre mesi dopo. Allo stesso tempo, all’altra estremità del campo di battaglia, il Ciad, proprio quando i siriani si ritiravano dal confronto con gli israeliani a Beirut, la Francia inflisse una schiacciante sconfitta militare e diplomatica alla Libia, alleata della Siria, sloggiando da N’Djamena il protetto di Gheddafi, il presidente ciadiano Goukouni Weddeye, per sostituirlo con il suo ex-tenente Hissène Habré, carceriere dell’etnologa francese Francoise Claustre, che tenne in ostaggio per mesi. Assad accolse questa sconfitta senza batter ciglio. Basandosi sul forte sostegno del nuovo ed effimero Presidente sovietico Jurij Andropov, cercò senza indugio di ritornare in Libano, opponendosi con forza alla creazione dell’asse Beirut-Cairo-Tel Aviv.
31581In 15 mesi (10 novembre 1982 – 9 febbraio 1984), periodo del governo di Jurij Andropov, il corso della guerra in Libano cambiò. Il trattato di pace israelo-libanese del 1983 fu abrogato prima di essere ratificato, la forza multinazionale occidentale fu cacciata dal Libano un anno dopo, nel 1984, dopo gli attacchi sanguinosi contro le basi francese e statunitense che causarono 300 morti, mentre Beirut ovest, il 6 febbraio 1984, finì sotto il controllo delle milizie filo-siriane. Soddisfazione suprema, il presidente libanese Amin Gemayel, il negoziatore del trattato di pace con Israele, si recherà in visita un mese dopo a Damasco, annunciando nel marzo 1984 la fine del patto con Israele e facendo della Siria il baluardo del blocco arabo in Libano. Responsabile dei piani politici occidentali nei due Paesi confinanti con la Siria, la Francia pagherà doppiamente un prezzo pesante, prima come “co-belligerante” con l’Iraq nel conflitto contro l’Iran e poi come sponsor del doppio salvataggio di Yasir Arafat nel 1982. Prima, nell’assedio di Beirut da parte d’Israele, poi nel 1983, durante l’assedio di Tripoli (nord Libano) da parte dei siriani. Parigi, il cui ambasciatore a Beirut Louis Delamarre fu assassinato nel 1981, a sua volta divenne bersaglio di attentati nel 1986-1987, mentre Tripoli e Bengasi in Libia furono le vendette trasversali occidentali, divenendo bersagli dell’Aeronautica statunitense (aprile 1986), e cittadini occidentali, per rappresaglia del sostegno militare dei loro Paesi all’Iraq nella guerra contro l’Iran, furono presi in ostaggio in Libano. Tra le vittime illustri di questa guerra nell’ombra, tre persone di solito citate senza che questa ipotesi sia mai stata smentita dai francesi: il Generale Remy Audran, responsabile del dossier iracheno presso la direzione generale degli armamenti, George Besse, amministratore delegato di un’industria automobilistica, e soprattutto l’ex-capo dell’industria nucleare francese, Michel Baroin, personalità del mondo massonico e degli affari. Lo sviluppo dell’affare degli ostaggi occidentali fece della Siria il Paese indispensabile nel processo di pace in Medio Oriente. Di transito tra Libano ed entroterra arabo, Damasco divenne il fulcro del traffico diplomatico regionale, percependo dividendi politici dalle transazioni politiche sul caso degli ostaggi occidentali. Di fronte a un Gheddafi aleatorio e a un Khomeini imprecante, Assad era enigmatico ed intrigante. Temuto e rispettato, divenne rispettabile. Gli analisti politici gli diedero la statura di “Bismarck arabo”. Henry Kissinger l’incontrò molte volte durante la guerra dell’ottobre 1973, nel corso dei negoziati per l’accordo di disimpegno siriano-israeliano, lodò l'”estrema intelligenza” di questo “negoziatore molto ostico”. Ma allo stesso tempo, per riequilibrare, l’Iraq, con il massiccio sostegno dell’occidente, operò un capovolgimento del fronte militare anche con bombardamenti chimici, come ad Halabjah, nel Kurdistan iracheno, e forzando l’Iran, al prezzo di otto anni di guerra, a cessare le ostilità.
Alla testa di un esercito presentato come uno dei più potenti del Medio Oriente, ritenendosi il vincitore sull’Iran tre volte più popoloso del suo Paese, Sadam apparve un “moderno Saladino” protettore delle monarchie petrolifere del Golfo, oltre degli interessi dei loro sponsor occidentali. L’uomo che attraverso un suo protetto, il gruppo del radicale palestinese Abu Nidal, eliminò dalla scena diplomatica internazionale i primi fautori del dialogo israelo-palestinese, Said Hamami, Izadin Qalaq e Isam Sartawi, rispettivamente i rappresentanti dell’OLP a Londra, Parigi e presso l’Internazionale socialista; lo stesso che diede il pretesto ad Israele per invadere il Libano nel maggio 1982, dopo l’attentato all’ambasciatore a Londra, beneficiando, curiosamente in tutta questa sequenza, della compiacenza indulgente dei Paesi occidentali e delle monarchie arabe. Indeboliti dalla guerra tra Iraq e Iran e dalla rivolta palestinese, temendo altrimenti un nuovo discredito, i leader arabi cercarono di salvarsi la faccia. Il vertice arabo di Amman nel novembre 1987 mise pressione sui due fratelli nemici affinché si ritrovassero superando le divisioni e reintegrassero l’Egitto nell’ovile arabo. Al culmine del potere, Assad e Sadam, vecchi volponi della politica, si riconobbero ancora una volta, come quando conclusero il loro patto contro Sadat nel 1979, ma senza abbassare la guardia. Incontro occasionale, non riconciliazione; al massimo tregua armata.unnamed

Terza sequenza (1990-2000)
0bb69d6b4b53985a68b760baa7accd57 Ubriaco di gloria per la vittoria sull’Iran, il maresciallo Sadam lanciò il Paese alla conquista del Quwayt, appena due anni dopo la fine della guerra iraniano-irachena. Fu l’inizio del forno che carbonizzò il suo esercito, il suo popolo e, infine, il suo Paese, spazzando via 20 anni di massicci investimenti, infliggendo un tremendo sacrificio umano, circa tre milioni di vite in due decenni di guerra e blocco, indebolendo in modo permanente il mondo arabo, evidenziandone la sottomissione. Il crollo del blocco comunista offrì al Presidente Assad la possibilità di negoziare una svolta filo-statunitense senza intoppi, ma senza rinnegare, a differenza di Sadat, l’amicizia con i sovietici. La seconda guerra del Golfo nel 1990, a cui prenderà parte con un distaccamento simbolico, gli permise di completare il lavoro metodico di 15 anni per inserire nella sfera d’influenza siriana il Libano, facendone terreno di manovra privilegiato contro Israele. Ebbe la gratitudine dalla comunità internazionale per la stabilizzazione del conflitto libanese. Il trattato di amicizia, cooperazione e coordinamento firmato il 22 maggio 1991 tra Beirut e Damasco legò il destino del Libano alla Siria. Preferendo la riposta asimmetrica al confronto diretto, tattico impareggiabile, illustrato da un quasi impeccabile percorso internazionale, Assad si dedico nel 1999 alla fase più delicata del suo governo: i negoziati di pace con Israele con la prospettiva di recuperare il Golan. La malattia, la leucemia e l’aggravarsi del diabete e della malattia al cuore non gli permettono di ripetere i precedenti successi diplomatici compiuti con ciò che Cheysson, ex-ministro degli Esteri francese, definì “diplomazia vessata”, arte consumata del negoziato trattenendo l’interlocutore per molte ore (in media sette) con infinite conversazioni generali prima di affrontare il cuore del problema nella fase finale, quando l’ospite si contorceva per la ritenzione urinaria e aveva fretta di chiudere.
Sadam, che nutriva obiettivi strategici ripristinando l’impero babilonese, commise due errori imperdonabili, fatali: la guerra contro l’Iran, che svuotò il suo tesoro, e l’annessione del Quwayt, subendo una terribile punizione dalla coalizione internazionale di 26 Paesi mobilitati sotto la bandiera degli USA. L’erede di Nabucodonosor credette presuntuosamente nelle sue capacità di manovra contro l’ex-sodale statunitense. Sotto il regime di sovranità limitata, che gli sottrasse l’autorità dal nord curdo e dal sud sciita del Paese, fino al confine con il Quwait, l’Iraq fu ulteriormente sottoposto a un embargo internazionale di dodici anni. Come il suo vicino Iran, il laico baathista iracheno divenne un islamista popolare e il primo verso del Corano adornò la bandiera irachena, riflettendo un feroce istinto di sopravvivenza. Questa bandiera sarà anche l’unico relitto del regime baathista che continua a garrire nell’Iraq sotto l’occupazione statunitense. Attivamente corteggiato dagli interlocutori statunitensi, il Presidente Assad vide nel frattempo alle due estremità del proprio Paese le superpotenze regionali Israele e Turchia, due Stati non arabi legarsi con un patto di cooperazione militare, avvolgendo la Siria in una morsa. Di fronte a pericoli crescenti, i due uomini operarono un riavvicinamento tra i rispettivi Paesi fino a sperimentare una contiguità passiva assieme alla riorganizzazione delle proprie famiglie: entrambi i figli del presidente iracheno, Uday e Qusay, furono associati al potere, prima di perire insieme durante un raid degli USA sull’Iraq settentrionale, nel luglio 2003, togliendo al dittatore la prole maschile. Uno scenario simile si ebbe a Damasco. In nome della lotta alla corruzione che affliggeva il Paese da tre decenni, il fratello minore del presidente, Rifat al-Assad, dopo un lungo esilio in Europa fu dimesso nel febbraio 1998 della vicepresidenza; il secondo fratello, Jamil, fu messo da parte per il proselitismo mercantile-religioso, e il figlio minore del capo di Stato siriano, Bashar, prese il posto del fratello maggiore Basil, morto in un incidente, ascendendo sulla scena politica in vista della successione al capo dello Stato, istituendo la prima dinastia repubblicana del mondo arabo. L’ostinata resistenza mostrata da Assad a ciò che considerava la presa israelo-statunitense nella regione, diede al siriano l’ambito titolo di “ultimo refrattario”, facendone, dubbio onore, da baluardo arabo tra la resa araba al nemico tradizionale, Israele, a capo di un Paese in stato pietoso, però. “Il leone di Damasco” morì il 10 giugno 2000 sconfitto dall’età e dalla malattia, due settimane dopo il ritiro d’Israele dal Libano, un lascito al suo attivo. Ma l’impresa non gli permise, però, di raggiungere l’obiettivo strategico ultimo, recuperare il Golan, sua ambizione silenziosa, senso occulto di tutte le sue azioni. Assad accusò di tradimento Sadat. Non poteva quindi accettare meno del suo rivale egiziano, il recupero di tutto il territorio nazionale, cioè il ritorno ai confini del 4 giugno 1967. Era diventata la sua ossessione al punto d’ipotecare, secondo gli analisti occidentali, la flessibilità, divenendo suo principale scopo diplomatico. La Siria, tuttavia, non assaporò a lungo il successo. Se il disimpegno d’Israele spinse il Libano al rango di cursore diplomatico regionale e spinse i palestinesi a rilanciare, quattro mesi dopo, la lotta armata, l’intifada “al-Aqsa” nel settembre 2000. La pesante tutela siriana sulla sovranità libanese, la predazione della sua economia nazionale, l’imposizione di un controllo morboso, le accuse, giuste o sbagliate, ai servizi baathisti (dell’assassinio dei presidenti del Libano Bashir Gemayel e René Muawad, dell’ex-primo ministro Rafiq Hariri e del leader del partito socialista Qamal Jumblatt), causarono, a loro volta, su istigazione degli Stati Uniti e della Francia, la ritirata dei siriani dal Libano, nell’aprile 2005, dopo un vasto movimento di protesta popolare.
Sadam Husayn al-Taqriti, trattato come un paria dalla comunità internazionale, fu una delle principali vittime collaterali della “guerra per le risorse energetiche”, lanciata sotto la copertura di guerra al terrorismo da George Bush Jr., dopo il raid islamista contro gli Stati Uniti dell’11 settembre 2001. Il rovesciamento della sua statua nella piazza centrale di Baghdad, l’8 aprile 2003, e la sua brutale impiccagione dopo un processo farsa, passeranno alla storia come il culmine della grande operazione per cancellare qualsiasi traccia della cooperazione occulta tra gli statunitensi e il baathista, iniziata con gioia quarant’anni prima con il colpo di Stato contro il Generale Qasim, nel 1961, sostenuto dalla CIA e che si concluse con due spedizioni punitive distruttive lanciate dagli USA contro l’Iraq; la prima guidata da George Bush, ex-capo della Central intelligence degli Stati Uniti; la seconda tredici anni dopo dal figlio George Bush, complice il responsabile della cooperazione strategica tra USA e Iraq, Donald Rumsfeld, ministro della Difesa degli Stati Uniti ed ex-inviato di Bush a Baghdad.
76769All’alba del XX secolo, alla vigilia della dissoluzione dell’impero ottomano, un diplomatico supplicò la creazione di “una Siria che non sia un Paese ristretto territorialmente (…) con un ampio confine comprendente la Palestina… il cui territorio comprendesse i wilayet di Gerusalemme, Bayrut, Damasco, Aleppo, Adana (Turchia), con a oriente la regione mineraria di Qirquq (nord dell’Iraq)”. La proposta non promanava da un dottrinario esacerbato dal nazionalismo arabo, né da un orientalista occidentale sospettato di proselitismo filo-arabo, ma da uno statista molto rispettato per la sua azione in favore della pace, un visionario che temeva gli effetti della balcanizzazione e previde la globalizzazione, Aristide Briand, Primo ministro e ministro degli Esteri francese. Le sue istruzioni sono contenute in una lettera del 2 novembre 1915 a Georges Picot, console di Francia a Bayrut, alla vigilia dei negoziati Sykes-Picot per dividersi il Vicino Oriente in aree d’influenza inglese e francese. La domanda può sembrare sacrilega, ma merita comunque di essere posta: cosa ne valse per la Francia, e forse oggi per gli arabi, mentre l’Iraq decade, la Siria è in apnea, il Libano è martoriato trent’anni di furie e Giordania ed Egitto sono sull’orlo del collasso economico? Come capitali dei primi due imperi arabi, la rivalità tra Damasco e Baghdad risale ai primi giorni dell’Islam. Al tempo degli Omayadi, Damasco fu la capitale del primo impero arabo, prima di essere soppiantata da Baghdad al tempo degli Abbasidi. Damasco e Baghdad infine soccombettero a Costantinopoli, la Sublime Porta dell’Impero Ottomano, e secoli di sottomissione seguirono.
Alle soglie del XXI secolo, la storia vorrebbe ripetersi? L’Iraq subisce il giogo statunitense guidato da un presidente curdo, mentre la Siria è il bersaglio di una nuova manovra coercitiva in conseguenza dell’assassinio dell’ex-primo ministro libanese Rafiq Hariri, il 14 febbraio 2005, di cui è stata accusata, costringendola a una ritirata ingloriosa dal Libano, come prima Israele, i palestinesi, la Francia e gli Stati Uniti. La prima potenza planetaria di tutti i tempi, cacciata dal Libano nel 1984, è impantanata questa volta in Iraq, dove si scontra frontalmente con i suoi ex-alleati della lotta antisovietica, esposta a una nuova guerra di usura, stigmatizzata da Abu Ghraib (Iraq) e Guantanamo (Cuba), “gulag contemporaneo”; dal credito diplomatico e militare erosi come la relativa posizione morale, con il saccheggio del museo di Baghdad, le torture nei campi di prigionia, le menzogne sulle armi di distruzione di massa e lo spionaggio ai danni del segretario generale delle Nazioni Unite. Ciò che vale per gli occidentali nella costruzione dei grandi insiemi regionali, dall’autonomia energetica, non vale certamente per gli arabi, almeno in questa fase della storia e almeno nell’ottica occidentale. Questo potrebbe essere uno dei principali insegnamenti di tale sequenza la cui vittima principale fu, al di là dell’interferenza occidentale, il “Rinascimento” (al-Baath) del mondo arabo, grandioso progetto che si trova, dopo il trentennale odio implacabile tra i suoi sostenitori contemporanei, il Saladino babilonese e il Bismarck siriano, in brandelli e in via di estinzione. Dieci anni dopo la caduta dell’Iraq, la Siria è sua volta oggetto della destabilizzazione da parte di un ampio concerto, con gli alleati tradizionali dei Paesi occidentali nel loro ruolo di “utili idioti” della strategia atlantista… il resto è storia.126341727Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La propaganda bellica di Amnesty International

Tim Hayward, 23 gennaio 2017mideast-syria-electio_horo-e1401740761754La maggior parte di noi non vive in Siria e ne sa molto poco. Quello che pensiamo di sapere arriva dai media. Le informazioni sono fornite su approvazione di un’organizzazione come Amnesty International che si presume affidabile. Certo, ho sempre avuto fiducia in Amnesty International, implicitamente, credendo e condividendone l’impegno morale. Da vecchio sostenitore non ho mai pensato di verificarne l’affidabilità. Solo vedendo l’organizzazione, lo scorso anno, diffondere i messaggi dei famigerati Caschi Bianchi mi sono sorte delle domande. [1] Avendo scoperto un problema sulle testimonianze fornite da Medici Senza Frontiere (MSF), sentivo il dovere di guardare vederci meglio sui rapporti di Amnesty International. [2] Amnesty ha influenzato i giudizi morali pubblici su diritti e torti della guerra in Siria. E se le notizie di Amnesty sulla situazione in Siria si basano su cose non provate? [3] E se i rapporti fuorvianti sono stati fondamentali per alimentare il conflitto che altrimenti sarebbero stato contenuto o addirittura evitato? Amnesty International per prima accusò di crimini di guerra il governo del Presidente Bashar al-Assad, nel giugno 2012. [4] Se un crimine di guerra comporta la violazione delle leggi e l’applicazione di quelle leggi presuppone una guerra, è rilevante sapere da quanto tempo il governo siriano fosse in guerra, ammesso che lo fosse. Le Nazioni Unite parlarono di ‘situazione vicina alla guerra civile’ nel dicembre 2011. [5] I crimini di guerra indicati Amnesty International in Siria furono quindi riportati basandosi su prove che sarebbero state raccolte, analizzate, redatte, inquadrate, approvate e pubblicate entro sei mesi. [6] Sorprendentemente, e preoccupantemente, lesti. Il rapporto non dettagliava sui metodi di ricerca, ma un comunicato stampa citava a lungo, ed esclusivamente, Donatella Rovera che ‘trascorse diverse settimane ad indagare le violazioni dei diritti umani nel nord della Siria’. Per quanto possa dire, le prove pubblicizzate nella relazione furono raccolte con conversazioni e visite di Rovera in quelle settimane. [7] Il suo rapporto affermava che Amnesty International ‘non poté fare un’indagine sul campo in Siria‘. [8] Non sono un avvocato, ma trovo inconcepibile che le accuse di crimini di guerra su tale base venissero prese sul serio. Rovera stessa poi parlò dei problemi nelle indagini in Siria: in un articolo pubblicato due anni dopo, [9] riferì di esempi di prove e testimonianze materiali che avevano indotto in errore le indagini. [10] Tali riserve non appaiono sul sito web di Amnesty. Non so se Amnesty abbia diffuso eventuali avvertimenti sul rapporto, né su una revisione delle accuse di crimini di guerra. Quello che trovo preoccupante, però, dato che le accuse di crimini possono a tempo debito essere provate, è che Amnesty non temperava le pretese su un’azione futura. Anzi. A sostegno della sua posizione sorprendentemente rapida e decisa sull’intervento, Amnesty International accusò il governo siriano anche di crimini contro l’umanità. Già prima con Deadly Reprisals, il rapporto le presumeva. Tali accuse possono avere gravi implicazioni perché possono essere considerate per un mandato per l’intervento armato. [11] Mentre i crimini di guerra non si verificano, a meno che non ci sia una guerra, i crimini contro l’umanità possono giustificare la guerra. E in guerra, le atrocità si possono verificare laddove altrimenti non si erano verificate.
1005494Trovo queste idee profondamente preoccupanti, soprattutto da sostenitore di Amnesty International, quando appellò all’azione, le cui conseguenze prevedibili comprendono combattimenti e possibili crimini di guerra, commessi da chiunque, che altrimenti non ci sarebbero mai stati. Personalmente, non riesco a non pensare che la volontà del fine estremo condivide le responsabilità sulle conseguenze impreviste. [12] Se Amnesty International considerò il rischio morale di complicità indiretta in crimini di guerra minore che tacere su ciò che credeva di aver trovato in Siria, avrà avuto grandissima fiducia nei risultati. Era giustificata tale fiducia? Se torniamo ai rapporti sui diritti umani in Siria nel 2010, prima dell’inizio del conflitto, troviamo che Amnesty International registrò un certo numero di casi di detenzione illegale e brutalità. [13] Nei dieci anni di presidenza di Bashar al-Assad, la situazione dei diritti umani sembrava agli osservatori occidentali non essere migliorata tanto quanto sperato. Human Rights Watch parlò del 2000-2010 come ‘decennio sprecato’. [14] Il tenore costante dei rapporti era la delusione: i progressi compiuti in alcuni settori si stagliavano sui problemi continui in altri. Sappiamo anche che in alcune zone rurali della Siria c’era vera frustrazione per le priorità politiche del governo. [15] Un’economia agricola zoppicante per gli effetti della malgestita grave siccità, irritò i sentimenti d’emarginazione. La vita sarebbe stata migliore per molti nelle città vivaci, ma era tutt’altro che idilliaca per gli altri, e rimaneva spazio per migliorare la situazione dei diritti umani. L’approccio robusto del governo ai gruppi che cercavano di por fine allo stato laico della Siria, giustifica ampiamente il bisogno di monitorarne gli eccessi segnalati. Eppure, i risultati delle osservazioni di prima della guerra erano lontani da qualsiasi idea di crimini contro l’umanità. Incluso il Rapporto Annuale 2011: lo stato dei diritti umani nel mondo. Un rapporto pubblicato solo tre mesi più tardi ritraeva una situazione radicalmente diversa. [16] Nel periodo da aprile ad agosto 2011, gli eventi mutarono rapidamente sulla scia delle proteste antigovernative in alcune parti del Paese, e così Amnesty. Nel promuovere il nuovo rapporto, Deadly Detention, Amnesty International degli USA si vantò di come fornisse “la documentazione in tempo reale sulle violazioni dei diritti umani commesse dalle forze governative”. Non solo forniva una rapida segnalazione, ma fece anche affermazioni nette. Invece di dichiarazioni misurate suggerendo riforme necessarie, condannò il governo di Assad per “il sistematico attacco alla popolazione civile, svoltosi in modo organizzato e in virtù di una politica statale per commettere tale attacco”. Il governo siriano fu accusato di “crimini contro l’umanità”. [17] Velocità e fiducia, così come una profonda implicita comprensione del rapporto sono notevoli. Il rapporto era preoccupante, troppo, dando come portentose delle prove schiaccianti contro il governo: Amnesty International “invitava il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non solo a condannare, in modo fermo e giuridicamente vincolante, le violazioni massicce dei diritti umani commesse in Siria, ma anche ad adottare altre misure per costringere i responsabili a renderne conto, compreso il deferimento della situazione in Siria al procuratore della Corte penale internazionale. Inoltre, Amnesty International continuò a sollecitare il Consiglio di sicurezza ad imporre un embargo sulle armi alla Siria e a congelare immediatamente le risorse del Presidente al-Assad e di altri funzionari sospettati delle responsabilità nei crimini contro l’umanità”. Con tali dichiarazioni forti, soprattutto in un contesto in cui potenti Stati esteri già invocavano il ‘cambio di regime’ in Siria, il contributo di Amnesty va visto come istigante. Dato che non solo la forza della condanna è degna di nota, ma la rapidità della presentazione, in ‘tempo reale’, pone òa domanda ai sostenitori di Amnesty Internationaldi su come l’organizzazione potesse seguire istantaneamente gli eventi, oltre a porrli indagare pienamente trovando le prove. La reputazione di Amnesty International si basa sulla qualità della ricerca. Il segretario generale dell’organizzazione, Salil Shetty, ha chiaramente affermato i principi e metodi nella raccolta delle prove: “Lo facciamo in modo sistematico, di prima mano, raccogliendo prove con il nostro personale sul campo. E ogni aspetto della nostra raccolta di dati si basa su riscontri e controllo incrociato da tutte le parti, anche se ci sono, si sa, molti partiti in ogni situazione dato che i problemi di cui ci occupiamo sono piuttosto controversi. Quindi è molto importante avere diversi punti di vista, controllare costantemente e verificare i fatti”. [18] Amnesty si pone così rigorosi standard di ricerca, e assicura al pubblico di essere scrupolosa nell’aderirvi. Questo c’è da aspettarselo, credo, soprattutto quando gravi accuse si rivolgono a un governo. Amnesty ha seguito il proprio protocollo nella preparazione della relazione Deadly Detention? Il personale di Amnesty sul campo ha sistematicamente e in modo diretto raccolto i dati verificati sotto ogni aspetto, confermandoli e controllandoli attraverso tutte le parti interessate? Nell’analisi aggiunta qui in nota [19] si mostra, punto per punto, come la relazione non soddisfi alcuni di tali criteri e come non aderiva ad alcuno di essi. Dato che i risultati potevano essere utilizzati per sostenere la richiesta dell’intervento umanitario in Siria, il minimo da aspettarsi dall’organizzazione era applicare i propri standard prescritti per le prove. Affinché non si creda che concentrandosi sugli aspetti tecnici sui rischi della metodologia di ricerca, si lasci il governo fuori dai guai per crimini abnormi, va sottolineato come in origine fosse assiomatico per Amnesty International non dover mai presumere la colpevolezza senza prove. [20] Piuttosto oltre a questioni tecniche, sbagliare sull’autore dei crimini di guerra potrebbe comportare fin troppo gravi conseguenze, intervenendo erroneamente al fianco dei veri responsabili.
c1l3h4dwqaavk6v Supponiamo nondimeno d’insistere che le prove dimostrassero con sufficiente chiarezza che Assad massacrava il proprio Paese e il proprio popolo: era sicuro che la ‘comunità internazionale’ doveva intervenire in favore del popolo contro tale presunto stragista? [21] Nell’ambito di opinioni e conoscenze all’estero, al momento, sarebbe sembrato plausibile. Non era l’unica proposta plausibile, tuttavia, e non certo in Siria. Un’altra era che il miglior tipo di supporto da offrire al popolo della Siria era spingere saldamente il governo verso le riforme, mentre lo si aiutava, essendo sempre più necessario liberare il territorio dei terroristi che avevano fomentato e poi sfruttato tensioni e proteste nella primavera 2011. [22] Infatti, anche supponendo che gli agenti della sicurezza interna del governo necessitassero di maggiore moderazione, il modo migliore per raggiungere questo obiettivo non era necessariamente minare il governo, l’unico ben posizionato, con supporto e incentivi costruttivi per applicarla. Non trovo ovvio che Amnesty fosse obbligata o competente a decidere su tali alternative. Dato che, tuttavia, scelse di farlo, dobbiamo chiederci perché da subito respinse il metodo decisionale proposto dal Presidente al-Assad. Era suo dovere tenere le elezioni per chiedere al popolo se lo volevano o meno. Anche se non ampiamente riportate in occidente, e praticamente ignorate da Amnesty [23], le elezioni presidenziali si tennero nel 2014 con la vittoria schiacciante di Bashar al-Assad, 10319723 di voti a favore, l’88,7% , con un’affluenza del 73,42%. [24] Gli osservatori occidentali non contestarono le cifre né sostennero irregolarità del voto [25], i media invece cercarono di minimizzarle. “Questa non è una elezione che può essere analizzata come elezione multipartitica delle democrazie europee o degli Stati Uniti, dice alla BBC Jeremy Bowen da Damasco. E’ stato un omaggio al Presidente Assad dai suoi sostenitori, boicottato e rifiutato dagli oppositori, piuttosto che un atto politico, aggiunge”. [26] Questo omaggio, comunque, fu espresso dalla maggioranza assoluta dei siriani. Indicandolo ‘senza significato’, come fece il segretario di Stato degli USA John Kerry [27], rivelava quanto il suo regime rispettasse il popolo della Siria. E’ vero che il voto non poteva esserci nelle zone occupate dall’opposizione, ma la partecipazione complessiva fu così grande che anche supponendo che l’intera popolazione in quelle aree gli votasse contro, avrebbero comunque dovuto accettare Assad vincitore legittimo, come in Scozia che accetta Theresa May prima ministra inglese. Infatti, la recente liberazione di Aleppo est ha rivelato che il governo di Assad in realtà vi ha sostegno. Non possiamo sapere se Assad sarebbe stato scelto da così tante persone in altre circostanze, ma possiamo ragionevolmente dedurre che il popolo della Siria ha visto nella sua leadership la migliore speranza per unificare il Paese sull’obiettivo di por fine allo spargimento di sangue. Per quanto si avesse idealmente cercato, anche con le proteste autentiche del 2011, la volontà del popolo siriano chiaramente era, date le circostanze, con il governo nell’affrontare i problemi, piuttosto che farlo soppiantare da entità eterodirette. [28] (Sono tentato di pensare, da filosofo politico, che Jeremy Bowen della BBC avesse ragione a dire che l’elezione non fosse un normale ‘atto politico’: Bashar al-Assad è sempre stato chiaro nelle dichiarazioni e interviste sulla sua posizione indissolubilmente legata alla costituzione. Non ha deciso di rinunciare alla carriera di medico per diventare un dittatore, se ho capito bene,… anzi, la morte del fratello ne modificò i piani. Dato che i fatti non suggeriscono il contrario, sono personalmente disposto a credere che la fermezza altrimenti incomprensibile di Assad in effetti derivi dall’impegno a difendere la costituzione del suo Paese. Se o meno il popolo lo volesse veramente presidente è secondario rispetto alla domanda se fosse disposto a rinunciare alla costituzione nazionale su dettame di qualche ente diverso dal popolo siriano. La risposta a ciò ha senso, come Bowen nota inavvertitamente al di là della semplice politica).
Dato che il popolo siriano aveva confutato la tesi che Amnesty ha promosso, seri interrogativi si pongono. Tra cui uno, che difenderebbe Amnesty e darebbe una qualche giustificazione indipendente da fonti diverse da quelle delle sue indagini, credendo sinceramente che le accuse al governo siriano fossero fondate. Tuttavia, dato che una risposta affermativa a questa domanda non smentirebbe ciò che ho cercato di chiarire, metto da parte il discorso per il prossimo passo di questa indagine. Il mio punto per ora è che Amnesty International stessa non ha corroborato indipendentemente la propria causa. È preoccupante per chi pensa che debba assumersi la piena responsabilità delle osservazioni che riferisce. Ulteriori discussioni affronterebbero anche preoccupazioni su quali cause dovrebbe rappresentare. [29]

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Note:
[1] Per informazioni sui caschi bianchi, una panoramica concisa appare nel video Caschi Bianchi: pronto soccorso o fiancheggiatori di al-Qaida? Per una discussione più approfondita, vedasi la sintesi accessibile e dai molti riferimenti di Jan Oberg. Sulla base delle informazioni ora ampiamente disponibili, e data la coerenza di numerose testimonianze critiche, in contrasto all’incoerenza della narrazione ufficiale spacciata da Netflix, diffido delle testimonianze dei caschi bianchi quando confliggono con le testimonianze dei giornalisti indipendenti sul terreno, soprattutto perché i rapporti di questi ultimi sono coerenti con quelli della popolazione di Aleppo est che ha condiviso la verità sulla propria esperienza dopo la liberazione (per le numerose interviste con gli aleppini si veda il canale Youtube di Vanessa Beeley, e anche si consultino le raccolte fotografiche di Jan Oberg). Vi sono stati certamente sforzi per sfatare le varie denunce dei caschi bianchi, e l’ultimo che conosco (al momento della stesura) riguarda la confessione nel video (linkato sopra) di Abdulhadi Qamal. Secondo Middle East Eye, i suoi colleghi caschi bianchi ritengono che la confessione gli sia stata imposta (segnalazione al 15 gennaio 2017) in un centro di detenzione governativo; secondo Amnesty International, che non menziona tale relazione nel suo appello del 20 gennaio 2017, non vi è alcuna prova che fosse un casco bianco e non si sa cosa gli sia successo. Quello che comprendo da ciò è che alcuni vogliono difendere i caschi bianchi, ma che non sono nemmeno d’accordo su una storia coerente su cui basarsi, data la pressione di eventi imprevisti ad Aleppo che mostrano il dietro le quinte, letteralmente, della storia di Netflix. E’ anche poco rassicurante sulla qualità delle indagini di AI in Siria.
[2] La mia indagine critica su Medici Senza Frontiere (MSF) fu innescata apprendendo che la loro testimonianza fu usata per criticare le affermazioni sulla Siria da parte della giornalista indipendente Eva Bartlett. Avendo trovato le sue notizie credibili, mi sono sentito costretto a scoprire quale resoconto credere. Ho scoperto che MSF ingannava su ciò che affermava di sapere della Siria. In risposta all’articolo, diverse persone hanno indicato preoccupazioni su Amnesty International. Così ho avuto il coraggio d’iniziare a mettere in discussione Amnesty International sulla base di indicazioni e suggerimenti forniti da alcuni miei nuovi amici, e vorrei ringraziare particolarmente Eva Bartlett, Vanessa Beeley, Patrick J.Boyle, Adrian D. e Rick Sterling per i suggerimenti. Ho anche tratto beneficio dal lavoro di Tim Anderson, Jean Bricmont, Tony Cartalucci, Stephen Gowans, Daniel Kovalic, Barbara McKenzie e Coleen Rowley. Vorrei ringraziare Gunnar Øyro, per la produzione di una rapida traduzione in norvegese dell’articolo di MSF che ha contribuito a raggiungere altre persone. In realtà ve ne sono tanti altri da cui ho imparato così tanto in queste poche settimane, tra i quali scopro un movimento in rapida espansione di investigatori e giornalisti-cittadini nel mondo. E’ una buona cosa che accada in questi tempi terribili. Grazie a tutti voi!
[3] Per esempio, Tim Anderson sostiene, in La guerra sporca alla Siria (2016), che Amnesty è stata ‘integrata’ insieme ai media occidentali, ed ha seguito fermamente la linea di Washington, piuttosto che fornire prove ed analisi indipendenti.
[4] Il rapporto Deadly Reprisals concludeva che ‘le forze governative e le milizie siriane sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale, pari a crimini contro l’umanità e crimini di guerra’.
[5] UN
[6] ‘Nelle aree dei governatorati di Idlib e Aleppo, dove Amnesty International ha svolto la sua ricerca sul campo per questo rapporto, i combattimenti ebbero l’intensità del conflitto armato non internazionale. Ciò significa che le leggi di guerra (diritto internazionale umanitario) si applicano, oltre che sui diritti umani, e che molti degli abusi documentati qui costituirebbero crimini di guerra‘. Deadly Reprisals, p.10.
[7] Il racconto di Rovera è stato contraddetto da altre testimonianze come riportato, ad esempio, sul Badische Zeitung, secondo cui la responsabilità delle morti fu attribuita alla parte sbagliata. L’unilateralità nel resoconto fu fortemente criticata da Louis Denghien. Più rivelatore, tuttavia, è l’articolo di cui parlo nel testo, in cui Rovera due anni dopo si smentiva (“Controllo, relazione e accertamento dei fatti durante e dopo i conflitti armati“). Questo articolo non è stato pubblicato sul sito di Amnesty, che non lo menziona neanche sui rapporti, per quanto ne so. Lo raccomando a tutti coloro che pensano che la mia conclusione su Deadly Reprisals sia affrettata. Penso che sia una lettura salutare per alcuni dei colleghi, come quello che pubblicò una smentita straordinariamente difensiva alla domande critiche sul rapporto, nel blog di Amnesty il 15 giugno 2012, dove mi sembra risponda in modo provocatorio a tutte le domande. (L’autore continua sminuendo i critici di non essere stati così critici sulle rivendicazioni opposte. Non lo so, né m’importa se lo erano. Volevo solo sapere se avesse qualcosa di serio da dire in risposta alle critiche). Pur apprezzando chi lavora per Amnesty con passione, per la causa dei più deboli, non vorrei il contrario, sostenendo che la disciplina professionale sia appropriata nelle discussioni relative alle prove.
[8] “A più di un anno dai disordini nel 2011, Amnesty International, come altre organizzazioni internazionali per i diritti umani, non poté svolgere una ricerca sul campo in Siria essendo effettivamente impedito l’accesso al Paese dal governo”. (Deadly Reprisals, p.13)
[9] Donatella Rovera, (“Controllo, relazione e accertamento dei fatti durante e dopo i conflitti armati“) 2014.
[10] Articolo che vale la pena di leggere per intero riflette varie difficoltà ed ostacoli per avere dati affidabili sul campo, ma qui vi è un estratto particolarmente rilevante sul caso della Siria: “L’accesso alle aree interessate durante le ostilità può essere limitata o addirittura impossibile, e quando possibile, spesso estremamente pericolosa. La prova può essere rapidamente rimossa, distrutta o contaminata, intenzionalmente o meno. Le prove “pessime” sono peggio di alcuna prova, in quanto possono portare a ipotesi o conclusioni sbagliate. In Siria ho trovato sub-munizioni inesplose in luoghi non noti per bombardamenti con bombe a grappolo. Anche se spostare sub-munizioni a grappolo inesplose è molto pericoloso, dato che anche un tocco leggero può causarne l’esplosione, i combattenti siriani spesso li raccolgono dai siti degli attacchi governativi e li trasportano in altri luoghi, a volte a distanze considerevoli, al fine di riutilizzarne l’esplosivo. La pratica è ampiamente nota, ma al tempo dei primi attacchi, due anni fa, portò all’ipotesi errata sulla posizione di tali attacchi… Soprattutto nelle fasi iniziali dei conflitti armati, i civili affrontano realtà del tutto sconosciute, scontri armati, colpi di artiglieria, bombardamenti aerei e altre attività militari e situazioni che non hanno mai sperimentato prima, rendendogli molto difficile descrivere con precisione incidenti specifici” (“Controllo, relazione e accertamento dei fatti durante e dopo i conflitti armati“). Alla luce del candore di Rovera, si nota il contrasto inevitabile con la posizione di Amnesty International che non solo approvava il rapporto acriticamente, in primo luogo, ma continuava ad emettere segnalazioni analoghe, invocando azioni sulla base di essi.
[11] “Queste preoccupanti nuove prove dell’organizzazione di gravi abusi evidenzia la pressante necessità di un’azione internazionale decisiva… Per più di un anno, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha differito, mentre una crisi dei diritti umani si aveva in Siria. Si deve ora superare l’impasse e agire concretamente per porre fine a queste violazioni e farne tenere conto ai responsabili”. Deadly Reprisals comunicato stampa. Il direttore esecutivo di Amnesty International degli USA in quel momento favoriva la risposta libica al ‘problema’ della Siria. Parlando poco dopo la nomina, espresse frustrazione sull’approccio libico che non era già stato adottato per la Siria: “La scorsa primavera il Consiglio di sicurezza creò una maggioranza per un’azione di forza in Libia e fu inizialmente molto controverso, causando molti dubbi tra i principali membri del Consiglio di Sicurezza. Ma Gheddafi è caduto, c’è stato un passaggio e credo che si sarebbe pensato che quei timori sarebbero spariti. Eppure abbiamo visto continuare l’impasse sulla Siria….” citato da Coleen Rowley, “Spacciare la guerra come ‘Smart Power’” (28 agosto 2012).
[12] La questione se Amnesty International come organizzazione possa avere una ‘volontà’ è complessa. Uno dei motivi è che si tratta dell’associazione di tante persone e non c’è un semplice ‘si’. Un altro è che le dichiarazioni pubbliche sono spesso espresse in un linguaggio che può trasmettere un messaggio, ma scegliendo parole che permettano di negare qualsiasi particolare intento che verrebbe criticato o censurato. Tale pratica di per sé la trovo malsana, personalmente, e penso che sia inutile per un’organizzazione dalla missione morale come Amnesty. Per una discussione critica sull”interventismo’ di Amnesty International in Libia si veda ad esempio Daniel Kovalik “Amnesty International e l’industria dei diritti umani” (2012). Coleen Rowley ha ricevuto da Amnesty International, in risposta alle critiche, l’espressione “non prendiamo posizioni su un intervento armato”. (Il problema dei diritti umani/Il diritto umanitario ha la precedenza sul principio di Norimberga: la tortura è sbagliata, ma lo è anche il crimine di guerra supremo, 2013). Rowley mostra come questa risposta, a differenza di una chiara presa di posizione contro l’intervento, dimostri una certa creatività. Noto anche di passaggio che nella stessa risposta, Amnesty assicura che “le richieste di AI si basano sulla nostra ricerca indipendente sulle violazioni dei diritti umani in un determinato Paese”. Questo, accanto ad AI che cita rapporti di altre organizzazioni, lo considero economizzare la verità. Nel mio prossimo post su Amnesty International, sarà discusso il ruolo di Suzanne Nossel, già direttrice esecutiva di Ammesty International degli USA, e in quel contesto altre informazioni si avranno sugli scopi delle testimonianze di Amnesty, quando vi operava nel 2011-12.
[13] Presentazione dell’UN Universal Periodic Review, ottobre 2011,Fine delle violazioni dei diritti umani in Siria‘. Senza voler sminuire il significato di ogni singola violazione dei diritti umani, vorrei richiamare l’attenzione qui sulla portata del problema che si registrò prima al 2011 confrontandolo con i rapporti successivi. Così faccio notare che il dipartimento di Stato degli Stati Uniti non dettagliava carenze eclatanti: “C’è stato almeno un caso nell’anno in cui le autorità non protessero chi custodivano…. Ci sono rapporti negli anni precedenti di prigionieri picchiati da altri prigionieri mentre le guardie facevano finta di niente”. Nel 2010 (28 maggio) Amnesty riferì di “diverse morti sospette in custodia”. Il suo briefing alla commissione per la tortura parla di decine di casi nel 2004-2010. Per avere un riferimento in più, questi rapporti indicano anche che il trattamento più brutale tendeva ad essere riservato agli islamisti e in particolare ai Fratelli musulmani. Ci sono anche lamentele dai curdi. Un piccolo numero di avvocati e giornalisti fu anche menzionato.
[14] Human Rights Watch (2010), ‘Un decennio perduto: diritti umani nella Siria dei primi dieci anni di potere di Bashar al-Assad’ .
[15] Secondo un resoconto: “In conseguenza a quattro anni di grave siccità, agricoltori e allevatori videro i loro mezzi di sussistenza distrutti e il proprio stile di vita trasformato, disilludendosi verso la promessa del governo di piena attenzione alle zone rurali. Slegando promesse paternalistiche di redistribuzione delle risorse a favore dei contadini e patti corporativi d’interesse del regime vincolati al comportamento di privati corrotti, si poté cominciare a rilevare i semi dell’agitazione politica siriana… Il fallimento del regime nell’attuare misure economiche per alleviare gli effetti della siccità fu fondamentale nel spingere tali mobilitazioni del dissenso. In questi ultimi mesi, le città siriane congiungono sofferenza dei migranti rurali sfollati e dei residenti urbani insoddisfatti, che s’incontrano e mettono in discussione natura e distribuzione del potere… Direi che un impulso cruciale al dissenso siriano oggi è stato il ruolo del governo nel marginalizzare ulteriormente la cruciale popolazione rurale di fronte alla recente siccità. Numerose organizzazioni internazionali hanno riconosciuto la misura in cui la siccità ha paralizzato l’economia siriana e trasformato la vita di miriadi di famiglie siriane in modo irreversibile”. Suzanne Saleeby (2012) “Piantare i semi del dissenso: rimostranze economiche e violazione del Contratto Sociale siriano”.
[16] Nomi, date e relazioni pertinenti qui sono facilmente confusi, ecco ulteriori dettagli. Il rapporto di Amnesty International 2011: lo stato dei diritti umani nel mondo menzionato nel testo qui, riporta solo l’anno solare 2010, e fu pubblicato il 13 maggio 2011. La relazione pubblicata nell’agosto 2011su Deadly Detention, decessi in custodia per le proteste popolari in Siria, copre gli eventi fino al 15 agosto 2011.
[17] I crimini contro l’umanità sono una categoria speciale e egregia di illecito: coinvolgono atti che vengono deliberatamente commessi nell’ambito di un esteso o sistematico attacco alla popolazione civile. Mentre crimini ordinari sono una questione che riguarda uno Stato che affronta all’interno, i crimini contro l’umanità, soprattutto se commessi dallo Stato, possono essere oggetto di una reprimenda dalla comunità internazionale.
[18] Salil Shetty intervistato nel 2014
[19] L’indagine è stata sistematica? L’organizzazione della raccolta dei dati richiede tempo, coinvolge procedure per pianificare, preparare, eseguire e consegnare l’analisi sistematica e l’interpretazione dei dati, comportando una buona dose di lavoro; la stesura va adeguatamente controllata. Inoltre, per relazionare in modo affidabile si ricorre a varie indagini di controllo per stabilire contesto e rilevanti fattori variabili che potrebbero influenzare senso e significato dei dati. Anche allora, una volta che un progetto di relazione è scritto, va controllato da alcuni esperti per eventuali errori od omissioni inosservate. Ogni presentazione di prove che evita quei passaggi non può, a mio giudizio, essere considerato sistematico. Non riesco a immaginare come tali processi possano essere completati in breve tempo, per non parlare ‘in tempo reale’, e quindi posso solo lasciare ai lettori decidere quanto sistematica sia stata la ricerca. Le prove furono raccolte da fonti dirette? “Ricercatori internazionali hanno intervistato testimoni e altri fuggiti dalla Siria nelle ultime visite in Libano e Turchia, o comunicato per telefono ed e-mail con persone rimaste in Siria… inclusi parenti delle vittime, difensori dei diritti umani, medici e detenuti appena rilasciati. Amnesty International ha anche ricevuto informazioni da attivisti siriani e altri che vivono fuori dalla Siria”. Di tutte queste fonti, si potrebbe considerare la testimonianza dei detenuti appena rilasciati come fonte diretta sulle condizioni di detenzione. Tuttavia, siamo alla ricerca di riscontri a sostegno dell’accusa di crimini contro l’umanità attraverso “una diffusa, sistematica aggressione alla popolazione civile, condotta in modo organizzato e in virtù di una politica statale volta a commettere tale aggressione”. Su quali basi Amnesty può pretendere di sapere con precisione la portata di qualsiasi attacco e di quando ed esattamente chi lo perpetrata, o di come il governo organizza l’attuazione della politica statale, non viene spiegato nella relazione. Le prove furono raccolte dal personale di Amnesty sul terreno? A questa domanda risponde il rapporto: “Amnesty International non è stata in grado di condurre una ricerca di prima mano sul terreno in Siria nel 2011” (p. 5). Ogni aspetto della raccolta dei dati è stato verificato da riscontri? Il fatto che numerose persone identificate siano morte in circostanze violente è confermata, ma la relazione osserva che “in pochissimi casi Amnesty International ha avuto informazioni che indicano dove una persona sia stata detenuta al momento della morte. Di conseguenza, questo rapporto utilizza termini qualificati quali “presunti arresti” e “presunti decessi in custodia”, se nel caso, riflettendo tale mancanza di chiarezza su alcuni dettagli dei casi segnalati”. Ciò corrobora la descrizioni della situazione pre-2011 su brutalità della polizia e decessi in custodia. Questi sono inaccettabili in Siria come dovrebbe essere in tutti gli altri Paesi, ma parlare di ‘crimini contro l’umanità’ implica una politica sistematica. Non trovo nulla nella relazione che porti prove a conferma contro lo Stato: “Nonostante questi limiti, Amnesty International ritiene che i crimini dietro l’alto numero di decessi in custodia segnalati di sospetti oppositori del regime, identificati in questa relazione, nel contesto di altri crimini e violazioni dei diritti umani contro i civili altrove in Siria, siano pari a crimini contro l’umanità. Essi sembrano parte di una diffusa, sistematica, aggressione alla popolazione civile, svolta in modo organizzato e in virtù di una politica statale volta ad aggressioni del genere”. Di conferme di abusi diffusi e pretese che il governo avesse una politica dedita ai crimini contro l’umanità, non ne ho trovate. La prova invocata ha subito un controllo incrociato con tutte le parti interessate? Dato che il governo è accusato, sarebbe la parte più interessata, e la relazione chiarisce che il governo non era preparato a trattare con Amnesty International. La mancata collaborazione del governo con Amnesty, quali che siano le sue ragioni, non può essere offerta come prova della sua innocenza. (Quella stessa frase può addebitarsi ai tradizionali sostenitori di Amnesty International, dato che un principio fondante del giusto processo è presumere l’innocenza fino a prova contraria). Ma permetto che alcuni possano considerare i governi diversi dalle persone fisiche. Ma dato che il governo non era obbligato ad avere rapporti con Amnesty, e potrebbe avere avuto altri motivi per non farlo, dobbiamo semplicemente notare che questo aspetto del protocollo sui metodi d’indagine non fu soddisfatto.
[20] Vorrei sottolineare che varie persone hanno contestato l’assenza di prove credibili, tra cui l’ex-agente della CIA Philip Giraldi, che ha anche affermato che il piano degli USA per destabilizzare la Siria e perseguire un cambio di regime, covava da anni. A differenza delle accuse contro Assad, ciò fu confermato da varie fonti, tra cui l’ex-ministro degli Esteri francese e il generale Wesley Clark .
[21] Anche se le virgolette e la parola presunto sono sempre assenti nei riferimenti alle accuse ad Assad, sui media, li mantengo per principio dato che il semplice fatto di ripetere l’accusa non basta a modificarne lo status epistemico. Per accreditare la verità di una dichiarazione si ha bisogno di prove. Affinché si possa parlare di molte prove, vorrei suggerire brevemente cosa Amnesty International scrisse nel 2016, riferendosi alla ‘prova più evidente’. La prova in questione sono le cosiddette fotografie di Cesare che mostrano 11000 cadaveri che si presume torturati e giustiziati da personale di Assad. Una discussione completa su questa materia non si adatta a una nota come questa, ma vorrei solo sottolineare che questa prova era nota ad Amnesty e al mondo dal gennaio 2014 e fu discussa da Philip Luther di Amnesty al momento della pubblicazione. Riferendosi ad esse come ‘11000 motivi per un’azione reale in Siria’ , Luther ammise che la causa delle morti non fu verificata ma parlò suggerendo che la verifica fosse vicina alla conclusione scontata (si ricordi, a cinque mesi prima della vittoria elettorale di Assad, in modo che tale presunto sterminio colpisse l’opinione pubblica nel periodo elettorale). Questi ‘11000 motivi’ chiaramente pesarono presso Amnesty, anche se non poté verificarli. Finora, però, una prova credibile non è stata certificata, e io per primo non mi aspetto che ci siano. Alcuni motivi sono indicati da Rick Sterling nella critica, “Le frodi delle foto di Cesare che minano i negoziati siriani” Nel frattempo, se Amnesty International aveva pensato all’ipotesi per spiegare il motivo per cui gli elettori siriani sembrassero così indifferenti sul presunto stragista loro presidente, non le ha condivise.
[22] Anche se questa era una visione minoritaria sui media occidentali, non era del tutto assente. Il Los Angeles Times del 7 Marzo 2012 aveva un breve articolo intitolato ‘In Siria i cristiani temono per la vita se cadesse Assad’ che articolava le preoccupazioni per “la se sempre più cruenta rivolta di quasi un anno in Siria, che potrebbe frantumare la sicurezza fornita dal governo autocratico, ma laico, del Presidente Bashar Assad. Avvertimenti di un bagno di sangue se Assad lascia la carica risuonano presso i cristiani, che vedono i loro fratelli cacciati dalla violenza settaria col rovesciamento dei vecchi capi di Iraq ed Egitto, e prima ancora nella guerra civile di 15 anni nel vicino Libano”, rilevando “che la loro paura aiuta a spiegare il notevole sostegno al regime”. Questo fondato timore di qualcosa di peggio probabilmente andava considerato pensando alle proporzione di una qualsiasi escalation militare. L’articolo di LA Times recava un’intervista: “Naturalmente la ‘primavera araba’ è un movimento islamista“, ha detto George con rabbia. “E’ piena di estremisti. Vogliono distruggere il nostro Paese e la chiamano ‘rivoluzione’… I dirigenti della Chiesa sono in gran parte allineati al governo, sollecitando i loro seguaci a dare ad Assad la possibilità di mettere in atto le riforme politiche a lungo promesse, mentre chiedono la fine delle violenze, che hanno ucciso più di 7500 persone su entrambi i lati, secondo le Nazioni Unite”. Il Los Angeles Times recava diversi articoli simili, tra cui: LAT e USA Today 30.
Troviamo anche che il supporto alla presidenza Assad ha retto per tutto il periodo dopo le proteste iniziali: da allora, il supporto ad Assad permane. Le analisi del 2013 di ORB Poll.
[23] Non ne viene fatta menzione sulle pagine web di Amnesty, e la relazione annuale del 2014/15 reca una menzione superficiale sminuendo l’elezione a priva di significato: “A giugno, il Presidente al-Assad ha vinto le elezioni presidenziali tenute solo nelle aree governative, ottenendo un terzo mandato di sette anni. La settimana successiva, annunciava un’amnistia che ha portato a pochi rilasci di prigionieri; la stragrande maggioranza dei prigionieri di coscienza e altri prigionieri politici continua ad essere detenuta dal governo”. (p.355)
[24] Segnalato sul Guardian del 4 giugno 2014. La popolazione totale della Siria, compresi i bambini, era di 17951639 nel 2014. Anche se la maggior parte della stampa occidentale ha ignorato o sottovalutato i risultati, ci sono state alcune eccezioni. Il Los Angeles Times osservava che “i sostenitori regionali e internazionali di Assad ne salutano la vittoria come soluzione politica alla crisi e chiara indicazione della ‘volontà’ dei siriani”. In un articolo su Fox News via Associated Press, vi era una chiara descrizione della profondità del sostegno: “L’elezione siriana mostra la profondità del sostegno popolare ad Assad, anche tra la maggioranza sunnita”. L’articolo spiegava le numerose ragioni del sostegno, smentendo la solita narrativa tradizionale in occidente. Il Guardian riportava: “Garantirsi un terzo mandato presidenziale è la risposta di Assad alla rivolta, che ha avuto inizio nel marzo 2011 con manifestanti pacifici che chiedevano riforme, ma da allora è divenuta una guerra che ha scosso il Medio Oriente e il mondo. E ora, con una stima di 160000 morti, milioni di sfollati in patria e all’estero, potenze estere che sostengono entrambi i lati, e gruppi jihadisti legati ad al-Qaida che ottengono maggiore controllo nel nord e ad est, molti siriani ritengono che Assad solo possa porre fine al conflitto”. Steven MacMillan da un resoconto pro-Assad delle elezioni su New Eastern Outlook.
[25] Nonostante le affermazioni degli Stati impegnati nel ‘cambio di regime’, secondo cui il risultato delle elezioni va semplicemente ignorato, gli osservatori internazionali non trovarono alcun difetto da segnalare.
[26] Lo si ritiene di così poca importanza da parte del British Foreign and Commonwealth Office, che la sua pagina web sulla Siria, aggiornata al 21 gennaio 2015, aveva ancora questo paragrafo sulla possibile futura elezione in Siria, e con un certo scetticismo: “non vi è alcuna prospettiva di elezioni libere ed eque nel 2014, mentre Assad rimane al potere”.
[27] BBC
[28] Un sondaggio nel 2015 della ORB International, società specializzata nella ricerca sull’opinione pubblica in ambienti fragili e conflittuali, mostrava ancora Assad avere maggiore supporto popolare che non l’opposizione. Il rapporto fu analizzato da Stephen Gowans.
[29] Per i pensieri precedenti e in via preliminare alla questione generale, vedasi il mio pezzo “Amnesty International è fedele alla sua missione?” (12 Gennaio 2017)182420Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora