L’Arabia Saudita riunisce i sunniti contro il terrorismo

MK Bhadrakumar, Indian Punchline 16 dicembre 2015

566f685885627L’annuncio dell’Arabia Saudita sulla formazione di un’alleanza militare per combattere il terrorismo islamico ha colto tutti di sorpresa. L’annuncio è arrivato come ‘dichiarazione congiunta’ presumibilmente di 34 Stati islamici (qui e qui). Il viceprincipe ereditario saudita Muhamad bin Salman si è personalmente identificato con l’iniziativa e ha tenuto una conferenza stampa sostenendo che Riyadh in Iraq, Siria, Libia, Egitto e Afghanistan “coordina la lotta al terrorismo”, annunciando che l’alleanza avrà sede a Riyadh. Ha detto: “Ci sarà un coordinamento internazionale con le maggiori potenze e le organizzazioni internazionali… nelle operazioni in Siria e Iraq. Non possiamo intraprendere queste operazioni senza coordinarci legittimamente in quei luoghi e la comunità internazionale”, spiegando che la nuova alleanza militare islamica intende lottare non solo contro lo Stato islamico, ma “qualsiasi organizzazione terroristica che affronteremo“. I 34 Paesi che partecipano all’alleanza con l’Arabia Saudita sono: Giordania, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Bahrain, Bangladesh, Benin, Turchia, Ciad, Togo, Tunisia, Gibuti, Senegal, Sudan, Sierra Leone, Somalia, Gabon, Guinea, Palestina, Comore, Qatar, Costa d’Avorio, Kuwait, Libano, Libia, Maldive, Mali, Malaysia, Egitto, Marocco, Mauritania, Niger, Nigeria, Yemen. Ma sembra che molti fra gli Stati costituenti l’abbiano saputo dalla stampa. Una delle più importanti potenze militari del mondo islamico presente nell’alleanza, il Pakistan, spera di saperne di più dai sauditi e s’è riservata di commentare. La Malesia ha chiaramente detto che non ha intenzione di aderire a qualsiasi alleanza militare islamica. Il Pakistan ha del tutto preso le distanze dalla mossa saudita. Chiaramente è una decisione prudente, perché uno degli obiettivi sauditi è riunire i Paesi sunniti in un alleanza da cui l’Iran è stato escluso. Il Pakistan, d’altra parte, ha ampiamente evitato la rivalità saudita-iraniana e inoltre ha dedicato molta attenzione ultimamente al rafforzamento delle relazioni con l’Iran ed entrambi i Paesi desiderano una più stretta cooperazione partecipando ai progetti della Via della Seta della Cina. Allo stesso modo, il Pakistan non gradisce l’idea di un’alleanza militare islamica che s’immischia in Afghanistan. Quindi, qual è il gioco saudita nel formare l’alleanza militare islamica? Ci potrebbero essere molteplici considerazioni (diverse dalla rivalità con l’Iran). Per prima cosa, i sauditi devono far buon viso a cattivo gioco nella sconfitta politico-militare subita nello Yemen. Ed è anche il caso dell’ordine del giorno del ‘cambio di regime’ in Siria che si disfa. L’annuncio saudita giunge alla vigilia dei colloqui del segretario di Stato John Kerry a Mosca. Le notizie da Mosca suggeriscono che gli Stati Uniti hanno accettato la posizione russa sul futuro di Assad quale questione che riguarda il popolo siriano. Forse, l’osservazione sardonica del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov secondo cui tutte le religioni del mondo devono mobilitarsi nella lotta al terrorismo sotto l’egida delle Nazioni Unite, mette probabilmente l’iniziativa saudita nella dovuta prospettiva.
Tutto sommato, quindi, tale sviluppo potrebbe essere visto come ‘reazione difensiva’ dei sauditi verso le proprie insicurezze. I sauditi hanno svolto un ruolo centrale nelle strategie regionali degli Stati Uniti, ma non godono più di tale status; al contrario, gli attori internazionali attivano la dinamica del potere nella regione e i sauditi dovrebbero quindi apportare modifiche nella loro politica. La leadership di un’alleanza militare che riunisce i Paesi musulmani darebbe ai sauditi un senso di grandezza. Naturalmente, non c’è nulla di simile se i sauditi hanno avuto un vero e proprio ripensamento e deciso di combattere i gruppi estremisti. Ma la cosa più logica sarebbe stata unirsi all’Iran, la parte più interessata nella guerra allo Stato islamico. Ciò che porta a speculare, infine, è se tutto questo non sia in sostanza un oscuro gioco di ombre che rientra nella lotta di potere nella famiglia reale saudita. È interessante notare che l’annuncio saudita sull’alleanza militare coincide con la riapertura dell’ambasciata saudita a Baghdad dopo un quarto di secolo. I sauditi intendono anche aprire a breve un consolato a Irbil, capitale del Kurdistan iracheno. Ciò accade sullo sfondo delle mosse della Turchia per ricreare il famoso “surge” dei sunniti in Iraq (durante l’occupazione statunitense). La Turchia arma e aiuta una milizia sunnita guidata dal controverso politico iracheno Athil al-Nujaifi. La costituzione della base militare turca a Mosul sottolinea la strategia di Ankara per armare direttamente i capi sunniti in Iraq per rafforzare i sunniti e infine ritagliarsi un’entità politica dall’Iraq simile a ciò che i curdi del nord dell’Iraq hanno fatto. (Jerusalem Post). Arabia Saudita e Turchia avranno un congruo interesse a sfidare la dominante presenza iraniana in Iraq. Significativamente, la Turchia ha accolto con favore l’annuncio saudita sulla creazione dell’alleanza militare islamica.image_49006229Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Stato islamico o colonia wahhabita?

Tony Cartalucci NEO 16/12/2015Saudi-Arabia-and-US-flagsLa radice ideologica dello SIIL è tra gli alleati degli USA a Riyadh. Una recente conferenza dei cosiddetti “ribelli siriani” ha avuto luogo in Arabia Saudita. I partecipanti comprendevano una banda di disomogenei capi “dell’opposizione” e di vari gruppi armati che operano in Siria, tra cui Ahrar al-Sham, Jaysh al-Islam e l’affiliata ad al-Qaida Jabhat al-Nusra, designata organizzazione terroristica dal dipartimento di Stato nel 2012. La BBC nell’articolo, “Il conflitto in Siria: l’opposizione divisa inizia i colloqui per l’unità a Riyadh” riferiva: “Più di 100 capi ribelli e politici dell’opposizione siriani si ritrovano a Riyadh, nel tentativo di creare un fronte nei possibili colloqui di pace. All’inizio della conferenza nella capitale saudita, uno dei più potenti gruppi ribelli aveva un tono senza compromessi. Ahrar al-Sham insisteva che il Presidente Bashar al-Assad avrebbe dovuto esser processato, criticando anche la presenza di esponenti dell’opposizione in Siria tollerati da Assad e l’assenza di affiliati di al-Qaida nel Paese”. In altre parole, Ahrar al-Sham voleva apertamente al-Nusra a Riyadh, e insieme al Jaysh al-Islam, l’unico altro gruppo terroristico menzionato dalla BBC presente alla conferenza, rivela che la cosiddetta “opposizione” è completamente affiliata ad al-Qaida, combattendo al suo fianco sul campo e sostenendola politicamente. Ahrar al-Sham e Jaysh al-Islam fanno parte del grande gioco delle tre carte di Stati Uniti e Arabia Saudita, in cui addestrano, finanziano, armano e sostengono i terroristi di al-Qaida in una miriade di variabili in costante mutamento di alias e gruppi di facciata. Il risultato è l’avanzata di al-Qaida e SIIL altrimenti inspiegabile sul campo di battaglia, per non parlare del grande e costante flusso di armi e veicoli degli USA “caduti nelle” mani di al-Qaida.

L’avanzata di al-Qaida in Siria è solo un vecchio piano
All’origine al-Qaida era un prodotto congiunto delle ambizioni geopolitiche di USA e Arabia Saudita. I Fratelli musulmani, distrutti e dispersi in Siria dal padre del presidente siriano Bashar al- Assad, il Presidente Hafiz al-Assad, furono riorganizzati e inviati in Afghanistan da Stati Uniti e Arabia Saudita per combattere una guerra per procura contro l’Unione Sovietica negli anni ’80. Da allora, il gruppo si è sempre ritrovato in ogni campo di battaglia e in ogni regione che gli Stati Uniti cercavano d’influenzare, nei Balcani e Cecenia, in Medio Oriente e Nord Africa (MENA) e anche nel lontano Sud-Est asiatico. Durante l’occupazione statunitense dell’Iraq, al-Qaida si trovò a giocare un ruolo fondamentale dividendo gli iracheni e confondendoli ciò che fu in un primo momento il fronte unito sciita-sunnita contro l’occupazione. I terroristi furono finanziati dall’Arabia Saudita e diffusi nel MENA, anche dall’ormai famigerata capitale del terrore Bengasi in Libia, attraverso il membro della NATO Turchia, e con l’aiuto della successiva opposizione siriana, sul territorio della Siria e infine in Iraq. Nel 2007 fu rivelato che Stati Uniti ed Arabia Saudita cospirarono apertamente per usare di nuovo tali terroristi per rovesciare i governi di Siria e Iran. Il vincitore del premio Pulitzer, il giornalista Seymour Hersh, nel suo saggio del 2007 “The Redirection“, precisava con dovizia di particolari non solo come ciò fosse in fase di progettazione, ma il bagno di sangue confessionale che avrebbe quasi certamente precipitato. Nel 2011, quando i primi colpi del conflitto siriano furono sparati, chi seguiva con grande attenzione al-Qaida capì dall’inizio, il rapporto profetico di Hersh finalmente si avverava. Il bagno di sangue confessionale previsto nel 2007 divenne una realtà orribile dal 2011 in poi, e non vi era alcun dubbio che l’occidente volutamente ingannasse sull’opposizione evanescente, da cui si comprese che si trattava solo di al-Qaida. In realtà, proprio la dichiarazione del dipartimento di Stato degli USA che designava al-Nusra organizzazione terroristica, ammetteva dall’inizio che guidava le operazioni a livello nazionale. La dichiarazione affermava: “Dal novembre 2011, Jabhat al-Nusrah ha rivendicato quasi 600 attentati, dai più di 40 attentati suicidi alle operazioni con armi di piccolo calibro ed ordigni esplosivi improvvisati nei principali centri urbani, tra cui Damasco, Aleppo, Hamah, Dara, Homs, Idlib e Dayr al-Zur. Durante questi attentati numerosi civili siriani furono uccisi. Attraverso tali attacchi, al-Nusrah cercava di presentarsi parte dell’opposizione siriana legittima mentre, difatti, era un tentativo dell’AQI di dirottare le lotte del popolo siriano per i propri scopi malvagi”. L’ultimo punto è particolarmente interessante, dato che non solo il dipartimento di Stato degli USA indicava che al-Nusra cercava di presentarsi parte dell’opposizione legittima siriana, ma anche che le affermazioni degli Stati Uniti sull’opposizione legittima cercavano di ritrarre al-Nusra come tale. L’ascesa di al-Nusra e SIIL non fu il risultato non voluto della politica estera degli USA in Siria, ma fu il risultato esattamente previsto. L’articolo di Hersh affermava che gli sforzi di Stati Uniti e Arabia Saudita per creare un’opposizione armata con cui rovesciare il governo siriano avrebbe avuto la prevedibile conseguenza di “rafforzare i gruppi estremisti sunniti che sposano la visione militante dell’Islam e sono ostili agli USA e comprensivi verso al-Qaida“. E questo è esattamente ciò che è successo.

Lo SIIL è una colonia wahhabita
20110531_SaudiArabiaMapNon essendo riuscito a sopraffare la Siria nelle prime fasi della guerra per procura nel 2011, “decostruire la Siria” divenne l’obiettivo successivo. Ritagliando una regione influenzata dal principato dell’agente curdo di Washington, Masud Barzani, e la sfera d’influenza saudita-qatariota-turca dominata da al-Qaida apparivano interessati dalle ambizioni occidentali sulla regione. Una Siria divisa ed indebolita serve ad isolare e indebolire ulteriormente l’Iran nella regione. L’Arabia Saudita ha dimostrato per decenni di essere uno Stato-cliente estremamente flessibile. I tentativi di replicarlo, su scala più ridotta in Siria e Iraq, sarebbero l’ideale. Avere un arco d’influenza saudita-qatariota-turco dal Mar Nero al Golfo Persico sarebbe ideale per Washington, mentre l’arco d’influenza sciita sarebbe quello tra Siria, Hezbollah in Libano, Iran e Russia. Lo SIIL quindi è un mezzo per “colonizzare” regioni di Iraq e Siria con la stessa ideologia tossica che prevale da così tanto tempo a Riyadh, il wahhabismo, perversione estrema dell’islam, creata per servire gli interessi dei Saud fin dal 1700. Il wahhabismo era un mezzo per indottrinare e distinguersi dai seguaci dell’Islam tradizionale. Fu necessario perché i suoi sponsor principali, i Saud, cercarono di usarlo per raggiungere conquiste e dominio regionali a lungo termine con forme di barbarie, violenza, guerra e rigorismo islamico colorati di verde, relativamente assenti tra i vicini dei sauditi. Fu usato da allora per reclutare estremisti obbedienti ai Saud e desiderosi di combattere per gli interessi egoistici sauditi, costituendo la pietra angolare su cui i sauditi e i loro sponsor di Wall Street e Washington mantengono il potere nei loro confini, e l’influenzano all’estero. Lo SIIL, quindi, è l’esportazione di tale ideologia tossica, non nella forma di gruppo terroristico ombra, ma come esercito in piena regola e “Stato”. Le somiglianze tra SIIL e Saud, anche superficialmente, sono difficili da ignorare. L’Arabia Saudita decapita delinquenti di ogni genere, lo SIIL decapita delinquenti di ogni genere. L’Arabia Saudita non tollera opposizioni di alcun tipo, lo SIIL non tollera opposizioni di alcun tipo. Donne, minoranze e nemici politici sono spogliati dei diritti umani in Arabia Saudita, lo stesso con lo SIIL. Infatti, oltre la posizione geografica, è difficile distinguerli, essendo inesorabilmente legati politicamente, finanziariamente, ideologicamente e strategicamente, rendendo tanto più convincente che il cosiddetto “Stato islamico” non sia niente più che una colonia wahhabita. Ciò che forse è inoppugnabile in questo esame superficiale, o perfino dalle deduzioni sulle evidenti linee logistiche tra SIIL e il membro della NATO Turchia e l’Arabia Saudita, è il fatto che i documenti ufficiali dell’US Department of Intelligence Agency (DIA), redatti nel 2012, ammettono letteralmente: “Se la situazione si dipana vi è la possibilità di stabilire un principato salafita dichiarato o meno nella parte orientale della Siria (Hasaqa e Dayr al-Zur), e questo è esattamente ciò che le potenze che sostengono l’opposizione vogliono per isolare il regime siriano, considerato profondità strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)”. Per chiarire chi siano tali “potenze che aiutano” a creare il “principato salafita”, il rapporto della DIA spiega: “Occidente, Paesi del Golfo e Turchia sostengono l’opposizione; mentre Russia, Cina e Iran sostengono il regime”. E’ chiaro che, proprio come previsto dal 2007 sulla nascita di al-Qaida in Siria, il sorgere di un “principato” (stato) “salafita” (islamico) fu pianificato e perseguito da Stati Uniti ed alleati, tra cui in particolare Turchia e Arabia Saudita, con la Turchia che forniva supporto logistico e l’Arabia Saudita l’ideologia. Coloro che si chiedono il motivo per cui gli Stati Uniti hanno speso più di un anno a bombardare la Siria presumibilmente per “combattere lo SIIL” senza aver ancora fatto alcun progresso, il fatto che gli Stati Uniti abbiano intenzionalmente creato l’organizzazione per sventrare la Siria e ritardato la liquidazione dell’esercito terrorista il più possibile, fornisce una spiegazione valida. A coloro che si chiedono perché la Russia e il regime di Ankara siano sull’orlo della guerra quando le linee di rifornimento dello SIIL al confine turco con la Siria sono minacciate, il fatto che la Turchia ha creato ed attuato misure straordinarie per proteggere tali linee, hanno anche loro una spiegazione valida. E coloro che si chiedono il motivo per cui l’Arabia Saudita invita i noti complici di al-Qaida nella sua capitale, Riyadh, per una conferenza sul futuro della Siria, è proprio perché l’Arabia Saudita ha giocato un ruolo di primo piano nella creazione di al-Qaida per influenzare il futuro della Siria, iniziando una cospirazione in cui è ancora molto chiaramente coinvolta, e di cui gli Stati Uniti non sembrano molto turbati.tom_2015-04-01-3328Tony Cartalucci, Bangkok-based ricercatore geopolitico e scrittore, in particolare per la rivista online “Nuovo Outlook orientale“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA bombardano le truppe che hanno scoperto la ratlines Stato islamico – USA

What Does It Mean 7 dicembre 2015

US-helecopterIl Ministero della Difesa (MoD) riporta che aerei militari degli Stati Uniti che operano nella zona di guerra del Levante hanno bombardato una caserma dell’Esercito arabo siriano (EAS) nella provincia di Dair al-Zur, in Siria, nel tentativo di uccidere gli Spetsnaz (forze speciali) russi che vi operano e che avevano scoperto una “ratline” segreta della Central Intelligence Agency (CIA) che collega lo Stato islamico attivo in questa zona a luoghi come Dover, Tennessee. Secondo il rapporto, 4 aerei da guerra statunitensi hanno lanciato 9 missili sulla caserma dell’EAS, uccidendo almeno tre persone e ferendone altre 13; cosa che il governo siriano ha definito “atto di aggressione” e su cui il Ministero degli Esteri siriano ha inviato una protesta ufficiale al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il bilancio delle vittime di questo deliberato atto di guerra del regime di Obama contro le forze militari siriane e della Federazione che combattono contro lo Stato islamico, secondo il rapporto, sarebbe stato significativamente più elevato se non fosse stato per l’allerta data dalle Forze Aerospaziali che monitorano lo spazio aereo di questa zona di guerra, al momento dell’attacco. Il motivo per cui il regime di Obama mirava a questi Spetsnaz, la relazione spiega, era la paura, dopo aver appreso che le forze della Federazione avevano scoperto un complotto mostruoso riguardante l’infiltrazione da parte della CIA dei capi dello Stato islamico dalla zona di guerra del Levante “a un centro segreto di addestramento” a Dover, Tennessee, denominato Islamville, a 51 chilometri dalla base dell’US Army di Fort Campbell, dove i terroristi vengono addestrati ad utilizzare i missili terra-aria spallegiabili, e dove il 2 dicembre, in un “incidente di addestramento” con questi terroristi, rimanevano uccisi il sottotenente Alex Caraballoleon e il sottotenente Kevin M. Weiss, quando il loro elicottero AH-64 Apache è stato “erroneamente” abbattuto.
9381093_GOltre al regime di Obama che mira direttamente agli Spetsnaz russi in Siria, la relazione rileva la sorprendente scoperta che tale base militare islamista segreta nel cuore degli USA non è l’unica attiva, in quanto ve ne sono documentate almeno altre 22 negli Stati Uniti. Peggio, la relazione avverte non solo che tali “note” basi d’addestramento militare islamiste negli USA minacciano quella nazione, ma anche oltre 2200 moschee, soprattutto se si considera che il catasto dimostra che oltre il 75 % di esse è di proprietà della “rete dei Fratelli musulmani“, essendo di proprietà della North American Islamic Trust (NAIT), la banca dei Fratelli Musulmani negli Stati Uniti e che, con una direttiva segreta della scorsa estate chiamata Direttiva-11 dello Studio presidenziale, il presidente Obama le appoggia pienamente. Con l’Arabia Saudita importante finanziatore della NAIT, il rapporto continua, gli islamisti sostenuti dal regime di Obama possono sviluppare una sofisticata rete di organizzazioni collegate negli USA. E non essendo la crisi globale sul terrorismo islamico abbastanza bizzarra, secondo il rapporto, viene riportato dalle forze della Federazione che gli Stati Uniti appoggiano i terroristi che combattono i terroristi sostenuti dai turchi nel nord della Siria, spingendo il portavoce MoD, Generale Igor Konashenkov, ad osservare che le azioni del regime di Obama gli ricordano il “teatro dell’assurdo“. Non solo nel “teatro dell’assurdo” Obama e alleati sprofondano il mondo, la relazione avverte grevemente, ma anche nella guerra totale, specialmente dopo che le forze filo-turche hanno sequestrato dei villaggi di confine in Siria e invaso l’Iraq con oltre 900 soldati e blindati, con la condanna della Lega Araba e, più inquietante, col vicepresidente dell’Iraq Maliqi che avverte che ciò potrebbe avviare la terza guerra mondiale. Con il Vicecancelliere tedesco Sigmar Gabriel che avvertiva l’Arabia Saudita che il suo sostegno al terrorismo islamico globale volge al termine (“Dobbiamo far capire ai sauditi che il tempo di far finta di niente è finito“), la relazione rileva cupa, il presidente Obama continua la mascherata per proteggere i sauditi e i loro seguaci dello Stato islamico. Il Presidente Putin, però, conclude il rapporto, a differenza del presidente Obama, non si piega a nessuno e conosce la vera minaccia globale da tali terroristi islamisti, e in risposta agli aerei da guerra statunitensi che tentavano di uccidere gli Spetsnaz russi in Siria ieri, ordinava al Ministero della Difesa di adempiere alla richiesta irachena d’intervento delle forze militari russe per espellere gli invasori turchi, e ordinava inoltre a più di 50 navi da guerra della Flottiglia del Caspio di prepararsi a far piovere “morte e distruzione” sulla Turchia se gli venisse ordinato.

terrorist-training-camps-in-the-usa-1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lattanzio: la politica estera occidentale è stata un fallimento epocale

E la vittoria dell’Asse della Resistenza è solo questione di tempo
La situazione in Medioriente è molto ingarbugliata. Chiediamo pertanto un parere all’opinionista e saggista Alessandro Lattanzio proprietario del sito di geopolitica AuroraSito

Opinione Pubblica, 5 dicembre 2015ISIS_Egypt_LibyaChe cosa ne pensa dell’abbattimento del Su-24 russo?
L’agguato al Su-24 russo in Siria è frutto della ‘pianificazione disperata’ tra dirigenza neo-ottomanista turca e fazioni necon e clintoniane dell’apparato militar-spionistico statunitense. Un tentativo di trascinare la NATO in Siria, chiodo fisso di Washington e della Turchia. Ma ciò svanisce davanti alla mobilitazione in ordine sparso e di diverso grado delle potenze europee, che inviano alla spicciolata qualche aereo, un paio di navi e qualche migliaio di soldati, segno dell’esaurimento delle forze armate atlantiste dovuto al colossale sforzo suicida dell’intervento diretto militare in Libia e quello altrettanto colossale, ma indiretto, delle forze speciali e dell’intelligence occidentali in Siria (Gladio-B); ed infine, dopo l’intenso uso delle reti Stay Behind in Ucraina, che ha dato fondo alle risorse “nere” della NATO (Gladio). A questo punto alle potenze occidentali non sono rimaste che le risorse per sganciare qualche bomba in Siria, o più prudentemente in Iraq, al mero scopo di potersi sedere a un ipotetico tavolo delle trattative per elemosinare qualche compensazione pur di non perdere totalmente faccia e risorse gettate nella ‘Primavera araba’. E, a tal proposito, Arabia Saudita, Qatar e Turchia comprendono che saranno lasciati in balia delle conseguenze della guerra civile inter-araba che hanno scatenato nella regione, perciò ricorrono al terrorismo contro la Russia o la Francia a scopo di ricatto. Difatti Francia e Regno Unito non hanno la volontà di proseguire un azzardo geopolitico che ha fruttato solo il ridicolo cambio della situazione geopolitica tunisina, che passa dal solido filo-occidentale Ben Ali al filo-occidentale sfumato al-Sabsi. Un ‘successo’ celebrato solo dalla paccottiglia pubblicistica pseudo-geopolitica e/o diplomatica nostrana. La leadership della Germania è afflitta da una russofobia anacronistica che la porta ad avvicinarsi al governo Erdogan, nel tentativo di triangolazione con la junta golpista di Kiev. Ma tali piani hanno il fiato corto e la confindustria tedesca, che di TTP e servilismo filo-statunitense di Merkel e compari ne ha le tasche piene, pretende un riavvicinamento alla Russia poiché è da lì che passa il legame commerciale con la Cina, il principale mercato di sbocco dell’industria tedesca. È in Cina il futuro del motore economico europeo, non negli USA.

I recenti fatti di Parigi sembrano aver prodotto un significativo avvicinamento di Hollande alla Russia, anche se è ancora forte la sensazione che i governanti europei, anche francesi, considerino la Russia un male solo leggermente inferiore a quello rappresentato dal terrorismo islamista. È così?
La Francia cerca sempre di rientrare in gioco nel Medio Oriente, ma dopo lo schiaffo turco-saudita della strage di Parigi del 13 novembre, cerca di rientrare in gioco alleandosi con la Russia, contro i suoi vecchi alleati wahhabiti. In tutto ciò farà leva solo sulla vicinanza con il regime vigente negli Emirati Arabi Uniti, mentre è probabile che ci sarà una seria resa di conti con Qatar, Arabia Saudita, Turchia. La carta libico-siriana è fallita miseramente. Il Regno Unito è pragmatico: 8 Tornado e 8 Typhoon a Cipro per sedersi a Vienna sulla questione siriana, e poi aprire le porte alla Cina, cosa che anche la Germania vuole fare, ma sarà ostacolata in ciò dal fatto che la strada cinese passa per la porta di Mosca, e quindi, finché la Merkel sarà in carica, la borghesia industriale tedesca avrà sempre difficoltà ad agire, soprattutto nello sbarazzarsi delle zavorre turca e ucraina che gli USA e i loro agenti locali tentano di porle sul groppone.

E l’Italia?
Roma, ovvero il PD, svolge un ruolo di sussidiarietà verso le potenze wahhabite. E’ innegabile. Dopo la distruzione dei rapporti con la Libia e la rottura dei rapporti economico-commerciali con la Russia, il PD, sul piano economico, ha deciso di svolgere il ruolo di Arlecchino dai due padroni: da un lato promoter delle banche che ‘parlano inglese’, ma dall’altro ruffiano dei finanziatori ‘sovranisti’ di tali banche, ovvero della borghesia compradora wahhabita, le cui centrali dettano la linea geopolitica italiana: sostegno al terrorismo islamista in Siria e Iraq, supporto propagandistico alla Fratellanza musulmana in Palestina e Nord Africa, ‘dialogo’ e commercio con lo Stato islamico ovunque appaia (Sirte); silenzio complice sull’aggressione allo Yemen, ecc. Strumentali a tutto ciò sono le varie cinghie di trasmissione del PD: il partito la Repubblica e il feudo televisivo di Rai3, sfegatati sostenitori della propaganda jihadista contro l’Asse della Resistenza capeggiata dal Qatar, con cui la RAI ha stipulato un accordo sulla gestione dell”informazione’ regionale.

Ci sono possibilità concrete che l’ingresso della Turchia nella UE venga stoppato o quanto meno sensibilmente rallentato?
Credo che l’UE non farà entrare la Turchia per il semplice fatto che non lo vorranno gli Stati dell’est Europa, già abbastanza irritati e sconfortati dalla pagliacciata sull’accoglienza dei migranti; sanno che l’ipotesi di Ankara in Europa li vedrebbe definitivamente emarginati nell’ambito europeo. Gli euro di Merkel e compari serviranno solo a far star zitto Erdogan per un po’. Poi ricomincerà tutto da capo, anche se Ankara, con la sconfitta in Siria e l’esclusione dai mercati russo, cinese ed iraniano, cercherà di premere sempre più sulle porte di Vienna, dietro cui può sempre contare di trovare dei simpatizzanti.

Com’è la situazione in Siria? La Russia, l’Iran e Assad stanno vincendo, oppure è solo una illusione?
La vittoria dell’Asse della Resistenza è questione di tempo, l’intervento statunitense serve solo a recuperare le risorse piazzate nella regione, e a cercare di strumentalizzare la carta curda; una carta però che passa di mano in mano, essendo le realtà politico-militari curde tutt’altro che affidabili, stabili e solidi, aldilà delle letture infantili sparse dalla sinistra liberal-anarchica che ha fatto di Oçalan, colluso con il narco-traffico turco, una specie di Guevara. La forze militari atlantiste e filo-atlantiste sono esaurite. Obama deve pensare all’ultimo anno di presidenza, mentre la leadership politico-militare statunitense non ha ancora un suo candidato presidenziale, che difficilmente sarà Hillary Clinton, personalità compromessa proprio dalla doppia sconfitta in Libia e Siria, e quindi politicamente e strategicamente instabile. Gli USA entreranno in un’era di neo-isolazionismo passando proprio dalla porta siriana, spalancatagli dall’Asse della Resistenza che va consolidandosi in Siria e Iraq. Per ora le operazioni russo-iraniano-siriano-irachene sono volte ad usurare le risorse cumulate per anni dai vari gruppi di terroristi e dai loro Stati sostenitori. Ma si arriverà al punto di rottura della resistenza del taqfirismo-atlantismo, e a quel punto il terrorismo crollerà in modo repentino, accelerando la restaurazione dell’integralità dello Stato siriano e di quello iracheno. A quel punto, la Russia e l’Iran avranno costruito una fascia di sicurezza geopolitica, gettando nello sbando Turchia e Arabia Saudita che non avranno scelta: o scendere a patti con le potenze eurasiatiche o la disintegrazione.

Qual è il ruolo di turchi, sauditi, qatarioti, europei e statunitensi nella nascita dell’ISIS? E in quella delle altre formazioni terroristiche presenti in Siria e Iraq?
Le varie fazioni e bande terroristiche presenti in Siria e Iraq, rappresentano ognuna la potenza che le ha sponsorizzate: USA, Francia, Turchia, Qatar, Arabia Saudita. Il che spiega la presenza in Siria di almeno 70 fronti che il governo e le forze armate siriani affrontano da 5 anni. Ma spiega anche l’alta fratturazione e confusione della cosiddetta ‘opposizione siriana’. Per fortuna, tale caos politico-militare è andato a favore, strategicamente, del governo baathista di Damasco, mentre i terroristi e i loro sponsor, i cosiddetti ‘amici della Siria’, hanno saputo solo disperdere mezzi, uomini e risorse in un rivolo infinito di fronti di guerra spesso insignificanti e privi di peso politico. Ha gettato nel caos la Siria, ma tale ‘strategia’ non può persistere nel tempo, e non porta, come non l’ha fatto (in Libia), a un risultato. Tanto più che gli USA già preparavano il prosieguo della guerra civile in Siria, se per disgrazia, l’ancora agognata caduta del Baath siriano si fosse avverata. La Siria si sarebbe trasformata in una super-Libia o super-Somalia, trasformandone il territorio in una base di lancio contro l’Iran, la Russia, la Cina e l’Eurasia nel complesso. Si sarebbe scatenata una nuova “super-jihad” atlantista.

I sauditi sembrano particolarmente attivi: non c’è il rischio che facciano il passo più lungo della gamba? Quanto è forte la coesione interna e la tenuta del regime saudita?
L’Arabia Saudita, come detto, è incastrata dalle conseguenze del proprio interventismo indiretto, tramite il terrorismo islamista che alimenta in Libano, Siria e Iraq, e dall’interventismo militare diretto nello Yemen, dove, nonostante il supporto degli ascari sudanesi, emiroti ed eritrei, del medesimo terrorismo islamista e del collaborazionismo di parte della comunità sudyemenita, registra da mesi solo arretramenti. Ryadh è interessata da scontri interni alla famiglia dominate dei Saud, e da un’incipiente crisi economica che esploderà nei prossimi mesi, quando gli effetti della crisi dei prezzi del petrolio si faranno sentire sul serio, avendo ridotto il budget per le spese sociali, dato anche che i petrodollari congelati nei buoni del tesoro degli USA non saranno del tutto scongelabili nei termini e nelle condizioni desiderati dai sauditi. E ancor più velocemente si farà sentire la crisi politica che sarà scatenata dalla sconfitta nella guerra per procura in Siria. A quel punto il margine di manovra dei Saud sarà ulteriormente ridotto, dovendo affrontare il nodo yemenita, oltre al conseguente riverberarsi nella società saudita di tali sconfitte.

Ci sono serie possibilità che un “incidente” simile a quello del Su-24 capiti di nuovo? Se sì, quali sono i luoghi più probabili? Come si comporterebbe la Russia in caso di nuovi incidenti?
Credo che non ci saranno altri “incidenti”, in un modo o nell’altro. Mosca non farà più affidamento sui cosiddetti ‘partner’ della NATO neanche sul piano pratico elementare. Tanto più che il grosso delle operazioni di carattere strategico della Forza Aerospaziale russa è stato adempiuto in questi due mesi di attività aeree. Le risposte di Mosca saranno sempre di carattere politico, economico e geopolitico, paralizzando l’avversario, non potendo decifrare le azioni russe sul medio periodo.

Anche gli statunitensi sembrano a rischio sovraesposizione: spostano truppe nell’Europa dell’est, finanziano e supportano i golpisti in Ucraina, tentano colpi di stato in tutta l’America latina, muovono le navi nel Mar Cinese Meridionale, e altro ancora: quanto manca prima che debbano, per così dire, tirare il fiato e fermarsi?
In realtà si sono già fermati, non hanno osato attaccare la Siria nell’agosto 2013, e in Ucraina la fazione bellicista del Pentagono (Petraeus, Clinton, Ash), dopo il primo anno di catastrofi su tutti i livelli, ha gettato la spugna, utilizzando Kiev come conveniente sfasciacarrozze dei rottami di cui l’US Army vuole sbarazzarsi. Per il resto, sul piano economico, Kiev conta sui finanziamenti europei, permettendo a Washington di far gravare di un nuovo fardello il traballante quadro economico dell’UE: gli USA in Europa possono sempre contare su una coorte di volenterosi aspiranti suicidi.

La politica statunitense ha moltiplicato i suoi nemici e indotto la Cina a interessarsi della questione siriana: che possibilità ci sono che i cinesi entrino attivamente nel conflitto?
Lo scontro in Siria vede Pechino fornire supporto logistico e d’intelligence, sapendo che la situazione sul campo è in buone mani. Non ha bisogno d’impegnarsi direttamente, le basta rifornire le Forze Armate siriane. Ad esempio con 8500 missili anticarro (che la Cina ha di recente fornito alla Siria, N.d.r.).

Qual è lo stato delle forze armate russe e cinesi? Potrebbero competere con quelle statunitensi?
La realtà cui si è assistito nelle guerre statunitensi dal 1991 ad oggi, e l’evolversi della situazione dell’equilibrio militare in Europa e Medio Oriente, fa ritenere che gli USA abbiano sempre meno ambiti in cui prevalere. Certo sul piano navale hanno più navi della Federazione russa, e navi più grandi di quelle della Repubblica Popolare di Cina. Ma fatto sta che l’US Navy dovrebbe suddividere le forze sui fronti del Pacifico e dell’Europa. E in quest’ultimo fronte, le risorse navali contano assai relativamente. Quindi la superiorità in portaerei, navi d’assalto anfibio e velivoli da trasporto statunitense verrebbe ridimensionata dai fattori geografici. Sul piano aeronautico e delle forze terrestri, la superiorità è nettamente dalla parte di Russia e Cina, dato che i velivoli più avanzati degli USA continuano, dopo 20 anni e più, ad essere afflitti da problemi di progettazione, mentre il resto della loro flotta è costituita da velivoli per lo più costruiti tra gli anni ’70 e ’80, con tutte le conseguenze del caso. Sul piano della componente terrestre, non c’è partita: gli USA potranno schierare al massimo due/tre divisioni in Europa, mentre Germania, Francia e Regno Unito potranno accumulare che un migliaio di carri armati in tutto, una frazione di quello che può schierare la Federazione russa.

Gli statunitensi rinunceranno mai a finanziare il terrorismo? E gli europei?
Perciò, difatti, USA e NATO continueranno a puntare sul terrorismo, inquadrato tramite l’unica arma segreta di cui dispongono, Gladio/Stay Behind. Con tale strutture, il Patto atlantico può compiere sconvolgimenti a livello di teatro, ma mai strategici o geopolitici, potendo alimentare oramai solo forze distruttive o auto-distruttive, ma mai, come gli eventi dimostrano dal golpe a Balgrado nel 2000, porre le basi di una realtà geopolitica che sia corrente e stabile e contemporaneamente saldamente atlantista.

Quanto la questione siriana influirà sulla questione ucraina, e viceversa? Come sta cambiando la percezione da parte europea della politica russa? Assisteremo mai alla fine della russofobia, quanto meno in Italia?
La russofobia è un elemento costitutivo dello strato socio-ideologico prevalente oggi in Italia, la suddetta semiborghesia parassitaria liberale di sinistra. Parassitaria perché incapace di produrre, ma solo di consumare le mercanzie mediatiche e propagandistiche statunitensi. Un ceto che sia produttivo sul piano materiale, dei servizi e dei beni o anche, si badi bene, sul piano ‘immateriale’, ovvero mediatico, ideologico e culturale, diverrebbe automaticamente un nemico da abbattere per gli USA. Quindi una semiborghesia totalmente incompetente, o senza profondità ideologica o spessore sociale, è l’unica che ha diritto di prosperare nell’Europa atlantista. L’Italia è alla metastasi; qui prospera la suddetta miserabile semiborghesia i cui esponenti più in vista appestano gli schermi televisivi quanto gli scaffali delle librerie.

Cosa si proponeva e si propongono adesso i vari attori che operano in Siria?
Obama vuole uscirsene dal pantano mediorientale. Russia, Cina e Iran stabilizzano la situazione a favore degli alleati dell’Asse della Resistenza. Turchia e petromonarchie invece minacciano gli alleati. Gli USA tenteranno di evitare che Israele si avvicini ancor più alla Russia. L’Arabia Saudita resta un capitolo aperto, non essendo in realtà un’entità statale o nazionale, ma un mero feudo di un’oligarchia mostruosa quanto bizzarra.

Quanto sono reali le divergenze tra francesi e statunitensi? A cosa porteranno?
La Francia ha voluto giocarsi la carta del neocolonialismo e dei rapporti di sudditanza privilegiata dei suoi vertici rispetto alle petromonarchie wahhabite. Parigi non ha più una leadership dall’epoca Chirac, i cui governi, non a caso, furono ferocemente osteggiati dalla semiborghesia parassitaria liberale di sinistra francese; chi se lo ricorda Lionel Jospin, emblema del cretinismo suicida e criminoso della sinistra occidentale? Da quando i resti del gollismo sono stati spazzati via, a Parigi domina l’alleanza tra semiborghesia liberale di sinistra e grandeur neocolonialista, cronica in Francia, da Napoleone il piccolo a Guy Mollet e la sua avventura di Suez, fino ad esplodere con Sarkozy e Hollande, esempi plastici, assieme alla Merkel, del nullismo della classe politica generata da tale stato delle cose europee. Gli USA hanno riplasmato i loro alleati europei, e quindi delle crisi tra essi potranno riaversi solo in casi di disastri nazionali, come nel caso di Parigi del 13 novembre 2015.

Come mai l’Italia non interviene in Siria?
Roma non vuole intervenire in Siria o Libia, ma dialogare con il terrorismo, poiché lo esigono le petromonarchie e la Turchia cui l’Italia s’è venduta e concessa con l’aggressione alla Libia. Soprattutto il PD svolge opera d’intermediazione (possiamo anche parlare di lenonismo), tra ‘fondi sovrani’ islamisti e beni italiani. Infatti, i mecenati del Golfo Persico hanno potuto rastrellare non solo beni materiali, industrie, marchi, spiagge e quant’altro, ma anche comprarsi consenso e supporto mediatico. Solo il contraccolpo del terrorismo in Europa e la risposta russa in Medio Oriente, hanno spinto tali forze ad agire o a simulare una parvenza di azione. Sul piano militare, la situazione dell’Italia non è diversa da quelle delle altre potenze europee; lo spreco delle scorte per bombardare l’alleato libico, idiozia che rende superbi non pochi generali italiani, orgogliosi di aver commesso l’ennesimo tradimento di un alleato, affligge le capacità operative dell’Aeronautica Militare, che potrebbe forse avere i mezzi da spedire in Turchia, ma non per bombardare la Siria. Probabilmente all’AMI sono rimaste solo le bombe da esercitazione, “…i caccia dell’Aeronautica militare hanno sganciato oltre 550 (quasi l’80% dell’armamento di precisione a guida laser e GPS utilizzato dai velivoli italiani) tra bombe e missili da crociera a lunga gittata Storm Shadow”. L’Italia nel 2011 ha vaporizzato il suo arsenale aerolanciabile, e quindi è da vedere se tale arsenale è stato ripianato; probabilmente no, visti i tagli alla spesa pubblica, anche se l’Italia resta al decimo posto, mondiale, nella spesa per la Difesa. Un dato sempre trascurato dal circo dei venditori porta a porta di armamenti che si spacciano per ‘giornalisti specializzati’ in materia. La questione reale è invece se l’Italia abbia intenzione di supportare un’eventuale alleanza Egitto-Algeria che intervenga, direttamente o indirettamente, in Libia, stabilizzando la situazione, oppure di adeguarsi ai voleri delle petromonarchie.isil-usal-wp-info-it

I dettagli sulla lista dei terroristi francesi in Siria

Rete Voltaire 21 novembre 2015

Bernard Squarcini

Bernard Squarcini

In un’intervista alla rivista Valeurs actuelles, l’ex-direttore del controspionaggio francese (DST e DCRI), Bernard Squarcini dice di essere stato contattato dalla Siria per proporre, nel 2012, al governo francese una lista dei terroristi francesi operanti in Siria, in cambio della normalizzazione delle relazioni tra i servizi d’intelligence. Il ministro degli Interni del tempo, Manuel Valls, rifiutò per motivi ideologici [1]. La maggior parte dei commentatori fa notare che, se queste informazioni sono accurate e se il governo francese avesse accettato tale proposta, si sarebbero evitati gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015. Il deputato Olivier Marleix (ex-consigliere del presidente Nicolas Sarkozy quando Bernard Squarcini dirigeva il controspionaggio) chiede pertanto l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta per fare luce su queste accuse [2].
La tesi di Squarcini va specificata. Nel 2012, la Siria era in contatto con l’ex-capo del controspionaggio con cui aveva buoni rapporti in passato, e con un alto funzionario della polizia. Le autorità siriane s’offrirono di fornire tutte le informazioni in possesso sui combattenti francesi nel Paese, sui jihadisti e anche sui soldati francesi in missione. Chiesero in cambio il ritiro delle truppe francesi e il ripristino dei rapporti tra i servizi, senza chiedere il ripristino delle relazioni diplomatiche. Squarcini passò il messaggio al ministro degli Interni Manuel Valls che reagì subito, e per dimostrare buona fede, la Siria fornì l’elenco preliminare dei francesi morti che potè identificare. Tuttavia, il ministro degli Esteri Laurent Fabius era fortemente contrario all’accordo. Il primo ministro Jean-Marc Ayrault così vietò a Manuel Valls di accordarsi. L’ex-direttore del controspionaggio Bernard Squarcini, assieme al prefetto Édouard Lacroix (ex-direttore generale della polizia nazionale, poi capo del personale di Charles Pasqua) e Claude Guéant (ex-vicedirettore dell’ufficio di Charles Pasqua, allora ministro degli Interni), facevano parte del gruppo che cercò di opporsi alla guerra contro la Libia, poi a quella contro la Siria. Il gruppo negoziò la pace tra Francia e Siria durante la liberazione di Bab Amr (febbraio 2012) [3]; un accordo che il presidente Sarkozy accolse ma che il suo successore si rifiutò di rispettare.
Nel giugno 2012, il nuovo presidente Francois Hollande fece assassinare il prefetto Édouard Lacroix. Vari procedimenti giudiziari furono presi contro Claude Guéant. Bernard Squarcini si ritirò dalla vita politica e creò la società d’intelligence privata Kyrnos Conseil (Kyrnos significa Corsica in greco) molto attiva all’estero.ob_af76f0_jijwiNote
[1] Bernard Squarcini: “Nous sommes entrés dans la terreur et le terrorisme de masse”, Louis de Raguenel, Valeurs actuelles, 20 novembre 2015.
[2] Tout n’a pas été fait depuis Charlie pour protéger les Français, François De Labarre, Paris-Match, 20 novembre 2015.
[3] Les journalistes-combattants de Baba Amr, Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 3 marzo 2012.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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