I segreti della pioggia di miliardi sull’Egitto

Nasser Kandil 16 marzo 2015, Top News Nasser Kandil (dal 48° minuto)
Trascrizione e traduzione di Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation 19 marzo 2015

Il 13-15 marzo si sarebbe tenuto a Sharm al-Shayq la “Conferenza sul futuro dell’Egitto”. Quattro Paesi del Golfo hanno promesso investimenti e aiuti per 12,5 miliardi di dollari, e Cairo ha firmato accordi di investimenti diretti per 36,2 miliardi. Vari ministri occidentali vi si sono recati, tra cui il capo diplomatico statunitense John Kerry [1]. Alcuni analisti si sono chiesti quale fosse lo scopo di questo sostegno finanziario, altamente politico, da Stati del Golfo e occidente, in particolare dagli Stati Uniti. Evitare il riavvicinamento tra Egitto e Siria nella lotta al terrorismo e alla Fratellanza musulmana? Allontanare l’Egitto dalla Russia? Impedire all’Egitto di svolgere un ruolo storico nel Medio Oriente e mondo arabo? Per Nasser Kandil, senza negare queste ipotesi che appaiono contraddirsi, ciò che accade in Egitto è in relazione diretta con ciò che accade nello Yemen.

MapsLibyaRegion_2012Per comprendere le ragioni della pioggia di miliardi di dollari sull’Egitto vanno considerati due aspetti dell’evento:
• Il rapporto tra la manna concessa all’Egitto dai Paesi del Golfo e i problemi che affrontano nello Yemen (dalla presa di Sana dai ribelli huthi, il 21 settembre 2014).
• Il perché del sostegno occidentale senza cui gli Stati del Golfo non avrebbero potuto usare il loro denaro per affrontare la situazione politica e finanziaria dell’Egitto.
In realtà si tratta di un’equazione bi-fattoriale egiziano-yemenita geografica, demografica ed economica. Perché se lo Yemen è al centro dei Paesi arabi del Golfo, l’Egitto è al centro dei Paesi arabi dell’Africa, e tutte e due sono sul Mar Rosso. Pertanto, quando si parla dei Paesi del Golfo, si considera solo lo Yemen. La prova è che l’Arabia Saudita, che sembrava essere preoccupata da Siria e Libano, non ha occhi che per ciò che succede nello Yemen. [2] I sauditi hanno combattuto con tutte le risorse finanziarie e relazionali della loro capitale, Riyadh, sede del dialogo tra yemeniti. Ma hanno fallito. Quindi, cosa fare, non avendo la forza militare per imporre i propri requisiti, come ad esempio il riconoscimento di Mansur al-Hadi (Il presidente uscente yemenita che ha subordinato il proseguimento dei negoziati inter-yemeniti al trasferimento dei colloqui da Sana al Consiglio di cooperazione del Golfo Persico di Riad) o alla nomina di Aden a capitale dello Yemen? Come affrontare le forze degli huthi [3] nelle loro incursioni oltre frontiera? Da qui la scommessa sull’Egitto. Il presidente egiziano Muhamad al-Sisi non dichiarò al quotidiano al-Sharq che la sicurezza del Golfo era parte della sicurezza dell’Egitto?[4] Allora, si paghino gli egiziani per precipitare le loro forze in Yemen per imporvi il nostro dominio. Ma gli egiziani si comportano come i turchi. I sauditi hanno tentato di conciliarvisi nella speranza di spingerli a collaborare nello Yemen. Ma l’ovvia risposta turca è stata: “Se saremo pronti ad intervenire militarmente da qualche parte, andremo in Siria“. E la risposta altrettanto ovvia degli egiziani è stata: “Se saremo pronti ad intervenire militarmente da qualche parte, andremo in Libia”. Non restava che offrirgli la garanzia di una sorta di “blocco marittimo” dello Yemen con un’alleanza “locale” turco-egiziano-saudita. Perché? Perché va strangolata Sana e impedito agli huthi di prendere la capitale dello Yemen, mentre l’Arabia Saudita decide diversamente invitando gli Stati a trasferire le loro ambasciate ad Aden. Tale pressione sulle regioni acquisite dai rivoluzionari dovrebbe spingerli a negoziare una soluzione a Riyadh e non nello Yemen, consentendo d’impedirne il consolidamento del loro rapporto con l’Iran.
Senza contare la rabbia del popolo egiziano per l’esecuzione di ventuno compatrioti da parte del SIIL o Stato islamico in Libia; rabbia che ha costretto le autorità egiziane a considerare una risposta militare [5] e spingere il Consiglio di sicurezza a nominare una speciale operazione internazionale contro il terrorismo in Libia, sostenuta da Francia [6], Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Ciò mentre l’Egitto si rifiuta di aderire alla coalizione internazionale degli Stati Uniti creata dopo l’invasione di Mosul, non essendo riuscito a far includere nella guerra al terrorismo la lotta ai Fratelli musulmani. Ma qual è stata la sorpresa quando il ministro degli Esteri egiziano che, alle Nazioni Unite (Consiglio di sicurezza del 18 febbraio 2015), osservava che il Qatar si era opposto a qualificare la richiesta egiziana “domanda degli Stati arabi” e quando, al momento del voto, l’Arabia Saudita ha sostenuto il Qatar! Qui la decisione fu dettata dal governo degli Stati Uniti, ed è legata allo Yemen: “Lasciate i Fratelli musulmani. Chi altro difende i vostri interessi nello Yemen?” Pertanto l’Arabia Saudita, dovendo scegliere tra la volontà dell’Egitto e quella dei Fratelli musulmani, che contribuiscono a ripristinare l’equilibrio delle forze nello Yemen, ha scelto la seconda. Da qui la dichiarazione del ministro degli Esteri saudita Saud al-Faysal, che in sostanza ha detto: “Non abbiamo alcun contenzioso con i Fratelli musulmani“, ripristinando le relazioni tra Arabia Saudita e Qatar. Da qui il voltafaccia saudita contro l’Egitto e in favore del Qatar. Quindi, dobbiamo ammettere, l’Egitto è spinto dal rifiuto alla richiesta di uno speciale intervento internazionale in Libia, avendo l’amministrazione USA fatto sapere che la soluzione deve essere politica, passando per la Fratellanza musulmana e la ricerca di un accordo tra Arabia Saudita, Turchia e Qatar. Il regime egiziano quindi s’è adattato, nonostante il sostegno della Russia pronta a collaborare, e la coalizione antiterrorismo in Libia non si è avuta; ma i Paesi del Golfo furono incaricati di aprire le casseforti per distrarre il popolo egiziano con la futura manna finanziaria, recandosi così a Sharm al-Shayq per strombazzare 10, 18 e 30 miliardi di dollari, che potrebbero raggiungere i 100 miliardi l’anno prossimo se gli investimenti saranno redditizi. In realtà sono essenzialmente progetti e prestiti i cui interessi andranno alle rendite, e gli investimenti bancari saranno destinati ad impedire il collasso della moneta egiziana; ciò non cambierà molto il reddito reale dei cittadini egiziani, schiacciati dalla povertà. Da qui si può rispondere alle seguenti domande:
• L’equazione yemenita va in favore dell’Arabia Saudita? NO.
• L’equazione libica va in favore dell’Egitto? NO.
• L’Egitto accetta l’avventura di una guerra contro lo Yemen? NO.
• La Turchia accetta l’avventura di una guerra contro lo Yemen? NO.
• L’Arabia Saudita è costretta ad accettare il dialogo inter-yemenita che dovrebbe portare a un governo degli huthi quale controparte di peso? SÌ.
• Il governo egiziano sarà costretto al confronto, perché se i Fratelli musulmani vanno al potere in Libia, anche con un governo di unità nazionale (attualmente vi sono due governi e due legislature) si rafforzeranno in Egitto? SÌ.
In altre parole, la situazione contro gli interessi di coloro che seguono gli Stati Uniti, dal lato saudita o dal lato egiziano. Ciò mentre il destino dell’Egitto è collaborare con la Siria nella guerra a SIIL, Jabhat al-Nusra e Fratellanza Musulmana, e il destino di Arabia Saudita è riconoscere con umiltà che gli huthi sono ora fattore vincolante nei negoziati e nel dialogo inter-yemeniti, e che il loro rapporto con l’Iran, se si concretizzerà, non li influenzerà essendo una forza patriottica che può allentare le tensioni, e non viceversa.

_81062129_yemen_houthi_controll_624_v2Note:
[1] L’Egitto sigla accordi per 36,2 miliardi di dollari in tre giorni
[2] Yemen. Le ultime notizie di domani… di Hedy Belhassine
[3] Il ritorno degli sciiti sulla scena yemenita
[4] al-Sisi: La sicurezza nel Golfo è la linea rossa ed è inseparabile dalla sicurezza egiziana
[5] L’Egitto bombarda lo Stato islamico in Libia e chiede sostegno internazionale
[6] L’Egitto spinge per un intervento internazionale delle Nazioni Unite in Libia

Nasser Kandil è un ex-deputato libanese, direttore di TopNews-Nasser Kandil e del quotidiano libanese al-Bina.
Copyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Qatar dietro la strage di Tunisi

Uno dei terroristi di Tunisi, era un attivista di al-Nahda
Karim Zmerli Tunisie Secret 19 marzo 2015

Si chiamava Sabar Qashnawi, in questa foto accanto ad Abdalfatah Muru, attuale Vicepresidente dell’Assemblea Nazionale! Tale spettacolare attacco terroristico, che ha ucciso 23 persone, tra cui 18 turisti europei, avrebbero potuto essere evitato se certi quadri del ministero degli Interni avessero preso sul serio le informazioni fornitegli da un esperto di computer tunisino, esiliato in Francia.

7585833-11711322Il terrorista di al-Nahda Sabar Qashnawi con l’islamista “moderato” Abdalfatah Muru, attuale vicepresidente dell’Assemblea Nazionale. Foto scattata a Tunisi nel 2012.

Sabar Qashnawi e Yasin Labidi, i due individui che hanno guidato l’azione terroristica al Bardo e sono stati eliminati dalla polizia, erano entrambi originari di Sabatla nel governatorato di Qasarin. Amin Salama, giovane esperto d’informatica specializzato in cyber-terrorismo, li seguiva da mesi, come molti altri terroristi. Sono tornati dalla Libia meno di tre mesi fa, precisamente il 28 dicembre 2014, per nascondersi ad al-Tahrir, non lontano da Tunisi, presso un fruttivendolo dello stesso gruppo, l’Uqba Ibn Nafa, un nome diversivo perché tale cellula e i due terroristi uccisi, in realtà aderivano ad Ansar al-Sharia guidata da Sayfalah bin Hasin, alias Abu Iyadh. Entrambi i terroristi, insieme ad altri due complici ancora in libertà, si erano meticolosamente preparati all’azione. Dalla città Ibn Qaldun in cui Yasin Labidi si trovava, presero la metropolitana per il Bardo. Entrarono nel palazzo del Bardo dalla porta posteriore incustodita. Il loro primo obiettivo era l’Assemblea Nazionale, confinante con il museo. Contrariamente a quanto è stato detto da tutti i media, tra cui Tunisie Secret, non indossavano uniformi militari. Visti dai militari e dagli elementi della brigata responsabile della protezione dei VIP a guardia l’Assemblea nazionale, gettarono una granata e aprirono il fuoco. Dopo aver subito la replica delle forze di sicurezza, corsero nel parcheggio del Museo Bardo, dove immediatamente spararono su due autobus di turisti appena arrivati. In quel momento vi fu il maggior numero di morti e feriti. Presero in ostaggio alcuni turisti già rifugiati nel museo, poi liberati abbastanza rapidamente dalle forze speciali. Risultato immediato dell’azione terroristica: 23 morti, tra cui 18 turisti, di cui due francesi e 50 feriti alcuni dei quali in gravi condizioni. Tra le vittime Najat, tunisina madre di tre figli che lavorava al museo, e Ayman Morjan, un agente della polizia.
Tale spettacolare azione terroristica si sarebbe potuta evitare se certi quadri del ministero dell’Interno avessero preso sul serio i tracciati di Amin Salama degli ultimi due mesi. Ciò si sarebbe potuto evitare se la legge antiterrorismo del 2003 fosse stata in vigore e se i terroristi di ritorno dalla jihad in Siria e Iraq fossero stati neutralizzati una volta in Tunisia. Dopo un soggiorno nei campi di addestramento libici supervisionati da Qatar e Turchia, Sabar Qashnawi andò a combattere in Siria. Ciò che non è stato detto nei media è che Sabar Qashnawi era un militante di al-Nahda, relativizzando la dichiarazione di Rashid Ghanushi che condanna l’attentato “con cui volevano minare la giovane democrazia tunisina“! Anche il Qatar è stato il primo Paese a condannare l’attentato! Peggio, due anni fa l’islamista “moderato” Sabar Qashnawi posava con l’islamista “molto moderato” Abdalfatah Muru, che recentemente ha visitato il Gran Mufti della NATO e supremo imam del jihadismo transnazionale Yusif Qaradawi, padre spirituale del precedente e attuale emiro del Qatar. Casualmente la pagina facebook di Sabar Qashnawi è scomparsa poche ore dopo l’attentato. Non poteva averla disattivata lui dato che era già morto e identificato dalla polizia. Quindi è evidente che gli attivisti di al-Nahda hanno rimosso la compromettere pagina facebook. Purtroppo per loro, gli scienziati informatici di Tunisie Secret hanno avuto il tempo di registrarne informazioni e immagini contenute, tra cui quelle sul pranzo di Sabar Qashnawi con Abdalfatah Muru, pubblicate qui.

Rashid Ghanushi e Abdalfatah Muru

Rashid Ghanushi e Abdalfatah Muru

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Abdalhaqim Belhadj, capo del SIIL in Libia

Nebil Ben Yahmed, Tunisie Secret 24 febbraio 2015

In una nota inviata all’Interpol, il procuratore generale dell’Egitto Hisham Baraqat ha presentato un mandato contro Abdalhaqim Belhadj e trenta altri criminali egiziani, tunisini e quwaitiani presunti appartenenti al SIIL. Secondo la legge egiziana, il terrorista libico Belhadj è anche accusato di essere il vero capo del SIIL nel Maghreb.

belhadj_2196832bCome abbiamo recentemente scritto il 16 febbraio, in un articolo sul fratello musulmano Recep Tayyip Erdogan, Abdalhaqim Belhadj è stato istruito dai servizi turchi e qatarioti a trasferire parte dei mercenari del SIIL in Libia per preparare la destabilizzazione di due Stati nel mirino degli strateghi della “primavera araba”: Egitto e Algeria.

Algeria ed Egitto, obiettivi del SIIL
Tale estesa operazione ultrasegreta è iniziata nell’ottobre 2014, con il trasferimento con aerei cargo e navi da guerra di materiale, autoveicoli 4×4 e combattenti dal fronte siriano-iracheno. La loro nuova missione, sancita dagli statunitensi, è aprire due nuovi fronti sui confini tra Egitto e Libia e tra Algeria e Libia. Ciò perché nell’amministrazione degli Stati Uniti, non essendo più l’Egitto alleato affidabile, alcuni falchi non disperano dal reinsediare al potere i Fratelli musulmani egiziani, tanto più che il fortunato cambio con l’avvento di Abdalfatah al-Sisi ha completamente compromesso il nuovo ordine statunitense in tutta la regione. Riguardo l’Algeria, non c’è dubbio che rimane padrona del suo petrolio e gas naturale. L’esercito algerino è consapevole del pericolo, ma alcuni vicini a Butefliqa pensano che moltiplicando le concessioni agli statunitensi, l’Algeria non verrà destabilizzata.

A cosa gioca la Tunisia?
I due Paesi che eseguono e supervisionano per conto degli Stati Uniti tale importante operazione sono Turchia e Qatar. La Tunisia che finge neutralità ne è anche coinvolta. Vi sono diversi indizi del coinvolgimento. In primo luogo, la residenza del famigerato terrorista Abdalhaqim Belhadj, non è in Libia ma in Tunisia, più precisamente a Djerba, con una cellula nel cuore di Tunisi. In secondo luogo, il governo tunisino non ha gradito l’ultimo attacco dell’Aeronautica egiziana contro posizioni del SIIL, rimuginando che la Tunisia preferisce una soluzione politica alla crisi libica. Nella riunione della Lega araba in cui il rappresentante egiziano accusava l’omologo del Qatar di sostenere il terrorismo, la Tunisia ha preso una posizione chiara contro altri attacchi egiziani in Libia. In terzo luogo, 48 ore dopo il bombardamento delle posizioni del SIIL dall’aeronautica egiziana, si apprendeva che 40 tonnellate di farmaci furono inviate in Libia. Secondo Muhamad Sahbi Juyni, segretario generale del Sindacato Nazionale delle forze di sicurezza tunisine, parlando il 18 febbraio sul canale televisivo Hiwar al-Tunisi, “di sicuro sono state inviate 40 tonnellate di farmaci nella città libica di Zintan”, aggiungendo di temere che il dono fosse destinato a finanziare gruppi terroristici e chiedendo al governo di portare il caso in tribunale. Isam Darduri l’ha confermato dando maggiori dettagli. Nonostante le spiegazioni confuse di Munir Qsiqsi, comandante della Guardia nazionale, le 40 tonnellate di farmaci furono effettivamente consegnate alle milizie di Belhadj per inviarle ai barbari del SIIL. Peggio, non era un regalo, ma un ordine negoziato da un potente affarista tunisino in ottimi rapporti con al-Nahda e Nida Tunis, e pagato da Abdalhaqim Belhadj, in possesso di metà dei beni libici all’estero, oltre ad aver derubato le banche libiche dopo l’assassinio di Gheddafi.

SIIL creazione turco-qatariota
Nel prendere tale posizione, la Tunisia è coerente con la politica degli Stati Uniti, che sono anche contrari ad ogni azione militare contro il SIIL in Libia, e per una buona ragione: il SIIL non è un miracolo divino ma una creazione turco-qatariota coperta dagli Stati Uniti. Il SIIL è la sintesi tra al-Qaida e al-Nusra, creata appositamente per distruggere la Siria ed Hezbollah e indebolire l’Iran. Secondo il comandante Husim al-Awaq, ex-ufficiale dell’intelligence militare siriana unitosi all’opposizione e capo del gruppo degli “ufficiali liberi” dell’ELS, Turchia e Stati Uniti non hanno mai ha sostenuto l’Esercito libero siriano, ma solo SIIL e Jabhat al-Nusra. “Abbiamo tre basi in Siria, mentre il SIIL ne ha 20 e al-Nusra 5, tutti finanziate dall’organizzazione turca Marmara“, ha detto. Da parte sua, il generale Wesley Clark, ex-comandante delle forze militari della NATO in Europa dal 1997 al 2001, ha recentemente affermato in un’intervista alla CNN che “lo Stato islamico (l’organizzazione taqfirista SIIL) è stato istituito con finanziamento dei nostri amici e alleati, tra cui Turchia e Qatar… al fine di combattere fino all’ultimo contro Hezbollah“.

Il SIIL perseguito dall’Egitto
Secondo al-Arabiya, il procuratore generale egiziano Hisham Baraqat, via Interpol ha lanciato un mandato contro Abdalhaqim Belhadj e trenta altri criminali egiziani, tunisini e quwaitiani presunti appartenenti al SIIL. Secondo la legge egiziana, il terrorista libico Abdalhaqim Belhadj è anche accusato di essere il vero capo del SIIL in Maghreb. Dei cinquanta terroristi ricercati, la metà sono cittadini tunisini, tra cui Brahim al-Madani, Abdarahman Suyhli, Haytham Tajuri, Usama Salabi, Adal Tarouni, Salahudin bin Umran, Salah Uarfli, Ahmad Zaui, Sadoq Gariani, Abdalwahab Gayad, Qalid Sharif, Ali Salabi, Ajmi Atri, Abdalbasat Azuz, Harun Shahibi, Umar Qadraui, Fradj Suyhli… In una dichiarazione al giornale tunisino al-Sarih del 24 febbraio 2015, il portavoce dell’esercito libico Ahmad Masmari affermava l’esistenza di un campo di addestramento del SIIL a Sabrata, 50 km dal confine tunisino. Quindi non vi sono solo Derna e Sirte sotto il controllo dei barbari e mercenari del SIIL. La diffusione di tale tumore è così rapida che prefigura un caos totale in Libia e di certo la sua partizione futura in diversi micro-Stati. Se il governo tunisino crede di uscirsene ospitando Abdalhaqim Belhadj, ex-luogotenente di Usama bin Ladin divenuto dopo la distruzione della Libia uomo di punta e capo occulto del SIIL del Maghreb, commette un crimine contro il popolo tunisino e un chiaro tradimento di Algeria ed Egitto. Giocando con il fuoco, può bruciarsi per prima. Tatawin, Zarzis, Gabis e Madanin possono finire sotto il “califfato” del SIIL prima di Marsa Matruh in Egitto e dei Wilaya Illizi e Djanet in Algeria!

201210152165194734_20Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il presidente cipriota a Mosca: la crescente presenza della Russia nel Mediterraneo

Andrej Akulov Strategic Culture Foundation 26/02/2015BN-HC911_ruscyp_J_20150225112340Il 25 febbraio, Russia e Cipro hanno firmato un accordo di cooperazione tecnico-militare in occasione della visita ufficiale del presidente cipriota Nicos Anastasiades in Russia. In particolare, si prevede l’utilizzo di aeroporti e porti della Repubblica da parte di aerei da guerra e navi da guerra russi nelle operazioni umanitarie e di emergenza, nonché di operazioni antiterrorismo. L’Aeronautica russa utilizzerà la base aerea Andreas Papandreou, insieme all’aeroporto internazionale di Paphos a sud-ovest dell’isola. La Marina russa potrà utilizzare in modo permanente la base di Limassol, porto confinante con la base aerea inglese di Akrotiri, utilizzata per le operazioni della NATO, oltre che nodo importante nel sistema di sorveglianza elettronico militare dell’alleanza. Limasol ha già ospitato navi da guerra russe dal 2013, comprese quelle che partecipano all’operazione per eliminare le armi chimiche siriane e alle missioni nel Golfo di Aden e al largo delle coste della Somalia. Ora gli scali saranno effettuati regolarmente secondo norme. L’accordo militare è di particolare importanza da quando giacimenti di gas sono stati recentemente scoperti nel Mediterraneo orientale. La Russia partecipa ad esplorazione e produzione. Israele (che ha categoricamente rifiutato sanzioni anti-Russia), Libano, Cipro, Turchia e Siria sono tutti interessati al progetto e hanno corrispondenti problemi di sicurezza da affrontare. Per la Russia, è solo l’ultima notizia di un’alleanza militare in crescita. In un anno la Russia ha aumentato la cooperazione militare con Paesi non-NATO, tra cui Cina, India, Corea democratica e Iran. Ma la regione mediterranea ha acquisito particolare importanza di recente.
Il 3 febbraio, il ministro della Difesa della Grecia e schietto “euroscettico” Panos Kammenos annunciava l’invitato a Mosca per incontrare l’omologo russo Sergej Shojgu nel prossimo futuro, con data da fissare al più presto. La Grecia è membro della NATO, un’organizzazione che percepisce la Russia quale potenziale minaccia. Eppure, Atene e Mosca sembrano essere sulla via per formare un’alleanza. Il 3 febbraio, Kammenos ha incontrato l’ambasciatore russo in Grecia. “La discussione con l’ambasciatore russo Maslov era anche sugli accordi sospesi tra i Ministeri della Difesa di Grecia e Russia, cooperazione strategica, organizzazione dell’anno dell’amicizia greco-russa nel 2016, in Grecia e Russia. Ho ricevuto un invito dal Ministro della Difesa della Russia a visitare Mosca prossimamente“, ha scritto Kammenos sul sito web del Ministero della Difesa. Il nuovo governo greco occasionalmente ha apertamente criticato UE e NATO. La Grecia è oggetto di dure critiche da parte di alcuni partner europei sulla sua posizione verso la Russia in un momento di crescente tensione per l’Ucraina. Il 10 febbraio, Russia ed Egitto hanno firmato diversi accordi per rafforzare i legami militari ed economici. Gli accordi hanno coronato la visita del presidente russo Vladimir Putin. L’uso di strutture navali, probabilmente ad Alessandria, da parte di navi russe è un problema all’ordine del giorno. Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha menzionato tale possibilità nell’intervista al quotidiano Rossijskaja Gazeta. Mentre il ramo libico dello Stato Islamico decapitava egiziani a metà febbraio, il presidente russo Vladimir Putin inviava un messaggio di condoglianze all’omologo egiziano e ribadiva che “la Russia è pronta a una stretta cooperazione con l’Egitto nella lotta ad ogni forma di terrorismo“. Vitalij Churkin, rappresentante permanente della Russia nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, non esclude la partecipazione della Russia a una coalizione internazionale in Libia. (3) Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, in una conversazione telefonica con l’omologo egiziano Samah Shuqry il 16 febbraio, confermava la disponibilità di Mosca ad agire di concerto con Cairo per contrastare la minaccia del terrorismo. Così la possibilità di un coinvolgimento della Russia negli sforzi internazionali per contrastare l’organizzazione radicale non è effimera, ma reale. Le forze collegate allo Stato islamico in Libia hanno intensificato le attività di recente. Il gruppo ha suoi agenti tra i rifugiati verso le coste italiane (solo 350 chilometri da attraversare). Non senza ragione questo Paese chiede uno sforzo internazionale per intervenire in Libia. Il premier italiano Matteo Renzi visiterà Mosca ai primi di marzo. L’adesione della Russia alla coalizione internazionale contro lo Stato islamico è all’ordine del giorno. L’Italia vuole che la Russia vi partecipi. Le sanzioni anti-russe dell’UE sono intempestive e inutili per dialogare su tale questione scottante. In teoria il contributo della Russia potrebbe essere di grande valore, senza esagerazione. Mosca potrebbe fornire intelligence, addestramento e armi, tanto più che il governo libico riconosciuto a livello internazionale ha chiesto alle Nazioni Unite aiuti militari. La Russia ha una squadra navale nel Mediterraneo, che potrebbe portare a termine la missione di pattugliamento delle coste libiche per impedire l’invio illegale di armi ai terroristi.
C’è qualcosa di molto importante che la Russia ha già fatto concretamente. Il 12 febbraio, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione 2199 sulla repressione delle entrate che i gruppi terroristici in Siria e in Iraq ricavano dal commercio di petrolio e prodotti petroliferi. Il documento contiene disposizioni volte a contenere altre fonti di reddito del terrorismo, tra cui traffico di metalli preziosi, antichità e valori culturali da Iraq e Siria. Il progetto di risoluzione è stato avviato dalla Federazione Russa ed è stato co-sponsorizzato da più di 50 Stati. La Russia spera che tutti i membri della comunità internazionale faranno rispettare rigorosamente le disposizioni della risoluzione, con una cooperazione internazionale basata su norme giuridiche internazionali. La visita del presidente cipriota ha dimostrato ancora una volta che le affermazioni sulla Russia isolata a livello internazionale fanno acqua, non sono altro che chiacchiere. Al contrario, la politica estera della Russia ha ottenuto importanti successi come la visita del Presidente Putin in Ungheria il 16-17 febbraio o in Egitto il 9-10 febbraio, per citarne alcune. La Russia ha un ruolo molto importante da svolgere nel garantire la sicurezza nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Chiunque sia imparziale può vedere che la grave situazione attuale rende il suo ruolo sempre più cruciale per affrontare gli scottanti problemi regionali che raggiungono l’Europa e coinvolgono gli Stati Uniti. È il momento per un dialogo intenso e costruttivo, non per la guerra delle sanzioni.

Cyprusoil2La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia sbarca nella tenda dell’UE

MK Bhadrakumar Indian Punchline 26 febbraio 2015

WireAP_22239a7bc3094190bd426dca41294cb2Il significato dell’accordo firmato a Mosca che consente alle navi della Marina russa si sostare nei porti a Cipro si può prestare a nozioni esagerate su un patto militare tra i due Paesi, certamente non è così. D’altra parte, il profondo significato dell’accordo in termini politici, e la visita del presidente cipriota Nicos Anastasiades a Mosca, non può essere trascurato a Washington e capitali europee, in particolare Bruxelles dove ha sede l’Unione europea. In termini strategici, l’accordo non significa che la Russia stabilisce basi navali a Cipro. L’accordo prevede solo supporto giuridico alle navi della Marina russa che fanno scali regolari a Cipro. In termini militari, tuttavia, la Marina militare russa avrà sempre garantito tale accesso quando la sua unica base di manutenzione sembra essere Tartus, in Siria, coinvolta nel profondo continuo travaglio. In poche parole, le operazioni nel Mediterraneo della Flotta del Mar Nero avranno solide basi, con il sostegno di Cipro. Allo stesso modo, la Russia crea la cooperazione militare con un Paese in cui la Gran Bretagna ha una base militare. Ci sono notizie secondo cui anche la Cina parlerà con Cipro per avere strutture simili a quelle che la Russia si è assicurata. Tuttavia, molto più della cooperazione militare russo-cipriota è presente. La visita di Anastasiades a Mosca ha anche un enorme aspetto geopolitico in cui molte correnti trasversali operano. Per cominciare, Cipro è un Paese membro dell’UE che rafforza i legami con la Russia, attualmente bersaglio delle sanzioni dell’UE. Anastasiades, infatti, ha provocatoriamente messo in discussione la logica delle sanzioni occidentali contro la Russia.
Negli ultimi quindici giorni Cipro è diventato il secondo Stato membro dell’Unione europea, dopo la visita del Presidente Vladimir Putin in Ungheria, a mostrare pubblicamente dissenso e risentimento verso le sanzioni occidentali, sponsorizzate dagli USA, contro la Russia. Come l’Ungheria, anzi, molto più dell’Ungheria, Cipro ha forti ragioni per assicurarsi la cooperazione con la Russia. Circa l’80% degli investimenti esteri a Cipro è russo. Mosca ha dato un grosso aiuto a Cipro nel superare la crisi finanziaria, fornendo un prestito di 2,5 miliardi di euro nel 2011 (e questa settimana ha tagliato il tasso di interesse annuo dal 4,5% al 2,5%, oltre a prorogare il periodo di riscatto dal 2016 al 2018-2021), oltre ad aiutare Cipro ad organizzare con successo la sua prima emissione di Eurobond sovrani, dopo la crisi, per 750 milioni di euro. Si stima che il denaro che fluisce dalla Russia a Cipro superasse i 200 miliardi di dollari nel periodo 1994-2011. La qualità del rapporto russo-cipriota appare evidente nei commenti di Putin ai media a Mosca, mentre dava il benvenuto ad Anastasiades. In fondo sarà dura per Washington, nel prossimo periodo, radunare i Paesi dell’UE nella strategia di contenimento degli Stati Uniti contro la Russia. L’emergere del governo di sinistra in Grecia (mentore di Cipro), accreditato di forti legami con ideologi russi, già irrita Washington. Ungheria e Grecia sono anche membri della NATO. Così in effetti anche la Turchia, che si è anche avvicinata a Mosca negli ultimi anni quasi in proporzione diretta con le tensioni apparse nel rapporto tra Washington e Ankara. In effetti, ad uno sguardo più attento, un ambito di grande complessità compare, suggerendo che tagliare il cordone ombelicale che lega la Russia ‘post-sovietica’ all’Europa sarà un compito titanico per la diplomazia degli Stati Uniti. Ma non per questo mancano tentativi, come testimonia l’ultimo sforzo della burocrazia dell’UE, sostenuto dagli Stati Uniti, d’integrare il mercato energetico del blocco con il singolare intento di ‘centralizzare’ e controllare i legami energetici della Russia con i singoli Stati membri. Ma il punto è che la Russia diventa un attivo globalizzatore, battendo gli Stati Uniti nel loro gioco, ed intende continuarvi.
Tornando alla partnership russo-cipriota, alcuni altri modelli di politica regionale vanno notati. Innanzitutto i legami energetici. Cipro possiede vasti giacimenti di gas naturale offshore non sfruttati nel Mediterraneo orientale. Le compagnie petrolifere russe sperano di entrate nel settore energetico di Cipro, attualmente dominato da aziende statunitensi. Anastasias ha chiaramente invitato le aziende energetiche russe a parteciparvi. Ora, i giacimenti di gas di Cipro sono contigui alla zona economica della Siria, che ha anche giacimenti di idrocarburi non sfruttati. I giacimenti di gas ciprioti e israeliani s’intersecano, come per Qatar e Iran. L’esportazione del gas di Cipro in Europa sarebbe una priorità statunitense con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dell’Europa dalla Russia. D’altra parte, il tracciato del gasdotto ideale da Cipro passerebbe per la Turchia, con cui Cipro non ha rapporti dall’occupazione del nord di Cipro da parte turca nel 1974. Washington incoraggia profondamente la riconciliazione turco-cipriota, i colloqui sono ripresi all’inizio di febbraio dopo due anni di pausa, ma l’opinione pubblica cipriota è fortemente contraria ad accettare la presenza della Turchia nel nord di Cipro. La situazione di stallo è difficile da rompere. Ciò richiederà alla Russia d’intervenire come partner energetico di Cipro. La Russia inoltre sostiene i colloqui con la Turchia sul nuovo gasdotto dal Mar Nero (sostituendo il South Stream, che Mosca ha sommariamente abbandonato) ai Paesi dell’Europa sud-orientale. Chiaramente, la politica energetica della regione del Mediterraneo orientale avanza e la Russia vi è presente quasi ovunque. Tutto sommato, dopo essersi assicurato una posizione di forza in Ucraina, la Russia torna sulla scena mondiale raccogliendo i fili tralasciati. La visita di Putin in Egitto e quella di Anastasiades a Mosca indicano che la diplomazia russa non è sulla difensiva, né che la Russia sia impantanata in Ucraina.TURKEY-RUSSIA-SYRIA-CONFLICT-DIPLOMACYTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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