In vista della controffensiva siriano-irachena

Alessandro Lattanzio, 3/6/2015FGi2ngELe forze alleate dell’asse Iran-Iraq-Siria-Hezbollah si riorganizzano preparando le operazioni per contrastare l’offensiva islamo-atlantista cogestita da Turchia (fazione Erdoghan) e Arabia Saudita, sostenitori di Jabhat al-Nusra (al-Qaida), e da NATO, Israele e Turchia (fazione Gulen), sostenitori dello Stato Islamico (Gladio-B). Le operazioni anti-terroriste organizzate dalle forze armate iraniane e siriane, e dalle milizie popolari irachene e libanesi riguarderanno probabilmente almeno due offensive coordinate tra esse sul fronte siriano (probabilmente Tadmur) e sul fronte iracheno (Ramadi), per ridurre l’aggressività dello Stato islamico, ultimamente celebrato e propagandato quale organizzazione taqfirita invincibile da al-Jazeera e dai media sauditi ed occidentali. Propaganda che, anche nel caso di ‘vittorie’ sul campo, non corrisponde quasi mai alla realtà dei fatti (si veda il caso della Jamahiriya Libica).

iraq-tikrit_customL’operazione per la liberazione di Ramadi, capitale della provincia di Anbar, in Iraq occidentale, è stata battezzata dalle Hashid al-Shabi (Forze popolari), “Operazione Labaiq Ya Iraq” (Siamo al servizio dell’Iraq). Il Pentagono esprimeva delusione per la prevalenza delle milizie sciite irachene in un’operazione nel cuore sunnita dell’Iraq. Con incredibile ipocrisia, il portavoce del Pentagono, colonnello Steven Warren, aveva detto che “la chiave della vittoria, il tasto per espellere il SIIL dall’Iraq è un Iraq unificato. Un Iraq unificato senza divisioni settarie, unito contro questa comune minaccia operando per espellere il SIIL dall’Iraq. La soluzione è un governo iracheno unito“. Gli statunitensi erano riluttanti ad inviare le milizie sciite nell’Anbar, una provincia prevalentemente sunnita, ma la presa di Ramadi infliggeva un duro colpo alla coalizione guidata dagli USA spingendo Baghdad ad approvava l’immediato invio delle milizie popolari, di cui Washington diffidava, “Molte milizie non sono sotto il controllo del governo centrale” iracheno, diceva Warren. Infatti Obama aveva suggerito al governo iracheno di attivare le milizie tribale sunnite per contrastare, con il sostegno dell’Aeronautica degli Stati Uniti, l’assalto del SIIL. Ma Baghdad invece inviava 25000 miliziani delle Brigate Hezbollah, Imam Ali e Badr, e la 30.ma Brigata meccanizzata dell’8.va Divisione dell’esercito iracheno nella base militare di Habaniyah, in vista della controffensiva contro il SIIL.
Per occupare Ramadi, presidiata ca circa 7000 soldati iracheni, lo Stato islamico aveva utilizzato almeno 30 autobombe, di cui 10 camion-bomba del tipo utilizzato nell’attentato di Oklahoma City nel 1995, rivelando una mano molto nordamericana in tale tipo di operazioni terroristiche. In precedenza, il 18 maggio, il ministro della Difesa iraniano Generale Hossein Dehqan e il ministro della Difesa iracheno, Qalid al-Ubaydi, s’incontravano a Baghdad per organizzare la difesa contro il SIIL, mentre aerei da trasporto iracheni C-130J Hercules si recavano a Teheran per trasportare i rifornimenti militari iraniani.
Tra la fine di maggio e l’inizio di giugno 2015, tramite un accordo siriano-iraniano-iracheno oltre 20000 soldati iraniani, iracheni e libanesi sarebbero stati inviati nella zona di Idlib. Secondo il quotidiano libanese al-Safir, “La mobilitazione nel nord della Siria non ha precedenti dallo scoppio della guerra quattro anni fa. Una mobilitazione di tali dimensioni interrompe la tacita comprensione turco-iraniana per evitare il confronto diretto sulla Siria“. Il comandante della Forza al-Quds delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, Generale Qasim Sulaymani, si era recato sul fronte di Jurin, dove le forze siriane si preparano ad affrontare l’assalto islamista-atlantista, promettendo “sorprese” per la NATO e gli USA. “Il mondo sarà sorpreso da ciò che noi e la leadership militare siriana prepariamo per i prossimi giorni“. Il comandante iraniano aveva incontrato il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito arabo siriano e i comandanti di Hezbollah durante la visita segreta in Siria.
CE5DsudUIAAZzHI Infatti, il ripiegamento delle forze siriane nella provincia di Idlib e da Tadmur rientra in un cambio di strategia di Damasco che prevede di rafforzare la presenza militare siriana nelle aree principali governative, da Lataqia ad Aleppo, da Homs a Damasco. Difatti, come dimostra il sito filo-islamo-atlantista Oryx, le truppe siriane avevano lasciato Tadmur dopo aver ritirato il grosso del materiale bellico; difatti nella base aerea di Tadmur i terroristi del SIIL poterono catturare solo 5 pezzi di artiglieria, qualche arma antiaerea e mezza dozzina di veicoli siriani inutilizzabili, oltre che 5/6 radar risalenti agli anni ’60/’70 e delle carcasse di 2 elicotteri distrutti. In realtà Tadmur è in pieno deserto, l’intenzione dello Stato islamico sarebbe stata quella di collegare il ‘califfato’ dal Mosul ad Homs; ma più probabilmente era distrarre risorse e mezzi dal fronte del Qalamun, dove il SIIL ha subito una pesante sconfitta; così come nei fronti ancora aperti, come Dayr al-Zur, Aleppo oppure Hasaqah, dove ha perso il controllo su oltre un 100 di villaggi. Invece di seguire una strategia, accumulando uomini e mezzi su tali ultimi fronti, lo Stato islamcio aveve deciso di lanciarsi al centro della Siria, allungando le linee di rifornimento nel deserto, e questo mentre a Ramadi incominciano a incontrare la resistenza delle forze irachene. Tutto ciò nella speranza che occupando o facendo credere di occupare Tadmur, Damasco di distraesse dai fronti del Qalamun e di Idlib, dove il SIIL e le altre organizzazioni terroristiche subiscono sconfitte o sono bloccate, disperdendo mezzi e uomini preziosi per la difesa della frontiera con Libano, Israele e Giordania, da cui tagliare i rifornimenti per le organizzazioni terroristiche attive in Siria. “Gli accuratamente selezionati resoconti dei media occidentali continuano a presentare lo Stato islamico quale fattore nella regione settentrionale dell’Afghanistan al confine con l’Asia centrale. Radio Free Europe e Radio Liberty, collegate all’intelligence degli Stati Uniti e che svolsero un ruolo chiave nella Guerra Fredda, la scorsa settimana avevano diffuso un pezzo inquietante sullo Stato islamico, praticamente dandogli un peso in Afghanistan assai lontano dalla realtà sul campo”. Va ricordato che Radio Free Europe e Radio Liberty sono emittenti della CIA finanziate da Soros, completamente gestite da neonazisti dichiarati e dedite alla propaganda anti-siriana, anti-iraniana e anti-russa. Il pubblico di queste radio è composto da nazisti fanatici e da nostalgici delle junte militari latinoamericane; basta fare un giro sulle loro pagine facebook per incontrarvi solo tale feccia. Inoltre, al quadro si aggiunge la propaganda filo-islamista e anti-sciita di Human Rights Watch, ONG finanziata dal governo statunitense, che accusa le milizie popolari irachene di rappresaglie e saccheggi contro i civili sunniti; lo scopo ultimo di tale propaganda è giustificare l’invio di truppe statunitensi in Iraq, invocato dal senatore statunitense John McCain, presidente del Comitato forze armate del Senato, e da Frederick Kagan, artefice della “Spinta” militare del 2007 in Iraq, e che dichiara che la caduta di Ramadi “sabota completamente” i piani per liberare Mosul, “Credo che la battaglia per Ramadi sarà abbastanza difficile“. L’ex-generale dei marines Gregory Newbold, consigliere di Obama nel 2008, disapprovava la strategia statunitense in Iraq, invocando l”escalation della campagna aerea e delle forza di terra statunitensi. “Quello che dobbiamo fare… dev’essere così decisivo ed avere un effetto tale che lo Stati islamico ne esca umiliato, come ideologia e come forza”.
Ma la ‘strategia’ statunitense in realtà ha sempre favorito la sua creatura, il ramo mediorientale di Gladio, ovvero Gladio-B, pubblicamente presentato dai media islamo-atlantisti come ‘Stato islamico’. A ribadirlo era la dichiarazione del primo ministro iracheno Haydar al-Abadi, che ammetteva che il SIIL a Mosul, nel giugno 2014, aveva catturato 2300 autoveicoli Humvee, 40 carri armati M1A1, un centinaio di blindati, 52 obici M198 e 74000 fucili d’assalto e armi automatiche. Un arsenale di fatto ceduto ai terroristi taqfiri dagli statunitensi e dai loro alleati ex-baathisti della fazione Husayn, presenti nell’amministrazione e nelle forze armate irachene. Intanto, presso Mosul, a conferma del coinvolgimento di Gladio nelle operazioni terroristiche in Medio Oriente, un agente dei servizi segreti turchi (MIT) operativo nel SIIL veniva catturato dai peshmerga, durante i combattimenti del 24 maggio nel villaggio di Sehelil, presso Mosul, che avevano lasciato 17 peshmerga e 35 terroristi morti. L’agente del MIT proveniva dalla provincia di Erzurum dove fu arrestato in Turchia per omicidio e condannato a 30 anni di carcere, poi rilasciato solo per aderire al SIIL come agente dei servizi segreti turchi. L’agente turco veniva consegnato al comando centrale dell’intelligence curda di Zerevani.

L'agente dell'intelligence turca dello Stato islamico catturato dalla mizlia curda

L’agente dell’intelligence turca dello Stato islamico catturato dalla milizia curda


Terroristi dello Stato islamico catturati dalle forze irachene

Riferimenti:
Analisi Militares
Anfenglish
Cassad
Mondialisation
NEO
RussiaToday
StopWar
Uskowi on Iran
Uskowi on Iran
Uskowi on Iran
Zerohedge

In Iraq, le forze iraniane schierano un nuovo sistema lanciarazzi multiplo (MLRS)

In Iraq, le forze iraniane schierano un nuovo sistema lanciarazzi multiplo (MLRS)

Lo Stato islamico come “risorsa strategica” degli Stati Uniti

MK Bhadrakumar Indian Punchline 22 maggio 2015Gause_SaudiGameofThronesLevant Report, un’altamente rispettata ONG statunitense dedita a trasparenza e responsabilità nel governo e nella politica degli Stati Uniti, ha fatto un grande servizio all’intellighenzia dell’Asia meridionale ottenendo, tramite una causa federale, dei documenti classificati dei dipartimenti della Difesa e di Stato relativi allo Stato Islamico (IS). In poche parole, i documenti mettono in luce la valutazione della Defence Intelligence Agency (DIA) degli Stati Uniti secondo cui l’IS potrebbe essere una “risorsa strategica” per le strategie regionali statunitensi. Tale valutazione scioccante difatti risale all’inizio del 2012, cioè prima ancora che lo SI apparisse sulle testate catturando Mosul in Iraq, lo scorso anno. La DIA ha avvertito governo e agenzie di sicurezza degli Stati Uniti che lo SI aiuterà Washington ad isolare e rovesciare il regime siriano. In effetti, ciò che è stato bollato come teoria della cospirazione finora, infine si avvera. E nel frattempo molti avvenimenti in Siria e Iraq oggi cominciano ad avere una prospettiva chiara. Naturalmente, ciò che emerge, ancora una volta, sono le politiche diaboliche degli Stati Uniti nell’utilizzare i gruppi estremisti islamici come strumenti geopolitici per sostenere le proprie strategie regionali nei Paesi esteri. Tale politica fu avviata la prima volta in Asia del Sud nei primi anni ’80 con i “mujahidin afghani” della genialata di Zbigniew Brzezinski, a capo della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. L’appello alla “jihad” in Afghanistan, alla fine, causò immense sofferenze alla regione. Opera attivata dagli Stati Uniti per sconfiggere l’Armata Rossa in Afghanistan, sconfitta che secondo alcuni avrebbe contribuito al crollo dell’Unione Sovietica. Tuttavia, il Pakistan ne fu seriamente destabilizzato e, cosa più importante, l’introduzione di Usama bin Ladin e al-Qaida diede l’alibi perfetto agli Stati Uniti per imporre la presenza militare in Afghanistan e in Asia centrale. Lo spettro dello SI in Pakistan e Afghanistan oggi, appare un’evoluzione ancor più inquietante. Mentre sempre più dettagli saranno disponibili su cosa succede a Kunduz, provincia settentrionale dell’Afghanistan, che appare un’operazione dello SI. Teoricamente si tratterebbe di un’offensiva dei “taliban”, ma il mullah Omar non sembra avere il controllo della battaglia per Kunduz, dove “combattenti stranieri” guidano l’assalto. Gli accuratamente selezionati resoconti dei media occidentali continuano a presentare lo SI quale fattore nella regione settentrionale dell’Afghanistan al confine con l’Asia centrale. Radio Free Europe e Radio Liberty, collegate all’intelligence degli Stati Uniti e che svolsero un ruolo chiave nella Guerra Fredda, la scorsa settimana hanno diffuso un pezzo inquietante sullo SI, praticamente dandogli un peso in Afghanistan assai lontano dalla realtà sul campo.
King-Abdullah-+-Obama-600x450 Naturalmente, l’avanzata dello SI darebbe agli Stati Uniti l’alibi perfetto per stabilire una presenza militare permanente, per sé e la NATO, in Afghanistan. C’è molto su cui riflettere, in retrospettiva, su ciò che l’ex-presidente afghano Hamid Karzai aveva più volte dichiarato, e cioè che gli Stati Uniti non sono “sinceri” nella lotta ai taliban e sugli obiettivi geopolitici reali. Gli Stati Uniti riusciranno a diffondere il virus dello SI in Afghanistan e Asia centrale, per giustificare la presenza militare occidentale a tempo indeterminato nella regione? Le probabilità sono abbastanza buone, in realtà, e i ministri degli Esteri della NATO incontratisi ad Antalya, la scorsa settimana, hanno ritenuto che l’alleanza debba mantenere una presenza a lungo termine in Afghanistan, oltre la prevista scadenza di fine 2016. In effetti, è nel DNA e negli egoismi dei regimi autocratici che dominano oggi su gran parte del mondo musulmano, finire al servizio degli interessi occidentali. Non si sbaglierebbe pensare che lo SI sia uno strumento per colpire l’Iran, e che l’azione in Afghanistan sia finanziata dall’Arabia Saudita che si prefigge due scopi, infettando anche il Pakistan con il virus dello SI. Anche in questo caso, la politica regionale offre un eccellente margine di manovra agli Stati Uniti nel seguire le orme della politica del “divide et impera” della Gran Bretagna imperiale nel subcontinente indiano. Questione del Kashmir, animosità tra indù e musulmani, relazioni conflittuali dell’India con Cina e Pakistan, Xinjiang e Tibet, la lista delle questioni regionali è molto lunga laddove l’intelligence degli Stati Uniti avrebbe ampio spazio nel frantumare le posizioni regionali. Si prenda il caso dell’India, per esempio. L’attuale discorso strategico principale è permeato da una mentalità contraddittoria verso Cina o Pakistan. Ma il discorso indiano sorprende gli increduli (se non occasionalmente, i nazionalisti estremisti indù) quando si tratta delle intenzioni strategiche a lungo termine degli Stati Uniti nella regione. I nostri esperti non sono semplicemente interessati al tema. Leggasi Levant Report per informarsi, qui. (Qui sotto)daesh-cia-990x180Documento della Defense Intelligence Agency del 2012: l’occidente faciliterà l’avanzata dello Stato islamico “per isolare il regime siriano”
Brad Hoff Levant Report 19 maggio 2015

baghdadi-ciaIl 18 maggio il gruppo conservatore di monitoraggio del governo Judicial Watch ha pubblicato dei documenti precedentemente classificati del dipartimento della Difesa e del dipartimento di Stato statunitensi, ottenuti con una causa federale. Mentre i media mainstream sono focalizzati sulla gestione della Casa Bianca dell’attacco al consolato di Bengasi, ignorano il “quadro generale” presentato e confermato dai documenti del 2012 della Defense Intelligence Agency, secondo cui lo ‘Stato islamico’ in Siria orientale viene ricercato perseguendo la politica occidentale nella regione. Sorprendentemente, il rapporto appena declassificato afferma che per “occidente, Paesi del Golfo e Turchia (che) sostengono l’opposizione (siriana)… c’è la possibilità di creare un califfato salafita dichiarato o occulto nella Siria orientale (Hasaqa e Dayr al-Zur), e questo è esattamente ciò che le potenze che sostengono l’opposizione vogliono per isolare il regime siriano…” Il rapporto della DIA, in precedenza classificato “Secret/Noforn” datato 12 agosto 2012, circolò ampiamente tra i vari enti governativi, tra cui CENTCOM, CIA, FBI, DHS, NGA, dipartimento di Stato e molti altri. Il documento mostra che già nel 2012 l’intelligence degli USA previde l’ascesa dello Stato Islamico in Iraq e Levante (SIIL o SIIS), ma invece di delineare chiaramente il gruppo come nemico, il rapporto lo riteneva risorsa strategica degli Stati Uniti. Mentre numerosi analisti e giornalisti hanno documentato tempo fa il ruolo delle agenzie d’intelligence occidentali nell’addestramento e formazione dell’opposizione armata in Siria, i vertici dell’intelligence statunitense confermano la teoria secondo cui i governi occidentali vedono fondamentalmente nel SIIL uno proprio strumento per il cambio di regime in Siria. I documenti al riguardo affermano proprio tale scenario. Prove forensi, prove video e recenti ammissioni di alti funzionari interessati (vedi le ammissioni dell’ex-ambasciatore in Siria Robert Ford qui e qui), dimostrano che il dipartimento di Stato e la CIA supportano materialmente i terroristi del SIIL sul campo di battaglia siriano, almeno dal 2012-2013 (come chiaro esempio di “prove forensi”: vedasi il rapporto dell’inglese Conflict Armament Research che fa risalire all’origine dei razzi anticarro croati recuperati dai terroristi del SIIL a un programma congiunto saudita/CIA, grazie all’identificazione dei numeri seriali).
Il rapporto della DIA del 2012, appena diffuso, traccia le seguenti sintesi sullo “Stato islamico in Iraq” e l’emergente SIIL:
al-Qaida guida l’opposizione in Siria
– l’occidente si identifica con l’opposizione
– la creazione dello Stato islamico è diventata realtà solo con l’avanzata della rivolta siriana (non si parla di ritiro delle truppe USA dall’Iraq come catalizzatore dell’ascesa dello Stato Islamico, tesi di innumerevoli politici ed esperti, si veda la sezione 4.D. sotto)
– l’istituzione di un “principato salafita” nella Siria orientale è “esattamente” ciò che le potenze estere che sostengono l’opposizione vogliono (identificate come “occidente, Paesi del Golfo e Turchia”), al fine d’indebolire il governo di Assad
– “santuari” sono suggeriti nelle zone occupate dagli insorti islamici secondo il modello libico (che si traduce nella cosiddetta no-fly zone come primo atto di ‘guerra umanitaria’, vedi 7.B.)
– l’Iraq è identificato quale “espansione sciita” (8.C)
– uno “Stato islamico” sunnita potrebbe essere devastante per “l’unità dell’Iraq” e potrebbe “facilitare il rinnovamento degli elementi terroristici che da tutto il mondo arabo entrano nell’arena irachena”. (Vedi l’ultima riga del .pdf)daesh-cia-990x180Tratto dalle sette pagine del rapporto declassificato della DIA:

R 050839Z 12 agosto

Situazione generale:
A. Internamente, la situazione assume un andamento chiaramente settario.
B. Salafiti, Fratelli Musulmani e AQ (al-Qaida) sono le principali forze che guidano l’insurrezione in Siria.
C. Occidente, Paesi del Golfo e Turchia sostengono l’opposizione; mentre Russia, Cina e Iran sostengono il regime.

3. (C) al-Qaida in Iraq (AQI): … B. AQI sostiene l’opposizione siriana DALL’INIZIO, ideologicamente e attraverso i media…

4.D. Vi era una regressione dell’AQI dalle province occidentali dell’Iraq negli anni 2009-2010; tuttavia dopo l’avanzata della rivolta in Siria, le potenze religiose e tribali regionali cominciarono a simpatizzare per la rivolta settaria. Tale (simpatia) è apparsa nel sermoni del venerdì di preghiera, invocando volontari per sostenere i sunniti in Siria.

7. (C) Ipotesi sul futuro della crisi:
A. Il regime sopravvive ed ha il controllo sul territorio siriano.
B. Sviluppo degli eventi attuali in una guerra per delega: …le forze dell’opposizione cercano di controllare le zone orientali (Hasaqa e Dayr al-Zur), adiacenti alle province occidentali irachene (Mosul e Anbar), oltre che ai confini turchi. Paesi occidentali, Paesi del Golfo e Turchia sostengono tali sforzi. Tale ipotesi molto probabilmente è in linea con gli ultimi fatti, contribuendo a preparare santuari protetti internazionalmente, come accadde in Libia quando Bengasi fu scelta come centro di comando del governo provvisorio.

8.C. Se la situazione degenera c’è la possibilità di dichiarare un principato salafita aperto o segreto nella Siria orientale (Hasaqa e Dayr al-Zur), questo è esattamente ciò che le potenze che sostengono l’opposizione vogliono per isolare il regime siriano, considerato una profondità strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)
8.D.1. … Il SIIL potrebbe anche dichiarare lo Stato islamico attraverso l’unione con altre organizzazioni terroristiche in Iraq e Siria, creando una grave minaccia all’unità dell’Iraq e all’integrità del suo territorio.B7y3bj1CIAI7OQf.jpg largeTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: frattura italiana

Alessandro Lattanzio, 13/5/2015map-of-egyptNei colloqui tra il capo dell’esercito nazionale libico Qalifa Haftar e il Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), nell’ambito delle manovre tra i vertici militari di Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Quwayt, Sudan, Bahrayn e Arabia Saudita per tracciare una linea per stabilizzare la Libia, l’EAU vendeva all’esercito di Tobruq 5 elicotteri d’attacco Mil Mi-35 Hind e altro equipaggiamento di origine russa, tra cui armi anticarro e munizioni perforanti. Gli incontri riguardavano l’organizzazione dei capi tribali libici per supportare un possibile intervento arabo. Tale passo sarebbe ritenuto cruciale nella stabilizzazione della Libia, secondo il governo egiziano. “Un incontro per coordinare le diverse tribù in Libia rafforzerebbe la credibilità di un’azione della forza araba congiunta in Libia“, affermava Jean-Marc Rickli, professore del dipartimento di Studi per la Difesa del King College di Londra. Ai colloqui potrebbero partecipare anche Francia e Italia; alla “Francia è stato chiesto di fornire logistica e forze speciali mentre all’Italia di fornire supporto navale“, affermava una fonte della Lega Araba. “Una Libia preda delle convulsioni della guerra civile è fonte d’instabilità per il Nord Africa e il Mediterraneo, in quanto rappresenta un buco nero geopolitico che genera il fenomeno della criminalità internazionale del traffico di droga, armi, persone e del terrorismo di matrice religiosa”, dichiarava Andrea Margelletti, presidente del Centro di Studi Internazionali di Roma. “Inoltre, vi sono interessi economici italiani in Libia che il nostro governo intende proteggere, soprattutto nel settore degli idrocarburi“. Tutte le parti hanno espresso preoccupazione per la crescente influenza del gruppo terroristico dello Stato islamico e della possibile sua espansione dalla Libia destabilizzata. Tale convergenza Italia-Lega araba va relazionata con la posizione degli elementi filo-sionisti della politica italiana (Dellavedova, Cicchitto, Caracciolo), che invece supportano il ‘dialogo’ con lo Stato islamico e il riconoscimento della fazione islamista, supportata da Turchia-Israele-Qatar, che governa a Tripoli. Infatti, il 7 maggio 2015 si svolgeva presso il Centro Alti Studi della Difesa, a Roma, una conferenza sulla Libia organizzata dal Comitato Atlantico Italiano, con la presenza dell’ex-ministro degli Esteri giordano Abdulillah Qatib, di Muhamad Dahlan, ex-Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’ANP e noto agente della CIA, di Abdelaziz Quti del parlamento tunisino ‘dissidente’ del partito laico antislamista Nida Tunis, dell’ex-ministro degli Esteri egiziano Muhamad al-Urabi, utilizzato da Washington per rovesciare Mubaraq ed insediare al potere i Fratelli mussulmani, di Numan Binutman, ex-quadro del Gruppo Combattente Islamico Libico (LIFG), ovvero al-Qaida in Libia, ed attuale presidente della Quillion Foundation, think tank neocon gestito dall’intelligence inglese e dal Mossad, e dall’ambasciatore libico presso il Vaticano Mustafa Rugibani. Tra gli italiani vi erano i parlamentari sionisti Benedetto Dellavedova e Fabrizio Cicchitto, il presidente del Comitato Atlantico Italiano Fabrizio Luciolli, l’ammiraglio Rinaldo Veri presidente del CASD e sostenitore dell’aggressione a Libia e Siria, amico e referente di Elisa Fangareggi, presunta responsabile di una presunta ONG italiana che opera in Siria e cogestisce un “centro per rifugiati” in Turchia assieme all’IHH, organizzazione sospettata di legami con al-Qaida. L’argomento della conferenza era “la necessità di creare un governo di unità nazionale” come primo passo per la stabilizzazione del Paese. Secondo l’ex-ministro giordano e Dahlan, “l’Unione Europea deve trattare con l’unico governo eletto (Tobruq) e rafforzare l’esercito del generale Haftar, forse l’unico in grado di unificare il Paese e procedere all’integrazione delle varie milizie nelle forze armate. Ciò non vuol dire che l’Europa debba intervenire militarmente, ma la diplomazia da sola non basta senza un po’ di forza”. Quti era sulla stessa linea, ponendo l’accento sulla “necessità di procedere al disarmo delle milizie che, con l’aiuto dell’Europa, andranno poi incluse in un nuovo apparato di sicurezza, in modo che possano partecipare alla ricostruzione della Libia”. Per Binutman bisognava agire “soprattutto nel Fezan”, dove si concentra la presenza della Resistenza jamahiriyana e, sempre secondo Binutman, la Libia va federalizzata. Se Luciolli invocava l’intervento diretto dell’Italia assieme ad Egitto ed Emirati Arabi Uniti e senza badare all’ONU e all’UE, il filo-islamista Vieri indicava “difficoltà negli Stati occidentali ad inviare truppe in una spedizione confusa e rischiosissima”, mentre i sionisti Dellavedova e Cicchitto sostenevano la mera soluzione diplomatica della missione dell’ONU guidata da Bernardino Leon, agente del Gruppo Bilderberg.
Da tutto ciò, quindi, appare evidente una frattura emergente in Italia riguardo la situazione in Libia: la fazione filo-turco-sionista (banda Caracciolo-Debenedetti) vuole riconoscere gli islamisti di Tripoli, e un’altra filo-inglese vuole appoggiare con le armi l’intervento in Libia (banda Renzi).
world_01_temp-1430377539-5541d443-620x348 Nel frattempo, il 29 aprile 2015, il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi incontrava a Cipro l’omologo cipriota Nicos Anastasiades, assieme al ministro del Petrolio Sharif Ismail, al ministro degli Esteri Samah Shuqri e al ministro degli Investimenti Ashraf Salman. Il presidente egiziano aveva espresso gratitudine per il sostegno di Cipro all’Egitto in seno all’Unione europea e sottolineava il sostegno dell’Egitto verso la causa cipriota nella disputa con la Turchia che occupa la parte settentrionale dell’isola. Inoltre, Sisi aveva avuto un vertice con Anastasiades e il primo ministro greco Alexis Tsipras, nell’ambito della formazione di un polo filo-russo nel Mediterraneo orientale, contrappeso dell’asse atlantista Turchia-Israele-Qatar-Fratellanza musulmana. Infatti, il premier Tsipras aveva dichiarato a conclusione del vertice trilaterale Grecia-Cipro-Egitto di Nicosia che la Grecia era decisa a procedere alla delimitazione delle zone marittime, sul Mediterraneo orientale, nel rispetto del diritto internazionale e del diritto marittimo, osservando che tale processo non solo è nell’interesse dei tre Paesi, ma di tutti gli altri Paesi della regione, interessati a cooperare nel delimitare le zone marittime secondo i principi del diritto internazionale, e nel rafforzare la cooperazione nella sicurezza regionale per affrontare l’islamismo radicale, “una minaccia alla nostra civiltà”, come aveva sottolineato. Tsipras inoltre indicava la necessità di approfondire la cooperazione tra Grecia ed Egitto, sottolineando che “la cooperazione economica, commerciale ed energetica contribuisce efficacemente nel porre i presupposti del consolidamento di prosperità, pace e stabilità nella regione“. Da parte sua, il presidente cipriota Nicos Anastasiades affermava che gli sviluppi allarmanti in certi Paesi della regione, come Siria, Iraq, Yemen, intensificano la necessità di un’azione congiunta della comunità internazionale per affrontare tali sfide. Sul processo di pace in Medio Oriente, Anastasiades aveva dichiarato “ribadiamo la posizione di principio nel raggiungere una pace giusta e duratura con la creazione dello Stato autonomo e sovrano di Palestina secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite, e abbiamo discusso dei crescenti flussi migratori quali minacce non solo ai Paesi della regione, ma a tutti i Paesi europei. Con l’intensificarsi dei nostri sforzi, gli obiettivi che ci siamo posti saranno raggiunti e saranno un modello di cooperazione per gli altri Paesi della regione“. Il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi dichiarava che “il secondo vertice tra i tre Paesi in soli sei mesi riflette la volontà di approfondire la nostra cooperazione. Cerchiamo la cooperazione nel plasmare un futuro brillante per i nostri popoli secondo tolleranza, pace, stabilità e giustizia sociale“. Il presidente egiziano, parlando anche del suo incontro con il primo ministro greco, aveva detto: “Oggi abbiamo deciso di aprire nuovi orizzonti alla cooperazione tra i nostri Paesi nei trasporti, energia e turismo“, concordando sulle misure per combattere il terrorismo e la necessità di risolvere il problema del Medio Oriente con la creazione dello Stato palestinese, secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite.Alexis-Tsipras-Nicos-Anastasiades-and-Abdel-Fattah-el-Sissi-Apr2915_afp-Stavros-IoannidesIl 27 febbraio 2015, da La Spezia salpava la nave d’assalto anfibio San Giorgio, per poi imbarcare a Brindisi incursori del Comsubin (Comando subacquei e incursori), nell’ambito delle manovre Mare Aperto, tra Tirreno e Ionio, previste per il 2 marzo. Probabilmente si trattava di sorvegliare il gasdotto Greenstream, pipeline sottomarina dell’ENI che si estende per 520km da Malitah a Gela. Il primo ministro libico Abdullah al-Thini dichiarava che il suo governo avrebbe smesso di trattare con la Turchia perché inviava armi al governo islamista di Tripoli. “La Turchia non tratta onestamente con noi. Esporta armi uccidendo il popolo libico“. Il portavoce del ministero degli Esteri della Turchia, Tanju Bilgic, rispose, “Invece di ripetere le stesse accuse infondate e non veritiere, consigliamo di sostenere gli sforzi delle Nazioni Unite per il dialogo politico. La nostra politica nei confronti della Libia è molto chiara. Siamo contro qualsiasi intervento esterno in Libia e sosteniamo pienamente il processo del dialogo politico con la mediazione delle Nazioni Unite“. Thini aveva anche accusato il Qatar di dare sostegno “materiale” agli islamisti. Infine al-Thini avvertiva che le forze libiche ed egiziane avrebbero agito in modo coordinato contro lo Stato islamico, “Ogni volta che c’è un pericolo o una minaccia, ci saranno attacchi aerei in totale coordinamento tra Egitto e Libia. Lo Stato islamico è ben consolidato nella regione di Sirte e non nasconde la sua presenza a Tripoli. Se le truppe non sono rifornite delle armi di cui hanno bisogno, il gruppo terroristico si diffonderà in tutta la Libia“.
1506503 Il 2 marzo Qalifa Belqasim Haftar veniva nominato comandante in capo dell’esercito nazionale libico dal presidente del parlamento di Tobruq. Questa nomina seguiva la decisione del governo di Tobruq di sospendere la partecipazione ai colloqui dell’ONU, guidati da Bernardino Leon dal settembre 2014, in risposta alle pressioni della NATO affinché nel governo libico venissero inclusi gli islamisti. Alcuni giorni prima lo Stato islamico aveva ucciso 45 persone con delle autobombe nella città di al-Quba. Le Nazioni Unite aveva invitato i due parlamenti libici a nuovi colloqui in Marocco, ma la riunione venne rinviata, quindi l’11 febbraio Leon incontrava separatamente gli esponenti dei due parlamenti nel sud della Libia.
Il 3 marzo, aerei libici bombardavano l’Aeroporto Internazionale Mitiga di Tripoli, “Un jet da combattimento leale al capo dell’esercito Qalifa Belqasim Haftar ha effettuato un raid su Mitiga, senza causare danni” affermava l’agenzia turca Anadolu, ma la Guardia Petrolifera della Libia annunciava che “l’aviazione libica ha lanciato attacchi aerei contro gruppi armati situati nell’aeroporto di Mitiga. A partire da oggi, le operazioni militari inizieranno a Tripoli contro le milizie posizionate negli aeroporti e altre parti della capitale“. L’esercito libico effettuava le incursioni aeree sull’aeroporto, perché “via d’accesso dei rifornimenti logistici” del gruppo islamista “Alba di Libia”. Intanto Abdalhaqim Belhadj, il terrorista islamista a capo del Gruppo combattente islamico libico, fantoccio degli USA, aderiva allo Stato islamico in Libia e ne supportava i campi di addestramento a Derna. Dopo aver partecipato al golpe e all’invasione della Jamahiriya Libica nel 2011, Belhadj, collegato ad al-Qaida, fu nominato capo del Consiglio militare di Tripoli, posizione che mantenne fino al maggio 2012. Belhadj era collegato agli attentati terroristici del 2004 a Madrid e all’omicidio di due politici tunisini, oppositori dei Fratelli musulmani. I terroristi del SIIL decapitavano 8 guardie libiche dopo aver attaccato il campo petrolifero di al-Ghani, presso la città di Zalah. Inoltre, i terroristi rapirono anche 9 lavoratori stranieri, tra cui 4 filippini, 1 ceco, 1 ghanese, 1 austriaco e 1 bangleshi.
Il 20 marzo, nonostante le trattative a Rabat, le forze di Tobruq lanciavano l’offensiva su Tripoli, che vide una serie di attacchi aerei su obbiettivi islamisti presso l’aeroporto di Mitiga e l’avanzata delle milizie zintani a sud di Tripoli, appoggiate da elementi di Bani Walid addestrati dalle forze speciali francesi. Le forze di Tobruq disporrebbero di 11 velivoli, tra cui 3 caccia MiG-21bis del 2° Squadrone caccia della base Nasser, 4 caccia MiG-23 del 2° Squadrone cacciabombardieri di Labraq, 4 elicotteri d’attacco Mi-24 del 1° Squadrone elicotteri della base al-Watyah e del 1° Squadrone da ricognizione della base Nasser. Inoltre, a questi aerei si aggiunsero 11 caccia MiG-21MF e 4 elicotteri d’assalto Mi-8 egiziani. I velivoli vennero schierati nelle basi di Benina (Bengasi), Labraq, Martubah (Derna) e Nasser (Tobruq), in Cirenaica e al-Watyah in Tripolitania, tutte controllate da Tobruq, per le operazioni contro le milizie islamiste occupanti Tripoli e Qiqla. Tobruq disponeva anche di 60000 uomini, tra cui i 2000 della Brigata al-Sayqa delle forze speciali, formata da soldati dell’esercito della Jamahirya Libica inquadrati da 2-300 consiglieri delle forze speciali egiziane. Le forze di Tobruq disponevano di 10 carri armati T-62 e T-55, 300 veicoli da combattimento BMP-1, 50 BTR-60PB, 20 M113, 10 sistemi anticarro Khrizantema-S, 100 blindati Nimr II, 200 Humvee, 30 BRDM-2 equipaggiati con missili anticarro AT-3 Sagger, 20 blindati Puma italiani, 10 SAM Igla-S (SA-24), 20 veicoli antiaerei M53/59 Praga del 503° Gruppo della Difesa Aerea. I 20000 miliziani di Zintan, comandati da Muqtar Qalifah Shahu, erano suddivisi tra 5 brigate dotate di tecniche, tra cui le brigate al-Qaqa comandata da Uthman Milayqtah, e al-Sawayq dell’ex-ministro della Difesa al-Juwayli e comandata da Imad Mustafa al-Trabulsi. Gli islamisti di Alba di Libia schieravano 40000 miliziani dell’Unione dei Rivoluzionari di Misurata del fratello mussulmano Salahuddin Badi, ex-capo dell’intelligence militare libica di Misurata; 20000 miliziani delle 4 brigate dell’organizzazione islamista Scudo Libico di Wisam bin Hamid, e 2-3000 terroristi di Abdalhaqim Belhadj. I misuratini disporrebbero di 800 tra mezzi e pezzi d’artiglieria e di 2000 pickup armati. Scudo Libico avrebbe circa 1200 autoveicoli, mentre i terroristi di Belhadj erano equipaggiati, riforniti ed addestrati dalle forze speciali turche e qatariote.
Il 25 marzo, a Bengasi lo Stato islamico faceva esplodere un’autobomba contro un checkpoint dell’esercito, uccidendo 5 soldati e 2 civili.
Il 30 marzo, il governo libico elogiava la decisione della Lega Araba sullo Yemen, aggiungendo che la situazione nello Yemen è simile a quella in Libia. Al vertice arabo in Egitto, del 28-29 marzo, i capi arabi avevano espresso disponibilità a sostenere il governo di Tobruq.
CEWDE2lVIAAQ00i Dopo aver ricevuto 3 caccia MiG-21MF e 3 elicotteri Mi-8 dall’Egitto, l’aeronautica libica riceveva altri 2 MiG-21MF egiziani, stanziati nella base aerea Gamal Abdal Nasser, presso Tobruq. Inoltre, un piccolo numero di cacciabombardieri Mirage F.1AD veniva riattivato presso la base aerea al-Watiya. La Libia originariamente acquistò 38 Mirage F.1: 16 cacciabombardieri Mirage F.1AD, 18 caccia-intercettori Mirage F.1ED, 6 velivoli di addestramento Mirage F.1BD e un enorme stock di pezzi di ricambio e munizionamento, alla fine degli anni ’70. Questi aerei entrarono in servizio nel 1011.mo e 1012.mo Squadrone della base aerea al-Watiya, costruita dai francesi. Una parte dei Mirage fu distaccata ad Aozou, tra Libia e Ciad. Parte della flotta di Mirage F.1 fu radiata negli anni ’90 per l’embargo imposto alla Libia, mentre un grosso quantitativo di pezzi di ricambio fu donato all’Iran per riattivare i Mirage F.1 ex-iracheni ceduti all’Iran nel 1991. Tale ordine personale di Gheddafi generò frustrazione presso l’aeronautica libica e le cui proteste furono vane. Nel 2011 la Libia aveva operativi solo 2 intercettori Mirage F.1ED e 1 addestratore Mirage F.1BD. Oggi, una parte dei Mirage è accantonata nel centro per la revisione di Tripoli, controllato dagli islamisti di Alba di Libia, e il resto rimane ad al-Watiya, base che non venne bombardata dalla NATO. Dei 45 hangar HAS presenti ad al-Watiya, solo 2 ospitano velivoli operativi, oltre a diversi depositi di munizioni nelle vicinanze. Al-Watiya fu riconquistata dal Libyan National Army (LNA) il 9 agosto 2014, dove nei 43 HAS si trovavano decine di cacciabombardieri Su-22, elicotteri d’attacco Mi-25 e 21 Mirage F.1. Oggi, nella base sono operativi 2 Su-22M3, 1 MiG-23UB e 1 Mirage F.1AD reso nuovamente operativo. A sua volta, gli islamisti di Alba di Libia controllano le basi aeree di Mitiga, Misurata e al-Jufra, dove disporrebbe di 2 aerei da addestramento Soko G-2 Galeb, 2 aerei da addestramento L-39, 1 aereo da supporto tattico J-21 Jastreb, 1 caccia MiG-23MLD, 1 caccia biposto MiG-23UB, alcuni aerei da addestramento SIAI-Marchetti SF-260 ed elicotteri. 1 MiG-23MLD islamista fu abbattuto da un missile Igla-S mentre bombardava l’aeroporto di Zintan, il 23 marzo 2015, uccidendo il pilota. Il 6 maggio, presso Zintan, l’esercito libico abbatteva un MiG-25PU della milizia islamista di Misurata. Infatti, gli islamisti di Alba di Libia erano riusciti ad riattivare un MiG-25PU, versione d’addestramento biposto del caccia-intercettore MiG-25PD. Il MiG-25PU non dispone di radar, sistemi di puntamento e sistemi di combattimento, ma il velivolo recuperato dagli islamisti, con l’aiuto di tecnici ucraini arruolati da turchi e qatarioti, sembra fosse dotato di un paio di piloni subalari per trasportare due bombe FAB-500T da 500kg, limitando le capacità operative del velivolo. Il MiG-25, il 28 febbraio 2015 fu dislocato nella base di al-Jufra, dove dal 2003 è depositata la maggior parte delle cellule di MiG-25 libici ospitate nei loro Hardened Aircraft Shelter (HAS). Il 25 marzo 2015 il velivolo fu spostato presso l’aeroporto di Mitiga, a Tripoli, prima di essere abbattuto su Zintan.
L’11 maggio, la nave cargo Tuna-1, battente bandiera delle isole Cook, mentre trasportava armi a Derna, controllata dal SIIL, veniva attaccata e danneggiata da aerei libici. Il cargo era di proprietà turca, “Condanniamo fortemente questo spregevole attacco a una nave civile in acque internazionali e condanniamo i responsabili“, dichiarava il ministero degli Esteri turco. Il cargo stava violando l’embargo imposto dall’esercito libico sulla regione e l’aviazione libica l’aveva bombardato quando era a 10 miglia da Derna. Il comandante dell’aviazione libica, Saqr al-Garushi, aveva affermato che “La nave ha violato le acque territoriali libiche nonostante gli avvertimenti dell’esercito. Inizialmente abbiamo sparato dei colpi di avvertimento e, visto che la nave non ci ha dato ascolto, gli abbiamo sparato direttamente“.tuna1-20150511-600x421Note:
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Le guerre di quarta e quinta generazione arrivano sui teatri europeo e mediorientale

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 21/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I senatori statunitensi Chris Murphy e John McCain, e il capo del partito neo-nazista ucraino Svoboda, Oleg Tjagnibok.

I senatori statunitensi Chris Murphy e John McCain, e il capo del partito neo-nazista ucraino Svoboda, Oleg Tjagnibok.

Statunitensi, inglesi, canadesi e altri militari occidentali addestrano le forze ucraine che includono gangster neonazisti di Ucraina e altre parti d’Europa, e il sostegno di NATO/CIA all’addestramento in Turchia e Giordania fornito ai jihadisti islamisti di Stato islamico, al-Nusra e al-Qaida, sono l’applicazione sul campo di battaglia delle tattiche della guerra di 4.ta generazione (4GW) e di 5.ta generazione (5GW) dei think tank di Pentagono e Central Intelligence Agency. Le 4GW/5GW riguardano principalmente l’uso dei cosiddetti “attori violenti non statali” (VNSA). Nel caso dell’Ucraina, questi, con l’integrazione dei battaglioni neonazisti nell’esercito ucraino regolare, sono divenuti “attori violenti statali” o VSSA. Il concetto di 4GW fu redatto da un gruppo del collegio di guerra del Pentagono alla fine degli anni ’80, per descrivere la minaccia degli insorti VNSA negli Stati falliti. Dopo aver affinato il concetto di 4GW, il mondo affronta gruppi come SIIL e derivati annidatisi negli Stati falliti come Yemen, Siria, Iraq, Afghanistan e Libia, grazie all’intervento militare e d’intelligence delle amministrazioni repubblicane e democratiche degli USA, minacciando la stabilità regionale e globale. La nomina del capo della milizia neo-nazista ucraina Dmitrij Jarosh a consulente del Comandante in Capo delle Forze Armate Viktor Muzhenko e l’integrazione dei gangster della milizia neo-nazista nell’esercito ucraino è un chiaro esempio di VNSA divenuti VSSA. Ciò è anche il passo di CIA e NATO dalla 4GW alla molto più pericolosa 5GW, in cui organizzazioni criminali, hacker e terroristi statali hanno un ruolo significativo. Jarosh ebbe un ruolo significativo nella rivolta “Euromajdan” che rovesciò il governo eletto ucraino con un colpo di Stato nei primi mesi del 2014. Una situazione simile esiste con lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (SIIL), il cui auto-proclamato “califfo” Abu Baqr al-Baghdadi fu visto nel nord della Siria in compagnia di politici neo-conservatori come John McCain e ufficiali di collegamento dell’ambasciata USA ad Ankara e della CIA. In ciò che è un cattivo auspicio per la sicurezza globale, Jarosh è divenuto un culto tra i capi neo-nazisti, così come numerosi nazionalisti ucraini, in particolare a Lvov, che collaborerebbro con i volontari del SIIL provenienti dai fronti siriano e iracheno. Jarosh e al-Baghdadi, una volta prigioniero delle forze di occupazione statunitense, sono VNSA da manuale. Jarosh è diventato un VSSA mentre le connessioni di al-Baghdadi con il “Milli Istihbarat Teshkilati” (MIT), l’Organizzazione Nazionale dell’Intelligence, e con il “Muqabarat al-Ama”, Direzione Generale dell’Intelligence saudita, indicano che anche lui è passato da VNSA a VSSA.
lead_large Le reclute neonaziste e del SIIL si battono per entità quasi-statali pesantemente coinvolte nella criminalità organizzata internazionale. Il regime ucraino si basa sul supporto di oligarchi come l’ucraino-israeliano Igor Kolomojskij, a capo di una mafia in Ucraina e all’estero. Gli irregolari dello Stato islamico giurano fedeltà a un califfato che sequestra persone, traffica le antichità saccheggiate (a volte in concerto con organizzazioni criminali ucraine e israeliane), infiltra reti informatiche e deruba banche. Organizzazioni criminali e VNSA/VSSA sono al centro della 5GW. Alcuni esperti vedono la 5GW come combinazione di barbarie e guerriglia. Certo, sotto tale definizione, decapitazioni e stragi del SIIL in Libia, Siria e Iraq e gli omicidi ben pianificati dai gangster statali di politici e giornalisti in Ucraina, critici del regime Kiev, seguono i piani dettati dalla 5GW. Un organigramma del SIIL recuperato dal campo di battaglia in Iraq e pubblicato da “Der Spiegel” rivela che il SIIL agisce come un servizio segreto. Ciò non dovrebbe sorprendere se si considera che tra i padroni del SIIL vi sono i servizi di sicurezza di Arabia Saudita e Turchia, agendo con più dei semplici “ammiccamenti e cenni” da CIA, MI-6 e Mossad. Il SIIL è affiliato all’“Esercito libero siriano” addestrato e armato dagli USA, in gran parte formato da leali ad al-Nusra, al-Qaida e SIIL. Gli ascari sauditi che combattono i ribelli huthi nello Yemen sono affiliati ad “al-Qaida nella penisola arabica” (AQAP) che ha saccheggiato con piacere dalle armerie abbandonate da Sana, a Muqala, Taiz e Aden, le armi statunitensi fornite ai passati regimi yemeniti. AQAP ha assaltato Muqala nello Yemen del Sud, liberando dal carcere il sedicente emiro dell’AQAP della provincia di Abyan, Qalid Batarfi. Non solo al-Baghdadi s’è guadagnato un altro alleato nello Yemen, ma i sauditi hanno un altro capo jihadista da usare per combattere gli huthi. L’armamento dell’AQAP con armi statunitensi catturate nello Yemen rispecchia la cattura da parte del SIIL delle armi statunitensi dalle basi abbandonate dell’esercito iracheno nelle regioni settentrionali ed occidentali dell’Iraq. Gli Stati Uniti sono i primi responsabili dell’inondazione di armi leggere in Medio Oriente, più di qualsiasi altra nazione. Tuttavia, permettendo a gruppi come SIIL e AQAP di armarsi, il Medio Oriente entra in una 5GW in piena regola.
8736718 E’ stato recentemente rivelato che i guerriglieri siriani che “catturarono” il corrispondente della NBC Richard Engel e il suo team nel 2012, non erano sciiti fedelissimi del presidente siriano Bashar al-Assad, come originariamente riportato dalla NBC, ma dell’Esercito siriano libero filo-USA. Engel mentì consapevolmente dopo il suo rilascio: “Penso di avere una buona idea di chi siano (i sequestratori). È un gruppo noto come Shabiha, milizia governativa. Costoro sono fedeli al Presidente Bashar al-Assad. Sciiti che parlavano apertamente della loro fedeltà al governo, esprimendo apertamente la loro fede sciita. Sono addestrati dalla Guardia Rivoluzionaria iraniana e sono alleati di Hezbollah”. Le dichiarazioni di Engel erano totalmente false, ma NBC News le diffuse. Engel inoltre spargeva la propaganda israeliana secondo cui Hezbollah e Iran erano i principali responsabili della guerra civile siriana. Se non fosse stato per il rovesciamento per mano USA e NATO della Libia di Muammar Gheddafi, il Boko Haram in Nigeria non potrebbe avere le armi dai jihadisti che hanno proclamato l’emirato nella Libia orientale. Infatti, i jihadisti libici e nigeriani hanno giurarono fedeltà allo Stato islamico di al-Baghdadi. Il presidente della Nigeria Goodluck Jonathan, aspramente criticato per non fare abbastanza per arginare Boko Haram, poi sconfitto alle elezioni, tuttavia raccolse enormi quantità di aiuti militari statunitensi grazie allo “spauracchio” del Boko Haram. L’inazione di Jonathan ha portato Boko Haram ad essere non solo una minaccia per il nuovo governo nigeriano di Muhammadu Buhari, ma anche per i vicini Niger, Camerun e Ciad. Tutto ciò ovviamente rientra nella strategia della 5GW dell’US Africa Command per l’Africa, continente divenuto fonte importante di materie prime per la macchina da guerra degli Stati Uniti.
Con la decisione del Pentagono di armare i neo-nazisti integrati nell’esercito ucraino, i pianificatori militari di Stati Uniti e NATO hanno ora intrapreso la pericolosa strada della 5GW. Oggi, VNSA come le bande neonaziste di Ucraina e altri Paesi europei, e i jihadisti islamici che da tutto il mondo aderiscono a Jabhat al-Nusra e altri gruppuscoli allineati allo Stato Islamico, passano da VNSA a VSSA. La “dottrina Obama”, in parte basata sull’intervento nelle nazioni destabilizzate, ha permesso l’introduzione della 5GW sulla scena mondiale.

Al-Baghdadi, pimo a sinistra, McCain primo a destra.

Al-Baghdadi, pimo a sinistra, McCain primo a destra.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il muro missilistico russo dell’Iran

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 18/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora1044832La vulgata sul conflitto tra l’occidente e l’Iran è sempre stata quella di uno Stato canaglia pericoloso intenzionato ad avere armi nucleari per scatenare l’Armageddon nucleare contro Israele. Sotto tale rozza propaganda c’è una verità più complessa sul conflitto per procura tra Oriente e occidente. Così com’era avvenuto nella prima e seconda guerra mondiale, posizione strategica, risorse e popolazione dell’Iran costituiscono un prerequisito necessario per prima contenere e poi sconfiggere l’ordine politico di Mosca. Questa volta, oltre Mosca, l’asse occidentale intende circondare e sconfiggere anche Pechino. A differenza delle guerre mondiali, grandi guerre di logoramento e invasioni meccanizzate non sono possibili oggi. Invece, una campagna concertata di guerre per procura, sovversione politica occulta, sanzioni e altri strumenti non militari sono impiegati in ciò che è a tutti gli effetti un conflitto globale. A definirne i fronti, oltre alle alleanze politiche ed economiche, è la presenza del “muro missilistico” o programmi di difesa missilistica nazionali attuato in Oriente e occidente. Laddove finiscono queste mura missilistiche, generalmente inizia la dichiarata aggressione militare dell’occidente. In Libia, Siria, Iraq e Yemen dove tali sistemi missilistici erano assenti, l’occidente bombardava o bombarda queste nazioni con assoluta impunità. Le Nazioni Unite, in teoria, avrebbero dovuto impedire l’aggressione a Libia, Siria, Iraq e Yemen, ma ha categoricamente fallito. Con le nazioni dotate di difese missilistiche formidabili, l’aggressione diretta occidentale è più o meno impensabile, lasciando che operino le meno efficienti guerre per procura e sovversione politica. La presenza di sistemi di difesa antimissile può trattenere l’aggressione militare occidentale, è ciò che sarebbe necessario per stabilire equilibrio di potere e stabilità globale che le Nazioni Unite hanno promesso, ma finora mai dato.

Iran, l’ultimo baluardo
Nazioni come l’Iran, dove le guerre per procura non possono essere facilmente condotte e la sovversione politica eterodiretta è stata sconfitta, l’occidente da anni prevede opzioni militari per avere il cambio di regime a Teheran. Presenti nel rapporto “Quale percorso per la Persia?” del Brookings Institution, tali opzioni includono l’uso delle trattative diplomatiche, in particolare sul programma nucleare civile iraniano, per giustificare gli attacchi alle strutture di ricerca nucleare iraniana. Gli attacchi non porterebbero sicuramente a un cambio di regime, ma i politici occidentali sperano che provochino una rappresaglia iraniana che l’occidente utilizzerebbe per espandere le operazioni militari fino al cambio di regime. Scritto nel 2009, “Quale percorso per la Persia?” comprende molteplici scenari ormai palesemente testati e falliti. Rimangono i colloqui sul nucleare avviati dagli Stati Uniti, destinati ad apparire come atto di buona volontà verso l’Iran. Israele ha il compito di attaccare unilateralmente gli impianti nucleari iraniani, affermando che il “tradimento” degli USA che non gli lascia altra scelta. Ancora una volta, nella speranza che l’Iran si vendichi, o in seguito a un attacco sotto falsa bandiera fatto apparire come rappresaglia iraniana, gli Stati Uniti interverrebbero per aiutare Israele. In altre parole, l’accordo nucleare è un trucco, con l’occidente non solo non intenzionato ad onorarlo, ma ad usarlo per giustificare un attacco agli impianti nucleari, seguito da una coalizione volta a rovesciare il governo iraniano. Tuttavia “Quale percorso per la Persia?” non ha preso in considerazione, come è stato, la crescente influenza della Russia nel conflitto attuale e la capacità di sfruttare l’opportunità aperta brevemente dalla malafede dell’occidente con la sua “buona volontà” verso Teheran del presunto “riavvicinamento”. L’occidente sostiene di essere soddisfatto da termini ed impegno sull’accordo nucleare dell’Iran, avanzando la firma formale nei prossimi mesi. Com’era prevedibile, mentre tale soddisfazione dovrebbe in teoria portare alla revoca delle sanzioni, l’occidente non ha compiuto alcun gesto di buona volontà finora. La Russia da parte sua inizia a togliere le sanzioni. Ciò include l’accordo petrolio-merci con l’Iran, così come la consegna di diversi sistemi missilistici antiaerei S-300. I missili in particolare, da consegnare 5 anni fa, possono complicare notevolmente qualsiasi tentativo occidentale di tradire l’Iran nel firmare e onorare l’accordo nucleare. Con l’acquisto e dispiegamento effettivo dei sistemi missilistici S-300, l’Iran sarà dietro un “muro missilistico” che aumenterà drasticamente il costo di un atto già potenzialmente rischioso di aggressione militare contro Teheran da parte di Israele, Stati Uniti, entrambi, o Arabia Arabia, che ha recentemente iniziato unilateralmente a bombardare il vicino Yemen.

Iniziano le strette di mano
A seguito della decisione della Russia di fornire i sistemi S-300, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha dichiarato che le sanzioni vanno revocate “nel modo più coeso possibile”. In altre parole assieme e secondo l’occidente. Bisogna chiedersi se l’occidente si sia veramente impegnato a riavvicinarsi all’Iran, allora perché, come atto di buona fede, non ha tolto almeno alcune sanzioni alleviando il peso socioeconomico che infligge il popolo iraniano da anni? Va anche chiesto perché l’occidente ha reagito negativamente alla revoca delle sanzioni della Russia, così come alla fornitura di un sistema d’arma puramente difensivo. L’occidente, si potrebbe sospettare, rimprovererebbe la Russia per la fornitura di un sistema difensivo all’Iran solo se prevede di tradirlo del tutto, proprio come fecero gli Stati Uniti con Iraq, Siria e Libia, nelle varie fasi di riavvicinamento con ciascuna di esse prima che gli annientassero o tentassero di farlo; c’è ogni ragione di credere che tradiranno anche l’Iran. La risposta negativa dell’occidente alla consegna dei sistemi missilistici S-300 è particolarmente ipocrita dato che erige il proprio “muro missilistico” intorno Russia e Cina. Le assicurazioni dell’occidente secondo cui Russia e Cina non hanno nulla da temere da tali sistemi missilistici puramente “difensivi” viene ricambiata da Mosca incrementando la difesa missilistica dell’Iran.

Quanto è forte il Muro?
L’S-300 è, secondo varie fonti, tra cui lo statunitense International Assessment and Strategy Center (IASC), uno dei sistemi di difesa missilistica più formidabili in campo. Secondo un rapporto dell’IASC intitolato, “Almaz S-300 – La Difesa aerea “Offensiva” della Cina“: “I sistemi SAM S-300 sono uno dei più letali, se non il più letale, dei sistemi SAM di difesa aerea in servizio, con una gamma di derivati più potenti dispiegati dalla Russia, o in fase di sviluppo”. La relazione sottolinea che i sistemi missilistici difendono non solo lo spazio aereo di una nazione, ma possono negare alle forze aeree la possibilità di difendere il proprio spazio aereo. Questo potrebbe spiegare il motivo per cui la NATO, guidata dagli Stati Uniti, erige una rete missilistica vicino a Russia e Cina da anni. Tuttavia, non vi sono casi noti di S-300 usati in combattimenti reali. La deterrenza dell’S-300 è efficace solo se le forze impiegano il sistema e le capacità dei missili stessi sono effettive. E’ noto che la NATO ha già svolto esercitazioni in Europa concentrandosi in particolare su come aggirare i sistemi di difesa aerea di fabbricazione russa. Una tale esercitazione fu condotta nel 2005, chiamata Trial Hammer e riguardante la ‘Soppressione della Difesa Aerea Nemica’ (SEAD). Tali esercitazioni possono già operare sui modi per aggirare o neutralizzare sistemi come l’S300. Tuttavia, il rischio è che Israele o Stati Uniti lancino l’attacco all’Iran una volta che gli S-300 saranno operativi; perdendo un numero significativo di aeromobili non solo l’operazione fallirebbe, ma un duro e umiliante colpo verrebbe inferto alle forze coinvolte, con il velo dell’invincibilità del potere militare occidentale, in particolare aereo, perso per sempre innescando una rivolta a valanga nell'”ordine internazionale” che l’occidente ha creato soprattutto con la minaccia della propria forza militare. Inoltre, se l’Iran dovesse abbattere numerosi aeromobili coinvolti in un qualsiasi attacco unilaterale contro il suo territorio, avrà compiuto una “rappresaglia” proporzionale, negando la necessità di rispondere ulteriormente, smascherando del tutto un attacco sotto falso bandiera a nome dell’Iran. L’occidente fallirebbe operativamente, strategicamente e geopoliticamente. Perciò, forse a prescindere dalle reali capacità della S-300, il rischio sarebbe troppo grande per lasciare quest’ultima scommessa ai politici occidentali che tentano d’impedire l’ascesa dell’Iran a potenza regionale permanente, del tutta immune all’aggressione militare occidentale.
Come suggerito da altri analisti ,ciò non esclude del tutto la minaccia dei piani degli USA contro la Russia attraverso l’Iran. Se costretti ad accettare relazioni normali con l’Iran, in realtà rimuovendo le sanzioni agli idrocarburi iraniani inonderebbero il mercato e ridurrebbero i prezzi di cui la Russia da tempo beneficia e dipende. Resta da vedere se tale opzione piace ai politici occidentali più che incenerire l’acuta percezione di mezzo secolo d’invincibilità militare con i sistemi di difesa missilistica dell’Iran.

israeli-s-300-the-syria.siTony Cartalucci, Bangkok-basato ricercatore geopolitico e scrittore, in particolare per la rivista online “New Eastern Outlook .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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