L’eccezionalismo americano presenta elezioni infernali

William Blum, Anti-Empire Report# 144, 11 marzo 2016477131531Se le elezioni presidenziali statunitensi finiscono con Hillary Clinton contro Donald Trump, e il mio passaporto viene confiscato e in qualche modo vengo costretto a scegliere o sono pagato per farlo, pagato bene… voterei per Trump. La mia preoccupazione principale è la politica estera. La politica estera statunitense è la peggiore minaccia a pace, prosperità e ambiente mondiali. E quando si tratta di politica estera, Hillary Clinton è un disastro diabolico. Da Iraq e Siria a Libia e Honduras il mondo è un posto assai peggiore per causa sua; tanto è vero che la chiamerei criminale di guerra che andrebbe perseguita. E non molto meglio ci si può aspettare sulle questioni interne di questa donna pagata 675000 dollari da Goldman Sachs, una delle più reazionarie aziende anti-sociali di questo triste mondo, per quattro discorsi, e ancor più con donazioni politiche in questi ultimi anni. Aggiungasi la disponibilità di Hillary ad essere per sei anni nel consiglio di amministrazione di Wal-Mart, mentre il marito era governatore dell’Arkansas. Possiamo aspettarci che cambi il comportamento delle imprese da cui prende soldi?
Il Los Angeles Times ha pubblicato un editoriale il giorno dopo le varie elezioni primarie del 1° marzo che iniziava: “Donald Trump non è adatto ad essere il presidente degli Stati Uniti“, e poi dichiarava: “La realtà è che Trump non ha nessuna esperienza di governo“. Quando devo aggiustare la mia auto cerco un meccanico con esperienza sul modello della mia auto. Quando ho un problema medico preferisco un medico specializzato nella parte del corpo malata. Ma quando si tratta di politici, l’esperienza non significa nulla. L’unica cosa che conta è l’ideologia della persona. Tra chi votare per una persona per 30 anni al Congresso di cui non si condivide alcuna opinione politica e sociale, e vi si è anche ostili, e qualcuno che non ha mai avuto un incarico pubblico prima, ma è un compagno ideologico su ogni importante questione? I 12 anni di Clinton ai vertici del governo non mi significano nulla. The Times ha continuato su Trump: “Ha una vergognosamente scarsa conoscenza delle questioni del Paese e del mondo”. Anche in questo caso, la conoscenza è ingannata (non intesa) dall’ideologia. Da segretaria di Stato (gennaio 2009-febbraio 2013), con ampie conoscenze, Clinton svolse un ruolo chiave nel 2011 nel distruggere il moderno Stato sociale e laico della Libia, schiantandola nel caos più totale da Stato fallito, disperdendo nel caotico Nord Africa e Medio Oriente il gigantesco arsenale che il leader libico Muammar Gheddafi aveva accumulato. La Libia è ora un santuario dei terroristi, da al-Qaida allo SIIL, mentre Gheddafi ne era stato uno principali nemici. Saperlo cos’è servito alla segretaria di Stato Clinton? Le bastava sapere che la Libia di Gheddafi, per diverse ragioni, non sarebbe mai stato uno Stato cliente obbediente a Washington. Fu così che gli Stati Uniti, insieme alla NATO, bombardarono il popolo della Libia ogni giorno per più di sei mesi, avendo come scusa che Gheddafi stava per invadere Bengasi, il centro dei suoi avversari, e così gli Stati Uniti salvarono la gente di quella città dal massacro. Il popolo e i media statunitensi, naturalmente ingoiarono questa storia, anche se alcuna prova convincente del presunto massacro imminente è mai stata presentata. (La cosa più vicina a un resoconto ufficiale del governo degli Stati Uniti sulla questione, un rapporto del Congressional Research Service sugli eventi in Libia dell’epoca, non fa alcuna menzione su minacce di massacri) (1). L’intervento occidentale in Libia fu ciò che il New York Times disse che Clinton “sosteneva”, convincendo Obama a “ciò che fu probabilmente il momento di maggiore influenza da segretaria di Stato” (2). Tutta la conoscenza che aveva non le impedì l’errore disastroso in Libia. E lo stesso si può dire del sostegno a un cambio di regime in Siria, il cui governo è in lotta contro SIIL e altri gruppi terroristici. Ancora più disastrosa fu l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003, che da senatrice supportò. Tali politiche sono naturalmente delle chiare violazioni del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite.
this-is-the-one-thing-that-sets-donald-trump-apart-from-other-negotiatorsUn’altra politica estera di “successo” della Clinton, i cui svenevoli seguaci ignorano, i pochi che lo sanno, fu il colpo di Stato per abbattere ila moderatamente progressiva Manuel Zelaya in Honduras nel giugno 2009. Una storia vista molte volte in America Latina. Le masse oppresse finalmente misero al potere un leader impegnato a cambiare lo status quo, determinato a cercare di porre fine a due secoli di oppressione… e in poco tempo i militari rovesciarono il governo democraticamente eletto, mentre gli Stati Uniti, se non la mente dietro il colpo di Stato, non fecero nulla per punire il regime golpista, in quanto solo gli Stati Uniti possono punire. Nel frattempo i funzionari di Washington fecero finta di essere molto turbati da questo “affronto alla democrazia“. (Vedasi Mark Weisbrot su la “Top Ten dei modi con cui si può dire da che parte il governo degli Stati Uniti fu attivo nel colpo di Stato militare in Honduras“) (3). Nel suo libro di memorie, “Scelte difficili”, del 2014, Clinton rivela quanto indifferente fosse al ritorno di Zelaya alla sua carica legittima: “Nei giorni successivi (al colpo di Stato) parlai con i miei omologhi in tutto l’emisfero… preparammo un piano per ristabilire l’ordine in Honduras e garantire che elezioni libere ed eque si svolgessero in modo rapido e legittimo, rendendo la questione di Zelaya discutibile”. La domanda di Zelaya era tutt’altro che irrilevante. I leader latino-americani, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e altri organismi internazionali con veemenza ne chiesero l’immediato ritorno in carica. Washington, tuttavia, subito riprese normali relazioni diplomatiche con il nuovo Stato di polizia di destra, e l’Honduras da allora è diventato un importante fonte di bambini migranti che attualmente si versano negli Stati Uniti. Il titolo dell’articolo della rivista Time sull’Honduras alla fine dello stesso anno (3 dicembre 2009) riassume così: “La politica in America Latina di Obama sembra quella di Bush“.
E Hillary Clinton si presenta da conservatrice. E da molti anni; almeno dagli anni ’80, quando era la moglie del governatore dell’Arkansas, quando sosteneva con forza i torturatori degli squadroni della morte noti come Contras, l’esercito di ascari dell’impero in Nicaragua. (4) Poi, durante le primarie presidenziali del 2007, la venerabile rivista conservatrice degli USA, National Review di William Buckley, pubblicò un editoriale di Bruce Bartlett. Bartlett fu consigliere politico del presidente Ronald Reagan, funzionario del Tesoro col presidente George HW Bush e ricercatore presso due dei principali think-tank conservatori, Heritage Foundation e Cato Institute. Cogliete il quadro? Bartlett diceva ai lettori che era quasi certo che i democratici avrebbero vinto la Casa Bianca nel 2008. Allora, cosa fare? Sostenere il democratico più conservatore. Scrisse: “La destra disposta a guardare oltre, cerca ciò che probabilmente ha le sue identiche visioni tra i candidati democratici, ed è abbastanza chiaro che Hillary Clinton è la più conservatrice”. (5) Nelle stesse primarie vedemmo sulla rivista leader della più ricca corporatocrazia degli USA, Fortune, la copertina con foto della Clinton e il titolo: “Hillary ama il Business“. (6) E cosa abbiamo nel 2016? Tutti i 116 membri della comunità di sicurezza nazionale del Partito Repubblicano, molti dei quali veterani delle amministrazioni Bush, firmare una lettera aperta minacciando che, se Trump viene nominato, diserteranno e alcuni passerebbero a Hillary Clinton! “Hillary è il male minore, con ampio margine“, dice Eliot Cohen del dipartimento di Stato di Bush II. Cohen aiuta i neocon a firmare il manifesto “Dump-Trump”. Un altro firmatario, l’ultra-conservatore autore di politica estera Robert Kagan, dichiara: “L’unica scelta sarà votare per Hillary Clinton“. (7) L’unica scelta? Cosa c’è di sbagliato in Bernie Sanders o Jill Stein, il candidato del Partito Verde?… Oh, capisco, non sono abbastanza conservatori.
E Trump? Molto più di un critico della politica estera degli Stati Uniti di Hillary o Bernie. Parla di Russia e Vladimir Putin come forze positive e alleate, e vi sarebbero assai meno probabilità di entrare in guerra contro Mosca che non con Clinton. Dichiara che sarebbe “imparziale” nel risolvere il conflitto israelo-palestinese (al contrario del sostegno illimitato di Clinton ad Israele). S’è opposto a chiamare il senatore John McCain “eroe” perché fu catturato. (Quale altro politico oserebbe dire una cosa del genere?) Definisce l’Iraq “un completo disastro”, condannando non solo George W. Bush, ma i neocon che lo circondavano. “Hanno mentito. Hanno detto che c’erano armi di distruzione di massa e non c’erano. E sapevano che non ce n’erano. Non c’erano armi di distruzione di massa“. Ed alla domanda se “Bush ci ha tenuti al sicuro”, risponde che “Che piacesse o no Saddam, uccideva i terroristi“. Sì, è personalmente antipatico. Avrei avuto molta difficoltà ad essergli amico. Ma che importa?hillary-libya

Il motto della CIA: “Orgogliosamente tentiamo di rovesciare il governo cubano dal 1959
imagesCiaOra cosa? Forse si pensa che gli Stati Uniti siano finalmente cresciuti capendo che possono in realtà condividere l’emisfero col popolo di Cuba, accettando la società cubana senza discuterla come fa col Canada? Il Washington Post (18 febbraio) riferiva: “Nelle ultime settimane, i funzionari dell’amministrazione hanno chiarito che Obama si recherà a Cuba solo se il suo governo fa ulteriori concessioni nei diritti umani, accesso ad internet e liberalizzazione del mercato“. Immaginate se Cuba insistesse sul fatto che gli Stati Uniti facciano “concessioni sui diritti umani”; questo potrebbe significare che gli Stati Uniti s’impegnino a non ripetere roba come questa:
Invadere Cuba nel 1961 con la Baia dei Porci.
Invadere Grenada nel 1983 e uccidere 84 cubani, principalmente operai edili.
Far esplodere un aereo passeggeri cubano nel 1976. (Nel 1983, la città di Miami tenne una giornata in onore di Orlando Bosch, una delle due menti dell’atto terribile, l’altro autore, Luis Posada, è protetto a vita nella stessa città)
Dare agli esuli cubani, per usarlo, il virus della peste suina africana, costringendo il governo cubano a macellarne 500000.
Infettare i tacchini cubani con un virus che produce la fatale malattia di Newcastle, provocandone la morte di 8000.
Nel 1981 un’epidemia di febbre emorragica dengue afflisse l’isola, la prima grande epidemia di DHF mai avutasi in America. Gli Stati Uniti da tempo ne sperimentavano l’utilizzo come arma. Cuba chiese agli Stati Uniti il pesticida per debellare la zanzara responsabile, ma non l’ebbe. Oltre 300000 casi furono segnalati a Cuba con 158 decessi.
Questi sono solo tre esempi della pluridecennale guerra chimica e biologica (CBW) della CIA contro Cuba. (8) Dobbiamo ricordare che il cibo è un diritto umano (anche se gli Stati Uniti l’hanno ripetutamente negato) (9). Il blocco di Washington su beni e denaro per Cuba è ancora forte, un blocco che il consigliere per la Sicurezza Nazionale del presidente Clinton, Sandy Berger, nel 1997 definì “le sanzioni più pervasive mai imposte a una nazione nella storia del genere umano”. (10) Tentò di assassinare il Presidente cubano Fidel Castro in numerose occasioni, non solo a Cuba, ma a Panama, Repubblica Dominicana e Venezuela (11). Con un piano dopo l’altro negli ultimi anni, l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (AID) di Washington cercò di provocare il dissenso a Cuba e/o di fomentare la ribellione, con l’obiettivo finale del cambio di regime. Nel 1999 una causa cubana chiese 181,1 miliardi di risarcimento agli Stati Uniti per morte e ferimento di cittadini cubani in quattro decenni di “guerra” di Washington contro Cuba. Cuba chiese 30 milioni in risarcimento diretto per ciascuna delle 3478 persone che dice furono uccise dalle azioni degli Stati Uniti e 15 milioni ciascuno per i 2099 feriti, ha anche chiesto 10 milioni per ciascuna delle persone uccise e 5 milioni per ciascuno dei feriti, per ripagare la società cubana dei costi che ha dovuto subire. Inutile dire che gli Stati Uniti non hanno pagato un centesimo.
Una delle critiche yankee più comuni allo stato dei diritti umani a Cuba era l’arresto di dissidenti (anche se la grande maggioranza fu rapidamente rilasciata). Ma molte migliaia di manifestanti anti-guerra ed altri furono arrestati negli Stati Uniti negli ultimi anni, come in ogni momento della storia statunitense. Durante il movimento Occupy, iniziato nel 2011, più di 7000 persone furono arrestate il primo anno, molte furono picchiate dalla polizia e maltrattate durante la detenzione, i loro gazebo e librerie fatti a pezzi (12); il movimento Occupy continuò fino al 2014; così il dato di 7000 è un eufemismo). Inoltre, va ricordato che con tutte le restrizioni alle libertà civili che vi possano essere a Cuba, rientrano in un contesto particolare: la nazione più potente nella storia del mondo è a sole 90 miglia di distanza ed ha giurato, con veemenza e ripetutamente, di rovesciare il governo cubano. Se gli Stati Uniti erano semplicemente e sinceramente interessati a fare di Cuba una società meno restrittiva, la politica di Washington sarebbe chiara:
– Fermare i lupi, i lupi della CIA, i lupi dell’AID, i lupi ruba-medicine, i lupi ladri di giocatori di baseball.
– Pubblicamente e sinceramente (se i capi statunitensi ricordano ancora cosa significa questa parola) rinunciare ad utilizzare CBW e agli omicidi. E chiedere scusa.
– Cessare l’incessante ipocrita propaganda, sulle elezioni, per esempio. (Sì, è vero che le elezioni cubane non hanno Donald Trump o Hillary Clinton, né dieci miliardi di dollari, e neanche 24 ore di pubblicità, ma non è un motivo per ignorarle?)
– Pagare le compensazioni, molte.
– Sine qua non, la fine del blocco demoniaco.
Per tutto il periodo della rivoluzione cubana, dal 1959 ad oggi, l’America Latina ha assistito a una terribile sfilata di violazioni dei diritti umani, torture sistematiche; legioni di “scomparsi”; squadroni della morte sostenuti dal governo che uccidevano individui prescelti; stragi di contadini, studenti e altri. I peggiori autori di tali atti in quel periodo furono le squadre paramilitari e associate ai militari di El Salvador, Guatemala, Brasile, Argentina, Cile, Colombia, Perù, Messico, Uruguay, Haiti e Honduras. Tuttavia, neppure i peggiori nemici di Cuba accusano il governo dell’Avana di simili violazioni; e se si considera istruzione e sanità, “entrambi”, ha detto il presidente Bill Clinton, “funzionano meglio (a Cuba) che nella maggior parte degli altri Paesi” (13), garantiti da “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” delle Nazioni Unite e dalla “Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”, sembrerebbe che in oltre mezzo secolo di rivoluzione, Cuba ha goduto delle migliori condizioni sui diritti umani in tutta l’America Latina. Ma mai abbastanza buono per i capi statunitensi per parlarne in alcun modo; la citazione di Bill Clinton è un’eccezione in effetti. E’ una decisione difficile normalizzare le relazioni con un Paese la cui polizia uccide i propri civili inermi quasi quotidianamente. Ma Cuba deve farlo. Forse può civilizzare un po’ gli statunitensi, o almeno ricordargli che per più di un secolo furono i massimi torturatori al mondo.60f7df315Note
1. “Libia: transizione e politica degli Stati Uniti“, 4 marzo 2016
2. New York Times, 28 febbraio 2016
3. Mark Weisbrot, “La Top Ten dei modi con sui si può dire da che parte il governo degli Stati Uniti si è attivato sul colpo di Stato militare in Honduras“, Common Dreams, 16 dicembre 2009
4. Roger Morris, ex-membro del Consiglio Nazionale di Sicurezza, Partners in Power (1996), p.415. 5. Per una panoramica completa su Hillary Clinton, vedasi il nuovo libro di Diane Johnstone, Queen of Chaos.
6. National Review, 1 maggio 2007
7. Fortune, 9 luglio 2007
8. Patrick J. Buchanan, “Gli oligarchi uccideranno Trump?“, Creators, 8 marzo 2016
9. William Blum, Il libro nero degli Stati Uniti. Guida all’unica superpotenza del mondo (2005), capitolo 14
10. Ibid., p.264
11. Casa Bianca, conferenza stampa, 14 novembre 1997, US Newswire
12. Fabian Escalante, Azione esecutiva: 634 modi per uccidere Fidel Castro (2006), Ocean Press (Australia)
13. Huffington Post, 3 maggio 2012
14. Miami Herald, 17 ottobre 1997, p. 22A

Ogni parte dell’articolo può essere diffuso senza autorizzazione, a condizione dell’attribuzione a William Blum e di un link a Williamblum.org.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le e-mail di Clinton, l’attentato a Bengasi finanziato dai sauditi

William Reynolds Medium Zerohedgec2cQualcosa è passato inosservato nel chiacchiericcio sull’inchiesta per le e-mail di Hillary Clinton, è il contenuto delle fughe originali che avviavano l’indagine. Nel marzo 2013, un hacker rumeno che si fa chiamare Guccifer, hackerava l’account AOL di Sidney Blumenthal e passava a RussiaToday quattro e-mail contenenti l’intelligence sulla Libia che Blumenthal inviò a Hillary Clinton. Per coloro che non hanno seguito questa storia, Sidney Blumenthal è un vecchio amico e consigliere della famiglia Clinton, che in veste non ufficiale inviò molti “memo d’intelligence” a Hillary Clinton durante il suo mandato a segretaria di Stato. Originariamente apparse su RT.com con font Comic Sans su sfondo rosa, con la lettera “G” maldestramente disegnata in filigrana, nessuno prese queste e-mail sul serio quando uscirono nel 2013. Ora, però, possiamo confrontare queste fughe con le e-mail che il dipartimento di Stato ha pubblicato. I primi tre messaggi di posta elettronica, passate a Russia Today, di Blumenthal a Clinton, appaiono parola per parola nei comunicati del dipartimento di Stato. Della prima e-mail, Clinton chiese fosse stampata e inoltrata al vicecapo staff Jake Sullivan. Della seconda e-mail Clinton la descriveva come “intuizione utile” e l’inoltrava a Jake Sullivan chiedendogli di farla circolare. La terza e-mail fu sempre trasmessa a Jake Sullivan. La quarta non appare nelle registrazioni del dipartimento di Stato. L’e-mail mancante è del 16 febbraio 2013, ed appare solo nella fuga originale, ed affermava che le agenzie d’intelligence francesi e libiche avevano prove che gli attacchi ad In Amenas e Bengasi furono finanziati da “islamisti sunniti dell’Arabia Saudita”. Ciò sembrava una stravagante affermazione, e come tale fu segnalata solo dai cospirazionisti. Ora, però, c’è la prova che le altre tre e-mail trapelate rientravano nella corrispondenza tra Blumenthal e Clinton che non solo la leggeva, ma pensava bene di fral circolare nel dipartimento di Stato. Guccifer parla inglese e la maggior parte dei suoi scritti è costituita da cospirazionismo sconnesso, ed è improbabile che possa falsificare tale briefing d’intelligence in modo convincente. Ciò significa che abbiamo un’e-mail da un consulente di fiducia di Clinton che sostiene che i sauditi finanziarono l’attacco di Bengasi, e non solo a ciò non seguì nulla, ma non c’è alcuna registrazione di tale e-mail, fatta eccezione la fuga presso Russia Today.
Perché questa e-mail manca? In un primo momento si pensava che ci fosse una sorta di cover up, ma è molto più semplice. L’e-mail in questione fu inviata dopo il 1° febbraio 2013, quando John Kerry divenne segretario di Stato, quindi non rientrava nel periodo indagato. Nessuno cercava una copia di questa e-mail. Dato che Clinton non era segretaria di Stato, il 16 febbraio, non era suo compito seguirla. Quindi cerchiamo di dimenticare per un minuto le implicazioni legali sulle indagini delle e-mail. Come è possibile che a tale rivelazione sull’Arabia Saudita resa pubblica con una fuga, e rivelatasi autentica, nessuno sembra badarci? Chiaramente Sidney Blumenthal era affidabile per Hillary Clinton. Due mesi prima, la segretaria Clinton trovò le sue intuizioni abbastanza preziose da condividerle con l’intero dipartimento di Stato. Ma due settimane dopo la fine del mandato a segretaria di Stato, ricevette un’e-mail che sosteneva che l’Arabia Saudita finanziò l’assassinio di un ambasciatore statunitense, e chiaramente non fece nulla di queste informazioni. Anche il non averle consegnate alla Commissione che indaga sugli attacchi di Bengasi, non sarebbe rilevante? Non doveva cedere volontariamente queste informazioni? E perché i repubblicani apparentemente così preoccupati per gli attacchi di Bengasi, non posero domande sul coinvolgimento saudita? Forse la segretaria Clinton non disse a nessuno ciò che sapeva del presunto coinvolgimento saudita negli attentati, perché non voleva mettere in pericolo i milioni di dollari in donazioni saudite per la Fondazione Clinton? Questi sono esattamente il tipo di conflitti che gli standard etici dovrebbero impedire.

Blumenthal e Clinton

Blumenthal e Clinton

Un’altra e-mail mancante salta fuori
Guccifer scoprì qualcosa di diverso nel suo pirataggio, ma che non poteva essere verificato finché l’ultimo dei messaggi di posta elettronica non fu pubblicato dal dipartimento di Stato la scorsa settimana. Oltre alle quattro e-mail rese pubbliche, trapelò anche uno screenshot della posta in arrivo su AOL di Sidney Blumenthal. Se s’incrociano questo screenshot con le e-mail di Blumenthal rese pubbliche dal dipartimento di Stato, si vede che l’e-mail con oggetto “H: ultime sulla sicurezza in Libia. Sid”, appare assente dalle e-mail del dipartimento di Stato. Questa e-mail certamente sarebbe richiesta nell’ambito delle indagini, essendo stata inviata prima del 1° febbraio e riferendosi chiaramente alla Libia. Il fatto che non sia presente suggerisce due possibilità:
– Il dipartimento di Stato ha una copia di questa e-mail, ma la ritiene top secret e troppo sensibile da pubblicare, anche in forma censurata. Ciò indicherebbe che Sidney Blumenthal inviò informazioni altamente riservate dal suo account AOL alla segretaria Clinton con un server per e-mail privato, nonostante non abbia mai avuto nemmeno il nulla osta di sicurezza per riferire di tali informazioni sensibili, innanzitutto. Se questo scenario spiega perché l’e-mail non è presente, i materiali classificati furono gestiti male.
– Il dipartimento di Stato non ha una copia, e questa e-mail fu cancellata da Clinton e Blumenthal prima di scambiarsi altre e-mail citate dagli investigatori, e ciò sarebbe considerata distruzione di prove e spergiuro ai funzionari federali. Ciò spiegherebbe anche il motivo per cui il server privato clintonemail.com fu creato. Se Blumenthal inviava periodicamente informazioni altamente sensibili anche se tecnicamente “non classificate” dal suo acconto AOL, all’indirizzo e-mail ufficiale governativo di Clinton, avrebbe potuto essere svelato con una richiesta FOIA. E’ già chiaro che Hillary Clinton cancellò 15 e-mail di Sidney Blumenthal, e tale discrepanza fu scoperta quando le e-mail di Blumenthal furono citate, anche se un funzionario del dipartimento di Stato afferma che alcuno di questi 15 messaggi di posta elettronica recasse informazioni sull’attacco di Bengasi. Sembrerebbe dal testo oggetto che tali e-mail invece l’avessero. Ma sono assenti dal registro pubblico.
In uno di tali scenari, Clinton e i suoi più stretti collaboratori violarono la legge federale. Nell’interpretazione più generosa queste e-mail furono semplicemente delle voci che Blumenthal sentì e inoltrò, senza richiesta, a Clinton, ma non avrebbe alcun senso che sparissero. Non sarebbero state classificate se fossero state solo aria fritta, e certamente non sarebbero state cancellate sia da Blumenthal che da Clinton rischiando di commettere un crimine. Nell’interpretazione meno generosa di questi fatti, Sidney Blumenthal e Hillary Clinton cospirarono per coprire un alleato degli Stati Uniti che finanziò l’assassinio di uno dei loro diplomatici in Libia.1 03SH0MPref0uZ_iEntJJoQ.jpeg

1 vX_WOY1V9u2iO69W4-cz0AUn gran giurì è probabilmente stato già riunito
Dopo che le ultime e-mail furono pubblicate dal dipartimento di Stato il 29 febbraio (2016), fu segnalato la scorsa settimana che: “un membro del personale IT di Clinton che gestiva il server di posta elettronica, Bryan Pagliano, ha avuto l’immunità da un giudice federale, suggerendo che testimonierà al gran giurì sulle prove a cui si riferisce l’indagine, portando a un’incriminazione. Finora, Pagliano aveva supplicato il quinto (emendamento) rifiutandosi di collaborare all’inchiesta“. L’hacker Guccifer (Marcel Lazar Lehel), padre di un bambino di 18 mesi, ha avuto concesso l’ordine di estradizione temporanea negli Stati Uniti da un tribunale rumeno, nonostante fosse stato incriminato dagli Stati Uniti nel 2014. Guccifer sarà estradato per testimoniare alla giuria che lo screenshot dell’e-mail assente è autentico? La procuratrice generale Loretta Lynch è stata intervistata da Bret Baier e non avrebbe risposto se un gran giurì sia stato convocato. Se non lo fosse, avrebbe potuto dirlo, ma se un gran giurì si riunisce per discutere le prove, non avrebbe legalmente il permesso di commentarlo. Tale scandalo può far saltare la campagna di Clinton per le elezioni presidenziali. Se Hillary Clinton ha veramente a cuore il futuro del Paese e del partito democratico, si dimetta ora mentre c’è ancora tempo per nominare un altro candidato. Non è una cospirazione di destra, ma si tratta del mancato rispetto di uno dei nostri più alti funzionari governativi delle leggi che preservano la trasparenza del governo e la sicurezza nazionale. E’ tempo di chiedere alla segretaria Clinton di dire la verità e fare la cosa giusta. Se il governo degli Stati Uniti davvero prepara una causa contro Hillary Clinton, non possiamo aspettare finché sarà troppo tardi.

Guccifer

Guccifer

Hillary Clinton è la vecchia pazza guerrafondaia che ha acceso i sogni bagnati dei nazipiddini.

Hillary Clinton è la vecchia pazza guerrafondaia che ha acceso i sogni bagnati dei nazipiddini.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Obama si confessa sulla Libia: ‘Spettacolo di merda’

Estratto dall’intervista di The Atlantic

Barack Obana, Susan Rice, John Kerry e Joe Biden

Barack Obama, Susan Rice, John Kerry e Joe Biden

(…) Ma ciò che sigla la visione fatalistica di Obama è il fallimento dell’intervento della sua amministrazione in Libia nel 2011. Questo intervento aveva lo scopo di evitare che l’allora dittatore del Paese, Muammar Gheddafi, massacrasse gli abitanti di Bengasi, come minacciava. Obama non voleva immischiarsi; fu consigliato da Joe Biden e dal segretario alla Difesa uscente Robert Gates, tra gli altri, a starne alla larga. Ma una forte fazione nella sicurezza nazionale, la segretaria di Stato Hillary Clinton e Susan Rice, allora ambasciatrice alle Nazioni Unite, insieme a Samantha Power, Ben Rhodes e Antony Blinken, allora consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, spinsero duramente a proteggere Bengasi, prevalendo. (Biden è aspro nel giudicare la politica estera di Clinton, dicendo in privato, “Hillary vuole solo essere Golda Meir”). Le bombe statunitensi furono sganciate e la gente di Bengasi fu risparmiata da ciò che poteva, o non poteva, essere un massacro, e Gheddafi fu catturato e giustiziato. Ma Obama dice oggi che l’intervento, “Non ha funzionato”. Gli Stati Uniti, crede, pianificarono l’operazione in Libia con attenzione, eppure il Paese è ancora un disastro. Perché, dato da ciò che sembra la naturale reticenza del presidente a un maggiore coinvolgimento militare dove la sicurezza nazionale statunitense non sia direttamente in gioco, accettò la raccomandazione dei consiglieri più attivisti d’intervenire? “L’ordine sociale in Libia si è spezzato”, aveva detto Obama spiegando il suo pensiero al momento. “C’erano proteste di massa contro Gheddafi. Divisioni tribali in Libia. Bengasi era il fulcro dell’opposizione al regime. E Gheddafi aveva inviato l’esercito verso Bengasi, dicendo, ‘Li stermineremo come topi’. “Ora, l’opzione era non fare nulla, e c’erano alcuni nella mia amministrazione che dissero, per tragico che fosse la situazione libica, non era un nostro problema. La vidi come cosa che sarebbe stata un nostro problema se, in realtà, caos e guerra civile scoppiavano in Libia. Ma non era così importante per degli interessi degli Stati Uniti da permetterci di colpire unilateralmente il regime di Gheddafi. A quel punto c’erano l’Europa e numerosi Paesi del Golfo che disprezzavano Gheddafi o erano preoccupati per motivi umanitari, che chiedono l’azione. Ma come al solito negli ultimi decenni in queste circostanze, c’è chi ci spingeva ad agire per poi mostrare assenza di volontà nel mettere la pelle nel gioco”.
“Banditi?” intervengo.
“Banditi”, disse continuando. “Allora, dissi a quel punto che dovevamo agire nell’ambito di una coalizione internazionale. Ma poiché questo non era al centro dei nostri interessi, dovevamo avere un mandato delle Nazioni Unite; che i Paesi europei e del Golfo fossero attivamente coinvolti nella coalizione; attuare la forza militare che solo noi abbiamo, ma ci aspettiamo che gli altri sopportassero la loro parte. E lavorammo con le nostri squadre della difesa per assicurarci una strategia senza inviare truppe e un impegno militare a lungo termine in Libia. “Così effettivamente attuammo il piano come avrei potuto aspettarmi: ottenemmo il mandato delle Nazioni Unite, costruimmo una coalizione costatatici 1 miliardo di dollaro, che per le operazioni militari fu molto a buon mercato. Impedimmo un gran numero di vittime, impedimmo quello che quasi sicuramente sarebbe stato un conflitto civile prolungato e sanguinoso. E nonostante tutto questo, la Libia è un casino”. Casino è il termine diplomatico del presidente; privatamente, chiama la Libia “spettacolo di merda”, in parte perché è diventata il santuario dello SIIL già colpito da attacchi aerei. E’ diventato uno spettacolo di merda, pensa Obama, per ragioni che avevano poco a che fare con l’incompetenza statunitense e più con la passività degli alleati e la forza ostinata del tribalismo. “Quando mi volto indietro e mi chiedo cosa è andato storto”, aveva detto Obama, “c’è spazio per le critiche perché avevo più fiducia nei cittadini europei, data la vicinanza della Libia, che si occupassero del seguito”. Osservava che Nicolas Sarkozy, il presidente francese, perse la carica l’anno successivo. E disse che il primo ministro inglese David Cameron smise solo d’interessarsene, “distraendosi con varia altre cose”. Della Francia diceva, “Sarkozy si vantava della propria partecipazione nell’operazione aerea, nonostante avessimo spazzato via tutte le difese aeree configurando essenzialmente l’intera infrastruttura per l’intervento”. Questa vanteria andava bene, secondo Obama, perché permise agli Stati Uniti di “coinvolgere la Francia in modo meno costoso e meno rischioso per noi”. In altre parole, dando credito supplementare alla Francia in cambio di meno rischi e costi per gli Stati Uniti, fece uno scambio utile, tranne che “dal punto di vista di molta gente addetta alla politica estera, che pensava fosse terribile. Se abbiamo intenzione di fare qualcosa, ovviamente, dovevamo farci avanti e nessun altro deve condividere i riflettori”. Obama accusava anche le dinamiche libiche interne. “Il grado di divisione tribale in Libia era maggiore di quanto avevano previsto i nostro analisti. E la nostra capacità di avervi una qualsiasi struttura per poter interagire, avviare la formazione e iniziare a fornire le risorse fu distrutta assai rapidamente”. La Libia gli ha dimostrato che il Medio Oriente era meglio evitarlo. “Non c’è modo d’impegnarsi a governare Medio Oriente e Nord Africa”, aveva detto di recente a un ex-collega del Senato. “Sarebbe un errore fondamentale”.

Samantha Power, John Kerry e Barack

Samantha Power, John Kerry e Barack Obama

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Arabia Saudita riunisce i sunniti contro il terrorismo

MK Bhadrakumar, Indian Punchline 16 dicembre 2015

566f685885627L’annuncio dell’Arabia Saudita sulla formazione di un’alleanza militare per combattere il terrorismo islamico ha colto tutti di sorpresa. L’annuncio è arrivato come ‘dichiarazione congiunta’ presumibilmente di 34 Stati islamici (qui e qui). Il viceprincipe ereditario saudita Muhamad bin Salman si è personalmente identificato con l’iniziativa e ha tenuto una conferenza stampa sostenendo che Riyadh in Iraq, Siria, Libia, Egitto e Afghanistan “coordina la lotta al terrorismo”, annunciando che l’alleanza avrà sede a Riyadh. Ha detto: “Ci sarà un coordinamento internazionale con le maggiori potenze e le organizzazioni internazionali… nelle operazioni in Siria e Iraq. Non possiamo intraprendere queste operazioni senza coordinarci legittimamente in quei luoghi e la comunità internazionale”, spiegando che la nuova alleanza militare islamica intende lottare non solo contro lo Stato islamico, ma “qualsiasi organizzazione terroristica che affronteremo“. I 34 Paesi che partecipano all’alleanza con l’Arabia Saudita sono: Giordania, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Bahrain, Bangladesh, Benin, Turchia, Ciad, Togo, Tunisia, Gibuti, Senegal, Sudan, Sierra Leone, Somalia, Gabon, Guinea, Palestina, Comore, Qatar, Costa d’Avorio, Kuwait, Libano, Libia, Maldive, Mali, Malaysia, Egitto, Marocco, Mauritania, Niger, Nigeria, Yemen. Ma sembra che molti fra gli Stati costituenti l’abbiano saputo dalla stampa. Una delle più importanti potenze militari del mondo islamico presente nell’alleanza, il Pakistan, spera di saperne di più dai sauditi e s’è riservata di commentare. La Malesia ha chiaramente detto che non ha intenzione di aderire a qualsiasi alleanza militare islamica. Il Pakistan ha del tutto preso le distanze dalla mossa saudita. Chiaramente è una decisione prudente, perché uno degli obiettivi sauditi è riunire i Paesi sunniti in un alleanza da cui l’Iran è stato escluso. Il Pakistan, d’altra parte, ha ampiamente evitato la rivalità saudita-iraniana e inoltre ha dedicato molta attenzione ultimamente al rafforzamento delle relazioni con l’Iran ed entrambi i Paesi desiderano una più stretta cooperazione partecipando ai progetti della Via della Seta della Cina. Allo stesso modo, il Pakistan non gradisce l’idea di un’alleanza militare islamica che s’immischia in Afghanistan. Quindi, qual è il gioco saudita nel formare l’alleanza militare islamica? Ci potrebbero essere molteplici considerazioni (diverse dalla rivalità con l’Iran). Per prima cosa, i sauditi devono far buon viso a cattivo gioco nella sconfitta politico-militare subita nello Yemen. Ed è anche il caso dell’ordine del giorno del ‘cambio di regime’ in Siria che si disfa. L’annuncio saudita giunge alla vigilia dei colloqui del segretario di Stato John Kerry a Mosca. Le notizie da Mosca suggeriscono che gli Stati Uniti hanno accettato la posizione russa sul futuro di Assad quale questione che riguarda il popolo siriano. Forse, l’osservazione sardonica del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov secondo cui tutte le religioni del mondo devono mobilitarsi nella lotta al terrorismo sotto l’egida delle Nazioni Unite, mette probabilmente l’iniziativa saudita nella dovuta prospettiva.
Tutto sommato, quindi, tale sviluppo potrebbe essere visto come ‘reazione difensiva’ dei sauditi verso le proprie insicurezze. I sauditi hanno svolto un ruolo centrale nelle strategie regionali degli Stati Uniti, ma non godono più di tale status; al contrario, gli attori internazionali attivano la dinamica del potere nella regione e i sauditi dovrebbero quindi apportare modifiche nella loro politica. La leadership di un’alleanza militare che riunisce i Paesi musulmani darebbe ai sauditi un senso di grandezza. Naturalmente, non c’è nulla di simile se i sauditi hanno avuto un vero e proprio ripensamento e deciso di combattere i gruppi estremisti. Ma la cosa più logica sarebbe stata unirsi all’Iran, la parte più interessata nella guerra allo Stato islamico. Ciò che porta a speculare, infine, è se tutto questo non sia in sostanza un oscuro gioco di ombre che rientra nella lotta di potere nella famiglia reale saudita. È interessante notare che l’annuncio saudita sull’alleanza militare coincide con la riapertura dell’ambasciata saudita a Baghdad dopo un quarto di secolo. I sauditi intendono anche aprire a breve un consolato a Irbil, capitale del Kurdistan iracheno. Ciò accade sullo sfondo delle mosse della Turchia per ricreare il famoso “surge” dei sunniti in Iraq (durante l’occupazione statunitense). La Turchia arma e aiuta una milizia sunnita guidata dal controverso politico iracheno Athil al-Nujaifi. La costituzione della base militare turca a Mosul sottolinea la strategia di Ankara per armare direttamente i capi sunniti in Iraq per rafforzare i sunniti e infine ritagliarsi un’entità politica dall’Iraq simile a ciò che i curdi del nord dell’Iraq hanno fatto. (Jerusalem Post). Arabia Saudita e Turchia avranno un congruo interesse a sfidare la dominante presenza iraniana in Iraq. Significativamente, la Turchia ha accolto con favore l’annuncio saudita sulla creazione dell’alleanza militare islamica.image_49006229Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Stato islamico o colonia wahhabita?

Tony Cartalucci NEO 16/12/2015Saudi-Arabia-and-US-flagsLa radice ideologica dello SIIL è tra gli alleati degli USA a Riyadh. Una recente conferenza dei cosiddetti “ribelli siriani” ha avuto luogo in Arabia Saudita. I partecipanti comprendevano una banda di disomogenei capi “dell’opposizione” e di vari gruppi armati che operano in Siria, tra cui Ahrar al-Sham, Jaysh al-Islam e l’affiliata ad al-Qaida Jabhat al-Nusra, designata organizzazione terroristica dal dipartimento di Stato nel 2012. La BBC nell’articolo, “Il conflitto in Siria: l’opposizione divisa inizia i colloqui per l’unità a Riyadh” riferiva: “Più di 100 capi ribelli e politici dell’opposizione siriani si ritrovano a Riyadh, nel tentativo di creare un fronte nei possibili colloqui di pace. All’inizio della conferenza nella capitale saudita, uno dei più potenti gruppi ribelli aveva un tono senza compromessi. Ahrar al-Sham insisteva che il Presidente Bashar al-Assad avrebbe dovuto esser processato, criticando anche la presenza di esponenti dell’opposizione in Siria tollerati da Assad e l’assenza di affiliati di al-Qaida nel Paese”. In altre parole, Ahrar al-Sham voleva apertamente al-Nusra a Riyadh, e insieme al Jaysh al-Islam, l’unico altro gruppo terroristico menzionato dalla BBC presente alla conferenza, rivela che la cosiddetta “opposizione” è completamente affiliata ad al-Qaida, combattendo al suo fianco sul campo e sostenendola politicamente. Ahrar al-Sham e Jaysh al-Islam fanno parte del grande gioco delle tre carte di Stati Uniti e Arabia Saudita, in cui addestrano, finanziano, armano e sostengono i terroristi di al-Qaida in una miriade di variabili in costante mutamento di alias e gruppi di facciata. Il risultato è l’avanzata di al-Qaida e SIIL altrimenti inspiegabile sul campo di battaglia, per non parlare del grande e costante flusso di armi e veicoli degli USA “caduti nelle” mani di al-Qaida.

L’avanzata di al-Qaida in Siria è solo un vecchio piano
All’origine al-Qaida era un prodotto congiunto delle ambizioni geopolitiche di USA e Arabia Saudita. I Fratelli musulmani, distrutti e dispersi in Siria dal padre del presidente siriano Bashar al- Assad, il Presidente Hafiz al-Assad, furono riorganizzati e inviati in Afghanistan da Stati Uniti e Arabia Saudita per combattere una guerra per procura contro l’Unione Sovietica negli anni ’80. Da allora, il gruppo si è sempre ritrovato in ogni campo di battaglia e in ogni regione che gli Stati Uniti cercavano d’influenzare, nei Balcani e Cecenia, in Medio Oriente e Nord Africa (MENA) e anche nel lontano Sud-Est asiatico. Durante l’occupazione statunitense dell’Iraq, al-Qaida si trovò a giocare un ruolo fondamentale dividendo gli iracheni e confondendoli ciò che fu in un primo momento il fronte unito sciita-sunnita contro l’occupazione. I terroristi furono finanziati dall’Arabia Saudita e diffusi nel MENA, anche dall’ormai famigerata capitale del terrore Bengasi in Libia, attraverso il membro della NATO Turchia, e con l’aiuto della successiva opposizione siriana, sul territorio della Siria e infine in Iraq. Nel 2007 fu rivelato che Stati Uniti ed Arabia Saudita cospirarono apertamente per usare di nuovo tali terroristi per rovesciare i governi di Siria e Iran. Il vincitore del premio Pulitzer, il giornalista Seymour Hersh, nel suo saggio del 2007 “The Redirection“, precisava con dovizia di particolari non solo come ciò fosse in fase di progettazione, ma il bagno di sangue confessionale che avrebbe quasi certamente precipitato. Nel 2011, quando i primi colpi del conflitto siriano furono sparati, chi seguiva con grande attenzione al-Qaida capì dall’inizio, il rapporto profetico di Hersh finalmente si avverava. Il bagno di sangue confessionale previsto nel 2007 divenne una realtà orribile dal 2011 in poi, e non vi era alcun dubbio che l’occidente volutamente ingannasse sull’opposizione evanescente, da cui si comprese che si trattava solo di al-Qaida. In realtà, proprio la dichiarazione del dipartimento di Stato degli USA che designava al-Nusra organizzazione terroristica, ammetteva dall’inizio che guidava le operazioni a livello nazionale. La dichiarazione affermava: “Dal novembre 2011, Jabhat al-Nusrah ha rivendicato quasi 600 attentati, dai più di 40 attentati suicidi alle operazioni con armi di piccolo calibro ed ordigni esplosivi improvvisati nei principali centri urbani, tra cui Damasco, Aleppo, Hamah, Dara, Homs, Idlib e Dayr al-Zur. Durante questi attentati numerosi civili siriani furono uccisi. Attraverso tali attacchi, al-Nusrah cercava di presentarsi parte dell’opposizione siriana legittima mentre, difatti, era un tentativo dell’AQI di dirottare le lotte del popolo siriano per i propri scopi malvagi”. L’ultimo punto è particolarmente interessante, dato che non solo il dipartimento di Stato degli USA indicava che al-Nusra cercava di presentarsi parte dell’opposizione legittima siriana, ma anche che le affermazioni degli Stati Uniti sull’opposizione legittima cercavano di ritrarre al-Nusra come tale. L’ascesa di al-Nusra e SIIL non fu il risultato non voluto della politica estera degli USA in Siria, ma fu il risultato esattamente previsto. L’articolo di Hersh affermava che gli sforzi di Stati Uniti e Arabia Saudita per creare un’opposizione armata con cui rovesciare il governo siriano avrebbe avuto la prevedibile conseguenza di “rafforzare i gruppi estremisti sunniti che sposano la visione militante dell’Islam e sono ostili agli USA e comprensivi verso al-Qaida“. E questo è esattamente ciò che è successo.

Lo SIIL è una colonia wahhabita
20110531_SaudiArabiaMapNon essendo riuscito a sopraffare la Siria nelle prime fasi della guerra per procura nel 2011, “decostruire la Siria” divenne l’obiettivo successivo. Ritagliando una regione influenzata dal principato dell’agente curdo di Washington, Masud Barzani, e la sfera d’influenza saudita-qatariota-turca dominata da al-Qaida apparivano interessati dalle ambizioni occidentali sulla regione. Una Siria divisa ed indebolita serve ad isolare e indebolire ulteriormente l’Iran nella regione. L’Arabia Saudita ha dimostrato per decenni di essere uno Stato-cliente estremamente flessibile. I tentativi di replicarlo, su scala più ridotta in Siria e Iraq, sarebbero l’ideale. Avere un arco d’influenza saudita-qatariota-turco dal Mar Nero al Golfo Persico sarebbe ideale per Washington, mentre l’arco d’influenza sciita sarebbe quello tra Siria, Hezbollah in Libano, Iran e Russia. Lo SIIL quindi è un mezzo per “colonizzare” regioni di Iraq e Siria con la stessa ideologia tossica che prevale da così tanto tempo a Riyadh, il wahhabismo, perversione estrema dell’islam, creata per servire gli interessi dei Saud fin dal 1700. Il wahhabismo era un mezzo per indottrinare e distinguersi dai seguaci dell’Islam tradizionale. Fu necessario perché i suoi sponsor principali, i Saud, cercarono di usarlo per raggiungere conquiste e dominio regionali a lungo termine con forme di barbarie, violenza, guerra e rigorismo islamico colorati di verde, relativamente assenti tra i vicini dei sauditi. Fu usato da allora per reclutare estremisti obbedienti ai Saud e desiderosi di combattere per gli interessi egoistici sauditi, costituendo la pietra angolare su cui i sauditi e i loro sponsor di Wall Street e Washington mantengono il potere nei loro confini, e l’influenzano all’estero. Lo SIIL, quindi, è l’esportazione di tale ideologia tossica, non nella forma di gruppo terroristico ombra, ma come esercito in piena regola e “Stato”. Le somiglianze tra SIIL e Saud, anche superficialmente, sono difficili da ignorare. L’Arabia Saudita decapita delinquenti di ogni genere, lo SIIL decapita delinquenti di ogni genere. L’Arabia Saudita non tollera opposizioni di alcun tipo, lo SIIL non tollera opposizioni di alcun tipo. Donne, minoranze e nemici politici sono spogliati dei diritti umani in Arabia Saudita, lo stesso con lo SIIL. Infatti, oltre la posizione geografica, è difficile distinguerli, essendo inesorabilmente legati politicamente, finanziariamente, ideologicamente e strategicamente, rendendo tanto più convincente che il cosiddetto “Stato islamico” non sia niente più che una colonia wahhabita. Ciò che forse è inoppugnabile in questo esame superficiale, o perfino dalle deduzioni sulle evidenti linee logistiche tra SIIL e il membro della NATO Turchia e l’Arabia Saudita, è il fatto che i documenti ufficiali dell’US Department of Intelligence Agency (DIA), redatti nel 2012, ammettono letteralmente: “Se la situazione si dipana vi è la possibilità di stabilire un principato salafita dichiarato o meno nella parte orientale della Siria (Hasaqa e Dayr al-Zur), e questo è esattamente ciò che le potenze che sostengono l’opposizione vogliono per isolare il regime siriano, considerato profondità strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)”. Per chiarire chi siano tali “potenze che aiutano” a creare il “principato salafita”, il rapporto della DIA spiega: “Occidente, Paesi del Golfo e Turchia sostengono l’opposizione; mentre Russia, Cina e Iran sostengono il regime”. E’ chiaro che, proprio come previsto dal 2007 sulla nascita di al-Qaida in Siria, il sorgere di un “principato” (stato) “salafita” (islamico) fu pianificato e perseguito da Stati Uniti ed alleati, tra cui in particolare Turchia e Arabia Saudita, con la Turchia che forniva supporto logistico e l’Arabia Saudita l’ideologia. Coloro che si chiedono il motivo per cui gli Stati Uniti hanno speso più di un anno a bombardare la Siria presumibilmente per “combattere lo SIIL” senza aver ancora fatto alcun progresso, il fatto che gli Stati Uniti abbiano intenzionalmente creato l’organizzazione per sventrare la Siria e ritardato la liquidazione dell’esercito terrorista il più possibile, fornisce una spiegazione valida. A coloro che si chiedono perché la Russia e il regime di Ankara siano sull’orlo della guerra quando le linee di rifornimento dello SIIL al confine turco con la Siria sono minacciate, il fatto che la Turchia ha creato ed attuato misure straordinarie per proteggere tali linee, hanno anche loro una spiegazione valida. E coloro che si chiedono il motivo per cui l’Arabia Saudita invita i noti complici di al-Qaida nella sua capitale, Riyadh, per una conferenza sul futuro della Siria, è proprio perché l’Arabia Saudita ha giocato un ruolo di primo piano nella creazione di al-Qaida per influenzare il futuro della Siria, iniziando una cospirazione in cui è ancora molto chiaramente coinvolta, e di cui gli Stati Uniti non sembrano molto turbati.tom_2015-04-01-3328Tony Cartalucci, Bangkok-based ricercatore geopolitico e scrittore, in particolare per la rivista online “Nuovo Outlook orientale“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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