La Grecia aderirà all’Unione Eurasiatica?

F. William Engdahl New Eastern Outlook 16/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroraputin_tsipras_rtr_imgPer lo meno il nuovo governo greco si rende conto che deve partecipare asimmetricamente a un gioco di potere mortale sul futuro della nazione. La cosiddetta troika di Commissione UE, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale, esige sangue da una rapa quando si tratta della Grecia. Così, dopo aver sbattuto contro un muro di granito appellandosi a facilitare l’austerity per permettere la crescita economica greca ed avviarne la solvibilità, il governo del primo ministro greco Alexis Tsipras guarda ad ogni opzione. L’ultima mossa è guardare ad est, a Mosca e poi a Pechino. La crisi greca, iniziata nell’ottobre 2009 è a un bivio cruciale. Nel 2007-2008, prima che la crisi del debito immobiliare dei sub-prime negli USA scoppiasse, il debito pubblico greco era circa il 100% del PIL, superiore alla media UE, ma non ingestibile. Nel 2014 il debito era salito al 175% del PIL, superiore anche a quello dell’Italia. Il Paese ha dovuto prendere 240 miliardi di euro dalla Troika per evitare il default del debito, un passo che avrebbe portato le banche tedesche e francesi in possesso di titoli greci a un probabile default. All’inizio della crisi greca, le obbligazioni greche erano possedute principalmente dalle banche dell’UE, che trovavano attraenti i tassi di interesse più elevati. Quando la crisi bancaria in Germania e Francia minacciava per il default greco, i governi di UE, FMI e Banca centrale europea assunsero oltre l’80% del debito sovrano greco, salvando le banche private ancora una volta a spese dei contribuenti greci e europei.

Né l’euro né il dollaro funzionano
La Grecia è letteralmente il tallone d’Achille dell’euro e Washington e Wall Street l’hanno colpito con una ferocia che non si vedeva dalla crisi in Asia e del default sovrano della Russia nel 1997-1998. Quando la Grecia implose alla fine del 2009, il dollaro era la moneta principalmente minacciata di abbandono. I cinesi rimproverarono apertamente il governo degli Stati Uniti per aver lasciato i propri deficit e debiti esplodere ben oltre il trilione di dollari all’anno. La risposta di Divisione guerra finanziaria del Tesoro USA, Federal Reserve, Wall Street e agenzie di rating fu lanciare un contrattacco all’euro per “salvare” il dollaro. Ha funzionato e alcuni ingenui politici di Berlino, di certo non Schauble, né Merkel, ebbero l’idea di quanto sia sofisticato l’arsenale bellico valutario di Washington. Lo stavano scoprendo. Le agenzie di rating degli Stati Uniti, guidate da Standard & Poors e Moody, fecero il passo inaudito di declassare il debito pubblico greco di tre gradi in un giorno dell’aprile 2010, mentre i governi europei decisero un piano di salvataggio della Grecia. Tale degradazione a spazzatura significava che i fondi pensione e le compagnie di assicurazione di tutto il mondo furono immediatamente costretti a scaricare i titoli greci per legge, costringendo i tassi d’interesse che la Grecia doveva pagare per i prestiti, se ancora poteva, a livelli inesigibili. La cricca dei detentori di hedge fund di New York, guidati da George Soros, si riunì per coordinare gli attacchi speculativi alla Grecia, peggiorando crisi e costi dei contribuenti greci. Cosa ha fatto la Grecia per avere il nuovo debito? Un’austerity sanguinosa dettata dall’UE guidata dal ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble, le cui richieste di austerità fanno apparire Heinrich Bruening, nel 1931, un angelo della misericordia. La disoccupazione salì a livelli di depressione, al 27% della popolazione, scendendo al 25,7% nel gennaio 2015, salutato da Bruxelles e Berlino come “segno” che la loro austerità funziona! La disoccupazione giovanile raggiunse ben oltre il 60%. Il FMI, come sempre, impose massicci tagli a dipendenti pubblici, servizi sanitari e d’istruzione per “risparmiare”, facendo soltanto declinare le entrate fiscali. Tutto questo dimostra ciò che i tedeschi sanno dolorosamente bene dal 1930, e cioè che l’austerità non ferma la crisi del debito, ma solo la crescita economica reale.
Il partito di sinistra di Tsipras, Syriza, evolutosi dal Partito Comunista di Grecia dal crollo dell’Unione Sovietica, è stato eletto a gennaio da un elettorato disperato e stufo della depressione infinita tipo austerity di Weimar. Il mandato di Tsipras è avere un migliore futuro economico per i greci. L’unica possibilità, a questo punto, è scegliere di uscire dall’euro e forse anche da UE e NATO. Il Telegraph riferiva il 2 aprile, una settimana prima del probabile mancato pagamento del prestito FMI alla Grecia, che essa elaborava piani drastici per nazionalizzare il sistema bancario del Paese e introdurre una moneta parallela per pagare le bollette, a meno che la zona euro si adoperi per disinnescare la crisi latente e ammorbidire le richieste. Fonti vicine a Syriza dissero che il governo è deciso a mantenere i servizi pubblici e pagare le pensioni mentre i fondi quasi si esauriscono. Il Telegraph citava un alto funzionario greco: “Siamo un governo di sinistra. Se dobbiamo scegliere tra il default con il FMI o il default del nostro popolo, è un gioco da ragazzi. Potremmo avviare un silenzioso processo di uscita dal FMI. Ciò causerà furore nei mercati e l’orologio inizierà a girare assai più velocemente“, aveva detto la fonte al Telegraph. Non riuscendo ad ottenere un euro e un autentico sgravio da Schauble e dall’Unione europea, con la prospettiva del default sul rimborso di 458 milioni di euro al FMI o sulle pensioni statali, Tsipras volava a Mosca per incontrare Putin. Nonostante la Grecia abbia ripagato 458 milioni di euro al Fondo monetario internazionale il 9 aprile, la vera domanda è se la Grecia potrà pagare nelle prossime settimane di aprile, ed ulteriori 7,75 miliardi di dollari a maggio e giugno, mentre fatica a pagare impiegati e pensionati.bad_boys_tsipras_putin__marian_kamenskyLa Grecia nodo energetico russo?
L’incontro Putin-Tsipras prepara possibili passi futuri che potrebbero alterare il futuro non solo della Grecia, ma dell’UE. Il Presidente Putin ha annunciato, dopo i suoi colloqui dell’8 aprile, che Tsipras non ha chiesto alla Russia aiuti finanziari. Ciò di cui hanno discusso era potenzialmente molto più significativo per la Grecia. Hanno parlato dei progetti energetici, tra la cui proposta del Turkish Stream di Putin per fornire il gas russo alla Turchia invece che all’UE dopo che Bruxelles, spinta da Washington, ha sabotato il progetto gasifero russo del South Stream. Turkish Stream propone di fornire gas fino al confine greco-turco. Il ministro dell’Energia greco Panagiotis Lafazanis ha detto che Atene supporta il previsto progetto Turkish Stream della Russia, così come l’estensione della rotta alla Grecia. Russia e Turchia hanno firmato un memorandum d’intesa per la costruzione del gasdotto sul Mar Nero, nel dicembre 2014. La Grecia sarebbe poi diventata il centro di distribuzione del gas ai consumatori dell’Europa meridionale, tra cui l’Italia, in alternativa al defunto South Stream. Putin ha sottolineato dopo i colloqui con Tsipras, alla conferenza stampa congiunta a Mosca dell’8 aprile, “Naturalmente, abbiamo discusso le prospettive per realizzare il grande progetto infrastrutturale che chiamiamo Turkish Stream, un progetto chiave per fornite gas russo ai Balcani e forse Italia e Paesi dell’Europa centrale. Il nuovo percorso provvederà ai bisogni energetici degli europei, e potrebbe consentire alla Grecia di diventare uno dei principali centri di distribuzione energetici del continente, contribuendo ad attrarre investimenti significativi per l’economia greca. La Grecia potrebbe anche guadagnare con le tariffe di transito del gas centinaia di milioni di euro l’anno, se aderisse al progetto del gasdotto Turkish Stream“. A sua volta, Tsipras ha detto che Atene è interessata ad attrarre investimenti per la costruzione del gasdotto sul suo territorio, per gestire il gas del Turkish Stream. Secondo i media, Putin e Tsipras si concentreranno anche su eventuali sconti sul gas russo per la Grecia. Inoltre la Russia ha discusso l’investimento in joint venture con il governo greco. I primi progetti da esplorare comprendono una società greco-russa pubblica, investimenti russi sul porto di Salonicco, che le richieste del FMI vogliono privatizzare, e una partecipazione ferroviaria. Dopo i colloqui con il ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak e il CEO della compagnia energetica russa Gazprom Aleksej Miller, Lafazanis ha detto che Atene aveva chiesto una riduzione del prezzo del gas naturale russo.

Russia ed Eurasia?
Putin ha chiesto che siano ripristinate le relazioni commerciali tra Russia ed Unione europea, anche della Grecia. Ha detto che avevano discusso “varie forme di cooperazione e grandi progetti energetici. Con questi piani potremmo fornire prestiti di favore per i progetti”, ha detto Putin, aggiungendo che non era questione di aiuti. Uno di questi progetti è il gasdotto denominato “Turkish Stream” per convogliare gas naturale al confine turco-greco in Grecia. Da parte sua Tsipras ha chiarito che il suo governo si oppose ad eventuali nuove sanzioni alla Russia, cosa di cui Washington non è affatto contenta, con gli editoriali multimediali degli Stati Uniti che attaccano la Grecia di essere il mitico cavallo di Troia della Russia e di tornare nell’orbita dell’UE. Rispondendo con il suo umorismo tipicamente buffo, il presidente russo ha detto alla BBC, “Quale mitologia e cavalli di Troia ecc.: la questione sarebbe valida se io ero andassi ad Atene. Noi non costringiamo nessuno a fare nulla“. I recenti sondaggi mostrano che oltre il 63% dei greci è positivo verso una Russia alleata, mentre solo il 23% lo è verso l’UE. I due Paesi, Russia e Grecia, condividono l’ortodossia e storicamente sono vicini. Costas Karamanlis, il primo ministro greco conservatore nel 2004-09 perseguì la “diplomazia dei gasdotti”, vedendo la Grecia come via del petrolio e gas russi per l’Europa. Washington e Bruxelles erano furiose. Karamanlis fu sfiduciato in circostanze sospette un anno dopo aver firmato l’accordo sul gas con il Presidente Putin, poco prima della crisi finanziaria. Dopo aver perso le elezioni nel 2009, si scoprì che l’agenzia di sicurezza della Russia FSB aveva avvertito l’omologo greco EYP di un complotto per assassinare Karamanlis nel 2008, per fermarne l’alleanza energetica con Mosca. Cavalli di Troia, Talloni di Achille e il ricco patrimonio della mitologia greca non risolvono per nulla la crisi della Grecia che, in realtà, è la crisi generale della civiltà europea. Nessuno a Berlino, Parigi o Roma ha il coraggio di affrontare la realtà, e cioè che i Paesi dell’Unione europea stanno morendo. Demograficamente, economicamente e moralmente sono in una spirale agonizzante. O rompono definitivamente con il mondo in bancarotta del dollaro di Washington e la NATO Atlantista, e puntano il proprio destino sull’Unione economica eurasiatica guidata dalla Russia quale nuova regione dalla vitale prosperità economica, insieme alla Cina e ai progetti per la ferrovia ad alta velocità della Nuova Via della Seta in Eurasia, o in quattro o cinque anni al massimo l’UE soffocherà nel proprio debito e nella depressione economica come la Grecia oggi. L’unica altra alternativa oggi, l’opzione dello status quo dei poteri finanziari, fu sperimentata da Germania nazista, Francia di Vichy e Italia di Mussolini negli anni ’30. Non abbiamo bisogno di provarli di nuovo.Balkany-obsudyat-s-Turtsiey-svoe-uchastie-v-Turetskom-potokeF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La coalizione saudita contro lo Yemen

Alessandro Lattanzio, 5/4/2015Houthis-3Anche se diverse agenzie e un portavoce della coalizione saudita si sono affrettati a riferire la distruzione totale dell’Aeronautica yemenita (YAF) con i raid aerei della coalizione, sembra che gli attacchi alle basi aeree dello Yemen non siano mai state volte a neutralizzare l’YAF, ma piuttosto ad avvertirla a non reagire. Il primo raid sulla base aerea al-Dulaymi, che condivide la pista con il Sana International Airport, ha visto la pista e un hangar distrutti assieme a 1 CN-235, 1 Beechcraft Super King Air, 1 AB-412 e 1 UH-1H, che non erano i mezzi più importanti dell’Aeronautica yemenita. Al contrario, questi 4 aeromobili era già stati radiati, necessitando di pezzi di ricambio da Arabia Saudita e Stati Uniti, che si rifiutavano di consegnarli per paura che la YAF operasse agli ordini di Ansarullah. Gli altri mezzi statunitensi ancora in servizio nell’Aeronautica yemenita, come gli F-5E, sono allo stremo per mancanza di pezzi di ricambio, e dovranno essere cannibalizzati per mantenere operativa almeno parte della flotta. Il primo attacco potrebbe quindi essere stato un avvertimento alla YAF a non partecipare al conflitto, rimanendo in attesa nelle basi aeree. Se Mansur Hadi ritornasse al potere, sicuramente ne avrebbe bisogno per colpire l’opposizione. Ciò potrebbe significare che la coalizione saudita risparmierà le preziose cellule dell’YAF il più possibile, impedendone l’uso per conto di Ansarullah. La pista è stata riparata in un giorno, permettendo all’Aeronautica yemenita di poter operare di nuovo. In risposta alla decisione di Ansarullah di riparare la pista e al fatto che l’YAF continua ad operare dalla base aerea, un secondo raid fu condotto contro la base di al-Dulaymi. Il raid del 29 marzo 2015 vide i cacciabombardieri della Royal Saudi Air Force (RSAF) colpire 11 hangar che avrebbero ospitato i MiG-29 dell’Aeronautica yemenita, ma almeno 6 hangar apparivano vuoti. Lo Yemen disporrebbe di 20 MiG-29 suddivisi tra la principale base aerea di al-Dulaymi e la base aerea di al-Anad, dove vi è un distaccamento con un paio di MiG-29. Ciò significa che non tutti i rifugi dei MiG-29 di al-Dulaymi erano occupati dai MiG-29. Una parte della flotta era concentrata nel capannone per la manutenzione.
041411130446k9ld868l6k72ivi All’operazione saudita partecipa il Sudan; Omar al-Bashir, presidente del Sudan, aveva dichiarato, “Il Sudan esprime supporto illimitato alla coalizione a sostegno della legittimità e conferma la partecipazione attiva alla coalizione per mantenere la pace e la stabilità nella regione”. Il colonnello Qalid Sad al-Sawarmy, portavoce delle Forze armate sudanesi, aveva detto che l’obiettivo dell’operazione era “proteggere i luoghi santi islamici e la regione”. Il Sudan cerca di bilanciarsi tra Paesi del Golfo e Iran, oltre al fatto che possibili esclusione economica, sanzioni ed espulsione di circa tre milioni di espatriati sudanesi che lavorano nel Golfo, sono fattori importanti nella decisione di Khartum di partecipare all’operazione contro lo Yemen. Intanto, gli Stati Uniti riavviavano l’invio di armamenti all’Egitto, dopo il congelamento imposto con la deposizione del presidente islamista Mursi. L’amministrazione Obama così consegnerà all’Egitto 12 caccia F-16, 20 missili antinave Harpoon e 125 kit per carri armati M1A1 Abrams, e inoltre Washington avrebbe ripreso l’invio di 1,3 miliardi di dollari di rifornimenti militari statunitensi all’Egitto. “Non abbiamo deciso di partecipare a tale guerra. Non abbiamo fatto alcuna promessa. Non abbiamo promesso alcun sostegno militare alla coalizione saudita contro lo Yemen“, dichiarava invece il ministro della Difesa del Pakistan Khawaja Asif. “In Siria, Yemen e Iraq la divisione è alimentata, ma va contenuta. La crisi ha le sue linee di faglia anche in Pakistan, non vogliamo risvegliarle. Tante minoranze e sette vivono in Pakistan. Qualsiasi assicurazione all’Arabia Saudita è volta alla difesa della sua integrità territoriale, ma vi assicuro che non vi è alcun pericolo di farsi coinvolgere in una guerra settaria“, affermava un ufficiale pakistano, “Nella precedente visita in Arabia Saudita, il premier Sharif e il comandante dell’esercito pakistano avevano deciso che inviare delle unità non sarebbe possibile“.
Il 30 marzo, la 19.ma Task Force della Marina dell’Esercito di Liberazione del Popolo Cinese (PLAN), in missione anti-pirateria nel Golfo di Aden e composta dalle fregate lanciamissili Linyi e Weifang e dalla nave rifornimento Weishanhu, avviava l’evacuazione di oltre 500 cittadini cinesi dal porto di al-Hudaydah, e altri 225 da Aden, nello Yemen. Il 1° aprile il governo indiano inviava 2 aerei da trasporto pesante C-17 Globemaster III dell’Indian Air Force (IAF), che rimpatriavano 358 cittadini indiani, e le navi della Marina INS Sumitra, INS Mumbai e INS Tarkash di scorta ai traghetti Kavaratti e Corals, per evacuare i restanti cittadini indiani. Dal 2 aprile, 4 aerei russi erano giunti a Sana evacuando oltre 600 cittadini russi dallo Yemen. 250 algerini venivano bloccati a Jiddah, il 4 aprile, per il divieto agli aerei di Air Algeria di attraversare lo spazio aereo saudita. Dopo l’offensiva aerea lanciata dai sauditi il 25 marzo contro lo Yemen, l’Algeria istituiva un centro di crisi per monitorare gli eventi. Presidenza della Repubblica e Ministero della Difesa nazionale e degli Esteri vi si coordinavano, studiando un piano di evacuazione. L’Arabia Saudita era contrariata dall’atteggiamento di Algeri, che criticava l’aggressione allo Yemen. Da Sana 160 algerini, 40 tunisini, 14 mauritani, 8 libici, 3 marocchini e 1 palestinese: 230 persone, dovevano essere evacuate dagli algerini che inviano un Airbus A330 dell’Air Algeria a Sana, che decolla il 3 aprile da Algeri. Il Ministero degli Esteri avvertiva Arabia Saudita ed Egitto della missione, condividendo il piano di volo con tutti i Paesi da sorvolare. Ma una volta che il volo entrava nello spazio aereo saudita, i caccia e il controllo del volo respinsero dallo spazio aereo l’Airbus che rientrava a Cairo, dove l’equipaggio fu fermato per 48 ore. Poi l’aereo decollò finalmente per Sana, recuperando le 230 persone da evacuare, che venivano poi bloccate all’aeroporto di Jiddah, prima di rientrare ad Algeri.1020103256Il 30 marzo, i sauditi bombardavano il campo profughi di al-Mazraq, nel governatorato di Hajah, uccidendo 29 persone e ferendone 41. Il 31 marzo navi statunitensi lanciavano un missile da crociera contro la base missilistica yemenita di Faj Atan. I comitati popolari di Ansarullah assumevano il controllo della base militare della 17.ma Brigata, a Bab al-Mandab, provincia di Taiz, che sorveglia lo stretto. Un raid aereo saudita sul porto di Hudaydah distruggeva due fabbriche di alimentari, uccidendo 37 operai. I sauditi colpivano anche una base militare a Sana e un edificio governativo a Sadah, nel nord dello Yemen. Ansarullah perdeva 35 soldati contro le milizie filo-saudite nei combattimenti per una grande base militare nella provincia di Shabwa, dove le forze filo-saudite perdevano a loro volta 20 elementi. A Dhalya, 100 km a nord di Aden, negli scontri con Ansarullah i filo-sauditi perdevano altri 10 elementi. Il 1° aprile, Ansarullah prendeva il controllo della residenza di Abdurabu Mansur Hadi ad Aden, dopo scontri costati 30 morti; intanto il Consolato Generale della Russia di Aden veniva danneggiato dai bombardamenti della coalizione saudita e poi saccheggiato dai miliziani di Ansarullah che, irrompendo nell’edificio, sottraevano attrezzature e documenti. In effetti, nel novembre 2014, i rappresentanti degli indipendentisti dello Yemen del sud consegnarono una lettera al consolato russo di Aden per chiedere aiuto per la secessione da Sana. Mosca però non rispose, in linea con la propria posizione sul conflitto yemenita, evitando di parteggiare con una delle parti prima della fine del conflitto. Il 2 aprile, i terroristi di al-Qaida nella Penisola Arabica (AQAP) attaccavano municipio, prigione centrale e banche di Muqala, liberando 300 detenuti islamisti. Il 3 aprile, aerei sauditi paracadutavano armi nella provincia di Aden, in favore dei combattenti dell’ex-presidente Abdurabu Mansur Hadi.
Va ricordato che fino al 1990 lo Yemen era diviso in due, e Aden era la capitale della Repubblica Democratica Popolare dello Yemen (Yemen del Sud), che rientrava nell’orbita sovietica. 5000 consiglieri militari sovietici collaboravano con il governo locale e oltre 50000 yemeniti (tra cui l’ex-presidente Mansur Hadi), studiarono nell’URSS. Oggi, nella regione di Aden operano la federazione tribale Hashid, guidata dal parlamentare Abdullah ibn Husayn al-Ahmar, e il gruppo paramilitare guidato dal generale Ali Muhsan al-Ahmar. La Repubblica Democratica Popolare dello Yemen era un Paese socialista, più moderno e più istruito dello Yemen del Nord, ed oggi la sua eredità è rappresentata dal Partito Socialista yemenita. Dopo l’unificazione, Sana emarginò ed espulse i sudisti dall’esercito e dalle forze dell’ordine suscitando il malcontento che alimenta il movimento indipendentista. Nel febbraio 2015, una delegazione di Ansarullah incontrò dei parlamentari russi a Mosca, chiedendogli di riconoscere l’autorità di Ansarullah. Ma l’incontro avvenne due giorni dopo che l’ex-presidente Mansur Hadi aveva ritirato le dimissioni. Due settimane dopo l’ambasciatore russo nello Yemen incontrava l’ex-presidente Mansur Hadi ad Aden, per esprimengli il sostegno della Russia. Quindi, a fine marzo 2015, il ministro degli Esteri di Mansur Hadi, Riyadh Yasin, incontrava il viceministro degli Esteri russo Bogdanov, durante il vertice della Lega araba in Egitto, a Sharm al-Shaiq. Dopo l’avvio dei raid sauditi, il portavoce del Ministero degli Esteri russo Aleksandr Lukashevich dichiarava che “i metodi armati per risolvere i problemi interni yemeniti sono categoricamente inaccettabili” e che il conflitto nel Paese “può essere risolto solo con un ampio dialogo nazionale”.
CBC3F-WU8AAKR-o Il 3 aprile, aerei da guerra sauditi bombardavano Sana, Sada, Ranah, Faqim, Munabah, Ghamir e Ghur, uccidendo 18 civili. L’esercito yemenita si scontrava con al-Qaida a Qraytar e Mutala, e con le milizie di Mansur Hadi ad al-Husn, Mala, Shabaqa e Aden dove avanzava su Shayq Udwan e Mansura, rastrellando le aree a nord e a ovest di Aden. Il portavoce di Ansarullah, Muhammad Abdulsalam, dichiarava “Nella seconda settimana dell’aggressione, gli invasori non hanno raggiunto alcun obiettivo morale o militare. Hanno distrutto solo infrastrutture e strutture pubbliche e private per colpire il popolo yemenita. Hanno distrutto beni pubblici e fabbriche dello Yemen, è stupidità non una vittoria“. Il 5 aprile, i sauditi bombardavano il porto di al-Salif, nella provincia di al-Hudaydah, l’aeroporto militare di al-Hudaydah, depositi militari sul Jabal Nuqum, una base della Guardia Repubblicana, il quartier generale della polizia militare e una base dei genieri a Sana, uccidendo 11 civili. Altre 24 persone furono uccise nei bombardamenti aerei sauditi nelle province yemenite di Abyan e al-Bayda, il 4 aprile. Ad Aden, 36 militanti di Ansarullah e 11 miliziani filo-sauditi decedevano nei combattimenti nel quartiere Muala, vicino al porto, de dove Ansarullah veniva respinto.

yemen_ing-06-2-jpg20141020195918Lo Yemen e l’Oceano Indiano
L’arcipelago yemenita di Suqutra (Socotra) nell’Oceano Indiano si trova a 80 chilometri al largo del Corno d’Africa e a 380 km a sud della coste yemenite. L’isola di Suqutra è al crocevia delle rotte strategiche del Mar Rosso e del Golfo di Aden. Gran parte delle esportazioni industriali cinesi verso l’Europa occidentale transita attraverso questa rotta. Il commercio marittimo da Est e Sud Africa verso l’Europa occidentale transita in prossimità di Suqutra attraversando Golfo di Aden e Mar Rosso. Una base militare a Suqutra potrebbe essere utilizzata per sorvegliare il movimento delle navi sul Golfo di Aden. “L’Oceano Indiano è un’importante via marittima che collega Medio Oriente, Asia orientale e Africa con Europa e Americhe. Vi sono quattro vie di accesso fondamentali che agevolano il commercio marittimo internazionale: Canale di Suez in Egitto, Bab-al-Mandab (tra Gibuti e Yemen), Stretto di Hormuz (tra Iran e Oman) e Stretto di Malacca (tra Indonesia e Malaysia). Tali ‘stetti’ sono fondamentali per il commercio mondiale del petrolio, per le enormi quantità di greggio che li attraversa“. (Amjed Jaaved, Un nuovo focolaio di rivalità, Pakistan Observer, 1 luglio 2009) Inoltre, il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi affermava al Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) dell’Egitto che “Garantire la navigazione nel Mar Rosso e proteggere lo stretto di Bab al-Mandab è una questione di sicurezza nazionale egiziana e araba“. Dal punto di vista militare, l’arcipelago di Suqutra è su un nodo strategico marittimo. Inoltre, l’arcipelago si estende su un’area marittima relativamente grande del Golfo di Aden, a partire dall’isola di Abd al-Quri. Questa zona marittima di transito internazionale si trova nelle acque territoriali yemenite. L’obiettivo degli Stati Uniti è sorvegliare l’intero Golfo di Aden, dalle coste yemenite a quelle somale. Suqutra è a circa 3000 km dalla base navale statunitense di Diego Garcia, tra le più grandi strutture militari all’estero degli USA. Il 2 gennaio 2010, l’allora presidente Salah e il generale David Petraeus, allora comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti, s’incontrarono a porte chiuse, per ridefinire il coinvolgimento militare USA nello Yemen, tra cui la creazione di una base militare sull’isola di Suqutra. L’ex-presidente dello Yemen, Ali Abdullah Salah, avrebbe “ceduto Suqutra agli statunitensi che vi avrebbero ostruito una base militare, sottolineando che i funzionari degli Stati Uniti e del governo yemenita decisero d’istituirvi una base militare per contrastare i pirati e al-Qaida“. (Fars News, 19 gennaio 2010) Il giorno prima della riunione Salah-Petraeus a Sana, il generale Petraeus confermò che l'”assistenza alla sicurezza” dello Yemen sarebbe passata da 70 ad oltre 150 milioni di dollari, un aumento di 14 volte dal 2006. La creazione di una base aerea sull’isola di Suqutra fu descritta dai media statunitensi come parte della “guerra globale al terrorismo”: “Tra i nuovi programmi, Salah e Petraeus hanno deciso di consentire l’uso di aerei statunitensi, forse droni, così come di “missili navali”, in operazioni preventivamente autorizzate dagli yemeniti, secondo un alto funzionario yemenita. I funzionari degli Stati Uniti dicono che sull’isola di Suqutra, a 200 miglia dalle coste yemenite, si costruirà da una piccola pista di atterraggio una base completa per sostenere un maggiore programma di aiuti nella lotta ai pirati somali. Petraeus voleva anche rifornire le forze yemenite di attrezzature come Humvees blindati ed ulteriori elicotteri“. La struttura militare statunitense proposta a Suqutra, tuttavia, non si limitava a una base aerea. Era anche prevista una base navale. Lo sviluppo dell’infrastruttura navale di Suqutra era già in cantiere; un paio di giorni prima dell’incontro Petraeus-Salah, il governo yemenita approvò 14 milioni di dollari di prestiti dal Fondo del Quwayt per lo sviluppo economico arabo (KFAED) per lo sviluppo del previsto porto di Suqutra. L’arcipelago yemenita rientra nel Grande Gioco che oppone Russia e USA. Durante la guerra fredda, l’Unione Sovietica aveva una presenza militare a Suqutra, che all’epoca faceva parte dello Yemen del Sud. Nel 2009, i russi ebbero nuovi colloqui con il governo yemenita per creare una base navale sull’isola. Un anno dopo, nel gennaio 2010, nella settimana successiva alla riunione Petraeus-Salah, un comunicato della marina russa “conferma che la Russia non aveva rinunciato ai piani per una base navale… sull’isola di Suqutra“. Nel 1999, Suqutra fu scelta “come sito su cui gli Stati Uniti prevedono di costruire una base dell’intelligence elettronica…” I media dell’opposizione yemeniti riferirono che “l’amministrazione dello Yemen accettava di permettere agli Stati Uniti l’accesso militare a un porto e a un aeroporto a Suqutra“. Secondo il quotidiano dell’opposizione al-Haq, “un nuovo aeroporto civile a Suqutra, per promuovere il turismo, sarà opportunamente costruito in conformità alle specifiche militari degli USA“. La creazione di tale base militare degli Stati Uniti rientrerebbe nel processo di controllo dell’Oceano Indiano, integrando l’isola nella struttura incentrata dalla base militare di Diego Garcia, nell’arcipelago delle Chagos.socotra-island-xeric-shrubNell’ambito di questo processo, nel 2004, durante il vertice della NATO ad Istanbul, veniva istituto il programma di partnership militare in Medio Oriente: l’Iniziativa di cooperazione di Istanbul (ICI) che comprende i membri del Consiglio di cooperazione del Golfo Bahrayn, Quwayt, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Bahrayn ed Emirati Arabi Uniti avevano truppe sotto il comando della NATO in Afghanistan, e Qatar ed Emirati Arabi Uniti inviarono aerei da guerra a bombardare la Libia nel 2011. Per la NATO “la sicurezza dei suoi partner nel Golfo è d’interesse strategico“. Il 14 giugno 2012, l’assistente del segretario di Stato per gli affari politico-militari Andrew Shapiro dichiarò al Global Economic Statecraft Daysottolineiamo l’impegno degli USA a mettere il lavoro degli americani al centro della politica estera… Il nostro lavoro in campo politico-militare, espandendo la cooperazione per la sicurezza con i nostri alleati e partner, è fondamentale per la sicurezza nazionale e la prosperità economica degli Stati Uniti. Ed è anche una parte importante degli sforzi del dipartimento di Stato per governare l’economia… Oggi posso confermare che è già un anno record per le vendite militari all’estero, vendite tra governi. Abbiamo già superato 50 miliardi di dollari di vendite nell’anno fiscale 2012. Ciò rappresenta un aumento di almeno 20 miliardi di dollari dall’anno fiscale 2011, e abbiamo ancora un trimestre fiscale. Mettendo ciò nel contesto, l’anno fiscale 2011 è stato un anno record con poco più di 30 miliardi. Quest’anno fiscale sarà almeno del 70 per cento più grande dell’anno fiscale 2011…” Il 60% delle vendite di armi all’estero era dovuto a un contratto da 30 miliardi di dollari con l’Arabia Saudita per 84 jet da combattimento F-15S, firmato nel dicembre 2011 nell’ambito di un accordo da 67 miliardi di dollari del 2010 per la vendita anche di bombe antibunker da 2 tonnellate, 72 elicotteri d’assalto Black Hawk e 70 elicotteri d’attacco Apache Longbow, missili Patriot Advanced Capability-2 e navi da guerra. Il più grande contratto bellico nella storia. Inoltre il 25 dicembre gli Stati Uniti firmarono un accordo per vendere 96 missili intercettori Terminal High Altitude Area Defense (THAAD) agli Emirati Arabi Uniti, il primo Stato arabo ad aprire un’ambasciata presso la NATO. L’11 giugno 2012 Stati Uniti e Turchia iniziarono le esercitazioni Anatolian Eagle-2012/2 cui parteciparono aerei da guerra di USA, Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Pakistan, Spagna e Italia.
Lo geostratega dell‘US Navy, contrammiraglio Alfred T. Mahan, scrisse che “chi raggiunge la supremazia marittima nell’Oceano Indiano sarà un attore di primo piano sulla scena internazionale“. (L’Oceano Indiano e la nostra sicurezza). Ciò che intendevano gli scritti del contrammiraglio Mahan sul dominio strategico degli Stati Uniti sui grandi oceani, e l’Oceano Indiano in particolare, era che “Questo oceano è la chiave dei sette mari del XXI secolo; il destino del mondo sarà deciso in queste acque“.

2000px-South_Yemen_in_its_region.svgRiferimenti:
al-Masdar
al-Masdar
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Buzzfeed
ChinaMil
Global Research
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Lo Yemen scatenerà la “guerra tra blocchi”?

Sharmin Narwani, Global Research, 3 aprile 2015 houthiC’è confusione mediatica su ciò che accade nello Yemen e in Medio Oriente. Gli esperti sottolineano che gli Stati Uniti seguono una politica schizofrenica sostenendo parti contrapposte nella lotta contro l’estremismo qaidista in Iraq e Yemen. Ma non è così difficile capire tali politiche divergenti, una volta comprese le cause delle lotte regionali. No, non è la battaglia tra sciiti e sunniti, lo scontro iraniano e arabo o il tanto sbandierato stallo tra Iran e Arabia Saudita. Sì, questi racconti hanno avuto un ruolo nel definire le ‘parti’, ma spesso solo nel modo più semplice, radunando forze su un obiettivo politico e riflettendo solo una parte della verità. Ma le “parti” delimitate al nostro consumo non spiegano, per esempio, il motivo per cui Oman e Algeria rifiutano di parteciparvi, perché la Turchia è dove si trova, perché Russia, Cina e BRICS partecipano, gli Stati Uniti sono così riluttanti ai vertici e perché, in numerosi conflitti regionali, sunniti, sciiti, islamisti, laici, liberali, conservatori, cristiani, musulmani, arabi e iraniani a volte si trovano dalla stessa parte. Non è solo uno scontro regionale, globale con ramificazioni ben oltre il Medio Oriente. La regione è semplicemente il teatro in cui ciò emerge. Yemen, Siria e Iraq sono solo le micce che possono o meno scatenare l’incendio. “La battaglia, nella sua vera essenza, al suo minimo comune denominatore, è tra passato coloniale e futuro post-coloniale“. Per motivi di chiarezza, chiameremo questi due assi, asse neo-coloniale e asse post-coloniale. Il primo cerca di mantenere lo status quo del secolo scorso; l’altro cerca di scrollarsi di dosso il vecchio ordine e di ritagliarsi nuove direzioni indipendenti. Se si guarda la scacchiera regionale, il Medio Oriente è afflitto da governi e monarchie sostenuti in tutto e per tutto da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Si tratta degli “ascari” dell’occidente che non hanno fatto progredire i loro Paesi minimamente verso autosufficenza, democrazia o sviluppo autentico. Indebitati dal patrocinio ‘dell’impero’, questi Stati costituiscono il braccio regionale dell’asse neo-coloniale. Dall’altra parte della frattura geopolitica del Medio Oriente, l’Iran ha posto le basi dell’asse post-coloniale, spesso definito ‘asse della Resistenza’. Seguendo la visione anti-imperialista intrinseca della rivoluzione islamica del 1979, anche per le sanzioni e la politica di USA e UK, Teheran ha contrastato il sistema creandone un governo autonomo, avanzando le proprie ambizioni allo sviluppo e creando alleanze che sfidano lo status quo. Alleati fedeli dell’Iran sono Siria, Hezbollah e una manciata di gruppi della resistenza palestinese. Ma oggi, dopo le contro-rivoluzioni della primavera araba e il caos puro che ha creato, altri attori indipendenti si sono scoperti vicini all’asse della Resistenza. Nella regione sono Iraq, Algeria e Oman. Mentre fuori dal Medio Oriente, vediamo Russia, Cina e altri Paesi non allineati, intervenire sfidando l’ordine neo-coloniale.

L’asse neo-coloniale sbatte sul muro della primavera araba
Oggi, i regimi neo-coloniali semplicemente non possono vincere. Non hanno due componenti essenziali per mantenere l’egemonia: economia e obiettivi comuni. Da nessuna parte ciò è più chiaro che in Medio Oriente, dove numerose iniziative e coalizioni annaspano fin dall’inizio. Una volta che Muammar Gheddafi è stato rovesciato in Libia, tutte le parti si sono disperse e il Paese è in frantumi. In Egitto, la lotta per il potere ha contrapposto sunniti a sunniti, evidenziando il crescente scisma tra i due patroni del due Gulf Cooperation Council (GCC), Arabia Saudita e Qatar. In Siria, l’alleanza dei pesi massimi Turchia, Qatar, Arabia Saudita, Francia, Stati Uniti e Regno Unito non riesce ad inscenare un coerente piano per il cambio di regime o anche gestirlo. Nel vuoto creato da tali piani concorrenti, gli estremisti di al-Qaida, altamente organizzati, sono intervenuti creando ulteriori divergenze tra i vecchi alleati. Gli egemoni occidentali, i colonizzati e i vecchi imperialisti, sono sempre più stanchi, allarmati e alla ricerca di una via d’uscita dal pantano sempre più pericoloso. Perciò devono trovare un compromesso con lo Stato regionale che ha la dovuta stabilità e potenza militare per combattere l’estremismo regionale, il vecchio avversario Iran. Ma l’Occidente è geograficamente distante dal Medio Oriente, e può reggere tali sconfitte in una certa misura. Per gli egemoni regionali, tuttavia, il ritiro dei loro patroni occidentali è un anatema. Come vediamo, Turchia, Arabia Saudita e Qatar si sono recentemente precipitati a risolvere le loro differenze per continuare a pianificare la rotta regionale nell’assenza occidentale. Tali Stati controrivoluzionari, tuttavia, condividono una visione grandiosa della propria influenza regionale, in definitiva sono desiderosi di raggiungere la supremazia. E la continua ascesa dell’Iran li ha davvero adombrati: la Repubblica islamica sembra divenire più forte con la ‘Primavera araba’, raccogliendo nuovi alleati, regionali e globali, e consolidando progressi. Per l’Arabia Saudita, in particolare, le vittorie continue dell’Iran sono insopportabili. Riyadh, dopo tutto, basa la leadership regionale sulla divisione settaria ed etnica rappresentata da soggetti arabi e sunniti contro “sciiti” e “iraniani”. Ora improvvisamente non solo statunitensi, inglesi e francesi minuettano con gli iraniani, ma il GCC stesso è profondamente diviso sulla questione se ‘dialogare o scontrarsi’ con la Repubblica islamica. Peggio, gli sforzi sauditi nel rovesciare Gheddafi, schiacciare le rivolte in Bahrayn, controllare politicamente lo Yemen, destabilizzare la Siria, dividere l’Iraq e conquistare l’Egitto, sembrano vanificarsi. In ogni caso, devono ancora consolidarsi vantaggi significativi, e ogni pantano minaccia di prorogare confusione e risucchiare sempre più fondi sauditi. Oggi, i sauditi sono circondati dai frutti marci dei loro vari interventi regionali. Hanno subito attentati dagli estremisti ai confini con Iraq e Giordania, molti di costoro beneficiati dai passati finanziamenti sauditi, e ora sono sfidati sul terzo confine, lo Yemen, da una forza determinata a fermare gli interventi sauditi. Oltre a ciò, Siria e Libano sfuggono dalla stretta di Riyadh, il Qatar quasi usurpa il tradizionale ruolo saudita nel Golfo Persico, l’Egitto civetta con Russia e Cina, Pakistan e Turchia continuano il loro ampi rapporti con l’Iran. Nel frattempo, gli iraniani non si preoccupano granché delle ire saudite. L’Iran ha intensificato il proprio ruolo regionale, soprattutto grazie alla controrivoluzione saudita, ed ha cautamente sventato gli attacchi di Riyadh, dove poteva. Ha sostenuto gli alleati, tanto quanto NATO o GCC farebbero in circostanze simili, ma con assai meno aggressività e rispettando alla lettera il diritto internazionale. I sauditi vedono mani iraniane in tutta la regione, ma è una fantasia, al meglio. L’Iran ha semplicemente fatto un passo quando l’opportunità lo permetteva, affrontando le minacce ed utilizzando i canali disponibili per smussare l’avanzata saudita nei vari teatri militari e politici. Anche la valutazione annuale sulla sicurezza della comunità dell’intelligence degli Stati Uniti, foglio che evidenzia periodicamente la “minaccia iraniana”, conclude nel 2015 che la Repubblica islamica dell’Iran ha “intenzione di smorzare il settarismo, essere partner reattivo e ridurre le tensioni con l’Arabia Saudita“. Eppure tutti vediamo, in questi giorni, i media occidentali e arabi urlare al “settarismo sciita, all’espansionismo iraniano e persiano“. Significativamente, la valutazione dell’intelligence statunitense apre la sezione sul “terrorismo” così: “lo slancio degli estremisti sunniti violenti continua e il numero di gruppi armati, membri e santuari degli estremisti sunniti è maggiore che in qualsiasi altro momento della storia“. E i funzionari USA ammettono: molti di tali estremisti sunniti sono aiutai e finanziati da niente altri che gli alleati di Washington, Arabia Saudita, Turchia e Qatar.

Il teatro yemenita, campo di battaglia finale?
Un alto funzionario di uno Stato dell’asse della Resistenza mi dice: “L’errore più grande che i sauditi hanno fatto è attaccare lo Yemen. Non pensavo fossero così stupidi”. La settimana scorsa i sauditi hanno creato un’altra ‘coalizione’ neo-coloniale, questa volta per punire gli yemeniti per aver cacciato il governo di transizione made-in-Riyadh e arrivando nella città di Aden. I principali avversari dei sauditi sono gli huthi, un gruppo di montanari con una base popolare nel nord e in altre parti dello Yemen, creata in dieci anni e sei guerre. I sauditi (e gli USA) identificano gli huthi come ‘sciiti’ e ‘filo-iraniani’ per galvanizzare la propria base regionale. Ma l’Iran ha poco a che fare con gli huthi dal loro emergere quale forza politica yemenita. E WikiLeaks dimostra che i funzionari degli Stati Uniti lo sanno. Un cablo dell’ambasciata USA a Riyadh del 2009 fa notare che l’ex-presidente filo-saudita dello Yemen, Ali Abdullah Salah, fornì “false o esagerate informazioni sull’assistenza iraniana agli huthi per trascinare i sauditi e regionalizzare il conflitto“, e le accuse che l’Iran armasse gli huthi erano false. Un altro cablo segreto chiarisce: “Contrariamente al ROYG (Republic of Yemen Gouvernement) che afferma che l’Iran arma gli huthi, la maggior parte degli analisti politici locali riferisce che gli huthi ottengono le armi dal mercato nero yemenita e anche dagli stessi militari governativi”. Salah fu deposto nel 2011 per la pressione della primavera araba, e con una torsione degna del complesso Medio Oriente, lo scaltro ex-presidente ora sembra sostenere i suoi ex-avversari, gli huthi, contro i vecchi protettori sauditi. Gli huthi aderiscono alla setta zaydita, che si pone tra sunnismo e sciismo, seguita dal 40 per cento degli yemeniti. Salah, che ha combattuto gli huthi in una mezza dozzina di guerre, è un zaydita, prova che i conflitti interni yemeniti sono tutt’altro che settari. In effetti, si potrebbe sostenere che il movimento huthi o Ansarallah, sia una forza centrale della ‘primavera araba’ yemenita. Le sue richieste, dal 2003, sono dopo tutto la fine della discriminazione, diritti economici, politici e religiosi, eliminazione della corruzione, denunciare i mali gemelli di USA e Israele (popolare sentimento arabo post-coloniale) e diventare attori istituzionali. Per garantirsi l’equilibrio favorevole nella primavera araba, l’asse neo-coloniale piazzò un pupazzo a capo della transizione dopo la dipartita di Salah, un presidente non eletto il cui mandato è finito un anno fa. Poi, un paio di mesi fa, gli huthi, presumibilmente con il sostegno di Salah e di decine di migliaia di suoi seguaci, spodestarono i rivali del regime fantoccio e occuparono la capitale yemenita Sana. Quando i sauditi minacciarono rappresaglie, gli huthi avanzarono verso sud… arrivando al fronte bellico contro lo Yemen di oggi,; una battaglia che i sauditi e il loro asse neo-coloniale non possono vincere. I raid aerei da soli non possono cambiare il corso della guerra, ed è improbabile che Riyadh e partner della coalizione possano aspettarsi che truppe a terra abbiano più successo, sempre che li schierino. Gli huthi hanno appreso negli ultimi dieci anni a combattere guerre convenzionali e di guerriglia. Questo relativamente piccolo gruppo di montanari è riuscito, nel 2009, a entrare per 30 km in territorio saudita e ad occupare decine di città saudite. Quando il partner della coalizione, l’Egitto, combatté una guerra nello Yemen, divenne il ‘Vietnam’ di Gamal Abdel Nasser che quasi mandò in bancarotta lo Stato. Anche il Pakistan sunnita, fonte tradizionale di personale per gli eserciti del GCC, sembra diffidare del conflitto. Anch’esso ne combatte uno simile, assieme a huthi, iraniani, siriani e iracheni, contro i violenti estremisti sunniti interni e le loro basi nel vicino Afghanistan. Nessuna somma di denaro saudita spegnerà l’ira dei pakistani, stanchi degli islamisti, se il loro governo s’impegnasse nella guerra yemenita contro gli stessi gruppi (gli huthi) che combattono al-Qaida nella Penisola Arabica (AQAP). E sì, è ironico che gli Stati Uniti ancora diano aiuti e intelligence alla coalizione saudita contro gli huthi che combattono al-Qaida. Ma, come già accennato, non è il vicinato di Washington, che non ha in tale lotta gli stessi obiettivi del suo stretto alleato saudita. Un funzionario dell’asse della Resistenza spiega: “Agli statunitensi va bene qualsiasi risultato: Se gli huthi vincono, li aiuterà a sbarazzarsi di al-Qaida nello Yemen. Se i sauditi vincono, beh, sono sempre alleati degli Stati Uniti. E se entrambe le parti entrano in una lunga guerra, “non è un problema”, riferendosi al sempre presente interesse degli Stati Uniti nel vendere armi. Nonostante un bando globale, gli Stati Uniti hanno venduto ai sauditi 640 milioni di dollari di bombe a grappolo negli ultimi due anni, alcune usate per bombardare lo Yemen in questi giorni. Le bombe a grappolo erano parte di un accordo da 67 miliardi di dollari per vendere armi all’Arabia Saudita, da quando le rivolte arabe iniziarono nel 2011.
Gli iraniani, nel frattempo, non fanno molto tranne insistere, assieme ai russi ed altri, che il bombardamento dello Yemen è criminale e che gli yemeniti devono risolvere i propri problemi con il dialogo. E perché dovrebbero agire? I sauditi si scavano la fossa, in questo momento, e accelerano la fine del piano neo-coloniale in Medio Oriente. “Teheran si rende conto che Riyadh ha dovuto creare una grande coalizione per combattere un gruppo ai margini dell’influenza iraniana, una vittoria di per sé“, dice il gruppo di analisi dei rischi conservatore statunitense Stratfor. La mossa di Riyadh, attaccando lo Yemen, trascina il non-così-più-sprecone regno in un altro pantano militare, e questa volta direttamente, bypassando del tutto gli ascari. Ogni attacco aereo allo Yemen, ed è chiaro dai primi giorni che decine di civili, compresi bambini, sono stati uccisi, rischia di attirare altri aderenti alla causa degli huthi. E ogni giorno in cui gli huthi sono costretti a combattere, AQAP ha l’opportunità di consolidare la presa sul resto del Paese. Il chiaro vincitore del conflitto difficilmente sarà l’Arabia Saudita, ma potrebbe essere al-Qaida, che sicuramente porterà l’asse post-coloniale sui mari strategici circostanti lo Yemen. La Lega araba, su costrizione dell’Arabia Saudita, ha alzato la posta chiedendo che solo la resa totale degli huthi (disarmando e ritirandosi) porrebbe fine agli attacchi aerei. L’ultimatum lascia pochissimo spazio al dialogo, e mostra un disprezzo sconvolgente per i normali obiettivi militari, che cercano di lasciare aperta una ‘finestra’ per i negoziati. Può darsi che i sauditi, che hanno rapidamente perso influenza e controllo in Siria, Iraq, Libano, Oman e altri Stati negli ultimi anni, abbiano deciso di gettarsi a capofitto sullo Yemen. O è solo una postura per darsi forza e rafforzare un ego livido.
Ma il conflitto si riequilibrerà da sé, come in Siria e in Iraq, trascinando altri elementi imprevisti. Con i conflitti che infuriano in Medio Oriente e invadendone i confini, l’asse post-coloniale è costretto a posizionarsi, mettendo in campo ciò di cui gli avversari sono privi: obiettivi comuni ed efficacia. Forse per la prima volta nel moderno Medio Oriente vediamo tale efficienza interna. Parlo in particolare dell’Iran e dei suoi alleati, regionali ed esterni, che non possono ignorare le minacce poste dal conflitto, più di quanto l’occidente possa ignorare il genio jihadista che lo minaccia da migliaia di chilometri di distanza. Quindi l’asse post-coloniale avanza nella regione proteggendosi, ricordando le lezioni apprese e seguendo precisi obiettivi comuni. I neo-coloniali sbatteranno sul muro yemenita, proprio come in Siria, Iraq e altrove. I loro obiettivi dispersivi faranno sì che accada. La preoccupazione principale, infilandosi nella tempesta yemenita, è se l’impero decadente impazzisse all’undicesima ora lanciandosi in una guerra diretta contro il suo vero avversario, l’asse post-coloniale. I sauditi sono un vero e proprio jolly, come lo sono gli israeliani, e possono provare ad accendere tale miccia. Quando la minaccia è cruciale, tutto è permesso. Sì, una guerra regionale è una possibilità per lo Yemen quanto lo era per la Siria. Ma la battaglia ai confini immediati dell’Arabia Saudita, il ground zero dell’estremismo armato e degli elementi più violentemente settari ed etnocentrici della banda anti-Resistenza, promette ulteriori e decisivi cambiamenti geopolitici in Medio Oriente. Dallo Yemen, come da qualsiasi scontro tra i due blocchi mondiali, una nuova realtà regionale emergerà: “I dolori del parto di un nuovo Medio Oriente” come gli statunitensi direbbero. E lo Yemen può ancora diventare il prossimo Stato arabo ad entrare nell’ordine post-coloniale.

CBDiAODVEAEcaKHCopyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La posta della Cina nello Yemen

MK Bhadrakumar Indian Punchline 31 marzo 2015yemen_struggleforcontrol-mee_1L’interesse di Pechino sugli sviluppi nello Yemen è chiaramente assai elevato, com’era prevedibile, probabilmente dato che la Cina dipende dai Paesi del Golfo per metà delle importazioni di petrolio greggio, oltre che per gli ampi rapporti con i Paesi regionali, in costante espansione e approfondimento. L’iniziativa ‘Road and Belt’ hà un’ulteriore dimensione strategica dato che la Via della Seta attraversa il Mar Rosso. In effetti, la Cina faticherà a schierarsi nella divisione regionale, rendendo la Cina ‘parte interessata’, soprattutto quando l’arrivo dello Yemen al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sarà questione di tempo. Xinhua ha riferito oggi la visita della delegazione della difesa pakistana in Arabia Saudita, citando il ministro della Difesa Khawaja Asif secondo cui il Pakistan “fornirà tutte le risorse, in caso di minaccia” all’Arabia Saudita, ma allo stesso tempo anche il Pakistan cerca “la fine dei conflitti nel mondo musulmano“. L’articolo afferma che il premier Nawaz Sharif “starebbe contattando la direzione dei Paesi fratelli” (presumibilmente anche l’Iran), dando l’impressione che il Pakistan adotti una cauta demarcazione tra devozione al benefattore saudita e diffidenza nel parteggiare nel conflitto settario. È interessante notare che, Xinhua riportava ben quattro commenti, tra ieri e oggi, sul conflitto yemenita. Leggendo tra le righe, vi è disapprovazione per l’intervento militare saudita e scetticismo aperto sull’efficacia dell’offensiva di terra dell’alleanza saudita. Ancor più significativo, il ruolo dell’Iran è visto con grande comprensione ed è analizzato positivamente, potando anche influire sulla sua posizione internazionale e, in particolare, rafforzare l’impegno Stati Uniti-Iran. I seguenti passi sono interessanti:
– Secondo gli analisti l’azione dell’Arabia Saudita a sostegno del governo yemenita è motivata dal desiderio di mantenere la sua preminenza in Medio Oriente. Inoltre, essendo una delle principali fonti degli aiuti economici allo Yemen, Riyadh non poteva tollerare alcuna influenza su Sana di Teheran.
– Uno dei motivi per cui Arabia Saudita e Paesi arabi non si risparmiano nel colpire gli huthi è arrestare l’avanzata rapida dei ribelli alla frontiera e sull’Arabia Saudita, bloccando lo strategico stretto di Bab al-Mandab nel Mar Rosso, attraverso cui migliaia di navi passano ogni anno, dicono gli analisti.
– Secondo gli osservatori, le incursioni via terra saranno difficili e sarebbero una grande sfida per la coalizione… Geograficamente, lo Yemen è un terreno accidentato con alte montagne, grotte e gole, quindi sarebbe assai difficile per le truppe penetrarvi.
– L’Iran spera sinceramente nella fine dei bombardamenti sauditi sulle posizioni huthi e in una soluzione politica della crisi, nonostante sia accusato da certi vicini d’ingerenza nel Paese arabo, secondo gli analisti.
– Obiettivo dell’Iran è avere un governo di coalizione nello Yemen con la popolazione sciita adeguatamente rappresentata.
– Gli analisti non vedono l’Iran cercare di dominare lo Yemen, un Paese che necessità molto di liquidità dall’estero, non abbondante a Teheran per le sanzioni. Inoltre, l’Iran è separato dallo Yemen dal mare, mentre l’Arabia Saudita, tradizionalmente influente nello Yemen, è sul suo confine settentrionale.
– Infine, l’Iran non vuole che la crisi dello Yemen confonda ulteriormente i propri sforzi per migliorare i rapporti con i vicini. Il presidente iraniano Hassan Ruhani ha promesso che migliorare i rapporti con i Paesi limitrofi è una priorità del suo governo. Zarif ha anche visitato i Paesi del Golfo con cui gli scambi di alto livello erano rari per le tensioni.
La crisi yemenita è un problema difficile per l’Iran. Tuttavia, se ben gestito, si rivelerà essenziale, per il mondo, il ruolo dell’Iran nella risoluzione dei problemi regionali, soprattutto per gli Stati Uniti.
I commenti sono qui, qui, qui e qui.dtl_20_8_2014_18_22_14Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La nuova strategia di Putin nel Mediterraneo

F. William Engdahl New Eastern Outlook 29.03.2015WireAP_22239a7bc3094190bd426dca41294cb2Mentre l’attenzione era concentrata nelle ultime settimane sul ruolo della Russia e del Presidente Vladimir Putin nel mediare un nuovo cessate il fuoco in Ucraina orientale, il presidente russo ha compiuto due cruciali missioni di Stato a Cipro ed Egitto, che condividono la frontiera sul Mar Mediterraneo orientale, mare strategico la cui importanza crescente nel confronto tra NATO e Russia non va sottovalutata. Per più di 2000 anni il Mar Mediterraneo è stato uno dei mari più strategici del mondo, collegando petrolio e gas del Medio Oriente a i mercati dell’Unione europea; collegando Oceano Indiano, Cina, India, Corea del Sud e resto dell’Asia ai mercati europei e all’Oceano Atlantico attraverso il Canale di Suez, e collegando la base navale russa in Crimea della Flotta del Mar Nero agli oceani Atlantico ed Indiano. In breve collega Europa, Eurasia ed Africa. Con ciò in mente, diamo un’occhiata agli ultimi viaggi di Putin.

Cairo
Il 9 febbraio il presidente russo ha incontrato il presidente dell’Egitto Abdalfatah al-Sisi a Cairo. Quando al-Sisi, a capo delle forze armate egiziane, guidò il colpo di Stato che spodestò Muhamad Mursi e il suo regime dei Fratelli musulmani sostenuto dagli Stati Uniti, nell’agosto 2012, Putin fu tra i primi a sostenere la candidatura presidenziale di al-Sisi. Nell’agosto 2014 al-Sisi incontrò Putin a Mosca mentre Washington divenne avversario aperto del presidente egiziano. Pochi dettagli dell’ultima visita a Cairo sono stati diffusi, ma Putin ha detto che s’è deciso d’incrementare commercio e cooperazione militare, e la Russia ha iniziato la fornitura di armi all’Egitto dopo la firma di un memorandum. Accordi commerciali furono inoltre seguiti dalla visita di Putin, tra cui un probabile accordo tra l’agenzia Rossija Segodnja e il quotidiano egiziano al-Ahram. Nei giorni successivi al vertice di Cairo tra Putin e al-Sisi, Russia ed Egitto firmavano un accordo per la costruzione di quattro reattori nucleari russi in Egitto. Daranno una spinta importante alla problematica rete elettrica dell’Egitto; allo stesso tempo al-Sisi annunciava che l’Egitto avrebbe aderito alla nuova Unione eurasiatica della Russia con un accordo di libero scambio. L’unione è costituita da Russia, Bielorussia, Kazakistan e Armenia; l’annuncio del presidente ucraino Viktor Janukovich all’UE che l’Ucraina si sarebbe unita all’unione eurasiatica, spinse gli Stati Uniti al palese colpo di Stato di Majdan.Suddivisione_amministrativa_di_CiproIl gioiello marittimo cipriota
Poi, due settimane dopo i colloqui a Cairo, il 25 febbraio, il Presidente Putin riceveva il presidente cipriota Nicos Anastasiades al Cremlino per discutere di varie questioni comuni. Anastasiades colse l’occasione per criticare le sanzioni dell’Unione europea a Mosca dichiarando: “il minimo che potessi fare è visitare la Russia in questi tempi difficili, e garantirle che, nonostante la situazione, i nostri rapporti si svilupperanno ancora. Qualunque sanzione contro la Russia affligge altri Paesi membri dell’Unione europea, come la mia patria, che per molti aspetti dipende dalla Russia“. Mentre ciò può essere di aiuto per il futuro della Russia contro ulteriori sanzioni dell’Unione europea, il nocciolo dei colloqui riguardava la cooperazione militare Cipro-Russia. Qui Cipro ha offerto i suoi porti alla Marina russa per determinati scopi, “alle navi russe coinvolte nella lotta al terrorismo e alla pirateria“. Le navi russe utilizzeranno il porto cipriota di Limassol, che ospita 30-50000 russi, un quarto della popolazione della città. Al momento solo una base navale mediterranea è a disposizione della Russia, il porto siriano di Tartus. Da parte sua, con l’approvazione della Duma, Putin offriva a Cipro la riduzione del debito, in contrasto con la posizione draconiana dell’UE sulla crisi a Cipro del 2013, quando l’UE confiscò depositi bancari ciprioti per oltre 100 milioni di euro, un furto, quale condizione per un piano di salvataggio draconiano. Centinaia di aziende russe offshore e cipriote ne furono colpite, retrospettivamente era chiaramente l’avvio della strategia di Washington-Bruxelles per indebolire la Russia di Putin. Le proteste di Majdan a Kiev iniziarono sei mesi dopo le confische di Cipro. Questa volta Putin, nonostante le sanzioni finanziarie e la guerra economica dell’Ufficio sul terrorismo finanziario del Tesoro USA (ufficialmente chiamato Ufficio terrorismo ed intelligence finanziaria), offriva a Cipro la rapida riduzione del debito. La Russia ha accettato di ristrutturare il prestito da 2,5 miliardi di euro dato a Cipro nel 2011, riducendo l’interesse al 2,5% dal 4,5% ed estendendo le scadenze del debito al 2021. Le relazioni tra Cipro e Russia hanno un notevole potenziale. Cipro in particolare ha recentemente confermato gli enormi giacimenti di petrolio e gas naturale offshore. Secondo quanto riferito si discute se invitare Gazprom a contribuire a svilupparli, minando seriamente la strategia degli Stati Uniti e della NATO per bloccare South Stream e altre rotte del gas russo verso l’UE. La risposta del dipartimento di Stato degli Stati Uniti alla ripresa delle relazioni Russia-Cipro fu agitata, per usare un eufemismo. L’ambasciatore USA a Cipro John Koenig inviava un tweet esprimendo l’ultima principale preoccupazione degli ambasciatori statunitensi, il 28 febbraio, subito dopo l’assassinio a Mosca della figura dell’opposizione Boris Nemtsov: “Cosa pensano i ciprioti quando vedono la Russia, questa settimana? La visita e le dichiarazioni di Anastasiades o l’assassinio di Nemtsov?” Koenig grossolanamente implicava un legame tra la visita di Anastasiades a Mosca e l’omicidio di Nemtsov, dicendo in un altro tweet che Putin aveva assassinato Nemtsov. Il tweet di Koenig ha suscitato un coro di proteste a Cipro e la sua dipartita per giugno fu annunciata da Washington. Koenig apparentemente spesso twitta con il collega a Kiev, l’ambasciatore degli USA Geoffrey Pyatt, l’orchestratore della distruzione dell’Ucraina con Nuland.
Quando i recenti colloqui Russia-Cipro vengono analizzati nel contesto della visita del Presidente Putin a Cairo, un’affascinante mappa strategica appare dispiacendo i neo-conservatori di Washington e i loro alleati europei. Possiamo aspettarci che Washington lavori dietro le quinte per inasprire gli attriti tra Turchia, Paese della NATO, e Cipro greco-ortodossa, nonché aumenti le pressioni su al-Sisi. Infatti, il 26 febbraio caccia turchi avevano apertamente violato lo spazio aereo greco, annunciando unilateralmente un’esercitazione militare con tiri diretti per marzo sul Mar Egeo, in gran parte in acque internazionali greche e sull’isola greca di Limnos, riscaldando la zuppa geopolitica. In Egitto, sulle TV controllate dai Fratelli musulmani appoggiati da Obama e CIA, erano comparsi dei video volti ad imbarazzare al-Sisi. I nastri pretendono di svelare le telefonate private di al-Sisi, allora generale, subito dopo la cacciata di Mursi e della Fratellanza, per discutere degli aiuti finanziari che Mursi chiedeva agli alleati arabi del Golfo che appoggiarono l’azione anti-Fratellanza di al-Sisi. Lo scandalo sembra aver fallito, data la popolarità di al-Sisi in Egitto e il sostegno dei leader arabi del Golfo appare inalterato. Ciò indica che Washington è sempre più a disagio con la geopolitica russa nel Mediterraneo orientale.

41d53685274fd40204cbF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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