Come Hitler divenne Hitler e perché ciò è importante oggi

Igor Shumejko, Strategic Culture Foundation 03/11/ 2016

137Nell’ottobre 2016, la rivista statunitense The National Interest diede un’occhiata alla esperienza storica del 20° secolo, pubblicando l’articolo di David Axe intitolato “Il modo scioccante con cui Hitler divenne Hitler”. Molti autori si riferiscono allo stato attuale delle relazioni internazionali come “guerra fredda 2.0”, notando che il conflitto ideologico tra occidente e URSS durante l’ultima guerra fredda si basava sulle diverse interpretazioni del 20° secolo, tra cui l’importante soggetto della Seconda guerra mondiale. E in ciò, la questione di “chi ha la colpa” era più importante. Chi fu responsabile del fallimento del trattato di Versailles, dell’avvento al potere di Hitler e dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale? Questo sembra essere ciò di cui l’autore di National Interest scrive. Eppure l’attenzione sulla personalità del Fuehrer e l’emarginazione dell’influenza di potenti forze politiche che permisero l’ascesa di Hitler, sono la cortina fumogena che nasconde il problema. Da qui le bugie sul Patto di non aggressione tedesco-sovietico del 1939 (Patto Molotov-Ribbentrop) e la risoluzione 2009 del PACE, che eguaglia Unione Sovietica e Germania di Hitler come “due regimi totalitari”. Così, quando esattamente Hitler divenne Hitler?
Un dettaglio rivelatore notato dallo storico Jacques Bergier è che nell’estate 1938 gli abitanti di Berlino smisero di gridare “Heil!” tornando ai vecchi saluti. Nell’estate 1938, il potere di Hitler era considerato totale, ma il comandante del 3° Distretto Militare a Berlino, Feldmaresciallo Erwin von Witzleben, giustiziato da Hitler nel 1944, aveva apertamente provato la presa della Cancelleria del Reich. Molti generali tedeschi credevano che la Germania avrebbe affrontato l’inevitabile sconfitta tentando di occupare la Cecoslovacchia nel 1938. Dandone la prova al processo di Norimberga, il felmaresciallo tedesco Keitel, capo del Oberkommando der Wehrmacht (Comando Supremo delle Forze Armate), disse: “Eravamo straordinariamente felici che non ci fosse stata l’operazione militare, perché… eravamo sempre stati del parere che i nostri mezzi d’attacco alle fortificazioni sul confine della Cecoslovacchia fossero insufficienti. Da un punto di vista puramente militare ci mancavano i mezzi offensivi per sfondare le fortificazioni della frontiera”. Inoltre, i pacificatori occidentali cedettero a Hitler l’industria degli armamenti di prim’ordine della Cecoslovacchia, a Monaco di Baviera. La Germania mise le mani sulle officine Škoda, il secondo arsenale più importante dell’Europa. E così gestendo le famose Škoda, la Germania mise le mani sul parimenti gigante metalmeccanico CKD e il gigante aeronautico Aero Vodochody, che produsse il Focke-Wulf Fw-189 per tutta la guerra, e molto altro. All’epoca, i carri armati e i cannoni cecoslovacchi venivano venduti in tutto il mondo, rendendo Praga uno dei principali esportatori di armi al mondo.
Prima dell’accordo di Monaco, le forze armate dei due Paesi apparivano così: l’esercito cecoslovacco aveva 1582 velivoli, 469 carri armati e 2 milioni di soldati, mentre l’esercito tedesco aveva 2500 aeromobili, 720 carri armati e 2,2 milioni di soldati. Le dimensioni dei due eserciti erano paragonabili. Inoltre, il confine tra Cecoslovacchia e Germania erano i montuosi Sudeti. Fin da quando la Cecoslovacchia nacque nel 1919, costruì fortificazioni nel territorio dei Sudeti. La combinazione di fortificazioni moderne e terreno montagnoso resero la Cecoslovacchia inespugnabile all’aggressione tedesca. E tutto questo fu ceduto senza combattere. Così come i Sudeti fortificati, vi era anche l’accordo sovietico-cecoslovacco, ma l’assistenza militare che conteneva fu bloccata dalla Polonia. E Mosca sapeva che c’era già la guerra tra Unione Sovietica e Germania di Hitler nel 1938, solo che avveniva in Spagna, dove la vittoria era ancora in bilico. A Monaco di Baviera, gli inglesi diedero garanzie ai rappresentanti cecoslovacchi. Chamberlain gli disse: “I diritti delle minoranze nazionali sono sacri! Consegnate i Sudeti e avrete garanzie sui nuovi confini”. Tutte queste chiacchiere sulle garanzie occidentali furono inutili, dato che la montagnosa regione fortificata dei Sudeti garantiva la piena sicurezza alla Cecoslovacchia. Il 30 settembre 1938, tuttavia, l’esercito cecoslovacco si ritirò da Sudeti lasciandosi alle spalle le fortezze montane e i principali impianti industriali. Ma Hitler subito presentò alla Cecoslovacchia altre richieste e il 15 marzo 1939 la Germania occupò l’intero Paese.
Hitler fu salvato dall’accordo di Monaco con le democrazie occidentali, dandogli il potere fino all’aprile 1945. La domanda posta da The National Interest, “Quando Hitler divenne Hitler?”, ha una risposta semplice: “A Monaco di Baviera nel 1938”. L’accordo di Monaco di Baviera fu un accordo amichevole tra democrazie e Germania nazista, e ciò non può essere cancellato dalla storia. Fu l’accordo tra l’aggressore e i suoi amici. La ragione per cui dovremmo tutti ricordarlo oggi è chiara: l’occidente ancora una volta cerca di porsi da ‘pacificatore’ per evitare la sconfitta dei terroristi che hanno invaso la Siria e che ora minacciano l’Europa.republikaLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’ombra dopo Renzi: Luigi Di Maio, brevi note

Alessandro Lattanzio, 9/6/2016dimaiogrilloIl vicepresidente del gruppo M5S alla Camera, presidente del “Comitato di vigilanza sull’attività di documentazione” e capo del direttorio del M5S Luigi Di Maio, originario di Pomigliano d’Arco, visitava questa primavera Londra, Parigi, Berlino e Strasburgo, incontrando i presidenti delle commissioni affari esteri e finanze dell’assemblea nazionale francese, il segretario per la riforma dello Stato del governo Valls Jean-Vincent Placé, la vicepresidente del Bundestag tedesco Claudia Roth, il sottosegretario del ministero degli Interni tedesco Guenter Krings e Johannes Ludewig, presidente del Nationaler Normenkrontrollrat, organo di controllo normativo del Bundestag. A Londra, Di Maio cercava di “apprendere le buone pratiche” del modello parlamentare inglese e di “portarle in Italia”. Di Maio aveva incontrato parlamentari e funzionari inglesi con l’obiettivo di studiare come “coinvolgere i cittadini in una maggiore democrazia partecipata. I dati sulla partecipazione popolare in Italia sono disarmanti e negli ultimi dieci anni solo tre o quattro petizioni sono state esaminate. Questo crea un problema di credibilità istituzionale, mentre qui a Londra c’è una grande sensibilità verso queste petizioni”, dichiarava Di Maio parlando ai giornalisti dopo i passaggi a Westminster, dove incontrava il leader laburista Jeremy Corbyn e la capogruppo dell’opposizione Rosie Winterton, e al National Audit Office. Di Maio descriveva la sua “missione istituzionale” come volta ad approfondire il tema del controllo parlamentare e a studiare l’attività delle commissioni parlamentari inglesi attraverso strumenti online e il controllo della spesa pubblica, compito proprio del National Audit Office. “La prima buona pratica che hanno qui è quella di verificare che fine facciano le leggi dopo averle approvate. Se funzionano, se raggiungono gli obbiettivi di bilancio, di posti di lavoro, di ritorno degli investimenti che si erano prefissate. Noi invece non abbiamo una struttura predisposta per il controllo parlamentare, mentre dovremmo iniziare a immaginare uffici indipendenti interni alla Camera o esterni, che sono la strada migliore per capire quante leggi ci servono in Italia”. Un secondo punto in cui la Gran Bretagna va presa a modello, secondo Di Maio, è l’Audit Office che controlla la spesa pubblica e “fa un po’ le pulci ai provvedimenti presentati e approvati“, e il coinvolgimento dei cittadini con le leggi d’iniziativa popolare, che qui “viene affrontato con maggiore serietà e questo contribuisce a dare più credibilità al Parlamento”.
Dichiarandosi contro la Brexit e incoerentemente anche contro l’euro, Di Maio osservava che il partito euroscettico UKIP “si fa rispettare, avendo con il referendum portato l’Europa al tavolo negoziale”. Sulla Brexit, Di Maio aveva spiegato di esserne contrario precisando anche che il M5S è “contrario all’eventuale uscita dell’Italia dall’Unione europea, ma non si pronuncia sul destino dei britannici. Anche in questo modo gli inglesi si fanno rispettare”. Nonostante tali elogi, la richiesta di Di Maio d’incontrare il leader dell’UKIP Nigel Farage, l’ex-sindaco di Londra Boris Johnson e l’ex-ministro conservatore thatcheriano Kenneth Clarke veniva rifiutata dagli interessati. Dopo questi mancati appuntamenti, Di Maio affermava “Con l’UKIP abbiamo solo un’alleanza tecnica all’Europarlamento, fondata sulla passione comune per la democrazia diretta”. Di Maio però riusciva ad incontrare il ministro per i Rapporti con il Parlamento Chris Grayling, conservatore eterodosso che aveva incontrato poche settimane prima la ministra Maria Elena Boschi, per parlare della Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, sostenuta da Grayling, ma non dal premier inglese Cameron e neanche da Di Maio. Va osservato che poco prima del viaggio a Londra, il direttorio del M5S aveva mostrato apprezzamento verso il premier inglese e la sua azione verso l’Unione Europea. Oltre a Chris Grayling, Di Maio incontrava l’omologo laburista Chris Bryant, che ricopre lo stesso incarico nel cosiddetto “governo ombra” del Labur Party. La sera del 21 aprile, il vicepresidente della Camera incontrava imprenditori e finanzieri della City, ma qui, su tale incontro “economico”, veniva posto un riserbo assoluto, poiché gli imprenditori incontrati “hanno nomi importantissimi ed hanno chiesto discrezione“. E di quell’incontro Di Maio evitava di parlarne in seguito.
La visita a Londra, con decine di incontri, aveva una grande risonanza mediatica, “Neanche per Renzi si erano visti tanti cronisti italiani per una visita”, spiegava un funzionario italiano a Londra. Anche i mass media inglesi, a partire dall’Economist, mostravano crescente interesse per il M5S e i suoi epsonenti, come la candidata a sindaco di Roma Virginia Raggi. In effetti, i viaggi di Di Maio dovrebbero accreditarlo quale personalità politica autorevole italiana, futuro leader del Movimento 5 Stelle che si candida a “responsabilità di governo e a una maggiore visibilità internazionale”. Infatti, a Londra Di Maio bacchettava i senatori italiani che non votavano la sfiducia al governo di Matteo Renzi, “hanno preferito le poltrone alla coerenza”. A fine giugno, Di Maio si recherà in Israele, per incontrare esponenti del governo a Gerusalemme, e a settembre andrà negli USA, invitato dell’università di Harvard, poiché l’influente rivista statunitense Forbes ha inserito Luigi Di Maio tra i 30 giovani politici più influenti d’Europa, assieme agli italiani Jacopo Mele (Cofondatore, Fondazione Homo Ex Machina Onlus), Leonardo Quattrucci (Consulente politico alla Commissione Europea), Anna Ascani (deputata del PD), Brando Benifei (europarlamentare PD) e Giulia Pastorella (Capo relazioni col governo).U43170877541942Il primo cerchio
Luigi Di Maio e Davide Casaleggio costituivano un sodalizio in sostituzione del controllo esercitato dal defunto Gianroberto Gianroberto sul M5S. Davide è il figlio di Gianroberto e della prima moglie inglese; è un manager laureatosi alla Bocconi che ha ereditato la proprietà dell’azienda che possiede i server utilizzati dall’associazione giuridica “MoVimento cinque stelle”, a sua volta intestata a Beppe Grillo, Enrico Grillo, Enrico Maria Nadasi e Gianroberto Casaleggio, che negli ultimi tempi delegava le responsabilità direttive al figlio Davide, comprese anche le più cruciali scelte politiche, trasmesse poi proprio a Di Maio. A quanto pare alla Casaleggio Associati si studierebbe la formazione di un governo ombra da far votare online in vista delle prossime elezioni politiche che, secondo Di Maio, si dovrebbero svolgere nel 2017. Tale governo vedrebbe Di Battista agli Esteri e Toninelli alle riforme.
Nota gossippara, Luigi Di Maio è fidanzato con Silvia Virgulti, ufficialmente assunta da Gianroberto Casaleggio quale “coach TV” per il M5S. Laureata in glottologia ed esperta della cosiddetta “Programmazione neurolinguistica”, Virgulti ha collaborato con le ambasciate di USA e Canada a Roma, e Beppe Grillo l’assunse per organizzare i suoi spettacoli negli Stati Uniti. Infine, il 4 luglio 2014 fu inviata a casa dell’ambasciatore degli USA John Phillips, a Villa Taverna. Nell’estate 2014, Di Maio e Virgulti si fidanzarono e Di Maio la propose a capo della comunicazione del M5S al posto di Ilaria Loquenzi, ma Gianroberto Casaleggio bloccò la mossa. La Virgulti si vendicò dicendo che le elezioni europee del maggio 2014 andarono male per il M5S a causa del “cappellino di Casaleggio”, ed a un convegno del movimento avrebbe incitato a superare l’impasse elettorale del M5S “usando la paura e la rabbia che suscita l’immigrazione negli italiani”.

U43150507832120l0FFonti:
Beppe Grillo
Corriere
Corriere
Corriere
Huffington Post
Il Messaggero
La Stampa
La Stampa
Repubblica

Austria infelix: conservatorismo e puzza di frodi?

Jacques Sapir, Russeurope 24 maggio 2016hofer-van-der-bellenUna prima analisi dei risultati delle elezioni presidenziali in Austria conferma le riflessioni fatte a caldo sul peso del “conservatorismo” degli elettori. Ma apre anche le porte al sospetto di frodi. Ecco di cosa si tratta. I risultati ufficiali sono questi:
Risultati ufficiali riportati dal Ministero degli Interni austriaco

                                                 1° turno       2° turno        variazione     variazione in percentuale
Voti al seggio                      3.744.396       3.731.832        -12,564                                 -0,34%
Voti per posta                         534.774          746.110         211.336                                 28,33%
Totale                                   4.279.170        4.477.942       198.772                                  4,44%
Percentuale
del voto per posta                 12,5%         16,7%

Le conclusioni che si possono trarre da questa tabella sono: “C’è il forte aumento dei voti per posta. Ora questi elettori sono generalmente di due categorie, austriaci residenti all’estero (espatriati, pensionati) e austriaci nelle case di cura. Eppure è questo voto che ha permesso la vittoria del candidato “verde”, perché l’FPO (populista) ha avuto la maggioranza nei risultati “nel seggio elettorale” (52%). Non riuscendo a sapere la percentuale di voti utili “non residenti”, si può ragionevolmente ipotizzare che i voti supplementari provengano dalle case di cura. Il voto per posta ha favorito nelle elezioni precedenti l’OVP conservatore. Questi elettori, se hanno espresso “liberamente” il voto, sono quelli dalla maggiore probabilità di esprimere un riflesso “conservatore”, confermando l’analisi della nota precedente [1]. Ciò distrugge la tesi mediatica della mobilitazione dei giovani laureati, come gentilmente riportato dai media (il telegiornale delle 20 su Fr2) che, ovviamente, votano al seggio elettorale. Tuttavia, la partecipazione nei seggi, in realtà, non s’è contratta leggermente tra i due turni? Ma potrebbe evocare un’ipotesi sgradevole. Sapendo che tale voto è espresso anziani, persone in qualche modo vulnerabili psicologicamente, è ragionevole che un sospetto di pressioni su questa categoria di elettori sia evocato. Dato l’esiguo margine del candidato dei “verdi”, non è impossibile che la pressione su un gruppo vulnerabile di elettori abbia distorto l’esito delle elezioni presidenziali. Un accenno cui Spiegel fa eco il 24 maggio.van-der-bellen[1] J. Sapir, “Le lezioni d’Austria”, RussEurope 23 maggio 2016

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mandela era un agente dell’MI6?

Neil Mackay Sunday Herald 19 marzo 2000 – GreenHouse

Nelson Mandela e Bandar bin Sultan, attuale capo dell'intelligence saudita ed ex-ambasciatore saudita a Washington

Nelson Mandela e Bandar bin Sultan, attuale capo dell’intelligence saudita ed ex-ambasciatore saudita a Washington

Nelson Mandela sarebbe stato un agente dell’MI6 che supportò gli ufficiali dei servizi segreti inglesi nelle operazioni contro il programma per gli armamenti libici del colonnello Gheddafi, fornendo ai suoi controllori i dettagli sull’invio di armi ai terroristi dell’Ulster e permesso operazioni di spionaggio del Regno Unito in Sud Africa. Tali affermazioni su Mandela furono svelati in un libro controverso, MI6: Fifty Years of Special Operations, del noto esperto d’intelligence Stephen Dorril. Il libro venne pubblicato nel marzo 2000. L’MI6 ha tentato legalmente, ma senza successo, di non far pubblicare il libro all’editore Fourth Estate. Gli agenti della Sezione Speciale perquisirono la casa editrice a Londra e ne sequestrarono i computer, ma non scovarono i dettagli sul reclutamento di Mandela dell’MI6. I capi dell’intelligence inglese erono irritati per non essere riusciti ad accedere al contenuto del libro di Dorril, dopo che un giudice dell’Old Bailey aveva ordinato ai giornali Guardian e Observer di cedere i documenti relativi all’ex ufficiale MI5 David Shayler. La sentenza si basava sul fatto che i giornali avrebbero potuto aiutare la polizia a perseguire la spia rinnegata in base all’Official Secrets Act. Shayler aveva fatto affermazioni secondo cui l’MI6 era coinvolto in un complotto per assassinare il colonnello Gheddafi. Il libro di Stephen Dorril interdirà il mondo con le sue affermazioni su Mandela, Premio Nobel per la Pace. Si pensa che l’arruolamento di Mandela sia stata motivata in parte dal suo virulento anticomunismo. In cambio, l’MI6 offriva informazioni sui potenziali attentati alla sua vita.
Dorril sostiene che alti ufficiali dell’MI6 gli parlarono dell’arruolamento di Mandela da parte del Secret Service, ramo dell’intelligence inglese che svolge attività di spionaggio all’estero, recluta spie straniere e ingaggia il contro-spionaggio contro agenti stranieri che operano nel Regno Unito. Fonti interne del ministero degli Esteri e del servizio d’intelligence hanno detto che l’affermazione di Dorril “è del tutto credibile”. Il Foreign Office non fece nulla per smentire l’affermazione secondo cui Mandela avrebbe lavorato per l’MI6. Non ci furono smentite o minacce di azioni legali contro il libro, né dall’ufficio di Nelson Mandela a Johannesburg, Sud Africa, né dal suo avvocato di Londra. Nella parte del libro di Dorril sulle attività del MI6 in Africa, si legge: “Un’altra conquista dell’MI6 fu il leader dell’ANC Nelson Mandela. Se Mandela fu reclutato a Londra, prima di essere imprigionato in Sud Africa non è chiaro, ma si è capito che in un recente viaggio a Londra compì una visita segreta nella sezione addestramento dell’MI6 per ringraziare il servizio per l’aiuto prestatogli nel sventare due attentati nei suoi confronti, subito dopo esser diventato presidente.” Dorril dice che probabilmente uno dei tentativi di assassinio provenisse da una fazione del Congresso nazionale africano (ANC) aspramente contraria alla riuscita manovra di Mandela nel cacciare i leader del partito comunista dall’ombrello del Congresso nazionale africano. L’altro sarebbe stato progettato da un’ala per le operazioni segrete dei militari del governo dell’apartheid.
MI6Dorril, autore di testi sull’intelligence e docente presso l’Huddersfield University, sostiene che Mandela fu utile all’MI6 per la sua amicizia con il governo libico del colonnello Gheddafi, aprendo la strada alla consegna dei due agenti libici accusati dell’attentato di Lockerbie. I governi inglese e statunitense volevano ricostruire i rapporti con la Libia per sfruttarne i ricchi giacimenti petroliferi. “Mandela fu il tasto per trasformare la Libia da Stato terrorista a uno aperto all’occidente“, ha detto Dorril al Sunday Herald. “Il risultato delle sue azioni sarà un enorme impulso economico per le economie occidentali. Si può dire che abbia incantato Gheddafi verso gli interessi economici occidentali.” Ha affermato che il dipartimento per la guerra psicologica, o Iops, dell’MI6, responsabile della propaganda, diffuse un massaggio all’opinione internazionale permettendo che Mandela incontrasse Gheddafi senza suscitare una virulenta riprovazione occidentale. Dorril aggiunse: “Mandela ha dato all’MI6 informazioni sul finanziamento e l’armamento libici dell’IRA, e sull’invio di armi ai terroristi lealisti in Ulster dal Sud Africa dell’apartheid.” Dorril ha affermato che Mandela informò i suoi controllori dell’MI6 dei tentativi della Libia di sviluppare armi chimiche e biologiche e sull’arsenale nucleare segreto del Sudafrica. Dorril sostiene nel suo libro che la Gran Bretagna non voleva la piena desecretazione del programma per le armi biologiche del Sud Africa, nell’ambito del piano per supportare Mandela quando era presidente, e Mandela contribuì ad impedire che gli scienziati sudafricani venissero reclutati dalla Libia per realizzare il programma di  armi biologiche di Gheddafi.
Una delle più grandi stazioni oltremare dell’MI6 era in Sud Africa. Fu un importante centro spionistico durante la guerra fredda mentre URSS e USA lottavano per porre nella loro sfera d’influenza i Paesi vicini come Mozambico e Angola. Il Sud Africa è la chiave anche degli interessi economici della Gran Bretagna per via dei giacimenti di uranio, oro e platino. Non è chiaro esattamente quando Mandela sia stato reclutato. Né è chiaro se l’MI6 abbia corteggiato Mandela  avvertendolo sui tentativi di assassinio, al fine di attirarlo nelle grinfie del servizio, o se fu reclutato dall’MI6, fornendo informazioni e quindi ricevendo in cambio gli avvertimenti.
L’editore del libro, Fourth Estate, è stato sottoposto a forti pressioni affinché non rivelasse i contenuti nell’opera di 900 pagine di Dorril sull’MI6, prima della pubblicazione il 30 marzo (2000).  L’MI6 chiese tramite i suoi avvocati d’impedire la piena divulgazione dei contenuti, ma Fourth Estate ebbe successo nel difendersi dalla causa. Tuttavia, la casa editrice fu perquisita su mandato da agenti della sezione speciale che sequestrarono il computer del caporedattore di Fourth Estate,  Clive Priddle, che conteneva appunti sul libro. Secondo Nicky Eaton, pubblicista di Fourth Estate, il servizio d’intelligence è a conoscenza delle accuse su Mandela. Il libro è stato meticolosamente revisionato dagli stessi avvocati di Fourth Estate. Sia Neil Harold, dell’ufficio personale di Mandela, e che l’avvocato di Mandela Londra, Iqbal Meer, della Meer Care Desai, rimassero sorpresi dall’apparizione delle accuse. Potevano contattare Mandela subito per informarlo delle accuse. Si pensava fosse in vacanza nelle campagne sudafricane, ma non era rintracciabile. Dorril sostiene che le suoi rivelazioni non fossero dannose per la reputazione di Mandela. “Non c’è niente di diffamante nell’essere una recluta dell’MI6“, aveva detto.
Ufficialmente il Foreign Office disse di non poter commentare tale affermazione per questioni di sicurezza, tuttavia, ufficiosamente fonti del Foreign Office fecero capire che la richiesta di arruolamento fosse credibile: “Se ci concentriamo sulle accuse riguardanti un presunto assassinio, non sorprende che l’ANC abbia voluto consultarsi per la sicurezza con il Regno Unito, o i suoi servizi d’intelligence, per proteggere i propri elementi chiave.” Analisti esteri ed esperti africani sostengono anche che il reclutamento di Mandela nell’MI6 non è solo credibile, ma anche che avrebbe un effetto sismico a livello internazionale. Un esperto del Sud Africa ha detto: “La sua storia mostra come egli sarebbe stato interessante per l’MI6, e come l’MI6 sarebbe stata interessante per Mandela, essendo profondamente anticomunista. Da giovane avrebbe interrotto le riunioni del Partito Comunista a pugni. I seguito, si sarebbe reso conto che per porre fine all’apartheid aveva bisogno di qualsiasi alleato avrebbe potuto raccogliere e pragmaticamente decise di andare a letto con i comunisti. Mandela ammira la Gran Bretagna, la sua democrazia parlamentare e il suo sistema giudiziario. Una volta in prigione, Mandela si allontanò dai comunisti, dichiarando privatamente il suo disprezzo verso la loro politica. Quando fu liberato, iniziò la lotta all’interno dell’ANC tra i comunisti e i ‘democratici’ come Mandela.”
Vi furono molte speculazioni, comprese l’accusa di Winnie Mandela secondo cui il leader comunista sudafricano Chris Hani, assassinato nel 1992 a quanto pare da estremisti bianchi, forse fosse stato effettivamente vittima di questa faida interna. “Molti democratici dell’ANC certamente odiavano i comunisti, abbastanza da farli uccidere. Anche i diplomatici inglesi furono centrali nell’ammorbidire la fine dell’apartheid durante i negoziati tra Mandela e il presidente De Klerk. Non può essere sottovalutato quanto gli agenti di MI6 e CIA abbiano lavorato in questa campo. Fecero un lavoro colossale.”

Christopher Hani

Christopher Hani

Christopher Hani e Nelson Mandela

Christopher Hani e Nelson Mandela

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina prevede di ridurre le sue riserve in dollari

Igor Alekseev, Route MagazineNsnbc

Cina e Russia abbandoneranno il dollaro, o almeno ne tagliaranno in modo significativo la quota in dollaro delle loro riserve.  Gli analisti statunitensi politicamente corretti chiamano tale processo “veloce diversificazione delle riserve”. In realtà, alcuni economisti vi vedono una tendenza verso l’ampliamento della crisi mondiale, perché l’intera piramide della finanza globale si basa su un semplice fatto i regolatori finanziari di tutto il mondo comprano comunque il debito degli Stati Uniti (dollaro e buoni del tesoro) .

05yuan01-650Non è più conveniente per la Cina accumulare riserve valutarie” ha detto Yi Gang, vicegovernatore della banca centrale, al Forum dei 50 economisti organizzato presso l’Università Tsinghua in Cina. L’autorità monetaria “fondamentalmente” pone fine all’intervento regolare nel mercato valutario e amplia il trading range giornaliero dello yuan, ha scritto il governatore Zhou Xiaochuan in un articolo volto a spiegare le riforme indicate la scorsa settimana durante una riunione del Partito Comunista. Né Yi Zhou ha indicato il periodo per eventuali modifiche. E’ ben noto che le autorità cinesi di regola tendono ad evitare bruschi cambiamenti nell’economia politica. Tali politiche vengono attuate discretamente, in modo che le persone non si rendano nemmeno conto della trasformazione in corso. Ciò che è interessante, è che le banche centrali non annunciano queste cose così apertamente. Ad esempio, da fine gennaio a fine luglio 2013, la Banca di Russia ha ridotto la sua scorta di titoli del Tesoro USA da 164,4 a 131,6 miliardi di dollari USA, il che significa che nel corso di sei mesi ha ridotto il suo portafoglio di obbligazioni del Tesoro USA di 32,8 miliardi di dollari, o del 20 per cento. Rafforzare le relazioni tra Pechino e Mosca non ha per scopo sfidare il dollaro, ma proteggere le rispettive economie nazionali.
1. “Negli ultimi anni, la Cina si allontana gradualmente dall’egemonia finanziaria statunitense.  Questa egemonia si basa sul dollaro quale valuta di riserva mondiale e, per convenzione, normale mezzo di pagamento nel commercio internazionale e in particolare del petrolio. Tale regime è obsoleto data la bancarotta dell’economia degli Stati Uniti. Ma permette agli Stati Uniti di continuare a rastrellare crediti. La Cina, seconda più grande economia del mondo e primo importatore di petrolio, ha o cerca accordi commerciali petroliferi con i suoi principali fornitori, tra cui Russia, Arabia Saudita, Iran e Venezuela, che coinvolgeranno il cambio con valute nazionali. Tale sviluppo rappresenta una grave minaccia per i petrodollari e il loro status di riserva globale. L’ultima mossa di Pechino del 20 novembre, con il preavviso di voler sostituire le sue riserve in valuta estera in rischiosi titoli del Tesoro degli Stati Uniti con una combinazione di altre valute, è un avvertimento sui giorni contati che ha l’economia statunitense, come Paul Craig Roberts ha osservato“. (Il piano della Cina di abbandonare il dollaro, fa infuriare gli statunitensi, Finian Cunningham – Press TV e Nsnbc International)
2. La lenta strategia di Pechino nell’abbandonare il dollaro si armonizza perfettamente con la strategia della Russia nel bilanciare le sue riserve estere, scrive Valentin Katasonov della Fondazione di cultura strategica. Osserva che la decisione cinese è un cauto tentativo di sfidare l’egemonia finanziaria degli Stati Uniti. L’idea di Pechino è impedire la creazione di una domanda artificialmente gonfiata di valuta degli Stati Uniti.
La sei fasi seguite dai cinesi sono le seguenti:
La decisione presa dalla Banca popolare di Cina, nell’estate del 2010, di ripristinare una “fluttuazione manovrata” dello yuan fu il primo piccolo passo per cambiarne la situazione di “moneta eremita”;
L’approvazione, nel 2011, del 12° piano quinquennale di sviluppo socio-economico della Cina;
Piani per fare dello yuan una “moneta internazionale” (senza ulteriori dettagli);
Il raggiungimento di accordi tra la Cina e un certo numero di altri Paesi per una transizione verso l’uso di monete nazionali negli scambi commerciali, compresi quelli sulle risorse naturali;
Una dichiarazione della banca centrale dell’Australia che prevede la conversione del 5 per cento delle proprie riserve internazionali in titoli di Stato cinesi, dopo i riusciti colloqui con Pechino;
Più importante: l’accordo raggiunto nell’ottobre 2013 tra Pechino e Londra, secondo cui il commercio di valuta tra yuan e sterlina inglese inizierà presso il Royal Exchange, così come l’autorizzazione dalle autorità inglesi alle banche cinesi, consentendogli di aprire filiali nella City di Londra. L’accordo tra la Gran Bretagna e la Cina prevede praticamente la trasformazione di Londra in una sorta di società off-shore per banche e società finanziarie cinesi.

000802aa2f4910bbbb1907Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora