La Cina vede il bluff dei Rothschild con lo Yuan-oro e il missile da 12000 km

Covert Geopolitics, 21 aprile 2016£¨Ê±Õþ£©Ï°½üƽÊÓ²ì¾üίÁªºÏ×÷Õ½Ö¸»ÓÖÐÐÄOggi, il Presidente cinese Xi Jinping chiede “un sistema di comando congiunto operativo che vinca la guerra” in risposta alla costante istigazione belluina khazara, tipica dei capitalisti del “vorrei ma non posso”. “Il Presidente cinese Xi Jinping ha ispezionato il Centro di comando operativo congiunto della Commissione militare centrale (CMC) a Pechino, chiedendo la costruzione di un sistema di comando operativo congiunto efficiente in grado di vincere le guerre moderne. In tenuta militare, Xi, che è anche presidente della CMC, ha chiesto d’attuare strategie militari compatibili con i nuovi tempi e concentrarsi sullo studio dei comandi in battaglia e tattici. Xi avanza una serie di riforme in campo militare dall’anno scorso, volte a rafforzare la leadership del partito sui militari, così come l’adozione di un sistema di comando più efficace per migliorare l’operatività delle truppe. Le riforme mutano i precedenti sette comandi regionali in cinque comandi operativi regionali, in grado di dirigere più risorse e forze militari. Le riforme mirano a stabilire un sistema di comando su tre livelli “CMC – Comando operativo regionale – truppe” e un sistema di direzione dalla CMC alle varie armi e alle truppe. Xi ha anche chiesto agli ufficiali di cambiare mentalità, per costruire un sistema di comando operativo congiunto che sia “assolutamente leale, pieno di risorse in combattimento, efficiente e coraggioso nel comandare e capace di vincere la guerra”. Global Times
Questa appello precede il test di lancio di un missile DF-41 in risposta a una velata minaccia, “Se c’è un conflitto tra la Cina e un alleato militare degli Stati Uniti, come il Giappone, allora non è esagerato dire che siamo sulla soglia della terza guerra mondiale“, aveva dichiarato Soros nel maggio 2015. “Pechino ha testato con successo un nuovo missile balistico a lungo raggio in grado di colpire qualsiasi bersaglio nel mondo. Il missile in soli 30 minuti copre una gittata massima di 12mila chilometri effettuando molteplici attacchi su qualsiasi Stato nucleare. Il lancio del missile cinese Dongfeng-41 fu registrato dal sistema di rilevamento satellitare degli Stati Uniti in tempo reale, riferiva Washington Free Beacon, anche se la posizione del lancio non venne immediatamente rivelata. Il lancio avvenne da una nuova piattaforma autostradale, e si trattava del settimo test di lancio del DF-41“. RussiaToday
Ricordiamo che nell’agosto 2014 la Cina fu colpita da una bomba nucleare tattica alla spina dorsale economica.
La Cina esita ad ammettere di essere rimasta senza parole
Il test della guerra elettronica della Russia contro gli attacchi spaziali che hanno colpito la Cina ultimamente
20-dollar-bill-transfer-transferframe198Il portavoce dei Rothschild, Soros, dopo aver visto scoperto il suo bluff, recentemente, con l’annuncio dello “Yuan ancorato all’oro” della Cina e il parallelo test del missile MARV dalla gittata più lunga del mondo, ora si tira indietro ricorrendo al terrorismo mediatico. Ma c’è ancora qualcuno così stupido da ascoltare tale topo? L’investitore miliardario George Soros ha detto che l’economia alimentata dal debito dei cinesi assomiglia a quella degli Stati Uniti nel 2007-08, prima che i mercati del credito crollassero generando la recessione globale. L’aumento del credito di marzo in Cina dovrebbe essere visto come un avvertimento, aveva detto Soros durante un evento dell’Asia Society di New York. La misura più ampia per il nuovo credito nella seconda maggiore economia del mondo fu di 2,34 miliardi di yuan (362 miliardi di dollari) il mese scorso, superando di gran lunga la previsione media di 1,4 miliardi di yuan di un’inchiesta di Bloomberg, segnalando che il governo da priorità alla crescita controllata del debito. Ciò che succede in Cina “assomiglia stranamente a ciò che è successo nella crisi finanziaria degli Stati Uniti nel 2007-08, alimentando anche la crescita del credito“, aveva detto Soros. “La maggior parte del denaro che le banche forniscono è necessario a mantenere imprese in sofferenza e in perdita“. Bloomberg
Un Paese creditore degli Stati Uniti e completamente industrializzato con un programma spaziale di successo e una moneta basata sull’oro come la Cina, non si regge su un’economia alimentata dal debito. È un’economia in grado di sostenersi da sola senza aiuto estero, di gran lunga meglio di quello che fa la Corea democratica. L’internazionalizzazione secondo la nozione che gli investimenti esteri siano una necessità piuttosto che un’opzione, è errata. Questo può essere dimostrato subito considerando il quadro più grande, cioè l’economia planetaria, che ovviamente si regge su se stessa, senza la necessità di investimenti interplanetari. L’allineamento dello yuan cinese all’oro impedisce efficacemente l’uso del fiat khazaro del dollaro nell’economia basata sui beni. Non si accetterà più lo scambio yuan-dollaro e oro-dollaro, pensando che 2 trilioni di buoni del tesoro degli Stati Uniti siano scaricati in qualsiasi momento, in cambio di altro oro o altri beni durevoli. Ora che il guanto di sfida è finalmente gettato sul dollaro fiat, la reazione iniziale del tesoriere degli Stati Uniti Jack Lew era cambiare l’effige sulla banconota da 20 dollari quale distrazione in collaborazione con il solito terrorista Soros. “Harriet Tubman scaccerà Andrew Jackson dalla faccia della banconota da 20 dollari, mentre Alexander Hamilton resterà sui 10 dollari. Una mossa storica che dà a una donna una collocazione privilegiata sulla valuta statunitense e reprime la polemica scatenata dai super-fan di Hamilton“. Politico
Inoltre, le false bandiere non sono assolutamente escluse considerando la corsa dal “margine” ristretto tra i candidati alla presidenza, destinata ad inaugurare la nuova speranza per gli USA, proprio come quando Obama era ancora un oscuro senatore. “Le persone sono più o meno stufe e stanche dello status quo e vogliono qualcosa di completamente diverso“, dice forte e chiaro l’attivista politico Kazembe Balagun. “Il fatto è che nessuno dei candidati della dirigenza, Trump o Clinton, offre eventuali soluzioni reali…” Sputnik
A parte la truffa della moneta fiat e dei petrodollari insanguinati, un’altra fonte significativa di fondi per la mafia nazionista khazara è il settore “sanitario” che ha registrato ben 3,09 miliardi di dollari nel 2014 e si prevede salgano a 3,57 miliardi di dollari nel 2017 nei soli Stati Uniti. Crediamo che questa sia solo una stima prudente. Possiamo evitare l’uso di droghe, sconfiggere ogni attacco virale e allarmismo, come il virus Zika, costruendo facilmente un nostro completo sistema antivirale. Altro qui.hillary-clinton-carTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché Washington teme che la Gran Bretagna abbandoni l’UE

Finian Cunningham Strategic Culture Foundation 08/02/2016161861218__762913cIl conto alla rovescia inizia questa settimana sulla questione importante per la Gran Bretagna: uscire dell’Unione europea, il cosiddetto Brexit. Mentre il problema sembra essere principalmente d’interesse nazionale, in agguato v’è la preoccupazione geopolitica cruciale degli Stati Uniti. L’esito del referendum inglese sull’Europa potrebbe gravemente compromettere le ambizioni egemoniche globali di Washington e, in particolare, l’agenda del confronto con la Russia. Il primo ministro inglese David Cameron ha lanciato un’offensiva del fascino diplomatico pochi giorni dopo che il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, rese pubblico il quadro dell’accordo sull’adesione della Gran Bretagna all’UE. Tale accordo provvisorio è il prodotto di mesi di negoziati tra il governo di Londra e l’istituzione dell’UE, volto a dare al Regno Unito più libertà da Bruxelles. Cameron sostiene di aver avuto abbastanza concessioni per sostenere la sovranità inglese, e il capo del governo conservatore ora fa apertamente campagna per la continua adesione all’UE su tale base. Cameron ha bisogno del sostegno di altri capi dell’UE per concludere il pacchetto di riforme che ha negoziato con Tusk. Le prime tappe di questa settimana sono Polonia e Danimarca, dove i governi neo-eletti, euroscettici, sono inclini a simpatizzare per le preoccupazioni inglesi a strappare più libertà nazionali nel blocco. Non è certo se il vertice dei capi dell’UE previsto per il 18-19 febbraio sarà d’accordo con le riforme volute dal premier inglese. Alcuni vedono la Gran Bretagna cercare concessioni per minare il concetto dell’UE di libera circolazione e diritti dei lavoratori. Germania e Francia hanno detto che non sono disposte a mantenere la Gran Bretagna a bordo “a qualsiasi costo”, indicando il limite della tolleranza sulle concessioni agli inglesi. Nel frattempo, molti nel partito conservatore di Cameron sono arrabbiati per non aver assicurato abbastanza la sovranità inglese. C’era ampia costernazione sui media prevalentemente di destra della Gran Bretagna, questa settimana, su un Cameron che vedono “prostrato” agli integrazionisti europei. E fuori dal suo partito Tory, il più nazionalista United Kingdom Independence Party guidato da Nigel Farage biasima come “patetico” l’accordo sulla riforma di Cameron, sostenendo che ha ceduto tutte le promesse precedenti su riforme radicali. L’UKIP ha già conquistato molti elettori tradizionali conservatori e numerosi parlamentari tory disertare per le sue ferventi politiche euroscettiche. C’è la campagna per una rottura decisiva con l’UE. Da più di 40 anni, il partito conservatore inglese si agita sulla questione europea. Da quando la Gran Bretagna aderì al blocco nel 1973, il partito ha sempre minacciato di andare a pezzi sull’adesione all’UE. Non solo Nigel Farage e l’UKIP sostengono la Brexit. Anche alcuni conservatori di rilievo nel gabinetto esecutivo di Cameron spingono ad abbandonare l’Unione europea. Uno di questi gruppi è Conservatori per la Gran Bretagna guidato da Lord Nigel Lawson, ex-Cancelliere dello Scacchiere di Margaret Thatcher negli anni ’80.
Cameron-Vignetta-ita David Cameron cammina sul filo del rasoio. A fare pressione sul leader inglese è Washington. L’establishment politico statunitense, democratico e repubblicano, vuole inequivocabilmente che la Gran Bretagna rimanga nell’UE. Washington non può esprimere questa posizione con troppa forza, altrimenti potrebbe essere visto come indebita ingerenza negli affari interni inglesi. Tuttavia, gli interessi statunitensi inevitabilmente appaiono nel dibattito. Questa settimana, lo stesso giorno in cui Cameron annunciava il suo pacchetto di riforme, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama avrebbe telefonato al leader inglese per sollecitare una vigorosa campagna per l’adesione all’UE. La Casa Bianca ha detto, Obama “ha riaffermato il costante sostegno degli Stati Uniti a un forte Regno Unito in una forte Unione europea”. In precedenza, Washington ha sparato una straordinaria bordata contro la campagna anti-UE rivelando che, in caso di Brexit, alla Gran Bretagna neo-indipendente non sarà concesso alcun regime speciale commerciale bilaterale. La Casa Bianca di Obama ha detto che fuori dall’adesione all’UE la Gran Bretagna affronterà tariffe commerciali paralizzanti, egualmente a Cina, Brasile e India. Cosa vista come duro colpo al campo pro-indipendenza della Gran Bretagna, che ha sostenuto che gli interessi economici inglesi sarebbero meglio tutelati con l’indipendenza dall’UE. La domanda è: perché Washington è così risoluta sulla Gran Bretagna nell’Unione europea? La risposta è stata in parte rivelata da Lord Lawson, capo dei Conservatori per la Gran Brteagna. In un intervista del mese scorso con la BBC, Lawson ha detto che l’interesse primario degli Stati Uniti “è poter influenzare tutta l’UE avendo il suo più stretto alleato, la Gran Bretagna, nel blocco”. Lawson è stato cauto, ma in realtà ciò che voleva dire è che la Gran Bretagna è un surrogato di Washington nei rapporti col resto d’Europa. Vi sono due questioni strategiche che illustrano il punto. Il primo è il gigantesco patto commerciale che Washington cerca di concludere con l’Unione europea. Il partenariato commerciale e d’investimento transatlantico (TTIP) è visto dare impulso vitale alle esportazioni statunitensi in Europa, la cui popolazione totale è quasi doppia di quella degli Stati Uniti. Per la storicamente stagnante economia degli Stati Uniti sarebbe un accordo molto gradito. Tuttavia, vi è molta resistenza tra i cittadini dell’UE al TTIP, perché visto cedere troppo potere al capitale degli Stati Uniti sui diritti dei lavoratori e le norme alimentari e ambientali europei. La Gran Bretagna di Cameron è una grande fan del TTIP, facendo intenso lobbying sul resto dell’UE a firmare l’accordo. Quindi, se il Regno Unito dovesse uscire dal blocco europeo, c’è il rischio che il TTIP decada. Una grave sconfitta per Washington. In secondo luogo, e ancora più importante, il tanto decantato “rapporto speciale” degli USA con la Gran Bretagna ha garantito a Washington un’influenza alla Svengali sugli Stati europei. Ciò fin dai primi giorni dell’integrazione europea dalla fine della seconda guerra mondiale. La subordinazione inglese agli interessi statunitensi, con governi conservatori e laburisti, ha sempre fatto sì che le politiche dell’UE siano fortemente ponderate fondendosi con le ambizioni geopolitiche di Washington. La politica estera e militare inglese, sempre strettamente allineata a quella degli Stati Uniti, ha effettivamente impresso sull’UE l’identità sinonima dell’alleanza militare guidata dagli statunitensi, la NATO. La Gran Bretagna non è affatto l’unica voce atlantista in Europa, ma si può affermare che senza il surrogato inglese l’influenza di Washington sull’UE sarebbe assai ridotta. Seguendo gli spericolati interventi militari per i cambi di regime di Washington nel mondo, negli ultimi decenni, dall’ex-Jugoslavia ai Balcani, Afghanistan e Iraq, dalla Libia alla Siria e Ucraina. In tali interventi criminali, l’Europa vi è sempre stata coinvolta dal sostegno della Gran Bretagna agli obiettivi di Washington. Sulla Russia è ipotizzabile che il braccio di ferro tra Europa e Mosca non sarebbe così grave se non fosse per la Gran Bretagna, strumentale all’agenda di Washington per imporre sanzioni. È interessante notare che molte voci più sane, in Europa, come il premier dell’Italia Matteo Renzi, il ministro degli Esteri della Germania Frank-Walter Steinmeier e il ministro delle Finanze francese Emmanuel Macron, negli ultimi mesi hanno chiesto un riavvicinamento con la Russia sulla crisi Ucraina. La supposizione ragionevole è che le relazioni tra Europa e Russia sarebbero più compatibili se non fosse per la Gran Bretagna “quinta colonna” di Washington nell’UE. Mentre l’UE ha effettivamente un ruolo sinistro, con Washington, nell’istigare il colpo di Stato in Ucraina nel febbraio 2014, è comunque plausibile che lo scontro pericoloso risultante con Mosca non sarebbe avvenuto nella misura attuale se l’Europa avesse avuto una politica estera più indipendente dagli Stati Uniti. Durante la crisi ucraina, la Gran Bretagna agì da braccio destro di Washington, convincendo gli altri ad adottare una più acuta postura anti-russa, alimentando il processo militare della NATO in Europa e la profonda spaccatura diplomatica con Mosca.
Il referendum in Gran Bretagna sulla Brexit potrebbe aversi minimo a giugno, con il risultato di abbandonare l’UE alla fine del prossimo anno. I sondaggi finora indicano parità, ma l’ultimo indica la campagna per “lasciare l’Europa” con un sostanziale vantaggio di nove punti. Una cosa è certa però. Washington seguirà attentamente il referendum, e altri interventi sono prevedibili dalla Casa Bianca per influenzare l’esercizio democratico a favore dell’adesione della Gran Bretagna nell’UE. Le ambizioni egemoniche di Washington ne dipendono. Per coloro interessati a un’Europa più indipendente, libera dal peso delle macchinazioni geopolitiche di Washington, si potrebbe sostenere che il miglior risultato sarebbe la Gran Bretagna uscire dall’UE. Quindi, lasciate che la barchetta Gran Bretagna salpi verso l’Atlantico sotto l’inno illusorio “Britannia Rules the Waves”. E poi, forse, l’Europa potrà cominciare a vivere rapporti più pacifici con il resto del mondo.brexit-beckons-as-97-of-britons-think-david-cameron-cant-get-a-better-eu-dealTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché gli Stati Uniti hanno deciso di distruggere il FMI?

Valentin Katasonov, Strategic Culture Foundation 26/01/2016

IMFCome sappiamo, lo scorso dicembre il Fondo monetario internazionale, su pressione del principale azionista, gli Stati Uniti, ha cambiato le regole importanti che ne governano le operazioni. D’ora in poi il FMI può continuare a lavorare con i Paesi che per un motivo o un altro non rispettano gli obblighi coi membri del fondo (i creditori ufficiali). Per sette decenni il FMI ha servito non solo come prestatore internazionale, ma anche e soprattutto come garante di ultima istanza dei prestiti che certi Stati membri davano ad altri. Nel 1956, i maggiori Paesi creditori crearono il Club di Parigi, un’organizzazione internazionale informale che, insieme al Fondo monetario internazionale, doveva garantire il rimborso di prestiti e crediti emessi dai creditori ufficiali (sovrani). Ma il Fondo monetario internazionale rimase l’ultima “linea di difesa”. Se il beneficiario di un prestito sovrano rifiutava di effettuare i pagamenti, il FMI avrebbe rotto tutte le relazioni col piantagrane e il Paese sarebbe diventato un paria nel mondo della finanza internazionale. Tale meccanismo proteggendo gli interessi dei creditori ufficiali lavorò abbastanza agevolmente fin quando era necessario per gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali, i creditori ufficiali primari nel mercato finanziario globale. Sono ancora i principali istituti di credito dei Paesi in via di sviluppo di oggi. 304 miliardi di dollari sono dovuti dai Paesi del mondo ai membri del Club di Parigi (al 31 dicembre 2014, esclusi gli interessi), comprendente 20 Stati. Tuttavia, molti altri Stati sono entrati nell’arena della finanza internazionale come finanziatori ufficiali, alla fine del ventesimo secolo. In primo luogo ci sono gli esportatori di materie prime. Dalla fine del secolo scorso, queste nazioni hanno iniziato a stabilire i cosiddetti fondi sovrani, che trattengono i proventi in valuta estera dall’esportazione di petrolio e altre risorse naturali. Questi fondi sono usati per investimenti e prestiti. Ci sono molte decine di fondi sovrani del mondo. I più grandi sono i fondi sovrani di Emirati Arabi Uniti, Norvegia, Arabia Saudita e Quwayt. Secondo le stime più prudenti, ci sono attualmente 6-7 miliardi di dollari di patrimonio in questi fondi sovrani. Seconda è la Cina. La Cina ha le maggiori riserve auree e valutarie, alcune sotto forma di fondi sovrani. I tre principali fondi sovrani cinesi possiedono quasi 1200 miliardi di dollari. Una parte di questi fondi sovrani cinesi passa da alcune delle più grandi banche della Cina, che offrono prestiti internazionali. I crediti emessi da queste banche sono considerati prestiti ufficiali o sovrani. Il prestito internazionale della Cina ha superato il resto del mondo nel 21° secolo. Improvvisamente, la Cina è diventata il più grande creditore ufficiale nel mondo, e nessuno sembrava accorgersene quando tale soglia fu superata. Molti in occidente si agitarono parecchio quando un articolo dal sorprendente titolo “i prestiti della Cina raggiungono nuove vette” apparve sul Financial Times il 17 gennaio 2011. Il giornale calcolò che nel 2009-2010, gli istituti di credito di proprietà dello Stato cinese, la Banca di sviluppo della Cina e l’Export-Import Bank of China, emisero almeno 110 miliardi di dollari in prestiti a vari Stati e società dei Paesi in via di sviluppo. E questo dato include solo i prestiti ufficialmente confermati dai cinesi e/o dai destinatari dei fondi. Il Financial Times ritiene che il totale effettivo dei prestiti ufficiali della Cina potrebbe essere notevolmente più elevato. In confronto, il quotidiano citò un altro dato: tra la metà del 2008 e la metà del 2010, la Banca Mondiale fornì solo 100,3 miliardi di dollari ad altri Paesi (approssimativamente gli stessi clienti della Cina). Ma ben presto il Financial Times dimenticò questa bomba. L’occidente non ha nulla da guadagnare richiamando l’attenzione su questi fatti, non vuole riconoscere che è stato battuto nel mercato del credito internazionale. Né la Cina vuole della pubblicità inutile che potrebbe impedirle l’ampliamento dei prestiti, il cui successo è in gran parte dovuto al fatto che essa fornisce prestiti per investimenti ufficiali a condizioni sostanzialmente più favorevoli di quelle offerti da FMI, Banca Mondiale o membri del Club di Parigi. I prestiti cinesi spesso non maturano alcun interesse. Gli esperti occidentali chiamano questo “credito” dumping dalla Cina. I prestiti cinesi sono principalmente volti ad avere il controllo sulle fonti di materie prime e di energia nei Paesi asiatici, africani e dell’America latina. Una volta che i progetti d’investimento terminano, i prestiti sono spesso rimborsati utilizzando petrolio e altre risorse naturali. Il prestito di Pechino si espande anche attraverso lo sviluppo delle infrastrutture dei trasporti necessarie per importare ed esportare merci da e verso la Cina. Ciò include la vasta gamma di progetti d’investimento dell’iniziativa della Nuova Via della Seta. E in ultima analisi, le banche di sviluppo cinesi ampliano le esportazioni di apparecchiature sofisticate (ad esempio, macchine per centrali elettriche) e i crediti all’esportazione sono ampiamente utilizzati per questo.
La Cina è da tempo il principale partner commerciale di molti Paesi in via di sviluppo. Ad esempio, nel 2014 la Cina ha avuto 166 miliardi di dollari di scambi con i Paesi dell’Africa. Solo tra il 2001 e il 2010, la Cina ha dato ai Paesi africani 62,7 miliardi di dollari di prestiti tramite l’Export-Import Bank. Questi sono più del totale di 12,5 miliardi di dollari di crediti che la Banca mondiale concesse a quei Paesi. Un quadro simile può essere visto in America Latina. L’Export-Import Bank of China ai primi del 2016 aveva un portafoglio di 520 miliardi di yuan (79 miliardi di dollari) in prestiti esteri forniti nell’ambito del megaprogetto della Via della Seta. I prestiti sono destinati a finanziare circa 1000 progetti infrastrutturali in 49 Paesi nel Mondo. Un altro esempio. Durante i due giorni del Forum sulla cooperazione Cina-Africa tenutosi a Johannesburg nel dicembre 2015, il presidente cinese Xi Jinping dichiarò che Pechino prevede di fornire 60 miliardi di aiuti finanziari ai Paesi dell’Africa. Parte di questi saranno prestiti a zero tassi d’interesse. Ora torniamo al punto di partenza, i cambiamenti nelle regole del Fondo Monetario Internazionale.
Nella maggior parte dei Paesi Washington ha perso la posizione di creditore principale. La Cina prende il sopravvento ovunque. Da diversi anni, lo zio Sam è alla ricerca di un modo per combattere l’espansione del credito cinese. Il principale azionista del FMI ha a lungo nutrito il sogno di cambiare le regole del Fondo monetario internazionale, legittimando il default sovrano e privando il fondo del ruolo di garante dei crediti sovrani. Questo davvero infastidirebbe Pechino, in rappresaglia per la cacciata degli statunitensi da molti Paesi in via di sviluppo. Una volta che un precedente è stabilito in Ucraina (dopo il suo mancato rimborso del credito sovrano della Russia), si possono incoraggiare i Paesi in via di sviluppo ad “irrigidirsi” col loro creditore cinese. E dopo ci si può aspettare che conflitti scoppino tra la Cina e i Paesi debitori in via di sviluppo. Questo tipo di “riforma” del FMI gioca col fuoco. Non solo l’esistenza del fondo viene compromessa, ma anche l’intero sistema finanziario internazionale che, dopo aver perso il suo “garante di ultima istanza”, potrebbe improvvisamente implodere. Il comportamento degli Stati Uniti ricorda quello di Erostrato che bruciò il celebre Tempio di Artemide nella sua città per dimostrare il proprio “eccezionalismo”. Per settanta anni il Fondo Monetario Internazionale aveva lo stesso significato per lo zio Sam del Tempio di Artemide per i residenti di Efeso nella Grecia antica. Il 20 gennaio il FMI ha abolito quello che era noto come “esenzione sistemica”, principio adottato nel 2010 che permise al fondo di dare prestiti ai Paesi con debiti insostenibili, se vi era la minaccia che la loro crisi contagiasse le economie limitrofe. Tale decisione ha reso la politica del FMI ancora più confusa. Gli esperti non sono d’accordo su come l’abolizione dell’“senzione sistemica” influenzerà la collaborazione del FMI con l’Ucraina.Opening_pres Xi_01Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Magia, fascismo e razza in David Bowie

Rahm Bambam, Pop Matters 11 gennaio 2016

Blackstar affronta la tensione fra attrazione dichiarata di David Bowie per le ideologie del sangue e del suolo, e l’ossessione ugualmente impegnativa con forme musicali e tropismi afroamericani.blackstar_650_400Il 20 novembre 2015, David Bowie riemergeva senza fretta o necessità, con un nuovo singolo intitolato ★, approssimata dal più pronunciabile “Blackstar“. Il lavoro (cerchiamo di sostenere la quintessenza dell’artista rocker con le etichette pretenziose a cui ha diritto) è un contorto viaggio nevrotico di quasi dieci minuti, che incorpora percussioni che fondono krautrock e jazz, poesia pagana, dissonanza, canto melismatico, stringhe zuccherate e turbinii di sax soulful passando dal sassy allo spettrale. “Blackstar” è un saluto sorprendente, tanto più provocante per il fatto che segue una rinascita di fine carriera dopo i percorsi maestosi e rispettabili favoriti dai veterani dell’avanguardia (vedasi i precedenti album post-millenari come Heathen, Reality e The Next Day). L’eredità di Bowie s’è già scolpita nella nostra coscienza collettiva con la fermezza di un epitaffio inciso in una lapide. Tuttavia, “Blackstar“, richiamandosi in modo convincente al mix inquietante di sperimentazione e melodismo del classico Bowie, sfida la perfettamente ragionevole aspettativa che il Bowie di “fine carriera” (il termine connota il declino con il sicuro avvicinarsi del nemico perenne della musica pop, “l’età”) può essere ignorato in quanto pallido prodotto della senescenza. Molti osservatori analiticamente favorevoli a Bowie (e come questo saggio e i commenti possono testimoniare, sono molti) sicuramente si fissano su quanto la canzone rievochi le vecchie ossessioni del Dame per l’ultraterreno, l’origine nel buio dello spazio o l’occultismo. Questi sono i temi che appaiono e riappaiono in tutta l’opera di Bowie quasi fin dall’inizio della sua discografia (vedasi “Space Oddity” e L’uomo che vendette il Mondo). Anche il simbolo del pentagramma che funge da vero titolo di Blackstar (★) tradisce la consapevolezza del potere di un simbolo al centro delle numerose tradizioni spirituali, tra cui satanismo, rosacrocianesimo, gnosticismo e wiccanismo. Inoltre, il video della canzone, oggetto circondato da una nube di commenti, è pieno di immagini che invitano a speculare. Bowie in un primo momento appare con un velo che lo rende il cieco Eli, mentre dirige un rituale cosmico, facendo sobbalzare vari organismi legati alla terra, che nel video formano cerchi magici e si agitano in estasi. Bowie si comporta quindi da medium e mago, incanalando energie astrali per fini decisamente terrestri, aggiornando quella sciamanica di Starman sbarcato sulla Terra per “fra ballare tutti i bambini” nei primi anni settanta. Tuttavia, i principali motivi lirici e le tematiche di “Blackstar” non possono essere del tutto separati dalla relazione complicata di Bowie con la razza, cioè con l’appropriazione delle tradizioni musicali afroamericane come Jazz, R&B e Soul che coabitano con il suo eurocentrismo imperioso impregnato di tradizioni esoteriche, portandolo a famosi flirt con la gestualità del fascismo, se non le relative idee.
Original_photography_for_the_Earthling_album_cover_1997__Frank_W_Ockenfels_3Bowie assume, nella seconda metà del singolo, le sembianze di un sole oscuro contrapposto nettamente all’illuminazione e alle sfere brillanti. Canta “Non sono una Whitestar/Sono una Blackstar“, e attraverso questo annuncio la ricerca trionfale e anche spavalda del confronto con il candore della Whitestar, parallela e ripudiata dalla popstar, pornostar, filmstar. Cos’è che accomuna tutte queste identità disparate? In primo luogo è evidente che ogni titolo sia al crocevia tra potere e profitto a beneficio del titolare dei nomignoli stellari, sempre in mezzo a tale empio bivio. In secondo luogo, sembra che per il suo camaleontismo cosciente o per le contingenze della carriera, Bowie stesso abbia svolto tutti questi ruoli ogni volta. Nelle interviste Bowie rinnegava il suo periodo degli anni ’80, quando era al culmine del successo come popstar internazionale, la fase con Phil Collins. Più recentemente ha scartato altre bardature del periodo di onorata popstar convenzionale, delle performance live e dei tour di concerti, il cui essenziale ed attuale produttore di Bowie, Tony Visconti, dice probabilmente non si avrà più. E verso ciò che si può ragionevolmente considerare come suo principale contributo allo sviluppo dell’iconografia della rock star, la creazione del sessualmente carismatico Ziggy Stardust, Bowie ha mostrato un’avversione simile. Nell’intervista con Russell Harty, quest’ultimo insisteva petulante a guardare a Ziggy, anche se Bowie stesso non aveva alcun interesse a rivisitare la carnalità grossolana di una figura che a lungo ne rappresentò l’intero periodo glam rock. Infatti, in “Blackstar” Bowie rifiuta lo status di Whitestar e diverse altre identità astrali sotto tale ombrello, non solo con insistenza mantrica ma anche con accanimento cercando di fugare ogni dubbio, esorcizzando il passato impegno. Bowie nei panni della Blackstar, che con orgoglio e anche con gioia, usa con potenza, ricorda il personaggio del Thin White Duke di metà-fine anni ’70, che rappresentò la diserzione di Bowie della scena rock il cui firmamento aveva già scalato con successo, ma che sempre gli sembrò comunque un’aberrazione. L’album, come la nave di Station to Station de Thin White Duke del 1976, indica dal punto di vista sonoro e tematico, l’uscita volontaria dalla cultura mainstream ben illuminata e dal consumismo contemporaneo. Station to Station indica l’allontanamento da Hollywood, i cui valori Bowie sembrava celebrare e che scimmiottava, non senza cinismo, in Young Americans dell’anno precedente. Le devastazioni psicologiche dovute al periodo di Los Angeles, la paranoia e lo sconvolgimento risultanti dallo stile di vita hollywoodiano ed attese conseguenze, lo riempirono del desiderio atavico di qualcosa di simile a una patria sacra, l’Heimat dei tedeschi. Questo desiderio non era dissimile da ciò che lo spinse nell’oscuro sogno del fascismo d’incenerire la Terra per ricrearla nel perduto cielo nordico che, naturalmente, non è mai esistito, innanzitutto. Bowie non trasse vantaggio nel chiarire se il fascino per la Germania non comprese solo l’amore per i gruppi Kosmische e krautrock, al centro delle avanguardie musicali di Berlino, ma anche per il recente passato totalitario da cui tali gruppi cercavano di forgiare un’alternativa controculturale. Ironia della sorte, Bowie radicò il suo desiderio per la Vecchia Europa, nato dalla sradicamento che sentì negli USA, nella musica fondendo gli amati ritmi krautrock con l’esuberanza rock ‘n’ roll entrambe ancorate solidamente su una base funk. “Station to Station“, il titolo-traccia in cima all’album che annunciava l’arrivo del Duca stesso, manifesta tale tensione tra queste fonti apparentemente contraddittorie. Ritmi motori lasciano il posto a una melodia celebrativa e marziale, un brindisi ai vigili soldati di guardia a un occidente immaginario. Questa sezione lascia il posto a una stompbox pianoforte-e-chitarra che, mentre segnala l’arrivo del “cannone europeo”, non può nascondere la vecchia festa del boogie rock dalla spina dorsale molto americana.
Possiamo concepire “Blackstar” come un modo di affrontare tale tensione tra attrazione dichiarata di Bowie per le ideologie del sangue e suolo e i miti esoterici marginali, e l’ossessione ugualmente densa per le forme musicali e i tropismi dei neri americani. Mentre “Blackstar“, come Station, attinge dal profondo pozzo degli arcani tradizionali, del soprannaturalismo e della magia, probabilmente Bowie tentava, attraverso il sistema di valori dualistico della canzone e il punto di vista interiore adottato da lui stesso, una presa di coscienza, attraverso la performance, della concezione della negritudine (particolare per un vecchio bianco) ma molto diverso da quella associata ad arti oscure, cappe grigie e bafometti rosso sangue. Questo è il nero che Bowie ha saccheggiato per diventare il praticante ‘plastic soul’ di Young Americans; era pienamente consapevole che mentre era impegnato a ricreare lo stile soul, ha prodotto “i resti frantumati di una musica etnica… scritta e cantata da un bianco calcareo“. Anche se questo sembra la feticizzazione di un bianco della negritudine e della musica nera, dovremmo ricordare che Bowie mise in discussione il suo rapporto con la musica e la cultura statunitensi, in generale, in termini analoghi. Parlò del suo approccio al rock ‘n’ roll come sforzo inautentico di un inglese per spiegare esteriormente come “fondamentalmente cosa americana … dal valore intrinseco americano” sia imitare gesti estremamente teatrali del genere. La logica di ‘plastic soul’ di Bowie ne permea tutti gli sforzi; sradica gli oggetti del suo entusiasmo, siano essi Kabuki, Crowley o Kabbalah, dalle tradizioni emerse, e abilmente l’integra nella sua visione, che sempre contiene prodotti culturali precedentemente assimilati. Tale logica, naturalmente, può produrre ed ha portato ad additivi instabili e inquietanti, come l’esemplarmente inquietante Station-to-station che, anche se conserva uno scheletro funk e R&B, suona come la colonna sonora di un film horror su un vampiro europeo alla ricerca di risposte in una biblioteca stregata di grimori e vangeli gnostici. “Blackstar” è un ritorno agli elementi esoterici così centrali nell’opera di Bowie, che cerca comunque di sbarazzarsidi tutto ciò reca le ultime tracce di quel fascismo che l’avrebbero ossessionato fin dal facile nietzschismo di “The Supermen“. Infatti, in “Blackstar“, la stessa gerarchia abbracciata così presto in ode al superamento della mera mortalità degli umili, è caricaturale come tante fumettistiche banalità messe da parte e rigettate da Bowie con il suo “Non sono una Marvel Star“. Questo informale licenziamento colpisce in virtù della sua stessa spensieratezza. Bowie non può essersi preso la briga di tollerare seriamente gli avatar della Whitestar; non sono altro che fastidi. Tale atteggiamento parallelo alla mancanza d’interesse che Bowie espresse per i periodi fastidiosi del suo passato, preferendo andare avanti senza, come il saluto, spesso menzionato, dato ai fan che affollavano Victoria Station per riceverlo, e che molti continuano a identificare come un saluto nazista. Quando gli intervistatori ponevano questi punti di discussione, lui di solito rispondeva ridimensionando quei momenti imbarazzanti con sarcasmo e autoironia, quindi declinandoli e non prendendoli, o prendendo se stesso, troppo sul serio.
2-414533-nazi In “Blackstar“, la litania della derisione rivolta al tipo di stella che non è, e che è anche l’auto-affermazione del titolare della Blackstar, viene cantata con piacere misto a sfacciataggine. La gioia di Bowie si esprime nell’indicare le debolezze della Whitestar contestando la solennità imperiosa della personalità del Thin White Duke e del fascismo in generale. Questo tipo di serietà è terrificante quando in realtà è dotato di potere, ma assolutamente non minacciosa e ridicola quando i satanisti col mantello se l’autoconferiscono da sé. Vi è anche un passo in cui Bowie, come la Blackstar, racconta a un potenziale convertito alla sua specie di misteriosa spiritualità, che ne prenderà passaporto, scarpe e sedativi. Tale passo evoca il concetto, emerso negli anni ’60 con il femminismo, della presa di coscienza come mezzo per rifuggire dalla miriade di oppiacei della società a favore della ricerca di una causa comune nella propria comunità oppressa. Non è irrilevante che Blackstar faccia riferimento a questo interlocutore immaginato, invitandolo vivamente ad intraprendere una nuova vita come “boo“, un termine per affetto ormai utilizzato globalmente e di origine afro-americana. C’è familiarità tra Blackstar e il boo, che mina la distanza delle divisioni tradizionali tra le sfere sacerdotali e laiche, separazioni che persistono anche in alcuni degli ultimi nuovi movimenti religiosi. Ciò è particolarmente sovversivo quando accoppiato al fatto che Blackstar prenda il sottotitolo da ciò che Dio disse incontrando Mosè sul monte Oreb, il “Grande Io Sono”. Se Freud va seguito, Mosè in origine era un devoto del culto del faraone Akhenaton dell’unico dio Sole, noto come Aten, e la fede che diede agli ebrei era un’emanazione di tale primo esempio egizio di monoteismo. Nella variante dell’atonismo che Mosè diede agli ebrei, però, la rappresentazione di Dio come disco solare scomparve e nascose l’origine di Dio come oggetto di un culto del Sole. Il Dio Sole diventa il Dio irrappresentabile e nascosto, Deus absconditus. Il sole raggiante diventa un sole scuro, la Blackstar. Tuttavia, mentre il protagonista della canzone è consapevole della propria condizione divina, e perfino respinge ogni altro aspirante a questa santità come “fuoco di paglia” irrisorio rispetto alla sua permanenza, ha facile e sicura fiducia nella vera energia trascendente. Blackstar è in netto contrasto con il potere terrestre e temporaneo del filmstar, pornostar, popstar o “gangstar”, il cui mandato proviene da minacce e violenze. Può raggirare se stesso e gli altri, perché è la “starstar”, la stella a cui queste stelle si volgono, è il sole oscuro che la Whitestar cerca di mettere in ombra per imporre un ordine sulla Terra, ma la Blackstar è solo allegra sovversione. Blackstar incarna la libertà di fronte a tutti i fascismi, grandi e piccoli, che possono nascondersi in bella vista perché non guidano sfilate di camicie brune, ma creano musica pop, Hollywood, il complesso porno-industriale e, naturalmente, lo Stato stesso, con i suoi controlli dei passaporti e i confini.
Quello che Blackstar rappresenta, confrontandosi con la musica che lo circonda, l’irrefrenabile falso-gospel che saluta la sua presenza dove fiati e ritmi volgari lo circondano mentre si erge contro i falsi idoli. Non è un caso che a metà passo, la musica di “Blackstar” passi ai vocaboli gospel e R&B manifestando il credo alla libertà della Blackstar. Tuttavia, Bowie non cerca di presentare una qualche essenza della cultura musicale nera, sempre che una cosa così ordinata possa anche essere concettualizzata. Dopo tutto abbiamo a che fare con un maestro dell’ironia. Invece, ricrea quella liberazione sentita da giovane bianco della classe lavoratrice inglese nato a Brixton che, insieme a molti altri come lui, fu elettrizzato e cambiato dalle forme d’arte afroamericane create ad un oceano di distanza. Ciò che il tipo di musica rappresentata dai molti musicisti inglesi della generazione di Bowie, che secondo Tony Visconti avevano tutti “l’occulto desiderio di essere neri“, era uscire dall’ossificato Vecchio Mondo e avere qualcosa di artisticamente eccitante e meno stratificato o, come diceva Bowie, “la via per uscire da Londra che mi avrebbe portato in America“. In Blackstar, Bowie ha creato un avversario dal talento soprannaturale di tutte le pratiche e le istituzioni soffocanti, l’incarnazione del sovvertimento radicale che proclama di essere “nato nel momento sbagliato” con in più un pizzico di faccia tosta. Bowie ha circondato questo perdente devoto con suoni ispirati a una musica dalla dimensione emancipatrice, per lui, che ha così profondamente tracciato la propria strada. Il nostro incontro con Blackstar così può essere interpretato come rievocazione di ‘Plastic Soul‘ quando un giovane David Jones sentì la disincarnata, inconfondibile voce di Dio mentre Little Richard cantava “Tutti Frutti“. Come Blackstar, la voce di Little Richard significava libertà, ma era anche dotata di un potere soprannaturale, e così Jones l’ascoltò quando gli ordinò di prendere il sax per recarsi in un’America immaginaria, divenendo così David Bowie.Bowie SS ii

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2013DavidBowie_Press_300713Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Congresso degli Stati Uniti suo malgrado approva la riforma del FMI

Ariel Noyola Rodriguez* Russia Today
*Laurea in Economia e Commercio presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico.asia-2015-10-money-rmbApparentemente il 2015 segna l’inizio della rivoluzione in seno al FMI. In primo luogo, viene approvata l’inclusione dello yuan nei DSP, il paniere di valute create nel 1969 per integrare le riserve ufficiali dei Paesi membri. E ora, grazie all’approvazione del Congresso, il FMI potrà finalmente attuare la riforma del sistema delle quote di rappresentanza, dove Cina e altre potenze emergenti aumentano il peso sul processo decisionale, mentre i Paesi dell’Europa continentale perderanno rilevanza. Tuttavia, è ancora prematuro concludere che ci sia un cambio radicale dell’equilibrio di potere nel Fondo monetario internazionale: gli Stati Uniti manterranno il potere di veto.
Gli Stati Uniti sembrano aver finalmente capito che per mantenere la leadership globale è controproducente ignorare il ruolo crescente della Cina e delle altre potenze emergenti, nel condividere la responsabilità della gestione della finanza internazionale. Perciò, e molto a malincuore, Washington non ha avuto altra scelta che concedere maggiori concessioni agli avversari sul Fondo monetario internazionale (FMI). In un primo momento, l’ultima settimana di novembre, il FMI decise d’includere lo yuan nei Diritti speciali di prelievo (DSP), il paniere di valute creato alla fine degli anni ’60 per integrare le riserve ufficiali dei suoi membri. Anche se nel fondo diversi funzionari statunitensi erano contrari fin dall’inizio, alla fine Pechino si è impegnata a ulteriori progressi nella liberalizzazione del settore finanziario. Fino ad oggi, la Banca popolare di Cina ha firmato una quarantina di accordi di currency swap bilaterali (“currency swap”). Quest’anno le banche centrali di Suriname, Sud Africa e Cile hanno iniziato a promuovere presso le imprese dei loro Paesi l’abbandono del dollaro. Sempre più spesso la divisa statunitense viene soppiantata dallo yuan nel fatturato commerciale della Cina. Questa strategia ha permesso allo yuan d’essere oggi la seconda valuta più utilizzata nella finanza commerciale e la quarta nei pagamenti internazionali, secondo i dati della Società per le telecomunicazioni finanziarie interbancarie mondiali (SWIFT, nell’acronimo in inglese). E prima o poi la moneta cinese sarà pienamente convertibile, cioè liberamente scambiabile sul mercato senza alcuna restrizione. Ecco come i leader del Partito comunista della Cina sono riusciti ad abbattere i sospetti della direttrice esecutiva del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde: dal prossimo 1° ottobre 2016 lo yuan diventerà la terza valuta più importante nella composizione dei DSP. La “moneta del popolo” (‘RMB’) avrà un peso maggiore nel paniere del Fondo monetario internazionale rispetto a yen giapponese e sterlina inglese, ma comunque meno di dollaro ed euro. E in un secondo tempo, il 18 dicembre, il Congresso degli Stati Uniti dava il via libera al Fondo monetario internazionale per attuare la riforma del sistema delle quote di rappresentanza. Indubbiamente, è il cambiamento più importante in seno al FMI dal 1944, anno in cui Bretton Woods fu costituita. La nuova distribuzione delle quote significa anche un grande sollievo per la legittimità del fondo. Il collasso economico nel 2008 rivelava che il FMI non disponeva delle risorse sufficienti per far fronte alla crisi di liquidità. Alcun Paese sovrano dichiarava l’intenzione di chiedergli aiuto. Il FMI è completamente screditato dalla prestazione nella crisi del debito in America Latina e Sud-est asiatico: s’era dimostrato che operava come braccio armato del Tesoro degli Stati Uniti, non come gestore di fondi multilaterali per stabilizzare gli squilibri dei pagamenti degli aderenti. Pertanto, Dominique Strauss-Kahn, direttore generale del Fondo monetario internazionale nel 2007-2011, convinse i Paesi emergenti a fare nuovi depositi in cambio dell’aumento delle loro quote. Il Consiglio di amministrazione dell’FMI approvò la proposta nel 2010 nell’ambito della XIV revisione generale delle quote.
L’iniziativa della riforma del Consiglio dei governatori (composto da tutti i membri) fu quindi presentata per l’approvazione finale dei parlamenti nazionali. Ma il governo degli Stati Uniti si propose di porre il veto. Affinché la decisione venisse accettata dal Fondo c’era bisogno dell’85% dei voti, e solo gli Stati Uniti ne hanno il 16,7%. Ma pochi giorni fa, dopo cinque anni di fervida opposizione del Congresso degli Stati Uniti, infine l’inerzia terminava. La riforma del regime delle quote sarà una realtà. Le risorse a disposizione del Fondo monetario internazionale sono duplicate, passando a 659,67 miliardi di euro. Si noti che la quota è assegnata ad un Paese secondo il livello massimo degli impegni finanziari col Fondo monetario internazionale e il potere di voto nell’istituzione, un fattore che decide l’accesso ai finanziamenti del FMI. Il passo più importante per la Cina, i cui diritti di voto aumenteranno da 3,8 a 6%, la terza potenza dopo Stati Uniti e Giappone. Il Brasile sale di quattro posizioni, mentre India e Russia sono riuscite ad entrare nella lista delle dieci più influenti. Invece, l’Europa cede. Fatta eccezione per la Spagna, la cui quota passa da 1,68 a 2%, Germania, Francia, Italia e Regno Unito diminuiscono la loro presenza. “Le riforme aumentano in modo significativo le risorse principali del FMI e ci permettono di offrire una risposta più efficace alla crisi, rafforzando nel contempo la struttura della corporate governance riflettendo meglio il ruolo crescente dei Paesi emergenti e in via di sviluppo nella dinamica dell’economia mondiale“, ha detto Lagarde in comunicato stampa. Tuttavia, purtroppo gli Stati Uniti manterranno il potere di veto: il diritto di voto si riduce di soli due decimi dal 16,7 al 16,5%. Finora sembra che i leader di Pechino non vogliano affrontare il dominio degli Stati Uniti nel Fondo monetario internazionale, istituzione che da più di settanta anni resta il “prestatore di ultima istanza” più importante su scala globale, tenendo conto del volume delle risorse gestite. La disputa tra Cina e Stati Uniti è solo tangenziale. Pechino ha cercato di aumentare la propria leva finanziaria attraverso le sue potenti banche statali (China Development Bank, China Ex-Im Bank, ICBC, Bank of China, ecc.), e attraverso le banche di sviluppo regionale a cui partecipa: la Banca degli Investimenti Infrastrutturali Asiatica (AIIB, nell’acronimo in inglese), Banca della Shanghai Cooperation Organization (SCO, nell’acronimo in inglese) e Banca dei BRICS (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa).
In Asia-Pacifico, Africa e America Latina e Caraibi indubbiamente la Cina compete testa a testa con la Banca Mondiale e le banche di sviluppo regionali sostenute da Washington (Asian Development Bank, Banca africana di sviluppo, Inter-American Development Bank, ecc.) nei progetti di finanziamento di infrastrutture ed estrazione di materie prime (commodities). Tuttavia, i meccanismi di cooperazione finanziaria guidati da Pechino, che forniscono liquidità ai Paesi nei momenti critici (problemi di liquidità), come l’Iniziativa Mai Chiang (che comprende Cina, Giappone, Corea del Sud e le dieci economie dell’ASEAN) e l’Accordo sulle riserve di emergenza dei BRICS (noto anche come “mini-FMI”) hanno limitate risorse monetarie, operano in dollari e dipendono dal sostegno del Fondo monetario internazionale per prestiti oltre un certo limite. Pertanto, mentre è un’ottima notizia per il mondo che Cina e altri Paesi con alti tassi di crescita del Prodotto interno lordo (PIL) siano riusciti ad avere una maggiore presenza nel Fondo monetario internazionale, e due seggi tra i venti del comitato esecutivo, gli Stati Uniti continuano ad esercitare un dominio schiacciante. Se Washington non è d’accordo con qualche dettaglio, per quanto piccolo, è possibile porre il veto su qualsiasi proposta dei Paesi emergenti, grazie al potere di veto. Indubbiamente, a un certo punto, la Cina dovrà fare pressioni per impedire che un solo Paese scriva le regole del gioco, di volta in volta…img2014314682Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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