Internet psyop & collasso imminente

Dean Henderson, 13/07/2016preppers-apocalisseQualche settimana fa avevo previsto il caos negli USA a causa della polarizzazione politica basata sulla paura che l’incombente e ben orchestrata partita presidenziale Trump/Clinton ha prodotto. Da allora l’ex-grande nazione sembra deragliare. C’è stata la falsa bandiera di Orlando attuata da un agente della Wackenhut, innumerevoli assassini di persone di colore per mano dei suprematisti bianchi della polizia e la risposta a Dallas, e la presunta populista Brexit effettivamente ideata dai bankster della City di Londra e, molto opportunamente e non a caso, un’ondata di caldo record su tutta la nazione. Due settimane fa l’agente dei Rothschild George Soros ha venduto il suo portafoglio di azioni degli Stati Uniti a favore di una riduzione del mercato azionario degli Stati Uniti, dicendo che nello scenario migliore ci sarà una depressione deflazionistica, mentre nel peggiore ci saranno scontri e guerra di classe negli USA. Dovrebbe saperlo, dato che i suoi mandanti la fomentano. La Deutsche Bank, la cassaforte delle ricchezze dei finanziatori del nazismo Warburg, che compì una strage per corto circuito di azioni delle compagnie aeree e di assicurazione negativamente colpite dall’11 settembre, starebbe seduta su 40 miliardi di dollari di scommesse su derivati tossici offerti a un ridicolmente alto tasso del 5% di deposito certificato al pubblico, illustrando la propria disperazione. La macchina del riacquisto delle proprie azioni per puntellare i mercati azionari di tutto il mondo è alla canna del gas. La gente ancora non compra nulla. Le fabbriche lavorano a livelli di produzione dai record negativi. I debiti personali si riaccumulano e i più giovani vivono negli scantinati dei loro genitori, cercando di schivare la politica dei prestiti agli studenti. Un’altra bolla del mercato immobiliare è alle ultime fasi, mentre le stesse grandi banche che causarono il crollo immobiliare del 2008, che poi inghiottì le case pignorate presso i tribunali degli Stati Uniti, ora offrono gli stessi prestiti inesigibili a quei poveri che cercano di acquistare case, come si fece nel decennio precedente il crollo.
In questa carneficina culturale ed economico, sempre più statunitensi dipendono da Internet e dall’elettronica. Sono sempre più urbanizzati e senza terra e sono molto meno autosufficienti dei loro genitori e soprattutto nonni. La maggior parte di loro, come gli USA, non produce assolutamente nulla. Invece di passare la vita cablati in massa alla macchine matrice, schizzando “on-line” come un reattore nucleare attivato per produrre energia negativa, conflittuale e sgradevole, ma questa volta nelle chat room, gruppi di Facebook e simili progetti d’ingegneria sociale da mentalità d’alveare dell’élite globale. Tale negatività è il combustibile dei missili dell’élite globale, siano i Rothschild, gli alieni, il diavolo o semplicemente macchine spietate. Infatti sono tutto ciò. E vengono usati come batterie on-line. Gentilezza, decenza e integrità non sono “cool”. La radice spirituale ha lasciato il posto a false sfilate elettroniche di ogni tipo, cercando di posare, quasi sempre invano, da persona più intelligente e più sveglia del giro. Ognuno sembra parlare con la stessa voce monotona e spassionata, che la loro posizione sia di aperto suprematismo bianco (Trump) o dettata dalla paura della correttezza politica che non impedisce corruzione mentale e imbrogli (Clinton). Internet, fondata dal Pentagono con il pretesto di “liberare le informazioni per un mondo più democratico”, è infatti la creazione di una monocoltura mondiale di macchine prive di caratteri che pensano e parlano allo stesso modo con solo una somiglianza vaga dell’antica umanità. Petizioni vengono firmate, si formano gruppi virtuali, dibattiti sono avviati, ma se la massa di droni sottoproletari on-line dall’energia negativa dovesse guardare fuori dalle finestre ad aria condizionata, e la maggior parte non lo fa, effettivamente vedrebbe che le condizioni di vita continuano a deteriorarsi rapidamente, il pianeta diventa sempre più inquinato, le famiglie lacerate da egoismo e narcisismo prodotto dalla dipendenza della macchina e la capacità di sopravvivenza terminare. L’esperienza di vita viene rigettata a favore di una qualsiasi frase su Wikipedia o Ask Jeeves. Tutti sanno tutto di… beh… tutto. La gente parla troppo. Nessuno ascolta. Il sovraccarico d’informazione produce indecisione, isolamento, frammentazione e confusione nella gente. Per tutto il tempo i “droni esperti” quali sono i guardiani d’Internet, diventano più stupidi, più distaccati dalla realtà e spaventosamente amorali. L’esempio più recente è la donna nera di Minneapolis il cui fidanzato era stato ucciso da un poliziotto suprematista bianco durante un controllo del traffico di routine. Era abbastanza inquietante guardare il poliziotto urlare come lo psicopatico demente che appare sul video dell’importante su tutto i-phone della donna “intelligente”. Molto più preoccupante è il fatto che la donna fosse così occupata narcisisticamente a riprendere la situazione per i suoi falsi amici di Facebook e sicofanti, che trascurò di aiutare il ragazzo morente. Morì, ma ehi, lei è famosa. Non è questo ciò che conta davvero?
Nei prossimi mesi ci sarà un collasso finanziario che farà sembrare il 1930 una passeggiata nel parco. Le maggiori banche falliranno a causa dei suddetti strumenti derivati, smontando la maggior parte delle banche più piccole, mercati azionari, materie prime (compreso l’oro), alloggi e tutto il resto con esse. Senza un sistema bancario funzionante, gli scaffali dei negozi rimarranno vuoti, le luci potranno spegnersi, Internet anche scomparire, la finta elezione divenire irrilevante, e la Terza Guerra Mondiale, data la situazione geopolitica attuale molto rischiosa, potrebbe essere facilmente avviata da uno sfortunato guasto elettronico. I Prepper (survivalisti) che hanno tentato di comprarsi una via di sopravvivenza moriranno insieme agli altri, accanto ai loro generatori senza gas, al marcio cibo liofilizzato e agli schermi dei computer spenti. Gli “esperti” droni d’Internet saranno indifesi, gli abitanti delle città impazziranno ancora più e milioni di persone potrebbero morire tra disordini e fame conseguenti. L’élite dei droni armati, ormai ben collaudati contro lo SIIL fasullo, verranno usati contro i cittadini indisciplinati, tutti facilmente ritrovabili utilizzando i dispositivi di tracciamento dei loro cellulari. Più esposti dal “Web”, conti bancari, fondi comuni e polizze vita saranno saccheggiati dagli hacker in attesa dietro le quinte proprio di tale evento. Ed improvvisamente molti capiranno che Internet era davvero una “rete” in cui erano intrappolati. A questo punto l’unica cosa che importa saranno capacità di sopravvivenza e cooperazione, due questioni molto umane rese antiquate dalle macchine.
Vorrei saperne di più su questi due elementi. Non si conosceranno su Internet. Così, mi prenderò una pausa su questo blog. Ci sono questioni più importanti a portata di mano. Buona fortuna e possa spirito e bontà antica dell’umanità essere con voi.doomsday_preppers_instore_ambient_96dpiDean Henderson è autore di cinque libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Pensiero e storia di Subhas Chandra Bose

Subhas Chandra Bose, il nazionalista progressista che scelse l’Asse. Pensiero e storia di un leader controverso
Luca Baldelli
netaji-new-759Tra le figure più controverse del ‘900, un posto di rilevo spetta senz’altro a Subhas Chandra Bose, Padre (discusso e finanche rinnegato) dell’India indipendente, assieme a Jawaharlal Nehru (1889–1964) e al Mahatma Gandhi (1869–1948). Il nome di Bose ha subito una vera e propria damnatio memoriae, a causa del suo intransigente anticolonialismo che, diretto contro la Gran Bretagna imperialista e depredatrice dell’India e non solo, non esitò a cercare sponde nelle potenze fasciste, strumentalmente interessate a rovesciare il predominio di Albione in aree nevralgiche del pianeta. Se questa macchia resta, indelebile, sulla biografia del personaggio e sulla sua immagine, distinguendolo da Nehru, rigorosamente antifascista, è altrettanto vero che sarebbe ingiusto, storiograficamente assurdo, disconoscere il ruolo di Subhas Chandra Bose nella costruzione di una moderna autocoscienza nazionale indiana, nell’avvio di un possente movimento anticolonialista e antimperialista e, infine, nella fondazione della moderna India libera ed indipendente.
Subhas-Bose-AFPNato il 23 gennaio del 1897 nel Bengala, crogiolo di spiriti rivoluzionari, progressisti e nazionalisti, nonché territorio indipendente fino al 1757, data della Battaglia di Plassey, Bose è il nono nato in una famiglia di ben quattordici figli. Il padre, Janakinath Bose (1860–1934) è un avvocato di grido, vicino al movimento nazionale per l’indipendenza. Cresciuto in un ambiente fieramente nazionalista, Subhas riceve la sua istruzione negli Istituti gestiti dai religiosi protestanti di matrice battista. Espulso per aver aggredito un docente razzista, il giovane passa allo “Scottish Church College”, presso l’Università di Calcutta, dove inizia a studiare filosofia. Nel 1919, Subhas si trasferisce a Londra, per poi tornare nel 1921 nel Paese natio. Il suo animo focoso, ostile a qualsiasi sopruso, si manifesta in maniera ancora più evidente durante il suo mandato da Presidente dell’“All India Youth Congress” (Congresso giovanile pan–indiano) e da Segretario del “Bengal State Congress” (Congresso dello Stato del Bengala). Entrato in contatto con il nazionalista Chittaranjan Das (1869–1925), sindaco di Calcutta, Subhas ne diventa il braccio destro e nel 1925 viene arrestato in una retata di elementi anticolonialisti. Rinchiuso nel carcere di Mandalay, vi contrae la tubercolosi. Due anni dopo, liberato dalle sbarre, Bose riprende con fervore la militanza anticolonialista, facendo il suo ingresso nell’entourage di Jawaharlal Nehru e diventando un elemento di punta, riconosciuto e stimato, del Congresso Nazionale Indiano, prima formazione nazionalista indiana, fondata nell’anno 1885. Perseguitato più volte, arrestato e imprigionato per aver praticato la disobbedienza civile, sulle orme di Gandhi, Bose non si arrende mai, non demorde, non si fa intimidire e, il 22 agosto del 1930, viene eletto, a coronamento di un periodo giovanile intenso e burrascoso, Sindaco di Calcutta. Il suo astro brilla ormai di luce propria, non più di quella riflessa di altri leader e di altre personalità in vista. La sua tenacia nella lotta anticolonialista, la sua preparazione, il suo decisionismo, sono ammirati da sempre più persone. Negli anni ’30, Bose non si dedica solo alla sua comunità e alla causa della sua Nazione: egli gira pure l’Europa, in una serie di viaggi molto istruttivi, studiando a fondo i movimenti comunista e fascista, dai quali ricava, come vedremo, insegnamenti fondamentali per la sua vita e la sua militanza. La Gran Bretagna lo pone ormai nel mirino, come uno dei capi più pericolosi e insidiosi.
Il peso di Bose all’interno del Congresso Nazionale Indiano cresce costantemente; egli è ormai il Netaji, ossia “il venerabile”. Londra continua ad adoperare nei suoi riguardi, affinandola, la strategia del bastone e della carota, come risulta evidente nel caso dell’opera “The Indian Struggle” (La lotta indiana), pubblicata da Bose in due parti tra il 1935 e il 1942. La prima parte (la seconda uscirà in Italia), scritta a Vienna con il supporto della sua compagna Emilie Schenkl (1910–1996), viene pubblicata a Londra da Lawrence & Wishart nel 1935, ma messa al bando in India, dove potrebbe sicuramente generare fermenti, per volontà di Sir Samuel Hoare, Segretario di Stato britannico per l’India e poi Segretario di Stato per gli Affari Esteri. Il testo è un vero e proprio manifesto programmatico, articolato sul ritmo della narrazione storica delle vicende indiane, che offre tutte le sfaccettature della personalità e del pensiero del Netaji. In esso, la critica è particolarmente acuta nei riguardi di Gandhi, del suo rifiuto verso ogni azione decisa, energica, violenta, contro il dominio britannico. Se all’inizio il Mahatma era stato un faro per tutti i patrioti indiani, il loro punto di riferimento principale, la guida politica e spirituale, ora il suo attendismo, la sua nonviolenza assurta a dogma, lo rendono, di fatto, un uomo d’ordine, un personaggio gradito ai colonialisti, che ne avvertono il carattere pressoché innocuo. Per Bose, Gandhi è diventato “il miglior poliziotto dei Britisher (parola dispregiativa per indicare gli Inglesi, ndr )”. In un articolo pubblicato a Calcutta, Bose si riferisce ad una conversazione avuta con Romain Rolland, intellettuale di prestigio che, animato da sincero spirito fraterno, internazionalista e militante, cercava di tenere unite tutte le anime dell’anticolonialismo indiano: “Egli (Rolland, ndr) potrebbe essere dispiaciuto del fallimento della Satyagraha (la pratica della resistenza passiva nonviolenta di Gandhi, ndr), ma se così stanno le cose, l’impietosa realtà dovrebbe essere affrontata ed egli (Rolland, ndr) potrebbe allora gradire il fatto che il movimento sia condotto lungo altre direttrici”. Chiarezza e limpidezza di un pensiero già manifestatosi, d’altro canto, a partire dal 1931, quando Bose aveva criticato le Round Table Conferences (Conferenze della Tavola Rotonda), intavolate dal Governo britannico con la partecipazione di Gandhi e di altri esponenti indiani di tutte le religioni.

Gandhi e Bose nel 1938

Gandhi e Bose nel 1938

Per la rinascita della Nazione indiana, la sua vera indipendenza e sovranità, secondo Bose occorre una sintesi fra socialismo marxista e corporativismo fascista, accanto a metodi che, per raggiungere l’obiettivo dell’abbattimento del potere coloniale, non escludano la violenza contro i dominatori. Un sincretismo ideologico in chiave autoctona, originale e ardito, che Bose chiama Samyavada, parola indiana traducibile, approssimativamente, con “sintesi”. Il riferimento al corporativismo, corroborato dai viaggi e dalle frequentazioni del Netaji in Europa, è uno degli elementi che ha offerto buon gioco a chi, in malafede o con superficialità, ha pensato di liquidare il leader indiano, affibbiando ad esso l’etichetta di fascista, in una delegittimazione completa, radicale, della sua opera. In realtà, proprio quel riferimento, inserito nel contesto di un sincretismo ideologico assolutamente genuino e innovativo (al di là di ogni giudizio di merito), dimostra la complessità del pensiero di Bose e la sua irriducibilità a categorie storiografiche valide in altri contesti. La Samyavada, la sintesi delle ideologie e delle dottrine è, secondo Bose, la risorsa che sola può garantire, assieme al rispetto di tutti i popoli, le culture e le fedi del Subcontinente indiano, nella loro caleidoscopica diversità, la formazione di un “edificio nazionale” solido, stabile e prospero. “Nonostante l’asserita antitesi fra comunismo e fascismo, scrive Bose in “The Indian Struggle”, vi sono alcuni tratti in comune. Sia il comunismo che il fascismo credono nella supremazia dello Stato sull’individuo. Entrambi rifiutano la democrazia parlamentare. (…) Entrambi credono in una riorganizzazione pianificata dell’industria”. Non c’è alcun amore sviscerato per il “totalitarismo” (concetto sul quale bisognerebbe ampiamente discutere, tra l’altro…). Anzi, ad un’analisi attenta, rigorosa e priva di preconcetti dell’opera di Bose, emerge, in maniera lampante, il rifiuto di ogni ordine che neghi la libertà individuale e le prerogative del singolo. Esse sono beni preziosi, da non schiacciare, ma da ricondurre, armonizzandoli nel corpo sociale, all’interesse generale superiore, quello di uno Stato forte, autorevole e rispettato, retto da una struttura federale virtuosa, adatta alla complessità del quadro storico, sociale e demografico, che esalti il contributo delle comunità dal basso, impedendo al contempo spinte centrifughe rovinose per tutti. Bose, quindi, nel momento in cui ripercorre le tappe storiche dell’India, con l’occhio lucido di chi fa tesoro del passato per programmare il presente, si preoccupa anche di delineare i caratteri del futuro Stato sovrano, liberato dal dominio coloniale. La struttura politico–sociale dell’India indipendente dovrà essere retta sulle comunità di villaggio, sul loro potere d’iniziativa, con un ruolo fondamentale affidato ai panchayats, ovvero alle assemblee dei villaggi, nelle quali gli anziani avevano la preminenza. L’autorità centrale dovrà impedire ai particolarismi di prendere il sopravvento, garantendo l’unità nazionale, conquistata col sacrificio e l’abnegazione. Non solo: dovranno essere rimosse tutte le barriere castali, anacronistiche forme di oppressione e di oscurantismo. Una vasta e radicale riforma agraria dovrà beneficiare le masse contadine oppresse, mentre il credito dovrà essere controllato dallo Stato e orientato verso i bisogni del Paese, non più verso i capricci delle oligarchie. In tutti questi enunciati, come si può vedere, brilla la luce del più vivo e moderno progressismo, fatto incontrovertibile che già di per sé demolisce la meccanica e fuorviante assimilazione di Bose al fascismo corporativo. L’adesione del leader nazionalista indiano ai principi democratici è, però, ancora più chiara e netta in altri suoi scritti.
1417417962_netaji-subhas-chandra-boseIl 18 luglio del 1915, scrivendo all’amico Hemanta Kumar Sarkar, Bose afferma: “Nessuno può davvero vantare il diritto di interferire in qualsivoglia filosofia individuale di vita e di predicare contro di essa, ma (…) la base di quella filosofia deve essere sincera e autentica come la teoria di Spencer (Herbert Spencer, filosofo inglese progressista, ndr): ‘Egli (l’uomo, ndr) è libero di pensare ed agire fintantoché i suoi pensieri e le sue azioni non confliggano con le analoghe libertà di altri individui‘”. L’individuo, nella filosofia di Bose, non può mai essere schiacciato dallo Stato! La forma statale da eletta a modello non è autoritaria in senso verticale, come abbiamo visto, ma in quanto, con la sua autorevolezza e con i suoi strumenti di governo, evita al debole di essere schiacciato ed al potente di prevalere, in un‘illusoria e beffarda “libertà” somigliante alla lotta della gallina e della volpe nel pollaio. Il potere statale è contrappeso necessario alle spinte localistiche e particolaristiche e, in quanto tale, valorizza le comunità e gli individui al massimo, consentendo la loro libera espressione in un quadro unitario fondato sulla giustizia e l’eguaglianza. La struttura statale “funzionerà, sostiene e promette Bose, come un organo, ovvero al servizio delle masse”, senza mai prevaricare la collettività. Un’altra solenne testimonianza di questo carattere del pensiero di Bose, conflittuale con la dottrina nazionalsocialista e con il suo nazionalismo fanatico e gretto, è contenuta in una lettera inviata nel marzo del 1936 al Dr. Thierfelder della Deutsche Academie: “Mi dispiace dover ritornare in India con la convinzione che il nuovo nazionalismo della Germania è non solo ristretto e autoreferenziale, ma anche arrogante”. Nel 1938, sempre più famoso e stimato per il coraggio, il naturale carisma e la profondità dell’elaborazione politico–filosofica, Bose viene scelto come Presidente del Congresso Nazionale Indiano. Non ha, fin dal primo momento, vita facile. Gandhi, nonostante l’impegno di Bose per una conduzione unitaria, a prescindere dalle divergenze ideologiche, strategiche e tattiche, si pone alla testa di una fronda che, in breve tempo, costringe Subhas a lasciare la sua importante postazione. Indomito, egli fonda allora l’All India Forward Bloc (Blocco d’Avanguardia Pan–Indiano), con una piattaforma intransigentemente nazionalista e progressista. Per raggiungere i suoi scopi, che sono quelli di milioni e milioni di connazionali, Bose, con buona pace di certa storiografia faziosa e approssimativa, non chiude le porte alle formazioni progressiste e di sinistra europee, britanniche in particolare. Intesse relazioni con i principali leader laburisti, si incontra o scambia giudizi e pareri con Attlee, Lansbury, Murray e altri ancora. A chiudere le porte del tutto, senza appello, a Bose sono i conservatori, al potere in Gran Bretagna con Neville Chamberlain, Primo Ministro, assistito da un pezzo da novanta come Lord Halifax, già Vicerè dell’India e ora Ministro degli Esteri. I tories si oppongono ad ogni sia pur minima concessione nei riguardi delle rivendicazioni indiane, e manterranno questo atteggiamento anche col cambio della guardia e l’avvento, nel 1940, di Sir Winston Churchill come Primo Ministro. Tale condotta, sprezzante e storicamente anacronistica, miope, finirà col radicalizzare ancora di più settori nazionalisti come quello guidato da Bose, spingendoli definitivamente a far causa comune con l’Asse, con le potenze fasciste, viste, nell’ottica dei colonizzati, al di là di ogni giudizio di merito, come le uniche speranze per un rovesciamento del dominio imperialista britannico. Bose, invero, spera molto anche nell’URSS, anzi la difende a spada tratta. Invero, sia detto a mò di inciso, senza l’esempio di resistenza, orgoglio, e infine vittoria, offerto dall’eroica Unione Sovietica, senza il peso conquistato da questo immenso Paese dopo la fine della Seconda guerra mondiale, mai sarebbe stato possibile, per l’India, trovare una sponda nella sinistra laburista britannica e conseguire l’indipendenza. Ad ogni buon conto, nel 1939, al momento dello scoppio del secondo conflitto mondiale, Bose e i suoi seguaci sono fermamente determinati a portare avanti una lotta che si preannuncia carica di speranze.
KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERANel corso della Conferenza di Nagpur del 20–22 giugno 1940, prima assise ufficiale nazionale del Blocco d’Avanguardia Pan–Indiano, i delegati ribadiscono il carattere socialista e progressista della formazione, assieme all’appello alla lotta senza mediazioni contro il colonialismo britannico, in nome dello slogan “tutto il potere al popolo indiano!”. Avendo optato per la costituzione di un Partito distinto dal Congresso Nazionale Indiano, Subhas Chandra Bose viene eletto Presidente e H.V. Kamath scelto come Segretario generale. Nello stesso periodo, il Partito Comunista Indiano, interpretando il sentimento più vivo e profondo delle masse popolari, in un suo documento condanna il nazifascismo aggressore, ma attacca frontalmente anche l’imperialismo britannico, che cerca in ogni modo di spingere l’aggressività nazifascista contro l’URSS. E’ una posizione saggia, equilibrata e coraggiosa, alla quale Bose avrebbe potuto unirsi, rafforzando il fronte progressista, che comprende anche il grande Nehru, rigorosamente antifascista ma non disposto a far sconti al dominio inglese, nemmeno con la scusa della guerra. Invece, nell’attaccare l’imperialismo britannico, nel lanciare strali più che giusti verso i conservatori indù della formazione Hindu Mahasabha e i liberali, proni ai voleri di Londra, Bose e i suoi seguaci esprimono ormai una chiara, irreversibile opzione per le potenze dell’Asse. La repressione britannica, pesante, spietata, sbatte in carcere altri patrioti, gettando ulteriore benzina sul fuoco. Nel luglio del 1940, Bose viene imprigionato a Calcutta. Nel gennaio del 1941 riesce a sottrarsi alla morsa della detenzione e intraprende clandestinamente un viaggio che, a partire dall’Afghanistan, passando per l’URSS, lo condurrà in Germania. L’Ambasciata italiana di Kabul gli mette a disposizione un passaporto falso, a nome Orlando Mazzotta. In Germania, Bose perora subito la causa di una Legione indiana da impiegare sui fronti di guerra, per la liberazione dell’India, e da contrapporre al British Indian Army, l’esercito indiano inquadrato nel dispositivo difensivo britannico, rimasto fedele a Londra ma percorso in profondità da fermenti anticolonialisti, che divamperanno con la fine del conflitto. Hitler e Rommel ironizzano sulle richieste di Bose, irridendo al suo entusiasmo patriottico. Il leader nazionalista non si scoraggia e pian piano persuade Berlino ad avallare la formazione di una Legione Indiana autonoma. Non solo: fonda pure l’Azad Hind Radio (Radio dell’India Libera), che trasmette da Berlino (si sposterà poi a Singapore, infine a Rangoon) nelle lingue inglese, indi, tamil, bengali, marathi, punjabi, pashtu e urdu. Intanto, nel Sud-Est asiatico, i patrioti indiani non stanno fermi e, desiderosi di ottenere l’indipendenza con l’appoggio del Giappone, potenza che ha messo al centro dei suoi programmi la cacciata di ogni avamposto coloniale europeo dall’Asia, nel 1942, sotto la guida di Mohan Singh (1909–1989), militare in vista, fondano l’Azad Hind Fauj (Esercito dell’India libera, letteralmente). Vi affluiscono, in larga misura, indiani del British Indian Army fatti prigionieri. A causa di disguidi con il Giappone, quest’armata sarà sul punto di sbriciolarsi irreversibilmente, poco dopo la sua fondazione, ma ecco che dalla Germania, nel 1943, fa ritorno Subhas Chandra Bose. Egli rimette in piedi l’Esercito, ne moltiplica le adesioni (che arriveranno fino a 50000 unità) e lo fa schierare su nevralgici teatri di guerra, con un’indipendenza mai avuta prima dai giapponesi e, tratto saliente che conferma il pensiero del Netaji, senza alcuna preclusione verso appartenenti a religioni differenti, dato significativo nel contesto indiano, se si pensa alle manovre imperialiste britanniche volte costantemente a mettere l’uno contro l’altro indù e musulmani. L’armata diventa il braccio operativo del “Governo provvisorio dell’India libera” (Arzi Hukumat e–Azad Hind), proclamato da Bose a Singapore nell’ottobre del 1943. L’Azad Hind Fauj partecipa quindi all’offensiva su Manipur in India (nome in codice U–go), che si conclude con la sconfitta dei giapponesi e dell’Esercito di Bose ad opera dei britannici, e combatte fino alla fine l’avanzata alleata in Birmania. Stremato dalla fame, decimato dagli Alleati, l’Esercito dell’India Libera si disperde in una ritirata rocambolesca e tremenda, con Bose che si rifiuta di lasciare i suoi soldati al loro destino. Convinto dai collaboratori a non consegnarsi ai britannici, Bose parte con un velivolo giapponese alla volta della Cina occupata, nella speranza di stabilire un contatto con i sovietici, ma la sua vicenda finisce nei cieli di Taiwan: qui l’aereo perde quota e precipita, con la morte del leader nazionalista come esito. E’ il 18 agosto del 1945. Il 2 settembre, il Giappone firmerà la resa. Ancora oggi sono molti gli interrogativi e i dubbi su quella fine, che certo nasconde molto più di quanto non abbiano rivelato le versioni ufficiali.

Bose ed Himmler

Bose ed Himmler

Ad ogni modo, la fine di Bose rappresenta, in quell’estate del 1945, il tragico, irreversibile tramonto di una figura controversa, ricca, complessa. Nonostante la scelta di parteggiare per l’Asse, unendo il proprio nome e quello dei suoi uomini a quello del feroce espansionismo hitleriano e del non meno ferale imperialismo nipponico, Bose resta un personaggio cardine nella storia del movimento anticolonialista indiano, alla pari di Nehru e Gandhi. Il suo pensiero socialista, innovatore, progressista resta, al netto delle scelte compiute sul terreno delle alleanze internazionali, un corpus da valutare con attenzione e riscoprire.Subhas Chandra BoseRiferimenti bibliografici:
Subhas Chandra Bose: “The Indian Struggle” (Oxford India Paperbacks, Oxford University press, 1998)
Accademia delle Scienze dell’URSS: “Storia Universale”, voll. 9 e 10 (Teti Editore, 1975).
Anton Pelinka: “Democracy Indian Style” ( Transaction Publishers, 2003).
R. C. Roy: “Social, Economic and Political Philosophy of Netaji Subhas Chandra Bose

Inchiesta Chilcot: le prove del crollo dell’impero USA

Katehon, 07/07/2016

Nel Regno Unito il rapporto ufficiale della commissione governativa guidata da Sir John Chilcot sulla guerra in Iraq è stato pubblicato. L’indagine Chilcot ha dimostrato ufficialmente che l’invasione dell’Iraq da parte del Regno Unito fu condotta su pressione degli Stati Uniti ed era contraria agli interessi nazionali del Paese.John-Chilcot-the-Chairman-of-the-Iraq-InquiryNon c’era motivo d’invadere l’Iraq
L’inchiesta Chilcot osserva che non vi era alcuna vera ragione per l’invasione dell’Iraq. Dice chiaramente: “La decisione di usare la forza, una decisione molto grave per qualsiasi governo, ha provocato una profonda controversia in relazione all’Iraq e divenne ancora più acuta quando successivamente si scoprì che i programmi iracheni per sviluppare e produrre armi chimiche, biologiche e nucleari erano stati smantellati”. Secondo l’inchiesta, le opzioni diplomatiche in quella fase non si erano esaurite. L’Iraq non fu collegato alle reti terroristiche internazionali. Il Paese non possedeva armi di distruzione di massa che potevano essere utilizzate in atti terroristici e non rappresentava alcuna minaccia per il Regno Unito. Tale era la visione della comunità d’intelligence del Regno Unito: “Sir David Omand, coordinatore della sicurezza e dell’intelligence del governo nel 2002-2005, ha detto all’inchiesta che, nel marzo 2002, il Servizio di Sicurezza riteneva che la “minaccia del terrorismo dall’apparato d’intelligence di Sadam in caso d’intervento in Iraq… era giudicata limitata e contenibile”. “La capacità di condurre attacchi terroristici efficaci” di Sadam era “molto limitata”. “La capacità terroristica” dell’Iraq era “insufficiente per effettuare attacchi biologici oltre singoli tentativi di assassinio con veleni chimici”. La Gran Bretagna non considerava l’Iraq una minaccia alla sua sicurezza nazionale.

La leadership del Regno Unito sapeva delle conseguenze
La relazione conferma che la comunità d’intelligence del Regno Unito presentava al primo ministro tutte le analisi necessarie sulle conseguenze della decisione d’invadere l’Iraq. In particolare, fu osservato che il rovesciamento di Sadam Husayn avrebbe comportato una forte affermazione degli estremisti islamici, trasformando il regno in una priorità per i loro scopi, massacri e frammentazione dell’Iraq. Blair fu informato che l’invasione dell’Iraq avrebbe aumentato la minaccia al Regno Unito e agli interessi del Regno Unito da parte di al-Qaida ed affiliati. Affrontando le prospettive future, la valutazione del JIC ha concluso: “...al-Qaida e gruppi associati continueranno a rappresentare di gran lunga la peggiore minaccia terroristica agli interessi occidentali, e che le minacce cresceranno con l’azione militare contro l’Iraq. Minacce più gravi dai terroristi islamici si avranno anche in caso di guerra, riflettendo un’intensificato sentimento anti-USA/anti-occidentale nel mondo musulmano, e anche tra le comunità musulmane in occidente. C’è il rischio che il trasferimento di materiale o esperienza CB (chimico e biologico), durante o dopo il conflitto, potenzierà al-Qaida“.

L’invasione è stata un atto di aggressione basata deliberatamente su menzogne
L’invasione si basò su deliberate menzogne e manipolazione dell’opinione pubblica. Sir John Chilcot dichiarava, presentando i risultati di un’indagine, che la politica del Regno Unito si basava su “intelligence e valutazioni imperfette, che non furono contestate ma avrebbero dovuto esserlo“. Il Regno Unito ha deliberatamente distorto i fatti sulla presunta minaccia rappresentata dall’Iraq. In particolare, Jack Straw, ministro degli Esteri inglese, all’epoca insistette sulla distorsione delle informazioni nei documenti ufficiali, per convincere gli altri responsabili politici e l’opinione pubblica della necessità di un intervento in Iraq: “Quando vide il progetto di documento sui Paesi preoccupati dalle ADM, l’8 marzo, Straw commentò: “Bene, ma non dovrebbe essere l’Iraq il primo, ed anche esservi altri testi? Il documento deve dimostrare il motivo per cui vi è una minaccia eccezionale dall’Iraq. Non riesco però a trovarlo ancora.” Il 18 marzo, Straw decise che un documento sull’Iraq doveva essere rilasciato prima di un indirizzo agli altri Paesi interessati. Il 22 marzo, Straw fu consigliato che la prova non avrebbe convinto l’opinione pubblica che vi fosse una minaccia imminente dall’Iraq. La pubblicazione fu rinviata”.

Fantocci degli Stati Uniti
L’unica ragione per invadere l’Iraq fu il forte impegno degli Stati Uniti. Il rapporto mostra chiaramente come la retorica e la visione della leadership inglese sull’Iraq cambiò, la strategia richiedeva sanzioni intelligenti prima dell’invasione influenzata dagli statunitensi. Allo stesso tempo, l’intelligence inglese riferì che l’Iraq non poneva alcun pericolo reale o che supportasse i terroristi. La decisione di Blair d’invadere l’Iraq fu influenzata dal suo interesse a proteggere il rapporto del Regno Unito con gli Stati Uniti, secondo Chilcot. Il sostegno incondizionato era giustificato dalla: “Preoccupazione che le aree vitali della cooperazione tra Regno Unito e Stati Uniti fossero danneggiate se il Regno Unito non dava agli Stati Uniti pieno appoggio sull’Iraq. Vi era la convinzione che il modo migliore d’influenzare la politica degli Stati Uniti verso la direzione preferita dal Regno Unito era dare un sostegno pieno e incondizionato, e cercare di convincere dall’interno”. Così, ufficialmente il motivo principale dell’invasione inglese dell’Iraq fu la dipendenza dagli Stati Uniti del Regno Unito. La commissione non si oppone all’orientamento filo-statunitense, ma al contrario lo sostiene dichiaratamente. Tuttavia, osservava che le relazioni con gli Stati Uniti “non hanno bisogno di un sostegno incondizionato laddove i nostri interessi e giudizi differiscono“, secondo Chilcot.

I venti del cambiamento
Formalmente, l’inchiesta Chilcot avrebbe dovuto essere resa pubblica sette anni fa. La pubblicazione fu rinviata più volte per via della posizione degli Stati Uniti. E ora è pubblica, riflettendo il declino dell’egemonia degli Stati Uniti: l’alleato più fedele, il Regno Unito, negli ultimi due anni mostra che il crollo del sistema statunitense è questione di tempo e si prepara a un nuovo mondo. La pubblicazione del rapporto ufficiale della commissione istituita su iniziativa del governo di Gordon Brown, in cui l’argomento degli avversari all’invasione dell’Iraq 13 anni fa, (principalmente Russia) viene ripetuto apertamente, è possibile solo in un caso, quando una parte dell’élite inglese desidera prendere le distanze dagli Stati Uniti, dalla loro politica e da chi nell’élite ha fin troppo stretti legami con gli Stati Uniti. Il fatto che nel Regno Unito ci sia chi guarda verso un futuro post-USA dimostra la stretta integrazione delle finanza inglese dei Rothschild con la Cina, e la decisione della Gran Bretagna di partecipare al progetto cinese dell’Asian Infrastructure Investment Bank, contro la volontà degli Stati Uniti. Ciò è anche dimostrato dai risultati del referendum sull’adesione all’UE. La Brexit e un conteggio dei voti onesto non avrebbero avuto luogo senza il sostegno delle élite. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti sono apertamente contrari alla Brexit. Ora il referendum nel Regno Unito e l’incertezza seguente blocca la struttura del libero scambio transatlantico. Allo stesso tempo, il Regno Unito è escluso dai negoziati sull’accordo finché sarà in transizione. Paradossalmente, il Regno Unito ha costantemente implementato misure per allontanarsi dal mondo USA-centrico. Tuttavia, ciò non riflette l’intero quadro, ufficialmente è il primo alleato degli USA, ma sembra una tendenza importante. La spiegazione più plausibile è il desiderio di non farsi seppellire dalle macerie dell’impero USA. Va ricordato che il Regno Unito è diventato volontariamente un satellite degli Stati Uniti, consegnandogli il ruolo di Sea Power. Quindi nulla gli impedirà di lasciare gli Stati Uniti quando ritenuto necessario. L’indebolimento degli Stati Uniti introduce nuove regole del gioco. E queste regole si creano meglio quando il processo diventa irreversibile. E i cambiamenti in Gran Bretagna dimostrano tale irreversibilità. La Brexit e la stessa discussione su di essa, la posizione ambigua di Londra nelle relazioni tra Washington e Pechino, e ora il rapporto sulla guerra in Iraq, che potrebbe essere seguito dal processo a Tony Blair, indicano a Londra una serie di nuove possibilità d’influenza politica in Europa e nel mondo.Tony-Blair_0Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La fine dell’europeismo

Jacques Sapir, Russeurope 30 giugno 2016brexitLa “Brexit” getta una luce particolarmente cruda sulla strategia del “federalismo furtivo” adottata dai capi dell’UE col Trattato di Maastricht e la conseguente ideologia europeista alla base di tale strategia. In realtà tale strategia, e il suo strumento privilegiato, l’Euro, hanno provocato la reazione degli elettori inglesi, esortandoli non a lasciare l'”Europa”, come alcuni sostengono, ma una particolare istituzione, l’Unione Europea. La scelta degli elettori inglesi è stata in gran parte spiegata [1]. Il fatto che figure del governo inglese, come il ministro della Giustizia Michael Gove, abbiano chiesto un voto per l’uscita europea, è significativo. La Brexit mette in discussione quello che oggi è la spina dorsale della politica qualificata europeista, quella di François Hollande e di Angela Merkel. L’impatto va ben oltre l’uscita di un Paese dall’UE, la Gran Bretagna, la cui adesione all’UE era in realtà molto esigua. La crisi della strategia europeista è una svolta. Solo sbarazzandosi dell’aporia europeista si può davvero pensare a una costruzione europea.

I fondamenti ideologici del federalismo furtivo
In primo luogo è necessario capire il cosiddetto processo del “federalismo furtivo” adottato dal Trattato di Maastricht e che s’incarna nell’euro. Tale strategia si basa sul rifiuto delle Nazioni, rifiuto collegato alla diffidenza o vero e proprio odio per le Nazioni. Pertanto aderiscono a tale approccio liberal-conservatori, chi pensa che la nazione moderna implichi la democrazia e chi resta fedele a una profonda sfiducia verso chi ha un pensiero conservatore, gli ex di “sinistra” (Cohn Bendit ne è un esempio) che odiano la Nazione in quanto cumulo di mediazione radicata nella storia percepita d’ostacolo alla loro visione millenarista ed apocalittica del “fine” della storia [2], e i socialdemocratici che cercano di trasporre in uno Stato superiore la poca incidenza delle loro politiche che gli impedisce di aver successo nel quadro nazionale. Tali diverse versioni della nazione si articolano in modi specifici a seconda della cultura politica di ogni Paese. In Francia c’è la combinazione delle dimissioni di gran parte della classe politica nel 1940 con il trauma delle guerre coloniali. In Germania c’è il peso della colpa collettiva del nazismo, aggravato dal trauma della divisione in due nel 1945-1990, che spiega l’avanzata dell’europeismo nell’élite. La Germania, Paese oggettivamente dominante dell’UE, non si permette di pensare alla propria sovranità e non può vivere che contrabbandandola secondo la formula della sovranità “europea”. Non si possono capire altrimenti gli errori politici commessi nei confronti della Grecia sulla questione dei rifugiati, errori che perseguitano oggi Angela Merkel. In Italia c’è ancora la combinazione tra l’episodio mussoliniano e gli “anni di piombo” che ha convinto gran parte della classe politica che l’Unione europea sia l’unica soluzione per la nazione italiana. E si possono moltiplicare gli esempi includendo Paesi che non si amano i(Spagna, Portogallo) o che sanno di essere irrimediabilmente divisi (Belgio). Ma questo è ovviamente un progetto politico nato dall’odio di sé che non può avere futuro. Questa è la prima falla dell’europeismo e del federalismo furtivo che, generati da una visione essenzialmente negativa, non hanno un futuro promettente.

Il ruolo politico dell’euro
R600x__renzi_brexit Questo progetto è essenzialmente incarnato dall’euro. Il crollo politico dell’accettazione dell’idea di moneta unica, mentre le condizioni necessarie per il successo non c’erano per nulla, e sarebbe stato molto più logico attenersi a una moneta comune, una moneta che coprisse senza sostituire quelle nazionali, si spiega con ragioni politiche e psicologiche imperiose [3]. Anche in questo caso diversi da Paese a Paese, ma tutti convergenti nell’idea che una volta creata la moneta unica, i Paesi della zona euro non avrebbero avuto altra scelta se non il federalismo. Ciò che fu però trascurato nel processo era che il federalismo non è un obiettivo unificante. Ci possono essere varie forme di federalismo. E l’assenza di una discussione pubblica, di un dibattito in contraddittorio, sulla strategia che impone furtività e occultamento impediva di poter scegliere tra le diverse forme di federalismo. Così la Germania progetta il federalismo come sistema che gli dà voce nella politica degli altri Paesi, ma senza pagarne il costo economico. Un federalismo squallido. La Francia vede nelle strutture federali la continuazione della propria costruzione dello Stato, intendendo imporre un federalismo che dia vita a un nuovo Stato-nazione, ignorando però proprio la specificità della storia, e il fatto che nazione e popolo furono costruiti in parallelo (e con più interazioni) per quasi 8 secoli. Da questo punto di vista, solo la storia della Gran Bretagna è pienamente comparabile. L’idea implicita era creare così ciò che l’impero napoleonico non poté con la forza. Tale idea è basata sulle illusioni dell’universalismo francese che confonde valori con principi. E’ tale enorme errore che ha spinto i funzionari francesi di destra e sinistra in un vicolo cieco. Ciò che deriva dall’opzione federalista è sia un concetto politico, che sarebbe il “sovrano”, che una questione economica, quella dei trasferimenti. Si sa, avendolo detto in molte occasioni, che tali trasferimenti costerebbero circa il 10% (dall’8% al 12% secondo gli studi) del PIL tedesco per il “bilancio federale” [4]. Non sorprende quindi che i tedeschi non li volessero perché, in realtà, non possono. Il rifiuto della Germania di rivedere le regole per consentire all’Italia di affrontare la crisi bancaria, mostra tutti i limiti del concetto di solidarietà, essenziale in una federazione. Ma se tale solidarietà non c’è, come convincere la popolazione a fondersi democraticamente in un grande insieme? E qui troviamo la questione politica del sovrano [5]. Il “federalismo” è condannato o a non esistere o ad assumere la forma di federalismo meschino di voce asimmetrica della Germania nella politica degli altri Paesi. Questa è la conclusione di Joseph Stiglitz nel suo ultimo libro [6], di cui una traduzione francese uscirà questa estate. Se mettiamo fine all’euro o volgiamo verso un federalismo che né i tedeschi né gli olandesi vogliono, l’euro sarà la morte dell’UE, ma anche, e questo è grave, dell’idea di cooperazione in Europa.

La responsabilità degli europeisti
Già ora il danno dall’euro è grave. Progettato per riunire l’Europa, l’euro in realtà ha fatto l’opposto: dopo un decennio senza crescita, l’unità è stata sostituita da dissenso e l’espansione dal rischio di uscirsene. La stagnazione dell’economia europea e le oscure prospettive attuali sono il risultato diretto dei difetti fondamentali insiti nel progetto dell’euro, un’integrazione economica tale da prevalere sull’integrazione politica, con una struttura che promuove attivamente le divergenze piuttosto che le convergenze. Ma più importanti sono le conseguenze politiche [7]. L’Unione europea (e non solo la zona euro) è impegnata in un processo politico dove la democrazia viene gradualmente tolta alla gente. Il Trattato “Merkozy” o TSCG, votato dalla Francia nel settembre 2012, è esemplare in tal senso. E la rivolta democratica in Gran Bretagna può essere letta come reazione a tale meschino federalismo, che gradualmente s’istituisce grazie alla volontà del governo tedesco e alla passività del governo francese. Oggi è chiaro che dobbiamo liquidare l’europeismo e i suoi strumenti, se non vogliamo ritrovarci in pochi anni o addirittura mesi in una situazione di conflitto tra nazioni che, troppo a lungo negate, non troverebbero più spazio in cui è possibile un compromesso tra interessi diversi. È pertanto opportuno dire quale sia la responsabilità storica dei pro-europeisti, della loro ideologia in odio delle Nazioni, e del loro strumento, l’euro. Nella crisi che affrontiamo oggi, in cui l’uscita dall’Europa del Regno Unito è solo un aspetto, e la crisi del sistema bancario italiano un altro, la responsabilità degli europeisti e di tutti coloro che li hanno lasciati fare, è centrale; fondamentale. La rottura con l’ideologia europeista è dunque un atto di sicurezza. Di per sé insufficiente. Rifiutare tale ideologia, voltare le spalle al federalismo furtivo, riconoscere la nazione in cui vive e si nutre la democrazia, non produrrà una soluzione immediata. Ma renderà possibile la ricerca di una soluzione, sia in Francia che in Europa. È certamente una condizione insufficiente ma assolutamente necessaria. Questa soluzione è già stata sollevata con l’idea della Comunità delle nazioni europee. Sarà sicuramente specificata e può essere modificata, ma almeno è in questa direzione che dobbiamo andare.brexit-2Note
[1] Sapir J., Brexit (e champagne)
[2] Cfr L’odio della sinistra per la sovranità
[3] Sapir J. Dovremmo lasciare l’euro?, Le Seuil, Paris 2012.
[4] Sapir J., Macron e il fantasma del federalismo nella zona euro e Federalismo?
[5] Sapir J., Sovranità, Democrazia, Laicità, Parigi, Michalon 2016.
[6] Stiglitz, J., L’Euro – Come una moneta minaccia il futuro dell’Europa, Penguin, Londra, maggio 2016
[7] Bloomberg

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Brexit e la Cina

Lau Nai-keung, Gpolit 28 giugno 2016BN-KV512_chinaq_P_20151020121312Introduzione di Thomas Hon Wing Polin:
Il fatidico voto popolare per far uscire il Paese dall’Unione Europea ha stupito il mondo. Generate dall’estremità occidentale del continente eurasiatico, le onde d’urto s’infrangono sull’altra estremità dell’Asia orientale. Come appare questo sisma alla Cina e all’Asia orientale? L’analista politico di Hong Kong e vecchio consigliere di Pechino, Lau Nai-keung, che scrive:
“A questo punto, il risultato del referendum inglese sull’adesione all’Unione europea s’è impresso nella mente di molti: oltre il 52% degli elettori inglesi è favorevole a lasciare l’UE. Del 48% che ha votato contro, molti erano scozzesi, che presto avranno un’elezione simile sull’uscita della Scozia. Se ciò avvenisse, “UK” starebbe per Un-united Kingdom. “Le previsioni che l’UE possa spezzarsi sarebbe alquanto inverosimile, ma ci sono certamente altri Paesi in cui richieste di referendum simili potrebbero prendere slancio”, scrive il Washington Post dopo il voto della Brexit. L’articolo prevede che Svezia, Danimarca, Grecia, Paesi Bassi, Ungheria e Francia siano i più probabili nel seguirne l’esempio. L’UE è un coraggioso ed anche bel tentativo di riconquistare confini e glorie di ciò che sarebbe una via di mezzo tra l’impero romano e il Sacro Romano Impero. Per realizzare tale sogno, i francesi erano disposti a collaborare con i loro ex-arcinemici, i tedeschi, per promuovere integrazione ed armonizzazione. Ahimè non si vede un Imperatore Qin Shihuangdi, che riuscì in questo compito nella Cina di due millenni fa, e la Germania non è chiaramente all’altezza del compito. Al momento, le prospettive per l’UE sono desolanti, o si frammenterà presto o meno rapidamente. Questo non è qualcosa che la Cina vorrebbe, ma non c’è niente che possa farci, tranne cercare di collaborare con ciascun Paese del blocco comunitario. Potrebbe essere ingombrante trattare con quasi 30 Paesi invece che con una sola entità, soprattutto se declinanti ed intrinsecamente instabili. Ma questo difficilmente ostacolerà lo sviluppo dell’iniziativa One Belt, One Road (OBOR). Piccoli Paesi in recessione e tormentati avrebbero scarso potere contrattuale nei confronti della Cina. E Pechino potrebbe scegliere quali progetti salvare e a chi parlarne. Eppure un’Europa tanto indebolita sarebbe una pessima notizia per l’egemonia globale statunitense, perché Washington perderebbe nell’equilibrio di potere geopolitico nei confronti della Russia. Quasi due mesi prima del referendum sulla Brexit, il Consiglio NATO-Russia, forum consultivo e cooperativo sulla sicurezza, riprese gli incontri dopo una sospensione di due anni, esaminando la crisi in Ucraina le questioni relative ad attività militari, riduzione della trasparenza e dei rischi, e la situazione della sicurezza in Afghanistan. La cancelliera tedesca Angela Merkel si era recata a Pechino il 12 giugno, per la nona volta, per discutere questioni né importanti né urgenti. E’ chiaro che i partecipanti hanno dubbi sul voto della Brexit e hanno fretta di coprire le loro scommesse.
xicamInvece di essere un forte cuscinetto tra Stati Uniti e Russia, i Paesi europei, dopo la Brexit, non avranno altra scelta che riparare, collettivamente o individualmente, le relazioni con la Russia, il gigante della porta accanto. Stretti tra Atlantico e Pacifico, e con il loro spazio sotto pressione, anche gli Stati Uniti affrontano il declino. Le élite politiche degli USA sono abbastanza consapevoli della difficile situazione del loro Paese, ma non possono farci molto, tranne raccogliere eventuali vantaggi dalla frattura dell’UE e quindi ancora più importante mettere ordine in casa propria. La preferenza di Donald Trump per l’isolazionismo brilla abbastanza, mentre Hillary Clinton può essere obbligata, contro i suoi istinti, dalla realtà a muoversi in una direzione simile. Ora assistiamo a una potente pressione negli Stati Uniti per la ritirata strategica globale. In questa luce, le recenti dure parole di alti ufficiali cinesi in diverse occasioni, così come le tensioni nelle parti orientale e meridionale del Mar della Cina, possono essere viste come deliberati gesti assertivi della Cina che approfitta della situazione. Né la Cina né la Russia hanno alcuna intenzione di espandere il fronte orientale contro Stati Uniti e Giappone. E a meno di un attacco diretto, gli USA difficilmente inizieranno una nuova guerra nell’ultima fase del mandato presidenziale. Di conseguenza, le tensioni nella parte orientale e meridionale del Mar della Cina sono sopratutto conflitti minori. Non importa quanto spettacolari siano, non ci sarà alcuna guerra tra Cina e Stati Uniti. In realtà possiamo prevedere una tregua tra Pechino e Washington. Questo è già successo sul fronte finanziario, con la Cina che assegna 250 miliardi di dollari nel QFII agli investitori statunitensi, e gli statunitensi che permettono ai cinesi d’istituire un centro di cambio in renmbimbi negli Stati Uniti, dato che protrarre i litigi finanziari danneggerà entrambi i Paesi. E la Trans Pacific Partnership (TPP) anti-Cina, probabilmente sparirà assieme ad Obama.
Naturalmente, questa analisi si basa sull’ipotesi della razionalità di tutte le parti. Ai neocon scalzati negli USA non piacerà nulla di ciò, ma cosa possono farci? Invertire la tendenza e rimettere insieme i cocci? Nuclearizzare Cina e Russia garantendosi la reciproca distruzione assicurata? Qualora i neocon desiderassero iniziare qualche guerra convenzionale, che ci provino nei Mar Cinesi meridionale ed orientale. La Cina non può vincere una guerra offensiva contro le forze statunitensi. Ma Washington ha apertamente rivisto la dottrina della Battaglia Aeronavale del 2010, passando al Concetto comune di accesso e manovra globali comuni (JAM-GC) del 2015, sulla base del fatto che i cinesi hanno ora sviluppato la propria strategia della Zona di negazione/interdizione. In parole povere, gli Stati Uniti non sono sicuri di vincere una guerra presso il territorio cinese. Per inciso, la CCTV, TV della Cina, presto trasmetterà una nuova serie sulla guerra di Corea. Lo scopo è chiaro: ricordare al popolo cinese come sconfissero Stati Uniti ed alleati 60 anni fa, quando la neonata Repubblica popolare era povera e debole”.China's President Xi Jinping reviews an honour guard during his official welcoming ceremony in London, BritainTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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