Perché Trump aggredisce il Pakistan

MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 6 gennaio 2018I media indiani hanno ignorato l’annuncio cruciale della banca centrale del Pakistan del 2 gennaio che notificava l’adozione di “misure politiche generali per garantire che importazioni, esportazioni e transazioni finanziarie siano denominate in CNY (yuan cinese)“. Probabilmente si sono impantanati col video di Kulbhushan Jadhav e le invettive del presidente Trump al Pakistan o semplicemente non comprendono le profonde implicazioni dell’annuncio d’Islamabad per la politica regionale e globale. Questo va spiegato. In primo luogo, ecco i dettagli della notifica della Banca centrale pakistana del 2 gennaio intitolata “Uso dello yuan cinese per denominare transazioni in valuta estera in Pakistan“. I seguenti estratti della notifica sono rilevanti: “Sia le imprese del settore pubblico che quelle private (vale a dire pakistane e cinesi) sono libere di scegliere il CNY per le attività commerciali e d’investimento bilaterali… SBP (banca centrale) ha già messo in atto il quadro normativo richiesto, che facilita l’uso del CNY negli scambi ed investimenti come l’apertura di L/C e strutture di finanziamento disponibili in CNY… SBP adottava una serie di misure per promuovere l’uso del CNY in Pakistan negli scambi bilaterali e negli investimenti con la Cina. SBP ha consentito alle banche di accettare depositi in CNY e concedere prestiti in CNY… SBP ha attuato il meccanismo di prestito per le banche per ottenere finanziamenti in CNY da SBP per i prestiti in entrata ad importatori ed esportatori per le operazioni commerciali denominate in CNY… La Banca industriale e commerciale di Cina del Pakistan ha il permesso di stabilire in Pakistan un centro per pagamenti e cambi in CNY… Con l’apertura di Bank of China in Pakistan, l’accesso ai mercati cinesi si rafforzerà ulteriormente. Oltre a ciò, diverse banche in Pakistan mantengono conti CNY nazionali. Considerando i recenti sviluppi economici locali e globali, in particolare le crescenti dimensioni di scambi ed investimenti con la Cina nell’ambito del CPEC, SBP prevede che gli scambi denominati in CNY con la Cina aumenteranno significativamente, progredendo; e produrranno benefici a lungo termine per entrambi i Paesi“.
La grande domanda è fino a che punto cinesi e pakistani arriveranno per sbarazzarsi del dollaro, insieme all’annuncio del 26 dicembre di Pechino di estendere il CPEC ad Afghanistan e Asia centrale, spiegando l’ira a capodanno di Trump su tweetter e gli incipienti segnali di una politica aggressiva della sua amministrazione verso il Pakistan (come confermato da un’intervista esclusiva del consigliere HR McMaster a Voice of America il 3 gennaio). A mio parere, spiega molto, tanto se non più delle cosiddette operazioni antiterrorismo in Afghanistan. È utile ricordare che Trump è essenzialmente un affarista. Riconosce perfettamente le tempeste all’orizzonte che minacciano lo status del dollaro come valuta mondiale. Ciò che sembrava “una piccola nuvola, delle dimensioni della mano… che usciva dal mare”, come diceva Elia nell’Antico Testamento, non può essere più preso alla leggera. E la minaccia proviene principalmente da Paesi come Cina, Russia e Iran, “potenze revisioniste”. In altre parole, la conservazione dello status di valuta di riserva globale del dollaro è vitale per l’economia statunitense, altrimenti ci sarà un’esplosione di ulteriori debiti, comportando la lotta per la vita della superpotenza. Senza dubbio, la chiave qui è la Cina. I politici di Pechino sanno cos’è in gioco? Ci potete scommettere. E pianificano di conseguenza, non c’è una diplomazia delle cannoniere, ma degli strumenti finanziari. Non pensiate che la decisione di estendere il CPEC sia impetuosa e vanagloriosa. L’intera Asia centrale potrebbe abbandonare l’uso del dollaro nelle transazioni. Convincetevi della serierà di questa sfida leggendo un discorso sbalorditivo, qui, del principale stratega dell’ELP, il Maggior-Generale Qiao Liang, in un forum del Comitato Centrale e del governo del Partito Comunista cinese di due anni fa.
Sinceramente, Washington è molto sensibile all'”ascesa armoniosa” dello yuan cinese. La Cina domina il commercio mondiale e potrà tornare al vecchio sistema che legava petrolio e materie prime all’oro (come prima del 1971 quando gli Stati Uniti imposero il dollaro in sostituzione dell’oro). La Cina abbandona la timidezza nel promuovere lo Yuan come mezzo di regolamento preferito, come evidenziato dalla nota pakistana. È interessante notare che solo la scorsa settimana il governatore della Banca Centrale cinese incontrava il ministro delle Finanze saudita, tra l’altro discutendo della data entro cui l’Arabia Saudita lascerà il dollaro e passerà allo yuan nel pagamento delle vendite di petrolio alla Cina. (Nessuna sorpresa, leggasi l’articolo della CNBC intitolato La Cina costringerà l’Arabia Saudita a scambiare petrolio con yuan, e questo influenzerà il dollaro). Il conto alla rovescia è iniziato. Se il dollaro comincia a perdere terreno da indispensabile per il commercio globale, si avrà la distruzione del potere d’acquisto degli Stati Uniti e il conseguente aumento dell’inflazione monetaria sottostante l’economia USA da decenni (finora soppressa) rendendo il disavanzo di bilancio ingestibile e la spesa militare insostenibile, lasciando sola l’America First di Trump. Il Pakistan è un grande Paese, e potenzialmente una grande economia, specialmente perché il CPEC l’assetta. Per gli Stati Uniti è un pessimo segnale che il Pakistan si diriga verso l’uscita dal dollaro come valuta fiat per le transazioni. Trump ne è davvero infastidito. (Leggasi un dispaccio di CNBC sull’argomento: La Cina ha la grande ambizione di detronizzare il dollaro e potrebbe compiere un grande passo quest’anno (24 ottobre 2017)).Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Antifas senza cappuccio

Fernand Le Pic, Medium 5 novembre 2017Colpiscono ovunque, ma sembrano venire dal nulla. Denunciano un “fascismo” onnipresente e fantasticato. Non hanno alcuna esistenza legale ma beneficiano di incredibili indulgenze giudiziarie. Chi sono? Gli Antifa amano vestire nero, sempre incappucciati e mascherati come i Black Blocks, di cui sono l’avatar. Come sappiamo, il nome Schwarzer Block fu ideato negli anni ’80 dalla polizia di Berlino Ovest per designare gli autonomi di Kreuzberg. Questo distretto adiacente al “Muro” faceva ancora parte dell’area d’occupazione degli Stati Uniti fino al 1990. In altre parole, i Black Blocks nacquero in un territorio sotto il controllo militare degli Stati Uniti. Questo è importante perché allo stesso tempo la Rete di Azione Anti-Razzista (ARA) apparve a Minneapolis (Minnesota). Questo gruppo fu reclutato dalle stesse provette punk e squat del laboratorio di Berlino Ovest. Tra gli scienziati dell’agitprop si collabora. Sciolto nel 2013 per resuscitare col nome Torch Antifa Network, l’obiettivo di tale movimento fu, sin dall’inizio, combattere sessismo, omofobia, idee anti-immigrazione, nativismo, antisemitismo o anti-abortismo. In breve, alcune leve per lo smantellamento della società tradizionale delineata da confini ignobili, che si ritrova nei programmi ufficiali della Commissione di Bruxelles e delle sue ONG di facciata, come nelle tabelle di marcia della galassia Soros.

Gli strani canali finanziari “umanitari”
Ma per quanto si voglia farsi chiamare col dolce nome Anti-Racist Action Network, non basta: ci vuole una base. Guardando in giro, la si trova in Alabama col SPLC (Southern Poverty Law Center), ONG che si vanta, sul proprio sito web, di essere la matrice dell’ARA. In altre parole, la genesi degli Antifa statunitensi ovviamente non ha nulla di spontaneo. È perciò che l’SPLC molto ricco ha avuto il compito di creare in laboratorio questo ARA. È vero che con una dotazione finanziaria di oltre 300 milioni di dollari, l’SPLC ha abbastanza per campare, anche sottraendo lo stipendio netto del suo presidente, di oltre 300000 dollari l’anno. È il bello della politica “non-profit” nel paese dello zio Sam! Ma se costoro hanno i mezzi, non permettono trasparenza sull’origine dei fondi. È vero che non si è mai veramente capito perché tali fondi debbano passare per le Isole Cayman o come conoscessero i forzieri di un certo Bernard Madoff. Ma perché lo SPLC? Molto semplice, a parte la difesa delle minoranze preferite, la sua specialità è presentare gli oppositori politici, sistematicamente chiamati “fascisti”, che lo siano o meno, e quindi pubblicarne le liste nere, molto elaborate e costantemente aggiornate. Un lavoro professionale diventato un riferimento nel suo genere.

E gli spioni interessati
Questo modello di attivismo e registrazione molto professionale non proviene da alcuna parte. Si basa sul modello immaginato dal movimento Friends of Democracy, in realtà una branca statunitense dei servizi segreti inglesi durante la seconda guerra mondiale. Il suo obiettivo ufficiale era spingere gli statunitensi in guerra, mentre ingannava i recalcitranti, e continuò fino alla fine del conflitto. Il suo canale di comunicazione si chiamava Propaganda Battlefront, copie delle quali possono ancora essere trovate online. Va notato, solo di passaggio, che questo nome è stato rianimato nel 2012 da Jonathan Soros, figlio di George Soros. Tale scelta non è ovviamente una coincidenza. Tornando ai nostri inglesi, erano anche molto attivi a casa loro, dato che, ancora negli anni ’80, fondarono a Londra l’Anti-Fascist Action (AFA), reclutando di nuovo negli stessi ambienti punk e squat. L’etichetta “antifascista” fu inventata dai comunisti europei degli anni ’30. Violazione di un marchio politico non registrato che aveva il vantaggio di dare l’illusione di una legittima filiazione. (Sembra sia questione d’appropriazione indebita d’immagine, sanno lavorare molto bene nei servizi). Alla vigilia della caduta del Muro, le stesse affiliazioni a un antifascismo “Canada Dry”, che ha il sapore e l’odore dell’antifascismo comunista storico, ma senza una goccia di comunismo nella composizione chimica. Un modo per monopolizzare l’uso della famigerata etichetta “fascista” contro qualsiasi avversario del post-comunismo 100% americanizzato, come apparve dal 1989 con la caduta del muro.

Una galassia fuorilegge
C’è quindi una ragione oggettiva per la simultaneità dell’apparizione degli antifas in quegli anni. Ma come oggi, furono attenti a non creare alcuna struttura legale che potesse indicare organizzatori e finanziatori. È sempre meglio così, specialmente quando si collabora col banditismo. Un nome fu svelato effettivamente collegato alla mafia di Manchester. Era Desmond “Dessie” Noonan, grande antifa al pubblico ma soprattutto ladro professionista e bandito, sospettato di cento omicidi (1). Oltre alle sue responsabilità dirette nell’AFA, è stato anche uno degli esecutori della manovalanza dell’IRA. Alla fine è morto pugnalato davanti casa a Chorlton (South Manchester) nel 2005. Suo fratello Dominic Noonan prese il potere. Oltre alle sue attività mafiose, fu filmato guidare i gravi scontri di Manchester nel 2011, causati dalla morte del nipote Mark Duggan, sospettato di coinvolgimento nel traffico di cocaina, ucciso a colpi di arma da fuoco il 4 agosto 2011 dopo aver resistito all’arresto nel distretto di Tottenham. Seguì una settimana di insurrezioni che si estese a Liverpool, Birmingham, Leicester o Greater London, uccidendo cinque persone e ferendone quasi 200 solo tra i poliziotti (2). La porosità tra servizi d’intelligence, mafia ed attivisti di estrema sinistra ricorda il ruolo delle Brigate rosse nella rete Gladio della NATO. Succede che gli autonomisti di Berlino Ovest, alla fine della Guerra Fredda, fossero affiliati al movimento italiano Autonomia Operaia, molto vicina alle Brigate Rosse. Il mondo è piccolo!

Ciò che la polizia non osa fare
Ma il punto comune più specifico di tutti questi antifas rimane il dossieraggio. Dietro le nubi di gas lacrimogeni, i cappucci neri e le vetrine dei negozi che fanno sempre titolo, sono essenzialmente responsabili del dossieraggio degli avversari politici rendendone pubblica identità ed occupazioni, esclusivamente secondo le opinioni politiche o religiose. Un compito proibito alle autorità, in una democrazia. Tali movimenti sono quindi, oggettivamente, integrati a polizia e servizi d’intelligence. Ciò ne spiega in particolare la vicinanza, ed anche facilità d’infiltrazione, impunità od estrema difficoltà quando si tratta d’identificarli.

Il caso Joachim Landwehr
Questo è ad esempio il caso di Joachim Landwehr (28 anni), cittadino svizzero, condannato a 7 anni di carcere l’11 ottobre dal Tribunale penale di Parigi per aver sparato il 18 maggio 2016 dentro un’auto della polizia con un dispositivo pirotecnico, coi due occupanti ancora bloccati a bordo. Una sentenza piuttosto leggera per l’attentato alla vita degli agenti di polizia. Si sa che Landwehr è legato al gruppo svizzero “Action Autonome”, i cui slogan passano in particolare dal sito rage.noblogs.org, e cui il 90% dei contenuti riguarda il dossieraggio, con un grado di precisione che supera in gran parte quelle di una squadra di dilettanti, anche se a tempo pieno. Ci si chiede cosa stia aspettando il responsabile cantonale della protezione dei dati per occuparsene. Sappiamo anche che era presente alla dimostrazione antifa di Losanna nel maggio 2011, ed è probabilmente lui che pubblicò un video di propaganda in gloria della sua passeggiata. Infine, si sa che fu assolto nell’agosto 2017 dal Tribunale di Ginevra, mentre partecipò a una manifestazione vietata.

Agitatori dall'”alto”
D’altra parte, conosciamo meglio i profili dei complici parigini. Ad esempio, Antonin Bernanos, condannato a 5 anni di prigione, 2 dei quali sospesi, è il pronipote del grande scrittore Georges Bernanos. Si resta in un ambiente piuttosto coltivato e protetto tra gli Antifas. S’immagina che il lavoro dell’illustre nonno avesse ancora il suo posto nelle discussioni familiari. Yves, il padre del colpevole e regista senza successo di cortometraggi, lo confermò in un’intervista per KTO, l’organo catodico dell’arcidiocesi di Parigi, che trasmise anche uno di questi cortometraggi, per carità cristiana, senza dubbio. Ma non è troppo difficile capire che è la moglie, Genevieve, a mantenere la famiglia. Ha la sicurezza del lavoro come dipendente pubblico. È infatti direttrice della progettazione e sviluppo del municipio di Nanterre. Dal lato ideologico, è orgogliosa di non aver perso una sola festa dell’Huma da quando aveva 15 anni. Dopo l’arresto dei due figli (Angel, il più giovane, si è messo fuori questione), i Bernanos hanno visitato radio, redazioni, collettivi e manifestazioni di ogni genere per denunciare l’ignominia poliziesca montata dallo Stato fascista contro la loro degna prole. Hanno ricevuto la migliore accoglienza, in particolare da Médiapart, riuscendo persino ad arruolare il vecchio Henri Leclerc, il quale osò paragonare l’arresto del giovane Bernanos ai noti morti della metropolitana della Charonne, durante la guerra in Algeria. A volte la fine delle carriere è patetica…
Ciò che colpisce è la facilità con cui i media si sono mobilitati a favore di un trasgressore, il cui razzismo è stato completamente ignorato, sapendo che uno dei poliziotti che aggredì era nero. Nelle reti dello Stato profondo, si forniscono sia servizio post-vendita che anestesia morale. Stesso ambito borghese per Ari Runtenholz, anch’egli condannato a 5 anni di prigione sospesa per aver spaccato il retro dell’auto della polizia con una palla di metallo. Si classificò 34.mo nella gara di spade ai campionati della Federazione di scherma della Francia. Veleggia anche a Granville (Normandia) e partecipa a regate ufficiali. Sport molto popolari, come tutti sanno. Nicolas Fensch, informatico disoccupato, si distingue per la sua età (40 anni). Sostiene di esserci capitato per caso, mentre i video lo mostrano colpire il poliziotto nero con ciò che appare una frusta. La perfetta padronanza dell’atto tradisce tuttavia un certo allenamento. Chi è veramente? I poliziotti sentiti all’udienza infiltrato nella banda non dissero altro. Ricevette 5 anni, di cui 2 sospesi. Infine c’è il servizio LGBT: David Brault, 28 anni, diventa Miss Kara, senza fissa dimora in Francia. Questo cittadino statunitense ha attraversato l’Atlantico per una festicciola improvvisata. Ci si chiede se non sia l’SLPC che gli ha pagato il biglietto e le spese? Verdetto: 4 anni di carcere di cui 2 sospesi per aver lanciato una biglia metallica sul parabrezza per colpire i passeggeri. Non molto dolce, il trans. Alle udienze, davanti al tribunale, diverse centinaia di antifas arrivarono, come dovuto, provocando violentemente la polizia sostenendo i loro camerati di scelta. Si deve sapere mantenere la forma e la nebbia.

Profonde confluenze
Ma spaccare una finestra o un poliziotto non è tutto. C’è l’ideologia. Guardando da vicino, certamente ha poco a che fare con marxismo, trotskismo o anarchismo, o anche con le guardie rosse di Mao. D’altra parte, riassume tutti gli slogan che si leggono su tutti i siti delle ONG di facciata dello Stato profondo euro-atlantico e sorosiano: difesa di LGBT, della teoria del genere, dei migranti, del multiculturalismo, dell’inesistenza dei confini, del velo islamico e persino del Kurdistan libero. E l’inevitabile complemento: attacchi a Trump, Vladimir Putin, “regime” alawita siriano, ecc. I negozi di ferramenta online antifas, ovviamente, hanno la panoplia completa del perfetto sovversivo protetto e consigli pratici derivanti. Una modalità di propagazione ampiamente dimostrata dalle rivoluzioni colorate. La routine del “nessun limite”, perché è sempre necessario motivare questi giovani! Precisamente, è l’abolizione dei limiti la prima condizione per godere del gran tumulto. Ma non è la cosa più importante. Ciò che importa è che, col pretesto di combattere il fascismo fantasticato dai bisogni della causa, si pesta chiunque e lo si rende pubblico. E questo non scandalizza nessuno, ovviamente. L’agit-prop manipolato e infiltrato dai “servizi” è quindi un’esca. Mentre ci si chiede quali siano le scuse sociali della loro violenza urbana, o la definizione legale dei loro crimini telecomandati, i fochisti dell’antifascismo sono, ai nostri occhi, un ramo amministrativo della polizia politica dello Stato profondo, che non ha nulla da invidiare alle reclute della Stasi.

Note:
Vediasi Sean Birchall, Beating The Fascists, Freedom Press, Londra, 2010.
Articolo pubblicato nella sezione “Angolo morto” dell’Antipita n° 101 del 05/11/2017.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Brexit: migrazione e produzione

Peter Lilley, Freenations, 25 novembre 2017Per decenni, a causa della libera circolazione dell’UE e delle migrazioni di massa verso la Gran Bretagna, era più economico assumere lavoratori immigrati che addestrare quelli inglesi, con effetti disastrosi per l’economia. Se il Regno Unito coglie l’opportunità creata dalla Brexit, può aumentare il tasso di crescita a lungo termine. Questa dovrebbe essere la priorità del governo perché i redditi stagnano dalla crisi finanziaria del 2008 e crescevano meno del loro potenziale da molto prima.

Introduzione di Rodney Atkinson
Questo sito ha promosso la filosofia del nazionalismo democratico, col libero scambio e gli investimenti internazionali che rendono superfluo il movimento in massa delle persone, si veda ad esempio: “I mercati rendono superflue le migrazioni di massa” (26 gennaio 2016). La prosperità e la pace internazionale si basano su tali politiche. Ma si affrontano i poteri sovranazionali dell’UE e dell’ONU decisi a controllare gli Stati nazionali e a creare barriere al libero scambio in modo che, invece di capitali e beni e servizi attraversino le frontiere, siano le persone a doversi spostare, abbattendo così l’omogeneità degli Stati nazione e sostituendoli con un corporativismo antidemocratico votato al potere e al profitto delle multinazionali e all’egemonia dei superstati che non rispondono agli elettori. Peter Lilley, ex-segretario di Stato per il commercio nel Regno Unito, mostra come la migrazione di massa sia stata disastrosa per l’economia inglese, con carenze in competenze peggiori oggi che non prima che arrivassero milioni di migranti alienati. Solo che ora abbiamo i massicci problemi aggiuntivi di scuole, servizi sanitari, strade, abitazioni e molto altro sovraccarichi. Mostra come le migliori aziende trasferiscano facilmente competenze ed addestrino i lavoratori inglesi senza affidarsi agli immigrati.

Peter Lilley: I redditi medi possono crescere solo alla velocità produttiva per persona. Solo due cose consentono alle persone di produrre più beni e servizi: migliori competenze e maggiori investimenti pro capite. Tuttavia, abbiamo perseguito una politica, inizialmente volontaria e poi a causa delle norme dell’UE che minano sistematicamente l’incentivo al miglioramento e investono nella riduzione allo stesso tempo del capitale sociale per persona. Questa politica si affida all’immigrazione di massa. Pronunciare tale affermazione è un’eresia. È diventato un atto di fede che l’immigrazione, in particolare specializzata, ci migliori. Tale dottrina ha dominato il dibattito grazie all’alleanza empia tra imprese che vogliono manodopera qualificata a buon mercato, mentre sono riluttanti ad intraprenderne la formazione, e un’intelligentia che segnala come virtù definire i controlli sull’immigrazione razzisti, rafforzata dagli eurofili che difendono la libertà di movimento. In effetti, lasciare che i datori di lavoro importino competenze che i cittadini inglesi potrebbero acquisire mina l’incentivo dei dipendenti a migliorare competenze e i datori di lavoro a formare ed investire, riducendo allo stesso tempo la quota di capitale per persona. Questa non è solo teoria. I datori di lavoro inglesi erano riluttanti a formare personale e a investirvi quanto i concorrenti molto prima della migrazione di massa. Gli inglesi hanno molto meno qualifiche tecniche e professionali rispetto ai principali concorrenti. Ma ciò è peggiorato da quando Blair aprì i confini prima a lavoratori non comunitari, poi a tutti gli europei dell’Est. I tempi di formazione per lavoratore si sono dimezzati tra il 1997 e il 2012. E nei sei anni successivi all’ammissione dell’Est europeo, i finanziamenti aziendali per la formazione sono diminuiti del 15%. Per invertire la tendenza, la nostra politica d’immigrazione deve cambiare priorità. Invece della prima opzione per le imprese di reclutare (a buon mercato) competenze dall’estero e formare i nostri cittadini solo se gli stranieri non sono disponibili, dovremmo invertire tale tendenza. Dovremmo addestrare i cittadini inglesi, se possibile, e solo importare competenze laddove ciò non sia fattibile. Il considerevole prelievo di apprendistato di Sajid Javid può al massimo arginare il declino della formazione finché i datori di lavoro possono importare competenze dall’estero. Ovviamente, non dovremmo impedire qualsiasi immigrazione dall’Europa o altrove. Esistono categorie di competenze che gli inglesi non possono acquisire dal datore di lavoro o dall’università, soprattutto “competenze specifiche aziendali”. Le aziende di successo sviluppano propri processi di produzione, sistemi di contabilità, metodi di marketing e così via. Quando si stabiliscono nel Regno Unito, spesso devono inviare personale per implementarli. Ad esempio, le aziende automobilistiche giapponesi hanno inviato manager e tecnici per introdurre sistemi di fornitura just-in-time, gestione Kaizen e ambienti di qualità. Hanno trasferito le competenze agli staff locali (prima di tornare in Giappone, quindi senza alcuna immigrazione). Successivamente tali competenze si sono diffuse nell’industria inglese. Pertanto, dovremmo consentire trasferimenti intra-aziendali e limitate altre categorie di dipendenti UE e non UE. Naturalmente, i controlli più rigorosi sull’immigrazione volti a incoraggiare l’aumento delle competenze dei lavoratori inglesi e ad aumentare gli investimenti saranno accompagnati dagli squittii di gruppi imprenditoriali che usano vari argomenti.
Primo, dicono che non è economico addestrare i lavoratori inglesi. Quando col comitato Brexit Select visitai Sunderland, fummo accolti dai consigli locali, CBI, IoD, ecc. che affermavano che la loro principale preoccupazione per la Brexit era che non avrebbero più potuto assumere competenze dall’UE. Nissan, il più grande datore di lavoro locale, non era presente, ma ricordo di averne visitato lo stabilimento quando ero ministro del Commercio e dell’Industria e chiedevo se avessero difficoltà a reclutare impiegati qualificati. Erano troppo educati per osservare che si trattava di una domanda stupida; a Sunderland non c’erano operai metalmeccanici qualificati! Ma essendo giapponesi, non gli venne mai in mente di reclutarli all’estero. Formarono il personale locale e ora i 7000 impiegati inglesi della Nissan sono tra i lavoratori metalmeccanici più produttivi al mondo. Se la dottrina di CBI e co. fosse prevalsa, ci sarebbero stati 7000 europei dell’Est in quella fabbrica e i locali starebbero impacchettando hamburger.
Secondo, dicono che ci sono carenze. Blair affermò che avevamo bisogno di più immigrati per occupare 600000 posti vacanti. 4 milioni di immigrati dopo ci sono ancora oltre 700000 posti vacanti! Gli immigrati consumano tutti i beni e i servizi che producono, creando la domanda per la stessa quantità di lavoro che forniscono. Inoltre, la penuria nel mercato libero esiste solo dove la retribuzione avviene al di sotto del livello di compensazione sul mercato. Se limitiamo l’immigrazione laddove vi è carenza di competenze interne, le retribuzioni aumenteranno in qualche modo (vi sono già segnali perché meno lavoratori europei arrivano nel Regno Unito), aumentando gli incentivi a formare, acquisire competenze ed investire: esattamente ciò che è necessario.
Terzo, ci viene detto che gli inglesi si rifiutano di apprendere le competenze che ci servono. La carta del NHS viene invariabilmente usata: “abbiamo bisogno di infermieri e medici stranieri perché pochi inglesi sono disposti a fare questi lavori”. Non è vero. Fino all’anno scorso oltre 30000 candidati inglesi per corsi di infermieristica venivano respinti ogni anno, secondo il Nursing Labour Market Review 2016. Le università possono accettare numeri illimitati per ogni facoltà, dall’arte alla zoologia, tranne infermieristica e medicina dove gli ingressi sono strettamente limitati. Questo perché le borse provenivano dal budget del NHS, ed era più economico reclutare all’estero (comprese le infermiere addestrate coi nostri aiuti esteri) che addestrare più candidati nazionali. Quasi certamente non l’avete mai sentito sui media “liberali” che non sembrano preoccupati dalle migliaia di giovani inglesi a cui viene impedito perseguire la vocazione. I fatti scomodi che minano la tesi dell’immigrazione di massa non vanno trasmessi.
Quarto, le stime dell’impatto economico della migrazione di solito ignorano l’impatto sul capitale sociale per persona. Sia la nostra produttività che la nostra qualità della vita dipendono dalla quantità di capitale investito nelle nostre fabbriche, uffici, strade, ospedali, scuole, case ecc. Secondo i conti nazionali, l’investimento ammonta a 129000 sterline pro capite. Curare 5,1 milioni di emigrati unitisi alla popolazione dal 2000, con un capitale sociale simile costerebbe 660 miliardi di sterline di investimenti che non abbiamo fatto. Da qui la crisi abitativa, le infrastrutture congestionate, gli ospedali affollati e la mancanza di posti a scuola, tutto visibile. Da qui anche l’investimento inadeguato (per la forza lavoro allargata) in impianti, macchinari, software ecc., che si manifesta solo sulle cifre relative la produttività. Non dovremmo biasimarne i migranti, ma chi, per profitto o correttezza politica, ignora le semplici verità economiche e gli ardui fatti economici.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Brexit e il cavallo di Troia dell’UE

Rodney Atkinson, Freenations 12 novembre 2017

14000 tedeschi, francesi ed italiani hanno chiesto la cittadinanza inglese a fine giugno 2017, rispetto ai 4500 nel giugno 2015. Forse alcuni fuggono dal parlamento europeo che si svela “un focolaio di molestie sessuali” o leggono delle nuove manovre di guerra dell’esercito tedesco prevedono la dissoluzione dell’Unione europea con “altri Stati che lasciano il blocco”.Le buone notizie della Brexit
Le notizie economiche della Brexit rimangono eccellenti. La disoccupazione è diminuita di 52000 unità nei tre mesi prima di agosto. Il tasso di disoccupazione del 4,3% rimane il più basso da decenni! L’attività nei servizi (pari a due terzi dell’economia) è salita a 55,6 ad ottobre partendo da 53,6 di settembre, dove qualcosa in più di 50 significa crescita. L’indice di produzione a ottobre è salito a 56,3 da 56 di settembre, quindicesimo mese consecutivo di espansione. Più del 50% dei produttori ha dichiarato di prevedere una produzione più alta quest’anno. La produzione industriale del Regno Unito è cresciuta al ritmo più veloce fino a settembre, secondo i dati ufficiali, con una crescita del 0,7% rispetto al mese precedente. È cresciuta per sei mesi consecutivi, un’attività realizzatasi 23 anni fa. La City di Londra rimane, come mostrato in un recente articolo, il principale centro finanziario mondiale. Da alcuna parte l’UE vi si avvicina. Se c’è una minaccia dallo scenario “niente accordo”, riguarda l’UE. La Banca d’Inghilterra (continuando con Mark Carney a giocare il gioco politico del “piano della paura”) recentemente suggeriva che 75000 posti di lavoro potrebbero lasciare Londra in caso di “niente accordo” sulla Brexit. Ma il 60% delle istituzioni finanziarie dell’UE passa dal Regno Unito rispetto al contrario. Quindi, in caso di mancato accordo, con entrambe le parti che cercano di accedere al mercato altrui spostando posti di lavoro da una giurisdizione all’altra, il risultato netto sarà un grande guadagno di posti di lavoro per Londra. Ma, naturalmente, ciò non viene riportato dalla BBC, è una verità “indesiderata”! È emerso inoltre che le banche inglesi fanno prestiti equivalenti al 9 per cento dell’economia dell’UE, per cui qualsiasi restrizione alla City sarebbe un suicidio per l’UE! Nelle assicurazioni, Londra è il quarto mercato mondiale e nel mercato dell'”insurtech” ad alto valore, in cui vengono sviluppati modelli assicurativi innovativi, il Regno Unito è secondo solo agli Stati Uniti. Nel caso delle flottazioni aziendali (offerte pubbliche iniziali come sono oggi chiamate), Londra è molto più avanti rispetto alla concorrenza europea. Nel 2017, i valori delle flottazioni a Londra è stato pari a 7,2 miliardi di dollari, secondo era un altro non aderente all’UE, la Svizzera, con 5 miliardi, Francoforte aveva solo 2,2 miliardi. Nel frattempo il segretario al Commercio statunitense Wilbur Ross salutava la prospettiva di un accordo commerciale cogli Stati Uniti, sottolineando il già “enorme traffico” tra Stati Uniti e Regno Unito e accusava l’UE di “protezionismo estremo”. Infatti sappiamo da anni (ma i media inglesi non lo dicono) che il peggior commerciante al mondo è l’Unione europea. L’UE è accusata di aver violato le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio più di qualsiasi altro Stato.

Restano arroganza, ignoranza e snobismo
Il deputato laburista Barry Sheerman causava un flame sui social media sostenendo che “la gente più istruita ha votato per rimanere“. Riflettendo la moglie giudice e di sinistra che citammo dopo il voto per la Brexit, che affermò che il futuro dei suoi figli era stato compromesso dalla “spazzatura operaia del nord“. E mi accorgo che quel burlone perenne di Richard Branson aveva detto che il Regno Unito rientrerà nell’UE “dopo che i vecchi elettori saranno morti“. Come al solito, il “bimbo dalle attenzioni speciali” Branson (“c’erano alcuni argomenti di cui non so proprio nulla, intendo (inintelligibile) la matematica, per anni non sono riuscito a risolvere la differenza tra lordo e netto“) mostra un’ignoranza straordinaria. Un recente sondaggio ha mostrato che ben il 74% del pubblico concorda sul fatto che “alcun accordo è meglio di un pessimo accordo” e tra i 18 e i 34 anni la percentuale arriva al 75%. I sondaggisti dell’Opinium hanno scoperto che il 37% sostiene il “niente accordo” con solo il 25% che sostiene un periodo di transizione nel mercato unico e solo il 23% che ancora pensa che la Brexit vada abbandonata.

Il cavallo di Troia dell’UE, sfruttamento imperialista di 3 milioni di cittadini dell’UE nel Regno Unito
Come molti di noi pensavano possa accadere, i tentativi di May di prendere tempo hanno portato solo a maggiori pretese dall’UE prima d’iniziare i negoziati commerciali. Ogni volta che May menziona una cifra più elevata, viene smentita da Bruxelles come insufficiente. Presto anche gli ingenui vedranno che “abbastanza non basta mai per l’UE” ma “basta è abbastanza” per noi. In realtà non possiamo ritardare la liberazione da tale sistema protezionistico, intrusivo e corporativo-fascista dell’UE. I studiati ritardi dell’UE, incoraggiati dal governo francese, tentano di prolungare la vecchia certezza affaristica che le grandi aziende lascino il Regno Unito, sperando vadano a Parigi. Il negoziatore dell’UE Michel Barnier affermava al giornale Les Echos che la seconda fase dei colloqui “sarà molto difficile e durerà anni“. Il futuro rapporto commerciale tra UK e UE è “la cosa più importante”, perciò l’UE ha bloccato i negoziati commerciali per così tanto tempo? La portata degli atteggiamenti imperialisti della classe politica dell’UE (come dimostrano Barnier e Guy Verhofstadt, negoziatore eurofanatico anti-inglese del Parlamento europeo) è chiaro nello sfruttamento dei 3 milioni di cittadini dell’UE fuggiti nel Regno Unito per sottrarsi alla disoccupazione di massa nell’UE, ampliando i lavoratori che vivono a Londra, per richiederne uno status speciale proiettando il potere della Corte europea anche dopo la Brexit; questi “cittadini” vengono sfruttati come cavallo di Troia imperialista.

Il commercio per l’UE è una questione di “vittoria o morte”
Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, di solito tra i più affabili funzionari dell’UE, ha tradito una mentalità “da somma zero, dominio e fortezza Europa” dell’Unione europea, dicendo che la Brexit è stato il “test di stress più duro dell’Unione europea, e quindi va mantenuta la nostra unità indipendentemente dalla direzione dei colloqui. Se non ci riusciamo, i negoziati si concluderanno con la nostra sconfitta”. Solo chi cerca il confronto e la “sconfitta” dell’altro considera i negoziati su commercio e cooperazione una battaglia in cui una parte deve “perdere”. Nella fortezza imperial-corporativa Europa “gli stranieri” non sono amici, ma nemici. Il potere è la chiave, non democrazia o volontà internazionale o libero scambio. Come disse Helmut Kohl “Possiamo avere ragione in politica e in guerra“. La Gran Bretagna per decenni fu azionista per il 16% e “beneficiaria” dei prestiti della Banca europea per gli investimenti. Infatti i prestiti valgono poco poiché confezionati nelle diverse valute e ogni mutuatario inglese deve pagare di più per coprire il rischio del cambio, e sempre legati al commercio e ai governi del “progetto europeo”. Alexander Stubb, vicepresidente della banca, affermava che il Regno Unito dovrà attendere il 2054 per riavere indietro gli investimenti. Il valore del capitale inglese presso la banca è circa 8,9 miliardi di sterline. Uscendo dall’UE, naturalmente desideriamo vendere tale quota ad altri investitori. Questo sembra ciò che l’UE vuole bloccare. Quando l’UE afferma che abbiamo ancora delle responsabilità, ci chiede di pagare prima di andarcene. E quando abbiamo un patrimonio come l’EIV, ci chiedono di aspettare 40 anni.

Sempre più europei abbandonano l’UE

Questi continui attacchi dall’UE non incoraggiano le persone a lasciare il Regno Unito. Piuttosto è il contrario. Infatti, nel massimo impegno che la gente può rivolgere al Regno Unito, richiederne la cittadinanza, c’è stata una corsa dei “cittadini” dell’UE. 14000 tedeschi, francesi e italiani hanno richiesto la cittadinanza inglese nell’anno precedente fine giugno 2017 rispetto ai 4500 al giugno 2015, mentre le domande da Polonia, Lettonia e Lituania sono aumentate da 6000 nel giugno 2015 a 9900 nel giugno 2017. Forse alcuni fuggono dal parlamento europeo rivelatosi “un focolaio di molestie sessuali” o forse hanno letto delle nuove manovre dell’esercito tedesco, in cui uno degli scenari è la rottura dell’Unione Europa con “più Stati che lasciano il blocco”. Un vero scenario realistico!Traduzione di Alessandro Lattanzio

Seconda guerra mondiale: quanto fu utile l’aiuto statunitense? Parte II

Evgenij Spitsyn, Oriental Review, 13/05/2015 – Parte IAiuti non letali
Oltre alle armi, altri rifornimenti giunsero con i prestiti. Questo è assolutamente indiscutibile. In particolare, l’URSS ricevette 2586000 tonnellate di carburante aereo, pari al 37% di quello prodotto nell’Unione Sovietica durante la guerra, più 41000 autoveicoli, il 45% degli autoveicoli dell’Armata Rossa (senza contare le auto catturate al nemico). Anche l’invio di alimentari ebbe un ruolo significativo, anche se pochissimo arrivò il primo anno di guerra, e gli Stati Uniti fornirono solo il 15% della carne in scatola e altri beni non deperibili all’URSS. Quest’aiuto comprese anche macchine utensili, binari ferroviari, locomotive, vagoni ferroviari, attrezzature radar e altri elementi utili senza cui una macchina da guerra può fare poco. Naturalmente questa lista di aiuti dei prestiti è impressionante, e si potrebbe avere un’ammirazione sincera per i partner statunitensi nella coalizione anti-hitleriana, ad eccezione di un piccolo dettaglio: i produttori statunitensi rifornirono anche la Germania nazista… Ad esempio, John D. Rockefeller Jr. aveva interessi nella società Standard Oil, ma il successivo importante azionista era la società chimica tedesca IG Farben, attraverso cui l’azienda vendette ai nazisti 20 milioni di dollari in benzina e lubrificanti. E il ramo venezuelano della società inviava ogni mese 13000 tonnellate di petrolio in Germania, che il robusto settore chimico del Terzo Reich convertì immediatamente in benzina. Ma le attività commerciali tra le due nazioni non erano limitate alla vendita di combustibile, ma anche tungsteno, gomma sintetica e molti componenti per l’industria automobilistica furono spediti attraverso l’Atlantico al Fuhrer tedesco da Henry Ford. In particolare, non è un segreto che il 30% dei pneumatici prodotti nelle sue fabbriche venisse fornito alla Wehrmacht tedesca. I dettagli su come Ford e Rockefeller collusero per rifornire la Germania nazista non sono ancora pienamente noti poiché i segreti commerciali sono strettamente custoditi, ma anche il poco reso pubblico è riconosciuto dagli storici chiarire come la guerra non rallentasse per nulla il commercio degli Stati Uniti con Berlino.

I prestiti non erano beneficenza
C’è la percezione che gli Stati Uniti offrissero prestiti per bontà d’animo. Tuttavia, tale idea non si basa su un’analisi seria. Prima di tutto, furono dato secondo ciò che si chiamava “contratto di prestito inverso”. Anche prima della fine della Seconda guerra mondiale, altre nazioni inviarono materie prime essenziali a Washington, pari al 20% dei materiali e delle armi che gli Stati Uniti avevano spedito all’estero. In particolare, l’URSS fornì 32000 tonnellate di manganese e 300000 tonnellate di minerale di cromo, molto apprezzati dall’industria militare. Basti dire che quando l’industria tedesca fu privata del manganese dei ricchi giacimenti di Nikopol, dopo l’offensiva sovietica su Nikopol-Krivoj Rog nel febbraio 1944, la corazzatura frontale da 150mm dei carri armati tedeschi “Koenigstiger” divenne molto più vulnerabile ai proiettili sovietici rispetto alla corazzatura da 100mm presente sui precedenti carri armati Tiger. Inoltre, l’URSS pagò i carichi alleati in oro. Infatti, l’incrociatore inglese HMS Edinburgh trasportava 5,5 tonnellate di quel metallo prezioso quando fu affondato dai sommergibili tedeschi nel maggio 1942. L’Unione Sovietica inoltre restituì gran parte delle armi e degli equipaggiamenti militari dopo la guerra, come stabilito dall’accordo sui prestiti. In cambio furono rilasciate fatture per 1300 milioni di dollari. Dato che i debiti dei prestiti alle altre nazioni furono prescritti, ciò sembrò una rapina e Stalin chiese che il “debito alleato” venisse ricalcolato. Successivamente gli statunitensi dovettero ammettere l’errore, ma gonfiarono gli interessi dovuti e l’importo finale, comprendente gli interessi, arrivò a 722 milioni di dollari, una cifra accettata da URSS e USA nell’accordo di regolamento firmato a Washington nel 1972. Di tale importo, nel 1973, 48 milioni di dollari furono pagati agli Stati Uniti in tre rate, ma i pagamenti successivi furono interrotti quando gli USA introdussero pratiche discriminatorie negli scambi con l’URSS (in particolare il noto Emendamento Jackson-Vanik). Le parti non ne discussero più fino al giugno 1990, durante i nuovi negoziati tra i presidenti George Bush Sr. e Mikhail Gorbaciov, quando fu fissata una nuova scadenza per il rimborso finale, per il 2030, e il totale del debito fu riconosciuto in 674 milioni di dollari. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, i suoi debiti furono classificati debito sovrano (dal Club di Parigi) o debiti verso banche private (secondo il London Club). Il debito finanziario era una passività dovuta al governo USA ed era parte del debito del Club Parigi, che la Russia rimborsò nell’agosto 2006.

Discorso diretto

Il Presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt dichiarò esplicitamente che gli aiuti alla Russia furono soldi ben spesi e il suo successore nella Casa Bianca, Harry Truman, fu citato dal New York Times nel giugno 1941: “Se vediamo che la Germania vince la guerra, dobbiamo aiutare la Russia; e se la Russia vince, dobbiamo aiutare la Germania e così lasciarli uccidersi il più possibile…” La prima valutazione ufficiale del ruolo svolto dagli aiuti dei prestiti nella vittoria sul nazismo fu fornita dal Presidente del Gosplan Nikolaj Voznesenskij, nel suo lavoro Voennaja Ekonomika SSSR v Period Otechestvennoj Vojnij (L’economia militare dell’URSS durante la Grande Guerra Patriottica) (Mosca: Gospolitizdat, 1948), dove scrisse: “Se si confronta la quantità di beni industriali inviati dagli Alleati all’URSS con la quantità di beni industriali realizzati dalle fabbriche socialiste dell’Unione Sovietica, è evidente che le prime erano pari a solo il 4% di quanto prodotto a livello nazionale negli anni dell’economia di guerra“. Gli studiosi e i funzionari militari e governativi statunitensi (Raymond Goldsmith, George Herring e Robert H. Jones) riconoscono che gli aiuti alleati all’URSS furono pari a non più del 10% della produzione sovietica, e il totale delle forniture dei prestiti, comprese le note scatolette Spam sarcasticamente indicate dai russi come “secondo fronte”, rappresentarono circa il 10-11%. Inoltre, il noto storico statunitense Robert Sherwood, nel libro Roosevelt e Hopkins: una storia intima (New York: Grossett & Dunlap, 1948) citava Harry Hopkins sostenere che gli statunitensi “non avevano mai creduto che l’aiuto dei prestiti fosse il principale fattore della sconfitta sovietica di Hitler sul fronte orientale. Ma che questo fosse dovuto all’eroismo e al sangue dell’Armata Rossa“. Il primo ministro inglese Winston Churchill chiamò una volta il lend-leasing “l’atto finanziario più disinteressato e altruista di sempre nella storia“. Tuttavia, gli statunitensi ammisero che la leva del prestito portò notevole reddito agli Stati Uniti. In particolare, l’ex-segretario al Commercio statunitense Jesse Jones affermò che gli Stati Uniti non solo ottennero denaro dai rifornimenti dall’URSS, ma gli Stati Uniti ne trassero persino profitto, affermando che ciò non era raro nelle relazioni commerciali regolate dalle agenzie degli USA. Il suo collega, lo storico George Herring, scrisse candidamente che il prestito non fu in realtà l’atto più disinteressato nella storia dell’umanità, ma piuttosto un atto di prudente egoismo, di cui gli statunitensi erano pienamente consapevoli di quanto ne avrebbero beneficiato. E fu proprio così, dato che il prestito si rivelò una fonte inesauribile di ricchezza per molte aziende nordamericane. Infatti, gli Stati Uniti furono l’unico Paese della coalizione anti-hitleriana a raccogliere significativi dividendi economici dalla guerra. C’è un motivo per cui gli statunitensi definiscono la Seconda Guerra Mondiale come “la buona guerra”, come evidenziato ad esempio dal titolo del libro del noto storico statunitense Studs Terkel: La Buona Guerra: Storia Orale della Seconda Guerra Mondiale (1984). Con cinismo aperto, citò: “Mentre il resto del mondo uscì ferito e quasi distrutto, noi ne uscimmo con più auto, attrezzi, forza lavoro e soldi in quantità incredibili… La guerra fu divertente per gli USA. Non parlo delle povere anime che vi persero figli e figlie. Ma per il resto di noi la guerra fu un buon momento“.

Stalin e Voznesenskij

Traduzione di Alessandro Lattanzio