La vendetta di Gheddafi si avvicina

Tunisie Secret 12 novembre 2016

Dalla distruzione della Libia da parte del barboncino di Obama, Nicolas Sarkozy, e del cammello di Hillary, Hamad del Qatar, non ci sono più sicurezza, leggi o soldi. Un terzo dei libici, quasi 3 milioni, è rifugiato in Tunisia, Egitto, Africa ed Europa. Inoltre lo SIIL è ben consolidato in Libia, le milizie islamiste governano gran parte del Paese con terrore, saccheggio e traffico di ogni tipo. Una situazione caotica che ha favorito il ritorno in scena dei gheddafisti. Per la rivista Middle East Eye, Mathieu Galtier analizza questi sviluppi.

15170994Alla deriva da cinque anni, la Libia non ha ancora alcun modello politico permanente. Risultato, gli sconfitti di ieri rientrano nel gioco politico.
La situazione in Libia è così caotica che il neologismo “libianizzazione” prende piede. La combinazione fatale è tra balcanizzazione, divisione dello Stato in zone autonome, e somalizzazione, fallimento del governo a vantaggio delle milizie. Attualmente, il Paese ha tre governi. Negli ultimi cinque anni, la Libia ha vissuto due elezioni generali, un colpo di Stato abortito, l’arrivo dello Stato Islamico (SI) e conflitti etnici a bassa intensità. La crisi è tale che sempre più libici chiedono il ritorno della Jamahiriya (Stato delle masse) creato da Muammar Gheddafi. “Vogliamo liberare la Jamahiriya vittima del colpo di Stato della NATO”, afferma subito Franck Pucciarelli a Middle East Eye, un francese che vive in Tunisia ed è portavoce di un gruppo che riunisce i sostenitori dei comitati rivoluzionari libici e internazionali, che agisce da cinghia di trasmissione dell’ideologia di Gheddafi. Ha spiegato che i membri sono attivi dal 2012 dentro e fuori il Paese. L’organizzazione conterebbe 20000 aderenti in Libia e da 15-20000 ex-militare esiliati sarebbero pronti ad attivarsi. “Possiamo organizzare una rivolta popolare e se il caos prevarrà in Libia, sarà grazie alle nostre azioni”, dice il portavoce. Ahmad, ex-dirigente presso il Ministero degli Esteri, oggi residente in Tunisia, è più misurato. “Abbiamo approfittato dell’instabilità per tornare, ma non abbiamo fatto nulla, dice a MEE. I libici e la comunità internazionale dovranno semplicemente rendersi conto che la Libia non può che essere governata che solo con la Jamahiriya”.

Tre tipi di gheddafisti
I due uomini si concentrano sull’organizzazione politica del Paese dopo la riconquista del potere: un referendum, o plebiscito, per il ritorno della Jamahiriya con la presenza della comunità internazionale per sorvegliarlo. Uno Stato delle masse modernizzato con un Senato che rappresenti le tribù, una camera e soprattutto una costituzione, assenti con Muammar Gheddafi. Uno scenario a cui sorride Qashana Rashid, direttore del Centro del Nord Africa per lo Studio sulla Libia, che ammette una ripresa solida dell’ideologia verde (il colore della Jamahiriya): “Il ritorno del vecchio regime si comprende soprattutto grazie al fallimento della transizione post-rivoluzionaria. Ed è proprio su questo fallimento che puntano gli ideologi gheddafisti per tornare in gioco, non il genuino sostegno popolare. I gheddafisti non potranno mai tornare al potere, ma avranno un peso significativo nelle alleanze strategiche nel futuro della Libia“. Mattia Toaldo, specialista dalla Libia del Consiglio europeo sulle relazioni internazionali, distingue tre tipi di gheddafisti: i sostenitori di Sayf al-Islam, figlio prediletto di Gheddafi, trattenuto dal 2011 nella città di Zintan, nell’ovest; i sostenitori del maresciallo Qalifa Balqasim Haftar, nell’est del Paese; e gli ortodossi della Jamahiriya. Franck Pucciarelli e Ahmad sono nell’ultima categoria, la più dura. Coloro che seguono Haftar hanno approfittato dell’amnistia approvata dal parlamento di Tobruq per i responsabili dei crimini durante la rivolta del 2011. Un testo che ha lo scopo di riportare gli esuli, tra 1,5 e 3 milioni, in maggioranza gheddafisti rifugiati in Tunisia e in Egitto. Il clan di Sayf al-Islam è probabilmente meglio strutturato e riunisce alcuni ortodossi. Anche se condannato a morte il 28 luglio 2015 in contumacia, a Tripoli, Sayf al-Islam vive ancora a Zintan. Ufficialmente prigioniero delle milizie locali, ha condizioni di detenzione molto tenue: circolerebbe liberamente in città e comunicherebbe molto con l’applicativo per la telefonia via Internet Viber.

Sayf al-Islam sta meglio del fratello Sadi
Fino a poco prima oscuro, il suo futuro è stato rilanciato indirettamente dai messaggi di posta elettronica di Hillary Clinton, rivelati da Wikileaks, e dal rapporto del parlamentare Crispin Blunt. deputato conservatore, pubblicato a settembre, che ritraggono Sayf el-Islam da moderato possibilmente pronto a partecipare alla transizione democratica dopo suo padre. “Il coinvolgimento di Sayf Gheddafi avrebbe, forse, permesso a Lord Hague (ministro degli Esteri nel 2010-2014) di sostenere Mahmud Jibril e Jalil Abdul nell’attuazione della riforma in Libia senza dover sostenere i costi politici, militari ed umani del cambio di regime, ma non lo sapremo mai. Tali possibilità, tuttavia, avrebbero dovuto essere prese seriamente in considerazione, allora“, afferma il rapporto di Londra. I gheddafisti hanno buon gioco nell’evidenziare il profilo moderato ed istruito di Sayf al-Islam, laureatosi alla London School of Economics. Prevale sul fratello Sadi, imprigionato a Tripoli, divenuto religioso. I fratelli Hanibal, Muhamad e Aysha e la madre Safia esprimono silenzio dall’Oman, fin dall’ottobre 2012, dopo aver invocato dall’Algeria la contro-rivoluzione violenta, nei primi mesi dalla morte di Muammar Gheddafi. Non è questione se Sayf al-Islam prenda il potere apertamente, almeno per il momento, ma di manovrare nell’ombra per la riconfigurazione politica del Paese. Molte tribù nell’ovest temono l’avanzata di Haftar sostenuta dalle tribù orientali, a cominciare dalla gente di Zintan, anche se ufficialmente alleata del maresciallo. Ma oggi, la Tripolitania è divisa tra un gruppo islamisto e un governo di unità nazionale (GNA) debolissimo, nonostante il riconoscimento della comunità internazionale.

I gheddafisti invitati per la prima volta alle Nazioni Unite
Sayf al-Islam potrebbe essere la figura unitaria contro la Cirenaica, regione orientale della Libia, in piena avanzata grazie alle vittorie di Haftar. Sul terreno, i segnali positivi sono sempre più a vantaggio del figlio dell’ex-guida. Nel settembre 2015, il sedicente Consiglio supremo delle tribù libiche sceglieva Sayf al-Islam come legittimo rappresentante del Paese. Questo consiglio raccoglie essenzialmente le tribù fedeli a Gheddafi e non hanno peso istituzionale, ma il simbolismo è forte. Dalla primavera, Ali Qana, l’ex-capo dell’esercito nel sud con Gheddafi, lavora per la creazione di un esercito del Fizan (regione nel sud della Libia), i cui dati sono difficili da quantificare al momento. Ali Qana ha già annunciato che il suo gruppo non si affilierà a Tripoli o Tobruq, ma solo a un potere che riconoscerà la legittimità della Jamahiriya. Ad agosto, per la prima volta, l’ONU invitava dei noti gheddafisti, tra cui un ex-presidente del Congresso del Popolo (equivalente al parlamento nella Jamahiriya) per discutete sulla soluzione politica ed economica della crisi.

“Questo Paese è diventato una barzelletta”
La popolazione comincia anche a confrontare presente e passato, favorendo il passato. Nella banca Jamhoriya di Tripoli, Mahmud Abdalaziz aspetta da due ore di prendersi i 500 dinari (327 euro), permessi un paio di giorni a settimana. Le riserve valutarie sono calate da 107,6 miliardi nel 2013 a 43 miliardi a fine 2016. Sul mercato nero, il dollaro è scambiato a 5,25 dinari. “Questo Paese è diventato una barzelletta: c’è la guerra civile totale, non ci sono soldi e la migliore carriera possibile è aderire a una milizia“, denuncia Mahmud Abdalaziz a MEE, comunque grato alla rivoluzione per la libertà di critica, che sarebbe stata impossibile con Gheddafi, ammettendo tuttavia che si stava meglio prima, perché “la sicurezza è meglio della libertà”. Le milizie più rivoluzionarie di Tripoli hanno capito il pericolo di permettere che questa nostalgia dilaghi. A giugno uccisero a Tripoli dodici lealisti libici che avevano appena terminato la detenzione per crimini commessi nel 2011.14572990Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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Libro: Racconti dalla tenda di Muammar Gheddafi

copertina definitiva tigani.qxdTitolo: Racconti dalla tenda e altre riflessioni
Autore: Muammar Gheddafi
ISBN: 9788874427246
Prezzo: € 12,00
Anno: 2016
Pagine: 120
Editore: Armando Siciliano

Nella sofisticazione della Realtà capovolta, il demenziale “ribelle colorato” devoto al Califfo anglo-amerikano – che in­scena sgozzamenti sacrificali in video hollywoodiani per lo spaccio occidentale – diventa alibi e spada parodistica nello scannamento del Cinghiale. Il Cinghiale è il ribelle vero, il dissidente, l’incontrollados, perfino il Capo di Stato che nello spet­tacolo imperialista è da decenni rappresentato come cane rabbioso e mente diabolica dell’Asse del Male! (Reagan dixit, l’attore-presidente Usa). Gheddafi era odiato dai banditi imperialisti e dalle mo­narchie arabe ubriache fradicie di petrodollari. Gheddafi fu sempre irriverente verso quei Potenti della Terra che «quasi giunsero al conflitto per la divisione delle risorse della Luna, specialmente le risorse marine…, come scrive in uno dei racconti che pubblichiamo in questo volumetto. Gheddafi, l’ultimo Re dell’Africa, il più grande, colto e longevo leader anticolonialista che l’Antico Continente abbia mai avuto, aveva appena coniato la Moneta Africana di Sviluppo. … ecco il Cinghiale da sacrificare sugli altari dell’Alleanza Blasfema che saccheggia Madre Africa da secoli e tormenta il Mediterraneo dal 2011, riportandone indietro la Storia di al­meno un secolo. Gheddafi deve morire!

Cosa ne sai di Gheddafi?
Testamento
735223 Per 40 anni, o forse di più, ho fatto tutto quello che ho potuto per dare al popolo case, ospedali, scuole. E quando avevano fame, gli ho dato cibo. Ho trasformato Bengasi da un deserto in terra fertile, ho resistito agli attacchi del cowboy Reagan quando, tentando di uccidermi, ha ucciso un’orfana, mia figlia adottiva, una povera bambina innocente. Ho aiutato i miei fratelli e le mie sorelle africani con denaro per l’Unione Africana. Ho fatto d i tutto per aiutare il popolo a comprendere il concetto di vera democrazia, nella quale comitati popolari governano il nostro paese. Per alcuni tutto questo non bastava mai, gente che aveva case di 10 stanze, abbigliamento e mobilio ricchi. Egoisti come sono, chiedevano sempre di più a spese degli altri, erano sempre insoddisfatti e dicevano agli Statunitensi e ad altri visitatori che volevano “democrazia” e “libertà”. Non si volevano rendere conto che si tratta di un sistema di tagliagole, dove il cane più grosso divora tutto. Si facevano incantare da queste parole, non rendendosi conto che negli Usa non c’erano medicine libere, ospedali liberi, case libere, istruzione libera, cibo garantito. Per costoro non bastava nulla che facessi, ma per gli altri ero il figlio di Gamal Abdel Nasser, l’unico vero leader arabo e musulmano che avessimo avuto dai tempi di Saladino, un uomo che restituì il Canale di Suez al suo popolo come io ho rivendicato la Libia per il mio popolo. Sono state le sue orme che ho cercato di seguire, per mantenere il mio popolo libero dal dominio coloniale, dai predoni che ci vorrebbero derubare…
Ora sono sotto attacco dalla più grande forza militare della storia. Il mio piccolo figlio africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, le nostre libere abitazioni, la nostra libera medicina, la nostra libera istruzione, il nostro cibo sicuro, e sostituirlo con il ladrocinio stile Usa chiamato “capitalismo”. Ma noi tutti, nel Terzo Mondo, sappiamo cosa ciò significhi. Significa che le imprese governano i paesi, il mondo, e che i popoli soffrono. Così per me non c’è alternativa, devo resistere e, se Allah vorrà, morirò seguendone la via, la via che ha arricchito il nostro paese di campi fertili, viveri, salute e ci ha perfino consentito di aiutare i nostri fratelli africani e arabi a lavorare qui con noi, nella Jamahiriya libica.
Non desidero morire, ma se dovessi arrivarci, per salvare questa terra, il mio popolo, le migliaia di miei figli, che allora sia.
Lasciate che questo testamento sia la mia voce al mondo. Dica che mi sono opposto agli attacchi dei crociati Nato, alla crudeltà, al tradimento, all’Occidente e alle sue ambizioni colonialiste. Che ho resistito insieme ai miei fratelli africani, ai miei veri fratelli arabi e musulmani. Ho cercato di fare luce, quando altrove si costruivano palazzi, ho vissuto in una casa modesta e in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non ho sprecato le nostre ricchezze nazionali e, come Saladino, il nostro grande condottiero musulmano che salvò Gerusalemme per l’Islam, ho preso poco per me…
In Occidente qualcuno mi ha definito “pazzo” e “demente”. Conoscono la verità, ma continuano a mentire. Sanno che la nostra terra è indipendente e libera, non soggetta al colonialismo. Sanno che la mia visione e il mio cammino sono sempre stati onesti e nell’interesse del mio popolo. Sanno che lotterò fino all’ultimo respiro per mantenerci liberi. Che Dio ci aiuti.

Muammar Gheddafi – Terra e Liberazione

Le NATO ha intenzione d’invadere la Tunisia per ‘proteggere’ i tunisini!

Karim Zmerli, Tunisie-Secret 13 gennaio 2014

Ansar al-Sharia è un alleato oggettivo degli Stati Uniti, come la capofila al-Qaida è la figlia incestuosa di CIA, Pakistan e Arabia Saudita, prima di rompere il cordone ombelicale l’11 settembre 2001! Grazie al Qatar, e grazie alla “primavera araba”, le relazioni “diplomatiche” tra al-Qaida e la CIA sono state restaurate per realizzare il progetto sionista e neoconservatore del Grande Medio Oriente. L’arresto del criminale e mercenario Abu Iyadh annuncia un nuovo passo della strategia degli Stati Uniti: l’accelerazione e la moltiplicazione di azioni terroristiche in Tunisia, che giustificherebbero l’intervento militare della NATO, ovviamente con l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il cui “dovere” è garantire la giovane “democrazia” in Tunisia.

1450262Molti tunisini, rappresentanti di partiti al potere o all’opposizione, sindacati, media, ONG o dell’ANC che hanno perso ogni dignità, non si offendono per i militari occidentali che vengono in loro soccorso nella prova di forza che presto sarà giocata tra le loro truppe regolari e le loro truppe irregolari, o meglio gregge, cioè Ansar al-Sharia, filiale regionale di al-Qaida. Non si offendono perché tutti devono la loro esistenza a tali forze straniere che destabilizzarono la Tunisia nel gennaio 2011 con il sostegno attivo di una miriade di traditori, in primo luogo i cyber-collaborazionisti. Due nuovi fattori annunciano l’invasione e l’occupazione diretta della Tunisia da parte della NATO. In primo luogo l’arresto a Misurata di Sayfallah bin Hasin, alias Abu Iyadh. In secondo luogo, il ritiro tattico di al-Nahda dalla troika del governo. Insieme, questi due eventi suggeriscono che l’intervento della NATO è prevedibile e anche abbastanza probabile. Perché? Perché l’arresto perfettamente cronometrato di Abu Iyadh non lascia indifferenti i suoi discepoli e seguaci mercenari. Reagiranno  per riflesso condizionato con una dimostrazione di forza. Risponderanno per odio ai loro nemici e alleati oggettivi, gli statunitensi, e per vendetta contro i loro fratelli della setta islamista al-Nahda, il cui governo Larayadh li ha denunciati, nell’agosto 2013, come “gruppo terrorista” dopo l’assassinio di Shuqri Belaid e Muhammad Brahmi. Seguendo le direttive statunitensi ed evitando ad al-Nahda il destino dei Fratelli musulmani in Egitto, dopo il risveglio dei patrioti egiziani, Rashid Ghannuchi ha abbandonato coloro che in precedenza vedeva come suoi “figli”. Rinunciando, ma non completamente, poiché Abu Iyadh non fu mai preoccupato, né tanto meno arrestato. A stretto contatto con Abdelhaqkim Belhadj, l’ex-braccio destro di bin Ladin in Afghanistan, Abu Iyadh, così come il suo capo, potrebbe effettivamente rifugiarsi in Libia, tra le braccia dell’intelligence degli Stati Uniti. Ritornato dai suoi mandanti libici, a loro volta agli ordini del Qatar, che a loro volta sono schiavi degli statunitensi, Abu Iyadh ha continuato a corrispondere con i suoi luogotenenti locali Adil Saida, Muhammad Ayadi, Muhammad Aqari, Qamil al-Qadhqadi e Bubaqir Haqim, il francese che, come il terrorista Tariq Marufi tornato da Bruxelles, si stabilì in Tunisia subito dopo il colpo di Stato del 14 gennaio 2011, ancor prima del rilascio di Abu Iyadh nel marzo 2011 su pressione di Siham bin Sadrin, Radhia Nasrawi, Naziha Rjiba, Muhammad Abu, Muqtar Yahyawi e altri pezzi della Quinta Colonna. Bisogna sempre ricordare che questo criminale di Abu Iyadh scontava una pena di 68 anni di carcere per terrorismo, cospirazione contro la sicurezza dello Stato e appartenenza ad al-Qaida.
Il ritiro tattico dal governo di al-Nahda è il secondo motivo per il probabile intervento militare della  NATO in Tunisia. Essendo ora esonerati da ogni responsabilità, i locali Fratelli musulmani di fatto faranno di tutto per dimostrare ai tunisini e all’opinione internazionale che sotto il loro dominio e nonostante alcune scaramucce dei terroristi con l’esercito e la polizia, la Tunisia è più sicura e stabile. Sostenendo le azioni terroristiche future, gli permetterebbe anche di conciliarsi con i fratelli di Ansar al-Sharia e altre frazioni jihadiste che hanno eletto a domicilio la Tunisia, tra cui i terroristi di Hamas. Se il dipartimento di Stato degli Stati Uniti rileva di aver inserito Ansar al-Sharia nella lista delle organizzazioni terroristiche straniere (FTO) ai sensi delle leggi statunitensi sul terrorismo, c’è uno scopo ben preciso: stabilirsi permanentemente in Tunisia, ufficialmente per combattere il terrorismo, ma effettivamente per imporre un nuovo ordine, anche in Algeria che finora ha resistito alla congiura della “primavera araba”. Dopo aver messo nella lista nera “I firmatari con il sangue” e “al-Murabitun”, gruppi terroristici diretti da Muqtar Belmuqtar, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ora indica i tre rami di Ansar al-Sharia a Bengasi, Derna (Libia) e Tunisia come “organizzazione terroristica straniera”, e i loro rispettivi leader Ahmad Abu Qatalah, Sufyan bin Qumu e Sayfallah bin Hasin comunemente noto come “Abu Iyadh.” Il dipartimento di Stato USA ha osservato che i gruppi di Ansar al-Sharia di Bengasi e Derna, creati separatamente dopo la crociata contro la Libia, furono coinvolti negli attacchi terroristici contro obiettivi civili e in molti altri omicidi e tentati omicidi di funzionari della sicurezza e di politici nella Libia orientale, così come nell’attacco dell’11 settembre 2012 contro il consolato statunitense di Bengasi in cui l’ambasciatore Chris Stevenson e tre altri funzionari statunitensi morirono. Per il dipartimento di Stato, i membri di questi due gruppi terroristici libici “continuano a rappresentare una minaccia per gli interessi degli Stati Uniti“, affermando che Ahmad Abu Qatalah e Sufyan bin Qumu sono i leader di Ansar al-Sharia, rispettivamente a Bengasi e a Derna. Su tale scia, il dipartimento di Stato promette una ricompensa di 10 milioni di dollari per informazioni che portino all’arresto o alla condanna dei responsabili di quell’attacco. Le autorità statunitensi sostengono anche che Ansar al-Sharia in Tunisia, fondata da Sayfallah bin Hasin nei primi mesi del 2011, è coinvolta nell’attacco del 14 settembre 2012 contro l’ambasciata statunitense e la Scuola Americana di Tunisi “che mise in pericolo le vite di oltre un centinaio di dipendenti dell’ambasciata degli Stati Uniti.” A tal proposito, sottolineiamo che il governo tunisino aveva dichiarato che il gruppo dell’organizzazione terroristica fu coinvolto in attacchi contro le forze di sicurezza tunisine, nell’assassinio di politici tunisini e in attentati suicidio in luoghi frequentati dai turisti. Per Washington, “Ansar al-Sharia in Tunisia, ideologicamente, economicamente e logisticamente affiliata ad al-Qaida, è la maggiore minaccia agli interessi degli Stati Uniti in Tunisia.”
Tutti i mezzi sono buoni per neutralizzarla, compreso l’intervento diretto in Tunisia, fulcro del terrorismo internazionale e delle future battaglie tra le differenti frazioni del jihadismo, dipendenti dalle intelligence straniere di Stati Uniti, Israele, Qatar, Arabia Saudita e Iran.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I perni della politica statunitense in Medio Oriente: Qatar, Arabia Saudita e salafismo wahhabita

Zayd Alisa, Global Research, 1 agosto 2013

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Non badate a me… è solo un piccolo aiuto della carità sunnita

L’esercito egiziano ha emesso un ultimatum il 1° luglio 2013, apparentemente un duro avvertimento a Mursi, primo presidente democraticamente eletto in Egitto, rappresentante della Fratellanza musulmana (FM), e al movimento Tamarod e al Fronte di salvezza nazionale, una coalizione di partiti laici. Tuttavia, in realtà, era a dir poco una minaccia appena velata a Mursi, sottolineando che, a meno che cedesse una parte significativa dei suoi poteri entro 48 ore, l’esercito l’avrebbe cacciato. Anche se l’esercito ha rovesciato Mursi il 3 luglio, tuttavia la sua spietata repressione, che ha causato la morte di oltre 100 seguaci della fratellanza al 27 luglio, ha rafforzato la FM che ha  drammaticamente intensificato le sue proteste sempre più insolenti.
Mentre è incontestabile che il Qatar, guidato dal suo ex-emiro Hamad bin Khalifa al-Thani e dal suo primo ministro e ministro degli Esteri Hamad bin Jassim, è stato in prima linea nel suo inequivocabile sostegno alle rivolte popolari che hanno sferzato la regione, tuttavia la maggior parte del suo sostegno è andato a puntellare la FM. Il regime saudita, al contrario, ha dato il suo sostegno ai regimi tirannici di Tunisia, Egitto, Yemen e Bahrein. Il re saudita ha compiuto sforzi frenetici per impedire la diffusione della rivolta in Arabia Saudita, offrendo miliardi di dollari in aiuti e vietando rigorosamente le proteste, premiando la dirigenza religiosa wahabita salafita e, assai minacciosamente, istruendo l’esercito saudita a invadere e occupare il Bahrain. Ciò che è indiscutibile è il ruolo fondamentale svolto dalla dirigenza religiosa wahabita salafita, radicale e regressiva, nell’offrire legittimità religiosa al regime saudita, che a sua volta fornisce i finanziamenti fondamentali nel diffondere ed esportare la sua violenta ideologia. Secondo l’ideologia wahhabita, è severamente vietato opporsi al sovrano. Così, agli occhi del regime saudita l’esplicito avallo dell’Islam politico della FM, che sottolinea esplicitamente che la legittimità a governare deriva solo dalle elezioni democratiche, è senza dubbio una minaccia esistenziale alla legittimità del potere assoluto del re saudita. Peggiorando le cose ulteriormente, il Qatar ha abbracciato con entusiasmo e persino offerto cittadinanza all’influente e molto controverso leader spirituale della FM, Yusuf al-Qaradawi.
Mentre la protesta in Siria si è sempre più militarizzata, il Qatar ha ampliato il suo pieno sostegno  al dominio della FM. Tuttavia, il regime saudita, che ha sempre considerato il regime siriano, dall’epoca di Hafiz al-Assad, padre di Bashar, una grande spina nel suo fianco e un alleato strategico insostituibile del suo principale avversario, l’Iran, si è mosso rapidamente a puntellare gli insorti armati, utilizzando la sua intelligence, il cui ruolo determinante nel creare e finanziare Jabhat al-Nusra (JN) è stato evidenziato in una rassegna d’intelligence on-line, pubblicata a Parigi nel gennaio 2013, influenzando enormemente non solo i leader tribali sunniti nell’Iraq occidentale, ma anche i membri sauditi di al-Qaida in Iraq (AQI), che secondo un rapporto della NBC del giugno 2005, formavano la maggioranza (55%) degli attentatori suicidi e dei combattenti stranieri convenuti in Iraq, e convincendo AQI che il suo principale campo di battaglia doveva essere la Siria e il suo obiettivo finale deporre il regime alawita di Bashar al-Assad, dato che la sua caduta avrebbe spezzato la spina dorsale del governo sciita iracheno e, inevitabilmente, allentato la presa iraniana sull’Iraq. La creazione di un nuovo ramo di al-Qaida in Siria, sotto la nuova etichetta del JN, non ancora designato organizzazione terroristica, è stata non solo un’ancora di salvezza necessaria per l’AQI, che era in ritirata nel 2011, ma ha anche fornito ad Arabia Saudita e Qatar l’opportunità di sostenere AQI e JN con il pretesto perfetto di sostenere la democrazia in Siria, destabilizzando entrambi i Paesi. Così l’AQI s’è affrettata ad inviare Abu Muhammad al-Julani, nel luglio 2011, a formare il JN, mentre, Ayman al-Zawahri, il leader globale di al-Qaida, ha incaricato tutti i suoi combattenti nel febbraio 2012 a convergere in Siria. Il New York Times ha riferito il 14 ottobre  2012, che la maggior parte delle armi spedite da Arabia Saudita e Qatar andava agli estremisti jihadisti in Siria. Così spiegando come il JN sia rapidamente divenuto il miglior gruppo armato in Siria. È stato inoltre riferito, il 29 febbraio 2013, che l’Arabia Saudita ha drammaticamente intensificato il supporto ai ribelli, finanziando l’acquisto di una grande partita di armi dalla Croazia.  Tuttavia, il suo articolo del 27 aprile 2013 era, anche se indirettamente, molto più caustico verso l’armamento e i finanziamenti sauditi e qatarioti, affermando minacciosamente che in nessuna zona  controllata dai ribelli in Siria ci fosse una forza combattente laica.
The Guardian, nel frattempo, riferiva il 22 giugno 2012 che l’Arabia Saudita era in procinto di pagare gli stipendi ai ribelli siriani. Ma, in una rara ammissione da una fonte ben informata, in un articolo del 13 aprile 2013 di al-Arabia, una fonte del regime saudita confermava l’acquisto e l’invio di armi croate ai ribelli siriani, riconoscendo che la nomina di Bandar bin Sultan, nel luglio 2012, a capo dei servizi segreti fosse un balzo negli sforzi continui dell’Arabia Saudita in Siria. Ancora più rivelatrice, tuttavia, era l’affermazione che Bandar fosse saldamente alla guida, e che così al Qatar deve essere stato detto di restarsene sul sedile posteriore. In sostanza, tali finanziamento, armamento e stipendio dei militanti da parte di Arabia Saudita e Qatar non solo verso il JN, che secondo la dichiarazione di Abu Baqir al-Baghdadi, capo di AQI, nell’aprile 2013, non è che una semplice estensione del gruppo salafita wahhabita AQI, la forza più spietata e potente tra i gruppi dell’opposizione, ma che ha anche notevolmente rinvigorito l’AQI. Senza dubbio, la riconquista della città strategica di Qusayr, nel giugno 2013 da parte dell’esercito siriano sostenuto dai suoi alleati libanesi di Hezbollah, ha segnato il punto di svolta nel conflitto siriano, spingendo Obama alla decisione sorprendente del 13 giugno 2013 di armare i ribelli. A ciò è seguito minacciosamente l’improvviso ritorno del re dell’Arabia Saudita dalle sue vacanze. L’ultima volta tornò per invadere e occupare il Bahrain. Questa volta, è tornato per assumere il suo nuovo ruolo di leader indiscusso del mondo arabo dopo il verdetto degli Stati Uniti: l’Arabia Saudita e non il Qatar deve guidare il mondo arabo. Così, l’emiro del Qatar è stato spinto dagli Stati Uniti ad abdicare il 25 giugno 2013 in favore del figlio Tamim bin Hamad. E in netto contrasto con ciò che molti esperti hanno predetto, la nuova politica estera del Qatar sempre più volge a seguire la linea saudita o a mantenere un basso profilo. Ciò s’è manifestato in primo luogo quando il nuovo emiro del Qatar ha reso esplicitamente chiaro, nel suo primo discorso, che il Qatar avrebbe rispettato tutte le dirigenze politiche e fieramente respinto i settarismi. In secondo luogo, la notevole assenza di qualsiasi accenno alla crisi siriana. In terzo luogo, e di gran lunga più significativo, al posto di Hamad bin Jassim, ex-primo ministro e ministro degli Esteri viene nominato Abdallah bin Nasser bin Khalifa a Premier e ministro degli Interni, riflettendo una svolta politica verso l’interno. In quarto luogo, la nomina di Khalid al-Atiyah, che ha assai meno peso, dato che non è membro della famiglia reale. In quinto luogo, il nuovo emiro si è rapidamente congratulato con il presidente egiziano ad interim Adly Mansur, nominato dall’esercito egiziano. Ciò in netto contrasto con la fatwa emessa il 6 luglio 2013 da al-Qaradawi che invita apertamente il popolo egiziano a sfidare l’esercito e a sostenere Mursi. Anche se in Egitto la FM è stata la prima vittima dell’incontrastata leadership dell’Arabia Saudita sul mondo arabo, comunque subito dopo vi è stata la drammatica assunzione della dirigenza della Coalizione nazionale siriana, dove il Qatar aveva combattuto ferocemente per conservarla, da parte del candidato saudita Ahmad Jarba, il 6 luglio 2013, subito seguita dalle dimissioni del Primo ministro ad interim sostenuto dal Qatar, Gassan Hitto. Poco dopo arrivava la chiusura dell’ufficio politico dei taliban a Doha. E più di recente, proteste sono scoppiate in Tunisia contro il partito al-Nadha, cioè la FM della Tunisia MB, accusato di aver assassinato un importante politico laico.
Le ragioni principali dietro la decisione degli Stati Uniti sono le seguenti: In primo luogo, l’alto grado di confusione tra i suoi alleati in Medio Oriente, che ha dato respiro al regime siriano. In secondo luogo, l’arroganza e la sregolatezza della leadership del Qatar. In terzo luogo, la speranza che i sauditi imparassero dalla lezione data al Qatar. In quarto luogo, avendo posto il Qatar nel sedile posteriore, gli Stati Uniti avrebbero avuto una leva sui sauditi. Quinto, spingendo l’emiro del Qatar ad abdicare inviano un messaggio inequivocabile al re saudita. In sesto luogo, la crescente preoccupazione degli Stati Uniti per l’indebolimento del fronte interno dell’Arabia Saudita, in particolare dopo che il suo mito palesemente ingannevole di essere il custode dell’Islam sunnita è decaduto, in gran parte grazie al conclamato sostegno del regime saudita a regimi tirannici contrari ai sunniti in questi Paesi. Settimo, dando agli Stati Uniti l’occasione d’oro di accusare la precedente dirigenza del Qatar se un nuovo 11/9, come l’attacco terroristico al consolato statunitense a Bengasi, ha avuto luogo, senza biasimare l’Arabia Saudita o addirittura se stessi per aver permesso ai sauditi di inviare missili antiaerei ai ribelli siriani.
Nell’ambito degli strenui tentativi del regime saudita di evitare una rivolta interna, ha inesorabilmente cercato di innescare una guerra settaria regionale per dimostrare al proprio popolo, sempre più privo di diritti, di essere fortemente impegnato nella lotta contro la minaccia esistenziale sciita, cioè l’Iran. Ma, con i sauditi leader del mondo arabo, il rischio di una guerra del genere non è mai stato così alto. In effetti, se scoppia una guerra del genere, entrambi i lati della divisione settaria certamente ne incolperebbero gli Stati Uniti. E’ quindi giunto il momento per gli Stati Uniti di riconoscere prontamente che il loro sostegno incrollabile all’Arabia Saudita, da dove proveniva la stragrande maggioranza (15 su 19) degli attentatori suicidi dell’11 settembre, a dispetto del capo Usama bin Ladin, ha svolto un ruolo importante nel trasformare la guerra al terrorismo nell’impresa inconfutabilmente di maggior successo di promuovere e supervalutare al-Qaida in numerosi altri Paesi. Quindi è imperativo per gli Stati Uniti, se si sforzano realmente di fermare la minacciosa valanga della rapida diffusione dell’ideologia estremista wahabita salafita e di evitare il confronto con un mondo islamico sempre più radicalizzato, impedire l’esportazione implacabile dall’Arabia Saudita della sua ideologia estremista salafita wahhabita e dei suoi combattenti estremisti jihadisti, facendo enorme pressione sui sauditi, per spingerli a passare dalla protezione del petrolio a una riforma politica concreta e a un cambiamento democratico.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gheddafi e la decolonizzazione della Libia

Gheddafi rapidamente e in modo determinato riuscì ad espellere gli imperialisti. Liberazione significa espellere gli imperialisti bianchi, non invitarli a ritornare per bombardarvi e occuparvi
Sukant Chandan Sons of Malcolm 15 ottobre 2012

Il libro di Jonathan Bearman del 1986 sulla Libia, è il migliore sull’argomento che ho trovato. Tutti gli altri libri omettono fatti importanti, come ad esempio i lavori di Robert Bruce St. John (probabilmente ‘L’autorità occidentale sulla Libia’) ripuliscono il ruolo di USA, inglesi e francesi in Libia. C’è un battibecco sui libri sulla Libia più recenti, in particolare riguardo alla caduta della Jamahirya, è un peccato che il libro di Vijay Prasad sulla Libia sia anch’esso pieno di omissioni e distorsioni su ciò che è avvenuto in Libia, in particolare nel periodo di riavvicinamento (post 1999) e dal febbraio 2011; una vergogna da parte di qualcuno che ha basato gran parte della propria carriera su un libro, generalmente buono, sulla storia del Movimento dei Paesi Non Allineati e il movimento anti-imperialista dopo la seconda guerra mondiale. Mi sforzerò di rivedere il libro di Prasad nel prossimo periodo.
Il seguente estratto dal libro di Bearman dimostra come la rivoluzione libica dell’1 settembre 1969, guidata da Muammar Gheddafi, compisse dei concreti passi nei primi mesi, e a uno-due anni dalla rivoluzione, adempiendo alla missione del più grande patriota libico, Omar al-Muqtar, espellendo i colonialisti dalla Libia. Ciò venne ottenuto dalla leadership del Consiglio del comando rivoluzionario, il corpo principale della rivoluzione con Gheddafi al suo timone, dall’ideologia  nazionalista ‘terzomondisa’/internazionalista, nazionalista panaraba e di giustizia sociale; per molti aspetti strettamente alleato e protetto dal vicino egiziano Gamal Abdel Nasser, da cui Gheddafi ridenominava le basi aeree di al-Adem e Tobruk, dopo che questo grande leader africano e arabo aveva espulso gli inglesi dalle loro basi, che per inciso, furono le prime da cui le SAS operarono.
La SAS ritornarono in Libia nel febbraio 2011, grazie a tutti quegli agenti di MI6, CIA e servizi segreti francesi che addestrarono i loro squadroni della morte, erroneamente chiamati “ribelli”, con l’aiuto e il supporto di britannici, yankee, francesi e altre potenze della NATO che hanno trasformato la Libia dallo Stato più prospero, pacifico e sviluppato dell’Africa, in uno che tortura e lincia persone di colore e patrioti, distruggendo la pace tra le tribù, sotto Gheddafi, con una folla di 400 milizie. Sappiamo tutti che le SAS cooperavano con i ribelli fin dai primi giorni della ribellione, puntando a un piano da molto tempo studiato per il cambiamento di regime. L’estratto seguente mostra come le conquiste storiche della rivoluzione di Gheddafi di al-Fatah, del  1 settembre, sono state completamente sovvertite. Speriamo che i nordafricani e i libici rivedano l’esperienza della Rivoluzione, vedano i molti vantaggi avuti dal popolo libico e dai popoli oppressi che resistono in tutto il Mondo, e perseguano la via della riconquista di tale strategia, in nuove circostanze e sfide.
Oggi la città di Bani Walid resiste affrontando l’assalto totale di questi squadroni della morte e dei loro padroni della NATO, dimostrando al Mondo come un popolo fiero si opponga a testa alta in difesa delle proprie tribù, terra, famiglie e dignità. Coloro che scelgono di giustificare ciò che sta accadendo a loro e al popolo libico sono nemici dei popoli, nemici di Omar al-Muqtar. Dio e gli antenati faranno giustizia di loro.

‘La cacciata delle basi’
La Libia di Gheddafi, Jonathan Bearman, 1986, Zed Books, pagine 76-79

Per i clienti strategici della Libia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, il discorso anti-coloniale intrapreso dalle nuove autorità ebbe un impatto immediato e devastante nell’eliminazione delle loro basi militari. Queste non erano di scarsa importanza. Le strutture militari inglesi e statunitensi in Libia aggiungevano un’ulteriore dimensione agli occidentali, alla NATO in particolare, riguardo possibili interventi nella regione. I campi di Wheelus e al-Adem non avevano rivali nell’offrire spazio per le esercitazioni militari. Mentre la RAF e l’USAF beneficiavano di condizioni quasi perfette per volare a bassa quota, usando proiettili veri, la Cirenaica concedeva ai britannici l’accesso a un terreno ideale per le grandi manovre. L’opposizione britannica e statunitense alle intenzioni dichiarate dal nuovo regime di espellere la presenza militare straniera, era prevista. Per gli Stati Uniti, in particolare, la chiusura della base Wheelus sarebbe stata una perdita strategica,  colpendone le capacità militare nella regione, in un momento in cui la presenza sovietica in Egitto stava crescendo.
La minaccia alle basi era la preoccupazione principale di Londra e Washington, dopo l’improvvisa  deposizione della monarchia. In effetti, inglesi e statunitensi, evitando un’azione precipitosa a sostegno del regime di Idris, avevano sperato di salvaguardare il futuro dei loro impianti con un nuovo accordo con le nuove autorità. Non c’era nessuna garanzia, la posizione ufficiale del RCC era chiara: nessuno dei due Paesi avrebbe avuto soddisfazione, senza ricorrere alla forza. Nonostante le smentite pro-forma del Foreign Office britannico, era noto nel mondo arabo che gli inglesi avevano un piano di emergenza per intervenire in Libia. Nell’ambito del trattato anglo-libico del 1953, un protocollo segreto prevedeva l’invasione della Libia in caso di emergenza. I dettagli del piano, nome in codice Operazione Radford, furono ottenuti dagli egiziani nel 1965 da un archivista del ministero della difesa britannico. Pubblicato su al-Ahram, il piano richiedeva lo spostamento di truppe britanniche da Germania, Malta e Cipro per difendere il re e ristabilire l’ordine. Secondo Mohammed Heikal, caporedattore di al-Ahram, il regime di emergenza era destinato proprio alla situazione che si era verificata in Libia. Ciò che scoraggiò gli inglesi fu la velocità e la decisione con cui i Liberi Ufficiali agirono. Se fosse seguita una lunga lotta, Gran Bretagna e Stati Uniti avrebbero inventato un pretesto per l’intervento.
Con Gheddafi, gli inglesi e gli statunitensi dovettero affrontare un nuovo leader che avrebbe agito  senza compromessi. Nel suo discorso a Tripoli del 16 ottobre, Gheddafi promise coraggiosamente che avrebbe trasformato il paese in un ‘campo di battaglia’ se gli inglesi e gli statunitensi non se ne fossero andati in “modo ragionevole”. Due settimane dopo, il 29 ottobre, l’RCC fece il suo approccio formale alla Gran Bretagna, a riguardo, chiedendo l’evacuazione rapida delle forze britanniche dal territorio libico. Gli inglesi, con il ministro della difesa Denis Healey, valutarono la situazione con attenzione. La perdita dei campi di addestramento in Cirenaica era considerata grave, ma non sembrava esserci alternativa all’accettazione. L’esperienza di Suez e della guerra civile algerina metteva in guardia contro ulteriori avventure coloniali. Il governo Wilson rispose con una richiesta di colloqui che durarono due sessioni, per un totale di sei ore. Al primo incontro, l’8 dicembre, l’ambasciatore britannico Donald Maitland fu incaricato di ammettere il principio di recesso. Dopo di che, fu semplicemente una questione di dettagli. Nella seconda sessione, una settimana più tardi, Maitland annunciava il termine della partenza per il 31 marzo 1970. Anche prima che i colloqui fossero iniziati, gli inglesi avevano ridotto la loro presenza ad al-Adem e Tobruk da 2.000 a 1.000 effettivi, tra ottobre e dicembre. Nel forzare la questione, i libici avevano abilmente disposto una serie di potenti scambi.
Più importante fu la loro capacità, particolarmente pregiudizievole per una potenza petrolifera in ascesa, di minacciare il ritiro dei loro depositi, intorno a 384 milioni di sterline. Se questo si fosse rivelato insufficiente, avrebbero potuto anche avviare l’annullamento dei contratti non indispensabili, e nazionalizzare gli interessi britannici della BP ed altri, in Libia. Gli inglesi, invece, si trovavano in una situazione di relativa debolezza, non potevano contrastare la Libia con la minaccia di sospendere il contratto per la fornitura di 200 carri armati Chieftain, ordinati dal regime precedente per aumentare la capacità terrestre delle forze armate libiche. Sarebbe stato un gesto di sfida inefficace. A quel tempo, l’impegno oltremare britannico veniva ampiamente rivisto, mentre il governo laburista iniziava il ritiro inglese da est di Suez. Gli inglesi erano semplicemente inclini ad accordarsi con un altro governo nazionalista. La missione di Maitland, per quanto riguardava Whitehall, doveva incitare i libici a un comunicato congiunto che sottolineava i vantaggi reciproci da una ulteriore cooperazione anglo-libica. Per Londra si trattava di limitare i danni, soprattutto per proteggere i vasti interessi economici britannici.
In seguito a tale successo, l’RCC rivolse la sua attenzione verso l’evacuazione della base aerea statunitense di Wheelus. I colloqui iniziarono a dicembre, subito dopo che gli inglesi avevano iniziato ad andarsene, ma non senza una grande inquietudine sulla prospettiva della gestione della sofisticata base, sede regionale dell’USAF, da parte di un ‘regime radicale arabo’. In effetti,  sembrando probabile che i libici consegnassero le strutture all’Unione Sovietica, l’amministrazione Nixon non avrebbe concesso il ritiro. Ma Gheddafi insisteva che i libici non avrebbero aperto le strutture ad altre potenze straniere. ‘La Libia rivoluzionaria non potrà mai sostituire uno straniero con un altro straniero o un intruso con un altro intruso’, avrebbe detto secondo il Lybian Mail del maggio 1970. In ogni caso, la decisione della Gran Bretagna di ritirarsi aveva già spiazzato gli statunitensi, così Washington accettò. Il 24 dicembre, il giorno dopo che i britannici avevano annunciato il loro ritiro, una dichiarazione congiunta libico-statunitense annunciava laconicamente che gli Stati Uniti avrebbero seguito l’esempio il 30 giugno. In effetti, l’evacuazione degli statunitensi, come degli inglesi, venne finalmente effettuato prima della scadenza, e con un minimo sforzo.
Gli inglesi finalmente lasciarono la Libia il 28 marzo, e gli statunitensi completarono il loro ritiro l’11 giugno. Fu un risultato storico. Celebrando la ‘vittoria contro l’imperialismo’, le autorità rivoluzionarie ridenominarono l’al-Adam Airbase, Gamal Abdul Nasser Airbase, e Field Wheelus, Okba bin Nafi Airbase, da un conquistatore arabo della Libia. Qualsiasi speranza che uno dei due Paesi avesse di mantenere una certa influenza militare in Libia, attraverso accordi di fornitura e addestramento, fu presto dissipata. Il 29 dicembre, dopo il suo successo iniziale, il RCC annullò il contratto del vecchio regime con la British Aircraft Corporation. A novembre, un primo tentativo di riavvicinamento venne fatto dal governo francese, come rifornitore alternativo di armi […] I francesi vi videro un mezzo per estendere la loro influenza in Africa del Nord, a spese degli inglesi e degli statunitensi. Nel gennaio 1970, la conclusione della transazione fu annunciata: la Francia vendeva alla Libia i primi 50 aerei Mirage V, 15 da consegnare nel 1971. I libici volevano questi aerei da guerra francesi, molto ambiti, per ricostruire l’arsenale arabo dopo il confronto con Israele.
Nasser vide nella Libia una via di rifornimento di quelle armi che sarebbero state, invece, bloccate dall’embargo occidentale. Mentre la trattativa era ancora in corso, Gheddafi disse: “Se sarà possibile ottenere Phantoms o Mirages, si avrebbe una colossale  forza araba“. [L’accordo finale dei francesu con la Libia] del 31 gennaio, riguardava 110 aerei da guerra […] Non vi erano condizioni allegate sul loro uso nel conflitto in Medio Oriente, tranne che essere ‘basati’ e ‘gestiti’ solo in Libia. Le uniche limitazioni reali applicate al loro uso, era evitare lo scontro con Stati clienti della Francia in Africa. L’accordo fu un altro trionfo delle autorità rivoluzionarie. Non solo l’RCC espulse le basi straniere, ma aveva drasticamente posto fine alla sua dipendenza militare da Gran Bretagna e Stati Uniti; la Gran Bretagna aveva perso la posizione di principale fornitore dell’esercito e della marina libici, e gli Stati Uniti vennero spodestati dal ruolo di primo contraente dell’aviazione libica. Avviando l’acquisto di armi dalla Francia, il RCC aveva un maggiore margine di manovra nel perseguire i propri obiettivi nazionalisti […] Le autorità rivoluzionarie riuscirono nel loro obiettivo più importante: spezzare la morsa militare britannica e statunitense sulla Libia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora