Delusioni trotzkiste: ossessionati da Stalin, vedono ovunque rivoluzioni tradite

Diana Johnstone, Consortium News, 4 maggio 2018Il problema di certi trotzkisti è che sempre “supportano” le rivoluzioni altrui, secondo Diana Johnstone. La loro ossessione per la rivoluzione permanente alla fine da un alibi alla guerra permanente.
Incontrato per la prima volta dei trotzkisti nel Minnesota mezzo secolo fa, nel movimento contro la guerra del Vietnam. Ne apprezzai l’abilità nell’organizzare dimostrazioni contro la guerra e il coraggio nel definirsi “comunisti” negli Stati Uniti d’America, una professione di fede che non gli permise le carriere riuscite delle controparti intellettuali in Francia. Così iniziai il mio attivismo politico con simpatia per il movimento. A quei tempi erano in netto contrasto con l’imperialismo USA, ma questo cambiò. La prima cosa che s’impara sul trotskismo è che è diviso in tendenze rivali. Alcuni rimangono coerenti critici della guerra imperialista, in particolare chi scrive per il World Socialist Web Site (WSWS). Altri, tuttavia, hanno tradotto lo slogan trotskista della “rivoluzione permanente” (trasformare la rivoluzione borghese in operaia) nella speranza che ogni rivolta di minoranze nel mondo sia segno della tanto attesa rivoluzione mondiale, specialmente quelle che hanno l’approvazione dei media mainstream. Più che deplorare l’intervento USA, rimproverano Washington di non intervenire subito a nome della presunta rivoluzione. Un articolo dell’International Socialist Review (numero 108, 1 marzo 2018) intitolato “Rivoluzione e controrivoluzione in Siria” indica in modo profondo come il trotskismo si rovini, tanto da meritare una critica. Poiché l’autore, Tony McKenna, scrive bene e con evidente convinzione, questo è un forte esempio della mentalità trotskista. McKenna inizia con una appassionata denuncia del regime di Bashar al-Assad che, dice, risponde a un gruppo di bambini che semplicemente scrissero dei graffiti su un muro “picchiandoli, bruciandoli, strappandogli le unghie”. La fonte di tale macabra informazione non viene data. Non ci furono testimoni oculari di tale sadismo, e il cui estremismo molto somiglia molto a propaganda di guerra; ai tedeschi che mutilavano bambini belgi nella Prima guerra mondiale.

Il problema delle fonti
Si solleva il problema delle fonti. Ci sono molte fonti che accusano il regime di Assad, su cui McKenna parla liberamente, indicando che non scrive su osservazioni personale, non più di quanto faccia io. Chiaramente, è fortemente disposto a credere nel peggio e persino a ricamarci in qualche modo. Accetta e sviluppa con certezza la teoria secondo cui Assad ha rovinato la buona rivoluzione liberando i prigionieri islamisti che continuavano ad avvelenarla col loro estremismo. L’idea che Assad abbia infettato la ribellione col fanatismo islamista è nella migliore delle ipotesi basate non sui fatti ma le intenzioni, invisibili. Ma ciò viene presentato come prova inconfutabile della perversa malvagità di Assad. Tale interpretazione degli eventi viene combaciata perfettamente con l’attuale dottrina occidentale sulla Siria, tanto che è impossibile distinguerli. In entrambe le versioni, l’occidente non è altro che uno spettatore passivo, mentre Assad gode del sostegno di Iran e Russia. “Molto è stato fatto col supporto imperiale occidentale ai ribelli nei primi anni della rivoluzione. Questo è stato, in effetti, un perno ideologico prima degli interventi militari iraniani e poi russi prendendo le parti del governo di Assad. Tali interventi furono inquadrati nello spirito della retorica anticoloniale in cui Iran e Russia pretesero di aiutare uno Stato assediato, in balia del rapace imperialismo occidentale che cercava di frantumare il Paese secondo l’appetito del governo degli Stati Uniti e del Fondo Monetario Internazionale“, secondo McKenna. Chi è la “causa ideologica?” Non certo della Russia, certamente, la cui linea nelle prime fasi dell’intervento non era denunciare l’imperialismo occidentale, ma appellarsi all’occidente e specialmente agli Stati Uniti per aderire alla lotta all’estremismo islamista. Né Russia né Iran “inquadrarono l’intervento nella retorica anticoloniale“, ma come lotta all’estremismo islamista dalle radici wahhabite.

Alleanza organica USA-Israele
In realtà, un'”inquadratura” molto più pertinente dell’intervento occidentale, tabù nel mainstream e persino a Mosca, è che il sostegno occidentale ai ribelli armati in Siria proveniva da Israele per distruggere i nemici regionali. Le nazioni del Medio Oriente attaccate dall’occidente, Iraq, Libia e Siria, sembrano essere o furono le ultime roccaforti del nazionalismo arabo laico a sostegno dei diritti palestinesi. Ci sono alcune ipotesi alternative alle motivazioni occidentali: oleodotti, atavismo imperialista, desiderio di suscitare l’estremismo islamista per indebolire la Russia (la mossa Brzezinski), ma nulla è coerente come l’alleanza organica tra Israele e Stati Uniti, e i loro aiutanti della NATO. È notevole il fatto che nel lungo articolo (circa 12 mila parole) sulla guerra in Siria, McKenna menzioni Israele solo una volta (a parte una nota in calce che cita fonti israeliane). E tale citazione paragone israeliani e palestinesi a vittime della propaganda di Assad: il governo siriano “ha usato i mass media per calunniare i manifestanti, per presentare la rivoluzione come caos orchestrato da sovversivi interessi internazionali (israeliani e palestinesi ne erano implicati nel ruolo do infiltrati stranieri)”. Alcun’altra menzione d’Israele, che occupa il territorio siriano (le alture del Golan) e bombarda la Siria ogni volta che vuole. Solo una, innocua menzione d’Israele. Ma tale articolo del trotskista menziona Stalin, stalinisti e stalinismo non meno di ventidue volte. E che dire dell’Arabia Saudita, l’alleato d’Israele nel distruggere la Siria e indebolire l’Iran? Due menzioni, che implicitamente negato questo fatto notorio. L’unica menzione negativa accusa l’impresa familiare saudita per aver investito miliardi nell’economia siriana nella fase neoliberale. Ma lungi dall’accusare l’Arabia Saudita del sostegno ai gruppi islamisti, McKenna ritrae la Casa dei Saud come vittima dell’ostilità dello SIIL. Chiaramente, tale è l’illusione trotskista da vedere la rivoluzione russa ovunque, per sempre repressa da un nuovo Stalin. Assad è paragonato a Stalin più volte.

Più parole su Stalin che la Siria
Questo articolo trotskista parla più contro Stalin che della Siria. Tale ossessione non porta all chiara comprensione degli eventi, che non sono la rivoluzione russa. E anche su tale copione, qualcosa non va. I trotskisti continuano a desiderare una nuova rivoluzione, proprio come la rivoluzione bolscevica. Sì, ma la rivoluzione bolscevica portò allo stalinismo. Non gli dice nulla? Non è del tutto possibile che la tanto desiderata “rivoluzione” possa risultare altrettanto grave in Siria, se non peggio (i jihadisti conquistano il Paese)? Nella storia, rivolte, insurrezioni, rivolte accadono continuamente e di solito finiscono con la repressione. La rivoluzione è rara. È più un mito che una realtà, soprattutto perché certi trotzkisti tendono a immaginarla col popolo che avvia un unico grande sciopero generale, scacciando gli oppressori dal potere e istituendo la democrazia popolare. È mai successo? Per talti trotzkisti, ciò appare il modo naturale con cui le cose dovrebbero accadere, impedito solo dai cattivi che lo rovinano per cattiveria. Oggi, le rivoluzioni riuscite sono state nei Paesi del Terzo Mondo, dove la liberazione nazionale dalle potenze occidentali fu un potente motore emotivo. Le rivoluzioni riuscite hanno un programma che unifica popolo e leader personificando le aspirazioni della popolazione. Socialismo o comunismo erano soprattutto un grido di battaglia che significava indipendenza e “modernizzazione”, in effetti ciò che la rivoluzione bolscevica si rivelò. Se la rivoluzione bolscevica diventò stalinista, forse fu anche perché un forte leader repressivo era l’unico modo per salvarla dai nemici interni ed esterni. Non ci sono prove che, se avesse sconfitto Stalin, Trotskij sarebbe stato più tenero di cuore. Paesi profondamente divisi ideologicamente ed etnicamente, come la Siria, non sono suscettibili a “modernizzazione” senza un forte governo. McKenna riconosce che all’inizio il regime di Assad ha in qualche modo riscattò la sua natura repressiva con la modernizzazione e le riforme sociali. Questa modernizzazione fu beneficiata da aiuti e commercio russi, persi quando l’Unione Sovietica crollò. Sì, c’era il blocco sovietico che nonostante l’incapacità di attuare la rivoluzione mondiale come sosteneva Trotskij, sostenne lo sviluppo dei nuovi Paesi indipendenti.

Niente scuse per Bashar
Se il padre di Bashar, Hafiz al-Assad, avesse avuto una legittimità rivoluzionaria agli occhi di McKenna, non ci sono scuse per Bashar. “Nel contesto del neoliberalismo globale, in cui tutti i governi attuarono forme pronunciate di deregolamentazione e sovrintesero allo smantellamento delle industrie statali da parte del capitale privato, il governo di Assad rispose alle crescenti contraddizioni nell’economia siriana dimostrandosi capace di marciare al ritmo degli investimenti esteri e dimostrando la volontà di tagliare i sussidi a lavoratori e agricoltori“. Il neoliberismo impoverisce le campagne, creando una situazione che giustifica la “rivoluzione”. Questo è piuttosto sorprendente, se ci si pensa. Senza il blocco sovietico, praticamente il mondo intero fi costretto a conformarsi alle politiche neoliberali anti-sociali. Inclusa la Siria. Questo rende Bashar al-Assad molto più cattivo di ogni altro leader conforme alla globalizzazione guidata dagli Stati Uniti? McKenna conclude citando Louis Proyect: “Se ci schieriamo dalla parte sbagliata delle barricate nella lotta tra i poveri rurali e oligarchi in Siria, come possiamo dare leadership alla lotta di classe negli Stati Uniti, Gran Bretagna o altro Paese capitalista avanzato?” Si potrebbe capire. Non dovrebbe tale rivoluzionario marxista dire: “Se non possiamo sconfiggere gli oligarchi in occidente, responsabili del neoliberismo imposto al resto del mondo, come possiamo dare una leadership alla lotta di classe in Siria?” Il problema con tali trotzkisti è che sempre “supportano” le rivoluzioni più o meno immaginarie altrui. Dicono sempre agli altri cosa devono fare. Loro sanno tutto. Il risultato pratico di tale verbosità è semplicemente allineare tale trotskismo all’imperialismo degli Stati Uniti. L’ossessione per la rivoluzione permanente fornisce un alibi ideologico alla guerra permanente. Per il bene della pace e del progresso nel mondo, Stati Uniti e i loro involontari sostenitori trotskisti dovrebbero tornarsene a casa a farsi gli affari loro.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La caduta di Sarkozy: vendetta di Gheddafi e della Libia

John Wight, Sputnik 30.03.2018

Nientemeno che Giulio Cesare ci ricorda che “la fortuna, il cui potere è molto grande in tutti i campi, ma in particolare in guerra, spesso provoca grandi sovversioni con una leggera piega dell’equilibrio“.
La saggezza delle parole dell’imperatore più famoso e illustre di Roma, un uomo il cui stesso nome è sinonimo di potere, è confermata dalla piega di Nicolas Sarkozy, ex-presidente della Repubblica francese che invoca ignominia con la notizia dell’accusa di corruzione e traffico d’influenza. In particolare, è accusato di aver tentato di subornare il giudice che conduce l’inchiesta sulla sua campagna presidenziale del 2007, riguardante le illegalità elettorali. L’annuncio che le autorità francesi hanno deciso di accusare l’ex-presidente di reati in materia arrivava rivelando un’altra inchiesta avviata per l’accusa a Sarkozy di aver accettato milioni donati illegalmente da Muammar Gheddafi per finanziarne la cosa del 2007 per la presidenza. Esaminando questa svolta degli eventi, insisto perché mi si conceda un momento per rallegrarmi alla prospettiva della caduta di tale piccolo avventuriero opportunista. Un uomo che, una volta entrato nella società francese come un meccanico furbo che si gode per una settimana la guida della Bentley di un cliente, spacciandosene per il proprietario. Atteggiamento di un Sarkozy archetipo del mezzo-uomo, ben noto nella destra politica. Chiamatelo kismet, karma, il fatto che Muammar Gheddafi sarà il nome che accompagnerà Sarkozy in prigione se dovesse scontare la prigione, appare giustizia poetica. Perché raggiunto dalla tomba in cui il corpo violentato e massacrato riposa da qualche parte nel vasto deserto della Libia, l’ex-leader libico ora è sulla giusta via nel rovinare il francese. Il destino della Libia nel 2011 sarà per sempre un atto d’accusa contro la politica estera occidentale. Conferma il ruolo della NATO come strumento dell’imperialismo occidentale, sganciando “bombe democratiche” su un Paese nordafricano assediato e coinvolto dai fumi di una primavera araba che era già riuscita a rimuovere le dittature filo-occidentali in Tunisia e in Egitto. La rivolta in Libia, emanata a Bengasi, nell’est del Paese, fu presentata in occidente come rivoluzione contro un dittatore brutale e per la democrazia e la libertà. L’intervento della NATO, dal marzo 2011 sotto gli auspici della Risoluzione ONU 1973, si basava sull’affermazione secondo cui le forze di Gheddafi, avvicinandosi a Bengasi per annullare la rivolta, ebbero direttive dal leader libico a non mostrare “alcuna pietà” pere i residenti della città. Tuttavia, tale versione fu confutata. In un articolo del Boston Globe nell’aprile 2011, Alan J. Kuperman scrisse: “L’avvertimento ad ‘alcuna misericordia’ del 17 marzo aveva come bersaglio solo i ribelli, come riportato dal New York Times, che osservò che il leader libico promise l’amnistia a ‘chi gettava via le armi“. Gheddafi persino offrì ai ribelli una via di fuga col confine aperto con l’Egitto, per evitare una lotta “fino alla fine”. Arrivando al carattere specifico di tale rivoluzione libica, nell’agosto 2011 la BBC confermò che “gli islamisti vi giocarono un ruolo importante“. In particolare, il capo islamista Abdalhaqim Bilhaj, ex-capo della consociata libica di al-Qaida, il gruppo combattente islamico libico (LIFG), fu una figura chiave dell’insurrezione del 2011. Per inciso, sotto la direzione di Bilhaj, il LIFG tentò di assassinare Gheddafi tre volte negli anni ’90, prima che il gruppo fosse schiacciato dalle forze di sicurezza del Paese nel 1998.
In realtà, piuttosto che intervenire per proteggere i civili, come previsto dalla risoluzione ONU 1973, la NATO intervenne a fianco dell’insurrezione degli islamisti, aderenti alla stessa ideologia abbracciata da chi commise le atrocità terroristiche dell’11 settembre negli Stati Uniti, del 7/7 a Londra, di Madrid nel 2006, insieme a una litania di altri simili attentai in Europa e Stati Uniti, di cui allora erano l’avanguardia. Questa verità colloca l’apparizione ormai famigerata di Sarkozy in Libia nel settembre 2011 in un contesto schiacciante. L’allora presidente francese scese sul Paese in compagnia dell’omologo inglese David Cameron crogiolandosi tra l’adulazione delle folle lanciando banalità su illuminismo e libertà. Certamente, l’entusiasmo di Cameron e Sarkozy per l’intervento militare nel 2011 non aveva a che fare con la democrazia, per niente, ma con la prospettiva di assicurarsi contratti petroliferi che sarebbero stati messi in palio dalla “nuova Libia”. Perché, non pensarci. Sette anni dopo, la Libia è un Paese impantanato in conflitti, e le promesse fatte al suo popolo di un domani migliore, nate dalle labbra di Sarkozy e Cameron insieme a Obama e Clinton, si sono rivelare come il più crudele degli scherzi. L’ex-presidente della Francia ora ha un appuntamento col destino sotto forma di processo per corruzione e seconda indagine sulle frodi finanziarie elettorali che coinvolgono lo stesso Muammar Gheddafi, che lo portarono ad attuarne la più macabra fine. In tali occasioni, Shakespeare è indispensabile: “Il corvo gracidante urla vendetta”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il Qatar rafforza i legami militari e commerciali con la Russia

Firas al-Atraqchi, The BRICS Post, 26 marzo 2018Segnalando la crescente influenza di Mosca in Medio Oriente, per la seconda volta in due anni, l’emiro del Qatar incontrava il Presidente Vladimir Putin per discutere di cooperazione bilaterale e sforzi congiunti per affrontare le crisi nel mondo, nonché vedere le vie per cooperare nei mercati dell’energia. La visita dell’emiro Tamim bin Hamad al-Thani a Mosca coincide con il trentesimo anniversario dell’istituzione dei legami Qatar-Russia e arriva nel momento in cui il Qatar cerca di uscire dall’isolamento regionale in seguito alla rottura dei rapporti con Bahrayn, Egitto, Libia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Yemen. Lo sceicco Tamim sottolineava il ruolo significativo e strategico che la Russia svolge nel mondo arabo e in Medio Oriente “Avete relazioni storiche coi Paesi del mondo arabo… notiamo il ruolo che svolgete nel risolvere i problemi di certi nostri Paesi”, aveva detto Tamim nel primo incontro con Putin. I rapporti tra i due Paesi sono notevolmente migliorati negli ultimi due anni; funzionari di diversi ministeri si sono scambiate le visite in entrambi i Paesi numerose volte. Prima, Qatar e Russia ebbero aspri contrasti sul conflitto in Siria. Il Qatar dichiarò pubblicamente di voler rimuovere il Presidente Bashar al-Assad, mentre la Russia appoggiava il leader siriano diplomaticamente, economicamente e militarmente. Si prevede che Putin discuterà della fine diplomatica della guerra in Siria con la controparte del Qatar. Il peso della Russia nel Golfo Persico è in ascesa. Il Qatar ultima i negoziati per l’acquisto di avanzati sistemi di difesa antimissile russi S-400 e i due Paesi hanno discusso di cooperazione militare. Una mossa cruciale per la Russia, in quanto il Qatar ospita la più grande base militare degli USA all’estero, il Centcom. Mentre la Russia potrebbe vedere il Qatar come partner nel porre fine alla guerra in Siria, Doha probabilmente cercherà aiuto da Mosca per porre fine all’isolamento nel Golfo. Mosca è rimasta finora neutrale nella disputa araba, ma ha forti relazioni con Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. I due Paesi hanno anche lavorato su una posizione comune sui mercati del petrolio e del gas dopo il drastico calo del 2014 dei prezzi del petrolio.

Embargo arabo
Sebbene i sei Paesi arabi citassero presunti legami del Qatar con le reti terroristiche per la rottura diplomatica, ciascuno l’ha fatto per ragioni diverse. Il governo yemenita appoggiato dall’Arabia Saudita ha dichiarato di aver deciso di rompere i rapporti col Qatar perché aveva legami con “gruppi” che sostengono gli sciiti huthi. Gli esperti dicono che col termine “gruppi” ci si riferisce al sostegno dell’Iran agli huthi. Da parte sua, l’Egitto ha a lungo accusato il Qatar di sostenere il gruppo bandito dei Fratelli musulmani, sostenendo sia dietro a molti attentati nel Paese. Gli Emirati Arabi Uniti hanno anche accusato il Qatar di appoggiare la Fratellanza musulmana, che hanno classificato come minaccia alla sicurezza. Nel febbraio 2014, l’infuocato religioso islamista Yusuf al-Qaradawi, ospite della TV al-Jazeera, attaccò verbalmente agli Emirati Arabi Uniti per il sostegno al governo egiziano dopo la cacciata del presidente dei Fratelli musulmani Muhamad Mursi. Gli Emirati Arabi Uniti chiesero al Qatar di esiliare il religioso, ma Doha si rifiutò. Negli stessi anni, forse quale presagio del futuro, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrayn ritirarono i loro ambasciatori da Doha dopo che il Qatar non onorò l’accordo di sicurezza comune del novembre 2013 che includeva l’impegno a cessare il sostegno alla Fratellanza musulmana e a non ospitare figure dell’opposizione nel Golfo.

L’asso nella manica della Russia
Le ambizioni del Qatar di diventare attore regionale e globale furono domate negli ultimi anni. L’approccio “soft power” al controllo del Medio Oriente gli si è ritorto contro nei Paesi da secoli esperti nell’arte machiavellica della costruzione imperiale e della manipolazione dei delegati. Allo stesso tempo, l’aggressivo arrivo della Russia nel disordine mediorientale alterava non solo la narrativa regionale, ma anche le realtà sul campo. Le forze anti-Assad persero terreno contro Esercito arabo siriano ed Hezbollah, e le aree occupate da al-Qaida e Stato islamico furono ridotte a meno del sei per cento del Paese. Mentre la Russia distrugge le armi acquistate da Qatar e Arabia Saudita, gli Stati Uniti sembrano ritirarsi dal pantano siriano, nonostante le proteste sunnite. Come allo stesso sceicco Tamim bin Hamad al-Thani piace sottolineare, il Qatar è un membro pacifico delle nazioni che collaborerà cogli alleati statunitensi e occidentali per allontanare il Medio Oriente dall’orlo del caos e del collasso, accusando la comunità internazionale di non sostenere i giovani arabi nella ricerca di democrazia, giustizia e sicurezza economica. Un rimprovero a Stati Uniti ed occidente per non aver fatto di più per abbattere il regime di Assad. Nel frattempo, il Qatar spera di attirare la Russia con lucrosi accordi energetici, permettendo alle società russe di stipulare accordi per lo sviluppo del gas e volendo che i produttori russi investano sempre più nel Qatar.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Interferenze criminali in Libia da parte di Italia, Turchia e Qatar

Libyan War The Truth 25/2/2018Italia, Qatar e Turchia sostengono apertamente i terroristi in Libia. Queste attività sono atti criminali contro l’umanità e sono crimini di guerra internazionali. Il popolo libico ha sofferto sotto le milizie (terroristi) e altri mercenari infiltrati nel Paese con la guerra illegale iniziata sotto falsa bandiera nel 2011. Se tali terroristi venivano lasciati a se stessi, le grandi tribù della Libia (tutti i popoli libici) li avrebbero rimossi purificando il Paese e riportando stabilità e sovranità da anni. Ma non era il piano dei criminali sionisti del Nuovo Ordine Mondiale (Clinton, Obama, Cameron, Sarkozy, Qatar, Turchia, ecc.). Il loro piano è la distruzione della Libia, il furto di tutte le risorse libiche. La Libia era completamente solvibile, senza debiti, con 500 miliardi nelle riserva europea e federale, molte tonnellate di oro, argento, metalli preziosi e enormi quantità di petrolio. Questo era il suo crimine, non averli sotto il controllo dei banchieri sionisti (Rothschilds, ecc.) Con la loro moneta legale e senza debiti verso FMI, Banca Mondiale o altre banche controllate da Rothchild. Gheddafi stava creando una valuta basata sull’oro per tutta l’Africa perché capiva le attività criminali dei banchieri e il loro piano del debito per controllare il mondo col dollaro fasullo. La creazione del Dinaro d’oro per l’Africa fu ciò che lo fece uccidere.
Negli ultimi anni l’Italia ha lentamente inviato soldati in terra libica. Non è legale, né voluto dal popolo libico. È già abbastanza grave che invadano la Libia illegalmente ma, peggio ancora, si sono schierati coi terroristi contro il popolo libico. Ancora una volta, l’Italia dimostra la propria corruzione preoccupando la Libia. L’Italia collabora col governo fantoccio illegittimo delle Nazioni Unite di Saraj a Tripoli, un governo di terroristi. L’Italia invia anche truppe a Misurata, sede delle peggiori milizie criminali in Libia. La scorsa settimana, Derna, nell’est della Libia, veniva assediata dall’Esercito nazionale libico, la ragione è la patria dell’islam radicale in Libia ed è piena di terroristi, molti dei quali ricercati dalle autorità mondiali. L’esercito egiziano ha iniziato a bombardare i noti nascondigli di questi terroristi a Derna. Questo aiuta il popolo libico nella lotta per ripulire il Paese e anche aiuta a proteggere l’Egitto dai terroristi che l’attraversano. Con un atto di estrema arroganza, il governo italiano ha contattato quello egiziano chiedendogli di smettere di attaccare Derna. Ha detto all’Egitto che non era autorizzato a bombardare in Libia. Chi diavolo pensa di essere l’Italia? Non ha il controllo della Libia, e non è certamente responsabili dell’Egitto e del suo diritto di proteggere il proprio popolo. Questa è l’arroganza degli italiani che lavorano per i sionisti passandogli la Libia per una caramella, essendo al verde e disperatamente bisognosi di derubare ancora le ricchezze della Libia. Ovviamente gli italiani devono schierarsi coi mercenari terroristi perché i libici li butterebbero fuori se potessero scegliere
Per chi non sa cosa fece l’Italia in Libia in passato…
La storia dei crimini di guerra italiani contro il popolo libico è orrenda. C’è un eccellente film realizzato anni fa, intitolato il “Leone del Deserto”, con Anthony Quinn. (scaricabile qui). Questo film fu realizzato nel 1981 ed è la storia di Omar Muqtar, un grande eroe libico che combatté l’esercito fascista di Mussolini nel deserto. Il film è vicino a fatti storici. L’Italia non poteva combattere i beduini nel deserto; perdeva, e così Mussolini inviò uno spietato capo militare (Graziani. NdT) che pose il filo spinato nel deserto, uccidendo persone e animali. Imprigionò tutti i libici nei campi di concentramento e ne uccise molti per fame e sete. Quando l’Italia finì in Libia, rimasero vivi solo 250000 cittadini libici. Dopo di che l’Italia occupò la Libia, prendendosi terra, beni, città, ecc. Si costruirono ville e case estive. Il popolo libico non era autorizzato a possedere terra ed era schiavo dei ricchi italiani. Nel 1969, la Libia era il Paese più povero dell’Africa, cogli italiani che rubavano la ricchezza della Libia e Stati Uniti, Regno Unito e Francia che ne prendevano il petrolio. Il Regno Unito piazzò un vecchio re dispotico (i libici non ne ha mai avuti) e ne fu il burattino. Il salario medio di un libico era 60 dinari all’anno. Questo portò il colpo di Stato incruento (Rivoluzione di al- Fatah del 1969) delle grandi tribù della Libia allontanando il Paese da ladri ed occupanti illegali. Dal 1969 alla rivoluzione fasulla sotto falsa bandiera della NATO e alla guerra illegale, la Libia divenne il Paese più sviluppato e ricco d’Africa. Questo sotto la guida di Muamar al-Qadafi.
Ora Qatar e Turchia sostennero la destabilizzazione della Libia dall’inizio della falsa bandiera del 2011. Il Qatar è un Paese piccolo con risorse limitate ma grande appetito. È sede della più grande base militare degli Stati Uniti nel mondo e ospita i più grandi campi di addestramento per terroristi mercenari. Il Qatar cercò avidamente di rubare le risorse della Libia per anni ed approfittò dell’aiuto offerto da Hillary Clinton nel 2011 unendosi nell’attacco alla Libia. Finora il Qatar sostiene apertamente i terroristi e le milizie islamiste che occupano la Libia e opprimono il popolo libico. Il Qatar arma e finanzia apertamente le milizie criminali in Libia e impedisce intenzionalmente al legittimo popolo libico di controllare i propri governo e terra. Questi sono atti di guerra e crimini contro l’umanità in quanto tali milizie sono spietate, prendendo libertà e denaro del popolo libico. La Turchia arma, finanzia e invia mercenari in Libia ogni giorno. La Turchia è ora casa e rifugio di tutti i principali terroristi del mondo. Bilhaj, fondatore del Libya Islamic Fighting Group, nota organizzazione terroristica, vive felicemente in Turchia godendo dei miliardi che ha rubato alla Libia e usa l’LIFG per controllare Tripoli; e sempre pianifica il terrorismo nel mondo. Tripoli è ora sede di alcuni dei peggiori estremisti islamici, che lavorano con LIFG, governo fantoccio delle Nazioni Unite di Saraj e milizie di Misurata di Hillary Clinton. Tripoli è controllata da tali milizie terroristiche. Gli abitanti di Tripoli vivono in una prigione, sono controllati e maltrattati da tali milizie armate. Non c’è governo ma solo i dittatori terroristici che derubano dalla Libia e abusano del popolo libico ogni giorno. Ancora una volta, il sostegno della Turchia a terrorismo e corruzione in Libia è un crimine contro l’umanità e contro tutte le leggi internazionali.
A proposito di crimini contro l’umanità, va fatta una dichiarazione sulla tribù dei Tawargha. Una tribù libica di colore, rimasta senza case per mano dalle milizie di Misurata (terroristi) che distrussero le loro città negli ultimi 7 anni. Il 1° febbraio 2018 è il giorno in cui tutta la Libia (incluso il governo fantoccio) decise che i Tawargha tornino a case. Naturalmente, non vi è alcun rispetto per lo Stato di diritto quando bande e milizie controllano il Paese. Di conseguenza, la tribù dei Tawargha viaggiò per rientrare casa per centinaia di miglia nel deserto, ma prima che raggiungesse le proprie case, le milizie di Misurata bloccarono le strade e non li lasciò passare. Ora, dal 1° febbraio, circa 60000 uomini, donne e bambini vivono nel deserto senza acqua, cibo o rifugio. Il mondo chiude gli occhi su tali atrocità mentre i media favoriscono le milizie di Misurata che compiono tale terrorismo. Dimostrando ancora una volta che chi ha preso la Libia con la forza, ha distrutto il Paese e continua a mantenere uno Stato fallito è la stessa Cabala del Nuovo Ordine Mondiale Sionista che controlla i media in tutto il mondo. Non si basano all’umanità, si preoccupano solo della loro agenda, Paesi, famiglie e vite distrutti sono solo danni collaterali accettabili. Le Grandi Tribù della Libia lavorano ogni giorno per ripulire il Paese da tali intrusi e terroristi. Il popolo libico non è estremista, odia l’Islam radicale, quindi è un bersaglio dei radicali. Le tribù lavoreranno per una nuova elezione quest’anno, una in cui un nuovo governo e un nuovo leader saranno eletti dal popolo libico (non piazzato con la forza delle Nazioni Unite o dai sionisti). Dei circa 5 milioni di libici legittimi, oltre 3,5 milioni sono ora registrati per votare. Questa è la stragrande maggioranza della popolazione adulta. Tribù e popolo libici non hanno perso la volontà di ottenere sovranità e libertà. Sanno che è un compito difficile quando i terroristi che occupano il Paese sono sostenuti ogni giorno da altri Paesi. Sanno che hanno bisogno di aiuto anche dall’estero perché sono stati appositamente esclusi dai loro fondi e dalla capacità di acquistare armi (embargo dell’ONU dal 2011). Le grandi tribù della Libia hanno bisogno di più voci che gridino al mondo l’ingiustizia commessa ogni giorno nel loro Paese con le interferenze illegali di altri Paesi. Hanno bisogno di aiuto per liberare il proprio Paese (e il mondo) dai terroristi in Libia. Guardano ai vicini per l’aiuto perché anch’essi sono minacciati dagli stessi mercenari terroristi e rivolgono gli occhi alla madre Russia, che vedono come forse l’unico Paese giusto per chi ha perso Paese nei continui crimini della Cabala sionista del Nuovo ordine mondiale.Traduzione di Alessandro Lattanzio

AFRICOM: un gigantesco spreco di denaro

Wayne Madsen SCF 26.02.2018Il Comando Africa degli USA (AFRICOM), creato nel 2007 per rivaleggiare con le controparti della struttura militare geopolitica, Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) e Comando Meridionale (SOUTHCOM), come versione moderna della Compagnia delle Indie Orientali inglese assegnata a un continente, si è rivelato un gigantesco fallimento e spreco totale di denaro dei contribuenti. L’AFRICOM, a differenza degli equivalenti a Tampa, Miami, Honolulu e Stoccarda, non è mai riuscito ad avere un proprio quartier generale ma è stato costretto a condividerlo a Stoccarda con l’US European Command (EUCOM). AFRICOM si trova nelle Kelley Barracks, l’ex-quartier generale del 5° comando trasmissioni della Luftwaffe nazista. L’AFRICOM non ha responsabilità sull’Egitto, che ricade sotto l’egida del CENTCOM. Sebbene alcuni Paesi africani offrissero il quartier generale all’AFRICOM, la maggioranza dei membri dell’Unione Africana si oppose alla presenza militare statunitense permanente nel continente africano. Un luogo pianificato era vicino la città portuale di Tan Tan, nel sud del Marocco, al confine con l’ex-colonia spagnola del Sahara Occidentale, occupata dai marocchini. In realtà, Tan Tan è posta strategicamente tra due ex-colonie spagnole, Sahara occidentale e l’ex-enclave spagnola di Ifni. I piani abortiti per la base di Tan Tan furono spinti tra il servizio d’intelligence militare e la Direzione Generale per la Sicurezza Estera (DGED) del Marocco e l’Ufficio della Difesa dell’ambasciata USA a Rabat. L’opzione della base in Marocco, che sarebbe costata 50 miliardi di dollari per costruirla e avviarla, fu sostituita da un sistema d’invio truppe e personale di supporto statunitense in vari Paesi africani coi compiti temporanei di istruttori, costruzione di impianti ed intelligence. Tra le responsabilità dell’AFRICOM vi sono le “operazioni di stabilità” in Africa, che il Pentagono cita come “missione militare centrale statunitense”. Tale missione è sostenuta dalla presenza di ciò che il Pentagono chiama Cooperative Security Locations o “ninfee”, magazzini nascosti di armi, veicoli e altro materiale spesso integrati da nuovi aeroporti che possono ospitare velivoli militari e droni. Le ninfee (Lily pads) sono state costruite in Algeria, Botswana, Burkina Faso, Camerun, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Gabon, Ghana, Kenya, Liberia, Mali, Mauritania, Namibia, Niger, Nigeria, Sao Tome e Principe, Senegal, Seychelles , Sierra Leone, Somalia, Tunisia, Uganda e Zambia. Ci fu la proposta che AFRICOM istituisse un comando nel Golfo di Guinea degli Stati Uniti a Sao Tome. Il comando sarebbe stato responsabile della protezione delle compagnie petrolifere statunitensi che operano nella regione. Sebbene il comando del Golfo di Guinea non sia mai stato istituito, AFRICOM conduce l’Obangame Express annuale, che comprende l’addestramento alla sicurezza marittima delle forze di Angola, Benin, Camerun, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Congo, Gabo, Gabon, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Guinea equatoriale, Liberia, Marocco, Nigeria, Senegal, Sierra Leone, Sao Tome e Principe e Togo.
Sebbene l’AFRICOM abbia l’incarico di condurre “operazioni di stabilità”, ci sono prove che si sia impegnato a fomentare colpi di Stato militari in Africa. Nel 2009, un gruppo di ufficiali della Guinea che tentò di assassinare il presidente della Guinea, capitano Moussa Dadis Camara, stava operando su ordine delle Forze Speciali assegnate al Comando Africa degli USA (AFRICOM) e al personale dell’intelligence militare francese. Lo stesso Camara prese il potere con un colpo di Stato nel dicembre 2008 dopo la morte del presidente Lansana Conte. Apparentemente Camara aveva firmato un accordo con la Cina affinché quella nazione ricevesse i contratti minerari sulla bauxite delle aziende statunitensi e francesi con la promessa che la Cina avrebbe raffinato la bauxite costruendo una fabbrica di alluminio in Guinea. Statunitensi e francesi esportavano la bauxite grezza per fonderla all’estero. L’offerta dei cinesi di fondere la bauxite in Guinea, con la promessa di lavori ben pagati per la nazione povera, era troppo per Francia e Stati Uniti e un “golpe” fu ordinato contro Camara, usando gli elementi delle forze armate guineane addestrati dall’AFRICOM in Guinea, Germania e Stati Uniti. L’Agenzia per la sicurezza nazionale, l’agenzia di spionaggio delle informazioni (SIGINT) di punta degli USA aveva investito centinaia di milioni di dollari per addestrare all’intercettazione in numerose lingue, anche africane. AFRICOM gestiva un programma di formazione ridondante e bilingue che rispecchiava il programma del NSA. AFRICOM spese milioni inutilmente duplicando la NSA nell’addestramento nelle lingue Bemba, Bete, Ebira, Fon, Gogo, Kalenjin, Kamba, Luba-Katanga, Mbundu/Umbundu, Nyanja, Sango, Sukuma, Tsonga/Tonga, Amarico, Dinka, Somalo, Tigrinya e Swahili. Questo è solo uno dei tanti esempi di come l’AFRICOM sia un completo spreco di denaro con sforzi duplicanti quelli di altre agenzie ed enti governativi. La morte per strangolamento il 4 giugno 2017 a Bamako, in Mali, del sergente dei berretti verdi dell’esercito statunitense Logan Melgar per mano di due Navy SEALs, tutti schierati sotto il comando di AFRICOM, era legato alla scoperta di Melgar che i due della Marina intascavano i fondi ufficiali utilizzati da AFRICOM per pagare gli informatori nel Paese dell’Africa occidentale. La frode è un altro esempio della cultura del malaffare presente tra le fila dell’AFRICOM. Tale disaffezione è nota dal 2012 quando il primo capo di AFRICOM, generale William “Kip” Ward, fu degradato da generale a tenente-generale. Si scoprì che Ward usò la sua posizione al vertice di AFRICOM per “spese non autorizzate” e “viaggi lussuosi”, tra cui un soggiorno al Ritz-Carlton Hotel di McLean, in Virginia, al Fairmont Hamilton Princess Hotel nelle Bermuda e al Waldorf-Astoria Hotel di New York. Ward viaggiò con la moglie e tredici assistenti diverse volte, in Burkina Faso, Senegal, Ruanda, Madagascar, Namibia (dove Ward soggiornò al Windhoek Country Club), Gibuti, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo, Uganda e Francia con solo alcuni giorni dell’itinerario riservati agli affari ufficiali. In alcuni viaggi, Ward accettò cene da uomini d’affari che cercavano contratti con AFRICOM.
Le manovre annuali dell’AFRICOM portano titoli come African Lion, Flintlock, Cutlass Express, Unified Accord, Phoenix Express, Unified Focus, Justified Accord e Shard Accord. Tali esercitazioni implicano milioni di dollari in spese di viaggio e alloggio, offrendo ogni opportunità di frode, spreco e abuso commessi dal primo comandante dell’AFRICOM. Nell’ottobre 2017, quattro membri dell’esercito statunitense furono uccisi dalle forze ribelli presso il villaggio Tongo-Tongo in Niger. Il Pentagono non ha mai spiegato che tipo di “addestramento” stessero svolgendo coi militari nigerini. Nel febbraio 2016, il personale delle forze speciali dell’AFRICOM si ritrovò sotto attacco terroristico islamista all’Hotel Radisson Blu di Bamako. Il mese precedente, altro personale delle forze speciali dell’AFRICOM fu visto mentre una cellula terrorista islamista attaccò l’Hotel Splendid e il vicino ristorante Cappuccino di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, di proprietà ucraina. Gli attacchi a Bamako e Ouagadougou erano simili alla destabilizzazione effettuati dalle forze di destra e fasciste nell’Europa occidentale durante la Guerra Fredda. Gli attacchi “false flag” furono attribuiti a gruppi di sinistra, ma erano orchestrati da Central Intelligence Agency e NATO nell’ambito dell’operazione Gladio e relativi programmi segreti. L’AFRICOM è una copertura del Pentagono per proteggere gli interessi economici degli Stati Uniti in Africa e garantire che i governi africani aderiscano alla linea filo-USA. Tuttavia, AFRICOM viene eclissata dalla crescente influenza della Cina in Africa, accolta con favore da molte nazioni africane. L’ingresso del “soft power” cinese in Africa fa dell’AFRICOM un ulteriore spreco di denaro.Traduzione di Alessandro Lattanzio