Il Qatar dietro la strage di Tunisi

Uno dei terroristi di Tunisi, era un attivista di al-Nahda
Karim Zmerli Tunisie Secret 19 marzo 2015

Si chiamava Sabar Qashnawi, in questa foto accanto ad Abdalfatah Muru, attuale Vicepresidente dell’Assemblea Nazionale! Tale spettacolare attacco terroristico, che ha ucciso 23 persone, tra cui 18 turisti europei, avrebbero potuto essere evitato se certi quadri del ministero degli Interni avessero preso sul serio le informazioni fornitegli da un esperto di computer tunisino, esiliato in Francia.

7585833-11711322Il terrorista di al-Nahda Sabar Qashnawi con l’islamista “moderato” Abdalfatah Muru, attuale vicepresidente dell’Assemblea Nazionale. Foto scattata a Tunisi nel 2012.

Sabar Qashnawi e Yasin Labidi, i due individui che hanno guidato l’azione terroristica al Bardo e sono stati eliminati dalla polizia, erano entrambi originari di Sabatla nel governatorato di Qasarin. Amin Salama, giovane esperto d’informatica specializzato in cyber-terrorismo, li seguiva da mesi, come molti altri terroristi. Sono tornati dalla Libia meno di tre mesi fa, precisamente il 28 dicembre 2014, per nascondersi ad al-Tahrir, non lontano da Tunisi, presso un fruttivendolo dello stesso gruppo, l’Uqba Ibn Nafa, un nome diversivo perché tale cellula e i due terroristi uccisi, in realtà aderivano ad Ansar al-Sharia guidata da Sayfalah bin Hasin, alias Abu Iyadh. Entrambi i terroristi, insieme ad altri due complici ancora in libertà, si erano meticolosamente preparati all’azione. Dalla città Ibn Qaldun in cui Yasin Labidi si trovava, presero la metropolitana per il Bardo. Entrarono nel palazzo del Bardo dalla porta posteriore incustodita. Il loro primo obiettivo era l’Assemblea Nazionale, confinante con il museo. Contrariamente a quanto è stato detto da tutti i media, tra cui Tunisie Secret, non indossavano uniformi militari. Visti dai militari e dagli elementi della brigata responsabile della protezione dei VIP a guardia l’Assemblea nazionale, gettarono una granata e aprirono il fuoco. Dopo aver subito la replica delle forze di sicurezza, corsero nel parcheggio del Museo Bardo, dove immediatamente spararono su due autobus di turisti appena arrivati. In quel momento vi fu il maggior numero di morti e feriti. Presero in ostaggio alcuni turisti già rifugiati nel museo, poi liberati abbastanza rapidamente dalle forze speciali. Risultato immediato dell’azione terroristica: 23 morti, tra cui 18 turisti, di cui due francesi e 50 feriti alcuni dei quali in gravi condizioni. Tra le vittime Najat, tunisina madre di tre figli che lavorava al museo, e Ayman Morjan, un agente della polizia.
Tale spettacolare azione terroristica si sarebbe potuta evitare se certi quadri del ministero dell’Interno avessero preso sul serio i tracciati di Amin Salama degli ultimi due mesi. Ciò si sarebbe potuto evitare se la legge antiterrorismo del 2003 fosse stata in vigore e se i terroristi di ritorno dalla jihad in Siria e Iraq fossero stati neutralizzati una volta in Tunisia. Dopo un soggiorno nei campi di addestramento libici supervisionati da Qatar e Turchia, Sabar Qashnawi andò a combattere in Siria. Ciò che non è stato detto nei media è che Sabar Qashnawi era un militante di al-Nahda, relativizzando la dichiarazione di Rashid Ghanushi che condanna l’attentato “con cui volevano minare la giovane democrazia tunisina“! Anche il Qatar è stato il primo Paese a condannare l’attentato! Peggio, due anni fa l’islamista “moderato” Sabar Qashnawi posava con l’islamista “molto moderato” Abdalfatah Muru, che recentemente ha visitato il Gran Mufti della NATO e supremo imam del jihadismo transnazionale Yusif Qaradawi, padre spirituale del precedente e attuale emiro del Qatar. Casualmente la pagina facebook di Sabar Qashnawi è scomparsa poche ore dopo l’attentato. Non poteva averla disattivata lui dato che era già morto e identificato dalla polizia. Quindi è evidente che gli attivisti di al-Nahda hanno rimosso la compromettere pagina facebook. Purtroppo per loro, gli scienziati informatici di Tunisie Secret hanno avuto il tempo di registrarne informazioni e immagini contenute, tra cui quelle sul pranzo di Sabar Qashnawi con Abdalfatah Muru, pubblicate qui.

Rashid Ghanushi e Abdalfatah Muru

Rashid Ghanushi e Abdalfatah Muru

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’alleato di al-Qaida di Washington ora capo del SIIL in Libia

Eric Draitser New Eastern Outlook 09/03/2015salah_badi_belhaj_nouh_terroristspptxLa rivelazione secondo cui l’alleato degli Stati Uniti Abdalhaqim Belhadj è ora capo del SIIL in Libia non dovrebbe sorprendere chi ha seguito la politica degli Stati Uniti in quel Paese e nella regione. Illustra per l’ennesima volta Washington aiutare e sostenere proprio quelle forze che sostiene di combattere in tutto il mondo. Secondo le ultime notizie, Abdalhaqim Belhadj è ormai saldamente il comandante che organizza la presenza del SIIL in Libia. Le informazioni provengono da un anonimo funzionario dell’intelligence statunitense, che ha confermato che Belhadj sostiene e coordina i centri di addestramento del SIIL in Libia orientale, presso Derna, zona a lungo nota come focolaio del jihadismo. Anche se non può sembrare una storia importante, il capo terrorista di al-Qaida e del SIIL, Belhadj, dal 2011 viene aiutato da Stati Uniti e NATO che lo raffiguravano come coraggioso “combattente per la libertà” alla testa dei camerati amanti della di libertà contro il “tirannico despota” Gheddafi, le cui forze di sicurezza catturarono e imprigionarono molti membri del Gruppo combattente islamico libico (LIFG), tra cui Belhadj. Belhadj servì la causa degli Stati Uniti in Libia così bene che lo si vide ricevere riconoscimenti dal senatore John McCain, che definiva Belhadj e i suoi seguaci, eroi. Inizialmente fu premiato dopo la caduta di Gheddafi con l’incarico di comandante militare di Tripoli, anche se fu costretto a piegarsi al “governo di transizione”, politicamente più appetibile, che poi evaporò nel Paese devastato dalla guerra caotica. La vicenda delle attività terroristiche di Belhadj include “successi” come la collaborazione con al-Qaida in Afghanistan e Iraq e, naturalmente, la sua utilità nel furioso assalto sponsorizzato da USA-NATO alla Libia che, tra l’altro, provocò la strage di libici neri e di chiunque sospettato di far parte della Resistenza Verde (i fedeli alla Libia guidata da Gheddafi). Anche se i media aziendali hanno cercato di presentare Belhadj come martire per le presunte torture nel programma di estrazione della CIA, il fatto inevitabile è che ovunque vada lascia una violenta scia sanguinosa. Mentre molte di tali informazioni sono note, ciò che è di fondamentale importanza è collocare questa notizia nel contesto politico adeguato, illustrando chiaramente come gli Stati Uniti erano e continuano ad essere il principale patrono degli estremisti dalla Libia alla Siria e oltre, e che tutte le chiacchiere sui “ribelli moderati” sono solo retorica volta ad ingannare un pubblico ottuso.

Il nemico del mio nemico è mio amico… fino a prova contraria
belhadj-cia-2ynjgt4yagea05ii11kowa Ci sono ampie prove documentate dell’associazione di Belhadj con al-Qaida e relativo terrorismo nel mondo. Diversi rapporti ne evidenziano l’esperienza in combattimento in Afghanistan e altrove, e lui stesso s’è vantato di aver ucciso truppe statunitensi in Iraq. Tuttavia, fu in Libia nel 2011 che Belhadj divenne il volto dei “ribelli” che cercavano di rovesciare Gheddafi e il governo legale della Libia. Come il New York Times riferiva: “Il Libia, ma fu uno dei suoi più potenti capi, guidando una fazione jihadista agguerrita che costituiva l’avanguardia della guerra contro Gheddafi. Da nessuna parte ciò fu più chiaramente dimGruppo combattente islamico libico fu costituito nel 1995 con l’obiettivo di cacciare il Colonnello Gheddafi. Spinti in montagna o in esilio dalle forze di sicurezza libiche, i membri del gruppo furono tra i primi a unirsi alla lotta contro le forze di sicurezza di Gheddafi… Ufficialmente il gruppo di combattimento non esiste più, ma gli ex-membri combattono sotto la guida di Abu Abdullah Sadiq (alias Abdalhaqim Belhadj)”. Quindi, non solo Belhadj partecipò alla guerra USA-NATO contro la ostrato che quando il Gruppo combattente islamico libico (LIFG) prese il comando dell’attacco al compound di Gheddafi a Bab al-Aziziya. A tal proposito, il LIFG ebbe intelligence e probabilmente sostegno tattico dai servizi segreti e dall’esercito statunitensi. Le nuove informazioni sull’associazione di Belhadj con il SIIL così improvvisamente globalmente rilevante, rafforzano certamente la tesi che questo autore, tra gli altri, fece nel 2011, secondo cui la guerra USA-NATO alla Libia fu condotta da gruppi terroristici apertamente e tacitamente sostenuti da servizi segreti e forze armate degli USA. Inoltre, s’integra con altre informazioni emerse negli ultimi anni, informazioni che illuminano come gli Stati Uniti sfruttano per i propri scopi geopolitici uno dei focolai terroristici più attivi nel mondo. Secondo le ultime notizie, Belhadj è direttamente coinvolto nel supporto ai centri di addestramento del SIIL a Derna. Naturalmente Derna dovrebbe essere ben nota a chiunque segua la Libia dal 2011, perché la città, insieme a Tobruq e Bengasi, fu tra i centri del reclutamento di terroristi anti-Gheddafi fin dai primi giorni della “rivolta” e per tutto il fatidico 2011. Ma Derna era già nota come luogo dell’estremismo. In un importante studio del 2007 intitolato “Combattenti stranieri di al-Qaida in Iraq: Un primo sguardo ai Dati Sinjar” del Combating Terrorism Center presso l’Accademia militare degli USA di West Point, gli autori osservavano che: “Quasi il 19 per cento dei combattenti nei Dati Sinjar provenivano dalla sola Libia. Inoltre, la Libia ha inviato molti più combattenti in proporzione ad ogni altra nazionalità, secondo i Dati Sinjar, compresa l’Arabia Saudita… L’aumento apparente di reclute libiche in viaggio verso l’Iraq può essere collegato al rapporto sempre più collaborativo del Gruppo combattente islamico libico (LIFG) con al-Qaida, culminato nell’adesione ufficiale del LIFG ad al-Qaida, il 3 novembre 2007… Le città cui spesso i combattenti chiamavano erano Darnah (Derna), in Libia e Riyadh, in Arabia Saudita, con 52 e 51 combattenti rispettivamente. Derna con una popolazione di poco più di 80000 abitanti, rispetto a Riyadh di 4,3 milioni, ha di gran lunga il maggiore numero pro capite di combattenti secondo i Dati Sinjar”. Quindi, la comunità militare e d’intelligence degli Stati Uniti sapeva da quasi un decennio (forse più) che Derna era il lungo, direttamente o indirettamente controllato dai jihadisti del LIFG, e che la città era terreno di reclutamento primario del terrorismo in tutta la regione. Naturalmente, tali informazioni sono vitali se comprendiamo il significato geopolitico e strategico dei campi di addestramento del SIIL a Derna associati al famigerato Belhadj. Ciò ci porta a tre conclusioni correlate ed altrettanto importanti. In primo luogo, Derna ancora una volta fornisce i combattenti della guerra terroristica condotta in Libia e nella regione, con l’obiettivo evidente della Siria. In secondo luogo i centri di addestramento a Derna sono supportati e coordinati da un noto agente degli Stati Uniti. E in terzo luogo, la politica degli Stati Uniti di sostegno ai “ribelli moderati” è solo una campagna di pubbliche relazioni volta a convincere gli statunitensi (e gli occidentali in generale), che non sostengono il terrorismo, nonostante tutte le prove contrarie.

Il mito dei “ribelli moderati”
Le notizie su Belhadj e SIIL non vanno considerate a sé stanti. Piuttosto, sono un’ulteriore prova che la nozione “moderati” sostenuta dagli Stati Uniti è un insulto all’intelligenza degli osservatori politici e del pubblico in generale. Per più di tre anni Washington ha strombazzato il suo sostegno ai cosiddetti ribelli moderati in Siria, una politica che in vari momenti ha coperto gruppi terroristici come le Brigate al-Faruq (note per il cannibalismo) e Hazam (“Determinazione”) sotto la grande “tenda moderata”. Sfortunatamente per propagandisti e guerrafondai assortiti statunitensi, tali gruppi insieme a molti altri, si sono uniti volontariamente o forzatamente a Jabhat al-Nusra e SIIL. Recentemente, molte segnalazioni indicavano defezioni in massa di fazioni dell’esercito libero siriano presso il SIIL, portandosi con sé le armi avanzate fornite dagli USA, assieme ai ragazzi-immagine della politica di Washington, il citato gruppo Hazam, ora parte di Jabhat al-Nusra, la filiale di al-Qaida in Siria. Naturalmente si tratta solo di alcuni dei tanti esempi di gruppi affiliatisi al SIIL o ad al-Qaida in Siria, tra cui Liwa al-Faruq, Liwa al-Qusayr e Liwa al-Turqman. Ciò che è chiaro è che Stati Uniti ed alleati, nella loro ricerca infinita del cambio di regime in Siria, sostengono apertamente gli estremisti ora fusisi formando la minaccia terroristica globale di SIIL, Nusra e al-Qaida. Ma naturalmente ciò non è una novità, come l’episodio Belhadj in Libia dimostra inequivocabilmente. L’uomo che una volta era di al-Qaida era divenuto”moderato” e “nostro uomo a Tripoli”, è ormai diventato il capo del minaccioso SIIL in Libia. Così anche “i nostri amici” diventano nostri nemici in Siria. Niente di tutto questo dovrebbe sorprendere alcuno. Ma forse John McCain dovrebbe rispondere ad alcune domande sui suoi vecchi legami con Belhadj e i “moderati” in Siria. Obama dovrebbe spiegare perché il suo “intervento umanitario” in Libia è diventato un incubo umanitario nel Paese, e nell’intera regione? La CIA, ampiamente coinvolta in tali operazioni, farà chiarezza sul suo sostegno e sul ruolo svolto nel fomentare tale caos? Dubito che tali domande saranno mai poste da qualche media aziendale. Proprio come dubito che risposte verranno mai date da coloro, a Washington, le cui decisioni hanno creato la catastrofe. Quindi, chi è fuori dalla propaganda aziendale dovrà rispondere a tali domande ed impedire che la dirigenza sopprima le nostre voci… e la verità.

blhj_wmkynEric Draitser è un analista geopolitico indipendente di New York City, fondatore di StopImperialism.org ed editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook” .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Abdalhaqim Belhadj, capo del SIIL in Libia

Nebil Ben Yahmed, Tunisie Secret 24 febbraio 2015

In una nota inviata all’Interpol, il procuratore generale dell’Egitto Hisham Baraqat ha presentato un mandato contro Abdalhaqim Belhadj e trenta altri criminali egiziani, tunisini e quwaitiani presunti appartenenti al SIIL. Secondo la legge egiziana, il terrorista libico Belhadj è anche accusato di essere il vero capo del SIIL nel Maghreb.

belhadj_2196832bCome abbiamo recentemente scritto il 16 febbraio, in un articolo sul fratello musulmano Recep Tayyip Erdogan, Abdalhaqim Belhadj è stato istruito dai servizi turchi e qatarioti a trasferire parte dei mercenari del SIIL in Libia per preparare la destabilizzazione di due Stati nel mirino degli strateghi della “primavera araba”: Egitto e Algeria.

Algeria ed Egitto, obiettivi del SIIL
Tale estesa operazione ultrasegreta è iniziata nell’ottobre 2014, con il trasferimento con aerei cargo e navi da guerra di materiale, autoveicoli 4×4 e combattenti dal fronte siriano-iracheno. La loro nuova missione, sancita dagli statunitensi, è aprire due nuovi fronti sui confini tra Egitto e Libia e tra Algeria e Libia. Ciò perché nell’amministrazione degli Stati Uniti, non essendo più l’Egitto alleato affidabile, alcuni falchi non disperano dal reinsediare al potere i Fratelli musulmani egiziani, tanto più che il fortunato cambio con l’avvento di Abdalfatah al-Sisi ha completamente compromesso il nuovo ordine statunitense in tutta la regione. Riguardo l’Algeria, non c’è dubbio che rimane padrona del suo petrolio e gas naturale. L’esercito algerino è consapevole del pericolo, ma alcuni vicini a Butefliqa pensano che moltiplicando le concessioni agli statunitensi, l’Algeria non verrà destabilizzata.

A cosa gioca la Tunisia?
I due Paesi che eseguono e supervisionano per conto degli Stati Uniti tale importante operazione sono Turchia e Qatar. La Tunisia che finge neutralità ne è anche coinvolta. Vi sono diversi indizi del coinvolgimento. In primo luogo, la residenza del famigerato terrorista Abdalhaqim Belhadj, non è in Libia ma in Tunisia, più precisamente a Djerba, con una cellula nel cuore di Tunisi. In secondo luogo, il governo tunisino non ha gradito l’ultimo attacco dell’Aeronautica egiziana contro posizioni del SIIL, rimuginando che la Tunisia preferisce una soluzione politica alla crisi libica. Nella riunione della Lega araba in cui il rappresentante egiziano accusava l’omologo del Qatar di sostenere il terrorismo, la Tunisia ha preso una posizione chiara contro altri attacchi egiziani in Libia. In terzo luogo, 48 ore dopo il bombardamento delle posizioni del SIIL dall’aeronautica egiziana, si apprendeva che 40 tonnellate di farmaci furono inviate in Libia. Secondo Muhamad Sahbi Juyni, segretario generale del Sindacato Nazionale delle forze di sicurezza tunisine, parlando il 18 febbraio sul canale televisivo Hiwar al-Tunisi, “di sicuro sono state inviate 40 tonnellate di farmaci nella città libica di Zintan”, aggiungendo di temere che il dono fosse destinato a finanziare gruppi terroristici e chiedendo al governo di portare il caso in tribunale. Isam Darduri l’ha confermato dando maggiori dettagli. Nonostante le spiegazioni confuse di Munir Qsiqsi, comandante della Guardia nazionale, le 40 tonnellate di farmaci furono effettivamente consegnate alle milizie di Belhadj per inviarle ai barbari del SIIL. Peggio, non era un regalo, ma un ordine negoziato da un potente affarista tunisino in ottimi rapporti con al-Nahda e Nida Tunis, e pagato da Abdalhaqim Belhadj, in possesso di metà dei beni libici all’estero, oltre ad aver derubato le banche libiche dopo l’assassinio di Gheddafi.

SIIL creazione turco-qatariota
Nel prendere tale posizione, la Tunisia è coerente con la politica degli Stati Uniti, che sono anche contrari ad ogni azione militare contro il SIIL in Libia, e per una buona ragione: il SIIL non è un miracolo divino ma una creazione turco-qatariota coperta dagli Stati Uniti. Il SIIL è la sintesi tra al-Qaida e al-Nusra, creata appositamente per distruggere la Siria ed Hezbollah e indebolire l’Iran. Secondo il comandante Husim al-Awaq, ex-ufficiale dell’intelligence militare siriana unitosi all’opposizione e capo del gruppo degli “ufficiali liberi” dell’ELS, Turchia e Stati Uniti non hanno mai ha sostenuto l’Esercito libero siriano, ma solo SIIL e Jabhat al-Nusra. “Abbiamo tre basi in Siria, mentre il SIIL ne ha 20 e al-Nusra 5, tutti finanziate dall’organizzazione turca Marmara“, ha detto. Da parte sua, il generale Wesley Clark, ex-comandante delle forze militari della NATO in Europa dal 1997 al 2001, ha recentemente affermato in un’intervista alla CNN che “lo Stato islamico (l’organizzazione taqfirista SIIL) è stato istituito con finanziamento dei nostri amici e alleati, tra cui Turchia e Qatar… al fine di combattere fino all’ultimo contro Hezbollah“.

Il SIIL perseguito dall’Egitto
Secondo al-Arabiya, il procuratore generale egiziano Hisham Baraqat, via Interpol ha lanciato un mandato contro Abdalhaqim Belhadj e trenta altri criminali egiziani, tunisini e quwaitiani presunti appartenenti al SIIL. Secondo la legge egiziana, il terrorista libico Abdalhaqim Belhadj è anche accusato di essere il vero capo del SIIL in Maghreb. Dei cinquanta terroristi ricercati, la metà sono cittadini tunisini, tra cui Brahim al-Madani, Abdarahman Suyhli, Haytham Tajuri, Usama Salabi, Adal Tarouni, Salahudin bin Umran, Salah Uarfli, Ahmad Zaui, Sadoq Gariani, Abdalwahab Gayad, Qalid Sharif, Ali Salabi, Ajmi Atri, Abdalbasat Azuz, Harun Shahibi, Umar Qadraui, Fradj Suyhli… In una dichiarazione al giornale tunisino al-Sarih del 24 febbraio 2015, il portavoce dell’esercito libico Ahmad Masmari affermava l’esistenza di un campo di addestramento del SIIL a Sabrata, 50 km dal confine tunisino. Quindi non vi sono solo Derna e Sirte sotto il controllo dei barbari e mercenari del SIIL. La diffusione di tale tumore è così rapida che prefigura un caos totale in Libia e di certo la sua partizione futura in diversi micro-Stati. Se il governo tunisino crede di uscirsene ospitando Abdalhaqim Belhadj, ex-luogotenente di Usama bin Ladin divenuto dopo la distruzione della Libia uomo di punta e capo occulto del SIIL del Maghreb, commette un crimine contro il popolo tunisino e un chiaro tradimento di Algeria ed Egitto. Giocando con il fuoco, può bruciarsi per prima. Tatawin, Zarzis, Gabis e Madanin possono finire sotto il “califfato” del SIIL prima di Marsa Matruh in Egitto e dei Wilaya Illizi e Djanet in Algeria!

201210152165194734_20Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’esercito ucraino riceve carri armati dalla NATO?

Steven Laack, Indymedia, 02/02/2015

Francia e Germania premono per il cessate-il-fuoco tra Ucraina e Novorossija, su istigazione di Washington, perché le forze armate ucraine seno esaurite e la NATO non può intervenire, fisicamente. A Parigi e a Berlino, Washington ha affidato il compito di salvare sia il governo golpista di Gladio a Kiev, che l’immagine da ‘superpotenza’ della NATO, già devastata dai fallimenti in Georgia, Libia e Siria. NdT519401Alcuni giorni prima apparvero informazioni sull’imbarco di carri armati T-72A aggiornati a bordo di un aereo da trasporto ucraino An-225 Mriya nell’aeroporto ceco. Oggi, con i media che occultano la cosa, suggerisco di dover approfondire la vicenda. Ora, una foto del 26 gennaio dell’aeroporto della Repubblica ceca Janacek ad Ostrava è apparsa su internet, mostrando il carico di 4 carri armati T-72A riparati su un velivolo ucraino An-225 Mriya. Secondo la versione ufficiale, i carri armati dovevano essere consegnati alla Nigeria. Il governo della Nigeria aveva siglato un contratto con la società Excalibur Army. Nonostante i rappresentanti della società si siano precipitati a smentire le voci sull’invio di armamenti in Ucraina, sembra che i T-72A non siano giunti a destinazione in Africa e “siano andati persi” da qualche parte in Ucraina. Qui le mie ragioni per dimostrarlo.
In primo luogo, secondo i dati il velivolo da trasporto consuma carburante per 15,9 tph volando alla velocità massima di 850 km/h con un carico massimo di 250000 kg. Il che significa che non può volare per più di 2 ore. Ora, calcoliamo i 4 carri armati pesanti 43 tonnellate ciascuno, senza sistemi di difesa dinamica e munizioni. Gli equipaggiamenti per la difesa dinamica, da montare dopo il previsto aggiornamento del carro armato, pesano 1600 kg (5,3 kg – è il peso di un contenitore separato, senza supporti). Probabilmente le attrezzature per la difesa dinamica e altre attrezzature furono caricate separatamente in qualche pallet speciale. Insomma, abbiamo circa 178 tonnellate (e in realtà, credo, dovremmo aggiungervi un paio di tonnellate, tenuto conto delle altre attrezzature). Quindi, il velivolo ucraino poteva rimanere in volo per 3 ore circa, il 27 gennaio, non sufficienti per trasportare i carri armati in Africa (la distanza da Ostrava ad Abuja, capitale della Nigeria, è di 4630 km e ci vorrebbero non meno di 6 ore di volo per coprirli) bene, si consideri che l’An-225 non ha effettuato alcuna sosta per il rifornimento di carburante (almeno secondo le informazioni disponibile su FlightRadar).

map1In secondo luogo, vi sono persone che hanno visto l’An-225 a Dnepropetrovsk il 27 gennaio.
Potete vedere vividamente sulla mappa che la distanza tra Ostrava e Dnepropetrovsk è di 1230 km.

mapL’An-225 alla velocità di crociera di 850 km/h può coprila in un’ora e mezza o così. Ciò fa pensare. Voglio dire erano solo quei carri armati che il Mriya ha consegnato in realtà? Mi è balenato in mente che l’esercito ucraino ha molto bisogno di munizioni, essendone gravemente carente. Sarebbe del tutto logico supporre che tutto lo spazio a bordo dell’An-225 sia stato occupato proprio da tale tipo di carico. Vi sono molti depositi ex-sovietici in Ungheria e Repubblica Ceca, con scorte di razzi, proiettili, cartucce e altre cose utili per le forze armate e la Guardia nazionale dell’Ucraina. In terzo luogo, soldati ucraini esprimerono gioia quando arrivarono le nuove attrezzature militari aggiornate dagli specialisti cechi (sic!). Infine, su internet è apparso il documento comprovante la versione della mistificazione nigeriana. In realtà, nella lettera del ministro della Difesa ucraino Stepan Poltorak all’omologo ceco, esprimeva gratitudine per la consegna di attrezzature militari e assistenza militare e tecnica.

letter1È interessante notare che la stessa Excalibur Army, che avrebbe inviato i T-72A aggiornato in Africa, è menzionata nel testo. E a coronare il tutto, l’assenza di dati adeguati su rotta e destinazione finale dell’UR-82060 sembra molto sospetta. È possibile utilizzare FlightRadar per vedere se sia davvero così. Così si scopre che, a parte le dichiarazioni della società ceca, non vi sono dati su rotta e coordinate del volo del Mriya.
Tenendo presente tutto questo, alcune conclusioni preliminari possono essere già tratte.
1. L’Europa ha iniziato o continua ad inviare armi, pesanti in particolare, in Ucraina.
2. La junta di Kiev è in preda alla disperazione, perché non ha più armamenti propri. Neanche blindati, e gli ultimi non sono giunti in Iraq. Le autorità ucraine possono solo dotare poche unità mobilitate con armi appropriate.
3. La leadership di UE e NATO fa vigorosamente pressione sulle strutture commerciali di certi Stati europei per spingerle a cooperare con Kiev.
Ecco qual’è la situazione attualmente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’età d’oro delle operazioni nere: le forze speciali degli USA sono presenti in 150 nazioni

Tyler Durden, Zerohedge 2/2/2015

jsoc-sub-commands
USSpecOpsCmdDUI[1]Il seguente articolo è ciò che volevo evidenziare da oltre una settimana, ma le notizie erano così travolgenti che semplicemente non ne ho avuto la possibilità, finora. Avendo spese molto tempo a cercare di capire il mondo, mi stupisco sempre di ciò che leggo. Mentre i lettori abituali di questo sito sono ben consapevoli di come aggressivo e irresponsabile sia l’impero USA, distribuendo risorse militari all’estero, credo che parte delle seguenti informazioni, li renderanno ancora più inquieti.
Dall’articolo di Nick Turse sull’Huffington Post: The Golden Age of Black Ops:
Durante l’anno fiscale che si è concluso il 30 settembre 2014, le forze delle operazioni speciali (SOF) statunitensi erano presenti in 133 Paesi, circa il 70% delle nazioni del pianeta. Secondo il tenente-colonnello Robert Bockholt, ufficiale delle relazioni pubbliche del Comando Operazioni Speciali (SOCOM). Nell’arco di tre anni le forze d’élite del Paese erano attive in più di 150 Paesi nel mondo conducendo missioni che vanno dai raid notturni alle esercitazioni. E quest’anno potrebbe essere record. Solo un giorno prima del raid fallito che pose fine alla vita di Luke Somers, solo 66 giorni dall’inizio dell’anno fiscale 2015, le truppe d’élite statunitensi avevano già messo piede in 105 nazioni, circa l’80% del totale nel 2014. Nonostante dimensioni e scopi, tale guerra segreta globale in gran parte del pianeta è ignota alla maggior parte degli statunitensi. A differenza della debacle di dicembre nello Yemen, la stragrande maggioranza delle Special Ops rimane completamente nell’ombra, nascosta al controllo esterno. In realtà, a parte modeste informazioni divulgate attraverso fonti altamente selezionate dai militari, fughe ufficiali della Casa Bianca, SEALs con qualcosa da vendere e qualche primizia raccolta da giornalisti fortunati, le operazioni speciali statunitensi sono mai sottoposte a un esame significativo, aumentando le probabilità di ripercussioni impreviste e conseguenze catastrofiche. “Il comando è allo zenit assoluto. Ed è davvero un periodo d’oro per le operazioni speciali“. Queste sono le parole del generale Joseph Votel III, laureato a West Point e Army Ranger, quando assunse il comando della SOCOM lo scorso agosto. E non credo che sia la fine, anzi. Come risultato della spinta di McRaven a creare “una rete globale interagenzie di alleati e partner delle SOF“, ufficiali di collegamento delle Operazioni Speciali, o SOLO, sono ora incorporati nelle 14 principali ambasciate degli USA per aiutare a consigliare le forze speciali di varie nazioni alleate. Già operano in Australia, Brasile, Canada, Colombia, El Salvador, Francia, Israele, Italia, Giordania, Kenya, Polonia, Perù, Turchia e Regno Unito, e il programma SOLO è pronto, secondo Votel, ad espandersi in 40 Paesi entro il 2019. Il comando, e soprattutto il JSOC, ha anche forgiato stretti legami con Central Intelligence Agency, Federal Bureau of Investigation e National Security Agency, tra gli altri. La portata globale del Comando Operazioni Speciali si estende anche oltre, con più piccoli ed più agili elementi che operano nell’ombra, dalle basi negli Stati Uniti alle regioni remote del sud est asiatico, dal Medio Oriente agli austeri avamposti nei campi africani. Dal 2002, SOCOM è stato anche autorizzato a creare proprie task force congiunte, una prerogativa normalmente limitata ai comandi combattenti più grandi come CENTCOM. Si prenda ad esempio la Joint Special Operations Task Force-Filippine (JSOTF-P) che, al suo apice, aveva circa 600 effettivi statunitensi a sostegno delle operazioni di controterrorismo dagli alleati filippini contro gruppi di insorti come Abu Sayyaf. Dopo più di un decennio trascorso combattendo quel gruppo, i numeri sono diminuiti, ma continua ad essere attivo mentre la violenza nella regione rimane praticamente inalterata.
L’Africa è, infatti, diventato un luogo importante per le oscure missioni segrete degli operatori speciali statunitensi. “Questa particolare unità ha fatto cose impressionanti. Che si trattasse di Europa o Africa, assumendovi una serie di contingenze, avete tutti contribuito in modo assai significativo“, aveva detto il comandante del SOCOM, generale Votel, ai membri del 352.mo Gruppo Operazioni Speciali presso la loro base in Inghilterra, lo scorso autunno. Un’operazione di addestramento clandestina delle Special Ops in Libia implose quando milizie o “terroristi” fecero irruzione due volte nella base sorvegliata dai militari libici, e saccheggiarono grandi quantità di apparecchiature avanzate e centinaia di armi, tra cui pistole Glock e fucili M4 statunitensi, così come dispositivi di visione notturna e laser speciali che possono essere visti solo da tali apparecchiature. Di conseguenza, la missione fu abbandonata assieme alla base, che fu poi rilevata da una milizia. Nel febbraio dello scorso anno, le truppe d’élite si recarono in Niger per tre settimane di esercitazioni militari nell’ambito di Flintlock 2014, una manovra antiterrorismo annuale che riuniva le forze di Niger, Canada, Ciad, Francia, Mauritania, Paesi Bassi, Nigeria, Senegal, Regno Unito e Burkina Faso. Diversi mesi dopo, un ufficiale del Burkina Faso, addestratosi all’antiterrorismo negli Stati Uniti nell’ambito del Joint Special Operations presso l’Università del SOCOM nel 2012, prese il potere con un colpo di Stato. Le operazioni delle forze speciali, invece, continuano. Alla fine dello scorso anno, per esempio, nell’ambito del SOC FWD dell’Africa occidentale, i membri del 5° battaglione del 19.mo Gruppo Forze Speciali collaboravano con le truppe d’élite marocchine per l’addestramento in una base presso Marrakesh. Lo schieramento in nazioni africane, però, avviene entro la rapida crescita delle operazione all’estero del Comando delle Operazioni Speciali. Negli ultimi giorni della presidenza Bush, sotto l’allora capo del SOCOM, ammiraglio Eric Olson, le forze speciali sarebbero state dispiegate in circa 60 Paesi. Nel 2010 in 75, secondo Karen DeYoung e Greg Jaffe del Washington Post. Nel 2011, il portavoce del SOCOM, colonnello Tim Nye, disse a TomDispatch che il totale sarebbe stato 120 Paesi entro la fine dell’anno. Con l’ammiraglio William McRaven, in carica nel 2013, l’allora maggiore Robert Bockholt disse a TomDispatch che il numero era salito a 134 Paesi. Sotto il comando di McRaven e Votel nel 2014, secondo Bockholt, il totale si ridusse leggermente a 133 Paesi. Il segretario alla Difesa Chuck Hagel aveva osservato, tuttavia, che sotto il comando di McRaven, dall’agosto 2011 all’agosto 2014, le forze speciali erano presenti in più di 150 Paesi. “In effetti, SOCOM e tutti i militari degli Stati Uniti sono più che mai impegnati a livello internazionale, in sempre più luoghi e in una sempre più ampia varietà di missioni“, ha detto in un discorso nell’agosto 2014.
us_spec_ops-m Il SOCOM ha rifiutato di commentare la natura delle missioni o i vantaggi dell’operare in tante nazioni. Il comando non farà neanche il nome di un solo Paese in cui le forze delle operazioni speciali USA sono state dispiegate negli ultimi tre anni. Uno sguardo ad alcune operazioni, esercitazioni ed attività rese pubbliche, però, dipinge un quadro di un comando in costante ricerca di alleanze in ogni angolo del pianeta. A settembre, circa 1200 specialisti e personale di supporto statunitensi si unirono alle truppe d’élite di Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Finlandia, Gran Bretagna, Lituania, Norvegia, Polonia, Svezia, Slovenia nell’esercitazione Jackal Stone, dedicata a tutto, dai combattimenti ravvicinati alle tattiche da cecchino, dalle piccole operazioni su imbarcazione a missioni di salvataggio degli ostaggi. Per i capi delle Black Ops degli USA, il mondo è tanto instabile quanto interconnesso. “Vi garantisco che ciò che succede in America Latina influisce su ciò che accade in Africa occidentale, ciò che interessa l’Europa meridionale riguarda ciò che accade nel sud-ovest asiatico“, ha detto l’anno scorso McRaven a Geolnt, un incontro annuale dei dirigenti dell’industria spionistica con i militari. La loro soluzione all’instabilità interconnessa? Più missioni in più nazioni, in più di tre quarti dei Paesi del mondo, sotto il mandato di McRaven. E la scena sembra destinata ad ulteriori operazioni simili in futuro. “Vogliamo essere ovunque“, ha detto Votel a Geolnt. Le sue forze sono già sulla buona strada nel 2015. “La nostra nazione ha aspettative molto alte dalle SOF“, ha detto agli operatori speciali in Inghilterra lo scorso autunno. “Si rivolgono a noi per missioni molto dure in condizioni molto difficili“. Natura e sorte della maggior parte di quelle “missioni dure” tuttavia, rimangono ignote agli statunitensi. E Votel a quanto pare non è interessato a far luce. “Mi dispiace, ma no“, fu la risposta di SOCOM alla richiesta di TomDispatch per un colloquio con il capo delle operazioni speciali sulle operazioni, in corso e future. In realtà, il comando rifiutò di mettere qualsiasi personale a disposizione per una discussione di ciò che fa in nome degli USA e con i dollari dei contribuenti. Non è difficile indovinarne il motivo. Attraverso una combinazione abile di spavalderia e segretezza, fughe ben piazzate, abili marketing e pubbliche relazioni, coltivazione della mistica del superman (con un ciuffo dalla torturata fragilità di lato) e di estremamente popolari e pubbliciazzatti assassinii mirati, le forze speciali sono diventate le beniamine della cultura popolare statunitense, mentre il comando continua a vincere a Washington il pugilato sul bilancio. Ciò è particolarmente evidenziato da ciò che realmente accade sul campo: in Africa, armamento ed equipaggiamento di militanti e addestramento di un golpista; in Iraq, le forze d’elite statunitensi implicate in torture, distruzione di case, uccisione e ferimento di innocenti; in Afghanistan stessa storia, con ripetute segnalazioni di civili uccisi; mentre in Yemen Pakistan, e Somalia è lo stesso. E questo è solo una minima parte degli errori delle Special Ops. Quindi non solo il pubblico statunitense non ha idea di cosa succeda, ma ciò spesso finisce in un disastro. Vedasi più sotto.
Dopo più di un decennio di guerre segrete, sorveglianza di massa, un numero imprecisato di incursioni notturne, detenzioni ed omicidi, per non parlare di miliardi su miliardi di dollari spesi, i risultati parlano da soli. Il SOCOM ha più che raddoppiato le dimensioni e il segreto JSOC sarebbe grande quasi quanto il SOCOM nel 2001. Dal settembre di quell’anno, 36 nuovi gruppi terroristici sono nati, tra cui divesre succursali, propaggini e alleati di al-Qaida. Oggi, tali gruppi ancora operano in Afghanistan e Pakistan, dove ora ci sono 11 riconosciuti affiliati di al-Qaida, e cinque nella prima, così come in Mali, Tunisia, Libia, Marocco, Nigeria, Somalia, Libano e Yemen, tra gli altri Paesi. Un ramo è nato con l’invasione dell’Iraq, alimentato da un campo di prigionia statunitense, ed ora noto come Stato islamico che controlla una larga parte del Paese e della vicina Siria, un proto-califfato nel cuore del Medio Oriente che i jihadisti, nel 2001, potevano solo sognarsi. Quel gruppo, da solo, ha una forza stimata di circa 30000 armati che sono riusciti a conquistare grandi territori ed anche la seconda dell’Iraq, pur essendo incessantemente colpiti fin dall’inzio dal JSOC. “Dobbiamo continuare a sincronizzare il dispiegamento delle SOF in tutto il mondo“, dice Votel. “Dobbiamo tutti sincronizzarci, coordinarci e preparare il comando“. Ad essere fuori sincrono è il popolo statunietnse, costantemente tenuto all’oscuro di ciò che gli operatori speciali statunitensi fanno e dove lo fanno, senza citare i fallimenti e le conseguenze che hanno prodotto. Ma se la storia insegna, i blackout sulle Black Ops contribuiranno a garantire che continui ad esserci l'”età d’oro” dell’US Special Operations Command.
Ripetete dopo di me: USA! USA!

Gen. Joseph L. Votel

Gen. Joseph L. Votel

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 1.900 follower