Libia, Haftar bastona islamisti e Gentiloni, Mosca e Londra soccorrono il vincitore

L’Italia renzygliona corre, corre, verso l’ennesima strepitosa Canne geostrategica
Alessandro Lattanzio, 16/3/2017

Il 15 marzo, l’Esercito nazionale libico (LNA) del generale Qalifa Belqasim Haftar liberava i terminali petroliferi di al-Sidra e Ras Lanuf, infliggendo una pesante sconfitta agli islamisti di al-Qaida sostenuti da Qatar, Turchia, Arabia Saudita e Italia (Roma opera sotto la copertura delle “missioni umanitarie”, come l’ospedale da campo militare istituito a Misurata, per curare i terroristi islamisti, e nell’ambito della missione ONU in Libia, affidata al generale Paolo Serra, che accompagna nelle missioni sul campo il capo del governo-fantoccio di Tripoli, l’islamo-atlantista Fayaz al-Saraj).
Le forze islamiste, riunite nelle Brigate di difesa di Bengasi (BDB) venivano respinte di oltre 100 km, mentre le forze aerea e di terra del LNA recuperavano il controllo su al-Sidra e Ras Lanuf, dopo aver eliminato 30 miliziani islamisti, mentre altri 40 miliziani venivano portati nell’ospedale da campo italiano di Misurata, allestito in vista delle operazioni per rioccupare i terminal petroliferi della Cirenaica e supportare l’assalto su Bengasi, previsto dal governo fantoccio islamista di Tripoli, quale successivo passo all’occupazione dei terminal petroliferi dell’area di Briqa. L’esercito governativo libico avanzava quindi sulla città di Bin Juad, a 35 km a nord-ovest degli impianti liberati. La controffensiva del LNA fu lanciata lungo un fronte ampio 220 km, dalla costa mediterranea alle oasi di Hun e Jafra, a sud di Sirte. Nell’oasi di Jafra si erano riuniti i resti delle BDB, dove venivano bombardati dai velivoli del LNA, mentre le forze di Tobruq combattevano contro la 166.ma Brigata di Misurata che occupa Sirte. Solo il 3 marzo, circa 1000 terroristi islamisti delle Brigate di difesa di Bengasi occuparono i terminali petroliferi di al-Sidra e Ras Lanuf, controllati dal Governo di Tobruq e da cui passano parte dei 600000 barili di petrolio estratti ogni giorno in Libia.
48 ore dopo la liberazione dei terminali, l’ambasciatore inglese Peter Millett volava a Bengasi per “chiarire la posizione del suo Paese a Qalifa Haftar”, incontrando il comandante in capo delle Forze Armate libiche nel quartier generale di al-Rajma. Millett avrebbe “deplorato il fatto che molto è stato detto sul ruolo apparentemente negativo del Regno Unito in Libia”. Haftar aveva chiarito agli inglesi “l’importanza di non sostenere i Fratelli musulmani”. Millett infine dichiarava, “La nostra visita è stata… soddisfacente e utile“. Infatti, il 16 febbraio arrivava una delegazione imprenditoriale inglese, la prima in tre anni, guidata da Peter Meyer dell’Associazione Medio Oriente di Londra, e comprendente Andrew Davidson di Parva Capital, che si occupa di finanziamenti per gli investimenti, e Douglas Baldwin di Alpha Services, che opera con l’industria petrolifera e del gas. La delegazione incontrava una delle più grandi compagnie petrolifere della Libia, l’Arabian Gulf Oil Company (AGOCO) di Bengasi, per offrire materiale, attrezzature e formazione. Secondo l’ACOCO, la delegazione aveva anche promesso di facilitare i visti di lavoro per il Regno Unito. Il presidente dell’AGOCO Muhamad Bin Shatwan auspicava che la delegazione avrebbe segnato l’inizio della cooperazione con le aziende inglesi, che “avrebbero cominciato a tornare a Bengasi per investire nella regione”. Meyer e la sua delegazione avevano anche incontrato il responsabile della Direzione della Sicurezza di Bengasi Salah Huaydi, valutando le esigenze per la polizia locale, come materiali, attrezzature, laboratori e formazione. In seguito, la delegazione si recava in Egitto.
Intanto il consigliere di Qalifa Haftar, Abdalbasit al-Badri, incontrava il Viceministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov a Mosca, chiedendo sostegno nella battaglia contro le BDB. Secondo il Ministero degli Esteri russo “le parti si sono scambiate opinioni dettagliate sugli sviluppi in Libia, e hanno concordato sull’importanza di organizzare un dialogo collettivo cui partecipino i rappresentanti di tutti i gruppi politici e tribali“. Bogdanov ribadiva che la Russia sostiene pienamente il processo di unificazione della Libia e di protezione della sua sovranità. In precedenza, Mosca aveva ospitato i fantocci della NATO Fayaz al-Saraj e Ahmad Matiq, della Presidenza del Consiglio, che chiedevano alla Russia di mediare un incontro tra loro e il comandante Haftar. Inoltre, il presidente della Camera dei Rappresentanti di Tobruq, Aqila Salah, dichiarava che la Russia aveva promesso di aiutare Tobruq nella lotta al terrorismo e che i soldati del LNA gravemente feriti venivano curati in Russia. Salah chiedeva al governo russo di addestrare le forze del LNA e di farne riparare i mezzi militari da tecnici russi. La Libia vuole continuare i legami militari con Mosca, perché “la maggior parte dei nostri ufficiali fu addestrata in Russia, molti parlano russo e sanno come utilizzare i materiali russi“. Il comandante della base aerea di Benina a Bengasi, colonnello Muhamad Manfur Manifi, a sua volta smentiva le fantasie sulla presenza di militari o contractor russi a Bengasi, avanzate da islamisti, ONG e media della CIA. Nel frattempo, il LNA lanciava l’offensiva per liberare il quartiere Ganfuda di Bengasi occupato dai terroristi islamisti. La 130.ma Brigata d’artiglieria e le Forze speciali Saiqa del LNA avanzavano tra Busnaib e Ganfuda, eliminando diversi islamisti del Consiglio della Shura dei rivoluzionari (BRSC), intrappolando nel complesso dei “12 edifici” gli ultimi terroristi del BRSC.
Nel campo degli alleati locali della Farnesina e di Forte Boccea, regna la guerra civile. A Tripoli il capo del governo di salvezza nazionale Qalifa Ghwal veniva ferito nei combattimenti nell’hotel Rixos, “sede del governo” di Ghwal, e spedito a Misurata per cure, probabilmente nel solito ospedale da campo dell’esercito italiano. La forza islamista RADA, guidata da Abdulrauf Qara, la Brigata dei rivoluzionari di Tripoli di Haytham Tajuri e la Forza di sicurezza centrale Abu Salim, guidata da Abdulghani al-Qiqli, tutte legate al governo fantoccio di Saraj, assaltavano e occupavano l’hotel Rixos, mentre il centro operativo Bunyan Marsus di Misurata si preparava ad inviare 1500 miliziani islamisti, con veicoli blindati, per “imporre pace e sicurezza a Tripoli”. Ghwal aveva respinto un accordo politico avanzato dall’UNSMIL, la missione ONU in Libia. La milizia di Ghwal è in gran parte formata da misuratini e berberi. Anche la sede di al-Naba TV, del capo di al-Qaida Abdulhaqim Belhaj, veniva attaccata.
L’Italia renzygliona corre, corre, verso l’ennesima strepitosa Canne strategica.Fonti:
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
South Front

Libia, l’Italia renzygliona supporta l’assalto islamista a Bengasi

Alessandro Lattanzio, 14/3/2017

Il contessino Paolo Gentiloni con il fedele alleaten islamo-atlantista Fayaz al-Saraj (17 febbraio).

Il 15 ottobre, le milizie islamiste dell’ex-premier Qalifa al-Ghual tentavano di rovesciare Fayaz al-Saraj, occupando alcuni ministeri, il consiglio di Stato, e la sede della televisione, creando la loro base nell’hotel Rixos, di cui controllavano l’area, ma avevano abbandonato il Consiglio di Stato. Il governo Saraj in risposta ordinava l’arresto di al-Ghual. Qalifa al-Ghual aveva l’appoggio di Haytham Tajuri, capo della Brigata dei rivoluzionari di Tripoli; di Uad Abdul Sadiq, ex-vicepremier del governo precedente, e di Ali Ramali, ex-capo della Guardia Presidenziale. Le loro forze occupavano il Consiglio di Stato, nell’hotel Rixos, e annunciavano la deposizione di Saraj. Ma dopo 48 ore di scontri, Ghual fuggiva da Tripoli, mentre le varie milizie islamiste si scontravano sul controllo della capitale tripolina (la RADA salafita di Abdalhaqim Balhadj, le milizie della fratellanza mussulmana del Gran Mufti al-Ghariani, le milizie del Jabhat al-Samud di Salah Badi, e quelle di Wisam bin Hamid, ex-capo della liwa Fajir al-Libya).
Il 14 novembre, 2 Rafale-C dell’Aeronautica francese, effettuavano un raid su al-Biraq, nel Fezzan, colpendo un edificio in cui si sarebbe trovato uno dei capi di AQMI in Libia, Abu Talha al-Hasnaui. In Cirenaica, l’ENL del Generale Haftar affrontava le ultime sacche islamiste rimaste tra Bayda, Derna e Bengasi, nel quartiere di Ganfuda, occupato da Ansar al-Sharia e dal Consiglio Rivoluzionario della Shura di Bengasi. Inoltre, l’ENL integrava nelle proprie fila 5 brigate delle PFG che, guidate dal colonnello Miftah Maqrif, avevano abbandonato il loro vecchio capo Jadhran. Quindi, l’ENL liberava l’area tra Agheila, Briqa e Bin Juad, verso Sirte, dove le forze islamiste di Misurata combattevano i terroristi dello SIIL che presidiavano il quartiere di Giza Bahriya, nonostante le forze misuratine contassero sull’appoggio degli elicotteri AH-1W Supercobra ed UH-1Y Venom dei Marines imbarcati sull’unità dell’US Navy San Antonio. I misuratini, nelle operazioni contro lo SIIL a Sirte, avevano perso oltre 750 combattenti. Il 26 gennaio, l’Esercito Nazionale Libico liberava il quartiere di Ganfuda a Bengasi, ultima roccaforte del Consiglio della Shura dei Rivoluzionari di Bengasi, la coalizione islamista di Ansar al-Sharia, Brigata dei Martiri del 17 febbraio e Scudo della Libia (Fajir al-Libiya). Tobruq quindi controllava la Cirenaica del nord, compresa la ‘Mezzaluna petrolifera’, ed aveva il sostegno delle tribù Zintan, Warfala e Warshafana. A Tripoli, il 21 gennaio, esplodeva un’autobomba nei pressi delle ambasciate italiana ed egiziana.
Nel febbraio 2017, la società petrolifera nazionale libica (NOC) firmava un accordo di cooperazione con la Rosneft, il gigante petrolifero russo, che “pone le basi per gli investimenti della Rosneft nel settore petrolifero della Libia. L’accordo prevede la costituzione di un comitato di lavoro congiunto dei due partner per valutare le opportunità in una varietà di settori, tra cui l’esplorazione e la produzione“. Il presidente della NOC Mustafa Sanala, che aveva firmato l’accordo con il presidente della Rosneft, Igor Sechin, dichiarava “Abbiamo bisogno dell’assistenza e degli investimenti delle grandi compagnie petrolifere internazionali per raggiungere i nostri obiettivi di produzione e stabilizzare la nostra economia. Questo accordo con la più grande compagnia petrolifera russa pone le basi per identificare congiuntamente i settori della cooperazione. Lavorando con la NOC, Rosneft e Russia svolgeranno un ruolo importante e costruttivo in Libia“. La produzione di petrolio era salita da 300000 barili al giorno nel settembre 2016, a più di 700000 barili nel gennaio 2017, dopo l’operazione di Haftar per acquisire i terminal petroliferi nella Cirenaica. Quindi la Russia ampliava la propria presenza in Libia, dopo l’invasione e il golpe della NATO nel 2011, e sempre più sosteneva Qalifa Balqasim Haftar, capo della Forze armate libiche del governo di Tobruq, che controlla la maggior parte delle risorse petrolifere della Libia. Per contro, mentre il fantoccio della NATO Saraj, che presiede un governo-fantasma a Tripoli, il 20 febbraio subiva un attentato a Tripoli assieme a due suoi collaboratori, il capo del Consiglio di Stato Suahli e il comandante della Guardia Presidenziale Naqua, le potenze occidentali tentavano di contrastare il formarsi dell’Asse dei regimi secolari in Medio Oriente, che vede allineati Siria, Egitto e il governo libico di Tobruq. Saraj aveva incontrato Haftar il 14 e 15 febbraio a Cairo, ma senza risultati. Il primo ministro Fayaz al-Saraj, in seguito, visitava Mosca, nel tentativo di sfruttare la crescente influenza di Mosca per superare gli ostacoli che affrontava, approfittando della disponibilità di Mosca ad avvicinare le parti libiche, sfruttando i rapporti speciali che la Russia ha con numerosi attori libici.
Il 3 marzo, le Brigate per la Difesa di Bengasi, coalizione di milizie islamiste, capeggiata dalla brigata al-Marsa di Misurata, e da circa 1000 ex-membri delle Petroleum Facilities Guards di Ibrahim Jadhran e aderenti alla Fratellanza musulmana del Gran Mufti Ghariani, occupavano i terminal petroliferi di Nufaliya, Bin Juad, Ras Lanuf e al-Sidra dopo aspri scontri con l’ENL del Generale Haftar, che subivano 28 morti. Nei tre giorni successivi 3 caccia MiG-23BN e1 MiG-21MF dell’ENL, decollati da Benina e Labraq ed armati con bombe a frammentazione RBK-250, supportavano 2 elicotteri d’attacco Mi-35 e un elicottero d’assalto Mi-8T, sempre dell’ENL, decollati da Ras Lanuf, e bombardavano le posizioni islamiste a sud di Nufaliya e nella provincia di Jufrah, effettuando almeno 17 sortite. Nel frattempo, gli Emirati Arabi Uniti schieravano 6 velivoli d’attacco leggero AT-802U nella base di al-Qadim, a supporto dell’ENL che avvivava l’operazione Tuono Violento per liberare i quattro terminal occupati dagli islamisti.
Il 12 marzo, l’ENL (Esercito Nazionale Libico del Generale Haftar) avanzava su Ras Lanuf con il sostegno di 1 elicottero Mi-35 e di alcuni caccia MiG contro le posizioni islamiste ad al-Sidra, Nufaliya, Bin Juad, Agheila e Uqaylah, a 20 km ad ovest di Briqa. Le forze dell’ENL schieravano 7000 uomini, dotati di blindati Nimr e T6 Panthera, suddivisi tra 16 battaglioni, (210.mo Battaglione di fanteria meccanizzata, 152.mo Battaglione di fanteria motorizzata, 321.mo Battaglione di artiglieria, battaglioni di fanteria 12.mo, 21.mo, 101.mo, 106.mo, 115.mo, 131.mo, 153.mo, 165.mo, 202.mo, 276.mo, 298.mo, 302.mo e 309.mo), appoggiati da una parte delle Guardie Petrolifere e dalle brigate Martiri di al-Zawiyah e al-Suayq. Gli islamisti schieravano invece 1000 elementi delle milizie del Consiglio Rivoluzionario della Shura di Bengasi, formato dal Gruppo Combattente Islamico Libico (al-Qaida), dalla Brigata dei Martiri del 17 Febbraio, Fajir al-Libiya, Ansar al-Sharia e brigata Umar Muqtar, capeggiati da Mustafa Shirqsi e Mahmud Fituri, che rispondevano al Gran Mufti Shayq Ghariani e al ministro della Difesa del Governo di Accordo Nazionale (GAN) Mahdi Barqhathi. Accanto alle milizie islamiste, vi erano 2500 elementi delle Guardie Petrolifere di Idris Salah Abu Qamada e delle brigate della fratellanza mussulmana misuratina al-Marsa, al-Faruq e al-Burqi. Subito dopo l’occupazione dei terminal petroliferi da parte delle milizie islamiste (BDB), avvenuta il 7 marzo, Barghathi si recava ad al-Jufrah per incontrare Shirqsi, accompagnato dal capo della Missione ONU (UNSMIL) Generale Paolo Serra. In effetti, al comunicato ufficiale che condannava le violenze e chiedeva l’immediato cessate-il-fuoco, emesso dagli ambasciatori di Francia, Regno Unito e Stati Uniti 24 ore dopo l’occupazione dei terminal petroliferi, l’Italia non aderiva. Anzi, l’ambasciata italiana a Tripoli celebrava “lo schieramento delle forze del Consiglio Presidenziale nella Mezzaluna (petrolifera), quando appunto il 7 marzo, le BDB occupavano i terminal petroliferi di Ras Lanuf ed al-Sidra, consegnandoli alle Guardie Petrolifere di Abu Qamada, legate al governo Saraj, che a sua volta inviava 600 elementi dei 302.mo e 21.mo battaglioni di fanteria di Tripoli, del 319.mo battaglione della Guardia Presidenziale, dei 45.mo e 19.mo battaglioni di fanteria di Misurata, del 66.mo battaglione di fanteria di Saba, e del 613.mo battaglione di fanteria di Misurata, rafforzando la presa sui terminal petroliferi e cercando di occupare gli altri 2 terminali controllati dell’ENL. Il tutto in vista dell’assalto finale islamo-atlantista su Bengasi. In seguito a tali manovre, il Parlamento di Tobruq, l’unico riconosciuto a livello internazionale, votava l’annullamento degli accordi di Shqirat, che avevano permesso la creazione del governo di accordo nazionale di Saraj.

Il ministro degli Esteri Angeluzzo Alfano.

Fonti:
al-Monitor
al-Monitor
La Stampa
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The Guardian

Accordo in Libia grazie a Egitto e Russia

Nabil ben Yahmad, Tunisie Secret 19 febbraio 2017

Sotto l’egida del Cairo, è stato raggiunto un accordo tra il capo del governo d’unione (GNA) Fayaz al-Saraj e il maresciallo Qalifa Balqasim Haftar, per risolvere la crisi libica. Nonostante le tattiche dilatorie di Butefliqa e gli intrighi del fratello musulmano Rashid Ghanuchi, favorevoli all’integrazione nei colloqui di Abdalhaqim Belhadj, l’accordo è stato finalmente ratificato senza di lui e grazie alla determinazione del Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi e al sostegno della Russia.11210133-18633067Nonostante le nostre relazioni fraterne con l’Algeria che abbiamo sempre difeso, ecco che arriva il momento in cui si deve saper dire a certi leader algerini, basta doppiezza! Basta ipocrisie! Basta divisione del Maghreb soffiando sulla brace del Sahara marocchino! e Basta doppio gioco. L’abbiamo chiarito nell’edizione del 22 gennaio, dal titolo “Butefliqa protegge i Fratelli musulmani tunisini?“, a differenza del re del Marocco Muhamad VI che non ha mai voluto ricevere il capo dei Fratelli musulmani tunisini, nonostante le ripetute richieste di quest’ultimo, Butefliqa è quasi diventato il padrino del mafioso islamo-terrorista tunisino (1).

Abdalhaqim Belhadj escluso dall’Egitto dell’accordo intra-libico
Oltre agli incessanti incontri pubblici tra Abdalaziz Butefliqa e Rashid Ghanuchi, il rapporto tra i due sono passati dalla sponsorizzazione dei mercenari all’alleanza con gli islamisti in generale, a scapito degli interessi strategici di Tunisia ed Algeria. Rashid Ghanuchi non è l’unico fratello musulmano ufficialmente ricevuto più volte ad Algeri. I suoi seguaci e fratelli della setta terroristica Ali al-Salabi e Abdalhaqim Belhadj hanno ricevuto tale privilegio presidenziale. In precedenza, la nebulosa islamista ha forgiato legami con i vertici algerini. Ma con l’ultimo accordo tra Fayaz al-Saraj e Qalifa Balqasim Haftar, concluso a Cairo il 14 febbraio, la strategia della nomenklatura al potere ad Algeri è in frantumi. Nonostante una certa riluttanza da entrambe le parti (Haftar e Saraj), l’accordo è stato stipulato senza il protetto di Ghanuchi e Butefliqa, l’ex-terrorista di al-Qaida Abdalhaqim Belhadj, un vero e proprio schiaffo al presidente algerino che ha legato reputazione e destino all’ex-attivista di al-Qaida e capo dei Fratelli musulmani locali Rashid Ghanuchi. Consentendo a Ghanuchi di sostituire i ministeri degli esteri algerino e tunisino con una diplomazia parallela, in cosa sperava Butefliqa? Affondare gli accordi intra-libici firmati alla fine del 2015 in Marocco, o rafforzarli?

La retromarcia della diplomazia algerina
Tale affronto non è sfuggito alla stampa. Il 17 febbraio 2017, tre giorni dopo la conclusione dell’accordo tra Haftar e Saraj, il sito Aqir Qabar titolava: “Le autorità algerine si accorgono dell’errore di lavorare con Rashid Ghanuchi“. Il giorno prima, sotto il titolo “lezione tunisina”, il quotidiano algerino vicino agli islamisti al-Qabar scriveva: “Diverse personalità dell’ambiente politico, culturale e mediatico tunisine hanno chiesto spiegazioni al governo sui rapporti tra governo algerino e il presidente di al-Nahda Rashid Ghanuchi, in particolare sulla questione libica. Questi tunisini credono che governo e presidente Baji Caid a-Sabsi debbano indicare agli algerini che in Tunisia vi sono un governo, un presidente e un ministro degli Esteri con cui parlare, e non con il capo di un partito politico (al-Nahda)“. Per sdrammatizzare l’impatto politico e mediatico di questo affronto, il Ministero degli Esteri algerino denunciava il ruolo che cercava di svolgere Rashid Ghanuchi verso il governo algerino, in particolare nel caso della Libia. Almeno questa è l’affermazione dei nostri colleghi e amici di Algerie-Patriotique, “Posando da intermediario tra Algeria e Fratelli musulmani libici, il capo del partito islamista tunisino al-Nahda, Rashid Ghanuchi, cercava pubblicità gratuita ai danni dell’Algeria? I funzionari del Ministero degli Esteri algerino sono convinti, prima di tutto, di non aver bisogno dei servizi di nessuno per discutere con i nostri fratelli libici“.

L’incontro segreto tra Ghanuchi, Ahmad Uyahia e Salabi
Rimane vero che il rapporto tra la Presidenza algerina e la Fratellanza musulmana sono eccellenti dall’inizio della cosiddetta “primavera araba”. Oltre l’ultima visita di Ghanuchi a Butefliqa, il 22 gennaio, il capo di gabinetto di quest’ultimo, Ahmad Uyahia, arrivava di nascosto a Tunisi, a gennaio, per rivedere il capo dei Fratelli musulmani tunisini. Quando la notizia trapelò, Ahmad Uyahia, che è anche segretario generale del Congresso Nazionale Democratico (RND), affermò che l’incontro avveniva nell’ambito delle sue attività di avvocato! Il sito d’informazione algerino TSA s’è poi chiesto: “Perché un incontro tra parti, che secondo un fonte diplomatica (algerina), sarebbe stato segreto?” E TSA rispose: “Ovviamente Ahmad Uyahia era a Tunisi per la questione libica, dovendo incontrare, tra gli altri, Ali al-Salabi, uno dei principali capi islamisti libici…“. Non potendo negare l’evidenza, Jamil Auy, dell’ufficio stampa di al-Nahda, confermava l’incontro tra Uyahia, Ghanuchi e Salabi parlando di “visita ufficiale”. Su Radio Shams FM aveva detto che questo “incontro era incentrato sugli interessi comuni dei due Paesi, ma soprattutto sulla questione libica. Questo giro si accordava con quello dello sceicco Ali al-Salabi. Furono accolti entrambi a casa di Rashid Ghanuchi (…)!

Rashid Ghanuchi utilizza l’Algeria per scopi islamisti
Secondo Algerie-Patriotique, citando un diplomatico algerino, “certo, Rashid Ghanuchi vede aprirsi le porte in Algeria per dimostrare all’opinione pubblica tunisina di aver ancora un peso e soprattutto di essere una personalità fondamentale nei circoli islamisti del Maghreb“; e il nostro collega di Algerie-Patriotique aggiungeva che Ganuchi “si agita come un diavolo per dimostrare che i Fratelli musulmani rappresentano nel Maghreb una corrente dell’opinione pubblica e un forza che non è possibile ignorare (…) Da fine calcolatore, Rashid Ghanuchi vede la Libia come un modo per risorgere politicamente e dimostrare all’opinione internazionale che i Fratelli musulmani ancora giocano un ruolo come forza stabilizzante del Nord Africa e più in generale del mondo arabo“. A fine gennaio, il capo della setta islamista tunisina al-Nahda assicurava anche di essere stato nominato dal Presidente Butefliqa per convincere gli islamisti in Libia “a svolgere un ruolo positivo” nella soluzione della crisi nel Paese. La stessa fonte diplomatica algerina, confidava a TSA che, “il signor Ghanuchi ha fatto politica interna (Tunisia). In Algeria non c’è diplomazia parallela. Pensa che abbiamo bisogno di Ghanuchi per discutere con le parti libiche?“.

Il rigetto di Abdalfatah al-Sisi
Secondo le informazioni del quotidiano arabo Quds al-Arabi, pubblicato a Londra, Rashid Ghanuchi avrebbe coordinato Algeri e Tunisi per fare incontrare a Tunisi Fayaz al-Saraj, presidente dell’Accordo Nazionale (GNA) e Qalifa Balqasim Haftar, capo della Forze armate del Parlamento di Tobruq, prima di un vertice a tre (Butefliqa, Sisi, Sabsi). Le nostre fonti indicano che con l’appoggio di Butefliqa, Rashid Ghanuchi sperava di accogliere Saraj, Haftar e Salabi, il complice di Abdalhaqim Belhadj in Libia. Ma l’Egitto si oppose nettamente, sventando così il piano di Rashid Ghanuchi con la complicità passiva di Baji Caid al-Sabsi ed approvato da Butefliqa in spregio degli interessi strategici dell’Algeria e del Maghreb in generale. Principale sostegno logistico, militare e diplomatico di Qalifa Balqasim Haftar, sostenuto dalla Russia e dalla nuova amministrazione statunitense, Abdalfatah al-Sisi non conta di fare alcuna concessione ai Fratelli musulmani, indicati da Egitto ed Emirati Arabi Uniti come organizzazione terroristica. Questo è uno dei motivi per cui l’ultimo accordo concluso tra Haftar e Saraj, il 14 febbraio, esclude d’ufficio Belhadj e Salabi. Secondo fonti egiziane, questo accordo continuerà la “pulizia” della Libia dai jihadisti di SIIL e al-Qaida, così come dai mercenari del Qatar in Libia, i Fratelli musulmani. L’accordo affida a Qalifa Balqasim Haftar questa missione militare, con il sostegno del “Consiglio supremo delle tribù libiche” (presieduto da Agali Abdusalam Brani), fino all’organizzazione nel 2018 delle elezioni legislative e presidenziali.
Riguardo il “vertice” Algeria-Tunisia-Egitto sulla crisi libica, che dovrebbe svolgersi a marzo, una fonte diplomatica egiziana assicurava che è ormai obsoleto e che si limiterà a una riunione informale dei ministri degli Esteri dei tre Paesi. A meno di cambiamenti dell’ultimo minuto o del voltafaccia algerino, l’incontro dovrebbe tenersi il 1° marzo a Tunisi.113242391-5238c71b-fb7b-4a79-b147-789a89ba3c78Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché il governo italiano non affronta l’immigrazione nel Mediterraneo? Perché non vuole

Gefira

Lo stato di diritto è invocato spesso come il valore occidentale che i movimenti “populisti” vogliono distruggere, ma le dirigenze al governo da tempo l’hanno sospeso nel caso delle leggi sull’immigrazione. L’esempio più evidente è la politica sull’immigrazione iniziata dal governo Letta nel 2013 e continuata dal governo Renzi.

Mario Morcone, Andrea Riccardi, Ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione, Mario Monti, Presidente del Consiglio dei Ministri, Enzo Moavero Milanesi, Ministro per gli Affari Europei

Mario Morcone, Andrea Riccardi, Ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione, Mario Monti, Presidente del Consiglio dei Ministri, Enzo Moavero Milanesi, Ministro per gli Affari Europei

Nell’ottobre del 2013, il governo Letta, di fronte a ondate di profughi in fuga dal caos istigato dall’occidente con la primavera araba in Libia, che non fu altro che l’insurrezione di gruppi islamisti, lanciò l’operazione “Mare Nostrum“, inviando la Marina italiana nelle acque libiche per salvare i richiedenti asilo. Per quanto nobile fosse la motivazione, l’effetto collaterale dell’operazione fu incoraggiare altri ad intraprendere questo viaggio, perché ora c’era la Marina italiana a salvarli. Il risultato è stato l’aumento del 224% delle imbarcazioni salpate dalla Libia, traducendosi in 10000000 di euro al mese per il governo italiano.(1) Nel novembre 2014, Mare Nostrum fu sostituita da Triton coordinata e finanziata dall’UE, ma coprendo una quota minore del Mediterraneo al costo di 3 milioni di euro al mese. La ragione ufficiale dell’operazione Triton era controllare i confini, tuttavia, analizzando i fatti, l’obiettivo dell’operazione era semplicemente trasportare quante più persone possibile, indipendentemente che fossero rifugiati, migranti economici, legali o clandestini. Da allora, i canali del contrabbando invece di chiudere si moltiplicarono. Pratica comune fin dall’operazione “Mare Nostrum” e continuata con Triton, era che i contrabbandieri lanciassero il segnale di soccorso alle navi di pattuglia della Marina chiedendo aiuto. Nel frattempo, le ONG che perseguono le “frontiere aperte” unirono le forze assistendo chiunque, legale, illegale o rifugiato che volesse raggiungere l’Europa (2, 3, 4).arrivalsitalyLa Commissione europea è responsabile di Frontex che, eseguendo i controlli alle frontiere, ha una chiara idea della questione. Il commissario per gli affari interni, migrazione e cittadinanza Dimitris Avramopoulos ha detto: “Un’altra parte importante emersa dalle discussioni sulla lotta al contrabbando è che, secondo ONG e autorità locali e regionali, aiutare il contrabbando di migranti non va criminalizzato. Sono pienamente d’accordo, naturalmente, come anche sulla necessità di tutelare i diritti fondamentali dei contrabbandati. Dobbiamo punire i contrabbandieri”.(5) Punire i contrabbandieri, e non le organizzazioni non governative di cui fanno parte, significa che il problema non può e non va risolto, perché le ONG saranno sempre libere di contrabbandare migranti. Questa è una ben nota vecchia tradizione; il governo Monti nel 2011-12 creò il Ministero per l’Integrazione assegnato ad Andrea Riccardi della “Comunità di Sant’Egidio”, ONG spiccatamente per le frontiere aperte. La “Comunità di Sant’Egidio” persegue un piano come “corridoi umanitari”, per finanziare una rotta alternativa per fare entrare migranti in Italia. Andrea Riccardi disse ai media francesi di essere convinto che l’Europa deve aprire le frontiere.(6) Il ministero fu poi consegnato a Cécile Kyenge, donna di colore nata nella Repubblica democratica del Congo, che ebbe il compito di ridurre drasticamente i requisiti per acquisire la cittadinanza italiana, proponendo una legge per dare la cittadinanza ai figli degli immigrati nati sul suolo italiano. Con Renzi, il ministero fu ridotto a dipartimento del Ministero degli Interni e consegnato a Mario Morcone, altro affiliato a “Sant’Egidio”. Che succede una volta che migranti di ogni genere arrivano sul suolo italiano? Vengono inviati nei centri di accoglienza, dove possono fare domanda per lo status di rifugiati. Va notato che l’Italia da tempo è a corto di posti per i richiedenti asilo, e così il governo paga alberghi, ostelli o singoli cittadini, in generale, per accoglierli.
img_71304_119585 Una pratica comune per coloro che sanno che la domanda sarà respinta è distruggere i documenti (7) in modo che il tempo per identificarli aumenti esponenzialmente. L’esperienza ha dimostrato che i centri alla fine diventano sovraffollati, rivelandosi l’occasione per le rivolte dei migranti che distruggono le proprietà e, infine, fuggono divenendo clandestini.(8, 9, 10, 11, 12) Se non fuggono e la domanda viene respinta, vengono espulsi. L’espulsione però è volontaria e i dati dimostrano che il 50% dei migranti espulsi effettivamente se ne va, probabilmente in un altro Paese dell’UE-Schengen, e gli altri diventano clandestini. Come lo scandalo di “Mafia Capitale” (13) ha dimostrato, la collusione tra membri del Partito Democratico che controllano le istituzioni dell’immigrazione dello Stato italiano, compresi centri dei rifugiati, ONG e criminalità organizzata, assicurano che i migranti siano impiegati a spese dei contribuenti italiani con tariffe orarie insignificanti, permettendo enormi profitti illeciti ai racket. La citazione infame di un membro della criminalità organizzata rivela come l’immigrazione sia ormai un business più redditizio del traffico di droga. “Hai idea di quanto faccio con questi immigrati?” disse Salvatore Buzzi, affiliato della mafia, in un’intercettazione telefonica di 1200 pagine all’inizio del 2013. “Il traffico di droga non è così redditizio“. “Abbiamo chiuso quest’anno con un fatturato di 40 milioni, ma… i nostri profitti provengono tutti da zingari, emergenza abitativa e immigrati“, aveva detto Buzzi. Era il 2013, quando 20000 immigrati arrivarono in Italia. Nel 2016, ne giunsero 180000.
Politici corrotti come Giuseppe Castiglione (NCD, partner del Partito Democratico), che lavorano per il Ministero degli Interni con la missione ufficiale di “favorire l’integrazione di coloro che necessitano di protezione internazionale”, lavorano in realtà per garantirsi profitti dalla crisi. Le attività illegali vanno dall’assegnazione della costruzione dei centri per rifugiati alle cooperative legate al PD, in cambio di tangenti, al trasferimento di richiedenti asilo e clandestini nelle campagne italiane per impiegarli nell’agricoltura per una tariffa oraria di 1-3 euro. Quando si tratta di donne immigrate, si organizzano giri di prostituzione nei centri di accoglienza o le vendono per lavorare sulle strade italiane. (14)
Immigrazione, storia di assenza di volontà della Stato di diritto, contrabbando, disonestà, schiavitù e, infine, distruzione dell’Europa.yffqcm8h6424-732-k9bb-u10402647339452lnb-700x394lastampa-itNote
1.Immigrazione: il flop di Mare Nostrum, Il Sole 24 Ore
2.Caught in the act: NGOs deal in migrant smuggling, Gefira
3.NGOs Armada operating off the coast of Libya, Gefira
4.The Americans from MOAS ferry migrants to Europe, Gefira
5.How can EU action against migrant smuggling be more effective? European Commission
6.Andrea Riccardi, a soul for Europe, La Vie
7.Establishing Identity for International Protection, European Migration Network
8. 40 Migranti fuggono dall’albergo nel sulcis bloccando la statale, Corriere
9. Rivolta nel Cie di Milano: scappano tre irregolari, gd-notizie
10. Rivolta al Cie, agenti contusi scappano in 22, dieci arresti, Migranti Torino
11. Lampedusa, via ai trasferimenti. Fuga di immigrati dal Cie di Torino, RAI
12. I clandestini restano in Italia anche dopo essere espulsi, Il Giornale
13. Mafia Capitale, Buzzi: “Con immigrati si fanno molti più soldi che con la droga”, Il Fatto Quotidiano
14. Sicilian Mafia Cashes In On Desperate Immigrants, La Stampa

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il loro agente al Cairo: Giulio Regeni

Alessandro Lattanzio, 28/1/2017isis-and-the-cia-1-resizedLa TV egiziana trasmise ai primi di gennaio, un frammento di 4 minuti di un video che mostra Giulio Regeni parlare al capo del sindacato degli ambulanti Muhamad Abdallah, il 6 gennaio 2016. Nel video Regeni dice:
Sono un accademico, non posso usare il denaro a titolo personale per nessuna ragione, questo non è possibile, sarebbe un grosso problema, nella mia application, cioè nelle informazioni che devo fornire alla fondazione inglese (Antipode), non è possibile che faccia riferimento a un uso personale dei soldi“.
Abdallah: “Il denaro quindi non può essere chiesto a titolo personale?
Regeni: “Questo non lo so. Il denaro passa attraverso (una richiesta) di Giulio, poi dall’istituzione inglese arriva al Centro egiziano (per i diritti economici e sociali) fino al sindacato degli ambulanti
Abdallah: “Non è che poi il Centro egiziano mi prende in giro e non ci dà i soldi?
Regeni: “Non ho alcun potere in questa cosa, non ho modo di decidere le modalità
Abdallah: “Ci vorrà molto tempo?
Regeni: “Se c’è un’idea e si vogliono i soldi, inshallah, ma ci sono molti progetti da tutto il mondo per avere questi soldi, quindi la cosa non è certa, dobbiamo provare. Ma se ci sono idee, allora si possono raccogliere informazioni
Abdallah: “Informazioni di che tipo?
Regeni: “Ad esempio, cos’è importante per il sindacato? Di cosa ha bisogno, cosa vuole farne il sindacato di questi soldi? Questa è la cosa importante
Abdallah: “Quindi tu hai bisogno di idee?
Regeni: “Ho bisogno di idee (per presentare questa domanda). Qualsiasi cosa“.

Qui entrambi i soggetti fanno cenno all’Egyptian Center for Economic & Social Rights, una ONG fondata nel 2009 e che oggi difende personaggi incarcerati in Egitto per terrorismo e fiancheggiamento del terrorismo, come tale Ismail Alexandrani, “ricercatore” presso la Reform Arab Initiative di Parigi, che studia i rapporti tra islamisti e sinistra laica in Egitto ed che segue anche le vicende del Sinai da “giornalista freelance”, dove è attivo il terrorismo taqfirita ispirato alla Fratellanza mussulmana a cui sarebbe affiliato lo stesso Alexandrani. Già nel 2013, dopo che il popolo egiziano si sbarazzò del regime islamista dell’agente statunitense Muhamad Mursi, la polizia arrestò sei membri del Centro, tra cui Muhamad Adil, che era anche uno dei capi del movimento politico 6 aprile, ONG sovversiva creata dagli statunitensi e ed utilizzata per rovesciare il presidente Mubaraq nel 2011, nell’ambito del piano elaborato da CIA e Fratellanza mussulmana, chiamato Primavera araba, per installare nei Paesi mediorientali regimi islamisti agli ordini di Doha, Tel Aviv e Washington.
most-dangerous-man-990x260-homeIl Center for Economic & Social Rights egiziano è in sostanza un’emanazione del Center for Economic and Social Rights (CESR), a sua volta creatura nata dal consorzio tra diverse università statunitensi, Open Society Foundations, Council on Foreign Relations, Rockefeller foundation, Rockefeller Family & Associates, Fondazione Ford, e nel cui consiglio di amministrazione fanno parte figure come:
ktz_2807 Karin Lissakers, presidente della Watch Revenue Institute, un’organizzazione “no-profit” che promuove la gestione trasparente, responsabile ed efficace delle entrate dal commercio di petrolio, gas e risorse minerarie nei Paesi del terzo mondo. Già direttrice esecutivo per gli Stati Uniti nel consiglio del Fondo monetario internazionale, nel 1993-2001, e vicedirettrice del Policy Planning Staff (Ufficio politico) del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, oltre che ex-direttrice del personale della sottocommissione politica economica della Commissione del Senato degli Stati Uniti per le Relazioni Estere. È anche consulente di George Soros sulla globalizzazione, e fu ex-direttrice del programma internazionale sulle banche presso la School of International and Public Affairs della Columbia University, l’università da cui provengono tutti i dirigenti del CESR. Infine, e come è ovvio, Karin Lissakers è membro del Council on Foreign Relations.
Irene Khan, che prima di diventare direttrice dell’ONG fu segretaria generale di Amnesty International dal 2001 al 2009, e prima ancora capo del team dell’UNHCR nella Repubblica di Macedonia, durante la crisi del Kosovo nel 1999, quando gli islamisti della NATO tentarono di destabilizzare il Paese giocando la carta dei ‘profughi’ albanesi.
John T. Green, già direttore delle operazioni di Human Rights Watch, l’ONG del Pentagono fondato dal geopolitico imperialista statunitense Zbignew Brzezinski.
Elizabeth McCormack, consulente della Rockefeller Family & Associates.
Sharmila Mhatre, vicedirettice del Public Health Program dell’Open Society Foundations, esperta sulla diffusione delle malattie in vari Paesi di Africa e Asia meridionale.
Carin Norberg, nel 2002-2005 direttrice esecutiva e responsabile dei programmi globali della Segreteria di Transparency International.
Magdalena Sepúlveda Carmona, professoressa associata di diritti umani all’Oxford University. Lei probabilmente era il contatto tra l”oxfordiano’ Regeni e il ‘Centro’ egiziano.
Richard Goldstone, già membro del comitato presieduto da Paul A. Volcker, nominato dal Segretario generale delle Nazioni Unite per indagare sulle accuse riguardanti l’Oil for Food Program in Iraq. È membro dei CdA di CESR, Human Rights Watch e Physicians for Human Rights, altra ONG finanziata da Soros.
Chris Jochnick, docente di diritti umani presso l’Harvard Law School, direttore dell’ONG Oxfam America, co-fondatore del Centro per i diritti economici e sociali ed ex-avvocato dello studio legale di Wall Street Paul, Weiss Rifkind, Wharton & Garrison.
Alicia Ely Yamin, già direttrice della ricerca presso Physicians for Human Rights di Soros.
cia-jpeg Letta questa sfilza di aristocratici della beneficenza pelosa, non apparirà strano come esponenti di CESR e dell’Egyptian Center for Economic & Social Rights scrivessero un articolo dove attaccavano e denigravano il programma di sviluppo tracciato e attuato dal governo egiziano, incentrato sulla modernizzazione del canale di Suez e la costruzione di un’area industriale ad esso connesso, con l’intento d’integrare l’economia egiziana al programma della Via della Seta cinese. Un programma osteggiato con tutte le forze dalle potenze occidentali, oramai esauste e prive di risorse, quindi capaci di presentare al resto del mondo non più mezzi e risorse economiche, ma solo una supponenza moralistica, e sostanzialmente ipocrita, che ha per scopo sabotare lo sviluppo dei Paesi del terzo mondo, ricorrendo all’imposizione di regole esiziali e castranti a questi Paesi, soprattutto dell’Africa, dall’Egitto all’Etiopia, che puntano a sottrarsi dal cappio atlantista e liberista rivolgendosi ai sostanziali programmi economici di Mosca e Beijing. Ed infatti, tali gruppi, queste ONG di Washington e Londra, puntano continuamente a rimettere in carreggiata il piano di Mursi, cioè consegnare il canale di Suez alle potenze occidentali tramite la sua cessione allo Stato-fantoccio wahhabita del Qatar, lo stesso staterello che finanzia il terrorismo taqfrita della Fratellanza mussulmana nel Sinai. E qui vari tasselli, dalla vicenda dell’agente provocatore Regeni al terrorismo islamo-atlantista, s’incastrano.
Non sorprende quindi che il “Centro” di cui parla Regeni nel video di sopra, sia un’emanazione del suddetto più grande “centro”, a sua volta finanziato dai seguenti soggetti:
• Asia Pacific Forum of National Human Rights Institutions
• Christian Aid
Finnish Ministry of Foreign Affairs
• Ford Foundation
• Open Society Foundations
• Oxfam Intermón
• Oxfam Novib
Swedish Ministry of Foreign Affairs
Due parole su Christian Aid e ministero degli Esteri svedese:
Christian Aid è un ente cristiano-sionista fondato da Robert Finley, ennesimo esempio di missionario evangelico avanguardia dell’imperialismo; fu infatti cacciato dalla Cina nel 1948, dove si era infiltrato per sostenere gli interessi statunitensi. Ma i comunisti gli diedero il foglio di Via. Quindi si spostò in Corea, ma anche qui, nel 1950, i comunisti scacciarono questo sicario di Washington. In seguito Finley si alleò con il padre del cristianismo sionista statunitense, Billy Graham, vicinissimo al complesso militar-industriale, al Pentagono e alla CIA. Christian Aid in sostanza finanzia la diffusione dell’estremismo evangelico nei Paesi del Terzo e Quarto Mondo.
Il ministero degli Esteri della Svezia; perché Stoccolma è così interessata alle faccende mediorientali?
ISIS Al-Qaeda Militants Fighting Syrian Civil War In Svezia opera l’associazione islamica IFIS, che aderisce alla Federazione delle Organizzazioni Islamiche in Europa (FIOE), un’emanazione della Fratellanza musulmana. Quando gli Emirati Arabi Uniti misero fuori legge i Fratelli musulmani, definirono l’IFIS un’organizzazione della rete internazionale dei Fratelli Musulmani. Quando nel 2014 si discusse di non permettere il rientro di cittadini svedesi recatisi all’estero per partecipare alla jihad in Siria, Iraq e Libia, il Comitato dei diritti umani musulmano affermò che ciò sarebbe stato razzista e che i jihadisti non erano ancora una minaccia per la Svezia. L’IFIS opera come una lobby della fratellanza mussulmana, e ha avuto successo, ad esempio piazzando Abdirizak Waberi, un dirigente del partito moderato, nel comitato per la Difesa, che decide le politiche verso le Forze Armate svedesi. Waberi si proclama aperto sostenitore della sharia, rivelando chiaramente di essere un islamista. Omar Mustafa, che assunse la presidenza dell’IFIS nel 2011, sostituendo Waberi, fu eletto alla guida del partito socialdemocratico svedese (SAP) nell’aprile 2013. Mehmet Kaplan fu a capo dei giovani musulmani di Svezia nel 1996-2002, e nel 2008 fondò l’Organizzazione dei musulmani svedesi per la Pace e la Giustizia (SMFR), divenne membro della direzione del partito dei Verdi e nel 2014- 2016 fu ministro per gli alloggi. Nel 2014, Kaplan paragonò i jihadisti che si recavano in Siria per combattere nello SIIL ai fascisti svedesi che andarono in Finlandia a combattere i sovietici durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel 2015 Kaplan cenò con i capi dell’organizzazione fascista dei Lupi grigi e si scoprì che aderiva anche all’organizzazione islamista turca del Milli Gorus, gruppo creato da Erdogan. Mehmet Kaplan fa parte del consiglio dell’organizzazione Charta 2008, che difende i jihadisti e critica la guerra al terrorismo. Il portavoce e segretario generale del SMFR, Yasri Khan, fu nominato alla direzione del partito dei Verdi fino all’aprile 2016, mentre la segretaria del ministro per l’Istruzione svedese Gustav Fridolin era Anwahr Athahb, eletta alla vicepresidenza di SMFR. Nel 2014, Athahb fu candidata dal partito dei Verdi al Parlamento europeo ed oggi lavora a un talk show in arabo sulla radio nazionale della Svezia. Nell’agosto 2013, l’IFIS manifestò a Stoccolma in sostegno dell’ex-presidente islamista Muhamad Mursi, appena deposto dall’esercito egiziano.

Mehmet Kaplan

Mehmet Kaplan

Fonti:
ADN Kronos
Christian Aid
ECESR
CESR
CESR
CESR
Gatestone Institute
The Cairo Post