Qatar, principi al gabbio e navi da guerra renziane

Alessandro Lattanzio, 30/6/2017Il 14 febbraio 2017, il principe saudita Muhamad bin Nayaf bin Abdulaziz, vicepremier e ministro degli Interni, incontrava il presidente turco Recep Tayyip Erdogan per esaminare le relazioni bilaterali tra Arabia Saudita e Turchia, gli sviluppi in Medio Oriente e relativa posizione dei due Paesi, e la cooperazione su sicurezza e lotta al terrorismo. Già nell’ottobre 2016, Erdogan aveva avuto colloqui dettagliati con bin Nayaf, “Ho conosciuto il principe della corona Muhamad bin Nayaf ai margini dell’assemblea generale delle Nazioni Unite. Il nostro incontro è stato molto breve, ma abbiamo detto che ci saremmo incontrati in Turchia. Ho incontrato Sua Altezza Reale ad Ankara e abbiamo trovato l’opportunità di discutere in dettaglio le relazioni bilaterali oltre agli ultimi sviluppi della regione. Abbiamo approfittato dell’opportunità di attribuire a sua Reale Altezza l’Ordine della Repubblica di Turchia. Simbolo importante della portata dei legami fra i popoli fratelli turco e saudita, nonché dei legami tra i nostri due Paesi. Durante la nostra riunione abbiamo parlato delle relazioni tra i due Paesi. E, naturalmente, del tentato colpo di Stato in Turchia del 15 luglio. Siamo molto contenti della posizione ferma dell’Arabia Saudita in quel momento. Esprimemmo nostro piacere e la nostra gratitudine al Regno. Arabia Saudita e Turchia sono prese di mira. Se si guarda agli sviluppi in Siria, Iraq, Libia e Tunisia, ciò non va trascurato, e neanche in Pakistan e Afghanistan… Sono tutti collegati. Infatti, troviamo intrighi e complotti contro il mondo islamico, e così i Paesi del mondo islamico devono essere solidali”. Il 21 giugno 2017, il principe Muhamad bin Nayaf, ufficialmente successore del sovrano saudita, re Salman, veniva esonerato dalla linea di successione in favore del figlio del re Muhamad bin Salman. Dal giorno dell’annuncio, Nayaf scompariva dalla vita pubblica venendo licenziato dalla carica di ministro degli Interni e sottoposto agli arresti domiciliari nel suo palazzo a Jidah. Anche le sue guardie del corpo furono licenziate e sostituite da uomini del principe Salman. Ciò avveniva contemporaneamente alla crisi tra Arabia Saudita e Qatar, dove la Turchia di Erdogan si schiera nettamente dalla parte del Qatar. Non è un caso, quindi, che Muhamad bin Salman facesse arrestare lo zio Muhamad bin Nayaf, non solo in quanto rivale per la corona, ma anche perché vicino a Erdogan, alleato del Qatar. Ciò viene confermato dall’intelligence tedesca BND, secondo cui il principe Salman sarebbe un “politico impulsivo ed interventista”, le cui manovre compromettono i rapporti del regno saudita con gli alleati regionali e Washington.
Nel frattempo, 45 cittadini turchi venivano deportati dal Qatar per presunti legami con il movimento gulenista, accusato del tentato colpo di Stato in Turchia del 15 luglio 2016. Una ricompensa di Doha per l’aiuto di Erdogan al Qatar nella crisi con l’Arabia Saudita. Tuttavia, già a maggio Arabia Saudita, Malaysia, Georgia e Myanmar avevano deportato accademici, uomini d’affari e insegnanti turchi su richiesta del governo di Erdogan, nonostante avessero lo status di rifugiati dalle Nazioni Unite. Inoltre, il ministro dell’Energia degli EAU Suhayl al-Mazruaya dichiarava, il 29 giugno, che il suo Paese dispone di risorse sufficienti e di un piano per impedire qualsiasi carenza energetica nel caso il Qatar tagliasse le forniture di gas, mentre il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr affermava, durante la sua visita a Washington, che l’Arabia Saudita non toglierà l’embargo commerciale al Qatar finché non saranno soddisfatte le 13 richieste avanzate il 22 giugno.Italia e Francia combatterono per anni la battaglia per vendere navi da guerra al Qatar. Lo scontro italo-francese iniziò nel marzo 2016 alla Doha International Doha Exhibition and Conference (DIMDEX), in Qatar, quando la ministra della Difesa dell’Italia si apprestava a firmare un accordo sulla vendita di corvette, firma poi rinviata su pressione francese. La ministra Pinotti si recò in Qatar il 29 – 31 marzo 2016 con l’intento di firmare l’accordo non vincolante per vendere 4 corvette e 1 nave rifornimento alla marina del Qatar. Era accompagnata da Mauro Moretti, Amministratore Delegato di Finmeccanica (ora Leonardo) e Giuseppe Bono, Amministratore Delegato della Fincantieri. Nei colloqui fu discusso il finanziamento dell’accordo da 3,5 miliardi di euro e il coinvolgimento dell’Italia nella costruzione di un ospedale militare in Qatar. La Francia aveva già offerto un proprio accordo sulle navi, ma non arrivò a farlo sottoscrivere. Il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian incontrò al-Thani al DIMDEX, mentre il presidente dei DCNS Hervé Guillou e il vicepresidente esecutivo della Thales Pascale Sourisse parteciparono alla mostra. La Francia fece un’offerta scontata su 3 fregate FREMM, dotate di missili antiaerei MBDA Aster 30 e missili antinave Exocet. La Thales aveva già venduto al Qatar i radar navali MRR 3D e Triton, nonché i radar terrestri Tiger e Master. Il 22 settembre 2015, la Francia firmò un accordo di cooperazione per l’addestramento militare con il Qatar. E il 30 marzo, Qatar e MBDA firmarono, sempre alla DIMDEX, un memorandum d’intesa per i sistemi missilistici costieri Exocet MM40 Block 3 e i Missili a Gittata Estesa Marte, per un valore di 640 milioni di euro. Doha inoltre ordinò 24 caccia Dassault Rafale, del valore di 6,7 miliardi di euro, di cui 2 per acquistare i missili e le bombe guidate Sagem da imbarcarvi. Alla fine, il Qatar firmava il contratto da 3,8 miliardi di euro per acquisire 8 navi militari dalla Fincantieri, il più grande contratto d’esportazione navale dell’Italia. La firma, tenutasi a Roma, avvenne tra l’Amministratore Delegato della Fincantieri Giuseppe Bono e il comandante della Marina del Qatar Muhamad Nasir al-Muhanadi. Così il Qatar acquista 4 corvette, 1 nave d’assalto anfibio, 2 pattugliatori d’altura e 1 nave da rifornimento; un programma di costruzioni navali di sei anni che inizierà nel 2018. Le corvette saranno lunghe oltre 100 metri e dislocheranno 3000 tonnellate, mentre i pattugliatori saranno lunghi 60 metri e dislocheranno 700 tonnellate. La nave più grande, quella d’assalto anfibio, si baserà sulla nave similare costruita dalla Fincantieri per l’Algeria, la Qalat Bani Abas, lunga 143 metri e che disloca 9000 tonnellate. Leonardo-Finmeccanica fornirà i sistemi di combattimento per tutte le navi e avrà un terzo del contratto. I radar da installare sulle corvette si baseranno sul radar multifunzionale che l’azienda ha già costruito per le fregate FREMM italiane, che saranno dotate di cannoni OTO Melara da 76mm, sistemi a tiro rapido da 30 mm, sistema antisiluro e sonar antimine della Thesan. Le piattaforme coprono il 35% del valore del contratto, mentre i sistemi di propulsione il 25%. Nel contratto sono compresi 15 anni di supporto logistico. L’accordo è accompagnato da un accordo firmato dalla ministra della Difesa Pinotti e dal ministro della Difesa del Qatar Qalid bin Muhamad al-Atiyah, che prevede l’addestramento di personale del Qatar presso la Marina Militare italiana. Un importante responsabile dei colloqui fu l’Ammiraglio Valter Girardelli che in seguito, il 22 giugno 2016, fu nominato a capo della Marina Militare italiana sostituendo l’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi.
La scelta di Doha a favore dell’Italia è probabilmente una ritorsione del Qatar verso la Francia, per aver venduto le navi Mistral ex-russe all’Egitto, deciso nemico della fratellanza musulmana finanziata e supportata dal Qatar; così come l’acquisto di 36 cacciabombardieri F-15 statunitensi è una mossa sia per punire sempre Parigi, per il suo supporto a Egitto e Arabia Saudita, che per corrompere l’amministrazione statunitense di Donald Trump, allontanandola dall’allineamento filo-saudita nello scontro con il Qatar. Un altro motivo della scelta italiana del Qatar è senza dubbio la convergenza in Libia, dove il fronte Italia-Qatar-fratellanza mussulmana si oppone al Fronte di Liberazione libico, formato dall’asse Qalifa Haftar-Parlamento di Tobruq-Sayf al-Islam Gheddafi-Forze della Jamahiriya, supportato da Egitto ed Emirati Arabi Uniti, nemici gepolitici del Qatar.Fonti:
al-Arabiya
Arab News
Defense News
Defense News
Intel News
The Qatar Insider
The Qatar Insider

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Che succede in Qatar? È il gas, bello

Ziad Fadil, Syrian Perspective 5/6/2017Ebbene, non sono le elezioni veramente oneste dell’Iran che hanno spinto l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Ali Thani a prestare fedeltà all’Iran. E neanche la più grande base militare degli USA nella regione, al-Udayd. Infatti, il passaggio all’Iran mentre ospita gli Stati Uniti sembrerebbe un’accoppiata improbabile, ma non se sei un mini-Stato sull’orlo dell’autodistruzione dalla posizione economica svantaggiosa. Vedete, gente, una volta terminato il gasdotto dall’Iran all’Iraq e alle coste della Siria, il gas del Qatar sarà così costoso che il Paese galleggerà sulle proprie riserve per un paio di anni prima d’implodere. Mai più Qatar. Hmm. Gli iraniani pensano, cosa succede se lasciamo il Qatar nell’affare? Che succede se condividiamo il gasdotto? Che succede se possiamo inserire un cuneo tra il Qatar e il resto della spazzatura araba sul Golfo? Non saremmo noi gli inglesi? E così è accaduto.
L’Iran ha deciso di dare al Qatar una quota dei diritti sul gasdotto in Siria e Damasco ha convenuto se il Qatar cessa di sostenere al-Qaida, SIIL e tutti gli altri gruppi di ratti come il Faylaq al-Rahman. Presto, gli inutili ufficiali del Qatar saranno ritirati dal MOK in Giordania. E meglio ancora, il Qatar ora è assolto da ogni ulteriore obbligo nella cosiddetta “coalizione saudita” sulla guerra assai impopolare contro lo Yemen. I sauditi ne sono indignati. Come può il Qatar sostenere la Fratellanza musulmana, gruppo di fondamentalisti islamici che si oppone profondamente al dominio della primogenitura o del dinasticismo? E come potrebbe il Qatar, alleata delle nazioni capricciose, affidarsi all’Iran sciita, principale nemico dell’Arabia Saudita nella regione? Come, anzi? Gli egiziani, così irritati dalle azioni del Qatar, accettano un assegno miliardario dall’Arabia Saudita per ritirare l’ambasciata da Doha. Anche il “governo” della Libia orientale si allontana. L’Arabia Saudita attacca il Qatar che ha una base statunitense? Sfortunatamente, a meno che gli Stati Uniti non tolgano i propri mezzi, che non costerebbe a Trump un penny. E come può l’Arabia Saudita farci qualcosa quando ha le proprie zampe impantanate nello Yemen? La politica crea dei corteggiatori strani, Stati Uniti e Iran in un menage a trois fatto per i libri di storia. Non vedo l’ora di sentire Trump spiegarlo. Non badate ai puzzatoi di Washington, nascondono deliberatamente i fatti ai merli della stampa. Patetico. Guardiamo e vediamo entro quando l’Arabia Saudita dovrà agire ora che il nemico, l’Iran, è al confine.

Umran Daqnish ieri

Umran Daqnish oggi

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Qatar, nuovo disastro piddiota

Alessandro Lattanzio, 5/6/2017Bahrayn, Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Libia e Maldive hanno deciso di sospendere i rapporti diplomatici con il Qatar. Il Bahrayn è stato il primo, affermando che l’azione è motivata dai persistenti tentativi di Doha di destabilizzarlo. Il Bahrayn dava ai diplomatici del Qatar 48 ore per lasciare il territorio dell’isola. Inoltre, Manama sospendeva le comunicazioni aeree e marittime con Doha, impediva ai cittadini del Qatar di visitare il Bahrayn e vietava ai propri di risiedere o visitare il Qatar. Poco dopo, Riyadh, Cairo e Abu Dhabi emettevano dichiarazioni simili mentre Arabia Saudita ed Egitto sospendevano le comunicazioni aeree e marittime con il Qatar. “Il governo del Regno dell’Arabia Saudita, esercitando i propri diritti sovrani garantiti dal diritto internazionale e proteggendo la sicurezza nazionale da terrorismo ed estremismo, ha deciso d’interrompere le relazioni diplomatiche e consolari con lo Stato del Qatar“, afferma la dichiarazione. I cittadini del Qatar avevano 14 giorni per lasciare l’Arabia Saudita. Contemporaneamente, la coalizione saudita annunciava la cancellazione della partecipazione del Qatar all’operazione militare contro lo Yemen, sostenendo che Doha appoggia i gruppi terroristici al-Qaida e SIIL. “Il governo della Repubblica araba d’Egitto ha deciso di interrompere le relazioni diplomatiche con il Qatar a causa della continua ostilità delle autorità del Qatar verso l’Egitto“, affermava la dichiarazione di Cairo. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti bloccavano anche siti e TV del Qatar. Anche gli EAU accusavano il Qatar di “destabilizzare la sicurezza della regione“, dando ai diplomatici del Qatar 48 ore per lasciare il Paese, citando “sostegno, finanziamento e armamento ad organizzazioni terroristiche, estremiste e settarie”. Il conflitto tra Qatar e Paesi vicini esplodeva una settimana dopo il vertice saudita-statunitense di Riyadh, ufficialmente perché l’agenzia stampa del Qatar sarebbe stata hackerata, inviando un discorso a nome dell’emiro del Paese a sostegno delle relazioni con l’Iran. L’emiro del Qatar avrebbe criticato Stati Uniti, Arabia Saudita e Stati clienti per voler suscitare tensioni con l’Iran “potenza islamica“. Al vertice, Arabia Saudita e USA invece minacciarono l’Iran. La Libia interrompeva le relazioni diplomatiche con il Qatar dopo Manama, Riyadh, Cairo e Abu Dhabi. Tripoli definisce Doha “fonte principale delle armi per il ramo libico della Fratellanza musulmana ed altri gruppi islamici armati fin dal 2012, costituendo una minaccia per la sicurezza nazionale del mondo arabo“. La Repubblica delle Maldive aderiva alle sanzioni subito dopo.
Ci dispiace per la decisione d’interrompere le relazioni“, dichiarava il ministero degli Esteri del Qatar, “queste misure sono ingiustificate e basate su asserzioni senza fondamento. Lo Stato del Qatar è membro attivo del Consiglio di cooperazione degli Stati arabi del Golfo Persico (GCC), ne rispetta la carta, la sovranità di altri Stati e non interferisce nei loro affari interni, adempiendo anche agli obblighi della lotta a terrorismo ed estremismo“. Il ministro degli Esteri del Qatar, Muhamad bin Abdurahman al-Thani, affermava che il suo Paese era oggetto di una “campagna mediatica ostile, a cui risponderemo“. Tuttavia il viceministro degli Esteri del Quwayt Qalid Jaralah si dichiarava “dispiaciuto” ed esprimeva la volontà del Quwayt di sostenere il Qatar. Abdalbari Atwan, caporedattore del giornale Rai al-Yum, sottolineava che la frattura con Doha sarebbe il preludio di un’aggressione militari al Qatar, “Il prossimo passo potrebbe essere l’intervento militare per il cambio di regime in Qatar, perché la guerra è pianificata da mesi“, ribadendo che la fine dei legami diplomatici e la chiusura dei confini servono ad isolare Doha. Il Segretario del Consiglio degli Esperti dell’Iran Mohsen Rezayi invitava l’Arabia Saudita ad evitare l’intromissione negli affari interni del Qatar, avvertendo Ryiadh che la tolleranza dei Paesi regionali ha un limite e che potrebbe fare esplodere la rabbia. “L’interferenza dei Saud negli affari interni del Qatar con il pretesto della sua amicizia con l’Iran equivale all’aggressione“, scriveva Rezayi, che avvertiva che le misure illegali dei Saud porteranno la regione sull’orlo dell’insicurezza, affermando che i governanti sauditi si scavano la tombe e presto vedranno la rivolta del popolo, proprio e delle nazioni regionali. Infine, l’ex-ministro della Difesa israeliano Moshe Yalon dichiarava il 5 giugno che, “Oggi vediamo cosa fanno gli Stati arabi al Qatar, trattandolo da Stato canaglia, sia perle relazioni con l’Iran, sia per sostegno, finanziamento e incitamento del terrorismo. Oltre al fatto che ciò significa che non esiste una coalizione araba, certamente non contro di noi, lo sviluppo che avutosi in Medio Oriente negli ultimi anni ha portato a rendere irrilevante il termine “conflitto arabo-israeliano”. Noi e gli arabi, gli stessi arabi che organizzarono la coalizione nella Guerra dei Sei Giorni per cercare di distruggere lo Stato ebraico, oggi si trovano nella nostra stessa barca … i Paesi arabi sunniti, tranne il Qatar, sono nella nostra stessa barca, vedendo noi tutti l’Iran nucleare come minaccia numero uno contro tutti noi”. Segno netto dell’alleanza fattuale tra petromonarchie wahhabite e Stato sionista, suggellata dall’attiva assistenza militare e logistica israeliana alle organizzazioni terroristiche in Siria.L’italietta piddiota, in tutto questo, ovviamente, non poteva farsi sfuggire l’occasione di rimediare la solita squallida figura di Stato-pezzente. Mauro Moretti, AD uscente di Leonardo (Finmeccanica), si preannunciava (badate bene, il 17 maggio 2017) sulla possibilità di “novità di grande importanza” da Qatar e Arabia Saudita. Ovviamente, non gli avevano spiegato bene quali fossero tali “novità”. In un intervento di un’ora e mezzo all’assemblea degli azionisti, Moretti sottolineava di avere realizzato, nei tre anni alla guida di Finmeccanica, risultati “che difficilmente si vedono in giro, quindi è bene che rimangano scolpiti. Sono in corso campagne nella Penisola Arabica, dal Qatar all’Arabia Saudita, dove credo e spero possano esserci novità di grande importanza“. E nel 2016, il sito Formiche non poteva trattenersi dal trionfalismo sui francesi, salutando l’affarone firmato dalla ministra Pinotti con il Qatar: la vendita al ministero della Difesa del Qatar di 8 navi da guerra del valore di circa 4 miliardi di euro, da costruirsi presso la Fincantieri. La firma si ebbe tra il comandante della Marina del Qatar, General-Maggiore Muhamad Nasir al-Muhanadi, e l’amministratore delegato di Fincantieri Giuseppe Bono, alla presenza dei ministri della Difesa Qalid bin Muhamad al-Atiyah e Roberta Pinotti. La Fincantieri dovrebbe costruire per il Qatar 4 corvette, 1 nave d’assalto anfibia, 2 pattugliatori d’altura e fornirne i relativi servizi di supporto per 15 anni, assicurando sei anni di commesse ai cantieri navali del gruppo di Riva Trigoso e Muggiano. Le unità dovrebbero sorvegliare e pattugliare le acque territoriali del Qatar e della sua zona economica esclusiva. Leonardo/Fincantieriavrà la responsabilità della fornitura integrata del sistema di combattimento delle nuove unità navali, i principali radar e sensori di bordo e sottosistemi di difesa, incluso i sistemi d’arma di medio calibro da 76mm e di piccolo calibro da 30mm, il sistema di protezione antisiluro, il sonar antimine Thesan, e in collaborazione con la MBDA (che è francese!), il sistema missilistico. La fornitura comprende inoltre attività di supporto logistico integrato di lungo periodo”. La Fincantieri batteva la francese DCNS nella gara per il Qatar, “Per arrivare a stipulare l’accordo con Doha, l’Italia ha dovuto guerreggiare a lungo con la Francia che, assieme a USA e Regno Unito, ha una lunga tradizione di forniture militari ai Paesi del Golfo. Se la Francia non avesse venduto nel 2015 una portaerei (in realtà due portaelicotteri) e alcune navi da guerra all’Egitto, probabilmente l’Italia non avrebbe concluso l’affare. La fornitura francese al regime di al-Sisi ha indispettito (per usare un eufemismo) il giovane emiro Tamin al-Thani che guida il Qatar”. Avete capito? L’Italia è forse anche responsabile delle misure prese contro il Qatar, suo grosso cliente…. Quando si lascia la politica estera ed economica del Paese in mano alle nostrane odalische dell’islamismo petrowahhabita (“siamo tutti fratelli mussulmani” urlicchiava nel 2012 Lia Quartapelle, gerarca del PD), le conseguenze non tardano mai a farsi sentire.

Qalid bin Muhamad al-Atiyah e Roberta Pinotti.

In fondo, lo scontro tra Doha e Ryadh era già iniziato da mesi, se non anni, sul terreno siriano, dove le varie organizzazioni mercenarie terroristiche, finanziate da sauditi e qatarioti, si scontrano per il dominio, temporaneo, dei territori occupati. Inevitabilmente, tale scontro tra ascari e mercenari è risalito fino alle fonti responsabili del terrorismo in Siria. La frattura dell’asse NATO-Wahhabismo è la conseguenza della sconfitta strategica totale del grande piano nato coi neocon, fare del medioriente una piattaforma d’assalto contro Russia-Cina-India. E’ ovviamente fallito come qualsiasi delirio nato tra necon e brzezinskiani. Ora arrivano i cascami, rese dei conti tra beduini ingioiellati, caproni wahhabiti, sinistra socialcoloniale e con un’ideologia da supermercato dello sconto, destra totalmente preda delle banche, a loro volta legate alle catene del rapporto dollaro-petrolio. Ovvio il fiorire di auto-attentati per impedire che i rapporti di forza mondiali, o almeno nell’occidente, non cambino. Non ci sono solo i sauditi che si giocano la pelle, ma tutto il bel mondo del ‘moderno’ capitalismo liberista tutto indice di borsa e docufiction di Soros, e niente produzione materiale. E’ ovvio che gli intermediari di questa fogna, tipo i mass media degli unicorni o i servizi segreti che hanno reclutato centinaia di migliaia di terroristi del mondo con flussi da miliardi di dollari, facciano di tutto per continuare, o almeno non finire sotto processo o peggio, ricorrendo all’oliato strumento che si chiama gladio e strategia della tensione.Fonti:
The Meditelegraph
Reuters
Jewish Press
Formiche
FNA
FNA
FNA

Libia, gli alleati dell’Italia compiono una strage

Alessandro Lattanzio, 21/5/2017

Mentre questo Sito viene aggredito e insultato da fogne mediatiche come Huffington Post e Vice, che propagandano l’accoglienza a 90 gradi verso i profughi creati dalle guerre celebrate, invocate e salutate dai su medesimi siti di disinformazione imperialista (Left, Vice, Huffington Post e altra spazzatura), in Libia, il 18 maggio, bande armate composte dai miliziani armati dal governo Renzi-Gentiloni e dai terroristi di al-Qaida, che diverse ONG italiane definiscono ‘umanitari numero uno‘, uccidevano, decapitavano e bruciavano vive 150 persone nell’aeroporto libico di Baraq al-Shati. Ovvio il sonoro silenzio del sistema merdiatico italiano. SitoAurora è l’unico sito a riferire in Italia di questo massacro commesso dagli alleati dei servizi segreti italiani e della Farnesina in Libia, ovvero al-Qaida e la fratellanza mussulmana turcofila di Misurata, dove l’esercito italiano ha posto la propria base operativa libica.
Il 17 marzo, la sede di Saraj presso la base navale di Abu Sita, veniva attaccata da sconosciuti, mentre a Misurata i seguaci di Salah Badhi e Qalifa Gwal attaccavano la TV e la radio locale, venendo respinti. Contemporaneamente Saraj era Roma per discutere con il Gruppo di Contatto per il Mediterraneo Centrale che riunisce UE, Alto Commissariato ONU per i Rifugiati e Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (organismo logistico dei mercenari islamisti). Saraj chiedeva all’Italia l’invio in Libia di 20 motovedette, 4 elicotteri, 24 imbarcazioni, 10 autoambulanze, 30 autoveicoli blindati e telefoni satellitari. Il 30 marzo, a Roma rappresentanti delle tribù Tabu e Ulad Sulayman di Sabha firmavano un accordo di riconciliazione, con cui il governo italiano avrebbe pagato gli indennizzi alle vittime della faida tribale. L’Italia, tramite la comunità di sant’Egidio, interveniva perché interessata a controllare l’aeroporto Taminhint di Sabha. Ma già il leader tribale dei Tabu, Adam Dazi, affermava che i capitribù non avevano idea di che accordo si trattasse. Già nel novembre 2015 il Qatar mediò un simile accordo di riconciliazione, poi violato nel novembre 2016.
La Libyan Cement Company (LCC), è uno dei più grandi cementifici della Libia, con tre stabilimenti a Bengasi, al-Huari e Derna, assumeva gli specialisti della società russa RSB-Group per sminare il cementificio di Bengasi, avviato il 22 agosto 2016. Il cemento è necessario per ripristinare le infrastrutture distrutte dai terroristi. Finora veniva importato dalla Tunisia. Nell’aprile 2016 l’Esercito nazionale della Libia eliminò i terroristi dalla zona degli impianti industriali del cementificio. I genieri dell’esercito libico non poterono completare la bonifica per mancanza di attrezzature, a causa delle sanzioni imposte dai Paesi occidentali contro Tobruq. Inoltre, diversi genieri libici morirono nelle operazioni di sminamento. Inizialmente i libici si rivolsero a una società inglese, che volle 50 dollari per metro quadro, quindi si rivolsero agli specialisti russi del RSB-Group, che bonificarono 750000 mq di superficie per 15 dollari a metro quadro. Il RSB-Group opera in Egitto, Colombia e Cina, oltre che Libia. La LCC è di proprietà della Libya Holdings Group (LHG) di Tripoli e di 15 investitori di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Il 5 aprile, l’Esercito nazionale libico (LNA) avviava le operazioni per liberare la base di Tamanhant, presso Sabha, mentre il GNA di Tripoli condannava l’azione e ordinava alle sue forze di respingere l’attacco del LNA. A marzo, 16 militari feriti venivano inviati in Italia per cure mediche. Il 12 aprile Fayaz al-Saraj dichiarava che “Purtroppo l’Europa non ci ha aiutato, ma ha fatto solo vuote promesse. Abbiamo bisogno urgente di aiuti seri per proteggere e controllare le coste. Inoltre, la comunità internazionale deve fare di più per contribuire a stabilizzare il Paese”. Intanto, numerosi terroristi dello Stato islamico provenienti dalla Libia venivano curati in cliniche in Europa almeno dal 2015; “Elementi dello SIIL coinvolti nell’espatrio di feriti libici usano questa strategia per uscire dalla Libia con falsi passaporti“, secondo un documento dell’intelligence italiana. Il piano era incentrato su un progetto occidentale per riabilitare i feriti, il Centro per il sostegno dei libici feriti, gestito “in modo dubbio e ambiguo” sotto la supervisione dal governo di al-Saraj a Tripoli. Secondo il documento, gli infiltrati dello SIIL utilizzavano falsi passaporti forniti da una rete criminale e inoltre, all’inizio del 2016, lo SIIL occupando Sirte poté accedere a 2000 passaporti in bianco. “Dal 15 dicembre 2015, un numero ignoto di combattenti feriti dello Stato islamico in Libia è espatriato verso un ospedale d’Istanbul per cure mediche“. Da lì, i terroristi venivano inviati in altri ospedali turchi, provenendo soprattutto da Misurata, Sirte e Bengasi. “Misurata è la sede di tale contrabbando dalla Libia verso l’Europa. Ed è anche il luogo dove si svolge il mercato dei passaporti falsi, quando a costoro è necessaria una falsa identità per nascondersi“. I principali Paesi che accolgono i terroristi feriti, secondo il documento dello spionaggio italiano, sono Turchia, Romania, Bosnia, Francia, Germania e Svizzera. Il medico Rodolfo Bucci confermava al Guardian di esser stato contattato da un individuo appartenente alla rete del contrabbando. “Sono stato contattato da alcuni uomini per coordinare queste cure mediche perché sono uno specialista nella terapia del trattamento del dolore. Ma poi non so cosa sia successo. Non so se il programma fu interrotto“. Il documento dell’intelligence italiano descrive la posizione del governo al-Saraj come “altamente ambivalente” perché, anche se non finanzia l’assistenza medica ai terroristi dello SIIL, “ufficialmente permette l’espatrio di elementi del MSTB (Majlis Shura Thuwar Benghazi), una milizia jihadista collegata allo SIIL”. Secondo il rapporto dell’intelligence italiana, i documenti preparati dagli ospedali che organizzano l’espatrio dei libici feriti recano pochi dettagli sulle ferite, o ne sono totalmente privi.
Il 2 maggio 2017, ad Abu Dhabi s’incontravano il premier-fantoccio al-Saraj ed il Generale Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico della Camera dei Rappresentanti di Tobruq, per discutere su quali organizzazioni andassero definite terroristiche, sullo scioglimento delle milizie, sul rifiuto dell’accordo sui migranti con l’Italia, sull’eliminazione dell’Art.8 del Libyan Political Agreement di Shqirat, che garantiva al Presidente del Consiglio Presidenziale ampi poteri su Forze Armate ed intelligence. Inoltre al-Saraj e Haftar convenivano nel formare un comando militare congiunto, con a capo Haftar, e ad unire le istituzioni statali. Gli Emirati Arabi Uniti inoltre dispiegavano velivoli da combattimento a sostegno del Generale Qalifa Haftar, nella Libia orientale, sulla base aerea al-Qadim. In Libia la produzione di petrolio superava il picco dell’ottobre 2014, arrivando a 780000 barili al giorno; grazie anche all’esenzione dai tagli della produzione nell’OPEC. Il maggiore giacimento petrolifero della Libia, Sharara, pompava circa 225000 barili al giorno, che arrivavano alla raffineria di Zawiyah. Anche al-Fil, o giacimento Elefante, nella Libia occidentale, veniva riavviato ad aprile dopo un’interruzione di due anni. Sharara, che ha una capacità di 330000 barili al giorno, è gestita da una joint venture tra Lybia National Oil Corp., Repsol SA, Total SA, OMV AG e Statoil ASA, mentre al-Fil è gestito da una joint venture tra NOC ed ENI, e può pompare fino a 90000 barili al giorno destinati all’impianto di Malitah. Il 18 maggio, il ministero degli Esteri del governo fantoccio di al-Saraj licenziava 12 ambasciatori, 10 dirigenti aziendali e 4 consoli generali. Ciò avveniva il giorno dopo che il ministro degli Esteri di al-Saraj, Muhamad Syala, licenziava l’alleato di Qalifa Haftar e ambasciatore in Arabia Saudita Abdulbasit al-Badri. Gli ambasciatori rimossi erano quelli in Canada, Etiopia, Grecia, Ungheria, Paesi Bassi, Panama, Qatar, Serbia, Slovacchia, Sudan, Vaticano e Regno Unito, i consoli generali quelli di Alessandria, Dubai, Istanbul e Milano. Venivano richiamati in patria gli addetti commerciali in Australia, Belgio, Croazia, Cipro, Costa d’Avorio, Nicaragua, Oman, Pakistan, Sierra Leone e Sri Lanka.Il 18 maggio, 141 persone venivano uccise nell’attacco perpetrato dalle milizie del GNA contro la base aerea di Baraq al-Shati, dove le forze islamiste uccisero sommariamente decine di soldati disarmati. “I soldati tornavano da una sfilata militare, non erano armati, la maggior parte di essi fu uccisa”. Il portavoce dell’Esercito nazionale libico, Colonnello Ahmad Mismari, annunciava che gli attacchi aerei di risposta erano iniziati dalla base aerea di Jufra contro i terroristi, e che “non ci sarebbe stato un cessate il fuoco”. L’attacco terroristico era stato guidato da Ahmad Abduljalil al-Hasnawi e da Jamal al-Trayqi del 13.mo battaglione di Misurata (fazione islamista armata ed informata direttamente dall’Esercito italiano) con l’appoggio della 201.ma brigata e delle brigate di difesa di Bengasi. La base era difesa dal 10.mo Battaglione del LNA, che perse 17 uomini, oltre a subire 11 dispersi, e dal 12.mo Battaglione, che perse 86 uomini. Gran parte del 12.mo Battaglione si trovava invece a Tuqra, per le celebrazioni dell’operazione Qaramah. Inoltre, anche 7 piloti civili furono uccisi. Uno dei testimoni aveva dichiarato che le vittime non furono uccise in combattimento ma erano state allineate e giustiziate. Il sindaco di Baraq al-Shati riferiva che almeno 5 soldati furono decapitati. Un altro testimone affermava, “Hanno ucciso tutti nella base: soldati, cuochi, addetti alle pulizie“, molti con un colpo alla testa. Alcuni erano cadetti appena laureatisi ufficiali durante la cerimonia del LNA per celebrare il terzo anniversario dell’operazione Qaramah. Le forze che difendevano la base, guidate dal generale Muhamad bin Nayal, erano riuscite parzialmente a ritirarsi, grazie ad informazioni sull’attacco imminente. Il Comando Generale del LNA dichiarava che la risposta sarà “dura e forte”, parlando apertamente di vendetta, “I responsabili saranno schiacciati”. Il governo di Tobruq accusava apertamente del massacro il Consiglio di Presidenza di al-Saraj e il suo ministro della Difesa, oltre che di aver violato la tregua concordata ad Abu Dhabi. I membri del Congresso di Tobruq chiedevano il licenziamento del ministro della Difesa di al-Saraj, Mahdi al-Barghathi, e di processarlo per il massacro, mentre Ali Gatrani, componente del Congresso di Tobruq, accusava del massacro anche il capo dei fratelli musulmani libici Sadiq al-Ghariani, potente alleato dell’Italia. I burattinai di Saraj, l’inviato speciale dell’ONU Martin Kobler e l’ambasciatore inglese Peter Millett, chiedevano all’esercito libico di non reagire all’aggressione, indicando la mano del mandante della strage. Il fantoccio della Farnesina, Fayaz al-Saraj, sospendeva ‘per 15 giorni’ il suo ministro della Difesa, l’islamista filo-turco Mahdi al-Barghathi. Inoltre, Saraj riconosceva che Jamal al-Trayqi, a capo del 13.ma battaglione (con cui l’esercito italiano collabora) era responsabile dell’attacco a Baraq al-Shati. Le brigate di difesa di Bengasi, coinvolte nel massacro, hanno stretti legami con Barghathi e la fratellanza mussulmana filo-turca di Misurata.
Quindi, l’Esercito nazionale libico (LNA) dichiarava che al-Qaida e le milizie del governo del fantoccio italiano al-Saraj avevano attaccato la base aerea di Baraq al-Shati, decapitando decine di soldati libici. La maggior parte degli aggressori erano stranieri. Muhamad Lifrays, portavoce del 12.mo Battaglione del LNA, che aveva subito l’assalto, dichiarava, “Siamo convinti che combattevamo al-Qaida“. Diversi soldati erano stati decapitati o bruciati vivi. La maggior parte dei soldati era stata uccisa con colpi alla testa o sgozzati. Almeno 15 civili furono uccisi dai terroristi. Il comandante delle Forze Speciali Sayqa, Mahmud Warfali, affermava “L’LNA libererà la base aerea“, mentre 112.mo, 117.mo e 173.mo Battaglione libici si avvicinavano a Baraq al-Shati. L’Egitto condannava tale “attacco terroristico brutale“, e il Ministero degli Esteri di Cairo esprimeva “solidarietà al popolo libico e all’Esercito libico nazionale, chiedendo di occuparsi seriamente dei responsabili dell’azione terroristica“, aggiungendo che la politica libica non dev’essere soggetta a gruppi criminali che si fanno strada con il terrorismo o collaborando con le organizzazioni terroristiche finanziate da Paesi esteri. Anche il portavoce del Ministero degli Esteri dell’Algeria condannava l’attacco, “Condanniamo fermamente questi attacchi e notiamo che per diversi anni abbiamo costantemente incoraggiato i partiti libici a sostenere il dialogo e la riconciliazione nazionale per risolvere la crisi“. Nel frattempo, gli ambasciatori della Libia in Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti (si noti l’assenza di quello in Italia) condannavano tale crimine, “condanniamo i tentativi di cambiare la situazione in Libia con la forza, che pregiudicano il dialogo politico e prolungano le sofferenze del popolo libico”.

Il capo di Stato Maggiore italiano generale Graziano a Misurata, base delle milizie islamiste filo-turche.

Fonti:
el-Temif
FNA
FNA
FNA
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Moon of Alabama
RID
RID
Reuters
SCF
Tekmor Monitor
The Guardian

Italia e crisi dei migranti: le ONG complici di contrabbandieri e schiavisti in Libia

Sawako Uchida e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times

Carmelo Zuccaro, procuratore italiano, sostiene di avere prove importanti su numerose ONG colluse con i contrabbandieri che si arricchiscono sulla miseria degli inermi. Infatti, se dimostrato, tali ONH hanno le mani insanguinate ed incoraggiano di nascosto la schiavitù in Libia, anche se non voluta. Pertanto, è tempo di tenere conto di una catena infinita che lega mass media che incoraggiano la migrazione di massa, ONG che aiutano i contrabbandieri ad arricchirsi e l’agenda politicamente corretta di certi politici che tentano di alterare le dinamiche europee manipolando i fatti. La Stampa fu informata da Zuccaro che le navi di salvataggio venivano avvertite dal paradiso del contrabbando libico per raccogliere i migranti economici nel Mar Mediterraneo. Il modus operandi della catena diretta tra contrabbandieri e ONG si basa sulle telefonate. Naturalmente, ciò implica che i migranti economici debbano pagare un forte incentivo finanziario ai contrabbandieri. Quindi, a chi non può permetterselo, le questione della schiavitù araba dei neri africani, e la persecuzione degli immigrati cristiani, diventa una realtà nella Libia attuale. Va detto che la schiavitù resta in Mauritania, dove i musulmani neri africani subiscono abusi continui dagli altri musulmani della nazione. Allo stesso modo, l’Arabia Saudita tollera ancora la schiavitù dalla Seconda Guerra Mondiale, fondamentale vergogna da eradicare da tale realtà permanete e storica della Penisola Araba. Infatti, gli animisti e i cristiani neri africani subirono una simile realtà quando le milizie arabe, alleate del governo di Khartoum, tolleravano la schiavitù tra le forze antigovernative durante la guerra civile. Naturalmente, lo SIIL (Stato islamico) è noto schiavizzare e vendere cristiani e yazidi in Iraq. Nel caso degli yazidi, non essendo “persone del libro”, subiscono schiavitù e la schiavitù sessuale delle donne, costrette a convertirsi all’Islam, e la pulizia etnica. Tuttavia, proprio come in Libia, la schiavitù si basa su tradizioni e razzismo contro i neri africani. Recentemente, la BBC riferì: “Anche le donne sono comprate da clienti libici e portate in casa dove diventano schiave sessuali“, secondo un testimone. La BBC aggiunge: “A febbraio, l’Unicef rilasciò una relazione che documenta, talvolta con orribili dettagli, storie di schiavitù, violenza e abusi sessuali subiti da numerosi bambini che viaggiano dalla Libia all’Italia“. La schiavitù dei neri africani da parte dei musulmani arabi ha ben più di mille anni e le realtà in Libia, Mauritania e Sudan mostrano che la mentalità cambia lentamente. Naturalmente, per via del politicamente corretto e della moda, non vi è alcuna manifestazione di massa contro la schiavitù in Libia tuttavia, si può solo immaginare cosa accadrebbe aprendo tali mercati negli USA, Francia o Israele. Reuters ha anche riferito nel 2016 sulla Mauritania: “Gli Haratin, che costituiscono la principale “casta degli schiavi”, discendono da etnie nere africane del fiume Senegal. Spesso lavorano come pastori e domestici… Il Paese dell’Africa occidentale ha la più alta prevalenza di schiavi, secondo l’indice della schiavitù globale, con circa il 4 per cento della popolazione, o 150000 persone, che vivono come schiavi“.
Tornando ai contatti tra ONG e contrabbandieri in Libia, Zuccaro ha detto: “Abbiamo prove di contatti diretti tra alcune ONG e trafficanti di persone in Libia“. L’agenzia di frontiera dell’Unione europea, Frontex, è altrettanto disturbata dalle ONG che incoraggiano la migrazione di massa. Questo, a sua volta, provoca innumerevoli morti in mare e la schiavitù in Libia. Dopo tutto, la Libia attuale è una nazione fallita dovuta all’interferenza delle potenze del Golfo e della NATO. Pertanto, la storia del contrabbando e della schiavitù araba dei neri africani riempie il vuoto, e lo stesso vale per la crescente minaccia dei vari gruppi islamisti sunniti e militanti regionali in Libia. Fabrice Leggeri, figura di Frontex, ha informato Die Welt sul ruolo delle ONG, affermando con forza che le imbarcazioni di soccorso delle numerose ONG hanno incoraggiato i trafficanti a “forzare ancora più migranti su imbarcazioni insicure con acqua e carburante insufficienti, rispetto agli anni precedenti“. Le affermazioni stupefacenti della cancelliera Merkel sul ruolo dei mass media, delle ONG e del politicamente corretto allarmano sulla migrazione di massa in Europa in diversi sensi. Il risultato sono gli innumerevoli morti in mare, il tradimento dei veri rifugiati, la schiavitù in Libia, le convulsioni terroristiche in Europa, la criminalità e la creazione di contrabbandieri estremamente ricchi. Pertanto è necessaria un’azione diretta per fermare ciò che persone inermi subiscono dall’operato di ONG e contrabbandieri, anche se cercano risultati diversi.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora