Libia, guerra ‘civile’ petrolifera

Alessandro Lattanzio 7/1/20156391178467_e323e94fc7_bL’inviato speciale del Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, Emrullah Isler, incontrava il 25 ottobre il presidente del Parlamento Ayla Salah Isa, a Tobruq, ma poi si recava a Misurata, sede della fazione islamista Fajr al-Libya (Alba Libica) e a Tripoli ad incontrare il primo ministro islamista Umar al-Hasi. Emrullah Isler era il primo rappresentante di un Stato estero ad incontrare ufficialmente il capo del governo islamista libico, opposto al governo ufficiale di Abdallah al-Thani. Nel corso della visita Isler annunciava il ristabilimento dei collegamenti aerei regolari tra Istanbul e Misurata. Nel frattempo, 2 aerei da trasporto turchi erano atterrati a Misurata, il 24 e 25 ottobre, carichi di armi e munizioni per le milizie islamiste in lotta contro le forze del governo di Tobruq. Il 13 novembre 2014 venivano fatte esplodere due autobombe davanti le ambasciate di Egitto e EAU a Tripoli. In Libia, da metà giugno 2014, si sono avuti oltre 500 omicidi, tra cui quello del colonnello Aqila Ibrahim, capo dei servizi segreti, nominato nel marzo 2012 dal Consiglio nazionale di transizione. Aqila Ibrahim aveva deciso di rivelare una cospirazione islamista che coinvolgeva milizie, militari, poliziotti e servizi segreti turchi e qatarioti per trasformare la Libia in una base per i terroristi islamisti dell'”Esercito libero di Egitto”. In effetti, Sayfallah bin Hasin (Abu Iyadh), capo di Ansar al-Sharia, assieme ad altri cinque terroristi, tra cui l’iracheno Abu Nabil al-Ambari rappresentante del SIIL a Derna, sarebbe fuggito su una nave maltese diretta a Creta, dove un aereo qatariota li avrebbe poi trasportati a Mosul. Da oltre due settimane lo “Stato islamico” di Derna subiva gli attacchi da parte delle truppe di Qalifa Haftar. Nonostante l’arrivo a Derna di una nave carica di armi noleggiata dal Qatar, i jihadisti di Fajr al-Libya e circa 1000 terroristi del SIIL, hanno subitno gravi perdite nelle operazioni condotte dall’esercito di Haftar. A Sabrata gli islamisti subivano ancora diverse perdite da parte delle truppe di Haftar, come anche gli islamisti tunisini radunatisi in Libia, a Ben Gardan e a Madinin, al comando di Muqhtar Belmuqtar. Sayfallah bin Hasin, alias Abu Iyadh, ex-membro del partito islamico tunisino al-Nahda, stava scontando una condanna di 43 anni per omicidio. Nel marzo 2011 fu liberato da Farhat Rajhi, ministro degli Interni tunisino, su pressione delle ONG teleguidate da Washington. Quindi Sayfallah bin Hasin creò l’organizzazione jihadista Ansar al-Sharia con il supporto di al-Nahda. Nell’ottobre 2014, il fratello di Sayfallah, Hafadh bin Hasin, fu arrestato assieme a una dozzina di altri terroristi, per aver pianificato un attentato con un’autobomba.
Dal 4 al 6 dicembre le forze di Qalifa Haftar bombardarono i terroristi del Fajr al-Libya e, appoggiate dalle forze speciali algerine, scacciarono i terroristi dalle loro basi a Ras Jadir, Buqamash, Tuyrat al-Ghazala, Zuara, Bir al-Ghanam, Bengasi, Derna e Sabrata. Il 4 dicembre 2014 la rivista Maghreb Confidential riferiva di un incontro segreto ad Algeri tra due capi libici, Ali Salabi, capo spirituale della coalizione islamista Fajr al-Libiya, e Mahmud Jibril, leader della cosiddetta Alleanza delle forze nazionali (NFA) che supporta il governo di Tobruq. Mahmud Jibril è anche uno dei capi dei warfala, uno dei più grandi e influenti gruppi tribali della Tripolitania, ancora neutrali nel confronto armato in Libia. L’Algeria cercava di prendere l’iniziativa nel risolvere la crisi in Libia, mentre Cairo vedeva nella riunione ad Algeri il tentativo di neutralizzare l’operazione al-Qarama, guidata da Haftar, volta ad eliminare i terroristi in Libia. Gli egiziani, quindi, si dichiaravano pronti a permettere ad Ahmad Gheddafi al-Dam, il leader dei gheddafiani, a condurre negoziati con gli islamisti. Il 7 dicembre 2014, il giornale Asharq al-Awsat affermava che il governo di Tobruq intendeva nominare Qalifa Belqasim Haftar comandante delle forze armate libiche. A quanto pare era la risposta di Cairo alla riunione segreta di Algeri.
Il 27 dicembre, a Sidra venivano incendiati 5 serbatoi di petrolio, colpiti dalle milizie islamiste di Fajr al-Libiya, secondo un tecnico della al-Waha Oil Company. Sidra si trova sulla costa libica, a 180 chilometri ad est di Sirte. Il tecnico affermava che ognuno dei 19 serbatoi presenti a Sidra aveva una capacità di oltre 326000 barili. Difatti, i pozzi di petrolio tra Bengasi e Sirte erano il nuovo teatro degli scontri tra l’esercito di Haftar e gli islamisti di Fajir al-Libiya. Entrambe le fazioni vogliono prendere il controllo dei giacimenti, anche a costo di distruggerne gli impianti. Secondo il quotidiano al-Akhbar diplomatici statunitensi e inglesi avrebbero detto esplicitamente alle parti in conflitto che chi controlla i pozzi di petrolio e i terminali avrà il riconoscimento internazionale come governo libico. Mentre l’occidente sosterrà chi gli dimostrerà maggiore fedeltà, sarebbe iniziata la spartizione delle risorse petrolifere libiche, con la ricomparsa della Francia. Negli ultimi mesi sono esplosi i combattimenti tra le tribù tabu al confine con il Ciad, e i tuareg o amazigh che abitano nel sud della Libia, Algeria, Niger e Mali. La Francia aveva inviato rinforzi in Niger e Ciad, dove ha ristrutturato la vecchia base militare di Madama, a 100 km dalla Libia, e spinge il presidente ciadiano ad inviare forze in Libia per combattere assieme ai tabu contro i tuareg. Il ministro della Difesa francese Le Drian aveva visitato Niger e Ciad, invocando l’intervento internazionale contro il terrorismo in Libia. Difatti, la regione Ubari, patria dei tuareg, galleggia su un mare di petrolio. La regione ha molti pozzi di petrolio che il regime di Gheddafi chiuse preservandoli per le generazioni future, oltre anche ad enormi giacimenti di petrolio inesplorati; mentre i monti del Tibesti, terra dei tabu, al confine tra Libia e Ciad, ospitano migliaia di tonnellate di oro e uranio. Se la Francia intervenisse nel sud della Libia, aizzerebbe ancora la disputa Libia-Ciad sulla striscia di Aozou, ricca di uranio, permettendole d’insediarvisi ancora una volta. Riguardo l’Italia, con il precedente regime e grazie alle cordiali relazioni tra il primo ministro Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi, il gigante petrolifero ENI gestiva oltre il 35 per cento della produzione di petrolio libico, ricavandovi circa il 32 per cento del fabbisogno nazionale italiano. “L’Italia accetta di lasciare una zona in cui ha avuto una notevole influenza storica?
A fine dicembre 2014, la banca centrale libica avvertiva che stava esaurendo le riserve in valuta estera. A giugno 2014, aveva riserve per 109 miliardi di dollari. Nel frattempo, il portavoce del parlamento islamista di Tripoli, Umar Humaydan, dichiarava, “Ci sarà il rigoroso perseguimento di politiche di austerità. Chiediamo ai libici di essere pazienti e di sopportare le circostanze attuali“. Va ricordato che la metà delle attività estere della banca centrale libica è costituita da partecipazioni in banche italiane o del Bahrayn, obbligazioni e depositi in franchi CFA, la moneta coloniale francese dell’Africa occidentale. In Libia i servizi di base e i ministeri non funzionano più, come ad esempio l’operatore pubblico della telefonia cellulare al-Madar, mentre i black-out sono regolari per mancanza di manutenzione o carenza di pezzi di ricambio per riparare le strutture danneggiate nei combattimenti. Negli ospedali di Bengasi i pazienti devono portarsi i farmaci o farsi visitare in laboratori privati. “C’è grave carenza di farmaci. Non abbiamo un budget dal ministero della salute“, aveva detto il portavoce del più grande ospedale di Bengasi. Anche la benzina scarseggia e le persone fanno la coda per il pane. Le importazioni sono ferme da due mesi. Non vi è neanche il denaro per ricostruire infrastrutture come aeroporti e impianti petroliferi, che costerebbe 38 miliardi di dollari. Inoltre, secondo l’analista di IHS Richard Cochrane, “L’occidente è distratto da Siria e Iraq, ma probabilmente la Libia è la maggiore minaccia. I jihadisti, dello stesso stampo dello Stato islamico, si consolidano e avanzano. Non c’è nulla che fermi i combattenti che usano la Libia come via per arrivare in Europa. Si tratta di un campo di addestramento proprio sulla porta d’ingresso dell’Europa“. I diplomatici occidentali fanno freneticamente la spola tra il governo di Tobruq e gli islamisti a Tripoli, finora invano. Paesi confinanti come Niger e Ciad, anche su istigazione di Parigi, avevano chiesto l’intervento militare per arginare l’avanzata dei jihadisti, ma la NATO ha esaurito le risorse, “Un’operazione NATO? Non è che un sogno”, dichiarava una fonte del governo francese, smentendo così il ministro Le Drian, “Non abbiamo intenzione di ricominciare con l’idea che si possa far cadere alcune bombe per portare democrazia e unità nazionale“. Infatti, una forza d’intervento dovrebbe essere massiccia per avere un qualche effetto sul caos in Libia. “Qualsiasi forza di pace senza una piena potenza sarebbe molto vulnerabile“, afferma Cochrane. “Sarebbe bloccata nei compound e ripetutamente colpita da IED (dispositivi esplosivi improvvisati) fiaccandone il morale“. Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si oppongono le milizie islamiste, braccio militare dei Fratelli musulmani che cercano di sradicare nei loro Paesi, mentre Qatar e Turchia li sostengono. “Le potenze regionali istigano, piuttosto che mediare, rifornendoli di armi“. Secondo Geoff Porter, responsabile della North Africa Risk Consultancy,Ci sono due possibili scenari per una soluzione politica. Uno è che i libici accettino una sorta di federalismo, condivisione di potere e risorse. Ma l’altro è un nuovo uomo forte che s’imponga sulle varie tribù e fazioni in guerra, che governi più o meno come Gheddafi“.
Nel frattempo, il governo di Tobruq, vieta l’ingresso di palestinesi, sudanesi e siriani in Libia perché ne sospetta l’appartenenza a gruppi terroristici attivi in quei Paesi. Umar al-Sanqi, ministro degli interni della Libia, basa tale decisione sull’esame accurato di tali cittadini. Inoltre, il ministero avrebbe richiesto ai cittadini maltesi di ricevere il nulla osta di sicurezza prima di entrare in Libia, perché si sospetta che alcuni di loro aiutino le milizie islamiste in Libia. Va ricordato, infatti, che in Siria, sarebbero presenti, secondo fonti del controterrorismo, 1200 terroristi provenienti dalla Francia, 550 dalla Germania, 500 dal Regno Unito, 440 dalla Georgia, 210 dal Belgio, 164 dall’Austria, 123 dall’Olanda, 90 dall’Albania, 90 dalla Svezia, 70 dalla Spagna, 53 dall’Italia; 28 dalla Norvegia, 27 dalla Svizzera e 6 dal Portogallo. In Spagna, ad esempio, nell’operazione Javer, del maggio 2014, polizia e Guardia Civil dissolsero una cellula dedita al reclutamento e addestramento di jihadisti da inviare in Mali, tra cui 6 militari e un poliziotto spagnoli. Secondo le forze di polizia europee, sarebbero rientrati in Europa circa 500 jihadisti. “L’influenza che questi rimpatriati esercitano nelle rispettive comunità può accelerare radicalizzazione e reclutamento di alcuni membri, aumentando in modo esponenziale il rischio di attentati”.

democraciaenlibiaFonti:
al-Akhbar
el Pais
Haaretz
New Eastern Outlook
Marianne
Modern Tokyo Times
Relief
Reuters
Sputnik
Tunisie Secret
Tunisie Secret
VIP

L’obbligo di combattere il SIIL

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 14/09/2014

350307dIl presidente Obama e il segretario di Stato John Kerry tentano di realizzare una cosiddetta “coalizione dei volenterosi” per aiutare gli Stati Uniti a combattere lo Stato Islamico dell’Iraq e Levante (ISIL) in Iraq e Siria. Obama ha solo avuto il sostegno del nuovo fragile governo iracheno, del martoriato governo regionale del Kurdistan nel nord dell’Iraq, e dell’Arabia Saudita. Quest’ultimo “socio”, l’Arabia Saudita, è il benefattore principale del SIIL. Obama ha anche stupidamente detto di voler armare l’“esercito libero siriano”, anche se molti dei suoi membri originali si sono uniti al SIIL e al suo alleato, il Fronte al-Nusra, dopo essere stati addestrati e armati da CIA e squadre militari statunitensi in Giordania e Turchia. Tra i Paesi che Obama e Kerry avevano avvicinato per la loro coalizione, Giordania e Turchia hanno detto di no a lanciare attacchi sulla Siria dal proprio territorio. Anche il Regno Unito ha detto che non avrebbe partecipato agli attacchi alle posizioni del SIIL in Siria. Ben 300 cittadini inglesi combatterebbero con il SIIL in Siria e Iraq. Per via della pressione della lobby israeliana negli Stati Uniti, gruppo che mette sempre avanti gli interessi d’Israele, assai diversi e spesso contrapposti agli interessi degli Stati Uniti, Obama ha perso l’occasione di creare una coalizione veramente efficace che potesse attuare il suo desiderio di “distruggere” il SIIL. Obama e Kerry continuano ad aggrapparsi all’idea di poter contemporaneamente distruggere il SIIL in Siria e abbattere il governo del presidente siriano Bashar al-Assad. Tali idee sono fantasiose e slegate dalla realtà. I sauditi sono all’origine degli attacchi con cloro e sarin ai civili siriani ed è l’Arabia Saudita a rifornire al-Nusra e SIIL. L’idea che alcuni disertori governativi siriani, che vivono in costosi hotel a Istanbul grazie alle carte di credito saudite, rappresentino un qualche “esercito”, è ridicola. E’ anche chiaro che Arabia Saudita e Israele coordinano i loro sforzi per sostenere il SIIL in Siria, soprattutto intorno le alture del Golan, dove il personale delle Forze di Difesa israeliane fornisce supporto ai guerriglieri del SIIL che occupano posizioni dell’esercito siriano, come pure siti delle forze di pace delle Nazioni Unite. Il direttore della CIA John O. Brennan, uno dei principali sostenitori del regno saudita, avrebbe partecipato a discussioni tra il consigliere per la sicurezza nazionale saudita, principe Bandar bin Sultan, uno dei maggiori sostenitori di al-Qaida negli Stati Uniti, prima del 9/11, come precisato nelle 28 pagine di una relazione del Comitato dell’Intelligence del Senato, il capo dell’intelligence saudita, principe Qalid bin Bandar e il capo del Mossad israeliano Tamir Pardo. Nel suo ultimo discorso televisivo Obama ha detto che voleva limitare il supporto al SIIL. Tuttavia, può farlo solo minacciando severe sanzioni e altre pene ad Arabia Saudita e Israele, i due principali amici del SIIL in Medio Oriente, manna propagandistica per gli israeliani. Yuli Edelstein della Knesset ha detto al primo ministro ceco Bohuslav Slobotka, a Praga, che l’Europa presto capirà i problemi d’Israele con Hamas perché il SIIL arriva in Europa. Edelstein usa il SIIL, creazione di Israele e Arabia Saudita per rovesciare il governo di Damasco, per minacciare l’Europa di attacchi terroristici. Edelstein ha anche avvertito il primo ministro ceco dal migliorare le relazioni con l’Iran. L’unica arma d’Israele è spaventare per intimidire non solo i Paesi più piccoli, come Repubblica ceca, Irlanda e Montenegro, ma i Paesi più grandi come Germania, Francia e Stati Uniti.
Per il presidente Obama c’è solo una coalizione utile per sradicare il SIIL. Una coalizione che necessariamente non può includere l’Arabia Saudita, addestrando volontariamente i membri dell’“Esercito libero siriano” a combattere il SIIL. È più appropriato dire che l’Arabia Saudita arruola il personale dell’esercito libero siriano per inserirlo nel SIIL, non combatterlo. Obama vuol fare credere che l’esercito e la guardia nazionale saudite wahabite prendano le armi contro i wahabiti del ISIL. In realtà, l’esercito saudita esiste per una sola ragione, proteggere la famiglia reale saudita, niente di più e niente di meno. I partner naturali della coalizione contro il SIIL sono coloro che hanno già dimostrato disponibilità ad affrontare i taqfiri wahabiti: le forze armate siriane, libanesi ed Hezbollah che combattono i radicali sunniti in Siria; le forze peshmerga del Kurdistan; l’Iran e le Guardie Rivoluzionarie iraniane che aiutano curdi e turcomanni a combattere il SIIL in Iraq; la Russia e il presidente della Cecenia Ramzan Kadyrov che minaccia di distruggere i “bastardi” del SIIL. Obama potrebbe arruolare l’Egitto se abbandona la pretesa di attaccare il SIIL in Siria e nello stesso tempo arruolare i siriani dell’opposizione “moderata” per rovesciare Assad. L’esercito egiziano, che governa l’Egitto, è un solido alleato del governo siriano di Hafiz e Bashar Assad. Ci sono altri possibili alleati per una campagna realistica per liberare il mondo dal SIIL. Gli Stati Uniti dovrebbero abbandonare i malconcepiti piani per rifederare lo Yemen nell’ambito di una stupida elaborazione dei neocon del dipartimento di Stato strettamente legati ad Israele. In questo modo porterebbero le forze indipendentiste dello Yemen del Sud e i ribelli sciiti zaidi huthi dello Yemen del nord dalla parte degli USA, spazzando via al-Qaida nella Penisola Araba (AQAP) che rifornisce di uomini ed altri elementi il SIIL.
Il senatore John McCain e la sua “ombra” Lindsey Graham, insieme alle loro lobby neocon, israeliana e di spacciatori filo-sauditi griderebbero contro qualsiasi riavvicinamento alle forze sciite islamiche di Iran, Iraq, Yemen, Libano e Siria per combattere il SIIL, dove gli interessi di Israele e Arabia Saudita sono diametralmente opposti a quelli degli Stati Uniti. Il presidente Obama, che non deve affrontare un’altra elezione, è nella posizione unica di usare il suo “pulpito” della presidenza degli Stati Uniti per mettere a posto McCain, Graham, l’American Israel Public Affairs Comittee (AIPAC), il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo entourage, i saudofili della lobby dell’American Petroleum Institute. Tali individui e gruppi vorrebbero solo che gli Stati Uniti inviassero ulteriori militari e risorse per perseguire le proprie politiche da spacciatori mediorientali volte solo a proteggere gli interessi di Israele e del regno saudita. Abbandonando la cooperazione con i ricchi petro-potentati della penisola arabica, gli USA, dopo aver sconfitto il ISIL, potrebbero dedicarsi a sradicare gli islamisti che controllano Tripoli, in Libia. Per fare ciò non dovrebbero coinvolgere gli espatriati libici tirati fuori dalle comodità finanziate dalla CIA nel nord della Virginia, Parigi e Inghilterra, divenendo il nuovo governo libico dopo la brutale caduta del leader libico Muammar Gheddafi. Piuttosto, gli USA devono riportare al potere in Libia i principali sostenitori di Gheddafi. I funzionari di Gheddafi devono essere liberati dal carcere. Una Libia stabile potrebbe quindi essere il trampolino di lancio per attaccare i wahabiti che controllano parti del nord della Nigeria e del Camerun sotto la bandiera di Boko Haram, impegnati in attentati terroristici brutali in Mali. Gli Stati Uniti devono anche fare causa comune con i tuareg del Mali che rivogliono la loro Patria Azawad. Questi sono i passi che devono essere adottati per correggere gli errori commessi dagli interventisti incompetenti di Obama che hanno sconvolto il Medio Oriente.

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La Minaccia. Sulla maglietta nera: ‘politica estera irresponsabile di Obama’.

La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ecco perché le cosiddette sanzioni occidentali contro la Russia sono un grande bluff

Una lezione di geostrategia di Jean-Paul Pougala, ex-scaricatore illegale, CameroonVoice Bandjoun (Camerun) 20/03/2014
Jean-Paul Pougala insegna “geostrategia africana” presso l’Istituto Superiore di Management (ISMA) al Rue des Ecoles di Douala, Camerun.

vladimir-putin-valery-gerasimov-sergei-shoiguParte 1/4 – Sul piano militare, la minaccia dell’occidente è un bluff
A – La Russia è inevitabile nelle strategie militari occidentali
Durante la crisi in Africa centrale, il popolo del Camerun inveiva perché le truppe francesi passarono sul territorio camerunese per arrivare in Africa Centrale. Le malelingue arrivarono a dire che la Francia voleva usare questa operazione per destabilizzare il Camerun. La vera ragione di tale transito, che radio e televisione francesi che trasmettono anche nell’Africa francofona furono attente a non svelare, era che la Francia, che si pretende così potente, non ha aeromobili di grandi dimensioni per il suo esercito. La Francia, che ha un deterrente nucleare molto costoso, paradossalmente non ha soldi per permettersi un aereo di tipo “jumbo”. Così è costretta a noleggiarli, e anche allora i costi sono proibitivi. E secondo voi, da chi affitta aerei di grandi dimensioni per trasportare le proprie truppe e materiale bellico? Dalla Russia. Proprio perché i grandi aerei meno costosi sono gli Antonov russi. Questo è lo stesso problema di tutti gli altri Paesi dell’Unione europea che di giorno giurano di torcere il collo della Russia, ma di notte spiegano a Mosca che stanno solo scherzando, affinché non si arrabbi. L’Unione europea la scorsa settimana ha firmato un accordo di associazione con il governo provvisorio (golpista) dell’Ucraina. Si tratta di un accordo che è di per sé un vero e proprio bluff, perché il grosso dell’economia ucraina è nella parte territoriale di lingua russa. Gli impianti industriali militari di epoca sovietica sono ancora legati a Mosca. E nessun accordo per salvare l’Ucraina può fare a meno della parte in cui si concentrano principalmente le industrie della Difesa ucraine. Vale a dire che l’Unione europea, sostenendo i manifestanti di Maidan fino all’accordo per emarginare i russofoni in Ucraina, ritiene di costruire un’alleanza strategica contro coloro che detengono l’industria delle armi necessaria anche per una piccola guerra. Si ha sempre l’impressione che i capi europei non ne sappiano molto della vera geopolitica di Ucraina e Russia. Da un lato, vogliono emarginare la Russia, mentre nei fatti non possono farne a meno. I cittadini europei non sanno che non c’è solo la Francia priva di mezzi per trasportare i suoi militari da un punto ad un altro. La NATO, che pretende di bombardare la Russia se cerca di riconquistare le regioni russofone dell’Ucraina, fa trasportate alla Russia il grosso delle sue truppe ed attrezzature nella maggior parte dei teatri non solo di guerra, ma anche di addestramento. Attraverso la sua agenzia, la Namsa, la NATO ha stipulato il contratto confidenziale SALIS (Strategic Air Lift Interim Solution) con la società russa Ruslan Salis GmbH di Lipsia, in Germania e che riguarda i grandi velivoli da trasporto di due aziende russe: l’Antonov Design Bureau (ADP) di Kiev, Ucraina e le Volga Dnepr Airlines (VDA) di Uljanovsk in Russia. Senza l’aiuto dei russi, la NATO dovrebbe rimanere a terra per mancanza di fondi. Per un confronto, il maggiore aereo cargo statunitense, il Boeing C-17, è 30 volte più costoso dell’Antonov. Questo spiega perché i 18 Paesi della NATO, tra cui la Francia, affittino aerei russi oggi. E anche se mostrano le loro zanne e danno l’impressione agli ignoranti di essere duri con la Russia, si nasconderanno con cura ogni volta che il Presidente russo Putin tossirà un po’. Secondo un articolo del 5 agosto 2009 sulla pagina Secret Défense del quotidiano francese Libération, la Francia paga ogni anno 30 milioni di dollari per l’affitto di aerei russi. Li ha usati per 1195 ore nel 2008, se ne calcoli l’ammontare con i 25000 euro per ogni ora di noleggio. Il giornale ha confrontato l’aereo dell’Antonov con quello dei partner statunitensi, e ha detto che per le stesse ore la Francia avrebbe dovuto pagare 600 milioni di euro se avesse scelto di affittare dagli statunitensi piuttosto che dai russi. Non importa, 25000 euro all’ora è una buona cifra, 16,4 milioni di FCFA per ogni ora di noleggio di un Antonov An-124 che trasporta un carico di 390 tonnellate in 1000 mc. La Francia può giocare a braccio di ferro facendo credere alla Polonia di inviare 4 caccia per proteggerla dalla Russia, ma tale iniziativa fa ridere gli asili in Russia. E chi finanzierebbe la guerra contro la Russia, se ancora non ha idea di chi finanzia le sue operazioni in Africa centrale, avendo l’Unione europea fatto alla Francia la vaga promessa di 50 milioni di euro mentre gli statunitensi erano riusciti a garantirsi che il voto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non facesse di tale intervento un intervento delle Nazioni Unite, in modo che non lo pagassero. Quindi si capisce perché la Francia deve risparmiare mentre la decisione del trasporto via terra dal porto di Douala si rivela una soluzione imposta. Non si tratta quindi di una manovra per destabilizzare il Camerun, ma di una scelta dettata dalle tasche vuote di un Paese in crisi che pretende di sloggiare i russi dalla Crimea.

B – L’esercito statunitense ha un bisogno vitale della Russia
Senza l’aiuto della Russia, i marines statunitensi avrebbero mille volte più difficoltà in Afghanistan.  Questo Paese non ha accesso al mare e confina con la Comunità degli Stati Indipendenti, la Cina, il Pakistan e l’Iran. Gli statunitensi, non sentendosi al sicuro in Pakistan dove bin Ladin si nascose per 10 anni, hanno scelto di passare attraverso la Russia per arrivare in Afghanistan. Così, quando si parla del costo della guerra in Afghanistan, il contribuente statunitense non sa che finanzia il nemico russo. Basta sgranare i conti del Pentagono per capire che la Russia si sta già fregando le mani a mano a mano che il conflitto si trascina. Nel 2012, per esempio, una dichiarazione del Pentagono ha reso ufficiale il numero di soldati statunitensi transitati dalla Russia dall’inizio del conflitto: 379000 soldati e 45000 tonnellate di materiale statunitensi. Quando il presidente russo Vladimir Putin e il presidente degli Stati Uniti Barack Obama s’incontrarono a margine del vertice G-20 di Los Cabos, in Messico, nel giugno 2012, i media statunitensi sferzarono il demonio della Russia che sostiene Assad e assiste l’Iran nel costruire la bomba atomica. Ciò che non poterono commentare era il comunicato stampa ufficiale che accompagnava l’incontro, rilasciato dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti, che diceva: “Gli Stati Uniti ringraziano la Russia per il suo contributo a plasmare il futuro dell’Afghanistan. I nostri Paesi hanno stabilito una fruttuosa cooperazione e pianificazione nel sostenere gli sforzi di Kabul per ripristinare ambiente tranquillo e società stabile libere da terrorismo e droga. Ai sensi degli accordi, la Russia ha visto transitare sul suo territorio più di 379000 soldati, più di 45000 container di merci militari e più di 2200 sorvoli aerei“. Quindi perché le sanzioni verbali del presidente Obama alla Russia si limitano a un miserabile divieto di visto, ora si capisce. Perché è la Russia che ha le carte per impedire, ad esempio, che le truppe statunitensi in Afghanistan non possano passare sul suo territorio; ciò sarebbe un serio disastro finanziario per il Pentagono e per il ministero della Difesa degli Stati Uniti che dovrebbe trovarvi una soluzione alternativa. Si tratta quindi solo di propaganda per l’opinione pubblica statunitense, per definizione guerrafondaia.

Perché gli equipaggiamenti militari russi sono superiori a quelli della NATO in una guerra convenzionale?
Ci fu una battaglia presso il Congresso degli Stati Uniti d’America nel giugno 2012, quando il Pentagono annunciò di voler comprare un secondo ordine di 10 elicotteri russi. Che sacrilegio che i potenti USA chiedano armi ai nemici per combattere in Afghanistan. Non funziona. I generali degli Stati Uniti in Afghanistan preferiscono gli elicotteri russi a quegli statunitensi, se vogliono ottenere una vittoria sui taliban, anche se ufficialmente si tratta di dotarne l’esercito afgano. La storia comincia all’inizio dell’avventura militare afghana della NATO. Il contingente canadese della Forza internazionale di sicurezza si rende conto, molto presto, che i loro mezzi non sono adatti. Rapporti confidenziali vengono inviati a Ottawa, infine, permettendo ai generali canadesi che occupano il sud dell’Afghanistan di affittare elicotteri russi in segreto, con risultati positivi sul campo. I generali statunitensi in Afghanistan ne vengono informati. E invece di trattare direttamente con i russi, su richiesta del Pentagono, compiono la scelta completamente insensata di acquistare da trafficanti di armi elicotteri da combattimento russi. È la Repubblica ceca ad avere la possibilità di vendere ai militari degli Stati Uniti i suoi vecchi elicotteri dell’era sovietica, tra cui i Mi-8 per i quali gli Stati Uniti spendono molti soldi, mentre quelli nuovi sono più convenienti. Non si deve trattare con il nemico russo. Non si deve offendere il popolo statunitense. Tale situazione diventa insopportabile perché la Russia si rifiuta di fornire pezzi di ricambio ad acquirenti anonimi e chiede la tracciabilità del venditore e dell’acquirente di questi elicotteri. La situazione permane fino al 2011 quando i generali statunitensi decidono di bucare l’ascesso che si era formato troppo a lungo, e trattano direttamente con i russi. Questa è la versione ufficiale del Pentagono nell’annunciare lo storico accordo per l’acquisto di 21 elicotteri Mi-17B-5 versione da combattimento, per 375 milioni dollari, da impiegare in Afghanistan. Nel giugno 2012, il Pentagono  decise di ordinare 10 nuovi elicotteri da combattimento alla Russia per 217 milioni dollari. Questa volta alcuni membri del Congresso degli Stati Uniti d’America decisero di non arrendersi senza combattere prima del passaggio a Mosca di ciò che viene considerato il più potente esercito del mondo. Fu il senatore Richard Shelby dell’Alabama ad aprire le ostilità accusando il presidente Obama di vendere il Paese ai russi, acquistando, disse, “aeromobili non appropriati, senza coordinamento nell’acquisto” dicendo, secondo lui, che “gli Stati Uniti hanno i migliori aerei del mondo“. Ma i generali che combattono in Afghanistan passano a velocità massima in prima linea per parlare direttamente al pubblico statunitense per spiegare che non sono in Afghanistan per fare numero, ma per combattere e spesso morire. Quindi, se dobbiamo morire, lo facciamo con le armi migliori per combattere. Non fu che il generale dell’US Air Force Michael Boera, responsabile dell’addestramento della forza aerea afgana, davanti alla caparbietà dei senatori statunitensi, a dimenticarsi la segretezza parlando direttamente alla stampa. Ecco cosa disse al giornale Washington Post: “Se venite in Afghanistan e farete un volo sul Mi-17, capirete subito perché questo elicottero è così importante per il futuro dell’Afghanistan (…) Dimenticate che il Mi-17 è russo, vola alla perfezione in Afghanistan“. La cosa più divertente di tale storia è che per contrastare il Pentagono e tutti i suoi generali che preferiscono gli aerei russi, come rivelato dal giornalista Konstantin Bogdanov dell’agenzia di stampa russa RIA Novosti il 15 giugno 2012, 17 senatori statunitensi scrissero una lettera al segretario alla Difesa Leon Panetta, nell’aprile 2012, per legare l’accordo sulle armi con la Russia alla crisi siriana. Ecco quello che scrissero: “Non possiamo permettere che i contribuenti statunitensi finanzino indirettamente l’uccisione di civili siriani (…) il denaro dei contribuenti viene speso per l’acquisto di elicotteri russi invece che per comprare attrezzature degli Stati Uniti per i militari afgani“. Non funzionò, i generali preferivano gli elicotteri russi e così fu. Questa informazione supera ogni commento. Se solo per il teatro di guerra ancora aperto gli Stati Uniti debbono usare le armi di coloro che sostengono di combattere, e sul loro territorio, la Russia, è probabile che sarebbe un vero suicidio politico e militare attaccare la Russia sul suolo ucraino.

C – La Francia può dichiarare guerra alla Russia? No
Quando l’11 gennaio 2013 le truppe francesi in Mali iniziarono l’offensiva contro i jihadisti, i maliani credevano che fosse sufficiente dimostrare gratitudine alla Francia agitando piccole bandiere tricolori per le strade di Bamako. Quello che non potevano sapere è che, allo stesso tempo, al palazzo dell’Eliseo vi fu un vero rompicapo: come finanziare l’operazione militare in Mali? Quattro giorni dopo, il 15 gennaio 2013, l’aereo del presidente francese Hollande atterrò alle 06:30 (03:30 ora locale di Yaoundé), sulla pista dell’aeroporto di Abu Dhabi. Il presidente Hollande doveva trovare il denaro per le operazioni in Mali. Perciò, (secondo AFP) incontrò il Presidente della Federazione degli Emirati Arabi, Qalifa bin Zayad al-Nahyan, e il principe ereditario di Abu Dhabi, Muhammad bin Zayad al-Nahyan. Poi andò a Dubai dove incontrò l’emiro shaiq Muhammad bin Rashid al-Maqtum. E’ quindi evidente che, se per sconfiggere 4 jihadisti nel deserto del Mali, la Francia deve cercare i soldi nella penisola arabica per sconfiggere il vero esercito di un Paese come il Camerun, con la Russia andrà a bussare in paradiso? Ma cos’è realmente accaduto in Mali? Cosa non ci hanno detto delle operazioni militari francesi in Mali, e che potrebbe illuminarci sulle finte zanne che la Francia di oggi mostra alla Russia?

Le informazioni della missione parlamentare sull’operazione Serval in Mali
Il 17 luglio 2013, 2 deputati francesi presentano la relazione delle informazioni sulla missione dell’operazione Serval in Mali, una missione cognitiva promossa dall’Assemblea nazionale francese.  Costoro erano:
– Philippe Nauche, nato il 15 luglio 1957 a Brive (Corrèze), deputato socialista del 2° distretto del dipartimento di Corrèze. Vicepresidente della Commissione della Difesa nazionale e delle forze armate francesi.
– Christophe Guilloteau, nato il 18 giugno 1958 a Lione (Rodano), deputato UMP del 10° distretto del Rodano e membro della Commissione per la Difesa nazionale e delle forze armate francesi.
Come ben si può vedere, non due avventurieri che passavano di lì per divertire la platea con cose  imbarazzanti. No. Sono due veri deputati all’altezza della serietà dei loro propositi. E poi, trattandosi di due partiti opposti, non si può dubitare l’obiettività e l’imparzialità del loro lavoro che credo fosse ben fatto. La prima parte spacciava qualche piccolo successo indiscutibile dell’intervento militare francese in Mali, ma ciò che interessa è la seconda parte della loro relazione, quando, senza perifrasi, indicano le debolezze dell’esercito francese in un teatro di guerra in Africa, che sono particolarmente di due tipi: logistica e tattica. Philippe Nauche e Christophe Guilloteau parlano senza reticenze delle attrezzature obsolete dell’esercito francese. Sostengono che l’elicottero Gazelle sia molto vulnerabile in uno scontro reale con un vero esercito. E inoltre aggiungono che questo fu il problema che causò la morte del pilota Damien Lame, l’11 gennaio 2013, cioè nel primo giorno dell’intervento. L’altro elicottero usato in Mali soffre di un male maggiore: la sua scarsa autonomia. Si tratta dell’elicottero Puma. Tatticamente, i 2 deputati evidenziato due gravi carenze. Il primo è l’incapacità dell’esercito francese nel raccogliere informazioni affidabili. Ad oggi, i servizi segreti francesi si affidano in modo sproporzionato ai loro ex-studenti di Saint Cyr, divenuti generali o colonnelli africani, per avere le informazioni di cui hanno bisogno. Questo fu molto utile in molte situazioni per dare l’ordine di non combattere ad interi eserciti che rapidamente caddero o fuggirono senza combattere solo per via delle informazioni diffuse al mattino su alcune Radio molto ascoltate in Africa. Ma in Mali non combattevano contro l’esercito del Mali, in cui la Francia ha molti informatori, ma piuttosto un avversario invisibile dove la Francia non si era infiltrata. In questo caso, i droni sono generalmente utilizzati per raccogliere quante più informazioni sulle posizioni e i movimenti dei nemici. E la Francia non ha soldi per comprare droni militari. Ma senza droni in Mali, la Francia avanzava alla cieca mettendo la vita dei propri soldati a rischio. Così sostenevano in ogni caso i due deputati. Non è chiaro come la Francia, che non addestra i generali russi e non ha informatori nell’esercito russo, possa combattere in Ucraina o in Crimea. Un’altra breccia nel Mali fu, secondo questi due deputati, la scarsa autonomia per il rifornimento degli aerei francesi. In Mali, la Francia ha bisogno vitale degli altri eserciti europei per rifornire in volo i suoi aerei, perché non può farlo da sola, non ha gli aerei necessari. In conclusione, i due deputati deplorano la subordinazione della Francia ai suoi alleati europei nel minuscolo teatro di guerra del Mali, definendolo “grande freno all’autonomia strategica della Francia”.

D – L’Europa può dichiarare guerra alla Russia? No
Mentre tutti gli occhi erano puntati alla Conferenza dei Capi di Stato africani e francesi sulla sicurezza in Africa, del 6 e 7 dicembre 2013, conferenza priva d’importanza strategica secondo me, qualcosa di più importante accadde invece due giorni prima, il 4 dicembre 2013 alle ore 9.30 presso la “Commissione della Difesa nazionale e delle forze armate francesi”. Sotto la presidenza di una nostra conoscenza, Philippe Nauche, assistemmo alla presentazione di due nuove persone: Danjean, presidente della sottocommissione “sicurezza e Difesa” del Parlamento europeo, e Maria Eleni Koppa, relatrice sui temi del Consiglio europeo, nel dicembre 2013, che affrontarono questioni su Difesa e sicurezza. Si parlò, tra l’altro, dell’intervento francese in Africa Centrale.
Ecco cosa dichiara Arnaud Danjean: “Il problema politico si aggiunge al problema di leadership in Europa. La difficoltà non sta tanto nelle persone quanto nell’autocensura delle strutture di Bruxelles: anticipando il blocco di certi Stati, non osano prendere iniziative su sicurezza e Difesa. Questo è il motivo per cui, in questi ultimi anni, le istanze della Difesa europea appaiono piatte. La Repubblica Centrafricana soffre per tale inazione. È probabile che l’UE si accontenterà del consueto ruolo di principale fornitore di aiuti umanitari. Kristalina Georgieva, Commissario per l’azione umanitaria, s’è già recata più volte nel Paese. Certi Paesi potrebbero fornire aiuti logistici, come del caso del Mali dove lo sforzo francese, segnato dall’invio di truppe da combattimento, fu possibile solo grazie al sostegno dei nostri alleati europei e nordamericani. Infatti, l’invio di un aereo da trasporto belga o olandese può essere determinante. Si tratta di una scommessa sicura in Africa Centrale, dove gli sforzi saranno condivisi nello stesso modo: i francesi inviano uomini di nuovo, e alcuni partner europei, nessuno dei quali mostra il desiderio d’inviare contingenti sostanziali, forniranno il supporto logistico e la Commissione firmerà un assegno umanitario“. (…) riguardo lo stato d’animo dei nostri partner europei, mi si permetta una metafora. Affinché le cose funzionino nella Difesa europea bisogna allineare tre pianeti: Francia, Gran Bretagna e Germania. Ma al momento, anche se l’immagine è assurda da un rigoroso punto di vista scientifico, non ne sono allineati nemmeno due! La Francia ha sempre tenuto una posizione da leader nel caso della Difesa europea, ma il dialogo con i suoi alleati resta complicato. Infatti, Francia e Germania, suo partner privilegiato, non usano la stessa lingua; quando parliamo di operazioni e istituzioni, i nostri amici tedeschi rispondono industria. Tuttavia, la loro visione industriale differisce profondamente dalla nostra: lungi dal basarsi su una politica industriale attiva a livello europeo, danno priorità alle loro aziende nazionali,  approfittando parecchio dei fondi europei. Per la Germania, il consolidamento dei mercati della Difesa deriva dalla corretta applicazione delle direttive europee sulla libera concorrenza“.
Ecco ciò che dice il deputato UMP Bernard Deflesselles del comitato: “Come voi, non mi aspetto molto dal Consiglio europeo del dicembre 2013. I dati sulla crescita dei bilanci militari nel mondo sono illuminanti: l’aumento è stato del 71% per la Cina, 65% per la Russia, 60% per l’India e 40% per il Brasile. Tutti gli Stati-continente aumentano a dismisura le spese per la Difesa. E l’Europa?  Siamo consapevoli della mancanza di volontà politica. Il Parlamento europeo ha cercato di farlo emergere e i rapporti del vostro sottocomitato sono eccellenti, ma non comportano nulla nella volontà dei governi. Ne abbiamo un esempio con il Mali. Sono lieto di apprendere che il contingente olandese di 380 uomini è stato inviato in questo Paese, ma ho visto con i miei colleghi della missione d’inchiesta sull’operazione Serval, che l’impegno dell’UE sul campo, cioè un contingente di 500 uomini assegnati all’addestramento dei nuovi battaglioni in Mali, non era all’altezza né delle aspettative, né della volontà dell’Europa. (…) Riguardo l’Agenzia europea per la Difesa (EDA), dobbiamo riconoscere che non è cambiato nulla dalla sua nascita, dieci anni fa.  L’unico progetto di difesa europea era l’A400M. Possiamo dire che per la cyber-difesa e l’industria spaziale non vi è alcun progetto o budget. L’Agenzia deve ancora affrontare l’Organizzazione congiunta per la cooperazione in materia di armamenti (OCCAR). In breve, non c’è nulla. Temo che l’Europa sia destinata a rimanere uno spazio economico con un po’ di solidarietà, forse, ma di certo non diventerà una potenza in grado di influenzare il mondo di domani“.
Philippe Folliot, del partito UDI (Unione dei democratici ed indipendenti) e segretario della commissione per la Difesa nazionale e le forze armate francesi, s’è interessato: “Abbiamo appena parlato del progressivo ritiro degli Stati Uniti dalla NATO: il centro d’interesse geostrategico degli statunitensi passa dal Nord Atlantico al Pacifico, senza rendersi conto che potrebbe essere devastante per la nostra capacità nel garantirci la sicurezza e la nostra Difesa, dato che ci saranno, se così posso dire, più fori nell'”ombrello statunitense“.

E – Parziale conclusione della prima di quattro parti:
E’ chiaro che in caso di aperto conflitto diretto con la Russia, su Crimea e Ucraina, l’Unione europea avrebbe più di un motivo per preoccuparsi. L’Europa è assai impigliata nei suoi problemi sulla Difesa per via degli Stati Uniti che hanno deciso di abbandonare la NATO, cioè di non finanziare più la Difesa dell’Europa per avvicinarsi al Pacifico, dove si gioca tutto adesso. E chi c’è nel Pacifico? Due Paesi: Russia e Cina, con altri quattro Paesi riuniti nella nuova alleanza strategica da quasi 3 miliardi di persone, cioè il 40% della popolazione della Terra, su 32 milioni di kmq dell’organizzazione intergovernativa regionale asiatica chiamata Shanghai Cooperation Organization che comprende Russia, Cina, Kazakhstan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. L’India ne è un osservatore così come Pakistan, Iran, Mongolia e dal 2012 anche Afghanistan. Altri Paesi come Turchia e Sri Lanka hanno chiesto di aderirvi e le loro richieste sono ancora in fase di elaborazione. Gli europei non vedono quanto di reale accade in Oriente, essendo impigliati nelle loro solite bugie finendo con il mentire a se stessi, cioè a credere nelle proprie bugie. Sebbene non contino più granché, subitaneamente di sono auto-proclamati comunità internazionale. S’è visto in Costa d’Avorio, e poi in Libia. Hanno inaugurato un nuovo modo di nascondere la propria debolezza militare con le sanzioni contro Costa d’Avorio e Libia e, avendo l’illusione che abbiano funzionato, oggi le brandiscono contro la Russia. Immaginate di dare il vostro raccolto di miglio al vicino di casa, che ha un grande granaio, affinché lo conservi. E il giorno in cui si arrabbiasse contro di voi, piuttosto che dire che non vuole tenere il vostro miglio e che dovete riprendervelo, vi dice che essendo arrabbiato vi blocca il raccolto, tenendoselo. Potreste chiamarlo bandito, si capisce. È il famoso congelamento dei capitali. Ed è così che Obama ha congelato 30 miliardi dollari di denaro libico detenuto in banche statunitensi. Oggi, nessuno sa cosa sia successo di quel grande bottino di guerra della Libia. Io ho una mia idea: forse Paul Bismuth, alias Don Sarko, ne sa qualcosa? Obama ed amici europei hanno voluto giocare alla Russia il colpo a Gheddafi. Solo che questa volta, come si dice ad Abidjan, hanno incontrato per strada un tizio. Un tizio con gli attributi di nome Putin. Ciò che fa tremare i capi europei è che il tizio non ha detto l’ultima parola e nessuno, nemmeno sua moglie, sa cos’ha in testa. Sulla testa di Gbagbo, in onore della Guida libica Gheddafi, vorrei dirgli: Parlate ancora!
Qui ci sono persone che si spacciano per “potenti” e che in ultima analisi sono forti con i deboli. Mi aspetto che Obama, Cameron e Hollande assemblino una coalizione dei volenterosi difensori del diritto internazionale per imporre una no-fly zone sulla Crimea. Là, sapremo chi sono i veri difensori del diritto internazionale.

644228Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lavrov avverte algerini e tunisini

L’Expression Algérien, 12 marzo 2014 – Tunisie-secret

La Russia alza la voce. Toccherà all’Algeria avverte Sergej Lavrov, ministro degli Esteri della Russia, che detto en passant, è stato accolto a Tunisi con la bandiera serba, un errore della diplomazia tunisina oramai incapace di distinguere la bandiera russa da quella serba. Il complotto contro l’Algeria non è più un segreto. Tutto è pronto per destabilizzare questo Paese tra la Tunisia sotto mandato islamo-atlantista e il Marocco sotto l’influenza d’Israele e la Libia afghanizzata. A Tunisi, cinque condizioni sono state soddisfatte per completare il piano anti-algerino: la base militare degli Stati Uniti, vicino al confine con l’Algeria, la sede di Freedom House, terreno fertile dei cyber-collaborazionisti, i ratti palestinesi di Hamas che hanno scavato decine di tunnel al confine tunisino-algerino, il miniesercito di jihadisti tunisini, algerini, libici e ceceni in Tunisia e le cellule dormienti di al-Qaida.

map_of_algeriaNella breve visita in Tunisia, di qualche ora, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha avvertito che “partiti stranieri” vogliono mettere a ferro e fuoco l’Algeria spacciando la primavera algerina. Un diplomatico russo ha aggiunto che questi stessi partiti “hanno aperto diversi fronti presso il confine con l’Algeria, da Libia, Tunisia e Mali”. Da alleato, Lavrov ha ribadito il sostegno del suo Paese all’Algeria. Il capo della diplomazia russa ha svelato durante la sua visita in Tunisia, che l’Algeria sarà bersaglio di istigatori e altri fomentatori che scriveranno l’ultimo episodio della presunta primavera araba. Quindi ha avvertito le autorità algerine contro gli istigatori della cosiddetta “primavera araba”. Il ministro degli Esteri russo accusa direttamente coloro che hanno causato i tumulti deliberati in Tunisia, Libia e Mali da cui proviene la maggiore minaccia all’Algeria. Ritiene che i cospiratori del nuovo ordine mondiale abbiano piani basati su una politica d’influenza verso minoranze e reti terroristiche. Tuttavia, la minaccia sottolineata da Mosca non è nuova ai servizi segreti algerini. Sottoposte a una notevole pressione dall’inizio della guerra civile in Libia, le forze di sicurezza algerine hanno fatto affidamento sulla loro esperienza nella lotta al terrorismo. In tempi relativamente brevi, migliaia di fonti d’informazione di prima mano sono state analizzati e controllate dal DRS, nella corsa contro il tempo contro ogni minaccia, compresi i gruppi criminali nati all’ombra della crisi libica, usata come catalizzatore del movimento jihadista, relativizzata e talvolta banalizzata dai partiti in guerra contro il regime di Gheddafi, tra cui Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Nella loro banca dati, i servizi di sicurezza sono riusciti a identificare le  nuove reti composte da marocchini e libici. L’arresto di alcuni agenti del Mossad in Algeria n’è la prova. Non trovando necessario rivelare il vero scenario programmato contro l’Algeria, le stesse fonti vicine al contesto sanno che l’Algeria è “terreno fertile” per i grandi appetiti occidentali. Il rapporto del dipartimento di Stato USA sui diritti umani, che paradossalmente accusa l’Algeria e l’analisi del Centro anti-terrorismo (CTC) dell’Accademia Militare di West Point che ha messo sotto il microscopio tutto ciò che accade nel sud dell’Algeria, sostenendo che questa regione sensibile dell’economia del Paese sarà l’epicentro di una esplosione popolare per via della marginalizzazione delle minoranze, non possono essere considerati che un’introduzione degli obiettivi reali degli occidentali.
Una prima percezione di ciò che sta per accadere. “L’Algeria è nel mirino degli Stati Uniti?” si chiedeva L’Expression in una precedente edizione! La risposta è stata rivelata dal Los Angeles Times. Il giornale ha riferito che “Forze speciali statunitensi operano in Tunisia“. La presenza di cui avevamo prova, ma negata dalle autorità tunisine, è giustificata, dice lo stesso giornale, dal fatto “di addestrare i militari tunisini nella lotta contro il terrorismo.” I marine, che sarebbero una cinquantina, hanno preso posizione nel sud della Tunisia, presso la frontiera algerina, nel gennaio 2014. “Un aeromobile tipo elicottero è presente“, aggiunge il Los Angeles Times. E’ solo la parte visibile di un iceberg e della grande strategia della guerra annunciata contro l’Algeria. Infatti, dalla fine dello scorso anno, rapporti confermano la forte presenza di agenti dei servizi segreti statunitensi e dell’AFRICOM nel sud della Tunisia. Gelosa della sua sovranità, l’Algeria aveva agito a tempo di record per liberare oltre 600 ostaggi, garantendo al contempo i confini. L’unità speciale chiamata a condurre l’operazione aveva impressionato il mondo per la sua professionalità! Anche se il pretesto della mobilitazione degli Stati Uniti in Africa è il coordinamento della lotta contro il terrorismo e salvaguardare i propri interessi, non è difficile credere che gli Stati Uniti non abbiano interesse nelle regioni dell’Algeria con giacimenti di shale gas, gas convenzionale e altri minerali come l’uranio. Clan compiacenti sono già sul terreno, pronti ad avviare il motore della destabilizzazione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Algeria nel mirino degli Stati Uniti

Charles Francis L’Autre Afrique 13 febbraio 2014

algeria-mapDa diversi mesi gli Stati Uniti hanno classificato l’Algeria un “Paese a rischio sicurezza per i diplomatici” e posto installazioni militari con contingenti navali nel meridione della Spagna, senza nascondere le intenzioni interventiste in Africa settentrionale. Si sa inoltre che gli Stati Uniti puntano alla zona di confine tra il sud della Tunisia e l’Algeria, “segno che gli Stati Uniti sono determinati ad agire, il Pentagono ha appena occupato, nel sud della Tunisia, una base in disuso da ristrutturare per intervenire nel teatro libico, ha detto una fonte diplomatica a Tunisi” (LeFigaro, 1 febbraio 2014). Il minimo che possiamo dire, anche se si tratta per il momento d’intervenire in Libia, è che l’orco si avvicina… Minacce punitive per non aver sufficientemente sostenuto l’intervento militare francese in Mali? Una piano di destabilizzazione dell’ultimo bastione indipendente dall’influenza degli Stati Uniti? Il fatto è che dopo il Mali e lo stato di tensione in tutta la sub-regione, gli algerini hanno il diritto ad avere gravi preoccupazioni.

L’intervento militare annunciato
500 marines w otto caccia degli Stati Uniti sono stati schierati dall’estate del 2013, una sostanziale forza d’intervento militare, nella piccola città di Moron, Spagna. Se la presenza militare degli Stati Uniti su suolo spagnolo non è uno scoop, ciò che è nuovo è lo scopo specifico di tale nuovo schieramento. La confessione del governo spagnolo in merito a ciò è davvero notevole: “consentire ai militari degli Stati Uniti d’intervenire in Africa settentrionale in caso di gravi perturbazioni“. Non si può infatti essere più chiari! Oggi, mentre gli Stati Uniti hanno appena fatto la richiesta formale al governo Rajoy di aumentare l’attuale presenza di marines, chiamata “Forza di risposta alle crisi in Africa“, apprendiamo dal quotidiano spagnolo El Pais, di grandi movimenti della marina degli Stati Uniti sulle coste spagnole: “L’11 febbraio, il cacciatorpediniere USS Donald Cook arriverà con il suo equipaggio di 338 uomini nella base navale di Cadice. Una seconda nave, l’USS Ross, arriverà a giugno e altri due, USS Porter e USS Carney, nel 2015. In totale, 1100 marines con le loro famiglie, che si sistemeranno nella base di Cadice.” Alla domanda su tutte queste manovre e schieramenti militari, Gonzalo de Benito, segretario di Stato agli Esteri spagnolo ha solo commento: “Quali operazioni compiranno questi marines super-equipaggiati? Non posso dirlo perché queste forze non sono qui per operazioni specifiche, ma per per dei possibili imprevisti…
Tra minacce e gerghismi, misuriamo come il suono degli stivali dev’essere preso molto sul serio. Che siano in Italia o in Spagna, nel nord del Mali o del Niger, francesi o statunitensi, è chiaro che le basi militari aumentano intorno al Maghreb.

Innanzitutto umanitari e poi la guerra…
Tutti gli interventi esteri che presiedono, e tendono ancora, al processo di disgregazione territoriale e politico delle nazioni, in particolare dell’Africa… sono sempre stati preceduti da campagne ultra-mediatiche sul piano “umanitario”. Si conosce lo svolgersi delle operazioni: “umanitari” e ONG segnalano, di solito dove gli viene detto, una situazione drammatica per i civili, denunciando carestie attuali o future, individuando moltitudini sottoposte a genocidio (o a rischio di), inondando il pubblico con immagini shock e opinioni, infine … le grandi potenze sono “costrette” a difenderli s’intende.. intervenendo a favore del “diritto alla vita dei popoli interessati”. Come in Libia, Costa d’Avorio, Africa Centrale, Mali… disintegrando, tagliando e infine dividendo tutto. Così, dopo averlo rodato da tempo in Biafra e in Somalia, entrambi disintegrati (1), il “buon” dottore Kouchner, ministro francese di destra e di sinistra, s’inventava nell’ex-Jugoslavia, anch’essa disintegrata, la versione finale del “diritto di intervento”! Invenzione che, dopo aver dimostrato la propria efficacia nell’implosione dei Balcani, prospera nel pianeta soggetto alla globalizzazione imperiale. Dalle “armi di distruzione di massa” irachene al “sanguinario” Gheddafi in Libia, “migliore amico della Francia”, dalla Siria al Mali, dalla Costa d’Avorio all’Africa Centrale… notando che si tratta di numerose guerre condotte in suo nome nel continente, si misurano i risultati di tale politica “umanitaria”.

Nord Africa, Algeria e Tunisia chiaramente nel mirino
Non dimentichiamo che il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha recentemente classificato l’Algeria tra i Paesi “a rischio sicurezza per i diplomatici.” Inoltre, allo stesso tempo, nel Congresso degli Stati Uniti sono state discusse nuovamente modifiche alla legge antiterrorismo, con l’obiettivo dell’intervento delle forze armate, senza previa consultazione… del Nord Africa! In questo modo… le ONG umanitarie, che hanno già espresso la volontà di “chiamare in aiuto le grandi potenze” e i loro eserciti, sono da tempo all’opera in Algeria. Secondo il sindacato centrale UGTA (Unione generale dei lavoratori algerini) queste ONG operano per dividere e contrapporre le popolazioni: Nord contro Sud, arabi contro berberi, lavoratori contro disoccupati… in cima a queste ONG “umanitarie” vi sono Freedom House, Canvas, NED… i cui legami con la CIA non sono un segreto.(2) L’UGTT ne accusa così l’infiltrazione nei movimenti sociali per “ingannarli e trascinarli in violenze, cercando di creare una crisi che possa giustificare l’intervento” e ancora “mentre i giovani manifestano legittimamente per i posti di lavoro, contro la precarietà e lo sfruttamento, i leader giovanili di Canvas li sfruttano per trascinare la questione dell’occupazione nel contesto del separatismo del sud dell’Algeria, cioè laddove si trovano le grandi ricchezze in minerali, petrolio e gas. “Casualmente, si è tentati di aggiungere o meglio… come al solito”. (3)
Insicurezza e disagio sociale suscitati al di qua delle frontiere, diffusa insicurezza suscitata aldilà. Il metodo è noto. Gli Stati Uniti, che già si affidano alla destabilizzazione regionale per giustificare il dispiegamento militare nel Mediterraneo, domani non mancheranno di cogliere il pretesto dei disordini sociali o del “pericolo per i diplomatici” per intervenire direttamente. Non sarebbe legittimo, tuttavia, chiedersi della responsabilità delle grandi potenze, soprattutto degli Stati Uniti, nella proliferazione del terrorismo in questa regione dell’Africa? Non lo è, e non è l’ultimo dei paradossi che, in nome dell’insicurezza, gli Stati Uniti tramite NATO e Francia decidessero di far saltare la Libia nel 2011? Non è per la stessa ragione che l’esercito francese entrò in guerra in Mali nel 2012. Due interventi, si ricordi, lungi dal portare la pace, aggravando la  destabilizzazione, facendo del Sahel e dell’intera sub-regione una polveriera.
Queste nuove minacce degli Stati Uniti, che rientrano nella cosiddetta strategia del “domino” tanto cara alla precedente amministrazione Bush, devono essere prese molto sul serio. Visto che tanti falsi pretesti non mancano e non mancheranno, nel prossimo futuro, a motivare l’intervento militare estero. Le grandi potenze non si fermeranno, al contrario, rischiano la disintegrazione regionale e relative conseguenze letali per i popoli. Già questa è la regione che subisce l’incredibile proliferazione di armi per via dell’esplosione dello Stato libico e del continuo flusso di armi di ogni  tipo, totalmente irresponsabile, per gli estremisti islamici in Siria. Le onde d’urto di tale situazione si sono viste in Mali dove una Francia militarmente obsoleta si mostra molto (troppo) amichevole verso dei separatisti assai ben equipaggiati che spuntano in Algeria, dove si pensava che il terrorismo islamico fosse stato sradicato, e in Tunisia, dove sciamano gruppi paramilitari che pretendono di rappresentare l’Islam e dove, allo stesso tempo, il potere lascia impuniti l’omicidio degli oppositori politici.
Appare sempre più chiaro alle popolazioni colpite che tali minacce verso gli Stati sovrani hanno per obiettivo di lasciarle in nazioni indebolite dirette da ascari impotenti e divisi, incapaci di resistere alla cupidigia delle multinazionali. Ecco perché gli Stati da cui provengono le multinazionali vanno così d’accordo, nonostante i loro interessi e quel che dicono, con i peggiori islamisti, sia oggi in Sahel e Siria che in Libia ieri. In altre parole, a ognuno il suo spazio, i suoi profitti e il suo bottino. Certo, mai come oggi le “vecchie chimere” ideate dai fondatori dell’Indipendenza come il “Panafricanismo” o “l’Africa agli africani”…, gettate nella pattumiera della storia, sembrano avere tanta attualità. Ad ogni modo e qualunque siano i discorsi urgenti imposti dalla drammatica situazione nel continente, l’attualità impone che l’Algeria non si faccia dettare le proprie azioni dall’intervento militare.cnvs1. Dopo il Biafra, Bernard Kouchner spiegò che bisognava “convincere” prima l’opinione pubblica, e poi seguono le operazioni spettacolari come “sacchetti di riso per la Somalia”, “barche per il Vietnam”… i disaccordi con MSF, la sua dipartita e la creazione di Medici del Mondo.
2. UGTA, Algeri 28 giugno 2013, sul giornale del PT algerino Fraternité
3. Sul ruolo nefasto di “umanitari”, ONG e destabilizzazione delle nazioni, vedasi “Banca Mondiale e ONG destabilizzano gli Stati

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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