La Cina non abbandonerà la Corea democratica

PressTV, 9 novembre 2017

La Cina non sembra pronta ad abbandonare la Corea democratica, Paese su cui le pressioni sembrano non avere alcun effetto. Secondo il quotidiano Rai al-Yum, la perseveranza e il potere dei leader dell’Asse della Resistenza è paragonabile a quella del leader nordcoreano; Trump non ha interesse a continuare ad esercitare pressioni su Pyongyang. Nel tour asiatico, il presidente statunitense incontra gli omologhi dell’Asia orientale, tra cui leader della Corea del Sud e del Giappone. Questo viaggio è in gran parte segnato dal dossier nordcoreano; piccolo Paese che ne spaventa molti.

La Corea democratica non si arrende
Trump continua a minacciare e a spingere la Cina a fare pressione su Pyongyang per porre fine alle sue attività balistiche e nucleari. Ma la Cina non sembra pronta ad abbandonare questo Paese, che a sua volta non mollerà. Le accuse di Trump alla “Grande Dittatura” della Corea democratica sono sempre più incoraggianti e rafforzano il leader nordcoreano nelle sue decisioni.

Trump minaccia la Corea democratica
Nella visita in Corea del Sud, Trump ha sostenuto di essere accompagnato da tre portaerei e da sottomarini atomici nelle acque regionali della Corea. Ha espresso ottimismo sull’avvio di negoziati con Pyongyang. Trump ha aggiunto che è a favore della pace, ma ha anche avvertito il leader nordcoreano: “Non sottovalutarci e non provarci, il governo degli Stati Uniti è cambiato“.

Vendere la pelle dell’orso prima di ucciderlo è come si potrebbe descrivere l’approccio di Trump
Infatti, il presidente statunitense minaccia la Corea democratica da sei mesi, mentre durante questo periodo fa proposte per piegare Pyongyang, senza alcun risultato. La Corea democratica sfida gli Stati Uniti completando con successo diversi test missilistici. Ha lanciato con successo un missile balistico intercontinentale in grado di trasportare una grande testata nucleare. C’è pericolo per gli USA? Trump cerca di provocare Giappone e Corea del Sud, immergendoli nella corsa agli armamenti. Una trappola in cui sono già caduti Arabia Saudita e Paesi del Golfo Persico. Anche se Trump compie un tour asiatico, tiene d’occhio il Medio Oriente. Lo sa: a differenza di Iran, Hezbollah, Siria e Iraq, la Corea democratica non costituisce una minaccia per Israele. Ecco perché è contento di minacciarla, mentre nel caso del Medio Oriente cerca di formare una nuova coalizione per avviare la guerra in Libano, nello Yemen e persino in Iran. Una guerra che sarebbe finanziata dai Paesi del Golfo Persico. Trump ha ragione quando dice che è diverso dai suoi predecessori. È molto meno serio e più limitato degli ultimi presidenti statunitensi. L’Asse della Resistenza non è quello di 20 anni fa. Ha grandi eserciti, come le forze iraniane, turche, siriane e irachene. I leader di questi governi non sono pronti ad arrendersi proprio come Kim Jong-un.
L’articolo di Rai al-Yum termina l’analisi con queste parole: “Proponiamo a Trump di non sfidare l’Asse della Resistenza e Pyongyang e a non seguire i consigli del genero e di Netanyahu. Se continua la sua politica attuale, subirà conseguenze catastrofiche: da cui Stati Uniti ed alleati non saranno risparmiati“. Traduzione di Alessandro Lattanzio

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L’illusione nordcoreana di Trump

Jonathan Marshall, Consortium News 14 ottobre 2017

Lindsay Graham

Il presidente Trump dice in media cinque bugie al giorno. È anche famoso perciò che il repubblicano Michael Gerson definisce “quasi ignoranza completa di politica e storia“. Quindi avrebbe tentato, sbagliando, di scoraggiare un’altra affermazione affascinante che Trump fece su Fox News qualche giorno prima. Sbagliando perché, se Trump crede veramente a ciò dice, indicherebbe la seria volontà di avviare un bagno di sangue con la Corea democratica che farebbe milioni di morti. Dà nuova credibilità al recente avvertimento del senatore Bob Corker che Trump potrebbe mettere gli Stati Uniti “sulla strada della III guerra mondiale“. In un’intervista a Sean Hannity dell’11 ottobre, Trump si vantava che gli intercettori antimissili balistici statunitensi permettono, almeno per ora, una difesa affidabile contro il lancio dei pochi missili nucleari della Corea democratica. “Abbiamo missili che possono colpire un missile in volo nel 97 per cento dei casi, e se ne mandiamo due, sarà abbattuto“, affermava Trump. Nell’assegnre a Trump il rating delle menzogne massimo di “Quattro Pinocchi”, l’autore del Washington Post Glenn Kessler definiva il presidente “totalmente sballato”, ma ammise che l’affermazione di Trump non era farina del suo sacco. Alcuni anni fa, il direttore del programma del Pentagono da 40 miliardi di dollari, chiamato “Ground-Based Midcourse Defense” (GMD), assicurò il Congresso che “la probabilità sarà ben alta, negli anni ’90, del sistema GMD nell’intercettare un missile che non oggi”. Con lo stesso spirito, il capo dell’agenzia della difesa missilistica del Pentagono si vantava, a maggio, che i suoi missili antimissili potrebbero “sventare qualsiasi minaccia” che la Corea democratica “possa lanciarci… entro il 2020“. Il GMD è attualmente costituito da 36 missili intercettori basati a Fort Greely, Alaska, e nella Vandenberg Air Force Base in California. Con altro in progettazione, rappresenta una grossa mucca per le aziende come Boeing e Raytheon, ma non ha mai dimostrato di funzionare.

‘Fiducia esagerata’
L’ex-repubblicano del Massachusetts John Tierney, che ha guidato una sottocommissione che seguiva il programma GMD, recentemente si lamentava che “alle audizioni, i funzionari del Pentagono esageravano ripetutamente la fiducia nel programma, sottovalutano i limiti tecnici e respingendo le preoccupazioni di fisici e altri esperti. Tale falso senso di sicurezza persiste oggi“. Secondo Kingston Reif, esperto dell’Associazione sul Controllo degli Armamenti, “il record del sistema è 10 su 18, e questi test sono avvenuti in condizioni fabbricate e controllate, il che significa che il realismo dei test è limitato“. “Il sistema fu testato solo una volta contro un obiettivo simile a un ICBM“, aggiunse Reif. “Venti dei 32 intercettatori dispiegati in Alaska sono armati con un vecchio veicolo cinetico che ha sempre fallito i test dal 2008. Il sistema non è mai stato testato contro le “contromisure complesse” che la Corea democratica potrebbe sviluppare per ingannare le difese statunitensi“. Un altro esperto, Joseph Cirincione, dice: “Abbiamo tante possibilità d’intercettare un missile nordcoreano quanto il presidente di fare buca al primo colpo“. Il valutatore degli armamenti del Pentagono ha recentemente avvertito che il GMD al meglio “ha capacità limitata nella difesa della patria statunitense” e l’Ufficio per la responsabilità governativa, lo scorso anno riferì che l’ottimistica performance dell’agenzia della difesa missilistica non è mai stata dimostrata. In un rapporto di quest’anno, il GAO afferma che il sistema del Pentagono “non prevede probabilmente la robusta difesa promessa”.

I pericoli della fiduccia esagerata
Quali sono le conseguenze per il presidente Trump nel credere alle infondate affermazioni del Pentagono sulla capacità della difesa missilistica degli Stati Uniti? Forse potrebbe essere tentato di lanciare un attacco preventivo sulla Corea democratica, opzione militare molto discussa, confidando che la patria statunitense sia protetta contro la rappresaglia. Potrebbe anche essere tentato di lanciare tale attacco prima, piuttosto che dopo, che la Corea democratica possa costruire la propria flotta di missili nucleari capaci di violare le presunte capacità del GMD. Come già detto, i consiglieri di Trump, come il senatore Lindsey Graham, l’hanno sollecitato per mesi a scatenare l’attacco totale prima che la Corea democratica sviluppi capacità missilistiche nucleari. Secondo Graham, le conseguenze “sarebbero terribili ma la guerra sarà là, non qui. Sarebbe un male per la penisola coreana, la Cina, il Giappone, la Corea del Sud. Sarebbe la fine della Corea democratica. Ma non colpirebbe gli USA e l’unico modo con cui potrebbe mai colpire gli USA è con un missile“. Molti concorrenti di Trump sembrano essere d’accordo con la premessa di Graham, anziché riconoscere che l’arsenale nucleare degli USA basta a dissuadere l’attacco nordcoreano. Il consigliere della sicurezza nazionale HR McMaster dichiarava questa estate che “non possiamo più permetterci di procrastinare” mentre la Corea democratica sviluppa le sue forze nucleari, sostenendo che “la teoria della deterrenza classica” non funzionerà con un governo così brutale. Il capo dello staff della Casa Bianca, John Kelly, aveva detto: “Penso di parlare per conto dell’amministrazione, che la Corea democratica non può semplicemente poter raggiungere gli Stati Uniti“. Trump stesso dichiarò nel suo discorso alle Nazioni Unite di settembre: “È giunto il momento per la Corea democratica rendersi conto che la denuclearizzazione è il suo unico futuro accettabile“. In seguito, indicò che il segretario di Stato Rex Tillerson “perdeva tempo cercando di negoziare con il piccolo Rocket Man“. Come osserva Daniel Larson, analista della politica estera conservatrice, “il pericolo è che Trump definisca inaccettabile tutto tranne la denuclearizzazione nordcoreana e ciò implica che gli Stati Uniti non ne tollerino il possesso di armi nucleari. Ciò suggerisce che Trump contempli una guerra preventiva illegale che degenererebbe probabilmente in uno scambio nucleare che farebbe milioni di morti almeno. Questa è la trappola che la retorica irresponsabile di Trump tende agli Stati Uniti“. Le bugie di Trump sul sistema di difesa missilistica aumentano tale rischio. Come osservava l’esperto Tom Collina a settembre, “Se il presidente Trump crede di poter fermare un attacco missilistico, è più probabile che provochi un conflitto. È così che le nazioni finiscono nelle guerre non volute. Possiamo solo immaginare la conversazione in cui il segretario alla Difesa Jim Mattis tenta di spiegare al presidente Trump perché non può dipendere dal sistema antimissile da 40 miliardi di dollari: “Se ce l’ho, perché non posso usarlo?” Mattis ha il dovere di spiegare a Trump che il Pentagono sostiene quel sistema con l’intento avere altri stanziamenti dal Congresso, non per altro. Ha inoltre il dovere di ricordargli che le conseguenze della guerra con la Corea democratica sarebbero, come una volta affermò, “incredibilmente tragiche”.”

La possibilità della deterrenza
Mattis dovrebbe anche sottolineare che una guerra preventiva sarebbe inutile quanto distruttiva. Nelle riunioni della leadership, Kim Jong Un aveva descritto il piccolo ma crescente arsenale nucleare non come forza offensiva, ma come “potente deterrente che salva con saldezza pace e sicurezza nella penisola coreana e nell’Asia nordorientale” contro le “continue minacce nucleari” di Washington. In un altro scenario, Kim aggiunse: “Il nostro obiettivo è l’equilibrio di potere reale con gli Stati Uniti e impedire ai governi statunitensi osare parlare di opzione militare“. Gli esperti dell’intelligence statunitense credono che Kim indichi di voler acquisire armi nucleari per deterrenza, non per la guerra. “Svegliarsi una mattina e decidere di nuclearizzare” Los Angeles non è cosa che Kim Jong Un vuole, commentavano gli analisti della Corea della CIA. “Vuole governare per molto e morire in pace nel proprio letto“. Così, anche se Trump crede al Pentagono sulle capacità della difesa missilistica, non ha motivo di lanciare una guerra catastrofica per bloccare il programma missilistico nucleare della Corea democratica. Ma per il nostro bene, qualcuno deve far sapere a Trump che non può contare su una patria statunitense indenne se decidesse per la guerra contro un avversario nucleare.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Massimo D’Alema: critico verso l’accordo tra Italia e Libia

MessinaWebTV 13/10/2017

Il Bollettino d’Informazione Internazionalista “Aurora” è andato incontro a Massimo D’Alema: il popolare esponente politico di Sinistra, ieri a Catania ha tenuto un comizio in favore della candidatura di Claudio Fava alla presidenza della Regione Siciliana. “Aurora” ha colto l’occasione per chiedere a D’Alema cosa pensa dei rapporti tra governo Gentiloni e governo libico.
Di seguito la risposta di D’Alema:
Io sono critico verso l’accordo che è stato fatto tra Italia e Libia, innanzitutto perché non c’è nessuna garanzia dei diritti umani di queste persone, che sono trattenute in Libia in campi di concentramento dove anzi sono molte testimonianze che avvengano violazioni brutali dei diritti umani, di cui l’Italia finisce per diventare complice; in secondo luogo, perché non c’è nessuna garanzia che i rifugiati aventi diritti asilo possano venire verso il nostro Paese. Tutto questo si configura come una sorta di impedimento, purtroppo sul modello di quello che altri paesi europei, come l’Ungheria, hanno fatto e che noi abbiamo aspramente criticato”.

 

La “nazionalizzazione” di STX e le contraddizioni di Parigi

Jacques Sapir, Russeurope 27 luglio 2017Il governo ha deciso di “nazionalizzare” il cantiere STX [1]. Questo potrebbe sorprendere da parte di un governo che, finora, è stato particolarmente noto per ispirarsi al puro liberalismo economico. L’obiettivo dichiarato è “difendere gli interessi strategici della Francia”. Il governo aveva finora il 33,33% delle azioni. Questa decisione deriva dal diritto di prelazione che scade il 29 luglio. E’ questo diritto che il governo ha deciso di usare, dopo il fallimento dei negoziati con la società italiana Fincantieri, che doveva prenderne una quota [2] .

STX e il conflitto franco-italiano
L’esecutivo ha voluto negoziare un modello “50-50” per bilanciare gli interessi francesi (Stato, ex- Gruppo navale DCNS, BPI-France e annessi) e italiani nelle consultazioni sui Cantieri dell’Atlantico, mentre il compromesso iniziale dava il 55% di STX France al capitale italiano. Le cause del cambio del governo francese sono note. Fincantieri è nella stessa nicchia di STX, principale concorrente. Mentre il governo presieduto da Cazeneuve accettò che gli italiani avessero la maggioranza, quello di Philippe e naturalmente del Presidente della Repubblica, hanno fatto propri i timori di molti funzionari di STX sull’acquirente italiano che interveniva per assicurarsi certi impianti di Saint-Nazaire e far decadere la produzione nel sito. Tuttavia, il governo italiano respinse la proposta francese, sia per voce del ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda che del collega del Tesoro Pier Carlo Padoan. Si tratta di una decisione importante. Ma va messa in prospettiva. Questa decisione comporta una spesa di 80 milioni di euro. Allo stesso tempo, il governo di Philippe si prepara a privatizzare la società Aéroports de Paris, per una cifra stimata in 2,7-7 miliardi di euro secondo la formula della privatizzazione. Ora questi aeroporti (Charles de Gaulle e Orly) possono essere considerati più strategici dei cantieri navali STX. Inoltre, il governo francese annunciava la decisione di riprendere i negoziati con la parte italiana per creare una sorta di Airbus del mare, e quindi non chiudere la porta all’accordo con l’Italia.

Le contraddizioni del governo
In realtà, l’atteggiamento del governo francese sottolinea le contraddizioni tra discorso e politica di Emmanuel Macron. C’è prima di tutto un’evidente contraddizione in questo piano per creare l'”Airbus navale”. Ricordiamo che il precedente Airbus si basa sull’esperienza della collaborazione con l’industria aeronautica tedesca da più di un decennio. Questa cooperazione si è concentrata sul velivolo da trasporto Transall, ma anche nella costruzione su licenza in Germania Ovest del predecessore del Transall (Noratlas) e del Fouga Magister. Inoltre, quando la costituzione di Airbus fu negoziata, un altro programma di cooperazione per produrre l’Alpha Jet fu attuato. Airbus era, dunque, in origine il risultato di varie cooperazioni industriali, dove era chiaro che la Francia aveva un ruolo di primo piano. Non siamo assolutamente in questa situazione nei cantieri navali. L’analogia proclamata dal governo si basa sul nulla. Non si paga a parole. Ricordiamo inoltre che questa decisione esprime la sovranità della Francia, anche se il presidente continua a cantare le lodi di un’Europa integrata, che comporterebbe ulteriori rinunce di sovranità. E si manifesta di nuovo la contraddizione di quando François Hollande dichiarò lo stato di emergenza nel novembre 2015. François Hollande e Emmanuel Macron sono presidenti che affermano il desiderio di andare oltre nel processo d integrazione europea, ma di fronte a una crisi reagiscono riaffermando la sovranità francese. La contraddizione è irrimediabile.

Il ruolo dello Stato nello sviluppo dell’industria
Il governo di Philippe e Emmanuel Macron appare senza linee guida, dicendo una cosa e applicandone un’altra. Ciò è particolarmente grave nell’industria che, meno di qualsiasi altri, tollera sceneggiate e decisioni opportunistiche. L’attività industriale non è un’organizzazione come le altre. Come le chiese e gli eserciti, è un’organizzazione gerarchica non democratica [3], la stragrande maggioranza dei membri è esclusa dalla stesura delle regole interne. Deve, per funzionare, ricorrere a modi complementari alla divisione del lavoro [4]. Allo stesso tempo, si basa su una divisione radicale tra dirigenti e dipendenti. La società, nella sua forma capitalistica, si basa quindi su un fascio di funzioni, la minimizzazione dei costi di transazione (tesi di R. Coase) e l’ottimizzazione del locale sistema di conoscenza collettiva [5], in particolare la creazione di linee informative e diffuse (interpretazione di un volume crescente di segnali sulla conoscenza generata dalla divisione tecnica del lavoro) ne fanno parte, ma non la riassumono totalmente. Inoltre garantisce, va ricordato, la predominanza di certe strategie di appropriazione su altre [6]. Questa dimensione ha anche introdotto una certa incoerenza nell’articolazione delle coerenze creata dall’impresa capitalistica. L’azienda pubblica può adottare norme interne per facilitare la comunione spontanea dei saperi individuali e incoraggiare la creazione di strutture di conoscenza collettiva. Ma non mancano inconvenienti. In primo luogo, affinché lo Stato possa agire da proprietario auto-limitato (cioè impegnandosi a non disertare), l’area produttiva statale va limitata. Se gli impegni finanziari del settore pubblico sono troppo elevati rispetto alle capacità di finanziamento, i lavoratori possono temere la fine dell’impegno interno (sotto forma di privatizzazione e allineamento della gestione agli standard normali delle imprese capitaliste), o la vendetta fiscale. Ci sono molte ragioni, tuttavia, a favore dell’industria pubblica: l’esistenza di un’alternativa ai produttori privati costringendoli a moderare i prezzi nei contratti tra privato e Stato per l’assunzione di un rischio industriale per l’elevata incertezza, la capacità di pagare costi significativi entrando in certe attività che scoraggiano gli investitori privati. La “nazionalizzazione” di STX potrebbe essere un’opportunità su consapevolezza e situazione dell’industria francese e sulla necessità del pubblico in certi settori. Ma richiede che il governo non ceda al giogo ideologico del liberalismo ed anche dell’europeismo. Infatti, è improbabile che vada così. Questa “nazionalizzazione” è probabilmente solo uno spettacolo.Note
[1] Le Figaro
[2] Le Figaro
[3] E’ chiaro che altre organizzazioni, partiti politici, sindacati, squadre sportive, possono operare in modo non democratico. Ma questa forma di operare non è nella loro natura, e anche tali organizzazioni potrebbero avere un processo democratico che non esclude il principio gerarchico, ma che dia ai membri il potere di controllare a designazione delle gerarchie e l’ampiezza dei loro poteri.
[4] Questo punto è ribadito da C. Pitelis, “Costi di transazione, mercati e gerarchie: conclusioni“, in C. Pitelis, Costi di transazione, mercati e gerarchie, Basil Blackwell, Oxford, 1993.
[5] S. Winter, “Su Coase, competenza e corporation“, in OE Williamson & SG Winter (a cura di), La natura dell’azienda – origini, evoluzione e sviluppo, Oxford University Press, Oxford, 1991, pp. 179-195.
[6] GK Dow, “L’appropriata critica dell’economia dei costi di transazione“, in C. Pitelis, (ed.), Costi di transazione, mercato e gerarchie, Basil Blackwell, Oxford, 1993, pp. 101-132. Si veda lun’analisi molto pertinente di questa asimmetria, in DH Robertson, Il controllo dell’industria, Cambridge University Press, Cambridge, 1923.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Matteo stai Bonino (ma non sereno)