Da Snowden al Russia-gate: CIA e media

Moon of Alabama 26 dicembre 2017

Jeff Bezos, proprietario di Amazon

La promozione del presunto hackeraggio russo delle elezioni di alcuni media potrebbe essere il tentativo dei servizi segreti statunitensi di limitare la pubblicazione dei file dell’NSA ottenuti da Edward Snowden. Nel maggio 2013 Edward Snowden fuggì ad Hong Kong e consegnò i documenti interni dalla National Security Agency (NSA) a quattro giornalisti, Glenn Greenwald, Laura Poitras, Ewen MacAskill del Guardian e Barton Gellman del Washington Post. Alcuni di questi documenti furono pubblicati da Glenn Greenwald sul Guardian, altri da Barton Gellman sul Washington Post. Diversi altri siti internazionali pubblicarono altro materiale, anche se la massa di documenti dell’NSA che Snowden avrebbe acquisito non fu mai vista dal pubblico. Nel luglio 2013 il Guardian fu costretto dal governo inglese a distruggere le copie dell’archivio di Snowden. Nell’agosto 2013 Jeff Bezos acquistò il Washington Post per 250 milioni di dollari. Nel 2012 Bezos, fondatore, primo azionista e CEO di Amazon, già collaborava con la CIA, avendo investito insieme su una società di calcolo quantistico canadese. Nel marzo 2013 Amazon firmò un accordo da 600 milioni di dollari per fornire servizi informatici alla CIA. Nell’ottobre 2013 Pierre Omidyar, proprietario di Ebay, fondò First Look Media e assunse Glenn Greenwald e Laura Poitras. L’investimento totale sarebbe stato di 250 milioni di dollari. Solo nel febbraio 2014 la nuova organizzazione lanciò il suo sito, The Intercept. Solo alcune notizie sulla NSA vi apparvero. Intercept è un sito piuttosto mediocre, dalla gestione caotica e che ha pubblicato poche storie serie; ci si può chiedere se sul serio fu pensato per avere uno scopo. Omidyar collaborò col governo degli Stati Uniti nel cambio di regime in Ucraina. Aveva forti legami con l’amministrazione Obama. Snowden aveva 20000-58000 file della NSA e solo 1182 sono stati pubblicati. Bezos e Omidyar hanno ovviamente aiutato la NSA a mantenere il 95% dell’archivio di Snowden nascosto. I documenti di Snowden furono praticamente privatizzati da fidati miliardari della Silicon Valley collegati ai vari servizi segreti e all’amministrazione Obama. La motivazione di Bezos e Omidyar non è chiara. Si stima che Bezos possieda 90 miliardi di dollari. L’acquisto del Washington Post è un cambimento. Omidyar ha un patrimonio netto di circa 9,3 miliardi di dollari. Ma l’uso dei miliardari per mascherare operazioni d’intelligence non è nuovo. La Ford Foundation per decenni fu una facciata della CIA, la Fondazione Società Aperta di George Soros è una delle principali operazioni di “cambio di regime”, molto esperta nell’avviare le “rivoluzioni colorate”. Sarebbe stato ragionevole se la cooperazione tra tali miliardari e le agenzie d’intelligence si fosse fermata dopo che le fughe sulla NSA erano state chiuse. Ma sembra che continui la forte cooperazione di Bezos e Omidyar con la CIA e altri. Intercept ha bruciato un agente segreto, Realty Winner, che si era fidato dei suoi giornalisti. Ha infangato il presidente della Siria descrivendolo come un neo-nazista basandosi su una traduzione errata (intenzionale?) di uno dei suoi discorsi. Inoltre ha assunto un sostenitore del “cambio di regime dei jihadisti” della CIA in Siria. Nonostante la pretesa di fare “giornalismo senza paura e in contraddittorio”, non si allontana dalla politica statunitense.
Il Washington Post, dal peso molto maggiore, è la prima fonte del “Russia-gate” e delle falsità dei servizi segreti statunitensi e della campagna Clinton, secondo cui la Russia ha tentato d’influenzare le elezioni statunitensi, o sia addirittura “collusa” con Trump. Proprio oggi presenta due storie e un editoriale privi di prove nelle affermazioni anti-russe. Ne I troll del Cremlino bruciati su Internet quando Washington discuteva delle opzioni, gli autori insinuarono che certi scrittori anonimi che pubblicarono dei pezzi su Counterpunch e altrove facevano parte di un’operazione russa. Non fornivano prove a sostegno di tale pretesa. Qualunque cosa scrisse tale autore (vedasi la lista alla fine) era roba ritrita che aveva poco a che fare con le elezioni negli Stati Uniti. Il pezzo si tuffa poi in varie operazioni cibernetiche contro la Russia di cui le amministrazioni Obama e Trump discussero. Una seconda storia si basava su “un rapporto del GRU ottenuto dal Washington Post“. Affermava che il servizio d’intelligence militare russo GRU avrebbe avviato un’operazione sui social media il giorno dopo che il presidente ucraino Viktor Janukovich fu rovesciato con un’operazione di cambio di regime degli Stati Uniti. Ciò che la storia elenca come presunti post dei burattini del GRU appaiono normali discorsi su Internet di persone contrarie al cambio di regime fascista a Kiev. Il Washington Post non dice chi gli avrebbe consegnato tale presunto rapporto del GRU del 2014, chi l’ha classificato e come, se il caso, ne ha verificato la veridicità. Il pezzo e le sue affermazioni puzzano di stronzata. Un editoriale nello stesso Washington Post ha la stessa puzza; fu scritto dai falliti dell’intelligence Michael Morell e Mike Rogers. Morell sperava di diventare capo della CIA con Hillary Clinton. L’editoriale (che include un grave fraintendimento della “deterrenza”) afferma che la Russia non ha mai fermato gli attacchi informatici negli Stati Uniti: “Le tattiche per le operazioni d’informazione della Russia dopo le elezioni sono più numerose di quelle che possono essere elencate qui. Ma per dare l”idea dell’ampiezza dell’attività russa, si consideri il messaggio diffuso dagli account orientati dal Cremlino su Twitter, che gli esperti di sicurezza informatica e disinformazione hanno seguito nell’ambito dell’Alliance for Secure Democracy del German Marshall Fund”. Il link dell’autore di questa pagina afferma di elencare gli hashtag di Twitter utilizzati dagli agenti d’influenza russi. Apparentemente, il principale argomento che gli agenti d’influenza della Russia che attualmente promuovono è #merrychristmas.Quando gli autori sostengono che le operazioni russe sono “più numerose di quelle che possono essere elencate qui“, ammettono praticamente di non aver nulla di plausibile da citare. Mera confusione per giustificare la pretesa di ulteriori misure politiche e militari contro la Russia. Questo sempre per distrarre dalle vere ragioni per cui Clinton perse le elezioni e riavviare una nuova Guerra Fredda a beneficio dei produttori di armi e dell’influenza degli Stati Uniti in Europa. Alcuna delle storie sul Russia-gate finora ha resistito ai controlli. Non ci sono prove che la Russia abbia interferito nelle elezioni negli Stati Uniti o altrove. Non ci sono prove di “collusione” con la campagna di Trump. Uno dei più totali smascheramenti delle falsità appare sul London Review of Books: di cosa non parliamo quando parliamo di hackeraggio russo. Consortium News ha pubblicato molti articoli sulla questione, oltre ad analisi e avvertimenti su ciò che ne potrebbe derivare. Molti altri autori hanno sfatato le varie falsità. The Nation elenca vari casi di negligenza giornalistica sul Russia-gate. Chi promuove le sciocchezze sull'”influenza russa” sono politicanti o banditi. Prendiamo ad esempio Luke Harding del Guardian che ha appena pubblicato un libro intitolato Collusion: Secret Meetings, Dirty Money e How Russia Helped Donald Trump Win. È stato affettato in un’intervista su Real News. L’intervistatore osservava che non vi è assolutamente alcuna prova nel libro a sostegno delle sue affermazioni. Alla richiesta di prove Harding dichiarava difendendosi di essere solo un “cantastorie”, in altre parole di romanzare. Harding scrisse un libro su Edward Snowden; un altro romanzo. Julian Assange l’ha definito “pirateria nel senso più puro del termine“. Harding è anche noto come plagiatore. Quando lavorava a Mosca copiò passi dal defunto Exile di Matt Taibbi e Mark Ames. Il Guardian dovette pubblicare le scuse.
Il governo messicano controlla i media acquistando una quantità enorme di pubblicità. In tal modo garantisce reddito fin tanto che la sua linea politica viene seguita. Il governo degli Stati Uniti ha i suoi modi per controllare i media. Tra gli anni ’50 e ’70, la CIA gestì l’operazione Mockingbird che gli diede il controllo su gran parte delle notizie e delle opinioni espresse dai media statunitensi. In quel periodo 400 giornalisti lavoravano per la CIA. Il metodo di controllo è probabilmente cambiato. La gestione del caso Snowden lascia supporre che la CIA induca miliardari a comprare i media e favorire la CIA attraverso essi. Non si sa cosa ne traggano i miliardari. La CIA ha sicuramente molti modi per consentirgli di avere informazioni sulla concorrenza o d’influenzare le normative aziendali all’estero. Una mano lava l’altra. James Clapper da direttore dell’Intelligence nazionale, John Brennan a capo della CIA e James Comey a capo dell’FBI “ritengono” che la Russia abbia influenzato le elezioni presidenziali statunitensi. L’allegato B della loro relazione, che quasi nessuno si preoccupa di menzionare, recita: “Il giudizio non intende implicare che abbiamo prove che dimostrino qualcosa. Le valutazioni si basano su informazioni raccolte, spesso incomplete o frammentarie, oltre a logica, argomentazioni e precedenti”. Tale frase è al centro del Russia-gate. Ci sono molte affermazioni ma alcuna prova che una qualsiasi presunta influenza russa ci sia stata realmente. Probabilmente è grazie all’influenza indebita dei servizi d’intelligence che i media adottano gli stessi standard dell’allegato B. Le asserzioni sulla Russia (e altre questioni) bastano: non è necessario indagare, trovare la verità o verificare le affermazioni. Come funzionerà il sistema in caso d’incidente, jet abbattuto e tensione acuita. Ci sarà qualche reporter dei media principali che potrà porre domande vere?

Pierre Omidyar, proprietario di Ebay

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

Le milizie irachene minacciano le forze statunitensi

Andrej Akulov SCF 13.12.2017A dispetto degli avvertimenti mondiali, il presidente Trump ha riconosciuto Gerusalemme capitale d’Israele. L’annuncio ha provocato una reazione diplomatica quasi universale ed ha irritato i Paesi con significative popolazioni musulmane. La maggior parte della comunità internazionale non riconosce Gerusalemme capitale israeliana finché la questione non sarà risolta nei negoziati coi palestinesi. Non sono solo proteste diplomatiche; la decisione potrebbe innescare un grande conflitto militare sminuendo la guerra allo Stato islamico e il conflitto in Siria. Aqram al-Qabi, leader dell”Haraqat Hezbollah al-Nujaba, sostenuto dall’Iran, affermava che la decisione del presidente Trump è “ragione legittima” per attaccare le forze statunitensi in Iraq. Con circa 10000 combattenti, Nujaba è una delle milizie più importanti del Paese. Costituita da iracheni, è fedele all’Iran. Il gruppo fa parte delle Forze di mobilitazione popolare irachene (PMF), una coalizione soprattutto di milizie sciite filo-iraniane che hanno avuto grande ruolo nella lotta allo Stato islamico. Le PMF sono riconosciute dal governo e riferiscono formalmente all’ufficio del Primo ministro Haydar al-Abadi. Nujaba schiera forze in Siria a sostegno del governo siriano. A novembre, il senatore repubblicano Ted Poe presentò una proposta di legge al Congresso degli Stati Uniti, suggerendo che il governo degli Stati Uniti consideri i gruppi armati iracheni Haraqat Hezbollah al-Nujaba (Nujaba) e Asaib Ahl al-Haq (AAH) emanazioni del Corpo delle guardie rivoluzionarie iraniane (IRGC). Gli Stati Uniti hanno oltre 5200 soldati schierati in Iraq. Il leader del Nujaba Aqram al-Qabi fu sanzionato dal dipartimento del Tesoro “per aver minacciato la pace e la stabilità dell’Iraq“. L’ex-Primo Ministro iracheno Nuri al-Maliqi definiva l’annuncio di Trump “dichiarazione di guerra“. Il potente religioso sciita Muqtada al-Sadr, a capo di una milizia, ha chiesto la chiusura dell’ambasciata USA a Baghdad e avvertiva che “Possiamo raggiungere Israele dalla Siria“. Allo stesso tempo, la decisione del presidente degli Stati Uniti è sostenuta dai curdi iracheni indignati per la campagna a sostegno di Gerusalemme e dei diritti palestinesi, ignorando i diritti curdi. Va notato che non era la prima minaccia di colpire le forze statunitensi nella regione, tali avvertimenti furono già fatti il 1° novembre 2017, quando il quotidiano libanese al-Aqbar pubblicò un articolo che citava elementi della “Resistenza irachena” dichiarare l’intenzione di attaccare le truppe statunitensi in Iraq. Le PMU, composte da circa 40 milizie, si “preparano a riorganizzare le fila e al grande conflitto cogli statunitensi“. La maggior parte, se non tutte, le fazioni del PMU percepiscono la presenza militare USA in Iraq come un’occupazione.
Il presidente Trump ha concesso ai comandanti statunitensi l’autorità di ordinare attacchi nei Paesi con presenza militare statunitense, il 29 gennaio. Gli Stati Uniti sono già presenti in Siria e Golfo Persico dove si profila lo scontro con l’Iran. Aumentando notevolmente il rischio d’innescare un conflitto in caso di incidente. Se iniziasse, gli Stati Uniti combatteranno un nemico formalmente parte dell’esercito regolare iracheno, loro alleato. Miliardi di dollari in aiuti e armi avanzate sono stati utilizzati per ricostruire le forze armate irachene nell’ultimo decennio. La domanda è: gli Stati Uniti saranno in guerra con l’Iraq? Il governo iracheno non può compromettere le relazioni con le PMU e rischiare crisi interne. Gli scontri porteranno automaticamente a combattimenti tra Stati Uniti e Iran nella regione? Le unità sciite hanno una grande presenza in Siria. Se s’innesca un conflitto, è probabile che arrivi in Siria, cogli Stati Uniti che vi aumentano la presenza militare per influenzare negativamente le prospettive avviate dalla Russia sul processo di pace. Le forze dell’opposizione coglieranno le opportunità dal conflitto tra Stati Uniti e sciiti. Coi curdi che sostengono gli USA sulla questione di Gerusalemme, i pishmerga (unità paramilitari) potrebbero combattere le formazioni sciite. Se le forze USA saranno rinforzate per combattere le PMU, la tentazione di riconquistare Qirquq e i giacimenti petroliferi sarebbe irresistibile, per annetterli ancora al Kurdistan. Una volta che un conflitto derivasse dal riconoscimento di Gerusalemme a capitale d’Israele, i combattenti delle PMU godranno del sostegno pubblico nei Paesi arabi. Un’altra conseguenza: probabilmente i combattimenti saranno seguiti da scontri tra forze israeliane e unità sciite in Siria. Ciò potrebbe coinvolgere le truppe del governo siriano sostenute dalla Russia. È grande la probabilità che, prima o poi, la situazione porti a combattimenti tra Stati Uniti ed Iran, e al conflitto Israele-Iran. I combattimenti si diffonderanno in Libano, dove Hezbollah gode di grande influenza.
Cosa c’è da aspettarsi nel prossimo futuro? Gli Stati Uniti dovranno aumentare la presenza militare in Iraq e in Siria. Le loro forze navali prenderanno posizione nel Golfo Persico e nel Mediterraneo. È probabile che gli Stati Uniti evitino l’ulteriore aggravarsi della situazione nella penisola coreana, per non essere coinvolti simultaneamente in due conflitti. Il rischio di una guerra tra Stati Uniti e Iran evolverà secondo determinati scenari e avrà conseguenze globali. C’è la grande possibilità che l’Iran guidi il movimento musulmano contro Stati Uniti e Israele provocato dal riconoscimento di Gerusalemme. In realtà, il riconoscimento non è ciò che a prima vista comporta in definitiva, ma è provocatorio e prematuro. La decisione ha molti svantaggi ed è improbabile che avvantaggi gli Stati Uniti se non creandogli grattacapi. Si raccoglie ciò che si semina. L’esercito statunitense affronta una seria minaccia in Iraq. Se scoppiasse la guerra, le conseguenze saranno terribili.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Brexit: migrazione e produzione

Peter Lilley, Freenations, 25 novembre 2017Per decenni, a causa della libera circolazione dell’UE e delle migrazioni di massa verso la Gran Bretagna, era più economico assumere lavoratori immigrati che addestrare quelli inglesi, con effetti disastrosi per l’economia. Se il Regno Unito coglie l’opportunità creata dalla Brexit, può aumentare il tasso di crescita a lungo termine. Questa dovrebbe essere la priorità del governo perché i redditi stagnano dalla crisi finanziaria del 2008 e crescevano meno del loro potenziale da molto prima.

Introduzione di Rodney Atkinson
Questo sito ha promosso la filosofia del nazionalismo democratico, col libero scambio e gli investimenti internazionali che rendono superfluo il movimento in massa delle persone, si veda ad esempio: “I mercati rendono superflue le migrazioni di massa” (26 gennaio 2016). La prosperità e la pace internazionale si basano su tali politiche. Ma si affrontano i poteri sovranazionali dell’UE e dell’ONU decisi a controllare gli Stati nazionali e a creare barriere al libero scambio in modo che, invece di capitali e beni e servizi attraversino le frontiere, siano le persone a doversi spostare, abbattendo così l’omogeneità degli Stati nazione e sostituendoli con un corporativismo antidemocratico votato al potere e al profitto delle multinazionali e all’egemonia dei superstati che non rispondono agli elettori. Peter Lilley, ex-segretario di Stato per il commercio nel Regno Unito, mostra come la migrazione di massa sia stata disastrosa per l’economia inglese, con carenze in competenze peggiori oggi che non prima che arrivassero milioni di migranti alienati. Solo che ora abbiamo i massicci problemi aggiuntivi di scuole, servizi sanitari, strade, abitazioni e molto altro sovraccarichi. Mostra come le migliori aziende trasferiscano facilmente competenze ed addestrino i lavoratori inglesi senza affidarsi agli immigrati.

Peter Lilley: I redditi medi possono crescere solo alla velocità produttiva per persona. Solo due cose consentono alle persone di produrre più beni e servizi: migliori competenze e maggiori investimenti pro capite. Tuttavia, abbiamo perseguito una politica, inizialmente volontaria e poi a causa delle norme dell’UE che minano sistematicamente l’incentivo al miglioramento e investono nella riduzione allo stesso tempo del capitale sociale per persona. Questa politica si affida all’immigrazione di massa. Pronunciare tale affermazione è un’eresia. È diventato un atto di fede che l’immigrazione, in particolare specializzata, ci migliori. Tale dottrina ha dominato il dibattito grazie all’alleanza empia tra imprese che vogliono manodopera qualificata a buon mercato, mentre sono riluttanti ad intraprenderne la formazione, e un’intelligentia che segnala come virtù definire i controlli sull’immigrazione razzisti, rafforzata dagli eurofili che difendono la libertà di movimento. In effetti, lasciare che i datori di lavoro importino competenze che i cittadini inglesi potrebbero acquisire mina l’incentivo dei dipendenti a migliorare competenze e i datori di lavoro a formare ed investire, riducendo allo stesso tempo la quota di capitale per persona. Questa non è solo teoria. I datori di lavoro inglesi erano riluttanti a formare personale e a investirvi quanto i concorrenti molto prima della migrazione di massa. Gli inglesi hanno molto meno qualifiche tecniche e professionali rispetto ai principali concorrenti. Ma ciò è peggiorato da quando Blair aprì i confini prima a lavoratori non comunitari, poi a tutti gli europei dell’Est. I tempi di formazione per lavoratore si sono dimezzati tra il 1997 e il 2012. E nei sei anni successivi all’ammissione dell’Est europeo, i finanziamenti aziendali per la formazione sono diminuiti del 15%. Per invertire la tendenza, la nostra politica d’immigrazione deve cambiare priorità. Invece della prima opzione per le imprese di reclutare (a buon mercato) competenze dall’estero e formare i nostri cittadini solo se gli stranieri non sono disponibili, dovremmo invertire tale tendenza. Dovremmo addestrare i cittadini inglesi, se possibile, e solo importare competenze laddove ciò non sia fattibile. Il considerevole prelievo di apprendistato di Sajid Javid può al massimo arginare il declino della formazione finché i datori di lavoro possono importare competenze dall’estero. Ovviamente, non dovremmo impedire qualsiasi immigrazione dall’Europa o altrove. Esistono categorie di competenze che gli inglesi non possono acquisire dal datore di lavoro o dall’università, soprattutto “competenze specifiche aziendali”. Le aziende di successo sviluppano propri processi di produzione, sistemi di contabilità, metodi di marketing e così via. Quando si stabiliscono nel Regno Unito, spesso devono inviare personale per implementarli. Ad esempio, le aziende automobilistiche giapponesi hanno inviato manager e tecnici per introdurre sistemi di fornitura just-in-time, gestione Kaizen e ambienti di qualità. Hanno trasferito le competenze agli staff locali (prima di tornare in Giappone, quindi senza alcuna immigrazione). Successivamente tali competenze si sono diffuse nell’industria inglese. Pertanto, dovremmo consentire trasferimenti intra-aziendali e limitate altre categorie di dipendenti UE e non UE. Naturalmente, i controlli più rigorosi sull’immigrazione volti a incoraggiare l’aumento delle competenze dei lavoratori inglesi e ad aumentare gli investimenti saranno accompagnati dagli squittii di gruppi imprenditoriali che usano vari argomenti.
Primo, dicono che non è economico addestrare i lavoratori inglesi. Quando col comitato Brexit Select visitai Sunderland, fummo accolti dai consigli locali, CBI, IoD, ecc. che affermavano che la loro principale preoccupazione per la Brexit era che non avrebbero più potuto assumere competenze dall’UE. Nissan, il più grande datore di lavoro locale, non era presente, ma ricordo di averne visitato lo stabilimento quando ero ministro del Commercio e dell’Industria e chiedevo se avessero difficoltà a reclutare impiegati qualificati. Erano troppo educati per osservare che si trattava di una domanda stupida; a Sunderland non c’erano operai metalmeccanici qualificati! Ma essendo giapponesi, non gli venne mai in mente di reclutarli all’estero. Formarono il personale locale e ora i 7000 impiegati inglesi della Nissan sono tra i lavoratori metalmeccanici più produttivi al mondo. Se la dottrina di CBI e co. fosse prevalsa, ci sarebbero stati 7000 europei dell’Est in quella fabbrica e i locali starebbero impacchettando hamburger.
Secondo, dicono che ci sono carenze. Blair affermò che avevamo bisogno di più immigrati per occupare 600000 posti vacanti. 4 milioni di immigrati dopo ci sono ancora oltre 700000 posti vacanti! Gli immigrati consumano tutti i beni e i servizi che producono, creando la domanda per la stessa quantità di lavoro che forniscono. Inoltre, la penuria nel mercato libero esiste solo dove la retribuzione avviene al di sotto del livello di compensazione sul mercato. Se limitiamo l’immigrazione laddove vi è carenza di competenze interne, le retribuzioni aumenteranno in qualche modo (vi sono già segnali perché meno lavoratori europei arrivano nel Regno Unito), aumentando gli incentivi a formare, acquisire competenze ed investire: esattamente ciò che è necessario.
Terzo, ci viene detto che gli inglesi si rifiutano di apprendere le competenze che ci servono. La carta del NHS viene invariabilmente usata: “abbiamo bisogno di infermieri e medici stranieri perché pochi inglesi sono disposti a fare questi lavori”. Non è vero. Fino all’anno scorso oltre 30000 candidati inglesi per corsi di infermieristica venivano respinti ogni anno, secondo il Nursing Labour Market Review 2016. Le università possono accettare numeri illimitati per ogni facoltà, dall’arte alla zoologia, tranne infermieristica e medicina dove gli ingressi sono strettamente limitati. Questo perché le borse provenivano dal budget del NHS, ed era più economico reclutare all’estero (comprese le infermiere addestrate coi nostri aiuti esteri) che addestrare più candidati nazionali. Quasi certamente non l’avete mai sentito sui media “liberali” che non sembrano preoccupati dalle migliaia di giovani inglesi a cui viene impedito perseguire la vocazione. I fatti scomodi che minano la tesi dell’immigrazione di massa non vanno trasmessi.
Quarto, le stime dell’impatto economico della migrazione di solito ignorano l’impatto sul capitale sociale per persona. Sia la nostra produttività che la nostra qualità della vita dipendono dalla quantità di capitale investito nelle nostre fabbriche, uffici, strade, ospedali, scuole, case ecc. Secondo i conti nazionali, l’investimento ammonta a 129000 sterline pro capite. Curare 5,1 milioni di emigrati unitisi alla popolazione dal 2000, con un capitale sociale simile costerebbe 660 miliardi di sterline di investimenti che non abbiamo fatto. Da qui la crisi abitativa, le infrastrutture congestionate, gli ospedali affollati e la mancanza di posti a scuola, tutto visibile. Da qui anche l’investimento inadeguato (per la forza lavoro allargata) in impianti, macchinari, software ecc., che si manifesta solo sulle cifre relative la produttività. Non dovremmo biasimarne i migranti, ma chi, per profitto o correttezza politica, ignora le semplici verità economiche e gli ardui fatti economici.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Israele è responsabile della morte di centinaia di migranti

al-Manar 27 novembre 2017Il regime di Vichy non uccise gli ebrei, si “accontentò” di consegnarli ai loro carnefici tedeschi; Israele non uccide i richiedenti asilo, li manda a morte a centinaia, con la complicità attiva di Ruanda ed Uganda, rivela una lunga indagine del quotidiano Haaretz. Il sistema sviluppato dai leader dei tre Paesi per liberare Israele dai migranti privi di documenti, in particolare quelli che fuggono dalla dittatura in Eritrea, credendo di trovare la salvezza nella “Terra Promessa”, è intelligente. Innanzitutto, Israele ha adottato una legislazione che le consente di mantenere indefinitamente in detenzione i richiedenti asilo arrestati durante i raid di massa, come il sistema di detenzione amministrativa imposto a centinaia di palestinesi in modo permanente. Ma poi c’è il problema di rimandare questi sfortunati non nel loro Paese di origine, ma su una cosiddetta base “volontaria” in un altro Paese ospitante: questo è il contributo di Ruanda ed Uganda. Israele paga così 5000 dollari a questi due Paesi per ogni immigrato espulso “volontariamente”. Per avere il “consenso” di questi ultimi, i servizi contro l’immigrazione clandestina vanno nei centri di detenzione e li ricattano: “O resti a tempo indeterminato in prigione, o vai in Ruanda dove ti verrà rilasciato un permesso di soggiorno e un permesso di lavoro“. Senza dare per scontato il discorso della polizia, centinaia di africani privi di documenti, rimasti in terra israeliana per anni, accettano la proposta, secondo il giornalista Lior Birger del quotidiano Haaretz. Dopo una lunga inchiesta sui sopravvissuti che l’ha portato per tutta Europa, Birger, in collaborazione con i colleghi Shahar Shoham e Liat Boltzman, ha scoperto che l’arrivo in Rwanda era il più delle volte l’inizio di un lungo calvario, segnato da traffico di carne umana, tortura e spesso morte, tra Libia e acque del Mediterraneo. “Appena arrivati all’aeroporto di Kigali in Ruanda, ai deportati confiscano l’unica documentazione in possesso, il lasciapassare datogli dagli israeliani all’imbarco. Sono rinchiusi in una stanza d’albergo. Quindi vengono informati che devono lasciare rapidamente il Paese. I ruandesi poi li consegnano ai contrabbandieri che li trasferiscono, contro il pagamento di centinaia o addirittura migliaia di dollari, in Uganda, poi nel Sud Sudan, in Sudan e da lì in Libia, da dove cercheranno di guadagnare l’Europa“, scrivono gli autori dell’inchiesta. “In considerazione delle decine di testimonianze che abbiamo raccolto e delle nostre ricerche, stimiamo che diverse centinaia di questi rifugiati siano morti per tortura e maltrattamenti in Libia, o siano annegati nel Mediterraneo”, aggiungono.
La testimonianza di Tesfay (nome di fantasia), espulso da Israele nel dicembre 2015 dopo aver lavorato per diversi anni come addetto alle pulizie in un hotel nella località turistica di Eilat, incontrava gli autori in una piccola città della Germania nell’estate del 2017: “La nostra barca lasciò la Libia verso le 4 del mattino; due ore dopo, il suo motore si fermò; dei 500 passeggeri, non più di 100 sopravvissero; in 10 eravamo da Israele, e siamo sopravvissuti solo tre. Perché? Non siamo anche noi esseri umani?” Dawit (nome di fantasia) fu trovato dai giornalisti israeliani a Berlino. Anche lui, prima di essere fermato, aveva trascorso 5 anni a Tel Aviv dove lavorava in un ristorante. “Se ne andò ‘volontariamente’ in Ruanda circa due anni fa. Alcuni mesi prima si era recato alla stazione di polizia per il rinnovo del permesso di soggiorno provvisorio e fu immediatamente inviato al centro di detenzione dell’immigrazione di Holot nel deserto del Negev; lì fu messo sotto pressione, lasciandogli la “scelta” tra anni di prigione o partenza per il Ruanda. Dawit cedette e se ne andò con la moglie incinta di due mesi“. In Libia, i contrabbandieri misero Dawit su una barca e la moglie su un’altra che affondò subito, affogando le centinaia di sfortunati a bordo. “I sopravvissuti all’azione del governo israeliano che abbiamo incontrato in Europa sono fortunati, ma c’è il dubbio che un giorno possano curare le conseguenze psicologiche del loro calvario. In Germania, dove finalmente arrivarono Tesfay e Dawit, il 99% degli eritrei ottiene il permesso di soggiorno e nel 2016 l’81% di loro ebbe riconosciuto lo status di rifugiato”. Ma Tesfay e Dawit esortano i compagni ancora in Israele a non accettare, se vengono arrestati, la deportazione “volontaria” in Ruanda, poiché il pericolo è grave.Traduzione di Alessandro Lattanzio

F-22, caccia LGTBQ

Note su Afghanistan, Stealth e Droghe
Dedefensa, 26 novembre 2017Il Pentagono, ripreso in particolare dalla sua cinghia di trasmissione preferita Washington Post, presentava con enfasi, autocompiacimento e in dettaglio un’operazione aerea svolta in Afghanistan contro dei laboratori della droga, che non possono essere descritti come decentemente “clandestini”, producendo droga dai papaveri che “sbocciano” abbondantemente nel Paese. Questo tipo di operazione è stata presentata come inedita, inaugurando il nuovo impegno statunitense nel Paese imposto dai militari al presidente Trump (l’ennesima ondata, con altre truppe, secondo uno schema standard). In un certo senso, l'”era Trump” in questa guerra inizia, dopo aver divorato due presidenze facendone la “guerra” più lunga nella storia degli Stati Uniti (16 anni) e senza alcun termine al momento, a meno di un sussulto di buon senso ai vertici degli Stati Uniti, o quantomeno nella “DC-la-pazza”, tanto per dire… Questa operazione è stata presentata nel modo detto, con grande clamore e ricchezza di dettagli, perché è principalmente un’operazione di marketing per “vendere la guerra”, cioè provare ancora una volta a “vendere” una guerra invendibile quanto interminabile. Ma l’espressione “vendere la guerra” ha diversi significati, diversi “elementi del linguaggio” come dicono i comunicatori, la cui preoccupazione è naturalmente produrre una narrativa dalla migliore rendita possibile, secondo le leggi del mercato. La cosa più comprensiva è che in tale caos d’incultura e indifferenza verso una realtà in ogni modo polverizzata, si ritrovano gli elementi necessari per avere alcune verità fattuali. La prima di esse riguarda l’operazione di marketing stessa, così come le caratteristiche assai peculiari dell’operazione “militare”. Prima di tutto una dimostrazione, come al Paris Air Show ogni due anni, diretta da “DC-la-folle” al coraggioso pubblico statunitense: dimostrare che questa guerra ha una giustificazione, uno scopo, un obiettivo intelligente, che gli statunitensi riescono dove vogliono, che questa guerra “invendibile” ed “interminabile” merita attenzione ed applausi. È passato molto tempo da quando il grado zero del buon senso politico e dell’intelligenza militare è stato superato. Senza paura del gelo, lavora sottozero, e forse l’Afghanistan permetterà di raggiungere lo zero assoluto prima del collasso totale. Sarà quasi la performance che imbalsamerà la postmodernità, dal ritardo notevole nell’inversione che favorisce come fine ultimo dell’entropia. (Ecco, ora conosciamo lo scopo di questa “guerra”). Concentriamoci sui diversi “elementi del linguaggio” summenzionati.

L’F-22, protagonista nei cieli afgani
Il carattere peculiare dell’operazione così presentata (citando Zerohedge e WaPo) è primo l’impiego di tale tipo di aereo, dato che il comandante generale USA in Afghanistan (Nicholson), incontrava la stampa per esaltare il ruolo centrale del caccia furtivo F-22 Raptor quale fulcro dell’operazione. L’F-22 fu “accompagnato” (questo è il termine usato) da B-52 dell’USAF e Super Tucano afgani (aerei controguerriglia), termini strani, come se l’enorme B-52 e il piccolo e leggero Super Tucano avessero scortato l’F-22, il personaggio che dovrebbe essere “invisibile” (tecnologia furtiva), ma immediatamente individuato distinguendone la “scorta”. Ma, si sa, i taliban non hanno difesa aerea, quindi l’F-22 non rischiava nulla, ma perché diavolo in questo momento essere “invisibili”? La domanda non è questa. Ma perché diavolo usare tale aereo prezioso col rischio di perderlo per errore, colpito da un uccello in una presa d’aria, mentre usarlo costa svariate decine di migliaia di dollari all’ora? La domanda non è neanche questa. I riferimenti citati dicono: “Il dipartimento della Difesa ha dichiarato di aver schierato caccia furtivi F-22 Raptor per bombardare impianti di produzione di stupefacenti nel sud dell’Afghanistan, prendendo di mira le fonti del reddito dei taliban. L’operazione aerea è iniziata domenica e proseguita lunedì. Gli F-22 erano accompagnati da bombardieri B-52 e da A-29 Super Tucano afghani per ulteriore supporto nell’espandere la geografia dell’attacco… Nicholson aveva detto che l’F-22, “è stato usato per la sua capacità di usare munizioni di precisione, in questo caso una bomba da 114 kg dal diametro ridotto che causa danni collaterali minimi”, nel momento in cui la morte di civili negli attacchi aerei statunitensi viene pesantemente esaminata. All’inizio del mese, i raid aerei statunitensi nella regione uccisero “almeno 13 civili” durante un bombardamento. “Questo obiettivo era anche un impianto di produzione di narcotici dei taliban a Musa Qala. Quindi, voglio attirare la vostra attenzione, quando guarderete questo attacco, vedrete che all’interno del compound vi sono diverse strutture, e ne distruggiamo solo due, lasciando intatta la terza, per evitare danni collaterali”, affermava Nicholson“.

F-22, caccia LGTBQ
L’inimitabile racconto ci dice che solo l’F-22 può sganciare questa bomba di 114 chili (una piuma) che uccide solo i cattivi contadini-chimici-taliban, destinata a decorare tale aereo inutile quanto calamitosamente costoso e dall’impiego estremamente delicato e frammentario a rischio di guasti fatali, ma dalla virtù sublime: l’F-22 è un caccia umanitario! Uccide solo i malvagi con queste bombe a forma di piuma e straordinariamente precise, quindi tutto ciò che è stato fatto per produrne un pizzico (189 anziché 750) è ampiamente giustificato. (Aggiungiamo l’osservazione tangente che il mancato utilizzo del JSF/F-35 in questa missione appare doverosamente sospetto. Era ideale per dimostrare che l’F-35 esiste e può sganciare bombe. Che vola facendo shhuuuttt ed è umanitario allo stesso tempo… Questa circostanza deve suggerirci che l’F-35 è ancora più delicato del previsto e che non si può coinvolgerlo in un missione di guerra senza correre rischi, evitando di arrischiare un incidente catastrofico, come sanno senza dubbio gli israeliani). Si tratta quindi di continuare a cercare di giustificare la politica di acquisto di sistemi complicati, catastrofici e rovinosi, ma postmoderni. Si tratta quindi di “venderli” all’ideologia dominante, quella dei progressisti nella società, facendolo diventare un caccia umanitario che spara senza uccidere i migranti gentili e futuri per l’Europa. L’F-22 è entrato nel circolo delle virtù e riappare nel dominio sacro LGTBQ.

Dottrina Trump o Counterpopulation Policy
“Sedici anni dopo che l’amministrazione Bush iniziò le operazioni militari in Afghanistan, il presidente Trump lanciava la sua campagna militare usando caccia furtivi ad alta tecnologia per bombardare laboratori della droga nel Paese. L’impegno del Pentagono per la cosiddetta missione per “costruire la nazione” in Medio Oriente si è ora estesa su tre presidenze, diventando così la guerra più longeva nella storia degli Stati Uniti. Da quando gli Stati Uniti occuparono il Paese nei primi anni 2000, la produzione di oppio è esplosa. Il presidente afgano Ashraf Ghani ha affermato che senza la droga la guerra in Afghanistan “sarebbe finita da tempo”. (Secondo Zerohedge). Il 2017 è un anno molto, molto importante in questo senso, intendiamo dal punto di vista della produzione del papavero. Nell’ultimo decennio del ventesimo secolo, erano circa 60000 gli ettari di terra destinati alla produzione del papavero. Nel 2001 ci fu un notevole crollo: 8000 ettari, seguito dal ritorno al livello degli anni ’90. Negli ultimi 5-6 anni, l’aumento è stato esponenziale e nel 2017 si raggiunge il record assoluto di 328000 ettari, secondo un osservatore permanente dell’ONU. Non si può solo dire, come il presidente afgano, che senza la droga la guerra “sarebbe finita da tempo”, ma si potrebbe aggiungere come ipotesi non arrischiata che con la guerra, la droga ha avuto un successo senza precedenti. Il già citato generale Nicholson affermava che questa operazione “rappresenta il primo uso significativo delle nuove autorizzazioni legali concesse dall’amministrazione Trump” alle forze armate per attaccare le entrate dei taliban. Infatti, calcolano gli strateghi, la droga fornisce ai taliban gran parte del reddito, mentre in origine, e soprattutto prima dell’intervento degli Stati Uniti nel 2001, erano contrari a questa coltura che consideravano non conforme al dogma islamico. Con lo sviluppo della guerra, cambiarono atteggiamento e divennero sempre più interessati all’economia della droga, che gli fornisce notevoli finanziamenti. “All’inizio (di questo cambio di politica), chiedevano principalmente tasse agli agricoltori, ma gradualmente il reclutamento di taliban tra i coltivatori di oppio è cresciuto al punto che gli insorti hanno deciso di sospendere le operazioni durante la stagione delle piogge e la raccolta del papavero“. La nuova strategia, una sorta di “dottrina Trump”, implica quindi l’attacco diretto alle coltivazioni di papavero e conseguente traffico di droga. Lo stesso presidente afgano, fedele alle istruzioni, considera tale dottrina vincente e coltiva, invece del papavero, un buon ottimismo sulle prospettive di vittoria. Per quanto riguarda il bilancio, si noterà che i primi attacchi, di domenica e lunedì, hanno provocato la distruzione di 10 laboratori di produzione della droga “clandestini”, mentre le stime delle Nazioni Unite indicano il numero di tali strutture in 400-500; se ne traggano le conclusioni volute.

Il teatro della guerra alla droga?
La domanda sotto forma d’interpretazione alternativa su questo attacco così come sul marketing che lo circonda è sapere se la guerra in Afghanistan continui sulla sua allegra strada sanguinaria e inutile, o si tratta di ciò che viene chiamata “svolta”. Optiamo invece per il secondo termine dell’alternativa, sotto forma d’ipotesi prudente e esplorativa, ovviamente riferendosi principalmente agli attori del caso; senza cui, ovviamente, non avremmo dato tanta importanza a tale evento. L’articolo a cui si fa riferimento qui, ovviamente, dà un ruolo alla lotta alla droga degli Stati Uniti in Afghanistan dal 2001, o piuttosto all’assenza di una seria lotta alla droga in questa guerra, mentre si è d’accordo sul fatto che l’attacco al narcotraffico è l’unico modo per vincere. Iniziamo a capire cosa c’è in ballo con queste citazioni: “Il governo degli Stati Uniti ha perseguito varie strategie antidroga durante i 16 anni di guerra in Afghanistan, ma non ha ostacolato la costante ripresa della coltivazione del papavero da oppio e del traffico di droga dalla caduta dei taliban nel 2001.. questi sforzi degli Stati Uniti non coinvolgono direttamente l’esercito. Nei primi anni post-taliban, il Pentagono si concentrò esclusivamente sul perseguimento degli insorti di al-Qaida e taliban e si astenne esplicitamente dal dirigere in tutto o in parte gli sforzi per limitare il traffico di droga. In alcuni casi, fu a causa dell’alleanza coi signori della guerra o uomini forti regionali coinvolti nella droga. Successivamente, con la ripresa della produzione e commercio della droga, gli Stati Uniti lanciarono diversi ambiziosi programmi per contrastarli. Una fu la campagna di sostituzione delle colture incoraggiando e pagando gli agricoltori per coltivare mandorle, albicocche, verdure e zafferano al posto del papavero. Un’altra pagava i contadini per distruggere i campi di papaveri e finanziare campagne d’intercettazione in cui le forze di sicurezza afgane bruciavano campi coltivati. Questi sforzi furono completamente ostacolati da una combinazione di fattori, tra cui l’enorme appeal dei profitti della droga, la tradizione ormai consolidata della coltivazione del papavero da parte dei piccoli agricoltori, il coinvolgimento di potenti nel commercio, ostilità locale al proibizionismo e robustezza delle piante di papavero che possono prosperare in condizioni difficili”.

La CIA e la “guerra totale”
Ciò che viene trascurato in questa breve panoramica delle cause del non intervento delle forze statunitensi in Afghanistan, ovviamente, non ha nulla a che fare con la quasi essenza dell’evento papavero nel conflitto infinito in Afghanistan. L’attore principale della crisi della droga in Afghanistan è ovviamente, come in tutte le aree in cui la droga viene prodotta in massa, la CIA. Dagli anni ’80 del direttore Bill Casey, vicino a Reagan e temibile finanziere di Wall Street con tutti i possibili collegamenti col crimine organizzato, la droga in Afghanistan è una delle attività molto importanti dei rami operativi della CIA, e anche del processo di privatizzazione e finanziamento dell’agenzia. In un certo senso, è un modello noto che risale alle origini (i predecessori della CIA, poi la CIA stessa che agiva per conto dell’United Fruit in Sud America, o dei petrolieri in Medio Oriente, ecc). È comunque originale nel senso che l’azione della CIA non è più indiretta ma diretta, nella droga, che costituisce dagli anni ’80 in maniera massiccia una delle sue principali risorse finanziarie “clandestine”. Si ritrova già uno schizzo di archetipo in tale tipo d’intervento, di “metodologia” dell’illegalità totale e destrutturante, al di fuori di qualsiasi struttura principale, nazionale o di altro tipo, nell’azione della CIA nel “Triangolo d “Oro” durante la guerra del Vietnam, in cui le droghe da cui provenivano giocarono un ruolo importante nel collasso morale e psicologico delle forze statunitensi. Come si sa, la CIA ha una propria visione della sicurezza nazionale e degli interessi statunitensi. Dagli anni ’80, quindi, c’è l’istituzionalizzazione del metodo con la privatizzazione e il finanziamento che interessano tutte le aree degli Stati Uniti, compresa la sicurezza nazionale, e in particolare della CIA; il tutto operativo in Afghanistan, Messico, Medio Oriente, fino agli ultimi tre anni col petrolio dello SIIL, ecc. (Peter Dale Scott ha studiato approfonditamente e meticolosamente tale aspetto del potere degli Stati Uniti e ciò che ha soprannominato Stato Profondo).Una nuova forma di “guerra totale”
In tali condizioni, è comprensibile che si possa immaginare l’ipotesi che la guerra in Afghanistan si evolva infine in una nuova forma di “guerra totale”. L’intervento militare contro i laboratori clandestini può essere considerato in due modi:
• Una dimostrazione discontinua, per far credere che il Pentagono inizi davvero la guerra alla droga.
• Lanciare una vera guerra alla droga per avere un “pareggio” o, in ogni caso, non richiedere un impegno significativo delle forze armate statunitensi e consentirne il ritiro. Questo alla fine libererebbe le importantissime risorse, finanziarie, materiali e umane, che il Pentagono dedica in tale conflitto infinito.
La prima ipotesi non ci attrae: nessuno chiede all’esercito di giustificare nulla. Al contrario, nelle ultime notizie dalle fonti meglio informate, i generali (Mattis, McMaster, Kelly) sono “in carica” a Washington. Hanno quindi i poteri ma anche le responsabilità dei poteri. Cominciano a misurare non la difficoltà di avere più soldi per il Pentagono (annegano nei miliardi, che sono più inutili e persino controproducenti incoraggiando la negligenza) ma la difficoltà di mantenere operativa la macchina da guerra al mero livello di potenza che tale macchina pretende di avere. Le cause sono numerose e strutturali, budgetarie, gestionali, sociali, corruttive… La macchina, propagandata, ha crepe dappertutto e l’esempio della 7.ma Flotta (Asia-Pacifico) della Marina degli Stati Uniti, a tal proposito, è la più ovvia ed illustrativa: la flotta più lontana dal centro, la flotta della vera proiezione di potenza, non riesce più a controllare la propria potenza. È in tale logica che si può pensare il Pentagono giocarsi l’ultima carta in Afghanistan per liberarsi del conflitto: attaccare il “dominio sacro” della droga per provare almeno ad indebolire i taliban abbastanza da lasciare la situazione nelle mani degli afghani “regolari” (pur mantenendo alcune basi strategiche, ovviamente). Questa è un’iniziativa difficile, poiché molti potenti del denaro, i “signori della guerra”, e in particolare la CIA stessa, vedranno le loro posizioni minacciate e reagiranno direttamente o indirettamente. Non sarà sorprendente vedere la CIA qui menzionata; non è la prima volta che “affronta” il Pentagono, e nel clima attuale, della diluizione del potere nella “DC-la-folle” e la fortissima privatizzazione dell’Agenzia con collegamenti esistenti da decenni con la criminalità organizzata, è ancora più concepibile, ovviamente. Ci fermeremo qui alla descrizione dell’aspetto operativo senza soffermarci su ipotesi sull’esito probabile o improbabile, sulla notevole incertezza che il Pentagono è capace di raggiungere sui suoi scopi. Soprattutto, siamo interessati a osservare quanto i conflitti nati nel contesto della cosiddetta “Guerra al Terrore” aumentano d’intensità senza le necessarie garanzie di legittimità, che non sfociano in grandi conflitti convenzionali classici ma in conflitti multiformi e sempre più caotici. La logica della “guerra ibrida” inaugurata in Siria e Ucraina è sovvertita e spinta, nella forma invertita, nell’interferenza distruttiva al mero livello operativo, coi problemi sociali e sociali che diventano i veri fattori operativi della battaglia. Da questo punto di vista, con l’Afghanistan integra direttamente nell’equazione operativa il fattore droga, siamo in presenza di un vero “modello” degenerato, laddove l’insieme petrolio+SIIL (il petrolio siriano che passava attraverso la Turchia) schiacciato dai russi, fu il primo test operativo. Il modello è così completo, i mezzi così sofisticati nella loro inadeguatezza che si può parlare di “guerra totale” invertita che declina verso un processo di completa degenerazione. Solo le forze convenzionali regolari, di qualsiasi importanza purché supportate da legittimi poteri politici, principi sovrani che si riferiscono ai fattori nazionali direttamente coinvolti, possono imporre la propria legge impedendo di diffondere tale degenerazione patologica del modello del guerriero tardo-postmoderno. I siriani ci riuscirono con l’aiuto degli iraniani e di Hezbollah, e poi con l’aiuto decisivo e strutturante dei russi, nonostante una situazione iniziale catastrofica. Gli americanisti affrontano anche questo aspetto della belligeranza postmoderna, ma a differenza dei russi, perdono. Impegnati arbitrariamente e illegalmente, sono singolarmente privi di legittimità, senza alcun principio sovrano su cui basarsi, ed è difficile vedere come potrebbero avere successo nella loro impresa. Almeno permettono di vedere tutto ciò che tale era tardo-postmoderna può vomitare come produzione invertita, almeno accelerando il processo generale di autodistruzione. Grazie al caccia LGBTQ F-22, promettono che ciò avverrà limitando i danni collaterali.Traduzione di Alessandro Lattanzio