La Russia punta il pivot in Asia degli Stati Uniti

MK Bhadrakumar Indian Punchline 17 aprile 2016sergeilavrov153358609_0La Russia ha espresso solidarietà alla Cina in modo inequivocabile per la prima volta, forse, sulla questione del Mar Cinese Meridionale. In un’ intervista congiunta del Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ai giornalisti giapponesi e cinesi a Mosca, ha inquadrato la posizione posizione russa rispondendo a una domanda del giornalista cinese in relazione a “tensioni (che) recentemente divampano di nuovo” nel Mar cinese meridionale: “Sulla situazione nel Mar Cinese Meridionale, si procede dalla seguente premessa. Tutti gli Stati interessati devono rispettare il principio del non-uso della forza militare e continuare a cercare soluzioni politiche e diplomatiche reciprocamente accettabili. E’ necessario porre fine a qualsiasi interferenza nei colloqui tra gli Stati interessati e a qualsiasi tentativo d’internazionalizzare queste dispute. Abbiamo dato supporto attivo alla disponibilità di Cina e ASEAN di andare avanti su questo obiettivo. Molti tentativi sono stati fatti (da “soggetti esterni”) per internazionalizzare le questioni relative alla controversia sul Mar Cinese Meridionale… questi tentativi sono controproducenti. Solo trattative guidate da Cina e Paesi ASEAN… produrranno il risultato desiderato, cioè un accordo reciprocamente accettabile”. Pechino naturalmente è felice. Il Ministero degli Esteri si è affrettato a rispondere il giorno dopo: “La Cina parla molto delle osservazioni della Russia. Qualsiasi persona, organizzazione e Paese veramente preoccupata per la pace e la stabilità nel Mar Cinese Meridionale, dovrebbe sostenere la Cina e i Paesi interessati della regione, o i Paesi direttamente coinvolti, precisamente, nella risoluzione delle eventuali controversie con negoziazione e coordinamento… Non è costruttivo che qualsiasi Paese od organizzazione esterno alla regione acuisca la questione del Mar cinese meridionale, riproducendo o provocando tensioni e divisioni tra i Paesi regionali. Chi lo fa, farà deviare la soluzione della questione del Mar Cinese Meridionale dalla strada giusta”. La Cina prende atto particolarmente delle osservazioni di Lavrov subito dopo la dichiarazione del G-7 che criticava implicitamente Pechino con l’accusa di indulgere in “azioni unilaterali intimidatorie, coercitive o provocatorie che potrebbero alterare lo status quo e aumentare le tensioni” sul Mar cinese meridionale (AFP). L’intervista di Lavrov sarà altrettanto gratificante per Pechino con la netta osservazione che sottolinea la determinazione di Mosca nel creare una base navale sulle contestate isole Curili; Lavrov ha detto al corrispondente giapponese (il Giappone rivendica il territorio): “Oggi l’Artico si apre sempre più allo sviluppo economico… L’uso della rotta del Mare del Nord è oggettivamente aumentato… diverrà una rotta molto utile ed efficace per il transito di merci tra Europa e Asia… e noi, come Stato rivierasco, abbiamo una responsabilità particolare nel garantire non solo l’efficienza della rotta, ma anche la sicurezza. E’ essenziale garantire un controllo affidabile ed efficace non solo su zone di mare, ma anche su tutte le coste di queste aree… Questi obiettivi non possono essere raggiunti senza ripristinare le infrastrutture, anche quelle militari, quasi completamente perdute negli anni ’90. Sulle isole Curili, sono i confini orientali della Federazione russa… inutile dire che prevedere misure per rafforzare le infrastrutture militari relative ai territori di confine è naturale per qualsiasi Stato. Questi sono i confini dell’Estremo Oriente del nostro Paese e dobbiamo garantirne la sicurezza. Faremo tutto il possibile per raggiungere questo obiettivo”.
Ancora una volta, questa sarebbe la prima volta, forse, che la Russia ha apertamente collegato l’intenzione di dominare le rotte marittime nella cosiddetta Fossa delle Curili, con le preoccupazioni su regione artica e Passaggio a nord-est in particolare. Al Giappone non va bene perché la Fossa delle Curili si trova al largo delle coste sud-orientali della Kamchatka, parallelamente alle Curili, incontrandosi con la Fossa del Giappone ad est di Hokkaido. Tra l’altro, nel 1875 la Russia cedette le isole Curili al Giappone in cambio della sovranità su Sakhalin, e oggi la Russia sostiene le Curili suo territorio, facendo del mare di Okhotsk (a nord dell’isola giapponese di Hokkaido) un virtuale lago russo. E’ utile ricordare che durante la Guerra Fredda il Mare di Okhotsk fu teatro di intense operazioni della Marina degli Stati Uniti volte a intercettare i cavi di comunicazione sottomarini della Marina sovietica. (Un volo Korean Airlines che deviò nella regione, possibilmente in missione di spionaggio, fu abbattuto in un episodio clamoroso del 1983). Il Mare di Okhotsk fu un enorme bastione per i sottomarini lanciamissili balistici sovietici. Ovviamente, la Russia risorge e ammoderna le infrastrutture e rilancia la Flotta del Pacifico, tra le rivalità con gli Stati Uniti che s’intensificano nella regione artica e nel contesto del pivot in Asia degli Stati Uniti. In realtà, la Russia ha iniziato a rispondere alla crescente presenza militare degli Stati Uniti in Asia nord-orientale con il pretesto di contenere la Corea democratica. (Lavrov, senza mezzi termini ha detto che il problema della Corea democratica non giustifica il dispiegamento del sistema di difesa missilistica degli Stati Uniti in Giappone e Corea del Sud, e che Mosca e Pechino sulla questione condividono le stesse preoccupazioni). Questi nette osservazioni spiegano anche la forte critica di Lavrov al Giappone per l’assenza di una politica estera indipendente e la docilità verso le strategie regionali statunitensi, da partner secondario. Gli analisti statunitensi sempre più ritengono che il trasferimento della Russia di sistemi d’arma avanzati alla Cina faccia parte della contro-strategia russa al pivot in Asia degli Stati Uniti (qui e qui).
Non è chiaro fino a che punto i politici indiani comprendano questi importanti cambiamenti nella geopolitica della regione Asia-Pacifico. Senza dubbio, Washington ha un piano nella rubrica della “stretta di mano strategica” con New Delhi, cioè creare un sistema di alleanze in Asia sotto la guida degli Stati Uniti che comprenda India, Giappone e Australia. Basti dire che gli sforzi persistenti di trascinare l’India nei “pattugliamenti congiunti” con l’US Navy nel Mar Cinese Meridionale e di accedere alle basi militari indiane, ecc., nonché il ritornello che la strategia del Pivot e “lo sguardo a Oriente” dell’India si completino a vicenda (come il segretario alla Difesa degli USA Ashton Carter aveva detto al Premier Narendra Modi la settimana scorsa), vanno nella giusta prospettiva. La linea di fondo è che l’India ne guadagnerebbe identificandosi nella strategia del contenimento degli Stati Uniti contro Russia e Cina. La trascrizione delle dichiarazioni di Lavrov illumina l’epocale cambiamento della politica da grande potenza in Asia nord-orientale derivante dal Pivot in Asia degli Stati Uniti. (Trascrizione)Sakhalin_Island_-_Closer_In.64191638_largeTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La base navale russa nelle Curili, reazione all”Asia Pivot’?

Salman Rafi Sheikh New Eastern Outlook 04/05/2016950CC7E2-35F5-4BA5-85D9-4BB24A0A6EE6_mw1024_s_nMentre Stati Uniti e Russia continuano a contestarsi il futuro della Siria, nonostante alcuni progressi ragionevoli, la loro concorrenza difficilmente sembra essersi attenuata. Da potenze mondiali continuano a contestarsi la supremazia strategica manovrando per il potere globale. Il ‘Pivot in Asia’ degli Stati Uniti ha subito alcune sconfitte, soprattutto la mancata presa sugli alleati di un tempo nella regione, oltre i termini convenzionali di un”alleanza’ strategica. Con gli Stati Uniti incapaci di sconfiggere nettamente i taliban in Afghanistan e di rovesciare Assad in Siria, gli alleati regionali sembrano aver ‘perso’ fiducia nella capacità degli Stati Uniti di proteggerli da qualsiasi potenziale ‘minaccia’ proveniente da Cina o Russia. Nonostante le sconfitte subite nel conflitto in Medio Oriente, gli Stati regionali adottando proprie contromisure difficilmente bloccheranno il ‘Pivot in Asia’. Fino a poco prima, la Russia vi aveva risposto con un basso profilo; Tuttavia, con i militari russi che ottengono un sorprendente successo in Siria e la spinta globale conseguente, la Russia sembra cercare di tradurre il successo rafforzando la propria posizione nella regione con l’unico scopo di contrastare l’espansionismo della NATO. La sua ultima manifestazione si presenta con la notizia della possibile decisione della Russia di costruire una base navale nelle Isole Curili. L’annuncio arrivava dal Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu, che forniva alcune informazioni vitali sulle installazioni per la difesa che la Russia costruirà. Secondo lui, missili antinave Bal e Bastjon e droni Eleron-3 saranno dispiegati sulle isole entro la fine del 2016. Sono degli avanzati e ovviamente formidabili sistemi missilistici volti a proteggere basi navali e altre installazioni strategiche russe sulle coste, a difendere le coste nelle aree di sbarco più probabili e imporre il dominio sulle acque territoriali dello Stretto e nelle aree più esposte agli sbarchi, nonché avere il dominio globale sui mari entro una gittata di 300 chilometri. La decisione russa di rafforzare la posizione nella regione ha anche un contesto immediato. In particolare, tale decisione risponde al Giappone che militarizza la cintura di isole che si estende per 1400 km dalla terraferma giapponese a Taiwan. Il balzo della militarizzazione del Giappone è dovuto al ‘Pivot in Asia’ degli Stati Uniti. Con il Giappone Stato regionale che continua ad avere fiducia negli Stati Uniti nel rafforzamento militare, gli Stati Uniti fanno di tutto per mutare la politica militare del Giappone del secondo dopoguerra.
Nel settembre 2015 il Senato del Giappone approvava la controversa legge che permette ai militari del Paese d’impegnarsi in combattimenti all’estero in circostanze limitate, un grande cambiamento dopo settant’anni di pacifismo. Il voto 148 a 90 era l’ultimo ostacolo per l’adozione delle misure, che entreranno in vigore nei prossimi sei mesi. La legislazione reinterpreta l’articolo 9 della costituzione pacifista del Giappone post-Seconda Guerra Mondiale, che vieta la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. La reinterpretazione consentirà all’esercito giapponese, noto come Forze di autodifesa, di difendere gli alleati con ruoli limitati nei conflitti all’estero. I sostenitori della legge, tra cui alti funzionari degli Stati Uniti, dicono che il Giappone deve espandere il ruolo delle SDF per contrastare potenziali minacce provenienti da nazioni come Cina, Corea democratica e Russia. In tale contesto, la decisione della Russia di costruire una base navale sulle isole contestate dal Giappone dalla seconda guerra mondiale, è un chiaro segnale della Russia sulla propria posizione non solo nei confronti delle isole, ma anche della regione intera. La legislazione e il sostegno degli Stati Uniti si basano sulla pressione degli Stati Uniti sul Giappone affinché traduca parte delle risorse economiche in forza militare e preparazione ai conflitti limitati. Stati Uniti e Giappone hanno di conseguenza aggiornato il loro trattato di mutua protezione, che obbliga le parti ad usare le armi per sostenere l’altra parte in caso di conflitto, e gli Stati Uniti di conseguenza avviano lo schieramento del sistema di difesa missilistica in Giappone, e forse anche in Corea del Sud. Tale schieramento non è solo volto contro la Russia, ma anche contro la Cina ed è forse per questo motivo che la decisione della Russia di costruire una base navale nel proprio estremo oriente appaia come moltiplicatore di forza della Cina che, da parte sua, cerca di ampliare l’alleanza con gli Stati regionali per contrastare le mosse geo-strategiche degli Stati Uniti. Mentre la strategia della Cina contro il ‘Pivot in Asia’ è in gran parte incentrata sui mari del sud e dell’est della Cina, il grande ingresso della Russia nel gioco regionale è di grande aiuto a Cina ed alleati; e divenendo una seria sfida a Stati Uniti e Giappone, indica esplicitamente a Stati Uniti ed alleati che il ‘Pivot in Asia’ avrà uno spazio di manovra molto limitato nella regione, e di conseguenza aggraverà le preoccupazioni del Giappone sulla forte presenza militare della Russia nel suo estremo oriente.

Salman Rafi Sheikh, analista di relazioni internazionali e affari esteri e nazionali del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.1128654

La “zona di identificazione della difesa aerea” cinese nel Mar Cinese Meridionale
Vladimir Terehov New Eastern Outlook 07/04/20166352082895251645253Da metà febbraio la sigla ADIZ ancora una volta appare sulle prime pagine con sempre maggiore frequenza. “Ancora una volta”, perché fu già al centro dell’attenzione nel 2013-2014, per il rischio di un confronto militare diretto tra RPC e l’alleanza tra Stati Uniti e Giappone nel Mar Cinese Orientale (ECS). Questa volta, la stessa sigla viene utilizzata nel contesto di una situazione ancora più problematica nel Mar Cinese Meridionale (SCS), con gli stessi principali attori regionali. La questione riguarda la cosiddetta “Air Defense Identification Zone” (ADIZ) che il Ministero della Difesa della Cina introdusse nel 2013 su una parte considerevole del ECS, ed ora si dice programmi sul SCS. Va notato che la Cina non è il primo Paese ad utilizzare l’ADIZ in una parte dello spazio aereo considerata particolarmente sensibile per la sicurezza nazionale di un dato Paese. Negli anni ’50 gli Stati Uniti introdussero tale zona nei pressi delle proprie coste occidentali quando, secondo l’intelligence, c’era la minaccia (assai esagerata, come si scoprì più tardi) della “rapida crescita della flotta di bombardieri sovietici“. Anche il Giappone ha una propria ADIZ circostante le quattro isole principali e le isole Ryukyu. Va notato che le zone giapponesi e cinesi sul ECS si sovrappongono considerevolmente, compreso lo spazio aereo sulle isole Senkaku/Diaoyutai, la cui proprietà è uno dei punti di tensione nelle relazioni cino-giapponesi. Come regola generale, l’ADIZ si estende a considerevole distanza dal confine dello spazio aereo nazionale e il Paese che l’adotta non può limitarne il sorvolo agli aeromobili stranieri (tra cui aerei militari). L’unica condizione è che gli equipaggi di tali aeromobili informino i servizi a terra del suddetto Paese dell’intenzione di attraversare l’ADIZ. Questa zona non crea alcun inconveniente speciale alle compagnie aeree, ma interferisce con le ambizioni politiche dei Paesi che hanno rapporti complicati con l’avversario geopolitico che adotta l’ADIZ. Per esempio, in risposta all’introduzione della zona cinese sul ECS, alla fine del 2013, gli USA (profondamente coinvolti negli eventi in Asia orientale) fecero dichiarazioni forti “raccomandando” che le compagnie aeree non notificassero ai servizi a terra cinesi, ignorandone anche le richieste. Con ogni evidenza, tali “raccomandazioni” non sono state accolte dagli interessati perché negli ultimi due anni non si è mai sentito parlare di eventuali problemi tra le compagnie aeree e i servizi per il controllo dello spazio aereo cinesi. Infatti, subito dopo l’introduzione dell’ADIZ cinese sul ECS, 2 bombardieri B-52 statunitensi attraversarono la zona ostentatamente in modalità silenzio radio. Cioè, senza rispondere alle richieste dei servizi a terra cinese. Fu un gesto impudente per dimostrare la disponibilità dell’US Air Force a perseguire i propri obiettivi in questo settore, senza l’osservanza dei requisiti decisi dal Ministero della Difesa della Cina che non limiterebbero la libertà d’azione dei piloti statunitensi. Giochi simili sono in corso in relazione a voci sulla possibile introduzione dell’ADIZ sul SCS. In realtà, tali suggerimenti (mai ufficialmente commentati da Pechino) apparvero due anni fa collegandosi al Ministero della Difesa della Cina che introduceva l’ADIZ sul ECS. La Cina non aveva ufficialmente commentato questa possibilità fino alla fine dello scorso anno. Da parte degli esperti cinesi, di nuovo nell’estate 2015, il capo dell’Istituto Nazionale per lo Studio del Mar Cinese Meridionale, Wu Sichun, negò categoricamente tale possibilità in una conferenza a Washington. Tuttavia, il governo degli Stati Uniti aveva evidentemente informazioni più o meno certe sul tema nell’autunno dello scorso anno. Per esempio, nell’intervento a una conferenza a Sydney, il 6 ottobre 2015, il comandante della Flotta del Pacifico degli Stati Uniti, ammiraglio Scott Swift, parlò di “azioni impudenti” della RPC sul SCS dichiarando che la comparsa dell’ADIZ cinese nel SCS sarà vista come “violazione delle regole internazionali”. Il 26 febbraio, il diretto superiore di S. Swift, il capo dell’USPACOM ammiraglio Harry Harris, espresse la sua “ansia a che la (possibile ADIZ cinese sul SCS) abbia conseguenze destabilizzanti e provocatorie… Non lo ignoreremo così come ignoriamo l’ADIZ sul Mar Cinese Orientale“. Allo stesso tempo, non negò il diritto di ogni Stato di stabilire tali zone nello spazio aereo “adiacente al territorio nazionale”. In realtà, la stessa formulazione viene utilizzata dai funzionari cinesi commentando la maggiore attenzione degli Stati Uniti al tema della probabile introduzione di un’ADIZ della Cina sul SCS.
L’essenza del disaccordo cino-statunitense sulla questione e la crescente tensione nelle relazioni tra i due Stati mondiali sul SCS consiste nel fatto che la Cina veda l’80% del SCS come suo territorio. Nel frattempo gli Stati Uniti, dichiarando formalmente di non avere una visione specifica sul tema, rifiutano le richieste cinesi. L’ultimo scambio sul tema della (ancora ipotetica) ADIZ cinese sul SCS si aveva il 1° aprile, coinvolgendo i rappresentanti dei Ministeri della Difesa dei due Paesi). I cinesi dichiaravano che la questione della creazione dell’ADIZ sul SCS “dipenderà dalla valutazione della Cina delle minacce al proprio spazio aereo“. Dopo tutto, sembra probabile che le reciproche asprezze sull’argomento e l’emergere di nuove immagini satellitari che dimostrano la presenza di sistemi di difesa aerea e di aerei da caccia sulle isole artificiali cinesi nel SCS, siano state trasmesse nell’incontro tra Obama e Xi Jinping a Washington, nel quadro del vertice sulla sicurezza nucleare.1021974850Vladimir Terekhov, esperto sui temi della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli obiettivi di Putin nella visita in India

Valentin Vasilescu, Reseau International 7 dicembre 2014kilo-scorpene1L’India fu scioccata il 13 ottobre 2014, quando la Russia ha firmato il contratto con la Cina per 11 sottomarini d’attacco classe Amur (Project 1650), nonostante la riluttanza indiana. La Russia deve garantire il trasferimento tecnologico per la costruzione in Cina di questo tipo di sottomarini, considerati i sottomarini diesel-elettrici più avanzati al mondo. I sottomarini d’attacco convenzionali francesi Scorpene sono la versione migliorata della precedente classe Agosta 90B. Tre sottomarini Agosta 90B furono consegnati dalla marina francese al Pakistan. L’ultimo di essi, l’Hamza (S139), fu consegnato nel 2006 con il sistema anaerobico API (Air Independent Propulsion) che permette di navigare senza risalire in superficie per sette giorni. Ciò spinse l’India ad avviare i negoziati, otto anni fa, con i cantieri DCN (che producono la portaelicotteri Mistral) per l’acquisto di sei sottomarini Scorpene, a spese della Russia, con la possibilità di produrne sei in India. L’India sperava, in quel momento, di ricevere il primo sottomarino nel 2015. Nel frattempo, l’India ha appreso che il Pakistan negozia l’acquisizione di tre sottomarini tedeschi Tipo 214, superiori alla classe Scorpene, e dotati del sistema PLC con cui rimanere in immersione per tre settimane. Inoltre, a causa della stretta relazione tra Cina e Pakistan, una volta realizzato il trasferimento di tecnologia in Cina, i sottomarini d’attacco classe Amur potrebbero subito ritrovarsi nella marina pachistana.
Il 10 dicembre 2014, il Presidente Putin visiterà New Delhi, la prima dalla nomina del primo ministro Narendra Modi alla guida dell’India. Lo scopo dichiarato della visita è l’intensificazione degli scambi russo-indiani. La reazione della Casa Bianca all’annuncio della visita era estremamente dura. “Abbiamo già detto che non è il momento giusto per fare accordi con la Russia. Naturalmente, abbiamo inviato tale messaggio a tutti i nostri alleati e partner internazionali“, ha avvertito la portavoce del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Marie Harf. La dichiarazione degli Stati Uniti esce dopo che la Francia s’è rifiutata di consegnare le portaelicotteri Mistral comprata dalla Russia, rifiuto interamente dovuto a Washington. Stati Uniti e Parigi finiranno sulla lista nera dei venditori disonesti, scoraggiando chi intende acquistare navi e attrezzature militari prodotte dal cantiere francese DCN. Putin convincerà il Primo ministro Modi ad abbandonare il contratto con la Francia per i sottomarini francesi Scorpéne a vantaggio dei sottomarini Amur? Altri contratti prioritari con la Francia saranno cancellati dall’India?
I meglio informati sulle intenzioni di India sono i servizi segreti del Regno Unito. Un mese prima della visita di Putin, il ministro della Difesa inglese Michael Fallon diede un’intervista al quotidiano “Times of India“, offrendosi di fornire velivoli Eurofighter Typhoon, prodotti dal consorzio anglo-tedesco-italiano, se l’India rinuncia al contratto MMRCA (aerei da combattimento multi-ruolo medio) da 20 miliardi di dollari per l’acquisto di 126 aerei da combattimento Rafale.

m02011110400003Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia firma un patto militare con il Pakistan

MK Bhadrakumar, 21 novembre 2014546f6a5d70ccdQuando un ministro della Difesa russo arriva in Pakistan dopo 45 anni, l’evento diventa una svolta nelle relazioni bilaterali tra i due Paesi e nella politica regionale. E in esso v’è il grande simbolismo di Sergej Shojgu che giunge in Pakistan, seconda tappa del tour che prima l’aveva portato in Cina nel momento cruciale dei rapporti strategici Russia-Cina. E’ presto per collegare i punti, almeno fin quando il Presidente Vladimir Putin non farà la tanto attesa visita a Islamabad, ma non si può negare il fatto che notevoli interessi e preoccupazioni si formano tra Russia, Cina e Pakistan. Il comunicato del ministero della Difesa del Pakistan sulla visita di Shoigu, infatti, ha sottolineato che le due parti “hanno espresso soddisfazione per la convergenza di vedute sulla maggior parte delle questioni internazionali e regionali“, firmando un accordo di cooperazione militare durante la visita di Shojgu, la prima del genere tra i due Paesi. L’aspettativa pakistana è che il patto rafforzi i rapporti militari in “termini materiali” e “spiani la strada per lo scambio di opinioni e informazioni su questioni politico-militari, nonché al rafforzamento della fiducia reciproca e della sicurezza internazionale, all’intensificazione delle attività di contro-terrorismo e del controllo degli armamenti, all’estensione delle relazioni in vari settori dell’istruzione militare“, e così via. Il comunicato stampa cita Shojgu esprimere apprezzamento per le capacità dell’industria della Difesa del Pakistan sottolineando pubblicamente che la comunità mondiale “vuole fare affari con il Pakistan”. E’ ovvio che la Russia guardi al Pakistan come possibile partner utile nella vendita e produzione bellica. Da Islamabad, la TASS citava Shojgu dire che vi è comune accordo secondo cui “la cooperazione militare bilaterale dovrebbe avere grande e concreta attenzione, contribuendo ad aumentare l’efficienza operativa delle nostre forze armate“.
L’interazione militare russo-pakistana viene costantemente costruita. Tutti i vertici delle forze armate della Russia hanno visitato il Pakistan quest’anno. Ovviamente, molta preparazione ha richiesto l’importante visita di Shojgu. Shojgu ha detto di aver discusso con i pakistani “una serie di eventi specifici di particolare importanza“. Non sono commenti casuali ed hanno lo scopo di avere risonanza nel pubblico regionale e internazionale. Come si spiega l’apertura russa al Pakistan? In senso più ampio, il gelo profondo dei rapporti tra Russia e Stati Uniti, fa da sfondo. Dal punto di vista russo, il Pakistan ha un ruolo chiave nelle strategie regionali degli Stati Uniti, ed è nell’interesse di Mosca creare uno spazio politico e diplomatico in cui il Pakistan resista alle pressioni degli USA. Intrinsecamente, dunque, la Russia farà tutto il possibile per rafforzare la tendenza a una politica estera indipendente del Pakistan. Probabilmente, nel nuovo ordine mondiale che Putin coreografava nel suo discorso a Mosca di fine ottobre, il Pakistan s’inserisce da partecipe in ciò che il leader russo chiama “nuovo consenso globale delle forze responsabili“. In termini regionali, la Russia ha tutto da guadagnare dalla cooperazione con il Pakistan. Shojgu l’ha riconosciuto dicendo, “la nostra valutazione (russo-pakistana) della situazione in questo Paese (l’Afghanistan) è simile o uguale”. A dire il vero, la Russia guarda con molto sospetto le intenzioni degli Stati Uniti di avere una presenza militare a lungo termine in Afghanistan, dato che Washington usa i gruppi estremisti come strumenti geopolitici. Pure il Pakistan non può che essere a disagio alla presenza di basi militari statunitensi in Afghanistan. Certamente, la condivisione d’intelligence è un leit motiv della cooperazione militare russo-pakistana. Mosca vorrebbe tracciare le attività segrete dell’intelligence degli Stati Uniti, che ha una grande presenza in Afghanistan, mentre resta il fatto che il Pakistan subisce il terrorismo proveniente dal suolo afghano e architettato da varie forze.
Naturalmente, visto da Delhi, ci sarà la tendenza a vedere l’apertura di Mosca al Pakistan come reazione russa allo sbando dell’India verso il campo statunitense. Ma semplificherà la risultante a somma zero. In effetti, il fatto che gli Stati Uniti abbiano superato la Russia quale primo fornitore di armi del bazar indiano potrebbe aver urtato Mosca. Ma la Russia non farà nulla di eccezionale nel rifornire di armi Pakistan e India, come hanno fatto Stati Uniti e Paesi europei per tutto questo periodo. Ciò che dovrebbe preoccupare Delhi è un’altra cosa, cioè il fallimento della politica indiana nel marcare il Pakistan come Stato terrorista e chiederne l’isolamento. Nel giorno in cui Shojgu era ad Islamabad ed il capo dell’esercito pakistano Generale Rahil Sharif era salutato dagli ospiti statunitensi, è fuor di dubbio che il Pakistan non corra il rischio dell’isolamento. Dieci giorni fa, pure il Primo ministro Nawaz Sharif è stato a Pechino. La visita di Shojgu ad Islamabad sottolinea come la Russia raggiunga Stati Uniti e Cina nel riconoscere il cambiamento politico pakistano verso il terrorismo, con la crescente evidenza della disgregazione dei taliban e della rete Haqqani. Lavorando con il Pakistan, la Russia spera d’influenzare la ricerca di una soluzione afghana in modo che i profondi interessi di Mosca per la di sicurezza nel Caucaso e Asia centrale siano salvaguardati. Pertanto, col passare del tempo, Delhi farà fatica nel trovare un alibi per non dialogare con il Pakistan. In secondo luogo, la possibile ripresa della cooperazione russo-pakistana, e l’eventuale coordinamento di un rapporto maturo, sugli sviluppi afghani non può che aggravare l’isolamento politico e diplomatico indiano a Kabul. Infine, scopo principale della visita di Shojgu è rafforzare le esercitazioni militari tra i due Paesi. Ciò mentre la marina russa aspira a ricomparire nell’oceano Indiano del periodo post-guerra fredda. Le navi da guerra russe della Flotta del Pacifico hanno visitato il porto di Karachi ad aprile.
Certamente, non è un caso che la Russia sondi i limiti della cooperazione militare con il Pakistan mentre l’India manifestamente accelera i legami bilaterali e multilaterali nella Difesa con Stati Uniti, Giappone e Australia fornendogli una dimensione internazionale ‘Indo-Pacifico’. Siamo agli inizi, ma un riallineamento strategico nella regione dell’Oceano Indiano è forse inevitabile e il patto militare russo-pakistano non può essere considerato un semplice fuoco di paglia.

visit_kor_1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Caccia cinesi seguono gli aerei da guerra giapponesi e statunitensi nell’Adiz contestato

Peter Symonds WSWS 30 novembre 2013

1098387L’aviazione cinese ha fatto decollare caccia Su-30 e J-11, dopo che una dozzina di aerei militari statunitensi e giapponesi sono entrati nella zona di identificazione della difesa aerea (Adiz) proclamata da Pechino, lo scorso fine settimana, sul Mar Cinese orientale. L’incidente è la prima reazione cinese a un’incursione statunitense e giapponese ed aumenta il pericolo di un errore  che trascini in uno scontro e in un conflitto. Dopo aver dichiarato l’Adiz, che si sovrappone all’Adiz del Giappone e comprende provocatoriamente le contese isole Senkaku/Diaoyu, il governo cinese è stato costretto dall’ala dura della classe dirigente, a non tirarsi indietro. L’amministrazione Obama ha subito contestato l’Adiz inviandovi bombardieri nucleari B-52, senza rispettare la norma di fornirne ai cinesi piani di volo, identificazione e contatto radio. Giappone e Corea del Sud hanno seguito inviando aerei militari nella zona. Secondo il ministero della Difesa cinese, i caccia cinesi hanno identificato due aerei da ricognizione statunitensi e 10 aerei militari giapponesi, tra cui caccia e velivoli di preallarme e da ricognizione. La dichiarazione spiegava che gli aerei cinesi hanno sorvegliato i loro omologhi statunitensi e giapponesi durante il sorvoli dell’Adiz. Alla domanda sulla dichiarazione cinese, il portavoce del Pentagono, colonnello Steve Warren, ha riconosciuto i voli degli Stati Uniti, ma non ha fornito dettagli. “Gli Stati Uniti continueranno a collaborare con i nostri alleati e opereranno nella zona normalmente,” ha detto. Il ministro della Difesa del Giappone Itsunori Onodera, inoltre, ha minimizzato l’incidente, dicendo: “Semplicemente conduciamo le nostre ordinarie e note attività di sorveglianza, come sempre.”
Lungi dall’operare “normalmente”, gli Stati Uniti e il Giappone hanno approfittato dell’Adiz cinese per giustificare una maggiore collaborazione nel progresso militare nelle aree adiacenti al continente cinese. Un funzionario della Difesa statunitense ha detto a Bloomberg.com che i militari statunitensi compiono voli giornalieri nella zona senza preavvertirne le autorità cinesi. Le marine giapponese e statunitense conducono un’importante esercitazione congiunta, AnnualEx 2013, al largo di Okinawa, nel sud dell’arcipelago del Giappone, nei pressi delle contese isole Senkaku/Diaoyu. Le esercitazioni coinvolgono la portaerei USS George Washington, così come decine di navi da guerra, sottomarini e aerei statunitensi e giapponesi. Il comandante della VII Flotta statunitense, viceammiraglio Robert Thomas, ha ribadito che gli aerei da guerra statunitensi avrebbero ignorato le regole cinesi della loro Adiz. “Quindi ‘per noi vabbene passarvi. Le nostre operazioni nel Mar Cinese orientale continueranno come sempre.” L’attività delle forze aeree statunitensi, che includono regolari voli di ricognizione al largo della coste cinesi, hanno causato in passato incidenti pericolosi, tra cui una collisione in volo nei pressi dell’isola cinese di Hainan, nel 2001, che provocò l’abbattimento di un aereo cinese e la morte del pilota. Le tensioni nel Mar Cinese Orientale sono notevolmente cresciute a seguito del “Perno in Asia” dell’amministrazione Obama degli ultimi quattro anni. Gli Stati Uniti incoraggiano il Giappone a re-militarizzarsi e ad assumere un atteggiamento più aggressivo nella disputa con la Cina sulle isole Senkaku/Diaoyu. Il Giappone ha accelerato il programma militare da quando il primo ministro Shinzo Abe, un nazionalista di destra, è salito al potere lo scorso dicembre. Il governo Abe ha aumentato la spesa per la difesa per la prima volta in un decennio, e proclamato la volontà di cambiare la costituzione per permettere al Giappone di collaborare più strettamente con le forze armate statunitensi e condurre azioni “preventive”.
Le ultime esercitazioni navali presso Okinawa fanno parte del cambiamento strategico della difesa del Giappone, che dal nord del Paese contro l’ex Unione Sovietica, passa al rafforzamento delle forze militari nel sud dell’isola, di fronte la Cina. Abe ha chiarito l’intenzione del suo governo di far valere l’Adiz del Giappone sulle isole Senkaku/Diaoyu, minacciando di ordinare l’abbattimento di droni senza pilota di sorveglianza cinesi. Secondo lo Yomiuri Shimbun, il Giappone prevede di stazionare velivoli di allerta precoce E-2C nella base Naha di Okinawa e si schierarvi droni a lungo raggio Global Hawk per monitorare l’area. Abe ha sfruttato la situazione di stallo sulla zona di difesa aerea della Cina per imporre una legge, questa settimana, per stabilire una nuova legislazione sulla falsariga del National Security Council degli USA e nuove controverse leggi sul segreto di Stato. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale, che si occuperà di politica estera e difesa sotto il primo ministro, dovrebbe iniziare le attività già dalla prossima settimana. Le leggi sul segreto, che sono state approvate alla Camera bassa, danno alla burocrazia statale ampi poteri nel proclamare “segreti di Stato” e comminare dure sanzioni a informatori e media. (Vedi: “La nuova legge sul segreto di stato del Giappone“.)
La nuova leadership cinese del Presidente Xi Jinping viene spinta da pressioni interne a rispondere all’atteggiamento aggressivo di Abe, soprattutto sugli isolotti contestati. Come il governo giapponese, il regime cinese sfrutta il nazionalismo, particolarmente contro il suo vicino del Mar Cinese Orientale, per deviare le crescenti tensioni sociali nel Paese. Nel dichiarare l’Adiz della Cina, la leadership di Xi apparentemente contava di sottoporre a pressione l’alleanza USA-Giappone e d’isolare il Giappone. Un editoriale del duro Global Times esortava il governo a perseguire questa strategia e fare del Giappone il “primo obiettivo” della pressione cinese. Il giornale respingeva le critiche provenienti da Corea del Sud e Australia, e dichiarava: “Washington deve astenersi dall’affrontare Pechino direttamente sul Mar Cinese orientale, almeno per ora.” In realtà, la vera forza trainante del confronto sul Mar Cinese Orientale è Washington, non Tokyo. Il “Pivot” o “riequilibrio” dell’amministrazione Obama, cerca di consolidare una rete di alleanze, partnership strategiche e basi militari in tutta l’Asia, dalla Corea del Sud e Giappone al Sud Est asiatico, all’Australia, all’Asia meridionale e centrale. Lungi dal porre un cuneo tra Giappone e Stati Uniti, Washington ha colto l’Adiz cinese per rafforzare i legami militari con il Giappone e fare pressione su Pechino. La Corea del Sud, che la Cina corteggiava, s’è agitata fortemente contro Pechino e si oppone all’Adiz cinese, che comprende uno scoglio sommerso (noto come Ieodo in Corea e Suyan in Cina) rivendicato da Seul.
I Paesi dell’Asia sudorientale hanno largamente taciuto sulla controversia sul Mar Cinese Orientale, ma vi sono timori che la Cina proclami un’Adiz simile sul Mar Cinese Meridionale, dove ha dispute territoriali con Filippine, Vietnam, Brunei e Malaysia. In un’intervista televisiva, il ministro degli Esteri filippino Alberto del Rosario ha avvertito: “C’è la minaccia che la Cina controlli lo spazio aereo (sul Mar Cinese Meridionale).” Il pericolo è che errori di calcolo politico e valutazioni errate da parte di uno o più governi possano rapidamente portare ad un escalation, in cui un incidente apparentemente minore può innescare un vero conflitto.

1486891Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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