La visita di John Kerry a Pechino si conclude con un fallimento

Il tentativo di Washington di fermare l’espansione del Partito comunista cinese nel Mar Cinese Meridionale s’infrange sugli scogli
Ivo Christov, A-specto, 08/06/2016 – South FrontSecretary of State John Kerry is seen through a loop of a rope used as a security line for the media as he looks at Chinese President Xi Jinping speaking during their meeting at the Great Hall of the People in BeijingLa visita del segretario di Stato degli USA John Kerry a Pechino fu annunciata già a gennaio con l’aspettativa che scongelasse le relazioni statunitensi-cinesi. La ragione era la riunione era il Forum annuale del dialogo strategico ed economico Cina-Stati Uniti d’America, con John Kerry che guidava la delegazione statunitense. Il giorno prima dell’arrivo a Pechino, il segretario di Stato annunciava in una conferenza stampa nella capitale mongola, Ulaanbataar, che “Washington riteneva lo sviluppo della zona di difesa antimissile della Cina sul Mar Cinese Meridionale provocatorio e destabilizzante, mettendo in discussione automaticamente la volontà cinese di trovare soluzioni diplomatiche alle tensioni nella regione contestata“. La Cina non ha né confermato né smentito l’intenzione di coprire con la difesa antimissile la zona in questione, con l’argomento che “questa decisione dipende dal livello della minaccia“. Le parole di Kerry erano ovviamente fastidiose per Beijing. Il segretario di Stato, che a gennaio parlò con il leader cinese, non fu ricevuto da Xi Jinping. Inoltre, l’ufficiale China Daily riferiva della conferenza stampa congiunta dei due ministri degli Esteri senza citare una parola di John Kerry. Invece, il quotidiano accentuava la dichiarazione del primo diplomatico cinese, Won I, secondo cui “la Cina è già impegnata a non partecipare alla cosiddetta militarizzazione delle isole nel Mar Cinese Meridionale e non accetta l’accusa secondo cui alle sue parole non corrispondano le azioni“.
L’“Era Glaciale” nelle relazioni statunitensi-cinesi ha avuto inizio con l’ascesa di Xi Jinping alla leadership a Pechino nel 2012. Il nuovo leader cinese è ritenuto dagli esperti la figura più forte ai vertici del Partito comunista Cinese degli ultimi due decenni. È il volto delle nuove ambizioni cinesi espresse nelle riforme economiche e del rafforzamento di Pechino quale fattore indipendente politicamente, diplomaticamente e militarmente. Le riforme economiche di Xi Jinping si agganciano alle cosiddette politiche di nuova normalità, stimolando il consumo interno con l’obiettivo di ridurre la dipendenza cinese dalle esportazioni. Tuttavia, il corso di Xi Jinping nella politica estera è ostacolato dagli interessi statunitensi in molte regioni. Il primo tema di conflitto ereditato dal passato sono gli attacchi hacker di cui Washington e Pechino s’accusano a vicenda. La diffidenza tra Cina e Stati Uniti è cresciuta nel 2013 quando l’agente della NSA Edward Snowden diffuse informazioni iper-sensibili sui metodi di spionaggio globale degli statunitensi. Sulla strada per Mosca, dove si trova oggi, Snowden passò da Hong Kong e le autorità cinesi non aiutarono gli statunitensi a catturare il loro agente. Nel 2014 Pechino non seguì Washington nel tentativo d’isolare la Russia per la crisi ucraina. Inoltre, Xi Jinping ha firmato un contratto strategico per l’approvvigionamento di gas dalla Siberia restaurando la fiducia nella comunità affaristica di Mosca. Naturalmente, il tema più conflittuale nelle relazioni bilaterali è la colonizzazione strisciante delle isole del Mar Cinese Meridionale di Pechino. Negli ultimi anni, l’esercito cinese ha manovrato su centinaia di isole disabitate nella regione costruendo strutture su alcune di esse, e che gli Stati Uniti interpretano come passi verso la militarizzazione. Vietnam, Taiwan, Brunei, Malaysia e Filippine hanno pretese territoriali sulle isole in questione. L’interesse per il Mar Cinese Meridionale sorge da petrolio e gas ivi presenti e dalle principali rotte che attraversano la regione. Il controllo sulle isole del Mar Cinese Meridionale permetterebbe alla Flotta del Pacifico degli USA d’interrompere la fornitura di petrolio dal Medio Oriente alla Cina; un pericolo che Pechino cerca di evitare prendendo atolli, scogli e isole disabitate.
All’apertura del Forum per il dialogo strategico ed economico Cina-Stati Uniti d’America, il leader cinese Xi Jinping annunciava che “le argomentazioni non devono diventare motivo per un comportamento conflittuale“. Le sue parole testimoniano la determinazione cinese a perseguire la propria politica nella regione, indipendentemente dalla volontà di Washington. Ovviamente la Cina approfitta della debolezza statunitense nell’ultimo anno di presidenza di Obama, segnata dall’opposizione alla Russia in Ucraina e Medio Oriente, per controllare tali zone strategiche.xi-kerry-lew-listenTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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La base navale russa nelle Curili, reazione all”Asia Pivot’?

Salman Rafi Sheikh New Eastern Outlook 04/05/2016950CC7E2-35F5-4BA5-85D9-4BB24A0A6EE6_mw1024_s_nMentre Stati Uniti e Russia continuano a contestarsi il futuro della Siria, nonostante alcuni progressi ragionevoli, la loro concorrenza difficilmente sembra essersi attenuata. Da potenze mondiali continuano a contestarsi la supremazia strategica manovrando per il potere globale. Il ‘Pivot in Asia’ degli Stati Uniti ha subito alcune sconfitte, soprattutto la mancata presa sugli alleati di un tempo nella regione, oltre i termini convenzionali di un”alleanza’ strategica. Con gli Stati Uniti incapaci di sconfiggere nettamente i taliban in Afghanistan e di rovesciare Assad in Siria, gli alleati regionali sembrano aver ‘perso’ fiducia nella capacità degli Stati Uniti di proteggerli da qualsiasi potenziale ‘minaccia’ proveniente da Cina o Russia. Nonostante le sconfitte subite nel conflitto in Medio Oriente, gli Stati regionali adottando proprie contromisure difficilmente bloccheranno il ‘Pivot in Asia’. Fino a poco prima, la Russia vi aveva risposto con un basso profilo; Tuttavia, con i militari russi che ottengono un sorprendente successo in Siria e la spinta globale conseguente, la Russia sembra cercare di tradurre il successo rafforzando la propria posizione nella regione con l’unico scopo di contrastare l’espansionismo della NATO. La sua ultima manifestazione si presenta con la notizia della possibile decisione della Russia di costruire una base navale nelle Isole Curili. L’annuncio arrivava dal Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu, che forniva alcune informazioni vitali sulle installazioni per la difesa che la Russia costruirà. Secondo lui, missili antinave Bal e Bastjon e droni Eleron-3 saranno dispiegati sulle isole entro la fine del 2016. Sono degli avanzati e ovviamente formidabili sistemi missilistici volti a proteggere basi navali e altre installazioni strategiche russe sulle coste, a difendere le coste nelle aree di sbarco più probabili e imporre il dominio sulle acque territoriali dello Stretto e nelle aree più esposte agli sbarchi, nonché avere il dominio globale sui mari entro una gittata di 300 chilometri. La decisione russa di rafforzare la posizione nella regione ha anche un contesto immediato. In particolare, tale decisione risponde al Giappone che militarizza la cintura di isole che si estende per 1400 km dalla terraferma giapponese a Taiwan. Il balzo della militarizzazione del Giappone è dovuto al ‘Pivot in Asia’ degli Stati Uniti. Con il Giappone Stato regionale che continua ad avere fiducia negli Stati Uniti nel rafforzamento militare, gli Stati Uniti fanno di tutto per mutare la politica militare del Giappone del secondo dopoguerra.
Nel settembre 2015 il Senato del Giappone approvava la controversa legge che permette ai militari del Paese d’impegnarsi in combattimenti all’estero in circostanze limitate, un grande cambiamento dopo settant’anni di pacifismo. Il voto 148 a 90 era l’ultimo ostacolo per l’adozione delle misure, che entreranno in vigore nei prossimi sei mesi. La legislazione reinterpreta l’articolo 9 della costituzione pacifista del Giappone post-Seconda Guerra Mondiale, che vieta la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. La reinterpretazione consentirà all’esercito giapponese, noto come Forze di autodifesa, di difendere gli alleati con ruoli limitati nei conflitti all’estero. I sostenitori della legge, tra cui alti funzionari degli Stati Uniti, dicono che il Giappone deve espandere il ruolo delle SDF per contrastare potenziali minacce provenienti da nazioni come Cina, Corea democratica e Russia. In tale contesto, la decisione della Russia di costruire una base navale sulle isole contestate dal Giappone dalla seconda guerra mondiale, è un chiaro segnale della Russia sulla propria posizione non solo nei confronti delle isole, ma anche della regione intera. La legislazione e il sostegno degli Stati Uniti si basano sulla pressione degli Stati Uniti sul Giappone affinché traduca parte delle risorse economiche in forza militare e preparazione ai conflitti limitati. Stati Uniti e Giappone hanno di conseguenza aggiornato il loro trattato di mutua protezione, che obbliga le parti ad usare le armi per sostenere l’altra parte in caso di conflitto, e gli Stati Uniti di conseguenza avviano lo schieramento del sistema di difesa missilistica in Giappone, e forse anche in Corea del Sud. Tale schieramento non è solo volto contro la Russia, ma anche contro la Cina ed è forse per questo motivo che la decisione della Russia di costruire una base navale nel proprio estremo oriente appaia come moltiplicatore di forza della Cina che, da parte sua, cerca di ampliare l’alleanza con gli Stati regionali per contrastare le mosse geo-strategiche degli Stati Uniti. Mentre la strategia della Cina contro il ‘Pivot in Asia’ è in gran parte incentrata sui mari del sud e dell’est della Cina, il grande ingresso della Russia nel gioco regionale è di grande aiuto a Cina ed alleati; e divenendo una seria sfida a Stati Uniti e Giappone, indica esplicitamente a Stati Uniti ed alleati che il ‘Pivot in Asia’ avrà uno spazio di manovra molto limitato nella regione, e di conseguenza aggraverà le preoccupazioni del Giappone sulla forte presenza militare della Russia nel suo estremo oriente.

Salman Rafi Sheikh, analista di relazioni internazionali e affari esteri e nazionali del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.1128654

La “zona di identificazione della difesa aerea” cinese nel Mar Cinese Meridionale
Vladimir Terehov New Eastern Outlook 07/04/20166352082895251645253Da metà febbraio la sigla ADIZ ancora una volta appare sulle prime pagine con sempre maggiore frequenza. “Ancora una volta”, perché fu già al centro dell’attenzione nel 2013-2014, per il rischio di un confronto militare diretto tra RPC e l’alleanza tra Stati Uniti e Giappone nel Mar Cinese Orientale (ECS). Questa volta, la stessa sigla viene utilizzata nel contesto di una situazione ancora più problematica nel Mar Cinese Meridionale (SCS), con gli stessi principali attori regionali. La questione riguarda la cosiddetta “Air Defense Identification Zone” (ADIZ) che il Ministero della Difesa della Cina introdusse nel 2013 su una parte considerevole del ECS, ed ora si dice programmi sul SCS. Va notato che la Cina non è il primo Paese ad utilizzare l’ADIZ in una parte dello spazio aereo considerata particolarmente sensibile per la sicurezza nazionale di un dato Paese. Negli anni ’50 gli Stati Uniti introdussero tale zona nei pressi delle proprie coste occidentali quando, secondo l’intelligence, c’era la minaccia (assai esagerata, come si scoprì più tardi) della “rapida crescita della flotta di bombardieri sovietici“. Anche il Giappone ha una propria ADIZ circostante le quattro isole principali e le isole Ryukyu. Va notato che le zone giapponesi e cinesi sul ECS si sovrappongono considerevolmente, compreso lo spazio aereo sulle isole Senkaku/Diaoyutai, la cui proprietà è uno dei punti di tensione nelle relazioni cino-giapponesi. Come regola generale, l’ADIZ si estende a considerevole distanza dal confine dello spazio aereo nazionale e il Paese che l’adotta non può limitarne il sorvolo agli aeromobili stranieri (tra cui aerei militari). L’unica condizione è che gli equipaggi di tali aeromobili informino i servizi a terra del suddetto Paese dell’intenzione di attraversare l’ADIZ. Questa zona non crea alcun inconveniente speciale alle compagnie aeree, ma interferisce con le ambizioni politiche dei Paesi che hanno rapporti complicati con l’avversario geopolitico che adotta l’ADIZ. Per esempio, in risposta all’introduzione della zona cinese sul ECS, alla fine del 2013, gli USA (profondamente coinvolti negli eventi in Asia orientale) fecero dichiarazioni forti “raccomandando” che le compagnie aeree non notificassero ai servizi a terra cinesi, ignorandone anche le richieste. Con ogni evidenza, tali “raccomandazioni” non sono state accolte dagli interessati perché negli ultimi due anni non si è mai sentito parlare di eventuali problemi tra le compagnie aeree e i servizi per il controllo dello spazio aereo cinesi. Infatti, subito dopo l’introduzione dell’ADIZ cinese sul ECS, 2 bombardieri B-52 statunitensi attraversarono la zona ostentatamente in modalità silenzio radio. Cioè, senza rispondere alle richieste dei servizi a terra cinese. Fu un gesto impudente per dimostrare la disponibilità dell’US Air Force a perseguire i propri obiettivi in questo settore, senza l’osservanza dei requisiti decisi dal Ministero della Difesa della Cina che non limiterebbero la libertà d’azione dei piloti statunitensi. Giochi simili sono in corso in relazione a voci sulla possibile introduzione dell’ADIZ sul SCS. In realtà, tali suggerimenti (mai ufficialmente commentati da Pechino) apparvero due anni fa collegandosi al Ministero della Difesa della Cina che introduceva l’ADIZ sul ECS. La Cina non aveva ufficialmente commentato questa possibilità fino alla fine dello scorso anno. Da parte degli esperti cinesi, di nuovo nell’estate 2015, il capo dell’Istituto Nazionale per lo Studio del Mar Cinese Meridionale, Wu Sichun, negò categoricamente tale possibilità in una conferenza a Washington. Tuttavia, il governo degli Stati Uniti aveva evidentemente informazioni più o meno certe sul tema nell’autunno dello scorso anno. Per esempio, nell’intervento a una conferenza a Sydney, il 6 ottobre 2015, il comandante della Flotta del Pacifico degli Stati Uniti, ammiraglio Scott Swift, parlò di “azioni impudenti” della RPC sul SCS dichiarando che la comparsa dell’ADIZ cinese nel SCS sarà vista come “violazione delle regole internazionali”. Il 26 febbraio, il diretto superiore di S. Swift, il capo dell’USPACOM ammiraglio Harry Harris, espresse la sua “ansia a che la (possibile ADIZ cinese sul SCS) abbia conseguenze destabilizzanti e provocatorie… Non lo ignoreremo così come ignoriamo l’ADIZ sul Mar Cinese Orientale“. Allo stesso tempo, non negò il diritto di ogni Stato di stabilire tali zone nello spazio aereo “adiacente al territorio nazionale”. In realtà, la stessa formulazione viene utilizzata dai funzionari cinesi commentando la maggiore attenzione degli Stati Uniti al tema della probabile introduzione di un’ADIZ della Cina sul SCS.
L’essenza del disaccordo cino-statunitense sulla questione e la crescente tensione nelle relazioni tra i due Stati mondiali sul SCS consiste nel fatto che la Cina veda l’80% del SCS come suo territorio. Nel frattempo gli Stati Uniti, dichiarando formalmente di non avere una visione specifica sul tema, rifiutano le richieste cinesi. L’ultimo scambio sul tema della (ancora ipotetica) ADIZ cinese sul SCS si aveva il 1° aprile, coinvolgendo i rappresentanti dei Ministeri della Difesa dei due Paesi). I cinesi dichiaravano che la questione della creazione dell’ADIZ sul SCS “dipenderà dalla valutazione della Cina delle minacce al proprio spazio aereo“. Dopo tutto, sembra probabile che le reciproche asprezze sull’argomento e l’emergere di nuove immagini satellitari che dimostrano la presenza di sistemi di difesa aerea e di aerei da caccia sulle isole artificiali cinesi nel SCS, siano state trasmesse nell’incontro tra Obama e Xi Jinping a Washington, nel quadro del vertice sulla sicurezza nucleare.1021974850Vladimir Terekhov, esperto sui temi della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli obiettivi di Putin nella visita in India

Valentin Vasilescu, Reseau International 7 dicembre 2014kilo-scorpene1L’India fu scioccata il 13 ottobre 2014, quando la Russia ha firmato il contratto con la Cina per 11 sottomarini d’attacco classe Amur (Project 1650), nonostante la riluttanza indiana. La Russia deve garantire il trasferimento tecnologico per la costruzione in Cina di questo tipo di sottomarini, considerati i sottomarini diesel-elettrici più avanzati al mondo. I sottomarini d’attacco convenzionali francesi Scorpene sono la versione migliorata della precedente classe Agosta 90B. Tre sottomarini Agosta 90B furono consegnati dalla marina francese al Pakistan. L’ultimo di essi, l’Hamza (S139), fu consegnato nel 2006 con il sistema anaerobico API (Air Independent Propulsion) che permette di navigare senza risalire in superficie per sette giorni. Ciò spinse l’India ad avviare i negoziati, otto anni fa, con i cantieri DCN (che producono la portaelicotteri Mistral) per l’acquisto di sei sottomarini Scorpene, a spese della Russia, con la possibilità di produrne sei in India. L’India sperava, in quel momento, di ricevere il primo sottomarino nel 2015. Nel frattempo, l’India ha appreso che il Pakistan negozia l’acquisizione di tre sottomarini tedeschi Tipo 214, superiori alla classe Scorpene, e dotati del sistema PLC con cui rimanere in immersione per tre settimane. Inoltre, a causa della stretta relazione tra Cina e Pakistan, una volta realizzato il trasferimento di tecnologia in Cina, i sottomarini d’attacco classe Amur potrebbero subito ritrovarsi nella marina pachistana.
Il 10 dicembre 2014, il Presidente Putin visiterà New Delhi, la prima dalla nomina del primo ministro Narendra Modi alla guida dell’India. Lo scopo dichiarato della visita è l’intensificazione degli scambi russo-indiani. La reazione della Casa Bianca all’annuncio della visita era estremamente dura. “Abbiamo già detto che non è il momento giusto per fare accordi con la Russia. Naturalmente, abbiamo inviato tale messaggio a tutti i nostri alleati e partner internazionali“, ha avvertito la portavoce del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Marie Harf. La dichiarazione degli Stati Uniti esce dopo che la Francia s’è rifiutata di consegnare le portaelicotteri Mistral comprata dalla Russia, rifiuto interamente dovuto a Washington. Stati Uniti e Parigi finiranno sulla lista nera dei venditori disonesti, scoraggiando chi intende acquistare navi e attrezzature militari prodotte dal cantiere francese DCN. Putin convincerà il Primo ministro Modi ad abbandonare il contratto con la Francia per i sottomarini francesi Scorpéne a vantaggio dei sottomarini Amur? Altri contratti prioritari con la Francia saranno cancellati dall’India?
I meglio informati sulle intenzioni di India sono i servizi segreti del Regno Unito. Un mese prima della visita di Putin, il ministro della Difesa inglese Michael Fallon diede un’intervista al quotidiano “Times of India“, offrendosi di fornire velivoli Eurofighter Typhoon, prodotti dal consorzio anglo-tedesco-italiano, se l’India rinuncia al contratto MMRCA (aerei da combattimento multi-ruolo medio) da 20 miliardi di dollari per l’acquisto di 126 aerei da combattimento Rafale.

m02011110400003Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Caccia cinesi seguono gli aerei da guerra giapponesi e statunitensi nell’Adiz contestato

Peter Symonds WSWS 30 novembre 2013

1098387L’aviazione cinese ha fatto decollare caccia Su-30 e J-11, dopo che una dozzina di aerei militari statunitensi e giapponesi sono entrati nella zona di identificazione della difesa aerea (Adiz) proclamata da Pechino, lo scorso fine settimana, sul Mar Cinese orientale. L’incidente è la prima reazione cinese a un’incursione statunitense e giapponese ed aumenta il pericolo di un errore  che trascini in uno scontro e in un conflitto. Dopo aver dichiarato l’Adiz, che si sovrappone all’Adiz del Giappone e comprende provocatoriamente le contese isole Senkaku/Diaoyu, il governo cinese è stato costretto dall’ala dura della classe dirigente, a non tirarsi indietro. L’amministrazione Obama ha subito contestato l’Adiz inviandovi bombardieri nucleari B-52, senza rispettare la norma di fornirne ai cinesi piani di volo, identificazione e contatto radio. Giappone e Corea del Sud hanno seguito inviando aerei militari nella zona. Secondo il ministero della Difesa cinese, i caccia cinesi hanno identificato due aerei da ricognizione statunitensi e 10 aerei militari giapponesi, tra cui caccia e velivoli di preallarme e da ricognizione. La dichiarazione spiegava che gli aerei cinesi hanno sorvegliato i loro omologhi statunitensi e giapponesi durante il sorvoli dell’Adiz. Alla domanda sulla dichiarazione cinese, il portavoce del Pentagono, colonnello Steve Warren, ha riconosciuto i voli degli Stati Uniti, ma non ha fornito dettagli. “Gli Stati Uniti continueranno a collaborare con i nostri alleati e opereranno nella zona normalmente,” ha detto. Il ministro della Difesa del Giappone Itsunori Onodera, inoltre, ha minimizzato l’incidente, dicendo: “Semplicemente conduciamo le nostre ordinarie e note attività di sorveglianza, come sempre.”
Lungi dall’operare “normalmente”, gli Stati Uniti e il Giappone hanno approfittato dell’Adiz cinese per giustificare una maggiore collaborazione nel progresso militare nelle aree adiacenti al continente cinese. Un funzionario della Difesa statunitense ha detto a Bloomberg.com che i militari statunitensi compiono voli giornalieri nella zona senza preavvertirne le autorità cinesi. Le marine giapponese e statunitense conducono un’importante esercitazione congiunta, AnnualEx 2013, al largo di Okinawa, nel sud dell’arcipelago del Giappone, nei pressi delle contese isole Senkaku/Diaoyu. Le esercitazioni coinvolgono la portaerei USS George Washington, così come decine di navi da guerra, sottomarini e aerei statunitensi e giapponesi. Il comandante della VII Flotta statunitense, viceammiraglio Robert Thomas, ha ribadito che gli aerei da guerra statunitensi avrebbero ignorato le regole cinesi della loro Adiz. “Quindi ‘per noi vabbene passarvi. Le nostre operazioni nel Mar Cinese orientale continueranno come sempre.” L’attività delle forze aeree statunitensi, che includono regolari voli di ricognizione al largo della coste cinesi, hanno causato in passato incidenti pericolosi, tra cui una collisione in volo nei pressi dell’isola cinese di Hainan, nel 2001, che provocò l’abbattimento di un aereo cinese e la morte del pilota. Le tensioni nel Mar Cinese Orientale sono notevolmente cresciute a seguito del “Perno in Asia” dell’amministrazione Obama degli ultimi quattro anni. Gli Stati Uniti incoraggiano il Giappone a re-militarizzarsi e ad assumere un atteggiamento più aggressivo nella disputa con la Cina sulle isole Senkaku/Diaoyu. Il Giappone ha accelerato il programma militare da quando il primo ministro Shinzo Abe, un nazionalista di destra, è salito al potere lo scorso dicembre. Il governo Abe ha aumentato la spesa per la difesa per la prima volta in un decennio, e proclamato la volontà di cambiare la costituzione per permettere al Giappone di collaborare più strettamente con le forze armate statunitensi e condurre azioni “preventive”.
Le ultime esercitazioni navali presso Okinawa fanno parte del cambiamento strategico della difesa del Giappone, che dal nord del Paese contro l’ex Unione Sovietica, passa al rafforzamento delle forze militari nel sud dell’isola, di fronte la Cina. Abe ha chiarito l’intenzione del suo governo di far valere l’Adiz del Giappone sulle isole Senkaku/Diaoyu, minacciando di ordinare l’abbattimento di droni senza pilota di sorveglianza cinesi. Secondo lo Yomiuri Shimbun, il Giappone prevede di stazionare velivoli di allerta precoce E-2C nella base Naha di Okinawa e si schierarvi droni a lungo raggio Global Hawk per monitorare l’area. Abe ha sfruttato la situazione di stallo sulla zona di difesa aerea della Cina per imporre una legge, questa settimana, per stabilire una nuova legislazione sulla falsariga del National Security Council degli USA e nuove controverse leggi sul segreto di Stato. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale, che si occuperà di politica estera e difesa sotto il primo ministro, dovrebbe iniziare le attività già dalla prossima settimana. Le leggi sul segreto, che sono state approvate alla Camera bassa, danno alla burocrazia statale ampi poteri nel proclamare “segreti di Stato” e comminare dure sanzioni a informatori e media. (Vedi: “La nuova legge sul segreto di stato del Giappone“.)
La nuova leadership cinese del Presidente Xi Jinping viene spinta da pressioni interne a rispondere all’atteggiamento aggressivo di Abe, soprattutto sugli isolotti contestati. Come il governo giapponese, il regime cinese sfrutta il nazionalismo, particolarmente contro il suo vicino del Mar Cinese Orientale, per deviare le crescenti tensioni sociali nel Paese. Nel dichiarare l’Adiz della Cina, la leadership di Xi apparentemente contava di sottoporre a pressione l’alleanza USA-Giappone e d’isolare il Giappone. Un editoriale del duro Global Times esortava il governo a perseguire questa strategia e fare del Giappone il “primo obiettivo” della pressione cinese. Il giornale respingeva le critiche provenienti da Corea del Sud e Australia, e dichiarava: “Washington deve astenersi dall’affrontare Pechino direttamente sul Mar Cinese orientale, almeno per ora.” In realtà, la vera forza trainante del confronto sul Mar Cinese Orientale è Washington, non Tokyo. Il “Pivot” o “riequilibrio” dell’amministrazione Obama, cerca di consolidare una rete di alleanze, partnership strategiche e basi militari in tutta l’Asia, dalla Corea del Sud e Giappone al Sud Est asiatico, all’Australia, all’Asia meridionale e centrale. Lungi dal porre un cuneo tra Giappone e Stati Uniti, Washington ha colto l’Adiz cinese per rafforzare i legami militari con il Giappone e fare pressione su Pechino. La Corea del Sud, che la Cina corteggiava, s’è agitata fortemente contro Pechino e si oppone all’Adiz cinese, che comprende uno scoglio sommerso (noto come Ieodo in Corea e Suyan in Cina) rivendicato da Seul.
I Paesi dell’Asia sudorientale hanno largamente taciuto sulla controversia sul Mar Cinese Orientale, ma vi sono timori che la Cina proclami un’Adiz simile sul Mar Cinese Meridionale, dove ha dispute territoriali con Filippine, Vietnam, Brunei e Malaysia. In un’intervista televisiva, il ministro degli Esteri filippino Alberto del Rosario ha avvertito: “C’è la minaccia che la Cina controlli lo spazio aereo (sul Mar Cinese Meridionale).” Il pericolo è che errori di calcolo politico e valutazioni errate da parte di uno o più governi possano rapidamente portare ad un escalation, in cui un incidente apparentemente minore può innescare un vero conflitto.

1486891Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Pivot militare statunitense in Asia: Obama vuole che il Giappone “possa fare la guerra” alla Cina

Colonnello Ann Wright, Global Research, 8 novembre 2013

031200-N-0000X-001 031200-N-0000X-001Il notevole articolo pacifista costituzionale del Giappone sotto forte attacco
Dalla fine della seconda guerra mondiale, la costituzione giapponese, scritta in parte dagli Stati Uniti per la nazione giapponese sconfitta, respinge la guerra come soluzione al conflitto. Il preambolo della Costituzione giapponese riconosce le azioni brutali del governo giapponese in Asia durante la Seconda Guerra Mondiale, “...noi siamo determinati a mai più assistere agli orrori della guerra attraverso l’azione del governo“, e continua “Noi, popolo giapponese, desideriamo la pace sempre e siamo profondamente consapevoli degli alti ideali che controllano i rapporti umani, e siamo determinati a preservare la nostra sicurezza ed esistenza confidando nella giustizia e nella fede dei popoli amanti della pace nel mondo. Noi desideriamo occupare un posto d’onore nella società internazionale che lotta per la pace e la messa al bando di tirannia e schiavitù, oppressione e intolleranza, per sempre dalla terra. Siamo consapevoli che tutti i popoli del mondo hanno il diritto di vivere in pace, liberi dalla paura e autonomi“. L’articolo 9 afferma: “Aspirando sinceramente ad una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione e alla minaccia o all’uso della forza come mezzo per risolvere le controversie internazionali. Al fine di realizzare l’obiettivo del paragrafo precedente, le forze di terra, mare e aeree, così come altri potenziali mezzi bellici, non saranno mai più mantenuti. Il diritto alla belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto.”
Due settimane fa ero a Osaka, in Giappone, oratrice al convegno internazionale sull’articolo 9 “pacifista”. Sono già stata in Giappone cinque anni fa, nel 2008, in una conferenza simile, quando George Bush era presidente degli Stati Uniti e ostacolava lo spirito e l’intento dell’articolo 9 della Costituzione giapponese, esortando il governo giapponese a consentire alle forze di autodifesa giapponesi di fornire assistenza logistica area e marittima alla guerra di Bush contro l’Iraq. Uno dei principali consiglieri del presidente Bush, l’ex-assistente del segretario di Stato Richard Armitage si  lamentava che “l’articolo 9 del Giappone è un impedimento all’alleanza USA-Giappone“, un’alleanza che l’amministrazione Bush voleva utilizzare per distribuire l’onere operativo, finanziario e militare della guerra in Iraq. Nonostante le obiezioni di molti cittadini giapponesi, il governo giapponese fornì le navi per rifornire le navi da guerra statunitensi e aerei da trasporto logistico per trasportare rifornimenti a Baghdad. Una decisione del 2008 dalla Corte di Nagoya, ha rilevato che le missioni delle forze aeree di autodifesa giapponesi in Iraq erano incostituzionali in quanto violavano l’articolo 9.

L’amministrazione Obama vuole che il Giappone “riesamini” la base giuridica dell’articolo 9
Cinque anni dopo c’è Barack Obama come presidente degli Stati Uniti, ma la richiesta del governo degli Stati Uniti non è cambiata, il Giappone deve “modificare” l’articolo 9 e porre al suo pacifismo. Il 3 ottobre 2013, gli Stati Uniti e il Giappone emisero una “Dichiarazione congiunta del Comitato consultivo sulla sicurezza: verso un’alleanza più solida e una maggiore condivisione delle responsabilità“. Nel documento, gli Stati Uniti “salutano” la volontà del governo Abe di “riesaminare la base giuridica per la sua sicurezza, tra cui la questione di esercitare il diritto all’autodifesa collettiva...” In altre parole, di trovare un modo per eliminare l’articolo 9 e quindi permettere al Giappone di avere una politica militare che non ne precluda la partecipazione a guerre d’aggressione.
Il documento emargina i Paesi della regione, Cina, Corea democratica e anche la Corea del sud  sollecitando l’impegno degli Stati Uniti nella sicurezza del Giappone attraverso capacità militari nucleari così come convenzionali, accogliendo “la determinazione del governo Abe a contribuire in modo più attivo alla pace regionale e globale“, annunciando che gli Stati Uniti dovranno rafforzare il loro coinvolgimento militare nella regione. Giappone e Stati Uniti affermano che la loro alleanza deve essere pronta ad affrontare “minacce persistenti ed emergenti alla pace e alla sicurezza“, tra cui “i comportamenti coercitivi e destabilizzanti marittimi, attività di disturbo nello spazio e nel cyberspazio, proliferazione delle armi di distruzione di massa (WMD), catastrofi artificiali e  naturali e i programmi nucleari e missilistici della Corea democratica.” La dichiarazione chiede anche “d’incoraggiare la Cina a svolgere un ruolo responsabile e costruttivo per la stabilità e la prosperità regionale, di aderire a norme internazionali di comportamento, oltre che a migliorare l’apertura e la trasparenza nella sua modernizzazione militare con i suoi crescenti investimenti militari.”

Il pivot militare statunitense verso l’Asia e il Pacifico
Con il “pivot” militare del presidente degli Stati Uniti Obama verso l’Asia, il governo degli Stati Uniti spinge pesantemente il governo giapponese a spendere sempre più per la sicurezza degli Stati Uniti. Il Giappone attualmente versa agli Stati Uniti oltre 2 miliardi di dollari per le basi e il personale militare statunitensi in Giappone. In effetti, il governo giapponese sovvenziona l’esercito statunitense. Le esercitazioni militari statunitensi e la relativa presenza di materiale militare strategico in Asia e nel Pacifico sono aumentati sostanzialmente, dalla fine della guerra in Iraq e dopo che la guerra in Afghanistan volge al termine. Ad esempio, gli Stati Uniti inizieranno a far volare i droni spia a lungo raggio Global Hawk da una base in Giappone. I voli di sorveglianza inizieranno nella primavera del 2014 e secondo quanto riferito, si svolgeranno innanzitutto sulla Corea democratica. Inoltre, gli Stati Uniti costruiranno un nuovo sistema radar in Giappone per il loro sistema di difesa missilistica. Equipaggiamento militare statunitense di nuova generazione viene schierato in Giappone, compresi i nuovi aerei antisommergibile P-8, primo utilizzo del velivolo al di fuori degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno già inviato aerei Osprey in Giappone e la sua presenza  causa proteste tra i cittadini giapponesi.
Nell’estate del 2012, le più grandi esercitazioni militari mai tenute nel Pacifico, al largo delle Hawaii, furono condotte da 42 navi, tra cui la portaerei USS Nimitz, 200 aerei e 25000 effettivi provenienti da 22 nazioni. L’esercitazione coinvolse navi da combattimento di superficie di Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia, Corea del Sud e Cile. La Cina fu esclusa dallo status di osservatore che aveva avuto nelle precedenti “esercitazioni”. Nel 2012, gli Stati Uniti e il Giappone  decisero di dimezzare la controversa presenza del Corpo dei Marine ad Okinawa e di rischierare  9000 marines nel Pacifico, anche rafforzando con 5000 marines Guam, e reimpiegando migliaia di marines nelle Hawaii e con turnazioni in Australia. 4700-5000 marines saranno trasferirsi da Okinawa a Guam. Il costo totale include un importo non specificato per l’eventuale costruzione di nuovi centri di addestramento nel Commonwealth delle Isole Marianne settentrionali, un possedimento territoriale degli Stati Uniti, che potrebbero essere utilizzati congiuntamente da forze statunitensi e giapponesi. I gruppi ambientalisti già protestano sul possibile utilizzo delle isole di Pagan e Tinian nelle Isole Marianne come bersaglio per bombardamenti aerei. Negli ultimi venti anni, gli attivisti hanno costretto il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti a chiudere i poligoni sull’isola hawaiana di Kahoolawe e sull’isola di Puerto Rico di Viequez. Nella madrepatria Giappone, l’attivismo cittadino ha costretto al trasferimento della base aerea di Futenma nella  densamente popolata Okinawa. Tuttavia, il piano degli Stati Uniti per posizionare la nuova base aerea in una base navale a nord dell’isola ha generato la forte opposizione dei residenti locali, che non vogliono che l’habitat per i mammiferi marini, l’unico nella zona, sia distrutto da una pista che finirebbe sulle acque incontaminate di Okinawa.
In Australia, è stato segnalato che la Caserma Robertson potrebbe essere la futura sede del ridispiegamento dell’United States Pacific Command Marine Air-Ground Task Force. Le strutture militari a Darwin diventeranno la base per una task force dell’US Marine Corp, aerodromi e poligoni nell’Australia settentrionale saranno utilizzati da bombardieri a lungo raggio statunitensi. Il porto di Perth sarà visitato da navi da guerra e sottomarini nucleari statunitensi. Le forze armate australiane vengono strutturate ad ogni livello per operare come parte integrante delle operazioni degli Stati Uniti nella regione. Bombardieri B-52 verranno schierati due volte a Darwin, quest’anno, e una base per droni statunitense è in costruzione nelle isole Cocos, un possedimento australiano. Un secondo turno di oltre 200 marines statunitensi sarà schierato a Darwin, nel settembre 2013, con l’intenzione di aumentare questa forza a circa 2500 ogni anno. Il centro congiunto per la difesa di Pine Gap è stato fondato nell’Australia centrale vicino la città di Alice Springs, nel 1970. Pine Gap è una delle tre principali stazioni di localizzazione satellitare gestita dalle agenzie di intelligence degli Stati Uniti e dell’esercito degli Stati Uniti. Ogni giorno, agenti dell’Agenzia di Sicurezza Nazionale, della CIA, dell’intelligence dell’aviazione, dell’esercito, marina e del corpo dei marines degli USA, così come le agenzie d’intelligence dell’Australia, gestiscono grandi quantità di dati trasmessi a Pine Gap dai satelliti spia statunitensi che sorvolano Medio Oriente, Asia Centrale, Oceano Indiano, Cina e Sud Est asiatico e Oceano Pacifico. In Nuova Zelanda, nel maggio 2012, i marines hanno condotto la prima esercitazione da combattimento su larga scala con la Nuova Zelanda, dopo 27 anni. L’addestramento al combattimento è stato il primo condotto dagli USA con l’ANZUS (Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti) dalla sospensione degli obblighi del trattato della Nuova Zelanda, nel 1986, dopo che il governo del Paese approvò una legge antinucleare che vietava alle navi a propulsione nucleare della marina statunitense l’accesso alle acque della Nuova Zelanda.
Oltre alla minacce degli Stati Uniti di costruire un aeroporto militare nell’ambiente marino incontaminato di Okinawa, il sistema di difesa missilistico degli Stati Unite e le sue navi Aegis hanno già distrutto uno dei più incontaminati ambienti marini in Corea del Sud, con la costruzione di un enorme, inutile porto militare nell’isola di Jeju Island, che ospita la flotta di cacciatorpediniere antimissile Aegis. La costruzione della nuova base militare su un’isola vicino alla Cina, è una provocazione per il governo cinese. Ho visitato Jeju nel 2010 e poi di nuovo a ottobre, è stato straziante vedere una base navale militare inutile costruita in un’area bellissima. Gli attivisti di Jeju hanno usato tattiche non violente per opporsi alla costruzione della base, mentre il governo sudcoreano ha inviato migliaia di poliziotti e militari dalla Corea del Sud per arrestare e imprigionare molti attivisti. Nelle Filippine, gli Stati Uniti negoziano un più ampio accesso alle basi militari. Un nuovo accordo di sicurezza, chiamato Accordo per una maggiore rotazione del presidio (IRP), permetterebbe alle forze statunitensi una turnazione regolare nelle Filippine per esercitazioni militari congiunte USA-Filippine. Questo accordo permetterebbe agli Stati Uniti di preposizionare materiale bellico per le loro forze nelle basi militari filippine. La frequenza delle esercitazioni USA-Filippine potrebbe aumentare fino alla quasi continua presenza militare statunitense nelle Filippine. Le forze militari statunitensi furono ritirate dalle Filippine nel 1992, dopo le proteste cittadine. Le pretese cinesi sulle isole tradizionalmente detenute dalle Filippine hanno alimentato il nuovo rapporto USA-Filippine.
La visita rinviata del presidente Obama doveva consolidare i piani per le Filippine firmando l’accordo di partenariato trans-Pacifico (TPP), che stabilirà tra 11 nazioni una zona di libero scambio nella regione Asia-Pacifico, che darebbe un’autorità senza precedenti alle società internazionali nel minare le industrie nazionali di quei Paesi.

Jeju-3
La Cina rappresenta una minaccia?
Gli Stati Uniti hanno aumentato notevolmente il loro coinvolgimento militare in Asia per contrastare la crescente potenza economica e militare della Cina nella regione. Eppure, la spesa militare della Cina di 129 miliardi di dollari è nulla rispetto ai 628 miliardi dollari spesi dagli Stati Uniti. Un confronto sul materiale militare dimostra il predominio degli Stati Uniti: gli Stati Uniti dispongono di 10 portaerei contro una della Cina, gli Stati Uniti hanno 15293 aerei militari contro i 5048 della Cina; 6665 elicotteri militari contro i 901 della Cina. La disparità tra gli Stati Uniti e la Cina nel numero di personale militare è impressionante. Con una popolazione di 1344130000, la Cina ha 2285000 militari in servizio attivo e 800000 in riserva. Gli Stati Uniti hanno meno di un quarto della popolazione della Cina, 313847500, ma 1478000 militari in servizio attivo e 1458500 nella riserva. Secondo i media cinesi, la marina cinese ha 70 sottomarini, 10 dei quali a propulsione nucleare. Almeno quattro di questi sono in grado di lanciare i missili JL-2 con testate nucleari, fornendo alla Cina, per la prima volta, una deterrenza strategica e la capacità di secondo colpo contro gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno 73 sottomarini nucleari e altri 3 in costruzione e 4 ordinari: 14 sottomarini lanciamissili balistici classe Ohio e 4 lanciamissili da crociera classe Ohio, 7 sottomarini d’attacco classe Virginia, altri 3 in costruzione e 4 ordinati, 3 sottomarini d’attacco classe Seawolf e 43 sottomarini d’attacco classe Los Angeles e 2 in riserva. Gli Stati Uniti hanno  5113 armi e missili nucleari con una gittata di 9300 miglia se lanciati da terra e 7500 miglia se lanciati da sottomarini nucleari.
Nel 2011, l’Università di Georgetown stimava che la Cina avesse ben 3000 testate, mentre nel 2009 la Federation of American Scientists stimava che i cinesi avessero un minimo di 240 testate. Nel 2011, la Cina pubblicava un libro bianco della difesa che ribadiva la propria politica nucleare,  mantenendo al minimo il deterrente e divenendo il primo Stato nucleare ad adottare la politica “no first use“, impegnandosi ufficialmente a non usare armi nucleari contro Stati che ne sono privi. L’implementazione della Cina di quattro nuovi missili balistici con capacità nucleare ha causato preoccupazione internazionale.
Gli Stati Uniti continuano ad avere “tutte le opzioni” aperte, compreso il nucleare, come precisato il 3 ottobre 2013 dalla “Dichiarazione congiunta del Comitato consultivo della sicurezza.”

Caroline Kennedy, nuova ambasciatrice degli Stati Uniti in Giappone, riuscirà a sfidare le politiche di Obama?
Gli Stati Uniti presto invieranno un nuovo ambasciatore in Giappone. Caroline Kennedy, figlia dell’ex presidente John F. Kennedy, sarà il nuovo volto dell’imperialismo statunitense in Giappone.  Da privata cittadina, Caroline Kennedy ha dichiarato di essersi opposta alla guerra all’Iraq. Una questione importante è se lei riconoscerà il desiderio del popolo giapponese a continuare ad avere il suo unico e importante articolo 9, il paragrafo “pacifista” della sua Costituzione e a convincere l’amministrazione Obama a non indebolirlo. Farlo sarebbe un atto d’incredibile coraggio politico per un ambasciatore statunitense, degno di essere incluso nella versione aggiornata del libro del padre “Profiles in Courage“.

Ann Wright è un colonnello dell’esercito/riserva degli Stati Uniti. È stata anche diplomatico degli Stati Uniti per 16 anni nelle ambasciate di Nicaragua, Grenada, Somalia, Uzbekistan, Kirghizistan, Sierra Leone, Micronesia, Afghanistan e Mongolia. Rassegnò le dimissioni dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti, nel 2003, in opposizione alla guerra all’Iraq.
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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora