Marx “mutuato”: il Mondo Segreto di Miyazaki

Sean Michael Nelson Satellite Gallery 7 aprile 2012Man mano che l’animatore Hayao Miyazaki invecchia, i suoi film diventano sempre più intimi. La Principessa Mononoke del 1997 dura 135 minuti ed è ambientato nel periodo degli Stati Combattenti in Giappone. Ponyo del 2008 è di mezz’ora più breve e segue le vicende di un piccolo villaggio sull’oceano. Il mondo segreto di Arrietty, che Miyazaki ha co-sceneggiato e stilato, è poco più di 90 minuti e si limita a una sola famiglia. Sebbene “più piccolo”, il film, adattato dal romanzo di Mary Norton, The Borrowers, ha ancora un grande messaggio per il pubblico sugli ideali di Miyazaki.

Principessa Mononoke

L’attenzione è spesso rivolta ai messaggi ecologici e per la gioventù di Miyazaki, ma ciò che viene spesso trascurato è l’inclinazione marxista di molti dei suoi film. Un esempio, Laputa: il castello nel cielo (1986) rappresenta una città mineraria assediata, ispirandosi alla difficile situazione dei minatori gallesi che i realizzatori incontrarono facendo ricerche sul luogo. Il film si propone di rappresentare la forza morale e fisica degli abitanti della città di fronte alle avversità. La solidarietà che mostrano appare una sorta di ideale marxista.

Laputa: Il castello nel cielo, 1986. Gli eroici minatori di Laputa pronti a resistere e combattere, si noti il poster operaista sullo sfondo

Sebbene nel Giappone del dopoguerra fosse stato studente contestatore e sindacalista che esibiva cartelli marxisti (come molti all’epoca), è improbabile che Miyazaki si etichetti tale oggi. Tuttavia, il suo marxismo è evidente nei continui ritratti dei lavoratori e della proprietà comune. I mutuatari di Arrietty, piccolo popolo che vive in famiglie procurandosi ciò di cui ha bisogno intraprendendo spedizioni dalla piccola patria verso il vasto mondo dell’umanità. Questo lavoro non è alienante, per dirla in termini marxisti: Arrietty e suo padre Pod non affittano i loro corpi a un padrone per produrre oggetti che qualcun altro deve acquistare, “prendono in prestito” i beni di cui hanno bisogno per sopravvivere. In una scena, Pod ricorda a sua figlia l’etica dei Mutuatari, “prendiamo solo ciò di cui abbiamo bisogno”, evocando la citata massima di Marx “da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo le proprie necessità”. La vita dei Mutuatari è in linea con questa massima, letteralmente “piccola” e quindi basata su un’economia dei bisogni anziché dei desideri.

Arriety e suo padre partono per una spedizione

In un mondo in cui i beni devono essere “presi in prestito”, la malvagità della proprietà privata diventa ancora più evidente. Quando la madre di Arrietty viene catturata e messa in un barattolo per essere esposta, viene letteralmente trattata come qualcosa che si possiede, che può essere comprata e venduta, come il lavoro nel nostro mondo. Non si può dire che una parte del sollievo nel vederla liberata dal barattolo sia letteralmente la liberazione dalla proprietà privata, qui il punto di Miyazaki è chiaro.

La madre di Arrietty viene rapita

Nella sua carriera però, Miyazaki ha minato questo comunitarismo implicito facendo diventare le sue eroine membri della classe dominante: la donna che guida Laputa, Mononoke, Il castello di Cagliostro (1979) e Nausicaa della Valle del vento (1984), tra gli altri, vi sono principesse, un modo per connotare forza e statura dei personaggi in linea col femminismo di Miyazaki. A partire dal Servizio Consegne di Kiki (1989) Miyazaki ha provato qualcosa di diverso, facendone protagonista una ragazza “ordinaria”, ed anche questo fa parte del successo di Arrietty. In tal modo, Miyazaki consente una maggiore identificazione con l’eroina del film e suggerisce una forza nella persona comune. Le donne forti sono un pilastro dei film di Miyazaki e sono spesso un punto di riferimento su cui si costruisce la solidarietà: l’omonima principessa Mononoke presiede il regno animale nella guerra totale contro gli umani, mentre una ex-pirata e prostituta nel film fonda una città industriale e commerciale la cui forza lavoro sono donne; Arrietty stessa diventa la chiave di volta del legame che si forma tra umani e mutuatari. Nei mondi di Miyazaki la fonte ispiratrice dei valori comunitari non è un “grande” della Storia come Trotzkij, Lenin o Cristo; invece è una ragazza che sarebbe alta solo pochi centimetri.

Kiki

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Che cos’è il “Safari Club II” e come può cambiare la dinamica del Medio Oriente

Wayne Madsen SCF 26.01.2018Durante la Guerra Fredda, la Central Intelligence Agency convinse alcuni alleati europei e mediorientali a stabilire un’alleanza d’intelligence informale i cui legami con gli Stati Uniti sarebbero stati “plausibilmente negati” nel tipico linguaggio della CIA. Nel 1976, un gruppo di direttori di agenzie d’intelligence filo-occidentali s’incontrò di nascosto al Mount Kenya Safari Club di Nanyuki, in Kenya, per organizzare un patto informale destinato a limitare l’influenza sovietica in Africa e Medio Oriente. Il gruppo si riunì sotto gli auspici del trafficante di armi e miliardario saudita Adnan Khashoggi, del presidente keniota Jomo Kenyatta e del segretario di Stato degli USA Henry Kissinger. Sebbene Khashoggi fosse presente al primo incontro di ciò che presto divenne noto come “Safari Club“, Kenyatta e Kissinger non erano presenti al raduno inaugurale delle spie. A firmare la carta di origine del Safari Club in Kenya c’erano il conte Alexandre de Marenches, direttore del servizio d’intelligence estero Service de Documentation Extérieure et de Contre-Espionnage (SDECE) francese; Kamal Adham, capo del Muqabarat al-Amah, il servizio d’intelligence saudita; il Direttore del servizio d’intelligence egiziano, generale Qamal Hasan Aly; Ahmad Dlimi, capo del servizio d’intelligence del Marocco e il generale Nematollah Nassiri, a capo dell’agenzia d’intelligence SAVAK iraniana. Ci sono indicazioni, ma nessuna prova effettiva, che il capo del Mossad Yitzhak Hofi avesse preso parte al primo incontro del Safari Club in Kenya. Il Mount Kenya Safari Club, fondato nel 1959, era di comproprietà del magnate del petrolio dell’Indiana Ray Ryan, individuo collegato a CIA e Mafia; di Carl W. Hirschmann Sr., fondatore svizzero della Jet Aviation, società aerea commerciale globale dagli stretti legami con la CIA e venduta alla General Dynamics nel 2008; e l’attore William Holden. Il 18 ottobre 1977, dopo che il Safari Club aveva trasferito il quartier generale operativo al Cairo, Ryan fu ucciso da un’autobomba ad Evansville, nell’Indiana. Holden morì solo nel suo appartamento a Santa Monica, in California, il 12 novembre 1981, dopo che, secondo quanto riferito, era inciampato sul tappeto accanto al letto, colpendo con la testa un comodino ed emorragia successiva. L’omicidio di Ryan rimane un caso aperto, mentre domande continuano a circondare la morte solitaria di Holden.
Nel 1977, Khashoggi approfittò dei problemi fiscali di Ryan col governo degli Stati Uniti e degli stessi problemi finanziari di Hirschmann per acquistare il pieno controllo del Mount Kenya Safari Club poco prima dell’omicidio di Ryan. Grazie alla sua posizione a Cairo, il Safari Club fu un elemento chiave nel reclutamento di irregolari arabi per combattere l’Unione Sovietica in Afghanistan. Khashoggi fu un attore chiave nel finanziamento della “Legione Araba” in Afghanistan, grazie al sostegno della famiglia reale saudita e del sultano Hassanal Bolkiah del Brunei. Il Mount Kenya Safari Club continuò a svolgere un ruolo utile nelle riunioni clandestine del Safari Club, tra cui quello del 13 maggio 1982 tra il ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon; il presidente del Sudan Jafar al-Nimayri; del capo dell’intelligence sudanese Umar al-Tayab; del miliardario statunitense-israeliano Adolph “Al” Schwimmer, del fondatore delle Israel Aerospace Industries Yaacov Nimrodi, dell’ex-ufficiale di collegamento del Mossad a Teheran con la SAVAK e vicedirettore del Mossad, David Kimche. Il capo effettivo del Safari Club era, secondo alcuni resoconti di alcuni addetti ai lavori, George “Ted” Shackley che, in qualità di vicedirettore aggiunto per le operazioni della CIA, era il capo delle operazioni clandestine della CIA sotto George HW Bush. Shackley, il cui soprannome era “Blond Ghost“, fu licenziato dal direttore della CIA di Jimmy Carter, ammiraglio Stansfield Turner. Tuttavia, Shackley fu richiamato dal capo della CIA di Ronald Reagan, William Casey. Agendo da agente d’intelligence privato, Shackley fu determinante nel mobilitare la vecchia rete SAVAK del Safari Club in Europa, per creare il famigerato affare Iran-contra. Il Safari Club era responsabile di gran parte delle operazioni clandestine dell’occidente contro l’Unione Sovietica nelle zone di conflitto che si estendevano dall’Afghanistan alla Somalia e dall’Angola al Nicaragua. È ironico che un gruppo di servizi segreti e di guerriglie che supportano gli huthi nello Yemen stiano ora riprendendo il vecchio Safari Club per combattere Stati Uniti, Arabia Saudita, Israele e i loro agenti in Yemen, Corno d’Africa e Medio Oriente.
Il movimento anti-saudita Huthi nello Yemen, i cui membri aderiscono alla setta zaidita dell’Islam, si oppone alle rigide pratiche fondamentaliste del wahhabismo saudita. Gli huthi, vicini religiosamente e politicamente all’Iran sciita, hanno istituito un servizio d’intelligence estero diretto da Abdarab Salah Jarfan. Emulando il Safari Club, l’intelligence huthi ha stipulato accordi informali con il Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica (IRGC) o Pasdaran; il Servizio di sicurezza preventiva (PSS) della Palestina; i tre rami dell’intelligence di Hezbollah, come l’Unità 1800, ramo delle operazioni speciali dell’intelligence di Hezbollah, e l’intelligence di Hamas, che ha sede a Gaza ma ha agenti in tutto il Medio Oriente. Ora che il presidente siriano Bashar al-Assad ha sbaragliato la maggior parte degli eserciti jihadisti dal suo Paese, con l’assistenza del personale inviato dagli huthi, la Siria è nella posizione migliore per dare assistenza militare alla coalizione huthi nello Yemen. Insieme, questa alleanza di forze antisioniste e anti-wahhabite, che potrebbe essere chiamata “Safari Club II“, può violare il confine saudita-yemenita e condurre operazioni contro obiettivi militari e governativi sauditi nella provincia di Asir in Arabia Saudita.
Da quando la coalizione guidata dai sauditi, che comprende anche truppe provenienti da Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Egitto, Quwayt, Marocco, Sudan, Giordania e Bahrayn, è intervenuta nella guerra civile yemenita nel 2015 a nome del governo fantoccio filo-saudita, gli huthi hanno portato la guerra presso i sauditi. Le forze huthi sono entrate in tre regioni di confine saudite, Asir, Jizan e Najran. Gli huthi, con il sostegno dell’intelligence dei Pasdaran e di Hezbollah, crearono un gruppo secessionista saudita, l’Ahrar al-Najran, o “I liberi della regione del Najran”. Il Najran, fino al 1934, faceva parte del regno dello Yemen, il regno mutuaqilita governato da un monarca zaidita fino al 1962, quando il regno yemenita fu rovesciato. Gli irredentisti sul versante saudita del confine volevano unirsi allo Yemen. La tribù yemenita Hamdanid, che fornì il nucleo del sostegno all’ex-monarca yemenita zaidita, giurava fedeltà alla coalizione guidata dagli huthi nello Yemen. L’intelligence huthi ha anche condotto ricognizioni sulle basi navali israeliane nel Mar Rosso e in Eritrea, nell’arcipelago Dahlak e nel porto di Massawa. Gli huthi hanno anche sorvegliato le operazioni militari saudite ed emiratine nella città portuale eritrea di Assab. Nel 2016, le forze huthi avrebbero attaccato il quartier generale della Marina eritrea dopo che le forze saudite arrivarono nella città portuale. Gli huthi potrebbero essere stati aiutati da un altro alleato del Safari Club II, il gruppo d’opposizione eritreo Organizzazione Democratica Afar del Mar Rosso (RSADO), sostenuto anche dall’Etiopia. Nel 2016, gli huthi effettuarono con successo un’incursione nell’Asir e catturarono una base militare saudita, insieme a un deposito di armi statunitensi e canadesi. La sponsorizzazione del Safari Club II del movimento secessionista in Arabia Saudita è simile al sostegno dell’originale Safari Club a vari gruppi di insorti, tra cui UNITA in Angola, RENAMO in Mozambico e contras in Nicaragua.
Gli sconvolgimenti politici nello Yemen e in Arabia Saudita hanno portato a nuove alleanze tra la coalizione saudita e i membri del Safari Club II. Il 4 novembre 2017, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Muhamad bin Salman, consolidava il potere politico arrestando diversi principi della Casa dei Saud, così come importanti ministri, ecclesiastici e uomini d’affari. Un elicottero che trasportava il principe Mansur bin Muqrin, vicegovernatore della provincia di Asir, e altri sette alti funzionari sauditi, si schiantò vicino Abha, nella provincia di Asir, al confine con lo Yemen settentrionale controllato dagli huthi. Ci furono diversi rapporti secondo cui l’elicottero fu abbattuto dai sauditi dopo aver appreso che volava verso lo Yemen controllato dagli huthi, dove il principe e il suo partito avrebbero ricevuto asilo politico. Un principe saudita che si univa agli huthi sarebbe stato un grande colpo del Safari Club II. Allo stesso tempo, gli huthi si schieravano nella confusione all’interno della Casa dei Saud, l’intelligence huthi, aiutata dalle impressionanti capacità nell’intelligence elettronica di Hezbollah, intercettò una serie di messaggi tra l’ex-presidente yemenita Ali Abdullah Salah, ex-alleato degli huthi, e gli Emirati Arabi Uniti e la Giordania, alleati dei sauditi. Si scoprì che Salah stava negoziando un accordo separato con la coalizione saudita-emiratina, un atto visto come tradimento dagli huthi, che assaltarono la residenza di Salah nella capitale yemenita Sana, giustiziandolo sul posto. Va notato, oltre l’ironia, che il Safari Club II combatte contro molti membri del Safari Club originale. Ad eccezione dell’Iran, ora membro del Safari Club II, i vassalli degli Stati Uniti Arabia Saudita, Israele, Francia, Egitto, Marocco e Sudan. Henry Kissinger, patrono del Safari Club originale, ora consiglia il genero di Donald Trump, Jared Kushner, agente presso la Casa Bianca del Mossad, sui frequenti rapporti col principe ereditario saudita ed altri attori regionali nel Medio Oriente, compresi gli israeliani. Il Safari Club II ha qualcosa che mancava al primo Safari Club: il supporto popolare. La convergenza di interessi dei popoli oppressi di Yemen, Libano, Cisgiordania e Gaza, con le preoccupazioni geopolitiche e di sicurezza dell’Iran, e più recentemente, come risultato dei sotterfugi degli Emirati Arabi Uniti, del Qatar, fornisce al Safari Club II un vantaggio nella propaganda. Originariamente membro della coalizione saudita nello Yemen, col boicottaggio economico da parte di Arabia Saudita, Bahrayn, Quwayt ed Emirati contro il Qatar, l’alleanza Safari Club II otteneva un simpatizzante a Doha, capitale del Qatar. La Cina, che collaborò con l’originale Safari Club nelle operazioni in Afghanistan e Angola, ha ricevuto le delegazioni huthi a Pechino. La Cina inoltre arma la coalizione huthi nello Yemen attraverso l’Iran. L’Oman, rimasto neutrale nella guerra civile yemenita, fu scoperto nel 2016 fornire armi agli huthi su camion con targhe omanite. Il governo iracheno guidato da sciiti è anche noto sostenitore degli huthi.
La CIA e i suoi alleati della Guerra Fredda, nel formare l’originale Safari Club, diedero un modello inestimabile alle popolazioni assediate di Yemen, Corno d’Africa e Medio Oriente. Il Safari Club II da a sauditi, israeliani, statunitensi, egiziani, marocchini ed altri, come lo Stato islamico e al-Qaida nello Yemen finanziati dai sauditi, un assaggio della propria amara medicina.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’eredità dell’Ottobre Rosso è ancora visibile in Medio Oriente?

Jurij Zinin, New Eastern Outlook, 31.01.2018

Le immagini di una bandiera rossa con falce e martello che sventolava su un edificio nella città siriana di al-Raqqah, roccaforte dello SIIL per un lungo periodo, circolò sui media arabi per tutto gennaio. Questa bandiera fu innalzata dai combattenti della “brigata della libertà” formata da nativi di vari Stati mediorientali ed europei dagli ideali di sinistra. Avrebbero associato la lotta contro lo SIIL con l’incredibile impresa dei soldati sovietici che innalzarono la bandiera rossa sul Reichstag, roccaforte nazista durante la Seconda guerra mondiale. Questi riferimenti affondano le radici nella storia della regione, influenzata dalla Rivoluzione d’Ottobre del 1917. Il centenario di questo evento riuniva chi crede negli ideali di sinistra in Medio Oriente, con vari forum tenutisi in diversi Paesi regionali. Secondo l’iracheno Saqaf al-Jadid, la rivoluzione d’ottobre presentò al mondo un’alternativa all’egemonia capitalista, promuovendo le idee di uguaglianza, giustizia, liberazione sociale e nazionale, riflesse nei primi documenti adottati dall’URSS immediatamente dopo la rivoluzione, tra cui la “Dichiarazione dei diritti dei popoli della Russia” e l’appello “A tutti i lavoratori musulmani di Russia ed Oriente”. I bolscevichi furono abbastanza coraggiosi da declassificare l’accordo Sykes-Picot, apparso a Beirut nel dicembre 1917. Fu preparato segretamente dai governi dell’Intesa (Regno Unito e Francia) alle spalle dei popoli, con lo scopo di dividersi in sfere d’influenza il Medio Oriente e saccheggiarne le risorse. La voce della Russia rivoluzionaria fu ascoltata e compresa nella regione, poiché fino a quel momento agli attori locali fu data la possibilità di cedere al dominio egualmente opprimente degli ottomani o delle potenze europee. Nel dicembre 1920, il Comitato per l’unità araba siriana espresse solidarietà alla Russia sovietica che puntò “alla liberazione dell’Oriente dalla morsa dei tiranni europei”. Dopo la Seconda guerra mondiale, il rispetto che l’URSS godeva nella regione raggiunse massimi inediti, compiendo la dura lotta al fascismo. Gli arabi volsero lo sguardo al nuovo polo di potere, abbastanza audace da sfidare il monopolio di un tempo delle potenze imperialiste. Per decenni Mosca sostenne i giovani Stati che lottavano per la sovranità e per chiudere le basi militari straniere sui loro territori. Tra questi Stati si possono nominare Libia, Egitto e Iraq, usati per contenere l’Unione Sovietica e i suoi alleati. I legami politici appena nati furono rafforzati da un’ampia cooperazione economica sovietico-araba e dall’assistenza militare. In totale, con l’aiuto di Mosca, nella regione furono costruiti 350 grandi impianti industriali, 97 infrastrutture in Egitto e 80 in Siria.
Gli scienziati politici arabi osservano che l’URSS si dimostrò un partner fedele dell’Egitto inviandogli ingenti forniture di armi ed attrezzature dopo la devastante guerra del 1967, ripristinando così il potenziale indebolito del suo esercito. Grazie a questo sostegno, molti grandi Paesi del Medio Oriente posero le fondamenta dell’economia moderna di cui dispongono oggi, insieme allo sviluppo delle industrie della Difesa che li mantengono al sicuro. I contatti con Mosca permisero a questi Stati di rafforzare le posizioni sulla scena internazionale, costringendo così l’occidente a fare concessioni. Oggi, numerosi attori regionali affrontano turbolenze provocate dalla cosiddetta “primavera araba”. Ciò che è chiaro per tutti in questa fase è che quando uno Stato viene indebolito subisce il brusco aggravarsi delle contraddizioni interne etniche e settarie. La configurazione geopolitica del Medio Oriente la rende intrinsecamente instabile. Le linee di forza di varie coalizioni, spesso opportunistiche, si scontrano qui con le masse islamiche manipolate per portarle nei conflitti che fanno avanzare l’agenda di qualcun altro. Un esempio lampante è la Siria, dove nel tentativo di far cadere il legittimo governo di Bashar al-Assad, Paesi occidentali, regimi monarchici del Golfo Persico ed islamisti agivano insieme per perseguire i propri obiettivi.
Parlando dell’eredità della Rivoluzione d’Ottobre attraverso il prisma del mondo moderno, numerosi esperti arabi pongono la domanda: gli ideali di sinistra andavano perseguiti anche alla luce delle seguenti violazioni giuridiche, e rimangono adeguati dopo il crollo dell’URSS? Ovviamente, se non fossero così attraenti per molti nel mondo, sarebbero stati dismessi da tempo. Questi ideali, troppo avanzati per i tempi in cui furono espressi, hanno tuttavia preparato il terreno dei cambiamenti sociali nel mondo, portando a un futuro migliore. Secondo i moderni pensatori palestinesi, la Rivoluzione d’Ottobre sfidò i Paesi metropolitani costringendoli ad abbandonare le loro colonie. Nel corso dello scontro e della competizione tra i due sistemi, i lavoratori dei Paesi capitalisti ottennero importanti concessioni e l’introduzione di regolamenti che ne garantivano i diritti sociali. Chi liquida la Rivoluzione d’Ottobre come fatto minore, non potrà mai accettarne l’eredità. Ad esempio, il peggior denigratore dell’URSS e dei suoi valori, Zbigniew Brzezinski, statista e scienziato politico degli Stati Uniti, annunciò in modo temerario in un discorso di quasi due decenni fa: “Ho studiato e capito Marx meglio di molti socialisti… e quindi ho potuto deviarne l’avanzare delle idee per quasi un secolo, non basta?Jurij Zinin, ricercatore presso l’Istituto statale per le Relazioni internazionali di Mosca (MGIMO), in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Cento anni fa: i bolscevichi presero il potere, ma come lo mantennero?

Michal Jabara Carley SCF 12.01.2018Il 25 ottobre/7 novembre 1917, i bolscevichi presero il potere a Pietrogrado dal cosiddetto governo provvisorio. Fu una cosa relativamente facile perché il governo provvisorio godeva di poco o alcun sostegno popolare e rappresentava sostanzialmente gli interessi delle ex-élite urbane e rurali zariste. Si oppose all’avanzata della rivoluzione dall’abdicazione dello zar Nicola II all’inizio dell’anno, e cercò di mantenere la Russia nella Grande Guerra al fianco delle potenze dell’Intesa, in particolare Francia, Gran Bretagna, Italia e i ritardatari Stati Uniti, entrati in guerra nell’aprile del 1917. L’idea era di re-imporre la disciplina militare ai soldati, portarli fuori da Pietrogrado e riportarli al fronte dove potevano essere separati dalle tendenze rivoluzionarie. Fu un’epoca in cui le élite trincerate non potevano danneggiare l’ondata rivoluzionaria. Le secolari richieste delle masse contadine e proletarie, aggravate dallo spargimento di sangue della Grande Guerra, crearono le giuste circostanze per la rivoluzione. I bolscevichi si misero alla testa del movimento popolare, mobilitandone la notevole energia attraverso i soviet (o consigli) dei deputati dei soldati, degli operai e infine dei contadini per prendere il potere in Russia. Naturalmente fu una cosa prendere il potere e un’altra tenerselo stretta. I bolscevichi avevano molti nemici. Tra i cosiddetti partiti rivoluzionari, solo i socialisti rivoluzionari di sinistra (SR) li sostenevano e con loro entrarono in un governo di coalizione nel dicembre 1917. Altri gruppi marginali appoggiavano il nuovo governo sovietico, ma gli SR e la maggior parte dei menscevichi alleati col partito Cadetto, che rappresentava le vecchie élite, si opposero ai bolscevichi e in effetti all’autorità dei soviet.
I bolscevichi non erano uniti nel prendere il potere o nel tentativo di governare da soli attraverso i soviet. Il leader bolscevico V. I. Lenin accusò certi suoi compagni di “crumiraggio” e di perdere la calma. I deboli di cuore potevano naturalmente schierare molti argomenti per la loro mancanza di audacia. Gruppi di ufficiali dell’esercito e cadetti cercarono di rovesciare l’autorità sovietica, sostenuti da sottufficiali e menscevichi che odiavano i bolscevichi con la stessa intensità delle vecchie élite zariste. Nel dicembre 1917 tutto era nel caos. I soldati fecero baldoria nella capitale, facendo irruzione nelle cantine delle élite. Fucilieri e pompieri lettoni furono chiamati per fermare il saccheggio ed inondare le cantine. Mentre i compagni erano ubriachi, chi avrebbe difeso la rivoluzione? Era pieno inverno e le città dovevano essere rifornite di cibo e carbone per il riscaldamento. Gli operai che sostenevano i bolscevichi dovevano essere impiegati quando l’economia falliva e le fabbriche chiudevano. Le famiglie dovevano essere alimentate. Le frontiere della Russia si estendevano ben oltre Pietrogrado e Mosca. I nemici cercavano ovunque di rovesciare l’autorità sovietica. I bolscevichi dovevano organizzare nuove forze per difendere la rivoluzione nei lontani confini del Paese. Quanto audace fu il pensiero di Lenin di poter superare il caos. Le élite in un primo momento ridevano della temerarietà dei bolscevichi, pensando di non poter mantenere il potere per più di qualche giorno o settimana. La resistenza armata cominciò subito e fu battuta in sanguinose schermaglie vicino a Pietrogrado e Mosca. Queste prime vittorie cancellarono i sorrisi dai volti delle classi privilegiate. Oltre ad occuparsi dei nemici interni, c’era la guerra con la Germania imperiale e i suoi alleati, i cui eserciti si avvicinavano a Pietrogrado. Né le potenze dell’Intesa, alleate della Russia nella Grande Guerra, potevano essere ignorate. Videro la rivoluzione e la presa del potere bolscevica come catastrofe abissale. I cosiddetti alleati furono sconvolti dal crollo degli eserciti russi e dalla conseguente minaccia agli interessi economici alleati in Russia. Le missioni militari inglese e francese erano ben informate e ritenevano che l’esercito russo non potesse combattere oltre l’inverno, indipendentemente da chi governasse a Pietrogrado. Furono avanzate delle idee a Parigi e a Londra su “una pace alle spalle della Russia” smembrando il Paese come la Cina, e dividendolo in grandi sfere d’interesse. In effetti, la Russia doveva cessare di esistere come Stato unito e indipendente. Questi piani d’emergenza furono sviluppati prima della presa del potere dei bolscevichi, quando gli alleati speravano che i soviet sarebbero stati dispersi e i bolscevichi impiccati.
Lenin non si faceva illusioni sulle potenze imperialiste occidentali, ma sembrava non avergli prestato troppa attenzione nei calcoli per la presa del potere ed istituire il governo sovietico. Per prima cosa fece la prima. La sua maggiore preoccupazione era neutralizzare o sconfiggere i nemici interni e porre fine alla guerra con la Germania e i suoi alleati. I bolscevichi non avevano scelta. I soldati al fronte smobilitavano di propria iniziativa abbandonando le trincee. Lenin stesso aveva parlato di “guerra rivoluzionaria” contro l’invasore tedesco, ma ciò era possibile solo se vi fossero stati eserciti disposti a combattere. “Fate una passeggiata“, disse ai compagni, “ascoltate ciò che dicono i soldati nelle strade“. Tuttavia, i suoi compagni bolscevichi erano molto indipendenti e molti non erano disposti ad accettare una pace svantaggiosa imposta dalla Germania imperiale. Il 7/20 novembre il governo sovietico ordinò al comandante delle forze russe, generale N. N. Dukhonin, di cercare un armistizio con l’alto comando tedesco. Non volendo conformarsi, il Generale Dukhonin ignorò gli ordini sovietici. Lenin lo licenziò immediatamente. Nominò il veterano bolscevico N. V. Krylenko nuovo comandante in capo e lo mandò al fronte. Il 13/26 novembre Krylenko inviò delegati attraverso la terra di nessuno, preceduti da un trombettiere e una grande bandiera bianca. S’incontrarono con un ufficiale tedesco che li condusse attraverso linee tedesche. Mentre questi eventi si svolgevano, gli ambasciatori alleati a Pietrogrado discutevano su come controllare i bolscevichi. Una idea era inviare 8-10000 truppe alleate a Pietrogrado per proteggere i cittadini alleati e sostenere qualsiasi governo che potesse cacciare i bolscevichi. Ciò metteva il carro davanti ai buoi. La proposta fu bollata come irrealistica. Il 9/22 novembre il nuovo presidente del consiglio francese George Clemenceau, inviò istruzioni al generale Henri Albert Niessel, capo della missione militare francese, per informare Dukhonin che la Francia si rifiutava di riconoscere il nuovo governo sovietico e contava sull’alto comando russo per rigettare i “criminali negoziati di pace” e mantenere l’esercito russo in campo contro il nemico comune. Clemenceau, la tigre, effettivamente incoraggiava Dukhonin a sollevare l’esercito contro i bolscevichi. Poiché molti, se non la maggior parte, dei soldati russi appoggiavano il piano bolscevico per porre fine alla guerra, il piano francese fu una provocazione inutile probabilmente più pericolosa per Dukhonin che per i bolscevichi. La reazione bolscevica fu prevedibile. Accusando l’Intesa d’intromettersi negli affari interni sovietici, il minimo che si potesse dire, L. D. Trotzkij, Commissario per gli Affari Esteri, rispose pubblicando i cosiddetti “Trattati segreti” dell’Intesa che dividevano i territori nemici dopo la guerra. “Vedete”, dichiarò Lenin ai soldati alleati, “siete solo carne da cannone che combatte per il saccheggio delle élite imperialiste occidentali“. L’idea di Lenin era mobilitare l’opinione pubblica europea contro la guerra e fare propaganda tra i militanti occidentali che volevano fare la propria Rivoluzione d’Ottobre. Come chiarì Trotzkij, il governo sovietico desiderava una pace generale, non separata, così i soldati in Europa potevano volgere le baionette contro le élite borghesi. In un incontro a Parigi all’inizio di dicembre, le potenze dell’Intesa non potevano essere d’accordo su una risposta collettiva all’appello di Trotzkij all’armistizio su tutti i fronti. Una volta che qualcuno iniziò a parlare di pace, osservò il ministro degli Esteri italiano, i soldati francesi e italiani si sarebbero rifiutati di riprendere le armi. Il primo ministro David Lloyd George temeva che “la mota si sarebbe accumulata” contro il prosieguo della guerra. I bolscevichi contavano proprio su quello. Non era un calcolo irrealistico: persino i capi alleati temevano l’opposizione popolare alla guerra. Un armistizio generale era quindi fuori questione. Gli alleati accettarono di smettere di rifornire la Russia e di avviare generosi finanziamenti per la “propaganda alleata” sperando che un governo russo accettabile sostituisse i soviet. Nel frattempo, il generale Dukhonin rimase in contatto con le ambasciate alleate a Pietrogrado e continuò a creare problemi al fronte. Liberò il famigerato generale L. G. Kornilov e altri alti ufficiali fuggiti a sud. Loro intenzione era organizzare la resistenza armata contro il governo sovietico. Tuttavia, Dukhonin non li raggiunse: il 20 novembre/3 dicembre fu pestato a morte da soldati arrabbiati.
I capi alleati non erano sciocchi e non avevano intenzione di cadere nella trappola che Lenin e Trotzkij gli avevano teso. I bolscevichi avrebbero dovuto negoziare da soli coi tedeschi. Trotzkij ne trasse la conclusione logica che il governo sovietico aveva bisogno di opzioni e potenziali alleati. Se l’armistizio non reggeva, i bolscevichi avrebbero dovuto combattere e avrebbero avuto bisogno di aiuto. L’unico aiuto disponibile era dalle potenze alleate. Il generale francese a Pietrogrado Niessel traesse le stesse conclusioni e quindi autorizzò uno dei suoi ufficiali, il capitano Jacques Sadoul, a tenersi in contatto coi bolscevichi. Ogni giorno Sadoul parlava con Lenin, Trotzkij e vari altri leader bolscevichi. Ebbe lunghe discussioni con Trotzkij che sollevò la questione dell’aiuto francese nell’organizzare un nuovo esercito (2/15 dicembre). Sadoul voleva perseguire questa opzione ed esortò i superiori ad avere una mente aperta. Kornilov, SR, menscevichi e così via, erano “stelle spente” (étoiles éteintes). I loro tentativi di organizzarsi contro i bolscevichi erano “ancora embrionali”. Tutti erano d’accordo sulla necessità di una pace immediata, ma “l’aristocrazia e la borghesia” erano inclini alla capitolazione che non i bolscevichi. Anche Lenin aveva opzioni aperte, se era disposto ad incontrare regolarmente un ufficiale francese. Il capitano Sadoul non poteva parlare direttamente al governo di Parigi, figuriamoci a Londra o Washington. Clemenceau non avrebbe comunque ascoltato perché aveva liquidato i bolscevichi come “agenti tedeschi”. A Washington, il presidente Woodrow Wilson e il suo segretario di Stato, Robert Lansing, furono oltraggiati dalla presa del potere bolscevico e dal suo tentativo di rovesciare il giusto ordine delle classi (come Lansing disse). Mentre Sadoul parlava di cooperazione con Trotzkij, altri ufficiali francesi e inglesi raccomandavano il sostegno finanziario alla resistenza anti-bolscevica nella Russia meridionale, in particolare in Ucraina e Don. Alla fine di novembre fu approvato un primo credito di 50000 franchi, poi un milione di rubli, per il generale Niessel. Una settimana più tardi, erano tre milioni di franchi e prima che l’inchiostro fosse asciutto sull’autorizzazione, furono approvati crediti illimitati per la missione militare francese che operava da Jassy in Romania, nella parte del Paese non occupata dalle forze tedesche. L’assegno in bianco era per l’azione in Ucraina e nel Don, dove si organizzava la resistenza armata contro i bolscevichi. Gli inglesi fecero lo stesso. La politica anglo-francese consisteva nel lanciare pacchetti di banconote ai quattro venti e sperare che suscitassero resistenza ai bolscevichi. Ci furono rapporti più sobri, e non solo dal capitano Sadoul, secondo cui gli alleati non dovevano contare su generali russi e “nazionalisti” ucraini per combattere qualcuno. Ma Clemenceau si rifiutò di ascoltare. L’idea francese era “sostenere gli elementi della resistenza all’usurpazione bolscevica“. Questo era l’obiettivo principale, rovesciare “i Bolsh”. A fine dicembre, inglesi e francesi concordarono “sfere d’azione” nella Russia meridionale che corrispondevano al piano dei loro investimenti prebellici. Fu un ulteriore passo avanti rispetto a quello che fatto per dividere la Russia in grandi sfere d’interesse. Quando Sadoul si guardò intorno, vide colleghi guidati da una “furia cieca” contro i bolscevichi. Secondo loro, l’Intesa doveva affrontare due nemici, Germania e bolscevichi, ma i colleghi di Sadoul “detestavano e temevano i secondi più della prima“. Preferivano lasciare che la Germania schiacciasse i sovietici piuttosto che aiutarli a difendere la Russia, perché avrebbe lascito il partito dei bolscevichi al potere. Meglio tagliare il naso per dispetto al viso.
Questa politique du pire funzionò? C’erano abbastanza scettici a Parigi e Londra per tenere la porta aperta alle idee di Sadoul. A metà dicembre il governo inglese decise di evitare una “rottura aperta” con i bolscevichi e di perseguire una politica simile a quella che il capitano Sadoul proponeva. “Non portiamoli nel campo tedesco” era l’idea generale. Il primo ministro Lloyd George fu particolarmente ricettivo anche quando gli agenti inglesi operavano in Ucraina per sostenere i “nazionalisti”. Il ministro inglese a Jassy inviò 30000 sterline, non pochi a quei tempi, a un agente a Kiev. L’assistenza alle forze nel sud doveva essere diretta contro i tedeschi, non contro i bolscevichi. La mano sinistra alleata sapeva cosa faceva la mano destra? Certo. Chiunque sapesse qualcosa, sapeva che le nuove forze che gli alleati finanziavano avrebbero combattuto i bolscevichi, non i tedeschi. In Russia c’era rammarico e la politica del caos poteva essere il modo migliore per contrastarlo. Le idee di Sadoul ebbero una possibilità in tali circostanze? I bolscevichi sarebbero stati disposti a lavorare con gli imperialisti anglo-francesi? A fine dicembre 1917 era troppo presto per dirlo, ma nei primi mesi del nuovo anno questa domanda sarebbe stata affrontata ai vertici dei governi dell’Intesa.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Cina rafforza l’influenza sulle frontiere indiane

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 07.01.2018Come è noto, tutti gli Stati che confinano con l’India sonno zone di lotta indo-cinese per il predominio economico, politico e militare (ad eccezione del Pakistan, avversario tradizionale dell’India con o senza Cina). Anche quelli che tradizionalmente hanno collaborato con l’India, come Bangladesh, Repubblica delle Maldive, Nepal e Sri Lanka, gradualmente cambiano campo alleandosi con la RPC. Il Bhutan rimane finora sostenitore fidato dell’India. L’India lo sostiene attivamente nella disputa territoriale con la Cina dimostrandolo inviando militari nella valle di Doklam nell’estate del 2017, con conseguente acuirsi della disputa. Tuttavia, l’India perde con la Cina in altri Stati dell’Asia meridionale. La formula del successo della Cina è l’enorme investimento, che fa o promette, nelle economie dei Paesi cooperanti. Essendo la seconda economia del mondo, può permetterselo. La Cina propone la partecipazione al progetto infrastrutturale globale One Belt-One Road (OBOR) a tutti gli Stati interessati. Il progetto mira a unire le principali rotte commerciali del pianeta in un unico sistema e a promuovere l’integrazione economica globale. Nell’ambito del progetto, la Cina investe fondi nello sviluppo delle infrastrutture dei Paesi partner e propone assistenza nell’attuazione dei propri progetti economici. Nel 2017, la Cina continuava a lavorare sul Port City vicino al porto principale della capitale dello Sri Lanka, Colombo. Port City non è solo un porto marittimo, ma una nuova area residenziale con infrastrutture sviluppate, costruite dalla Cina dal 2016. È stato riferito che i cinesi avrebbero investito circa 1,5 miliardi nel progetto e che sarò il maggiore investimento dall’estero nella storia dello Sri Lanka. Nel dicembre 2017, lo Sri Lanka affittava il porto di Hambantota alla Cina per 99 anni. Questo porto è considerato un sito strategicamente importante nell’Oceano Indiano. La Cina pagherà allo Sri Lanka 1,2 miliardi di dollari a rate per l’affitto. Il primo acconto dell’importo di 292 milioni è già stato dato. Allo stesso tempo, la leadership dello Sri Lanka affermava che l’affitto aiuterà il Paese a pagare i vecchi debiti. Poco dopo, i media riferivano che la Cina potrebbe investire 1 miliardo di dollari nella costruzione del Centro finanziario internazionale di Colombo nel territorio di Port City. La Cina afferma che svilupperà il porto di Hambantota e lo trasformerà nel principale centro logistico. Tuttavia, l’India teme che la Cina crei una base militare a causa dell’importanza strategica del porto. Data la posizione vicina dello Sri Lanka alle coste indiane, la situazione è sfavorevole all’India. Dopo l’affitto di Hambantota, New Delhi accusava Pechino di voler imporre a tutti i Paesi in via di sviluppo che partecipano all’OBOR la schiavitù del debito. Secondo gli indiani, la Cina distribuisce intenzionalmente enormi prestiti che non possono restituire, e la storia del porto di Hambantota, che lo Sri Lanka ha dovuto affittare per i debiti verso la RPC, è un brillante esempio. Allo stesso modo, secondo i rappresentanti indiani, la Cina affittava terreni dal governo di Gibuti per la prima base militare estera aperta nell’agosto 2017, e allo stesso modo la RPC progetta di acquisire e utilizzare il porto keniota di Mombasa, “porta” dell’Africa orientale. Ciononostante, alcuno dei partner dei cinesi si è ancora lamentato, e sempre più Paesi collaborano aderendo al progetto OBOR.
Alla fine del 2017, la RPC ha concluse un accordo di libero scambio con le Maldive. La Repubblica delle Maldive (MR), come lo Sri Lanka, è uno Stato insulare al largo delle coste dell’India. Proprio come lo Sri Lanka, le Maldive hanno legami culturali e di amicizia di lunga data con l’India, ma la Cina controlla le principali fonti di reddito agendo da principale fonte di turismo e principale importatore di frutti di mare maldiviani. Le Maldive prevedono che il libero scambio con la RPC porterà ad un aumento significativo delle entrate. Pertanto, l’accordo sull’ALS è stato firmato nonostante l’indignazione dell’India. La Cina sviluppa attivamente la cooperazione con un altro vicino indiano, il Nepal, piccolo Stato schiacciato tra India e Cina. Come per gli altri Paesi citati, il Nepal ha una vecchia relazione sviluppata con l’India. La posizione geografica del Paese lo fa supporre separato dalla Cina dalla catena montuosa dell’Himalaya. Il confine del Nepal con l’India scorre su un terreno percorribile. Tuttavia, la Cina, come al solito, iniziò a costruire una ferrovia in Himalaya senza badare a spese. Nel novembre 2016, i treni iniziavano a viaggiare regolarmente dalla RPC verso il Nepal. Da luglio 2016 al gennaio 2017, il volume degli investimenti esteri diretti della Cina in Nepal è aumentato di tre volte, raggiungendo i 34 milioni di dollari. Gli investimenti indiani in Nepal sono diminuiti del 76%, a 4 milioni nello stesso periodo. All’inizio di marzo 2017, la capitale del Nepal, Kathmandu, ospitava il Nepal Investment Summit 2017, durante il quale rappresentanti di imprese di diversi Paesi conobbero le possibilità d’investire nell’economia del Nepal. I rappresentanti di 89 aziende cinesi vi parteciparono. Di conseguenza, i cinesi promisero d’investire 8,3 miliardi di dollari (circa il 40% del PIL del Nepal) in vari progetti presentati al vertice. L’assistenza finanziaria non avrebbe potuto arrivare in un momento migliore per il Nepal, uno dei Paesi più poveri del mondo che ha inoltre subito il devastante terremoto nel 2015. Così, nonostante i legami secolari del Nepal con l’India, la Cina ora ha maggior peso in questo Paese. Nell’aprile 2017, la prima esercitazione militare cino-nepalese Sagarmatha Friendship 2017 si svolse in Nepal, durante il quale le forze armate dei due Paesi si esercitarono a contrastare il terrorismo. I rappresentanti dell’esercito nepalese riferirono che queste esercitazioni potevano diventare annuali. Indubbiamente era una notizia dolorosa per l’India. Alla fine del 2017, le elezioni si svolsero per la camera bassa del Parlamento del Nepal. Il primo turno si ebbe il 26 novembre e il secondo il 7 dicembre 2017. La “coalizione di sinistra”, che comprendeva il Partito comunista del Nepal (unito marxista-leninista), fu la più votata, e il Partito comunista unificato del Nepal (Maoista) il secondo. La Cina comunista troverà probabilmente facile essere d’accordo con il nuovo governo del Nepal. I media riferivano che l’India sperava nella vittoria del partito socialdemocratico al potere, il Congresso, ma le aspettative non furono premiate.
Quindi, la Cina aumenta rapidamente l’influenza nei Paesi confinanti con l’India. Questo è allarmante per l’India. Molti anni fa, Mao Zedong progettò d’indebolirne la posizione circondandola con un anello di alleati cinesi. Non ebbe successo al momento. Probabilmente perché agì con la forza delle armi. Tuttavia, la Cina moderna si muove fiduciosamente verso il sogno del “Grande timoniere” usando metodi economici. Forse, l’India lo comprende, ma a giudicare dal calo degli investimenti indiani in Nepal, non ha fondi sufficienti per competere con la Cina, sebbene sia la terza economia dell’Asia. Tuttavia, ora la crescita dell’influenza della Cina nei Paesi confinanti con l’India non è così pericolosa come ai tempi di Mao. Attualmente, l’India ha relazioni internazionali più sviluppate e può avere influenza e potere economico collaborando con Paesi come Singapore e Giappone, insoddisfatti dalla crescita della potenza cinese. Inoltre, lo sviluppo delle relazioni con Iran e Russia promette grandi prospettive per l’India. Tuttavia, la perdita di posizioni nell’Asia meridionale dovrebbe aiutare l’India a capire che l’inazione e il risparmio sugli investimenti comportano perdite.Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio