I piani deliranti di Clinton smascherano la sinistra social-colonialista

Alessandro Lattanzio, 30/3/2016

560827La sinistra italiana per cinque/sei anni ha indefessamente difeso l’operazione della CIA nota come ‘Primavera araba’ spacciandola da rivolta di popolo, e ancora oggi, come insegna la vicenda della spia anglo-statunitense Giulio Regeni, persegue l’obiettivo tracciato dalle centrali atlantiste di Washington, Londra, Parigi, Berlino e Ankara: distruggere gli Stati-nazioni arabi per sostituirli con califfati wahhabiti controllati dalle borghesie compradore allevate dalle ONG occidentali, o dominati dall’integralismo taqfirita, o Gladio-B, variante mediorientale della rete stragista nazista-atlantista nota come Gladio/Stay Behind. A tale operazione partecipano da destra organismi come Lega e Fratelli d’Italia, e a sinistra tutto lo spettro, da PD/ANPI e Italia dei Valori fino a sprofondare nell’estrema sinistra settaria anarcoide, post-piccista (contropiano e affini scalfariani), ‘post-henverista’ (Marco Rizzo), ‘trotskista’ o pseudotali, passando per le varie sfumature del grigiore rifondarolo o le varie tinte marroncine dei centri sociali (Wu Ming, Militant, e altro lerciume), senza ignorare il codazzo di finti intellettuali dalla fraseologia pseudo-marxista ma dagli intenti filo-imperialisti (Salucci, Ricci, Nachira, Moscato, Monti, Maestri, Ferrario e altro ciarpame), né i finti amici della Siria, che in realtà cercano il riconoscimento dalle sette taqfirite in altri ambiti (Libia o soprattutto Egitto post-Mursi). Tale fronte si è impegnato, con tutte le forze e tutte le risorse messigli a disposizione dai mass media di regime, di propagandare come rivolta popolare e addirittura come rivoluzione sociale, il gigantesco e ultimo tentativo dell’imperialismo di trasformare il Medio Oriente in una colonia della NATO controllata dal sicario sionista in combutta con gli ascari neo-ottomani e wahhabiti di Washington; e quindi, una volta completato tale passaggio, usare le forze taqfirite e islamiste radunate da Gladio-B per aggredire Iran, Federazione Russa e Cina popolare, assaltando l’Eurasia. In Italia, il tutto veniva e doveva essere ammantato da un’inesistente bandiera rossa da parte dei volonterosi kollabò di sinistra del Pentagono e di Langley.
La duplice sconfitta dei taqfiriti nell’Egitto di al-Sisi e nella Siria di al-Assad (e presto in Iraq) impedisce l’attuazione di tale piano delirante che vede tutta la sinistra italiana, partecipe collaborazionista.

Estado-islamico-creado-por-EEUU-680x365In effetti, nella primavera del 2012, l’allora segretaria di Stato degli USA, Hillary Clinton, nel documento datato 2000-12-31 22:00, declassificato nel 2015 e intestato “UNCLASSIFIED U.S. Department of State Case No. F-2014-20439 Doc No. C05794498 Date: 11/30/2015”, scrisse quanto segue:
“Il modo migliore per aiutare Israele verso la crescente capacità nucleare dell’Iran è aiutare il popolo della Siria a rovesciare il regime di Bashar Assad. I negoziati per limitare il programma nucleare iraniano non risolveranno il dilemma della sicurezza d’Israele. Né impediranno all’Iran di migliorare la parte fondamentale di qualsiasi programma per armi nucleari, la capacità di arricchire l’uranio. Nella migliore delle ipotesi, i colloqui tra grandi potenze e Iran iniziate ad Istanbul lo scorso aprile e che continueranno a Baghdad a maggio, permetteranno ad Israele di rinviare di qualche mese la decisione se lanciare un attacco contro l’Iran, che potrebbe provocare una guerra in Medio Oriente. Il programma nucleare iraniano e la guerra civile in Siria possono sembrare non collegati, ma lo sono. Per i capi israeliani, la vera minaccia di un Iran dotato di armi nucleari non è la prospettiva di un leader iraniano folle che lancia un attacco nucleare iraniano non provocato su Israele, che porterebbe alla distruzione di entrambi i paesi. Ciò che realmente preoccupa i capi militari israeliani, ma non possono dirlo, è che perdono il monopolio nucleare. Un Iran dotato di armi nucleari non solo porrà fine al monopolio nucleare, ma potrebbe anche incoraggiare altri avversari, come Arabia Saudita ed Egitto, ad adottare il nucleare. Il risultato sarebbe un equilibrio nucleare precaria in cui Israele non potrebbe rispondere alle provocazioni con attacchi militari convenzionali in Siria e Libano, come può oggi. Se l’Iran dovesse divenire uno Stato dotato di armi nucleari, Teheran troverebbe molto più facile incitare gli alleati Siria ed Hezbollah a colpire Israele, sapendo che le sue armi nucleari servirebbero da deterrente contro la risposto d’Israele contro l’Iran.
Tornando alla Siria. La relazione strategica tra Iran e il regime di Bashar Assad in Siria rende possibile all’Iran di minare la sicurezza d’Israele, non attraverso un attacco diretto, che in trent’anni di ostilità tra Iran e Israele non s’è mai verificato, ma attraverso il suo delegato in Libano, Hezbollah, sostenuto, armato e addestrati dall’Iran attraverso la Siria. La fine del regime di Assad porrebbe fine a questa alleanza pericolosa. La leadership d’Israele se bene che sconfiggere Assad è ora nel suo interesse. Parlando con Amanpour della CNN la scorsa settimana, il ministro della Difesa Ehud Barak ha sostenuto che “il rovesciamento di Assad sarà un duro colpo per l’asse radicale, un duro colpo per l’Iran….
E’ l’unico avamposto dell’influenza iraniana nella mondo arabo… e indebolirà drasticamente sia Hezbollah in Libano e Hamas e Jihad islamica a Gaza. Rovesciare Assad non solo sarebbe un vantaggio enorme per la sicurezza di Israele, ma anche allevierebbe la comprensibile paura di Israele di perdere il monopolio nucleare. Poi, Israele e Stati Uniti potrebbero sviluppare una visione comune quando il programma iraniano è così pericoloso che l’azione militare potrebbe essere giustificata. In quel momento, la combinazione tra alleanza strategica dell’Iran con la Siria e il costante progresso del programma di arricchimento nucleare iraniano hanno portato i capi israeliani a contemplare un attacco a sorpresa, se necessario, nonostante le obiezioni di Washington. Con Assad caduto e non più in grado di minacciare Israele attraverso i suoi agenti l’Iran, è possibile che Stati Uniti e Israele concordino le linee rosse quando il programma iraniano varcherà la soglia accettabile. In breve, la Casa Bianca può allentare la tensione che si sviluppata con Israele sull’Iran facendo la cosa giusta in Siria. La rivolta in Siria dura ormai da più di un anno. L’opposizione non cede, e il regime accetta una soluzione diplomatica dall’esterno. Con la vita e la famiglia a rischio, solo la minaccia o l’uso della forza convincerà il dittatore siriano Bashar Assad…
L’amministrazione Obama era comprensibilmente prudente ad impegnarsi in un’operazione aerea in Siria come quella condotta in Libia, per tre ragioni principali. A differenza delle forze di opposizione libiche, i ribelli siriani non sono uniti e non controllano alcun territorio. La Lega araba non ha chiesto l’intervento militare estero come fece in Libia. E i russi si oppongono.
La Libia è stato un caso semplice. Ma a parte lo scopo lodevole di salvare i civili libici dai probabili attacchi dal regime di Gheddafi, l’operazione libica non ha avuto conseguenze durature per la regione. La Siria è più difficile. Ma il successo in Siria sarebbe un evento che muterebbe il Medio Oriente. Non solo un altro dittatore spietato soccomberebbe all’opposizione di massa per le piazze, ma la regione cambierebbe in meglio, mentre l’Iran non avrebbe più un punto d’appoggio in Medio Oriente da cui minacciare Israele e minare la stabilità della regione. A differenza della Libia, un intervento di successo in Siria richiederebbe una sostanziale della leadership diplomatica e militare degli Stati Uniti. Washington dovrebbe iniziare ad esprimere la volontà di collaborare con gli alleati regionali Turchia, Arabia Saudita e Qatar ed organizzare, addestrare e armare le forze ribelli siriane. L’annuncio di tale decisione, di per sé, probabile causerebbe defezioni sostanziali nell’esercito siriano. Quindi, utilizzando il territorio in Turchia e, eventualmente, in Giordania, diplomatici statunitensi e ufficiali del Pentagono inizierebbero a rafforzare l’opposizione. Ci vorrà del tempo, ma la ribellione andrà avanti per molto tempo, con o senza il coinvolgimento degli Stati Uniti. Il secondo passo è sviluppare il sostegno internazionale per un’operazione aerea della coalizione. La Russia non potrà mai sostenere tale missione, quindi non c’è alcun punto che passi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Alcuni sostengono che il coinvolgimento degli Stati Uniti rischi la guerra con la Russia. Ma l’esempio del Kosovo dimostra il contrario. In tal caso, la Russia aveva legami etnici e politici con i serbi, che non esistono tra Russia e Siria, e anche allora la Russia fece poco più che lamentarsi. I funzionari russi hanno già riconosciuto che non si opporrebbero all’intervento.
Armare i ribelli siriani e usando la potenza aerea occidentale per tenere a terra gli elicotteri e gli aerei siriani è un approccio ad alto profitto e a basso costo. Fin quando i capi politici di Washington saranno decisi a che le truppe di terra statunitensi non siano impiegate, come in Kosovo e la Libia, i costi per gli Stati Uniti saranno limitati. La vittoria non si avrà rapidamente o facilmente, ma arriverà. E la vittoria sarà sostanziale. L’Iran sarebbe isolato strategico, incapace di influenzare il Medio Oriente. Il regime risultante in Siria vedrà gli Stati Uniti come amico, non un nemico. Washington otterrebbe il riconoscimento sostanziale dalla gente in lotta nel mondo arabo, non dai regimi corrotti. Per Israele, la razionale paura che spinge ad attaccare gli impianti nucleari iraniani verrebbe alleviata. E il nuovo regime siriano potrebbe anche essere aperto a un’azione tempestiva sui colloqui di pace congelati con Israele. Hezbollah in Libano verrebbe isolato dallo sponsor iraniano in quanto la Siria non sarebbe più via di transito per addestramento aiuto e missili iraniani.
Tutti questi vantaggi strategici e la prospettiva di salvare migliaia di civili dall’omicidio per mano del regime di Assad (10000 sono già stati uccisi nel primo anno di guerra civile). Togliendo il velo della paura al popolo siriano, che apparirebbe determinato a combattere per la libertà. Gli USA possono e devono aiutarlo, e così facendo aiuterà Israele e contribuire a ridurre il rischio di una grande guerra”.Hillary-Clinton-emails-arming-terrorists-Syria-Libya-middle-eastRiferimenti:
Grasset Philippe, Note su una nota di Hillary Clinton, Dedefensa, 24 marzo 2016

La Regeneide, ovvero perduta la Siria, si aggredisce l’Egitto

Alessandro Lattanzio, 30/3/2016A supporter of Egypt's army chief General al-Sisi holds poster of al-Sisi and former president Nasser, after bomb attack in CairoPerduta la Siria, il Blocco atlantista si volge contro l’Egitto del Fieldmaresciallo Abdalfatah al-Sisi. Nuovo oggetto del desiderio delle potenze altantiste, da quando Cairo stringe rapporti con Russia e Cina, e s’è sbarazzata della dittatura della setta salafita dei Fratelli mussulmani, creazione dell’intelligence inglese, la stessa che ha arruolato Giulio Regeni per condurre una guerriglia mediatica (e anche armata) (tramite la fondazione Antipode) contro il governo laico egiziano, deciso oppositore alla guerra contro la Siria e attore prominente nella Libia post-Jamahirya; due aspetti intollerabili per USA, Regno Unito, NATO e codazzo della sinistrina socialcolonialista italiana, e i relativi alleati regionali wahhabiti e taqfiriti (Jabhat al-Nusra, Stato islamico, Qatar, ecc.). Infatti, l’obiettivo della cosiddetta ‘Primavera araba’ era ritrasformare il Medio Oriente in una colonia economico-strategica dominata da esigue borghesie compradore e da arretrate sette islamiste.
L’Italia oggi è il ferro di lancia di tale assalto, soprattutto dopo aver ricevuto l’OK dai mass media degli USA come New York Times e Washington Post con il loro imprimatur sulla versione italiana dell’affaire Regeni. E appena ricevuto il via libera, i chihuaua dell’informazione italiana sono scattati sulle zampette posteriori, e sono apparsi figuri come Luigi Manconi, senatore nazipiddino e settario ‘dirittumanitarista’ targato CIA/Soros, oltre che moglio della spacciatrice di veline della CIA Bianca Berlinguer, la stessa che dall’autorevole bancarella della propaganda americanista TG-3 c’informava che Palmyra era stata liberata dagli USA…, oppure Emanuele Fiano, kibbuztnik sionista e gerarca nazipiddino. Tutti costoro invocano la rottura delle relazioni con l’Egitto, così il gas lo si andrà a comprare dai giacimenti occupati da Israele, e non da quelli sviluppati dall’ENI in Egitto.

Manconi e consorte

Manconi e consorte

Nell’impazzare della farsa del dirottamento dell’aereo egiziano, accaduto molto a proposito, con tempistica sospetta, tale da rafforzare l’idea che la liquidazione del provocatore Regeni sia opera delle forze ostili all’Egitto di oggi, l’infame italietta ‘impegnata e di sinistra’, è di tale operazione la salmeria (Ferrero, Cremaschi, i vari settari ‘marx-taqfiriti’, certuni perfino camuffati da ‘amici’ della Siria, gli orfani della spia sionista e pasionaria della ‘Rivoluzione’ islamista in Siria Tytty Cheriasen, ed altre carabattole), che va fiancheggiando con entusiasmo la nuova trovata neoimperialista, ovvero la distruzione degli Stati nazionali del Medio Oriente per sostituirli con degli sceiccati settari, seguendo le direttive delle agenzie d’influenza della NATO (note ufficialmente come ONG o ‘mass media internazionali’). E tutto nel nome della spia Regeni e delle 10mila sterline introdotte in Egitto a finanziare il terrorismo islamista. E difatti, la famiglia Regeni in tutto questo, svolge lo stesso compito svolto dalla famiglia di Vittorio Arrigoni, esercitare un’influenza esiziale nel residuale ambiente ‘internazionalista’, o pseudotale, in Italia, offrendo una copertura ‘romantica’ a un’operazione da guerra mediatica. Prima, la famiglia Arrigoni utilizzò il martirologio di Vittorio (persona che non ho mai apprezzato), per sostenere e supportare in Italia la propaganda e le attività a favore del terrorismo taqfirita contro la Siria. Oggi è la volta della famiglia di Regeni, consigliata dal figuro Manconi e dal suo PD, agente dei petrotaqfiriti a Roma. Infatti, Manconi non ha alzato un ditino per i due tecnici italiani assassinati in Libia dagli stessi figuri, i terroristi taqfiriti, che Regeni e il PD sostengono in Egitto. Da ciò il silenzio complice del contessino Paolo Gentiloni Silverj e della gerarchia nazipiddina, per cinque anni cheerleaders entusiasti dei massacri islamisti in Libia e Siria nel nome della CIA e di al-Jazeera. E’ o non è il PD l’agente che rappresenta gli interessi dei petroemiri e della Turchia neo-ottomana in Italia? Lo si vede bene in Libia, dove l’Italia contrasta l’operato egiziano sostenendo, di fatto, la setta della fratellanza mussulmana che occupa Tripoli e riceve armi e dollari da Turchia e Qatar, Paesi referenti della politica mediorientale di Roma.
A tale farsa oscena e autolesionista partecipa, con entusiasmo, il fecciume leghista che, dopo aver scoperto che il trucchetto di fingersi filo-Russia non porta alcun ritorno sul palchetto della politichina italiana (o padana), ritorna alle origini svolazzando verso Israele per “imparare i loro metodi per la sicurezza” ed invocando il pugno di ferro contro Unione indiana ed Egitto, percepiti dal quadretto medio della Lega quali Stati del quarto mondo abitati da subumani.

Renzi viene sottoposto a pressioni dalle ambasciate USA e Israeliane che utlizzano i loro referenti locali: la Lega, i dalemo-bersaniani nel PD, la sinitra varia e avariata al soldo delle forze wahhabite e salafite.

Renzi viene sottoposto a pressioni dalle ambasciate USA e Israeliana che utilizzano i loro referenti locali: la Lega, i dalemo-bersaniani nel PD, la sinistra varia e avariata al soldo delle forze wahhabite e salafite e il M5S encomiato dalla grande finanza inglese.

Ma il quadro mediorientale invece evolve a una velocità supersonica, ed è prevedibile che mentre l’Italia viene spinta a sprofondare nelle sabbie libiche, l’Egitto rompa i rapporti economico-strategici con Roma, sostituendoli con quelli con Russia, Cina e Francia. Sì, Parigi ha venduto all’Egitto 24 caccia Rafale, le 2 Mistral destinate alla Russia e 6 navi da guerra. Il risultato sarà che Cairo concederà le concessioni gasifere alle compagnie russe, cinesi o francesi, e l’Italia perderà le sue in Libia ed Egitto (meritatamente, visto che fu soprattutto l’ENI di Scaroni a spingere Berlusconi a pugnalare alle spalle Gheddafi, e ad abbandonare i tecnici della Bonelli, Piano e Failla, rapiti a Mellitah da sodali dei servizi segreti italiani). Non è bastato al governo Renzi eliminare 86 quadri e funzionari dei servizi segreti italiani (tra cui i responsabili di Libia e Siria), per salvare Roma dall’imminente nuovo disastro geopolitico voluto e cercato dal PD al servizio delle dittature wahhabitem, e dall’estrema sinistra italiana appendice dell’ufficio informazioni della CIA e di Gladio.

Liwa al-Ansar, ovvero la brigata salafita armata da Qatar e Turchia, ed affiliata allo Stato islamico, utilizza i ritratti di Haftar e al-Sisi come bersagli dei poligoni, chiudendo il cerchio tra agenzie spionistiche atlantiste e italiane, sinistra social-coloniale italiana, terrorismo taqfirita, e Qatar, Turchia e NATO

Liwa al-Ansar, ovvero la brigata salafita libica armata da Qatar e Turchia, ed affiliata allo Stato islamico, utilizza i ritratti di Haftar e al-Sisi come bersagli nei poligoni, chiudendo il cerchio tra agenzie spionistiche atlantiste e italiane, sinistra social-coloniale italiana, terrorismo taqfirita, Qatar, Turchia e NATO.

Concludo che, mentre in Italia la sinistreria si straccia le vesti per un sicario mandato in Egitto dall’intelligence social-colonista inglese, il resto del Mondo celebra un altro giovane che ha combattuto con tutto l’animo il terrorismo settario che i mandanti di Regeni armano e alimentano.
Le ultime parole di Aleksandr Prokhorenko, lo Spetsnaz di Palmira:
Prokhorenko: non posso. Mi hanno circondato e si avvicinano. Vi prego sbrigatevi.
Comandante: vai sulla linea verde, ripeto vai sulla linea verde.
Prokhorenko: sono qui, eseguite l’attacco aereo ora. Sbrigatevi, è la fine, dite alla mia famiglia che li amo e muoio combattendo per la Patria.
Comandante: negativo, torna sulla linea verde.
Prokhorenko: non posso. Comandante, sono circondato. Sono qui fuori. Non voglio che mi prendano. Conduca l’attacco aereo. Faranno strame di me e di questa uniforme. Voglio morire con dignità e che tutti questi bastardi muoiano con me. Vi prego è la mia ultima volontà, conduca l’attacco aereo. Comunque, mi uccideranno.
Comandante: confermate la vostra richiesta.
Prokhorenko: sono qui fuori, è la fine, comandante, la ringrazio. Dite alla mia famiglia e al mio Paese che gli voglio bene. Ditegli che sono stato coraggioso e che ho lottato fino alla fine. La prego si prenda cura della mia famiglia; vendicatemi, addio comandante, dite alla mia famiglia che le voglio bene.
Comandante: nessuna risposta, ordinato l’attacco aereo.1459246450-375fc7981c999742554f6ac19a1be3f0Aleksandr Prokhorenko, che per fortuna sua e mia, non sarà mai ricordato e commemorato dalla sinistraglia taqfiro-sionista che invece celebra una piccola spia e i suoi amici terroristi.

Nel 2013, in Egitto gli amici islamisti della sinistra italiana venivano cacciati dal potere, sventando il piano atlantista-islamista per distruggere gli Stati nazionali arabi e sostituirli con califfati wahhabiti retti dalle locali borghesie compradore alleate della NATO.

Nel 2013, in Egitto gli amici islamisti della sinistra italiana venivano cacciati dal potere, sventando il piano atlantista-islamista per distruggere gli Stati nazionali arabi e sostituirli con califfati wahhabiti retti dalle locali borghesie compradore alleate della NATO.

Il Generale nominato a capo dell’US Central Command si oppone alla No-Fly Zone in Siria

Matthew Cox Military 9 marzo 2016

Il Generale Joseph Votel e il Tenente-Generale Raymond Thomas III

Il Generale Joseph Votel e il Tenente-Generale Raymond Thomas III

Il Generale Joseph Votel, nominato a capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, aveva detto ai legislatori che non sostiene l’istituzione della no-fly zone per proteggere i profughi siriani. Votel, comandante uscente dell’US Special Operations Command, testimoniava il 9 marzo in un’udienza di conferma alla Commissione Forze Armate del Senato degli USA. Anche il Tenente-Generale Raymond Thomas testimoniava all’udienza per la nomina a prossimo comandante del SOCOM. Il senatore John McCain, repubblicano dell’Arizona e presidente della commissione, chiese a Votel se sostenesse che l’US Air Force protegga i rifugiati siriani in fuga dal Paese devastato dalla guerra.
Lei crede che dovremmo avere una no-fly zone in modo che i rifugiati abbiano dove andare oltre l’ Europa dove in sostanza vengono ghettizzati mentre parliamo?” chiese il senatore. McCain è un vecchio sostenitore della no-fly zone su parte della Siria.
Votel, che chiese la possibilità di spiegarsi, aveva risposto, “Signor Presidente, a malincuore la mia risposta è no. Prima di tutto, condivido la vostra preoccupazione e la preoccupazione della commissione per il disastro umanitario sul posto. Detto questo, avendo visto le opzioni possibili, devo dare uno sguardo completo per valutare le garanzie che si raggiungano le condizioni veramente desiderare e se confermate m’impegno a farlo“.
McCain chiese: “Qual è il suo problema con la no-fly zone?
Signor Presidente, non ho problemi con la no-fly zone“, rispose Votel.
McCain continuava, “pensa che le cose vadano bene negli ultimi quattro anni, soprattutto per sui rifugiati?
Votel: “No Signor Presidente, non credo che vadano bene“.
McCain, “Quindi non pensa che potrebbe essere un’idea dare a un luogo a questi profughi, oltre ad impilarli in posti come la Grecia e altri. Non pensa che potrebbe essere bello poter dire a un siriano, ‘può andare da qualche parte e non essere bombardato dalle bombe-barile?’
Votel, “lo vorrei Signor Presidente“.
E pensa che gli Stati Uniti d’America possano creare e far rispettare una no-fly zone?” chiese McCain.
Credo che possiamo“, rispose Votel.
McCain non fece altre domande e Votel non cambiò la risposta originale sul non sostenere la no-fly zone. Il senatore chiariva nella dichiarazione di apertura che “la nostra nazione ha disperato bisogno di una leadership strategica netta. Dobbiamo avere il coraggio di dire la verità al potere, e di chiedere risorse e autorità di cui avete bisogno, non solo ciò che si pensa l’amministrazione permetta. Lo dovete promettere a questa commissione“, diceva McCain.
Diversi legislatori chiesero se Votel sostiene la rivalutazione del piano per ridurre le forze degli USA in Afghanistan da 9800 a 5500 dal 1° gennaio, data la maggiore attività dei taliban. Votel conveniva che tale riesame sia necessario e sosteneva una strategia del “ritiro condizionato”.
I legislatori recentemente avevano espresso preoccupazione per il numero significativo di militanti affiliati allo Stato Islamico dell’Iraq e Levante, o SIIL, diffusisi in Paesi del Nord Africa come la Libia. McCain chiese a Thomas se supporta l’invio di forze speciali in quelle aree. “Mi sembra che ciò necessiti di una maggiore presenza di forze speciali sul terreno, soprattutto in un Paese come la Libia“, aveva detto il senatore. Thomas ne convenne.
Signor Presidente, sono d’accordo con la vostra valutazione che quella particolare parte di spazio non governato richieda potenzialmente la soluzione unica delle operazioni speciali e cerchiamo di dare queste opzioni alla catena di comando“, aveva detto Thomas. McCain chiese come le forze speciali verebbero utilizzate in tale operazione.
Signor Presidente, credo che alla fine non potremo, a meno che non ci sia qualche riforma del governo locale“, rispose Thomas. “E’ assolutamente non governato, oggi, anche se vi è un notevole progresso delle iniziative diplomatiche, quindi penso che il ruolo primario… del nostro approccio con le operazioni speciali sarebbe identificare le organizzazioni con cui possiamo collaborare, potendo fornire l’apparato di sicurezza affiliato al futuro governo della Libia“.
Ma vi sono gruppi organizzati con cui si potrebbero compiere operazioni in Libia?” chiese McCain.
Sì Presidente. Abbiamo già individuato alcune organizzazioni con cui speriamo di lavorare in futuro“, aveva detto Thomas.
I membri del Comitato apparvero molto favorevoli alle candidature, ma non vi fu alcuna discussione di quando il comitato possa votare la conferma di Votel e Thomas ai nuovi incarichi.

Il Generale Votel

Il Generale Votel

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia, Egitto e altre operazioni nel Mediterraneo

Alessandro Lattanzio, 9/3/2016

Il Generale iraniano Qasim Sulaymani e Ahmad Badradin Hasun, Gran Mufti della Siria

Il Generale iraniano Qasim Sulaymani e Ahmad Badradin Hasun, Gran Mufti della Siria

Secondo Muhamad Sadiq Qarazi, stretto collaboratore dell’ex-presidente iraniano, Kerry avrebbe detto a numerosi ministri arabi che “tutto il mondo arabo è nelle mani di Qasim Sulaymani“. Nell’intervista alla TV iraniana Qarazi ha detto che il ministro degli Esteri dell’Oman, Yusuf bin Alawi, aveva riferito che durante l’incontro tra Kerry e i ministri degli Esteri di Egitto, Emirati Arabi Uniti e Giordania, avrebbero criticato l’atteggiamento statunitense verso l’Iran. Sadiq Qarazi aveva riferito: “Quando il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti Abdullah bin Zayad contestò la controparte statunitense, Kerry afferrò un fazzoletto e rivolto ai ministri arabi disse “Tutto il mondo arabo è nelle mani del Generale Qasim Sulaymani che combatte il terrorismo. L’attacco dell’11 settembre fu condotto da elementi provenienti da Arabia Saudita, Pakistan e altri Paesi arabi, non abbiamo trovato alcun iraniano tra gli attentatori di quell’attacco terroristico“.libya_oil_gas_fields_weo_2005Confusione strategica in Libia
Lo Stato islamico in Libia, presente a Sirte, Sabratha al confine con la Tunisia, e presso Derna dalla seconda metà del 2015, quando lo SI iniziava a tentare di occupare o distruggere le stazioni petrolifere di Mabruq, Dahra, Ghani e Bahi, allo scopo “di danneggiare l’ancora di salvezza economica del Paese per indebolire lo Stato e così i Paesi europei fortemente dipendenti dal petrolio libico”. Lo Stato islamico si diffondeva in Libia, occupando Sirte e assorbendo Ansar al-Sharia, filiale di al-Qaida, controllando 125 km di coste libiche, combattendo a Bengasi e Derna e cercando di occupare Aghedabia, snodo dei collegamenti tra i porti e i giacimenti di gas e petrolio. Lo Stato islamico aveva circa 3000 combattenti in Libia. L’11 dicembre, il primo ministro francese Manuel Valls invocava sforzi internazionali per schiacciare lo SI che si estendeva sul Paese nordafricano, “Siamo in guerra. Abbiamo un nemico che dobbiamo combattere e schiacciare in Siria, Iraq e presto Libia”. A novembre, gli statunitensi avevano bombardato Derna, cercando di uccidere un capo dello SI.
115273-libyan-rebel-fighters-fire-a-grad-rocket-at-the-front-line-west-of-the Il 16 dicembre i parlamenti di Tripoli e Tobruq firmavano un accordo a Sqirat, in Marocco, sponsorizzato da ONU, Qatar, Turchia, Italia, Spagna, Marocco e Tunisia, per la formazione di un governo di unità nazionale, un Consiglio di Presidenza, una Camera dei Rappresentanti ed un Consiglio di Stato. A Roma, il 13 dicembre, si erano incontrati su questo tema i rappresentanti di Russia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Cina, Francia, Germania, Spagna, Algeria, Ciad, Marocco, Niger, Qatar, Tunisia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti. Ma su 156 parlamentari di Tobruq, solo 90 firmavano l’accordo, mentre dei 136 di Tripoli, espressione della fratellanza musulmana, poco più della metà, 69, l’approvava. I contrari erano appoggiati da Abdalhaqim Belhadj il capo del Gruppo Islamico Combattente Libico, dal Consiglio della Shura dei Mujahidin di Derna, e dalle milizie salafite filo-turche di Misurata; mentre Haftar, capo dell’esercito di Tobruq, definiva i negoziati “una perdita di tempo”, in ciò sostenuto da Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Secondo il cugino del defunto leader libico Muammar Gheddafi, Ahmad al-Dam Gaddafi, enormi quantità di gas Sarin furono sequestrate e inviate a Tripoli dai terroristi dello SI. Al-Dam aveva detto che i terroristi avevano già utilizzato il Sarin in Libia nel 2014, ma “ciò fu trascurato dalla comunità mondiale“. Il 14 dicembre un commando di 20 soldati degli Stati Uniti, in missione segreta in Libia, giungeva nella base aerea di Watiyah, ma si ritirava su pressione dei comandanti locali, avendogli negato il permesso di usare la base aerea. I 20 soldati erano sbarcati “in stato di prontezza al combattimento indossando giubbotti antiproiettile e armi avanzate“. Watiyah è vicina a Sabratha, la base più occidentale dello Stato Islamico in Libia. Nelle settimane precedenti, velivoli da ricognizione francesi e statunitensi avevano sorvolato Sabratha, Sirte, Bengasi e Derna. Una dichiarazione del Pentagono diceva: “Con il concorso di funzionari libici, militari statunitensi si erano recati in Libia il 14 dicembre per impegnarsi nel dialogo con i rappresentanti dell’Esercito Nazionale Libico. Mentre erano in Libia, i membri di una milizia locale hanno chiesto che il personale degli Stati Uniti se ne andasse. Nel tentativo di evitare il conflitto è partito senza incidenti“. Secondo un autore di Foreign Affairs, Joseph Micallef, “La Libia ha sempre un posto di rilievo nei piani d’espansione dello Stato islamico. Le prime tre province straniere dello Stato islamico sono tutte in Libia. Il 13 novembre 2014, Abu Baqr al-Baghdadi annunciava la creazione di tre nuovi wilayat o province dello Stato islamico, in Libia (Wilayat al-Barqah, Wilayat al-Tarabulus e Wilayat al-Fizan). I tre wilayat corrispondevano alle tre regioni storiche della Libia (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan). Nelle ultime settimane vi sono state indicazioni che la città libica di Sirte diverrebbe la nuova capitale dello Stato Islamico se Raqqa dovesse cadere in mano alle forze anti-SIIL“. Nel frattempo, la Francia aveva dispiegato 3500 soldati in una nuova base, a 45 km dal confine meridionale con la Libia. Secondo The Guardian, “funzionari occidentali si attivano per ottenere l’autorizzazione per attacchi aerei sulla Libia nei prossimi giorni, prima che lo Stato islamico catturi l’importante città di Aghedabia, porta di accesso alla ricchezza petrolifera del Paese. Aspri combattimenti infuriano in città, che si trova su un altopiano roccioso che domina i porti petroliferi orientali. La sua cattura darà allo SI il comando del bacino di Sirte, che ospita la maggior parte dei giacimenti petroliferi della Libia. Jet statunitensi, inglesi e francesi sono in stand-by per colpire dalle basi nel Mediterraneo, con droni e aerei da ricognizione già in volo. Forze speciali statunitensi sono nel deserto libico, con un’unità inavvertitamente fotografata nella base aerea occidentale di al-Watiyah, la scorsa settimana. … F-15 statunitensi avevano bombardato una riunione di al-Qaida ad Aghedabia, a luglio, partendo dalle basi in Italia. Tornado e Typhoon della RAF a Cipro, assegnati ai bombardamenti in Siria, possono essere rivolti a sud con rifornimenti in volo dalle aerocisterne. Aerei da ricognizione francesi sorvolano le basi dello SI e forze speciali degli Stati Uniti incrociano nella regione”. Gli Stati Uniti perseguivano gli sforzi per aumentare la presenza militare del Comando Africa (AFRICOM), con migliaia di truppe, la costruzione di basi e di piste aeree, operazioni di raccolta delle informazioni e la formazione di partnership con regimi locali.
Il 6 gennaio, un convoglio di 12 veicoli del SI tentava di occupare Ras Lanuf, venendo respinto dalle Guardie petrolifere, ma un deposito del terminal petrolifero di Sidra veniva distrutto da un’autobomba. Già il 4 gennaio, il SIIL aveva occupato Bin Jawad, 30km a ovest di Sirte, sulla strada dalla roccaforte di Sirte, da cui aveva organizzato gli attacchi ai porti petroliferi Sidra e Ras Lanuf, i più grandi della Libia, capaci di produrre 500000 barili di petrolio al giorno. La Libyan National Oil Company (NOC) aveva chiesto aiuto per affrontare lo Stato islamico, “siamo impotenti e non possiamo fare nulla contro la distruzione deliberata degli impianti petroliferi di Sidra e Ras Lanuf”. Sirte e 125 km di coste libiche erano controllate dallo SI. L’ONU chiedeva ai parlamenti di Tobruq e Tripoli di accettare l’accordo per condividere il potere, creando un governo di unità nazionale guidato dall’imprenditore Fayaz al-Saraj a Tripoli. Il Daily Mirror riferiva che team dello Special Reconnaissance Regiment delle SAS inglesi operavano in Libia preparando il terreno per l’invio di circa 1000 soldati inglesi, nell’ambito di un’operazione italo-anglo-francese, “Questa coalizione fornirà ampi mezzi di sorveglianza, per le operazioni contro lo Stato islamico che avanza ampiamente in Libia”. Sempre il 7 gennaio, lo Stato islamico compiva un attentato suicida contro un centro di addestramento della polizia di Zlitan, uccidendo 75 persone, il peggiore attentato dall’assassinio di Muammar Gheddafi nel 2011. Il 19 febbraio, 2 cacciabombardieri F-15E del 48.th Fighter Wing dell’US Air Force, decollati da Lakenheath nel Regno Unito, bombardavano la base dello Stato islamico nel quartiere Qasr Talil di Sabratha, uccidendo 49 persone. Il Ministro degli Esteri della Serbia dichiarava che l’attacco aveva ucciso Sladjana Stankovic e Jovica Stepic, impiegati dell’ambasciata serba rapiti l’8 novembre 2015 a Sabratha. “Purtroppo, in conseguenza di questo attacco allo Stato islamico in Libia, i due hanno perso la vita“.
EUCOM Image A gennaio l’Italia s’impegnava a consentire ai droni armati statunitensi di decollare dalla base di Sigonella per intervenire contro lo SI in Libia. Nei 18 mesi precedenti Washington aveva ripetutamente richiesto all’Italia di effettuare operazioni sulla Libia con droni armati da Sigonella. Il governo italiano dichiarava che parteciperà ad operazioni militari in Libia solo su richiesta del governo libico legittimo. Dalla base dell‘US Navy di Sigonella, la Naval Air Station Sigonella, decollavano gli UAV statunitensi Reaper che effettuavano i raid contro lo Stato islamico in Libia. La base di Sigonella ospita la 12.th Special Purpose Marine Air-Ground Task Force dei Marines, il cui compito è addestrare e istruire le forze armate dei Paesi africani partner degli USA nella ‘Guerra al terrore’. Sigonella ospita 2000 militari statunitensi, velivoli da pattugliamento marittimo P-3C Orion, velivoli da trasporto C-130 Hercules, convertiplani V-22 Osprey, 3 UAV Global Hawk e 6 UAV Reaper. Secondo il Military Technical Agreement del 2006, che regolarizza le attività di Sigonella, ogni operazione va autorizzata dalle autorità italiane. I Global Hawk, presenti a Sigonella dal settembre 2010, sono droni da ricognizione strategica a lungo raggio, con un’apertura alare di 40 metri e un peso di 15 tonnellate, che volano alla quota operativa di 18000 m e con autonomia di oltre 24 ore. I Global Hawk sono dotati del radar AN/ZPY-2 MP-RTIP (Multi-Platform Radar Technology Insertion Program), con capacità GMTI (Ground Moving Target Indicator), per inseguire bersagli terrestri, e capacità SAR (Sintetic Aperture Radar), cioè mappare il terreno sorvolato con una risoluzione di 1 metro. Il velivolo può essere equipaggiato per l’intelligence elettronica (COMINT ed ELINT). Il Reaper, di stanza a Sigonella dal 2012, ha un peso massimo al decollo di oltre 4,6 tonnellate, un’apertura alare di 20 metri, ed ha un’autonomia di 14 ore e vola alla quota operativa di 8000 m. Il Reaper può trasportare 1,7 t di armi come missili aria-superficie Hellfire, bombe laserguidate e bombe a guida satellitare. Il velivolo è dotato del radar Lynx, con capacità SAR e GMTI, e di una gondola di puntamento e designazione obbiettivi dotata di videocamera agli infrarossi, TV, telemetro ed illuminatore laser per guidare missili e bombe. Nel frattempo, forze speciali francesi arrivavano nella base aerea di Benina, ad est di Bengasi, per sostenere il generale Qalifa Balqasim Haftar e le operazioni dell’LNA. Un centro operativo comune veniva istituito tra le forze libiche del generale Haftar, sotto il comando del colonnello Salim al-Abdali, ed unità del Commandement des Opérations Spéciales (COS) del 1.er Régiment de Parachutistes d’Infanterie de Marine, e agenti della Direction du Renseignement Militaire (DRM), ovvero l’intelligence dello Stato Maggiore delle Forze Armate francesi, ed unità del Service Action (SA), reparto armato della Direction des Opérations (DO), componente della Direction Générale de la Sécurité Extérieure (DGSE), l’intelligence estera francese dipendente direttamente dal Presidente della Repubblica francese. Al ritorno dagli Emirati Arabi Uniti, Haftar annunciava il rafforzamento delle operazioni militari e l’occupazione di Aghedabia e del porto di al-Muraysah. L’offensiva di Haftar contro Ansar al-Sharia e Fajir al-Libya era stata possibile con il supporto logistico dell’Egitto, che inviava al generale armi e combattenti zintani trasportati via aerea dal jabal al-Nafusa. Nel Fizan, nel frattempo, operavano le squadre da ricognizione francesi della base avanzata Madama nel Niger, nell’ambito dell’operazione Barkhane. Madama opsita 300 legionari francesi del 2.me REP (Régiment Étranger de Parachutistes), del 3.me RPIMa (Régiment de Parachutistes d’Infanterie de Marine), e delle forze speciali del 13.me Régiment de Dragons Parachutistes, supportati da elicotteri, aerei da trasporto e unità di genieri. Dal 2015 l’Aeronautica Militare francese rifornisce le milizie di Zintan nel jabal al-Nafusa.
A Sabratha, il 27 febbraio, le forze della LNA eliminavano 11 terroristi del SIIL. Mentre Ali Ramadan Abuzaquq, ministro degli Esteri del governo islamista di Tripoli, affermava che il suo governo sarebbe stato contento se l’Italia avesse guidato l’intervento in Libia, la Gran Bretagna inviava in Tunisia una squadra di 20 istruttori della 4.ta Brigata di fanteria. Il governo islamista di Tripoli contava sull’appoggio della coalizione Fajir al-Libya e dell’Unione dei Rivoluzionari di Misurata di Salahudin Badi, ex-comandante dell’intelligence militare libica e fratello musulmano.
L’Unione dei Rivoluzionari di Misurata avrebbe avuto a disposizione 40000 effettivi dotati di una cinquantina di carri armati T-55, qualche centinaio di blindati BMP e BTR, lanciarazzi multipli BM-21 Grad, sistemi controcarro, un migliaio di pickup armati con armi antiaeree da 14,5mm e 23mm, cannoni senza rinculo M40 da 106mm e cannoncini antiaerei M55A4B1 da 20mm.
Fajir al-Libiya avrebbe avuto a disposizione 20000 uomini effettivi, mortai, obici, lanciarazzi da 107mm e da 122mm, oltre 1000 pickup armati.
A Tripoli erano attive altre tre milizie: il Consiglio Militare di Tripoli di Abdalhaqim Balhaj, ex-capo del Gruppo Combattente Islamico libico ed agente del Qatar, che avrebbe avuto a disposizione 10000 miliziani che controllavano l’aeroporto Mitiga e l’aeroporto internazionale di Tripoli; la milizia berbera del Congresso Generale Nazionale di Nuri Abusahmain; la LROR (Sala Operativa dei Rivoluzionari della Libia), composta da 2000 miliziani dotati di una cinquantina di blindati Nimr-II e qualche carro armato T-55; la RADA o Forza di Deterrenza Speciale salafita. In Cirenaica era attiva la Brigata Martiri del 17 Febbraio, milizia della Fratellanza musulmana formata da 5000 elementi. Nel Fizan, il governo di Tripoli contava sulle milizie tuareg.
Il governo di Tobruq contava sull’Esercito Nazionale Libico del generale Qalifa Haftar, formato da 30000 effettivi dotati di arri armati T-55, T-62 e T-72, 300 blindati BMP-1, 50 BTR-60PB, 20 M113, 100 Nimr-II, 300 BRDM-2, 200 Humvee e i blindati Puma forniti dall’Italia, una ventina di veicoli M53/59 Praga dotati di cannoni antiaerei da 30mm, il tutto supportato da un’aviazione formata da 8 caccia MiG-21, 4 caccia MiG-23, 2 cacciabombardieri Su-24 e una decina di elicotteri d’attacco Mi-24 e d’assalto Mi-8 schierati nelle basi aeree di Benina (Bengasi), Labraq, Martubah (Derna) ed al-Nasir (Tobruq). La Marina militare di Tobruq doveva disporre della motomissilistica Shafaq, della corvetta Tariq Ibn Ziyad e di un dragamine. Principale alleato di Haftar era il Consiglio Militare dei Rivoluzionari di al-Zintan, composto da 23 milizie di Zintan e jabal Nafusa, in Tripolitania, che riunivano 30000 effettivi dorati di centinaia di tecniche, cannoncini antiaerei, mortai, pezzi di artiglieria e lanciarazzi. Inoltre vi erano le 20000 Guardie petrolifere di Ibrahim Jadran che sorvegliano gli impianti petroliferi della Cirenaica. Altri alleati di Tobruq erano le milizie Warfala e Warshafana di Bani Walid e di Sirte, e le milizie tebu del Fizan.
Infine vi erano Ansar al-Sharia, aderente ad al-Qaida nel Maghreb Islamico formata da 5000 elementi, tra Bengasi e Derna, dotati di tecniche, 30 cannoni D30 da 122mm e 50 lanciarazzi BM-21 Grad. Alleata di Ansar al-Sharia era la liwa Umar al-Muqtar composta da circa 250 miliziani guidati da Ziyad Balam, attiva a Derna, Aghedabia e Bengasi. Infine lo Stato islamico che disponeva di basi ad Hun, tra Sirte e Sabha, e di 8000 effettivi dotati di pickup armati.
Il 2 marzo, nello scontro tra Stato Islamico e Fajir al-Libya venivano uccisi 2 tecnici italiani rapiti a Sabratha, Salvatore Failla e Fausto Piano. La vedova di Failla, Rosalba Castro, dichiarava “Salvo mi mandò un messaggio su whatsApp il 20 luglio, appena arrivato in Libia dopo essere stato in Sicilia: ‘Non sono ancora arrivato al cantiere, ti chiamo più tardi’, mi scrisse. Tante volte mi sono interrogata su quello strano spostamento, da Tripoli al campo base, fatto di sera e non di mattina presto come al solito. Io sono convinta che, in tutti questi mesi, mia marito sia rimasto a Sabratha. E lì era, ne sono certa, quando il 19 febbraio i droni americani hanno buttato le bombe”.libya-Kadir-AksoyRidislocamento geopolitico nel Mediterraneo
Mentre si svolgevano i negoziati tra Rosoboronexport (azienda per l’esportazione della Difesa russa) e governo egiziano per dotare di sistemi di comunicazione e controllo le portaelicotteri Mistral vendute all’Egitto, Cairo continuava a rinnovare la geopolitica egiziana. Secondo l’analista egiziano Samir Ayman, il governo del Generale al-Sisi apriva contatti con Hezbollah e l’Iran per sviluppare un coordinamento sulla sicurezza in relazione alla crisi in Siria. “L’obiettivo della visita si concentrava sulla creazione di stretti rapporti tra Egitto ed Hezbollah in linea con gli interessi comuni. Data la potenza ed efficienza nella regione araba e il sostegno al governo siriano contro l’aggressione straniera, il governo egiziano ora tenta di aprire un canale di comunicazione con Hezbollah e Iran“, affermava Samir concludendo che Egitto ed Hezbollah affrontavano il ruolo negativo di Riyadh e Ankara nella crisi in Siria. Questo avveniva nel quadro regionale che vedeva anche il sequestro della nave battente bandiera del Togo Kuki Boy carica di armi destinate al Libano. La nave da carico trasportava 6 container con migliaia di armi, munizioni ed esplosivi, veniva sequestrata dalle autorità greche al largo di Creta, il 28 febbraio, dopo aver salpato dal porto turco di Izmir alla volta del Libano. In due casi precedenti la polizia aveva confiscato fucili Winchester SXP: nel settembre 2015, quando i greci sequestrarono la nave da carico Haddad 1 che ha trasportava 5000 fucili per gli islamisti in Libia, e nel novembre 2015, quando la polizia italiana scovò 800 fucili dello stesso tipo su un autocarro olandese proveniente dalla Turchia. Difatti, i libanesi alcuni mesi prima avevano arrestato un principe saudita che trasportava 2 tonnellate di Captagon sul suo aereo privato. Il Captagon è la droga utilizzata dai terroristi attivi in Siria. I sauditi reagivano ritirando i 3 miliardi di dollari di prestiti promessi ai militari libanesi per acquistare armi dalla Francia. E una settimana prima del sequestro, gli Stati del Golfo Persico avevano avvertito i propri cittadini di lasciare il Libano. L’Arabia Saudita agendo in tal modo, cercava di vendicarsi del Libano che non l’aveva seguita nella condanna di Hezbollah. Sui 3 miliardi di dollari promessi all’esercito libanese, con cui comprare armi francesi, il 5 marzo il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr affermava “Non abbiamo rotto il contratto. Sarà attuato ma il cliente sarà l’esercito saudita. Abbiamo deciso che i 3 miliardi di euro (in equipaggiamenti) non saranno consegnati all’esercito libanese ma saranno reindirizzati all’esercito saudita. Siamo di fronte ad una situazione in cui le decisioni vengono dettate da Hezbollah libanese. Le armi andranno all’Arabia Saudita, e non ad Hezbollah“.
French President Francois Hollande offers condoleances to Saudi King Salman following the death of Saudi King Abdullah in Riyadh La nave da carico del Togo, probabilmente, rientrava in un’operazione saudita-turca per scatenare una nuova guerra civile libanese, possibilmente presso Tripoli, aprendo un nuovo fronte contro l’Asse della Resistenza. Inoltre, l’Arabia Saudita avrebbe cercato di costituire una milizia settaria sunnita in Libano reclutando profughi siriani. Probabilmente una copertura per giustificare la comparsa di forze taqfirite da infiltrare ed attivare agli ordini dei sauditi in Libano. In precedenza, il segretario di Stato degli USA John Kerry, in una testimonianza alla Commissione Affari Esteri, aveva accennato a un “piano B” per la Siria, un’“opzione militare per rendere difficile a Damasco ed alleati continuare l’assalto contro i ribelli sostenuti dagli Stati Uniti”. Kerry, rispondendo al commento del presidente della Commissione Bob Corker che i russi avevano “realizzato i loro obiettivi” in Siria, sostenne che i russi e il governo siriano avrebbero avuto il controllo di Aleppo ma che, “controllarne il territorio è sempre stato difficile“, e che i russi non potevano impedire all’opposizione di avere le armi necessarie per continuare la guerra, finché Stati Uniti ed alleati li sostengono. E intanto il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr e il capo dell’intelligence saudita Qalid al-Hamidan, compivano una visita segreta in Israele per discutere di azioni congiunte israelo-saudite contro Iran, Siria e Libano, incontrandosi con i funzionari del Mossad e il primo ministro Biniyamin Netanhayu. In precedenza funzionari israeliani avevano visitato la capitale saudita Riyadh. Già nel 2015 si erano svolti cinque incontri israelo-sauditi in India, Italia e Repubblica Ceca.
Concludendo, i 6 Stati (Arabia Saudita, Bahrayn, Quwayt, Oman, Qatar, Emirati Arabi Uniti) del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG) definivano il movimento di Resistenza libanese Hezbollah un’organizzazione “terroristica”. Ciò perché Hezbollah è al fianco del governo del Presidente Bashar al-Assad contro i terroristi taqfiriti (SIIL, al-Qaida, ecc). L’Algeria si rifiutava di seguire le petromonarchie wahhabite, durante la riunione del 2 marzo 2016 a Tunisi dei ministri degli Interni arabi, dove Libano e Iraq si astenevano dal definire Hezbollah organizzazione terroristica. Il Ministero degli Interni algerino avvertiva che “qualsiasi distorsione della posizione algerina sarà considerata dall’Algeria come azione volta a scatenare dei conflitti regionali”, mentre il portavoce del Ministero degli Esteri Abdalaziz Ben Ali Sharif affermava che qualsiasi decisione su Hezbollah deve venire dai libanesi stessi, “L’Algeria per cui la non interferenza negli affari interni di altri Paesi è uno dei principi guida della politica Estera, vieta qualsiasi interferenza in questa materia e si rifiuta di parlare al posto dei libanesi nel caso che li riguarda in modo esclusivo“. Hezbollah è “un movimento politico e militare parte del paesaggio sociale e politico del Libano e partecipa agli equilibri fragili pazientemente e faticosamente negoziati in quel Paese, nel quadro degli accordi di Taif, a cui aveva partecipato“. E il 7 marzo arrivava la risposta alla dichirazione algerina; lo SIIL attaccava la città di Ben Gardan, in Tunisia, al confine con la Libia, dove 35 terroristi, 7 civili e 11 poliziotti rimanevano uccisi. “Questo è un attacco senza precedenti, pianificato e organizzato. Il suo obiettivo era probabilmente prendere il controllo di questa zona e annunciare un nuovo emirato“, dichiarava il presidente tunisino Baji Qaid al-Sabsi. “L’attacco è stato un tentativo dei terroristi dello SIIL di ritagliarsi una roccaforte al confine“, dichiarava il primo ministro Hasid al-Sid. E le forze armate algerine aumentavano l’allerta a seguito dell’attacco a Ben Gardan. Secondo il quotidiano al-Qabar il presidente algerino Abdalaziz Butafliqa ordinava al comando dell’esercito di adottare misure per garantire la sicurezza dei confini algerini ed eliminare le minacce alla sicurezza nazionale, dopo che i servizi di sicurezza algerini avevano avuto informazioni su possibili attacchi terroristici da Libia e Mali.
Attaque-de-Ben-Guerdane Nel frattempo, i Paesi europei, davanti all’evolversi della situazione in Siria, decidevano di cambiare atteggiamento. Negli ultimi quattro mesi varie delegazioni dei servizi segreti di diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, avrebbero segretamente visitato la Siria, per cercare un rapporto di collaborazione con i servizi di sicurezza e il Ministero degli Interni della Siria nella lotta al terrorismo, ottenendo dati sui terroristi europei presenti in Siria e i terroristi siriani che potrebbero infiltrarsi con i rifugiati in Europa. La delegazione unitaria dei servizi segreti italiani e svedesi, che aveva segretamente visitato Damasco, chiese ai funzionari siriani i fascicoli giudiziari di tutti i cittadini siriani giunti in Italia, Svezia e Norvegia fin dal 2011. Il servizio d’intelligence tedesco invece non aveva mai rotto i rapporti con i servizi segreti siriani e mostrava interesse per il traffico di petrolio dello SIIL. Anche il Canada, primo Paese non europeo, ha voluto instaurare una cooperazione sulla sicurezza con il governo siriano per combattere i terroristi che cercassero di entrare nel territorio canadese camuffati da rifugiati siriani. Il governo siriano dava priorità alla cooperazione con i servizi segreti tedeschi, mentre alle richieste di Italia, Svezia e Canada non dava una risposta. Riguardo la Francia, il Paese europeo più ostile alla Siria, Damasco ha posto chiare condizioni per stabilire una cooperazione. Una delegazione del servizio d’intelligence francese aveva visitato Damasco per migliorare le relazioni sulla sicurezza, ma la risposta della Siria era che tale cooperazione deve avvenire attraverso canali diplomatici presso l’ambasciata francese a Damasco, ancora chiusa, o un’ambasciata che rappresenti gli interessi della Francia in Siria. Così, la Siria chiariva che senza il riconoscimento politico non sarà possibile stabilire alcuna collaborazione. Quindi non era un caso che il 2 marzo, le autorità turche vietassero all’elicottero con a bordo la ministro della Difesa della Germania, Ursula von der Leyen, di atterrare nell’aeroporto di Mitilene sull’isola greca di Lesbo. Von der Leyen aveva intenzione di visitare l’isola il 6 marzo per valutare la situazione dei rifugiati, e poi, tramite l’elicottero della NATO, volare verso la nave tedesca Bonn dispiegata nel Mare Egeo. In precedenza, a un aereo privato fu negato il sorvolo della Repubblica di Turchia con a bordo il Primo Ministro greco Alexis Tsipras, che viaggiava verso l’Iran.tunisie-cinq-terroristes-tues-dans-des-affrontements-pres-de-la-frontiere-libyenne-6283Note
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Fratellanza musulmana e trame di USA, Qatar e Turchia contro Egitto e Siria: dal Kosovo allo SIIL

Boutros Hussein, Noriko Watanabe e Lee Jay Walker, Modern Tokyo TimesBrotherhood_InfiltrationIl presidente Obama avviò la sovversione dell’Egitto condividendo i piani della Fratellanza musulmana per controllare il panorama politico della regione. I piani islamici di Washington fecero sì che una comune visione politica islamista emergesse tra USA, Qatar, Turchia e Fratellanza musulmana. Naturalmente, il piano che vedeva Washington e Fratelli musulmani alleati si basava sul controllo dell’area che comprende Egitto, Libia, Siria e Tunisia. La Turchia di Erdogan avrebbe rafforzato tale sogno che, a sua volta, ne avrebbe tratto grandi vantaggi con i petrodollari del Golfo del Qatar. Tuttavia, i poteri dominanti in Siria col Presidente Bashar al-Assad, e l’emergere del Presidente Abdalfatah al-Sisi in Egitto, sconvolsero la prevista impresa dei Fratelli musulmani. Il grande piano era un’idea delle élite politiche di Ankara, Doha e Washington di Obama. Come al solito, il Regno Unito avrebbe utilizzato, ad esempio, il collegamento tunisino dei Fratelli musulmani, collegando le varie basi di potere dei Fratelli musulmani nella regione. Pertanto, l’amministrazione Obama si fissò a collaborare strettamente con l’Islam politico. In effetti, si potrebbe affermare che l’amministrazione Obama semplicemente andasse avanti rispetto alle passate amministrazioni. Dopo tutto, l’intromissione di USA e altre nazioni in Afghanistan, Iraq e Libia hanno sempre fatto avanzare sharia islamica e islamizzazione totale delle società. Gli stessi USA sostennero il dominio della sharia nei primi anni ’80 in Sudan, dove i neri africani non musulmani divennero dhimmi. L’influenza dei Fratelli musulmani nell’amministrazione Obama fu evidenziata all’inizio del 2013 dal Programma Investigativo sul Terrorismo che riferiva: “La notizia del 22 dicembre pubblicata sulla rivista Rose al-Yusif in Egitto e tradotta in inglese dal Programma Investigativo sul Terrorismo (IPT) che suggeriva i sei che fecero passare la Casa Bianca “da una posizione ostile a gruppi e organizzazioni islamiche nel mondo a più grande e più importante sostenitrice della Fratellanza musulmana“. L’articolo continuava affermando: “Le sei persone nominate sono: Arif Alikhan, assistente per lo sviluppo delle politiche del segretario della Sicurezza in Patria; Mohammed Elibiary, membro del Consiglio consultivo per la sicurezza interna; Rashad Hussain, inviato speciale degli Stati Uniti presso l’Organizzazione della Conferenza islamica; Salam al-Marayati, co-fondatore del Muslim Public Affairs Council (MPAC); Imam Mohamed Magid, presidente della Società Islamica del Nord America (ISNA), ed Eboo Patel, membro del Consiglio consultivo del presidente Obama sui partenariati di quartiere basati sulla fede“. In effetti, gli attuali intrighi di USA e Fratellanza musulmana contro l’Egitto sono dovuti alla delegazione della Fratellanza musulmana inviata nei corridoi del potere a Washington. Ancora una volta IPT riporta “La delegazione ha cercato aiuto per restaurare al potere l’ex-presidente Muhamad Mursi e i Fratelli musulmani in Egitto. Parlamentari, ministri e giudici dell’era Mursi formavano il Consiglio rivoluzionario egiziano ad Istanbul, in Turchia, lo scorso agosto, con l’obiettivo di rovesciare il governo militare egiziano. Ha sede a Ginevra, Svizzera“. Il Programma Investigativo sul Terrorismo riferiva che la delegazione comprendeva “Abdul Magid Dardery, membro dei Fratelli Musulmani in esilio e parlamentare egiziano; e Muhamad Gamal Hashmat, membro del Consiglio della Shura dei Fratelli Musulmani e parlamentare egiziano in esilio“. Pertanto, anche dopo che i sostenitori dei Fratelli musulmani e altri islamisti furono coinvolti negli attacchi ai cristiani copti e nell’incendio di chiese, tale organizzazione viene ancora accolta dall’amministrazione Obama. Inoltre, i capi politici degli USA sono pienamente consapevoli che i Fratelli musulmani operano di nascosto con varie organizzazioni islamiste coinvolte nel terrorismo nel Sinai e in Egitto. Questo vale per musulmani simpatizzanti e sostenitori della Fratellanza in Egitto e per lo stretto rapporto con Hamas, per cui i militanti utilizzano Gaza per destabilizzare il Sinai. Allo stesso modo, in Libia Fratelli musulmani, SIIL e vari gruppi islamisti cercano di usurpare il sistema politico e pugnalare al cuore l’Egitto. Allo stesso modo, proprio come i sostenitori dei Fratelli musulmani hanno attaccato chiese e cristiani in Egitto, ora il SIIL decapita e e massacra copti egiziani in Libia.919859Concentrandosi sui Balcani poi, nonostante tutta la propaganda, di fatto tre guerre si sono prodotte in Europa tra cristiani ortodossi e musulmani, in Bosnia, Cipro e Kosovo, dove Ankara e Washington hanno condiviso interessi simili. Tale realtà ha fatto sì che la Turchia musulmana inglobasse parte di Cipro. Allo stesso modo, il Kosovo fu tolto alla Serbia, nonostante sia la Gerusalemme di questa nazione. Pertanto, con l’amministrazione Obama che favorisce gli anticristiani Fratelli musulmani in Egitto, è chiaro che non cambia nulla perché l’islamizzazione su entrambi i lati del Mediterraneo riassume la politica di Washington. In altre parole, lo SIIL uccide cristiani, sciiti e shabaq rapidamente. Mentre la scristianizzazione di Cipro del Nord e del Kosovo segue i piani di Ankara e Washington. Nel frattempo, nella Siria odierna l’Islam indigeno e il Cristianesimo sono ugualmente minacciati dalle barbariche forze taqfirite supportate dalle potenze del Golfo e della NATO. Tuttavia, a differenza di Ankara e Washington nei Balcani, l’unico aspetto importante della destabilizzazione di Egitto, Libia e Siria è che le potenze del Golfo e della NATO sono estremamente confuse. Dopo tutto, i soliti avvoltoi di NATO e Golfo hanno piani geopolitici e religiosi diversi. Data tale realtà, la Libia è divisa internamente da potenze estere che ora sostengono due poteri differenti in questo Stato fallito. Nello stesso modo, le trame estere contro la Siria evidenziano tali divisioni geopolitiche e religiose, perché i vari gruppi terroristici islamici settari vengono supportati in base ad obiettivi diversi. L’unico fattore vincolante che collega potenze del Golfo e della NATO è che non hanno remore a creare Stati falliti, a prescindere se si tratti di Afghanistan, Libia o Iraq. Non a caso, il governo siriano si rifiuta di consegnare la nazione a Paesi esteri che supportano caos e destabilizzazione. Allo stesso modo, l’emergere di al-Sisi sulla scena politica in Egitto indica anche il rifiuto di consegnare la sovranità di questa nazione ai soliti attori. Sembra che nei Balcani Stati Uniti e Turchia potessero facilmente spartirsi le nazioni cristiane ortodosse perché Cipro e Serbia hanno sistemi politici tipici. Allo stesso modo, la potenza militare statunitense è pensata per combattere eserciti meccanizzati e distruggere le infrastrutture delle nazioni. Questo può essere visto dal bombardamento della Serbia da parte della NATO sotto la guida di Washington e Londra. Allo stesso modo, le forze armate e le istituzioni statali irachene furono presto aggredite da USA e alleati. Tuttavia, gli USA non sanno affrontare le insurrezioni che combattono. Pertanto, le politiche d’islamizzazione dei Balcani di USA e Turchia hanno prodotto come risultato in Kosovo e a Cipro la ghettizzazione della cristianità ortodossa e la cancellazione della cultura locale. Eppure in Iraq, Libia, Egitto e Siria vi sono varie nazioni regionali e potenze della NATO (la Turchia è una potenza regionale della NATO) dagli obiettivi diversi. Tale realtà ostacola il sogno dei Fratelli musulmani di USA, Qatar e Turchia, com’è chiaramente visibile dalla tenacia della Siria e dalla crescente centralizzazione dell’Egitto di al-Sisi. Pertanto, mentre USA, Qatar, Arabia Saudita e Turchia non hanno avuto scrupoli a destabilizzare Libia e Siria, gli interessi in conflitto di tante nazioni consentivano la contro-rivoluzione. Questa controrivoluzione appare in Egitto e nella Siria in lotta per l’indipendenza, perché le attuali élite politiche di entrambe le nazioni sanno che diverranno Stati falliti e sottomessi se fallissero.
E’ evidente che lo SIIL è emerso con forza in Iraq dopo che Obama ha ritirato le forze armate statunitensi. Allo stesso modo, la destabilizzazione della Siria ha permesso a SIIL, al-Nusra e varie altre forze settarie e taqfirite d’emergere. Anche se questo è avvenuto, la Fratellanza musulmana siriana è diventata il volenteroso strumento del piano di sensibilizzazione dell’amministrazione Obama, ricevendone una spinta dagli intrighi simili concepiti da Qatar e Turchia. Tuttavia, mentre Arabia Saudita ed altri attori del Golfo destabilizzano la Siria; le stesse nazioni del Golfo si distinguono da USA, Qatar e Turchia perché non vogliono vedere i Fratelli musulmani andare al potere in Egitto e Giordania. La recente crisi in Libia evidenzia l’Egitto reprimere le forze terroristiche e taqfirite che cercano di fare di questa nazione il pugnale al cuore delle nazioni regionali, spingendo i militari egiziani ad attaccare le basi dello SIIL in Libia dopo i brutali omicidi di cristiani copti egiziani. Tuttavia, mentre l’Egitto vuole che la comunità internazionale sostenga le fazioni non islamiche della Libia e attacchi i vari gruppi terroristici, è evidente come ciò sia accolto dal silenzio di USA, Qatar e Turchia. Pertanto, mentre Washington continua a parlare con elementi filo-Fratellanza musulmana e a distanziarsi dalla crisi in Libia, gli intrighi contro l’Egitto appaiono in corso. Allo stesso tempo, USA, Qatar e Turchia manovrano un’altra nuova forza terroristica e settaria addestrata e armata contro la Siria, nonostante le minoranze si trovino ad affrontare la persecuzione sistematica se un movimento islamista rovesciasse l’attuale governo della Siria. In altre parole, Ankara, Doha e Washington cercano di usurpare Medio Oriente e Nord Africa proprio come fecero nei Balcani, al fine di plasmare la regione in base alle loro ambizioni geopolitiche. Pertanto, per raggiungere tale obiettivo, queste tre nazioni favoriscono la Fratellanza musulmana. L’Islam locale, proprio come il Cristianesimo Ortodosso a Cipro del Nord e Kosovo, non ha valore per USA, Qatar e Turchia quando si tratta di preoccupazioni geopolitiche. Tale realtà significa che queste tre nazioni cercano di utilizzare l’Islam politico sfruttando le ambizioni dei Fratelli musulmani in Nord Africa e Levante. Egitto e Siria, pertanto, sono in prima linea nel preservare l’indipendenza del Medio Oriente. Inoltre, conoscendo completamente i legami dello SIIL con Qatar e Turchia, la paura dell’Egitto è che nazioni estere manipolino le forze taqfirite proprio come esse, ed altre, fecero contro la Siria.RTX123WJ-1024x620Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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