Come gli Stati Uniti inondarono il mondo di Psyops

Robert Parry Consortium News 25 marzo 2017

Reagan con Rupert Murdoch, Charles Wick, Roy Cohn e Thomas Bolan

Documenti appena declassificati della biblioteca presidenziale di Reagan spiegano come il governo degli Stati Uniti abbia sviluppato sofisticate capacità per operazioni psicologiche che, negli ultimi tre decenni, hanno creato una realtà alternativa sia per le popolazioni dei Paesi presi di mira che per i cittadini statunitensi, una struttura che ha espanso l’influenza degli Stati Uniti all’estero e silenziato il dissenso interno. Walter Raymond Jr., specialista in propaganda e disinformazione della CIA, curò la “gestione della percezione” del presidente Reagan e i piani PSYOPS presso il Consiglio di Sicurezza Nazionale. I documenti rivelano la formazione di una burocrazia PSYOPS sotto la direzione di Walter Raymond Jr., specialista di operazioni segrete della CIA assegnato al personale del Consiglio di Sicurezza Nazionale del presidente Reagan, per aumentare l’importanza di propaganda e PSYOPS nel minare gli avversari degli Stati Uniti nel mondo e assicurare il sostegno pubblico alla politica estera e interna degli Stati Uniti. Raymond, paragonato a un personaggio di un romanzo di John LeCarré che passa facilmente inosservato, passò i suoi anni alla Casa Bianca di Reagan come oscuro burattinaio che fece del suo meglio per evitare l’attenzione del pubblico e, a quanto pare, neanche facendosi una foto. Delle decine di migliaia di fotografie di incontri alla Casa Bianca di Reagan, ne ho trovato solo una coppia mostrare Raymond seduto in gruppo e parzialmente nascosto da altri funzionari. Ma Raymond sembra aver capito la propria vera importanza. Nei dossier del NSC ho trovato lo scarabocchio di un organigramma con Raymond in alto tenere ciò che appaiono le fila utilizzate dai burattinai per controllare le marionette. Anche se è impossibile sapere esattamente ciò che tale Doodler avesse in mente, il disegno ritrae la realtà di un Raymond che dietro le tende operative controllava varie task force inter-agenzia responsabili della propaganda e della strategia PSYOPS.
Fino al 1980, PSYOPS era normalmente considerata una tecnica militare per minare la volontà del nemico diffondendo menzogne, confusione e terrore. Un caso classico fu il generale Edward Lansdale, considerato il padre delle moderne PSYOPS, che drenava il sangue dai cadaveri dei ribelli filippini, in modo che i compagni superstiziosi pensassero che un vampiro li cercasse come prede. In Vietnam, la squadra PSYOPS di Lansdale forniva previsioni astrologiche false e terribili sul destino dei leader nordvietnamiti e vietcong. In sostanza, l’idea PSYOPS era giocare sulle debolezze culturali di una popolazione presa di mira, in modo da poter essere più facilmente manipolata e controllata. Ma le sfide dell’amministrazione Reagan negli anni ’80 portarono a decidere che fossero necessarie anche le PSYOPS in tempo di pace e che le popolazioni bersaglio includessero quella statunitense. L’amministrazione Reagan era ossessionata dai problemi causati dalle divulgazioni degli anni ’70 sulle bugie del governo sulla guerra del Vietnam e le rivelazioni sugli abusi della CIA sia nel rovesciare governi democraticamente eletti che nel spiare i dissidenti statunitensi. La cosiddetta “sindrome del Vietnam” produsse un profondo scetticismo da parte dei cittadini statunitensi, così come nei giornalisti e politici, quando il presidente Reagan cercò di spacciare i suoi piani per intervenire nelle guerre civili, allora in corso in America centrale, Africa e altrove. Mentre Reagan vedeva l’America Centrale come “testa di ponte sovietica”, molti statunitensi videro i brutali oligarchi dell’America centrale e le loro forze di sicurezza sanguinarie massacrare preti, suore, sindacalisti, studenti, contadini e popolazioni indigene. Reagan e i suoi consiglieri capirono che dovevano trasformare quelle percezioni se speravano di ottenere i finanziamenti per sostenere i militari di El Salvador, Guatemala e Honduras, nonché i Contras del Nicaragua, la forza di predoni paramilitari organizzati dalla CIA contro il governo di sinistra del Nicaragua. Così, fu una priorità rimodellare la percezione pubblica per sostenere le operazioni militari del Centro America di Reagan sia nei Paesi presi di mira che tra gli statunitensi.

Una ‘PSYOP Totale’
Come il colonnello Alfred R. Paddock Jr. scrisse su un documento influente del novembre 1983, dal titolo “Le Operazioni Psicologiche militari e la strategia degli Stati Uniti”, “il previsto impiego delle comunicazioni per influenzare atteggiamenti o comportamenti dovrebbe, se usato correttamente, precedere, accompagnare e seguire tutte le operazioni belliche. In altre parole, le operazioni psicologiche sono un sistema d’armi dal ruolo importante in tempo di pace, nel conflitto a tutto spettro e durante il periodo successivo al conflitto”. Paddock continua, “Le operazioni psicologiche militari sono una parte importante delle ‘PSYOP Totali’, in pace e in guerra… Abbiamo bisogno di un programma di attività psicologiche integranti le nostre politiche e i programmi di sicurezza nazionale… La continuità di una commissione interagenzie permanente o un meccanismo di coordinamento necessario per lo sviluppo di una strategia coerente, in tutto il mondo le operazioni psicologiche, è assolutamente necessario”. Alcune note scritte da Raymond, di recente disponibili, mostrano un focus su El Salvador con l’attuazione di “ PSYOPS multimediali per tutta la nazione” attraverso raduni e media elettronici. “Radio e TV inoltre diffondono messaggi PSYOPS”, scriveva Raymond. La grafia ondulata di Raymond, spesso difficile da decifrare, nelle note chiariva che i programmi PSYOPS erano diretti anche contro Honduras, Guatemala e Perù. Un documento “top secret” declassificato da un dossier di Raymond, del 4 febbraio 1985, per il segretario della Difesa Caspar Weinberger, sollecitava l’attuazione piena della National Security Decision Directive 130 del presidente Reagan, firmata il 6 marzo 1984 e che autorizzava le PSYOPS in tempo di pace ampliandone oltre i limiti tradizionali dalle operazioni militari attive alle situazioni in tempo di pace in cui il governo degli Stati Uniti pretendeva vi fosse qualche minaccia agli interessi nazionali. “Questa approvazione fornì l’impulso per la ricostruzione della necessaria capacità strategica focalizzando l’attenzione sulle operazioni psicologiche quali strumenti nazionali, non solo militari, per garantire che le operazioni psicologiche siano pienamente coordinate con la diplomazia pubblica e le altre attività d’informazione internazionali”, affermava il documento per Weinberger. Tale maggiore impegno nelle PSYOPS portò alla creazione di un comitato per le operazioni psicologiche (POC), che doveva essere presieduto da un rappresentante del Consiglio di Sicurezza Nazionale di Reagan, con vicepresidente del Pentagono e rappresentanti di Central Intelligence Agency, dipartimento di Stato e US Information Agency.Questo gruppo avrà il compito di pianificare, coordinare e attuare operazioni psicologiche a sostegno delle politiche e degli interessi per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, secondo un “segreto” addendum a un memo del 25 marzo 1986 del col. Paddock, sostenitore delle PSYOPS divenuto direttore per le operazioni psicologiche dell’esercito degli Stati Uniti. “Il comitato sarà il centro del coordinamento tra le agenzie per dettagliare piani di emergenza per la gestione del patrimonio informativo nazionale durante la guerra, e per la transizione dalla pace alla guerra”, aggiungeva l’addendum. “Il POC deve cercare di assicurare che in tempo di guerra o durante le crisi (che possono essere definiti periodi di tensione acuta riguardanti una minaccia alla vita dei cittadini statunitensi o l’imminenza della guerra tra Stati Uniti e altre nazioni), gli elementi dell’informazione internazionale degli Stati Uniti sono pronti ad avviare procedure speciali per garantire coerenza politica, risposta tempestiva e rapida al pubblico destinatario”.

Prendendo forma
Il Comitato per le Operazioni Psicologiche assunse forma formale con un memo “segreto” del consigliere di Reagan per la Sicurezza Nazionale John Poindexter, il 31 luglio 1986. La sua prima riunione fu indetta il 2 settembre 1986 con un ordine del giorno concentrato sull’America Centrale e “Come altre agenzie possono sostenere il POC e completare i programmi del DoD in El Salvador, Guatemala, Honduras, Costa Rica e Panama”. Il POC ebbe anche il compito di ‘sviluppare le linee guida nazionali per le PSYOPS’ e ‘di formulare e attuare un programma PSYOPS nazionale’. Raymond venne nominato co-presidente del POC con l’agente della CIA Vincent Cannistraro, allora vicedirettore per i programmi d’Intelligence dello staff del NSC, secondo un appunto “segreto” del vicesottosegretario alla Difesa Craig Alderman Jr. Il promemoria notava anche che le future riunioni POC riguardavano i piani PSYOPS per le Filippine e il Nicaragua, con quest’ultimo dal nome in codice “Niagara Falls”. Il memo faceva riferimento anche a un “Progetto Touchstone”, ma non è chiaro a cosa puntasse tale programma PSYOPS. Un altro memo “segreto” del 1° ottobre 1986, con co-autore Raymond, riferiva del primo incontro del POC, il 10 settembre 1986, e osservava che “Il POC, ad ogni riunione, si concentrerà su un’area d’operazioni (ad esempio, America centrale, Afghanistan, Filippine)”. Il secondo incontro del POC, il 24 ottobre 1986, si concentrava sulle Filippine, secondo un appunto del 4 novembre 1986, sempre co-autore Raymond. “Il prossimo passo sarà un contorno ben elaborato per un piano PSYOPS che invieremo all’ambasciata per un commento”, affermava il memo. Il piano “in gran parte si focalizzava su una serie di azioni civiche di sostegno allo sforzo complessivo per sconfiggere l’insurrezione”, osservava un addendum. “V’è notevole preoccupazione sulla sensibilità di qualsiasi programma PSYOPS, data la situazione politica nelle Filippine di oggi”. In precedenza, nel 1986, nelle Filippine vi fu la cosiddetta “People Power Revolution”, che scacciò il vecchio dittatore Ferdinand Marcos, e l’amministrazione Reagan, che tardivamente tolse il sostegno a Marcos, cercava di stabilizzare la situazione politica per evitare che ulteriori elementi populisti avessero il sopravvento. Ma l’attenzione primaria dell’amministrazione Reagan continuava a volgersi all’America Centrale, come il “Piano Niagara Falls”, il programma PSYOPS contro il Nicaragua. Un appunto “segreto” del vicesottosegretario assistente del Pentagono del 20 novembre 1986, illustrava il lavoro del 4.to Gruppo per le operazioni psicologiche per tale piano “per la democratizzazione del Nicaragua”, con cui l’amministrazione Reagan intendeva “cambio di regime”. I dettagli precisi del ‘Piano Niagara Falls’ non furono divulgati dai documenti declassificati, ma la scelta del nome in codice suggerisce una cascata di PSYOPS. Altri documenti dei dossier NSC di Raymond illuminano sugli altri operatori chiave nelle PSYOPS e nei programmi di propaganda. Per esempio, in note non datate su sforzi per influenzare l’Internazionale socialista, per assicurare il supporto alla politica estera degli Stati Uniti da parte dei partiti socialisti e socialdemocratici in Europa, Raymond citava gli sforzi di “Ledeen e Gershman”, riferendosi agli operativi neoconservatori Michael Ledeen e Carl Gershman, altro neocon e presidente della National Endowment for Democracy (NED) finanziato dal governo degli Stati Uniti dal 1983 ad oggi. Anche se il NED è tecnicamente indipendente dal governo degli Stati Uniti, riceve la maggior parte del finanziamento (circa 100 milioni di dollari all’anno) dal Congresso. I documenti dagli archivi Reagan chiariscono che il NED fu organizzato per sostituire alcune operazioni segrete politiche e di propaganda della CIA, caduta in disgrazia negli anni ’70. All’inizio dai documenti del dossier di Raymond indicano il direttore della CIA William Casey spingere per la creazione del NED e Raymond, uomo di Casey nel NSC, consigliava e guidava spesso Gershman (La mano invisibile della CIA nei gruppi per la ‘democrazia’). Un’altra figura della costellazione di Raymond per la propaganda era il magnate dei media Rupert Murdoch, visto sia quale alleato politico fondamentale del presidente Reagan che come preziosa fonte di finanziamento per i gruppi privati che si coordinavano con le operazioni di propaganda della Casa Bianca. (“Rupert Murdoch: recluta la propaganda“) In una lettera del 1° novembre 1985 a Raymond, Charles R. Tanguy dei “Comitati per una Comunità delle Democrazie – Stati Uniti d’America” chiese a Raymond d’intervenire per garantire i finanziamenti di Murdoch al gruppo. “Vi saremo grati… se potesse trovare il tempo per telefonare a Murdoch e incoraggiarlo a darci una risposta positiva”, dice la lettera. Un altro documento, intitolato “Progetto Rafforzamento della Verità”, descrive come 24 milioni di dollari sarebbero stati spesi per potenziare le infrastrutture delle telecomunicazioni del “Progetto Rafforzamento della Verità”, permettendo una capacità tecnica dei media più efficiente e produttiva per le principali iniziative politiche del governo USA, come Democrazia Politica”. Il Piano Verità era il nome generale di un’operazione di propaganda dell’amministrazione Reagan. Per il mondo il programma fu classificato “diplomazia pubblica”, ma gli addetti ai lavori dell’amministrazione la chiamavano privatamente “gestione della percezione”. (La vittoria della gestione della percezione).

Ed Meese, Bill Casey, Ronald Reagan

I primi anni
La priorità originale del “Progetto Verità” era ripulire l’immagine del Guatemala, delle forze di sicurezza salvadoregne e dei Contras del Nicaragua, guidati da ex-ufficiali della Guardia Nazionale del deposto dittatore Anastasio Somoza. Per garantirsi il finanziamento militare costante a tali famigerate forze, la squadra di Reagan sapeva che doveva disinnescare la pubblicità negativa e in qualche modo avere il sostegno del popolo statunitense. In un primo momento, lo sforzo si concentrò su come estirpare i giornalisti statunitensi che scoprirono i fatti che minavano l’immagine pubblica desiderata. Nell’ambito di tale sforzo, l’amministrazione denunciò il corrispondente del New York Times Raymond Bonner per aver rivelato il massacro del regime salvadoregno di circa 800 uomini, donne e bambini del villaggio di El Mozote, nel nord-est di El Salvador, nel dicembre 1981. Accuracy in Media e organi d’informazione conservatori, come ad esempio la pagina editoriale del Wall Street Journal, si unirono al linciaggio di Bonner che fu ben presto licenziato. Ma tali sforzi furono in gran parte ad hoc e disorganizzati. Il direttore della CIA Casey, per anni nel mondo intrecciato tra business e intelligence, ebbe contatti importanti per creare una rete di propaganda sistemica. Riconobbe il valore dell’uso gruppi stabili noti per aver sostenuto i “diritti umani”, come Freedom House. Un documento dalla libreria Reagan mostra l’alto funzionario di Freedom House Leo Cherne, stendere un piano sulle condizioni politiche in El Salvador per Casey e promettere che Freedom House avrebbe richiesto “correzioni e cambiamenti” editoriali, perfino inviando il redattore per consultazione con chiunque Casey avrebbe assegnato alla revisione dei documenti. In una lettera al “Caro Bill” datata 24 giugno 1981, Cherne, presidente del comitato esecutivo di Freedom House, scrisse: “Sto allegando copia del progetto del manoscritto di Bruce McColm, specialista di Freedom House su America centrale e Caraibi. Questo manoscritto su El Salvador era quello di cui aveva esortato la preparazione e nella fretta di stenderlo il più rapidamente possibile appare abbastanza agitato. Lei aveva detto che venisse verificato con una precisione meticolosa dal governo e questo sarebbe molto utile…. Se ci sono domande sul manoscritto di McColm, suggerisco che chiunque vi lavori contatti Richard Salzmann presso l’Istituto di Ricerca (un’organizzazione in cui Cherne era direttore esecutivo). Era caporedattore presso l’Istituto e presidente del Comitato Salvador di Freedom House. Faccia in modo che correzioni e cambiamenti arrivino a Rita Freedman che lavora con lui. Se v’è un beneficio per Salzmann nel recarsi in qualsiasi momento per parlare con questa persona, è disponibile a farlo”. Nel 1982, Casey radunò alcuni potenti ideologi di destra per finanziare il piano “gestione della percezione”, sia con denaro che con i media. Richard Mellon Scaife era il rampollo della famiglia di banchieri, petrolieri e dell’alluminio Mellon che finanziò una serie di fondazioni di destra della famiglia, come Sarah Scaife e Cartagine, che finanziavano giornalisti e gruppi di riflessione di destra. Scaife pubblicava anche The Tribune Review di Pittsburgh, Pennsylvania. Un’operazione completa di “diplomazia pubblica” prese forma nel 1982, quando Raymond, un veterano con 30 anni di servizi clandestini della CIA, fu trasferito al NSC. Raymond divenne il centro della potente rete di propaganda, secondo una bozza inedita del comitato d’indagine del Congresso sull’Iran-Contra, che fu soppresso nell’ambito della transazione che permise a tre senatori repubblicani moderati di firmare la relazione finale e dare all’inchiesta una patina di bipartitismo. Anche se la bozza non indica Raymond nelle pagine iniziali, a quanto pare alcune informazioni provenivano da deposizioni classificate, il nome di Raymond apparve oltre nella bozza e le citazioni precedenti combaciano con il ruolo noto di Raymond. Secondo la bozza di relazione, l’ufficiale della CIA reclutato per lavorare nel NSC fu direttore delle personale della CIA per le operazioni coperte nel 1978-1982, ed era uno “specialista di propaganda e disinformazione”. “Il funzionario della CIA (Raymond) discusse del trasferimento con (il direttore della CIA) Casey e il consigliere del NSC William Clark, affinché fosse assegnato al NSC come successore di (Donald) Gregg (in qualità di coordinatore delle operazioni d’intelligence, nel giugno 1982) e ricevette l’approvazione per il coinvolgimento nella creazione del programma di diplomazia pubblica, insieme ai compiti d’intelligence”, afferma la bozza. Gregg era un altro alto funzionario della CIA assegnato al NSC prima di diventare consigliere per la sicurezza nazionale del vicepresidente George HW Bush. “Nella prima parte del 1983, i documenti ottenuti dal Comitato Scelto (Iran-Contra) indicano che il direttore del personale dell’intelligence del NSC (Raymond) raccomandava con successo la creazione di una rete inter-governativa per la promozione e la gestione del piano di diplomazia pubblica, volto a creare sostegno alla politica dell’amministrazione Reagan in patria e all’estero”.

Guerra di idee
Durante la sua deposizione Iran-Contra, Raymond spiegò la necessità di questa struttura di propaganda, dicendo: “Non venne configurata in modo efficace per affrontare la guerra di idee”. Una delle ragioni di tale carenza fu che la legge federale proibiva che i soldi dei contribuenti venissero spesi per la propaganda interna o il lobbying per fare pressione sui rappresentanti del Congresso. Naturalmente, ogni presidente e suo team hanno grandi risorse per convincere il pubblico, ma per tradizione e legge si limitavano a discorsi, testimonianze e persuasione di ognuno dei legislatori. Ma il presidente Reagan vide la “sindrome del Vietnam” del pubblico statunitense come ostacolo alla sua politica aggressiva. Insieme a un’organizzazione governativa di Raymond, c’erano gruppi esterni desiderosi di cooperare e incassare. Tornando a Freedom House, Cherne ed i suoi soci erano a caccia di finanziamenti. In una lettera del 9 agosto 1982 a Raymond, il direttore esecutivo di Freedom House Leonard R. Sussman scrisse che “Leo Cherne mi ha chiesto d’inviare queste copie di Freedom Appeals. Probabilmente ha detto che abbiamo dovuto ridurre questo progetto per soddisfare le realtà finanziarie…, naturalmente, vorremmo espandere il progetto, ancora una volta, quando, come e se i fondi saranno disponibili. Propaggini del progetto appaiono in giornali, riviste, libri e servizi di radiodiffusione qui e all’estero. È un significativo canale unico di comunicazione”, proprio il centro del lavoro di Raymond. Il 4 novembre 1982, Raymond, dopo il trasferimento dalla CIA allo staff del NSC, ma quando era ancora ufficiale della CIA, scrisse al consigliere del NSC Clark sull’“Iniziativa Democrazia e i programmi informativi”, affermando che “Bill Casey mi ha chiesto di passare il seguente pensiero sul vostro incontro con (il miliardario di destra) Dick Scaife, Dave Abshire (allora membro del Foreign intelligence Advisory Board del presidente), e Co. Casey pranzò con loro oggi e discussero la necessità di muoversi nell’area generale per sostenere i nostri amici in tutto il mondo. Tale definizione comprende sia la ‘costruzione democrazia’… che rinvigorire i programmi dei media internazionali. Il DCI (Casey) si preoccupa anche del rafforzamento delle organizzazioni d’informazione del pubblico negli Stati Uniti, come Freedom House… Un pezzo fondamentale del puzzle è un serio sforzo per raccogliere fondi privati per generare slancio. Parlando di Scaife e Co. Casey suggerisce che sarebbero molto disposti a collaborare… Suggeriscono di far notare l’interesse della Casa Bianca nel sostegno privato all’Iniziativa Democrazia”. L’importante nell’organizzare segretamente fondi privati per la CIA e la Casa Bianca era che tali voci apparentemente indipendenti avrebbero rafforzato e convalidato gli argomenti in politica estera dell’amministrazione, con un pubblico che ritenesse che tali decisioni si basavano sul merito delle posizioni della Casa Bianca, e non sull’influenza dei soldi che cambiavano di mano. Come i venditori di olio di serpente che piazzavano complici tra la folla per suscitare entusiasmo nella panacea, i propagandisti dell’amministrazione Reagan assunsero alcuni ben pagati “privati”, nei pressi di Washington, per riprendere i “temi” della propaganda della Casa Bianca. Il ruolo della CIA in tali iniziative fu nascosto, ma non fu mai lontano dalla superficie. Una nota del 2 dicembre 1982 indirizzata a “Bud”, riferimento all’alto funzionario del NSC Robert “Bud” McFarlane, descriveva una richiesta di Raymond per un breve incontro. “Quando (Raymond) tornò da Langley (quartier generale della CIA), aveva una lettera di proposta… per il Progetto Democrazia da 100 milioni di dollari”, affermava la nota. Mentre Casey tirava le fila di tale progetto, il direttore della CIA incaricò i funzionari della Casa Bianca di nascondere la mano della CIA. “Ovviamente ci siamo (della CIA),ma non dovremmo apparire nello sviluppo di tale organizzazione, né sembrarne sponsor o sostenitori”, scriveva Casey in una lettera non datata per l’allora consigliere della Casa Bianca Edwin Meese III, mentre Casey sollecitava la creazione di un “Fondo nazionale” (National Endowment). Ma la formazione del National Endowment for Democracy, con le sue centinaia di milioni di dollari del governo degli Stati Uniti, richiese ancora mesi. Nel frattempo, l’amministrazione Reagan avrebbe dovuto radunare dei donatori privati per far avanzare la propria propaganda. “Svilupperemo uno scenario per ricevere finanziamenti privati” scrisse il consigliere del NSC Clark a Reagan in un appunto del 13 gennaio 1983, aggiungendo che il direttore dell’US Information AgencyCharlie Wick si è offerto di prendere l’iniziativa. Potremmo dovervi richiamare per incontrare un gruppo di potenziali donatori”. Nonostante il successo di Casey e Raymond nell’arruolare ricchi conservatori per i finanziamenti privati delle operazioni di propaganda, Raymond era preoccupato che lo scandalo potesse scoppiare sul coinvolgimento della CIA. Raymond si dimise formalmente dalla CIA nell’aprile 1983 così, disse, “non ci sarebbe alcun dubbio su una qualsiasi contaminazione”. Ma Raymond continuò ad agire verso il pubblico degli Stati Uniti similmente a un ufficiale della CIA che dirigeva un’operazione di propaganda in un Paese straniero ostile. Raymond si agitò anche sulla legittimità del ruolo continuo di Casey. Raymond confidò in una nota che era importante “escludere (Casey) dal giro”, ma Casey non fece mai marcia indietro e Raymond continuò ad inviare relazioni al suo vecchio capo fino al 1986. Fu “il genere di cose che (Casey) aveva ampio interesse da cattolico”, Raymond alzò le spalle durante la deposizione Iran-Contra, e poi avanzò la scusa che Casey avesse intrapreso tale interferenza chiaramente illegale in politica interna “non tanto in quanto capo della CIA, ma come capo-consigliere del presidente”.

Propaganda in tempo di pace
Nel frattempo, Reagan iniziò a porre l’autorità formale su tale inaudita burocrazia propagandistica in tempo di pace. Il 14 gennaio 1983, Reagan firmò la National Security Decision Directive 77, dal titolo “Gestione della diplomazia pubblica relativa alla sicurezza nazionale”. Nella NSDD-77, Reagan riteneva “necessario rafforzare organizzazione, pianificazione e coordinamento dei vari aspetti della diplomazia pubblica del governo degli Stati Uniti”. Reagan ordinò la creazione di un gruppo di pianificazione speciale nel Consiglio di Sicurezza Nazionale per dirigere queste campagne di “diplomazia pubblica”. Il gruppo di progettazione sarebbe stato diretto da Walter Raymond e uno dei suoi avamposti principali sarebbe stato il nuovo Ufficio di Diplomazia Pubblica per l’America Latina, presso il Dipartimento di Stato, ma controllato dal NSC. (Uno dei direttori dell’ufficio diplomazia pubblica latino-americano fu il neoconservatore Robert Kagan, che più tardi avrebbe co-guidato il Progetto per il Nuovo Secolo Americano, nel 1998, divenendo il primo promotore dell’invasione dell’Iraq presso il presidente George W. Bush, nel 2003). Il 20 maggio 1983, Raymond raccontò in una nota che 400000 dollari furono raccolti dai donatori privati presso la Situation Room della Casa Bianca dal direttore dell’US Information Agency Charles Wick. Secondo tale nota, il denaro fu diviso tra le diverse organizzazioni, come Freedom House e Accuracy in Media, un’aggressiva organizzazione mediatica di destra. Quando scrissi di quella nota nel mio libro del 1992, Ingannare l’America, Freedom House negò di aver ricevuto denaro dalla Casa Bianca o di collaborare con qualsiasi campagna propagandistica di CIA/NSC. In una lettera di Freedom House, Sussman chiamò Raymond “fonte di seconda mano” e insisté che “questa organizzazione non ha bisogno di alcun finanziamento speciale per prendere posizioni… su tutte le questioni di politica estera”. Ma non aveva senso che Raymond mentisse ad un superiore in un memorandum interno. Chiaramente, Freedom House era al centro dei piani dell’amministrazione Reagan per aiutare i gruppi di sostegno alle sue politiche in America Centrale, in particolare la guerra dei Contra organizzata dalla CIA contro il regime sandinista in Nicaragua. Inoltre, i documenti della Casa Bianca rilasciati in seguito rivelavano che Freedom House continuava ad aver la sua parte nei finanziamenti. Il 15 settembre 1984, Bruce McColm, scrivendo dal Centro Studi Caraibi e America Centrale della Freedom House, inviò a Raymond “una breve proposta di progetto sul Nicaragua del Centro per il 1984-1985. Il progetto combina elementi della proposta di storia orale con la pubblicazione di documenti sul Nicaragua”, un libro che doveva screditare l’ideologia e le pratiche dei sandinisti. “Mantenere la parte della storia orale del progetto aumenta i costi complessivi; ma le discussioni preliminari con i registi mi hanno dato l’idea che un improprio documentario potrebbe essere girato sulla base di questi materiali”, scrisse McColm, riferendosi ad un film del 1984 che criticava ferocemente la Cuba di Fidel Castro. “Un film del genere avrebbe dovuto essere il lavoro di un rispettato regista latinoamericano o europeo. I film statunitensi sull’America Centrale sono semplicemente ideologicamente rozzi ed artisticamente scarsi”. Nella lettera di tre pagine di McColm si legge qualcosa di molto simile a un passo di un libro o film, cercando d’interessare Raymond nel finanziamento del progetto: “I Quaderni del Nicaragua saranno anche facilmente accessibili al lettore comune, al giornalista, opinionista, al mondo accademico e simili. Il libro sarà distribuito equamente in generale in questi settori e sono sicuro che sarà estremamente utile. Già costituiscono una forma di samizdat della Freedom House, dato che li distribuisco ai giornalisti negli ultimi due anni, mentre lo ricevo da nicaraguensi scontenti”. McColm propose un faccia a faccia con Raymond a Washington e allegò una proposta di sei pagine per la concessione di 134100 dollari. In base alla proposta, il progetto doveva includere “la distribuzione gratuita ai membri del Congresso e ai principali funzionari pubblici; distribuzione nelle gallerie, prima della pubblicazione, per la massima pubblicità e recensioni tempestive su giornali e riviste di attualità; conferenze stampa della Freedom House a New York e presso il National Press Club di Washington DC; articolo da fare circolare in più di 100 giornali…; distribuzione di un’edizione in spagnolo nelle organizzazioni ispaniche negli Stati Uniti e in America Latina; disposizione della distribuzione in Europa attraverso i contatti della Freedom House”. I documenti che ho trovato nella biblioteca Reagan non indicano cosa poi successe a questa specifica proposta. McColm non rispose ad una richiesta via e-mail di commento in merito al piano sui documenti nicaraguensi o la precedente lettera di Cherne (morto nel 1999) a Casey sulla modifica del manoscritto di McComb. Freedom House fu il principale critico del governo sandinista del Nicaragua e divenne anche uno dei maggiori destinatari del denaro del National Endowment for Democracy finanziato degli Stati Uniti, fondato nel 1983 sotto l’egida del piano Casey-Raymond.
Gli ultimi documenti resi pubblici, declassificati tra il 2013 e il 2017, mostrano come questi sforzi Casey-Raymond si fusero creando una formale burocrazia PSYOP nel 1986, sempre sotto il controllo operativo di Raymond nel NSC. La combinazione dei programmi di propaganda e PSYOP sottolinea la potenza che il governo degli Stati Uniti, sviluppato più di tre decenni fa, nel diffondere notizie tendenziose, distorte o false. (Casey è morto nel 1987; Raymond nel 2003). Nel corso di questi decenni, anche se la Casa Bianca è passata da repubblicani ai democratici e dai repubblicani ai democratici, lo slancio creato da William Casey e Walter Raymond ha continuato a perpetrare tali strategie di “gestione delle percezione/PSYOPS”. Negli ultimi anni, la formulazione è cambiata, lasciando il posto ad eufemismi più piacevoli come “smart power” e “comunicazioni strategiche” ma l’idea è sempre la stessa: come utilizzare la propaganda per spacciare la politica del governo degli Stati Uniti all’estero e in patria.

Reagan, Charles Wick, Stephen Rhinesmith, Don Regan, John Poindexter, George Bush, Jack Matlock e Walter Raymond

Il giornalista investigativo Robert Parry rivelò l’Iran-Contra presso The Associated Press e Newsweek negli anni ’80. È possibile acquistare il suo ultimo libro America’s Stolen Narrative qui e presso Barnes and Noble.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Trump contro la CIA

Caleb Maupin New Eastern Outlook 06/02/2017gettyimages-494045244Trump ha firmato un ordine esecutivo. Gli aeroporti si sono riempiti di manifestanti e i media hanno urlato al bando dei musulmani. I giudici federali sono intervenuti e rabbia e caos scoppiavano. Cosa succede realmente? Le risposte da entrambi i lati dello spettro politico sono emozionali e senza verità. “Trump cerca di proteggerci dai terroristi! Tiene i musulmani fuori del nostro Paese!” gridano i difensori di Trump. Bene, alcun attentato sul suolo statunitense è mai stato effettuato dai 7 Paesi banditi. I Paesi collegati agli ultimi attentati, come Arabia Saudita e l’Afghanistan, non sono inclusi. “Trump è un razzista! Bandisce i musulmani! Non possiamo bloccare le persone per la loro religione!” gridano i manifestanti liberali. Bene, molti Paesi a maggioranza musulmana come Turchia ed Indonesia non sono inclusi nel bando, che inoltre riguarda tutte le persone provenienti da questi Paesi, non solo musulmani. La Repubblica araba siriana, per esempio, è la patria di molti cristiani, drusi e anche di una piccola comunità ebraica. La Repubblica islamica dell’Iran ha una grande popolazione di cristiani armeni, ebrei e molti aderenti al zoroastrismo. Tutti questi non-musulmani sono anche soggetti al bando. Un fattore che contribuisce alla sfogo della rabbia è il grossolano, improvviso “schiaffo” dell’ordine esecutivo. Finché l’amministrazione non fa marcia indietro, anche i residenti permanenti con la carta verde saranno allontanati dagli aeroporti, sicuramente angosciando e spaventando molti.

Definirlo “divieto dei musulmani” va bene per Trump e democratici
Nella campagna elettorale presidenziale, Trump ha più volte fatto appello al disprezzo e alla diffidenza dei musulmani. Parlò di “messa al bando dei musulmani” dagli Stati Uniti. Il suo discorso all’American Israeli Public Affairs Comitee assecondava sentimenti anti-islamici. Milioni di lavoratori nelle zone rurali e suburbane hanno votato Trump anche per queste dichiarazioni. Nel periodo immediatamente successivo all’11 settembre, molti statunitensi videro negli islamici un solo spaventoso estraneo gruppo violento. L’idea che Trump emanasse il “divieto dei musulmani” ne aumenterà, e non diminuirà, la credibilità presso milioni di bianchi della classe lavoratrice di media età che l’hanno votato negli Stati della Rustbelt e meridionali, rafforzandone l’immagine di difensore coraggioso dell’uomo comune, non politicamente corretto e che non teme il disprezzo delle élite liberali urbane. Tuttavia, per quanto possa piacere alla destra, di fondo anti-islamica, e per quanto i suoi avversari lo condannino, la realtà è che Trump non ha emanato il bando dei musulmani. Donald Trump ha temporaneamente sospeso l’ingresso negli Stati Uniti da sette Paesi: Yemen, Siria, Iraq, Iran, Somalia, Libia e Sudan. Ora il pubblico statunitense ha un’accesa discussione su ciò. Gli oppositori lo definiscono bigotto e i sostenitori coraggioso, e nessuna delle due parti riconosce la realtà. Gli osservatori della politica statunitense devono ricordarsi il dibattito sull’assistenza sanitaria nei primi anni dell’amministrazione Obama. L’Affordable Care Act o “Obamacare” non era assistenza sanitaria universale o socializzata, e fece molto poco per cambiare il sistema sanitario privato del Paese. Tuttavia, la destra si schierò contro, chiamandola socialismo, e la sinistra a difesa, impiegando la retorica socialista. Entrambi si scontrarono accettando la stessa storia fasulla sull’Affordable Care Act.

Le proteste non spontanee negli aeroporti
Dopo questa azione improvvisa, come nel dibattito sull’assistenza sanitaria, “i guanti furono lanciati”. Nel 2009, il Tea Party rispose all’Affordable Care Act esibendo armi da fuoco nelle riunioni municipali e con altri atti di protesta normalmente considerati “fuori dai limiti”. In risposta a Trump, l’apparato democratico mobilita i suoi sostenitori per protestare negli aeroporti. Le manifestazioni sono state mobilitate molto rapidamente, e furono così gravi che vi furono arresti e uso di spray al pepe in varie località. Chi pretende che le proteste fossero casuali, non pianificate o spontanee delira. Gli aeroporti sono tra le località più controllate del Paese. Se decine di anni fa era permesso diffondere volantini politici o petizioni negli aeroporti, da tempo ciò è proibito. In circostanze normali è illegale non solo protestare o “disturbare il pubblico” in un aeroporto, ma anche farvi riprese video. Eppure, senza alcun annuncio pubblico od organizzato, migliaia di attivisti democratici inondavano gli aeroporti con proteste piuttosto violente. In circostanze normali chi farebbe cose del genere verrebbe arrestato immediatamente e forse anche accusato di terrorismo. Non solo la polizia non ha arrestato i manifestanti, ma ha permesso che dilagassero. Anche se le riprese video non sono consentite negli aeroporti, video in live streaming avvenivano sui social media, e le telecamere dei notiziari arrivavano comodamente. In molti Paesi in cui il governo eletto viene rovesciato dai militari, una delle prime azioni intraprese è occupare gli aeroporti. Si potrebbe anche leggere nelle mobilitazioni improvvise, chiaramente sostenute dai vertici democratici, una velata minaccia di colpo di Stato militare.

La CIA colpisce ancora
Ma perché c’è stata una risposta così rapida all’azione di Trump? Perché i democratici scatenano le loro forze così rapidamente in risposta alla mossa di Trump? Democratici come Hillary Clinton, che ha twittato sostegno alle proteste, sono semplicemente degli umanitari dalla profonda compassione per gli immigrati? La vera risposta si trova, velata, nelle notizie sull’opposizione al divieto. La principale mostra una famiglia irachena bloccata dalla mossa di Trump, e descrive come il padre abbia “rischiato la vita nel sostenere gli Stati Uniti” e come la sua famiglia fu premiata con un visto. Ciò non è raro. Gli alleati degli Stati Uniti nei conflitti nel mondo sono regolarmente premiati con i visti. L’esercito statunitense ha molti “soldati con la carta verde” dell’America Latina, che cercano la residenza legale negli Stati Uniti con il servizio militare. Nei 7 Paesi elencati nel bando, ci sono migliaia di persone che hanno collaborato con gli USA per realizzarne le mire in politica estera. In Siria, per esempio, centinaia di migliaia di estremisti wahabiti hanno lavorato per rovesciare il governo. In Iraq, l’Arabia Saudita ha cooperato con gli Stati Uniti nel tentativo di eliminare l’influenza iraniana nelle comunità sciite. Nello Yemen, al-Qaida, Arabia Saudita e Stati Uniti collaborano per rovesciare i Comitati rivoluzionari dell’organizzazione Ansarullah, comunemente chiamati “Huthi”. I collaborazionisti degli Stati Uniti nei 7 Paesi sono spesso musulmani che aderiscono all’interpretazione saudita o della Fratellanza musulmana. In seguito all’ordine esecutivo, si scopre che Trump invoca apertamente il bando formale della Fratellanza musulmana, designandola organizzazione terroristica. Mentre in molti Paesi, come Russia e Arabia Saudita, è già fuori legge, negli Stati Uniti non lo è. In effetti, la Fratellanza musulmana è un alleata chiave degli Stati Uniti in Medio Oriente da decenni, da quando lavorò per la CIA per destabilizzare il governo antimperialista e socialista di Nasser in Egitto. La Fratellanza organizzò una rivolta violenta contro la Repubblica araba siriana negli anni ’80, ed è al fianco dei terroristi antigovernativi nella guerra siriana. I Fratelli musulmani con entusiasmo collaborarono con l’amministrazione Obama per rovesciare Muammar Gheddafi e per ridurre in caos e povertà la Libia. I Fratelli musulmani agiscono in tutto il Medio Oriente. La monarchia del Qatar, che sponsorizza anche la rete televisiva al-Jazeera, è un finanziatore chiave della Fratellanza musulmana. La CIA ha lavorato per decenni per mantenere il rapporto tra governo degli Stati Uniti e Fratelli musulmani, vedendoli come alleati o ascari nella lotta contro i governi antimperialisti, nazionalisti e socialisti nella regione. Mentre la CIA vede la Fratellanza musulmana come utile alleata, gli altri attori chiave della società degli Stati Uniti non sono d’accordo. Il governo israeliano e la sua rete di sostenitori hanno un profondo disprezzo per i Fratelli musulmani per via della filiale palestinese Hamas, il loro nemico in guerra. Altre figure dell’apparato di sicurezza e dell’esercito vedono la Fratellanza come una minaccia per la sua serie di omicidi e il terrorismo. La mossa di Trump rappresenterebbe una sezione dell’élite degli Stati Uniti che vuole porre fine al rapporto tra governo e Fratellanza Musulmana, così come con i fanatici wahabiti. La CIA, d’altro canto, sa che è molto importante mantenere tali alleanze, attive da molti decenni. Questo disaccordo tra i più potenti capi degli Stati Uniti è la base su cui l’ordine esecutivo e le improvvise proteste radicali negli aeroporti hanno avuto luogo.

Soros, Brzezinski e Brennan
John Brennan era direttore della CIA di Obama. Ha supervisionato gli attacchi dei droni che uccisero civili. Ha lavorato per rovesciare i governi nazionalisti indipendenti in Libia e Siria, tra gli altri. Brennan ha fatto tutto questo, e può essere chiamato in molti modi da chi è in disaccordo con tali politiche. Ma una cosa non può esattamente essere chiamato, “conservatore”. John Brennan ammise che nel 1976 votò per Gus Hall, il candidato presidenziale del Partito Comunista degli USA. Dal 1996 diresse la stazione CIA nella capitale dell’Arabia Saudita, Riyadh. Le dichiarazioni non provate di un ex-agente dell’FBI e di altri, sostengono che si sia convertito al wahabbismo quando ci lavorava. La strategia della CIA nel raggiungere obiettivi di politica estera degli Stati Uniti e di coloro che la dirigono spesso appare liberale e non ortodossa. Molti ingenuamente suppongono che chi lavori per le agenzie di intelligence e sicurezza statunitensi sia un duro conservatore, data la natura del lavoro, ma in realtà molti della CIA sono legati a cause di sinistra. Nella retorica dei sostenitori di Trump e di destra, il nome “George Soros” appare di frequente. Chi difende le proteste aeroportuali deride questa retorica, dicendo cose come “Mi deve dei soldi, non sono stato pagato”, ecc. Anche se i liberali spesso la gettano in caciara, George Soros esiste e non è una fissazione della destra. L’estrema sinistra, in particolare socialisti e comunisti, dovrebbero conoscerlo molto bene. Soros è uno degli alleati più importanti della CIA. Un miliardario che ha contribuito a far cadere i governi marxisti-leninisti dell’Europa orientale. Soros finanziò i movimenti anticomunisti “Solidarnosh” e “Charta 77“, così come i dissidenti che lavorarono per il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991. Soros, come chi dirige National Endowment for Democracy, Fondazione Tides, Open Society Institute e altre fondazioni liberali, coordinò i finanziamenti dell’attivismo mondiale con le strategie della Central Intelligence Agency. Quando la CIA lavorava contro il governo serbo, Soros finanziò il separatismo in Kosovo. Quando gli strateghi di politica estera degli USA miravano ad Aleksandr Lukashenko, chiamando la Bielorussia ‘l’ultima repubblica sovietica’, Soros finanziò gli “attivisti” in quel Paese. L’agente della CIA e medaglia Presidenziale della Libertà Zbigniew Brzezinski, come Soros e Brennan, non può essere descritto “conservatore” o “di destra”. Brzezinski si vanta di aver dato all’Unione Sovietica “il suo Vietnam” attirandola in Afghanistan. Oggi, la figlia Mika Brzezinski è una presentatrice liberale della rete televisiva MSNBC del Partito democratico. George Soros e Zbigniew Brzezinski sono noti per precise strategie in politica estera sviluppate durante la Guerra Fredda. La strategia che invece di attaccare i Paesi direttamente con i militari, governi e leader invisi a Wall Street possono essere rovesciati finanziando movimenti dissidenti, con la guerra dell’informazione, le sanzioni economiche, il caos e le “rivoluzioni colorate”.

Inganni sull’Iran
Le rapide mosse di Trump e di chi nell’apparato statale vi si oppone, sono date da divergenze di strategia sugli eventi mondiali. Un disaccordo evidente tra Trump e il suo predecessore è sulla Repubblica islamica dell’Iran. L’ordine esecutivo di Trump fu seguito dall’annuncio che l’Iran è “seguito”. Nuove sanzioni all’Iran sono state poste. Molte volte durante la campagna Trump parlò contro l’Iran con parole dirette. Molti sostenitori di Trump credono che Repubblica islamica dell’Iran, al-Qaida e SIIL siano della stessa stoffa o che siano collegati. La realtà è che la Repubblica islamica dell’Iran è uno dei più grandi nemici dello SIIL. SIIL, al-Qaida e altri estremisti wahabiti chiamano gli iraniani “apostati” e cercano di rovesciare violentemente la Repubblica Islamica e di massacrarne il popolo. La Guardia Rivoluzionaria iraniana è sul campo di battaglia in Siria, ogni giorno, a fianco delle forze governative siriane che combattono lo SIIL. L’Iran è uno dei Paesi più stabili della regione, dove sunniti, cristiani, zoroastriani ed ebrei sono liberi di praticare la propria fede sotto il governo sciita. Coerentemente con gli appelli del fondatore Imam Khomeini a “Niente capitalismo, ma Islam”, la Repubblica islamica ha un’economia strettamente controllata dallo Stato che garantisce alloggio, istruzione e assistenza sanitaria alla popolazione. Le compagnie petrolifere statali iraniane competono con Wall Street sui mercati globali e utilizzano i proventi per sviluppare un’economia indipendente. L’Iran sostiene il governo siriano opponendosi all’ondata di terrorismo wahabbita che travolge il Paese. Obama e la CIA sembrano aver creduto che il miglior approccio all’Iran comprendesse negoziati, supporto ai dissidenti interni e gesti diplomatici. L’amministrazione Trump, includendo l’Iran nel bando e ripetendo la retorica anti-iraniana, sembra credere in un approccio conflittuale diretto. Nella politica estera degli USA, il recente ordine esecutivo e la risposta drammatica ad esso illustrano il grande disaccordo nelle stanze del potere. Mentre l’illusione del mondo unipolare si erode apertamente, i Paesi indipendenti dalle economie pianificate emergono e il mondo continua a vedere una crisi economica, tali gravi disaccordi nella classe dirigente degli Stati Uniti sono ovvi.

Obama e Brennan

Obama e Brennan

Caleb Maupin è un analista politico e attivista di New York. Ha studiato scienze politiche presso la Baldwin-Wallace College e fu ispirato e coinvolto dal movimento Occupy Wall Street, in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La rete del Grande Fratello George Soros va a pezzi

Gilbert Mercier, News Junkie Post, 05/02/2017

L’attacco all’ordine esecutivo ‘divieto di viaggio’ di Donald Trump fa parte di una campagna di disinformazione al centro dei quali c’è la rete creata da George Soros.8270586486_b06b7553d8_h-e1486071016688L’alleanza blasfema: Soros e principi e sceicchi della British Petroleum
La campagna di disinformazione sul cosiddetto divieto ai musulmani dell’amministrazione Trump è stata orchestrata negli Stati Uniti, Canada ed Europa occidentale dalla maggior parte dei media mainstream e degli organi d’informazione di pseudo-sinistra e pseudo-indipendenti, dalle principali piattaforme social media del mondo, nonché dai motori di ricerca. Ciò che l’amministrazione Trump ha fatto con l’emissione dell’ordine esecutivo per limitare i visti ai cittadini di Paesi specifici non è una misura razzista, ma invece una misura di sicurezza per impedire attacchi terroristici finanziati da una cabala globalista ancora molto attiva e guidata dal burattinaio George Soros, dai suoi innumerevoli soci in politica, finanza e media, così come dalla famiglia reale dell’Arabia Saudita. Questa incredibilmente potente rete globale, che alcuni chiamano governo-ombra del Nuovo Ordine Mondiale, si disfa completamente. Forse è giunto il momento di trascinare la gigantesca idra globalista sulla riva e guardarla morire, cotta dai raggi del sole.

Il fallimento dell’infoguerra globalista: il presidente Trump conquista cuori e menti dei Paesi musulmani
L’ordine esecutivo dell’amministrazione Trump apparentemente ha già dato i suoi frutti, non solo probabilmente sventando un attacco terroristico contro lo stadio che ospita il Super Bowl, il maggiore evento sportivo negli Stati Uniti. Alcuni giorni prima, Rashid Muhammad, un capo dello SIIL, fu arrestato al John F. Kennedy di New York. Speriamo che un interrogatorio approfondito dellFBI e forse altre agenzie, portino ai nomi dei suoi collaboratori all’estero, e soprattutto delle persone che hanno ordinato e finanziato possibili attentati. Nel complesso, è un buon lavoro della polizia vecchio stile, e non di qualche tendenza anti-musulmana dell’amministrazione Trump. I musulmani di tutto il mondo sono pienamente consapevoli che l’amministrazione Obama non è mai stata loro amica.

L’asse amorale: Soros, i governanti dell’Arabia Saudita e la rete sionista
La maggioranza del pubblico nei Paesi musulmani non si beve l’idea che il Presidente Donald Trump sia anti-islamico, e l’opinione pubblica degli Stati Uniti sta rapidamente recuperando terreno sulla stessa nozione. La maggior parte dei musulmani del mondo già conosce ciò che chiamai un paio di anni fa alleanza saudita-sionista. L’Islam è una religione di pace a meno che, ovviamente, non segua i precetti wahabiti o salafiti della sharia. Queste due forme di fondamentalismo islamico sono state generosamente sponsorizzate da Arabia Saudita e Qatar, e diffuse nel mondo, anche nei Paesi laici dell’Europa occidentale. Ciò è avvenuto con la costruzione di grandi moschee e l’assunzione di imam per predicare, indottrinare e spesso arruolare cittadini europei di origine nordafricana, turca o pakistana. Giovani con scarse prospettive di lavoro in Francia, Regno Unito, Belgio, Germania, Bosnia, Kosovo e altrove sono stati i primi obiettivi dei jihadisti. Pochi di loro sono in realtà motivati a combattere la cosiddetta guerra santa in nome di Allah. Ciò che sono invece è una forza mercenaria: una legione straniera agguerrita e ben addestrata che diffonde caos a vantaggio dei principi e sceicchi sauditi e qatarioti. Ciò con il sostegno e la partecipazione attiva di tutte le amministrazioni degli Stati Uniti dal 1980, o ciò che chiamo i 36 anni dell’era criminale Bush-Clinton, ovviamente compreso il clintoniano straordinario, l’ex-presidente Barack Hussein Obama.

Il premio Nobel per la Pace Obama ha ordinato il lancio di 26172 bombe nel 2016
Mentre la pseudo-sinistra occidentale, che opera principalmente da propagandista dell’agenda globalista, dipinge il Presidente Trump come un razzista anti-musulmano che aspira ad essere Adolf Hitler, cosa assolutamente insensata, dato che i fatti raccontano una storia diversa; in un articolo pubblicato dal Consiglio on Foreign Relations, Micah Zenko espone i bombardamenti dell’amministrazione Obama in sette Paesi musulmani, nel 2016. In totale, le forze armate statunitensi hanno sganciato 26172 bombe in sette Paesi. La lista va menzionata al completo: in Siria sono state sganciate 12192 bombe; in Iraq 12095; in Afghanistan 1337; in Libia 496; in Yemen 35; in Somalia 14 e in Pakistan 3. Queste sono le bombe utilizzate dai militari degli Stati Uniti con vari vettori, tra cui i droni, l’arma preferita del premio Nobel per la Pace. Non credo che gli afflitti liberali possano ancora chiamare il loro beniamino Obama amico dei musulmani e della pace, e offendere Trump.

Soros: il ragno a capo della ragnatela orwelliana
George Soros, attraverso la sua Open Society Foundation, una rete di oltre 100 uffici in numerosi Paesi, tra cui l’Afghanistan, ha le mani nelle pseudo-spontanee proteste anti-Trump, non solo negli Stati Uniti ma nel mondo. Soros ha operato per decenni come un gigantesco ragno fissato dall’aspirazione tossica ad essere il Messia. Il suo portfolio include le attività politiche in molti Paesi e in organizzazioni globaliste come Nazioni Unite, Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale. L’ex-presidente francese Nicolas Sarkozy è stato un importante agente di Soros; lo stesso il presidente Francois Hollande, nonché la direttrice generale del FMI Christine Lagarde. L’attuale primo ministro del Canada, Justin Trudeau, ha abbracciato, a nome di Soros, le proteste anti-Trump e pseudo pro-musulmane. La rete globalista di Soros e soci è ancora viva, ma è in via di demolizione dopo la sconfitta di una delle pedine di Soros nelle elezioni degli Stati Uniti. Naturalmente, chi aspirava a diventare l’imperatrice della ragnatela del Grande Fratello orwelliano di Soros è l’unica e sola Hillary Clinton.

Le attività di Soros e la pseudo-sinistra
Il problema di Soros, per soci e relativi media e ONG, è che si sta svenando, e il suo impero globale crolla come un castello di sabbia. Democracy now! di Amy Goodman è stato a lungo un media di Soros, lo stesso i suoi abituali ospiti di pseudo-sinistra, come Noam Chomsky, Chris Hedges, Naomi Klein, Glenn Greenwald, Jeremy Scahill e Cornel West. Democracy Now! non è certo il solo. La lista dei media e delle ONG di Soros è così lunga che è difficile completarla. Degni di menzione, ma senza alcun particolare ordine d’importanza, sono NPR News, BBC News, The Guardian, Le Monde e Huffington Post. Quelli con una patina d’indipendenza di sinistra sono più difficili da individuare con certezza: esempi sono Alternet, CEPR e Truthout. Iniziarono abbastanza bene, ma cambiarono linea editoriale quando Soros li finanziò con le sue fondazioni o ne assunse alcuni. Soros ha anche investito molto nei gruppi per i diritti umani come American Civil Liberties Union, Amnesty International e Human Rights Watch. Petizioni per processare il Presidente Trump circolano nel mondo grazie a Change.org: un’altra organizzazione controllata da Soros. Change.org, insieme a Cause.com, Answer coalition e MoveOn.org, coordina le false proteste delle donne e contro il presunto divieto islamico. Answer coalition è così scollegata dalla realtà che appaio sulla sua mailing list! Come la maggior parte delle petizioni, quelle delle organizzazioni finanziate da Soros sono operazioni di phishing, il cui scopo principale è raccogliere nomi e indirizzi. Per gente come Soros e i suoi amici sauditi, che hanno finanziato le rivoluzioni fasulle in Libia, Siria e Ucraina, e ideato lo SIIL, è abbastanza banale progettare marce delle donne nel mondo, assumere gli ex-membri di gang per innervare Black Live Matter, e accordarsi con alcuni azionisti chiave della società di social media e dei motori di ricerca per fare del “divieto ai musulmani” un argomento di tendenza. E’ un peccato, ma come si dice, nell’impero del minimo comune denominatore secondo la direttiva del Ministero della Verità, il denaro parla ed ha il megafono. Senza, George Soros e i suoi soci non controllerebbero l’informazione occidentale, come fanno quasi ogni giorno da decenni.

Il momento della giustizia e il colpo di grazia all’idra globalista
Riguardo i capi del sindacato Bush-Clinton: a giudicare dal linguaggio del corpo, al giuramento del Presidente Trump, sembra che siano pienamente consapevoli che avevano la mano perdente. Sembravano essere a un funerale, e forse la loro unica ragione per esserci era che non potevano rifiutarsi. In una particolare foto dell’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton e dell’ex-presidente Barack Obama, seduto di fronte a lei, le espressioni facciali sono tristi, ma ciò che ho notato fu la posizione insolita dei loro agenti di sicurezza dei servizi segreti. Tipicamente, gli agenti guardano dietro, di fronte e ai lati di coloro che proteggono, e non direttamente loro. Sarebbe una sorta di arresti domiciliari? A mio parere, la possibilità di un colpo di Stato, morbido o violento, contro l’amministrazione Trump è ridicola. Purtroppo per i fantocci di George Soros, il popolo statunitense, cioè la maggioranza che ha eletto Trump e lo sostiene, bada più ai diritti del Secondo Emendamento che al prossimo cappuccino.Donald Trump Is Sworn In As 45th President Of The United StatesTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La vittoria di Trump: un altro colpo all’imperialismo

CPGB-ML

In seguito alla Brexit di giugno, le elezioni presidenziali degli Stati Uniti hanno già gravi ripercussioni per la borghesia imperialista, non solo negli Stati Uniti, ma nel mondo. Meentre caos e disunione e panico di diffondono, i lavoratori dovrebbero organizzarsi per sfruttare la crescente crisi nel campo nemico.gettyimages-621870038-h_2016Il 9 novembre 2016, Donald Trump è stato dichiarato vincitore nella corsa presidenziale degli Stati Uniti. La vittoria di Trump ha stordito la classe dirigente degli Stati Uniti, come del resto le classi dirigenti dell’imperialismo. Gli ideologi dell’imperialismo, tra cui coloro che passano di sinistra nei centri dell’imperialismo, ne sono divenuti isterici, indicando il risultato come la vittoria di pregiudizio, paura, ignoranza, odio e dispetto; una vittoria del ‘nazionalismo’ sull”internazionalità’, e attribuendo il trionfo di Trump a razzismo, misoginia e islamofobia.

Le vittime della globalizzazione
Indubbiamente questi fattori, in particolare la posizione contro l’immigrazione, hanno contribuito al successo di Trump, ma di gran lunga il fattore più importante della sua vittoria è aver sapientemente sfruttato il malcontento di vaste aree della classe operaia, che infine subivano ciò che viene eufemisticamente chiamata globalizzazione, la massiccia esportazione di capitali dei Paesi imperialisti, portando a decimazione dei posti di lavoro, stagnazione dei salari e calo del tenore di vita. Proprio come nel referendum inglese sull’adesione all’UE, così alle presidenziali negli Stati Uniti, vasti strati della classe operaia impoveriti hanno espresso il loro verdetto su coloro che percepiscono causa della propria miseria. Anche alcuni giornalisti borghesi impegnati corpo e anima col sistema di produzione capitalistico, che considerano eterno, e che considerano il ‘libero commercio’ la ‘linfa vitale dell’umanità’, sono stati costretti ad ammettere che il sistema non da lavoro a molti. Will Hutton, scrivendo su The Observer, ha detto ciò su questo punto: “Sia il settore manifatturiero della Gran Bretagna che degli Stati Uniti hanno subito batoste sproporzionate (conseguenti all’esportazione dei capitali). Quest’anno, gli elettori della classe operaia di USA e Gran Bretagna nelle roccaforti industriali in decomposizione hanno espresso il loro verdetto. Niente più trasferimenti di impianti all’estero. Niente più chiusure per importazioni a basso costo. Niente altre vendita di grandi aziende agli stranieri. Niente più stagnazione dei salari. Niente più immigrazione. Può essere che ci siano posti di lavoro e grandi prospettive in abbondanza nei fiorenti settori tecnologici e dei servizi nelle grandi città spinte dal commercio globale, ma non importa. Sono un male e nessuno ha preso misure decisive per aiutarli. I voti per Trump e la Brexit segnano la fine di un’epoca e la nuova epoca buia di chiusura, protezionismo e nazionalismo“. (Il commercio è la linfa vitale dell’umanità. Le porte chiuse portano a menti chiuse, 13 novembre 2016)
Così come fu con gli elettori della classe operaia nel South Yorkshire e West Midlands nel voto per la Brexit, così è stato con gli elettori in Michigan, Pennsylvania e Wisconsin nelle elezioni degli Stati Uniti. Rispondendo al malcontento tra i perdenti della globalizzazione, Donald Trump ha promesso di ritirarsi dal NAFTA (l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico) che, ha affermato, ha distrutto i posti di lavoro statunitensi. Ha promesso di mettere fine immediata ai negoziati sugli accordi commerciali transatlantico e trans-pacifico TPP e TTIP. Ha promesso d’imporre drastiche tariffe, del 45 per cento, sulle importazioni cinesi, che rappresentano la metà del deficit commerciale degli Stati Uniti, ignorando il fatto che tali tariffe violerebbero le regole del WTO e che la Cina può adottare ritorsioni. Ha anche promesso d’imporre dazi del 35 per cento sulle importazioni messicane negli Stati Uniti. Inoltre, ha promesso di costruire un muro al confine USA-Messico per evitare che i messicani entrino negli Stati Uniti, così come di deportare 11 milioni di lavoratori migranti “illegali”. Il primo giorno in carica ha detto che avrebbe dichiarato la Cina manipolatore di valuta. Alcune di queste proposte non hanno senso economico, e l’amministrazione Trump è probabile che arrivi a violarle, piuttosto che a rispettarle. Ciò che conta nell’elezione sono le vittime statunitensi della globalizzazione che ritenegono che Trump parli a loro nome e, pertanto, ripongano fiducia nelle sue promesse elettorali. Alcune delle promesse sono più realizzabili, soprattutto negli accordi commerciali. “La globalizzazione guidata dagli USA“, ha dichiarato Martin Wolf sul Financial Times, “è già fragile. Trump probabilmente la sotterrerà. Dopo la vittoria, la Trans-Pacific Partnership sembra morta“, aggiungendo che “potrebbe lasciare un’apertura all’alternativa di Pechino: il partenariato regionale globale economico (RCEP)… La proposta di partenariato transatlantico di scambio ed investimenti era moribonda ed ora è morta“. I costi delle promesse di Trump d’imporre tariffe sull’importazione “per scoraggiare le imprese dal licenziare i propri lavoratori per trasferirsi in altri Paesi e rispedirne i prodotti negli Stati Uniti esentasse” si rivelerebbero proibitivi per il commercio e la credibilità del sistema commerciale degli Stati Uniti, ha detto Wolf, concludendo minacciosamente: “non ci s’inganni: il trionfo di Trump potrebbe destabilizzare l’economia statunitense e mondiale“. (Le conseguenze economiche di Trump, 11 novembre 2016)

Relazioni USA-Russia
Se i circoli imperialisti sono profondamente preoccupati dalla posizione di Trump sul commercio, sono positivamente in apoplessia per la sua posizione sulle relazioni USA-Russia in generale e le sue opinioni su Vladimir Putin, il presidente russo, in particolare. Durante la campagna elettorale, Trump ha elogiato Putin e ha espresso il desiderio di avere buone relazioni con la Russia in modo da evitare conflitti tra i due Paesi militarmente più potenti del mondo. In riferimento al ruolo russo in Siria, ha osservato che, dato che la Russia combatte i terroristi jihadisti in Siria, così come iraniani e governo del Presidente Assad, gli Stati Uniti dovrebbero unirvisi. Lungi dall’essere pazzo o immorale, come i mercenari folli pagati dall’imperialismo lo ritraggono, le dichiarazioni di Trump in questo senso sono altamente morali, contribuendo a combattere i terroristi jihadisti scatenati dall’imperialismo contro il popolo siriano. Nei discorsi pre-elettorali, Trump chiariva che gli USA non avevano nulla da guadagnare andando da un Paese all’altro alla ricerca del cambio di regime. Queste dichiarazioni gli hanno attirato condanne al vetriolo da politici e ideologici della dirigenza imperialista su entrambi i lati dell’Atlantico. Qui c’è un esempio della rabbia impotente con cui i suoi critici l’hanno attaccato. Scrivendo sul Financial Times, un certo intelligente ma stupido Gideon Rachman ha capovolto i fatti esprimendo la sua ira così: “allearsi con i macellai di Aleppo comporterebbe un’amoralità che fa ribrezzo a molti in America e in Europa“. (Trump, Putin e l’arte della transazione, 15 novembre 2016). E non sono altri che soggetti come Rachman ad essere colpevoli di un monumentale cinismo alleandosi con i veri macellai di Aleppo, cioè i vili jihadisti scatenati dall’imperialismo statunitense, inglese e francese e dai loro servi in Medio Oriente, Arabia Saudita, Qatar e Turchia. E così alleati presentano uno spettacolo davvero rivoltante per tutta l’umanità progressista, come la maggioranza dei popoli di America ed Europa. In risposta a una domanda su qualche giornalista ucciso in Russia, Trump ha risposto dicendo: “anche il nostro Paese ne uccide molti”. Se questo tipo di verità netta fa infuriare i Rachman di questo mondo, tanto meglio.

Mettere in discussione la NATO
Durante la campagna elettorale, Trump ha anche messo in dubbio il valore e l’utilità della NATO, dicendo che è il prodotto di un’altra epoca, passata, aggiungendo che gli USA non sono in dovere di proteggere scrocconi non disposti ad investire nella propria difesa. La posizione di Trump su commercio e difesa ha causato grande costernazione, per usare un eufemismo, tra gli apologeti dell’imperialismo. “Trump è contento di presiedere“, ha scritto, di nuovo capovolgendo i fatti, Philip Stephens, un altro intelligente e stupido giornalista mercenario, “la dissoluzione del sistema di alleanze degli Stati Uniti, lasciando l’Europa vulnerabile al revanscismo di Putin e l’Asia dell’est alle ambizioni di una Cina assertiva“. (L’America può sopravvivere a Trump, non così l’occidente, Financial Times, 11 novembre 2016) Con Trump presidente degli Stati Uniti, ha detto: “l’internazionalismo cooperativo sarà sostituito dal nazionalismo competitivo“. In altre parole, il nostro giornalista mercenario lamenta la possibilità di sostituire l’egemonia statunitense imperialista e un blocco imperialista coeso dal ritorno della sovranità statale e, in una parola, del multipolarismo. Inutile dire che Stephens non sente la necessità di fornire alcuna giustificazione per le sue affermazioni su ‘revanscismo’ di Putin o ‘ambizioni di una Cina assertiva’.

Mercenario al servizio dell’imperialismo
In un articolo scritto il giorno dopo il risultato elettorale negli Stati Uniti, il beato Gideon Rachman ne fece un’analisi che, pur penetrante, va decifrata, spogliata degli eufemismi e illustrata al pubblico per la difesa fervente del campo imperialista unito dall’egemonia degli Stati Uniti. Per questo motivo è utile notare alcuni dettagli dell’articolo, anche se il lettore può trovarlo fastidioso. Rachman iniziava l’articolo dicendo che l’elezione di Trump a 45.mo presidente degli Stati Uniti avviene 27 anni dopo la caduta del muro di Berlino, “un momento di trionfo per la leadership degli Stati Uniti” che, ha detto, “inaugurò un periodo di ottimismo e di espansione delle idee liberali e democratiche nel mondo“. Quel periodo, ha aggiunto, “è stato definitivamente chiuso dalla vittoria di Trump“. Nel linguaggio dei comuni mortali, la caduta del muro di Berlino, seguito dal crollo delle democrazie popolari dell’Europa centro-orientale e della fu grande e gloriosa Unione Sovietica, fu una grande tragedia storica per i popoli di quelle terre, come pure per l’umanità, e sicuramente diede grandi opportunità all’imperialismo degli USA imponendo la propria egemonia completa e indulgendo in aggressioni sfrenate, praticando cambi di regime in Paese dopo Paese, uccidendo milioni di persone inermi e distruggendo interi Stati.
Può, per favore, il nostro giornalista cinico e mercenario, con il suo portafoglio farcito dalle briciole del bottino imperialista, definire gli sviluppi in Europa orientale “un periodo di ottimismo e di espansione delle idee liberali e democratiche nel mondo“, ma la sua opinione sordida non è condivisa dalle vittime di tali sviluppi o dalle masse di persone comuni e decenti del mondo, anche in Europa e in America. Forse Rachman dovrebbe visitare Iraq, Afghanistan, Libia e Siria per chiedere ai loro popoli, che hanno ricevuto queste idee sulla punta dei missili da crociera e altra merce mortale, cose ne pensano di queste norme ‘liberali’ e ‘democratiche’. Non possiamo essere sicuri al momento se la vittoria di Trump segni la fine di questo incubo lungo 27 anni, possiamo solo sperarlo. Se Trump segue la propria retorica elettorale mettendo in discussione la NATO e ripristinando le buone relazioni con la Russia, queste misure certamente saranno un passo nella giusta direzione e porteranno un po’ di tregua alle vittime a lungo sofferenti per tali idee. La vittoria di Trump, ha detto Rachman, è “un profondo colpo al prestigio della democrazia degli Stati Uniti, e quindi alla causa della democrazia mondiale, che gli USA hanno sostenuto dal 1945“. La verità è esattamente opposta. In nome di ‘democrazia’, ‘Stato di diritto’, ‘diritti umani’ e ‘liberalismo’, gli Stati Uniti hanno agito dalla fine della seconda guerra mondiale da boia delle aspirazioni e dei movimenti democratici e rivoluzionari negli altri Paesi. Perseguendo guerre di rapina e il genocidio contro i popoli coreano, vietnamita, cambogiano e laotiano, causando la morte di 9 milioni di persone. Bombardarono in queste guerre quanto nella seconda guerra mondiale. Combatterono una guerra chimica avvelenando vaste aree di questi Paesi con defolianti letali, dai cui risultati continuano a soffrire ancora oggi. Poi ci sono i tentativi già citati dell’imperialismo di diffondere la democrazia in Iraq, Afghanistan, Libia e Siria, per non parlare della Palestina, dove diffonde la democrazia attraverso i tirapiedi sionisti. Alla luce di questi fatti, non si può non ammirare l’audace sfacciataggine menzognera di Rachman. La politica di Trump, secondo Rachman, “minaccia di sfasciare l’ordine liberale (leggi l’egemonia imperialista degli Stati Uniti)” guidato dagli Stati Uniti, sfidandone in particolare i due pilastri: “il supporto a un sistema commerciale internazionale aperto” e l'”impegno nelle alleanze a guida USA, base della sicurezza globale“. Rachman, come il resto della sua gente, è inorridito al pensiero di Trump che mette in discussione gli impegni alla sicurezza degli Stati Uniti con gli alleati della NATO, il Giappone e la Corea del Sud, a meno che non si sprema di più per la loro ‘difesa’.
Ancora più terrificante è lo spettacolo di Trump che esprime “ammirazione aperta” per l’orco della propaganda imperialista, il Presidente russo Vladimir Putin, che consentirà di accrescere i timori che gli Stati Uniti non si oppongano alla “rinnovata aggressione russa in Ucraina o Europa orientale“. Affermando ciò senza uno straccio di prova sull’aggressione russa, per non parlare della “rinnovata” aggressione russa. Questo è allarmismo, propaganda nera e bugie sfacciate tipico del ministro della propaganda nazista Goebbels, secondo cui semplici affermazioni e loro ripetizione costante trasformano le menzogne in fatti. Per quanto riguarda l’Asia-Pacifico, Rachman ha detto che gli alleati asiatici degli Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud, sono allarmati al pensiero che la politica “America First” di Trump possa far “accettare la sfera d’influenza cinese in Asia orientale“, ovviamente essendo del parere che questa parte del Pacifico sia il cortile dell’imperialismo statunitense quanto le acque della California, e che l’imperialismo degli USA abbia il diritto divino di dominare l’Asia dell’est escludendo dei Paesi, in particolare la Cina, che sono situati in quella parte del mondo. Rachman concludeva il suo articolo con una nota triste e pessimista, dicendo che l’ufficio della presidenza degli Stati Uniti, “un tempo occupata da giganti… è stata arraffata da un droghiere superficiale“, che ha promesso di fare grande l’America di nuovo, ma “la sua ascesa alla presidenza è in realtà segno di decadenza e declino nazionale“. (Trump e i pericoli dell’America First, Financial Times, 10 febbraio 2016). Alla fine, come un gattino cieco (per usare la terminologia di Lenin), Rachman ha accidentalmente detto la verità. Senza dubbio, gli USA sono in avanzati declino e decadenza. E sarebbe sempre così se Hillary Clinton avesse arraffato la presidenza. (Vedasi VI Lenin, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, 1918, capitolo 4)
Il declino degli USA è un duro colpo alle loro ambizioni egemoniche globali. Questa prospettiva può renderne tristi i lacchè, ma è occasione di gioia per l’umanità progressista. Con Trump, a condizione che rispetti le promesse elettorali, questo declino può semplicemente avvenire con meno guerre di aggressione per cambi di regime. Nessuno, tranne gli ammiratori folli degli Stati Uniti legatisi al carro da guerra dell’alleanza neo-nazista NATO, se ne pentirebbe.pic_nrd_20160328_williamsonIl declino degli Stati Uniti
Il declino degli Stati Uniti ha poco a che fare con Donald Trump. Il sistema globale di ispirazione e concezione statunitense è decaduto da tempo. La crisi economica peggiore mai avuta di sovrapproduzione, con conseguente crollo del 2008 e il quasi-crollo dell’edificio finanziario imperialista, la stagnazione dei redditi, l’austerità imposta alla classe operaia per salvare i baroni-ladroni del capitale finanziario, la crescente disuguaglianza e il disincanto sul libero commercio, sono veramente un bene seppellendo il cosiddetto senso economico liberale. Ciò che è vero è che la demolizione dei pilastri politici del vecchio ordine, che Trump ha promesso, se effettuata, accelererà il declino degli Stati Uniti, di nuovo non una cosa negativa per l’umanità. Di fronte a questa prospettiva, e ansimando per la rapida scomparsa del vecchio ordine militare e dell’egemonia economica degli Stati Uniti, i difensori reazionari di tale ordine vedono solo pericoli e con grande perplessità si chiedono: “Quanto dell’Europa libera può sopravvivere al ritiro dell’ombrello della sicurezza degli Stati Uniti? Alla Russia sarà consentito ripristinare l’influenza sugli Stati ex-comunisti dell’Europa orientale e centrale?… Chi manterrà la pace nei mar cinese meridionale e orientale?” Con Trump che occupa la Casa Bianca, affermano: “L’occidente ha perso il suo guardiano, e la democrazia il suo campione“. (L’America può sopravvivere a questo. Non l’occidente, di Philip Stephens, Financial Times, 11 novembre 2016)

Perché Hillary Clinton ha perso
Dichiarando che mancanza di esperienza, di carattere, intemperanza e ignoranza di Trump non lo rendono adatto alla presidenza degli Stati Uniti, i veterani della dirigenza e dello status quo ne attribuiscono la vittoria a razzismo, pregiudizio, odio e paura. Non riescono a capire come Hillary Clinton, sostenuta dal potente complesso militare-industriale, da Wall Street e da tutta la stampa e i media elettronici, non sia riuscita a sconfiggere Trump. Il meglio che possono pensare è attribuirne la sconfitta alla decisione di James Comey, capo dell’FBI, d’indagare Hillary sui suoi messaggi di posta elettronica, o alla presunta interferenza russa nelle elezioni degli Stati Uniti attraverso pirateria e fughe. In tal modo, questa nobiltà rifiuta ostinatamente di vedere l’elefante nella stanza: cioè l’alienazione e la disillusione di ampie fasce dell’elettorato verso la realtà e lo status quo, e l’abilità con cui Trump ne ha sfruttato il disincanto. Indubbiamente, razza e colore hanno giocato una parte nella sua vittoria. Il fattore di gran lunga più grande, tuttavia, è stato il disagio economico sentito da coloro che subiscono la globalizzazione, assieme all’impopolarità delle guerre infinite all’estero, che costano agli statunitensi comuni caro, per sangue e finanze, ma portano favolosi profitti ai giganti della finanza e dell’industria degli armamenti degli Stati Uniti. Aggiungendo a ciò le caratteristiche personali della candidata democratica, la totale mancanza di carisma; la sua storia di bugiarda congenita e criminale di guerra, responsabile di distruzione e perdite di vite umane monumentali nelle guerre estere; i suoi piani di scontro con la Russia; i suoi oscuri traffici con la Fondazione Clinton, i collegamenti con corrotti e terroristi e il suo autocompiacimento. Anche se fosse stata la gara tra i due candidati più impopolari nella storia delle elezioni presidenziali statunitensi, Clinton era personalmente molto più diffidata e invisa al popolo di Donald Trump. Non fu di molto aiutata dal partito, presieduta da capi screditati e disonesti, e per dirla con Thomas Frank, i democratici sono divenuti “da partito di Decatur (una malconcia cittadina dell’Illinois) a party a Martha Vineyard (residenza estiva delle élite)”. (Repubblicani e democratici hanno perso i colletti blu negli USA. Gli ultimi hanno da dire la loro, ora, The Observer, 6 novembre 2016)
Era così sicuro della vittoria Hillary Clinton, perché il PD sembrava dare per scontata la propria base elettorale. Non solo la maggioranza degli elettori bianchi (il 69 per cento degli elettori degli Stati Uniti) votava per Trump, ma gli elettori afroamericani e latini non hanno portato a Clinton i numeri dati ad Obama nelle ultime due elezioni. (Una vittoria della rabbia e della paura, The Observer, 13 novembre 2016). L’élite del PD ha fatto ricorso ad ogni bassezza per privare Bernie Sanders (il solo ad avere volontà e capacità di sfruttare il malcontento dei lavoratori bianchi poveri secondo un punto di vista progressivo) della nomina del partito. La maggior parte dei sondaggi mostra che, se fosse stato il candidato democratico, Bernie Sanders avrebbe vinto facilmente contro Trump. Alla fine, circa il 37 per cento dei membri del sindacato e il 41 per cento delle famiglie dei sindacalisti hanno votato per Trump, tra cui numerosi sostenitori di Bernie. La leadership corrotta della AFL-CIO (Federazione Americana del Lavoro e Congresso delle Organizzazioni Industriali, la grande federazione dei sindacati degli Stati Uniti), così come la NAACP (Associazione nazionale per l’avanzamento dei popoli colorati) e la maggioranza dei membri del Congressional Black Caucus, furono usati da Hillary Clinton per bloccare e imbrogliare Bernie Sanders. Così strettamente era manipolato e controllato dall’élite di partito l’intero processo, che alla convention democratica i dirigenti sindacali non furono autorizzati a parlare di ‘classe operaia’ o a citare il contenzioso su uno qualsiasi dei grandi accordi commerciali (TPP, TTIP o NAFTA). Contro lo slogan di Trump di “prosciugare la palude” di Washington, liberandola da clientelismo politico e corruzione, la risposta dei vertici del PD fu affermare che “l’America è ancora grande” e “tutto va bene”; slogan compiaciuti che hanno nauseato e disgustato la maggioranza degli elettori. Oltre alla classe operaia, vi sono 30 milioni di piccole imprese negli Stati Uniti,che impiegano più della metà della popolazione attiva e costituiscono il 99,7 per cento di tutte le imprese, generando il 33 per cento delle esportazioni. All’altra estremità della scala, ci sono 18500 imprese con più di 500 dipendenti ciascuna. Gli interessi delle piccole imprese divergono da quelle delle grandi imprese, e hanno numeri e risorse per significative sfide politiche alle fasce tradizionali dei partiti politici. Costituiscono un grande segmento dei sostenitori di Trump, dato che i loro interessi non coincidono con quelli dei capitalisti monopolistici. Né beneficiano nella stessa misura dalla globalizzazione, sostenuta dai dirigenti dei partiti Repubblicano e Democratico, Wall Street e complesso militare-industriale. Non è un caso che tutto l’establishment ha sostenuto la candidatura di Hillary Clinton, una guerrafondaia, per non dire criminale di guerra, e fervente sostenitrice di TPP e TTIP (fino all’opposizione tardiva e timida per ragioni di opportunità elettorale). Non per niente Clinton ha ricevuto dai banchieri di Wall Street 78milioni di dollari di donazioni per la campagna, mentre Trump ne ebbe poco meno di 1 milione dalla stessa fonte.16177772Riscrivere la storia
Nel tentativo di sminuire Trump e il suo successo elettorale, e di ritrarlo semplicemente come la vittoria di razzismo e intolleranza, i suoi detrattori ideologici ricorrono alla riscrittura della storia, nella speranza che i loro lettori siano abbastanza ignoranti da non notarlo. Ad esempio, dopo aver annunciato la vittoria presidenziale di Trump come “fine dell’occidente e scomparsa della democrazia liberale”, l’autore di un articolo di fondo in The Observer continuava: “Il trumpismo ha preso d’assalto la città splendente sulla collina, tradito i padri fondatori che erano per la dignità umana e i diritti universali e ora presagisce un’America isolazionista ad immagine di Trump. Un faro di discriminazione e cattiveria” (op cit, 13 novembre 2016). Niente del genere! Qualunque siano le dichiarazioni e la retorica dei padri fondatori, certamente non si distinsero per dignità umana e diritti universali; ognuno di loro, tra cui Thomas Jefferson e Benjamin Franklin (il più radicale) credevano nella e praticavano la schiavitù, possedendo di decine, e in alcuni casi centinaia, di schiavi neri. La prima costituzione degli USA descriveva i neri come solo per tre quarti esseri umani; la repubblica nordamericana nata dalla guerra d’indipendenza non gli concesse alcun diritto. Ci sono voluti altri novant’anni e una guerra civile, che divorò quasi il 10 per cento della popolazione nordamericana, affinché gli schiavi fossero emancipati. Anche allora, subito dopo, i benefici dell’abolizione furono tutti tolti da una legislazione restrittiva in diversi Stati; e ci sono voluti altri novant’anni e un potente movimento per i diritti civili negli anni ’60 per spazzare via tali leggi. Anche oggi, gli afro-americani, insieme ai pochi nativi americani che sono riusciti a sopravvivere a massacri ed olocausti, continuano ad essere le maggiori vittime di questo “faro di discriminazione e cattiveria”, vale a dire, la repubblica americana; questo leader del ‘mondo libero’ e custode della ‘democrazia’. E’ un insulto all’intelligenza dei suoi lettori che il caporedattore dell’Observer osasse fare una tale affermazione oltraggiosa. Trump non è l’inventore di cattiveria e discriminazione, odio razziale e dispetto; questi sono ingredienti essenziali del corpo politico statunitense. A intervalli regolari ci fu isteria anti-immigrati negli Stati Uniti ad ogni ondata immigratoria, contro gli italiani, gli irlandesi e gli ebrei. Quello che Trump ha fatto è identificare la frattura tra i donatori del Partito Repubblicano, che beneficiano della globalizzazione, e la sua truppa, che se ne sente vittima. Poi si mise con questi ultimi attaccando il liberoscambismo e l’interventismo militare. Di conseguenza, si è assicurato il 70 per cento del voto dei bianchi della classe operaia; soverchiando l’ex-candidato repubblicano Mitt Romney tra gli elettori neri ed ispanici; e ha perso tra le donne bianche con istruzione universitaria solo per poco. Coloro che fino ad oggi hanno gestito il partito repubblicano hanno dato ad Obama l’autorità per negoziare nuovi accordi commerciali, ora defunti. Con l’elezione di Trump, le contraddizioni nel partito repubblicano sono ormai venute alla ribalta; resta da vedere se i sostenitori di Trump o i capi repubblicani avranno il sopravvento.

Piattaforma economica
La piattaforma economica di Trump è un guazzbuglio. Le sue proposte sulla tassazione personale porterebbero solo benefici modesti agli elettori a medio reddito, i cui interessi pretende di rappresentare, e grandi guadagni ai più ricchi. Con imposte minori alle società, la sua amministrazione spera di attirare aziende rimpatriando una cifra stimata di 1-3 trilioni nascosti all’estero. La sua proposta per 1 trilione di investimenti infrastrutturali, assieme a una politica di bilancio più flessibile, stimolerebbe l’economia degli Stati Uniti, riparando strade, ponti, gallerie, aeroporti, scuole e ospedali, cosa a cui i repubblicani al Congresso si sono con veemenza opposti, finora. Resta da vedere se saprà superare questo ostacolo. I piani di spesa di Trump e i tagli fiscali non finanziati aggiungerebbero altri 5 trilioni al deficit federale degli Stati Uniti entro il 2026, secondo il Comitato per un bilancio federale responsabile. Per di più, i suoi piani sono suscettibili di dimostrarsi inflazionistici, aumentando i costi dei finanziamenti, che a sua volta potrebbero obbligare la FED ad alzare i tassi d’interesse e porre le basi per una crescita più lenta. La cosa più controversa della piattaforma economica di Trump è la minaccia fiscale del 45 per cento di tariffe alle importazioni cinesi negli Stati Uniti. La Cina ha un surplus commerciale con gli Stati Uniti da 400 miliardi di dollari l’anno, e le riserve cinesi in valuta estera attualmente sono 3,1 trilioni di dollari, in gran parte investiti nel mercato del Tesoro degli Stati Uniti. Vi è quindi la possibilità di misure di ritorsione devastanti. La Cina potrebbe sbarazzarsi delle partecipazioni del Tesoro degli Stati Uniti, avviando una catena di eventi, con conseguente calo precipitoso del valore del dollaro USA, portando all’aumento dei tassi d’interesse degli Stati Uniti per proteggere il dollaro, e a una probabile recessione negli Stati Uniti. Tale catena di eventi sicuramente destabilizzerà il mercato obbligazionario infliggendo gravi danni all’economia globale. Gli statunitensi prendono prestiti dai più poveri cinesi con scarsi tassi d’interesse per acquistare i beni che i cinesi producono in grandi quantità. Questi vantaggi sono stati decisi a costo del lavoro negli Stati Uniti, ma ciò, tuttavia, è nella natura dell’imperialismo, le cui caratteristiche principali sono esportazione di capitali, creazione di strutture produttive all’estero, interesse nella massimizzazione dei profitti. Qualunque sia la retorica, anche Trump non potrà farvi molto. Inutile dire che anche la Cina subirà perdite enormi nelle attività denominate in dollari, se i due Paesi saranno trascinati in azioni di ritorsione. Davanti alle conseguenze economiche disastrose imponendo tariffe ai beni cinesi, violando le norme dell’OMC, Trump dovrebbe fare un passo indietro dal precipizio.

La critica di Burleigh all’élite liberal
E’ interessante notare che, mentre una combinazione di neocon e ‘liberal’ di sinistra negli Stati Uniti, compresi gli inguaribilmente contro-rivoluzionari trotzkisti, è frastornata al punto di provare dolore per la vittoria di Trump, sentendo il “tonfo dello stivale fascista nell’ascesa di Trump“, Michael Burleigh, autore e storico, ha rimesso la questione nella misura della sobrietà e dell’onestà, dicendo che la vittoria di Trump va vista come la grande fuga di USA e occidente. Scrivendo sul Mail on Sunday, sosteneva con effetti devastanti per chi è distrutto dal dolore per il successo elettorale di Trump: “Si dice che molti di destra non siano felici della presidenza Trump. Questi neocon normalmente non badano al tonfo degli stivali, preferibilmente sulla faccia degli arabi, credendo che il falco Clinton avrebbe continuato il loro bellicismo evangelico. Basti guardare come è andata a finire. Dall’11 settembre gli Stati Uniti hanno agito come un ‘globocop’ in Medio Oriente, Nord Africa e Afghanistan. Il risultato è la morte di milioni di persone, l’ascesa dello Stato islamico, gli Stati falliti, la diffusione del terrorismo e una marea di profughi che destabilizza l’Europa“. Continuava: “Questo caos ha aggravato gli effetti della ‘digitalizzazione’ e ‘globalizzazione’ sulla gente comune che lavora e non ha un posto di lavoro sicuro. Computer, robot industriali e outsourcing hanno distrutto molti mezzi di sussistenza“. Queste sono le ragioni, secondo Burleigh, per cui “l’isteria liberale su Trump è fuori luogo. Con la promessa d’intervenire militarmente solo quando gli interessi nazionali sono in gioco, potrebbe essere proprio il presidente giusto per i nostri tempi. Il risultato potrebbe essere un nuovo ordine mondiale multipolare“. “L’epoca“, dice, “è cambiata e la politica internazionale deve cambiare con essa“. In seguito ha detto che Russia, Cina, India e Iran vogliono che siano ascoltati; e che la loro voce sia ascoltata per rimodellare le istituzioni globali che i vincitori della seconda guerra mondiale imposero nel 1945. La “pretesa statunitense di difendere mondo occidentale e Pacifico è sempre più odiata dal pubblico statunitense… A differenza di Hillary Clinton, che si sarebbe scontrata con Vladimir Putin sin dall’inizio, Trump dice di volere migliori relazioni con la Russia. E’ giusto che i russi aiutino gli Stati Uniti (e non solo) a distruggere lo SI. Con consiglieri intelligenti si potrebbe scoprire che un Iran relativamente occidentalizzato è un alleato migliore dei sauditi, che hanno passato gli ultimi quarant’anni a diffondere l’estremismo islamico. Ma tutto questo“, concludeva, “avrà un costo. Dovremo accettare il fatto che non possiamo più esportare le nostre idee… nel resto del mondo (non solo idee ma l’imposizione dell’egemonia imperialista a mano armata!)”
Ciò che Burleigh sostiene, in sostanza, è il corso non-imperialista delle potenze imperialiste. Questo non accadrà. Comunque, desiderio e difesa di un mondo senza il brigantaggio e l’egemonia imperialista, anche se non espresso in termini così chiari, sono lodevoli, in quanto il documento proviene da un ambito inaspettato, svergognando i sostenitori dei valori di pseudo-sinistra, ‘democratici’ o liberali che, con la vittoria di Trump, si affliggono prenotando camere speciali con consulenti, cuccioli e peluche per alleviare il dolore. (La grande fuga da globocop, 13 novembre 2016)

La crisi imperialista si approfondisce
Dopo la Brexit di giugno, la vittoria di Trump è un altro duro colpo al sistema imperialista e al cosiddetto ordine liberale. In quanto tale, va accolta con entusiasmo dal proletariato rivoluzionario e dall’umanità progressista.c23m3n8ucae67i5Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le ragioni delle affermazioni sulla “pirateria russa”

Tony Cartalucci, LD, 19 gennaio 201615895205Nonostante il grande sforzo volto recentemente a rafforzare la credibilità della “comunità d’intelligence statunitense” dopo la valutazione sulla presunta “pirateria russa”, va ricordato che tale “comunità” ha volutamente e malvagiamente fabbricato una miriade di bugie sulle cosiddette armi di distruzione di massa in Iraq, portando ad una guerra che ha distrutto più di un milione di vite, tra cui oltre 4000 soldati statunitensi. Una comunità responsabile delle bugie autocertificate non ha credibilità. Né i media che ripetono tali bugie senza criticarne le fondamenta e le rozze logiche che le sottendono. Ultimamente, le prove presentate da tale comunità e partner nei media occidentali sulla presunta “pirateria russa” delle elezioni negli USA del 2016, sono così scadenti e bizzarre che appellarsi alle autorità è essenziale per spacciarle al pubblico globale.

Cosa s’intende per “pirateria russa?”
Il tono sinistro di “pirateria russa” suggerisce che Mosca abbia sovvertito le elezioni del 2016 negli Stati Uniti usando l’informatica. I titoli di media occidentali come CNN, “Gli USA accusano la Russia d’interferire nelle elezioni del 2016“, istigano l’isteria affermando: “L’amministrazione Obama ha detto di aver “fiducia” nella Russia responsabile della pirateria di e-mail sulle imminenti elezioni statunitensi, nel tentativo d’interferirvi. L’annuncio indicava per la prima volta che il governo degli Stati Uniti ufficialmente accusava la Russia di pirateria del sistema politico degli Stati Uniti. All’inizio della settimana, i due Paesi interruppero i colloqui formali sul cessate il fuoco in Siria. “Crediamo che, in base a portata e sensibilità di questi sforzi, solo i vertici della Russia possano averle autorizzate”, affermavano dipartimento di Sicurezza Nazionale e ufficio del direttore della National Intelligence, in una dichiarazione congiunta”. Le dichiarazioni sulla Russia “che piratava i sistemi politici degli Stati Uniti” richiama l’immagine di hacker al Cremlino che usano sofisticate armi informatiche per violare le macchine del voto, seggi e database per alterare i risultati elettorali. In realtà, nulla del genere è accaduto, e non secondo le dichiarazioni russe, ma secondo i rapporti ufficiali della “comunità d’intelligence statunitense” sul caso.

La prova reale, secondo il governo degli Stati Uniti
In realtà, la “pirateria” delle e-mail rese pubbliche, i messaggi di posta elettronica diffusi dal  (DNC), compresi quelli tra la candidata presidenziale ed ex-segretaria di Stato degli USA Hillary Clinton e il suo responsabile della campagna John Podesta. Le e-mail furono poi consegnate a Wikileaks prima di essere rese pubbliche. Alcun seggio elettorale fu “piratato”, alcun database compromesso e alcuna influenza esercitata sulle elezioni, al di là dell’influenza che la verità sulle comunicazioni interne del DNC ha avuto sul pubblico statunitense. La natura delle fughe sulla posta elettronica comporta una tecnica nota come “spear phishing”, una tecnica con cui un hacker si rivolge ad individui specifici spacciandosi via e-mail da organo governativo o compagnia, chiedendo all’individuo preso di mira di compilare username e password. Lo “spear phishing” è forse la tattica più elementare che si possa immaginare, ed è più vicina all’ingegneria sociale e all’inganno (conning) che alla pirateria via computer. Proprio “La relazione congiunta d’analisi del governo degli Stati Uniti” (PDF), basato sulle “analisi di Department of Homeland Security (DHS) e Federal Bureau of Investigation (FBI)“, avrebbe rivelato proprio questo. Con sintesi prolissa, il rapporto ammette: “Nella primavera del 2016, APT28 compromise lo stesso partito, sempre via spearphishing. Questa volta, l’email di spearphishing spinse i destinatari a cambiare password attraverso un dominio webmail falso ospitato dall’infrastruttura operativa di APT28. Utilizzando le credenziali raccolte, APT28 poté accedere e rubare il contenuto, probabilmente portando all’esfiltrazione di informazioni su più membri di alto livello del gruppo. Il governo degli Stati Uniti ritenne che l’informazione fu trapelata alla stampa e divulgata”. In parole semplici, gli individui presi di mira furono avvicinati via e-mail, chiedendogli username e password, che volontariamente consegnarono. Il rapporto d’analisi congiunto tenta di usare un sofisticato gergo tecnico, nella speranza che i lettori credano che l’operazione richieda competenze sofisticate. Tuttavia, gli attacchi non sarebbero potuto essere più elementari. Gli esperti di IT, da Wikileaks di Julian Assange allo show di Vin Armani, hanno spiegato in modo approfondito quanto elementare sia stato piratare la posta elettronica, convenendo che un adolescente senza risorse, oltre alla connessione Internet, conoscenze elementari e desiderio di violare le e-mail del DNC, avrebbe potuto effettuare tali attacchi. Altri rapporti del governo degli Stati Uniti, tra cui quello legato al titolo del New York Times,Il contesto della valutazione delle attività e intenzioni russe nelle ultime elezioni negli Stati Uniti: il processo analitico e l’attribuzione del cyber-incidente” (PDF), l’ammetterebbe, concentrandosi non sui dettagli tecnici del vero “pirataggio” delle e-mail, ma piuttosto collegando l’operazione alla Russia esclusivamente sulla base di come da ciò la Russia ne avrebbe tratto beneficio.

Se la Russia è abbastanza avanzata da “piratare” le elezioni negli USA, lo è abbastanza per sapere che è inutile
L’elementare “pirateria” delle e-mail richiedeva sponsorizzazioni, e la Russia sarebbe stata disposta ad accettarne i rischi politici, economici e militari connessi, sponsorizzando tale operazione? La risposta è probabilmente no. In realtà, a prescindere da chi ci sia alla Casa Bianca, la politica estera statunitense è dettata principalmente da interessi delle imprese e finanze, non eletti da nessuno. Ciò spiega il motivo per cui gli Stati Uniti hanno agito a tradimento e in modo sovversivo verso la Russia per decenni, a prescindere dalle presidenze e perfino da intere ere politiche degli Stati Uniti. Banche e aziende energetiche e della difesa hanno visto la Russia come concorrente dalla seconda guerra mondiale, un concorrente da minare, sopraffare, comprare o comunque isolare ed eliminare. Le elezioni favorevoli al presidente eletto Donald Trump sull’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton faranno poca o nessuna differenza in tale lotta pluridecennale tra Oriente e occidente. La comprensione di ciò, tuttavia, spiega il motivo per cui gli Stati Uniti sfruttano le e-mail del DNC compromesse per accusare la Russia. È l’ennesima occasione per giustificare ulteriori tentativi di circondare, contenere, e in ultima analisi, rovesciare l’ordine politico, finanziario, militare ed industriale della Russia, eliminando un notevole ostacolo a Wall Street e alle ambizioni di Washington sull’egemonia globale. Senza poter citare “il sequestro delle elezioni” e altre presunte minacce di Mosca all’occidente, l’enorme spesa per l’espansione militare, in particolare degli Stati Uniti in Europa orientale, sarebbe imperdonabile.internet_hate_machine_joshua_goldbergTony Cartalucci, ricercatore e autore geopolitico di Bangkok, in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora