Trump contro la CIA

Caleb Maupin New Eastern Outlook 06/02/2017gettyimages-494045244Trump ha firmato un ordine esecutivo. Gli aeroporti si sono riempiti di manifestanti e i media hanno urlato al bando dei musulmani. I giudici federali sono intervenuti e rabbia e caos scoppiavano. Cosa succede realmente? Le risposte da entrambi i lati dello spettro politico sono emozionali e senza verità. “Trump cerca di proteggerci dai terroristi! Tiene i musulmani fuori del nostro Paese!” gridano i difensori di Trump. Bene, alcun attentato sul suolo statunitense è mai stato effettuato dai 7 Paesi banditi. I Paesi collegati agli ultimi attentati, come Arabia Saudita e l’Afghanistan, non sono inclusi. “Trump è un razzista! Bandisce i musulmani! Non possiamo bloccare le persone per la loro religione!” gridano i manifestanti liberali. Bene, molti Paesi a maggioranza musulmana come Turchia ed Indonesia non sono inclusi nel bando, che inoltre riguarda tutte le persone provenienti da questi Paesi, non solo musulmani. La Repubblica araba siriana, per esempio, è la patria di molti cristiani, drusi e anche di una piccola comunità ebraica. La Repubblica islamica dell’Iran ha una grande popolazione di cristiani armeni, ebrei e molti aderenti al zoroastrismo. Tutti questi non-musulmani sono anche soggetti al bando. Un fattore che contribuisce alla sfogo della rabbia è il grossolano, improvviso “schiaffo” dell’ordine esecutivo. Finché l’amministrazione non fa marcia indietro, anche i residenti permanenti con la carta verde saranno allontanati dagli aeroporti, sicuramente angosciando e spaventando molti.

Definirlo “divieto dei musulmani” va bene per Trump e democratici
Nella campagna elettorale presidenziale, Trump ha più volte fatto appello al disprezzo e alla diffidenza dei musulmani. Parlò di “messa al bando dei musulmani” dagli Stati Uniti. Il suo discorso all’American Israeli Public Affairs Comitee assecondava sentimenti anti-islamici. Milioni di lavoratori nelle zone rurali e suburbane hanno votato Trump anche per queste dichiarazioni. Nel periodo immediatamente successivo all’11 settembre, molti statunitensi videro negli islamici un solo spaventoso estraneo gruppo violento. L’idea che Trump emanasse il “divieto dei musulmani” ne aumenterà, e non diminuirà, la credibilità presso milioni di bianchi della classe lavoratrice di media età che l’hanno votato negli Stati della Rustbelt e meridionali, rafforzandone l’immagine di difensore coraggioso dell’uomo comune, non politicamente corretto e che non teme il disprezzo delle élite liberali urbane. Tuttavia, per quanto possa piacere alla destra, di fondo anti-islamica, e per quanto i suoi avversari lo condannino, la realtà è che Trump non ha emanato il bando dei musulmani. Donald Trump ha temporaneamente sospeso l’ingresso negli Stati Uniti da sette Paesi: Yemen, Siria, Iraq, Iran, Somalia, Libia e Sudan. Ora il pubblico statunitense ha un’accesa discussione su ciò. Gli oppositori lo definiscono bigotto e i sostenitori coraggioso, e nessuna delle due parti riconosce la realtà. Gli osservatori della politica statunitense devono ricordarsi il dibattito sull’assistenza sanitaria nei primi anni dell’amministrazione Obama. L’Affordable Care Act o “Obamacare” non era assistenza sanitaria universale o socializzata, e fece molto poco per cambiare il sistema sanitario privato del Paese. Tuttavia, la destra si schierò contro, chiamandola socialismo, e la sinistra a difesa, impiegando la retorica socialista. Entrambi si scontrarono accettando la stessa storia fasulla sull’Affordable Care Act.

Le proteste non spontanee negli aeroporti
Dopo questa azione improvvisa, come nel dibattito sull’assistenza sanitaria, “i guanti furono lanciati”. Nel 2009, il Tea Party rispose all’Affordable Care Act esibendo armi da fuoco nelle riunioni municipali e con altri atti di protesta normalmente considerati “fuori dai limiti”. In risposta a Trump, l’apparato democratico mobilita i suoi sostenitori per protestare negli aeroporti. Le manifestazioni sono state mobilitate molto rapidamente, e furono così gravi che vi furono arresti e uso di spray al pepe in varie località. Chi pretende che le proteste fossero casuali, non pianificate o spontanee delira. Gli aeroporti sono tra le località più controllate del Paese. Se decine di anni fa era permesso diffondere volantini politici o petizioni negli aeroporti, da tempo ciò è proibito. In circostanze normali è illegale non solo protestare o “disturbare il pubblico” in un aeroporto, ma anche farvi riprese video. Eppure, senza alcun annuncio pubblico od organizzato, migliaia di attivisti democratici inondavano gli aeroporti con proteste piuttosto violente. In circostanze normali chi farebbe cose del genere verrebbe arrestato immediatamente e forse anche accusato di terrorismo. Non solo la polizia non ha arrestato i manifestanti, ma ha permesso che dilagassero. Anche se le riprese video non sono consentite negli aeroporti, video in live streaming avvenivano sui social media, e le telecamere dei notiziari arrivavano comodamente. In molti Paesi in cui il governo eletto viene rovesciato dai militari, una delle prime azioni intraprese è occupare gli aeroporti. Si potrebbe anche leggere nelle mobilitazioni improvvise, chiaramente sostenute dai vertici democratici, una velata minaccia di colpo di Stato militare.

La CIA colpisce ancora
Ma perché c’è stata una risposta così rapida all’azione di Trump? Perché i democratici scatenano le loro forze così rapidamente in risposta alla mossa di Trump? Democratici come Hillary Clinton, che ha twittato sostegno alle proteste, sono semplicemente degli umanitari dalla profonda compassione per gli immigrati? La vera risposta si trova, velata, nelle notizie sull’opposizione al divieto. La principale mostra una famiglia irachena bloccata dalla mossa di Trump, e descrive come il padre abbia “rischiato la vita nel sostenere gli Stati Uniti” e come la sua famiglia fu premiata con un visto. Ciò non è raro. Gli alleati degli Stati Uniti nei conflitti nel mondo sono regolarmente premiati con i visti. L’esercito statunitense ha molti “soldati con la carta verde” dell’America Latina, che cercano la residenza legale negli Stati Uniti con il servizio militare. Nei 7 Paesi elencati nel bando, ci sono migliaia di persone che hanno collaborato con gli USA per realizzarne le mire in politica estera. In Siria, per esempio, centinaia di migliaia di estremisti wahabiti hanno lavorato per rovesciare il governo. In Iraq, l’Arabia Saudita ha cooperato con gli Stati Uniti nel tentativo di eliminare l’influenza iraniana nelle comunità sciite. Nello Yemen, al-Qaida, Arabia Saudita e Stati Uniti collaborano per rovesciare i Comitati rivoluzionari dell’organizzazione Ansarullah, comunemente chiamati “Huthi”. I collaborazionisti degli Stati Uniti nei 7 Paesi sono spesso musulmani che aderiscono all’interpretazione saudita o della Fratellanza musulmana. In seguito all’ordine esecutivo, si scopre che Trump invoca apertamente il bando formale della Fratellanza musulmana, designandola organizzazione terroristica. Mentre in molti Paesi, come Russia e Arabia Saudita, è già fuori legge, negli Stati Uniti non lo è. In effetti, la Fratellanza musulmana è un alleata chiave degli Stati Uniti in Medio Oriente da decenni, da quando lavorò per la CIA per destabilizzare il governo antimperialista e socialista di Nasser in Egitto. La Fratellanza organizzò una rivolta violenta contro la Repubblica araba siriana negli anni ’80, ed è al fianco dei terroristi antigovernativi nella guerra siriana. I Fratelli musulmani con entusiasmo collaborarono con l’amministrazione Obama per rovesciare Muammar Gheddafi e per ridurre in caos e povertà la Libia. I Fratelli musulmani agiscono in tutto il Medio Oriente. La monarchia del Qatar, che sponsorizza anche la rete televisiva al-Jazeera, è un finanziatore chiave della Fratellanza musulmana. La CIA ha lavorato per decenni per mantenere il rapporto tra governo degli Stati Uniti e Fratelli musulmani, vedendoli come alleati o ascari nella lotta contro i governi antimperialisti, nazionalisti e socialisti nella regione. Mentre la CIA vede la Fratellanza musulmana come utile alleata, gli altri attori chiave della società degli Stati Uniti non sono d’accordo. Il governo israeliano e la sua rete di sostenitori hanno un profondo disprezzo per i Fratelli musulmani per via della filiale palestinese Hamas, il loro nemico in guerra. Altre figure dell’apparato di sicurezza e dell’esercito vedono la Fratellanza come una minaccia per la sua serie di omicidi e il terrorismo. La mossa di Trump rappresenterebbe una sezione dell’élite degli Stati Uniti che vuole porre fine al rapporto tra governo e Fratellanza Musulmana, così come con i fanatici wahabiti. La CIA, d’altro canto, sa che è molto importante mantenere tali alleanze, attive da molti decenni. Questo disaccordo tra i più potenti capi degli Stati Uniti è la base su cui l’ordine esecutivo e le improvvise proteste radicali negli aeroporti hanno avuto luogo.

Soros, Brzezinski e Brennan
John Brennan era direttore della CIA di Obama. Ha supervisionato gli attacchi dei droni che uccisero civili. Ha lavorato per rovesciare i governi nazionalisti indipendenti in Libia e Siria, tra gli altri. Brennan ha fatto tutto questo, e può essere chiamato in molti modi da chi è in disaccordo con tali politiche. Ma una cosa non può esattamente essere chiamato, “conservatore”. John Brennan ammise che nel 1976 votò per Gus Hall, il candidato presidenziale del Partito Comunista degli USA. Dal 1996 diresse la stazione CIA nella capitale dell’Arabia Saudita, Riyadh. Le dichiarazioni non provate di un ex-agente dell’FBI e di altri, sostengono che si sia convertito al wahabbismo quando ci lavorava. La strategia della CIA nel raggiungere obiettivi di politica estera degli Stati Uniti e di coloro che la dirigono spesso appare liberale e non ortodossa. Molti ingenuamente suppongono che chi lavori per le agenzie di intelligence e sicurezza statunitensi sia un duro conservatore, data la natura del lavoro, ma in realtà molti della CIA sono legati a cause di sinistra. Nella retorica dei sostenitori di Trump e di destra, il nome “George Soros” appare di frequente. Chi difende le proteste aeroportuali deride questa retorica, dicendo cose come “Mi deve dei soldi, non sono stato pagato”, ecc. Anche se i liberali spesso la gettano in caciara, George Soros esiste e non è una fissazione della destra. L’estrema sinistra, in particolare socialisti e comunisti, dovrebbero conoscerlo molto bene. Soros è uno degli alleati più importanti della CIA. Un miliardario che ha contribuito a far cadere i governi marxisti-leninisti dell’Europa orientale. Soros finanziò i movimenti anticomunisti “Solidarnosh” e “Charta 77“, così come i dissidenti che lavorarono per il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991. Soros, come chi dirige National Endowment for Democracy, Fondazione Tides, Open Society Institute e altre fondazioni liberali, coordinò i finanziamenti dell’attivismo mondiale con le strategie della Central Intelligence Agency. Quando la CIA lavorava contro il governo serbo, Soros finanziò il separatismo in Kosovo. Quando gli strateghi di politica estera degli USA miravano ad Aleksandr Lukashenko, chiamando la Bielorussia ‘l’ultima repubblica sovietica’, Soros finanziò gli “attivisti” in quel Paese. L’agente della CIA e medaglia Presidenziale della Libertà Zbigniew Brzezinski, come Soros e Brennan, non può essere descritto “conservatore” o “di destra”. Brzezinski si vanta di aver dato all’Unione Sovietica “il suo Vietnam” attirandola in Afghanistan. Oggi, la figlia Mika Brzezinski è una presentatrice liberale della rete televisiva MSNBC del Partito democratico. George Soros e Zbigniew Brzezinski sono noti per precise strategie in politica estera sviluppate durante la Guerra Fredda. La strategia che invece di attaccare i Paesi direttamente con i militari, governi e leader invisi a Wall Street possono essere rovesciati finanziando movimenti dissidenti, con la guerra dell’informazione, le sanzioni economiche, il caos e le “rivoluzioni colorate”.

Inganni sull’Iran
Le rapide mosse di Trump e di chi nell’apparato statale vi si oppone, sono date da divergenze di strategia sugli eventi mondiali. Un disaccordo evidente tra Trump e il suo predecessore è sulla Repubblica islamica dell’Iran. L’ordine esecutivo di Trump fu seguito dall’annuncio che l’Iran è “seguito”. Nuove sanzioni all’Iran sono state poste. Molte volte durante la campagna Trump parlò contro l’Iran con parole dirette. Molti sostenitori di Trump credono che Repubblica islamica dell’Iran, al-Qaida e SIIL siano della stessa stoffa o che siano collegati. La realtà è che la Repubblica islamica dell’Iran è uno dei più grandi nemici dello SIIL. SIIL, al-Qaida e altri estremisti wahabiti chiamano gli iraniani “apostati” e cercano di rovesciare violentemente la Repubblica Islamica e di massacrarne il popolo. La Guardia Rivoluzionaria iraniana è sul campo di battaglia in Siria, ogni giorno, a fianco delle forze governative siriane che combattono lo SIIL. L’Iran è uno dei Paesi più stabili della regione, dove sunniti, cristiani, zoroastriani ed ebrei sono liberi di praticare la propria fede sotto il governo sciita. Coerentemente con gli appelli del fondatore Imam Khomeini a “Niente capitalismo, ma Islam”, la Repubblica islamica ha un’economia strettamente controllata dallo Stato che garantisce alloggio, istruzione e assistenza sanitaria alla popolazione. Le compagnie petrolifere statali iraniane competono con Wall Street sui mercati globali e utilizzano i proventi per sviluppare un’economia indipendente. L’Iran sostiene il governo siriano opponendosi all’ondata di terrorismo wahabbita che travolge il Paese. Obama e la CIA sembrano aver creduto che il miglior approccio all’Iran comprendesse negoziati, supporto ai dissidenti interni e gesti diplomatici. L’amministrazione Trump, includendo l’Iran nel bando e ripetendo la retorica anti-iraniana, sembra credere in un approccio conflittuale diretto. Nella politica estera degli USA, il recente ordine esecutivo e la risposta drammatica ad esso illustrano il grande disaccordo nelle stanze del potere. Mentre l’illusione del mondo unipolare si erode apertamente, i Paesi indipendenti dalle economie pianificate emergono e il mondo continua a vedere una crisi economica, tali gravi disaccordi nella classe dirigente degli Stati Uniti sono ovvi.

Obama e Brennan

Obama e Brennan

Caleb Maupin è un analista politico e attivista di New York. Ha studiato scienze politiche presso la Baldwin-Wallace College e fu ispirato e coinvolto dal movimento Occupy Wall Street, in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La rete del Grande Fratello George Soros va a pezzi

Gilbert Mercier, News Junkie Post, 05/02/2017

L’attacco all’ordine esecutivo ‘divieto di viaggio’ di Donald Trump fa parte di una campagna di disinformazione al centro dei quali c’è la rete creata da George Soros.8270586486_b06b7553d8_h-e1486071016688L’alleanza blasfema: Soros e principi e sceicchi della British Petroleum
La campagna di disinformazione sul cosiddetto divieto ai musulmani dell’amministrazione Trump è stata orchestrata negli Stati Uniti, Canada ed Europa occidentale dalla maggior parte dei media mainstream e degli organi d’informazione di pseudo-sinistra e pseudo-indipendenti, dalle principali piattaforme social media del mondo, nonché dai motori di ricerca. Ciò che l’amministrazione Trump ha fatto con l’emissione dell’ordine esecutivo per limitare i visti ai cittadini di Paesi specifici non è una misura razzista, ma invece una misura di sicurezza per impedire attacchi terroristici finanziati da una cabala globalista ancora molto attiva e guidata dal burattinaio George Soros, dai suoi innumerevoli soci in politica, finanza e media, così come dalla famiglia reale dell’Arabia Saudita. Questa incredibilmente potente rete globale, che alcuni chiamano governo-ombra del Nuovo Ordine Mondiale, si disfa completamente. Forse è giunto il momento di trascinare la gigantesca idra globalista sulla riva e guardarla morire, cotta dai raggi del sole.

Il fallimento dell’infoguerra globalista: il presidente Trump conquista cuori e menti dei Paesi musulmani
L’ordine esecutivo dell’amministrazione Trump apparentemente ha già dato i suoi frutti, non solo probabilmente sventando un attacco terroristico contro lo stadio che ospita il Super Bowl, il maggiore evento sportivo negli Stati Uniti. Alcuni giorni prima, Rashid Muhammad, un capo dello SIIL, fu arrestato al John F. Kennedy di New York. Speriamo che un interrogatorio approfondito dellFBI e forse altre agenzie, portino ai nomi dei suoi collaboratori all’estero, e soprattutto delle persone che hanno ordinato e finanziato possibili attentati. Nel complesso, è un buon lavoro della polizia vecchio stile, e non di qualche tendenza anti-musulmana dell’amministrazione Trump. I musulmani di tutto il mondo sono pienamente consapevoli che l’amministrazione Obama non è mai stata loro amica.

L’asse amorale: Soros, i governanti dell’Arabia Saudita e la rete sionista
La maggioranza del pubblico nei Paesi musulmani non si beve l’idea che il Presidente Donald Trump sia anti-islamico, e l’opinione pubblica degli Stati Uniti sta rapidamente recuperando terreno sulla stessa nozione. La maggior parte dei musulmani del mondo già conosce ciò che chiamai un paio di anni fa alleanza saudita-sionista. L’Islam è una religione di pace a meno che, ovviamente, non segua i precetti wahabiti o salafiti della sharia. Queste due forme di fondamentalismo islamico sono state generosamente sponsorizzate da Arabia Saudita e Qatar, e diffuse nel mondo, anche nei Paesi laici dell’Europa occidentale. Ciò è avvenuto con la costruzione di grandi moschee e l’assunzione di imam per predicare, indottrinare e spesso arruolare cittadini europei di origine nordafricana, turca o pakistana. Giovani con scarse prospettive di lavoro in Francia, Regno Unito, Belgio, Germania, Bosnia, Kosovo e altrove sono stati i primi obiettivi dei jihadisti. Pochi di loro sono in realtà motivati a combattere la cosiddetta guerra santa in nome di Allah. Ciò che sono invece è una forza mercenaria: una legione straniera agguerrita e ben addestrata che diffonde caos a vantaggio dei principi e sceicchi sauditi e qatarioti. Ciò con il sostegno e la partecipazione attiva di tutte le amministrazioni degli Stati Uniti dal 1980, o ciò che chiamo i 36 anni dell’era criminale Bush-Clinton, ovviamente compreso il clintoniano straordinario, l’ex-presidente Barack Hussein Obama.

Il premio Nobel per la Pace Obama ha ordinato il lancio di 26172 bombe nel 2016
Mentre la pseudo-sinistra occidentale, che opera principalmente da propagandista dell’agenda globalista, dipinge il Presidente Trump come un razzista anti-musulmano che aspira ad essere Adolf Hitler, cosa assolutamente insensata, dato che i fatti raccontano una storia diversa; in un articolo pubblicato dal Consiglio on Foreign Relations, Micah Zenko espone i bombardamenti dell’amministrazione Obama in sette Paesi musulmani, nel 2016. In totale, le forze armate statunitensi hanno sganciato 26172 bombe in sette Paesi. La lista va menzionata al completo: in Siria sono state sganciate 12192 bombe; in Iraq 12095; in Afghanistan 1337; in Libia 496; in Yemen 35; in Somalia 14 e in Pakistan 3. Queste sono le bombe utilizzate dai militari degli Stati Uniti con vari vettori, tra cui i droni, l’arma preferita del premio Nobel per la Pace. Non credo che gli afflitti liberali possano ancora chiamare il loro beniamino Obama amico dei musulmani e della pace, e offendere Trump.

Soros: il ragno a capo della ragnatela orwelliana
George Soros, attraverso la sua Open Society Foundation, una rete di oltre 100 uffici in numerosi Paesi, tra cui l’Afghanistan, ha le mani nelle pseudo-spontanee proteste anti-Trump, non solo negli Stati Uniti ma nel mondo. Soros ha operato per decenni come un gigantesco ragno fissato dall’aspirazione tossica ad essere il Messia. Il suo portfolio include le attività politiche in molti Paesi e in organizzazioni globaliste come Nazioni Unite, Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale. L’ex-presidente francese Nicolas Sarkozy è stato un importante agente di Soros; lo stesso il presidente Francois Hollande, nonché la direttrice generale del FMI Christine Lagarde. L’attuale primo ministro del Canada, Justin Trudeau, ha abbracciato, a nome di Soros, le proteste anti-Trump e pseudo pro-musulmane. La rete globalista di Soros e soci è ancora viva, ma è in via di demolizione dopo la sconfitta di una delle pedine di Soros nelle elezioni degli Stati Uniti. Naturalmente, chi aspirava a diventare l’imperatrice della ragnatela del Grande Fratello orwelliano di Soros è l’unica e sola Hillary Clinton.

Le attività di Soros e la pseudo-sinistra
Il problema di Soros, per soci e relativi media e ONG, è che si sta svenando, e il suo impero globale crolla come un castello di sabbia. Democracy now! di Amy Goodman è stato a lungo un media di Soros, lo stesso i suoi abituali ospiti di pseudo-sinistra, come Noam Chomsky, Chris Hedges, Naomi Klein, Glenn Greenwald, Jeremy Scahill e Cornel West. Democracy Now! non è certo il solo. La lista dei media e delle ONG di Soros è così lunga che è difficile completarla. Degni di menzione, ma senza alcun particolare ordine d’importanza, sono NPR News, BBC News, The Guardian, Le Monde e Huffington Post. Quelli con una patina d’indipendenza di sinistra sono più difficili da individuare con certezza: esempi sono Alternet, CEPR e Truthout. Iniziarono abbastanza bene, ma cambiarono linea editoriale quando Soros li finanziò con le sue fondazioni o ne assunse alcuni. Soros ha anche investito molto nei gruppi per i diritti umani come American Civil Liberties Union, Amnesty International e Human Rights Watch. Petizioni per processare il Presidente Trump circolano nel mondo grazie a Change.org: un’altra organizzazione controllata da Soros. Change.org, insieme a Cause.com, Answer coalition e MoveOn.org, coordina le false proteste delle donne e contro il presunto divieto islamico. Answer coalition è così scollegata dalla realtà che appaio sulla sua mailing list! Come la maggior parte delle petizioni, quelle delle organizzazioni finanziate da Soros sono operazioni di phishing, il cui scopo principale è raccogliere nomi e indirizzi. Per gente come Soros e i suoi amici sauditi, che hanno finanziato le rivoluzioni fasulle in Libia, Siria e Ucraina, e ideato lo SIIL, è abbastanza banale progettare marce delle donne nel mondo, assumere gli ex-membri di gang per innervare Black Live Matter, e accordarsi con alcuni azionisti chiave della società di social media e dei motori di ricerca per fare del “divieto ai musulmani” un argomento di tendenza. E’ un peccato, ma come si dice, nell’impero del minimo comune denominatore secondo la direttiva del Ministero della Verità, il denaro parla ed ha il megafono. Senza, George Soros e i suoi soci non controllerebbero l’informazione occidentale, come fanno quasi ogni giorno da decenni.

Il momento della giustizia e il colpo di grazia all’idra globalista
Riguardo i capi del sindacato Bush-Clinton: a giudicare dal linguaggio del corpo, al giuramento del Presidente Trump, sembra che siano pienamente consapevoli che avevano la mano perdente. Sembravano essere a un funerale, e forse la loro unica ragione per esserci era che non potevano rifiutarsi. In una particolare foto dell’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton e dell’ex-presidente Barack Obama, seduto di fronte a lei, le espressioni facciali sono tristi, ma ciò che ho notato fu la posizione insolita dei loro agenti di sicurezza dei servizi segreti. Tipicamente, gli agenti guardano dietro, di fronte e ai lati di coloro che proteggono, e non direttamente loro. Sarebbe una sorta di arresti domiciliari? A mio parere, la possibilità di un colpo di Stato, morbido o violento, contro l’amministrazione Trump è ridicola. Purtroppo per i fantocci di George Soros, il popolo statunitense, cioè la maggioranza che ha eletto Trump e lo sostiene, bada più ai diritti del Secondo Emendamento che al prossimo cappuccino.Donald Trump Is Sworn In As 45th President Of The United StatesTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La vittoria di Trump: un altro colpo all’imperialismo

CPGB-ML

In seguito alla Brexit di giugno, le elezioni presidenziali degli Stati Uniti hanno già gravi ripercussioni per la borghesia imperialista, non solo negli Stati Uniti, ma nel mondo. Meentre caos e disunione e panico di diffondono, i lavoratori dovrebbero organizzarsi per sfruttare la crescente crisi nel campo nemico.gettyimages-621870038-h_2016Il 9 novembre 2016, Donald Trump è stato dichiarato vincitore nella corsa presidenziale degli Stati Uniti. La vittoria di Trump ha stordito la classe dirigente degli Stati Uniti, come del resto le classi dirigenti dell’imperialismo. Gli ideologi dell’imperialismo, tra cui coloro che passano di sinistra nei centri dell’imperialismo, ne sono divenuti isterici, indicando il risultato come la vittoria di pregiudizio, paura, ignoranza, odio e dispetto; una vittoria del ‘nazionalismo’ sull”internazionalità’, e attribuendo il trionfo di Trump a razzismo, misoginia e islamofobia.

Le vittime della globalizzazione
Indubbiamente questi fattori, in particolare la posizione contro l’immigrazione, hanno contribuito al successo di Trump, ma di gran lunga il fattore più importante della sua vittoria è aver sapientemente sfruttato il malcontento di vaste aree della classe operaia, che infine subivano ciò che viene eufemisticamente chiamata globalizzazione, la massiccia esportazione di capitali dei Paesi imperialisti, portando a decimazione dei posti di lavoro, stagnazione dei salari e calo del tenore di vita. Proprio come nel referendum inglese sull’adesione all’UE, così alle presidenziali negli Stati Uniti, vasti strati della classe operaia impoveriti hanno espresso il loro verdetto su coloro che percepiscono causa della propria miseria. Anche alcuni giornalisti borghesi impegnati corpo e anima col sistema di produzione capitalistico, che considerano eterno, e che considerano il ‘libero commercio’ la ‘linfa vitale dell’umanità’, sono stati costretti ad ammettere che il sistema non da lavoro a molti. Will Hutton, scrivendo su The Observer, ha detto ciò su questo punto: “Sia il settore manifatturiero della Gran Bretagna che degli Stati Uniti hanno subito batoste sproporzionate (conseguenti all’esportazione dei capitali). Quest’anno, gli elettori della classe operaia di USA e Gran Bretagna nelle roccaforti industriali in decomposizione hanno espresso il loro verdetto. Niente più trasferimenti di impianti all’estero. Niente più chiusure per importazioni a basso costo. Niente altre vendita di grandi aziende agli stranieri. Niente più stagnazione dei salari. Niente più immigrazione. Può essere che ci siano posti di lavoro e grandi prospettive in abbondanza nei fiorenti settori tecnologici e dei servizi nelle grandi città spinte dal commercio globale, ma non importa. Sono un male e nessuno ha preso misure decisive per aiutarli. I voti per Trump e la Brexit segnano la fine di un’epoca e la nuova epoca buia di chiusura, protezionismo e nazionalismo“. (Il commercio è la linfa vitale dell’umanità. Le porte chiuse portano a menti chiuse, 13 novembre 2016)
Così come fu con gli elettori della classe operaia nel South Yorkshire e West Midlands nel voto per la Brexit, così è stato con gli elettori in Michigan, Pennsylvania e Wisconsin nelle elezioni degli Stati Uniti. Rispondendo al malcontento tra i perdenti della globalizzazione, Donald Trump ha promesso di ritirarsi dal NAFTA (l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico) che, ha affermato, ha distrutto i posti di lavoro statunitensi. Ha promesso di mettere fine immediata ai negoziati sugli accordi commerciali transatlantico e trans-pacifico TPP e TTIP. Ha promesso d’imporre drastiche tariffe, del 45 per cento, sulle importazioni cinesi, che rappresentano la metà del deficit commerciale degli Stati Uniti, ignorando il fatto che tali tariffe violerebbero le regole del WTO e che la Cina può adottare ritorsioni. Ha anche promesso d’imporre dazi del 35 per cento sulle importazioni messicane negli Stati Uniti. Inoltre, ha promesso di costruire un muro al confine USA-Messico per evitare che i messicani entrino negli Stati Uniti, così come di deportare 11 milioni di lavoratori migranti “illegali”. Il primo giorno in carica ha detto che avrebbe dichiarato la Cina manipolatore di valuta. Alcune di queste proposte non hanno senso economico, e l’amministrazione Trump è probabile che arrivi a violarle, piuttosto che a rispettarle. Ciò che conta nell’elezione sono le vittime statunitensi della globalizzazione che ritenegono che Trump parli a loro nome e, pertanto, ripongano fiducia nelle sue promesse elettorali. Alcune delle promesse sono più realizzabili, soprattutto negli accordi commerciali. “La globalizzazione guidata dagli USA“, ha dichiarato Martin Wolf sul Financial Times, “è già fragile. Trump probabilmente la sotterrerà. Dopo la vittoria, la Trans-Pacific Partnership sembra morta“, aggiungendo che “potrebbe lasciare un’apertura all’alternativa di Pechino: il partenariato regionale globale economico (RCEP)… La proposta di partenariato transatlantico di scambio ed investimenti era moribonda ed ora è morta“. I costi delle promesse di Trump d’imporre tariffe sull’importazione “per scoraggiare le imprese dal licenziare i propri lavoratori per trasferirsi in altri Paesi e rispedirne i prodotti negli Stati Uniti esentasse” si rivelerebbero proibitivi per il commercio e la credibilità del sistema commerciale degli Stati Uniti, ha detto Wolf, concludendo minacciosamente: “non ci s’inganni: il trionfo di Trump potrebbe destabilizzare l’economia statunitense e mondiale“. (Le conseguenze economiche di Trump, 11 novembre 2016)

Relazioni USA-Russia
Se i circoli imperialisti sono profondamente preoccupati dalla posizione di Trump sul commercio, sono positivamente in apoplessia per la sua posizione sulle relazioni USA-Russia in generale e le sue opinioni su Vladimir Putin, il presidente russo, in particolare. Durante la campagna elettorale, Trump ha elogiato Putin e ha espresso il desiderio di avere buone relazioni con la Russia in modo da evitare conflitti tra i due Paesi militarmente più potenti del mondo. In riferimento al ruolo russo in Siria, ha osservato che, dato che la Russia combatte i terroristi jihadisti in Siria, così come iraniani e governo del Presidente Assad, gli Stati Uniti dovrebbero unirvisi. Lungi dall’essere pazzo o immorale, come i mercenari folli pagati dall’imperialismo lo ritraggono, le dichiarazioni di Trump in questo senso sono altamente morali, contribuendo a combattere i terroristi jihadisti scatenati dall’imperialismo contro il popolo siriano. Nei discorsi pre-elettorali, Trump chiariva che gli USA non avevano nulla da guadagnare andando da un Paese all’altro alla ricerca del cambio di regime. Queste dichiarazioni gli hanno attirato condanne al vetriolo da politici e ideologici della dirigenza imperialista su entrambi i lati dell’Atlantico. Qui c’è un esempio della rabbia impotente con cui i suoi critici l’hanno attaccato. Scrivendo sul Financial Times, un certo intelligente ma stupido Gideon Rachman ha capovolto i fatti esprimendo la sua ira così: “allearsi con i macellai di Aleppo comporterebbe un’amoralità che fa ribrezzo a molti in America e in Europa“. (Trump, Putin e l’arte della transazione, 15 novembre 2016). E non sono altri che soggetti come Rachman ad essere colpevoli di un monumentale cinismo alleandosi con i veri macellai di Aleppo, cioè i vili jihadisti scatenati dall’imperialismo statunitense, inglese e francese e dai loro servi in Medio Oriente, Arabia Saudita, Qatar e Turchia. E così alleati presentano uno spettacolo davvero rivoltante per tutta l’umanità progressista, come la maggioranza dei popoli di America ed Europa. In risposta a una domanda su qualche giornalista ucciso in Russia, Trump ha risposto dicendo: “anche il nostro Paese ne uccide molti”. Se questo tipo di verità netta fa infuriare i Rachman di questo mondo, tanto meglio.

Mettere in discussione la NATO
Durante la campagna elettorale, Trump ha anche messo in dubbio il valore e l’utilità della NATO, dicendo che è il prodotto di un’altra epoca, passata, aggiungendo che gli USA non sono in dovere di proteggere scrocconi non disposti ad investire nella propria difesa. La posizione di Trump su commercio e difesa ha causato grande costernazione, per usare un eufemismo, tra gli apologeti dell’imperialismo. “Trump è contento di presiedere“, ha scritto, di nuovo capovolgendo i fatti, Philip Stephens, un altro intelligente e stupido giornalista mercenario, “la dissoluzione del sistema di alleanze degli Stati Uniti, lasciando l’Europa vulnerabile al revanscismo di Putin e l’Asia dell’est alle ambizioni di una Cina assertiva“. (L’America può sopravvivere a Trump, non così l’occidente, Financial Times, 11 novembre 2016) Con Trump presidente degli Stati Uniti, ha detto: “l’internazionalismo cooperativo sarà sostituito dal nazionalismo competitivo“. In altre parole, il nostro giornalista mercenario lamenta la possibilità di sostituire l’egemonia statunitense imperialista e un blocco imperialista coeso dal ritorno della sovranità statale e, in una parola, del multipolarismo. Inutile dire che Stephens non sente la necessità di fornire alcuna giustificazione per le sue affermazioni su ‘revanscismo’ di Putin o ‘ambizioni di una Cina assertiva’.

Mercenario al servizio dell’imperialismo
In un articolo scritto il giorno dopo il risultato elettorale negli Stati Uniti, il beato Gideon Rachman ne fece un’analisi che, pur penetrante, va decifrata, spogliata degli eufemismi e illustrata al pubblico per la difesa fervente del campo imperialista unito dall’egemonia degli Stati Uniti. Per questo motivo è utile notare alcuni dettagli dell’articolo, anche se il lettore può trovarlo fastidioso. Rachman iniziava l’articolo dicendo che l’elezione di Trump a 45.mo presidente degli Stati Uniti avviene 27 anni dopo la caduta del muro di Berlino, “un momento di trionfo per la leadership degli Stati Uniti” che, ha detto, “inaugurò un periodo di ottimismo e di espansione delle idee liberali e democratiche nel mondo“. Quel periodo, ha aggiunto, “è stato definitivamente chiuso dalla vittoria di Trump“. Nel linguaggio dei comuni mortali, la caduta del muro di Berlino, seguito dal crollo delle democrazie popolari dell’Europa centro-orientale e della fu grande e gloriosa Unione Sovietica, fu una grande tragedia storica per i popoli di quelle terre, come pure per l’umanità, e sicuramente diede grandi opportunità all’imperialismo degli USA imponendo la propria egemonia completa e indulgendo in aggressioni sfrenate, praticando cambi di regime in Paese dopo Paese, uccidendo milioni di persone inermi e distruggendo interi Stati.
Può, per favore, il nostro giornalista cinico e mercenario, con il suo portafoglio farcito dalle briciole del bottino imperialista, definire gli sviluppi in Europa orientale “un periodo di ottimismo e di espansione delle idee liberali e democratiche nel mondo“, ma la sua opinione sordida non è condivisa dalle vittime di tali sviluppi o dalle masse di persone comuni e decenti del mondo, anche in Europa e in America. Forse Rachman dovrebbe visitare Iraq, Afghanistan, Libia e Siria per chiedere ai loro popoli, che hanno ricevuto queste idee sulla punta dei missili da crociera e altra merce mortale, cose ne pensano di queste norme ‘liberali’ e ‘democratiche’. Non possiamo essere sicuri al momento se la vittoria di Trump segni la fine di questo incubo lungo 27 anni, possiamo solo sperarlo. Se Trump segue la propria retorica elettorale mettendo in discussione la NATO e ripristinando le buone relazioni con la Russia, queste misure certamente saranno un passo nella giusta direzione e porteranno un po’ di tregua alle vittime a lungo sofferenti per tali idee. La vittoria di Trump, ha detto Rachman, è “un profondo colpo al prestigio della democrazia degli Stati Uniti, e quindi alla causa della democrazia mondiale, che gli USA hanno sostenuto dal 1945“. La verità è esattamente opposta. In nome di ‘democrazia’, ‘Stato di diritto’, ‘diritti umani’ e ‘liberalismo’, gli Stati Uniti hanno agito dalla fine della seconda guerra mondiale da boia delle aspirazioni e dei movimenti democratici e rivoluzionari negli altri Paesi. Perseguendo guerre di rapina e il genocidio contro i popoli coreano, vietnamita, cambogiano e laotiano, causando la morte di 9 milioni di persone. Bombardarono in queste guerre quanto nella seconda guerra mondiale. Combatterono una guerra chimica avvelenando vaste aree di questi Paesi con defolianti letali, dai cui risultati continuano a soffrire ancora oggi. Poi ci sono i tentativi già citati dell’imperialismo di diffondere la democrazia in Iraq, Afghanistan, Libia e Siria, per non parlare della Palestina, dove diffonde la democrazia attraverso i tirapiedi sionisti. Alla luce di questi fatti, non si può non ammirare l’audace sfacciataggine menzognera di Rachman. La politica di Trump, secondo Rachman, “minaccia di sfasciare l’ordine liberale (leggi l’egemonia imperialista degli Stati Uniti)” guidato dagli Stati Uniti, sfidandone in particolare i due pilastri: “il supporto a un sistema commerciale internazionale aperto” e l'”impegno nelle alleanze a guida USA, base della sicurezza globale“. Rachman, come il resto della sua gente, è inorridito al pensiero di Trump che mette in discussione gli impegni alla sicurezza degli Stati Uniti con gli alleati della NATO, il Giappone e la Corea del Sud, a meno che non si sprema di più per la loro ‘difesa’.
Ancora più terrificante è lo spettacolo di Trump che esprime “ammirazione aperta” per l’orco della propaganda imperialista, il Presidente russo Vladimir Putin, che consentirà di accrescere i timori che gli Stati Uniti non si oppongano alla “rinnovata aggressione russa in Ucraina o Europa orientale“. Affermando ciò senza uno straccio di prova sull’aggressione russa, per non parlare della “rinnovata” aggressione russa. Questo è allarmismo, propaganda nera e bugie sfacciate tipico del ministro della propaganda nazista Goebbels, secondo cui semplici affermazioni e loro ripetizione costante trasformano le menzogne in fatti. Per quanto riguarda l’Asia-Pacifico, Rachman ha detto che gli alleati asiatici degli Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud, sono allarmati al pensiero che la politica “America First” di Trump possa far “accettare la sfera d’influenza cinese in Asia orientale“, ovviamente essendo del parere che questa parte del Pacifico sia il cortile dell’imperialismo statunitense quanto le acque della California, e che l’imperialismo degli USA abbia il diritto divino di dominare l’Asia dell’est escludendo dei Paesi, in particolare la Cina, che sono situati in quella parte del mondo. Rachman concludeva il suo articolo con una nota triste e pessimista, dicendo che l’ufficio della presidenza degli Stati Uniti, “un tempo occupata da giganti… è stata arraffata da un droghiere superficiale“, che ha promesso di fare grande l’America di nuovo, ma “la sua ascesa alla presidenza è in realtà segno di decadenza e declino nazionale“. (Trump e i pericoli dell’America First, Financial Times, 10 febbraio 2016). Alla fine, come un gattino cieco (per usare la terminologia di Lenin), Rachman ha accidentalmente detto la verità. Senza dubbio, gli USA sono in avanzati declino e decadenza. E sarebbe sempre così se Hillary Clinton avesse arraffato la presidenza. (Vedasi VI Lenin, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, 1918, capitolo 4)
Il declino degli USA è un duro colpo alle loro ambizioni egemoniche globali. Questa prospettiva può renderne tristi i lacchè, ma è occasione di gioia per l’umanità progressista. Con Trump, a condizione che rispetti le promesse elettorali, questo declino può semplicemente avvenire con meno guerre di aggressione per cambi di regime. Nessuno, tranne gli ammiratori folli degli Stati Uniti legatisi al carro da guerra dell’alleanza neo-nazista NATO, se ne pentirebbe.pic_nrd_20160328_williamsonIl declino degli Stati Uniti
Il declino degli Stati Uniti ha poco a che fare con Donald Trump. Il sistema globale di ispirazione e concezione statunitense è decaduto da tempo. La crisi economica peggiore mai avuta di sovrapproduzione, con conseguente crollo del 2008 e il quasi-crollo dell’edificio finanziario imperialista, la stagnazione dei redditi, l’austerità imposta alla classe operaia per salvare i baroni-ladroni del capitale finanziario, la crescente disuguaglianza e il disincanto sul libero commercio, sono veramente un bene seppellendo il cosiddetto senso economico liberale. Ciò che è vero è che la demolizione dei pilastri politici del vecchio ordine, che Trump ha promesso, se effettuata, accelererà il declino degli Stati Uniti, di nuovo non una cosa negativa per l’umanità. Di fronte a questa prospettiva, e ansimando per la rapida scomparsa del vecchio ordine militare e dell’egemonia economica degli Stati Uniti, i difensori reazionari di tale ordine vedono solo pericoli e con grande perplessità si chiedono: “Quanto dell’Europa libera può sopravvivere al ritiro dell’ombrello della sicurezza degli Stati Uniti? Alla Russia sarà consentito ripristinare l’influenza sugli Stati ex-comunisti dell’Europa orientale e centrale?… Chi manterrà la pace nei mar cinese meridionale e orientale?” Con Trump che occupa la Casa Bianca, affermano: “L’occidente ha perso il suo guardiano, e la democrazia il suo campione“. (L’America può sopravvivere a questo. Non l’occidente, di Philip Stephens, Financial Times, 11 novembre 2016)

Perché Hillary Clinton ha perso
Dichiarando che mancanza di esperienza, di carattere, intemperanza e ignoranza di Trump non lo rendono adatto alla presidenza degli Stati Uniti, i veterani della dirigenza e dello status quo ne attribuiscono la vittoria a razzismo, pregiudizio, odio e paura. Non riescono a capire come Hillary Clinton, sostenuta dal potente complesso militare-industriale, da Wall Street e da tutta la stampa e i media elettronici, non sia riuscita a sconfiggere Trump. Il meglio che possono pensare è attribuirne la sconfitta alla decisione di James Comey, capo dell’FBI, d’indagare Hillary sui suoi messaggi di posta elettronica, o alla presunta interferenza russa nelle elezioni degli Stati Uniti attraverso pirateria e fughe. In tal modo, questa nobiltà rifiuta ostinatamente di vedere l’elefante nella stanza: cioè l’alienazione e la disillusione di ampie fasce dell’elettorato verso la realtà e lo status quo, e l’abilità con cui Trump ne ha sfruttato il disincanto. Indubbiamente, razza e colore hanno giocato una parte nella sua vittoria. Il fattore di gran lunga più grande, tuttavia, è stato il disagio economico sentito da coloro che subiscono la globalizzazione, assieme all’impopolarità delle guerre infinite all’estero, che costano agli statunitensi comuni caro, per sangue e finanze, ma portano favolosi profitti ai giganti della finanza e dell’industria degli armamenti degli Stati Uniti. Aggiungendo a ciò le caratteristiche personali della candidata democratica, la totale mancanza di carisma; la sua storia di bugiarda congenita e criminale di guerra, responsabile di distruzione e perdite di vite umane monumentali nelle guerre estere; i suoi piani di scontro con la Russia; i suoi oscuri traffici con la Fondazione Clinton, i collegamenti con corrotti e terroristi e il suo autocompiacimento. Anche se fosse stata la gara tra i due candidati più impopolari nella storia delle elezioni presidenziali statunitensi, Clinton era personalmente molto più diffidata e invisa al popolo di Donald Trump. Non fu di molto aiutata dal partito, presieduta da capi screditati e disonesti, e per dirla con Thomas Frank, i democratici sono divenuti “da partito di Decatur (una malconcia cittadina dell’Illinois) a party a Martha Vineyard (residenza estiva delle élite)”. (Repubblicani e democratici hanno perso i colletti blu negli USA. Gli ultimi hanno da dire la loro, ora, The Observer, 6 novembre 2016)
Era così sicuro della vittoria Hillary Clinton, perché il PD sembrava dare per scontata la propria base elettorale. Non solo la maggioranza degli elettori bianchi (il 69 per cento degli elettori degli Stati Uniti) votava per Trump, ma gli elettori afroamericani e latini non hanno portato a Clinton i numeri dati ad Obama nelle ultime due elezioni. (Una vittoria della rabbia e della paura, The Observer, 13 novembre 2016). L’élite del PD ha fatto ricorso ad ogni bassezza per privare Bernie Sanders (il solo ad avere volontà e capacità di sfruttare il malcontento dei lavoratori bianchi poveri secondo un punto di vista progressivo) della nomina del partito. La maggior parte dei sondaggi mostra che, se fosse stato il candidato democratico, Bernie Sanders avrebbe vinto facilmente contro Trump. Alla fine, circa il 37 per cento dei membri del sindacato e il 41 per cento delle famiglie dei sindacalisti hanno votato per Trump, tra cui numerosi sostenitori di Bernie. La leadership corrotta della AFL-CIO (Federazione Americana del Lavoro e Congresso delle Organizzazioni Industriali, la grande federazione dei sindacati degli Stati Uniti), così come la NAACP (Associazione nazionale per l’avanzamento dei popoli colorati) e la maggioranza dei membri del Congressional Black Caucus, furono usati da Hillary Clinton per bloccare e imbrogliare Bernie Sanders. Così strettamente era manipolato e controllato dall’élite di partito l’intero processo, che alla convention democratica i dirigenti sindacali non furono autorizzati a parlare di ‘classe operaia’ o a citare il contenzioso su uno qualsiasi dei grandi accordi commerciali (TPP, TTIP o NAFTA). Contro lo slogan di Trump di “prosciugare la palude” di Washington, liberandola da clientelismo politico e corruzione, la risposta dei vertici del PD fu affermare che “l’America è ancora grande” e “tutto va bene”; slogan compiaciuti che hanno nauseato e disgustato la maggioranza degli elettori. Oltre alla classe operaia, vi sono 30 milioni di piccole imprese negli Stati Uniti,che impiegano più della metà della popolazione attiva e costituiscono il 99,7 per cento di tutte le imprese, generando il 33 per cento delle esportazioni. All’altra estremità della scala, ci sono 18500 imprese con più di 500 dipendenti ciascuna. Gli interessi delle piccole imprese divergono da quelle delle grandi imprese, e hanno numeri e risorse per significative sfide politiche alle fasce tradizionali dei partiti politici. Costituiscono un grande segmento dei sostenitori di Trump, dato che i loro interessi non coincidono con quelli dei capitalisti monopolistici. Né beneficiano nella stessa misura dalla globalizzazione, sostenuta dai dirigenti dei partiti Repubblicano e Democratico, Wall Street e complesso militare-industriale. Non è un caso che tutto l’establishment ha sostenuto la candidatura di Hillary Clinton, una guerrafondaia, per non dire criminale di guerra, e fervente sostenitrice di TPP e TTIP (fino all’opposizione tardiva e timida per ragioni di opportunità elettorale). Non per niente Clinton ha ricevuto dai banchieri di Wall Street 78milioni di dollari di donazioni per la campagna, mentre Trump ne ebbe poco meno di 1 milione dalla stessa fonte.16177772Riscrivere la storia
Nel tentativo di sminuire Trump e il suo successo elettorale, e di ritrarlo semplicemente come la vittoria di razzismo e intolleranza, i suoi detrattori ideologici ricorrono alla riscrittura della storia, nella speranza che i loro lettori siano abbastanza ignoranti da non notarlo. Ad esempio, dopo aver annunciato la vittoria presidenziale di Trump come “fine dell’occidente e scomparsa della democrazia liberale”, l’autore di un articolo di fondo in The Observer continuava: “Il trumpismo ha preso d’assalto la città splendente sulla collina, tradito i padri fondatori che erano per la dignità umana e i diritti universali e ora presagisce un’America isolazionista ad immagine di Trump. Un faro di discriminazione e cattiveria” (op cit, 13 novembre 2016). Niente del genere! Qualunque siano le dichiarazioni e la retorica dei padri fondatori, certamente non si distinsero per dignità umana e diritti universali; ognuno di loro, tra cui Thomas Jefferson e Benjamin Franklin (il più radicale) credevano nella e praticavano la schiavitù, possedendo di decine, e in alcuni casi centinaia, di schiavi neri. La prima costituzione degli USA descriveva i neri come solo per tre quarti esseri umani; la repubblica nordamericana nata dalla guerra d’indipendenza non gli concesse alcun diritto. Ci sono voluti altri novant’anni e una guerra civile, che divorò quasi il 10 per cento della popolazione nordamericana, affinché gli schiavi fossero emancipati. Anche allora, subito dopo, i benefici dell’abolizione furono tutti tolti da una legislazione restrittiva in diversi Stati; e ci sono voluti altri novant’anni e un potente movimento per i diritti civili negli anni ’60 per spazzare via tali leggi. Anche oggi, gli afro-americani, insieme ai pochi nativi americani che sono riusciti a sopravvivere a massacri ed olocausti, continuano ad essere le maggiori vittime di questo “faro di discriminazione e cattiveria”, vale a dire, la repubblica americana; questo leader del ‘mondo libero’ e custode della ‘democrazia’. E’ un insulto all’intelligenza dei suoi lettori che il caporedattore dell’Observer osasse fare una tale affermazione oltraggiosa. Trump non è l’inventore di cattiveria e discriminazione, odio razziale e dispetto; questi sono ingredienti essenziali del corpo politico statunitense. A intervalli regolari ci fu isteria anti-immigrati negli Stati Uniti ad ogni ondata immigratoria, contro gli italiani, gli irlandesi e gli ebrei. Quello che Trump ha fatto è identificare la frattura tra i donatori del Partito Repubblicano, che beneficiano della globalizzazione, e la sua truppa, che se ne sente vittima. Poi si mise con questi ultimi attaccando il liberoscambismo e l’interventismo militare. Di conseguenza, si è assicurato il 70 per cento del voto dei bianchi della classe operaia; soverchiando l’ex-candidato repubblicano Mitt Romney tra gli elettori neri ed ispanici; e ha perso tra le donne bianche con istruzione universitaria solo per poco. Coloro che fino ad oggi hanno gestito il partito repubblicano hanno dato ad Obama l’autorità per negoziare nuovi accordi commerciali, ora defunti. Con l’elezione di Trump, le contraddizioni nel partito repubblicano sono ormai venute alla ribalta; resta da vedere se i sostenitori di Trump o i capi repubblicani avranno il sopravvento.

Piattaforma economica
La piattaforma economica di Trump è un guazzbuglio. Le sue proposte sulla tassazione personale porterebbero solo benefici modesti agli elettori a medio reddito, i cui interessi pretende di rappresentare, e grandi guadagni ai più ricchi. Con imposte minori alle società, la sua amministrazione spera di attirare aziende rimpatriando una cifra stimata di 1-3 trilioni nascosti all’estero. La sua proposta per 1 trilione di investimenti infrastrutturali, assieme a una politica di bilancio più flessibile, stimolerebbe l’economia degli Stati Uniti, riparando strade, ponti, gallerie, aeroporti, scuole e ospedali, cosa a cui i repubblicani al Congresso si sono con veemenza opposti, finora. Resta da vedere se saprà superare questo ostacolo. I piani di spesa di Trump e i tagli fiscali non finanziati aggiungerebbero altri 5 trilioni al deficit federale degli Stati Uniti entro il 2026, secondo il Comitato per un bilancio federale responsabile. Per di più, i suoi piani sono suscettibili di dimostrarsi inflazionistici, aumentando i costi dei finanziamenti, che a sua volta potrebbero obbligare la FED ad alzare i tassi d’interesse e porre le basi per una crescita più lenta. La cosa più controversa della piattaforma economica di Trump è la minaccia fiscale del 45 per cento di tariffe alle importazioni cinesi negli Stati Uniti. La Cina ha un surplus commerciale con gli Stati Uniti da 400 miliardi di dollari l’anno, e le riserve cinesi in valuta estera attualmente sono 3,1 trilioni di dollari, in gran parte investiti nel mercato del Tesoro degli Stati Uniti. Vi è quindi la possibilità di misure di ritorsione devastanti. La Cina potrebbe sbarazzarsi delle partecipazioni del Tesoro degli Stati Uniti, avviando una catena di eventi, con conseguente calo precipitoso del valore del dollaro USA, portando all’aumento dei tassi d’interesse degli Stati Uniti per proteggere il dollaro, e a una probabile recessione negli Stati Uniti. Tale catena di eventi sicuramente destabilizzerà il mercato obbligazionario infliggendo gravi danni all’economia globale. Gli statunitensi prendono prestiti dai più poveri cinesi con scarsi tassi d’interesse per acquistare i beni che i cinesi producono in grandi quantità. Questi vantaggi sono stati decisi a costo del lavoro negli Stati Uniti, ma ciò, tuttavia, è nella natura dell’imperialismo, le cui caratteristiche principali sono esportazione di capitali, creazione di strutture produttive all’estero, interesse nella massimizzazione dei profitti. Qualunque sia la retorica, anche Trump non potrà farvi molto. Inutile dire che anche la Cina subirà perdite enormi nelle attività denominate in dollari, se i due Paesi saranno trascinati in azioni di ritorsione. Davanti alle conseguenze economiche disastrose imponendo tariffe ai beni cinesi, violando le norme dell’OMC, Trump dovrebbe fare un passo indietro dal precipizio.

La critica di Burleigh all’élite liberal
E’ interessante notare che, mentre una combinazione di neocon e ‘liberal’ di sinistra negli Stati Uniti, compresi gli inguaribilmente contro-rivoluzionari trotzkisti, è frastornata al punto di provare dolore per la vittoria di Trump, sentendo il “tonfo dello stivale fascista nell’ascesa di Trump“, Michael Burleigh, autore e storico, ha rimesso la questione nella misura della sobrietà e dell’onestà, dicendo che la vittoria di Trump va vista come la grande fuga di USA e occidente. Scrivendo sul Mail on Sunday, sosteneva con effetti devastanti per chi è distrutto dal dolore per il successo elettorale di Trump: “Si dice che molti di destra non siano felici della presidenza Trump. Questi neocon normalmente non badano al tonfo degli stivali, preferibilmente sulla faccia degli arabi, credendo che il falco Clinton avrebbe continuato il loro bellicismo evangelico. Basti guardare come è andata a finire. Dall’11 settembre gli Stati Uniti hanno agito come un ‘globocop’ in Medio Oriente, Nord Africa e Afghanistan. Il risultato è la morte di milioni di persone, l’ascesa dello Stato islamico, gli Stati falliti, la diffusione del terrorismo e una marea di profughi che destabilizza l’Europa“. Continuava: “Questo caos ha aggravato gli effetti della ‘digitalizzazione’ e ‘globalizzazione’ sulla gente comune che lavora e non ha un posto di lavoro sicuro. Computer, robot industriali e outsourcing hanno distrutto molti mezzi di sussistenza“. Queste sono le ragioni, secondo Burleigh, per cui “l’isteria liberale su Trump è fuori luogo. Con la promessa d’intervenire militarmente solo quando gli interessi nazionali sono in gioco, potrebbe essere proprio il presidente giusto per i nostri tempi. Il risultato potrebbe essere un nuovo ordine mondiale multipolare“. “L’epoca“, dice, “è cambiata e la politica internazionale deve cambiare con essa“. In seguito ha detto che Russia, Cina, India e Iran vogliono che siano ascoltati; e che la loro voce sia ascoltata per rimodellare le istituzioni globali che i vincitori della seconda guerra mondiale imposero nel 1945. La “pretesa statunitense di difendere mondo occidentale e Pacifico è sempre più odiata dal pubblico statunitense… A differenza di Hillary Clinton, che si sarebbe scontrata con Vladimir Putin sin dall’inizio, Trump dice di volere migliori relazioni con la Russia. E’ giusto che i russi aiutino gli Stati Uniti (e non solo) a distruggere lo SI. Con consiglieri intelligenti si potrebbe scoprire che un Iran relativamente occidentalizzato è un alleato migliore dei sauditi, che hanno passato gli ultimi quarant’anni a diffondere l’estremismo islamico. Ma tutto questo“, concludeva, “avrà un costo. Dovremo accettare il fatto che non possiamo più esportare le nostre idee… nel resto del mondo (non solo idee ma l’imposizione dell’egemonia imperialista a mano armata!)”
Ciò che Burleigh sostiene, in sostanza, è il corso non-imperialista delle potenze imperialiste. Questo non accadrà. Comunque, desiderio e difesa di un mondo senza il brigantaggio e l’egemonia imperialista, anche se non espresso in termini così chiari, sono lodevoli, in quanto il documento proviene da un ambito inaspettato, svergognando i sostenitori dei valori di pseudo-sinistra, ‘democratici’ o liberali che, con la vittoria di Trump, si affliggono prenotando camere speciali con consulenti, cuccioli e peluche per alleviare il dolore. (La grande fuga da globocop, 13 novembre 2016)

La crisi imperialista si approfondisce
Dopo la Brexit di giugno, la vittoria di Trump è un altro duro colpo al sistema imperialista e al cosiddetto ordine liberale. In quanto tale, va accolta con entusiasmo dal proletariato rivoluzionario e dall’umanità progressista.c23m3n8ucae67i5Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le ragioni delle affermazioni sulla “pirateria russa”

Tony Cartalucci, LD, 19 gennaio 201615895205Nonostante il grande sforzo volto recentemente a rafforzare la credibilità della “comunità d’intelligence statunitense” dopo la valutazione sulla presunta “pirateria russa”, va ricordato che tale “comunità” ha volutamente e malvagiamente fabbricato una miriade di bugie sulle cosiddette armi di distruzione di massa in Iraq, portando ad una guerra che ha distrutto più di un milione di vite, tra cui oltre 4000 soldati statunitensi. Una comunità responsabile delle bugie autocertificate non ha credibilità. Né i media che ripetono tali bugie senza criticarne le fondamenta e le rozze logiche che le sottendono. Ultimamente, le prove presentate da tale comunità e partner nei media occidentali sulla presunta “pirateria russa” delle elezioni negli USA del 2016, sono così scadenti e bizzarre che appellarsi alle autorità è essenziale per spacciarle al pubblico globale.

Cosa s’intende per “pirateria russa?”
Il tono sinistro di “pirateria russa” suggerisce che Mosca abbia sovvertito le elezioni del 2016 negli Stati Uniti usando l’informatica. I titoli di media occidentali come CNN, “Gli USA accusano la Russia d’interferire nelle elezioni del 2016“, istigano l’isteria affermando: “L’amministrazione Obama ha detto di aver “fiducia” nella Russia responsabile della pirateria di e-mail sulle imminenti elezioni statunitensi, nel tentativo d’interferirvi. L’annuncio indicava per la prima volta che il governo degli Stati Uniti ufficialmente accusava la Russia di pirateria del sistema politico degli Stati Uniti. All’inizio della settimana, i due Paesi interruppero i colloqui formali sul cessate il fuoco in Siria. “Crediamo che, in base a portata e sensibilità di questi sforzi, solo i vertici della Russia possano averle autorizzate”, affermavano dipartimento di Sicurezza Nazionale e ufficio del direttore della National Intelligence, in una dichiarazione congiunta”. Le dichiarazioni sulla Russia “che piratava i sistemi politici degli Stati Uniti” richiama l’immagine di hacker al Cremlino che usano sofisticate armi informatiche per violare le macchine del voto, seggi e database per alterare i risultati elettorali. In realtà, nulla del genere è accaduto, e non secondo le dichiarazioni russe, ma secondo i rapporti ufficiali della “comunità d’intelligence statunitense” sul caso.

La prova reale, secondo il governo degli Stati Uniti
In realtà, la “pirateria” delle e-mail rese pubbliche, i messaggi di posta elettronica diffusi dal  (DNC), compresi quelli tra la candidata presidenziale ed ex-segretaria di Stato degli USA Hillary Clinton e il suo responsabile della campagna John Podesta. Le e-mail furono poi consegnate a Wikileaks prima di essere rese pubbliche. Alcun seggio elettorale fu “piratato”, alcun database compromesso e alcuna influenza esercitata sulle elezioni, al di là dell’influenza che la verità sulle comunicazioni interne del DNC ha avuto sul pubblico statunitense. La natura delle fughe sulla posta elettronica comporta una tecnica nota come “spear phishing”, una tecnica con cui un hacker si rivolge ad individui specifici spacciandosi via e-mail da organo governativo o compagnia, chiedendo all’individuo preso di mira di compilare username e password. Lo “spear phishing” è forse la tattica più elementare che si possa immaginare, ed è più vicina all’ingegneria sociale e all’inganno (conning) che alla pirateria via computer. Proprio “La relazione congiunta d’analisi del governo degli Stati Uniti” (PDF), basato sulle “analisi di Department of Homeland Security (DHS) e Federal Bureau of Investigation (FBI)“, avrebbe rivelato proprio questo. Con sintesi prolissa, il rapporto ammette: “Nella primavera del 2016, APT28 compromise lo stesso partito, sempre via spearphishing. Questa volta, l’email di spearphishing spinse i destinatari a cambiare password attraverso un dominio webmail falso ospitato dall’infrastruttura operativa di APT28. Utilizzando le credenziali raccolte, APT28 poté accedere e rubare il contenuto, probabilmente portando all’esfiltrazione di informazioni su più membri di alto livello del gruppo. Il governo degli Stati Uniti ritenne che l’informazione fu trapelata alla stampa e divulgata”. In parole semplici, gli individui presi di mira furono avvicinati via e-mail, chiedendogli username e password, che volontariamente consegnarono. Il rapporto d’analisi congiunto tenta di usare un sofisticato gergo tecnico, nella speranza che i lettori credano che l’operazione richieda competenze sofisticate. Tuttavia, gli attacchi non sarebbero potuto essere più elementari. Gli esperti di IT, da Wikileaks di Julian Assange allo show di Vin Armani, hanno spiegato in modo approfondito quanto elementare sia stato piratare la posta elettronica, convenendo che un adolescente senza risorse, oltre alla connessione Internet, conoscenze elementari e desiderio di violare le e-mail del DNC, avrebbe potuto effettuare tali attacchi. Altri rapporti del governo degli Stati Uniti, tra cui quello legato al titolo del New York Times,Il contesto della valutazione delle attività e intenzioni russe nelle ultime elezioni negli Stati Uniti: il processo analitico e l’attribuzione del cyber-incidente” (PDF), l’ammetterebbe, concentrandosi non sui dettagli tecnici del vero “pirataggio” delle e-mail, ma piuttosto collegando l’operazione alla Russia esclusivamente sulla base di come da ciò la Russia ne avrebbe tratto beneficio.

Se la Russia è abbastanza avanzata da “piratare” le elezioni negli USA, lo è abbastanza per sapere che è inutile
L’elementare “pirateria” delle e-mail richiedeva sponsorizzazioni, e la Russia sarebbe stata disposta ad accettarne i rischi politici, economici e militari connessi, sponsorizzando tale operazione? La risposta è probabilmente no. In realtà, a prescindere da chi ci sia alla Casa Bianca, la politica estera statunitense è dettata principalmente da interessi delle imprese e finanze, non eletti da nessuno. Ciò spiega il motivo per cui gli Stati Uniti hanno agito a tradimento e in modo sovversivo verso la Russia per decenni, a prescindere dalle presidenze e perfino da intere ere politiche degli Stati Uniti. Banche e aziende energetiche e della difesa hanno visto la Russia come concorrente dalla seconda guerra mondiale, un concorrente da minare, sopraffare, comprare o comunque isolare ed eliminare. Le elezioni favorevoli al presidente eletto Donald Trump sull’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton faranno poca o nessuna differenza in tale lotta pluridecennale tra Oriente e occidente. La comprensione di ciò, tuttavia, spiega il motivo per cui gli Stati Uniti sfruttano le e-mail del DNC compromesse per accusare la Russia. È l’ennesima occasione per giustificare ulteriori tentativi di circondare, contenere, e in ultima analisi, rovesciare l’ordine politico, finanziario, militare ed industriale della Russia, eliminando un notevole ostacolo a Wall Street e alle ambizioni di Washington sull’egemonia globale. Senza poter citare “il sequestro delle elezioni” e altre presunte minacce di Mosca all’occidente, l’enorme spesa per l’espansione militare, in particolare degli Stati Uniti in Europa orientale, sarebbe imperdonabile.internet_hate_machine_joshua_goldbergTony Cartalucci, ricercatore e autore geopolitico di Bangkok, in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’attacco a Trump fallisce

Moon of Alabama 13 gennaio 201716113896Il racconto delle accuse fasulle sull’influenza russa sulle elezioni presidenziali degli Stati Uniti diventa sempre più avvincente ogni giorno che passa. Fa parte della guerra tra gruppi della “élite”, ma include lotte intestine tra le organizzazioni governative statunitensi. Sappiamo come ci sia la pesante influenza ucraina al fianco di Clinton nelle elezioni e nella campagna diffamatoria contro Trump e Russia. Ma certamente non c’è solo l’Ucraina alla base di ciò. Vi sono altri collegamenti internazionali. L'”ex”-funzionario per la Russia nell’MI6 Christopher Steele è colui che ha preparato le 35 pagine di evidenti false affermazioni sui collegamenti russi e del kompromat di Trump. Vi sono così tante incongruenze in tali pagine che qualcuno informato del modo di operare di Mosca potrebbe immediatamente identificare come false. Putin ha personalmente iniziato a lavorare su Trump cinque anni fa, quando Trump non aveva alcun ruolo politico o speranza? Un socio di Trump incontrò funzionari russi a Praga, anche se non è mai stato nella Repubblica Ceca? Steele spacciò falsi alla stampa di Washington DC, ma alcun media le pubblicò perché erano chiaramente falsità. Steele quindi decise di consegnare le carte all’FBI e di parlarne con i suoi agenti sperando di avviare un’indagine ufficiale. Avvertì della mossa (o gli fu ordinato di procedere?) il vertice del governo inglese: “Il Daily Telegraph avrebbe saputo durante un incontro con una fonte assai a dentro a Washington DC, lo scorso ottobre, che l’FBI aveva contattato Steele chiedendo se potevano discuterne i risultati. La fonte disse che Steele parlò ai funzionari di Londra per chiedere il permesso di parlare con l’FBI, debitamente concesso, e che Downing Street ne fu informata…. Una volta concessogli il via libera, incontrò un agente dell’FBI in un altro Paese europeo, dove discusse il contesto in cui aveva compilato il dossier. Il suo contatto con l’FBI sarebbe iniziato a luglio dello scorso anno e concluso ad ottobre, per frustrazione della lentezza del bureau”.
Quando la prima mossa di Steele con l’FBI ad ottobre non diede i risultati sperati, tentò di rifilarglielo attraverso il senatore John McCain. Un “ex”-ambasciatore inglese a Mosca organizzò il passaggio: “Un ex-ambasciatore inglese in Russia ha rivelato di aver giocato un ruolo significativo nel portare il ‘dossier sporco’ su Donald Trump all’attenzione dei servizi segreti statunitensi. Sir Andrew Wood disse che parlò al senatore repubblicano John McCain ad una conferenza sulla sicurezza internazionale, a novembre, dell’esistenza di materiale che potesse compromettere il neopresidente. McCain successivamente consegnò il documento contenente accuse di squallido comportamento sessuale di Trump negli alberghi russi, al capo del FBI”. L’MI6 è ben noto per il lancio di falsi per conto del governo inglese. Anche la seconda consegna ufficiale all’FBI non scatenò l’auspicata pubblicazione delle accuse. Ma da quel momento Clinton si aspettava ampiamente di vincere le elezioni in ogni caso, quindi non furono prese ulteriori misure. Dopo che Trump inaspettatamente vinse le elezioni, fu lanciato il tentativo di pubblicare le denigrazioni. Il direttore della National Intelligence decise (o gli fu ordinato) di “avvicinare” Presidente, presidente eletto e Congresso sulle accuse, chiaramente discutibili. Fu questa la decisione che permise ai documenti di essere finalmente pubblicati. Come il New York Times osservò: “Cosa ha spinto i funzionari dell’intelligence statunitensi a trasmettere una sintesi delle accuse non provate ad Obama, Trump e Congresso? I funzionari hanno detto di aver sentito che il presidente eletto dovesse sapere dei memo, circolati ampiamente a Washington. Ma trasmettendo il riassunto di un rapporto diffuso a più persone nel Congresso e nell’esecutivo, rese molto probabili le fughe.” Solo dopo che Clapper o altri passarono alla CNN i rapporti per Obama, Trump e Congresso, la CNN pubblicò le 35 pagine: “I documenti classificati presentati la scorsa settimana al presidente Obama e al presidente eletto Trump includono accuse su agenti russi che sostengono di avere compromettenti informazioni personali e finanziarie su Trump, dicono alla CNN altri funzionari degli Stati Uniti a conoscenza diretta dei rapporti… I rapporti classificati la scorsa settimana sono stati presentati dai quattro capi dell’intelligence degli Stati Uniti, il direttore della National Intelligence James Clapper, il direttore dell’FBI James Comey, il direttore della CIA John Brennan e il direttore della NSA ammiraglio Mike Rogers… la CNN ha esaminato le 35 pagine dei memo, da cui sono state tratte due pagine di sinossi. I promemoria da allora sono stati pubblicati da Buzzfeed. I memo sono nati dalla ricerca dell’opposizione, per prima commissionata dai repubblicani anti-Trump, e in seguito dai democratici. A questo punto, la CNN non inviò rapporti sui dettagli delle note, in quanto non poté confermare in modo indipendente le accuse specifiche”. L’ultima parte della frase fa parte della campagna di diffamazione. Quando il DNI Clapper cercò di discolparsi dalla tempesta di merda che aveva creato, si eclissò allo stesso modo: “L’IC non crede che le informazioni contenute in questo documento siano affidabili…” Come dire: “L’IC non crede che l’informazione sulla cittadinanza keniana di Barack Obama sia affidabile…”
Qualsiasi media o agenzia di intelligence che afferma di poter o meno giudicare il contenuto di 35 pagine evita di dargli altro peso. Il contenuto è facilmente verificabile ed è così evidentemente falso che le poche affermazioni non immediatamente verificabili non possono essere prese sul serio. I media e Clapper lo sanno e, se fossero sinceri, lo direbbero. L’attacco a Trump (e alla Russia) è fallito. Trump l’ha liquidato con un paio di tweet e frasi alla conferenza stampa. L’attacco non ha fermato le procedure del Congresso o altrove, necessarie ad installare la nuova amministrazione. Non ha cambiato la politica. Il governo e l’MI6 inglesi ne escono squalificati. I capi di DNI e CIA pure. L’attacco è stato un tentativo dello Stato profondo d’inscenare un colpo di Stato contro Trump: “Trump ha deliberatamente scosso lo Stato profondo con le critiche feroci sui risultati dell’intelligence degli Stati Uniti sull’hackeraggio russo. Il governo invisibile non sta a guardare, come David Runciman ha scritto recentemente sulla London Review of Books, ma si lascia stracciare dai nuovi arrivati. Il presidente eletto ha nemici interni a profusione che praticano l’arte della fuga di notizie. Possono non aver avuto qualche ruolo ufficiale nel tentativo di organizzare il colpo di Stato contro Trump prima della nomina, ma devono aver salutato la volgarità di BuzzFeed mentre affilano i coltelli per la sua amministrazione”. Questo blog ha segnalato e avvertito un mese fa di tali tentativi di golpe “elitari”. La lotta è sempre più aspra. Ma quest’attacco è fallito. Trump resiste alle “notizie false” create dalle 35 pagine. Il tentativo di denigrazione era troppo evidente. Ci si chiede il motivo per cui è stato tentato. Chi s’è spaventato? Il presidente Obama, i principali capi dell’ntelligence degli Stati Uniti, i neoconservatori, il governo inglese, i circoli ucraini “nazionalisti (fascisti) e la campagna di Clinton cospirano contro Trump e cercano di sabotarne i cambiamenti politici annunciati. Trump ha sostenuto di voler migliorare le relazioni con la Russia e di concentrarsi a combattere in Siria e in Iraq lo ISIS e altri taqfiriti ed islamisti. Questo mette in pericolo l’eredità di Obama, la nuova guerra fredda con la Russia e le coccole ad al-Qaida e SIIL per rovesciare il governo siriano.
Vi sono due lotte nel governo degli Stati Uniti che si combattono in un contesto più ampio. Una è la lotta tra CIA ed esercito sulle competenze su spionaggio ed operazioni letali. Il direttore della CIA Brennan, consigliere di Obama e agente saudita, ha intrapreso campagne militari in Afghanistan, Yemen, Iraq, Siria e molti altri Paesi. Gli assassini della CIA con i droni sono un problema operativo, che i militari credono debbano controllare in modo esclusivo. Dall’altra parte i militari delle forze speciali hanno ostacolato l’intelligence della CIA. Il supporto della CIA all’addestramento dei terroristi taqfiriti in Siria, Iraq e Libia è contro l’interesse dei soldati, che alla fine dovranno combattere questi gruppi. Il prossimo consigliere della Sicurezza Nazionale Flynn mise in guardia dalla politica della CIA, nel 2012, quando guidava la Defense Intelligence Agency. Le forze speciali degli Stati Uniti hanno poi sabotato le operazioni della CIA in Siria. Con Flynn prossimo consigliere della Sicurezza Nazionale, la CIA rischia di perdere in questa lotta. Flynn sosterrà che la CIA debba solo raccogliere ed analizzare e probabilmente cercherà di assegnare tutte le operazioni ai militari del Joint Operational Special Command. Oggi la CIA ha utilizzato (di nuovo) il suo portavoce non ufficiale, per avvertire Flynn. Scrivendo sul blog di Jeff Bezos, David Ignatius ha stenografato la minaccia: “Secondo un alto funzionario del governo degli Stati Uniti, Flynn ha telefonato all’ambasciatore russo Sergej Kisljak più volte il 29 dicembre, il giorno in cui l’amministrazione Obama annunciò l’espulsione di 35 funzionari russi, così come altre misure in rappresaglia per l’hackeraggio. Cosa ha detto Flynn, e se ha minimizzato le sanzioni degli Stati Uniti? La legge Logan (anche se mai applicata) impedisce ai cittadini degli Stati Uniti dal corrispondere con l’intenzione di influenzare un governo straniero su “controversie” con gli Stati Uniti. È stato violato il suo spirito?” (Se le telefonate di Flynn sono sorvegliate dalla FISA, non sarebbero classificate? Come qualcun altro potrebbe saperlo? Quante leggi hanno violato per fare queste accuse tramite Ignatius?)
Una seconda area di conflitto interno è sul direttore dell’FBI Comey. E’ stato o meno sufficientemente deferente verso la cabala di Obama e la campagna di Clinton. Ha lanciato e pubblicamente annunciato un’indagine sui chiari comportamenti illegali di Clinton sul suo server di posta elettronica privata, ma si astenne dall’annunciare ed indagare le accuse evidentemente false contro Trump che gli furono spacciate. Tale slealtà richiede una punizione: “L’ispettore generale del dipartimento di Giustizia ha detto che avrebbe aperto una vasta indagine su come il direttore dell’FBI, James B. Comey, ha gestito il caso sulle email di Hillary Clinton… L’ufficio dell’ispettore generale ha detto che è stata avviata l’inchiesta in risposta ai reclami dai membri del Congresso e dell’opinione pubblica per le azioni di FBI e dipartimento di Giustizia durante la campagna, che potrebbero essere viste come politicamente motivate“. L’ispettore generale fa un piacere al presidente. Sarà licenziato non appena Trump andrà in carica. E a meno che non si unisca alla cabala contro Trump, Comey non ha nulla da temere. Ma la guerra contro Trump non è finita. Trump dovrebbe e deve essere combattuto, ma la lotta dovrebbe riguardare le importanti questioni economiche e sociali a cui la gente bada e sente molto. Trump ha la sua cricca, miliardari libertari come i fratelli Koch, alcuni generali nel suo gabinetto e arcisionisti come Adelson Ma gli scagnozzi di questa cabala non sono ancora al governo. È importante ostacolare tale infestazione.
La lotta per come è condotta oggi è un tentativo di riorientare la politica estera di Trump e generalmente impartire la lezione della potente politica estera. Tale lotta è stata già persa durante la campagna. Ogni tentativo di accusare Trump di questo o quell’oltraggio con la “Russia” non ha nulla a che fare con la vita dell’elettore medio, a cui non interessa semplicemente. Questi pseudo-scandali combattuti dai media delle “élite” lo rendono solo più forte. Ma la cabala non lo capiva durante la campagna e neanche ora lo capisce. Continuerà i suoi tentativi e diminuirà il proprio potere attraverso i suoi fallimenti. Gli sforzi dei lealisti di Obama contro Trump iniziarono subito dopo il giorno delle elezioni: “Negli ultimi 10 anni, gli ex-seguaci di Obama hanno occupato il governo, il mondo della difesa e le parti influenti del settore privato, anche Google e Facebook. Ciò significa che ci sono molte risorse da sfruttare”. Ulteriori attacchi a Trump arriveranno anche quando Trump sarà la potere e comincerà a far pulizie. Ma coloro che lavorano apertamente contro di lui saranno in pericolo. Gli attacchi continui e aperti mettono a nudo i diversi attori dietro di loro. Saranno tutti schivati ed ogni nuovo attacco aperto contro Trump eliminerà un centro di potere installato dall’amministrazione Obama. Se tali attacchi disperati continueranno pochi ne rimarranno per intraprendere in silenzio la resistenza paziente contro l’amministrazione Trump, necessaria a ridurre i danni che creerà. Per ora attaccare Trump, Flynn, Comey o anche Putin è fatuo e vacuo. Impedisce solo di raggiungere i loro obiettivi a lungo termine. Ci si chiede quindi perché continui tale panico della cabala dello Stato profondo. Quali sporcizie che ha nascosto teme emergano?

Aggiornamento: il direttore dell’FBI Comey ha sbroccato con i democratici alla fine di un’udienza classificata al Congresso, oggi. Questo il giorno dopo che il dipartimento di Giustizia di Obama ha aperto un caso contro di lui (vedi sopra). Si potrebbe immaginare che Comey ne abbia abbastanza o sia ormai certo del sostegno di Trump. The Hill riporta: “Un certo numero di deputati democratici ha lasciato la conferenza riservata sulla pirateria russa, irritati dalle azioni del direttore dell’FBI James Comey e convinti che sia inadatto a guidare l’agenzia. “Non avevo opinione fino agli ultimi 15 minuti. Non vi ripongo più fiducia”, ha detto il Rep. Tim Walz (D-Minn) del Comitato affari dei veterani, mentre lasciava la riunione in Campidoglio. “Alcune delle cose che sono state rivelate in questo briefing classificato, hanno scosso la mia fiducia”…15937065Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora