La potenza dell’Iran irrita gli USA

L’Iran è la deterrenza contro gli Stati canaglia in Medio Oriente
Shane Quinn The Duran 17 ottobre 2017Dopo l’invasione dell’Iraq del 2003, lo storico militare israeliano Martin van Creveld disse: “Il mondo ha visto come gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iraq benché, come si è scoperto, non ne avessero motivo. Se gli iraniani non costruiranno armi nucleari, sarebbero dei pazzi“. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha recentemente scartato il JCPOA, l’accodo nucleare con l’Iran, e inoltre ha imposto nuove sanzioni al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie islamiche, un ramo dell’Esercito iraniano. Due mesi prima, il Presidente dell’Iran Hassan Rouhani dichiarò che il suo Paese riavvierà il programma nucleare “in poche ore” se venivano adottate altre sanzioni. Considerando che l’Iran è nuovamente sotto lo spettro dell’attacco dalla vecchia nemesi, tali sviluppi potrebbero rivelarsi inevitabili. È il segnale che gli USA, dall’aggressivo militarismo, inviano al mondo: sviluppate le armi nucleari se volete proteggervi da noi. È un messaggio che la Corea democratica da tempo segue. La RPDC sarebbe sicuramente stata attaccata se non avesse testate nucleari e artiglieria massiccia. Le minacce a Corea democratica e Iran violano la Carta delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti furono tra i firmatari chiave della creazione delle Nazioni Unite nel 1945. Da tempo sembrano considerarlo una mera cerimonia. Il testo di apertura della Carta dichiara che siano “salvate le generazioni future dal flagello della guerra… riaffermando la fede nei diritti umani fondamentali… e nelle nazioni grandi e piccole“. Tra le accuse all’Iran dell’occidente vi è quella di “alimentare l’instabilità”. In termini semplici, ciò significa ignorare i desideri degli USA. Mentre lo SIIL dilagava nel nord dell’Iraq nel 2014, fu l’Iran che intervenne in aiuto dei curdi assediati. Azioni come questa sono chiamate “destabilizzazione” e “sostegno al terrorismo”. L’Iraq fu attaccato dagli Stati Uniti nel 2003, lasciando rovine che gli iracheni non videro dall’invasione mongola del 13° secolo. In occidente lo si chiamò “promozione della democrazia” o “stabilizzazione”, senza trascurare di menzionare un milione di iracheni morti, con un attacco che pose le basi dello SIIL. Nel frattempo, l’accordo nucleare iraniano del 2015, ha affermato il capo della vigilanza atomica dell’ONU Yukiya Amano, “è attuato nell’ambito degli impegni relativi all’energia nucleare presi dall’Iran col JCPOA. Il regime di verifica in Iran è il più robusto… attualmente esistente. Abbiamo aumentato i giorni d’ispezione in Iran, abbiamo aumentato le ispezioni… e dati sono aumentati“. Questa è la prova che l’Iran adempie ad ogni richiesta, a differenza di altri. Ancora una volta, sono Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita che decidono d’ignorare il diritto internazionale. In tal modo, promuovono il proprio isolamento mondiale. Le cinque altre potenze che hanno preso parte all’accordo nucleare, Cina, Russia, Francia, Germania e Gran Bretagna, hanno affermato di continuare indipendentemente dalla posizione statunitense. Le vere ragioni di tale rinnovata ostilità verso l’Iran non sono naturalmente specificate. Per esempio, l’Iran aumenta l’influenza in Medio Oriente, sempre più potente rivale d’Israele. L’Iran ha inoltre svolto un ruolo importante, alleato di Russia ed Esercito arabo siriano, nella sconfitta dei terroristi filo-occidentali ad Aleppo.
Altre preoccupazioni sono il “sostegno al terrorismo” dell’Iran, come ribadito dal presidente Trump, riecheggiando i predecessori. Ciò si riferisce principalmente al sostegno dell’Iran a Hezbollah e Hamas, organizzazioni nate dall’aggressione degli Stati Uniti nel Medio Oriente, sostenuti da Israele ed Arabia Saudita. Il terrorismo occidentale supera notevolmente qualsiasi cosa attribuita ad Hezbollah o Hamas. Hezbollah, per esempio, ha svolto un ruolo nel ritiro dello SIIL, dopo aver combattuto gli estremisti per tre anni in Siria, Iraq e Libano. Il duo è anche nemico deciso d’Israele, quindi degli Stati Uniti. Né l’Iran, insieme a Hezbollah e Hamas, può competere con l’Arabia Saudita nella sponsorizzazione del terrorismo islamico. Lo SIIL stesso è un complotto del fanatismo religioso saudita e dell’ampliamento del suo messaggio jihadista. Inoltre, all’Iran, quarto produttore di petrolio mondiale, non è mai stato perdonato aver rimosso il controllo statunitense 38 anni fa. Come una banda che da una lezione a chi tradisce il boss mafioso, l’Iran viene punito senza pietà. I cubani sostengono le affermazioni dell’Iran con mezzo secolo di prove. Anche l’intelligence statunitense riconosce che le dottrine strategiche dell’Iran sono difensive e non sono una minaccia militare importante. L’anno scorso il bilancio degli armamenti statunitensi era 50 volte superiore quello iraniano. Tuttavia, in occidente l’Iran viene considerato “la peggiore minaccia alla pace“, nonostante non abbia mai invaso un altro Paese. Una delle grevi ironie è come le azioni statunitensi di questo secolo abbiano aiutato la causa dell’Iran. Quattordici anni dopo la fine della guerra in Iraq, il New York Times lamentava che “camminando nei mercati in Iraq gli scaffali siano pieni di beni iraniani… accendendo la televisione canale dopo canale trasmettono programmi favorevoli all’Iran. Si costruisce un nuovo edificio? È probabile che i mattoni e il cemento provengano dall’Iran. E non è che l’inizio“. La causa principale di ciò, la devastazione lasciata dall’invasione degli Stati Uniti, non viene menzionata nell’articolo. L’Iraq è da tempo un Paese a maggioranza sciita, ma prima dell’attacco del 2003 era governato dalla minoranza sunnita. Gli statunitensi spazzarono i governanti sunniti, avvicinando inavvertitamente l’Iraq all’Iran, altra nazione sciita.
Con l’ostilità crescente degli USA verso l’Iran, è sorprendente che la Cina, in particolare, ne sia l’alleata chiave. Oggi la Cina rappresenta il maggiore mercato di esportazione ed importazione dell’Iran. Dal 2000 al 2014 la quota cinese delle esportazioni iraniane è passata dal 4% al 49%, soprattutto nel greggio. In questi 14 anni, la quota di importazioni cinesi verso l’Iran è passata dal 5% al 45%. Anche i legami militari sino-iraniani sono più stretti. Nel 2012, per la prima volta, navi da guerra cinesi apparvero nel Golfo Persico per un’esercitazione congiunta con la Marina iraniana. Col Presidente Rouhani (in carica dal 2013), le relazioni sono aumentate, con l’aumento complessivo del 70% degli scambi con la Cina, che vede favorevolmente Rouhani. L’anno scorso Cina e Iran decisero di aumentare il commercio a 600 miliardi di dollari nel prossimo decennio. La Cina è anche un importante fornitore di armi avanzate dell’Iran, tra cui missili antinave, missili da crociera, aviogetti da caccia J-10, ecc. Il caccia J-10 è “paragonabile allo statunitense F-15, letale in combattimento“. Nel novembre 2016, un accordo di cooperazione militare fu firmato da Cina e Iran, con esercitazioni militari congiunte avvenute a giugno. L’allora Ministro della Difesa iraniano Hossein Dehghan dichiarò: “L’aggiornamento delle relazioni e della cooperazione militare a lungo termine nella difesa con la Cina è una delle priorità della diplomazia della Repubblica islamica dell’Iran“. Ponendo un altro deterrente importante ai nemici dell’Iran. Si può supporre che questi sviluppi siano visti con orrore a Washington, Tel Aviv e Riyadh.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Cala il sipario sul secolo americano

Wayne Madsen SCF 16.10.2017La storia mostrerà che gli Stati Uniti, trascinati per più di un decennio dai rabbiosi falchi neo-con in conflitti costosi e sconsiderati in Afghanistan e Iraq, vedono calare il sipario sulla loro guerra fredda del “Secolo Americano”. La nomina di Donald Trump, che agisce più come un Caligila o un Nerone che da statista, accelera la fine della sceneggiata della Pax Americana. Scaltri leader mondiali sfruttano l’incompetente politica estera statunitense per fasi avanti mentre gli USA sono preoccupati da ciò che il segretario di Stato Rex Tillerson ha chiamato idiota, che il senatore del Comitato per le relazioni estere del Senato, Bob Corker, definisce bambino che va controllato dagli adulti, e che il governo nordcoreano ha chiamato vecchio “rimbambito” dell’ufficio ovale. Il capitolo finale del secolo americano ha dato a leader difficili come il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il leader nordcoreano Kim Jong Un, il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, re Salman e il re del Marocco Muhamad VI l’incoraggiamento a seguire le proprie agende in assenza della passata rete della frammentazione geopolitica degli USA. Trump ha esternalizzato la politica mediorientale ad Israele, con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti cheerleader degli israeliani. Il primo indizio che Trump cedeva la politica sul Medio Oriente a Israele si ebbe con la nomina del sionista anti-palestinese David Friedman ad ambasciatore in Israele. Seguì la nomina di Trump del genero pro-Likud Jared Kushner ad inviato speciale in Medio Oriente. Il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, amico della famiglia Trump dagli anni ’80, ha approfittato di un dipartimento di Stato impotente per annettesi altre terre occupate in Cisgiordania, in violazione di numerose risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Netanyahu è anche un amico stretto di Kushner e del padre Charles Kushner. In pochi giorni, Trump ha compiuto due atti contrari all’interesse statunitense, ma forzati da Netanyahu; il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO), perché Trump la considera eccessivamente anti-israeliana, e la denuncia ufficiale di Trump del piano d’azione comune complessivo P5 + 1 (JCPOA) sul programma nucleare iraniano. In precedenza, Trump ritirava gli USA dall’Accordo sul Clima di Parigi, rendendoli gli unici al mondo a rifiutarlo. L’eclisse dell’influenza statunitense sulla scena mondiale ha visto molti leader mondiali iniziare ad agire contro Washington confrontandosi direttamente con gli Stati Uniti o rinnegando trattati e accordi internazionali. Trump, che ha fatto smantellare i trattati internazionali per i suoi traffici, pone un cattivo esempio agli altri leader nel rispettare accordi e patti di lunga durata. Forse nessun leader ha approfittato della politica estera e delle turbolenze militari statunitensi più di Erdogan. L’anno scorso il governo dittatoriale di Erdogan arrestava il pastore protestante statunitense Andrew Brunson accusato di coinvolgimento nel tentato colpo di Stato contro il governo di Erdogan del 2016. Erdogan tentò di scambiare Brunson con Gulen, affarista e predicatore miliardario esiliato politico in Pennsylvania. La richiesta di Erdogan non fu considerata e quindi, come un bullo, prese un altro ostaggio, Metin Topuz, impiegato turco del consolato generale statunitense d’Istanbul. Il governo Erdogan, insoddisfatto dell’inattività degli USA su Gulen, arrestava un secondo impiegato del consolato generale degli Stati Uniti, insieme a moglie e figlio. Gli Stati Uniti hanno reagito sospendendo la concessione dei visti per non immigrati ai turchi che desiderano entrare negli Stati Uniti. Erdogan ordinava agli uffici dei visti turchi negli Stati Uniti di fare lo stesso con le domande di visto statunitensi per la Turchia. Erdogan ha comunque ordinato l’arresto di mezza dozzina di cittadini turco-statunitensi con analoghe accuse di aiuto al colpo di Stato del 2016 e di connivenza con l’organizzazione di Gulen.
Il governo Kim Jong Un persegue una guerra verbale con Trump dopo che il presidente degli Stati Uniti invitava a chiamare il leader nordcoreano “rocketman” nei tweet e all’assemblea generale delle Nazioni Unite. La Corea democratica, che misura gli attacchi di Trump all’accordo sugli armamenti nucleari JCPOA con l’Iran, non ha alcun desiderio di raggiungerne uno dopo la dimostrazione che per gli Stati Uniti alcuna firma vale più della carta su cui è impressa. Va notato che la Corea democratica ha firmato l’Accordo sul Clima di Parigi, un accordo che Trump ha denunciato. Danni simili al diritto internazionale si hanno in tutto il mondo con la preoccupazione a Washington per un presidente considerato anche dai più vicini aiutanti militari e della sicurezza nazionale troppo squilibrato per ricevere i codici di lancio nucleare. L’Ucraina, incoraggiata dalle promesse di alcune fazioni dell’amministrazione Trump di ricevere armamenti letali statunitensi, si è allontanata dagli accordi del Quartetto di Normandia e di Minsk tra Russia, Ucraina, Francia e Germania per la cessazione delle ostilità nell’Ucraina orientale. Dopo aver visto Trump trasformare gli accordi internazionali in carta igienica, il presidente ucraino Petro Poroshenko, presidente di una kleptocrazia di oligarchi ucraini legati alle organizzazioni criminali di Trump e Kushner, non vede alcuna ragione di rispettare gli accordi con la Russia elaborati con gli uffici diplomatici di Francia, Germania e Bielorussia. Anche se la Corte europea di giustizia ha stabilito l’anno scorso che il Marocco non poteva pretendere il territorio controverso del Sahara Occidentale, riconosciuto come Stato indipendente da 40 nazioni, il Marocco rinnegava l’accordo sul referendum nel Sahara Occidentale per l’indipendenza. Cone Trump, riferendosi all’ONU come malagestione, il re Muhamad si sente incoraggiato ad ignorare le ripetute risoluzioni ONU sul Sahara Occidentale. Seguendo re Muhamad, il primo ministro di Papua Nuova Guinea, afflitto da scandali, Peter O’Neill, rinuncia al referendum per l’indipendenza di Bougainville prima del 2020. Il referendum è garantito dall’accordo di pace di Bougainville del 2001, e se passasse, chiederà alla Papua Nuova Guinea di concedere l’indipendenza a Bougainville. Il presidente francese Emmanuel Macron ha anche mostrato la volontà di violare l’accordo di Noumea del 1998, che prevede un referendum sull’indipendenza della colonia sud-occidentale della Nuova Caledonia, che si terrà prima del novembre 2018. La Francia sembra incline a vedere altri cittadini francesi recarsi in Nuova Caledonia prima del voto per assicurarsi il “no”. Il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, erede politico del dittatore fascista Francisco Franco, minaccia d’imporre il controllo diretto sulla Catalogna secessionista, con l’approvazione dell’Unione europea. Tale mossa porrà fine all’autogoverno della Catalogna, ritornando alla politica di Franco verso la Catalogna. L’Arabia Saudita, con l’incoraggiamento di Trump, ha imposto il boicottaggio economico e dei trasporti al Qatar, violando diversi accordi internazionali, tra cui la Carta delle Nazioni Unite. I sauditi persino pensarono di abbattere un jumbo della Qatar Airways, sostenendo che violasse lo spazio aereo saudita. Gli Emirati Arabi Uniti hanno apparentemente innescato la crisi del Qatar, violandone l’agenzia stampa e inserendo una storia che citava l’emiro del Qatar che criticava il re saudita. Più tardi si scoprì che Israele era coinvolto nell’attacco con una delle proprie organizzazioni di lobbying a Washington, la neo-con Fondazione per la difesa delle democrazie. I sauditi hanno inoltre attaccato Gibuti, nel Corno d’Africa, per espellervi i 500 militari in missione di pace del Qatar che controllavano il confine con l’Eritrea. I sauditi hanno anche ignorato una recente relazione dell’ONU sul genocidio commesso dalle loro forze ai danni dei bambini dello Yemen.
Lo smantellamento degli accordi internazionali nel mondo fa seguito alla preoccupazione negli USA su un presidente squilibrato che disprezza gli accordi internazionali. Le azioni unilaterali di Trump nei confronti del JCPOA, dell’UNESCO e dell’accordo climatico di Parigi saranno probabilmente seguite da altre azioni brutali sul palcoscenico internazionale. La Norvegia, forse incoraggiata dal rumore di sciabole anti-russe del suo ex-primo ministro, divenuto segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, viola i termini dell’accordo sulle Svalbard del 1920. L’accordo garantisce il libero accesso internazionale all’arcipelago artico delle Svalbard. La Norvegia ha iniziato ad imporre illegalmente normative norvegesi sui visti per le isole che, nella maggior parte dei casi, sono volte a tenere fuori i cittadini russi.
Il minuto dopo che Trump giurava da presidente, nuovi e vecchi focolai hanno cominciato ad accendersi nel mondo, dalla Rocca di Gibilterra e alla striscia di Caprivi in Africa alla frontiera Sikkim-Tibet e all’isola di Socotra del Mar Arabico. Con Trump che sprofonda nella follia, molti di tali focolai innescherebbero un conflitto. L’epoca di Trump sarà conosciuta nei libri di storia come non solo la fine del “secolo americano”, ma che nell’assenza di leadership ed impegno internazionale degli USA, immerge il mondo nel nichilismo violento.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Gli Stati Uniti aumentano la pressione su Iran ed Hezbollah, senza risultati

Elijah J. Magnier, 14 ottobre 2017Gli Stati Uniti hanno aumentato le tensioni con l’Iran senza intraprendere alcuna iniziativa concreta per uscire dall’accordo nucleare. Il motivo per cui Trump si limiterà all’abuso verbale continuando a minacciare misure ostili contro Teheran, senza eseguirle, è fondamentalmente evitare una frattura tra Stati Uniti ed UE. L’accordo nucleare non è bilaterale, per cui il ritiro degli Stati Uniti non può teoricamente estinguerlo. Ciononostante, per l’Iran, probabilmente in questo caso l’accordo sarebbe totalmente nullo, con ciò che implica. Così gli Stati Uniti continuano la loro aggressiva campagna verbale contro l’Iran, confondendo gli europei che giustamente non riescono a prevedere quali decisioni questo presidente degli Stati Uniti possa adottare nel medio-lungo termine. Tuttavia, l’obiettivo non è solo l’Iran ma anche il principale alleato e braccio militare in Medio Oriente: Hezbollah libanese. Gli Stati Uniti hanno pubblicato le taglie di due aderenti al Consiglio militare di Hezbollah (la massima autorità militare dell’organizzazione), Haj Fuad Shuqr e Haj Talal Hamiyah, assegnando “12 milioni di dollari a chiunque possa dare informazioni” utili a processarli. La taglia mostra volutamente vecchie foto dei due uomini per evitare di rivelare le fonti d’intelligence che ne hanno fornito di più recenti. Resta la domanda: quale Paese ne trarrebbe vantaggio? L’Iran non è più interessato a ciò che Donald Trump farà dell’accordo nucleare. La leadership iraniana ha creato centinaia di società commerciali durante l’embargo, soprattutto in Oman, Dubai e Abu Dhabi, per contrastare oltre 30 anni di sanzioni ed embargo statunitensi. Inoltre, l’Iran impiega oro e petrolio in cambio di beni e tecnologia da molti anni accettando di acquistare a prezzi più elevati che sul mercato aperto. Oggi l’accordo nucleare ha aperto il mercato iraniano e l’ha collegato a quelli europei. L’Unione europea non è disposta a perderlo in questo momento, soprattutto con la crisi finanziaria che il vecchio continente vive dal 2008, solo perché Trump, presidente degli Stati Uniti (l’unico tra i firmatari) ritiene unilateralmente che “lo spirito dell’accordo nucleare sia stato violato”. Gli Stati Uniti vorrebbero vedere il programma missilistico iraniano finire assieme all’invio di armi ad Hezbollah: questo sarebbe favorito anche da Arabia Saudita e Israele. Tuttavia questi temi sono considerati da tutti i Paesi firmatari (incluso l’Iran ma con l’eccezione degli Stati Uniti) come non correlati ed esclusi dall’accordo nucleare. I funzionari sauditi hanno visitato recentemente Washington, offrendo assistenza finanziaria illimitata affinché gli Stati Uniti distruggano Hezbollah e limitino l’influenza dell’Iran nel Medio Oriente. Infatti, Hezbollah è considerato la rovina del gioco dei Paesi internazionali e regionali che sostennero il cambio di regime in Siria. Pertanto, molti vorrebbero vedere Hezbollah, braccio dell’Iran, eliminato completamente, perché così l’Iran diverrebbe un gigante senza braccia. Inoltre, durante la visita del re saudita a Mosca, la monarchia informò il Presidente Vladimir Putin che tutti i gruppi operanti in Siria, come “Stato islamico” (SIIL), al-Qaida e Hezbollah, sono considerati terroristi e dovrebbero essere eliminati. Putin, nonostante la generosa offerta finanziaria del re ad investire nei prodotti russi, era molto chiaro: qualsiasi Paese o gruppo che combatte in Siria su richiesta del governo legittimo non è un gruppo terroristico. Il “capo di Hezbollah” non era sul tavolo della capitale russa.
Per quanto riguarda le ricompense statunitensi, i leader di Hezbollah del primo, secondo e terzo ramo dell’organizzazione si muovono liberamente tra Beirut, Damasco, Teheran e Baghdad, in base alle esigenze della “guerra al terrore” in cui l’organizzazione partecipa contro “Stato islamico” (SIIL) e al-Qaida in Siria e in Iraq. Nessuna autorità, né libanese né statunitense, oserebbe arrestare uno dei leader di Hezbollah senza subire conseguenze dirette, che andrebbero dall’attacco ai loro soldati ad attaccare i loro interessi in Medio Oriente. Il rapimento (o cattura) va trattato in modo simile e respinto senza esitazione. L’ultimo “incidente” si verificò in Iraq quando Washington espresse il desiderio, quando Baghdad chiedeva alle forze statunitensi di uscire dall’Iraq sotto il presidente Barack Obama, di rapire negli USA il comandante di Hezbollah Ali Musa Daqduq. Hezbollah quindi inviò un messaggio chiaro all’amministrazione statunitense, attraverso i leader iracheni, che rapire Daqdouq avrebbe significato che ogni soldato e ufficiale statunitense in Medio Oriente, soprattutto in Iraq, sarebbero stato un ostaggio. Ciò spinse Washington a chiudere un occhio e lasciare gli iracheni decidere sul destino dell’ufficiale di Hezbollah che partecipò all’eliminazione di cinque soldati e ufficiali statunitensi in un’operazione impressionante a Qarbala. Nel gennaio 2007, Daqduq, insieme al gruppo della resistenza di Muqtada al-Sadr, Asaayb Ahl al-Haq, utilizzò le auto blindate di un ministro iracheno che gli stessi Stati Uniti gli avevano donato. Il fatto che Daqduq fosse a bordo facilitò l’ingresso del convoglio nell’edificio governativo senza sollevare i sospetti delle forze statunitensi all’interno. Hezbollah sa che molti soldati e ufficiali statunitensi viaggiano liberamente in Libano, operando principalmente con l’esercito libanese. Pertanto, l’organizzazione si assicura che gli Stati Uniti sappiano della sua capacità di rispondere e di non lasciare suoi uomini prigionieri senza una risposta. Hezbollah ritiene che i propri leader siano sicuri dal rapimento, ma non dai tentativi di assassinio. Così, “le taglie” degli Stati Uniti sui due comandanti di Hezbollah mirano ad accontentare gli alleati mediorientali (Israele e Arabia Saudita) dicendo che “siamo tutti sulla stessa barca contro la presenza e le capacità operative di Hezbollah”. Infatti, dimostra come Washington prenda seriamente misure politiche piuttosto che operative per limitare Hezbollah e Iran nel Medio Oriente. Entrambi considerati nemici degli Stati Uniti e dai loro stretti collaboratori israeliani e sauditi.
Tel Aviv, come Washington, si limita ad adottare una minacciosa retorica, parlando di “guerra imminente” contro Hezbollah, ma senza andare oltre od adottare passi bellicosi oltre al rullo dei tamburi. Nell’improbabile caso di guerra tra Israele e Hezbollah, non c’è dubbio che Israele abbia la capacità militare distruttiva di riportare il Libano all'”età della pietra”, come afferma. Tuttavia, è una situazione che i libanesi hanno già vissuto con la guerra civile nel 1975 e le due (1982 e 2006) guerre israeliane. In queste guerre Israele attaccò e distrusse le infrastrutture libanesi, uccidendo migliaia di civili e centinaia di militanti di Hezbollah. Tuttavia, non c’è dubbio anche che Hezbollah avrebbe inflitto ad Israele lo stesso scenario da “età della pietra”, con decine di migliaia di razzi e missili, anche ad alta precisione. La popolazione israeliana però non è abituata a un tale scenario: i missili di Hezbollah colpirebbero infrastrutture (ponti, centri di concentrazione, mercati, acqua, elettricità, impianti chimici e altro), porti, aeroporti, caserme e istituzioni militari e case civili. È vero che i capi politici e militari israeliani non sono ingenui e non scambiano mai la propria sicurezza col sostegno economico e finanziario (offerto dall’Arabia Saudita per distruggere Hezbollah), non importa quanto sia sostanziale. Israele non scambia un rapporto diplomatico pubblico con l’Arabia Saudita e la maggior parte dei Paesi del Golfo rinunciando alla propria sicurezza e al benessere del proprio popolo. I comandanti israeliani sanno bene dell’esperienza militare unica che Hezbollah ha sviluppato in Siria e Iraq e come utilizzi nuovi bunker sotterranei per i missili a lungo raggio al confine libanese-israeliano. Tuttavia, Israele e Stati Uniti possono effettuare attacchi militari e d’intelligence per colpire i leader di Hezbollah, come fecero in passato col Segretario generale Sayad Abas al-Musaui, con il vice di Sayad Hasan Nasrallah Imad Mughniyah e contro altri della leadership come Husayn al-Laqis, Samir Qantar, Jihad Mughniyah ecc. Il “conto” è ancora aperto tra Hezbollah e Israele. L’organizzazione libanese ha certamente tentato simili attacchi d’intelligence contro Israele. Tuttavia, diversi tentativi sono falliti a causa della cattiva pianificazione e della violazione per mano dell’intelligence statunitense e israeliana della sicurezza di Hezbollah, tramite un ufficiale dell’unità per le operazioni estere. Ma l’equilibrio del terrore tra Hezbollah e Israele rimane: Hezbollah è più a suo agio in Siria oggi e può dedicare più risorse alla lotta contro Israele ed alleati nella regione. Così, la pressione statunitense rimane nei limiti dell’incapacità di chiunque ad attuarla: non c’è Paese o entità che voglia affrontare un rivale come Hezbollah, addestrato nell’arte della guerra e della politica ed attore essenziale nel Medio Oriente e nelle arene internazionali.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le operazioni in Kurdistan: la presa di Qirquq

Alessandro Lattanzio, 17/10/2017

Meno chiacchiere politiche, meno intellettualismo, più vicini alla vita“.
Lenin

Oggi posso esprimere le mie sincere condoglianze a tutti gli “analisti” che hanno promosso la divisione dell’Iraq e della Siria: Qirquq era causa di tale abbaglio. E oggi l’Iraq consegna una grande speranza alla Siria. Qirquq va oltre lo scontro tra sionisti-wahabiti-curdi e Baghdad”. La Forza al-Quds ha risposto efficacemente a Trump & company… Unità delle Forze Speciali delle Guardie Rivoluzionarie dell’Iran, responsabile delle operazioni extraterritoriali, la Forza al-Quds fa capo direttamente al leader supremo dell’Iran, Ali Sayyed Khamenei. Il Generale Sulaymani ha distrutto il piano sionista del Barzanistan in meno di un mese, chiunque minacci l’Iran ne subirà le conseguenze. Il testo è stato letto a Trump, con una lettera che attraversando tutti i filtri protettivi, è stata posta sulla scrivania del segretario della Difesa. Una semplice lettera senza il sigillo del Pentagono, attirando l’attenzione del segretario alla Difesa; una volta letta, la lettera conteneva una frase incredibile per il Pentagono: “Ci vedremo molto più da vicino, se necessario… Qasim Sulaymani. Comandante della Forza al-Quds”.Dopo il ritiro dei distaccamenti del PDK da Qirquq, l’Esercito iracheno riprendeva possesso della base di Daquq, mentre tra le forze del PDK di Barzani e quelle del PUK di Talabani si avevano degli scontri presso Qirquq. Intanto ad Irbil si svolgeva una riunione tra i comandanti curdi e rappresentanti del Pentagono su come reagire rapidamente alle operazioni delle forze irachene. Nell’area di Qirquq comparivano anche unità armate del Partito dei lavoratori curdi (PKK). Baghdad nominava il nuovo governatore di Qirquq e riprendeva il controllo delle infrastrutture energetiche. In sostanza, la difesa dei Pishmirga crollò rapidamente e gli iracheni dilagavano su tutta la città, entrando nel palazzo del governatore di Qirquq, da dove il precedente aveva minacciato Baghdad. Le bandiere curde venivano tutte rimosse. Due giorni prima, 14 ottobre, il Generale iraniano Qasim Sulaymani giunse a Sulaymaniyah per incontrare la leadership del PUK (Haro Ibrahim, Pavel Talabani e Lahur Jangi) e del clan Talabani. Il membro del Movimento per il cambiamento (Gorran) Masud Haydar rilasciava un documento sull’accordo tra l’Unione patriottica del Kurdistan (PUK) e le forze di mobilitazione popolari irachene Hashd al-Shabi, firmato il 16 ottobre, che prevede 9 punti:
1. Restituzione alle forze irachene dei territori controversi controllati dai pishmirga.
2. Restituire 17 unità amministrative della provincia di Qirquq all’autorità del governo federale dell’Iraq.
3. Sei mesi di amministrazione congiunta a Qirquq, dove 15 quartieri saranno gestiti dai curdi e 25 eleggeranno una propria amministrazione.
4. Trasferire tutti i servizi strategici della provincia di Qirquq, come aeroporto e campi petroliferi, al governo federale dell’Iraq.
5. Aprire l’aeroporto di Sulaymaniyah ai voli internazionali.
6. Baghdad s’impegna a pagare gli stipendi dei funzionari pubblici di Sulaymaniyah e Qirquq.
7. Baghdad s’impegna a pagare i salari dei pishmirga del PUK.
8. Creazione della regione costituita dalle province di Halabiya, Sulaymaniyah e Qirquq.
9. Crearvi un nuovo governo.
Il 16 ottobre, la Liwa Asayb Ahl al-Haq dell’Hashd al-Shabi liberava Tuz Qurmatu. L’80% delle forze curde a Qirquq e Tuz Qurmatu aderivano al PUK, aprendo così la strada alle forze irachene. Le forze curde concordavano con l’Hashd al-Shabi di evitare scontri nella regione di Sinjar, ad ovest di Niniwa, cedendo la protezione della regione ai pishmirga yazidi che aderivano all’Hashd al-Shabi, mentre le forze curde si ritiravano e le forze governative irachene assumevano il controllo della provincia. Dopo la liberazione di Tuz Qurmatu, il governatore della provincia di Salahudin, a cui questa cittadina appartiene, vi nominava sindaco uno sciita arabo licenziando il curdo Shalal Abdul. Il Consiglio di sicurezza nazionale turco invitava a chiudere lo spazio aereo con la regione del Kurdistan, e a chiudere il valico di frontiera Ibrahim Qalil tra Turchia e Kurdistan, mentre il Primo ministro iracheno Haydar al-Abadi ordinava di rimuovere le bandiere del Kurdistan dai territori liberati dalle forze irachene. L’ordine veniva emanato dopo che l’esercito iracheno aveva annunciato la piena liberazione di Qirquq. Raqan Said veniva nominato dal Primo ministro governatore di Qirquq, sostituendo il fellone Najmaldin Qarim. Raqan Said era a capo del Consiglio arabo di Qirquq, costituito dai partiti politici arabi della città. Le forze curde avevano subito 22 morti, 17 dispersi e 70 feriti in queste operazioni.
Oggi, alcuni sognatori sul Kurdistan capiscono che i racconti sulla potenza dei pishmirga sono evidentemente precipitati dal cielo alla terra”. Tutto questo devasta i piani statunitensi relativi al Kurdistan che, privato del petrolio di Qirquq, perde attrattiva geopolitica e risorse necessarie a colpire il consolidamento dell’Asse della Resistenza. Per i sostenitori dell'”America è con noi”, tutto ciò impartisce una buona lezione. “Agli statunitensi non interessano gli interessi dei loro burattini, si preoccupano innanzitutto dei propri interessi. Finora, il sostegno alle rivendicazioni dei curdi a Qirquq, a costo dello scontro aperto con Iraq e Iran, non era una loro priorità, per cui Washington guarda con malinconia l’Iran fare le sue mosse. Sì, l’accordo con parte dei curdi, certamente è stata una sorpresa spiacevole per gli statunitensi, abituati a trattare il Kurdistan iracheno come loro feudo, con il Corpo della Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniano (IRGC), appena definita “organizzazione terroristica”, concludere coi curdi, alle spalle di Barzani, un accordo nell’interesse del principale avversario degli Stati Uniti nella regione. Neanche l’invasione di truppe iraniane e turche è stata necessaria. Il tutto è stato sistemato con un asino carico di oro o contrattando su un più moderno serbatoio di petrolio”.

Fonti:
Cassad
Cassad
Cassad
Iraqi News
Iraqi News

La fine dell’indipendenza curda

Moon of Alabama 16 ottobre 2017Oggi il governo iracheno ha liberato Qirquq dall’occupazione delle forze curde. Ciò segna la fine del piano per l’indipendenza curda in Iraq. Nel 2014 lo Stato islamico occupò Mosul. Allo stesso tempo il governo regionale curdo di Masud Barzani inviò i pishmirga a prendere la città petrolifera di Qirquq dalle forze al collasso del governo iracheno. C’erano plausibili prove che i curdi fossero d’accordo con lo SIIL e si coordinassero. Nel 2016 – 2017 le forze irachene sconfissero lo SIIL a Mosul. I gruppi curdi ne approfittarono per occupare ulteriori territori, anche se priva di una popolazione maggioritaria curda e non appartenessero alla loro regione autonoma.La zona bordata di rosso è la regione autonoma curda dell’Iraq accettata dalla costituzione irachena. La linea tratteggiata rossa è l’area aggiunta che i curdi hanno catturato e controllato.

Il governo iracheno ha insistito affinché la situazione ritornasse alle linee precedenti il 2014. La stragrande maggioranza della popolazione di Qirquq è turcomanna e araba. Qirquq produce due terzi del petrolio nel nord dell’Iraq. Non c’era possibilità che un qualsiasi governo centrale dell’Iraq abbandonasse la città e queste ricchezze agli occupanti curdi. Ma i capi curdi non hanno pensato né ascoltato. Il capoclan Barzani e il suo PDK, associati ad Israele, hanno cercato di consolidare la rapina. Il 25 settembre indissero il “referendum per l’indipendenza” in tutte le aree da loro controllate. Tutti i Paesi, ad eccezione d’Israele, vi si pronunciarono contro. Ma Barzani fu istigato dai sionisti e neocon internazionali:Bernard-Henri Lévy incontra Masud Barzani, 30 settembre 2017

Come osservai allora: “Questo condanna a morte l’indipendenza curda. Nessuna causa che Bernard-Henri Lévy ha sostenuto ha mai avuto esito felice”. Travolto, Barzani continuò per la sua strada, minacciando di proclamare l’indipendenza curda dallo Stato iracheno. Il Primo ministro iracheno Abadi non poteva che condannare quest’insurrezione incostituzionale, inviando le truppe a ripristinare la situazione del 2014, partendo dalle aree petrolifere di Qirquq. Negli ultimi tre giorni hanno marciato su Qirquq l’esercito iracheno, le unità della polizia federale e dell’antiterrorismo, tutti veterani della lotta allo Stato islamico. Un ultimatum è stato consegnato ai pishmirga affinché lasciassero l’area. Barzani insisteva nel restare, richiamando anche i combattenti del PKK dalla Turchia per aiutarlo ad occupare la città. La scorsa notte è successo l’inevitabile. Le forze governative irachene sono avanzate e dopo qualche scontro i pishmirga curdi scappavano. Non è chiaro se qualcuno ordinò di ritirarsi. Alcune unità di pishmirga hanno arrestato altre unità di pishmirga. Nessuno sembra avere il comando. Finora il governo iracheno ha ripreso il controllo dell’aeroporto di Qirquq, delle caserme, dei campi petroliferi e delle raffinerie. Qirquq è intatta. Ci sono rapporti sui governativi curdi che se ne vanno. Gli Stati Uniti, che avevano armato e addestrato entrambe le parti, non avevano idea di ciò che succedeva e non vi hanno preso parte. Senza il sostegno statunitense, le forze curde non hanno possibilità di vincere uno scontro. Qirquq è persa e le altre aree occupate dal 2014 seguiranno. Barzani ha perso la scommessa. I sogni di un Kurdistan indipendente in Iraq sono appena stati sepolti. La posizione di Masud Barzani è notevolmente indebolita. Questo enorme errore potrebbe costargli la testa. Il primo ministro iracheno Abadi si è rafforzato ed ora può vincere le prossime elezioni.
Questi avvenimenti avranno conseguenze sulla posizione curda in Siria, dimostrando che non possono sperare sul sostegno statunitense e che dovranno riconciliarsi col governo siriano. L’idea di di un’autorità autonoma o persino indipendente curda in Siria è, da oggi, anch’essa morta.Traduzione di Alessandro Lattanzio