Come la Casa Bianca volge in farsa

Ziad Fadil, Syrian Perspective, 16/6/2017Trump fa un ottimo lavoro sparandosi ai piedi, in testa e, probabilmente, nella bocca aperta. Se credo ancora di aver fatto la giusta cosa votandolo e sollecitando altri a fare lo stesso, lo feci per paura che l’alternativa, insoddisfazione, malumore e collera di Hillary Clinton, fosse assai peggio. Avevo ragione? Certamente quando penso al mio interesse principale, la Siria. Ma, vedendo le cose in modo corretto, dobbiamo turarci il naso e guardare Trump, giorno dopo giorno, agire secondo un copione scritto da Oscar Wilde, diretto da John Waters e prodotto da Mel Brooks. Questa è la Casa Bianca come “objet de dedain”, un racconto in evoluzione di un buffone patentato, non meno famoso di Emmett Kelly, la cui ricchezza ereditaria l’ha portato ad ingaggiarsi nella televisione “reality” dove mostrava “machismo” licenziando persone per qualità come sciatteria, sconsideratezza, logorrea o semplicemente allegra stupidità, tutte caratteristiche che ha chiaramente adottato in un mondo chiuso e popolato da sicofanti e ratti di fogna.
Che fare con il generale Mike Flynn? Perché licenziarlo! Intrigava con i russi e mentiva all’immacolato vicepresidente Mike Pence, la cui moglie dalla testa immersa nella bibbia può confidare nel fatto che il marito, che è solo uno che respira alla Casa Bianca, non siederà con nessuna donna a meno che non sia presente. Questo, apparentemente, impedisce che la sessualità illimitata e l’irresistibile virilità lo scatenino svergognando e accusando d’ipocrisia la buona scuderia di famiglia. Ad oggi nessuno sa veramente che cosa abbia fatto Flynn e non lo dirà se il Congresso non gli darà l’immunità. Altra classe.
Che fare con Jim Comey, uomo molto più rispettabile di Mike Pence? Perché licenziarlo! Non avrebbe accolto il suggerimento di Trump e dare a Flynn un “pass” sulla questione di questi fastidiosi legami con i russi. Trump, agendo da “padrino”, ha ordinato a tutti gli invitati di uscire dalla stanza della Casa Bianca, incluso il procuratore generale, il consigliori Jeff Sessions, che effettivamente faceva del suo meglio aspettando che Trump, alias “Mister Dodo”, facesse qualcosa per spararsi sui piedi. Pensando alla Trilogia del Padrino, Donald Trump è come “Fredo” o Luca Brazzi.
E quando Steve Bannon, che personalmente ha portato alla vittoria Trump su Madame Serpente, ostacolava il genero assolutamente incapace di Trump, l’ebreo osservante Jared Kushner, lo licenziò usando ancora la scusa di avere scettici coccodrillati come i vostri: roteando i bulbi oculari con totale convinzione. Proprio così, il signor Bannon, che non è un appassionato sionista, si oppose al negatore di Cristo, principe germano-polacco-russo e marito della “gentile”, venendo gettato in una condizione tale da chiedere pietà al Patriarca Trump. Bannon è un pagano indesiderato e questa è la televisione prodotta da Cecil B. DeMille.
E quando Sally Yates, la Procuratrice Generale di allora, rifiutò di far valere l’ordine di Trump di bandire tutti i viaggiatori di sette Paesi musulmani, anche lei fu licenziata. Ciò che molti non sanno è che investigava pure lei Mike Flynn. La stessa maledizione che siede in cima ad ogni dissacratore di Assad, che evidentemente accompagna chiunque turbi il buon nome di Donald Drump.
Dopo aver licenziato tutti gli agenti di Obama, con un’azione alla Stalin, s’incontrò con l’avvocato generale del Distretto meridionale di New York, “il più degno dei gentiluomini orientali”, l’avatar di Shiva, il bigotto di Goa, l’illustre Preet Bharara e l’implorò di rimanere; questo solo per rompergli il cesto dei cobra quando fu licenziato casualmente pochi giorni dopo, lasciandolo suonare il flauto sotto il lungomare di Coney Island.
E poi, naturalmente, la promettente promessa di non più intromettersi negli affari interni altrui. Perché parole come “isolazionismo” e “naturalismo” furono bandite dalla stampa confermando che i giorni dell’eccezionalismo statunitense erano finiti. Sarebbe stato amico di Assad dato che il presidente siriano combatte lo SIIL, e di Putin che rispettava; si sarebbe sbarazzato NATO e membri; uscito dal trattato del Pacifico; promesso di andare contro la Cina per manipolazione della moneta. Promise di vendicarsi delle politiche commerciali ed industriali egoistiche del Giappone. Avrebbe castigato la “Schlampe” preferita della Germania; costruito un muro tra Stati Uniti e Messico; reintrodotto i combustibili fossili che aumentano l’inquinamento per garantirsi un più rapido arrivo dell’Armageddon; negato senza sosta l’effetto serra e il riscaldamento globale; promesso di annullare l’Obamacare e di sostituirlo con qualcosa di migliore, e non riesce nemmeno ad avere Reince Priebus a sostenerlo con una faccia compita (qualunque fosse il piano di Trump). Le molteplici dichiarazioni e promesse esprimono gli aspetti più lamentevoli di New York: esibizione, volgarità, ostentazione, esagerazione, casinismo…Priebus, qui rigirarsi per rispondere sul perché il suo principale agisce come un Drago di Komodo ai barbiturici, figlio di padre tedesco e madre greca, nato nel Sudan. Sarà presto licenziato. Divertente, non sembra sudanese.

Bene, gente, l’affetto per il Dottor Assad sembra svanito e, in ogni caso, non rispettato. Trump è così impegnato a mantenere la carica che ha ceduto ogni responsabilità sulla Siria agli stessi neo-con traditori e agenti sionisti che infestavano il regime di Obama. E, per quanto evitare di ficcanasare negli affari interni all’estero, ha aumentato le forze statunitensi nella Giordania compradora; ha ordinato di aumentare le truppe in Afghanistan dopo 15 anni di pestaggi con le popolazioni del Paese; aumentato il coinvolgimento nella guerra genocida dell’Arabia Saudita nello Yemen; inviato altre truppe statunitensi alle frontiere russe solo per assicurarsi che Vlad non abbia l’idea d’invadere lo stesso continente di cui Trump aborriva prima. E tutto questo mentre la storia chiarisce che la Russia fu invasa, dalla Francia di Napoleone e dalla Germania di Hitler; e che non ha invaso l’Europa a prescindere da ciò che si possa pensare degli alleati vittoriosi che nel secondo dopoguerra si divisero il mondo. Non ci ha impiegato molto il segretario di Stato ed ex-amministratore delegato di Exxon-Mobil a sputare finalmente lo stesso mantra noioso sulla longevità del Dottor Assad a Damasco. “No, deve andarsene”. Sbadiglio. In tutte le conversazioni che ho avuto negli ultimi 6 mesi in bar, caffè, parchi, ovunque, la gente è indifferente all’esistenza della Siria e del suo Presidente, o è stupite dagli Stati Uniti che sostengono i terroristi che lo combattono. Sembra che la stessa demonizzazione continui negli Stati Uniti di Trump, è come se il regime di Trump affronti questioni che interessano a nessuno e il programma si auto-rigeneri ogni giorno con prevedibilità robotica e con la stessa coerenza dei batteri. Dato che non ha ancora nominato un giudice federale diverso da un Gorsuch alla Corte Suprema, come ci si può aspettare da qualcuno che si occupa di trivialità insulse come le perseverante falsità nei media. Attacca i media su come lo considerano, ma non ha mai affrontato il continuo ciarpame emanato dalle macchine della menzogna aziendali su una costellazione di soggetti.
Con la Russia, Trump è impacciato nel sottolineare il suo rispetto per Putin. Partito Democratico e sostenitori lo spingerebbero ad assaltarlo in tutto il mondo per danneggiare ulteriormente il presidente. Se pensate, come me, che Jared Kushner, un attivo “katsa” del Mossad, è il più grande colpo sionista da Jonathan Pollard, immaginate come i media agognano annunciare il colpo del neo-KGB piazzato alla Casa Bianca. Una spia degna del titolo di Candidato Manciuriano. E, ulteriore orrore, sembra che il segretario alla Difesa, Cane Pazzo Mattis, sia infettato dalla rabbia! Partecipava a un piano per creare forze terroristiche a nord del confine giordano per combattere suppostamente lo SIIL. Ma, l’evidenza contraria è straordinaria. Lo SIIL riceve aiuti logistico, materiale e finanziario dagli Stati Uniti. In ogni caso, quando l’Esercito arabo siriano era sul punto di atterrare i cannibali supportati dai turchi, Stati Uniti ed alleati l’impedirono bombardando le nostre forze ad al-Tharda e ad est di al-Tanaf, tra l’altro. Abbiamo riportato numerose volte la curiosa avventura dei gestori inglesi che davano ordini ad individui rivelatisi ratti di SIIL e al-Qaida mentre attaccavano le forze governative. La pretesa anglo-franco-statunitense di combattere il terrorismo è stata promossa da farsa a Grand Guignol. I media statunitensi hanno presentato la liberazione di Aleppo non come vittoria di un popolo sovrano sulla tirannia, ma come avvento di qualcosa di peggio dello SIIL. Ogni volta che i media sono colti mentire, si rifiutano di ammetterlo. Non c’è mai una correzione presso NYT, WP o WSJ, non quando si tratta della loro propaganda sulla Siria. Mentre i media traggono acqua da sordide sentine, continuano ad esaurirsi praticando ciò che nemmeno i cani proverbialmente fanno, rotolarsi a terra come se verità e fattualità siano principi applicabili solo alla fisica, come se l’umanità non possa trarre profitto da integrità, onestà o gentilezza. I media collusi con l’agonia del popolo siriano si comportano come se la pena sia meritevole esclusivamente per deboli, poveri e profughi, mentre i ricchi nello Stato profondo si rilassano in un bagno solare di impunità, invincibilità e soggezione.
I sondaggi su Trump si allineano a quelli su Hollande in Francia. Nonostante i sospetti che gli statunitensi possano avere riguardo la goffaggine del loro capo (per molti è un idiota saggio, per altri è solo un idiota), non sono apparentemente molto preoccupati dalle sciocche politiche che segue nel Vicino Oriente. I media avanzano un programma contro di lui che ne riflette l’agenda sionista. Trump viene battuto dai media liberali, e anche in una certa misura dai cosiddetti media “conservatori” come Fox News, solo per estorcergli concessioni, e non finiranno finché non si piegherà e consegnerà il governo degli Stati Uniti al complesso sionista-militare-industriale per fare ciò che ritiene appropriato per se e l’Abominevole Stato dell’Apartheid. Trump è facile da manipolare; a soli 6 mesi del suo primo (e ultimo) mandato, lotta per evitare un’indagine inquietante sul fatto che sia o meno la talpa del Cremlino nella Casa Bianca. La sua campagna era vittoriosa perché i russi lo vollero? Tale narrazione è così sconfortante che quasi domina la questione se il popolo statunitense, da sé, sia solo il pubblico di una stupida sit-com destinata ad essere annullata. Mentre tale sfizioso casino favorisce la compromessa stampa statunitense, il Pentagono, evidentemente ricevendo carta bianca, alza la posta in una guerra che tutti i generali statunitensi sanno di non poter vincere. I lanciarazzi HIMARS avvistati tra i numerosi gruppi terroristici che oggi gli USA sponsorizzano a nord del confine giordano. L’Iran, deciso a finirla con la sceneggiata di Washington sulla Siria, invia centinaia di truppe nella zona, armate di armi nuove e migliori. La Russia ha avvertito gli Stati Uniti sui razzi che descrive, in “termini diplomatici”, “inutili”. Mentre il popolo statunitense è ipnotizzato da un panorama televisivo blando, mediocre e inconsistente in cui il nostro presidente è a capo di ogni trucco miserabile, Stati Uniti e Russia si avvicinano al momento cruciale che potrebbe porre fine alla civiltà e al Super Bowl come li conosciamo.
Mentre il mondo di Trump gli si sbriciola attorno; mentre gli assai atipici abitati musulmani di Londra vanno in fiamme; mentre l’Europa cozza con la brutta realtà dei terroristi che ritornano dopo essere stati addestrati da tizi in rosa in Siria, Iraq e Turchia; mentre le aziende dei trasporti in Francia guardano attentamente chi vuole affittare un veicolo solo per spiaccicare i comodi e obesi borghesi liberali che passeggiano piacevolmente su e giù per i lungomare, baciandosi, in Francia, cantando la Marsigliese come un coro di castrati; mentre Trump persiste nel voler nominare i più incapaci nei posti di comando; oggi il figlio, il pianificatore di nozze Eric, è stato nominato capo dell’Housing and Urban Development anche se non ha mai vissuto in una casa (he-he) e ancor meno in un ambiente urbano; mentre gli alienati sostenitori di Bernie bramano il sangue repubblicano nelle partite di baseball di beneficenza; e mentre i kardashiani continuano ad arricchire il mondo con la loro inutile inutilità, le truppe statunitensi ad al-Tanaf, in Siria, perdono il controllo dello sfintere aspettando solo che la Resistenza libanese avvii la guerra contro il Regno del Terrore d’America. Le truppe giordane hanno appena ucciso 5 civili che cercavano di avvicinarsi alle loro posizioni dalla città di confine siriana. I giordani hanno semplicemente aperto il fuoco pensando che fossero attentatori suicidi addestrati dagli stessi statunitensi. Gli ordini sono semplici: prima spara, poi fai le domande. È una strategia vincente. Gli Stati Uniti l’usano da 2 secoli.
Quindi cosa fanno gli statunitensi ora che l’autostrada Baghdad-Damasco è sicura? Possono andare a nord? No. Non è possibile. E, fa così caldo lì. Non quanto alla Casa Bianca, probabilmente avete pensato. Beh, se non riuscite a sopportare il caldo, uscite dalla cucina. Giusto?… Che farsa! Mueller sta sniffando intorno al cordone sanitario alzato e solitario di Trump, come un segugio. Il presidente viene inghiottito da uno staff di idioti, incapaci e sprovveduti. Non ha possibilità. Ma la banda suona. La registrazione delle risate non si ferma. Questa sit-com non finirà bene. Non vorrei rivederla.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Filippine: lo SIIL salva ancora la politica estera statunitense

Tony Cartalucci, LD, 15 giugno 2017

Con motivazione fin troppo familiare, i terroristi che rivendicano l’appartenenza al cosiddetto “Stato islamico” (SIIL) hanno nuovamente aiutato la politica estera statunitense, questa volta nelle Filippine dove il governo sempre più cerca legami stretti con Pechino a scapito della lunga influenza di Washington. I terroristi hanno condotto un’operazione su larga scala, occupando parte della città filippina di Marawi, dove hanno compiuto varie atrocità e issato le bandiere dello SIIL. Situata sull’isola meridionale di Mindanao, la città è solo leggermente interessata dall’area principale delle operazioni di Abu Sayaf, affiliato ad al-Qaida, nelle vicine isole di Jolo e Basilan. Abu Sayaf e altri affiliati regionali hanno ricevuto gran parte dei finanziamenti e sostegni da uno degli alleati più antichi, l’Arabia Saudita, con cui gli Stati Uniti hanno appena sigillato un accordo sugli armamenti senza precedenti. Ora viene indicato che le forze armate statunitensi aiutano le truppe filippine nel tentativo di riprendere la città, evidenziando come lo SIIL sia il pretesto per giustificare l’influenza di Washington nella nazione, e in particolare dei militari statunitensi nel sud-est asiatico. L’AFP riferiva in un articolo intitolato “Le truppe statunitensi sul campo in una città filippina: militari in una guerra devastante”, che: “Le truppe statunitensi sono sul campo ad aiutare i soldati locali a combattere i terroristi nella città filippina, secondo un portavoce militare filippino, raccontandone in dettaglio il ruolo. Il piccolo numero di soldati statunitensi aiuta a sorvegliare e, sebbene non abbia un ruolo nei combattimenti, è autorizzato ad aprire il fuoco sui terroristi se attaccato, secondo il portavoce brigadiere-generale Restituto Padilla”. AFP aveva anche osservato che: “Il problema delle truppe USA nelle Filippine è estremamente sensibile da quando Rodrigo Duterte è presidente, che cerca di ridurre l’alleanza militare della nazione con gli Stati Uniti a favore della Cina”. Tuttavia, il fatto che i terroristi siano finanziati e sostenuti dall’alleato statunitense dell’Arabia Saudita, e che lo Stato islamico sia certamente una creazione degli interessi di Golfo e Stati Uniti, il loro arrivo improvviso e spettacolare nelle Filippine proprio mentre i legami statunitensi-filippini sono al minimo e vi è l’impulso ad eliminare definitivamente la presenza degli USA dalla nazione, indica che il recente scontro è più che una coincidenza conveniente.

La politica estera statunitense: rompere le finestre di notte, ripararle (a un certo costo) di giorno
La diminuzione della leva geopolitica in Asia-Pacifico ha spinto gli Stati Uniti a cercare una serie di conflitti utili come pretesto per una continua presenza nella regione. Ciò include tensioni nel Mar Cinese Meridionale dove gli Stati Uniti cercano di mettere le nazioni contro la Cina sfidandone le rivendicazioni su territorio e isole. Una di queste nazioni, infatti, sono le Filippine che hanno smascherato l’elaborata faccenda legale statunitense contro le affermazioni della Cina sul Mar Cinese Meridionale, favorendo colloqui bilaterali con Pechino direttamente, escludendo gli Stati Uniti, che hanno provocato attivamente conflitti sulla penisola coreana, minacciando il governo nordcoreano di un possibile primo colpo per “decapitarne” la leadership civile e militare. Interferenze e tensioni prevedibili che hanno causato, hanno assicurato la continua presenza militare degli USA in Corea del Sud, nonché anni di contratti militari lucrosi. E mentre l’uso dello SIIL nelle Filippine da parte di Washington è l’ultimo esempio di come il terrorismo sia usato per giustificare la presenza militare degli USA, non è certamente la prima volta. Il terrorismo nel sud della Thailandia fu ripetutamente usato come pretesto da Washington per cercare legami più stretti con Bangkok, legami che Bangkok ha ripetutamente respinto in favore di una più ampia cooperazione militare con Cina, Russia e Europa e della crescita dell’industria nazionale. Oltre l’Asia, gli Stati Uniti hanno utilizzato il terrorismo, compreso lo SIIL in modo specifico, per giustificare la presenza militare ovunque, dalla Libia alla Siria e dall’Iraq all’Afghanistan. In un memorandum dell’agenzia d’intelligence della difesa degli USA (DIA) del 2012 fu rivelato che Stati Uniti ed alleati cercarono di creare un “principato salafita” nella Siria orientale allo scopo specifico d'”isolare” il governo siriano. Il memo 2012 (PDF) indica in particolare che: “Se la situazione si sblocca c’è la possibilità d’istituire un principato salafita dichiarato o meno nella Siria orientale (Hasaqah e Dayr al-Zur) e questo è esattamente ciò che le potenze che supportano l’opposizione vogliono per isolare il regime siriano, considerato profondità strategica dell’espansionismo sciita (Iraq e Iran)”. Il memo DIA spiegava anche chi fossero queste “potenze a sostegno”: “I Paesi di occidente, del Golfo e Turchia sostengono l’opposizione; mentre Russia, Cina e Iran sostengono il regime”.
Nonostante le affermazioni di Washington di combattere lo SIIL in Siria, solo con l’intervento militare russo nel 2015, le linee di rifornimento dell’organizzazione terroristica dalla Turchia furono devastate e suoi territori e potenza furono ridotti. L’esistenza dello SIIL viene prolungata dal sostegno continuo dagli alleati più stretti degli USA nella regione, come Arabia Saudita, Turchia, Qatar, Giordania e Israele. Gli Stati Uniti hanno più volte attaccato direttamente le forze siriane impegnate contro lo SIIL. Ultimamente, gli Stati Uniti hanno dispiegato l’artiglieria a lungo raggio nel sud della Siria, specificamente per combattere le forze siriane che hanno sopraffatto lo SIIL sul confine siriano-iracheno e minacciano le linee di rifornimento saudita-giordane che alimentano da anni l’organizzazione terroristica in Siria. Considerando questo, l’apparizione “improvvisa” dello SIIL nelle Filippine, giusto per giustificare presenza ed influenza altrimenti ingiustificate e indesiderate di Washington nella nazione, è più di una mera coincidenza: è un altro esempio di come gli Stati Uniti creano crisi per dare “soluzioni” che ne prevedono la continua esistenza da egemone regionale. A differenza di un servizio di riparazione delle finestre che le rompe di notte e le ripara a un certo prezzo di giorno, gli Stati Uniti seminano tensioni, conflitti, omicidi e colpi ponendosi come soluzione con un greve prezzo geopolitico. Per nazioni come le Filippine, rivolgersi a vicini regionali, Cina e Russia, dall’onesto interesse a sconfiggere il terrorismo sponsorizzato dagli Stati Uniti che prendono di mira, è l’unico modo per affrontare veramente i problemi immediati della sicurezza e garantirsi pace e prosperità a lungo termine. La presenza degli USA nelle Filippine e il loro ruolo nell’estinguere gli incendi geopolitici che accendono garantiscono solo alle Filippine un’esistenza prolungata e costosa da pedina delle ambizioni degli USA nel Pacifico.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Hitler fu finanziato da Federal Reserve e Banca d’Inghilterra

Jurij Rubtsov, Ru-polit Fort Russ 14 maggio 2016Più di 70 anni fa iniziò il peggior massacro della storia. La recente risoluzione dell’Assemblea parlamentare dell’OSCE equipara il ruolo di Unione Sovietica e Germania nazista allo scoppio della Seconda guerra mondiale, salvo il fatto che abbia per scopo estorcere soldi dalla Russia per via di certe economie fallite, è volta a demonizzare la Russia successore dell’URSS e preparare il terreno giuridico per la privazione del diritto di pronunciarsi contro la revisione dei risultati della guerra. Ma se ci affidiamo al problema della responsabilità della guerra, va prima risposto alla domanda chiave: chi aiutò i nazisti ad andare al potere? Chi li spinse verso la catastrofe mondiale? La storia della Germania prima della guerra dimostra che politiche “necessarie” furono dettate dalle turbolenze finanziarie, in cui, all’epoca, il mondo era immerso. Le istituzioni finanziarie centrali di Gran Bretagna e Stati Uniti, Banca d’Inghilterra e Sistema della riserva federale (FRS), e le organizzazioni finanziarie e industriali associate definirono le strutture fondamentali che decisero la strategia post-bellica dell’occidente. Obiettivo era imporre il controllo assoluto sul sistema finanziario della Germania per controllare i processi politici dell’Europa centrale. Per attuare tale strategia è possibile tracciare le seguenti fasi:
1°: dal 1919 al 1924, preparare la base per un massiccio investimento finanziario statunitense nell’economia tedesca;
2°: dal 1924 al 1929, istituzione del controllo sul sistema finanziario della Germania e sostegno finanziario al nazionalsocialismo;
3°: dal 1929 al 1933 , provocare e scatenare una profonda crisi finanziaria ed economica e assicurarsi che i nazisti arrivassero al potere;
4°: dal 1933 al 1939, cooperazione finanziaria con il governo nazista e sostegno alla sua politica estera espansionista, volta a preparare e scatenare una nuova guerra mondiale.
Nella prima fase per la leva principale per assicurarsi la penetrazione della capitale statunitense in Europa iniziò coi debiti di guerra e il problema strettamente correlato delle riparazioni tedesche. Dopo l’ingresso formale degli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale, diedero prestiti agli alleati (in primo luogo Regno Unito e Francia) per 8,8 miliardi di dollari. Il totale dei debiti di guerra, inclusi i prestiti concessi dagli Stati Uniti nel 1919-1921, fu oltre 11 miliardi di dollari. Per risolvere il problema, i Paesi debitori cercarono d’imporre una grande quantità di condizioni estremamente dure per il pagamento delle riparazioni alla Germania. Ciò causò la fuga di capitali tedeschi all’estero e il rifiuto di pagare le tasse comportando un deficit di bilancio dello Stato che poté essere colmato solo attraverso la stampa di marchi senza copertura. Il risultato fu il crollo della valuta tedesca, la “grande inflazione” del 1923, pari al 512% quando un dollaro valeva 4,2 miliardi di marchi. Gli industriali tedeschi iniziarono a sabotare apertamente gli obblighi di riparazione, causando la celebre crisi della Ruhr, l’occupazione franco-belga della Ruhr nel gennaio 1923. Gli ambienti governativi anglo-statunitensi, per intraprendere la propria iniziativa, aspettarono che la Francia venisse coinvolta nell’avventura dimostrandosi incapace di risolvere il problema. Il segretario di Stato degli USA Hughes osservò: “È necessario attendere che l’Europa maturi per accettare la proposta statunitense“. Il nuovo piano fu sviluppato dalla “JP Morgan & Co.” su istruzione del capo della Banca d’Inghilterra Montagu Norman. Al centro dell’idea vi era il rappresentante della “Dresdner Bank” Hjalmar Schacht, che la formulò nel marzo 1922 su suggerimento di John Foster Dulles (futuro segretario di Stato del presidente Eisenhower) e consulente legale del presidente W. Wilson alla conferenza di pace di Parigi. Dulles diede questa nota al fiduciario principale della “JP Morgan & Co.” e poi JP Morgan lo raccomandò a H. Schacht, M. Norman e all’ultimo ai governanti di Weimar. Nel dicembre 1923, H. Schacht divenne direttore della Reichsbank, permettendo di riunire i finanzieri anglostatunitensi e tedeschi. Nell’estate 1924, il progetto denominato “piano Dawes” (nominato dal presidente del comitato di esperti che lo creò, banchiere e direttore di una delle banche del gruppo Morgan), fu adottato alla conferenza di Londra. Chiedeva di dimezzare le riparazioni e di risolvere la questione delle fonti della loro copertura. Tuttavia, il compito principale era garantire condizioni favorevoli agli investimenti statunitensi, possibili solo stabilizzando il marco tedesco. A tal fine, il piano prestò alla Germania 200 milioni di dollari, di cui per metà della JP Morgan, nel mentre le banche anglostatunitensi acquisirono il controllo non solo del trasferimento dei pagamenti tedeschi, ma anche di bilancio, circolazione monetaria e in larga misura del credito del Paese. Nell’agosto 1924, il vecchio marco tedesco fu sostituito da una nuova nota finanziaria stabilizzata in Germania e, come scrisse il ricercatore GD Preparata, la Repubblica di Weimar fu pronta per “gli aiuti economici più pittoreschi della storia, seguiti dalla raccolta peggiore nella storia del mondo, un inondazione di sangue statunitense si riversò nelle vene finanziarie della Germania“. Le conseguenze di ciò non tardarono a comparire. Ciò fu dovuto principalmente al fatto che le riparazioni annuali dovevano coprire l’importo del debito pagato dagli alleati, formato dal cosiddetto “circolo assurdo di Weimar”. L’oro con cui la Germania pagava le riparazioni di guerra, fu venduto, pignorato e scomparve negli Stati Uniti, dove ritornò in Germania sotto forma di piano di “aiuto” che poi consegnava a Regno Unito e Francia che lo giravano per pagare i debiti di guerra con gli Stati Uniti. Quindi sovraccaricato di interessi veniva rispedito in Germania. Alla fine, tutti in Germania vivevano con il debito e fu chiaro che se Wall Street avesse ritirato i prestiti, il Paese sarebbe fallito completamente.
In secondo luogo, anche se il credito formale fu aperto per garantire i pagamenti, fu speso effettivamente per ripristinare la potenza militare-industriale del Paese. Il fatto è che i tedeschi furono pagati in azioni di società coi prestiti, quindi il capitale statunitense s’integrò attivamente nell’economia tedesca. L’importo degli investimenti esteri nell’industria tedesca nel 1924-1929 ammontò a 63 miliardi di marchi d’oro (30 miliardi contabilizzati come prestiti) e il pagamento delle riparazioni a 10 miliardi di marchi. Il 70% dei ricavi fu fornito dalle banche degli Stati Uniti in maggioranza dalla JP Morgan. Di conseguenza, nel 1929, l’industria tedesca era al secondo posto nel mondo, ma era in gran parte nelle mani dei principali gruppi finanziari-industriali degli USA. Le “Interessen-Gemeinschaft Farbenindustrie“, fornitore principale della macchina da guerra tedesca, finanziò il 45% della campagna elettorale di Hitler nel 1930, ed era sotto il controllo della “Standard Oil” di Rockefeller. Morgan, tramite la “General Electric“, controllava l’industria radioelettrica tedesca tramite AEG e Siemens (fino al 1933, il 30% delle azioni di AEG erano della “General Electric”) e attraverso la società ITT, il 40% della rete telefonica della Germania. Inoltre possedevano il 30% della società aeronautica “Focke-Wulf“. “General Motors“, della famiglia DuPont, controllava la “Opel“. Henry Ford controllava il 100% delle azioni della “Volkswagen“. Nel 1926, con la partecipazione della banca “Dillon, Reed & Co.” dei Rockefeller, il secondo maggiore monopolio industriale della Germania, dopo “IG Farben“, apparve; era il cartello metallurgico “Vereinigte Stahlwerke” (Unione delle acciaierie) tra Thyssen, Flick, Wolff, Feglera ecc. La cooperazione statunitense con il complesso militare-industriale tedesco fu così intensa e pervasiva che nel 1933 i settori chiave dell’industria tedesca e delle grandi banche come Deutsche Bank, Dresdner Bank, Donat Bank ecc. erano controllati dal capitale finanziario statunitense. La forza politica che doveva svolgere un ruolo cruciale nei piani anglo-statunitensi fu preparata simultaneamente. Si trattò del finanziamento del partito nazista e di A. Hitler stesso. Come scrisse il cancelliere tedesco Brüning nelle sue memorie, dal 1923 Hitler riceveva grandi somme dall’estero. Da dove è ignoto, ma passarono da banche svizzere e svedesi. È anche noto che nel 1922 a Monaco di Baviera si ebbe una riunione tra A. Hitler e l’addetto militare degli Stati Uniti in Germania, capitano Truman Smith, che redasse una relazione dettagliata per i suoi superiori di Washington (dell’ufficio d’intelligence militare), in cui elogiava Hitler. Fu attraverso il giro di conoscenze di Smith, in primo luogo, che Hitler fu presentato a Ernst Franz Sedgwick Hanfstaengl (Putzie), laureato all’Harvard University, e che svolse un ruolo importante nella formazione politica di A. Hitler, dandogli un notevole sostegno finanziario e assicurandogli contatti con importante figure inglesi. Hitler era preparato in politica, tuttavia, mentre la Germania regnava in prosperità, il suo partito rimase periferico nella vita pubblica. La situazione cambiò drammaticamente con la crisi.
Dall’autunno 1929, dopo il crollo della borsa statunitense attivata dalla Federal Reserve, iniziò la terza tappa della strategia dei circoli finanziari anglo-statunitensi. Federal Reserve e JP Morgan decisero di smettere di prestare alla Germania, ispirati dalla crisi bancaria e depressione economica dell’Europa centrale. Nel settembre 1931 il Regno Unito abbandonò il gold standard, distruggendo deliberatamente il sistema internazionale dei pagamenti e togliendo l’ossigeno finanziario alla Repubblica di Weimar. Ma nel partito nazista si ebbe un miracolo finanziario: nel settembre 1930, a seguito di grandi donazioni da Thyssen e IG Farben, il partito di Kirdorf ebbe 6,4 milioni di voti e fu al secondo posto nel Reichstag, dopo di che ricevette ampi finanziamenti esteri. Il legame principale tra i maggiori industriali tedeschi e i finanzieri esteri fu H. Schacht. Il 4 gennaio 1932 si ebbe una riunione tra il maggiore finanziatore inglese M. Norman, A. Hitler e von Papen, concludendo un accordo segreto sul finanziamento del NSDAP. In questa riunione furono inoltre presenti i politici statunitensi Dulles, cosa che i loro biografi non menzionano. Il 14 gennaio 1933 si ebbe un incontro tra Hitler, Schroder, Papen e Kepler, dove il programma di Hitler fu adottato. Fu qui che finalmente si decise il passaggio di potere ai nazisti, e il 30 gennaio Hitler divenne cancelliere. L’avvio della quarta fase della strategia così cominciò.
L’atteggiamento degli ambienti governativi anglo-statunitensi verso il nuovo governo fu di netta simpatia. Quando Hitler si rifiutò di pagare le riparazioni, naturalmente mettendo in discussione il pagamento dei debiti di guerra, né Gran Bretagna né Francia avanzarono pretese. Inoltre, dopo la visita negli Stati Uniti nel maggio 1933, Schacht fu posto nuovamente a capo della Reichsbank, e dopo l’incontro con il presidente e i più grandi banchieri di Wall Street, gli USA assegnarono alla Germania nuovi prestiti per un miliardo di dollari. A giugno, durante un viaggio a Londra e l’incontro con M. Norman, Schacht cercò un prestito inglese di 2 miliardi di dollari e la riduzione o cessazione dei pagamenti dei vecchi prestiti. Così, i nazisti ebbero ciò che non poterono avere con il precedente governo. Nell’estate 1934 la Gran Bretagna firmò l’accordo di trasferimento anglo-tedesco, uno dei fondamenti della politica inglese verso il Terzo Reich e alla fine degli anni ’30 la Germania era il principale partner commerciale del Regno Unito. La Schroeder Bank fu l’agente principale della Germania nel Regno Unito e nel 1936 il suo ufficio a New York collaborò con i Rockefeller per creare la “Schroeder, Rockefeller & Co. Investment Bank”, che la rivista “Times” chiamò “l’asse propagandistico economico Berlino-Roma“. Come ammise Hitler, concepì il suo piano quadriennale sulla base dei prestiti finanziari esteri, quindi non creò il minimo allarme. Nell’agosto 1934, la “Standard Oil” in Germania acquistò 730000 ettari di terreno e costruì grandi raffinerie di petrolio che fornirono la benzina ai nazisti. Allo stesso tempo, la Germania prese segretamente in consegna dagli Stati Uniti le attrezzature più moderne per le fabbriche di aeromobili, che iniziarono la produzione di aerei. La Germania ottenne numerosi brevetti militari dalle ditte statunitensi “Pratt e Whitney“, “Douglas“, “Curtis Wright” e con la tecnologia statunitense produsse lo “Junkers Ju-87”. Gli investimenti nell’economia della Germania ammontarono a 475 milioni di dollari. La “Standard Oil” investì 120 milioni di dollari, “General Motors” 35, ITT 30 e “Ford” 17,5. La stretta collaborazione finanziaria ed economica degli ambienti aziendali anglo-statunitensi e nazisti fece da sfondo, negli anni ’30, alla politica di appoggio che portò alla Seconda guerra mondiale.
Oggi, quando l’élite finanziaria mondiale iniziava ad attuare il piano “Grande depressione – 2“, con la successiva transizione al “nuovo ordine mondiale”, l’identificazione del ruolo chiave nell’organizzazione dei crimini contro l’umanità diventa una priorità.Jurij Rubtsov è dottore in scienze storiche, accademico dell’Accademia delle scienze militari e membro dell’Associazione internazionale degli storici della Seconda guerra mondiale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Una guerra solitaria

Abdur Rauf Yousafzai, TFT, 14 ottobre 2016Mohammad Najibullah, ultimo presidente della Repubblica Democratica Afghana, fu ucciso nel 1996 dai taliban. Abdur Rauf Yousafzai incontra in Pakistan chi l’ha conosciuto e ne ritiene le idee attuali.

Il Dottor Mohammad Najibullah e suo fratello Shahpur Ahmadzai furono uccisi dai taliban il 26 settembre 1996 nel complesso delle Nazioni Unite di Kabul. I corpi furono trascinati per le strade e impiccati nella piazza principale di Kabul dai taliban. L’uomo può essere morto, ma le sue idee e soluzioni al conflitto afghano mantengono una rilevanza, almeno per alcuni. Considerate ad esempio che l’ingegnere Gulbuddin Hekmatyar, capo dell’Hizb-e-Islami afghano, ha fatto ciò che rifiutò 26 anni fa, quando il Dr. Najibullah avanzò la ‘politica nazionale di riconciliazione’. Subito dopo aver assunto l’ufficio di presidenza a fine novembre 1987, il Dottor Najibullah non solo sviluppò un piano per ritirare le truppe sovietiche dall’Afghanistan, ma annunciò la politica nazionale di riconciliazione che offriva accordi di condivisione del potere con i capi mujahidin afghani. Recentemente Gulbuddin Hekmatyar ha firmato un accordo di pace con il governo del dottor Ashraf Ghani, simile a quello offerto dal Dottor Najib subito dopo aver assunto la carica di Segretario Generale dell’ex-Partito Democratico Popolare Afghano (PDPA) del novembre 1986.
Mian Iftikhar Hussain, ex-ministro dell’Informazione della provincia Khyber-Pakhtunkhwa del Pakistan e autentico muro contro il Taliban Tehrik Pakistan (TTP), incontrò molte volte il presidente comunista afgano. Mian Iftikhar condivide l’esperienza dei suoi incontri con il dottor Najib: “Ricordo alcune mie riunioni con il Dottor Najib per la 77.ma giornata dell’Indipendenza dell’Afghanistan. Ero a Kabul. Il leader nazionalista pakistano Wali Khan e il Dottor Najib tornavano da Mosca ed io ero in coda con coloro che si erano riuniti per riceverli. Quando Wali Khan mi vide, sorrise e disse a Najib: “A Mosca gli studenti chiedevano di questo ragazzo!” “Najib mi disse che quattro giorni dopo mi avrebbe chiamato per una riunione. Najib era un leader nazionalista intellettuale e aperto, ispirato dalla tradizione politica di Bacha Khan e Wali Khan”. Mian Iftikhar prosegue: “C’era un bellissimo palazzo presidenziale nel cuore di Kabul, ma il Dottor Sahib viveva in una casa molto piccola. Un giorno c’invitò a cena. Tutti fummo stupiti quando vedemmo che viveva in una casa molto semplice e piccola. Sentì i suoi discorsi, la sua personalità era strabiliante e ogni volta che pronunciava un discorso, la sua voce era tonante!
Najib, per alcuni in Afghanistan “simbolo della pace”, iniziò la carriera politica quando era studente. La sua visione del mondo s’incentrava su socialismo, comunismo e umanesimo. Iftikhar narra che alla fine di una notte, Najib venne nel suo appartamento per una visita. “Era inverno e il Dottor Sahib era avvolto in un chadar di Pakhtun (mantello). Dissi al presidente che non era il momento di viaggiare così. Il coraggioso presidente rispose: “Questa è la mia patria Haywad e voglio far sapere ai terroristi che sono pronto a sacrificare la vita”. Il Dottor Najib era, per me almeno, un visionario e poteva riunire persone dei vari gruppi nazionali ed etnici in Afghanistan, e la storia mostra che dopo di lui l’Afghanistan non ha prodotto una personalità così ampiamente accettata politicamente.
Za da watan, giorno watan zma
Za da watan da para sar Qurbanwoma
(Nato fuori dalla mia terra
Sacrifico la mia vita per la mia terra)
Il Dottor Sahib mi recitò questo verso per un po’ di tempo dimostrandomi di essere ben consapevole delle conseguenze nel contrastare gli interessi della guerra fredda statunitense“. Anche oggi, Mian Iftikhar Hussain continua ad invitare l’ONU ad indagare sull’omicidio di Najib, un uomo che considera un grande leader. Per alcuni, il fatto che l’ultimo rifugio di Najib fosse in una sede delle Nazioni Unite e che i taliban lo trascinassero dopo la morte, pone almeno parte della responsabilità della morte anche sulle Nazioni Unite. Mian Iftikhar infatti insiste: “La storia ripeterà più volte che anche l’ONU è responsabile del suo omicidio. Il dottor Najib fu ucciso e l’umiliazione del suo cadavere fu un messaggio a tutti i nazionalisti progressisti su entrambi i lati della linea Durand, terrorizzare i seguaci della filosofia di Bacha Khan”.
Ameen Jan, oggi leader del Partito dei Lavoratori Awami (AWP) del Pakistan, fu esiliato a Kabul durante il regime militare pro-occidentale di Zia-ul-Haq. Durante il suo soggiorno a Kabul incontrò molte volte l’ultimo presidente comunista afghano. Riassume l’esperienza con Najib durante il suo esilio così: “Incontrai il Dottor Sahib prima della presidenza, ma era anche allora potente. Mi chiamò alcune volte dopo aver giurato da presidente. Era molto chiaro nella sua visione e nella sua politica, voleva vedere un Afghanistan pacifico, moderno, istruito e prospero e avere rapporti stretti e cordiali con tutti i vicini. Trascorsi molti anni in Afghanistan e osservai attentamente il governo del PDPA. Mi sembrava la migliore ideologia per opporsi all’imperialismo…” Come Mian Iftikhar Hussain, Ameen Jan testimonia anche l’amore di Najib per la poesia in pashtu e in generale. Ameen Jan ricorda che Najib spesso si lamentava della situazione con il seguente versetto:
Pa Lara zam tola shrangeegam
Sta da tuhmat zanzeer pa ghara garzwoma
(Andando per strada, produco il suono del jingling
Porto la catena del tuo male intorno al mio collo)
Ameen Jan continua a presentare la sua analisi sul ruolo di Najib negli anni ’80: “Durante la guerra fredda, Pakistan ed Afghanistan facevano parte di campi globali opposti e il Jamaat-e-Islami e le altre forze di destra fecero propaganda contro ciò che definivano “comunismo ateo”. Ironia della sorte, questi partiti sostenevano l’amicizia Pakistan-Cina, sapendo benissimo che per la loro logica la leadership cinese era almeno “ateistica” e “senza dio” quanto quella dell’Unione Sovietica. Fu argomentato dai simpatizzanti del regime PDPA filo-Mosca a Kabul che gran parte del sentimento anticomunista che spinse la ‘jihad’ in Afghanistan fu prodotto dalla confluenza di interessi tra Stati Uniti, Arabia Saudita ed élites pakistane. Al suo tempo, Najibullah era il leader indiscusso dei pakhtun progressisti su entrambi i lati della linea Durand, guadagnandosi l’inimicizia di molti potenti. Najib era ben consapevole della prospettiva di una morte prossima e una volta mi disse: “Nei prossimi giorni il mondo sarà testimone di un bagno di sangue in questa regione“. Ameen Jan s’interrompe e conclude: “E sì, i russi tradirono il loro vecchio amico sincero…
Shamim Shahid, giornalista ed esperto di Afghanistan, ricordando Najibullah ne descrive la visione politica nelle seguenti parole: “Nel 1986, Mohammad Khan Chamkani fu dichiarato presidente e il Dottor Najib Segretario generale del governo del PDPA sostenuto dai sovietici in Afghanistan. Durante questo periodo, Najib dichiarò la “politica di riconciliazione nazionale”, formalmente approvata dalla tradizionale Loya Jirga, tenutasi il 29 e 30 novembre e il 1 dicembre 1987 a Kabul. Oltre ad approvare la politica di riconciliazione nazionale, la Loya Jirga elesse il Dr. Najibillah Presidente dell’Afghanistan. Attraverso la politica di riconciliazione nazionale, Najib dichiarò l’amnistia generale per tutti coloro impegnati nella lotta armata e nell’ostilità contro il governo. Allo stesso modo, offrì il passaggio di poteri a un governo di transizione di ampio respiro. In seguito, annunciò la disponibilità al passaggio di poteri a sette gruppi mujahideen a Peshawar, la famosa unione islamica dei mujahidin afghani (IUAM). Ma tali offerte furono respinte dai partiti afghani di Peshawar“. Shamim è del parere che alcuni partiti mujahidin, i gruppi “moderati” come Fronte Nazionale di Liberazione guidato da Sibghatullah Mujaddadi, Fronte Islamico Nazionale di Pir Syed Ahmad Gillani e Harakat e-Islami Afghanistan di Maulvi Nabi Mohammadi non respinsero né accettarono pubblicamente le idee del Dr. Najib. Ma questi tre partiti erano impotenti a causa della dura posizione dei restanti quattro partiti. Oltre all’Hezbati e-Islami dell’Afghanistan (HIA) di Hekmatyar, l’Afganistan Jamiat Islami del prof. Burhanuddin Rabbani e l’Ittehad e-Islami di Abdul Rab Sayaf decisero una linea particolarmente dura verso il regime PDPA. In tale contesto, giunse l’Accordo di Ginevra, concordando il calendario per ritirare le truppe sovietiche dall’Afghanistan. Il primo ministro Mohammad Khan Junejo gestiva gli affari del Pakistan. Si ritiene che il premier Junejo, senza il consenso del presidente Zia-ul-Haq, inviò il ministro degli Esteri Zain Noorani a firmare l’accordo di Ginevra. Wakeel Ahmad, ministro degli Esteri dell’Afghanistan, fu il secondo firmatario, garanti URSS e USA. Shamim dice: “Al suo apice, la politica di riconciliazione di Najib gli portò una notevole popolarità in Afghanistan. Ma alla fine del 1988, il governo di Zia e l’Arabia Saudita sponsorizzarono la riunione della shura dell’IUAM a Peshawar che elesse un governo parallelo con il prof. Sibghatullah Mujaddadi presidente e Rasool Sayaf primo ministro. La prima riunione del governo afghano in esilio, dominato dai mujahidin, fu organizzata in grotte montuose sul confine Pakistan-Afghanistan, nella provincia di Khost, nel gennaio del 1989. Squadre dei media da tutto il mondo arrivarono per seguire l’evento, ricorda Shamim. Poi, il ministro della Difesa Shah Nawaz Tanai, insieme al ministro degli Interni Syed Mohammad Gulabzai e al generale Abdul Qadir, con il sostegno dei mujahidin, tentarono il colpo di Stato contro il governo di Najib a Kabul. Il colpo fu sventato e Tanai con i suoi aiutanti fuggì in Pakistan con l’aiuto dei sostenitori di Hekmatyar”. Shamim ricorda che Najib rimase imperturbato: “Nonostante avesse affrontato e sventato un colpo di Stato ben organizzato contro di lui, Najibullah rimase fermo nell’impegno verso la riconciliazione nazionale. Dopo aver sventato il colpo di Stato, il dottor Najib visitò varie province e città dove affrontò le tradizionali jirga e organizzò la tradizionale Loya Jirga del 1990, che annunciò la fine delle politiche comuniste della sua amministrazione. Il PDPA fu rinominato Hezb e-Watan. Nei suoi discorsi alla jirga e ai suoi delegati, il Dottor Najib aveva nuovamente detto ai capi della resistenza che le potenze straniere erano riluttanti a lasciare in pace l’Afghanistan e predisse che il conflitto sarebbe continuato nella regione dopo la caduta dell’Unione Sovietica!
Il 2 agosto 1990, nel suo ufficio a Kabul incontrai Najibullah, nel pieno collasso dell’Unione Sovietica. Aveva avanzato l’idea di un’alleanza e della comprensione tra le diverse nazionalità della regione, pakhtuni, punjabi, baluchi, uzbeki e tagiki, nel tentativo di por fine alle violenza con lo slogan dell’Islam e della jihad. Anche nei suoi discorsi, accusò i signori della guerra Hekmatyar, Sayaf, Rabbani e Khalis di essere consapevoli degli “elementi misteriosi” che, disse, erano decisi a fare dell’Afghanistan un campo di battaglia per un’altra guerra. Il generale Dostam avviò la rivolta contro Najib per il Nauroz (21 marzo 1992) a Mazar e Sharif, che alla fine portò alla caduta di Kabul in mano alle forze di Ahmad Shah Masud e di Dostam il 16 aprile 1992. Najibullah, insieme al fratello e agli aiutanti si rifugiò nel complesso delle Nazioni Unite nella zona di Wazir Akbar Khan, mentre Kabul cadeva preda di ulteriori violenze. Doveva essere l’ultima mossa. Shamim mi disse: “Ammiro Najib per aver visto il futuro di distruzione della regione. Sapeva che questa terra sarebbe diventata un campo di battaglia per molti Paesi e che il prezzo finale sarebbe stato pagato dai popoli di Pakistan e Afghanistan“.Abdur Rauf Yousafzai è un giornalista di Peshawar.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il fronte anti-Siria implode

Alessandro Lattanzio, 12/6/2017Una settimana dopo la crisi che l’Arabia Saudita ha creato, imponendo un blocco al Qatar, Doha si è assicurata il sostegno di Turchia e Iran, l’appoggio di Quwayt e Oman e attratto ulteriore interesse dalla Russia. Difatti, il ministro degli Esteri del Qatar, shayq Muhamad bin Abdurahman al-Thani, si recava a Mosca dove affermava che “Qatar e Russia, principale giocatore dell’arena internazionale, hanno rapporti amichevoli“, implicando che gli USA, alleato del Qatar, non vengono consultati da Doha sulla soluzione della crisi, non avendo un ruolo internazionale. E infatti, il segretario di Stato degli USA Rex Tillerson telefonava al Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov subito dopo che aveva incontrato la controparte del Qatar. Al ministro degli Esteri del Qatar, Sergej Lavrov dichiarava che la Russia farà tutto ciò che può per la soluzione pacifica alla crisi, “Per ragioni di principio, non interferiamo negli affari interni di altri Stati o nelle loro relazioni. Tuttavia, non possiamo congratularci per la situazione in cui i rapporti tra i nostri partner peggiorano“. Mantenendo una posizione neutrale sulla crisi, Mosca ha il potere di mediare la crisi, al contrario di Washington schieratasi con nettezza al fianco dei sauditi. Anche l’offerta dell’Iran di inviare aiuti al Qatar avvertiva gli USA sull’evanescenza della loro presa sul Medio Oriente. L’emiro del Qatar si era già congratulato con il Presidente iraniano Hassan Rouhani per la vittoria elettorale in Iran. Nel frattempo, la 47.ma flottiglia della Marina iraniana, costituita da un cacciatorpediniere e da una nave logistica, iniziava la missione di protezione del traffico navale sul Golfo di Aden visitando l’Oman, e il Vicecapo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane, Generale Mostafa Izadi, dichiarava che “affrontiamo una guerra per procura nella regione, un nuovo inganno delle potenze arroganti contro la Repubblica islamica. Come il leader supremo della rivoluzione islamica Ayatollah Seyed Ali Khamenei ha detto, abbiamo documenti e informazioni che dimostrano il sostegno diretto dell’imperialismo statunitense a tale disgustoso male (lo SIIL) nella regione, che ha distrutto Paesi islamici e creato un’ondata di massacri e scontri“. Il presidente del parlamento iraniano Ali Larijani affermava a sua volta che “Gli Stati Uniti si sono alleati con lo SIIL nella regione”, rendendo ancor più precaria la situazione degli USA nella regione.
Con tutto questo sullo sfondo, gli USA sospendevano le operazioni dei loro mercenari terroristi nel sud della Siria, spingendo i curdi separatisti delle SDF ad invocare un’alleanza con i sauditi, temendo di essere ben presto scaricati da Washington in relazione alla crisi sul Qatar. Dall’altra parte gli Stati Uniti non possono permettersi di rompere i rapporti con il Qatar, grande Stato petrolifero e gasifero che ospita la base aerea al-Udayd, la più grande degli Stati Uniti in Medio Oriente e sede del loro Comando Centrale. Di certo, l’invio di truppe turche in Qatar avrà ridimensionato le pretese dell’Arabia Saudita. Infatti, il partito di Erdogan, Giustizia e Sviluppo, è una fazione della Fratellanza musulmana finanziata dal Qatar. Sostenendo Doha, Erdogan riottiene un nuovo ruolo in Medio Oriente dopo la sconfitta in Siria: alleandosi con Fratellanza musulmana e Qatar, Erdogan ridiventa una figura temibile potendo influenzare la stabilità dell’Arabia Saudita. Ma Ankara di sicuro vedrà ritirare gli investimenti di sauditi ed emirati in Turchia. Inoltre, è certo che Mosca non correrà in suo soccorso una volta che Erdogan sprofondasse nel conflitto tra Qatar e GCC; “Se Erdogan salta nel Golfo, s’isolerà da sauditi, mondo arabo laico (che già non lo ama), Russia e Stati Uniti”.
Il piano dell’Arabia Saudita d’isolare il Qatar ed imporvi i propri obiettivi geopolitici, quindi, sta fallendo, dimostrando l’incapacità dei sauditi di stilare una strategia qualsiasi; preda di un delirio di onnipotenza, scattano in avanti ignorando le conseguenze delle proprie azioni, “La cosa più preoccupante è che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti ripetono gli errori commessi quando i capi sauditi decisero la guerra allo Yemen“, dichiarava Yezid Sayigh del Carnegie Endowment for Peace International. “Non hanno una chiara strategia politica, si basano su false supposizioni, causando sempre più gravi perdite finanziarie ed umane, e oggi sono probabilmente in peggiori condizioni di sicurezza“. Infatti, la successiva svolta di 180 gradi di Trump verso la mossa saudita avrà stordito Ryadh. Soprattutto dopo che il Pentagono avrà informato Trump che la pretesa sottesa all’azione dei sauditi, ovvero che gli Stati Uniti difendessero militarmente i confini del regno dei Saud, fosse un onere folle per le forze armate statunitensi. E all’improvviso l’Arabia Saudita attenuava i toni, rendendosi conto di dover affrontare da sola gli effetti dei propri azzardi, come appunto lo schieramento di forze turche in Qatar e il rafforzarsi ulteriore della posizione regionale dell’Iran. La mossa dei Saud li ha solo portati a un altro disastro geopolitico, dopo quelli in Siria, Iraq e Yemen. L’unico ‘successo’ di Ryadh, in questa operazione avventata, è la proposta dei curdi separatisti in Siria di allearsi contro Turchia e Iran. Haji Ahmad, capo del Jaysh al-Thuar, fazione anti-siriana supportata dagli USA, sosteneva che Siria, Turchia e Iran cooperano contro le forze democratiche siriane (SDF), “La Turchia ha stabilito forti relazioni con l’Iran, nelle zone di al-Shahba, presso Aleppo, portando a una maggiore cooperazione tra il regime di Assad e la Turchia e all’apertura delle comunicazione tra di loro. È stata creata una rete d’intelligence comune che opera contro di noi, e non escludiamo che questa cooperazione aumenti di livello in futuro”. Haji Ahmad affermava inoltre che Jabhat al-Nusra, Ahrar al-Sham, liwa Sultan Murad e liwa Sultan Salim cacciavano gli abitanti e ne confiscavano le case ad Azaz e Jarablus. “In tutti gli edifici occupati dai turchi appaiono foto di Mustafa Kamal Ataturk e scritte in turco“. E come se non bastasse, l’esercito giordano eliminava 5 terroristi che tentavano d’infiltrarsi nel territorio giordano da al-Tanaf, al confine siriano-iracheno. Le guardie di frontiera giordane si erano scontrate per 72 ore contro un convoglio di 9 automobili e 2 motociclette che cercavano di entrare nel territorio giordano dalla Siria. Negli scontri, le guardie di frontiera giordane distrussero 2 auto e 2 moto, e arrestavano 2 terroristi. Il gruppo che tentava d’infiltrarsi sarebbe appartenuto al gruppo di terroristi dell’ELS armati e finanziati dagli Stati Uniti. L’ELS aveva interrotto gli attacchi contro l’EAS negli ultimi due giorni, ad est di Suwayda, dato che per gli Stati Uniti al-Tanaf ha scarso valore, non potendovi costruire una zona d’interdizione su tutto il confine siriano-iracheno. Contemporaneamente, a nord di Aleppo, i gruppi terroristici filo-turchi liwa al-Hamzah e Primo reggimento dell’ELS si scontravano alla periferia di al-Bab, cumulando 16 terroristi uccisi. Ulteriore segno della disgregazione del fronte anti-Siria era anche l’accordo tra Hayat Tahrir al-Sham (al-Qaida in Siria) ed ELS per dissolvere la Divisione 13 dell’esercito libero siriano, a Marat al-Numan, a sud di Idlib. L’ELS consegnava al ‘tribunale’ di al-Qaida i terroristi della Divisione 13, tra cui il loro capo Taysir Samahi, oltre a posizioni e materiali dell’unità terroristica filo-statunitense, compresi i lanciamissili anticarro TOW consegnatigli dalla CIA.

Fonti:
Geopolitics
Geopolitics
South Front
South Front
South Front
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Sputnik News
The Duran
The Duran