Beautiful Dreamer

Un-Go, Beautiful Dreamer (performed by Narasaki)

Le armi di Charlie Hebdo furono vendute da un ex-volontario croato

Marijo Kavain, Rete Voltaire, Zagabria (Croazia), 14 gennaio 2016

In questo articolo dell’11 gennaio 2016 di un grande quotidiano croato, assicura che le armi utilizzate negli attentati di gennaio e di novembre 2015 a Parigi erano dello stesso produttore serbo e furono introdotte dall’intermediario francese Claude Hermant. Problema: costui, noto ai nostri lettori da venti anni, ha invocato il segreto di Stato per non rispondere al giudice istruttore.CV-aPUeUAAA_WlcIl Kalashnikov utilizzato da Amedy Coulibaly lo scorso anno per la strage nel negozio di alimentari kosher Hyper Hide, durante l’attacco agli uffici di Charlie Hebdo, probabilmente proveniva da arsenali in disuso e venduti negli ultimi anni, secondo i media francesi. In precedenza, l’inchiesta sull’ultimo massacro di Parigi aveva dimostrato che i terroristi avevano usato armi prodotte prima della guerra dalla fabbrica Crvena Zastava di Kragujevac, in Serbia. A causa della vendita dell’arma trovata a Coulibaly, Claude Hermant, ex-legionario ed attivista di destra, è stato sentito in questi giorni in Francia. Secondo i media, ha anche partecipato alla guerra in ex-Jugoslavia, combattendo come volontario dei croati.

Crvena Zastava
Comprò via internet da una società slovacca, tramite la società registrata a nome della moglie, una grande quantità di armi danneggiate che poi riparò nella sua officina, rivendendole. Ciò è dimostrato dalle analisi microscopiche delle tracce sull’arma, tracce corrispondenti agli strumenti presenti nell’officina di Hermant. Ha venduto alcune delle armi a conoscenti di nazionalità curda, collegati agli estremisti islamici di Bruxelles, ed è quindi possibile che alcune delle armi utilizzate nei massacri di Parigi siano arrivate ai terroristi da questo canale. Per la vendita di armi, Hermant fu preso in custodia un paio di mesi prima dell’attacco a Charlie Hebdo, e in questi giorni è stato sentito di nuovo, una volta dimostrato che il kalashnikov usato nei massacro del supermarket Hyper Hide era stato prodotto dalla Crvena Zastava. E’ un fatto che Croazia e Serbia all’inizio del 2012 vendettero grandi quantità di armi, il Ministero degli Interni della Croazia ha indicato che 15000 armi furono vendute, per lo più confiscate in varie azioni di polizia, mentre l’esercito serbo vendette 60000 armi di vario tipo. I media francesi non hanno specificato da quali arsenali provengano le armi in questione. Tale traffico non è raro nei Paesi europei, e dopo gli attentati di Parigi, la Commissione europea ha annunciato limitazioni e controlli più stretti sulle vendite di armi usate e danneggiate. Come recentemente confermato dal Ministero degli Interni croato, alcuna richiesta è giunta riguardo le armi danneggiate e vendute al nostro Paese.

Traffici con la Croazia
Claude Hermant (52 anni) ha una ricca biografia. Era paracadutista nella legione straniera fino al 1982, poi partecipò a varie guerre. Oltre la Croazia, fu attivo anche in Congo e Angola. Condivide tale elemento biografico con molti altri ex-legionari croati. E’ noto che James Cappiau, assassino di Vjeko Sliska, legionario e attore della guerra in Croazia, aveva lavorato con la sua società “Joy Slovakia” per Jacques Monsieur, uno dei più grandi trafficanti di armi del mondo. Nei primi anni 2000, Cappiau gestì l’arruolamento di personale con esperienza militare per adestrare le forze armate del Congo. Secondo i media francesi, Hermant dice di aver lavorato con i servizi segreti francesi, gli stessi servizi che avevano permesso a Jacques Monsieur di vendere armi alla Croazia dal 1991 e al 1995, citato in tribunale dopo essere stato ucciso nel 2009 per violazione dell’embargo contro l’Iran. Negli anni successivi alla fine della guerra in Croazia, i nomi di alcuni ex-legionari spesso apparvero nel contrabbando di armi dai territori della ex-Jugoslavia alla Francia. Nel 2001, il gruppo di Ante Zorica fu arrestato per la vendita di una notevole quantità di armi, ma le accuse furono respinte dal tribunale. Uno dei principali protagonisti di questa storia, Lukic Zvonko Konjic, ex-legionario, fu arrestato nel 2007 in quanto organizzatore di un gruppo di 14 persone che vendevano armi a varie organizzazioni terroristiche. In quella occasione, furono trovati 54 Kalashnikov e 350 kg di esplosivo.

Claude Hermant

Claude Hermant

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Magia, fascismo e razza in David Bowie

Rahm Bambam, Pop Matters 11 gennaio 2016

Blackstar affronta la tensione fra attrazione dichiarata di David Bowie per le ideologie del sangue e del suolo, e l’ossessione ugualmente impegnativa con forme musicali e tropismi afroamericani.blackstar_650_400Il 20 novembre 2015, David Bowie riemergeva senza fretta o necessità, con un nuovo singolo intitolato ★, approssimata dal più pronunciabile “Blackstar“. Il lavoro (cerchiamo di sostenere la quintessenza dell’artista rocker con le etichette pretenziose a cui ha diritto) è un contorto viaggio nevrotico di quasi dieci minuti, che incorpora percussioni che fondono krautrock e jazz, poesia pagana, dissonanza, canto melismatico, stringhe zuccherate e turbinii di sax soulful passando dal sassy allo spettrale. “Blackstar” è un saluto sorprendente, tanto più provocante per il fatto che segue una rinascita di fine carriera dopo i percorsi maestosi e rispettabili favoriti dai veterani dell’avanguardia (vedasi i precedenti album post-millenari come Heathen, Reality e The Next Day). L’eredità di Bowie s’è già scolpita nella nostra coscienza collettiva con la fermezza di un epitaffio inciso in una lapide. Tuttavia, “Blackstar“, richiamandosi in modo convincente al mix inquietante di sperimentazione e melodismo del classico Bowie, sfida la perfettamente ragionevole aspettativa che il Bowie di “fine carriera” (il termine connota il declino con il sicuro avvicinarsi del nemico perenne della musica pop, “l’età”) può essere ignorato in quanto pallido prodotto della senescenza. Molti osservatori analiticamente favorevoli a Bowie (e come questo saggio e i commenti possono testimoniare, sono molti) sicuramente si fissano su quanto la canzone rievochi le vecchie ossessioni del Dame per l’ultraterreno, l’origine nel buio dello spazio o l’occultismo. Questi sono i temi che appaiono e riappaiono in tutta l’opera di Bowie quasi fin dall’inizio della sua discografia (vedasi “Space Oddity” e L’uomo che vendette il Mondo). Anche il simbolo del pentagramma che funge da vero titolo di Blackstar (★) tradisce la consapevolezza del potere di un simbolo al centro delle numerose tradizioni spirituali, tra cui satanismo, rosacrocianesimo, gnosticismo e wiccanismo. Inoltre, il video della canzone, oggetto circondato da una nube di commenti, è pieno di immagini che invitano a speculare. Bowie in un primo momento appare con un velo che lo rende il cieco Eli, mentre dirige un rituale cosmico, facendo sobbalzare vari organismi legati alla terra, che nel video formano cerchi magici e si agitano in estasi. Bowie si comporta quindi da medium e mago, incanalando energie astrali per fini decisamente terrestri, aggiornando quella sciamanica di Starman sbarcato sulla Terra per “fra ballare tutti i bambini” nei primi anni settanta. Tuttavia, i principali motivi lirici e le tematiche di “Blackstar” non possono essere del tutto separati dalla relazione complicata di Bowie con la razza, cioè con l’appropriazione delle tradizioni musicali afroamericane come Jazz, R&B e Soul che coabitano con il suo eurocentrismo imperioso impregnato di tradizioni esoteriche, portandolo a famosi flirt con la gestualità del fascismo, se non le relative idee.
Original_photography_for_the_Earthling_album_cover_1997__Frank_W_Ockenfels_3Bowie assume, nella seconda metà del singolo, le sembianze di un sole oscuro contrapposto nettamente all’illuminazione e alle sfere brillanti. Canta “Non sono una Whitestar/Sono una Blackstar“, e attraverso questo annuncio la ricerca trionfale e anche spavalda del confronto con il candore della Whitestar, parallela e ripudiata dalla popstar, pornostar, filmstar. Cos’è che accomuna tutte queste identità disparate? In primo luogo è evidente che ogni titolo sia al crocevia tra potere e profitto a beneficio del titolare dei nomignoli stellari, sempre in mezzo a tale empio bivio. In secondo luogo, sembra che per il suo camaleontismo cosciente o per le contingenze della carriera, Bowie stesso abbia svolto tutti questi ruoli ogni volta. Nelle interviste Bowie rinnegava il suo periodo degli anni ’80, quando era al culmine del successo come popstar internazionale, la fase con Phil Collins. Più recentemente ha scartato altre bardature del periodo di onorata popstar convenzionale, delle performance live e dei tour di concerti, il cui essenziale ed attuale produttore di Bowie, Tony Visconti, dice probabilmente non si avrà più. E verso ciò che si può ragionevolmente considerare come suo principale contributo allo sviluppo dell’iconografia della rock star, la creazione del sessualmente carismatico Ziggy Stardust, Bowie ha mostrato un’avversione simile. Nell’intervista con Russell Harty, quest’ultimo insisteva petulante a guardare a Ziggy, anche se Bowie stesso non aveva alcun interesse a rivisitare la carnalità grossolana di una figura che a lungo ne rappresentò l’intero periodo glam rock. Infatti, in “Blackstar” Bowie rifiuta lo status di Whitestar e diverse altre identità astrali sotto tale ombrello, non solo con insistenza mantrica ma anche con accanimento cercando di fugare ogni dubbio, esorcizzando il passato impegno. Bowie nei panni della Blackstar, che con orgoglio e anche con gioia, usa con potenza, ricorda il personaggio del Thin White Duke di metà-fine anni ’70, che rappresentò la diserzione di Bowie della scena rock il cui firmamento aveva già scalato con successo, ma che sempre gli sembrò comunque un’aberrazione. L’album, come la nave di Station to Station de Thin White Duke del 1976, indica dal punto di vista sonoro e tematico, l’uscita volontaria dalla cultura mainstream ben illuminata e dal consumismo contemporaneo. Station to Station indica l’allontanamento da Hollywood, i cui valori Bowie sembrava celebrare e che scimmiottava, non senza cinismo, in Young Americans dell’anno precedente. Le devastazioni psicologiche dovute al periodo di Los Angeles, la paranoia e lo sconvolgimento risultanti dallo stile di vita hollywoodiano ed attese conseguenze, lo riempirono del desiderio atavico di qualcosa di simile a una patria sacra, l’Heimat dei tedeschi. Questo desiderio non era dissimile da ciò che lo spinse nell’oscuro sogno del fascismo d’incenerire la Terra per ricrearla nel perduto cielo nordico che, naturalmente, non è mai esistito, innanzitutto. Bowie non trasse vantaggio nel chiarire se il fascino per la Germania non comprese solo l’amore per i gruppi Kosmische e krautrock, al centro delle avanguardie musicali di Berlino, ma anche per il recente passato totalitario da cui tali gruppi cercavano di forgiare un’alternativa controculturale. Ironia della sorte, Bowie radicò il suo desiderio per la Vecchia Europa, nato dalla sradicamento che sentì negli USA, nella musica fondendo gli amati ritmi krautrock con l’esuberanza rock ‘n’ roll entrambe ancorate solidamente su una base funk. “Station to Station“, il titolo-traccia in cima all’album che annunciava l’arrivo del Duca stesso, manifesta tale tensione tra queste fonti apparentemente contraddittorie. Ritmi motori lasciano il posto a una melodia celebrativa e marziale, un brindisi ai vigili soldati di guardia a un occidente immaginario. Questa sezione lascia il posto a una stompbox pianoforte-e-chitarra che, mentre segnala l’arrivo del “cannone europeo”, non può nascondere la vecchia festa del boogie rock dalla spina dorsale molto americana.
Possiamo concepire “Blackstar” come un modo di affrontare tale tensione tra attrazione dichiarata di Bowie per le ideologie del sangue e suolo e i miti esoterici marginali, e l’ossessione ugualmente densa per le forme musicali e i tropismi dei neri americani. Mentre “Blackstar“, come Station, attinge dal profondo pozzo degli arcani tradizionali, del soprannaturalismo e della magia, probabilmente Bowie tentava, attraverso il sistema di valori dualistico della canzone e il punto di vista interiore adottato da lui stesso, una presa di coscienza, attraverso la performance, della concezione della negritudine (particolare per un vecchio bianco) ma molto diverso da quella associata ad arti oscure, cappe grigie e bafometti rosso sangue. Questo è il nero che Bowie ha saccheggiato per diventare il praticante ‘plastic soul’ di Young Americans; era pienamente consapevole che mentre era impegnato a ricreare lo stile soul, ha prodotto “i resti frantumati di una musica etnica… scritta e cantata da un bianco calcareo“. Anche se questo sembra la feticizzazione di un bianco della negritudine e della musica nera, dovremmo ricordare che Bowie mise in discussione il suo rapporto con la musica e la cultura statunitensi, in generale, in termini analoghi. Parlò del suo approccio al rock ‘n’ roll come sforzo inautentico di un inglese per spiegare esteriormente come “fondamentalmente cosa americana … dal valore intrinseco americano” sia imitare gesti estremamente teatrali del genere. La logica di ‘plastic soul’ di Bowie ne permea tutti gli sforzi; sradica gli oggetti del suo entusiasmo, siano essi Kabuki, Crowley o Kabbalah, dalle tradizioni emerse, e abilmente l’integra nella sua visione, che sempre contiene prodotti culturali precedentemente assimilati. Tale logica, naturalmente, può produrre ed ha portato ad additivi instabili e inquietanti, come l’esemplarmente inquietante Station-to-station che, anche se conserva uno scheletro funk e R&B, suona come la colonna sonora di un film horror su un vampiro europeo alla ricerca di risposte in una biblioteca stregata di grimori e vangeli gnostici. “Blackstar” è un ritorno agli elementi esoterici così centrali nell’opera di Bowie, che cerca comunque di sbarazzarsidi tutto ciò reca le ultime tracce di quel fascismo che l’avrebbero ossessionato fin dal facile nietzschismo di “The Supermen“. Infatti, in “Blackstar“, la stessa gerarchia abbracciata così presto in ode al superamento della mera mortalità degli umili, è caricaturale come tante fumettistiche banalità messe da parte e rigettate da Bowie con il suo “Non sono una Marvel Star“. Questo informale licenziamento colpisce in virtù della sua stessa spensieratezza. Bowie non può essersi preso la briga di tollerare seriamente gli avatar della Whitestar; non sono altro che fastidi. Tale atteggiamento parallelo alla mancanza d’interesse che Bowie espresse per i periodi fastidiosi del suo passato, preferendo andare avanti senza, come il saluto, spesso menzionato, dato ai fan che affollavano Victoria Station per riceverlo, e che molti continuano a identificare come un saluto nazista. Quando gli intervistatori ponevano questi punti di discussione, lui di solito rispondeva ridimensionando quei momenti imbarazzanti con sarcasmo e autoironia, quindi declinandoli e non prendendoli, o prendendo se stesso, troppo sul serio.
2-414533-nazi In “Blackstar“, la litania della derisione rivolta al tipo di stella che non è, e che è anche l’auto-affermazione del titolare della Blackstar, viene cantata con piacere misto a sfacciataggine. La gioia di Bowie si esprime nell’indicare le debolezze della Whitestar contestando la solennità imperiosa della personalità del Thin White Duke e del fascismo in generale. Questo tipo di serietà è terrificante quando in realtà è dotato di potere, ma assolutamente non minacciosa e ridicola quando i satanisti col mantello se l’autoconferiscono da sé. Vi è anche un passo in cui Bowie, come la Blackstar, racconta a un potenziale convertito alla sua specie di misteriosa spiritualità, che ne prenderà passaporto, scarpe e sedativi. Tale passo evoca il concetto, emerso negli anni ’60 con il femminismo, della presa di coscienza come mezzo per rifuggire dalla miriade di oppiacei della società a favore della ricerca di una causa comune nella propria comunità oppressa. Non è irrilevante che Blackstar faccia riferimento a questo interlocutore immaginato, invitandolo vivamente ad intraprendere una nuova vita come “boo“, un termine per affetto ormai utilizzato globalmente e di origine afro-americana. C’è familiarità tra Blackstar e il boo, che mina la distanza delle divisioni tradizionali tra le sfere sacerdotali e laiche, separazioni che persistono anche in alcuni degli ultimi nuovi movimenti religiosi. Ciò è particolarmente sovversivo quando accoppiato al fatto che Blackstar prenda il sottotitolo da ciò che Dio disse incontrando Mosè sul monte Oreb, il “Grande Io Sono”. Se Freud va seguito, Mosè in origine era un devoto del culto del faraone Akhenaton dell’unico dio Sole, noto come Aten, e la fede che diede agli ebrei era un’emanazione di tale primo esempio egizio di monoteismo. Nella variante dell’atonismo che Mosè diede agli ebrei, però, la rappresentazione di Dio come disco solare scomparve e nascose l’origine di Dio come oggetto di un culto del Sole. Il Dio Sole diventa il Dio irrappresentabile e nascosto, Deus absconditus. Il sole raggiante diventa un sole scuro, la Blackstar. Tuttavia, mentre il protagonista della canzone è consapevole della propria condizione divina, e perfino respinge ogni altro aspirante a questa santità come “fuoco di paglia” irrisorio rispetto alla sua permanenza, ha facile e sicura fiducia nella vera energia trascendente. Blackstar è in netto contrasto con il potere terrestre e temporaneo del filmstar, pornostar, popstar o “gangstar”, il cui mandato proviene da minacce e violenze. Può raggirare se stesso e gli altri, perché è la “starstar”, la stella a cui queste stelle si volgono, è il sole oscuro che la Whitestar cerca di mettere in ombra per imporre un ordine sulla Terra, ma la Blackstar è solo allegra sovversione. Blackstar incarna la libertà di fronte a tutti i fascismi, grandi e piccoli, che possono nascondersi in bella vista perché non guidano sfilate di camicie brune, ma creano musica pop, Hollywood, il complesso porno-industriale e, naturalmente, lo Stato stesso, con i suoi controlli dei passaporti e i confini.
Quello che Blackstar rappresenta, confrontandosi con la musica che lo circonda, l’irrefrenabile falso-gospel che saluta la sua presenza dove fiati e ritmi volgari lo circondano mentre si erge contro i falsi idoli. Non è un caso che a metà passo, la musica di “Blackstar” passi ai vocaboli gospel e R&B manifestando il credo alla libertà della Blackstar. Tuttavia, Bowie non cerca di presentare una qualche essenza della cultura musicale nera, sempre che una cosa così ordinata possa anche essere concettualizzata. Dopo tutto abbiamo a che fare con un maestro dell’ironia. Invece, ricrea quella liberazione sentita da giovane bianco della classe lavoratrice inglese nato a Brixton che, insieme a molti altri come lui, fu elettrizzato e cambiato dalle forme d’arte afroamericane create ad un oceano di distanza. Ciò che il tipo di musica rappresentata dai molti musicisti inglesi della generazione di Bowie, che secondo Tony Visconti avevano tutti “l’occulto desiderio di essere neri“, era uscire dall’ossificato Vecchio Mondo e avere qualcosa di artisticamente eccitante e meno stratificato o, come diceva Bowie, “la via per uscire da Londra che mi avrebbe portato in America“. In Blackstar, Bowie ha creato un avversario dal talento soprannaturale di tutte le pratiche e le istituzioni soffocanti, l’incarnazione del sovvertimento radicale che proclama di essere “nato nel momento sbagliato” con in più un pizzico di faccia tosta. Bowie ha circondato questo perdente devoto con suoni ispirati a una musica dalla dimensione emancipatrice, per lui, che ha così profondamente tracciato la propria strada. Il nostro incontro con Blackstar così può essere interpretato come rievocazione di ‘Plastic Soul‘ quando un giovane David Jones sentì la disincarnata, inconfondibile voce di Dio mentre Little Richard cantava “Tutti Frutti“. Come Blackstar, la voce di Little Richard significava libertà, ma era anche dotata di un potere soprannaturale, e così Jones l’ascoltò quando gli ordinò di prendere il sax per recarsi in un’America immaginaria, divenendo così David Bowie.Bowie SS ii

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2013DavidBowie_Press_300713Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ‘secolo cristiano’ che non sbocciò in Giappone

Michael Hoffman The Japan Times, 19 dicembre 2015

Hasekura Rokuemon  (Rokuemon Hasekura)

Hasekura Rokuemon (Rokuemon Hasekura)

Natale si avvicina. Cristiani e non, pensano a temi cristiani. Quali sono i temi cristiani? Amore. Perdono. Mansuetudine. Porgi l’altra guancia. Il regno dei cieli. C’era una volta il Giappone quasi cristianizzato. Nel 1549, un missionario basco di nome Francisco Xavier fu il primo a predicare la parola di Cristo sul suolo giapponese. Nel 1638, una rivolta cristiana guidata da contadini affamati nella provincia povera di Shimabara, presso Nagasaki, fu schiacciata con tanta furia genocida da seppellire la “dottrina perniciosa” per 250 anni. Quegli anni sono noti in Giappone come “secolo cristiano”.
Fin dall’inizio, Xavier vide qualcosa di proto-cristiano nel carattere giapponese. I giapponesi, disse, “sono tra i più desiderosi di conoscenza…. Mi sembra che tra i non credenti nessun popolo possa eccellere quanto loro“. I semi che piantò diedero i loro frutti. La dottrina attraeva offrendo la vita eterna in un mondo migliore. I missionari vagavano per la terra, convertendo feudatari uno a uno, e la gente comune in massa. Intorno al 1580 vi erano circa 200 chiese con 150000 fedeli giapponesi. Era l’onda del futuro? Nel 1582, si verificò un evento epocale nella storia del Giappone, la prima missione diplomatica del Giappone in Europa sponsorizzata da tre signori di Kyushu che abbracciarono la fede e volevano relazioni col papa. Gli ambasciatori furono cordialmente ricevuti in Vaticano e tornarono a casa dopo nove anni. Nel 1613, una seconda missione seguì, inviata da Date Masamune, Signore di Sendai. Le sue motivazioni erano in parte religiose e in parte commerciali. Scambi con Spagna e Nuova Spagna (Messico) erano una prospettiva allettante. Anche se non battezzato, Masamune fu istruito alla fede e simpatizzò fino al punto di accogliere nel suo remoto dominio settentrionale profughi cristiani, giapponesi e stranieri, quando la persecuzione stava rapidamente raggiungendo il culmine. Il suo ambasciatore a capo della missione, che per più di otto anni (1613-20) vagò dal Messico a Roma via Francia e Spagna, era un samurai di nome Hasekura Rokuemon (1571-1622), battezzato in Spagna come Francisco Felipe Faxicura. Aveva un messaggio di Masamune per Papa Paolo VI: “Al fine d’incoraggiare i miei sudditi a diventare cristiani, vi auguro d’inviare missionari della chiesa francescana. Vi garantisco che potrete costruire una chiesa e che i vostri missionari saranno protetti“. Era sincero senza dubbio, ma dalla parte sbagliata della storia. Decenni prima della ribellione di Shimabara, il primigenio fervore cristiano del Giappone cominciò a scemare. La prima repressione ufficiale avvenne nel 1587. Anche se applicata scarsamente, annunciò che il peggio doveva ancora venire. Nel 1596, 26 cristiani, sei francescani spagnoli e 20 giapponesi, furono crocifissi a Nagasaki. Quando la missione di Hasekura tornò nel 1620, quei cristiani che non avevano abiurato con la forzata o subito un martirio spaventoso, erano dei fuggitivi, una pietosa accozzaglia che sprofondava verso l’oblio. Hasekura morì in disgrazia nel 1622.
shusakoendo_3105971kLo incontriamo di nuovo, trasfigurato in un superbo romanzo, “Il Samurai” (1980) di Shusaku Endo (1923-1996). Battezzato da bambino, Endo anni dopo disse a un intervistatore, “Ci sono stati molti momenti in cui sentivo di volermi liberare del mio cattolicesimo, ma non fui mai capace di farlo”. L’ambivalenza di ciò pervade la sua opera. Il suo Hasekura, il “samurai” del titolo, sembra più vicino ad Endo che allo storico Hasekura. L’immaginario Hasekura non è il leader della missione, ma un suo membro subalterno, un’inarticolata e spaesata auto-immagine di Endo? E la sua conversione al cristianesimo, come quella di Endo, non è scelta ma imposta; va fino in fondo a malincuore in modo accigliato, per il bene della missione. Il suo disonore al ritorno, come membro di una disprezzata setta nemica, è tragicamente ironico. Gesù lo disgustava: “Era sulla croce, un uomo emaciato nudo, braccia tese e deboli, la testa penzoloni, eppure i barbari meridionali (europei) lo chiamano ‘salvatore’! Non capisco. L’unico uomo che un samurai può chiamare ‘salvatore’ è il suo padrone. Il Signore del guerriero impersona il potere, la forza, la gloria terrena. Cosa personifica Gesù sulla croce? Miseria, umiliazione e impotenza“. Poi, nel romanzo, a Roma, un conclave di alti ecclesiastici delibera su come rispondere alla missione giapponese. Un certo Padre Valenti, rientrato disperato dopo 30 anni di lavoro missionario in Giappone, consiglia di respingere l’apertura di Date. La causa è senza speranza, dice. Il giapponese non sarà mai cristiano. “Nessuno in questo mondo“, dice, “è meno adatto alla nostra fede dei giapponesi. “I giapponesi”, spiega, “sono fondamentalmente incapaci di concepire l’Assoluto, un Essere che trascenda l’uomo e la natura”. Gli dei giapponesi, scintoisti e buddisti, sono di questo mondo, non di altrove. Non c’è un “altrove“. “Questo mondo” è tutto quello che c’è. I cristiani giapponesi non sanno chi adorano, sostiene Valenti, non certo Dio Padre, Figlio e Spirito Santo del cattolicesimo romano. “È facile“, Valenti continua, “insegnare ai giapponesi la caducità di questo mondo. Fin qui tutto bene, hanno una sensibilità ben già sviluppata”. Ma dove i cristiani vedono un problema (la caducità) chiedendo una soluzione (eternità), i giapponesi vi vedono la bellezza. I giapponesi, dice Valenti, e lo dice quasi con orrore, celebrano la caducità. Si consideri la fioritura dei ciliegi; non fioriscono solo per appassire e cadere? Eppure non c’è nulla di più bello, niente per cui l’anima giapponese sia più reattiva?
L’amore, il perdono, porgere l’altra guancia, si esplora la tradizione nativa invano per trovarvi degli esempi. Il sacrificio di sé abbonda, ma sotto forma di morte in battaglia, in obbedienza ai supremi comandi del proprio signore. Il Gesù di Endo è una figura pietosa. È il “servo sofferente” del profeta Isaia del Vecchio Testamento, è divino, nella visione di Endo, non per il potere, ma per l’amore. “Disprezzato e reietto tra gli uomini, uomo del dolore“. Nel suo infinito amore, tutto abbraccia e tutto perdona. Il Gesù di Endo, in un certo senso, è il fiore di ciliegio della cultura occidentale. Quando il cristianesimo giunse a bussare alle porte del Giappone, il Giappone, ospitale in un primo momento, infine gli si rivoltò contro dicendo, in effetti “Abbiamo già i fiori di ciliegio“.d10009_ph00Il nuovo libro di Michael Hoffman è “Nella terra del Kami: Un viaggio nel cuore del Giappone“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Giulietto Chiesa si presenta

Alessandro Lattanzio, 29/12/2015

Giulietto Chiesa è una False Flag, e il suo circo è una pedina della guerra 'ibrida' contro la Russia.

Giulietto Chiesa è una False Flag, e il suo circo è una pedina della guerra ‘ibrida’ contro la Russia.

Giulietto Chiesa si presenta così: “… Dal 1 ottobre 1980 al 1 settembre 1990 corrispondente da Mosca per l’Unità. Nel 1989-1990 e’ “fellow” del Wilson Center, Kennan Institute for Advanced Russian Studies (1) di Washington. Conferenze in quindici università e istituti di ricerca americani, Dipartimento di Stato, Rand Corporation etc. Nel 1990 entra alla “Stampa”, ancora come corrispondente da Mosca, e rimane in Russia fino alla fine del 2000. Durante il periodo moscovita ha collaborato intensamente con “Radio Liberty“…”
La RAND Corporation è un think tank legato al complesso militar-industriale-spionistico statunitense, mentre il sito del Wilson Center, si apre con un ‘cantante’ ucraino che tesse le lodi al colpo di Stato, incitando alla guerra contro la Novorossija e la Russia. Inoltre, il Kennan Institute definisce la Russia di Putin in tale modo “The majority of the Russian population, which is (supposedly) overwhelmingly supportive of the Kremlin, ends up living in a constructed reality-television show”; dove la Russia sarebbe sotto la cappa della propaganda mediatica del governo (di Putin), cosa che di certo non accade coi regimi occidentali…. Come non collegare tale definizione della Russia con l’appello di Giulietto Chiesa alla Rivoluzione colorata in Russia, per rovesciare il sistema di governo di Putin, “Che la Russia debba essere riformata non c’è alcun dubbio. La sua vulnerabilità attuale è proprio dovuta alla sua dipendenza dal mercato occidentale, dalla finanza occidentale, dalla credenza diffusa nei gruppi oligarchici che le favole di Wall Street e della City of London siano verità. La Russia dev’essere riformata intellettualmente e moralmente. Molti intellettuali interpretano la crisi mondiale, planetaria, con gli stessi, miopi criteri dei grandi centri del dominio mondiale. E dunque collocano la Russia al traino di altri interessi. E non c’è dubbio che questa intelligencija non sia in grado di rappresentare gl’interessi del popolo. Chi non usa la metropolitana di Mosca è difficile che sappia cos’è il popolo di Mosca, e neanche il popolo russo. Io vedo e percepisco un risveglio dal basso, che dev’essere aiutato e incentivato dall’alto. Questo risveglio ha una grande forza nascosta in sé e costituirebbe una risorsa straordinaria. Ma questo comporta la costruzione di strumenti di partecipazione, di democrazia, che ancora non ci sono. Solo un consenso attivo può liberare un’enorme energia. Ed è così come dici: non si può a lungo esercitare una forte difesa dell’interesse russo sul piano internazionale senza risanare la società russa e senza difendere i diritti dei suoi cittadini, la giustizia, la solidarietà, l’uguaglianza”. (Megachip)
Il linguaggio è quello proprio delle primavere arabe e delle rivoluzioni colorate, come quella in Ucraina nel 2014… la neolingua antioccidentale e finto-putinista usata da Chiesa è solo l’espediente utilizzato per ingannare il pubblico, soprattutto italiano, tarlato da una claque Chiesofila composta da soggetti dalla visione fideistica della realtà, quando non si tratta di soggetti ambigui, confusionari ed infidi. Neanche la CIA e Soros (che gestiscono Radio Liberty con cui Chiesa ha “intensamente collaborato”), hanno mai strombazzato le vere ragioni per cui sostenevano le rivoluzioni colorate e le primavere arabe, ma strombazzavano “…la costruzione di strumenti di partecipazione, di democrazia, che ancora non ci sono”, per far uscire la società russa dal “reality-television show” di Putin, di cui parla il Think Tank del Dipartimento di Stato degli USA, nel tentativo di screditare la rinascita della Russia dovuta all’operato del Presidente Putin.
Giulietto Chiesa si propose già nel 2012 di portare giustizia, solidarietà, uguaglianza in Russia, scendendo in piazza per abbattere Putin, istigando a partecipare alle manifestazioni organizzate e finanziate dall’Ambasciata degli USA, allora presieduta dall’ambasciatore McFaul, che dichiarò al giornalista Greene, che l’intervistava: “Lei ha scritto un libro, un decennio fa, chiamato “La rivoluzione infinita della Russia”. Dando uno sguardo al Paese dall’era Gorbaciov all’era Putin, e sul fallimento della democrazia nel consolidarsi. Mi chiedo se si potesse fare un passo indietro, e dirci dove siamo oggi. Voglio dire, queste proteste a Mosca sono un segno che la Russia va verso il traguardo?
Beh, è stato bello essere un accademico, quando ho potuto scrivere libri e pontificare sul futuro. Sono molto restio a parlare di previsioni sul futuro. Quello che vorrei dire è che avete visto un periodo di crescita economica, modernizzazione qui, in questo Paese, dopo un periodo molto difficile. Ricordiamo, quando scrissi quel libro, parlavo di tripla transizione, fine dell’impero, fine del comunismo come sistema politico, e fine dell’economia di comando come sistema economico. Fare tutte e tre queste cose contemporaneamente è stata una sfida enorme, e un gran numero di persone ne ha sofferto. Ma ne sono usciti ora. È una società prospera; molto istruita; molto sofisticata. E nessuno dovrebbe essere sorpreso dal fatto che chiedono un sofisticato sistema di governo ed a sua volta, un governo molto sofisticato che vi corrisponda. Guardo un Paese come l’Ucraina. E abbiamo visto nel 2004 qualcosa di simile a quello che vediamo ora, in Russia, le proteste innescate da ciò che fu vista come elezione truccata. La folla in piazza a Kiev era molto, molto più grande. La gente dietro, si sa, erano esponenti dell’opposizione che veramente mobilitò grandi folle. Ora, c’è un sistema di governo, un capo che non sembra democratico come quelli che guidarono la rivoluzione arancione” (si riferisce a Janukovich, abbattuto a Kiev dal golpe di Gladio del febbraio 2014). Come si vede, anche McFaul esprime concetti che allieterebbero i più sprovveduti. Ma l’accenno all’Ucraina dovrebbe mettere in guardia chiunque.

Si legga la didascalia del video, chiara e netta: “Putin eletto con i soliti brogli. Ma questa volta ha preso coscienza che c’è un’opposizione. E ne terrà conto. La Russia da sempre preferisce la stabilità alla democrazia. Putin come Berlusconi? Hanno la stessa idea di democrazia, ma hanno stili e culture diverse”. Infatti, in questo video Giulietto Chiesa appare chiaramente allineato alle analisi e agli scopi dell’ambasciatore statunitense che voleva trasformare la Russia, nel 2012, nell’Ucraina del 2014.
Chiesa, inoltre, non fa mistero dei suoi stretti legami con Mikhail Gorbaciov: “Negli ultimi nove anni si e’ occupato di studio della globalizzazione e, in particolare, degli effetti sul sistema mediatico mondiale. In questo contesto si colloca la partecipazione di Giulietto Chiesa alla fondazione del “World Political Forum”, con sede a Torino, sotto la presidenza di Mikhail Gorbaciov. Nel 2010 il Presidente Gorbaciov ha continuato la sua attività di ricerca internazionale fondando in Lussemburgo il “New Policy Forum” del cui dell’Advisoy Board Giulietto Chiesa è membro“. Anche Gorbaciov invoca il rovesciamento di Putin, affinchè Russia e Cina non siano più d’ostacolo al Nuovo Ordine Mondiale. “Ci ho pensato a lungo e ho concluso che le proteste cui stiamo assistendo in tutto il mondo (parla della ‘Primavera araba’), in realtà sono un segno che tra circostanze molto difficili, il movimento verso un nuovo ordine mondiale emerge. Non possiamo lasciare le cose come prima, quando vediamo queste proteste dilagare verso sempre nuovi Paesi, visto che quasi tutti i Paesi assistono alle proteste con cui la gente vuole il cambiamento. Vuol dire che non è felice del tipo di ordine mondiale esistente ora. Ciò significa che le nazioni si adeguano alle sfide del nuovo ordine mondiale” (Gorbaciov, quindi, appoggiava chiaramente la sovversione islamo-atlantista del 2011, ciò di cui si dispiaceva era l’opposizione che tale ‘rivoluzione’ incontrava). (Lafayette). Ma Gorby non solo cianciava di “rivoluzioni globali”, ma cercò di applicarle in Russia. Durante la tentata rivoluzione colorata contro Putin, a Mosca, Gorbaciov definì il sistema politico russo “corrotto” e “stupido”, ed appoggiò tali operazioni anti-Cremlino. Parlando alla vigilia di una protesta dell’“opposizione” contro le elezioni parlamentari vinte dal partito Russia Unita, Gorbaciov attaccò Dmitrij Medvedev, l’allora presidente russo, per non aver bloccato il processo elettorale su richiesta di “osservatori internazionali e attivisti dell’opposizione” foraggiati dagli USA; “Ha detto che non aveva niente da ridire o dubbi sulle elezioni. E con questo, Dmitrij Anatolevich penso abbia calato il sipario sulla sua carriera”, sentenziava Gorbaciov, scottato dal fallimento dell’alleanza politico-elettorale con il banchiere milionario Aleksandr Lebedev, datore di lavoro di Anna Politkovskaja, sostenitrice del terrorismo islamista in Cecenia. E in tutto ciò fu seguito da Giulietto Chiesa. Infatti, il Cremlino conosceva il vero ruolo di Gorbaciov, accusandolo di orchestrare, assieme a ONG e Dipartimento di Stato degli USA, le manifestazioni di malcontento dell’“opposizione liberale”, “chiarendo che non tollererà alcun tentativo d’effettuare un cambio di regime in stile Primavera araba”. Come spiega lo storico francese Jean Geronimo, “Al momento, tali “manifestazioni” furono interpretate dal Cremlino come segnali di un’offensiva globale volta, infine, contro la Russia e le cui premesse, via interferenza occidentale, furono osservate nelle ultime elezioni russe (presidenziali) nel marzo 2012. Secondo una certezza inquietante e nonostante l’assenza di prove reali, l’ONG Golos, finanziata dagli USA (!) accusò Putin di “massicci brogli elettorali”. L’obiettivo di Golos era fomentare il malcontento nelle piazze per creare, in ultima analisi e invano, un’effervescenza “rivoluzionaria” per destabilizzare il nuovo “zar rosso”. Con una ridondanza mediatica, continua e manipolatrice, osservata poi durante Majdan“. (Histoire et Societé)Gorbachev leaving the Eastonian HotelMa sicuramente la claque Chiesofila, rispettando il nome del proprio guru, continuerà a seguire ottusamente il santone ‘contrario ai media di regime’, che pontifica sempre assiso sul pulpito dei media di regime…RAND-logoPer ulteriori approfondimenti Del Kazakhstan, ovvero Grillo, Chiesa e adoratori di mummie.

Per ulteriori approfondimenti (ovvero a chi gli mancano delle tessere), Giulietto Chiesa e il Reich di Gladio

10689539Sull’incontro tra Chiesa e Gabriele Adinolfi, esponente di Pravij Sektor in Italia, (a chi gli mancano delle tessere dico subito che Adinolfi è il sodale del neonazista Fontana entusiasta partecipe della strage di Odessa, oltre che sostenitore aperto e dichiarato del golpe neonazista a Kiev e della guerra alla Novorossija). Chiesa non ha mai detto se ha partecipato o meno a tale iniziativa con tale soggetto; ma un suo tirapiedi sembrava confermarlo. Dai commenti qui sotto, si evidenziano i risultati mediatico-sociali del fenomeno Giulietto Chiesa “contro tutti”, ma che poi scrive per tutti i potentati che incontra, dalle fondazioni governative statunitensi alla stampa e alla TV di regime italiani. Dov’è la persecuzione mediatica di cui piagnucola Chiesa ogni volta che va in TV? Frequenta uno stragista mondiale, Gorbaciov, e lo incensa ogni volta, uno che dovrebbe essere seppellito nella spazzatura; ma ancora ci viene riproposto con le sue ricette da “Club di Roma”, come la riduzione della popolazione, e con contorno sciachimistico e 11 settembre (a cui arrivò però dopo 5 anni, sebbene la cosa fosse evidente a tutti da subito).
A chi è confuso: pensi davvero che uno che per vent’anni si è vantato di aver lavorato per Radio Liberty sia il Donchisciotte anticapitalista e russofilo che dice di essere? Lo sapete cos’é Radio Liberty? Chi la gestisce? Chi la finanzia? Cosa propaganda, ad esempio oggi sull’Ucraina e la Novorossija? Basta farsi un giro sulla pagina FB di Radio Liberty, che ha visto vent’anni d'”intensa collaborazione” di Giulietto Chiesa, per porsi delle serie domande sulla serietà delle chiacchiere di Chiesa. (A cui vorrei dire che ho conosciuto qualcuno di Lotta Comunista, che mi ha accennato sulle vicende del PCI a Genova negli anni ’70…). Sul video, Chiesa esorta i russi ad unirsi a una manifestazione anti-Putin nel marzo 2012, per chiederne la caduta. Ebbene, tutti gli storici e politologi riconoscono che quelle ‘manifestazioni’ erano pagate dall’ambasciata degli USA a Mosca. Gorbaciov stesso, agente degli USA e referente di Chiesa, si era infuriato per la vittoria di Putin. Che altra conclusione se ne deve trarre? Si veda poi lo sfogo delirante di Chiesa contro la Repubblica Democratica Popolare di Corea, un insulto contro un intero popolo, utilizzando le peggiori argomentazioni della peggiore destra statunitense (Kim Jong Il pagato da Washington, fenomenale). Sì di tasselli ne mancano, perché per spiegare le manzogne che racconta Chiesa ci vorrebbe un libro. Un esempio, Chiesa si vanta di avere una profonda conoscenza della Russia, però poi spaccia le teorie apocalittiche sulla fine della Terra, tirando fuori discorsi malthusiani (anche se Chiesa nega di esserlo, nonostante l’evidenza; ma quando sproloquia di una popolazione mondiale limitata a 1,7 miliardi di persone, cosa propone se non un’idea malthusiana?), come il Peak Oil, che cioè il petrolio stava già finendo… Ebbene, si scoprono sempre più giacimenti, e sempre più grandi. La teoria del Peak Oil è roba di metà XIX secolo, anche allora il ‘grande scienziato’ del momento, un certo Jewons, terrorizzò l’Inghilterra avvertendo dell’imminente fine del… carbone… Secondo lui le miniere di carbone, di tutto il mondo, si sarebbero esaurite entro il 1880-1890. Ebbene, oggi sappiamo che ci sono riserve di carbone per poter continuare a produrre energia, ai ritmi attuali (sottolineo attuali), per altri 2000 (duemila) anni. Ma dov’è sta la disonestà di Chiesa, in questo peculiare aspetto? Chiesa, che posa a russologo tuttologo, evita di dire all’audience che quando parla di fine del petrolio tira fuori la tesi di due tecnici delle multinazionali statunitensi, ma evita di accennare alla scuola sovietica, secondo cui il petrolio è prodotto a processo continuo nelle viscere della Terra, e che quindi non finirà mai. Chi ha interesse a dire che le risorse sono limitate? E chi ha interesse a nascondere la tesi sovietica sull’origine del petrolio, di cui Chiesa non fa mai cenno? E questo è un tassello, si pensi ad altri, alcuni poco noti sono davvero grotteschi e bizzarri (tipo un Giorgio Bongiovanni in Russia).
A chi mi accusa di essere russofobo: dimostra solo di essere il soggetto preferito da Chiesa e dalla setta che ha creato, il tipico militonto che crede ciecamente alle corbellerie del gran capo, solo perchè il gran capo appare come la Madonna di Fatima in TV, luogo per antonomasia che assegna legittimità e sacralità presso le menti deboli. Tali menti deboli, e ne ho conosciuti un bel campionario nell’entourage e nell’area d’influenza di Chiesa, si scagliano contro chi critica il santone-guru, identificandolo perfino con la ‘Russia’, tirando fuori epiteti ridicoli, accusando il sottoscritto di essere un agente di Washington; e questo dopo che il sottoscritto è stato accusato dalla catena la Repubblica (dove lavora la moglie del ‘dissidente perseguitato’ Giulietto Chiesa, tra l’altro), di essere un agente pagato da una potenza straniera (la Russia)… I pretoriani di Chiesa, ripeto una setta, neanche si documentano su ciò di cui parlano. La signora che mi ha definito agente di Washington, neanche si è degnata di vedere di cosa scrive questo blog; infatti l’uomo nuovo che Chiesa va creando, assomiglia abbastanza al volgo ignorante e supersitizioso che dava la caccia alla streghe (e non a caso Chiesa definisce gli ultimi 300 anni di progresso tecnico-scientifico un”illusione’, agognando l’era del feudalesimo dominante, la distopia perseguita dal Club di Roma, cui non a caso Chiesa e il criminale stragista Mike Gorby fanno parte).
Noto che Chiesa, o il suo staff, ha risposto buffoneggiando come al solito.41RVAVFA82L._SS500_Giulietto Chiesa, tra l’altro, si spaccia da marxista proponendo entusiasta il veleno malthusiano del Club di Roma di cui fa parte assieme a Gorbaciov.  Ma un vero marxista non ha nulla a che fare con tale propaganda neo-malthusiana, “La teoria di base, che la popolazione per sempre ed inevitabilmente superarà le scorte di cibo (o di energia, NdAL) a disposizione è diventato un mantra per chi vuole sostenere che ci sono troppe persone sul pianeta. Nel contesto del problema del cambiamento climatico, questo è diventato un argomento secondo cui il mondo non ha abbastanza risorse per sostenere la popolazione, e se vogliamo salvare il pianeta, il numero di esseri umani dovrà diminuire“. (Marx and Engels on the Population Bomb)
Gorbaciov, a sua volta, nel 1996, presidette il convegno del State of the World Forum, cui partecipavano altri benefattori dell’umanità come Margaret Thatcher, George H. Bush, Mohamed Yunus e Colin Powell. In tale convegno, Mike Gorby avrebbe detto: “Dobbiamo parlare con maggiore chiarezza su sessualità, contraccezione, aborto, valori che controllano la popolazione, perché la crisi ecologica, in breve, è la crisi della popolazione. Riduciamo la popolazione del 90% e non ci saranno abbastanza persone da creare grandi danni ecologici“. Inutile cercare il testo al riguardo sul sito ufficiale del World Forum; è vuoto, come è vuoto il sito dedicato alle riunioni del 1995 e 1996.gorbachev_state_of_the_world_forum
Ecco cosa pensa in realtà della Russia, Giulietto Chiesa (minuto 2:42). Però poi nell’illiberale TV russa Chiesa ci va lo stesso, dove può permettersi (alla faccia della dittatura di Putin) d’insultare un deputato della Duma che non la pensa come lui; ad un talk-show, sul primo canale russo, del 18 settembre 2015, Chiesa difese Charlie Hebdo definendo “terrorista cristiano” il deputato della Duma Mikhail Starshinov, perché aveva osservato che mentre erano li a discutere, i terroristi islamici, a cui offendono l’Islam, arrivano e tagliano teste. Un altro dal pubblico interviene, “E’ inutile discutere con questo signore (Chiesa) perche’ sono 50 anni che li istruiscono ad essere così“.

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