Lo Stato islamico come “risorsa strategica” degli Stati Uniti

MK Bhadrakumar Indian Punchline 22 maggio 2015Gause_SaudiGameofThronesLevant Report, un’altamente rispettata ONG statunitense dedita a trasparenza e responsabilità nel governo e nella politica degli Stati Uniti, ha fatto un grande servizio all’intellighenzia dell’Asia meridionale ottenendo, tramite una causa federale, dei documenti classificati dei dipartimenti della Difesa e di Stato relativi allo Stato Islamico (IS). In poche parole, i documenti mettono in luce la valutazione della Defence Intelligence Agency (DIA) degli Stati Uniti secondo cui l’IS potrebbe essere una “risorsa strategica” per le strategie regionali statunitensi. Tale valutazione scioccante difatti risale all’inizio del 2012, cioè prima ancora che lo SI apparisse sulle testate catturando Mosul in Iraq, lo scorso anno. La DIA ha avvertito governo e agenzie di sicurezza degli Stati Uniti che lo SI aiuterà Washington ad isolare e rovesciare il regime siriano. In effetti, ciò che è stato bollato come teoria della cospirazione finora, infine si avvera. E nel frattempo molti avvenimenti in Siria e Iraq oggi cominciano ad avere una prospettiva chiara. Naturalmente, ciò che emerge, ancora una volta, sono le politiche diaboliche degli Stati Uniti nell’utilizzare i gruppi estremisti islamici come strumenti geopolitici per sostenere le proprie strategie regionali nei Paesi esteri. Tale politica fu avviata la prima volta in Asia del Sud nei primi anni ’80 con i “mujahidin afghani” della genialata di Zbigniew Brzezinski, a capo della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. L’appello alla “jihad” in Afghanistan, alla fine, causò immense sofferenze alla regione. Opera attivata dagli Stati Uniti per sconfiggere l’Armata Rossa in Afghanistan, sconfitta che secondo alcuni avrebbe contribuito al crollo dell’Unione Sovietica. Tuttavia, il Pakistan ne fu seriamente destabilizzato e, cosa più importante, l’introduzione di Usama bin Ladin e al-Qaida diede l’alibi perfetto agli Stati Uniti per imporre la presenza militare in Afghanistan e in Asia centrale. Lo spettro dello SI in Pakistan e Afghanistan oggi, appare un’evoluzione ancor più inquietante. Mentre sempre più dettagli saranno disponibili su cosa succede a Kunduz, provincia settentrionale dell’Afghanistan, che appare un’operazione dello SI. Teoricamente si tratterebbe di un’offensiva dei “taliban”, ma il mullah Omar non sembra avere il controllo della battaglia per Kunduz, dove “combattenti stranieri” guidano l’assalto. Gli accuratamente selezionati resoconti dei media occidentali continuano a presentare lo SI quale fattore nella regione settentrionale dell’Afghanistan al confine con l’Asia centrale. Radio Free Europe e Radio Liberty, collegate all’intelligence degli Stati Uniti e che svolsero un ruolo chiave nella Guerra Fredda, la scorsa settimana hanno diffuso un pezzo inquietante sullo SI, praticamente dandogli un peso in Afghanistan assai lontano dalla realtà sul campo.
King-Abdullah-+-Obama-600x450 Naturalmente, l’avanzata dello SI darebbe agli Stati Uniti l’alibi perfetto per stabilire una presenza militare permanente, per sé e la NATO, in Afghanistan. C’è molto su cui riflettere, in retrospettiva, su ciò che l’ex-presidente afghano Hamid Karzai aveva più volte dichiarato, e cioè che gli Stati Uniti non sono “sinceri” nella lotta ai taliban e sugli obiettivi geopolitici reali. Gli Stati Uniti riusciranno a diffondere il virus dello SI in Afghanistan e Asia centrale, per giustificare la presenza militare occidentale a tempo indeterminato nella regione? Le probabilità sono abbastanza buone, in realtà, e i ministri degli Esteri della NATO incontratisi ad Antalya, la scorsa settimana, hanno ritenuto che l’alleanza debba mantenere una presenza a lungo termine in Afghanistan, oltre la prevista scadenza di fine 2016. In effetti, è nel DNA e negli egoismi dei regimi autocratici che dominano oggi su gran parte del mondo musulmano, finire al servizio degli interessi occidentali. Non si sbaglierebbe pensare che lo SI sia uno strumento per colpire l’Iran, e che l’azione in Afghanistan sia finanziata dall’Arabia Saudita che si prefigge due scopi, infettando anche il Pakistan con il virus dello SI. Anche in questo caso, la politica regionale offre un eccellente margine di manovra agli Stati Uniti nel seguire le orme della politica del “divide et impera” della Gran Bretagna imperiale nel subcontinente indiano. Questione del Kashmir, animosità tra indù e musulmani, relazioni conflittuali dell’India con Cina e Pakistan, Xinjiang e Tibet, la lista delle questioni regionali è molto lunga laddove l’intelligence degli Stati Uniti avrebbe ampio spazio nel frantumare le posizioni regionali. Si prenda il caso dell’India, per esempio. L’attuale discorso strategico principale è permeato da una mentalità contraddittoria verso Cina o Pakistan. Ma il discorso indiano sorprende gli increduli (se non occasionalmente, i nazionalisti estremisti indù) quando si tratta delle intenzioni strategiche a lungo termine degli Stati Uniti nella regione. I nostri esperti non sono semplicemente interessati al tema. Leggasi Levant Report per informarsi, qui. (Qui sotto)daesh-cia-990x180Documento della Defense Intelligence Agency del 2012: l’occidente faciliterà l’avanzata dello Stato islamico “per isolare il regime siriano”
Brad Hoff Levant Report 19 maggio 2015

baghdadi-ciaIl 18 maggio il gruppo conservatore di monitoraggio del governo Judicial Watch ha pubblicato dei documenti precedentemente classificati del dipartimento della Difesa e del dipartimento di Stato statunitensi, ottenuti con una causa federale. Mentre i media mainstream sono focalizzati sulla gestione della Casa Bianca dell’attacco al consolato di Bengasi, ignorano il “quadro generale” presentato e confermato dai documenti del 2012 della Defense Intelligence Agency, secondo cui lo ‘Stato islamico’ in Siria orientale viene ricercato perseguendo la politica occidentale nella regione. Sorprendentemente, il rapporto appena declassificato afferma che per “occidente, Paesi del Golfo e Turchia (che) sostengono l’opposizione (siriana)… c’è la possibilità di creare un califfato salafita dichiarato o occulto nella Siria orientale (Hasaqa e Dayr al-Zur), e questo è esattamente ciò che le potenze che sostengono l’opposizione vogliono per isolare il regime siriano…” Il rapporto della DIA, in precedenza classificato “Secret/Noforn” datato 12 agosto 2012, circolò ampiamente tra i vari enti governativi, tra cui CENTCOM, CIA, FBI, DHS, NGA, dipartimento di Stato e molti altri. Il documento mostra che già nel 2012 l’intelligence degli USA previde l’ascesa dello Stato Islamico in Iraq e Levante (SIIL o SIIS), ma invece di delineare chiaramente il gruppo come nemico, il rapporto lo riteneva risorsa strategica degli Stati Uniti. Mentre numerosi analisti e giornalisti hanno documentato tempo fa il ruolo delle agenzie d’intelligence occidentali nell’addestramento e formazione dell’opposizione armata in Siria, i vertici dell’intelligence statunitense confermano la teoria secondo cui i governi occidentali vedono fondamentalmente nel SIIL uno proprio strumento per il cambio di regime in Siria. I documenti al riguardo affermano proprio tale scenario. Prove forensi, prove video e recenti ammissioni di alti funzionari interessati (vedi le ammissioni dell’ex-ambasciatore in Siria Robert Ford qui e qui), dimostrano che il dipartimento di Stato e la CIA supportano materialmente i terroristi del SIIL sul campo di battaglia siriano, almeno dal 2012-2013 (come chiaro esempio di “prove forensi”: vedasi il rapporto dell’inglese Conflict Armament Research che fa risalire all’origine dei razzi anticarro croati recuperati dai terroristi del SIIL a un programma congiunto saudita/CIA, grazie all’identificazione dei numeri seriali).
Il rapporto della DIA del 2012, appena diffuso, traccia le seguenti sintesi sullo “Stato islamico in Iraq” e l’emergente SIIL:
al-Qaida guida l’opposizione in Siria
– l’occidente si identifica con l’opposizione
– la creazione dello Stato islamico è diventata realtà solo con l’avanzata della rivolta siriana (non si parla di ritiro delle truppe USA dall’Iraq come catalizzatore dell’ascesa dello Stato Islamico, tesi di innumerevoli politici ed esperti, si veda la sezione 4.D. sotto)
– l’istituzione di un “principato salafita” nella Siria orientale è “esattamente” ciò che le potenze estere che sostengono l’opposizione vogliono (identificate come “occidente, Paesi del Golfo e Turchia”), al fine d’indebolire il governo di Assad
– “santuari” sono suggeriti nelle zone occupate dagli insorti islamici secondo il modello libico (che si traduce nella cosiddetta no-fly zone come primo atto di ‘guerra umanitaria’, vedi 7.B.)
– l’Iraq è identificato quale “espansione sciita” (8.C)
– uno “Stato islamico” sunnita potrebbe essere devastante per “l’unità dell’Iraq” e potrebbe “facilitare il rinnovamento degli elementi terroristici che da tutto il mondo arabo entrano nell’arena irachena”. (Vedi l’ultima riga del .pdf)daesh-cia-990x180Tratto dalle sette pagine del rapporto declassificato della DIA:

R 050839Z 12 agosto

Situazione generale:
A. Internamente, la situazione assume un andamento chiaramente settario.
B. Salafiti, Fratelli Musulmani e AQ (al-Qaida) sono le principali forze che guidano l’insurrezione in Siria.
C. Occidente, Paesi del Golfo e Turchia sostengono l’opposizione; mentre Russia, Cina e Iran sostengono il regime.

3. (C) al-Qaida in Iraq (AQI): … B. AQI sostiene l’opposizione siriana DALL’INIZIO, ideologicamente e attraverso i media…

4.D. Vi era una regressione dell’AQI dalle province occidentali dell’Iraq negli anni 2009-2010; tuttavia dopo l’avanzata della rivolta in Siria, le potenze religiose e tribali regionali cominciarono a simpatizzare per la rivolta settaria. Tale (simpatia) è apparsa nel sermoni del venerdì di preghiera, invocando volontari per sostenere i sunniti in Siria.

7. (C) Ipotesi sul futuro della crisi:
A. Il regime sopravvive ed ha il controllo sul territorio siriano.
B. Sviluppo degli eventi attuali in una guerra per delega: …le forze dell’opposizione cercano di controllare le zone orientali (Hasaqa e Dayr al-Zur), adiacenti alle province occidentali irachene (Mosul e Anbar), oltre che ai confini turchi. Paesi occidentali, Paesi del Golfo e Turchia sostengono tali sforzi. Tale ipotesi molto probabilmente è in linea con gli ultimi fatti, contribuendo a preparare santuari protetti internazionalmente, come accadde in Libia quando Bengasi fu scelta come centro di comando del governo provvisorio.

8.C. Se la situazione degenera c’è la possibilità di dichiarare un principato salafita aperto o segreto nella Siria orientale (Hasaqa e Dayr al-Zur), questo è esattamente ciò che le potenze che sostengono l’opposizione vogliono per isolare il regime siriano, considerato una profondità strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)
8.D.1. … Il SIIL potrebbe anche dichiarare lo Stato islamico attraverso l’unione con altre organizzazioni terroristiche in Iraq e Siria, creando una grave minaccia all’unità dell’Iraq e all’integrità del suo territorio.B7y3bj1CIAI7OQf.jpg largeTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Hezbollah: l’avanguardia invisibile della Resistenza

Layth al-Fadil al-Masdar 14 maggio 2015CFKuqoEWMAAgAUEPoco dopo che Hezbollah ha liberato la vetta strategica di Tal al-Musa, un soldato delle Forze di Difesa Nazionale (NDF) si precipitava a congratularsi con i combattenti della Resistenza per la vittoria; tuttavia, con suo grande disappunto, il gruppo della Resistenza libanese aveva già lasciato il sito. “Dove sono andati? Come fanno a sparire come fantasmi?” Una volta disceso il tramonto sulle montagne del Qalamun, nella Siria occidentale, Hezbollah scompare, all’insaputa di molti osservatori del conflitto siriano; è una di quelle verità inspiegabili che sconcerta la maggior parte dei giornalisti, che si sforzano di capire questi “fantasmi” nel bel paesaggio del Libano. Hezbollah non è un gruppo paramilitare ordinario; la sua struttura è più segreta e complessa della mafia statunitense, non si sa chi sono i comandanti in campo sono e nessuno ne conosce i movimenti.

Chi è Hezbollah?
Il termine “Hezbollah” viene tradotto in “Partito di Dio”, le cui bandiere e slogan si fondano sulla devozione nell’Islam; questo è uno dei motivi per cui è conosciuta come “Muqawama al-Islamiya” (Resistenza islamica) in arabo. Per i soldati di Hezbollah, il pensiero del martirio non è un timore; è qualcosa che accolgono come parte del dovere verso Allah e l’Islam, morire in battaglia è un preludio della ricompensa finale nel Jannah (Paradiso). Come i drusi del Levante, Hezbollah non è aperta al pubblico. I pochi prescelti che combattono per Hezbollah aderiscono a una confraternità nata tra la popolazione sciita del Libano (prevalentemente nei Governatorati di Nabatiyah, Biqa e Bayrut). Mentre Hezbollah non è l’unica organizzazione sciita in Libano (c’è l’Haraqat Amal), riceve gran parte del sostegno della fazione religiosa nel Paese. Alcune persone addirittura sostengono che Hezbollah sia la forza più potente del Libano, e non è un presupposto esagerato. Il più importante membro di Hezbollah e volto dell’organizzazione, Sayad Hasan Nasrallah (“Abu Hadi”), divenne Segretario Generale dopo la morte di Sayad Abas al-Musawi per mano del Mossad (servizi segreti israeliani). Sayad Nasrallah è un leader aggregante che spesso parla in pubblico e i cui interventi dal forte impatto forniscono le uniche informazioni sui movimenti di Hezbollah.

Hezbollah oggi
La guerra in Siria ha costretto Hezbollah a rendersi più visibile per la durata del conflitto. Tuttavia, nonostante ciò, Hezbollah resta invisibile e relativamente sconosciuta. Ha liberato la maggior parte delle montagne del Qalamun senza mostrare immagini o video del successo. In realtà, la maggior parte delle immagini mediatiche presentate al pubblico sui monti Qalamun appartengono alle NDF e alla 1.ma Divisione Corazzata dell’Esercito Arabo Siriano; tuttavia Hezbollah fornisce la maggior parte dei combattimenti sul confine libanese. Non sorprende che quando Hezbollah ha liberato il borgo storico di Malula, fornì la maggior parte dei combattimenti. Una volta che la battaglia fu vinta, un soldato di Hezbollah suonò la campana della chiesa e salutò la statua della Vergine Maria. Mentre i media e la popolazione civile delle città vicine si precipitavano a Malula, dopo la battaglia, Hezbollah si rese irreperibile. Forse questo è ciò che ne fa un’organizzazione speciale; la sua dedizione e perseveranza nella vittoria usurpa il desiderio di notorietà e gloria individuale. Questi uomini hanno grande zelo in ogni causa a cui partecipano; ciò è evidente dal loro impegno a disciplina e vittoria.hezbollah-flagTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Tra “Turkish Stream” e genocidio armeno: il doppio gioco della Turchia

Andrej Rezchikov e Mikhail Moshkin, Rusvesna, 15 maggio 2015 – Fort Russ605x328putin_erdoganLa Turchia sembra essere seriamente offesa dalla Russia per la sua posizione sul genocidio armeno: dichiarazioni ostili, anche sulla Crimea, si susseguono. Le relazioni tra i due Paesi si raffreddano interessando il progetto, fondamentale per la Russia, del “Turkish stream“?

Il ministro degli Esteri turco Chavushoglu ha scoperto violazioni dei diritti umani in Crimea
Il ministro degli Esteri della Turchia Mevlut Chavushoglu ha detto che la delegazione turca informale, che ha visitato la Crimea, ha trovato segni di violazioni dei diritti umani. “In particolare, i tartari della Crimea continuano ad essere sotto pressione“, ha detto. Secondo il ministro degli Esteri, la delegazione informale era composta da due gruppi. “Uno ha incontrato le attuali autorità de facto della Crimea (così la Turchia sottolinea di non riconoscere la legittimità delle autorità della Crimea – ndr). L’altro si mescolava con la gente del posto studiando la situazione della popolazione, parlando con essa brevemente. Il rapporto sarà pubblicato in seguito“, ha promesso il ministro alla conferenza stampa del vertice dei ministri degli esteri della NATO, tenutosi nella città di Belek, nei pressi di Antalya. Le osservazioni di Chavushoglu sono strane, date le dichiarazioni dei membri della delegazione turca in visita in Crimea. Il 29 aprile, il capo della delegazione Mehmet Uskul, arrivato nella Repubblica per la visita di tre giorni, ha dichiarato di essere soddisfatto della situazione dei tartari della Crimea. “In due giorni la nostra delegazione ha incontrato il governo di Crimea, rappresentanti pubblici, visitato i luoghi di residenza dei tatari di Crimea“, riferiva RIA Novosti citando il capodelegazione. “Ciò che vedo oggi è incoraggiante, sono incredibilmente grato alla Crimea per l’ospitalità e, a sua volta, le invitiamo a visitare la Turchia“.

“Annessione illegale della Crimea”
Ancora più drammatiche le dichiarazioni di altri capi turchi. “L’annessione illegale della Crimea non può essere riconosciuta in alcun modo”, annunciava il primo ministro Ahmet Davutoglu alla riunione dei ministri degli Esteri della NATO. Come riportato da RIA Novosti, il primo ministro turco ha chiesto di sostenere l’Ucraina, “in modo che possa provvedere alla sicurezza del proprio popolo“. “Tendendo una mano all’Ucraina, non dobbiamo dimenticare le sofferenze del popolo della Crimea… tenersi in contatto con i tartari della Crimea e impedirne l’isolamento è fondamentale“, ha detto Davutoglu, il cui discorso è stato trasmesso sul sito web della NATO. Il ministro degli Esteri della Turchia Mevlut Chavushoglu, a sua volta ha detto, parlando alla stessa riunione, che le azioni della Russia contro Ucraina, Crimea e Georgia non possono essere considerate valide.

Alla Georgia hanno promesso un posto nella NATO
Il tema georgiano risuonò nel discorso del capo del ministero degli Esteri turco il giorno successivo. Chavushoglu ha detto che la Turchia sostiene l’adesione della Georgia alla NATO. “Ora abbiamo quattro Paesi candidati, Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Macedonia e Georgia. E vogliamo che il vertice del 2016 abbia per scopo l’ampliamento (dell’Alleanza)“, ha detto Chavushoglu. Nota, su questo tema Ankara “mette il carro davanti ai buoi”. Il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, nella riunione dell’11 maggio a Bruxelles con il presidente georgiano Giorgi Margvelashvili, pur sottolineando che “la Georgia si avvicina alla NATO”, non ha chiesto alcuna scadenza specifica per l’eventuale adesione all’Alleanza. Il segretario generale della NATO non ha parlato dell’espansione dell’Alleanza in occasione della riunione ministeriale di Antalya. Ha tuttavia ammesso che “la NATO aumenta la presenza nella parte orientale dell’Alleanza, anche nella regione del Baltico“. Ciò che Stoltenberg chiama rafforzamento è “la reazione alle azioni della Russia in Ucraina” quale misura “di natura puramente difensiva”. “Le nostre azioni sono proporzionate e rispettano pienamente i nostri obblighi internazionali“, ha detto il segretario generale dell’Alleanza.

“A tal proposito un compromesso è impossibile”
E’ evidente che le dichiarazioni antirusse di Ankara, anche menzionando la politica “sbagliata” di Mosca in Crimea e Ucraina, fanno seguito alla visita del presidente russo Vladimir Putin a Erevan per il 100° anniversario del genocidio armeno. Il 24 aprile Putin ha visitato il memoriale Tsitsernakaberd, istituito nel ricordo della tragedia del 1915, e ha dichiarato che “non ci può essere alcuna giustificazione per ciò che è successo“. La Turchia, per cui la questione del riconoscimento del genocidio è il soggetto più doloroso, ha reagito immediatamente. “Nonostante tutti i nostri avvertimenti, il Presidente della Russia Putin ha descritto gli eventi del 1915 quale genocidio, cosa che non accettiamo e che condanniamo“. Ha detto la dichiarazione del ministro degli Esteri turco. “Perciò vi fu una conversazione tra i leader dei nostri due Paesi, Recep Tayyip Erdogan sapeva bene dei piani di Putin per visitare l’Armenia, è anche che il nostro Paese sarà rappresentato a livello molto alto, il 24 aprile, in Turchia“, ha detto ai giornalisti l’assistente del Presidente Putin Jurij Ushakov. Il segretario stampa del Presidente, Dmitrij Peskov, ha detto che la Russia apprezza le relazioni con la Turchia e non ritiene che la partecipazione del Presidente Vladimir Putin agli eventi commemorativi in Armenia influenzi negativamente queste relazioni. Tuttavia, tre giorni dopo, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha “ricordato” la Crimea. Il capo turco ha detto che la Russia dovrebbe essere ritenuta responsabile delle sue azioni in Crimea e Ucraina prima di condannare il massacro degli armeni da parte degli ottomani nel 1915. L’8 maggio, il quotidiano turco “Milliyet” ha riferito che il presidente Erdogan, in un incontro con degli storici turchi, non ha escluso la possibilità di richiamare l’ambasciatore a Mosca per la posizione della Russia sul genocidio armeno, almeno questo è stato sostenuto dallo storico Mustafa Armagan presente alla riunione. Ha riferito le parole del capo turco così: “il presidente ha detto di aver discusso al telefono la questione con Putin e gli ha detto che era deluso. Secondo lui, il nostro rapporto con Mosca è buono, si comprende con con il Presidente della Russia, ma a tal proposito è impossibile avere compromessi. Erdogan ha sottolineato che, se necessario, la Turchia richiamerà l’ambasciatore dalla Russia e ridurrà le relazioni diplomatiche al console generale o incaricato d’affari“.

Sulla via del Turkish stream
Il deterioramento delle relazioni tra Ankara e Mosca (almeno, a livello di retorica) è in forte contraddizione con la continua e approfondita cooperazione economica tra i due Paesi, soprattutto nel settore energetico. Il governo russo ha approvato il piano aggiornato dei gasdotti comprendente il “Turkish stream“. Il 9 maggio, la società italiana Saipem, appaltatrice della costruzione del gasdotto, ha riferito che Gazprom ha ordinato di avviarne i lavori di costruzione. Durante i negoziati preliminari tra il direttore di Gazprom Aleksej Miller e il ministro dell’Energia e delle Risorse Naturali della Turchia, Taner Yildiz, è stato deciso di avviare le operazioni del gasdotto nel dicembre 2016. Si presume che il gas del primo gasdotto, per un volume di 15,75 miliardi di metri cubi, andrà sul mercato turco. Come già spiegato al giornale “Vzglyad” dalla ricercatrice del Centro per la sicurezza euro-atlantica dell’Istituto di Relazioni Internazionali Julia Kudrjashova, il “Turkish stream” è molto vantaggioso per la Turchia, in quanto nel “South Stream” era solo uno Stato di transito, ed ora effettivamente depositerà il gas e potrà unirvi il gas del gasdotto TANAP (progetto in collaborazione con l’Azerbaigian). Il vantaggio per la Russia è evidente, se il progetto “Turkish stream” diverrà realtà, la questione dei rischi di transito del gas ai consumatori europei attraverso l’Ucraina perderà rilevanza. Un mese prima l’AD di Gazprom Aleksej Miller ha detto che il fallimento del vecchio progetto, “South Stream“, perseguiva uno scopo, conservare il transito del gas attraverso l’Ucraina all’Europa. “Se qualcuno pensa che, anche bloccando il “Turkish stream”, di raggiungere tale obiettivo, è in grave errore“, aveva detto Miller. L’attuazione del progetto (la capacità del nuovo gasdotto dovrebbe raggiungere i 63 miliardi di metri cubi) chiaramente infastidisce gli Stati Uniti. Come già indicato dal quotidiano “Vzglyad“, l’inviato speciale del dipartimento di Stato per gli affari internazionali dell’energia, Amos Hochstein, ha ammesso presso i Greci, ad Atene, che gli USA non vogliono un gasdotto russo attraversi la loro terra. Del volume totale di 63 miliardi di metri cubi, circa 50 sarebbero consegnati a un hub sul confine turco-greco. “Certo, gli Stati Uniti non vogliono questo gasdotto, come Hochstein ha onestamente e direttamente spiegato durante il nostro ultimo incontro“, ha ammesso il ministro per la Riforma industriale, Ambiente ed Energia della Grecia, Panagiotis Lafazanis. Il progetto del transito del gas russo ai clienti europei attraverso la Turchia e l’hub greco è stato reso possibile dall’accordo del dicembre dello scorso anno tra i Presidenti Putin e Erdogan.

La relazione non sarà sacrificata
Il direttore del centro di ricerca “Medio Oriente-Caucaso” Stanislav Tarasov ritiene che non sia necessario parlare di alcun raffreddamento delle relazioni russo-turche. Secondo lui, nel Paese s’è sviluppata una seria lobby pro-russa che, “con qualsiasi cambiamento di regime non sacrificherà i rapporti russo-turchi”. “I capi che fanno tali affermazioni non hanno alcuna visione politica. Non hanno futuro. Il benessere della Turchia dipende ora dalla Russia. È Vladimir Putin che può mantenere stabile il regime di Erdogan, che potrebbe perdere le elezioni parlamentari. La Turchia si trova nell’instabilità geopolitica. C’è una questione curda, una questione siriana, l’Iraq… Sono circondati da nemici e Chavushoglu vuole che la Russia diventi anch’essa nemica. E neanche lui avrà successo“, ha detto Tarasov al giornale “Vzglyad“. È convinto che il capo del Ministero degli Esteri turco abbia fatto dichiarazioni opportunistiche. Tarasov ha suggerito che tale retorica è stata preceduta da una serie di eventi. Prima di tutto il vertice della NATO a Antalya, così come la visita del segretario di Stato degli USA John Kerry a Sochi. A tal proposito, “Ankara s’è resa conto che le grandi potenze giocano senza di essa. I colloqui a Sochi non erano solo sull’Ucraina, ma anche su Yemen, Iraq, Siria. E la Turchia è direttamente coinvolta in tali processi. La Turchia voleva invadere la Siria, ma non le è stato permesso e la diplomazia turca è giunta a un punto morto, e le elezioni parlamentari di giugno sono imminenti. Da qui tali dichiarazioni contraddittorie“, ritiene l’esperto. Inoltre, l’analista politico è certo che le dichiarazioni antirusse di Chavushoglu testimonino il tramonto della sua carriera. Ha ricordato che la Turchia non ha aderito alle sanzioni occidentali contro la Russia. “Molti turchi sono assai contenti che la Crimea si sia unita alla Russia. Quando la diaspora dei tatari di Crimea in Turchia ha saputo che il flirt del Majlis del popolo tartaro di Crimea con Kiev era finto nel disastro, ha espresso il desiderio di tornare in Crimea. Sei milioni di persone possono approfittarne. Solo in Crimea saranno accettati come tatari di Crimea, in Turchia sono turchi“, ha detto.

La Turchia distrae l’occidente
Le dure critiche delle autorità turche nei confronti della Russia sono legate alla riunione dei ministri degli Esteri della NATO a Antalya, secondo la ricercatrice del Centro per la sicurezza euro-atlantica dell’Istituto di Relazioni Internazionali Julia Kudrjashova. “Dato che John Kerry arrivato qui ed ha avuto trattative con i rappresentanti delle autorità turche, la Turchia doveva in qualche modo sostenere politicamente la NATO”, ha detto al giornale Vzglyad. I negoziati dei ministri degli Esteri dell’Alleanza sono iniziati il 13 maggio, principale argomento discusso era la politica verso la Russia sulla situazione in Ucraina. Kudrjashova ha notato che il presidente turco ha anche rifiutato di recarsi in Russia per la Parata del Giorno della Vittoria”. Erdogan doveva ancora trovare qualche motivo per non parteciparvi. Dopo tutto, la Turchia è stata accusata dai Paesi occidentali di non adesione alle sanzioni, di sviluppare piani economici, per esempio il “Turskish stream“, ha detto l’esperta. “Al fine di distogliere l’attenzione dei Paesi occidentali, per difendersi dalle critiche per le relazioni economiche con la Russia, la Turchia doveva dimostrare che è politicamente schierata con l’occidente, sostiene i principi base della NATO, non supporta politicamente la Russia, condanna gli eventi in Crimea e Ucraina“. Criticare politicamente la Russia è ancora necessario. “Allora, Erdogan ha capitalizzato l’intervento di Putin sul genocidio armeno trovando una comoda copertura per condannare la Russia”, ha detto Kudrjashova. “Allo stesso tempo, la Turchia non potrà mai abbandonare gli interessi economici in Russia, è molto pragmatica e capisce che le sanzioni danno alla Turchia una possibilità“, ha detto l’esperta.

w645_risultatoTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: frattura italiana

Alessandro Lattanzio, 13/5/2015map-of-egyptNei colloqui tra il capo dell’esercito nazionale libico Qalifa Haftar e il Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), nell’ambito delle manovre tra i vertici militari di Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Quwayt, Sudan, Bahrayn e Arabia Saudita per tracciare una linea per stabilizzare la Libia, l’EAU vendeva all’esercito di Tobruq 5 elicotteri d’attacco Mil Mi-35 Hind e altro equipaggiamento di origine russa, tra cui armi anticarro e munizioni perforanti. Gli incontri riguardavano l’organizzazione dei capi tribali libici per supportare un possibile intervento arabo. Tale passo sarebbe ritenuto cruciale nella stabilizzazione della Libia, secondo il governo egiziano. “Un incontro per coordinare le diverse tribù in Libia rafforzerebbe la credibilità di un’azione della forza araba congiunta in Libia“, affermava Jean-Marc Rickli, professore del dipartimento di Studi per la Difesa del King College di Londra. Ai colloqui potrebbero partecipare anche Francia e Italia; alla “Francia è stato chiesto di fornire logistica e forze speciali mentre all’Italia di fornire supporto navale“, affermava una fonte della Lega Araba. “Una Libia preda delle convulsioni della guerra civile è fonte d’instabilità per il Nord Africa e il Mediterraneo, in quanto rappresenta un buco nero geopolitico che genera il fenomeno della criminalità internazionale del traffico di droga, armi, persone e del terrorismo di matrice religiosa”, dichiarava Andrea Margelletti, presidente del Centro di Studi Internazionali di Roma. “Inoltre, vi sono interessi economici italiani in Libia che il nostro governo intende proteggere, soprattutto nel settore degli idrocarburi“. Tutte le parti hanno espresso preoccupazione per la crescente influenza del gruppo terroristico dello Stato islamico e della possibile sua espansione dalla Libia destabilizzata. Tale convergenza Italia-Lega araba va relazionata con la posizione degli elementi filo-sionisti della politica italiana (Dellavedova, Cicchitto, Caracciolo), che invece supportano il ‘dialogo’ con lo Stato islamico e il riconoscimento della fazione islamista, supportata da Turchia-Israele-Qatar, che governa a Tripoli. Infatti, il 7 maggio 2015 si svolgeva presso il Centro Alti Studi della Difesa, a Roma, una conferenza sulla Libia organizzata dal Comitato Atlantico Italiano, con la presenza dell’ex-ministro degli Esteri giordano Abdulillah Qatib, di Muhamad Dahlan, ex-Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’ANP e noto agente della CIA, di Abdelaziz Quti del parlamento tunisino ‘dissidente’ del partito laico antislamista Nida Tunis, dell’ex-ministro degli Esteri egiziano Muhamad al-Urabi, utilizzato da Washington per rovesciare Mubaraq ed insediare al potere i Fratelli mussulmani, di Numan Binutman, ex-quadro del Gruppo Combattente Islamico Libico (LIFG), ovvero al-Qaida in Libia, ed attuale presidente della Quillion Foundation, think tank neocon gestito dall’intelligence inglese e dal Mossad, e dall’ambasciatore libico presso il Vaticano Mustafa Rugibani. Tra gli italiani vi erano i parlamentari sionisti Benedetto Dellavedova e Fabrizio Cicchitto, il presidente del Comitato Atlantico Italiano Fabrizio Luciolli, l’ammiraglio Rinaldo Veri presidente del CASD e sostenitore dell’aggressione a Libia e Siria, amico e referente di Elisa Fangareggi, presunta responsabile di una presunta ONG italiana che opera in Siria e cogestisce un “centro per rifugiati” in Turchia assieme all’IHH, organizzazione sospettata di legami con al-Qaida. L’argomento della conferenza era “la necessità di creare un governo di unità nazionale” come primo passo per la stabilizzazione del Paese. Secondo l’ex-ministro giordano e Dahlan, “l’Unione Europea deve trattare con l’unico governo eletto (Tobruq) e rafforzare l’esercito del generale Haftar, forse l’unico in grado di unificare il Paese e procedere all’integrazione delle varie milizie nelle forze armate. Ciò non vuol dire che l’Europa debba intervenire militarmente, ma la diplomazia da sola non basta senza un po’ di forza”. Quti era sulla stessa linea, ponendo l’accento sulla “necessità di procedere al disarmo delle milizie che, con l’aiuto dell’Europa, andranno poi incluse in un nuovo apparato di sicurezza, in modo che possano partecipare alla ricostruzione della Libia”. Per Binutman bisognava agire “soprattutto nel Fezan”, dove si concentra la presenza della Resistenza jamahiriyana e, sempre secondo Binutman, la Libia va federalizzata. Se Luciolli invocava l’intervento diretto dell’Italia assieme ad Egitto ed Emirati Arabi Uniti e senza badare all’ONU e all’UE, il filo-islamista Vieri indicava “difficoltà negli Stati occidentali ad inviare truppe in una spedizione confusa e rischiosissima”, mentre i sionisti Dellavedova e Cicchitto sostenevano la mera soluzione diplomatica della missione dell’ONU guidata da Bernardino Leon, agente del Gruppo Bilderberg.
Da tutto ciò, quindi, appare evidente una frattura emergente in Italia riguardo la situazione in Libia: la fazione filo-turco-sionista (banda Caracciolo-Debenedetti) vuole riconoscere gli islamisti di Tripoli, e un’altra filo-inglese vuole appoggiare con le armi l’intervento in Libia (banda Renzi).
world_01_temp-1430377539-5541d443-620x348 Nel frattempo, il 29 aprile 2015, il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi incontrava a Cipro l’omologo cipriota Nicos Anastasiades, assieme al ministro del Petrolio Sharif Ismail, al ministro degli Esteri Samah Shuqri e al ministro degli Investimenti Ashraf Salman. Il presidente egiziano aveva espresso gratitudine per il sostegno di Cipro all’Egitto in seno all’Unione europea e sottolineava il sostegno dell’Egitto verso la causa cipriota nella disputa con la Turchia che occupa la parte settentrionale dell’isola. Inoltre, Sisi aveva avuto un vertice con Anastasiades e il primo ministro greco Alexis Tsipras, nell’ambito della formazione di un polo filo-russo nel Mediterraneo orientale, contrappeso dell’asse atlantista Turchia-Israele-Qatar-Fratellanza musulmana. Infatti, il premier Tsipras aveva dichiarato a conclusione del vertice trilaterale Grecia-Cipro-Egitto di Nicosia che la Grecia era decisa a procedere alla delimitazione delle zone marittime, sul Mediterraneo orientale, nel rispetto del diritto internazionale e del diritto marittimo, osservando che tale processo non solo è nell’interesse dei tre Paesi, ma di tutti gli altri Paesi della regione, interessati a cooperare nel delimitare le zone marittime secondo i principi del diritto internazionale, e nel rafforzare la cooperazione nella sicurezza regionale per affrontare l’islamismo radicale, “una minaccia alla nostra civiltà”, come aveva sottolineato. Tsipras inoltre indicava la necessità di approfondire la cooperazione tra Grecia ed Egitto, sottolineando che “la cooperazione economica, commerciale ed energetica contribuisce efficacemente nel porre i presupposti del consolidamento di prosperità, pace e stabilità nella regione“. Da parte sua, il presidente cipriota Nicos Anastasiades affermava che gli sviluppi allarmanti in certi Paesi della regione, come Siria, Iraq, Yemen, intensificano la necessità di un’azione congiunta della comunità internazionale per affrontare tali sfide. Sul processo di pace in Medio Oriente, Anastasiades aveva dichiarato “ribadiamo la posizione di principio nel raggiungere una pace giusta e duratura con la creazione dello Stato autonomo e sovrano di Palestina secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite, e abbiamo discusso dei crescenti flussi migratori quali minacce non solo ai Paesi della regione, ma a tutti i Paesi europei. Con l’intensificarsi dei nostri sforzi, gli obiettivi che ci siamo posti saranno raggiunti e saranno un modello di cooperazione per gli altri Paesi della regione“. Il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi dichiarava che “il secondo vertice tra i tre Paesi in soli sei mesi riflette la volontà di approfondire la nostra cooperazione. Cerchiamo la cooperazione nel plasmare un futuro brillante per i nostri popoli secondo tolleranza, pace, stabilità e giustizia sociale“. Il presidente egiziano, parlando anche del suo incontro con il primo ministro greco, aveva detto: “Oggi abbiamo deciso di aprire nuovi orizzonti alla cooperazione tra i nostri Paesi nei trasporti, energia e turismo“, concordando sulle misure per combattere il terrorismo e la necessità di risolvere il problema del Medio Oriente con la creazione dello Stato palestinese, secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite.Alexis-Tsipras-Nicos-Anastasiades-and-Abdel-Fattah-el-Sissi-Apr2915_afp-Stavros-IoannidesIl 27 febbraio 2015, da La Spezia salpava la nave d’assalto anfibio San Giorgio, per poi imbarcare a Brindisi incursori del Comsubin (Comando subacquei e incursori), nell’ambito delle manovre Mare Aperto, tra Tirreno e Ionio, previste per il 2 marzo. Probabilmente si trattava di sorvegliare il gasdotto Greenstream, pipeline sottomarina dell’ENI che si estende per 520km da Malitah a Gela. Il primo ministro libico Abdullah al-Thini dichiarava che il suo governo avrebbe smesso di trattare con la Turchia perché inviava armi al governo islamista di Tripoli. “La Turchia non tratta onestamente con noi. Esporta armi uccidendo il popolo libico“. Il portavoce del ministero degli Esteri della Turchia, Tanju Bilgic, rispose, “Invece di ripetere le stesse accuse infondate e non veritiere, consigliamo di sostenere gli sforzi delle Nazioni Unite per il dialogo politico. La nostra politica nei confronti della Libia è molto chiara. Siamo contro qualsiasi intervento esterno in Libia e sosteniamo pienamente il processo del dialogo politico con la mediazione delle Nazioni Unite“. Thini aveva anche accusato il Qatar di dare sostegno “materiale” agli islamisti. Infine al-Thini avvertiva che le forze libiche ed egiziane avrebbero agito in modo coordinato contro lo Stato islamico, “Ogni volta che c’è un pericolo o una minaccia, ci saranno attacchi aerei in totale coordinamento tra Egitto e Libia. Lo Stato islamico è ben consolidato nella regione di Sirte e non nasconde la sua presenza a Tripoli. Se le truppe non sono rifornite delle armi di cui hanno bisogno, il gruppo terroristico si diffonderà in tutta la Libia“.
1506503 Il 2 marzo Qalifa Belqasim Haftar veniva nominato comandante in capo dell’esercito nazionale libico dal presidente del parlamento di Tobruq. Questa nomina seguiva la decisione del governo di Tobruq di sospendere la partecipazione ai colloqui dell’ONU, guidati da Bernardino Leon dal settembre 2014, in risposta alle pressioni della NATO affinché nel governo libico venissero inclusi gli islamisti. Alcuni giorni prima lo Stato islamico aveva ucciso 45 persone con delle autobombe nella città di al-Quba. Le Nazioni Unite aveva invitato i due parlamenti libici a nuovi colloqui in Marocco, ma la riunione venne rinviata, quindi l’11 febbraio Leon incontrava separatamente gli esponenti dei due parlamenti nel sud della Libia.
Il 3 marzo, aerei libici bombardavano l’Aeroporto Internazionale Mitiga di Tripoli, “Un jet da combattimento leale al capo dell’esercito Qalifa Belqasim Haftar ha effettuato un raid su Mitiga, senza causare danni” affermava l’agenzia turca Anadolu, ma la Guardia Petrolifera della Libia annunciava che “l’aviazione libica ha lanciato attacchi aerei contro gruppi armati situati nell’aeroporto di Mitiga. A partire da oggi, le operazioni militari inizieranno a Tripoli contro le milizie posizionate negli aeroporti e altre parti della capitale“. L’esercito libico effettuava le incursioni aeree sull’aeroporto, perché “via d’accesso dei rifornimenti logistici” del gruppo islamista “Alba di Libia”. Intanto Abdalhaqim Belhadj, il terrorista islamista a capo del Gruppo combattente islamico libico, fantoccio degli USA, aderiva allo Stato islamico in Libia e ne supportava i campi di addestramento a Derna. Dopo aver partecipato al golpe e all’invasione della Jamahiriya Libica nel 2011, Belhadj, collegato ad al-Qaida, fu nominato capo del Consiglio militare di Tripoli, posizione che mantenne fino al maggio 2012. Belhadj era collegato agli attentati terroristici del 2004 a Madrid e all’omicidio di due politici tunisini, oppositori dei Fratelli musulmani. I terroristi del SIIL decapitavano 8 guardie libiche dopo aver attaccato il campo petrolifero di al-Ghani, presso la città di Zalah. Inoltre, i terroristi rapirono anche 9 lavoratori stranieri, tra cui 4 filippini, 1 ceco, 1 ghanese, 1 austriaco e 1 bangleshi.
Il 20 marzo, nonostante le trattative a Rabat, le forze di Tobruq lanciavano l’offensiva su Tripoli, che vide una serie di attacchi aerei su obbiettivi islamisti presso l’aeroporto di Mitiga e l’avanzata delle milizie zintani a sud di Tripoli, appoggiate da elementi di Bani Walid addestrati dalle forze speciali francesi. Le forze di Tobruq disporrebbero di 11 velivoli, tra cui 3 caccia MiG-21bis del 2° Squadrone caccia della base Nasser, 4 caccia MiG-23 del 2° Squadrone cacciabombardieri di Labraq, 4 elicotteri d’attacco Mi-24 del 1° Squadrone elicotteri della base al-Watyah e del 1° Squadrone da ricognizione della base Nasser. Inoltre, a questi aerei si aggiunsero 11 caccia MiG-21MF e 4 elicotteri d’assalto Mi-8 egiziani. I velivoli vennero schierati nelle basi di Benina (Bengasi), Labraq, Martubah (Derna) e Nasser (Tobruq), in Cirenaica e al-Watyah in Tripolitania, tutte controllate da Tobruq, per le operazioni contro le milizie islamiste occupanti Tripoli e Qiqla. Tobruq disponeva anche di 60000 uomini, tra cui i 2000 della Brigata al-Sayqa delle forze speciali, formata da soldati dell’esercito della Jamahirya Libica inquadrati da 2-300 consiglieri delle forze speciali egiziane. Le forze di Tobruq disponevano di 10 carri armati T-62 e T-55, 300 veicoli da combattimento BMP-1, 50 BTR-60PB, 20 M113, 10 sistemi anticarro Khrizantema-S, 100 blindati Nimr II, 200 Humvee, 30 BRDM-2 equipaggiati con missili anticarro AT-3 Sagger, 20 blindati Puma italiani, 10 SAM Igla-S (SA-24), 20 veicoli antiaerei M53/59 Praga del 503° Gruppo della Difesa Aerea. I 20000 miliziani di Zintan, comandati da Muqtar Qalifah Shahu, erano suddivisi tra 5 brigate dotate di tecniche, tra cui le brigate al-Qaqa comandata da Uthman Milayqtah, e al-Sawayq dell’ex-ministro della Difesa al-Juwayli e comandata da Imad Mustafa al-Trabulsi. Gli islamisti di Alba di Libia schieravano 40000 miliziani dell’Unione dei Rivoluzionari di Misurata del fratello mussulmano Salahuddin Badi, ex-capo dell’intelligence militare libica di Misurata; 20000 miliziani delle 4 brigate dell’organizzazione islamista Scudo Libico di Wisam bin Hamid, e 2-3000 terroristi di Abdalhaqim Belhadj. I misuratini disporrebbero di 800 tra mezzi e pezzi d’artiglieria e di 2000 pickup armati. Scudo Libico avrebbe circa 1200 autoveicoli, mentre i terroristi di Belhadj erano equipaggiati, riforniti ed addestrati dalle forze speciali turche e qatariote.
Il 25 marzo, a Bengasi lo Stato islamico faceva esplodere un’autobomba contro un checkpoint dell’esercito, uccidendo 5 soldati e 2 civili.
Il 30 marzo, il governo libico elogiava la decisione della Lega Araba sullo Yemen, aggiungendo che la situazione nello Yemen è simile a quella in Libia. Al vertice arabo in Egitto, del 28-29 marzo, i capi arabi avevano espresso disponibilità a sostenere il governo di Tobruq.
CEWDE2lVIAAQ00i Dopo aver ricevuto 3 caccia MiG-21MF e 3 elicotteri Mi-8 dall’Egitto, l’aeronautica libica riceveva altri 2 MiG-21MF egiziani, stanziati nella base aerea Gamal Abdal Nasser, presso Tobruq. Inoltre, un piccolo numero di cacciabombardieri Mirage F.1AD veniva riattivato presso la base aerea al-Watiya. La Libia originariamente acquistò 38 Mirage F.1: 16 cacciabombardieri Mirage F.1AD, 18 caccia-intercettori Mirage F.1ED, 6 velivoli di addestramento Mirage F.1BD e un enorme stock di pezzi di ricambio e munizionamento, alla fine degli anni ’70. Questi aerei entrarono in servizio nel 1011.mo e 1012.mo Squadrone della base aerea al-Watiya, costruita dai francesi. Una parte dei Mirage fu distaccata ad Aozou, tra Libia e Ciad. Parte della flotta di Mirage F.1 fu radiata negli anni ’90 per l’embargo imposto alla Libia, mentre un grosso quantitativo di pezzi di ricambio fu donato all’Iran per riattivare i Mirage F.1 ex-iracheni ceduti all’Iran nel 1991. Tale ordine personale di Gheddafi generò frustrazione presso l’aeronautica libica e le cui proteste furono vane. Nel 2011 la Libia aveva operativi solo 2 intercettori Mirage F.1ED e 1 addestratore Mirage F.1BD. Oggi, una parte dei Mirage è accantonata nel centro per la revisione di Tripoli, controllato dagli islamisti di Alba di Libia, e il resto rimane ad al-Watiya, base che non venne bombardata dalla NATO. Dei 45 hangar HAS presenti ad al-Watiya, solo 2 ospitano velivoli operativi, oltre a diversi depositi di munizioni nelle vicinanze. Al-Watiya fu riconquistata dal Libyan National Army (LNA) il 9 agosto 2014, dove nei 43 HAS si trovavano decine di cacciabombardieri Su-22, elicotteri d’attacco Mi-25 e 21 Mirage F.1. Oggi, nella base sono operativi 2 Su-22M3, 1 MiG-23UB e 1 Mirage F.1AD reso nuovamente operativo. A sua volta, gli islamisti di Alba di Libia controllano le basi aeree di Mitiga, Misurata e al-Jufra, dove disporrebbe di 2 aerei da addestramento Soko G-2 Galeb, 2 aerei da addestramento L-39, 1 aereo da supporto tattico J-21 Jastreb, 1 caccia MiG-23MLD, 1 caccia biposto MiG-23UB, alcuni aerei da addestramento SIAI-Marchetti SF-260 ed elicotteri. 1 MiG-23MLD islamista fu abbattuto da un missile Igla-S mentre bombardava l’aeroporto di Zintan, il 23 marzo 2015, uccidendo il pilota. Il 6 maggio, presso Zintan, l’esercito libico abbatteva un MiG-25PU della milizia islamista di Misurata. Infatti, gli islamisti di Alba di Libia erano riusciti ad riattivare un MiG-25PU, versione d’addestramento biposto del caccia-intercettore MiG-25PD. Il MiG-25PU non dispone di radar, sistemi di puntamento e sistemi di combattimento, ma il velivolo recuperato dagli islamisti, con l’aiuto di tecnici ucraini arruolati da turchi e qatarioti, sembra fosse dotato di un paio di piloni subalari per trasportare due bombe FAB-500T da 500kg, limitando le capacità operative del velivolo. Il MiG-25, il 28 febbraio 2015 fu dislocato nella base di al-Jufra, dove dal 2003 è depositata la maggior parte delle cellule di MiG-25 libici ospitate nei loro Hardened Aircraft Shelter (HAS). Il 25 marzo 2015 il velivolo fu spostato presso l’aeroporto di Mitiga, a Tripoli, prima di essere abbattuto su Zintan.
L’11 maggio, la nave cargo Tuna-1, battente bandiera delle isole Cook, mentre trasportava armi a Derna, controllata dal SIIL, veniva attaccata e danneggiata da aerei libici. Il cargo era di proprietà turca, “Condanniamo fortemente questo spregevole attacco a una nave civile in acque internazionali e condanniamo i responsabili“, dichiarava il ministero degli Esteri turco. Il cargo stava violando l’embargo imposto dall’esercito libico sulla regione e l’aviazione libica l’aveva bombardato quando era a 10 miglia da Derna. Il comandante dell’aviazione libica, Saqr al-Garushi, aveva affermato che “La nave ha violato le acque territoriali libiche nonostante gli avvertimenti dell’esercito. Inizialmente abbiamo sparato dei colpi di avvertimento e, visto che la nave non ci ha dato ascolto, gli abbiamo sparato direttamente“.tuna1-20150511-600x421Note:
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Eccezionalisti contro integrazionisti: la lotta eurasiatica

Andrew Korybko, The Saker 11 maggio 2015Barack Obama, Benjamin NetanyahuTutto il caos scatenato in Eurasia può essere attribuito alla battaglia esistenziale tra eccezionalisti ed integrazionisti, rappresentati rispettivamente dai mondi unipolare e multipolare. Ultimamente molto è stato scritto sul triangolo emergente su interessi difensivi e industriali tra Russia, Cina e Iran, ma non molto è stato pubblicato sull’alleanza aggressiva tra eccezionalismo statunitense, sionismo e wahhabismo, le tre ideologie dedite a dividere le diverse forze multipolari in Eurasia e perpetuare il dominio unipolare. Lo scopo dell’articolo non è affatto demonizzare le identità erroneamente coinvolte in tale associazione di ideologie (occidentali, ebrei, musulmani), ma piuttosto illustrare come le estremizzazioni ad esse associate siano divenute le più destabilizzanti forze in Eurasia, e come l”alleanza blasfema’ tra esse sia divenuta il primo istigatore dei conflitti nel supercontinente.

Le tre eccezioni
Una breve definizione dei tre promotori dell’instabilità:

Eccezionalismo statunitense:
Gli aderenti a tale ideologia hanno la convinzione radicata che la geografia unica e il processo storico del Paese gli conferiscano la leadership con diritto di proselitismo in tutto il mondo (anche militarmente, se necessario) dei loro modelli di governo, economico e sociali.

Sionismo:
I suoi sostenitori affermano che gli ebrei hanno un rapporto speciale con Dio e l’imperativo storico di ricreare il biblico Stato d’Israele, che dà così alla loro leadership il diritto di fare tutto ciò che considerano loro interesse globale.

Wahhabismo:
Convinzione acritica e fervente nella “purezza” di tale ceppo dell’interpretazione islamica che ne incoraggia i praticanti a commettere qualsiasi ferocia e barbarie, ritenuta necessaria a creare lo “Stato Islamico” globale.

Cerbero
Tali tre ideologie hanno somiglianze strutturali chiave che danno essenzialmente un volto distinto allo stesso attore, un moderno Cerbero dall’unica volontà. Ecco i punti in comune più importanti che li legano insieme:

Eccezionalismo:
I seguaci di tali ideologie si identificano come “speciali”, convincendosi di avere diritto a violare le regole stabilite e attuare il doppiopesismo, al fine di plasmare il mondo secondo i loro piani.

Inevitabilità storica:
Ciascuno di tali movimenti ritiene che il suo successo sia inevitabile, e che sia questione di “quando” e non di “se”.

Portata globale:
Di conseguenza, per facilitarne l’inevitabilità storica, partecipano a una strategia globale per salvaguardare i propri interessi e promuovere i propri organismi di base (Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita, rispettivamente).

Antagonismo alla multipolarità:
Per loro stessa natura, alcuna di tali ideologie è compatibile con multipolarismo e pluralismo del pensiero geopolitico, perciò sono sfruttate quale unico Cerbero nel tentativo di fermare e invertire questa tendenza globale.

Rappresentanza:
Non va commesso l’errore di dimenticare che tali movimenti non rappresentano la maggioranza dei loro associati (gli occidentali (europei subordinati quali eccezionalisti di secondo piano sotto la tutela degli USA), ebrei, musulmani), anche se ogni avanguardia ideologica tenta di creare tale illusione per ‘giustificare’ e ‘legittimare’ il controllo della minoranza estremista.

L’interazione degli interessi
Il Cerbero è formato da tre diverse facce che sposano una variante apparentemente incompatibile di eccezionalismo, ma in realtà complementari nell’obiettivo a lungo termine di sconfiggere la multipolarità. Hanno standard ipocriti condivisi, l’unica inclusività consentita nella loro visione è la convergenza a eccezionalismo, sionismo e wahhabismo come ultra-esclusivo super-modello unipolare. Sarà poi visto in un’altra sezione come tale disposizione instabile sia una mossa geo-ideologica che potrebbe seriamente ritorcersi contro sionismo e wahabismo, a beneficio geopolitico ultimo degli Stati Uniti (e forse anche di propria mano). Prima di arrivarvi però è necessario fare la cronaca di come la convergenza di interessi tra tali tre ideologie sia avvenuta, in primo luogo, e quale gioco di interessi si crea al centro della loro cooperazione strategica. Mentre può essere possibile documentare esempi precedenti alla seconda guerra mondiale, non fu che nelle sue conseguenze che le relazioni emersero e furono attivate su grande scala regionale nel Medio Oriente, avviando i processi distruttivi acceleratisi oggi. obama-king-salman-saudi-arabiaL’alleanza eccezionalista statunitense-sionista:
Gli Stati Uniti usciti dalla seconda guerra mondiale potevano proiettare l’esercito su tutta l’Eurasia, ma un teatro regionale (a parte il blocco sovietico) pose un problema notevole alla loro penetrazione, il Medio Oriente. Gli Stati Uniti avevano investito interessi geopolitici nell’unità araba frantumata dopo la seconda guerra mondiale (anche per impedire la possibile creazione di un’entità sovranazionale filo-sovietica) e crearono un polo geopolitico per consentirgli d’intervenire indirettamente e permanentemente suddividendo ogni attore regionale; da cui la creazione d’Israele e la formalizzazione della convergenza strategica eccezionalista-sionista. Il valore globale del Medio Oriente per la grande strategia dell’eccezionalismo statunitense verrà spiegata nel paragrafo seguente, ma ciò che è importante capire è che il rafforzarsi dell’eccezionalismo statunitense e il supporto al sionismo furono lo scopo della creazione del partner di prossimità con lo stesso interesse a sovrastare militarmente l’unità araba, esattamente il risultato ultimo delle guerre arabo-israeliane. Dopo che le coalizioni arabe furono sconfitte, la componente militare dell’unità araba fu neutralizzata, la cui importanza non va sottovalutata. Solo attraverso l’unità araba ci potrebbe essere la possibilità di sconfiggere Israele e di conseguenza eliminare il polo permanete degli Stati Uniti nel Medio Oriente, regione geostrategica che collega Europa ed Asia (posizionata per esercitare influenza su entrambe, se correttamente usata). Israele, a differenza di tutti gli altri alleati degli USA, dipende direttamente dagli Stati Uniti per la sua creazione ed esistenza, quindi è molto più affidabile essendo un solido alleato (ideologicamente e politicamente) più di qualsiasi altro Paese. Gli USA hanno bisogno di Israele per la posizione strategica e i servigi militari regionali per mantenere i governi arabi perennemente deboli e divisi, mentre Israele ha bisogno del supporto totale degli Stati Uniti per continuare ad esistere, spiegando così l’intensa profondità del mutuo sostegno. Nonostante la frattura militare dell’unità araba, Israele è incapace di distruggere il legame che unisce gli arabi, quindi un altro componente eccezionalista andava inserito per raggiungere tale obiettivo ed eliminare ogni possibilità che una coalizione araba possa mai minacciare Israele (e per estensione, la principale super-base eurasiatica gli Stati Uniti).

L’arma wahabita:
L’ideologia ufficiale dell’Arabia Saudita, il wahhabismo, fu quindi scelta come ideologia distruttiva necessaria per lacerare l’unità araba e diffondere per generazioni discordie identitarie inconciliabili tra le popolazioni arabe. Ciò pone alle sue vittime un grande dilemma, in cui sono costretti a scegliere se essere pan-arabi secolari sul modello di Nasser o estremisti pan-islamisti come i re sauditi. Mentre Nasser predicava l’importanza della forma repubblicana progressiva del governo, i sauditi hanno rigorosamente sostenuto la monarchia autoritaria, mettendo così le due ideologie del Medio Oriente in contrasto e motivando i wahhabiti a trovare supporto estero per eliminare la minaccia più pressante alla loro esistenza ideologica. Fu con tale imperativo, cioè la sfida che il repubblicanesimo secolare panarabo pose agli estremisti della monarchia autoritaria pan-islamica, che i wahabiti decisero di unirsi all’alleanza eccezionalista-sionista, anch’essa volta a sconfiggere i rivali ideologici dei sauditi. Il virus wahabita è progettato per destabilizzare i governi pan-arabi laici forzando ogni cittadino a riconsiderare la propria identità, quindi teoricamente rendendo la maggior parte dei cittadini vulnerabili al suo fascino, in questi Paesi. Soprattutto non solo il wahhabismo predica la necessità di rovesciare governi secolari, ma comporta anche il taqfirismo militante portando alla guerra settaria. Così, il wahabismo è nella posizione unica di dividere gli arabi, sia dai governi laici che anche da se stessi, presentandosi così come la migliore ideologia settaria al servizio degli interessi dell’alleanza eccezionalista-sionista. Mentre il wahhabismo è noto per l’odio ideologico inflessibile, proprio come le altre due ideologie eccezionaliste, rientra anche nelle principali norme ipocrite, cioè moderazione politica verso Israele e Stati Uniti. Esclude il suggerimento allettante di condurre un’eventuale guerra di religione contro Israele, ma soprattutto non si adopera per realizzarla. Invece concentra sempre tutte le energie per dividere il Medio Oriente in ogni modo possibile (ergo il taqfirismo che completa il wahabismo), il che significa che ogni slogan contro Israele è puramente tale, volto semplicemente a un marketing per reclutare i più ingenui. Allo stesso tempo, alcuni elementi wahabiti tendono a degenerare e lasciare che l’ideologia prevalga sulla ‘praticità’ impostagli dall’estero (voluta o casuale), aprendo “opportunità” o vulnerabilità agli eccezionalisti statunitensi, a seconda dal contesto (da spiegare in una sezione successiva).

Il significato della guerra alla Siria:
Considerando tali aspetti in relazione all’obiettivo strategico dell’alleanza eccezionalista-sionista-wahabita (indicata come Cerbero), la guerra in Siria può giustamente essere descritta come la cruciale lotta di resistenza eurasiatica di oggi. Le tre teste di Cerbero si sono accanite a fare a pezzi questa nazione del Medio Oriente e il suo popolo, poiché la Siria rappresenta l’ultima vestigia del governo pan-arabo laico per le fondamenta ideologiche del partito Baath, facendone il più resistente e reattivo Stato confinante con Israele, di per sé ragione sufficiente per i nemici di Cerbero (da ora in poi Coalizione Erculea, le cui ancore sono Russia, Cina e Iran, dall’eroe greco che sconfisse Cerbero) per sostenerne il governo democraticamente eletto. Se Cerbero riesce a massacrare la Siria, allora si annuncerebbe l’età oscura del Medio Oriente, trasformando l’intera regione in un trampolino di lancio per l’ulteriore destabilizzazione dell’Eurasia e, quindi, colpire direttamente le vulnerabilità geografiche della coalizione erculea.

Concentrazione di contrapposizioni
C’è una ragione per cui gli interessi delle tre teste di Cerbero coincidono in Medio Oriente, non semplicemente perché due delle tre ideologie sono emerse in questa regione. Piuttosto, ci sono maggiori motivazioni geopolitiche per cui Cerbero è così intensamente concentrato sulla zona, dato che proprio come la bestia mitica custodiva le porte dell’inferno nel folklore greco, nella geostrategia eurasiatica si pone davanti al cancello del supercontinente, appositamente posizionato per influenzare Europa, Asia e Africa in caso di necessità. Non per dire che l’Eurasia sia l’inferno, ma sottolineando invece come comunque Cerbero occupi l’accesso, quello mitologico che difendeva, mentre l’equivalente geopolitico è offensivo. Il Cerbero contemporaneo è intento ad utilizzare la sua posizione di trampolino di lancio per ulteriori aggressioni all’Eurasia nel tentativo di distruggere la Coalizione erculeo, e la sua strategia segue i dettami dello stratega inglese Halford Mackinder. Costui, prominente pioniere della geostrategia e geopolitica oltre un secolo fa, attraverso l’opera “La geopolitica del Pivot della storia”, indicava che:
Chi governa l’Europa orientale comanda l’Heartland:
Chi governa l’Heartland comanda l’Isola-Mondo:
Chi governa l’Isola-Mondo comanda il mondo“.
Aveva assolutamente ragione nell’indicare che il comando dell’Heartland, in gran parte identificato con l’Asia centrale contemporanea, sia fondamentale per influenzare l’Eurasia, ma non considerò gli approcci complementari per controllare questa parte cruciale del patrimonio geopolitico. All’epoca sembrava che l’Europa dell’Est fosse l’unico accesso a tale obiettivo, ma sempre di più apparve come il Medio Oriente servisse egualmente, se non di più, nel facilitarne la credenziale di Balcani eurasiatici detonante la reazione a catena della frammentazione demografica. L’innovazione teorica di Brzezinski dell’assioma di Mackinder è che il dominio non deve essere diretto e neanche richiedere una presenza fisica, ma data la capacità innata del centro d’influenzare la periferia, la massicciata destabilizzazione dell’Heartland (attraverso insurrezione terrorista islamica, collasso statuale, crisi umanitarie, o loro combinazione con altri fattori) può espandersi automaticamente verso l’esterno. Nel mondo di oggi, ciò significa che le minacce asimmetriche indirettamente istigate da attori extra-regionali, come Cerbero, possono creare sfide simultanee ai tre membri principali della coalizione erculea, non solo inserendoli in una seria strategia difensiva, ma mettendone in pericolo l’esistenza se scatenate (come volutamente previsto da Cerbero). Nei primi anni del 20° secolo, Mackinder avrebbe pensato ad eserciti nazionali dilaganti nell’Europa orientale per prendere il controllo dell’Heartland, ma nei primi anni del 21° secolo, è più probabile che ciò richieda brigate di terroristi originati o addestrati nelle battaglie in Medio Oriente, che ‘spuntano’ nell’Heartland senza collegamenti diretti con i mandanti statali. Il Medio Oriente è quindi il fulcro dell'(in)stabilità eurasiatico-africana e, quindi, qualsiasi entità che lo controlli può esportare una forza asimmetrica e convenzionale penetrando egualmente il cuore dell’Africa, il cuore dell’Europa (o anche dell’Europa dell’Est) e l’Heartland eurasiatico (la chiave della porta continentale per l’Asia orientale). Tale comprensione geopolitica di potenza e forza di proiezione aggiorna i contributi teorici di Mackinder e Brzezinski e spiega le motivazioni della collera mediorientocentrica di Cerbero. Obama and NetanyahuObiettivi eurasiatici
Cerbero non si limita solo al Medio Oriente, anche se vi si concentra la maggior parte delle sue attività e strategie. Si può realmente identificarne il coinvolgimento in Europa e in Asia, come verrà esplorato in questa sezione.

Abbaiare, mordere, guaire:
Prima di iniziare, il modello Cerbero in Europa e Asia va concettualmente delineato in modo da attirarvi l’attenzione del lettore. In sostanza, ciascuna delle sue tre teste svolge un ruolo interscambiabile abbaiando (minacciando e spaventando), mordendo (attaccando) e guaendo (promuovendo) per sostenere il proprio interesse comune. Diamo un’occhiata a come funziona.

Europa:
Gli Stati Uniti usano la NATO per controllare il continente, e ringhia ai cuccioli ogni volta che sono restii a seguirne l’esempio in qualunque momento. Gli Stati Uniti abbaiano anche a gran voce sulla cosiddetta “minaccia russa”, senza fornire alcuna prova di ciò che spaventa, in primo luogo. Nel frattempo, l’Arabia Saudita e i suoi zombie wahhabiti sono impiegati nei Balcani e in certi Paesi dell’Europa occidentale per compiere attacchi terroristici strategici volti a mordere sicurezza e stabilizzazione continentali, così spingendo i cuccioli degli Stati Uniti nella NATO ad adottare i ‘suggerimenti’ di Washington per agire sui vari campi. Infine, Israele completa il trio con il lobbying verso il continente e le sue figure politico-sociali fondamentali, per raccogliere il maggior sostegno finanziario, politico e normativo possibile per conto di Cerbero. La minaccia implicita al rifiuto di sostenere Cerbero si tradurrà nell’abbaiare degli USA e nei morsi dei sauditi, il che significa che è meglio nutrire la bocca che guaisce per evitare conseguenze spiacevoli dalle altre due teste.

Asia:
Cerbero ha di recente volto le teste verso Oriente, ma con un discreto successo in un lasso di tempo breve. Gli Stati Uniti abbaiano incessantemente alla Cina da quando Hillary Clinton annunciò il pivot in Asia nel 2011, con l’intento di spaventare i ‘cagnetti’ che li circondano nel contenimento anti-cinese su modello della NATO. Per approfondire l’ingaggio per la sicurezza degli Stati Uniti con ciascuno di tali membri, soprattutto Thailandia e Filippine, gli ascari wahhabiti dell’Arabia Saudita effettuano attacchi terroristici per giustificare l’intensificata presenza e/o supervisione strategica degli Stati Uniti, e tale modello si amplierà con la creazione dello “Stato islamico” globale. Il ruolo d’Israele, in gran parte in sordina, è sproporzionatamente significativo rispetto alle dimensioni, in quanto i suoi guaiti sembrano essere sul punto di avere successo nell’India, spostandola dalla parte di Cerbero. Israele ha relazioni innovative con l’India dall’avvento del governo Modi, sebbene il nuovo Presidente del Consiglio ‘multipolare’ sia riluttante a essere troppo apertamente vicino agli Stati Uniti e, naturalmente, in odio dei sauditi e del loro terrorismo wahhabita (dal sostegno politico del Pakistan). Così, Israele rappresenta la soluzione perfetta per Cerbero di penetrare l’egemone subcontinentale e perseguire interessi comuni ai suoi partner.

Extra: Medio Oriente:
La casa di Cerbero è caratterizzata da un’interazione dinamica in continua evoluzione e da ruoli opachi dipendenti da circostanze specifiche del momento. Ognuna delle teste segue vigorosamente i ruoli disponibili, necessari ad avvicinarsi agli obiettivi condivisi con gli alleati dell’entità. Un esempio potrebbe vedere gli Stati Uniti abbaiare allo “Stato islamico”, mentre gli agenti sauditi provvedono a mordere sul campo giustificando le paure istigate dagli USA, o vedere Israele e i sauditi abbaiare alla ‘minaccia’ di Sadam Husayn mentre gli Stati Uniti implorano una coalizione internazionale prima del morso devastante. Un futuro scenario non troppo improbabile potrebbe vedere Israele abbaiare la presunta non conformità iraniana all’imminente accordo sul nucleare, mentre gli Stati Uniti chiedono al mondo di sostenere la NATO araba da essi eterodiretta per mordere Teheran come punizione.

harita_bGioco geo-ideologico
Come accennato all’inizio dell’articolo, Cerbero ha una base geo-ideologica instabile che potrebbe inaspettatamente incrinarsi lungo le due principali faglie sionista e wahabita. Entrambi sospettano che l’altro possa metterglisi contro un giorno, quindi, desiderano coltivare rapporti privilegiati con il fratello eccezionalista stautnitense che lavora solo a vantaggio strategico di Washington. I sionisti temono due scenari: i terroristi wahabiti divenuti abbastanza forti da disobbedire a Riyadh e avviare la jihad contro Israele al di fuori del controllo di Stati Uniti e Arabia Saudita; o l’Arabia Saudita un giorno tradire Israele ordinando ai suoi ascari terroristi di attaccarlo direttamente per completare l “Stato islamico”. L’Arabia Saudita, d’altra parte, è preoccupata dal piano sionista Yinon ed è pienamente consapevole dei ‘”confini di sangue” della mappa di Ralph Peters e del New York Times, “Come 5 Paesi potrebbero diventare 14″, in cui si prevede l’eventuale smembramento del regno. Sionismo puro e wahhabismo puro non possono coesistere per tali contraddizioni esistenziali, quindi lo scontro sarà inevitabile se Cerbero elimina la Coalizione erculea (la principale forza che li tiene insieme). Se si mettono l’uno contro l’altro prematuramente, prima che la coalizione sia sconfitta, allora sionismo e wahhabismo potranno essere sconfitti separatamente con un contrattacco devastante, portando alla disintegrazione dell’influenza eccezionalista statunitense in Eurasia. Pertanto, la natura del passo può dettarne la caduta fino alle conseguenze, o gli Stati Uniti potranno bilanciarne in qualche modo i rapporti fino ad escludere uno scenario del genere, politica che attualmente seguono. Washington avverte regolarmente che potrebbe propendere per l’uno o l’altro e distruggere il delicato equilibrio che mantiene la pace tra le tre teste. Non è abbastanza serio per farlo, oggi naturalmente, e ogni parte eccezionalista capisce che ha bisogno dell’altra per continuare a sopravvivere fin quando si potrà affrontare la Coalizione erculea, ma la prospettiva di un tale suicida dilemma della sicurezza spaventa Israele e Arabia Saudita al punto di cooperare indiscutibilmente al gioco di Cerbero (per ora, almeno). L’unica alternativa a Cerbero è l’eventuale rimozione della minoranza ideologica eccezionalista da ciascuna entità prigioniera, che vedrebbe gli eccezionalisti estromessi dagli Stati Uniti, i sionisti dalla Palestina, e i wahhabiti dall’Arabia Saudita, avviando il cambiamento nella loro politica ed organizzazione interna. Niente di tutto ciò significa che tali entità affronteranno l’eliminazione geopolitica, trattandosi solo della minoranza eccezionalista e dei loro operatori minacciati esistenzialmente di perdere tutto (vale a dire potere e ‘legittimità’), ma è proprio tale paura che li motiva disperatamente nel suscitare l’aggressivo Cerbero, prolungando indefinitamente la loro egemonia unipolare. Ironia della sorte, solo il loro ‘successo’ teorico nel distruggere la Coalizione erculea aumenta drasticamente la probabilità che siano geopoliticamente eliminati, mentre le contraddizioni ideologiche sopracitate fra sionisti e wahhabiti indicano inevitabilmente che si scontreranno militarmente in un duello all’ultimo sangue, un giorno. Anche nel ‘migliore dei casi’ della vittoria sulla Coalizione erculea e di una pace fredda fragile tra tali due campi incompatibili, non c’è garanzia che gli eccezionalisti staunitensi non facciano pendere l’equilibrio strategico verso un lato o l’altro, ricreando il loro caratteristico caos mediorientale, perfettamente adatto ai loro grandi obiettivi geopolitici.

Conclusioni
Il mutante unipolare Cerbero eccezionalista, sionista e wahabita è la vera ragione della destabilizzazione dell’Eurasia, e solo la Resistenza della Coalizione erculea di Russia, Cina e Iran può pacificarlo. In questo momento il destino dell’Eurasia sembra prefigurarsi nel destino della resistenza della Siria a Cerbero, in quanto il suo successo o fallimento avrà riflessi decisivi su tutto il supercontinente. Se la Siria e il suo popolo riusciranno a respingere l’assalto, allora salvaguarderanno l’Eurasia ad un livello molto più elevato che se non riuscissero, e inoltre volgerebbero il corso contro Cerbero. Tuttavia, se la Siria cadesse, Cerbero non perderebbe tempo a lanciare una rapida e aggressiva guerra lampo asimmetrica sull’Heartland eurasiatico, volta a dividere la Coalizione erculea ed eliminare i campioni del multipolarismo. Va sempre ricordato, però, che occidentali, ebrei o musulmani non hanno colpa di ciò che fa Cerbero, ma le componenti ideologiche più radicali di tali società (non rappresentative della stragrande maggioranza, rendendoli così degli aberranti estremisti), che hanno preso il controllo di Stati chiave usandoli per una guerra di procura globale contro le forze multipolari dell’inclusione e dell’integrazione. La vittoria unipolare di Cerbero non significherebbe la pace, dato che è sicuro che due delle sue tre teste finiranno per cannibalizzarsi e dopo l’eccezionalismo degli USA, indenne dalla lotta fratricida, potrà finire il superstite indebolito e pretendere tutto il bottino globale che si pensava di condividere (davvero impossibile da dividere tra eccezionalisti incompatibili come sionisti e wahhabiti). Stando così le cose, l’unico modo per impedire una simile cupa previsione globale è che la Coalizione erculea riesca a salvare la Siria da Cerbero nella prima campagna pan-continentale aggressiva di quest’ultimo e che l’autodistruzione post-‘vittoria’ fagociti l’intero continente.

obama-salman-meeting-riyadh-03Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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