Eastring vs Balkan Stream: la battaglia per la Grecia

Andrew Korybko The Saker 28 giugno 2015TurkGasPipe-webfigLa Russia non bluffava quando ha detto che il Turkish Stream sarà l’unica via di transito del gas fuori dall’Ucraina dal 2019, e dopo tentennamenti incredulo per più di sei mesi critici, l’UE solo ora rinsavisce cercando disperatamente di mercanteggiare un’alternativa geopolitica. Fermo restando che il fabbisogno di gas ricadrà assolutamente sulla Russia nei prossimi decenni (indipendentemente dalla retorica transatlantica), l’UE vuole attenuare le conseguenze multipolari dei gasdotti pianificati dalla Russia finché può. La Russia vuole estendere il Turkish stream a Grecia, Macedonia e Serbia con un piano che l’autore ha già definito “Balkan stream“, mentre l’Unione europea vuole abolire la rotta balcanica centrale e sostituirla con una nei Balcani orientali via Bulgaria e Romania, la cosiddetta “Eastring“. Sebbene l’Eastring possa teoricamente far transitare il gas dal Caspio inviato attraverso il gasdotto TAP, la proposta invece è stata presentata ultimamente in connessione al Turkish stream, probabilmente perché possibilmente i previsti 10-20 miliardi di metri cubi l’anno rispetto al precedente (le riserve dell’Azerbaigian non possono soddisfare la domanda senza assistenza turkmena, lungi dall’essere garantita a questo punto), sono sminuiti dai 49 miliardi di metri cubi del secondo. Se l’Europa non intende collegare l’Eastring al Turkish stream, le forniture di gas russo potrebbero raggiungere il continente indipendentemente dalla rotta in questione (Balcani centrali od orientali), il che significa che c’ è una situazione sempre vantaggiosa per la Russia… forse. Le differenze strategiche tra Eastring e Balkan Stream sono in realtà molto acute e accoppiate all’impeto implicito rivelato dalla proposta dell’UE di collegare Eastring al Turkish Stream, innanzitutto significa che vanno analizzate più in profondità, prima che qualcuno salti a una conclusione predeterminata sulla natura ‘reciprocamente vantaggiosa’ dell’Eastring. L’articolo comincia identificando le differenze strategiche sottostanti tra Eastring e Balkan stream. Dopo aver deciso ciò, acquisite le intuizioni, s’interpretano le motivazioni di Bruxelles e le previsioni regionali implicite sui Balcani. Infine, si tocca la prolungata crisi del debito greco per illustrare come le attuali turbolenze della Repubblica ellenica siano divenute il tentativo occidentale di cacciare indirettamente Tsipras per punirlo per la cooperazione energetica con la Russia.

Le differenze strategiche
Ci si ingannerebbe assolutamente supponendo che Eastring e Balkan Stream siano progetti strategicamente simili, e siano entrambi vie di transito del gas russo verso l’Europa, promuovendo due visioni a lungo termine completamente diverse per conto dei sostenitori europei e russi rispettivamente.

Eastring:
L’UE prevede che questo tracciato eliminerà qualsiasi vantaggio geopolitico che la Russia potrebbe potenzialmente trarre dal Balkan stream riducendo l’oleodotto a niente più che un esiguo gasdotto privo di qualsiasi impatto o influenza. Potendo raggiungere questo obiettivo semplicemente facendo passare il gasdotto in Bulgaria e Romania, due affidabili Stati membri dell’UE e della NATO, le cui élite politiche sono saldamente nell’orbita unipolare. Come ulteriore garanzia la Russia non potrebbe mai utilizzare l’Eastring per gli scopi multipolari previsti, dato che gli Stati Uniti prevedono di pre-posizionare armi pesanti e 750 truppe nei due Paesi dei Balcani orientali, rafforzando ulteriormente il blocco sub-NATO del Mar Nero in costruzione negli ultimi due anni. Se gli Stati Uniti riescono a sabotare il Balkan stream e a costringere quindi la Russia a rinviarlo, in ultima analisi l’Eastring sarà l’unica alternativa realistica nell’Europa del sud-est per inviare gas in Europa, e Mosca si troverebbe nella stessa posizione strategica miserabile di quando inviava energia attraverso l’Ucraina controllata dagli USA, vanificando così lo scopo del perno nei Balcani, in primo luogo.

Balkan stream:
I russi hanno un approccio sui gasdotti del tutto opposto agli europei, comprendendone l’utilità geopolitica e cercando di utilizzare tali investimenti infrastrutturali quali strumenti strategici. Il Balkan stream va inteso come controffensiva multipolare nel cuore dell’Europa ed è esattamente per queste ragioni che la Russia è completamente contraria ad affidarsi ad Eastring quale unica rotta energetica europea sudorientale per l’UE. Mosca prevede di utilizzare Balkan stream come calamita per attirare gli investimenti dai BRICS nei Balcani, integrandolo alla Via della Seta balcanica della Cina dalla Grecia all’Ungheria. Non è quindi un caso che il terrorismo albanese filo-statunitense sia tornato nella regione dopo dieci anni, in particolare contro la Repubblica di Macedonia, il collo di bottiglia dei Balcani. La Russia scommette sulla rotta balcanica centrale per la via energetica che propone, perché sa che Serbia e Macedonia, che non sono membri di Unione Europea o NATO, non possono essere direttamente dominate dal mondo unipolare come i satelliti bulgaro e rumeno degli Stati Uniti, e vede la Grecia come l”asso’ sul punto di cadere in disgrazia presso i padroni occidentali. Questi fattori a loro volta rendono il Balkan straem eccezionalmente attraente per gli geostrateghi russi che correttamente riconoscono che i tre Stati lungo la sua rotta (Grecia, Macedonia e Serbia) sono il tallone d’Achille dell’unipolarismo occidentale in Eurasia che, se considerato con la giusta spinta, può portare al crollo finale di tutta la struttura.

Lettura del pensiero di Bruxelles
Il fatto stesso che l’UE propone Eastring quale possibile componente del Turkish stream rivela molto su ciò che Bruxelles pensa oggi. Diamo uno sguardo a ciò che è stato detto tra le righe:

Il gas russo è necessario:
Bruxelles riconosce di dover ricevere il gas russo in un modo o nell’altro, e che il corridoio meridionale del gas più che probabilmente non soddisferà le future esigenze dell’Unione (sia per l’Unione europea nel suo insieme che per la regione dei Balcani in particolare). Gli Stati Uniti lo capiscono e quindi pianificano uno scenario in cui la Russia sia costretta a fare affidamento sulla rotta unipolare nei Balcani orientali, in modo da neutralizzare il progetto da qualsiasi influenza residua multipolare, e Washington possa continuare a controllare il transito delle risorse russe verso l’Europa in futuro.

Vulnerabilità unipolare nei Balcani centrali:
Il suggerimento che i Balcani orientali sostituiscano l’oleodotto alternativo Balkan stream indica che l’occidente riconosce la vulnerabilità unipolare della rotta russa nei Balcani centrali. Questo perché la costruzione del Balkan Stream comporterebbe il rafforzamento geostrategico della Serbia emergendo come hub energetico regionale. Belgrado potrebbe quindi sfruttare ampiamente questo vantaggio reintegrando lentamente e strategicamente (ma non politicamente!) l’ex-Jugoslavia, anche se sotto l’influenza multipolare indiretta russa. Di conseguenza, i Balcani, la regione europea che indiscutibilmente dimostra il fallimento del bastone euro-atlantico, si presenteranno quale attraente opportunità non-occidentale del co-sviluppo con i BRICS. Il Balkan stream della Russia fornisce approvvigionamento energetico sicuro, mentre la Via della Seta balcanica della Cina concede accesso al mercato globale più grande, minacciando così la morsa economica che l’Unione europea attua sulla penisola. Se l’Europa non è più economicamente allettante per gli Stati balcanici (la sua attrattiva culturale e politica è roba del passato a causa dei ‘matrimoni gay’ e dell’eccessivo bullismo di Bruxelles di questi anni), perderà l’ultimo suo soft power e l’unico modello alternativo saranno i BRIC, che porrebbero nella regione una testa di ponte multipolare arivvando al centro del continente prima che qualcuno se ne renda conto.

putin-tsiprasInaffidabilità greca:
L’UE chiaramente non vede la Grecia, almeno con l’attuale dirigenza, quale strumento geopolitico affidabile per i propri interessi. Mentre l’oleodotto azero attraverso il Paese politicamente volubile è accettabile, quello dalla Russia non lo è, potendo essere usato come banco di prova per ulteriori incursioni multipolari nei Balcani centrali e comportando la rapida ritirata dell’influenza balcanica di Bruxelles (come sopra descritto). Se la Grecia fosse completamente sotto controllo unipolare, o l’occidente lo ritenesse possibile entro il 2019, allora non ci sarà la necessità di escludere il Paese. Anche se rimane la possibilità che un frammento di territorio greco possa essere usato per costruire l’interconnessione gasifera con la Bulgaria per sostenere l’Eastring, ciò non è ancora l’oleodotto che attraversa il nord del Paese secondo una rotta fuori dal controllo unipolare (a differenza dell’alternativa bulgara). Pertanto, la proposta dell’Eastring la dice lunga sulle tristi prospettive geopolitiche che Bruxelles prevede nei prossimi 5 anni in Grecia, anche se ciò al contrario può essere letto come conferma della possibilità multipolare del Paese che la Russia ha già individuato.

Le guerre per procura balcaniche:
Più che altro, la proposta di Bruxelles dell’Eastring può essere letta come disperato piano B per garantirsi le forniture di gas russo tanto necessarie, nel caso in cui gli Stati Uniti rendano irrealizzabile il Balkan Stream nella penisola centrale con una serie di guerre per procura destabilizzanti. Come già illustrato, l’UE ha bisogno del gas russo a qualsiasi costo (cosa che gli Stati Uniti ammettono malvolentieri), quindi deve assolutamente avere un piano di emergenza nel caso succeda qualcosa al Balkan stream. Le casse russe hanno bisogno di entrate, mentre le fabbriche europee del gas, quindi è un rapporto naturale d’interesse reciproco cooperare su una certa rotta o un’altra. La tesi, ovviamente, si riduce a quale rotta il gas russo attraverserà e gli Stati Uniti faranno di tutto affinché passi nei Balcani orientali unipolari e non dai multipolari Balcani centrali. Così la ‘Battaglia per la Grecia’ è l’ultimo episodio di questa saga, e la futura rotta del gas russo verso l’Europa è in bilico.

Davanti al bivio (greco)
Anche se la crisi del debito è un problema da ben prima che il Balkan stream fosse concepito, ora è intimamente intrecciata al dramma della nuova Guerra Fredda energetica nei Balcani. La Troika vuole costringere Tsipras a capitolare sull’accordo del debito impopolare che sicuramente comporterebbe la rapida fine della sua premiership. In questo momento, il principale fattore che lega il Balkan stream alla Grecia è il governo Tsipras, ed è interesse di Russia e mondo multipolare vederlo rimanere al potere fin quando il gasdotto sarà fisicamente costruito. Qualsiasi cambiamento improvviso o inatteso della leadership in Grecia potrebbe facilmente mettere in pericolo la sostenibilità politica del Balkan stream e costringere la Russia a fare affidamento sull’Eastring, ed è per queste ragioni che la Troika vuole imporre a Tsipras un dilemma inestricabile. Se accetta le condizioni attuali del debito, allora perderà l’appoggio della base e probabilmente inaugurerà elezioni anticipate o cadrà vittima di una rivolta nel suo stesso partito. Dall’altra parte, se rifiuta la proposta e permette il default della Grecia, allora la catastrofe economica risultante potrebbe por termine al supporto della base e por fine prematuramente alla sua carriera politica. Perciò la decisione del referendum nazionale sull’accordo del debito è una mossa geniale, perché assicura a Tsipras la possibilità di sopravvivere all’imminente tempesta politica-economica con risultati democraticamente ottenuti (che sembrano predire il rifiuto del debito e imminente default). Con il popolo dalla sua parte (non importa quanto ristretto), Tsipras potrà continuare a presiede la Grecia attraversando il prossimo preoccupante periodo d’incertezza. Inoltre, la continua gestione del Paese e i rapporti personali con i leader dei BRICS (soprattutto Vladimir Putin) potrebbe portare ad estendere una qualche forma di assistenza economica (probabilmente dalla Nuova Banca per lo Sviluppo dei BRICS da 100 miliardi di dollari o un’altrettanto grande riserva valutaria) alla Grecia dopo il prossimo vertice di Ufa ai primi di luglio, a condizione che possa continuare la leadership fino ad allora. Pertanto, il futuro della geopolitica energetica dei Balcani attualmente si riduce a ciò che accade in Grecia nel prossimo futuro. Mentre è possibile che un primo ministro greco diverso da Tsipras possa far progredire il Balkan Stream, la probabilità è significativamente inferiore a un Tsipras che rimane in carica. Creare le condizioni per la sua rimozione è il modo indiretto con cui Stati Uniti e UE preferiscono influenzare le rotte energetiche del futuro della Russia attraverso i Balcani, quindi ecco perché tale pressione su Tsipras in questo momento. La sua proposta di referendum chiaramente li ha colti di sorpresa, dato che la vera democrazia è praticamente sconosciuta nell’Europa di oggi, e nessuno si aspettava che si rivolgesse direttamente ai suoi elettori prima di prendere una delle decisioni più cruciali del Paese degli ultimi decenni. Attraverso questi mezzi, può sfuggire alla trappola da Comma-22 che la Troika gli ha teso e così salvare anche il futuro del Balkan Stream.

Conclusioni
C’è di più nella proposta del gasdotto Eastring di quanto appaia, da qui la necessità di svelarne le motivazioni strategiche per comprenderne meglio l’impatto asimmetrico. E’ chiaro che Stati Uniti ed UE vogliono neutralizzare l’aspetto geopolitico che il Balkan Stream avrebbe ampliando la multipolarità nella regione, il che spiega il loro mutuo approccio nel tentativo di fermarlo. Gli Stati Uniti alimentano le fiamme della violenza nazionalista albanese in Macedonia ostacolando la prevista rotta del Balkan Stream, mentre l’UE comodamente propone una rotta alternativa attraverso i Balcani orientali unipolaristi quale predeterminata ‘via d’uscita’ alla Russia. Le forze euro-atlantiche cospirano nel tentativo di rovesciare indirettamente il governo greco attraverso un’elezione programmata o colpo di Stato per rimuovere Tsipras, sapendo che tale mossa infliggerebbe un colpo grave e immediato al Balkan stream. Anche se non è chiaro cosa alla fine accadrà a Tsipras o ai piani dei gasdotti della Russia, in generale è inconfutabile che i Balcani siano diventati uno dei principali e reiterati focolai della nuova guerra fredda, e la concorrenza tra mondo unipolare e multipolare in questo teatro geostrategico è solo agli inizi.

1424170133Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gasdotti e geopolitica: la vera ragione della visita di Putin in Italia

Nikolaj Starikov Fort Russ 15 giugno 2015b9057b08367328d6aa81d7de5c909e5cLa scorsa settimana una serie di eventi strettamente correlati ha avuto luogo. C’è stata la riunione dei capi dei sette Stati occidentali, la visita di Putin in Italia e l’apertura dei “giochi europei” a Baku.
Analizziamo cause e significati di questi eventi. La riunione dei capi dei sette principali Paesi occidentali ha avuto luogo nel quadro della riunione dei capi di otto Stati. La Russia fu aggiunta ai Paesi occidentali. Il nostro Presidente, insieme ai leader di Stati Uniti, Giappone, Italia, Germania, Francia, Canada e Regno Unito discuteva questioni urgenti di politica mondiale. Tale formato non fu formalizzato, ma si aveva solo ogni volta che i leader degli otto Paesi venivano invitati alla riunione. Dopo la crisi in Ucraina, la Russia non è più invitata. Le ragioni sono ovvie, espressione di dispiacere e pressione sul nostro Paese. Non ci sono assolutamente conseguenze per la Russia, semplicemente una piattaforma in meno in cui i capi dell’occidente parlavano a Putin tutti insieme o uno alla volta. Preoccuparsene è una perdita di tempo. Non vi è alcun isolamento internazionale della Russia. La visita di Vladimir Putin in Italia l’ha mostrato chiaramente. Cioè, sapevamo già che il “mondo” che esprime insoddisfazione per la nostra politica rappresenta una piccola parte dell’umanità, che vive per lo più in Europa e Nord America. La visita di Putin in Italia ci ha dimostrato che è difficile parlare d’isolamento anche in Europa. Il 7 e 8 giugno 2015, nella località tedesca di Garmisch-Partenkirchen dove, tra l’altro, nel febbraio 1936 l’occidente permise ad Adolf Hitler di tenere le Olimpiadi, la riunione del cosiddetto “G7″ ha avuto luogo. “I capi del gruppo dei sette annunciavano che le sanzioni saranno rimosse se saranno soddisfatti gli accordi di Minsk, altrimenti, la CNN citava certe fonti, nei prossimi mesi nuove sanzioni contro individui e società finanziarie potranno essere attuate” (1TV).
Nella riunione dei sette capi la Russia è stata regolarmente accusata, anche se è evidente che essa è interessata alla pace in Ucraina. Ma il divertimento iniziava dopo tale incontro. Il 7 e 8 giugno 2015 il primo ministro italiano era nella riunione in Germania, a solidarizzare con i partner, accusando la Russia e concordando sulle necessarie sanzioni. Il 10 e 11 giugno incontrava il Presidente Putin… in Italia. Molto interessante. Se s’immagina che il primo ministro italiano Renzi considera davvero la Russia un “aggressore” e il suo presidente responsabile della crisi in Ucraina, allora era molto strano vederlo un paio di giorni dopo il vertice “G7″, stringere la mano a Vladimir Putin in Italia. Ciò significa che l’Italia non considera la Russia né aggressore né colpevole. In caso contrario, la visita del Presidente della Russia sarebbe stata annullata. Ancora più significativo è stato l’incontro di Putin con il capo dei cattolici. Papa Francesco ha dato al nostro Presidente una medaglia del secolo scorso con l’immagine di un angelo che, secondo il capo della Chiesa cattolica, “porta pace, giustizia, solidarietà e protezione“. E’ evidente che il segnale inviato a 1,5 miliardi di cattolici e alle élite politiche era inequivocabile. Pace con la Russia e fine del confronto. Il nemico numero uno del cristianesimo oggi è il SIIL creato dagli USA e non la Russia. Barack Obama considera la Russia un nemico, e il capo dei cattolici assume una posizione diversa. I risultati della visita di Putin in Italia, sono stati magnificamente espressi da un analista politico italiano: “La visita del presidente russo Vladimir Putin in Italia suggerisce che in occidente ci sia disaccordo nei confronti della Russia, ha detto in un’intervista a RT Francia il capo del programma “Eurasia” dell’Istituto superiore di studi geopolitici italiano Dario Citati. “Prima di tutto, la visita di Putin significa che non esiste una posizione unanime in occidente su questione ucraina e crisi con la Russia”, ha detto. Secondo Citati, questa visita è importante per l’Italia perché gli italiani capiscono che le sanzioni contro la Russia sono controproducenti: non hanno cambiato la posizione della Russia e sono troppo onerose per l’economia italiana… Pertanto tale unanimità, ben osservata quando i Paesi europei parlano in nome dell’UE o in formati come il G7, per così dire s’infrange contro la realtà”, scrive Citati. Il significato dell’incontro del Presidente con il Primo ministro italiano, secondo l’analista, marca le differenze nell’Unione europea, perché ci saremmo aspettati la cancellazione della visita, tuttavia, ma non è stata annullata e, inoltre, una visita è stata dedicata al Vaticano, attore importante nelle relazioni internazionali“. (RIA)
Ora qualche parola sul perché Putin s’è recato in Italia, e perché ora. Parliamo sempre di geopolitica e gasdotti. Una lotta invisibile infuria per le rotte del gas russo verso l’Europa. Obiettivo della Russia è costruire una “condotta” aggirando l’Ucraina privando gli USA della possibilità di ricattare Europa e Russia tramite le marionette di Kiev, chiudendo le forniture di gas attraverso l’Ucraina. L’obiettivo degli Stati Uniti non è non permettere alla Russia di bypassare l’Ucraina, ma fare pressione su Europa e Russia. Dopo il blocco di “South Stream“, Mosca ha fatto un accordo con la Turchia per la costruzione del gasdotto “Turkish stream“. Il piano prevede un gasdotto prima in Turchia e poi in Grecia. Ulteriori piani prevedevano la Macedonia, ma improvvisamente vi è stata una majdan in questo Paese e un attacco di combattenti albanesi dopo di che il primo ministro di Macedonia ha “capito” i suggerimenti e dichiarato che il gasdotto sarà costruito solo dopo la firma dell’accordo tra Commissione della Comunità europea e Gazprom. L’assenza di tale accordo ha ucciso “South Stream” e la Russia cerca nuove opportunità per tracciare il gasdotto. La nostra parte usa l’artiglieria pesante, il nostro Presidente che vola in Italia per spiegare ai colleghi italiani la cosa più ovvia. Dopo la Grecia, il gasdotto andrà in Italia, da dove il gas passerà all’Europa. Per resistere in ciò, la Russia deve… terminare il gasdotto in Grecia, o anche in Turchia. E’ quindi giusto e logico estenderlo in Italia. E’ un’ottima prospettiva per tutta Europa, e per l’Italia è semplicemente perfetto. Non è un caso che durante la visita Putin abbia parlato di relazioni bilaterali con questo Paese con una modalità mai vista nella “Commissione Europea”. “Ha parlato della necessità di mantenere lo slancio nelle relazioni bilaterali in tutti i campi, non permettendo che siano ostaggio delle varie difficoltà attualmente osservate”, ha detto il segretario stampa del presidente russo”. (SPDnevnik)
Come i “partner” italiani abbiano risposto, lo capiremo più tardi. Tuttavia, il prosieguo del viaggio del nostro Presidente è molto eloquente. Il 12 giugno 2015 s’è recato all’apertura dei “giochi europei” nella capitale dell’Azerbaijan. Lo sport è fantastico, la nostra squadra va supportata. Ma la cosa principale per il presidente russo è l’incontro con il capo della Turchia, che ha avuto luogo a Baku a porte chiuse. Tutto molto logico. In primo luogo, parlare con l’Italia sulla destinazione del “Turkish stream“, e poi un faccia a faccia con la Turchia, diretto, senza intermediari né giornalisti. “I grandi progetti energetici, tra cui la costruzione del “Turskish stream”, oggi sono stati discussi dai presidenti Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan a Baku, all’apertura dei primi giochi europei. I colloqui si sono svolti a porte chiuse e dettagli sono noti solo da un’ora… Si potrebbe immaginare di cosa i presidenti di Russia e Turchia abbiano parlato a porte chiuse, guardando la composizione delle delegazioni. La partecipazione ai negoziati dei capi di Gazprom e del Ministero dell’Energia chiaramente lasciano intendere che si parlasse di energia, e più precisamente forniture di gas. Anche di fronte alle telecamere, Putin e Erdogan hanno discusso solo delle ultime novità, l’apertura a Baku dei primi giochi sportivi europei, senza perdere le opportunità di scherzare sull’Europa unita”. (1TV) Nel frattempo, questo scambio a Baku ha un altro aspetto. Turchia e Russia possono discutere del “business del gas” con l’Azerbaigian. Il fatto è che gli statunitensi vogliono utilizzare il gas dall’Azerbaijan come alternativa al gas dalla Russia. “Le forniture di gas dell’Azerbaigian nei prossimi anni sarà l’unica vera alternativa al gas russo per l’Europa… Il “Corridoio meridionale del gas” è uno dei progetti prioritari dell’UE, che prevede il trasporto di gas dalla regione del Caspio attraverso Georgia e Turchia ai Paesi europei. Nella fase iniziale, il gas prodotto dalla seconda fase dello sviluppo del campo gasifero condensato azero “Shah Deniz” è considerato fonte principale del progetto di “Corridoio meridionale del gas”. Successivamente altre fonti potranno collegarsi al progetto. Il gas dal giacimento in seconda fase di sviluppo sarà esportato in Turchia e nei mercati europei ampliando il gasdotto del Caucaso meridionale e con la costruzione delle pipeline Trans-Anatolian (TANAP) e Trans-Adriatico (TAP)”. (Day)
Riassumendo:
• Ancora una volta, come alcuni anni fa, la politica mondiale è concentrata sulla rete dei gasdotti.
• La battaglia è molto intensa e il suo esito è difficile da prevedere. Non abbiamo meno possibilità di vincere rispetto ai nostri rivali.
• Il nostro Presidente è costretto a prendere l’iniziativa nei momenti più difficili e agire d’artiglieria pesante per “sfondare” le posizioni nemiche.
Gli auguriamo il pieno successo, con aiutanti di fiducia per le missioni più importanti…

l43-vladimir-putin-papa-131125203847_bigTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Guerra saudita-yemenita, la risposta di Sana

Alessandro Lattanzio, 11/6/201525690634La guerra non è finita, ma ci sono vari tentativi di trovare una soluzione politica“, aveva detto Abdulqalaq Abdulla, professore di scienze politiche dell’Università degli Emirati Arabi Uniti. Gli aerei sauditi avevano effettuato 2450 sortite sullo Yemen in 29 giorni di aggressione. Infatti gli attacchi aerei sauditi sullo Yemen continuavano, il 23 aprile, i bombardamenti sauditi uccidevano 23 persone a Dalah, 10 a Taiz e 6 ad Aden. I sauditi colpivano anche la provincia di Marib, la base aerea di Hudaydah, Yarim nella provincia di Ib, dove gli aerei sauditi colpivano l’università. A Lahj e Dalah le incursioni saudite distruggevano scuole ed edifici pubblici.
Il 21 aprile re Salman ordinava alla Guardia nazionale saudita, meglio attrezzata dell’esercito del regno, a partecipare alle operazioni contro lo Yemen, finora effettuate solo dall’aeronautica e dall’esercito che rispondono al ministero della Difesa. La Guardia nazionale è una struttura militare con un proprio ministero, responsabile del controllo delle frontiere e delle regioni sciite. L’esercito saudita conta 75000 effettivi su 3 brigate corazzate, 5 brigate meccanizzate, 1 brigata aerea, 1 brigata della Guardia reale, 8 battaglioni di artiglieria e 2 brigate aeree. “L’Arabia Saudita ha chiesto agli alleati di evitare ogni avventurismo minacciando l’Iran, perché altrimenti si aprirebbero le porte dell’inferno. Le forze iraniane possono distruggere l’Arabia Saudita in 24 ore“, confessava invece il principe saudita Qalid bin Talal bin Abdulaziz al-Saud all’emittente Fox. I principi sauditi erano divisi sull’aggressione allo Yemen. Alcuni si erano opposti all’intervento militare nello Yemen, quando il 23 aprile gli attacchi aerei sauditi erano ripresi. Tra gli oppositori vi erano il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Muqrin bin Abdulaziz, e il ministro della Guardia nazionale Mutayb bin Abdullah. Inoltre, Qalid bin Talal bin Abdulaziz aveva criticato il monarca saudita, Salman bin Abdulaziz al-Saud, per aver ordinato il bombardamento dello Yemen senza ricorrere alle Nazioni Unite. Sempre secondo Qalid bin Talal bin Abdulaziz “il ministro della Difesa saudita principe Muhamad bin Salman e il principe Muhamad bin Nayaf influenzano le decisioni di re Salman, come avveniva con il defunto re Abdullah bin Abdulaziz che seguiva sempre il capo dell’intelligence Bandar bin Sultan e il ministro degli Esteri Saud al-Faysal“. Secondo un alto dirigente di Ansarullah, Husayn al-Izi, “I contrasti si sono intensificati nella famiglia al-Saud nel corso degli attacchi aerei contro lo Yemen“, osservando che diverse regioni saudite sono preda del caos dall’inizio dell’aggressione allo Yemen, “Le insicurezze si sono intensificate” facendo temere ad alcuni governanti sauditi che la guerra yemenita possa suscitare caos interno, tanto più che il parlamento pakistano votava no all’ingerenza militare nello Yemen e la Turchia evitava di unirsi alla coalizione, mentre vi è forte opposizione in Egitto contro la decisione del presidente egiziano sullo Yemen. Mentre l’agenzia marocchina al-Masai Press, principi e consorti sauditi erano fuggiti dalle regioni meridionali del Paese temendo rappresaglie dall’esercito yemenita, Qalid bin Talal bin Abdulaziz riconosceva che l’Arabia Saudita aveva fallito l’offensiva iniziata il 26 marzo, non avendo indebolito il movimento yemenita Ansarullahm ed inoltre dichiarava che per gli attacchi aerei contro lo Yemen, Riyadh utilizza piloti statunitensi, francesi, pakistani, egiziani e indiani a cui vengono corrisposti 7500 dollari per ogni missione. “Dopo che i nostri alleati ci hanno lasciati soli rifiutando di partecipare ai bombardamenti contro lo Yemen, i nostri soldati hanno perso coraggio e alcuni hanno disertato”, aveva detto il principe saudita. Con la nuova campagna Riyadh sostiene di voler condurre “operazioni antiterrorismo” in Yemen cercando una ‘soluzione politica’, continuando il blocco navale e bombardando le posizioni dell’esercito yemenita e di Ansarullah. Intanto secondo il sito Qabar, l’ex-principe ereditario saudita Muqrin bin Abdulaziz sarebbe stato arrestato dopo che re Salman bin Abdulaziz l’aveva sostituito con Muhamad bin Nayaf, ministro degli Interni. All’inizio di maggio 2015, vi sarebbe stato un tentativo di assassinare il re saudita, portando all’arresto di Muqrin bin Abdulaziz e all’esecuzione del capo del protocollo della corte e dei suoi sostituti. Secondo fonti irachene, tra 4000 e 10000 effettivi sauditi dell’esercito e della Guardia nazionale avrebbero abbandonato le basi presso la frontiera con lo Yemen, “secondo l’intelligence occidentale, i militari sauditi hanno abbandonato basi, centri comando e posti di blocco presso il confine con lo Yemen“.041411130444k6fxb67Il 26 marzo, poche ore dopo l’attacco saudita allo Yemen, l’aeronautica yemenita non aderiva totalmente all’appello di Ansarullah, dato che la maggior parte del personale rifiutava di prenderne gli ordini; inoltre la manutenzione dei velivoli era interrotta dal rovesciamento di Salah nel 2012. Quindi, nel marzo 2015 l’aeronautica yemenita (YAF) era in una situazione caotica con la maggior parte del personale che aveva disertato e i velivoli privi di manutenzione, impedendole d’intervenire nel conflitto. Nei primi attacchi aerei sauditi contro le strutture della base aerea di al-Daylami furono distrutti 1 velivolo cargo CN-235-300M, 1 velivolo da collegamento Beechcraft Super King Air, 1 elicottero AB-412 e 1 elicottero UH-1H. Tuttavia, i 10 caccia MiG-29 dispersi intorno la base o negli hangar corazzati, non furono colpiti così come una pista di 2500m che avrebbe potuto essere utilizzata dalla YAF. Il 15 aprile 2015 i sauditi avrebbero distrutto 2 cacciabombardieri Su-22 e 1 caccia F-5 parcheggiati all’aperto di al-Daylami, e il 4 maggio 1 aereo da trasporto Il-76TD yemenita veniva distrutto al Sana International Airport.
L’aeronautica yemenita, sulla carta, disporrebbe di:
18 caccia multiruolo Mikojan MiG-29SMT e 4 MiG-29UBT
40 caccia intercettori Mikojan MiG-21bis/MF e 12 MiG-21U/UM
6 caccia Northrop F-5E e 2 F-5F
34 cacciabombardieri Sukhoj Su-22M/M-2/M-4 e 3 Su-22UM-3K
2 velivoli da trasporto Iljushin Il-76
1 velivolo cargo Antonov An-12BP
2 velivoli cargo Lockheed C-130H Hercules
2 velivoli cargo Antonov An-24RV
5 velivoli cargo Antonov An-26
2 aerei di linea Jakovlev Jak-40
22 aerei d’addestramento Aero L-39 Albatros
14 aerei d’addestramento Jakovlev Jak-11
12 aerei d’addestramento Zlin Z-142
12 aerei d’addestramento SB-7L-360 Seeker
12 elicotteri d’attacco Mil Mi-24D/F
15 elicotteri d’assalto Mil Mi-171Sh, 10 Mil Mi-8T
2 elicotteri antisom Mil Mi-14
2 elicotteri Agusta-Bell AB204B, 4 Agusta-Bell AB206B, 2 Agusta-Bell AB212 Twin Huey, 2 Agusta-Bell AB214
3 elicotteri Bell UH-1H-II Huey II
2 aerei da ricognizione Cessna 208N-ISR Caravan
3 aerei da ricognizione Beechcraft Super King Air-350ER
12 UAV Boeing ScanEagle
La difesa aerea yemenita disporrebbe di 1300 missili antiaerei obsoleti e privi di pezzi di ricambio (400 3M9/2K12, 300 Strela-1, 216 V-75/S-75, 100 5V27/S-125, 460 Strela-2). I sauditi avrebbero distrutto un sistema S-75, 1 S-125 e 1 2K12 Kub. Le basi aeree sono l’aeroporto internazionale di Aden, le basi di al-Anad, al-Ghaydah con 21 hangar, al-Ataq, al-Hudaydah con 27 hangar, Riyan, Sana con 53 hangar, Taiz Ganad, Sayun e Sada.
CBlL9q9VEAAeAiT_risultatoQuando il 17 aprile, al-Qaida nella penisola araba occupò Muqala, capitale della provincia di Hadramaut, la città era difesa dalla 27.ma Brigata di fanteria comandata da Muhamad Ali Muhsan, comandante della regione militare orientale comprendente i governatorati di Hadramaut e al-Mahra. Ali Muhsan era fuggito in Arabia Saudita, essendo un aderente alla Fratellanza Musulmana yemenita, Islah, sostenuta dai sauditi. Su ordine di Ryadh, Ali Muhsan sabotò qualsiasi resistenza all’occupazione di al-Qaida che, dopo aver occupato aeroporto, edifici governativi e raffineria di al-Muqala, iniziava a farsi chiamare “Comitato popolare dei Figli dell’Hadhramaut”. L’ambasciatore saudita negli Stati Uniti, Adil al-Jubayr, affermava che l’Arabia Saudita inviava armi proprio ai cosiddetti “comitati popolari” yemeniti che combattevano gli sciiti zayditi e soprattutto Asarullah, che Ryadh qualifica come “gruppo estremista”.
Il 23 aprile, un aereo di linea iraniano carico di aiuti umanitari, diretto a Sana, veniva dirottato da caccia sauditi prima di entrare nello spazio aereo yemenita. Il Viceministro degli Esteri iraniano per gli affari arabi e africani, Hossein Amir Abdollahian, sottolineava che l’invio di aiuti umanitari nello Yemen era una priorità di Teheran. Il vicedirettore per gli affari internazionali e umanitari della Mezzaluna Rossa Iraniana (IRCS), Shahabeddin Mohammadi Araqi, dichiarava “siamo pronti a inviare aiuti umanitari nello Yemen, ma purtroppo l’Arabia Saudita l’impedisce. Siamo in contatto con la Mezzaluna Rossa e il Ministero della Salute dello Yemen, che hanno indicato la necessità di nuovi invii“. L’Iran aveva già inviato 69 tonnellate di aiuti medici e beni di consumo. All’inizio di aprile, il Capo della Mezzaluna Rossa yemenita Muhamad Ahmad al-Qabab, in una lettera all’omologo iraniano Seyed Amir Mohsen Ziayee, aveva ringraziato l’Iran per gli aiuti umanitari e medici. L’Iran aveva sottolineato che alimentando il settarismo nei Paesi musulmani si favorivano solo gli interessi delle potenze egemoni e del regime sionista d’Israele, mentre Teheran faceva del suo meglio per preparare il terreno a una soluzione pacifica delle controversie tra Stati mediorientali, ed intensificava gli sforzi per mediare i colloqui tra i diversi gruppi yemeniti per stabilire la pace e avviando una proposta d’iniziativa di pace per lo Yemen al segretario generale delle Nazioni Unite. Secondo l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite, gli sfollati per la guerra erano 150000, almeno 1080 persone erano state uccise, tra cui 115 bambini, e altre 4352 erano state ferite, tra il 19 marzo e il 20 aprile. Inoltre 4,8 milioni di persone soffrivano per la penuria di alimenti.
Il 25 aprile, i sauditi bombardavano Sana, Aden, Sada e Hija, mentre negli scontri tra l’esercito yemenita e le milizie filo-saudite a Lahij, Abyan e Adhali rimavano uccisi 50 miliziani filo-sauditi e di al-Qaida. Negli scontri a Marib, l’esercito yemenita assediava le roccaforti delle forze filo-saudite. Navi da guerra saudite bombardavano la città di al-Muala, nella provincia di Aden, dopo che l’esercito yemenita e Ansarullah avevano sconfitto le locali forze filo-saudite. Ansarullah avanzava su Ataq, nella provincia di Shabwah, catturando grandi quantitativi di armi e infliggendo gravi perdite alle forze filo-saudite. Il 15 aprile, i combattenti popolari yemeniti sequestravano un enorme carico di armi paracadutato dai sauditi nella provincia di Marib, e un altro carico di armi paracadutato dai sauditi nella provincia di Lahij, veniva catturato da Ansarullah. Il 26 aprile i sauditi bombardavano Safra, provincia di Sada, uccidendo 4 persone, e Taiz, colpendo una scuola. Inoltre i sauditi bombardavano Sahar, Faj Atan, al-Nahdin, Sana, Ludar, nella provincia di Abyan, Marib, uccidendo altre 4 persone, e Aden. Il 29 aprile l’esercito yemenita e le forze popolari eliminavano 20 terroristi di al-Qaida respingendone l’attacco sull’aeroporto di Aden, mentre l’esercito yemenita eliminava ad al-Atif una base di al-Qaida e una di al-Islah. Ansarullah eliminava un’altra base di al-Qaida nel governatorato di Marib. I sauditi bombardavano l’aeroporto di Hudaydah, il quartiere orientale di Qurmaqsar ad Aden e la città di Harat.
t1_8Il 1° maggio, gli aerei sauditi bombardavano un ospedale e un campo medico, nel sud-ovest dello Yemen, uccidendo almeno 58 civili e ferendone almeno 67. Gli Stati Uniti ampliavano il supporto dell’intelligence all’Arabia Saudita nelle operazioni contro lo Yemen. “Cerchiamo di fargli avere una migliore visione del campo di battaglia e dell’avanzata delle forze huthi”. Affermava un ufficiale dell’intelligence statunitense. Gli aerei sauditi avevano anche bombardato due autocarri carichi di cibo presso Sada, oltre ad effettuare altri attacchi, il 2 maggio, presso Malahidh, vicino al confine saudita, e nel Wadi Lyah. Il 4 maggio l’esercito yemenita entrava nel quartiere al-Tawahi di Aden mentre combattenti tribali yemeniti attaccavano otto postazioni militari saudite a Jazan e Najran, eliminando 5 soldati sauditi. Aerei sauditi bombardavano Sahar, presso Sada con 50 missili, mentre l’artiglieria saudita bombardava Dhahar, sempre nella provincia di Sada, e Harad, nella provincia di Hajah, causando 43 morti e 140 feriti tra i civili. Le truppe saudite si ritiravano dalla provincia di Jizan dopo seri scontri con truppe tribali yemenite che occupavano quattro postazioni dell’esercito saudita. Ansarullah attaccava le posizioni dei miliziani filo-sauditi a Dar al-Sad e al-Tawahi, ad Aden, distruggendo diversi autoveicoli e catturando un deposito di armi dei filo-sauditi. In precedenza un gruppo di 50 militari sauditi sbarcava ad Aden con compiti di coordinamento tra l’esercito saudita e le milizie filo-saudite, per occupare l’aeroporto locale, la missione però falliva. Infine, un’imbarcazione della Marina saudita sarebbe stata catturata al largo di Aden, mentre i sauditi bombardavano il quartiere Jazirat al-Umal di Aden. Il 5 maggio, mentre i sauditi bombardavano la base aerea di al-Anad, nella provincia di Lahij, distruggendo la pista dell’aeroporto, l’esercito yemenita liberava i quartieri Dar Sad al-Bariqa e al-Tawahi di Aden, eliminando diversi miliziani filo-sauditi, tra cui il generale Ali Nasir Hadi. Il 7 maggio, gli yemeniti abbattevano un elicottero d’attacco AH-64 Apache saudita, ad al-Baqa, nella provincia di Sada. Le truppe tribali yemenite catturavano 60 soldati sauditi ad Ahad al-Masariha, nella provincia saudita di Jizan, dopo uno scontro a fuoco di 3 ore. Inoltre, gli yemeniti sequestravano anche 22 Hummer, 17 jeep, armi e munizioni. Il 9, 10 e 11 maggio i sauditi lanciavano 140 attacchi aerei sullo Yemen durante i quali 1 caccia F-16 marocchino veniva abbattuto dalla difesa yemenita nel Wadi Nushur, provincia di Sada, “Uno degli F-16 della Forza Armata Reale (FAR) a disposizione della coalizione guidata dall’Arabia Saudita per ristabilire la legittimità nello Yemen, è scomparso il 10 maggio alle 18:00 ora locale“, dichiarava la FAR. Il 12 maggio, secondo la TV araba al-Mayadin, gli impianti petroliferi dell’Aramco, a Zahran Asir, nell’Arabia Saudita meridionale, venivano bombardati e incendiati dalle forze tribali dello Yemen.
Il ministro della Difesa malese Datukseri Hishammuddin Hussein e il comandante delle Forze Armate della Malaysia, Generale Tansri Zulkifeli Mohdzin, smentivano la notizie secondo cui la Malaysia aderiva alla coalizione saudita contro lo Yemen, affermando che le truppe malesi in Arabia Saudita erano presenti per evacuare i civili malesi e non per partecipare all’aggressione contro lo Yemen, “2 aerei da trasporto C-130 della Royal Malaysian Air Force saranno posizionati presso la Forward Operating Base (FOB) della Prince Sultan Air Base (PSAB) di Riyadh, Arabia Saudita. La FOB è stata istituita quale ‘piattaforma’ per avviare l’evacuazione dei nostri cittadini, per farli rientrare al sicuro in Malesia“.
CELMMTjUUAAiW4M Il 19 maggio aerei sauditi bombardavano Sada e Sana, provocando decine di morti e feriti tra i civili. Il 21 maggio 18 soldati sauditi venivano eliminati al confine con lo Yemen, a Tal Tuwan, nel corso di un attacco di Ansarullah, che ne occupava anche la caserma. Il 22 maggio, nella provincia di Raymah, i bombardamenti sauditi uccidevano cinque civili e altri tre civili ad al-Hudaydah, mentre nella regione saudita di al-Tawal le milizie tribali yemenite bombardavano le postazioni e un deposito dell’esercito saudita. Il 23 maggio, a Bani Harith, le truppe yemenite abbattevano 1 cacciabombardiere F-15S saudita. Un altro velivolo saudita veniva abbattuto a Qataf, provincia di Sada. Numerosi militari sauditi abbandonavano le postazioni di frontiera e la base di Mazab all’avanzare dell’esercito yemenita, che occupava al-Qumri in Arabia Saudita e il jabal al-Arus nella provincia di Taiz, al confine saudita-yemenita. Il 25 maggio, nella città saudita di Jizan, si svolgeva una battaglia che portava alla distruzione di 4 blindati e all’eliminazione di 9 soldati sauditi da parte dell’artiglieria yemenita. Altri 3 mezzi sauditi furono distrutti a Tawliq, eliminando 10 soldati sauditi. Negli attacchi aerei sauditi a Taiz e Haja venivano uccisi 15 civili. Il 26 maggio, l’Arabia Saudita ritira le truppe a 20km dal confine yemenita, “fino all’arrivo di rinforzi e nuovi equipaggiamenti”. Tale decisione veniva presa dopo diverse settimane di intensi combattimenti con l’esercito e le forze popolari yemeniti che avevano catturato diverse postazioni e strutture militari in territorio saudita. Gli yemeniti controllavano otto postazioni nella regione meridionale dell’Arabia Saudita e avevano attaccato il comando della 7.ma Divisione dell’esercito saudita, saccheggiando grandi quantità di munizioni. L’esercito e le forze popolari dello Yemen avevano distrutto 2 blindati sauditi nella base di al-Shobhah, nel Dhahran al-Junub in Arabia Saudita e 1 blindato a Taqyah, e colpito con i mortai le posizioni militari saudite di al-Radif. Le forze di sicurezza yemenite arrestavano anche le 40 guardie dell’ambasciata saudita a Sana, che prendevano sotto controllo.
Il 30 maggio, gli attacchi aerei sauditi uccidevano 23 civili a Qitaf, provincia di Sada. Il 26 maggio altre 39 persone furono uccise dagli attacchi aerei sauditi su Aden, Sana, Hajah, Ib e al-Hudaydah. Il 5 giugno diversi soldati sauditi a bordo di un autoveicolo furono eliminati con una bomba posta lungo la strada per la base militare di Tuwaylaq, nel Jizan saudita. L’azione avveniva poco dopo che i comitati popolari yemeniti avevano occupato la base. L’esercito yemenita, i comitati popolari e Ansarullah bombardavano il sistema di comunicazione della base militare di Mazhaf, sempre nella regione saudita di Jizan. Inoltre oltre 30 razzi colpivano le postazioni militari saudite di Zahran, nella regione saudita di Asir, eliminando 2 soldati sauditi. Nel frattempo le incursioni aeree saudite facevano sei vittime a Sana. Il 6 giugno, l’esercito yemenita lanciava dalla zona di Sada 3 missili Kometa contro la base aerea saudita “Principe Qalid bin Abdulaziz” di Qamis al-Mushayt, nel sud-ovest del regno. Il comandante della Royal Saudi Air Force, tenente-generale Muhamad Ahmad al-Shalan, sarebbe deceduto nell’attacco missilistico yemenita. “Questo passo è un avviso ai criminali aggressori sauditi-statunitensi contro il popolo yemenita, per la loro brutalità inaudita“, dichiaravano i responsabili politici di Ansarullah, che inviava una delegazione a Muscat per contatti con diplomatici degli Stati Uniti, e una a Mosca su invito del Ministero degli Esteri russo. Inoltre le forze popolari yemenite bombardavano con 80 razzi le postazioni saudite a Jizan e Najran, nel distretto di Tuwaylaq, eliminando almeno 4 soldati sauditi, mentre l’esercito yemenita lanciava 5 missili contro la raffineria saudita dell’Aramco che produce un ottavo dei barili di petrolio di tutto il mondo, e altri 13 missili contro la base militare saudita di Dhahran al-Asha. Le azioni avvenivano dopo che aerei sauditi avevano bombardato Bani Sayah e Sahar nella provincia di Sada, uccidendo oltre 70 civili, altri 11 civili nelle province di Shabwa e Hajah e tre a Sada. Il 7 giugno i raid sauditi colpivano il quartier generale dell’esercito a Sana, uccidendo almeno 45 persone, compresi 20 civili. Altri quattro civili furono uccisi e 20 feriti nel bombardamento di Taiz. Le forze yemenite bombardavano le basi militari saudite di Ayn al-Harah, Malhamah e al-Sharafa, e le posizioni saudite sul jabal al-Duqan, a sud di Jizan.KhamizMushaitUn ufficiale saudita, prigioniero del movimento Ansarullah, confessava che l’intelligence saudita “ha chiesto ai pirati somali di contrabbandare armi ai terroristi nello Yemen e compiervi azioni terroristiche“, riferiva Isa Walad Hasan al-Umri di Ansarullah, “l’Arabia Saudita ha fornito ai pirati intelligence militare e geografica per organizzare attacchi terroristici, tra cui un’esplosione presso l’Università di Sana“. Ryadh organizzava anche il contrabbando di armi e munizioni nello Yemen per i terroristi di al-Qaida operanti nello Yemen contro Ansarullah. 16 autocarri carichi di armi e munizioni, destinate ai terroristi di al-Qaida, erano entrati nello Yemen dal valico di Wadia, nella provincia yemenita di Hadramaut.JizanNote:
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In vista della controffensiva siriano-irachena

Alessandro Lattanzio, 3/6/2015FGi2ngELe forze alleate dell’asse Iran-Iraq-Siria-Hezbollah si riorganizzano preparando le operazioni per contrastare l’offensiva islamo-atlantista cogestita da Turchia (fazione Erdoghan) e Arabia Saudita, sostenitori di Jabhat al-Nusra (al-Qaida), e da NATO, Israele e Turchia (fazione Gulen), sostenitori dello Stato Islamico (Gladio-B). Le operazioni anti-terroriste organizzate dalle forze armate iraniane e siriane, e dalle milizie popolari irachene e libanesi riguarderanno probabilmente almeno due offensive coordinate tra esse sul fronte siriano (probabilmente Tadmur) e sul fronte iracheno (Ramadi), per ridurre l’aggressività dello Stato islamico, ultimamente celebrato e propagandato quale organizzazione taqfirita invincibile da al-Jazeera e dai media sauditi ed occidentali. Propaganda che, anche nel caso di ‘vittorie’ sul campo, non corrisponde quasi mai alla realtà dei fatti (si veda il caso della Jamahiriya Libica).

iraq-tikrit_customL’operazione per la liberazione di Ramadi, capitale della provincia di Anbar, in Iraq occidentale, è stata battezzata dalle Hashid al-Shabi (Forze popolari), “Operazione Labaiq Ya Iraq” (Siamo al servizio dell’Iraq). Il Pentagono esprimeva delusione per la prevalenza delle milizie sciite irachene in un’operazione nel cuore sunnita dell’Iraq. Con incredibile ipocrisia, il portavoce del Pentagono, colonnello Steven Warren, aveva detto che “la chiave della vittoria, il tasto per espellere il SIIL dall’Iraq è un Iraq unificato. Un Iraq unificato senza divisioni settarie, unito contro questa comune minaccia operando per espellere il SIIL dall’Iraq. La soluzione è un governo iracheno unito“. Gli statunitensi erano riluttanti ad inviare le milizie sciite nell’Anbar, una provincia prevalentemente sunnita, ma la presa di Ramadi infliggeva un duro colpo alla coalizione guidata dagli USA spingendo Baghdad ad approvava l’immediato invio delle milizie popolari, di cui Washington diffidava, “Molte milizie non sono sotto il controllo del governo centrale” iracheno, diceva Warren. Infatti Obama aveva suggerito al governo iracheno di attivare le milizie tribale sunnite per contrastare, con il sostegno dell’Aeronautica degli Stati Uniti, l’assalto del SIIL. Ma Baghdad invece inviava 25000 miliziani delle Brigate Hezbollah, Imam Ali e Badr, e la 30.ma Brigata meccanizzata dell’8.va Divisione dell’esercito iracheno nella base militare di Habaniyah, in vista della controffensiva contro il SIIL.
Per occupare Ramadi, presidiata ca circa 7000 soldati iracheni, lo Stato islamico aveva utilizzato almeno 30 autobombe, di cui 10 camion-bomba del tipo utilizzato nell’attentato di Oklahoma City nel 1995, rivelando una mano molto nordamericana in tale tipo di operazioni terroristiche. In precedenza, il 18 maggio, il ministro della Difesa iraniano Generale Hossein Dehqan e il ministro della Difesa iracheno, Qalid al-Ubaydi, s’incontravano a Baghdad per organizzare la difesa contro il SIIL, mentre aerei da trasporto iracheni C-130J Hercules si recavano a Teheran per trasportare i rifornimenti militari iraniani.
Tra la fine di maggio e l’inizio di giugno 2015, tramite un accordo siriano-iraniano-iracheno oltre 20000 soldati iraniani, iracheni e libanesi sarebbero stati inviati nella zona di Idlib. Secondo il quotidiano libanese al-Safir, “La mobilitazione nel nord della Siria non ha precedenti dallo scoppio della guerra quattro anni fa. Una mobilitazione di tali dimensioni interrompe la tacita comprensione turco-iraniana per evitare il confronto diretto sulla Siria“. Il comandante della Forza al-Quds delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, Generale Qasim Sulaymani, si era recato sul fronte di Jurin, dove le forze siriane si preparano ad affrontare l’assalto islamista-atlantista, promettendo “sorprese” per la NATO e gli USA. “Il mondo sarà sorpreso da ciò che noi e la leadership militare siriana prepariamo per i prossimi giorni“. Il comandante iraniano aveva incontrato il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito arabo siriano e i comandanti di Hezbollah durante la visita segreta in Siria.
CE5DsudUIAAZzHI Infatti, il ripiegamento delle forze siriane nella provincia di Idlib e da Tadmur rientra in un cambio di strategia di Damasco che prevede di rafforzare la presenza militare siriana nelle aree principali governative, da Lataqia ad Aleppo, da Homs a Damasco. Difatti, come dimostra il sito filo-islamo-atlantista Oryx, le truppe siriane avevano lasciato Tadmur dopo aver ritirato il grosso del materiale bellico; difatti nella base aerea di Tadmur i terroristi del SIIL poterono catturare solo 5 pezzi di artiglieria, qualche arma antiaerea e mezza dozzina di veicoli siriani inutilizzabili, oltre che 5/6 radar risalenti agli anni ’60/’70 e delle carcasse di 2 elicotteri distrutti. In realtà Tadmur è in pieno deserto, l’intenzione dello Stato islamico sarebbe stata quella di collegare il ‘califfato’ dal Mosul ad Homs; ma più probabilmente era distrarre risorse e mezzi dal fronte del Qalamun, dove il SIIL ha subito una pesante sconfitta; così come nei fronti ancora aperti, come Dayr al-Zur, Aleppo oppure Hasaqah, dove ha perso il controllo su oltre un 100 di villaggi. Invece di seguire una strategia, accumulando uomini e mezzi su tali ultimi fronti, lo Stato islamcio aveve deciso di lanciarsi al centro della Siria, allungando le linee di rifornimento nel deserto, e questo mentre a Ramadi incominciano a incontrare la resistenza delle forze irachene. Tutto ciò nella speranza che occupando o facendo credere di occupare Tadmur, Damasco di distraesse dai fronti del Qalamun e di Idlib, dove il SIIL e le altre organizzazioni terroristiche subiscono sconfitte o sono bloccate, disperdendo mezzi e uomini preziosi per la difesa della frontiera con Libano, Israele e Giordania, da cui tagliare i rifornimenti per le organizzazioni terroristiche attive in Siria. “Gli accuratamente selezionati resoconti dei media occidentali continuano a presentare lo Stato islamico quale fattore nella regione settentrionale dell’Afghanistan al confine con l’Asia centrale. Radio Free Europe e Radio Liberty, collegate all’intelligence degli Stati Uniti e che svolsero un ruolo chiave nella Guerra Fredda, la scorsa settimana avevano diffuso un pezzo inquietante sullo Stato islamico, praticamente dandogli un peso in Afghanistan assai lontano dalla realtà sul campo”. Va ricordato che Radio Free Europe e Radio Liberty sono emittenti della CIA finanziate da Soros, completamente gestite da neonazisti dichiarati e dedite alla propaganda anti-siriana, anti-iraniana e anti-russa. Il pubblico di queste radio è composto da nazisti fanatici e da nostalgici delle junte militari latinoamericane; basta fare un giro sulle loro pagine facebook per incontrarvi solo tale feccia. Inoltre, al quadro si aggiunge la propaganda filo-islamista e anti-sciita di Human Rights Watch, ONG finanziata dal governo statunitense, che accusa le milizie popolari irachene di rappresaglie e saccheggi contro i civili sunniti; lo scopo ultimo di tale propaganda è giustificare l’invio di truppe statunitensi in Iraq, invocato dal senatore statunitense John McCain, presidente del Comitato forze armate del Senato, e da Frederick Kagan, artefice della “Spinta” militare del 2007 in Iraq, e che dichiara che la caduta di Ramadi “sabota completamente” i piani per liberare Mosul, “Credo che la battaglia per Ramadi sarà abbastanza difficile“. L’ex-generale dei marines Gregory Newbold, consigliere di Obama nel 2008, disapprovava la strategia statunitense in Iraq, invocando l”escalation della campagna aerea e delle forza di terra statunitensi. “Quello che dobbiamo fare… dev’essere così decisivo ed avere un effetto tale che lo Stati islamico ne esca umiliato, come ideologia e come forza”.
Ma la ‘strategia’ statunitense in realtà ha sempre favorito la sua creatura, il ramo mediorientale di Gladio, ovvero Gladio-B, pubblicamente presentato dai media islamo-atlantisti come ‘Stato islamico’. A ribadirlo era la dichiarazione del primo ministro iracheno Haydar al-Abadi, che ammetteva che il SIIL a Mosul, nel giugno 2014, aveva catturato 2300 autoveicoli Humvee, 40 carri armati M1A1, un centinaio di blindati, 52 obici M198 e 74000 fucili d’assalto e armi automatiche. Un arsenale di fatto ceduto ai terroristi taqfiri dagli statunitensi e dai loro alleati ex-baathisti della fazione Husayn, presenti nell’amministrazione e nelle forze armate irachene. Intanto, presso Mosul, a conferma del coinvolgimento di Gladio nelle operazioni terroristiche in Medio Oriente, un agente dei servizi segreti turchi (MIT) operativo nel SIIL veniva catturato dai peshmerga, durante i combattimenti del 24 maggio nel villaggio di Sehelil, presso Mosul, che avevano lasciato 17 peshmerga e 35 terroristi morti. L’agente del MIT proveniva dalla provincia di Erzurum dove fu arrestato in Turchia per omicidio e condannato a 30 anni di carcere, poi rilasciato solo per aderire al SIIL come agente dei servizi segreti turchi. L’agente turco veniva consegnato al comando centrale dell’intelligence curda di Zerevani.

L'agente dell'intelligence turca dello Stato islamico catturato dalla mizlia curda

L’agente dell’intelligence turca dello Stato islamico catturato dalla milizia curda


Terroristi dello Stato islamico catturati dalle forze irachene

Riferimenti:
Analisi Militares
Anfenglish
Cassad
Mondialisation
NEO
RussiaToday
StopWar
Uskowi on Iran
Uskowi on Iran
Uskowi on Iran
Zerohedge

In Iraq, le forze iraniane schierano un nuovo sistema lanciarazzi multiplo (MLRS)

In Iraq, le forze iraniane schierano un nuovo sistema lanciarazzi multiplo (MLRS)

Gli Stati Uniti non mostrano alcuna volontà di combattere lo Stato islamico

MK Bhadrakumar Indian Punchline 30 maggio 2015iraq-map-23Avete mai letto il romanzo di Gabriel Marquez Cronaca di una morte annunciata? In caso contrario, leggetelo prima di assimilare l’informazione mozzafiato di Eli Lake nei suoi ultimi commenti su Bloomberg View. Eli Lake è uno dei giornalisti statunitensi più informati in politica di sicurezza ed estera degli Stati Uniti e non vorrei pensarlo indulgere nel realismo magico. Ma i suoi pezzi su Bloomberg potrebbero essere di Marquez. Permettetemi di riassumere ciò che ha rivelato delle sue conversazioni con la comunità d’intelligence degli Stati Uniti sull’occupazione di Ramadi, Iraq, da parte dello Stato islamico. Secondo Lake (qui e qui):
Gli Stati Uniti avevano “intelligence significativa” sull’imminente offensiva su Ramadi. Cioè, era “un segreto di Pulcinella”. Ma “le regole d’ingaggio” non consentivano attacchi aerei agli USA. Né le forze irachene a Ramadi furono correttamente informate che l’attacco dello SI era sicuro e che aveva anche acquistato munizioni sul mercato nero. Le forze speciali degli Stati Uniti (di stanza in una base a soli 100 km di distanza), dovevano avere l'”autorizzazione” per entrare in battaglia, che non era immediata. “Ciò che è chiaro è che, mentre gli Stati Uniti limitavano queste misure dopo quasi un anno di nuova guerra in Iraq di Obama, lo Stato Islamico poté occupare la seconda città dell’Iraq, Mosul, e prendere la città strategica di Ramadi“. Allora, cos’era la grande campagna di bombardamenti degli Stati Uniti nella regione di Ramadi, in Iraq? Lake rivela: “Le agenzie d’intelligence degli USA poterono osservare le forze e i mezzi dello SI prepararsi alla battaglia decisiva, ma il Pentagono “non ordinò attacchi aerei contro i convogli prima della battaglia“. Gli Stati Uniti compirono solo attacchi aerei per distruggere 4 autocarri armati e 2 autobombe dello IS, e colpire anche 25 “postazioni” e 14 altre “attrezzature varie”. Tutto ciò furono gli attacchi alle ‘”posizioni di sosta” dello SI prima e durante la battaglia, mentre non ci furono attacchi reali ai convogli che “viaggiavano su strada all’aperto per Ramadi”. Nel momento cruciale, prima dell’assalto dello SI tra il 3 e il 15 maggio, solo per quattro giorni gli Stati Uniti effettuarono attacchi aerei contro le aree di sosta e i combattenti dello SI. Il numero di veicoli distrutti era risibile rispetto alla forza complessiva usata contro Ramadi. Un ex-colonnello degli Stati Uniti (consigliere del generale David Petraeus) ha valutato: “Gli attacchi furono limitati, tralasciando molti obiettivi che avrebbero potuto essere colpiti. Chiaramente non abbiamo fatto abbastanza per interdire, distruggere e sconfiggere il nemico quando doveva muoversi quasi sempre in spazi aperti“. Tuttavia, poche ore dopo la caduta di Ramadi, lo scaricabarile iniziava. Il segretario alla Difesa Ashton Carter si gettò nella mischia per asserire che agli iracheni mancava la “voglia di combattere”. Baghdad ha reagito furiosamente e il vicepresidente Joe Biden dovette intervenire per placare la leadership irachena. L’ultima cosa che si sa è che Carter si propone di “mettere a punto” la strategia degli Stati Uniti in Iraq alla luce della debacle di Ramadi. Bizzarro, quando Carter sapeva da mesi che lo IS si preparava ad assaltare Ramadi, no?
Gli imbrogli fra SI e Stati Uniti rimangono un indovinello avvolto in un mistero all’interno di un enigma. L’Iran sostiene da mesi che gli aerei statunitensi lanciano clandestinamente rifornimenti sui territori controllati dallo SI in Iraq. Teheran ha appena annunciato che “diverse cellule e squadre” affiliate allo SI sono state scoperte in Iran. Il Ministro della Difesa General Hossein Dehqan ha apertamente accusato gli Stati Uniti di combattere una “guerra per procura” contro l’Iran con l’aiuto dello SI (qui). Gli Stati Uniti hanno recentemente istituito campi di addestramento in Turchia (oltre che in Giordania) per addestrare la cosiddetta opposizione siriana e ancora la Turchia è la via di transito principale per i combattenti dello SI. Gli apologeti statunitensi potrebbero dire che gli Stati Uniti sono impotenti contro la Turchia (una potenza della NATO, appunto), ma la linea di fondo resta: Cosa fare in tutto ciò? Leggasi la perspicace e accurata analisi di un esperto di Medio Oriente: per battere lo SI, va cacciata la coalizione degli USA.11017079Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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