I padroni sauditi di John McCain

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 25/05/2016johnmccain-alqaedasyria-copyJohn McCain non riesce a credere ai sondaggi che mostrano che solo il 35 per cento dei suoi camerati repubblicani dell’Arizona crede che faccia un buon lavoro al Senato degli Stati Uniti. Le primarie repubblicane per il Senato mostrano McCain in seria difficoltà nel suo partito contro il senatore dello Stato Kelli Ward. McCain ha deriso Ward chiamandolo “Chemtraill Kelli” perché aveva sollevato interrogativi sulle attività del governo degli Stati Uniti nella “geo-ingegneria” seminando nell’atmosfera sostanze che alterano il clima. Quando si tratta di “complotti” Ward non è da meno di McCain, il cui istituto non-profit, col suo nome, ha accettato una donazione di 1000000 dollari dall’ambasciata saudita, questo marzo. McCain è stato uno dei pochi senatori degli Stati Uniti ad esprimere gravi riserve sul passaggio al Senato del Justice Against Sponsors of Terrorism Act (JASTA) che consentirebbero alle vittime del terrorismo di Stato di citare in giudizio i governi coinvolti in tali atti. La normativa è chiaramente rivolta contro l’Arabia Saudita per il ruolo di membri chiave del suo governo negli attacchi dell’11 settembre 2001. McCain ha detto di temere che la legge allontani l’Arabia Saudita e mini le alleanze degli USA in Medio Oriente. McCain ha sepolto la testa sotto la sabbia saudita nel caso del sostegno dei sauditi a terroristi di ogni colore, al-Qaida, Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL), Fronte al-Nusra e taliban in Pakistan e Afghanistan. McCain ha anche agito per garantirsi che l’amministrazione Obama non declassificasse le 28 pagine chiave dell’inchiesta congiunta del 2002 del Congresso sul fallimento dell’intelligence che comportò gli attacchi dell’11 settembre. Vuole fortemente che le 28 pagine rimangano classificate perché implicano chiaramente i vertici del governo saudita nel supportare i dirottatori arabi negli Stati Uniti. Nel 2014 McCain in realtà ne elogiò uno, che secondo la relazione parlamentare congiunta avrebbe dato aiuto materiale ai dirottatori, l’ex-ambasciatore saudita negli Stati Uniti principe Bandar bin Sultan. Apparendo sulla CNN, McCain proclamò, “Grazie a Dio per i sauditi e il principe Bandar”. Nello stesso tempo la Fondazione McCain Institute, ramo senza scopo di lucro per la raccolta di fondi del McCain Institute for International Leadership nell’Arizona State University, ricevette una donazione di 1 milioni di dollari dalla Reale Ambasciata dell’Arabia Saudita a Washington, DC.
john-mccain-senator Per l’Arabia Saudita, McCain è il suo uomo. Come presidente della potente Commissione Servizi Armati del Senato, McCain è la chiave di volta nella vendita di armamenti avanzati degli Stati Uniti a sauditi e Stati del Golfo alleati. C’è poca trasparenza tra McCain e sauditi sulle questioni mediorientali. McCain ha sostenuto attivamente l’intervento militare degli Stati Uniti nella guerra civile siriana dalla parte delle forze jihadiste. McCain entrò illegalmente in territorio siriano dalla Turchia per incontrare i capi dei terroristi siriani, tra cui alcuni affiliati a SIIL e al-Qaida. McCain elogia anche la campagna genocida saudita nello Yemen contro i ribelli huthi. McCain in realtà ha detto che lo Yemen avrebbe affrontato un destino ancora peggiore se l’Arabia Saudita non interveniva nella guerra civile, lodando gli “sforzi” del re saudita Salman nello Yemen, mentre si scaglia contro il Presidente siriano Bashar al Assad per aver commesso “atrocità” contro il popolo siriano. McCain non tiene conto del fatto che i sauditi commettono un genocidio nello Yemen, con una campagna che colpisce volutamente ospedali, orfanotrofi, mercati affollati e moschee. McCain è un forte sostenitore a che Arabia Saudita e Israele decidano congiuntamente il futuro degli USA in Medio Oriente. McCain sottoscrive essenzialmente il mito dei guerrafondai neo-conservatori che gli USA debbano sostenere gli alleati problematici Riyadh e Gerusalemme, così come il governo neo-ottomano della Turchia, per garantirsi la posizione nel Medio Oriente. Tale posizione non solo ha fatto guadagnare all’“Istituto” di McCain presso l’Arizona State University un milione di dollari sauditi, ma le sue casse elettorali sono state saziate dal generoso contributo del fondo avvoltoio del miliardario sionista Paul Singer e della NORPAC, nota società di lobbying che rappresenta gli interessi del governo israeliano. Dopo che il contributo di 1 milione di dollari all’Istituto McCain è stato reso pubblico, McCain, con tipica esplosione sconclusionata, sostenne che non ha nulla a che fare con l’istituto col suo nome. McCain non sa così nulla dell’istituto col suo nome da ospitarne personalmente un convegno annuale nella sua residenza a Sedona, Arizona, partecipando al Sedona Forum del McCain Institute, conclave privato che attirò l’ex-primo ministro inglese Tony Blair, l’ex-segretaria di Stato e presunta candidata presidenziale del Partito democratico Hillary Clinton e l’attrice Demi Moore. McCain ne sa così poco del suo istituto che nel 2014, l’anno in cui l’istituto ricevette il milione di dollari dai sauditi, McCain vi presiedette una sessione sul Medio Oriente con Clinton e il vicesegretario di Stato William Burns. L’insistenza di McCain a non avere nulla a che fare con l’Istituto McCain è smentita dal consiglio di amministrazione pieno di suoi compari, tra cui Rick Davis, presidente nazionale delle campagne presidenziali di McCain nel 2000 e 2008; Lynn Forester de Rothschild, CEO della Rothschild Investment Company LLC; Jeff Immelt, presidente della General Electric; l’ex-CEO di Telstra Solomon Trujillo, che raccolse centinaia di migliaia di dollari per le campagne di McCain, in gran parte considerati “fondi neri”; l’ex-senatore ed arci-neocon Joseph Lieberman, il disgraziato e condannato ex-direttore della CIA e generale in pensione David Petraeus; Don Brandt, presidente della commissione finanze per la campagna del 2016 per la rielezione al Senato di McCain; e Dave Berry, Bob Diamond, Sharon Harper, tutti ricchi membri della Commissione finanze per la rielezione di McCain nel 2016. L’istituto McCain ha anche ricevuto lucrose donazioni da aziende con interessi in Medio Oriente, tra cui Chevron e General Electric. Attraverso la lobby BGR di Washington, l’“Istituto” di McCain ha anche beneficiato di donazioni da Raytheon e Reale Centro Studi e Affari Mediatici saudita. McCain è ora noto come “il senatore Tutto esaurito” presso gli elettori dell’Arizona. McCain, però è peggiore della maggior parte dei politici “in vendita”. Nel suo caso ha adottato la politica di accontentare coloro che parteciparono al peggiore attentato mai commesso sul suolo statunitense.
I marinai che prestarono servizio sull’USS Forrestal, stazionante nel Golfo del Tonchino nel 1967 quando la portaerei subì l’incendio più grave nella storia della marina statunitense, sostengono che fu McCain, eseguendo un pericoloso “avvio bagnato” del motore del suo aviogetto, a causare una serie a catena di esplosioni. McCain si guadagnò il soprannome di “Johnny Avvio Bagnato” per le sue buffonate nella cabina di pilotaggio. Solo il trasferimento immediato di McCain sull’USS Oriskany, su ordine del padre, l’ammiraglio John McCain, lo salvò dal linciaggio dei marinai della Forrestal. Alcuni prigionieri di guerra incarcerati con McCain ad Hanoi, in seguito rivelarono che McCain era noto come “uccello canterino” per come cantava per i suoi secondini nordvietnamiti, fornendogli volentieri sei mesi di futuri piani di bombardamenti statunitensi sul Vietnam del Nord. McCain, come senatore, fu uno dei “Keating Five”, i cinque senatori degli Stati Uniti che accettarono tangenti e prestiti da Charles Keating, in cambio di manovre politiche che portarono al crollo del mercato del risparmio e prestito degli Stati Uniti. Il senatore “Tutto esaurito” McCain è stato un grande rappresentante nel Senato. Tuttavia, non ha rappresentato il popolo dell’Arizona, ma Casa dei Saud, SIIL, al-Qaida, Chevron e ogni truffatore e gangster che gli riempie le tasche da decenni.McCain_Hillary_WarrenLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Accordo segreto USA-curdi sulla Siria

Fars

Generale Votel

Generale Votel

Le forze di sicurezza curde hanno rivelato che un recente incontro segreto tra il nuovo comandante delle forze statunitensi in Medio Oriente, Generale Joseph Votel, e il capo del Partito Democratico del Popolo siriano (PYD), minaccia la sicurezza della provincia di Hasaqa ed ha lo scopo di ampliare la zone sotto il controllo dello SIIL. “Gli statunitensi, sotto la copertura del PYD, cercano d’espandere l’area sotto il loro controllo nel settentrione della provincia di Raqqa, occupata dallo SIIL da quattro anni“, dice al-Waqt citando una fonte della sicurezza curda. L’incontro indica anche i nuovi sforzi degli Stati Uniti per creare una zona cuscinetto nel nord della Siria. “La verità è che Washington cerca di controllare la provincia di Raqqa con il pretesto di combattere lo SIIL in conformità a un accordo di sicurezza segreto firmato tra Stati Uniti e PYD“, aggiungeva la fonte curda. Un esperto militare siriano ha detto che Washington cerca di salvare i terroristi nella provincia di Raqqa ritardando le operazioni militari delle forze curde contro i gruppi terroristici. “La ragione principale dell’insistenza degli Stati Uniti nel cercare una soluzione politica alla crisi siriana è evitare il coordinamento con la Russia per combattere i gruppi terroristici“, ha detto l’ex-colonnello dell’Esercito arabo siriano Elias Ibrahim, ribadendo che gli Stati Uniti hanno ingannato i combattenti curdi siriani fornendogli aiuti inefficaci. “Ciò accade con l’obiettivo di ritardare gli attacchi dei combattenti curdi su Raqqa, mentre sono alle porte di Raqqa“. Tutto questo mentre altre fonti dicono che l’imminente attacco dei combattenti curdi su Raqqa è stato sospeso perché gli Stati Uniti si coordinano con lo SIIL per lasciare Raqqa senza spargimento di sangue, nel tentativo di salvare il gruppo terroristico per la futura lotta al governo del Presidente Assad.
Fonti curde nel nord-est della Siria hanno detto che movimenti ed evacuazione di forze ed equipaggiamenti dello SIIL da Raqqa e loro schieramento a Dair al-Zur e regioni petrolifere della Siria aumentano la possibilità di una collusione tra terroristi e infiltrazione occidentale nella guerra in Siria. “Lo SIIL trasferisce numerose forze ed equipaggiamento pesante nelle regioni petrolifere in Siria orientale, principalmente Dair al-Zur e Homs orientale, per salvare i ricavi del contrabbando di petrolio e gas“, affermavano le fonti aggiungendo: “lo SIIL aveva già preso tali decisioni, tra cui la ritirata da al-Hula e al-Shadadi, presso Hasaqa, dove il gruppo terroristico ha lasciato i campi di battaglia senza alcuna resistenza contro le Forze democratiche siriane (SDF)“. “La decisione del SIIL di lasciare la capitale dell’auto-proclamato califfato ai combattenti delle SDF e loro sostenitori statunitensi senza resistenza, è in linea con la politica degli Stati Uniti in Siria che si oppone al controllo delle forze governative siriane sulle regioni ricche di energia del Paese, Dair al-Zur ed Homs“, aggiungevano le fonti. “Lo SIIL ha finora trasferito 12 veicoli Hummer da Raqqa a Albu Qamal e Dair al-Zur e schierato numerosi pezzi d’artiglieria ed Abrams ad al-Husayniyah, a nord-ovest di Dair al-Zur“, continuavano. Fonti informate nelle SDF annunciavano che i loro combattenti si preparavano a lanciare un’ampia operazione per por fine al dominio dei terroristi dello SIIL sulla provincia nord-orientale di Raqqa. “Le Forze democratiche siriane principalmente composte da combattenti curdi, sono pronte ad assaltare le posizioni dei terroristi dello SIIL nella capitale dell’auto-proclamato califfato“, secondo le fonti. “Nel frattempo, aerei da guerra degli Stati Uniti lanciavano volantini su Raqqa chiedendo ai civili di lasciare la città al più presto possibile” aggiungevano.ARAB-WORLD-MAPS-Novembre-2015-Emmanuel-PENETraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Battaglia per Aleppo, la fine del sogno ottomano di Erdogan

Catherine Shakdam New Eastern Outlook 21/05/2016Syria_Battle_for_Azaz_May_1_6AMDimenticate Damasco e la base di potere del Presidente Bashar al-Assad, la vera battaglia per la Siria si gioca nella città settentrionale di Aleppo dove la Turchia ha osato far rivivere il sogno del suo vecchio impero. Ankara avrà un brusco risveglio! Così brusco, infatti, che il presidente turco Recep Erdogan contempla un’incursione militare in Siria, una mossa pericolosa che trascinerebbe la Turchia in rotta di collisione non solo con Damasco, ma con le due superpotenze militari Iran e Russia. Inutile dire che, mentre Mosca e Teheran esercitano moderazione e misura verso la follia politica di Ankara, per il bene della stabilità regionale, una mossa militare diretta contro la Siria probabilmente agiterebbe la regione nonostante tutta la discreta diplomazia. La Turchia, naturalmente, sostiene che la sua posizione è legittima… come non potrebbe quando s’è dimostrata un’autentica alleata della NATO e baluardo contro il terrorismo? La principale linea di difesa del Presidente Erdogan, o meglio d’attacco, è che deve proteggere assolutamente la sovranità nazionale della Turchia contro i pericolosi estremisti. Il diritto della Turchia all’auto-difesa è così imperioso che la sua espressione giustifica la violazione dell’integrità territoriale di un’altra nazione sovrana: la Siria. Con tale narrazione eccezionale, la Siria viene relegata a teatro militare dove gli Stati giocano alla guerra e alla costruzione dell’impero. La Siria, per Erdogan, è un nano davanti alla necessità militare e politica della Turchia… a che importa del diritto internazionale quando si è la barra nel checkpoint strategico tra UE e una marea di immigrati? Chi parlerà contro la Turchia, ora che la sua volontà rimane incontrollata ed incontrastata… oserei dire canagliesca… da così a lungo. Ciò che mi chiedo veramente è come si fa a rimettere questo genio nella bottiglia? Guardatelo, il presidente Erdogan non ha alcuna intenzione di rallentare la cavalcata neo-imperiale. È probabilmente il più deciso a vedere le sue ambizioni prevalere… ad oltranza se necessario, su una nazione devastata.
Ma se la Turchia agisce da Stato canaglia in un momento in cui anche Washington si sveglia sulla logica della Russia in Siria, il presidente Erdogan non è privo di una sua logica. “Decine di migliaia di vite sono state salvate e un milione di persone ha ricevuto aiuti grazie al cessate il fuoco stabilito in Siria con l’aiuto della Russia”, ha detto il segretario di Stato Usa John Kerry questo maggio, in ciò che può essere descritto come voltafaccia politico. Sempre da appassionato stratega, Erdogan imita l’eccezionalismo americano, suonando davanti al mondo lo stesso motivo della lotta al terrorismo dall’identico ritmo militare, un grande neocon come i suoi padroni. “La Turchia è pronta ad azioni unilaterali nei confronti dello Stato Islamico (SI) in Siria per proteggere la città di Kilis al confine meridionale dagli attacchi del SI“, riferiva Xinhua citando il presidente Recep Tayyip Erdogan il 12 maggio “compiamo i necessari preparativi per ripulire l’altro lato della frontiera“, aveva detto, aggiungendo: “La Turchia non aspetterà… mentre abbiamo martiri tutti i giorni… Mi piacerebbe dire che non esiteremo a prendere misure unilaterali su questo problema… Il problema di Kilis sarà la “cartina di tornasole” sulla sincerità dei partner della coalizione nella lotta allo SI”. Se vi siete persi, non si tratta più di una mera velata minaccia nascosta dall’osservazione del presidente Erdogan, meno, naturalmente, la pura e semplice ipocrisia dell’improvvisa preoccupazione per la vita umana. Ankara ha versato qualche lacrima quando negoziava con le capitali europee su vita… e morte dei profughi di guerra. Ankara poi si cura ben poco della vita degli innocenti… dei civili. La vita per Erdogan conta solo quando può essere brandita come arma in faccia ai nemici. Il “sultano” in realtà avverte la NATO e i vicini europei, o piegarsi mentre devasto la resistenza della Siria o subire l’alluvione di migranti che scatenerò sulle vostre città. Naturalmente c’è sempre la possibilità che elementi del SI possano attraversare l’armatura dell’intelligence europea… e poi? Considerando che Ankara è mecenate e profittatrice del terrorismo pur di far valere le proprie ambizioni geopolitiche in Medio Oriente, è ben posizionata come grave minaccia al Vecchio Continente. Il fatto che la maggior parte dei governi europei non comprenda tale realtà è piuttosto preoccupante. La Turchia da tempo ha abbandonato la neutralità politica per il clamore delle guerre… quanto tempo deve passare prima che la Turchia diventi una minaccia globale?
Erdogan si lamentava che la coalizione anti-SI guidata dagli USA non abbia fornito alla Turchia il supporto desiderato, riferiva l’agenzia stampa Xinhua. Supporto contro ciò di cui nessuno sembra abbastanza sicuro, dato che Ankara inveiva solo contro quelle fazioni che hanno attivamente cercato di distruggere il terrorismo: cioè i curdi. Concedo che lo SI abbia infatti sfidato la Turchia nella provincia di Kilis, e in quanto tale, almeno sulla carta, Ankara può discutere della necessità di difendersi. Ma poi data la storia di Erdogan con lo SI, si potrebbe sostenere che l’aspirante sultano faccia dell’auto-lesionismo solo per vendere meglio alla sua gente, e al mondo, la guerra che da sempre vuole contro la Siria. Può darsi che Erdogan, moderno Prometeo politico, si sia bruciato col fuoco appiccato in Siria. Perdute le ambizioni ottomanesche, Erdogan potrebbe presto ritrovarsi davvero solo, affrontando i cani radicali che ha addestrato, armato e finanziato per deporre l’unico uomo che oggi sarebbe la chiave per la salvezza della Turchia: il Presidente siriano Bashar al-Assad.ChY884TWYAAkPOq

Catherine Shakdam è direttrice associata del Centro per gli Studi sul Medio Oriente di Beirut e analista politico specializzata sui movimenti radicali, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I 10 motivi per cui l’occidente ha ucciso la Guida libica Muammar Gheddafi

Panafricain 20 maggio 201625304-26tyxxL’ex-leader libico Muammar Gheddafi fu ucciso “perché pensava che l’Africa era matura per sfuggire alla povertà coi propri mezzi, svolgendo il proprio ruolo nella governance globale“, aveva detto il presidente del Ciad Idris Deby, in un’intervista. Secondo il Capo di Stato ciadiano, era essenziale “farlo tacere”, aggiungendo che “la storia registrerà che gli africani non hanno fatto molto. Ci hanno ignorato e non fummo consultati. Gheddafi era sconvolto e imbarazzato“. “Fu lo stesso con Patrice Lumumba, in Congo. Perché l’uccisero? Perché Gheddafi fu ucciso? (…) Siamo fornitori di materie prime. Ma guardate dove siamo? Siamo molto arretrati“, ha detto il leader del Ciad da Abeche, la seconda città del Ciad.
Ecco in 10 punti perché Gheddafi doveva morire:ras1_continental_world1) – Il primo satellite africano RASCOM-1
Fu la Libia di Gheddafi ad offrire la prima vera rivoluzione in Africa dei tempi moderni: assicurando la copertura universale del continente per telefonia, televisione, radio e molte altre applicazioni come telemedicina e istruzione a distanza; per la prima volta, una connessione a basso costo diventava disponibile nel continente, anche nelle zone rurali, con il sistema del ponte radio WMAX. La storia inizia nel 1992, quando 45 Paesi africani crearono la società RASCOM per avere un satellite africano e ridurre i costi di comunicazione nel continente. Le chiamate da e verso l’Africa allora avevano le tariffe più costose del mondo, perché c’era una tassa di 500 milioni di dollari che l’Europa incassava ogni anno dalle conversazioni telefoniche, anche all’interno dei Paesi africani, per il transito dei satelliti europei come Intelsat. Il satellite africano costava solo 400 milioni da pagare una sola volta, senza mai più pagare 500 milioni di affitto all’anno. Quale banchiere non finanzierebbe un progetto del genere, ma l’equazione più difficile fu: come lo schiavo si sbarazza dello sfruttamento servile dal padrone se cerca aiuto da quest’ultimo per raggiungere questo obiettivo? Così, Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Stati Uniti, Unione europea ingannarono questi Paesi per 14 anni. Nel 2006, Gheddafi pose fine all’inutile agonia dell’elemosina dai presunti benefattori occidentali che praticano prestiti a tassi usurari; la Guida libica mise sul tavolo 300 milioni di dollari, la Banca di Sviluppo africana 50 milioni, la Banca per lo Sviluppo dell’Africa occidentale 27 milioni, così l’Africa dal 26 dicembre 2007 ebbe il suo primo satellite per telecomunicazioni della storia. Nel processo, Cina e Russia s’inserivano, questa volta vendendo la loro tecnologia e permettendo il lancio di nuovi satelliti sudafricani, nigeriani, angolani, algerini e anche di un secondo satellite africano, lanciato nel luglio 2010. Ci aspettiamo per il 2020 il primo satellite al 100% tecnologicamente costruito sul suolo africano, in particolare in Algeria. Il satellite competerà con i migliori del mondo, ma a un costo 10 volte inferiore, una vera e propria sfida. Ecco come un piccolo semplice gesto simbolico di 300 milioni può cambiare la vita di un intero continente. La Libia di Gheddafi è costata all’occidente non solo 500 milioni di dollari all’anno, ma miliardi di dollari di debito ed interessi che tale debito avrebbe generato all’infinito e in modo esponenziale, mantenendo il sistema occulto per spogliare l’Africa.rascom-1__12) – Base monetaria dell’Africa, Banca centrale africana, Banca di investimenti africana
I 30 miliardi di dollari sequestrati da Obama appartengono alla Banca centrale libica, previsti dalla Libia per la creazione della federazione africana attraverso tre progetti faro:

3) – Banca di investimenti africana a Sirte, in Libia e creazione nel 2011 del Fondo monetario africano con capitale di 42 miliardi di dollari a Yaounde,

4) – Banca centrale africana ad Abuja, in Nigeria, la cui prima emissione monetaria africana significava la fine del franco CFA attraverso cui Parigi domina alcuni Paesi africani da 50 anni.

5) – E’ comprensibile dunque ancora una volta la rabbia di Parigi contro Gheddafi. Il Fondo monetario africano doveva sostituire eventualmente tutte le attività sul suolo africano con cui il Fondo monetario internazionale, con solo 25 miliardi di dollari di capitale, ha saputo piegare un intero continente con privatizzazioni discutibili, obbligando i Paesi africani a passare dai monopoli pubblici a quelli privati. Sono gli stessi Paesi occidentali che chiesero di divenire membri del Fondo monetario africano e, unanimemente, il 16-17 dicembre 2010 a Yaounde gli africani respinsero tali lussuriosi, decidendo che solo i Paesi africani fossero membri del FMA.

I cinque fattori che motivarono Nicolas Sarkozy a combattere la guerra contro la Libia, secondo David Ignatius del Washington Post, “Blumenthal ricevette le informazioni sulla Libia da un ex-agente della CIA:
6) – Desiderio di una maggiore quota di petrolio libico;
7) – Aumentare l’influenza francese in Nord Africa;
8) – Migliorare la situazione politica interna in Francia;
9) – Offrire all’esercito francese la possibilità di ripristinare la sua posizione nel mondo;
10) – Rispondere alle preoccupazioni dei suoi consiglieri sui piani a lungo termine di Gheddafi per soppiantare la Francia come potenza dominante in Africa occidentale”.
Su quest’ultimo punto, il memorandum menziona l’esistenza del tesoro di Gheddafi, 143 tonnellate d’oro e quasi altrettanto di argento, trasferite da Tripoli a Sabha nel sud della Libia, una quindicina di giorni dopo l’avvio dell’operazione militare. “Quest’oro fu accumulato prima della ribellione e aveva lo scopo di creare della valuta panafricana supportata dal dinaro d’oro libico. Questo piano doveva fornire ai Paesi africani francofoni l’alternativa al franco CFA“.detteTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin gioca a scacchi energetici con Netanyahu

F. William Engdahl New Eastern Outlook 04/05/2016Il 21 aprile il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è volato a Mosca per colloqui a porte chiuse con il Presidente russo Vladimir Putin. I media hanno riferito che i colloqui erano sulla situazione in Siria, un tema in cui Mosca ha regolamentato i contatti delicati evitando potenziali scontri militari. Sembra, tuttavia, che i due abbiano discusso di tutt’altro, del coinvolgimento russo nella questione del possibile sviluppo del gigantesco giacimento di gas off-shore Leviathan israeliano, nel Mediterraneo orientale. I due hanno trovato un accordo le cui implicazioni geopolitiche potrebbero essere enormi per Putin e il ruolo strategico della Russia in Medio Oriente, così come per la futura influenza degli Stati Uniti nella regione.
La stampa israeliana ha riportato i colloqui Netanyahu-Putin come “coordinamento tra forze sui cieli del Paese in stato di guerra e il Golan occupato…” Secondo i media statali russi, tuttavia, Netanyahu e Putin hanno discusso il possibile ruolo di Gazprom, primo produttore e venditore di gas naturale del mondo, come possibile parte interessata al giacimento gasifero israeliano Leviathan. Il coinvolgimento della Russia nello sviluppo del giacimento di gas israeliano bloccato ridurrebbe il rischio finanziario per le operazioni sui giacimenti di gas offshore israeliani, aumentandone la sicurezza, dato che gli alleati dei russi come Hezbollah o Iran non oserebbero colpire le loro joint venture. Se le notizie russe sono accurate, potrebbero presagire un nuovo importante passo nella geopolitica energetica di Putin in Medio Oriente, che potrebbe infliggere una grave sconfitta a Washington dall’azione sempre più inetta nel controllare il centro mondiale del petrolio e gas.

L’interesse russo
Molti osservatori esteri potrebbero essere sorpresi dal fatto che Putin dialoghi con Netanyahu, vecchio alleato degli Stati Uniti. Vi sono molti fattori dietro. Uno è la leva del Presidente della Russia data dalla presenza di più di un milione di russi in Israele, tra cui un membro nel governo di Netanyahu. Ancora più importante, dato che l’amministrazione Obama va avanti, con veementi proteste di Netanyahu, nella firma sull’accordo nucleare con l’Iran del 2015, le relazioni tra Washington e Tel Aviv si sono raffreddate, per usare un eufemismo. La situazione viene abilmente sfruttata da Putin e Russia. Washington vuole imporre la riconciliazione politica tra Netanyahu e la Turchia di Erdogan, con un accordo in cui la Turchia diverrebbe un importante acquirente del gas offshore di Israele, con importanti accordi di acquisti da Leviathan. Per Washington ciò ridurrebbe la dipendenza turca, oggi a più del 60%, dalle importazioni di gas russo. In cambio Israele accetterebbe di vendere alla Turchia avanzate attrezzature militari con l’approvazione di Washington. Tuttavia i colloqui bilaterali tra Turchia e Israele sarebbero in stallo per numerose differenze, aprendo una porta alla Russia. Putin ha invitato il presidente israeliano Reuven Rivlin a Mosca il 16 marzo per colloqui, dopo la decisione a sorpresa della Russia di ritirare parte delle sue forze dalla Siria. Significativamente, la visita è stata sanzionata da Netanyahu, che spesso è in contrasto personale con il presidente. Uno scopo era chiaramente porre le basi per l’ultima visita di Netanyahu a Mosca.

Golan, Leviathan, Turchia
Ciò che emerge è un complesso negoziato da realpolitik tra Putin e Netanyahu della massima posta geopolitica per l’intero Medio Oriente e oltre. Gli elementi sembrano ora includere una possibile partnership di Gazprom ed investimenti nello sviluppo e commercializzazione del gas naturale del gigantesco giacimento di gas israeliano in mare aperto Leviathan, comprendente anche una sorta di accordo tra Russia e Israele per garantire la sicurezza d’Israele dagli attacchi delle forze di Hezbollah sostenute da Teheran sulle alture siriane del Golan. E comprenderebbe l’accordo in cui Israele abbandonerebbe la vendita di gas e armi, desiderata da Washington, alla Turchia di Erdogan, accordo che indebolirebbe Gazprom e qualsiasi leva russa sulla Turchia.Noble-Leviathan_FPSO_Gas_Field_MapLeviathan d’Israele
Primo il Leviathan. Alla fine del 2010 Israele annunciava la scoperta di un enorme “super-gigantesco” giacimento di gas off-shore in ciò che dichiara sua zona economica esclusiva (ZEE), situata in quello che i geologi chiamano Levante o bacino levantino. La scoperta è a circa 84 miglia ad ovest del porto di Haifa e a tre miglia di profondità. L’hanno chiamato Leviathan dal biblico mostro marino. Tre compagnie energetiche israeliane, guidate da Delek Energy, in collaborazione con la Noble Energy di Houston, in Texas, annunciavano stime iniziali secondo cui il giacimento conterrebbe 16 miliardi di piedi cubi di gas, la maggiore scoperta in acque profonde al mondo da un decennio. Per la prima volta dalla creazione dello Stato d’Israele nel 1948, il Paese sarebbe autosufficiente ed anche in grado di diventare uno dei maggiori esportatori di gas. Se passiamo avanti di cinque anni fino al presente, l’affermazione d’Israele come uno dei principali attori geopolitici energetici appare assai diversa al mondo. I prezzi di petrolio e gas sono crollati in modo drammatico alla fine del 2014, con pochi segni di serio recupero. La politica interna israeliana ha inoltre bloccato l’approvazione della regolamentazione dello sviluppo del Leviathan. Il 28 marzo, l’Alta Corte israeliana bloccava la proposta del governo Netanyahu di congelare il cambiamento delle regole nell’industria del gas, minacciando di ritardare lo sviluppo dei giacimenti offshore. La corte ha contestato la proposta di clausola di “stabilità” che impedirebbe importanti cambiamenti normativi per 10 anni. La mancanza di un quadro approvato dal governo ha ritardato lo sviluppo di Leviathan. Noble e il partner israeliano Delek Group Ltd. sono i principali contraenti interessati a Leviathan. Poi dalla precedente incursione della Russia nel Leviathan del 2012, vi è il cambiamento dovuto al fatto che Netanyahu e l’amministrazione Obama sono ai ferri corti sull’Iran e numerose altre questioni. Inoltre, il mercato mondiale del petrolio e del gas è in depressione e Israele avrebbe urgente bisogno di significativi investimenti esteri per sviluppare Leviathan. Così oggi la società di Houston, Texas, Noble Energy subisce l’impatto negativo del crollo dei prezzi dell’energia degli ultimi due anni, nel pieno della peggiore depressione dell’industria del petrolio da anni e discute la vendita della partecipazione a diversi progetti internazionali per superare la tempesta. Nell’ottobre 2015, fonti israeliane riferivano che Vladimir Putin aveva riformulato la proposta per la partecipazione di Gazprom allo sviluppo del gas offshore israeliano. Secondo le osservazioni del giornalista israeliano Ehud Yaari, Putin aveva manifestato il rinnovato interesse di Gazprom ad entrare nell’industria del gas israeliana prendendo una quota della joint venture dell’enorme e costoso progetto Leviathan. Yaari, considerato molto ben informato sulla politica mediorientale d’Israele, dichiaravaa inoltre che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che si oppose all’accordo del 2012 con Gazprom, ora riconsidera la sua posizione. Nel 2012 Gazprom aveva presentato l’offerta più alta per comprare il 30% di Leviathan. I partner israeliani di Noble Energy nel Leviathan, guidati da Delek Energy, decisero di avere un partner strategico, perché non hanno i mezzi finanziari, il know-how e le connessioni per sfruttare appieno e il più rapidamente possibile le potenzialità del giacimento. Il costo per sviluppare la scoperta di gas, come la costruzione di un impianto di liquefazione del gas naturale (GNL), fu stimato a 10-15 miliardi di dollari. All’epoca c’era una spaccatura tra i proprietari del Leviathan. Il Gruppo Delek del miliardario israeliano Yitzhak Tshuva era entusiasta dell’accordo con Gazprom, dato il suo potere geopolitico e la sua capacità di commercializzazione globale. La statunitense Noble Energy si oppose, molto probabilmente su istigazione di Washington. Gazprom perse. Nell’ottobre 2015, un mese dopo l’inizio dell’intervento militare della Russia in Siria, Yaari disse al quotidiano di Sydney The Australian che Putin aveva recentemente detto a Netanyahu che, in cambio di un accordo sul Leviathan, “Noi assicureremo che non vi sarà alcuna provocazione contro i giacimenti di gas (israeliani) da parte di Hezbollah o Hamas“. Dato il recente ruolo militare della Russia in Siria, era chiaramente una promessa per nulla vuota.

Turchia e Israele
Un altro componente del possibile grande affare per garantire energia e sicurezza tra Russia e Israele comporterebbe un accordo per porre fine ai negoziati sostenuti dagli Stati Uniti con la Turchia di Erdogan a favore degli investimenti di Gazprom su Leviathan e della sicurezza russa a garanzia dei progetti energetici off-shore israeliani. Ai primi di marzo, il vicepresidente statunitense Joe Biden, dalla misteriosa abilità di presentarsi in aree in cui i neo-con di Washington vogliono concessioni o accordi particolari, si presentò a Tel Aviv per un incontro con Netanyahu. Nei colloqui a porte chiuse tra i due, secondo il quotidiano Haaretz, Biden fece pressione su Netanyahu per trovare un accordo con Erdogan che vedrebbe il gas di Leviathan andare in Turchia sostituendo il gas di Gazprom. Biden ha anche spinto per la vendita di armi avanzate israeliane al membro della NATO Turchia. Da allora, colloqui segreti sono in corso tra Israele e Turchia, senza successi tangibili. Il ministro della Difesa israeliano Moshe Yaalon parlando a nome della dirigenza militare israeliana, ha detto ai media israeliani più volte, nelle ultime settimane, che le richieste delle IDF, come precondizione per qualsiasi distensione tra Israele e Turchia è che Erdogan chiuda il centro di comando di Hamas in Turchia, che secondo Israele guida le attività terroristiche contro Israele. La Turchia ha rifiutato. La dirigenza militare israeliana preferirebbe mantenere la cooperazione militare con la Russia a qualsiasi accordo con l’imprevedibile Erdogan. Chiaramente non a caso, solo pochi giorni dopo i colloqui tra Netanyahu e Biden, Putin estese l’invito non a Netanyahu direttamente, ma più diplomaticamente al presidente israeliano Rivlin. Rivlin fu invitato a Mosca con il pretesto della cerimonia del 25 ° anniversario della restaurazione dei rapporti diplomatici tra i due Paesi. Agiva in modo chiaro come discreto passo per preparare gli ultimi colloqui a Mosca tra Putin e Netanyahu riguardanti, tra l’altro, le quote di Gazprom sul Leviathan e il futuro delle alture occupate del Golan, dove una società energetica degli Stati Uniti, dai sospetti stretti collegamenti, Genie Energy, nel cui Advisory Board vi sono Dick Cheney e Lord Rothschild, sostiene di aver scoperto, attraverso la controllata israeliana, una grande nuovo giacimento di petrolio. I recenti sforzi di Netanyahu per ottenere dal presidente degli Stati Uniti Obama l’occupazione permanente israeliana del Golan sarebbero stati vani. Probabilmente Netanyahu aveva in mente nei suoi colloqui con Obama i rapporti sulle grandi scoperte di petrolio della controllata israeliana della statunitense Genie Energy. Nei colloqui di Mosca, il presidente Rivlin ha chiesto a Putin di ristabilire la presenza dell’UNDOF sulle alture del Golan tra Israele e Siria, sottolineando che Israele si preoccupa d’assicurarsi che Hezbollah e altri gruppi filo-iraniani non sfruttino il caos nella Siria devastata dalla guerra e il vuoto di potere sulle alture del Golan per cerare una base vicino al confine per attaccare Israele. I combattimenti recenti hanno costretto le Nazioni Unite a ritirarsi. Ciò che è chiaro è che la posta geopolitica è per tutti enorme: Mosca, Tel Aviv, Ankara, Washington, imprese energetiche statunitensi, israeliane e Gazprom. Da tenere sotto controllo…8c868ce5c5cc570d930f6a706700d44c_tx600F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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