L’Arabia Saudita verso la guerra civile

William Craddick, Disobedient Media 29 giugno 2017Dopo decenni durante i quali ha svolto il ruolo di intermediario tra Stati, affermandosi come potenza regionale, la politica dell’Arabia Saudita d’ingerenza nei Paesi vicini e di supporto al terrorismo sembrano aver esacerbato i problemi del Paese che potrebbero minacciare di precipitare nel caos. La crescente insoddisfazione con l’introduzione dell’austerità, i problemi economici legati alla fluttuazione dei prezzi del petrolio e i segni di disaccordi nella casa reale sul successore di re Salman bin Abdulaziz al-Saud, indicano che le avventure all’estero dei sauditi prepararono la tempesta perfetta per un conflitto civile che porterebbe ad ulteriore instabilità in Medio Oriente. La perturbazione appare mentre Stati come Iran e Turchia si pongono a potenziali concorrenti per la leadership del mondo arabo.

I. L’Arabia Saudita vive crescenti segnali d’instabilità
L’Arabia Saudita subisce vari problemi che contribuiscono alla destabilizzazione interna. Ad aprile, Bloomberg riferiva che re Salman fu costretto a ripristinare bonus e indennità per i dipendenti statali, respingendo l’ampia riforma dei programmi di austerità in Arabia Saudita. Il governo saudita insisteva che la decisione era dovuta a “maggiori ricavi attesi”, nonostante gli osservatori notassero a marzo che le riserve di valuta estera dell’Arabia Saudita si erano ridotte di un terzo mentre i membri del Consiglio cooperazione del Golfo, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Arabia Saudita, Oman, Qatar e Quwayt, videro il loro rating ridursi mentre erano sempre più in disaccordo su una politica estera comune verso l’Iran. I crescenti problemi finanziari del regno sono spiegati in parte dai prezzi del petrolio bassi. Nel gennaio 2016, The Independent osservò che il calo dei prezzi del petrolio minava i programmi di spesa dell’Arabia Saudita, con un terzo dei giovani di 15-24 anni del Paese non lavora. The Journal of Science and Engineering Petroleum ritiene che l’Arabia Saudita raggiungerà il picco nella produzione di petrolio entro il 2028, ma questo sarebbe un eufemismo incredibile. The Middle East Eye citava esperti statunitensi precisare che le esportazioni di petrolio dell’Arabia Saudita iniziarono a diminuire nel 2006, diminuendo annualmente dell’1,4% l’anno dal 2005 al 2015. Citigroup riteneva che il regno potrebbe esaurire il petrolio per l’esportazione entro il 2030. La fine della vacca da mungere del regno probabilmente causerà problemi nella nazione che The Atlantic definiva gestita come una “sofisticata organizzazione criminale“.

II. L’aumento dei segnali di conflitti interni in Arabia Saudita
Vi sono varie indicazioni che la famiglia reale dell’Arabia Saudita sappia molto anche sui conflitti interni. Re Salman ha causato un grave sconvolgimento adottando il passo controverso di revisionare completamente le regole della successione nominando il figlio Muhamad bin Salman principe ereditario. Tale passo è pericoloso perché ha causato una divisione nella famiglia reale. La rivista Foreign Policy osservava che le forze di sicurezza dell’Arabia Saudita non sono sotto il controllo di un unico comandante, il che significa che l’esercito corre il rischio di fratturarsi nel conflitto interno. Nel 2015, The Independent parlò con un principe saudita che rivelò che otto degli undici fratelli di Salman erano scontenti della sua leadership e che intendevano dimetterlo per sostituirlo con l’ex-ministro dell’Interno principe Ahmad bin Abdulaziz. NBC News rivelò che la promozione del figlio di Salman a principe ereditario ha anche fatto arrabbiare il principe Muhammad bin Nayaf, che lo precedeva nella linea di successione ed è noto per la posizione dura nei confronti dell’Iran. Il 28 giugno 2017, il New York Times riferì che a Nayaf fu impedito di lasciare l’Arabia Saudita, venendo confinato nel suo palazzo di Gedda, dove le sue guardie venivano sostituite da quelle fedeli a Muhamad bin Salman. Nayaf governa la regione orientale dell’Arabia Saudita, descritta come provincia pronta a ribellarsi in caso di conflitto civile, per via della grande popolazione sciita. È generalmente considerato uno dei principali sostenitori dell’esecuzione, nel 2016, dello sciita Nimr al-Nimr, passo che suscitò grande rabbia presso gli iraniani. La famiglia di Nayaf ha anche legami storici con gruppi di insorti utilizzati dall’Arabia Saudita come strumento di politica estera. Suo padre, Nayaf bin Abdulaziz al-Saud, fu ministro degli Interni e monitorava i servizi segreti, la polizia, le forze speciali, l’agenzia d’interdizione della droga dell’Arabia Saudita e le forze dei mujahidin. Re Salman utilizza la guerra nello Yemen per contrastare le élite insoddisfatte per via di ciò che The Washington Post descrisse come un’ondata di sentimenti nazionalisti tra i cittadini. La decisione fu anche un tentativo di adottare misure attive contro il sostegno iraniano ai ribelli huthi nello Yemen e impedire la destabilizzazione della primavera araba. Ma se l’intervento può aver dato all’Arabia Saudita vantaggi a breve termine, ha anche contribuito ad inasprire le fratture in Medio Oriente permettendo agli Stati vicini di adottare misure per sostituire l’Arabia Saudita a potenza dominante nella regione.

III. I cambiamenti geopolitici aumentano la probabilità di conflitto
Non solo lo Yemen preoccupa i sauditi. Anni di interferenze ora spingono il Regno a condurre sempre più gli affari esteri col fine di evitare la destabilizzazione interna ed equilibrare la situazione regionale. Il rilascio da WikiLeaks di dispacci diplomatici e del ministero degli Esteri dell’Arabia Saudita dimostrano che i funzionari s’impegnano a voler distruggere il regime siriano per il timore che il governo di Assad attui una rappresaglia distruttiva per la guerra civile. L’Arabia Saudita ha contribuito ad alimentare la guerra sostenendo gruppi terroristici. I cablo del dipartimento di Stato pubblicati da Wikileaks mostrano che l’Arabia Saudita è considerata il maggiore finanziatore dei gruppi terroristici sunniti nel mondo. Ma sugli interventi all’estero, il terrorismo è uno strumento di politica estera utilizzato per indirizzare al meglio l’energia distruttiva. Ci sono da tempo timori che il metodo non funzioni e creino problemi ai finanziatori del terrorismo. Le forze di sicurezza saudite hanno regolarmente avuto problemi d’infiltrazione dai gruppi terroristici. Nel 2001, Stratfor osservò la crescente preoccupazione della famiglia reale sull’aumento di simpatizzanti del terrorismo tra i militari, per via del timore che alcuni gruppi di insorti non fossero amichevoli verso il regno. Gruppi terroristici come lo SIIL negli ultimi anni hanno effettuato vari attacchi contro obiettivi sauditi, tra cui attentati suicidi contro la città santa islamica di Medina e la Grande Moschea della Mecca. Tradizionalmente, il potere in Medio Oriente fu diviso tra i governi israeliani e sauditi. Questo ordine regionale potrebbe comunque iniziare a cambiare, a causa della combinazione tra strategia fluttuante degli Stati Uniti e tentativi di altri Stati del Medio Oriente di divenire i principali attori della regione. Nel marzo 2016, Julian Assange osservò su New Internationalist che gli strateghi statunitensi come John Brennan vedevano sempre più il rapporto israelo-saudita come ostacolo agli interessi strategici degli USA, soprattutto verso l’Iran. Tale cambiamento politico attualmente si riproduce con la crisi in Qatar. Il Qatar storicamente si era posto da centro diplomatico in Medio Oriente, rimanendo vicino a Iran e diversi gruppi di insorti, come i taliban, che lo vedevano come luogo di negoziati. Le e-mail di John Podesta rivelano che il Qatar ha sostenuto gruppi terroristici come lo SIIL assieme all’Arabia Saudita, ma con l’intenzione di competere con altri gruppi terroristici. Fazioni supportate dal Qatar sono al-Qaida, al-Nusra, Hamas e taliban. Inoltre, al-Jazeera, media del Qatar, ha provocato l’Arabia Saudita fornendone una visione inquietante sui problemi in precedenza non riconosciuti in Medio Oriente (anche se una copertura critica della politica del Qatar fu risparmiata). NPR ha anche osservato che il Qatar era apertamente in competizione con l’Arabia Saudita durante la primavera araba, quando sostennero opposte fazioni in Paesi come l’Egitto. Il conflitto con il Qatar crea il rischio molto reale che le ostilità possano diffondersi in Arabia Saudita, dato il supporto di entrambi ai gruppi terroristici. Lo scontro recente ha rivelato anche la nascita di un nuovo ordine in Medio Oriente: tra Stati che difendono il vecchio rapporto israelo-saudita e chi vuole rimodellare i rapporti di forza. L’Arabia Saudita è sostenuta da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Yemen e Maldive. Il Qatar è sostenuto dagli avversari regionali dell’Arabia Saudita, Iran e Turchia. La Turchia ha continuato ad accrescere il proprio ruolo in Medio Oriente negli ultimi anni ed è visto dagli Stati Uniti come attore adatto a bilanciare l’influenza saudita in Paesi come il Pakistan. Turchia e Iran ora sfidano attivamente l’Arabia Saudita con la Turchia che schiera truppe in Qatar e l’Iran che sostiene il piccolo Stato del Golfo con aiuti alimentari. Se i due Stati sopravvivono a destabilizzanti colpi di Stato e terrorismo, possono trarre vantaggio da qualsiasi futura riduzione dell’influenza saudita.

IV. I pericoli di un conflitto civile saudita
Una guerra civile o conflitto interno in Arabia Saudita raggiungerebbe rapidamente una dimensione internazionale. Le aziende della difesa sono sempre più corteggiate dai fondi sauditi, nell’ambito dei piani per rivedere l’esercito, cui una parte comprende il recente accordo da 100 miliardi con gli Stati Uniti. L’Arabia Saudita ha utilizzato sempre più aziende militari private come la Blackwater, che attualmente forniscono personale alla coalizione saudita nello Yemen. Lo spettro della proliferazione nucleare nel Medio Oriente solleva anche il timore che le armi possano cadere nelle mani sbagliate o di un impiego indiscriminato. Le dichiarazioni del 2010 del direttore di al-Jazeera, ripetute da Julian Assange, secondo cui il Qatar ha un’arma nucleare. L’Arabia Saudita è anch’essa sospettata di avere armi nucleari. Nel 2013, BBC News riferì che l’Arabia Saudita aveva armi nucleari “ordinate” dal Pakistan, il cui programma nucleare fu finanziato dai sauditi. Nel 2012, i sauditi firmarono anche un accordo di cooperazione nucleare con la Cina secondo cui Riyadh avrà 16 reattori nucleari dal 2030. L’acquisizione di armi di distruzione di massa da parte dei Paesi arabi preoccupa i funzionari dei servizi segreti israeliani, che temono che i Paesi che acquistano tali sistemi d’arma non li useranno in modo efficace. Se il conflitto con il Qatar (o in una delle altre regioni in cui l’Arabia Saudita è intervenuta) va fuori controllo, la possibile proliferazione di sistemi d’arma nucleari pone un serio pericolo. Conflitti internazionali e regionali ed operazioni terroristiche creano il rischio che tali armi possano essere utilizzate intenzionalmente o inavvertitamente. Una guerra civile saudita crea anche pericoli per la comunità internazionale, in quanto ci sarebbero gravi problemi se le città sante di Mecca e Medina venissero danneggiate da un conflitto. Il calo delle riserve di valuta estera, per la diminuzione della fornitura di petrolio, conflitti nella famiglia reale e la minaccia sempre presente che le reti terroristiche danneggino i loro finanziatori, indicano che l’Arabia Saudita è in crisi. Il conflitto del Qatar continua ad aggravarsi e le vere domande non dovrebbero porsi sulla possibile fine del terrorismo o sull’etica di vendere nuove armi ai Paesi arabi, ma su ciò che il mondo spera sia il Medio Oriente una volta che la polvere si sia depositata.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’arte del cessate il fuoco

Ziad al-Fadil Syrian Perspective 15/7/2017Molti dei miei lettori sono delusi dalle tregue che emergono quando l’Esercito arabo siriano assedia le città occupate dai gruppi terroristici sostenuti da Stati Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Regno Unito e NATO. Mentre questi cessate il fuoco proliferano, i cittadini tornano nelle proprie case e celebrano l’espulsione dei nichilisti devoti al diavolo. Oggi l’ONU conferma che più di mezzo milione di profughi dal Libano sono tornati a casa, ad al-Zabadani, Madhaya, Qusayr e al-Wair, per citare solo alcune aree liberate con gli accordi di cessate il fuoco. Ma le tregue hanno una logica che sfugge a molti. Ne discutiamo. I cessate il fuoco e la disponibilità ad aderirvi dimostrano come stia il nemico dal punto di vista dei rifornimenti, morale e pianificazione. Quando i jihadisti accettano di cessare le operazioni e di trasferirsi in un’area come Idlib, il messaggio è che i rifornimenti si esauriscono, il morale è basso e non ci sono piani per altre operazioni. L’ultimo è importante perché indica che il nemico teme di perdere altri combattenti e teme l’incapacità di reclutarne altri e quindi di formare nuove reclute. Quando i ratti di al-Wair accettarono, infine, di partire per Idlib o la provincia di Aleppo, sapevano che le loro probabilità andavano da lievemente a molto tristi. Soprattutto, lo sapevano! La disponibilità a partire per Idlib, per esempio, ha anche dimostrato quanto siano leali all’ideologia jihadista. Una volta accettato di salvarsi la pelle, l’Ufficio d’Intelligence Militare dell’Esercito arabo siriano si assicurava che tali terroristi non fossero interessati a morire per una qualche causa. Ecco perché molti accettarono di aderire all’Amnistia. Chiaramente, erano psicologicamente frustrati da morte e distruzione che avevano inflitto al proprio Paese e dalla miseria inflitta ai figli che ora dovranno riprendere 5 anni di studi. La volontà di aderire ai negoziati dimostra anche quanto pareri e numeri dei propagandisti influenzino i terroristi che ora pensano a ritirarsi da aree chiave. Si pensi ad Aleppo dove la metà orientale fu infestata da tali scarafaggi assassini. I gruppi coinvolti erano jihadisti brutali di al-Nusra e terroristi di al-Zinqi noti per decapitare bambini. Nonostante rancore e rabbia del capo dei terroristi saudita Abdullah al-Muhaysini ad Idlib, i terroristi accettarono il cessate il fuoco e la ritirata. Il “daiya” saudita promise a chi combatteva e moriva altre 2 puttane in cielo, anche se molti si chiesero dove ottenesse tale licenza di offerte dall’Onnipotente. Da ciò si seppe che i terroristi avevano tutte le linee dei rifornimenti dal nord (Layramun, Handarat) interrotte e i tunnel scoperti e distrutti dall’EAS. Si seppe anche che i terroristi non prendevano al-Muhaysini seriamente, indicando l’abbandono delle dottrine jihadiste. Il loro morale doveva essere basso avendo la prospettiva che l’intera struttura della città gli crollasse in testa a breve. E naturalmente non avevano piani che potessero ragionevolmente prevedere una situazione migliore. Tutta la rabbia di al-Muhaysini non poteva creare un esercito capace di salvare il collo di tali barbari intrappolati. Ma i cessate il fuoco indicarono anche i Paesi mandanti. Sebbene la Turchia urlasse invitando i terroristi a continuare promettendo una “nuova iniziativa”, i terroristi capirono chiaramente che la posizione turca era “fuffa”, semplicemente non si fidavano di Ankara per avere risultati positivi. Gli Stati Uniti rimasero in silenzio e i sauditi, che cedettero ogni autorità alla Turchia, essenzialmente s’inchinavano turandosi il naso, preferendo sfruttare i cannibali del Jaysh al-Islam su cui avevano dominio incontrastato. La ritirata da Aleppo fu lo spartiacque della guerra, non perché la città fu liberata, ma perché le nazioni mandanti persero coraggio. Ciò rese la Russia più sicura e la nostra vittoria ancora più dolce.
I cessate il fuoco furono cruciali per informarsi dove i terroristi finissero una volta ritiratisi. Dato che la maggioranza optò per Idlib, provincia ora senza cittadini, il compito di perseguire e uccidere i ratti riamasti diventa più facile. Inoltre, MI-EAS e altri servizi alleati avevano negli ultimi tre anni intaccato le reti dei terroristi, infiltrando fedelissimi dello Stato in tali gruppi, consentendo all’intelligence di raccogliere informazioni e dati precisi su piani futuri e stato del morale. Che i criminali effettivamente accettassero di allontanarsi in una provincia piena di altri ratti che si presentavano da obiettivi legittimi, indicava che la rivoluzione contraffatta era finita del tutto. Erano convinti di non avere altra scelta. Per pianificare le prossima mosse, ai comandanti dell’Esercito arabo siriano ciò è inestimabile. Queste tregue diedero anche allo Stato la possibilità d’invitare i profughi a tornare a casa valutandone lealtà allo Stato e sostegno al presidente, nell’ambito dello sforzo di prevedere l’esito delle elezioni future. Ciò è estremamente importante per russi e iraniani che hanno puntato tutto sulla longevità dell’alleato Dottor Assad, e che persistono nel promuovere un processo di transizione democratica in Siria. Finora le prove indicano che i cittadini siriani rimpatriati attraverso i monti del Libano sostengono sostanzialmente il Dottor Bashar al-Assad, anche se non furono presenti all’inizio delle distruzioni. Paesi sostenitori come la Cina avanzano buone promesse di aiuto nel riavviare il processo di costruzione, incoraggiano ancor di più i cittadini che rientrano. I cessate il fuoco, ovviamente, permettono anche all’Esercito arabo siriano di riposare, riaddestrarsi, rifornirsi e trasferirsi. L’enorme avanzata nel deserto siriano a ovest e a nord di Palmyra, con conseguente significativo ripristino delle attività economiche, non avrebbero potuto essere realizzate con tanta velocità e efficacia senza le truppe di al-Zabadani e Madhaya. Questi cessate il fuoco hanno liberato non solo città ma anche truppe siriane e alleate per combattere altrove, e queste saranno l’avanguardia nelle battaglie per annientare lo SIIL a Dayr al-Zur e al-Raqqa. Le tregue hanno anche allontanato i terroristi e i loro mezzi pesanti dalle basi aeree cruciali nella battaglia per espellere e sterminare tali miserabili microbi. Ora che tutti i terroristi sono andati via sui loro autobus verdi con solo le armi leggere, mortai, razzi domestici o consegnati dai sionisti, tra l’altro, e cannoni-inferno sono stati abbandonati. Le nostre basi aeree sono meno legate alle contromisure dato che i terroristi con l’artiglieria non ci sono più, le armi sono state consegnate agli effettivi delle forze di difesa siriane.
Questi eventi non avrebbero potuto avvenire in un momento più opportuno. Con le forze dell’Esercito arabo siriano ora pronte a combattere in ogni parte rimanente del Paese e l’alleato Hezbollah libero di agire da e per il Libano, dove c’è la guerra tra Resistenza libanese e piaga dello Stato sionista. Posso assicurarvi che la prossima battaglia in Libano porrà fine all’abominevole apartheid, fine che apparirà quando decine di migliaia di soldati e patrioti arabi attraverseranno i confini sionisti, distruggendo il tessuto di tale malvagia società colonizzata. Quindi, se non piacciono i cassate il fuoco, ci faccia da parte. Ma si cerchi di essere più aperti e di osservare bene perché chi se ne preoccupa li sostiene e promuove.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ruolo dei comunisti palestinesi nella Grande Rivolta araba del 1936

Luca Baldelli

Nel 1936 esplose la rabbia palestinese contro la sempre più massiccia immigrazione ebraica, sponsorizzata e foraggiata dai sionisti al fine di mutare gli equilibri etnici e politici in Terra Santa. Fu la “Thawra Filastin”, la “ Grande Rivolta Araba”. L’imperialismo britannico, che fin dagli “Accordi Sykes–Picot” e dalla “Dichiarazione Balfour” iscrisse nella propria strategia e missione l’espansione nel Levante Mediterraneo e l’incoraggiamento ai programmi sionisti d’insediamento, fu il primo responsabile della deflagrazione sociale. Gli arabi palestinesi, che per secoli avevano vissuto in pace e concordia accanto ai fratelli ebrei, scesero sul piede di guerra contro la sottrazione scientificamente pianificata, a loro danno, delle terre più fertili da parte dei coloni ebrei, terre che i contadini arabo–palestinesi lavorarono e resero feconde col sudore della fronte, senza troppi aiuti e con molti intoppi e sabotaggi da parte della Gran Bretagna. Una vulgata menzognera, dura a morire, pretende di far credere che prima della massiccia immigrazione ebraica, la Palestina fosse un terra abbandonata, incolta, pietrosa e desolata. Quale migliore copertura ideologica e storica per avallare e legittimare il neocolonialismo sionista? In realtà, la situazione era ben altra e lo possiamo verificare consultando gli stessi documenti ufficiali britannici: il “Rapporto Peel” del 1937, mentre mostra i perniciosi effetti del sionismo, con i coloni passati da 80000 a 360000 dal 1918 al 1936, mette in luce anche in maniera inequivocabile la laboriosità dei tanto deprecati “beduini”, additati al mondo dalla stampa sionista come predoni e fannulloni, e dei contadini arabi in genere. Infatti, poterono ancora esportare, nonostante l’invasione sionista, ben 30000 tonnellate di grano l’anno, mentre la percentuale dei frutteti da loro controllati era pressoché triplicata in nemmeno venti anni e la loro produzione ortofrutticola quasi decuplicò. Tutto questo, malgrado i sionisti fossero stati in ogni modo agevolati dal sistema creditizio e protetti dalle autorità imperiali britanniche. Il “Fondo Nazionale Ebraico”(Keren Kayemet LeYisrael), creato nel 1901 a Basilea, fu il polmone finanziario principale della gigantesca operazione economica di acquisto di terre in Palestina, con i contadini arabi piccoli e medi spesso costretti a vendere dinanzi alla giugulazione economica posta in essere, in maniera concertata, da sionisti e britannici; contadini senza terra cacciati e i grandi latifondisti arabi spesso conniventi, allettati da offerte economiche assolutamente spropositate. Non mancarono minacce ed angherie che spinsero molti a sbarazzarsi delle terre, alimentando un risentimento sociale che esplose in modo potente e tremendo.
Nel 1931, 106400 dunum di terra (1 dunam=1000 mq, secondo il sistema di misura adottato nel 1928) sfamavano 590000 contadini arabo–palestinesi, mentre 102000 dunum erano a disposizione di appena 50000 coloni ebrei. Si arrivò quindi al 1936. Il 19 aprile vi fu l’insurrezione popolare, che da tempo covava sotto le ceneri, divampando a partire dai villaggi. Sotto l’egida del Supremo Comitato Arabo, fondato e presieduto dal carismatico notabile Haji Amin al–Husayni, Muftì di Gerusalemme, fu proclamato lo sciopero generale, sotto le parole d’ordine della fine del dominio britannico in Palestina, della proibizione dell’immigrazione sionista, del divieto della vendita di terre ai coloni ebrei. La rivolta ebbe come epicentro la città di Nablus, vivaio dell’intellighentija palestinese, ma si allargò presto a macchia d’olio su tutto il Paese. In questo quadro, i comunisti palestinesi fin da subito furono attori, e non certo spettatori, di quanto avvenne. Assai attivi e presenti, forti dei principi internazionalisti orientati alla liberazione delle masse oppresse, sia arabe che ebraiche, cercarono di indirizzare la rivolta non sul binario morto dello scontro interetnico e religioso, ma su quello, giusto e storicamente necessario, dell’affrancamento dal giogo britannico e della fondazione di una Palestina libera, sovrana, indipendente, che fosse casa comune per tutti i popoli che la abitassero, senza recinti escludenti di natura etnico–confessionale e senza lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Nato nel 1923 dopo varie vicissitudini, scissioni e riunificazioni, il Partito Comunista Palestinese superò in senso progressista la piattaforma del vecchio Partito Socialista dei Lavoratori Ebrei, unendo arabi ed ebrei nella comune lotta anticapitalista e anticolonialista. Il PCP condannò, nella maniera più netta, il sionismo come “movimento della borghesia ebraica, alleato dell’imperialismo britannico” e si propose alle masse palestinesi con il ripudio di ogni atteggiamento volgarmente antireligioso: gli insegnamenti del Corano non erano incompatibili con quelli marxisti–leninisti, anzi costituivano un pilastro storico sulla via della liberazione dei Paesi arabi dal colonialismo. Nel quadro familistico–confessionale dei notabili palestinesi, da sempre punti di riferimento per la popolazione (si pensi ai Nashashibi, Khalidi, al-Husayni), il Partito Comunista Palestinese rappresentò altresì un punto avanzato di maturazione non solo politica, ma anche culturale e sociale, nel momento in cui ruppe l’assetto “clanico” e aprì alle masse palestinesi oppresse la prospettiva di un’autentica libertà e di un genuino progresso, svincolato dagli interessi speculativi e lobbistici. Esso aveva una struttura ramificata ed era forte dell’adesione sia di molti lavoratori arabi che di tanti lavoratori ebrei. A livello di dirigenza, nel 1935 fu visto salire alla carica di Segretario Radwan al-Halu, elemento preparato e coraggioso, affiancato da quadri coraggiosi di origine ebraica come Meir Slonim e Simha Tzabari, amante dello stesso al-Halu, figura a tutto tondo che approfondiremo più avanti. Nel propagandare il verbo della liberazione, il Partito, era questa la sua abilità, non s’isolò dalle lotte, anche quando erano dirette, com’era inevitabile in un contesto come quello palestinese degli anni ’20–’30, sotto le bandiere della piccola borghesia nazionalista o del messianismo religioso, cercando piuttosto di costruire, con l’esempio e la pratica rivoluzionaria, un’egemonia nei movimenti. Una lezione quantomai moderna, anzi attualissima… e spesso dimenticata dai Partiti comunisti di casa nostra!
In una visione marxista–leninista non dogmatica né settaria, quale quella del PCP, vissuta e calata nel contesto sociale concreto, la liberazione dal giogo britannico e dal sionismo fu vista come la premessa per una rivoluziona socialista che procedesse all’esproprio dei mezzi di produzione nelle mani dei capitalisti e a una radicale riforma agraria, con distribuzione delle terre ai fellahin. Nel contesto della “Grande Rivolta Araba” del 1936, che farà sentire i suoi strascichi fino al 1937, il PCP cercò in ogni modo di opporsi alle violenze settarie che colpirono ebrei e palestinesi solo perché tali, violenze favorite, quando non pianificate, dalle autorità coloniali britanniche, in nome del sempre valido (nell’ottica imperialista) principio del divide et impera. Il programma comunista, vergato con l’inchiostro della più nitida visione dei rapporti sociali e del futuro della Palestina, pose al centro, nel dettaglio, i seguenti punti:
1) Palestina sovrana, con governo libero e democratico, rappresentativo tanto della componente palestinese quanto di quella ebraica; 2) cacciata degli occupanti britannici da tutti i capisaldi; 3) promulgazione rapida di una legge organica per la protezione degli agricoltori palestinesi e la distribuzione, a loro beneficio, delle terre in mano ai latifondisti; 4) restituzione agli agricoltori palestinesi delle terre vendute con l’inganno, le pressioni e i favoritismi, ai coloni sionisti.
Sul terreno militare, i combattenti comunisti, mentre, come abbiamo visto, difesero le comunità araba ed ebraica da attacchi settari dettati da odio etnico–religioso, parteciparono attivamente alle azioni armate contro gli obiettivi britannici e alle sollevazioni di massa, svolgendo intensa opera di mobilitazione nelle città e nelle campagne. Il terrorismo, invece, fu combattuto e condannato come metodo reazionario, controproducente e sterile. Ciò avvenne anche quando a praticarlo, nel fervore di una sollevazione popolare senza precedenti, erano dirigenti di primo piano del Partito, magari per eccessivo entusiasmo, se non proprio per scorretta applicazione delle direttive. Non furono definiti né “compagni che sbagliano”, né schegge impazzite, ma furono moralmente ripresi e sanzionati disciplinarmente. Anche questa, una lezione assai attuale e cruciale per i destini del movimento operaio! Un passaggio di questo tipo interessa la biografia di una straordinaria militante, alla quale abbiamo accennato prima: Simha Tzabari. Ebrea yemenita di umilissime origini, compagna del Segretario del Partito Radwan al-Halu, la Tzabari nel corso della rivolta del ’36 mise a segno due attentati con ordigni esplosivi a Haifa: azioni non pianificate né approvate dal PCP, che furono sconfessate e deprecate. Un episodio che, con la corretta applicazione dei principi della critica e dell’autocritica, non segnò però la fine della militanza per la Tzabari, la quale, mostrando eccezionale coraggio, entusiasmo senza pari, lucidità assoluta nella strategia e nella tattica rivoluzionaria, si guadagnò nello stesso 1936 e negli anni a venire, l’ammirazione non solo dei vertici del Partito, ma anche e soprattutto delle masse oppresse. Forte il suo appello all’unità del Partito, anche quando la fronda possibilista verso il sionismo guadagnò adepti; forte, e accorata, la sua azione in favore dell’emancipazione femminile, condotta assieme a un’altra bellissima figura di donna, questa volta arabo–palestinese: quella di Tarab Abdulhadi, femminista radicale e dirigente politica in vista del Partito dell’Indipendenza (a riprova di quanto il preteso maschilismo congenito della società palestinese sia solo un costrutto razzista e imperialista).
Tornando agli aspetti politici, storici e militari della “Grande Rivolta Araba” del 1936, possiamo elencare i freddi numeri, che ne testimoniano l’intensità: dai 2000 ai 5000 caduti, più un numero imprecisato di feriti. Lo storico britannico Hughes e lo storico palestinese Khalidi hanno approfondito, nei loro lavori, l’uno le feroci repressioni britanniche, ammesse pure da Peirse, comandante delle forze di Sua Maestà in Palestina, l’altro l’ampiezza del tributo palestinese alla sollevazione: più del 10% della popolazione palestinese tra i 20 e i 60 anni di età ucciso, detenuto, ferito o esiliato. Numeri e percentuali eloquenti, che ci testimoniano quanto l’imperialismo non esiti ad attuare programmi genocidi, non appena senta sul collo il morso della rivoluzione. In queste cifre c’è, indelebile, anche il sacrificio dei comunisti, arabi ed ebrei. Il 1936 si chiuse con una tregua, ma il 1937 si riaprì con nuovi focolai di rivolta, che fallirono l’obiettivo strategico, ovvero quello della cacciata dei britannici, mentre conseguirono un indubbio successo nel convincere le autorità britanniche a porre un freno alla massiccia immigrazione ebraica. Il 1939, col Libro Bianco Britannico, ferocemente combattuto dai sionisti, sancì in questo senso una battuta d’arresto.
Il PCP, colpito in profondità da repressioni e incarcerazioni, con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale vede rimossi molti ostacoli alla sua piena agibilità e, in maniera molto lungimirante, cercò di persuadere le masse ebraiche, non solo palestinesi, che la soluzione ai loro problemi non stava né nel sionismo né nell’opposizione frontale al Libro Bianco britannico, ma stava da una parte in una Palestina indipendente, governata assieme da arabi ed ebrei, dall’altra nella lotta frontale al nazifascismo sul suolo europeo e in tutto il mondo. La Carta dell’OLP, per molti anni, vedrà scritto, tra i suoi principi, quello dello Stato unitario palestinese multietnico e pluriconfessionale. Un aspetto dimenticato e anzi abiurato, in nome dello slogan dei “Due Stati per Due Popoli” che può rappresentare l’indicazione di una prospettiva temporanea e reversibile, o meglio transitoria, non certo definitiva e paradigmatica per il futuro delle masse arabe ed ebraiche della Palestina.

Israele pagherà caro la strategia del caos degli Stati Uniti

PressTV 13 luglio 2017Dalla sfortunata nascita d’Israele in Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per evitare a Tel Aviv il diretto coinvolgimento nei conflitti che scatena nella regione. Il piano di pace Israele/Palestina non è mai stato volto ad offrire pace ai palestinesi, ma a privarli della loro forza, della capacità di combattere militarmente Israele. Ma tale stratagemma non ha funzionato in Libano, dove Hezbollah sconfisse militarmente Israele nel 2006. Ma i cambiamenti che si verificano in Medio Oriente garantiranno la sicurezza d’Israele? Il “caos costruttivo” auspicato ai tempi dall’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton in Medio Oriente e che doveva mettere i Paesi della regione l’uno contro l’altro, ha davvero rafforzato la sicurezza del regime israeliano? Se sei anni di guerra totale contro Damasco lasciano, come desiderano gli Stati Uniti, una Siria in rovina, è una vera vittoria per Israele?
1. La guerra in Siria ha aiutato la nascita di “forze paramilitari” che in alcuni casi saranno il nucleo dell'”esercito regolare” nei rispettivi Paesi. Questa prospettiva è ciò che più terrorizza il regime d’Israele che alimenta il militarismo ma nega ad ogni Stato il diritto di difendersi.
2. Ma non è tutto: le guerre sponsorizzate da Washington in Medio Oriente infine trasferiscono ai “corpi paramilitari” altra tecnologia missilistica di qualsiasi gittata: media, non balistica e persino balistica. Queste decine di migliaia di combattenti, specializzati nelle battaglie asimmetriche, ora potranno impiegare questi sistemi.
3. Peggio ancora, si assiste alla nascita di una nuova generazione di comandanti, finanche specializzati in battaglie asimmetriche e in grado di comandare truppe in qualsiasi scontro militare futuro.
4. Facilitando il traffico dei terroristi, facendo di tutto per armarli ed equipaggiarli per combattere in Siria l’esercito e la popolazione, gli Stati Uniti hanno creato un vero e proprio meccanismo per alimentare lo SIIL con migliaia di terroristi provenienti da Asia centrale e orientale, Turchia, Arabia Saudita ed Europa. Altri Paesi potrebbero seguire l’esempio, questa volta contro Israele.
5. Tale meccanismo viene ricordato in uno dei recenti discorsi del Segretario generale di Hezbollah Hasan Nasrallah, secondo cui permetterà “qualsiasi confronto militare con Israele in futuro” da parte di un esercito di decine di migliaia di “resistenti” palestinesi, iracheni, siriani e yemeniti.
6. Il “caos controllato” degli statunitensi ha certamente scosso le fondamenta di diversi Stati della regione, ma resta il fatto che questi Stati ora sono tutt’altro che facile preda del Pentagono. Le forze paramilitari sono nate sulle rovine di Iraq, Siria, Afghanistan e Yemen e sono pronte a dare battaglia a Washington, dove domina la riluttanza ormai palpabile ad “occupare” intere regioni dei Paesi aggrediti. Non sembra più il 2003, quando le truppe statunitensi sbarcarono in Iraq per “liberarlo” e restarci!
7. Nei 14 anni passati dall’invasione dell’Iraq, 6 dall’inizio della guerra in Siria, 3 dall’assalto allo Yemen, e la battaglia di Mosul è durata quasi un anno, il Medio Oriente assiste alla nascita di “forze” dalla grande efficienza in combattimento. Sono le forze che hanno sconfitto lo SIIL e che non esiteranno quando arriverà il momento di affrontarne i “mentori statunitensi ed israeliani”. Questi veterani affrontato gli statunitensi ai confini siriano-iracheni da non più di due mesi, quando avanzavano nel deserto della Siria da al-Tanf ai confini con l’Iraq. I caccia statunitensi li bombardarono, ma continuarono l’avanzata, come se nulla fosse accaduto. Fanno parte delle Forze di mobilitazione popolare dell’Iraq, delle Forze popolari siriane, del movimento yemenita Ansarullah o libanese Hezbollah, guerrieri che condividono una cosa: la ferma convinzione che la sopravvivenza delle popolazioni del Medio Oriente passi dalla resistenza all’aggressione delle grandi potenze.
In questo contesto, la prossima guerra che Israele vorrà lanciare contro Hezbollah sarà diversa, Israele è ben consapevole della superiorità dell’Asse della Resistenza nei combattimenti a terra, una superiorità che prevarrà nei prossimi scontri e non saranno le relazioni privilegiate di Tel Aviv con Mosca che impediranno alla resistenza di reagire a qualsiasi offensiva israeliana. Il Medio Oriente nel 2017 non è più quello degli anni ’70 o del 2006. Qualsiasi desiderio di colpire gli Stati della regione produrrà una risposta. E’ tempo quindi che gli Stati Uniti rivisitino la loro strategia in Medio Oriente o rischiano di vedere questa strategia portare all’attacco “inevitabile” su Israele.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Kurdistan: cavallo di Troia di Washington in Medio Oriente

Elijah J. MagnierIl leader del Kurdistan iracheno, il presidente Masud Barzani, ha chiesto un (secondo) referendum generale sull’indipendenza, fissando la data il 25 settembre di quest’anno. È deciso a materializzare il sogno di uno Stato curdo in Medio Oriente. Ciò coincide con il sostegno dell’amministrazione statunitense ai curdi siriani nelle province di Hasaqa, Raqqah e Dayr al-Zur. L’obiettivo è un’altra federazione curda che segua o addirittura preceda i “fratelli” iracheni. I passi in Iraq e Siria relativi ai curdi sono collegati, indipendentemente dai confini. Tuttavia, i direttamente interessati, Ankara, Teheran, Baghdad e Damasco, ritengono che sia intenzione degli Stati Uniti rimodellare la regione e formare un “nuovo Medio Oriente”, promosso dal presidente George Bush e dalla sua ex-segretaria di Stato Condoleezza Rice. I Paesi vicini ai curdi permetteranno agli Stati Uniti di dividere il Medio Oriente approfittando di 22-25 milioni di curdi entusiasti che sognano un proprio Stato? I curdi in Medio Oriente rappresentano la maggiore etnia del mondo, finora, senza uno Stato. Sono presenti principalmente in Iraq, Iran, Turchia, Siria, Azerbaigian, Armenia e Libano, con una presenza minore nel resto del mondo. Non sarà certamente la benedizione degli Stati Uniti o la loro strategia a creare uno Stato curdo in Iraq e Siria, ma il consenso di Turchia, Iraq, Iran e Siria. Purtroppo per i curdi, questi Paesi supereranno differenze ed obiettivi nel conflitto in Siria unendosi per impedire la creazione di tale Stato. Infatti, appena dopo l’annuncio di Masud Barzani d’indire il referendum generale per l’indipendenza, fonti informate mi hanno detto che alti ufficiali d’intelligence e sicurezza iraniani, turchi e siriani s’incontravano per discutere le possibili “conseguenze devastanti” sui rispettivi Paesi e sull’effetto sul Medio Oriente di uno Stato curdo indipendente. Gli agenti della sicurezza ritengono che gli Stati Uniti usino il sogno curdo di uno Stato proprio, per dividere il Medio Oriente e testare la reazione degli altri Paesi. È un legittimo sogno per i curdi: hanno diritto al proprio Stato. Ma i Paesi della regione credono che sia un passo prematuro che aumenterà i problemi. Pertanto, è essenziale seppellire tale “piano statunitense” il più rapidamente possibile e posticiparlo: finché le guerre in Siria e Iraq non saranno finite. Paesi come Iran, Siria e Iraq credono che Stati Uniti e Israele siano dietro tale piano, approfittando dell’approccio emotivo dei curdi all’idea di uno Stato, per dividere il Medio Oriente. Ciò lascerebbe l'”Asse della Resistenza” dominare Stati deboli e divisi, soprattutto tenendo conto dei piani per rovesciare il Presidente siriano Bashar al-Assad (dopo oltre 6 anni di guerra), creando lo SIIL e permettendo alle conseguenze della guerra in Iraq di creare un sunnistan, finora sospeso. La Turchia ritiene inoltre che gli Stati Uniti non siano contrari all’indebolimento della posizione del presidente Erdogan, per punirlo per il suo ruolo in Medio Oriente, il diretto coinvolgimento in Siria, l’opposizione allo Stato curdo in Siria (dove gli USA cercano di costruire una base militare alternativa ad Incirlik), ed incoraggino uno Stato curdo al confine turco controllato dal PKK, principale nemico della Turchia. Non c’è dubbio che i curdi siriani probabilmente seguiranno lo stesso cammino del Kurdistan iracheno: già gli Stati Uniti costruiscono diverse basi militari e aeroporti nella Siria nordorientale, occupando parte del Paese e mantenendovi una presenza a lungo termine.
Funzionari di alto livello con cui ho parlato a Teheran, Baghdad e Damasco ritengono che gli USA non dispongano di una strategia chiara in Siria e in Iraq. Indipendentemente da questa valutazione imprecisa, e guardando lo svolgersi degli eventi, l’amministrazione statunitense sembra abbastanza fiduciosa sulla propria strategia in Iraq e Siria. Le forze di occupazione degli Stati Uniti hanno sostenuto un grande attacco nel Badiyah (la steppa siriana ricca di petrolio e gas) di gruppi “moderati” siriani, in modo da espandere il controllo sulle steppe siriane collegate all’Anbar sunnita iracheno e al deserto giordano-saudita. Hanno occupato al-Tanaf e cercato di fare tremenda pressione (invano) su Baghdad per impedire alle Unità di mobilitazione popolari di raggiungere il confine con la Siria. Hanno attaccato Raqqah con l’aiuto dei fantocci curdi, e stanno per liberarla dallo SIIL. E hanno accesso ai campi petroliferi e alle dighe presso Raqqah per assicurarsi che un futuro Stato o federazione curda possano sopravvivere indipendentemente da Damasco. E, come se non bastasse, riforniscono i fantocci curdi di nuove armi e artiglieria pesante. Tutte le indicazioni portano a concludere che gli Stati Uniti cercano, con i curdi in Siria e in Iraq contemporaneamente, di vedere chi per prima riesca a darsi uno Stato, imponendolo come dato di fatto ai governi centrali, sempre consci che tale politica incoraggerà i curdi in altre regioni (Iran e Turchia) a seguire la stessa via all’indipendenza. Gli Stati Uniti non sono preoccupati da Erdogan e dalla reazione del governo turco ai piani per favorire uno Stato curdo in Siria e Iraq, perché è nell’interesse degli Stati Uniti destabilizzare Ankara (per varie ragioni) anche se la Turchia è membro della NATO. Per gli statunitensi, Erdogan è “fuori controllo e dall’orbita degli Stati Uniti” fin dal fallito colpo di Stato: la promozione statunitense dei curdi siriani e il sostegno al loro possibile Stato indipendente al confine turco-siriano lo conferma. Infatti, il primo ministro e il ministro degli Esteri turchi descrivono la mossa come “errore irresponsabile e grave”. La Turchia non combatterà le YPG, per ora, perché queste sono protette dagli statunitensi, ma certamente combatterà i curdi di Ifrin, dall’altro capo del Rojava. Anche l’Iran, attraverso il leader supremo Sayed Ali Khamenei, ha dichiarato chiaramente che l’Iran non permetterà uno Stato curdo alle frontiere con l’Iraq. Questa posizione chiara, aperta e dura nei confronti dei curdi è meno animosa nei confronti del popolo curdo, tanto più che gli Stati Uniti sono dietro tempistica e strategia del “piano d’indipendenza”, soprattutto nel momento in cui la ripartizione del Medio Oriente è ancora una forte opzione dopo il fallimento dello SIIL nel dividere Levante e Mesopotamia. È proprio perciò che Erdogan avanza le proprie forze da Jarablus ad al-Bab, ignorando la presenza statunitense e dividendo il Rojava in due parti. Questo è anche il motivo per cui l’Iran ha avanzato le proprie forze su al-Tanaf per chiudere la strada agli Stati Uniti dal Badiya a nord-est e avanzando a sud-est del Badiyah liberando oltre 30000 kmq. Stati Uniti e forze ascare ampliano il controllo su quell’area. Il piano statunitense verso Teheran-Damasco-Ankara è istituire uno Stato curdo in Iraq e/o in Siria e aprire la via a uno Stato sunnita in Iraq, Paese considerato dagli Stati Uniti come governatorato iraniano. La “rivolta sunnita” in Siria è fallita perché il Paese è composto per oltre il 70% da sunniti che controllano l’economia mentre gli alawiti ne hanno il comando militare. Ora, secondo i responsabili della regione, i curdi commetterebbero un errore particolarmente grave, guadagnandosi l’animosità dei Paesi circostanti perché uno Stato che può essere attaccato o circondato da terra e dall’aria e che non ha accesso al mare, non sopravviverebbe senza la loro collaborazione. Masud Barzani, naturalmente, ritiene che il calendario sia perfetto per il referendum richiesto (quasi sicuramente avrà il 90% di voti favorevoli allo Stato indipendente) il 25 settembre e crede altresì che la popolazione curda accetti i rischi che proverranno da tale decisione. Masud esclude l’annuncio immediato dello Stato indipendente, ma considera l’inizio di un lungo dialogo pacifico e di negoziati con Baghdad per soddisfare i desideri della popolazione curda. Masud, secondo fonti di alto livello del Kurdistan, non vuole incoraggiare i curdi di altri Paesi a seguirlo perché i curdi in Iraq hanno diversi obiettivi ed ideologia dai curdi in Siria, Turchia e Iran. Ma nonostante ciò che il leader curdo crede e dice, non esistono garanzie o processi che diano l’indipendenza alla nazione curda in un Paese e l’escludano negli altri. Infatti, Barzani non può garantire la reazione degli stessi curdi iracheni, a lungo termine, anche se ora dichiarano apertamente d’appoggiare le sue decisioni. Dietro porte chiuse, molti curdi anti-Barzani esprimono disaccordo sul referendum in questo momento critico in Medio Oriente.
Ciò che molti ignorano è il fatto che i curdi in Iraq e Siria non furono neutrali nelle guerre in Siria e Iraq: Masud Barzani ha sostanzialmente sostenuto militarmente Bashar al-Assad per molti anni permettendo a uomini e armi di arrivare all’Esercito arabo siriano. Inoltre, i curdi siriani offrono lo stesso supporto alle città siriane assediate che confinano con Ifrin, circondate da al-Qaida e alleati. Damasco ritiene che la sicurezza e il benessere dei curdi sia dovuto all’ambito arabo e musulmano: certamente non ci saranno dividendo il Paese in cui vivono, né seguendo la politica statunitense. Infatti, i problemi tra Damasco e Hasaqa iniziarono quando gli statunitensi arrivarono nel nord-est della Siria, quando Salah Muslim, presidente del Partito dell’Unione Democratica Curda (PYD), attaccò l’Iran ed elogiò il ruolo dell’Arabia Saudita nella regione dopo l’intervento illegale degli Stati Uniti in Siria. Gli Stati Uniti affermano di combattere lo SIIL, ma attaccano anche l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati in molte circostanze. Ma la relazione tra curdi siriani e Damasco non è ancora in un vicolo cieco. L’intervento statunitense e l’atteggiamento ostile dei curdi verso gli alleati siriani hanno spinto Damasco, Mosca e Teheran a non proteggere i curdi. (Mosca e l’Esercito arabo siriano originariamente crearono una linea di demarcazione attorno a Manbij per proteggere i curdi e impedire alla Turchia di occupare la città che i curdi liberarono dallo SIIL). Questo atteggiamento ha quindi permesso alla Turchia di attaccare Ifrin e di togliere ai curdi la “protezione”, interrompendo il piano statunitense d’occupare parte della Siria dividendola.
Negli ultimi anni vi sono state gravi contraddizioni nella dinamica tra Turchia e curdi in Siria e Iraq: “La Turchia ha permesso ai peshmerga di combattere insieme ai loro nemici, i curdi siriani delle YPG, a Kobane (o ad Ayn al-Arab) quando lo SIIL stava per occupare la città. La stessa Turchia lavora duramente oggi per impedire al Kurdistan di dichiarare l’indipendenza in Iraq e farà tutto per impedire ai curdi in Siria di crearsi uno Stato, il Rojava, e certamente non esiterà a colpire le forze democratiche siriane divenute agenti degli statunitensi a Bilad al-Sham.
– Masud Barzani, nel 2014 lodò lo SIIL chiamandolo “rivoluzione delle tribù” perché credeva che il gruppo terroristico avrebbe istituito un Sunnistan e pertanto permettesse un Kurdistan indipendente, con l’Iraq diviso in tre Stati. Masud si rese conto subito dopo che il gruppo estremista voleva il petrolio di Qirquq ed attaccò Irbil per schiavizzare i curdi. Qui cambiò posizione verso lo SIIL ed affiancò Baghdad nella lotta al terrorismo combattendo assieme all’esercito iracheno per tre anni per proteggere l’unità dell’Iraq. Oggi il leader curdo vuole dichiarare l’indipendenza del Kurdistan dopo il referendum che ha convocato. Ma anche oggi, Masud non può semplicemente chiedere il sostegno di Turchia e Iran al suo piano, scatenando i problemi interni in questi Paesi, dove vi sono milioni di curdi non tutti con la pretesa all’indipendenza.
– L’Iran ha sostenuto i curdi fornendogli armi per proteggere la federazione autonoma nel 2014, quando i peshmerga avevano solo vecchi AK-47 e mortai per difendersi dallo SIIL, dopo la caduta di Mosul. Gli Stati Uniti ritardarono l’aiuto militare e la guerra al terrorismo in Iraq, consolidando i legami tra Masud Barzani e Teheran (principalmente con il comandante dell’IRGC-Quds Qasim Sulaymani) e i peshmerga ricambiarono la cortesia iraniana istituendo una linea di rifornimento tra Kurdistan ed Esercito arabo siriano, alleato di Teheran. Oggi, lo stesso Iran farà del suo meglio per impedire la nascita di uno Stato indipendente in Kurdistan e affiancherà la Turchia per impedire che tale divisione avvenga. I curdi iracheni non sono d’accordo con il PKK a Sinjar e persino li combatterono in alcune occasioni. Non si scontreranno con YPG e PKK per via delle differenze ideologiche e negli obiettivi. Quando c’è un pericolo da combattere, tutti i curdi si uniscono sotto un’identità e un’unione nazionali. Ecco perché i Paesi che ospitano i curdi in Medio Oriente sono certi che la dichiarazione d’indipendenza dei curdi in un Paese contagerà i curdi in tutti i Paesi. Questo soprattutto perché molti Paesi del Medio Oriente faranno tutto il possibile per impedirne l’indipendenza. Baghdad considera il Kurdistan una federazione autonoma protetta dalla costituzione. I funzionari di Baghdad riconoscono di non aver attuato la costituzione: non hanno risolto le controversie territoriali né rispettato l’impegno finanziario verso Irbil. I funzionari iracheni non hanno alcun vantaggio nel far attuare il referendum in Kurdistan per l’indipendenza, perché inviterà i sunniti a chiedere lo Stato indipendente e i radicali sciiti a rivendicare il proprio. Questo può anche dilagare nella Shia in altre regioni del Medio Oriente. A Baghdad si prevede inoltre d’interrompere ogni collaborazione con il Kurdistan se Masud chiedesse lo Stato indipendente. I curdi che vivono sotto il governo centrale affronterebbero un futuro oscuro, anche se la maggior parte dei capi politici al potere ha origini curde. Non sarà permesso alcun sostegno finanziario e il governo centrale di Baghdad può impedire a qualsiasi aeromobile di raggiungere il Kurdistan circondato via terra e senza accesso al mare. Ci sarebbe una guerra silenziosa contro il Kurdistan, mentre la vera guerra contro lo SIIL non sarebbe finita. Le PMU possono impedire ai peshmerga di recuperare aree controverse, lasciando Irbil in permanente stato d’insicurezza.
I Paesi del Golfo sosterranno definitivamente la divisione di Iraq e Siria, perché ciò gli darebbe ciò che persero nel Bilad al-Sham e in Mesopotamia dopo molti anni di guerra. L’Arabia Saudita non ha diviso l’Iraq creando uno Stato sunnita e non ha rovesciato Bashar al-Assad, consentendo agli estremisti sunniti di assumere il controllo del Paese. Se i curdi dichiarano l’indipendenza, il Kurdistan subirebbe una grave recessione, ma i Paesi della regione, soprattutto l’Arabia Saudita, saranno felici di aiutarli attirando i curdi nella propria orbita. In realtà, Salah Muslim ha già preso questa china: presto Barzani loderà l’Arabia Saudita. Masud Barzani deve preparare una solida base prima dell’avventura del Kurdistan indipendente. Invia messi a Baghdad, Teheran, Ankara e GCC per riceverne la risposta sul suo piano d’indipendenza. Dice anche che il referendum non significa indipendenza immediata: è solo questione di tempo. Ma tale annuncio pericolosamente prematuro impedirebbe alla futura generazione curda di adempiere al sogno di uno Stato proprio. Arabia Saudita, Israele e Stati Uniti non bastano a proteggere uno Stato curdo prospero e pacifico perché la tempistica, sorprendentemente vista da Barzani quale migliore opportunità, non potrebbe essere peggiore. La situazione resta così volatile che ogni singola mossa potrebbe portare su una direzione drammatica e ridisegnare l’intero Medio Oriente. Ciò che accomuna il referendum del 25 settembre 2017 e quello del 2005 è che entrambi dovevano rimanere nei cassetti.Elijah J. Magnier è un Senior Political Risk Analyst con oltre 32 anni di esperienza su Europa e Medio Oriente, acquisendo esperienze approfondite, contatti robusti e conoscenze politiche in Iran, Iraq, Libano, Libia, Sudan e Siria. Specializzato in valutazioni politiche, pianificazione strategica e approfondimento delle reti politiche.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora