Le basi militari russe in Siria

Alexander Mercouris, The Duran 9/2/2017khmeimin-air-baseCome risultato della guerra in Siria la Russia costruisce un complesso di basi in Siria, per la prima volta in competizione con gli Stati Uniti nel Mediterraneo orientale.
Un motivo spesso dato dai commentatori occidentali del sostegno della Russia al Presidente Assad è il supposto desiderio della Russia di proteggere la base navale di Tartus in Siria. Alcuni commentatori hanno suggerito al contrario che una delle ragioni della guerra siriana era cacciare i russi dalla Siria. A mio avviso alcuna di tali affermazioni è vera, ma non c’è dubbio che conseguenza della guerra è che sia enormemente aumentata la presenza militare della Russia in Siria, oltre qualsiasi idea concepibile nel 2011, quando il conflitto iniziò. La Russia ora ha due grandi basi in Siria, sicuramente note, e una terza la cui esistenza viene solo accennata, ma mai confermata.

1) Base navale di Tartus
La Marina militare russa ha una presenza nel porto siriano di Tartus dagli anni ’70 (alcuni rapporti sostengono dal 1971, altri dopo). Anche se l’impianto di Tartus è stato spesso chiamato base, fino a poco prima era meglio descritto come piccola struttura logistica per supportare lo schieramento nel Mediterraneo della Marina militare russa. La struttura non poteva che ospitare piccole navi, mai nulla di più grande delle corvette. A quanto pare era gestita da appaltatori civili. Allo scoppio del conflitto siriano nel 2011 era apparentemente in rovina e a malapena in uso. La Russia ora ha stipulato un contratto di affitto di 49 anni della base, che dovrà ampliarla. L’obiettivo è ampliarla in modo che ospiti contemporaneamente 11 navi da guerra, anche nucleari. A quanto pare i lavori sono già iniziati. Quando i lavori saranno completati, diverrà una grande base navale paragonabile a quelle di Stati Uniti e NATO in altre regioni del Mediterraneo.siria-tartus-filchenkov-agos-2015-22) Base aerea di Humaymim
Non esisteva prima del settembre 2015, ed è un adattamento frettoloso di una parte dell’aeroporto Basil al-Assad. Dispone di una pista asfaltata di 2979m, attivata dalla forza aerea russa nel settembre 2015 per consentirle di condurre la campagna aerea contro i jihadisti in Siria. La Russia ha ora un contratto di affitto di 49 anni della base. Sarà anch’essa ampliata con la costruzione di una seconda pista in cemento, più grande e più adatta ai velivoli ad alte prestazioni, come caccia e bombardieri. Anche questo trasformerebbe la base in una struttura simile alle basi statunitensi, come Incirlik in Turchia. Inoltre, alla seconda pista vi saranno presumibilmente aggiunte anche strutture permanenti per il personale della base, insieme alle necessarie attrezzature standard per la base.122133234683) Stazione di ascolto di Lataqia
Di tanto in tanto le notizie parlano della grande stazione di ascolto (SIGINT) russa nella provincia di Lataqia in Siria, anche se i dettagli che ne confermano l’esistenza sono scarsi. Nell’ottobre 2014 i jihadisti invasero una postazione di ascolto ad al-Hara, nel sud-ovest della Siria vicino alle alture del Golan occupate. Questa sembrava essere una presunta piccola postazione di ascolto dal nome in codice “Centro S”. Forse si trattava di un ramo del molto più grande complesso situato all’interno della Siria, nella provincia di Lataqia, si diceva. Assumendo che questa struttura esista, certamente sarà stata interessata dalla rivoluzione dell’intelligenza elettronica e dei segnali avutasi dopo la fine della guerra fredda. Questo ha reso più facile monitorare il traffico dei segnali dalla Russia, riducendo la necessità di stazioni di ascolto all’estero come quella presunta di Lataqia. Detto questo, è probabile che la struttura esista e sia ancora attiva. Rapporti russi a volte danno l’impressione che il traffico dei segnali in Siria sia monitorato da una struttura che si troverebbe nella base aerea di Humaymin. Forse la stazione di ascolto vi è stata trasferita, o più probabilmente, viene detto questo per nasconderne la vera posizione.
Le tre strutture sono protette da una cintura di complessi integrati di sistemi di difesa comprendente i potenti sistemi missilistici antiaerei S-400 e S-300VM Antej 2500 schierati in Siria lo scorso anno, i sistema di difesa missilistica di punto missilistico-artiglieristico Pantsir-S1, giunti con la forza russa in Siria nel settembre 2015, l’avanzato sistema di guerra elettronica Krasukha-4 (che disturberebbe velivoli AWACS e satelliti) e le batterie di missili supersonici antinavi Bastion schierati sulle coste della Siria alla fine dello scorso anno. Ora vi sono rapporti secondo cui la Russia invierebbe batterie di missili tattici Tochka-U in Siria, anche se il Cremlino non conferma. Inoltre dato che queste strutture si trovano su una piccola area nella provincia di Lataqia, possono cooperare come un unico gigantesco complesso aeronavale, possibilmente sotto la supervisione di un solo comandante.
Che il sostegno degli Stati Uniti ai jihadisti in Siria era motivato dal desiderio di cacciare i russi dalla Siria è dubbio, ma se fosse, allora va concluso che non solo è fallito, ma ha ottenuto l’effetto contrario. Non solo la Siria ora è più vicina alla Russia rispetto al passato, ma come diretta conseguenza della guerra, i russi costruiscono un complesso di basi aeronavali in Siria mai avuto prima nel Mediterraneo, rendendo possibile per la prima volta ai loro velivoli di pattugliare il Mediterraneo orientale, e alle loro navi di operarvi senza affidarsi sui distanti porti in Russia. Inoltre, è il primo grande complesso di basi aeronavali nel Mediterraneo dalla seconda guerra mondiale non controllato dagli Stati Uniti o da un loro alleato, ma da un rivale invece. Non ultima conseguenza della guerra alla Siria, è che non solo s’è indebolita la posizione degli Stati Uniti in Medio Oriente, ma anche, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, ha scosso la finora ferrea presa degli Stati Uniti sul bacino del Mediterraneo.showimage-ashxTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Amnesty International ammette che la relazione sulla Siria è stata fabbricata nel Regno Unito

Tony Cartalucci, LD, 9 febbraio 201716487178Il rapporto di 48 pagine di Amnesty International intitolato “Siria: massacri umani: impiccagioni di massa e sterminio nella prigione di Saydnaya”, vanta affermazioni estreme concludendo: “… le violazioni delle autorità siriane a Saydnaya sono crimini contro l’umanità. Amnesty International chiede con urgenza un’inchiesta indipendente e imparziale sui crimini commessi a Saydnaya”. Tuttavia, anche a uno sguardo superficiale, prima ancora di leggere il testo della relazione, nella sezione intitolata “Metodologia” Amnesty International ammette di non aver alcuna prova fisica che dimostri ciò che sono solo le testimonianze di presunti detenuti ed ex-impiegati della prigione, così come i dati dell’opposizione in Siria. Nella sezione “Metodologia”, il rapporto ammette: “Nonostante le ripetute richieste di Amnesty International di accedere in Siria, e in particolare nelle strutture di detenzione gestite dalle autorità siriane, le è stato impedito dalle autorità siriane di svolgere una ricerca nel Paese e di conseguenza non ha avuto accesso alle zone controllate dal governo siriano dall’inizio della crisi nel 2011. Altri gruppi di monitoraggio dei diritti umani indipendenti hanno incontrato ostacoli simili”. In altre parole, Amnesty International non ha avuto accesso alla prigione, né nessuno dei testimoni che presumibilmente intervista ha prove rilevanti o foto della prigione. Le uniche foto della prigione sono immagini satellitari, e quelle contenute nella relazione sono di tre uomini che sostengono di ave perso peso in prigione e di uno degli otto presunti certificati di morte dati ai familiari dei detenuti morti a Saydnaya. I presunti certificati non rivelano nulla sulle accuse di tortura o esecuzione.
Se articoli come “Hearsay Extrapolated – Amnesty Claims Mass Executions In Syria, Provides Zero Proof“, esaminano in dettagliato le “statistiche” di Amnesty, e articoli come, “Amnesty International “Human Slaughterhouse” Report Lacks Evidence, Credibility, Reeks Of State Department Propaganda” svelano la natura politica di Amnesty International e la tempistica della promozione del rapporto sui media occidentali, vi è un altro aspetto della relazione che rimane inesplorato, Amnesty International ha ammesso apertamente che il rapporto è stato fabbricato nel Regno Unito presso la locale filiale, con un processo che chiamano “architettura forense”, cioè in mancanza di prove reali, fisiche, fotografiche e video, si ricorre ad animazioni 3D ed effetti sonori ideati da creativi assunti da Amnesty International.

Esperti in effetti speciali assunti di Amnesty per fabbricare “prove”
In un video di Amnesty International che accompagna la relazione, dal titolo “Dentro Saydnaya: la tortura nella prigione della Siria”, il narratore ammette in apertura che Amnesty International non ha alcuna prova reale sulla prigione. Il video ammette: “Non ci sono immagini esterne (tranne quelle satellitari) ed alcuna interna. E ciò che vi accade era avvolto nel segreto, finora”. Gli spettatori sono inizialmente portati a credere a delle prove che svelano ciò che avverrebbe nel carcere, ma il narratore continua spiegando: “Abbiamo ideato un modo unico di rivelare la vita nella prigione della tortura. E l’abbiamo fatto parlando con persone che vi erano e sono sopravvissuti ai suoi orrori … utilizzando i loro ricordi e testimonianze, abbiamo costruito un modello 3D interattivo che vi porterà per la prima volta all’interno di Saydnaya”. Il narratore spiega poi: “In modo unico, Amnesty International ha collaborato con “Architettura forense” della Goldsmiths University of London, ricostruendo suono e architettura della prigione di Saydnaya, utilizzando un’avanzata tecnologia di modellismo”. In altre parole, la presentazione di Amnesty International non presenta fatti e prove raccolte in Siria, ma è realizzata esclusivamente a Londra utilizzando modelli 3D, animazioni e software audio, secondo resoconti infondati di presunti testimoni che affermano di esser stati in un modo o nell’altro nella prigione. Eyal Weizman, direttore di “Architettura forense”, ammette che la “memoria” si basa sulla sua collaborazione con Amnesty Internationa e sia quindi alla base delle 48 pagine di Amnesty: “La memoria è l’unica risorsa da cui possiamo cominciare per ricostruire ciò che è avvenuto. Cosa si prova ad essere un prigioniero a Saydnaya?” L’organizzazione di Weizman, “Architettura forense”, sul sito web descrive le proprie attività: “Architettura forense è un’agenzia di ricerca della Goldsmiths University of London. Comprende un team di architetti, studiosi, registi, designer, avvocati e scienziati che fanno ricerche e presentano analisi spaziali nei forum giuridici e politici. Forniamo prove alle squadre di persecuzione internazionale, organizzazioni politiche, organizzazioni non governative e Nazioni Unite in vari processi nel mondo. Inoltre, l’agenzia s’impegna in esami storici e teorici delle pratica nella medicina legale, in particolare sulle nozioni di verità pubblica”. In altre parole, gli esperti di effetti speciali e i loro strumenti, impiegati nella realizzazione di film per l’industria dello spettacolo o per studi di architettura per proporre progetti futuri, ora vengono impiegati per fabbricare prove su un contesto politico di cui nessuno conosce la realtà. Mentre il lavoro di “Architettura forense” può essere utile a sviluppare teorie, non lo è affatto per fornire prove, intese come fatti o informazioni concreti che indicano se una credenza o proposizione sia vera o valida, non fatti fabbricati o informazioni supposte.
Il lavoro di “Architettura forense” e le testimonianze raccolte da Amnesty International, certamente raccolte non in Siria, sarebbe la base di una richiesta iniziale, non una relazione finale né una conclusione secondo cui le violazioni dei diritti umani ci sono state, costituendo un crimine contro l’umanità e richiedendo l’immediato ricorso internazionale. Il rapporto di Amnesty International non ha alcuna prova concreta e la sua presentazione consiste nella dichiarata fabbricazione di immagini, suoni, mappe e diagrammi. Amnesty, senza prove, abusa della propria reputazione e delle classiche tecniche per manipolare il pubblico sul piano emotivo. Ciò che Amnesty International fa non è “difendere i diritti umani”, ma piuttosto propaganda di guerra politicamente motivata, e lo fa semplicemente nascondendosi dietro la propria missione. Esponendo apertamente e spudoratamente tale tecnica nel fabbricare un rapporto internazionale, promosso in modo asinino da giornali occidentali e piattaforme multimediali come BBC, CNN, Independent ed altri, si permette ad Amnesty e altre organizzazioni simili di continuare a proporre al pubblico, sotto gli orpelli della scienza, bugie mostruose.

Wayzman, un mome, una garanzia

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché il governo italiano non affronta l’immigrazione nel Mediterraneo? Perché non vuole

Gefira

Lo stato di diritto è invocato spesso come il valore occidentale che i movimenti “populisti” vogliono distruggere, ma le dirigenze al governo da tempo l’hanno sospeso nel caso delle leggi sull’immigrazione. L’esempio più evidente è la politica sull’immigrazione iniziata dal governo Letta nel 2013 e continuata dal governo Renzi.

Mario Morcone, Andrea Riccardi, Ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione, Mario Monti, Presidente del Consiglio dei Ministri, Enzo Moavero Milanesi, Ministro per gli Affari Europei

Mario Morcone, Andrea Riccardi, Ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione, Mario Monti, Presidente del Consiglio dei Ministri, Enzo Moavero Milanesi, Ministro per gli Affari Europei

Nell’ottobre del 2013, il governo Letta, di fronte a ondate di profughi in fuga dal caos istigato dall’occidente con la primavera araba in Libia, che non fu altro che l’insurrezione di gruppi islamisti, lanciò l’operazione “Mare Nostrum“, inviando la Marina italiana nelle acque libiche per salvare i richiedenti asilo. Per quanto nobile fosse la motivazione, l’effetto collaterale dell’operazione fu incoraggiare altri ad intraprendere questo viaggio, perché ora c’era la Marina italiana a salvarli. Il risultato è stato l’aumento del 224% delle imbarcazioni salpate dalla Libia, traducendosi in 10000000 di euro al mese per il governo italiano.(1) Nel novembre 2014, Mare Nostrum fu sostituita da Triton coordinata e finanziata dall’UE, ma coprendo una quota minore del Mediterraneo al costo di 3 milioni di euro al mese. La ragione ufficiale dell’operazione Triton era controllare i confini, tuttavia, analizzando i fatti, l’obiettivo dell’operazione era semplicemente trasportare quante più persone possibile, indipendentemente che fossero rifugiati, migranti economici, legali o clandestini. Da allora, i canali del contrabbando invece di chiudere si moltiplicarono. Pratica comune fin dall’operazione “Mare Nostrum” e continuata con Triton, era che i contrabbandieri lanciassero il segnale di soccorso alle navi di pattuglia della Marina chiedendo aiuto. Nel frattempo, le ONG che perseguono le “frontiere aperte” unirono le forze assistendo chiunque, legale, illegale o rifugiato che volesse raggiungere l’Europa (2, 3, 4).arrivalsitalyLa Commissione europea è responsabile di Frontex che, eseguendo i controlli alle frontiere, ha una chiara idea della questione. Il commissario per gli affari interni, migrazione e cittadinanza Dimitris Avramopoulos ha detto: “Un’altra parte importante emersa dalle discussioni sulla lotta al contrabbando è che, secondo ONG e autorità locali e regionali, aiutare il contrabbando di migranti non va criminalizzato. Sono pienamente d’accordo, naturalmente, come anche sulla necessità di tutelare i diritti fondamentali dei contrabbandati. Dobbiamo punire i contrabbandieri”.(5) Punire i contrabbandieri, e non le organizzazioni non governative di cui fanno parte, significa che il problema non può e non va risolto, perché le ONG saranno sempre libere di contrabbandare migranti. Questa è una ben nota vecchia tradizione; il governo Monti nel 2011-12 creò il Ministero per l’Integrazione assegnato ad Andrea Riccardi della “Comunità di Sant’Egidio”, ONG spiccatamente per le frontiere aperte. La “Comunità di Sant’Egidio” persegue un piano come “corridoi umanitari”, per finanziare una rotta alternativa per fare entrare migranti in Italia. Andrea Riccardi disse ai media francesi di essere convinto che l’Europa deve aprire le frontiere.(6) Il ministero fu poi consegnato a Cécile Kyenge, donna di colore nata nella Repubblica democratica del Congo, che ebbe il compito di ridurre drasticamente i requisiti per acquisire la cittadinanza italiana, proponendo una legge per dare la cittadinanza ai figli degli immigrati nati sul suolo italiano. Con Renzi, il ministero fu ridotto a dipartimento del Ministero degli Interni e consegnato a Mario Morcone, altro affiliato a “Sant’Egidio”. Che succede una volta che migranti di ogni genere arrivano sul suolo italiano? Vengono inviati nei centri di accoglienza, dove possono fare domanda per lo status di rifugiati. Va notato che l’Italia da tempo è a corto di posti per i richiedenti asilo, e così il governo paga alberghi, ostelli o singoli cittadini, in generale, per accoglierli.
img_71304_119585 Una pratica comune per coloro che sanno che la domanda sarà respinta è distruggere i documenti (7) in modo che il tempo per identificarli aumenti esponenzialmente. L’esperienza ha dimostrato che i centri alla fine diventano sovraffollati, rivelandosi l’occasione per le rivolte dei migranti che distruggono le proprietà e, infine, fuggono divenendo clandestini.(8, 9, 10, 11, 12) Se non fuggono e la domanda viene respinta, vengono espulsi. L’espulsione però è volontaria e i dati dimostrano che il 50% dei migranti espulsi effettivamente se ne va, probabilmente in un altro Paese dell’UE-Schengen, e gli altri diventano clandestini. Come lo scandalo di “Mafia Capitale” (13) ha dimostrato, la collusione tra membri del Partito Democratico che controllano le istituzioni dell’immigrazione dello Stato italiano, compresi centri dei rifugiati, ONG e criminalità organizzata, assicurano che i migranti siano impiegati a spese dei contribuenti italiani con tariffe orarie insignificanti, permettendo enormi profitti illeciti ai racket. La citazione infame di un membro della criminalità organizzata rivela come l’immigrazione sia ormai un business più redditizio del traffico di droga. “Hai idea di quanto faccio con questi immigrati?” disse Salvatore Buzzi, affiliato della mafia, in un’intercettazione telefonica di 1200 pagine all’inizio del 2013. “Il traffico di droga non è così redditizio“. “Abbiamo chiuso quest’anno con un fatturato di 40 milioni, ma… i nostri profitti provengono tutti da zingari, emergenza abitativa e immigrati“, aveva detto Buzzi. Era il 2013, quando 20000 immigrati arrivarono in Italia. Nel 2016, ne giunsero 180000.
Politici corrotti come Giuseppe Castiglione (NCD, partner del Partito Democratico), che lavorano per il Ministero degli Interni con la missione ufficiale di “favorire l’integrazione di coloro che necessitano di protezione internazionale”, lavorano in realtà per garantirsi profitti dalla crisi. Le attività illegali vanno dall’assegnazione della costruzione dei centri per rifugiati alle cooperative legate al PD, in cambio di tangenti, al trasferimento di richiedenti asilo e clandestini nelle campagne italiane per impiegarli nell’agricoltura per una tariffa oraria di 1-3 euro. Quando si tratta di donne immigrate, si organizzano giri di prostituzione nei centri di accoglienza o le vendono per lavorare sulle strade italiane. (14)
Immigrazione, storia di assenza di volontà della Stato di diritto, contrabbando, disonestà, schiavitù e, infine, distruzione dell’Europa.yffqcm8h6424-732-k9bb-u10402647339452lnb-700x394lastampa-itNote
1.Immigrazione: il flop di Mare Nostrum, Il Sole 24 Ore
2.Caught in the act: NGOs deal in migrant smuggling, Gefira
3.NGOs Armada operating off the coast of Libya, Gefira
4.The Americans from MOAS ferry migrants to Europe, Gefira
5.How can EU action against migrant smuggling be more effective? European Commission
6.Andrea Riccardi, a soul for Europe, La Vie
7.Establishing Identity for International Protection, European Migration Network
8. 40 Migranti fuggono dall’albergo nel sulcis bloccando la statale, Corriere
9. Rivolta nel Cie di Milano: scappano tre irregolari, gd-notizie
10. Rivolta al Cie, agenti contusi scappano in 22, dieci arresti, Migranti Torino
11. Lampedusa, via ai trasferimenti. Fuga di immigrati dal Cie di Torino, RAI
12. I clandestini restano in Italia anche dopo essere espulsi, Il Giornale
13. Mafia Capitale, Buzzi: “Con immigrati si fanno molti più soldi che con la droga”, Il Fatto Quotidiano
14. Sicilian Mafia Cashes In On Desperate Immigrants, La Stampa

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Follie sull’attacco degli Stati Uniti nello Yemen

Moon of Alabama, 2 febbraio 2017

yemen1-871x1024Tra le accuse fasulle a Trump vi sono quelle sull’assalto della forza speciale degli Stati Uniti nello Yemen, accaduto poche ore prima: “La casa della famiglia di un capo tribale, vicino a membri yemeniti di al-Qaida, fu perquisita da un commando per operazioni speciali. Un convertiplano statunitense fu abbattuto durante il raid. Un soldato ucciso e diversi feriti. I commando statunitensi risposero con il consueto panico, uccidendo a vista e bombardando qualsiasi caseggiato nelle vicinanze. Secondo fonti locali tra 30 e 57 yemeniti sono stati uccisi, tra cui otto donne e otto bambini. L’esercito statunitense affermava, come sempre, che non vi erano civili feriti nel raid. Una bambina uccisa era la figlia di 8 anni del propagandista di al-Qaida Anwar al-Awlaki”. La prima descrizione regge bene contro le successive di NBC, Washington Post e New York Times. L’incidente è andato come descritto. Ma una questione resta aperta, il motivo del raid. Militari e amministrazione parlano d’intelligence, sequestro di portatili, hard-drive e simili. Ma non è una buona spiegazione per un raid complesso per cui erano necessarie molte risorse e supporto. Si è notato che “fonti yemenite affermano che almeno due uomini furono arrestati dai militari degli Stati Uniti”. Il Comando Centrale degli Stati Uniti sostiene di non aver preso prigionieri ma solo materiale per l’intelligence. Ma pochi giorni prima affermò che non c’erano stati civili feriti, ed ora l’ammette. L’istinto dice che se ne sentirà parlare.
Vi sono anche certe teorie cospirative sul raid. Marcy Wheeler, alias Emptywheel, titolava: Trump soddisfa un’altra promessa elettorale: uccide una bambina americana, e chiedeva “Era questo il punto?” Una teoria folle e impossibile. Trump era in carica da meno di dieci giorni. Il “raid” con il Team 6 dei SEAL, le forze speciali dell’UAE, elicotteri d’attacco, convertiplani MV-22, diversi droni e mezzi d’intelligence dei marines, più una nave al largo della costa che ha fatto decollare aviogetti Harrier e chissà che altro. Un’organizzazione come l’esercito statunitense non può assolutamente controllare, organizzare e coordinare tale massa di mezzi differenti senza diverse settimane di intensi preparativi. E’ impossibile che Trump abbia ordinato questo raid in pochissimi giorni e solo per uccidere una ragazzina. Inoltre, la gerarchia militare avrebbe molto probabilmente rifiutato tale ordine. Si può presentare il pezzo di Marcy nella dissezione sui Liberali sull’orlo di una crisi di nervi. Nota: un fanfarone alla Casa Bianca non fa cadere il cielo.
Un altro pezzo folle è stato pubblicato da Reuters: “Ufficiali statunitensi hanno detto a Reuters che Trump approvò la sua prima operazione antiterrorismo segreta senza abbastanza intelligence, supporto a terra o preparativi adeguati. Perciò, i tre ufficiali hanno detto, la squadra SEAL è finita su una base di al-Qaida rinforzata da mine, cecchini e un contingente più grande del previsto di estremisti islamici armati fino ai denti”. Ci si chiede se questi tre “ufficiali statunitensi” cerchino di tradire Trump e i suoi consiglieri. Gli assaltatori sicuramente ebbero l’intelligence, precedente e attuale, e sicuramente abbastanza forze a terra e in aria. E molto supporto, ricevuto nel momento necessario. I “tre ufficiali” mentivano anche sulla “base rinforzata di al-Qaida“. Le immagini mostrano alcune case di un piccolo villaggio tribale. Tutte le notizie dallo Yemen parlano di famiglie di uomini del posto arruolati dai sauditi come combattenti anti-Huthi. A volte si allineano ai gruppi di al-Qaida locali, supportati sempre dai sauditi, ma senza farne dei terroristi. L’attacco nello Yemen sarà stato programmato dall’amministrazione Obama per ragioni che probabilmente non sapremo. Fu poi ritardato e consegnato “chiavi in mano” all’amministrazione Trump. Ciò che mi chiesi giorni fa è ciò che ora riporta il New York Times: “cenando con il suo neo-segretario alla Difesa e il presidente del Joint Chiefs of Staff, al presidente Trump si presentò la prima di molte decisioni vitali (…) anche il vicepresidente Mike Pence e Michael T. Flynn, consigliere per la sicurezza nazionale, partecipavano alla cena… Obama non agì perché il Pentagono voleva lanciare l’attacco in una notte senza luna e la successiva si sarebbe avuta dopo la fine del suo mandato… Mesi di pianificazione dettagliata, durante l’amministrazione Obama (…) del dipartimento della Difesa, hanno portato alla revisione legale delle operazioni che Trump ha approvato e che un avvocato del Pentagono aveva controfirmato”. Gli “ufficiali statunitensi” che Reuters cita dovrebbero saperlo. Perché spacciano falsità e, quindi, incolpano non solo Trump, ma anche Mattis, Dunford e Flynn, ex-generali che hanno approvato la missione? C’è qualche sciocchezza su un tentato “colpo di Stato militare” amatoriale contro Trump, su cui Rosa Books fantastica?
L’attacco nello Yemen era una cattiva idea. Uccidere alcuni yemeniti che lavoravano per l'”alleato” degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, per cosa? Per farsi odiare darispettivi famiglie, clan e alleati tribali per i prossimi decenni? Poi c’è l’inefficienza operativa. Secondo New York Times e altri, i SEAL furono rilevati all’inizio, riconosciuto ciò, procedettero. L’effetto sorpresa era sparito e finirono in un’imboscata. L’operazione avrebbe dovuto essere interrotta non appena notato che non andava come previsto. S’incasinarono proprio come il loro comando, fino ai vertici, Obama e Trump. Basti pensare alla lotta tra gli “alleati” locali nella guerra nello Yemen. Dal mio commento sul sito di Marcy: “si consideri il quadro. I sauditi vogliono uno Yemen unito sotto il loro pieno controllo. Gli Emirati Arabi Uniti (che si dicono alleati dei sauditi) supportano il separatismo nel sud dello Yemen. Dubai Port (DPWorld) vuole i diritti esclusivi su Aden e i terminali petroliferi nel sud dello Yemen. (Per evitare i problemi strategici dello stretto di Hormuz). Dopo che le forze degli Emirati Arabi Uniti presero Aden, furono attaccate da al-Qaida (e SIIL) sostenuta dai sauditi. L’esercito statunitense sostiene gli Emirati Arabi Uniti in questa lotta intestina, perché non gradisce il supporto saudita ad al-Qaida. L’attacco di Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti a una banda di mercenari sauditi “allineati ad al-Qaida”, era più contro i sauditi che contro al-Qaida”. A meno che non vi sia davvero un grande segreto ancora da svelare, il raid fu pianificato ed effettuato con (tipica di Obama) meschinità più che per necessità strategica. Che Trump fosse d’accordo è stato uno stupido errore di cui oramai probabilmente si rammarica. Tutto può e va criticato. Ma non servono teorie cospirative infondate su alcune incursioni spontanee che Trump non ha ordinato per cattiveria o incompetenza. Ci sono molte ragioni per attaccarlo, ma inventarsi storie sul “vincitore malvagio”, alla fine l’aiuta.c3v4yn5wmaaryan-696x392Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il rafforzamento della Russia terrorizza la NATO

Salman Rafi Sheikh, New Eastern Outlook 03/02/2017MONTENEGRO-US-RUSSIA-POLITICSProprio mentre appare il “filo-russo” Donald Trump, che rende incerto il futuro della NATO, l’ascesa della Russia e la sua massiccia avanzata militare ed economica aggrava i “timori” degli alleati europei degli Stati Uniti, portando questi ultimi ad inviare, il 30 gennaio, migliaia di truppe e armi pesanti in Polonia, Stati baltici ed Europa sud-orientale, in ciò che appare essere il maggiore concentramento dalla guerra fredda. Il dispiegamento di una brigata corazzata, che riporta i carri armati statunitensi in Europa per la prima volta dal 2013, rassicura sul supporto di Washington agli alleati europei che, per interesse, continuano a mostrare la Russia come il “cattivo” pronto ad attaccarli e distruggerli. Perciò la presenza di 3500 soldati statunitensi, affiancati da altri 1600 con elicotteri ed aerei, il prossimo mese. Se ciò rientra nel dispiegamento multinazionale della NATO, il tenente-generale Ben Hodges, alto comandante dell’esercito degli USA in Europa, ha detto che il dispiegamento è anche una rassicurazione di Donald Trump ai capi di Gran Bretagna, Germania e Francia sulla continua importanza della NATO. Mantenere viva la NATO è, quindi, sul tavolo. Mentre Stati Uniti ed alleati inviano soldati e armi in Europa, la questione del futuro raffreddamento dell’isteria anti-Russia inizia ad avere un senso. In realtà, tale processo indica che l’isteria anti-Russia probabilmente resta la logica ultima degli alleati europei degli Stati Uniti, affinché sostengano una posizione dura verso la Russia, per esempio imponendo sanzioni e mantenendo la NATO come prima forza di difesa e attacco. Pertanto, ciò che si vede oggi non accadeva dalla fine della guerra fredda. In parte, tale nuovo rafforzamento militare, di fatto, non s’è mai visto dalla seconda guerra mondiale. Circa 300 marines statunitensi sono sbarcati in Norvegia per restarci sei mesi, la prima volta dalla seconda guerra mondiale che truppe straniere sono autorizzate a stazionarvi.
Tale militarizzazione massiccia è una reazione alla rinascita della Russia ad importante attore mondiale, capace d’influenzare definizione e determinazione delle questioni geopolitiche. Nient’altro dimostrerebbe la rinascita russa se non il successo in Siria contro “ribelli” e terroristi eterodiretti. Considerando che questo successo militare è un riflesso della ripresa economica della Russia dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica, indica anche la velocità con cui la Russia si ricostruisce. Ciò che ha particolarmente allarmato l’occidente è la riapertura delle basi aeree e radar militari ex-sovietiche abbandonate sulle isole artiche e la costruzione di nuove della Russia. L’Artico, secondo l’US Geological Survey, ha riserve di petrolio e gas per 412 miliardi di barili di petrolio, circa il 22 per cento del petrolio mondiale ancora da scoprire e di gas, che recuperati ed impiegati nell’economia della Russia, l’aiuteranno a ridurre notevolmente l’onere economico causato dalle sanzioni occidentali, permettendo di rafforzarne la posizione nella regione e nel mondo, cosa che l’occidente non sopporta e neanche accetta come dato di fatto. L’espansione ha vaste implicazioni finanziarie e geopolitiche. L’Artico avrebbe più riserve di idrocarburi dell’Arabia Saudita e Mosca già traccia un serio confine militare nella competizione sul Grande Nord con i rivali di sempre, Canada e Stati Uniti. A tal fine, neutralizzare il dominio di Stati Uniti e alleati, la Russia costruisce tre rompighiaccio nucleari, i più grandi del mondo, per supportare la flotta di circa 40 rompighiaccio, 6 dei quali nucleari. Nessun altro Paese ha una flotta nucleare così grande, usata per aprire le rotta a navi militari e civili. La Flotta del Nord della Russia, basata a Murmansk nelle acque ghiacciate della Baia di Kola, ha ricevuto il proprio rompighiaccio, il primo, e due corvette rompighiaccio armate di missili da crociera. `Sotto Gorbaciov e Eltsin, le nostre aree artiche furono smantellate’, affermava il Professor Pavel Makarevich, membro della Società Geografica Russa,`Ora vengono restaurate‘.
Il rafforzamento artico della Russia ha ovviamente allarmato Washington dove, come per molte altre importanti questioni di politica estera, l’ufficio Artico del dipartimento di Stato rimane vuoto. E mentre il nuovo segretario alla Difesa degli USA James Mattis ha descritto i passi russi come “aggressivi” nell’audizione di conferma, tale posizione appare sconnessa col quadro politico complessivo che Trump sembra tracciare in questi giorni. Ciò era chiaramente evidente dalle dichiarazioni di Washington e Mosca dopo che Putin e Trump ebbero la loro conversazione telefonica. Né Cremlino, né Casa Bianca menzionavano la parola “sanzioni”, sostenendo che l’argomento semplicemente non figurasse. Eppure, come affermano i russi, i leader “sottolineavano l’importanza di ricostruire rapporti commerciali ed economici reciprocamente vantaggiose per le comunità imprenditoriali dei due Paesi‘, potendo dare ulteriore impulso allo sviluppo di solide relazioni bilaterali”. Corollario di questa lettura è l’annuncio del Fondo Investimenti Diretti del governo russo su vari progetti volti ad attrarre investimenti statunitensi in Russia. Tuttavia, la domanda chiave è: può avvenire con le sanzioni ancora incombenti sulla Russia? Oppure, come alcuni esperti sostengono, Trump e Putin sono arrivati a una “comprensione” sulla possibile revoca delle sanzioni nel prossimo futuro. Con Trump che indica costantemente la prospettiva di “rapporti migliori” con la Russia, il dispiegamento di truppe statunitensi in Europa, decisione presa dal presidente uscente Obama, sembra essere più una tattica dell’amministrazione Trump per tranquillizzare i ‘timori’ degli ‘alleati europei’ sulla spinta reale al ‘contenimento’ della Russia in Europa/Baltico. In caso contrario, l’umore ‘anti-sanzione’ di Trump è ben visibile. Infatti, se Trump rifiutava di escludere di togliere le sanzioni alla conferenza stampa con la prima ministra inglese Theresa May, a Washington, May insisteva, “riteniamo che le sanzioni debbano continuare“. Anche in questo caso non vi è alcun riferimento alle sanzioni nella dichiarazione congiunta rilasciata dopo la chiamata di Trump alla cancelliera tedesca Angela Merkel, anche se quest’ultima s’è dichiarata fortemente a sostengo delle sanzioni.
Il triangolo politico è quindi chiaramente visibile, Trump ed Europa non sono allineati sulla Russia. Mentre gli Stati Uniti non possono permettersi politicamente e strategicamente di ‘abbandonare’ l’Europa, il danno che l’amministrazione Obama ha inflitto alla posizione statunitense in Medio Oriente, in particolare, e a livello internazionale, in generale, richiede il ripristino dei rapporti con la Russia. Ciò che rende Trump diverso da Obama, in questo contesto, è che invece di cercare la vittoria assoluta sulla Russia, Trump vuole riavvicinarla e riaffermarsi su parte dello spazio perso negli ultimi 3 anni. In parole semplici, mentre il dispiegamento della NATO è debitamente sostenuto dagli Stati Uniti, assicurando l’Europa del sostegno degli Stati Uniti, serve anche da carta di scambio degli Stati Uniti per accordarsi con la Russia sul suo rafforzamento nell’Artico e nel Medio Oriente, dove ha già acquisito una presenza militare solida. Pertanto, se la Russia si ricostruisce, la NATO affila le armi e Trump affila la sua ascia della contrattazione. Il triangolo assume una forma definita!tumblr_mi2qomgiwf1qd7ygho1_1280Salman Rafi Sheikh, analista di relazioni internazionali e degli affari esteri e nazionali del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora