L’Algeria disporrebbe dei sistemi SAM S-400

Akram Secretdifa3 14/07/2015

docS400Annunciammo più di due anni fa il desiderio dell’Algeria di acquisire dalla Russia il sistema di difesa aerea a lungo raggio S-400. Un contratto per tale sistema fu firmato un anno fa. Oggi possiamo fornire le prime foto scattate in Algeria di un reggimento di S-400 operativo, riprese durante i primi test del sistema ricevuto in primavera. Se non sono mai stati rivelati i dettagli del contratto, si crede che riguardi 3-4 reggimenti. Uno sguardo ad immagini satellitari sul numero di S-300 e S-400 operativi da una buona stima del numero di sistemi S-400 acquisiti.
Il Comando delle forze di difesa aerea e di terra controlla tre reggimenti di S-300PMU2 dal 2003, schierati nel centro, ovest e sud-ovest dell’Algeria coprendo la quasi totalità del nord, del confine algerino-marocchino e della fascia costiera.5P85TE2-BAZ-6402-TEL-2SL’arrivo degli S-400 non solo colma le lacune nella difesa aerea, ma completerà la sorveglianza aerea a lungo raggio. Le foto mostrano inconfutabilmente dei sistemi di lancio degli S-400, che differiscono da quelli degli S300PMU2, il veicolo BAZ-64022 non è il KRAZ-260 dei 2-8 sistemi di lancio del PMU2 allineati su una foto, o i 3 durante il test sulla seconda foto. In realtà, l’esercito algerino ha intrapreso la revisione della sua difesa aerea e la comparsa degli S-400 nel suo arsenale fa parte della modernizzazione.s4003La settimana precedente i media russi confermavano l’acquisto di batterie di missili a medio raggio Buk-M2, specificatamente richiesti per la rete di rilevamento costituita dai radar russi Kasta 2E2 accoppiati ai sistemi di protezione ravvicinata dei Pantsyr-S1 e Buk-M2. Questa configurazione a strati unifica le capacità dei vari sistemi radar. Il Kasta 2E2 è già integrato a S-300 e S-400 permettendo a diverse unità di operare senza rilevamento e collegate a unità indipendenti. Il sistema ha un raggio di rilevamento efficace di 400 km e può distruggere un bersaglio a 240 km di distanza con i missili 40N6 o 48N6. Il radar tridimensionale 92N6E può identificare 100 bersagli simultaneamente a una distanza di 400 km. Oltre al raggio d’ingaggio e all’incremento delle prestazioni, la differenza principale con l’S-300PMU2 è la capacità ABM, rendendola un’arma formidabile. Se l’acquisizione è confermata, l’Algeria è ufficialmente il primo cliente estero del Trjumf.argelia S-400Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il patto faustiano tra Obama ed Erdogan

MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 26 luglio 2015U.S. President Obama and Turkey's Prime Minister Erdogan take part in a family photo during the G20 Summit in CannesDopo tutto, gli attacchi aerei turchi in Siria iniziati la settimana scorsa contro lo Stato islamico sembrerebbero essere un cambio della posizione di Ankara verso il gruppo terroristico. L’esercito turco ha denominato l’operazione “Yalcin Nane” dal sottufficiale turco ucciso in uno scontro con il SIIL (che a sua volta ha compiuto un attentato suicida al confine con la Turchia, uccidendo 32 persone). Ovviamente, Ankara ritiene opportuno proiettare “Yalcin Nane” in risposta ai presunti attacchi del SIIL in Turchia. I cinici potrebbero obiettare che l’immagine di “duro” può avvantaggiare il gioco del presidente Recep Erdogan, cavalcando l’ondata di nazionalismo e cercando un rapido sondaggio per migliorare i risultati poco brillanti delle elezioni di giugno, che hanno impedito al suo Partito Giustizia e Democrazia di avere la maggioranza in parlamento. Tuttavia la grande domanda rimane: la politica turca sulla Siria è cambiata radicalmente? Erdogan ha rigettato il sostegno clandestino ai gruppi estremisti islamici e deciso finalmente di addentare la giugulare del SIIL? Il punto è ambiguo, per la doppia natura della diplomazia turca, ed è difficile credere che Ankara recida i legami con il SIIL. The Guardian ha pubblicato un rapporto esclusivo secondo cui Erdogan semplicemente sarebbe alle prese con un nuovo atteggiamento. Secondo il Guardian, Washington avrebbe ricattato Erdogan costringendolo suo malgrado ad agire contro il SIIL. Sembra che Washington abbia prove altamente dannose, come “centinaia di pen drive e documenti” che svelano l'”alleanza non dichiarata” tra Ankara e SIIL, stabilendo che “i rapporti diretti tra ufficiali turchi e membri del SIIL” siano “innegabili“. The Guardian citava un funzionario europeo dire, “Questo non è un loro pensiero (turco). E’ una reazione a ciò che gli hanno imposto statunitensi ed altri“. Ciò che accredita l’articolo del Guardian è che Erdogan, per qualche motivo inspiegabile, ha improvvisamente cambiato idea e deciso di aderire alla richiesta statunitense di permettere ai loro aerei da guerra di attaccare il SIIL in Siria dalla base di Incirlik nella Turchia orientale. Chiaramente Erdogan ha ceduto dopo aver rifiutato l’accesso ad Incirlik l’anno scorso. Ma ciò che è ancora più interessante è che anche il presidente Barack Obama ha fatto un’inversione di marcia, con un rovesciamento politico ha accettato la vecchia richiesta di Erdogan d’imporre una limitata “no-fly zone” nel nord della Siria, al confine con la Turchia, che gli statunitensi avevano respinto finora. La proposta “no-fly zone” in Siria è relativamente piccola rispetto a quella imposta nel nord dell’Iraq dopo la guerra del Golfo nel 1991, lunga circa 100 km e profonda 30-50 km. Ma poi, come già stabilito, permette alle forze aeree turche e statunitensi di agire congiuntamente sul territorio siriano senza assicurarsi un mandato delle Nazioni Unite. Infatti, né Stati Uniti né Turchia si sono curati di avere l’approvazione del governo, riconosciuto a livello internazionale, di Damasco. Evidentemente la “no-fly zone” impone restrizioni agli aerei da guerra del governo siriano. Ma l’obiettivo turco è in primo luogo che alcuna entità curda indipendente si formi nel nord della Siria. In poche parole, il patto faustiano tra Obama e Erdogan funziona così:
– Erdogan si assicura che Obama non sveli i suoi legami occulti con il SIIL e si compra il silenzio di quest’ultimo consentendo agli aerei da guerra degli Stati Uniti di operare dalla base di Incirlik;
– Come contropartita, Obama cede all’insistenza di Erdogan nel creare una “no-fly zone” nel nord della Siria, come primo passo verso la creazione di una base operativa nel territorio siriano al confine con la Turchia, che può essere utilizzata dai ribelli (sostenuti da Turchia, Arabia Saudita e Qatar) per far avanzare l’agenda per rovesciare il regime guidato dal presidente Bashar al-Assad;
– Né Erdogan, né Obama badano a che la loro “no-fly zone” sulla Siria sia istituita nell’ambito del mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
– Erdogan ha mano libera nel schiacciare i ribelli curdi mentre agevola gli aerei da guerra statunitensi operanti liberamente su Iraq e Siria.
A prima vista si tratta di una formula “win-win“. Obama trarrà conforto dagli Stati Uniti che non s’impegnano ulteriormente e in modo significativo a sostenere l’operazione turco-saudita-qatariota in Siria e comunque placa Ankara e Riyadh sull’accordo nucleare iraniano. Dal punto di vista turco, il coinvolgimento statunitense nella “no-fly zone” significa che non avvierà un’incursione unilaterale in Siria, cosa che si vuole evitare. D’altra parte, Ankara rabbonisce gli statunitensi, dato che l’uso della base di Incirlik è estremamente importante per i militari statunitensi, se prima i loro aerei dovevano volare per 1000 miglia verso gli obiettivi in Siria, voleranno assai meno da Incirlik, appena oltre il confine con la Siria, affinché la campagna aerea di Obama contro il SIIL sia molto più intensa e, si spera, anche più efficace. Nella mente contorta di Erdogan, un pensiero potrebbe anche essere apparso dopo l’accordo nucleare iraniano, nel caso Washington e Teheran collaborino nella lotta contro il SIIL diminuendo l’importanza strategica della Turchia per l’occidente. In sintesi, Erdogan ha deciso che è utile per la Turchia aprire la base aerea agli aerei degli Stati Uniti, presentandosi come Stato in prima linea nella lotta di Obama contro il SIIL. Ironia della sorte, ciò che accade non è molto diverso da quello che gli amici pakistani di Erdogan fecero presentando il loro Paese come “Stato in prima linea” nella guerra degli Stati Uniti al terrore, per averne gli aiuti. Naturalmente il Pakistan non ci ha mai ripensato ed ha estratto miliardi di dollari di aiuti statunitensi fin quando iniziò il contraccolpo trasformando il Paese nel campo di battaglia dei terroristi. Il tempo mostrerà se il patto faustiano di Erdogan con Obama avrà un esito diverso. D’altra parte, tale patto appare mentre il bilancio per Obama resta incerto. Non c’è dubbio che il secondo fronte della Turchia contro i curdi non può che complicare la guerra di Obama in Iraq, ma segnala anche la fine al processo di pace e il dialogo di Erdogan con i curdi e la tregua di due anni fa. Aiuta la strategia regionale degli Stati Uniti se uno dei suoi principali alleati della NATO s’impantana? È interessante notare che l’unico partito ad applaudire gli attacchi aerei turchi sulla Siria è la screditata alleanza dell’opposizione siriana, naturalmente sostenuta da Ankara. La Casa Bianca attaccava con il suo mantra ogni volta che l’esercito turco intraprendeva missioni punitive contro i separatisti curdi, cioè sul diritto di difendersi di Ankara. Che altro dirà Obama in tali circostanze? Paradossalmente, la milizia curda è anche alleata degli Stati Uniti nella guerra di Obama al SIIL.1168704275Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’accordo degli USA con l’Iran esclude la Russia?

Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, 21 luglio 2015

Le implicazioni del recente accordo nucleare iraniano si estendono ben oltre le centrifughe e l’arricchimento dell’uranio. La Russia, che ha a lungo usato le tensioni tra Teheran e Washington per i propri fini, può saperlo meglio di chiunque altro.16232453_xlTeheran e Washington sono stati ostacolati dalle rispettive retoriche post-1979. Anche dopo l’accordo nucleare finale è stato firmato a Ginevra, funzionari di Teheran e Washington dicono che non normalizzano i legami. In generale, tuttavia, le parti da tempo migliorano le relazioni senza fare alcuna concessione rinunciando ai loro obiettivi strategici o abbandonando pubblicamente le loro posizioni ideologiche. Non va dimenticato che Washington e Teheran hanno avviato un dialogo diplomatico segreto sostenuto nel sultanato di Oman nel 2013, scioccando alleati e nemici. Le minacce degli Stati Uniti di attaccare la Siria nell’agosto 2013 sarebbero state volte a fare leva sui colloqui bilaterali segreti tra Teheran e Washington. Secondo Banafsheh Keynoush, ex-traduttore di quattro presidenti iraniani e dell’avvocatessa riformista Shirin Ebadi, Teheran ha da tempo voluto ravvivare il commercio con Washington. Il giornalista Gareth Porter fa una simile affermazione, sostenendo che i funzionari iraniani hanno deliberatamente usato l’arricchimento dell’uranio per normalizzare i rapporti con Washington. Scrivendo per Middle East Eye, Porter sostiene che durante il secondo mandato di Bill Clinton, “gli strateghi iraniani cominciarono a discutere l’idea che il programma nucleare iraniano fosse la principale speranza per impegnare la potenza egemone“. C’era anche una lettera inviata via fax dall’Iran per un “grande patto” nel 2003 che Mohammad Javad Zarif, ministro degli Esteri iraniano, riconosce come risposta iraniana a un segnale fuorviante da una terza parte che sosteneva di parlare a nome di Washington.

Lavorando sull’accordo
Non è un caso che progredendo i colloqui sul nucleare, le chiacchiere su una ripresa dei legami commerciali tra Iran e Stati Uniti divamparono a Wall Street e nei bazar di Teheran. Quando l’accordo finale è stato annunciato a Vienna, fu anche annunciato in Iran un “piano speciale” per esportare prodotti petrolchimici negli Stati Uniti, tra l’altro, secondo la Mehr News Agency iraniana. L’annuncio non fu fatto che dalla prominente Associazione dell’Industria Petrolchimica iraniana. Il piano per esportare prodotti petrolchimici iraniani è solo la punta dell’iceberg, però. Teheran Times riporta il 23 maggio che Gholamreza Shafei, capo della Camera di commercio, industria, miniere e agricoltura iraniana, “ha detto che il governo iraniano ha dato il via libera ai proprietari di imprese private nel creare legami commerciali con gli omologhi statunitensi“. Ha anche riconosciuto che l’istituzione di una camera del commercio iraniano-statunitense fu discussa per circa dieci mesi. In realtà, colloqui per istituire la camera del commercio iraniano-statunitense furono comunicati dall’Agenzia del governo della Repubblica Islamica (IRNA) nel 2013, che riportava discussioni sulla camera iraniano-statunitense avviate nello stesso momento in cui Washington e Teheran iniziavano i colloqui diretti nel 2013. La normalizzazione dei legami commerciali tra Iran e Stati Uniti è un processo poco seguito che segnerebbe la normalizzazione. Le transazioni commerciali e affaristiche tra Iran e USA possono aversi senza la normalizzazione dei rapporti diplomatici e senza cambiamenti significativi nella percezione pubblica dei rapporti tra Iran e Stati Uniti. Le retorica di entrambe le parti potrebbe, più o meno, restare mentre il commercio prospera e i sostenitori della linea dura contrari al riavvicinamento potrebbero essere tenuti a bada.

Modifica dei parametri geostrategici tra Stati Uniti, Russia e Iran
Le ostilità tra Stati Uniti e Iran furono sfruttate da altri attori internazionali per i propri programmi. Teheran e Washington ne furono consapevoli. Il governo russo ha usato le tensioni tra Teheran e Washington come carta per le proprie strategie negoziali numerose volte. Mosca, però, ha sempre consapevolmente cercato di non attraversare una certa linea quando usava le divergenze iraniano-statunitense, cercando concessioni da Washington. Mosca non ha mai voluto indebolire l’Iran o lasciare che Washington sottomettesse Teheran. Russi e iraniani sanno molto bene che la loro sicurezza è organicamente connessa. Con la normalizzazione dei rapporti tra Stati Uniti e Iran e l’approccio conciliante preso da Washington e Teheran nel 2013, la leva dei rapporti bilaterali della Russia con l’Iran contro gli Stati Uniti è una strada che Mosca essenzialmente non può più seguire. Il Cremlino se ne rende conto e dal 2013 ha preso provvedimenti seri per cementare i legami russo-iraniani come partnership strategica rispecchiando la partnership sino-russa. Ciò include l’adozione di misure per stabilire maggiore fiducia tra Mosca e Teheran. Mosca ha anche espiato per la decisione dell’ex-presidente Dmitrij Medvedev di fermare l’invio dei sistemi missilistici di difesa aerea S-300 all’Iran nel 2010, revocando il divieto della consegna dei sistemi, aggiornandoli e offrendosi di vendere il superiore Antej-2500 all’esercito iraniano, se Teheran ritira la querela contro Rosoboronexport per non aver consegnato gli S-300, presso la sede di conciliazione di Ginevra e l’Alta Corte Arbitrale dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). I colloqui bilaterali non nucleari fra Teheran e Washington hanno indubbiamente incluso un certo sforzo degli Stati Uniti per mettere gli iraniani contro i russi, soprattutto ora che l’Unione europea ha bisogno di un fornitore di energia che sostituisca la Federazione russa. Sebbene gli Stati Uniti spinsero i russi nel 2010 ad annullare l’accordo sugli S-300 che Mosca fece con l’Iran nel 2007, celebrarono il fatto che il governo iraniano abbia portato la Russia presso la Corte di conciliazione e di arbitrato dell’OSCE nel 2011 per avere i 4 miliardi di dollari di risarcimento per la violazione del contratto da parte del Cremlino.

La guerra dell’informazione contro la Russia
I media mainstream statunitensi e gli intellettuali che lavorano per gli interessi degli Stati Uniti hanno lanciato una campagna d’informazione anti-russa sottolineando che Iran e Russia sono “alleati di comodo”, e che la partnership russo-iraniana non durerà, sostenendo che la Russia è la perdente nell’accordo sul nucleare fra Iran e P5+1 (Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti più la Germania). I loro punti di discussione puntano decisamente agli aspetti negativi dei rapporti tra Russia e Iran e sottolineano che Mosca e Teheran saranno concorrenti sul mercato dell’energia, soprattutto in Europa. Sottolineano anche che i russi hanno paurosamente fretta di concludere accordi commerciali con l’Iran prima che il mercato iraniano si apra al commercio con Stati Uniti ed Europa occidentale. Presumono che l’Iran preferisca le aziende di Stati Uniti ed Europa occidentale a quelle russe perché non sono così avanzate e la tecnologia russa non è aggiornata. Allo stesso tempo, un altro racconto sostiene che Russia e Iran commerciano presso la comunità internazionale. Questa trasformazione è stata gradualmente descritta negli ultimi dieci anni, presentando la Russia come la Francia gollista, parte occidentale indipendente e contraria a Washington. Poi dipinsero la Russia come la Repubblica popolare cinese quando si accesero le tensioni tra Mosca e NATO durante e dopo la guerra russo-georgiana e lo scudo antimissile in Europa. La Russia fu descritta separata dall’occidente, come la Cina, ma co-esistente. Dopo euromaidan in Ucraina, la Russia viene descritta come il nuovo Iran, un Paese in rapporti ostili con l’occidente. Perciò Radio Free Europe del governo degli Stati Uniti afferma: “Dopo decenni come Stato canaglia isolato, l’Iran sembra finalmente uscire dal freddo. E dopo decenni da finta partner dell’occidente, la Russia è divenuta canaglia”. Molte di tali valutazioni sono polemiche o sofismi. Un articolo ampiamente diffuso da Reuters di Agnia Grigas e Amir Handjani sostiene che la Russia sarà la “grande perdente” dell’accordo sul nucleare con l’Iran, ma è pieno di errori e presupposti. Gli autori, esperti del settore energetico, non sanno che la Statistical Review of World Energy della BP annuncia che l’Iran ha le maggiori riserve di gas naturale del mondo, pari a 1202400 miliardi di piedi cubi. Né Grigas, esperto di Russia e spazio post-sovietico, consultato dal Gruppo Eurasia, che Handjani sanno che l’impero cinese, non l’Iran, aveva ceduto più territorio alla Russia in passato. Mettendo da parte tali errori, l’articolo della Reuters prevede che l'”alleanza russo-iraniana sia più un matrimonio di convenienza che un autentico partenariato”. Questa è retorica del desiderio della Washington Beltway. Gli autori sostengono che “la Russia usa l’Iran come punto d’appoggio geopolitico nel Golfo Persico ricco di energia per colpire gli alleati degli Stati Uniti nella regione. In cambio, l’Iran sfrutta il potere di veto di Mosca nei forum multilaterali come le Nazioni Unite“. Inoltre presumono che “l’Iran impegnato con l’occidente su energia, commercio e produzione di energia nucleare pacifica, non vedrebbe più la Russia come protettrice dei suoi interessi”. La Russia non ha alcun punto d’appoggio nel Golfo Persico e non vi è alcuna prova che Mosca utilizzi Teheran per minacciare qualsiasi alleato di Washington in Medio Oriente. Invece il Cremlino non ha interesse a suscitare problemi con gli alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente, come Israele e Arabia Saudita, e invece vuole commerciarvi allontanandoli da Washington. D’altra parte, però, gli iraniani non si fanno manipolare eseguendo gli ordini di un attore internazionale e hanno sempre lavorato per proteggere i propri interessi senza dipendere da altri Paesi. Non c’è un gran record in cui la Russia abbia usato il diritto di veto per l’Iran. Né l’Iran è nella stessa posizione dell’alleata Siria, mentre Teheran non teme ne si preoccupa del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite; perciò l’Iran non fu scosso da una qualche risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, approvata contro di esso.nguyen-nhan-iran-phat-trien-he-thong-bavar-373-datviet.vn-02_41132277.jpg_risultatoBavar-373, S-300 e le sanzioni sulle armi delle Nazioni Unite
Sul lato opposto dello spettro della guerra delle informazioni tra Mosca e Washington, settori dei media russi sottolineano che l’apertura del mercato iraniano sarà un grande affare per le società russe, tra cui produttori di armi, industria nucleare ed energetica russi. Alcuni esperti russi, tuttavia, hanno messo in guardia dall’infedeltà iraniana. A giugno, l’agenzia di stampa russa TASS riferiva che Vladimir Sazhin, ricercatore dell’Accademia Russa delle Scienze, affermava: “L’Iran non si preoccupa affatto degli interessi della Russia. Ha bisogno di soldi e nel prossimo futuro porrà notevole concorrenza alla Russia, non solo in Europa, sul mercato del petrolio tra 2-3 anni, e sul mercato del gas tra 5-7 anni“. Rapporti da Stati Uniti e Russia generalmente esagerano o fraintendono l’Iran. Inoltre non riconoscono che l’Iran produce la maggior parte del proprio equipaggiamento militare, tra cui missili balistici, sottomarini, aerei da combattimento, carri armati, elicotteri, droni e radar. È vero che la caduta delle sanzioni sulla armi darebbe una spinta all’industria delle armi russa. La spinta, però, non sarebbe un affare d’oro perché l’esercito iraniano non dipende dalla Russia per la sicurezza o le attrezzature. Come accennato prima, anche se gli iraniani acquistano parte dell’equipaggiamento militare dai russi, Teheran ha una “politica di autosufficienza militare e produce le proprie armi“. Quando Mosca ha rifiutato di riparare tre sottomarini di fabbricazione russa classe Kilo, perché l’Iran non era disposto ad inviarli in Russia, gli iraniani li revisionarono. L’esercito iraniano sostiene anche che il sistema di difesa aerea Bavar-373 è più o meno l’equivalente al russo S-300. L’industria bellica dell’Iran è “un settore dinamico e moderno che avanza; possiamo rifornirci da Stati amici, ma praticamente crediamo che il nostro potere deterrente debba basarsi sulla nostra tecnologia“, ha detto il Generale di Brigata Ali Shadmani, Vicecapo di Stato Maggiore dell’Aeronautica iraniana, all’agenzia FARS ad aprile, in risposta a relazioni secondo cui l’S-300 salvaguarda in modo significativo lo spazio aereo iraniano come se l’Iran non potesse proteggere i propri cieli. Shadmani continuava spiegando che Teheran aveva bisogno del sistema di difesa missilistica nel 2006 e 2007, e l’accordo per l’S-300, sollecitato dalla Russia, fu preso al momento. Inoltre osservava che l’Iran voleva il sistema, ma anche che produce il Bavar-373, anche se “la produzione non è abbastanza veloce” per le esigenze delle forze armate iraniane. E’ molto probabile che l’obiettivo principale degli iraniani nel far cadere le sanzioni sulle armi sia esportarle. La risoluzione 1747 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, adottata all’unanimità nel 2007 con il consenso di Cina e Russia, in realtà ha reso l’industria bellica iraniana competitiva sul mercato delle armi verso i produttori del P5+1. Il presidente iraniano Hassan Rouhani si è anche rivolto al pubblico iraniano dicendo che tutti gli obiettivi di Teheran sono stati raggiunti a Vienna, secondo i termini dell’accordo nucleare finale, anche se l’embargo sulle armi delle Nazioni Unite contro Teheran resta ancora in parte per alcuni anni.

Mentre l’Iran commercia con l’occidente, l’Eurasia rimarrà la sua profondità strategica
Anche se salutano l’entrata nel mercato iraniano, le diverse valutazioni di simpatia od ostilità verso Russia o Stati Uniti disprezzano due fatti importanti. In primo luogo, è Teheran che decide con chi commerciare o no. In secondo luogo, gli iraniani non hanno limitazioni post-Vienna sui partner commerciali. L’Iran ha fatto accordi commerciali con la Russia grazie al trattamento preferenziale di partner strategico sicuro ed alleato. Mosca e Teheran collaborano per costruire un’alleanza strategica in Eurasia mirando a stabilire un legame simile a quello tra Cina e Federazione russa. Mentre gli iraniani non cederanno sui legami strategici con la Russia, lavoreranno nel loro interesse sperando in un partenariato strategico equilibrato con Mosca. Teheran chiede un approccio equilibrato con la Russia su un rapporto reciprocamente vantaggioso con la Federazione russa, che non riduca Teheran a subordinata di Mosca. L’Iran accetterà imprese di Europa occidentale e Stati Uniti, e farà affari con esse al posto delle imprese russe dove necessario e ritenuto idoneo. Nonostante il possibile fiorire del commercio con Stati Uniti ed Europa occidentale, Teheran manterrà la profondità strategica in Eurasia, perciò gli iraniani hanno fatto pressioni e chiesto che l’Iran diventi membro a pieno titolo dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai insieme a Russia e Cina. Inoltre, Teheran non si fida di Washington. Come è stato detto durante i negoziati, l’accordo nucleare non si basa sulla fiducia, ma su verifica e reciprocità.

Quali nubi di guerra?
Fin dall’inizio il dossier nucleare iraniano era di natura politica. Gareth Porter scrive che come “media potenza regionale militarmente debole ma politicamente influente“, l’Iran essenzialmente ha indotto la crisi nucleare come leva per coinvolgere gli Stati Uniti con l’obiettivo di normalizzare i rapporti con Washington. La crisi nucleare, tuttavia, era una crisi prodotta da Washington per frenare gli iraniani e l'”Asse della Resistenza” composto da Siria, Hezbollah, Hamas e altri attori regionali. L’accusa era che il programma nucleare iraniano non fosse che una farsa tattica usata da Washington ed alleati per fare pressione sull’Iran, con l’obiettivo di frenare Teheran dal ristrutturare il Medio Oriente, nell’ampia roadmap unipolare di Washington contro russi e cinesi per controllare l’Eurasia. Pechino, Mosca, Teheran e Washington hanno tutti piani di emergenza per diversi scenari. Esistono probabilità di tradimento e gli iraniani ne sono pronti. Nel 2009, l’Istituto Brookings consigliò che Washington creasse l’illusione di dare agli iraniani la possibilità di negoziare prima di attaccarli “per garantirsi il sostegno logistico che l’operazione richiederebbe e ridurre al minimo il contraccolpo”. Il Pentagono dovrebbe “solo attaccare quando vi è la diffusa convinzione che gli iraniani hanno avuto, ma poi respinto, una superba offerta, tale che solo un regime determinato ad acquisire armi nucleari per ragioni sbagliate potrebbe respingere”, consigliava il rapporto della Brookings Institution “Quale via per la Persia?“. Per mesi, mentre il ministro degli Esteri Zarif e il suo team negoziale dei viceministri degli Esteri iraniani elaboravano l’accordo con il segretario di Stato USA John Kerry e i P5+1 o EU3+3, i comandanti iraniani facevano dichiarazioni parallele sulla prontezza alla guerra e la necessità degli aggiornamenti militari. In realtà, l’ayatollah Ali Khamenei diede indicazioni specifiche al governo e ai militari iraniani per aumentare la spesa, e il 30 giugno Khamenej ordinava di rinnovare la preparazione a un conflitto. A conclusione dei negoziati nucleari a Vienna, il leader supremo ha detto al presidente Rouhani che alcuni membri del sestetto con cui Zarif ha firmato l’accordo nucleare finale sono inaffidabili, e che doveva fare attenzione. Questa sfiducia in sé assicura che l’Iran abbia un approccio equilibrato verso Stati Uniti e Russia.

Iran_Russia_LocatorCopyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Tsipras chiese a Putin 10 miliardi di dollari per “stampare dracme”

Tyler Durden Zerohedge 21/07/2015Tsipras meeting with Putin KremlinA gennaio, quando segnalammo la prima sfida ufficiale all’Europa dell’allora nuovo primo ministro greco Tsipras, (che per promemoria visitò da subito il poligono di tiro in cui i nazisti giustiziarono 200 greci il 1° maggio 1944), notammo che era l’inizio del perno greco dall’Europa verso la Russia. Commentammo molte altre cose accadute da allora: “L’Europa, per esempio, sarà più dispiaciuta che la Grecia decida di mettere al primo posto delle priorità il popolo piuttosto che gli acquirenti offshore di beni greci. La maggior parte è dispiaciuta, soprattutto visto che la liquidazione della Grecia è parte dell’accordo salvataggio greco: un accordo che la troika ha ripetutamente affermato di non dover rinegoziare”. Ma soprattutto, anche allora dicemmo esplicitamente che se la Grecia debba mantenere la sua leva (cosa che ha scoperto non avere nel modo peggiore 6 mesi dopo), aveva bisogno di un piano B riguardante una fonte alternativa di fondi, cioè Russia e/o Cina; una possibile fonte finanziaria ad interim tanto necessaria per la Grecia mentre stampa propria moneta e si prepara ad evadere dal carcere europeo. “I tedeschi non erano felici: un banchiere tedesco avvertì problemi terribili se il nuovo governo attuava il programma di aiuti del Paese in questione, mettendo a repentaglio il finanziamento delle banche. “Si avrebbero conseguenze fatali per il sistema finanziario della Grecia. Le banche greche perderebbero l’accesso al denaro della banca centrale”, disse il membro del consiglio della Bundesbank Joachim Nagel al giornale Handelsblatt. Beh, forse… A meno che, naturalmente, la Grecia non trovi una nuova fonte alternativa di finanziamento che non abbia nulla a che fare con l’establishment del FMI, i cui “salvataggi” sono solo una cortina fumogena per attuare politiche filo-occidentali e consentire la rapida liquidazione di qualsiasi società “salvata”… Il che significa, naturalmente, che ora Russia (e Cina) dovevano diventare alleati cruciali della Grecia, il che spiegherebbe immediatamente il perno logico verso Mosca”. Un po’ scherzando, il 27 giugno, il giorno dopo che Tsipras annunciava in modo scioccante il referendum, ripetemmo proprio questo: “Cara Grecia, se vuoi un prestito dall’Asian Infrastructure Investment Bank, spedisci una mail a information@aiibank.org”.
Come si è visto, niente di tutto ciò era uno scherzo e se il giornale greco “To Vima” va preso sul serio, c’era un “Piano B” da 10 miliardi di prestiti urgenti da Vladimir Putin per finanziare la nuova moneta greca, proprio ciò che la Grecia contemplava! Secondo Greek Reporter, il primo ministro greco Alexis Tsipras chiese al presidente russo Vladimir Putin 10 miliardi di dollari per stampare dracme. In altre parole, se è vero, allora la Grecia fece proprio come dicemmo doveva fare: avvicinare la Russia e i Paesi BRICS con una richiesta di finanziamento per sfuggire alla forza gravitazionale europea… L’articolo cita Tsipras nella sua ultima intervista all’emittente nazionale greca ERT dove dice che “affinché un Paese stampi la propria valuta nazionale, ha bisogno di riserve in valuta forte“. Tuttavia, un po’ sorprendentemente, Mosca e Pechino dissero di no: “La risposta di Mosca fu la vaga menzione di un anticipo di 5 miliardi di dollari per il nuovo gasdotto South Stream che attraverserà la Grecia. Tsipras fece richieste simili a Cina e Iran, ma senza alcun risultato”, dice l’articolo che continua: “Tsipras progettava il ritorno alla dracma dall’inizio del 2015 e contava sull’aiuto della Russia per raggiungere questo obiettivo. Secondo l’articolo, Panos Kammenos, Yiannis Dragasakis, Yanis Varoufakis, Nikos Pappas, Panagiotis Lafazanis e altri membri della coalizione erano consapevoli del piano. Nella sua prima visita a Mosca, Tsipras condannò la politica dell’Unione europea in Ucraina e sostenne il referendum dell’Ucraina orientale che cercava la secessione. Fu allora che la Germania capì che la Grecia era disposta a mutare alleanze, cosa che metterebbe a rischio la coesione dell’eurozona. Tsipras sperava che la Germania indietreggiasse con tale minaccia e offrisse alla Grecia un generoso taglio del debito. Al momento Tsipras ambiva ad essere il soggetto che avrebbe potuto cambiare l’Europa, prosegue l’articolo. Si parla anche di una “offerta geopolitica”, quando Tsipras fu presentato a Leonid Resetnikov, direttore dell’Istituto di studi strategici russo, prima delle elezioni del Parlamento europeo nel maggio 2014. La presentazione fu fatta dal professore di studi russi Nikos Kotzias, che in seguito incassò il favore divenendo ministro degli Esteri”. Ma la maggiore sorpresa fu Putin che rifiutò l’offerta la notte del referendum. “Il referendum del 5 luglio fu il banco di prova di Tsipras per vedere ciò che il popolo greco pensa dell’Europa e della zona euro. Tuttavia, la notte del referendum, la Russia disse che Putin non voleva sostenere il ritorno della Grecia alla dracma. Ciò fu confermato nei giorni seguenti. Dopo di che, Tsipras non ebbe altra scelta che “consegnarsi” alla cancelliera tedesca Angela Merkel e firmare il terzo pacchetto di salvataggio”. In altre parole, non fu l’errore di Tsipras nel prevedere come la Grecia avrebbe reagito al referendum, e non era suo desiderio segreto perdere come prima suggerito (aspettandosi il sì e ottenendo un 61% di “No” invece), ma il rifiuto all’ultimo minuto di Putin che fece capitolare il governo greco, e l’espulsione di Varoufakis avvenne certamente perché ideatore di quel piano. Ciò significa anche che Merkel ha improvvisamente un debito enorme di gratitudine verso Vladimir, il cui tradimento dei “marxisti” greci ha permesso all’eurozona di continuare nella sua forma attuale. La domanda allora è qual è lo scambio di Vlad per la resa del governo greco (e consegna del meglio del suo patrimonio), il cui destino era nelle mani dell’ex-spia del KGB.
Infine, è molto probabile che To Vima si prenda alcune libertà con la verità. Per confermarlo vi suggeriamo la versione ufficiale di Varoufakis, che ultimamente è stato tutt’altro che in silenzio. Se confermata, sarà certamente la storia più grossa e sottovalutata dell’anno, suggerendo che la perpetuazione del sogno della Merkel di un’Europa unita è possibile solo grazie a Putin. Se confermato, prima di tutto si guardi allo scisma crescente tra Europa e Stati Uniti (che chiaramente fa pressioni su Merkel con richieste sempre più forti del FMI per la riduzione del debito, per non parlare di un intervento piuttosto diretto di Jack Lew nei negoziati per il salvataggio della Grecia), e un crescente senso di vicinanza amichevole tra Berlino (e Bruxelles) e Mosca. Il maggiore perdente in questo gioco della realpolitik, ancora una volta, è il popolo greco.

Jack Lew

Jack Lew

Mosca nega che Tsipras abbia chiesto alla Russia di finanziare la stampa della dracma
Sputnik

1022577763Il primo ministro greco Alexis Tsipras non ha mai rivolto alla Russia la richiesta di fornire alla Grecia l’aiuto finanziario per stampare la propria moneta, ha detto il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov. “Il presidente ha già detto, il ministro ha detto e noi più volte abbiamo detto che le autorità greche non si sono rivolte alla Russia per chiedere aiuto“, ha detto ai giornalisti Peskov. I media greci avevano riferito che Tsipras aveva chiesto al presidente russo Vladimir Putin 10 miliardi di dollari per facilitare la stampa della dracma, la valuta nazionale della Grecia prima che aderisse all’eurozona. Grecia e Russia hanno ampliato la cooperazione dopo che Syriza è salito al potere nel gennaio 2015. A luglio, l’inviato russo presso l’Unione europea Vladimir Chizhov aveva detto che Mosca era pronta ad aiutare il Paese a corto di liquidi, anche con la cooperazione economica nella privatizzazione delle infrastrutture del Paese. Il fallimento di Atene nel raggiungere un accordo con i creditori internazionali sul nuovo programma di salvataggio, prima che il pacchetto di aiuti precedente scadesse il 30 giugno, ha alimentato speculazioni sul Paese che lascerebbe la zona euro tornando alla dracma. Il 13 luglio, i capi della zona euro hanno raggiunto un accordo sul nuovo pacchetto di salvataggio della Grecia. Dopo che è stato raggiunto l’accordo, Tsipras ha detto che la Grexit era esclusa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Accordo iraniano: implicazioni e lezioni

Andrej Akulov Strategic Culture Foundation 21/07/201592d1723f96feb71e7b0f6a706700392cOra che è stato raggiunto un accordo sulla questione del nucleare iraniano, l’attenzione si rivolge al modo in cui influenzerà la regione e il mondo. L’accordo vede l’Iran accettare misure di trasparenza e limitazioni sull’infrastruttura nucleare, compresi arricchimento dell’uranio, approvvigionamento di tecnologie nucleari e ricerca nucleare. In cambio, la comunità internazionale dovrà togliere le sanzioni che interessano l’economia iraniana, una volta che l’Iran avrà rispettato gli impegni nell’ambito dell’accordo entro un anno. Il mancato raggiungimento dell’accordo annuncerebbe il confronto ed eventualmente azioni militari. L’accordo apre nuove opportunità per migliorare la sicurezza regionale.

Esito a beneficio di tutti
L’Iran ha fatto concessioni significative. Le possibilità di avere l’arma nucleare, date le circostanze sono quasi certamente nulle. Il regime di ispezioni dell’AIEA è abbastanza efficace, ma l’Iran ha raggiunto un accordo migliore rispetto al 2003. Il potenziale nucleare, in particolare il diritto di arricchire l’uranio, supera di gran lunga le esigenze economiche e per la ricerca scientifica. Ci sono tre alternative all’accordo. La prima, una guerra nel Golfo Persico a seguito di attacchi all’Iran impantanando la regione nel caos. Seconda, l’Iran diventa nucleare con tutte le implicazioni conseguenti. Terza, un attacco aereo contro un Iran nucleare sarà seguito da un conflitto regionale nucleare. Per evitare queste tre ipotesi, l’accordo va rigorosamente rispettato da tutte le parti. Il programma dovrà essere ridotto, l’AIEA condurre le sue attività senza ostacoli, la trasparenza garantita e in caso di conformità dell’Iran, dovranno essere tolte le sanzioni riunendosi alla comunità mondiale. Forse saranno necessari ulteriori accordi e coordinamenti degli sforzi in futuro.

Lezioni da trarre
La diplomazia dovrebbe avere la priorità. Questa è una lezione da trarre. Un accordo era possibile nel 2003-2004 tra Iran e Regno Unito, Francia e Germania. L’Iran era pronto al compromesso. L’amministrazione statunitense di George Bush, Jr. irruppe chiedendo la completa capitolazione dell’Iran minacciando una campagna aerea e dicendo che Teheran apparteneva all’asse del male. Tale pressione addirittura portò all’aumento della resistenza e alla vittoria di Mahmud Ahmadinejad nel 2005. Nel 2006 l’Iran tornò all’arricchimento dell’uranio attivando 20 mila centrifughe e accumulando circa 10 mila tonnellate di uranio arricchito, abbastanza per diventare una potenza nucleare in pochi mesi. L’accordo appena raggiunto ridurrà di molto questo potenziale. C’è un’altra lezione importante da trarre. Solo le azioni coordinate tra grandi potenze, occidente, Russia e Cina, possono fermare la proliferazione delle armi nucleari nel mondo contemporaneo, combinando ragionevolmente la diplomazia con le sanzioni del Consiglio di sicurezza (se l’imposizione è giustificata). La linea di fondo è che l’esperienza delle sanzioni a diversi Paesi negli ultimi decenni mostra che se i Paesi colpiti sono disposti a pagarne il prezzo, le sanzioni non li costringeranno a cambiare politica. Cuba, Iraq, Pakistan e Russia sono i casi in questione. L’Iran è un grande Paese con un’ampia classe media istruita e massicce risorse naturali. Ci sono segnali crescenti che il regime di sanzioni multilaterale non sarebbe durato a lungo. Le sanzioni avvicinano Russia e Iran, Cina e India importano più petrolio dall’Iran, la Turchia è disposta a comprare più gas iraniano a un prezzo scontato, le compagnie petrolifere europee e statunitensi desiderano riprendere le attività in Iran.

Le opportunità dell’accordo
L’accordo offre le seguenti opportunità: re-integrazione dell’Iran, Paese con significative capacità nel sistema regionale e globale, potendo facilitare la risoluzione di questioni scottanti. L’isolamento dell’Iran può approfondire ulteriormente i conflitti regionali. L’accordo apre la via alla risoluzione di controversie regionali come contenere l’ascesa dello Stato Islamico, il terrorismo in Pakistan, impedire la vittoria dei taliban in Afghanistan e contrastare il narcotraffico nella regione. L’Europa, compresa la Russia, ha vasti ed estesi interessi su stabilità politica e prosperità economica in Medio Oriente grazie a vicinanza geografica e legami storici. I settori della cooperazione sono molteplici, tra cui commercio, investimenti, migrazione, traffico di droga, sicurezza energetica, non proliferazione delle armi di distruzione di massa e lotta al terrorismo. Sarebbe vantaggioso per tutti. Fare in modo che l’Iran non diventi potenza nucleare senza essere scoperto migliora significativamente la sicurezza d’Israele. Il programma nucleare iraniano rappresenta una minaccia esistenziale per Israele. Se attuato, l’accordo evita ciò.

I passi per favorire il processo
Alcune misure potrebbero essere adottate per favorire ulteriori progressi e individuare i modi più costruttivi per collaborare e ridurre le minacce più gravi e immediate nella regione.
– Riprendere i colloqui sul Medio Oriente libero da armi di distruzione di massa sotto l’egida delle Nazioni Unite;
– Rilanciare la collaborazione regionale sulla gestione del cambiamento climatico, unendo gli sforzi per affrontare problemi come carenza idrica, desertificazione e altre minacce ambientali, minacce più esistenziali delle armi nucleari;
– Avviare la cooperazione regionale sull’energia alternativa, come l’energia nucleare, per il bene dei popoli della regione. Dare impulso alla cooperazione iraniana-saudita con tutte le garanzie internazionali richieste. Data l’esperienza sull’energia nucleare la Russia può dare un contributo importante al processo.

La Russia guadagna dall’accordo
Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato in un comunicato diffuso dal Cremlino che l’accordo significa che le “relazioni bilaterali con l’Iran riceveranno un nuovo impulso e non saranno più influenzate da fattori esterni“.
L’accordo sul nucleare iraniano ha aperto la strada a una “larga” coalizione per combattere lo Stato Islamico, secondo il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. “Rimuove le barriere, in gran parte artificiali, sulla strada di un’ampia coalizione per combattere lo Stato Islamico (IS) e altri gruppi terroristici”, ha detto Lavrov in una dichiarazione sul sito del ministero, il 14 luglio.
La Russia si è sempre opposta allo sviluppo di armi nucleari dell’Iran, così come non sostiene il programma di arricchimento dell’uranio iraniano. Nel 2006-2010 la Russia votò a favore di sei risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (tra cui quattro con sanzioni economiche) per frenare il programma nucleare iraniano. Tuttavia, Mosca non s’è mai espressa ufficialmente sulla natura militare del programma nucleare iraniano e ha dato sempre priorità alla diplomazia, piuttosto che a sanzioni economiche o peggio forza militare, nel risolvere questo problema. Negli ultimi anni Mosca ha mediato tra Iran e Stati Uniti ed ha fatto bene. La fine delle sanzioni economiche contro l’Iran apre altre opportunità economiche per la Russia, compresa la prospettiva di investimenti russi nel settore petrolifero iraniano così come l’aumento delle esportazioni di prodotti russi a Teheran. Prima della rivoluzione islamica del 1979, più di 60 grandi progetti infrastrutturali, tra cui centrali idroelettriche e termoelettriche, gasdotti, fabbriche metallurgiche e impianti metalmaccanici furono costruiti in Iran con l’aiuto dell’Unione Sovietica. Negli ultimi anni le relazioni economiche tra i due Paesi sono crollate a causa delle sanzioni di Nazioni Unite, Unione Europea e Stati Uniti. La quota iraniana del commercio estero della Russia è scesa ai minimi storici, mentre i grandi progetti petroliferi furono cancellati dalle società russe, tra cui Lukoil, Norsk Hydro e Gazprom Neft. Ora le aziende russe hanno in programma importanti investimenti per lo sviluppo dei grandi giacimenti di gas dell’Iran. La Russia prevede inoltre di continuare a sviluppare l’energia nucleare iraniana, dopo aver raggiunto la posizione unica di partner dell’Iran nella costruzione della centrale nucleare di Bushehr, durante l’isolamento internazionale degli ultimi decenni. Accordi da 10 miliardi di dollari sono già stati delineati per la costruzione di centrali idroelettriche e termiche. La cooperazione spaziale appare promettente, mentre l’Iran non può mettere in orbita satelliti, si aspetta di collaborare con la Russia. Un’altra possibilità interessante è l’investimento per l’espansione e la modernizzazione dell’infrastruttura ferroviaria iraniana, un settore in cui la Russia ha vasta esperienza e capacità tecnica. Anche la cooperazione tecnico-militare è un promettente campo di cooperazione. Dalla metà degli anni ’60, l’Unione Sovietica ha fornito all’Iran grandi quantità di blindati e artiglieria, costruito fabbriche per riparare e produrre equipaggiamenti militari (a Isfahan, Shiraz, Dorude e nei pressi di Teheran). Dopo la rivoluzione islamica del 1979, la quota di importazioni militari dell’Iran della Russia salì al 60% e negli anni ’90 l’Iran fu, insieme a Cina e India, un importante acquirente di armi russe tra cui aerei da combattimento (MiG-29, Su-24), elicotteri (Mi-17), missili antiaerei (S-200, TOR-1), sottomarini diesel (Kilo), carri armati (T -72) e veicoli da combattimento per la fanteria (BMP-2).
La Russia ha credenziali e capacità per facilitare e accelerare il processo di re-integrazione della Repubblica islamica nel sistema globale. Questa opportunità unica non va sprecata.

Unirsi, prerequisito per il successo
Il presidente russo Vladimir Putin e il presidente degli USA Barack Obama hanno parlato il 15 luglio congratulandosi sull’accordo nucleare con l’Iran. I leader hanno convenuto che sia nell’interesse del mondo. La conversazione telefonica ha avuto luogo su iniziativa degli Stati Uniti. Le due parti hanno sottolineato il ruolo del dialogo russo-statunitense per garantire sicurezza e stabilità mondiale. “Le parti hanno sottolineato che l’accordo globale sul programma nucleare iraniano risponde agli interessi della comunità internazionale, contribuendo a rafforzare il regime di non proliferazione nucleare e diminuendo le tensioni in Medio Oriente. A questo proposito, i presidenti hanno sottolineato il ruolo del dialogo russo-statunitense per garantire sicurezza e stabilità nel mondo”, afferma la dichiarazione. Putin e Obama “hanno espresso la volontà di continuare a collaborare nell’interesse della realizzazione durevole degli accordi di Vienna, così come su altre questioni internazionali come la lotta al terrorismo internazionale”, sottolinea la dichiarazione. I due leader si sono anche “congratulati su una data speciale delle relazioni russo-statunitensi: il 40° anniversario del volo orbitale Sojuz-Apollo”. In una relazione, la Casa Bianca ha detto che Obama ha ringraziato Putin per il ruolo della Russia nei negoziati nucleari iraniani. “I dirigenti si sono impegnati a rimanere in stretto coordinamento mentre (l’accordo) diventa operativo ed hanno anche espresso il desiderio di collaborare per ridurre le tensioni regionali, soprattutto in Siria”, secondo la Casa Bianca. Ha aggiunto che Obama e Putin hanno deciso di rimanere in stretto contatto mentre l’accordo con l’Iran viene attuato e avrebbero collaborato per ridurre le tensioni in Medio Oriente, in particolare in Siria. Questo è veramente importante, entrambi le parti hanno accettato di cooperare ulteriormente in Medio Oriente. L’accordo testimonia il fatto che Russia, Stati Uniti e occidente in generale possono e devono mettere da parte le differenze sull’Ucraina e cooperare efficacemente in altri campi affrontando temi scottanti di reciproco interesse a beneficio di tutti. I commenti in merito all’“isolamento” internazionale della Russia sono piuttosto ridicoli, date le circostanze. I colloqui sull’accordo con l’Iran hanno ancora una lunga strada da percorrere. L’attuazione dell’accordo è su una strada accidentata, ed è impossibile adempiere la missione divisi; solo combinando gli sforzi si arriva al successo, come l’accordo con l’Iran dimostra.186584870La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 1.899 follower