Il Presidente al-Sisi inaugura la più grande base militare del Medio Oriente

Egypt DailynewsIl Presidente Abdalfatah al-Sisi ha inaugurato il 22 luglio la più grande base militare del Medio Oriente, presso la città di Alessandria. Il presidente ha alzato la bandiera delle Forze Armate sulla nuova base di al-Hamam, ad ovest di Alessandria. La base militare prende il nome dal primo presidente Muhamad Naguib, che orchestrò la rivoluzione del 1952 che pose fine alla monarchia in Egitto. La nuova base militare è la più grande della regione Medio Oriente-Africa del Nord, secondo l’agenzia ufficiale MENA. La cerimonia d’inaugurazione ha visto i principali funzionari dell’Egitto, nonché principi e ambasciatori arabi. La delegazione araba comprendeva il principe di Abu Dhabi Muhamad bin Zayad al-Nuhayan, il consigliere del re saudita principe Qalid al-Faysal e il principe ereditario del Bahrayn Salman bin Hamad bin Isa al-Qalifa.
Da quando Sisi entrò in carica nel 2014, lavora alla ricostruzione delle forze armate, concludendo numerose trattative con Stati Uniti, Francia, Russia e altri Paesi. L’Egitto affronta minacce alla sicurezza che richiedono risorse diversificate e migliori preparativi per l’esercito, dichiarava Samir Qatas, presidente del Forum per gli studi strategici e di sicurezza del Medio Oriente. Qatas affermava anche vi sono sfide ai confini con Libia, Sinai e Sudan. Anche il mantenimento della sicurezza nello stretto di Bab al-Mandab, minacciato dalle tensioni in Yemen, è essenziale per la sicurezza del nuovo e vecchio Canale di Suez, oltre alla necessità di assicurare le nuove scoperte di giacimenti di gas nel Mar Mediterraneo. “L’Egitto dovrà essere pronto anche ad entrare in guerra a sostegno degli “alleati del Golfo, che costituiscono la linea difensive dell’Egitto“, aggiungeva l’esperto di strategia.

Il Presidente al-Sisi inaugura la base militare Muhamad Naguib ad ovest di Alessandria
Egypt Dailynews

Il Presidente Abdalfatah al-Sisi ha inaugurato la base militare Muhamad Naguib, situata nell’area di al-Hamam, ad ovest di Alessandria, dove si terrà la prima laurea dei cadetti, secondo il sito al-Ahram Arabic. La base, secondo quanto riferito, è la più grande del Medio Oriente, costruita sulla base della città militare realizzata nel 1993, disponendo di 1155 edifici costruiti e ristrutturati negli ultimi due anni. La base militare sarà anche il comando di alcune forze dell’unità militare del Nord, che dovrebbero aumentare l’efficienza nel proteggere l’ovest di Alessandria, la costa settentrionale, dove è attualmente in costruzione la centrale nucleare di al-Daba, i giacimenti petroliferi e la nuova città di al-Alamein, tra gli altri. La base sarà utilizzata anche per le esercitazioni militari con gli eserciti di altri Paesi. La base prende il nome da Muhamad Naguib, primo leader della rivoluzione egiziana del 1952 e primo Presidente della Repubblica d’Egitto dopo l’istituzione del 18 giugno 1953. Insieme a Gamal Abdal Nasser, Naguib guidò il movimento degli ufficiali liberi che pose fine alla dinastia di Muhamad Ali che governò Egitto e Sudan dal 1805 al 1952. Si prevede che la base abbia un museo commemorativo di Naguib, una moschea per 2000 persone, campi sportivi e piscine. La base è anche costituita da un’unità di produzione per essere autosufficiente, con 379 feddan di alberi da frutto e 1600 di piante stagionali e verdure.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mosca e Baghdad siglano un grande contratto militare

Peter Korzun SCF 22.07.2017Fu segnalato il 20 luglio che Russia e Iraq siglarono un accordo per la fornitura di numerosi carri armati T-90. Vladimir Kozhin, assistente del presidente russo per la cooperazione tecnica militare, confermava l’accordo ma rifiutava di fornirne i dettagli, dicendo solo che “il numero di carri armati è sostanzioso”. L’analista militare russo Ruslan Pukhov affermava al quotidiano russo Izvestija che l’accordo potrebbe riguardare la consegna di centinaia di carri armati T-90 e che il contratto supererebbe il miliardo di dollari. Il T-90 è tra i carri armati più venduti al mondo. Centinaia ne sono stati venduti a India, Algeria, Azerbaigian e altri Paesi. Un piccolo numero fu consegnato alla Siria per rafforzarne le capacità militari contro lo Stato islamico (SIIL). Quwayt, Vietnam ed Egitto considerano la possibilità di acquistarlo. Noto per la potenza di fuoco e le grandi protezione e mobilità, il T-90 è dotato di un cannone da 125 mm 2A46M che può sparare proiettili e missili anticarro e di un sistema di puntamento 1A45T. Le misure di protezione standard includono un’armatura sofisticata, che assicura una protezione completa all’equipaggio e ai sistemi cruciali, comprendente l’armatura reattiva esplosiva Kontakt-5 e sistemi attivi ad infrarossi di protezione del T-90 da granate a razzo, missili anticarro e altri proiettili. L’accordo per l’acquisto dei carri armati fu confermato dal Ministero della Difesa iracheno. I T-90 rafforzeranno la flotta di M1A1 Abrams iracheni logorata nella lotta contro lo Stato islamico (SIIL). La decisione di acquistare i carri armati russi fu decisa dalla buona prestazione dei T-90 in Siria. Nella battaglia per Aleppo, un T-90 fu colpito da un missile BGM-71 TOW prodotto dagli USA. L’impatto diretto non causò danni. Invece, nell’ottobre scorso, un M1 Abrams fu colpito da un missile anticarro 9M133 Kornet al crocevia di Qurayah, a sud di Mosul. Il missile colpì al tergo la torretta facendo esplodere il vano munizioni. Nel 2014-2016 l’Iraq ricevette 15 elicotteri Mi-28NE Night Hunter dalla Russia, nell’ambito di un contratto per la difesa da 4,2 miliardi di dollari firmato nel 2012. L’accordo prevedeva 43 elicotteri d’attacco Mi-35 (28) e Mi-28NE (15), oltre a 42-50 sistemi combinati antiaerei a medio-corto raggio Pantsir-S1. Il contratto fu adempiuto nell’ottobre 2016, quando gli elicotteri d’attacco e i sistemi antiaerei furono consegnati all’esercito iracheno. Nel 2014, la Russia inviò urgentemente diversi aerei Su-25 su richiesta del governo iracheno, quando l’esercito del Paese perdeva terreno durante l’offensiva dello SIIL. L’esercito iracheno utilizza anche i lanciarazzi pesanti TOS-1A Buratino, i lanciarazzi multipli da 122 mm, obici MSTA da 152 mm e veicoli corazzati.
Le armi russe furono ampiamente utilizzate nella battaglia per Mosul. Uno dei sistemi notevolmente utilizzati nell’operazione fu il lanciarazzi termobarico multiplo da 24 tubi da 220 mm TOS-1A montato sul telaio del carro armato T-72, progettato per distruggere le fortificazioni nemiche, aree aperte e veicoli blindati leggeri e da trasporto. Può sparare razzi incendiari e termobarici con munizioni che vengono disperse sotto forma di nubi di liquido infiammabile sul bersaglio e poi accese per produrre un’esplosione significativamente più potente di una convenzionale. È un’arma efficace per colpire i terroristi nascosti nei bunker e nelle grotte. Anche gli elicotteri iracheni Mi-28 e Mi-35 lanciarono efficaci attacchi contro le posizioni dello SIIL a Mosul. Nel 2015 fu istituito il centro operativo congiunto di Baghdad tra Russia, Iraq, Iran e Siria, per scambiarsi intelligence e coordinare le azioni contro i terroristi. L’Iraq permise alle Forze Aerospaziali russe di utilizzare lo spazio aereo per attaccare gli islamisti in Siria.
Lo scambio commerciale tra i due Paesi è di circa 2 miliardi di dollari, principalmente esportazioni russe. All’inizio del 2016, una delegazione di 100 funzionari governativi e commerciali guidati dal Viceprimo ministro Dmitrij Rogozin visitò l’Iraq per rafforzare la cooperazione in tutti i campi. I funzionari firmarono un memorandum d’intesa molto ampio che incluse misure per raddoppiare gli scambi bilaterali e aumentare la produzione di energia elettrica in Iraq, che soddisfa solo il 60 per cento della domanda nei caldi mesi estivi. Il capo della delegazione dichiarò che la Russia è pronta a vendere aerei Sukhoj Superjet all’Iraq e continuerà a prestare assistenza militare per combattere lo Stato islamico. Mosca ha investito milioni di dollari nel settore energetico iracheno. Mosca e Baghdad sono in trattative sull’apertura di una linea aerea diretta tra Baghdad e Mosca e l’abolizione dei visti diplomatici. Gli Stati Uniti hanno ancora grande influenza in Iraq, ma non lo controllano. Le imponenti prestazioni delle armi russe in Siria suscitano una forte domanda dei Paesi che affrontano la minaccia del terrorismo. L’accordo sul carro armato tra Russia e Iraq riflette questa tendenza, e sarà anche esempio del crescente peso della Russia in Medio Oriente e Nord Africa.Traduzione di Alessandro Lattanzio – StoAurora

Matteo stai Bonino (ma non sereno)

Il ruolo dei comunisti palestinesi nella Grande Rivolta araba del 1936

Luca Baldelli

Nel 1936 esplose la rabbia palestinese contro la sempre più massiccia immigrazione ebraica, sponsorizzata e foraggiata dai sionisti al fine di mutare gli equilibri etnici e politici in Terra Santa. Fu la “Thawra Filastin”, la “ Grande Rivolta Araba”. L’imperialismo britannico, che fin dagli “Accordi Sykes–Picot” e dalla “Dichiarazione Balfour” iscrisse nella propria strategia e missione l’espansione nel Levante Mediterraneo e l’incoraggiamento ai programmi sionisti d’insediamento, fu il primo responsabile della deflagrazione sociale. Gli arabi palestinesi, che per secoli avevano vissuto in pace e concordia accanto ai fratelli ebrei, scesero sul piede di guerra contro la sottrazione scientificamente pianificata, a loro danno, delle terre più fertili da parte dei coloni ebrei, terre che i contadini arabo–palestinesi lavorarono e resero feconde col sudore della fronte, senza troppi aiuti e con molti intoppi e sabotaggi da parte della Gran Bretagna. Una vulgata menzognera, dura a morire, pretende di far credere che prima della massiccia immigrazione ebraica, la Palestina fosse un terra abbandonata, incolta, pietrosa e desolata. Quale migliore copertura ideologica e storica per avallare e legittimare il neocolonialismo sionista? In realtà, la situazione era ben altra e lo possiamo verificare consultando gli stessi documenti ufficiali britannici: il “Rapporto Peel” del 1937, mentre mostra i perniciosi effetti del sionismo, con i coloni passati da 80000 a 360000 dal 1918 al 1936, mette in luce anche in maniera inequivocabile la laboriosità dei tanto deprecati “beduini”, additati al mondo dalla stampa sionista come predoni e fannulloni, e dei contadini arabi in genere. Infatti, poterono ancora esportare, nonostante l’invasione sionista, ben 30000 tonnellate di grano l’anno, mentre la percentuale dei frutteti da loro controllati era pressoché triplicata in nemmeno venti anni e la loro produzione ortofrutticola quasi decuplicò. Tutto questo, malgrado i sionisti fossero stati in ogni modo agevolati dal sistema creditizio e protetti dalle autorità imperiali britanniche. Il “Fondo Nazionale Ebraico”(Keren Kayemet LeYisrael), creato nel 1901 a Basilea, fu il polmone finanziario principale della gigantesca operazione economica di acquisto di terre in Palestina, con i contadini arabi piccoli e medi spesso costretti a vendere dinanzi alla giugulazione economica posta in essere, in maniera concertata, da sionisti e britannici; contadini senza terra cacciati e i grandi latifondisti arabi spesso conniventi, allettati da offerte economiche assolutamente spropositate. Non mancarono minacce ed angherie che spinsero molti a sbarazzarsi delle terre, alimentando un risentimento sociale che esplose in modo potente e tremendo.
Nel 1931, 106400 dunum di terra (1 dunam=1000 mq, secondo il sistema di misura adottato nel 1928) sfamavano 590000 contadini arabo–palestinesi, mentre 102000 dunum erano a disposizione di appena 50000 coloni ebrei. Si arrivò quindi al 1936. Il 19 aprile vi fu l’insurrezione popolare, che da tempo covava sotto le ceneri, divampando a partire dai villaggi. Sotto l’egida del Supremo Comitato Arabo, fondato e presieduto dal carismatico notabile Haji Amin al–Husayni, Muftì di Gerusalemme, fu proclamato lo sciopero generale, sotto le parole d’ordine della fine del dominio britannico in Palestina, della proibizione dell’immigrazione sionista, del divieto della vendita di terre ai coloni ebrei. La rivolta ebbe come epicentro la città di Nablus, vivaio dell’intellighentija palestinese, ma si allargò presto a macchia d’olio su tutto il Paese. In questo quadro, i comunisti palestinesi fin da subito furono attori, e non certo spettatori, di quanto avvenne. Assai attivi e presenti, forti dei principi internazionalisti orientati alla liberazione delle masse oppresse, sia arabe che ebraiche, cercarono di indirizzare la rivolta non sul binario morto dello scontro interetnico e religioso, ma su quello, giusto e storicamente necessario, dell’affrancamento dal giogo britannico e della fondazione di una Palestina libera, sovrana, indipendente, che fosse casa comune per tutti i popoli che la abitassero, senza recinti escludenti di natura etnico–confessionale e senza lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Nato nel 1923 dopo varie vicissitudini, scissioni e riunificazioni, il Partito Comunista Palestinese superò in senso progressista la piattaforma del vecchio Partito Socialista dei Lavoratori Ebrei, unendo arabi ed ebrei nella comune lotta anticapitalista e anticolonialista. Il PCP condannò, nella maniera più netta, il sionismo come “movimento della borghesia ebraica, alleato dell’imperialismo britannico” e si propose alle masse palestinesi con il ripudio di ogni atteggiamento volgarmente antireligioso: gli insegnamenti del Corano non erano incompatibili con quelli marxisti–leninisti, anzi costituivano un pilastro storico sulla via della liberazione dei Paesi arabi dal colonialismo. Nel quadro familistico–confessionale dei notabili palestinesi, da sempre punti di riferimento per la popolazione (si pensi ai Nashashibi, Khalidi, al-Husayni), il Partito Comunista Palestinese rappresentò altresì un punto avanzato di maturazione non solo politica, ma anche culturale e sociale, nel momento in cui ruppe l’assetto “clanico” e aprì alle masse palestinesi oppresse la prospettiva di un’autentica libertà e di un genuino progresso, svincolato dagli interessi speculativi e lobbistici. Esso aveva una struttura ramificata ed era forte dell’adesione sia di molti lavoratori arabi che di tanti lavoratori ebrei. A livello di dirigenza, nel 1935 fu visto salire alla carica di Segretario Radwan al-Halu, elemento preparato e coraggioso, affiancato da quadri coraggiosi di origine ebraica come Meir Slonim e Simha Tzabari, amante dello stesso al-Halu, figura a tutto tondo che approfondiremo più avanti. Nel propagandare il verbo della liberazione, il Partito, era questa la sua abilità, non s’isolò dalle lotte, anche quando erano dirette, com’era inevitabile in un contesto come quello palestinese degli anni ’20–’30, sotto le bandiere della piccola borghesia nazionalista o del messianismo religioso, cercando piuttosto di costruire, con l’esempio e la pratica rivoluzionaria, un’egemonia nei movimenti. Una lezione quantomai moderna, anzi attualissima… e spesso dimenticata dai Partiti comunisti di casa nostra!
In una visione marxista–leninista non dogmatica né settaria, quale quella del PCP, vissuta e calata nel contesto sociale concreto, la liberazione dal giogo britannico e dal sionismo fu vista come la premessa per una rivoluziona socialista che procedesse all’esproprio dei mezzi di produzione nelle mani dei capitalisti e a una radicale riforma agraria, con distribuzione delle terre ai fellahin. Nel contesto della “Grande Rivolta Araba” del 1936, che farà sentire i suoi strascichi fino al 1937, il PCP cercò in ogni modo di opporsi alle violenze settarie che colpirono ebrei e palestinesi solo perché tali, violenze favorite, quando non pianificate, dalle autorità coloniali britanniche, in nome del sempre valido (nell’ottica imperialista) principio del divide et impera. Il programma comunista, vergato con l’inchiostro della più nitida visione dei rapporti sociali e del futuro della Palestina, pose al centro, nel dettaglio, i seguenti punti:
1) Palestina sovrana, con governo libero e democratico, rappresentativo tanto della componente palestinese quanto di quella ebraica; 2) cacciata degli occupanti britannici da tutti i capisaldi; 3) promulgazione rapida di una legge organica per la protezione degli agricoltori palestinesi e la distribuzione, a loro beneficio, delle terre in mano ai latifondisti; 4) restituzione agli agricoltori palestinesi delle terre vendute con l’inganno, le pressioni e i favoritismi, ai coloni sionisti.
Sul terreno militare, i combattenti comunisti, mentre, come abbiamo visto, difesero le comunità araba ed ebraica da attacchi settari dettati da odio etnico–religioso, parteciparono attivamente alle azioni armate contro gli obiettivi britannici e alle sollevazioni di massa, svolgendo intensa opera di mobilitazione nelle città e nelle campagne. Il terrorismo, invece, fu combattuto e condannato come metodo reazionario, controproducente e sterile. Ciò avvenne anche quando a praticarlo, nel fervore di una sollevazione popolare senza precedenti, erano dirigenti di primo piano del Partito, magari per eccessivo entusiasmo, se non proprio per scorretta applicazione delle direttive. Non furono definiti né “compagni che sbagliano”, né schegge impazzite, ma furono moralmente ripresi e sanzionati disciplinarmente. Anche questa, una lezione assai attuale e cruciale per i destini del movimento operaio! Un passaggio di questo tipo interessa la biografia di una straordinaria militante, alla quale abbiamo accennato prima: Simha Tzabari. Ebrea yemenita di umilissime origini, compagna del Segretario del Partito Radwan al-Halu, la Tzabari nel corso della rivolta del ’36 mise a segno due attentati con ordigni esplosivi a Haifa: azioni non pianificate né approvate dal PCP, che furono sconfessate e deprecate. Un episodio che, con la corretta applicazione dei principi della critica e dell’autocritica, non segnò però la fine della militanza per la Tzabari, la quale, mostrando eccezionale coraggio, entusiasmo senza pari, lucidità assoluta nella strategia e nella tattica rivoluzionaria, si guadagnò nello stesso 1936 e negli anni a venire, l’ammirazione non solo dei vertici del Partito, ma anche e soprattutto delle masse oppresse. Forte il suo appello all’unità del Partito, anche quando la fronda possibilista verso il sionismo guadagnò adepti; forte, e accorata, la sua azione in favore dell’emancipazione femminile, condotta assieme a un’altra bellissima figura di donna, questa volta arabo–palestinese: quella di Tarab Abdulhadi, femminista radicale e dirigente politica in vista del Partito dell’Indipendenza (a riprova di quanto il preteso maschilismo congenito della società palestinese sia solo un costrutto razzista e imperialista).
Tornando agli aspetti politici, storici e militari della “Grande Rivolta Araba” del 1936, possiamo elencare i freddi numeri, che ne testimoniano l’intensità: dai 2000 ai 5000 caduti, più un numero imprecisato di feriti. Lo storico britannico Hughes e lo storico palestinese Khalidi hanno approfondito, nei loro lavori, l’uno le feroci repressioni britanniche, ammesse pure da Peirse, comandante delle forze di Sua Maestà in Palestina, l’altro l’ampiezza del tributo palestinese alla sollevazione: più del 10% della popolazione palestinese tra i 20 e i 60 anni di età ucciso, detenuto, ferito o esiliato. Numeri e percentuali eloquenti, che ci testimoniano quanto l’imperialismo non esiti ad attuare programmi genocidi, non appena senta sul collo il morso della rivoluzione. In queste cifre c’è, indelebile, anche il sacrificio dei comunisti, arabi ed ebrei. Il 1936 si chiuse con una tregua, ma il 1937 si riaprì con nuovi focolai di rivolta, che fallirono l’obiettivo strategico, ovvero quello della cacciata dei britannici, mentre conseguirono un indubbio successo nel convincere le autorità britanniche a porre un freno alla massiccia immigrazione ebraica. Il 1939, col Libro Bianco Britannico, ferocemente combattuto dai sionisti, sancì in questo senso una battuta d’arresto.
Il PCP, colpito in profondità da repressioni e incarcerazioni, con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale vede rimossi molti ostacoli alla sua piena agibilità e, in maniera molto lungimirante, cercò di persuadere le masse ebraiche, non solo palestinesi, che la soluzione ai loro problemi non stava né nel sionismo né nell’opposizione frontale al Libro Bianco britannico, ma stava da una parte in una Palestina indipendente, governata assieme da arabi ed ebrei, dall’altra nella lotta frontale al nazifascismo sul suolo europeo e in tutto il mondo. La Carta dell’OLP, per molti anni, vedrà scritto, tra i suoi principi, quello dello Stato unitario palestinese multietnico e pluriconfessionale. Un aspetto dimenticato e anzi abiurato, in nome dello slogan dei “Due Stati per Due Popoli” che può rappresentare l’indicazione di una prospettiva temporanea e reversibile, o meglio transitoria, non certo definitiva e paradigmatica per il futuro delle masse arabe ed ebraiche della Palestina.

Israele pagherà caro la strategia del caos degli Stati Uniti

PressTV 13 luglio 2017Dalla sfortunata nascita d’Israele in Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per evitare a Tel Aviv il diretto coinvolgimento nei conflitti che scatena nella regione. Il piano di pace Israele/Palestina non è mai stato volto ad offrire pace ai palestinesi, ma a privarli della loro forza, della capacità di combattere militarmente Israele. Ma tale stratagemma non ha funzionato in Libano, dove Hezbollah sconfisse militarmente Israele nel 2006. Ma i cambiamenti che si verificano in Medio Oriente garantiranno la sicurezza d’Israele? Il “caos costruttivo” auspicato ai tempi dall’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton in Medio Oriente e che doveva mettere i Paesi della regione l’uno contro l’altro, ha davvero rafforzato la sicurezza del regime israeliano? Se sei anni di guerra totale contro Damasco lasciano, come desiderano gli Stati Uniti, una Siria in rovina, è una vera vittoria per Israele?
1. La guerra in Siria ha aiutato la nascita di “forze paramilitari” che in alcuni casi saranno il nucleo dell'”esercito regolare” nei rispettivi Paesi. Questa prospettiva è ciò che più terrorizza il regime d’Israele che alimenta il militarismo ma nega ad ogni Stato il diritto di difendersi.
2. Ma non è tutto: le guerre sponsorizzate da Washington in Medio Oriente infine trasferiscono ai “corpi paramilitari” altra tecnologia missilistica di qualsiasi gittata: media, non balistica e persino balistica. Queste decine di migliaia di combattenti, specializzati nelle battaglie asimmetriche, ora potranno impiegare questi sistemi.
3. Peggio ancora, si assiste alla nascita di una nuova generazione di comandanti, finanche specializzati in battaglie asimmetriche e in grado di comandare truppe in qualsiasi scontro militare futuro.
4. Facilitando il traffico dei terroristi, facendo di tutto per armarli ed equipaggiarli per combattere in Siria l’esercito e la popolazione, gli Stati Uniti hanno creato un vero e proprio meccanismo per alimentare lo SIIL con migliaia di terroristi provenienti da Asia centrale e orientale, Turchia, Arabia Saudita ed Europa. Altri Paesi potrebbero seguire l’esempio, questa volta contro Israele.
5. Tale meccanismo viene ricordato in uno dei recenti discorsi del Segretario generale di Hezbollah Hasan Nasrallah, secondo cui permetterà “qualsiasi confronto militare con Israele in futuro” da parte di un esercito di decine di migliaia di “resistenti” palestinesi, iracheni, siriani e yemeniti.
6. Il “caos controllato” degli statunitensi ha certamente scosso le fondamenta di diversi Stati della regione, ma resta il fatto che questi Stati ora sono tutt’altro che facile preda del Pentagono. Le forze paramilitari sono nate sulle rovine di Iraq, Siria, Afghanistan e Yemen e sono pronte a dare battaglia a Washington, dove domina la riluttanza ormai palpabile ad “occupare” intere regioni dei Paesi aggrediti. Non sembra più il 2003, quando le truppe statunitensi sbarcarono in Iraq per “liberarlo” e restarci!
7. Nei 14 anni passati dall’invasione dell’Iraq, 6 dall’inizio della guerra in Siria, 3 dall’assalto allo Yemen, e la battaglia di Mosul è durata quasi un anno, il Medio Oriente assiste alla nascita di “forze” dalla grande efficienza in combattimento. Sono le forze che hanno sconfitto lo SIIL e che non esiteranno quando arriverà il momento di affrontarne i “mentori statunitensi ed israeliani”. Questi veterani affrontato gli statunitensi ai confini siriano-iracheni da non più di due mesi, quando avanzavano nel deserto della Siria da al-Tanf ai confini con l’Iraq. I caccia statunitensi li bombardarono, ma continuarono l’avanzata, come se nulla fosse accaduto. Fanno parte delle Forze di mobilitazione popolare dell’Iraq, delle Forze popolari siriane, del movimento yemenita Ansarullah o libanese Hezbollah, guerrieri che condividono una cosa: la ferma convinzione che la sopravvivenza delle popolazioni del Medio Oriente passi dalla resistenza all’aggressione delle grandi potenze.
In questo contesto, la prossima guerra che Israele vorrà lanciare contro Hezbollah sarà diversa, Israele è ben consapevole della superiorità dell’Asse della Resistenza nei combattimenti a terra, una superiorità che prevarrà nei prossimi scontri e non saranno le relazioni privilegiate di Tel Aviv con Mosca che impediranno alla resistenza di reagire a qualsiasi offensiva israeliana. Il Medio Oriente nel 2017 non è più quello degli anni ’70 o del 2006. Qualsiasi desiderio di colpire gli Stati della regione produrrà una risposta. E’ tempo quindi che gli Stati Uniti rivisitino la loro strategia in Medio Oriente o rischiano di vedere questa strategia portare all’attacco “inevitabile” su Israele.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora