I tre fronti nella nuova strategia globale del Pentagono

Mision Verdad, 18 aprile 2018Nello scenario internazionale delle armi e della tecnologia militare, gli Stati Uniti sono quattro o cinque generazioni dietro Russia e Cina. Basta guardare un po’ e rivedere ciò che è stato recentemente presentato dai russi sulle questioni belliche, con missili supersonici (nucleari) dalla gittata che può raggiungere qualsiasi parte del pianeta. Il dipartimento della Difesa gringo l’ha capito di recente, specialmente con l’ultimo attacco coordinato con Regno Unito e Francia contro la capitale della Siria, Damasco, in cui i cento missili lanciati sulla città e dintorni sono stati neutralizzati dal sistema antiaereo d’era sovietica. La Russia non ha ancora fornito all’Esercito arabo siriano gli scudi antimissile S-300 e S-400 di ultima generazione. Questo è il motivo per cui il Pentagono ha deciso di considerare una nuova strategia per cercare di contenere le potenze in ascesa russa e cinese dall’influenza cruciale in Medio Oriente e Asia. “La grande competizione tra potenze, non il terrorismo, è emersa quale sfida centrale a sicurezza e prosperità degli Stati Uniti“, diceva il controllore del Pentagono David Norquist quando i militari chiesero al Congresso un budget da 686 miliardi di dollari a gennaio. “È sempre più evidente che Cina e Russia vogliono plasmare il mondo ai loro valori autoritari e, nel processo, sostituire l’ordine libero e aperto che ha permesso sicurezza globale e prosperità dalla Seconda guerra mondiale“. Apparentemente, l’alto comando militare statunitense ha deciso di cercare di sovvertire gli obiettivi di Cina e Russia di formare nuove relazioni internazionali non focalizzate sull’occidente, specialmente al di fuori dell'”onnipotenza” degli Stati Uniti, caratterizzandosi col multipolarismo. L’accademico e scrittore Michael Klare assicura che questo si traduce in una nuova “lunga guerra”, non più contro il terrorismo, ma su tre fronti contro le potenze eurasiatiche. Qual è tale strategia secondo documenti e dichiarazioni dei comandanti.

Il nuovo consiglio geopolitico e “tre fronti”
Prima che Donald Trump arrivasse alla Casa Bianca, i massimi funzionari statunitensi avevano già valutato l’attuale equazione strategica globale, con attenzione particolare allo schieramento di forze speciali operative (FOE) (un esercito di 70000 militari tratti dalla dirigenza militare gringa), poco impiegati dalle unità più potenti dell’esercito: le brigate di carri armati, le compagnie dei marines e gli squadroni di bombardieri dell’aeronautica, e così via. Tale schieramento deve stabilizzare le forze armate USA in diverse parti del mondo, nel quadro della “Guerra al terrorismo”, ma dalla scarsa competitività cogli attori militari più pesanti. Pertanto, nella Strategia di difesa nazionale recentemente pubblicata dagli Stati Uniti, si legge: “Oggi emergiamo da un periodo di atrofia strategica, consapevoli che il nostro vantaggio competitivo militare è stato eroso“. E continua: “Siamo di fronte al crescente disordine globale, caratterizzato dal declino della vecchia legge internazionale“, riguardo le azioni di Cina e Russia, e non di al-Qaida e SIIL; un ritorno alla Guerra Fredda. Per contrattaccare, gli Stati Uniti non devono solo spendere molto su tecnologie all’avanguardia, ma anche ridisegnare la mappa strategica globale. Le FOE, ad esempio, sono abituate ad operare in territori in cui i confini sono confusi e i campi di battaglia non sono densi. Le due “minacce esistenziali” eurasiatiche del Pentagono sono avversari la cui priorità è la protezione dei confini, motivo per cui la strategia del confronto degli USA va aggiornata. Tale aggiornamento tiene conto dei “tre fronti” descritti da Klare:
Asia: lo scontro con la Cina si estende dalla penisola coreana alle acque dell’Est e del Sud del Mar Cinese e dell’Oceano Indiano, col supporto degli “alleati” (Corea del Sud, Giappone, Australia).
Europa: lo scontro con la Russia si estende da Scandinavia settentrionale e repubbliche del Baltico alla Romania, passando per Mar Nero fino al Caucaso ad est. I membri della NATO sono la chiave del Pentagono in tale contesto.
Medio Oriente: la crescente influenza della Russia ha riequilibrato la regione a favore di Iran, Siria, Iraq e altri attori non statali del cosiddetto Asse della Resistenza, a scapito dell’influenza statunitense, che ha in Israele e Arabia Saudita i principali alleati.
La prospettiva del Pentagono in tale strategia è d’investire su tutti questi fronti da parte di marina, aeronautica ed esercito, per provare a sfruttare le vulnerabilità sino-russe. Lo schieramento delle organizzazioni militari unificate di combattimento è il seguente:
PACOM o Comando Pacifico, con responsabilità sull’Asia.
EUCOM o comando europeo.
CENTCOM o comando centrale, che copre Medio Oriente e Asia centrale.
Bisogna tenere conto del fatto che i comandanti di tali organizzazioni militari sono i massimi responsabili di queste aree e hanno più autorità degli ambasciatori gringos e persino di certi capi di Stato.

Il fronte indo-pacifico
Il comandante del PACOM è l’ammiraglio Harry Harris Jr., che il 15 marzo dichiarò al Comitato dei servizi armati del Senato degli Stati Uniti che “la rapida evoluzione dell’Esercito di Liberazione Popolare (cinese) a forza di combattimento moderna e altamente tecnologica, continua a essere sorprendente e preoccupante“, aggiungendo che le sue capacità progrediscono più velocemente di qualsiasi altra nazione al mondo, beneficiando di solidi investimenti e priorità. Era particolarmente preoccupato dallo sviluppo dei missili balistici a raggio intermedio della Cina, che potrebbero puntare le basi gringhe in Giappone e Guam, e la sua forza navale in grado di sfidare lontano dalle coste della Cina il Comando del Pacifico occidentale statunitense. “Se questo programma di (costruzioni navali) continua“, aveva detto Harris, “la Cina supererà la Russia come seconda flotta del mondo entro il 2020, in termini di sottomarini e navi come fregate o più grandi“. Chiese investimenti nello sviluppo di missili soprattutto, ma la lista dei giocattoli da guerra è lunga, chiedendo aerei e missili di nuove generazioni, anche nucleari, per neutralizzare le batterie dei nuovi missili e le navi da guerra cinesi. La proposta del comandante PACOM comprende anche il rafforzamento delle alleanze con Giappone, Corea del Sud, Australia, nonché l’estensione di nuovi legami con l’India, il cui dirigente attualmente affronta la Cina.

Il teatro europeo
Il comandante di EUCOM, il generale Curtis Scaparrotti, pure testimoniava al Senato l’8 marzo, insinuando che la Russia sia un’altra Cina: “La Russia cerca di cambiare l’ordine internazionale, fratturare la NATO e minare la leadership USA a favore del proprio regime, per riaffermare il dominio sui vicini e aver maggiore influenza nel mondo… la Russia dimostra volontà e capacità d’intervenire nei Paesi alla sua periferia, specialmente in Medio Oriente“. “La nostra massima priorità strategica“, insisteva Scaparrotti, “è impedire alla Russia d’impegnarsi in ulteriori aggressioni ed esercitare influenza maligna sui nostri alleati e partner. A tal fine, abbiamo aggiornato i nostri piani operativi per fornire le opzioni della risposta militare per difendere i nostri alleati europei dall’aggressione russa“. Ecco perché viene rafforzata l’iniziativa europea di dissuasione guidata dall’EUMCOM, un piano avviato da Barack Obama per via dell’annessione della Crimea alla Federazione Russa, atto usato dall’occidente per sanzionare il Paese eurasiatico. Con un budget richiesto di 6,5 miliardi di dollari entro il 2019, sarà il fronte dei principali Paesi confinanti con la Russia: Estonia, Lituania, Lettonia e Polonia. Circa 200 milioni di dollari andrebbero alla missione del Pentagono in Ucraina. Come Harris, il generale Scaparrotti propose di avanzare i piani statunitensi su missili e altre armi ad alta tecnologia, come controparte modernizzata delle forze russe. Inoltre, chiese l’aumento degli investimenti nella guerra cibernetica, riconoscendo le capacità cibernetiche russe, oltre che nel nucleare, nel caso in cui si sviluppi un campo di battaglia europeo.

Il comando centrale in Medio Oriente
Il CENTCOM, comandato dal generale Joseph Votel, testimoniava al Senato per discutere lo sviluppo della presunta lotta allo SIIL in Siria e i taliban in Afghanistan, ma affermava anche che l’organismo che dirige cambierà visione strategica in futuro: “La Strategia di difesa nazionale recentemente pubblicata identifica correttamente il risorgere della competizione tra grandi potenze come nostra principale sfida alla sicurezza nazionale, e vediamo gli effetti di tale competizione nella regione (del Medio Oriente)“. Secondo Votel la Russia, attraverso il governo siriano di Bashar al-Assad e i suoi sforzi per influenzare altri attori chiave nella regione, e la Cina, attraverso investimenti economici e presenza militare crescente, contestano l’area d’influenza del CENTCOM, e quindi si rafforzano geopoliticamente in Medio Oriente. La preoccupazione particolare di Votel è il porto gestito dalla Cina di Gwadar, in Pakistan, sull’Oceano Indiano, e la nuova base cinese a Gibuti nel Mar Rosso, davanti Yemen e Arabia Saudita, contribuendo alla “proiezione militare e di forze” nell’area gestita da CENTCOM. In tali circostanze, secondo Votel, spetta al CENTCOM unirsi a PACOM ed EUOMOM per resistere alla fermezza sino-russa. “Dobbiamo essere pronti ad affrontare queste minacce, non solo nelle aree in cui risiedono, ma nelle aree in cui hanno influenza“, aveva detto senza entrare nei dettagli: “Abbiamo sviluppato… buoni piani e processi su come farlo“. Apparentemente, le promesse di ritirare le truppe dal Medio Oriente di Trump sono pura illusione, tenendo conto di tali affermazioni.

Un futuro pericoloso?
Gli alti ufficiali statunitensi comprendono la situazione in modo militare, al di fuori del centro politico-diplomatico, e indipendentemente da ciò che è stato detto e fatto da Trump alla Casa Bianca. Il Pentagono intende espandere i propri tentacoli sul mondo, e non solo tecnologicamente. Secondo analisti come Klare, il futuro sarà segnato da tale reazione degli Stati Uniti. È una strategia plausibile o rimarrà un’illusione? Cercare di “contenere”, eufemismo per nascondere il belluismo occidentale, Russia e Cina potrebbe causare terremoti non solo geopolitici ma evidentemente anche militari in tutto il mondo. Il raggio d’azione degli Stati Uniti, che deve articolarsi, ha a che fare con la guerra cibernetica e varie forme di guerra economica, in concomitanza con lo sviluppo di armi avanzate. Assistere non solo alla “Guerra al terrorismo” nei diversi scenari mondiali, ma anche fare pressioni sui tre fronti descritti richiederebbe molti investimenti, mezzi elettronici e umani ad alte prestazioni, oltre a causare probabilmente uno shock dalle conseguenze inestimabili. Il pericolo dell’attuazione effettiva della strategia dei “tre fronti” è l’immensa capacità di scontro, errori, escalation e mera guerra che potrebbe diventare nucleare. Ci sono molti punti d’attrito che gli Stati Uniti hanno acceso sul pianeta per via della politica geostrategica di Russia e Cina, come i conflitti nel Mar Baltico, Mar Nero, Siria e Mar Cinese Meridionale. Tutti sotto tensione; che siano conflitti diplomatici, economico-commerciale-finanziari, politico-istituzionali, tutto è pianificato dal Pentagono.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Raúl Castro: “La rivoluzione è il lavoro più bello che abbiamo fatto”

Resumen Latinoamericano 21 aprile 2018Discorso del Generale dell’Esercito Raul Castro Ruz, primo segretario del Comitato centrale del Partito comunista di Cuba, alla chiusura della sessione costituente della IX legislatura dell’Assemblea nazionale del potere popolare, Palazzo dei Congressi, 19 aprile 2018, “Anno 60 della rivoluzione”.Compagni e compagni:
Prima di tutto, vorrei ringraziarvi per le ultime parole di questa commovente Sessione costituente della IX legislatura dell’Assemblea nazionale del potere popolare, che si svolge proprio oggi, quando si celebra il 57° anniversario della vittoria di Playa Girón, al comando del comandante in capo Fidel Castro Ruz, sull’invasione mercenaria organizzata, finanziata e sbarcata dal governo degli Stati Uniti. Questo fatto storico è più rilevante perché è la prima volta che combattenti dell’Esercito ribelle, poliziotti e miliziani combatterono per difendere le bandiere del socialismo, proclamate da Fidel il 16 aprile 1961, nell’addio alle vittime del bombardamento delle basi aeree Come è noto, nell’ultima sessione ordinaria dell’VIII legislatura, l’Assemblea nazionale approvava l’estensione del mandato dei deputati del Parlamento cubano e dei delegati delle Assemblee provinciali, per i gravi effetti provocati dall’uragano Irma, il cui impatto diretto su quasi tutto il territorio nazionale ha determinato la necessità di adeguare il calendario del processo elettorale, che abbiamo concluso oggi e che ha avuto una massiccia partecipazione dei cittadini, ulteriore dimostrazione del sostegno alla rivoluzione e la nostra democrazia socialista. È opportuno riconoscere il lavoro svolto dalle commissioni elettorali e dalle candidature su tutte le istanze, nonché l’insieme delle istituzioni che hanno collaborato per il buon svolgimento delle elezioni. Il VI Congresso del partito, tenutosi nell’aprile 2011, approvava la proposta di limitare l’esecuzione delle posizioni politiche e statali fondamentali ad un massimo di due termini quinquennali consecutivi. Nello stesso senso il VII Congresso veniva annunciato due anni fa, e sebbene questa limitazione non sia stata ancora introdotta nella Costituzione, una questione che speriamo venga stabilita nel quadro della sua riforma, avendo assunto il mio secondo mandato come Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri, il 24 febbraio 2013, espressi che fosse stato l’ultimo, ratificandolo lo scorso dicembre quando, qui, affermai che da oggi Cuba avrà un nuovo presidente. Non era necessario attendere la riforma costituzionale per mantenere la parola e agire di conseguenza, più importante era dare l’esempio.
L’Assemblea nazionale del potere popolare ha eletto il compagno Miguel Díaz-Canel Bermúdez presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri. Allo stesso tempo, il compagno Salvador Valdés Mesa è stato eletto Primo Vicepresidente del Consiglio di Stato e in seguito l’Assemblea Nazionale ne approvava la designazione a Primo Vicepresidente del Consiglio dei Ministri. Il compagno Díaz-Canel ha una carriera di quasi 35 anni. Dopo aver conseguito la laurea d’ingegnere elettronico presso l’Università Centrale di Las Villas, ha lavorato in quella professione. Completava il servizio militare in unità missilistica antiaeree delle FAR, dopo di che fu professore presso la Facoltà di Ingegneria Elettrica del centro universitario, dove fu proposto quadro professionale dell’Unione dei Giovani Comunisti, gradualmente salendo nelle posizioni dirigenziali di questa organizzazione, fino alla promozione al lavoro professionale nel Partito. Dal luglio 1994 al terzo o quarto anno del Periodo Speciale, quando la fase più acuta del Periodo Speciale era al culmine, fu per nove anni Primo Segretario del Comitato Provinciale di Villa Clara e ricoprì la stessa responsabilità nella provincia di Holguin per altri sei, in entrambi i casi con risultati soddisfacenti. E non era un caso che dopo i nove anni trascorsi a Villa Clara, abbastanza, perché vi era nato e conosceva la sua vecchia provincia, incluse anche Cienfuegos e Sancti Spíritus, doveva essere inviato a Holguín, una delle province più grandi per abitanti e estensione territoriale, nell’ambito della preparazione di una dozzina di giovani, la maggior parte dei quali proveniva dall’Ufficio Politico, ma non riuscimmo a materializzarne la preparazione, e fu l’unico sopravvissuto, direi esagerando, di quel gruppo (applausi), senza criticarne le mancanze, ma parlando col compagno Machado gli disse che siamo noi a dover criticarci per non aver organizzato meglio preparazione e maturazione di quei compagni per occupare le alte responsabilità nel partito e nel governo.
Se in 15 anni fu in due province il massimo dirigente del partito, senza contare gli anni in cui guidò i giovani nella sua stessa provincia, ed ho anche detto al compagno Machado che in 15 anni avrebbe potuto passare, a un ritmo di circa tre anni, almeno da cinque province del Paese, in modo che li conoscesse più profondamente. Non critico Machado, lo critico troppo (Applausi). E ora, mentre passo da lui direttamente, lasciate che si prepari! (Ride). Ma voglio dire con questo che dobbiamo prestare ancora più attenzione alla preparazione dei quadri, così che quando occuperanno altre cariche superiori abbiano un controllo maggiore; ma la sua elezione ora non è una coincidenza, era prevista, nel gruppo il migliore, secondo la nostra modesta opinione e del Partito, era il compagno Díaz-Canel (Applausi), e che non ne dubitiamo per le virtù, per l’esperienza e la dedizione al lavoro che ha mostrato, avrà assoluto successo nel compito affidatogli dal nostro supremo organo del potere statale (Applausi). E’ nel Comitato Centrale del Partito dal 1991 e 15 anni fa fu promosso all’Ufficio Politico. Ha svolto la missione internazionalista nella Repubblica del Nicaragua e si è laureato presso il Collegio di Difesa Nazionale. Nel 2009 fu nominato Ministro dell’Istruzione Superiore e nel 2012 Vicepresidente del Consiglio dei Ministri per l’attenzione delle organizzazioni legate a istruzione, scienza, sport e cultura. Cinque anni fa è stato eletto Primo Vicepresidente dei Consigli di Stato e dei Ministri, e da quel momento, con un gruppo di colleghi dell’Ufficio Politico, eravamo assolutamente certi di aver centrato la guida e che questa era la soluzione che oggi si materializza in questo importantissimo incontro, posizione quest’ultima menzionata e, soprattutto, a Primo Vicepresidente dei Consigli di Stato e dei Ministri che coincide con l’attenzione alla sfera ideologica del Comitato Centrale del Partito. Né è una coincidenza, ma questione importante come passare la mano da Presidente degli odierni Consigli di Stato e dei Ministri, che terminato, ne farò riferimento più tardi, continuerò come Primo Segretario fino al 2021, assumerò quella di Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri e Primo Segretario del Partito Comunista (Applausi). Fu pianificato in questo modo, conservando la prossima proposta dell’Assemblea, che sarà discussa anche col Consiglio dei Ministri, nella sessione di luglio, in cui sarà anche proposto al Comitato dei Deputati di essere responsabile della stesure e presentazione a questa Assemblea del nuovo progetto di Costituzione, che sarà poi necessario discuterne con la popolazione con un referendum. Anticipiamo che nella prossima Costituzione, dove non c’è alcun cambiamento del nostro obiettivo strategico, nel lavoro del Partito, che sarà mantenuto e il nostro popolo lo sosterrà indubbiamente, come fece decine di anni fa, nel 1976, con un enorme numero di voti, il 98%. E in quell’occasione potranno riunirsi nuovamente queste due posizioni che, come ho detto, sono fondamentali, di Primo Segretario del Partito e di Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri, che hanno nelle loro mani tutto il potere e l’influenza da esercitare, anche se c’è, potrebbe esserci, un primo ministro al governo. Così ho già dimostrato di aver discusso abbastanza sulla formulazione che sarà presentata attraverso quella Commissione di cui ho parlato, che vi sarà proposta a luglio. I loro due mandati devono essere conformi, come stabiliremo nella Costituzione, a cinque anni ciascuno. Il congresso del partito manterrà le date. Fui eletto al 7.mo Congresso del partito fino al 2021, compirò 87 anni il 3 giugno, non dico di mandarmi un regalo, so che è difficile averlo qui, anche se modesto (Applausi). Avere un regalo qui, anche se modesto, è più difficile che trovare olio (Risate), cioè non mi mandano nulla.
Quando si adempiono i due mandati, se funziona bene, e si è approvati dal Comitato Centrale del nostro partito e dall’organo supremo del potere statale, che è questa Assemblea di cui facciamo parte, deve rimanere. La stessa cosa che facciamo ora, deve tenerlo col suo sostituto. Finendo i 10 anni da Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri, nei tre che restano, fino al Congresso, rimane Primo Segretario per consentire il transito sicuro e garantire il passaggio al sostituto, finché non si ritirerà per occuparsi dei nipoti che avrà già, se non ne ha ancora uno, hai già dei nipoti? Bene, ai pronipoti, come me, ne ho tre e uno è in strada (Risate). Questo è quello che pensiamo. Naturalmente, gli organi superiori del Partito e dello Stato decideranno, prenderanno la decisione finale in queste attività che ho menzionato.
Viviamo in un posto e in un tempo in cui non possiamo commettere errori. Sono uno di quelli che legge e studia, quando il tempo lo permette, tutto ciò che mi fu affidato dai pessimi eventi storici accaduti nella storia recente, a livello internazionale, nei Paesi, e non possiamo commettere errori, non solo per la posizione geografica in cui ci troviamo, o qualsiasi altra ragione; ci sono errori che non possiamo commettere, come quelli che mettono fine a processi molto importanti per l’umanità e le cui conseguenze furono scontate da molti Paesi; le conseguenze dello squilibrio internazionale creato, che molti Paesi hanno subito, continuiamo a pagarla, come il nostro. Mi capite bene? (Rispondono: “Sì!”). Il compagno Díaz-Canel non è un improvvisato, nel corso degli anni ha mostrato maturità, capacità di lavoro, forza ideologica, sensibilità politica, impegno e lealtà nei confronti della Rivoluzione. La sua ascesa ai vertici dello Stato e alla responsabilità governativa della nazione non è il risultato del caso o della fretta. Nella sua progressiva promozione a posizioni più alte, come ho già detto, con altri casi di giovani leader, non abbiamo commesso l’errore di accelerare il processo, ma ciò è stato assicurato con intento e lungimiranza sul transito attraverso diverse responsabilità di partito e governative, in modo da acquisire una preparazione globale che, insieme alle qualità personali, gli consentirà di assumere con successo la guida del nostro Stato e del governo, e in seguito la massima responsabilità nel Partito.
Da parte sua, il compagno Valdés Mesa ha una vasta carriera al servizio della rivoluzione, il cui trionfo lo sorprese operaio agricolo in una fattoria nella regione di Amancio Rodríguez, che allora apparteneva alla provincia di Camagüey. Nel 1961 si unì alle milizie nazionali rivoluzionarie, partecipò alla campagna di alfabetizzazione e lavorò nell’associazione dei giovani ribelli, diventandone segretario generale nella suddetta regione. Quando l’Unione dei Giovani Comunisti fu costituita, fu eletto Segretario Generale in quell’istanza e partecipò come delegato al Primo Congresso di questa organizzazione. Successivamente partecipò alla costruzione del Partito Unito della Rivoluzione Socialista di Cuba in varie regioni di Camagüey, e ricoprì incarichi direttivi a livello comunale e nel Comitato Provinciale del Partito, da dove andò come quadro professionale al lavoro sindacale, gradualmente salendo tra gli altri, alla responsabilità di secondo segretario della Central de Trabajadores de Cuba, CTC, e segretario generale dell’Unione nazionale dei lavoratori agricoli e forestali. Nel 1995 fu nominato Ministro del lavoro e della sicurezza sociale, e quattro anni dopo promosso Primo segretario del Comitato provinciale del Partito a Camagüey. Nel XIX Congresso della CTC, tenutosi nel 2006, fu eletto Segretario generale, una condizione che mantenne fino al 2013 quando fu eletto Vicepresidente del Consiglio di Stato. Senza smettere di lavorare, si laureò nel 1983 come agronomo presso l’Istituto Superiore di Scienze Agrarie di Ciego de Ávila. È membro del Comitato centrale del Partito dal 1991 e del suo Ufficio Politico da 10 anni. Allo stesso modo, penso che sia giusto distinguere l’atteggiamento disinteressato del compagno José Ramón Machado Ventura, che di nuovo su sua iniziativa. e lo ripeto perché l’aveva già fatto, proprio così che Díaz-Canel potesse occupare la posizione che aveva come Primo Vicepresidente del Consiglio di Stato, offrendo la sua posizione di Vicepresidente dei Consigli di Stato e dei Ministri per far posto alla nuova generazione. Machado, che ha più di 60 anni di lotta rivoluzionaria dalla Sierra Maestra e dal secondo Fronte orientale di Frank País, uno dei fondatori, è un esempio di modestia, onestà e dedizione illimitata al lavoro, sebbene sia un un po’ irascibile, come molti di voi sanno. D’ora in poi, concentrerà gli sforzi sul lavoro del partito, come secondo segretario del Comitato centrale.
Menzione speciale merita la compagna Mercedes López Acea, membro dell’Ufficio Politico, liberata dalla posizione di Vicepresidente del Consiglio di Stato ieri pomeriggio, dopo oltre otto anni di lavoro encomiabile e molto difficile di Prima Segretaria del Partito in questo complicata Capitale, un compito logicamente più complesso, proprio perché è capitale del Paese, e presto assumerà nuove responsabilità nel Comitato centrale del partito (Applausi). La composizione del Consiglio di Stato eletto oggi dall’Assemblea nazionale riflette un rinnovo del 42%. Cresce anche la rappresentanza femminile fino al 48,4%. Cresce Teresa, eh? Ma ora dobbiamo continuare, come dici tu, per le posizioni decisionali, non solo sui numeri (Applausi). Cresce, beh, quella delle donne al 48,4%, e quella dei neri e dei meticci raggiunge il 45,2%. E così su un problema come l’altro non si dovrebbe tornare indietro di un millimetro, perché ci sono voluti molti anni, dal trionfo della Rivoluzione, a cominciare da Fidel, che iniziò con queste idee d’uguaglianza delle donne e contro la volontà di molti vecchi guerriglieri della Sierra Maestra, e non c’erano armi in eccesso, al contrario, formarono un plotone chiamato Mariana Grajales (Applausi), e qui c’è anche una deputata, Teté Puebla Viltres, che fu uno degli ufficiali di quel plotone. Questo è costato molto lavoro, non fu facile, e abbiamo ancora la battaglia delle proporzioni negli aspetti non solo numerici, come ho detto, ma qualitativi, nei posti decisionali. Donne e neri, soprattutto, sono stati preparati nel Paese, questo è un esempio, vediamo il dossier di ognuno di loro; ma costa lavoro, ecco perché insisto: non un passo indietro! E ora ci mancano le posizioni decisionali, non perché tali o simili, ma per la loro qualità, la loro preparazione. Io stesso ho sbagliato con alcune designazioni per raggiungere l’obiettivo, senza soddisfare tutte le condizioni indicate, e ho dovuto, naturalmente, rettificare più tardi. Ma lo richiamo all’attenzione perché è un argomento che non possiamo lasciare alla spontaneità. Cosa dicono i giornalisti? Non è vero? (Applausi.)
L’età media del Consiglio di Stato è diminuita a 54 anni e il 77,4% è nato dopo il trionfo della Rivoluzione. Gli anni sono passati e non ce ne rendiamo conto, ma sono passati. Tre donne sono state elette vicepresidenti del Consiglio di Stato, due delle quali nere, e non solo perché nere, ma per le loro virtù e qualità, ulteriore dimostrazione del rispetto degli accordi decisi dai Congressi del Partito e dalla sua Prima Conferenza Nazionale nel 2012 sulla politica dei quadri. Questo è anche evidente nel fatto che più della metà dei deputati dell’Assemblea nazionale, il 53,22%, sono donne e la rappresentazione di neri e meticci ha raggiunto il 40,49%, e questa è la strada da percorrere. Vedete che ci sono già alcune compagne e compagni, ancora pochi, neri come oratori, sia in televisione che alla radio, non vedete che alcuni di loro già appaiono? Non è stato facile, io stesso ho dato istruzioni concrete ai responsabili delle organizzazioni radiotelevisive, e ho detto: fatelo senza intaccare nessuno, ma risolvetelo lentamente. Hanno fatto alcuni passi, ma non abbastanza dal mio punto di vista; Continuano mentre vanno, non così lentamente, ma continuano a muoversi con cautela in modo che nessuno affermi di essere stato colpito perché hanno messo qui un meticcio o un nero. Fortunatamente appare anche la parte meteo a un grande nero, che tiene le mani così, non so perché non gli diano un puntatore per segnare (Applausi), perché non sa cosa fare con le sue mani e le mette così (Mostra), e ha una mappa là dove si riflette la situazione, con un puntatore che può estrarre. E uno degli sport, grazie al cielo a volte appare sui notiziari stellari, e non è stato portato via da nessuno. Voglio dire, vi mostro che le cose devono essere pensate, per non dire e per la bontà di Dio, l’hanno soddisfatta o non l’hanno fatto, insistendo, cercando nuovi metodi, evitando di fare errori in modo che non ci criticassero in tali nobili obiettivi, e pensare una volta e ripensare a un’altra soluzione quando non possiamo risolvere i problemi. È questo il caso o no? (Dicono: “Sì!”) Questo è il motivo per cui prendo e lascio il testo attentamente elaborato per un’occasione così importante, per riflettere su quelle esperienze, molto utili, ed da anni che si vede, analizzando.
E quel dettaglio che vi ho detto sulle donne e sulla questione razziale che solleviamo spesso’… Non è un peccato ricordare, come ho talvolta affermato in alcune discussioni particolari, intendo in riunioni non ufficiali. Sono nato in campagna, a Birán, che ora è Cueto, anche se ero un Mayaricero, ora sono un cuetense e un holguin, ma studiai a Santiago, il che mi portò molto, naturalmente. E ricordo, quando ero studente, e prima del trionfo della Rivoluzione, nel caso in cui lo già dimenticassimo, c’erano solo tre posti, l’Avana, non dico L’Avana, ricordo la dimensione originale che aveva prima dell’attuale divisione politica-amministrativo, dico Havana, Santiago de Cuba e Guantanamo, mi riferisco alla città, dove prima non c’era la televisione, c’era la radio già da quando avevo la ragione, ma non la televisione, e nelle piccole, diverse città, a volte era nella sede municipale, c’era sempre il parco centrale, diciamo, la prima cosa che fecero i pianificatori spagnoli. Gli anziani qui non si ricordano di domeniche, in alcuni di quei luoghi, quando la banda musicale municipale, dove esisteva, suonava di notte? E poi vidi coppie di innamorati, o innamorati, o amici bianchi che camminano nel parco e neri e meticci nel parco, ma fuori dalla recinzione. Era così o no? So che ci sono molti giovani qui. Lo sapevate? Ciò durò fino a quando Fidel ha pronunciato il primo discorso, credo che a gennaio o febbraio 1959. Ma le radici erano ancora attive, un Paese che va onorato nella composizione etnica del suo popolo, emersa nella lotta, nel crogiolo delle nostre guerre d’indipendenza, dove nel 1868, quasi 150 anni ad ottobre, sapete chi erano i capi principali, erano latifondisti, persino schiavisti, che iniziarono dando la libertà ai loro schiavi, e quando quella guerra, con l’accordo del famoso Patto di Zanjón, che fu messo in ombra, meno male, da Antonio Maceo e dai suoi ufficiali nella protesta di Baraguá, la gloriosa protesta di Baraguá, quando fu raggiunto quel patto e la grande maggioranza dei capi erano neri, e all’inizio della necessaria guerra di Marti nel 1895, furono loro a guidarla fondamentalmente.
Poi venne quello che sappiamo dalla storia, la partecipazione statunitense negli ultimi giorni della guerra, quando la Spagna era già completamente sconfitta, con decine di migliaia di soldati spagnoli, persino ricoverati in ospedale, decine di migliaia, alcuni per ferite di guerra, la maggior parte di loro a causa di malattie tropicali, a cui i soldati spagnoli non erano abituati, tra cui mio padre, che fu evacuato, passò la guerra tra Júcaro a Morón, e poco dopo la fine della guerra, cioè da Cienfuegos, tornò l’anno successivo. Sono contento che sia venuto, tornato, e se non veniva, ne veniva un altro, perché si era innamorato di Cuba. E come ho detto una volta a un politico spagnolo, aggiungendo questo, fui contento, perché altrimenti sarei stato un galiziano o un vecchio galiziano e membro di quel partito. Ma poi quando gli statunitensi sbarcarono a est di Santiago de Cuba, senza alcun ostacolo, perché protetti dall’Esercito di Liberazione, la moderna flotta statunitense, con un tiro al bersaglio, affondò la flotta spagnola, concentrata a Santiago de Cuba, nella baia; smantellarono l’artiglieria a difese della città, ma da Madrid arrivò l’ordine di riposizionarla ed uscirono per combattere la flotta statunitense, senza sapere cosa gli ordinassero da Madrid: affrontare una flotta moderna e andarsene uno per uno a causa delle caratteristiche della baia di Santiago, che è un’insenatura, come la maggior parte delle baie cubane, con l’eccezione di Playa Girón e Matanzas, a nord. E l’ammiraglio Cervera, capo della flotta dell’Atlantico spagnola, ordinò ai suoi ufficiali di vestirsi, e alcuni dissero: Ammiraglio, ma se vogliamo combattere. E lui gli disse: In effetti, per questo, è l’ultima battaglia. E così fu, un tiro al bersaglio uno per uno. Due scontri di terra di una certa importanza furono combattuti a El Viso, dove il generale spagnolo Vara del Rey, che lo difendeva, morì combattendo, e la cattura di Loma de San Juan, praticamente già inghiottito dalla città. E venne quello che io chiamo peccato originale: le truppe vittoriose di entrambi gli eserciti stavano per entrare a Santiago de Cuba, ma il generale statunitense che era alla testa delle sue truppe proibì ai cubani di parteciparvi. Era Calixto Garcia era lì, o vicino. A loro fu impedito con il pretesto di evitare rappresaglie, quando in realtà l’Esercito di Liberazione, catturando prigionieri, era interessato ai fucili, e alcuni si unirono persino alle nostre truppe liberatrici. E un errore peggiore, che si può dire sia il peccato originale di ciò che venne dopo, fu quando arrivati alla sede del governo nella città, ammainarono la bandiera spagnola e issarono solo quella statunitense. Ciò già indicava cosa sarebbe successo in questo paese fino all’arrivo di Fidel. Fu discusso a Parigi, nella Reggia di Versailles, alla periferia di quella capitale francese, naturalmente, spagnoli e statunitensi, “i cubani non hanno bisogno di partecipare”. Allora quell’uguaglianza fu raggiunta nel bel crogiolo che era il nostro Esercito di Liberazione in quel momento ..
C’era già la discriminazione, si andava in un zuccherificio, anche se era modesto, c’era il club di funzionari statunitensi e cubani bianchi, diciamo, che lavoravano in qualche ufficio o avevano delle responsabilità, erano loro a recarsi al club e gli altri in caserma. La loro influenza, l’Emendamento Platt, durò fino alla Rivoluzione del ’33, ma altri accordi presi ci riportarono sotto il giogo fino al primo gennaio 1959. Quel bel melting pot della nostra nazionalità, ora riusciamo a ricostruirlo, non nei primi momenti, capite cosa dico e cosa intendo? (Dicono di sì.) Era così o no? Chiedo ai più grandi. Dovrò girarmi qui, dove ci sono già alcuni anziani (risate). Guillermo García, a El Plátano non esisteva una cosa del genere, la povertà li univa tutti. Perdonatemi per essere uscito dal testo, ma a parte la modestia, penso di arricchirlo (Applausi), la stampa che pubblica ciò che vuole, il testo scritto, ma si può parlare di ciò di cui parlo qui perché, naturalmente, viene trasmesso. Cioè, mi sono fermato a questo punto, che quando questo materiale veniva scritto, naturalmente non ci pensavamo, ci pensai dopo meditando, vedendo i risultati e la composizione di questa nuova Assemblea.
Ritornando al tema, sono stati ratificati i membri, due di loro donne, della Presidenza dell’Assemblea nazionale del Potere popolare, guidati dall’amato compagno Esteban Lazo Hernández. Allo stesso modo, su proposta del Presidente Diaz-Canel, il Parlamento cubano ha approvato, in conformità con le disposizioni dell’articolo 75 della Costituzione, di rinviare la presentazione del Consiglio dei Ministri per avere il tempo di valutare i movimenti di ognuno, in modo che possano preparare gli argomenti e quindi prendere la relativa decisione, la proposta da portare all’Assemblea di luglio, come abbiamo detto. Per quanto mi riguarda, continuerò a ricoprire la carica di Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito, nel mio secondo e ultimo mandato, che scade ne 2021 all’VIII Congresso e concludere il processo di trasferimento graduale e ordinato delle principali responsabilità alle nuove generazioni. Da quel momento, se la mia salute lo permetterà, sarò un altro soldato, vicino al popolo, a difendere questa rivoluzione (Applausi). In modo che non vi siano dubbi, desidero sottolineare che il Partito Comunista di Cuba, a partire dal Primo Segretario del suo Comitato Centrale, sosterrà risolutamente il nuovo Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri nell’esercizio dei poteri costituzionali, contribuendo a salvaguardare la nostra arma più importante: l’unità di tutti i rivoluzionari e del popolo. Non può essere altrimenti. Quelli di noi che hanno avuto il privilegio di combattere la tirannia sotto il comando di Fidel dalla Moncada, Granma, esercito ribelle, lotta clandestina fino ad oggi, sentiamo, insieme all’eroico popolo di Cuba, profonda soddisfazione per il lavoro consolidato della Rivoluzione, il lavoro più bello che abbiamo fatto e siamo colti dalla legittima felicità e serena fiducia nel vedere coi nostri occhi il trasferimento alle nuove generazioni della missione per continuare la costruzione del socialismo e garantire così indipendenza e sovranità nazionale.
Già il 4 aprile 1962, al termine del primo congresso dell’Associazione dei giovani ribelli, il compagno Fidel affermò: “Credere nei giovani è vedere in loro, oltre all’entusiasmo, l’abilità; oltre all’energia, responsabilità; oltre a giovinezza, purezza, eroismo, carattere, volontà, amore per il Paese, fede nella patria! Amore per la rivoluzione, fede nella rivoluzione, fiducia in se stessi, profonda convinzione che i giovani possano, che i giovani siano capaci, profonda convinzione che grandi compiti possano essere posti sulle spalle della gioventù!” Guardate che concetto ampio di giovinezza e sua capacità di agire. Così è stato e sarà e non per diletto in una delle scommesse dei nemici permanenti della Rivoluzione di penetrare, confondere, dividere e alienare i nostri giovani combattivi da ideali, storia, cultura e lavoro rivoluzionario, seminando individualismo, avidità, mercificazione dei sentimenti, inducendo al pessimismo, ignorando l’etica e i valori umanisti, la solidarietà e il senso del dovere. Questi piani sono condannati al fallimento, perché nel corso della storia, nel presente e nel futuro, i giovani cubani sono stati protagonisti della difesa della loro rivoluzione socialista. Prova di ciò è che l’87,8% dei deputati di questa Assemblea è nato dopo il 1° gennaio 1959. I giovani cubani hanno dimostrato quanto fosse giusto Fidel quando gli parlò nel 1962. Oggi ratifichiamo questa fiducia, fiduciosi che saranno zelanti custodi dei precetti contenuti nella brillante definizione del concetto di rivoluzione del comandante in capo.
Spetta al Partito, allo Stato e al governo soddisfare e attuare la politica intenzionalmente e con la dovuta gradualità promuovendo giovani, donne, neri e meticci nelle posizioni decisionali, in modo che la creazione del cantiere dei leader della nazione in futuro, senza ripetere gli errori costosi che abbiamo commesso in questo problema strategico. Nella V sessione plenaria del Comitato Centrale tenutasi il 23 e 24 marzo, abbiamo analizzato lo stato dell’aggiornamento del modello economico e sociale cubano, un processo iniziato nel 2011, in conformità con gli accordi del VI Congresso del Partito. In precedenza, in due occasioni, anche l’Ufficio politico aveva esaminato la questione. Nonostante l’esecuzione, che non ne è lontana, abbiamo pensato che a questo punto, quando abbiamo approvato o fatto le prime decisioni nel VI Congresso del Partito, e nei successivi incontri di questo tipo, che avremmo dovuto avanzare di più di quanto già fatto, se non avessimo risolto tutti i problemi, ben organizzato tutto, ben pianificato attuato con diversi gradi di sviluppo. Avremmo già la nuova Costituzione, già rinviata per le stesse ragioni, poiché questi problemi principali non sono stati risolti; ma, certamente, non è stato possibile garantire la partecipazione di organizzazioni ed entità in modo tale che dalla base potessero guidare, addestrare e controllare l’adeguata attuazione delle politiche approvate. Quando ho visto le prime difficoltà che abbiamo affrontato, espressi qui, penso in una sintesi per una sessione del Parlamento, che sia “senza fretta, ma continua”, perché la fretta ha comportato anche a gravi errori. Non abbiamo mai avuto illusioni che sarebbe stato un percorso breve e facile. Sapevamo che iniziavamo un processo di enorme complessità, dovuto alla sua portata, che comprendeva tutti gli elementi della società, che richiedeva il superamento del colossale ostacolo di una mentalità basata su decenni di paternalismo ed egualitarismo, con conseguenze significative per il funzionamento dell’economia. Nazionale. A ciò si aggiungeva il desiderio di muoversi più velocemente rispetto alla capacità di fare bene le cose, lasciando spazio ad improvvisazione ed ingegno, a causa della insufficiente completezza, valutazione incompleta di costi e benefici, e della visione limitata dei rischi associati all’applicazione di diverse misure che, inoltre, non avevano guida, controllo e seguito necessari, determinando ritardi e passività nella correzione tempestiva delle deviazioni presentate.
Credo che abbiamo appreso lezioni importanti dagli errori commessi nel passato, e l’esperienza accumulata ci consentirà di continuare a fare passi più sicuri e saldi, con piedi e orecchie ben aderenti al terreno e quindi evitare inconvenienti scomodi. Non abbiamo rinunciato a perseguire l’espansione del lavoro autonomo, ho fatto riferimento a questo in vari discorsi in questo Parlamento, costituendo un’alternativa di lavoro nel quadro della legislazione attuale e che, lungi dal significare un processo di privatizzazione neoliberale della proprietà sociale, consentirà allo Stato di cedere l’amministrazione delle attività non strategiche per lo sviluppo del Paese. Proseguirà anche l’esperimento delle cooperative non agricole. In entrambe le direzioni sono stati raggiunti risultati non trascurabili, ma è anche vero che sono stati evidenziati errori nella loro attenzione, controllo e seguito, che hanno favorito l’emergere di non poche manifestazioni di indisciplina, evasione degli obblighi fiscali, in un Paese in cui, inoltre, le tasse erano pagate a malapena prima delle misure che stiamo applicando, illegalità e violazioni delle regole, per arricchimento personale accelerato, non affrontate in modo tempestivo portando alla necessità di modificare diversi regolamenti in materia. Allo stesso tempo, la premessa inevitabile che nessun cittadino sia lasciato senza protezione e che il processo di cambiamento del modello economico e sociale cubano, in qualsiasi circostanza, non significa applicare terapie d’urto contro i più bisognosi che, in generale, sostengono più fortemente la rivoluzione socialista, a differenza di molti Paesi, in gran parte condizionati dal ritmo delle trasformazioni in questioni trascendentali, come la soluzione della dualità monetaria e dello scambio, che continuano a darci seri grattacapi facendo sorgere nuovi problemi. Si potrebbe anche menzionare, ad esempio, le riforme salariali e pensionistiche, nonché la soppressione di indebite gratifiche e sovvenzioni generalizzate per prodotti e servizi, anziché persone senz’altro sostegno. Inoltre, mancava una politica adeguata e sistematica di comunicazione sociale sui cambiamenti introdotti, al fine di arrivare tempestivamente fino all’ultimo cittadino con spiegazioni chiare e comprensibili, perché questi aspetti sono piuttosto difficili da comprendere, in alcuni aspetti, evitando equivoci e lacune informative in questioni così complesse.
A ciò si aggiungono le difficili circostanze in cui l’economia nazionale deve essere guidata in questi anni, in cui il blocco economico degli Stati Uniti e l’incessante persecuzione delle transazioni finanziarie del Paese si sono intensificati, limitando l’accesso ai crediti di sviluppo, oltre a ostacolare gli investimenti stranieri, tanto necessari. Non va trascurato il notevole danno causato dai persistenti periodi di siccità come negli ultimi tre anni e gli uragani sempre più distruttivi e frequenti che colpiscono l’intero territorio nazionale. D’altra parte, i risultati raggiunti nel paziente e laborioso processo di riordino del debito estero coi principali creditori sono innegabili, il che libera i presenti, e in particolare le generazioni future, dal formidabile onere degli obblighi che gravano sul futuro della nazione, come una spada di Damocle, anche se non l’unica. In queste attività, l’attuale Vicepresidente del Consiglio dei Ministri e Ministro dell’Economia, il compagno Cabrisas (Applausi), ha avuto una presenza molto prominente, e non solo in questo, principale, ma in altri lavori simili relativi ai debiti. Tuttavia, dobbiamo stare attenti, perché sappiamo solo come chiedere e poco come razionalizzare, e io sono quello che autorizza ad usare le riserve, e so molto bene di cosa parlo, e i prestiti della riserva, e c’è stato un momento in che fu consumata da violazioni, ignoranza, per esempio, delle riserve mobili del Paese, e le abbiamo sostituiti tutti. Mi riferisco al carburante, usato senza autorizzazione a causa di equivoci nel visionare documenti originali delle disposizioni esistenti. Molte volte quando chiedo una prenotazione per qualsiasi prodotto, e cerco di discutere con domande molto semplici: “Ci vogliono così tante tonnellate di carburante per quel giorno.” “Motivo?” E mi diedero una ragione che ovviamente non era giusta, non era reale, anche se poteva avere del senso… “Se non lo fai…” Dissi: “Non puoi dare quella quantità, perché ogni giorno si hanno necessità ovunque”. “Beh, gli ospedali ne saranno influenzati”. E lì risposo con più forza, in termini che non ripeterei qui, se non come severo avvertimento: “Non cercare di ingannarmi con tali assurdità”. Gli ospedali interessati ci obbligherebbero a prenderne… Tuttavia, paghiamo metà di quel carburante che va restituito nei termini che abbiamo stabilito. Cito solo quell’esempio, la realt di cui il Consiglio dei Ministri sa particolarmente.
Con uno sforzo persistente e prolungato si è deciso a negoziare tutti questi debiti, alcune riduzioni furono raggiunte nei termini più confortevoli, potendo soddisfare gli impegno e soprattutto il prestigio creditizio del governo, e tale grande compito, a volte impercettibile, è stato appena completato. Ritorniamo ad obbligo e conseguenze da trarre, non come prima, e alle difficoltà che ciò comporta nella pianificazione, e parlando di pianificazione, dobbiamo pianificare meglio e sapere come smaltire ciò che abbiamo, e vedere come risolviamo, ma senza improvvisazione tipo: pane oggi, fame domani. Questo non è la nostra via, è il realismo. Parliamo della spada di Damocle. Questa Rivoluzione ha sempre vissuto con una spada di Damocle sulla testa, dalle origini diverse. Ricordo il periodo speciale, quando Diaz-Canel, ho detto, era al culmine quando assunse la guida del Partito a Santa Clara. A quel punto dovevi indossare una maschera per l’ossigeno, il boccaglio usato dai pescatori subacquei, a volte dovevi indossarlo perché l’acqua era sopra i baffi e altre volte sopra il naso, e a volte copriva gli occhi e dovevi metti il boccaglio, ma resistere ed è per questo che ne parliamo oggi qui (Applausi), e rompendo il pessimismo che di solito prospera in chi ha scarsa volontà quando sorgono problemi. Non è la prima volta, problemi emersero nel periodo speciale, e nel 993, 1994, iniziati nel 1990 praticamente, e poi emerse lo slogan, pronunciato, penso all’Isola della Gioventù, il 26 luglio “Sì, puoi”; Ma per poter analizzare ogni problema con obiettività, ogni passo fatto senza farsi illusioni, senza ingannarsi.
Ora con la situazione attuale del vicino che abbiamo, ricordiamo ancora una volta la Dottrina Monroe. Hanno già visto quello che Bruno disse al vicepresidente degli Stati Uniti, l’altro giorno, che non capendo se ne andò. Ve lo dirò dopo. Non possiamo permetterci di cadere nuovamente nella spirale dell’indebitamento, e per evitare ciò dobbiamo applicare il principio di non assumerci impegni che non possiamo onorare puntualmente entro i termini concordati. Le attuali tensioni nelle nostre finanze estere sono un avvertimento in tal senso, nel quale mi sono dilungato; non vi è altra alternativa che pianificare bene e in modo sicuro, risparmiare ed eliminare tutte le spese non essenziali, ancora sufficienti, garantirsi che si abbiano i ricavi attesi, che consentano di adempiere agli obblighi concordati e, allo stesso tempo, garantire le risorse da investire nello sviluppo dei settori prioritari dell’economia nazionale. Non siamo in una situazione estrema e drammatica, come quella che il popolo cubano seppe superare sotto la guida del Partito e di Fidel,nei primi anni ’90, una fase nota come periodo speciale. Lo scenario è ora molto diverso, abbiamo solide fondamenta in modo che tali circostanze non si ripetano. La nostra economia si è in qualche modo diversificata e cresce, tuttavia, il dovere dei rivoluzionari è prepararsi con audacia e intelligenza al peggio, non al più comodo, con l’ottimismo permanente e totale fiducia nella vittoria. Oggi ricordiamo sempre il comportamento incrollabile a difesa dell’unità e della resistenza, non c’è altra soluzione. Come detto nei giorni scorsi, durante il V Plenum del Comitato Centrale del Partito, fu fornita una spiegazione sugli studi sulla necessità di riformare la Costituzione, in accordo con le trasformazioni che hanno avuto luogo nell’ordine politico, economico e sociale. Per portare a termine questo processo, questa Assemblea deve approvare nella prossima sessione ordinaria una commissione composta da deputati incaricati di preparare e presentare il progetto che il Parlamento discuterà, per sottoporlo poi a consultazione popolare e infine, in conformità con quanto stabilito nella Costituzione, approvare il testo finale con un referendum. È la propizia occasione per chiarire, ancora una volta, che non intendiamo modificare il carattere irrevocabile del socialismo nel nostro sistema politico e sociale, né il ruolo guida del Partito Comunista di Cuba, come avanguardia organizzata e forza dirigente della società e dello Stato, come stabilito nell’articolo 5 dell’attuale Costituzione, e che nel prossimo difenderemo mantenendo lo stesso articolo.
Passando alle questioni di politica estera, non posso smettere di riferirmi all’VIII Vertice delle Americhe, recentemente tenutosi in Perù, segnato, mesi prima, dal rinnovato atteggiamento neocoloniale ed egemonico del governo degli Stati Uniti, il cui impegno alla Dottrina Monroe è chiaramente ratificato. L’espressione più famigerata si manifestò nell’esclusione arbitraria e ingiusta del Venezuela dall’evento. Si sapeva che il governo degli Stati Uniti intendeva organizzare uno spettacolo propagandistico contro la rivoluzione cubana, facendo uso dei resti della controrivoluzione mercenaria. Cuba è andata a Lima a pieno titolo e a testa alta. Dimostrando volontà di dialogare e dibattere in ogni scenario, in condizioni di uguaglianza e rispetto. Allo stesso tempo, confermava la determinazione dei cubani a difendere i propri principi, valori e spazio legittimo. La delegazione cubana, la delegazione boliviana e di altri Paesi hanno impedito un fronte unito contro la rivoluzione bolivariana e ribadito la richiesta di un nuovo sistema di relazioni tra le due Americhe. Gli interventi del nostro Ministro degli Esteri, Bruno Rodriguez Parrilla, a nome del governo cubano, con linguaggio schietto, idee chiare e fermezza, sono stati una risposta clamorosa agli insulti e agli errori del discorso antiquato e interventista del Vicepresidente nordamericano presente. I membri della società civile del nostro Paese hanno intrapreso una battaglia contro l’esclusione neo-coloniale protetta dall’OSA e difeso vigorosamente il riconoscimento da autentici rappresentanti del popolo cubano. Hanno alzato la voce per Cuba e per i popoli della nostra America. La provocazione fu sconfitta. Colgo l’occasione, a nome di questo popolo eroico, di ribadire le congratulazioni a tutti i membri della delegazione cubana che parteciparono a questo evento. I Paesi della nostra America non potranno affrontare le nuove sfide senza avanzare verso l’unità nella diversità per esercitare i nostri diritti, incluso l’adozione del sistema politico, economico, sociale e culturale che i nostri popoli decidono, secondo la Proclamazione d’America e dei Caraibi come zona di pace, approvata nella nostra capitale, come sapete. Sottolineiamo anche l’impegno con l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America. Siamo la regione del mondo dalle maggiori disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza, il divario tra ricchi e poveri è enorme e cresce, la povertà aumenta nonostante gli sforzi compiuti negli ultimi dieci anni, quando i governi progressisti e popolari cumularono risultati favorevoli in termini di giustizia sociale. Oggi intendono dividerci e distruggere la Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi; lo strumento politico nordamericano, da sempre screditato, l’OAS viene rispolverato e vengono creati gruppi di Paesi che, col pretesto di proteggere la democrazia, contribuiscono al perpetuarsi del dominio imperiale. L’aggressione alla Repubblica Bolivariana del Venezuela è attualmente l’elemento centrale degli sforzi dell’imperialismo per rovesciare i governi popolari nel continente, cancellare le conquiste sociali e liquidare i modelli progressisti e alternativi al capitalismo neoliberale che tentano d’imporre. Sottolineiamo la nostra piena solidarietà al Venezuela, al suo governo legittimo e all’unione civile-militare guidato dal Presidente Nicolás Maduro Moros, che conserva l’eredità del Presidente Hugo Chávez Frías. Ratifichiamo il sostegno agli altri popoli e governi che affrontano le pressioni dell’imperialismo per sovvertire le conquiste raggiunte, come in Bolivia e Nicaragua. Dopo il colpo di stato parlamentare contro la Presidentessa Dilma Rouseff in Brasile, l’arbitraria e ingiusta detenzione del compagno Lula è stata consumata, a cui rivendichiamo libertà, oggi sottoposto ad arresto politico per impedirgli di partecipare alle imminenti elezioni presidenziali e, secondo i sondaggi condotti da diversi istituzioni in Brasile, se oggi ci fossero le elezioni nessuno potrebbe battere Lula. Questo è il motivo per cui viene imprigionato, ecco perché la calunnia dell’accusa che l’ha portato in prigione. Ribadiamo il nostro sostegno al diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza del popolo di Porto Rico. Le nazioni dei Caraibi, in particolare Haiti, potranno sempre contare, come oggi, su solidarietà e collaborazione di Cuba.
Il 17 dicembre 2014, annunciammo, contemporaneamente all’allora Presidente Barack Obama, il ripristino delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti. La soluzione di problemi bilaterali e persino la cooperazione in diversi aspetti di reciproco interesse sono iniziati, sotto il più stretto rispetto ed eguaglianza sovrana, ed è stato dimostrato che, nonostante le profonde differenze tra i governi, una convivenza civile era possibile e proficua. L’obiettivo strategico di battere la rivoluzione non si è fermato, ma il clima politico tra i due Paesi ha registrato un progresso indiscutibile che ha prodotto benefici per entrambi i popoli. Tuttavia, dall’avvento al potere dell’attuale presidente, c’è stata una battuta d’arresto deliberata nelle relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti e nelle dichiarazioni di quel governo prevale un tono aggressivo e minaccioso. Ciò è stato evidenziato con particolare enfasi sull’insultante memorandum presidenziale del giugno 2017, preparato e pubblicato in collusione coi peggiori elementi dell’estrema destra anti-cubana della Florida del Sud, che traggono profitto dalla tensione tra i nostri Paesi. Il blocco economico s’è intensificato, la persecuzione finanziaria è stata rafforzata e l’occupazione di parte del territorio della provincia di Guantanamo continua, con una base militare e un centro internazionale di detenzione e tortura. I programmi di sovversione politica ricevono fondi milionari dal governo degli Stati Uniti. Persiste reclutamento e finanziamento di mercenari e trasmissioni radiotelevisive illegali. Con pretesto grossolano, la maggior parte dei diplomatici della nostra ambasciata a Washington fu espulsa arbitrariamente e il personale diplomatico degli Stati Uniti a L’Avana, compreso il consolato, è stato ridotto, con conseguente impatto sugli impegni migratori bilaterali e danni per migliaia di cubani che ne richiedono i servizi. Il sentimento della maggioranza dei cittadini statunitensi e nell’emigrazione cubana è contrario alla continuazione del blocco e favorevole al miglioramento delle relazioni bilaterali. Paradossalmente, individui e gruppi che oggi sembrano avere maggiore influenza sul presidente degli Stati Uniti sono a favore di un comportamento aggressivo e ostile contro Cuba. Affronteremo tutti i tentativi di manipolare la questione dei diritti umani e di diffamare il nostro Paese. Non dobbiamo prendere lezioni da nessuno, per non parlare del governo degli Stati Uniti. Abbiamo combattuto per quasi 150 anni per l’indipendenza nazionale e difeso la rivoluzione al prezzo di molto sangue e affrontando i peggiori rischi. Riaffermiamo oggi la convinzione che qualsiasi strategia volta a distruggere la Rivoluzione attraverso il confronto o la sedizione affronterà un rifiuto deciso del popolo cubano e fallirà. Viviamo sotto un ordine internazionale ingiusto ed esclusivo, in cui gli Stati Uniti cercano di preservare a tutti i costi il loro dominio assoluto di fronte alla tendenza mondiale verso un sistema multipolare. Con questo obiettivo provocano nuove guerre, anche non convenzionali, accentuano il pericolo di una conflagrazione nucleare, esacerbano l’uso della forza, le minacce di tale forza e l’applicazione indiscriminata di sanzioni unilaterali contro chi non si piega ai loro progetti; imponendo corsa agli armamenti, militarizzazione dello spazio e del cyberspazio e crescenti minacce a pace e sicurezza internazionali. L’espansione della NATO ai confini con la Russia provoca gravi pericoli, aggravati dall’imposizione di sanzioni arbitrarie, che noi rifiutiamo.
Gli Stati Uniti insistono su continue minacce e misure punitive, violazioni delle regole sul commercio internazionale contro Cina, ed anche Unione Europea, con cui abbiamo recentemente firmato un accordo di dialogo e cooperazione, contro i loro alleati. Le conseguenze saranno dannose per tutti, in particolare per le nazioni del sud. L’imperialismo USA crea conflitti che generano ondate di rifugiati, segue politiche repressive, razziste e discriminatorie contro i migranti; costruisce muri, militarizza i confini, rende ancora più dispendiosi e insostenibili i modelli di produzione e consumo e ostacola la cooperazione per affrontare il cambiamento climatico. Usa piattaforme tecnologiche transnazionali ed egemoniche per imporre un pensiero unico, manipolare il comportamento umano, invadere le nostre culture, cancellare la memoria storica e l’identità nazionale, oltre a controllare e corrompere i sistemi politici ed elettorali. Il 13 aprile, in violazione dei principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, Stati Uniti e alcuni loro alleati della NATO attaccavano la Siria senza dimostrare l’uso di armi chimiche da parte del governo di quel Paese. Sfortunatamente, tali azioni unilaterali sono una pratica inaccettabile, già provata da diversi Paesi della regione mediorientale e ripetutamente in Siria, meritando la condanna della comunità internazionale. Esprimiamo la nostra solidarietà al popolo e al governo siriani. Non va dimenticato che nel marzo 2003, appena 15 anni fa, il presidente W. Bush invase l’Iraq col pretesto dell’esistenza di armi di distruzione di massa, la cui falsità fu nota pochi anni dopo. Cuba sostiene gli sforzi in difesa della pace, convinta che solo dialogo, negoziati e cooperazione internazionale consentiranno di trovare una soluzione ai gravi problemi del mondo.
Apprezziamo la solidarietà di tutti i Paesi, quasi senza eccezioni, nella nostra lotta al blocco economico, commerciale e finanziario. Le relazioni bilaterali con la Federazione russa sono aumentate sostanzialmente in tutti i settori, su base del reciproco vantaggio. Non saremo mai ingrati né dimenticheremo il sostegno ricevuto dai popoli che formavano l’ex-Unione Sovietica, in particolare il popolo russo, negli anni più difficili dopo il trionfo del nostro processo rivoluzionario. Allo stesso modo, i collegamenti con la Repubblica popolare cinese avanzano nelle questioni economiche, commerciali, politiche e di cooperazione, costituendo un importante contributo allo sviluppo della nostra nazione. Qualche settimana fa abbiamo ricevuto la visita del compagno Nguyen Phu Trong, Segretario Generale del Partito Comunista del Vietnam, altra dimostrazione dello sviluppo positivo dei legami che ci uniscono, permettendoci d’identificare nuove potenzialità. Le relazioni storiche coi Paesi dell’Africa, l’Unione africana e anche dell’Asia continuano la loro ascesa. Continueremo a difendere le legittime richieste dei Paesi del Sud, il loro diritto allo sviluppo e la democratizzazione delle relazioni internazionali. Tutte le giuste cause, specialmente quelle dei popoli palestinese e saharawi e la lotta per la giustizia sociale, avranno il sostegno del nostro popolo.
Il complesso scenario internazionale descritto conferma la piena validità di quanto espresso dal Comandante in Capo della Rivoluzione cubana nel suo Rapporto centrale al Primo Congresso del Partito, nel 1975: “Finché l’imperialismo esiste, Partito, Stato e Popolo presteranno servizio alla difesa con la massima attenzione. La guardia rivoluzionaria non sarà mai trascurata. La storia insegna troppo eloquentemente che chi dimentica questo principio non sopravvive all’errore“.Compagne e compagni:
In soli 11 giorni i nostri pionieri, studenti, lavoratori, contadini, artisti e intellettuali, membri delle gloriose Forze Armate Rivoluzionarie e del Ministero degli Interni, tutto il popolo, marceranno uniti dalle nostre strade e piazze per commemorare la Giornata internazionale del lavoro. Ancora una volta dimostreremo al mondo il sostegno della maggioranza dei cubani alla loro rivoluzione, al Partito e al socialismo, e anche se ho avuto l’impegno di recarmi in un’altra provincia del Paese, tenendo conto delle caratteristiche di questo momento, ho intenzione di andare con l’attuale Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri alla parata del Primo Maggio all’Avana (Applausi); più tardi visiterò un’altra provincia e altro, perché dovrei avere anche meno lavoro.
Fino alla vittoria sempre!
Esclamazioni di: ¡Viva Raúl!
(Ovazione).Traduzione di Alessandro Lattanzio

Cuba: Miguel Díaz-Canel assume la guida del Paese

Resumen Latinoamericano, 19 aprile 2018Il nuovo Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri di Cuba ha affrontato la continuità del governo che condurrà, in particolare sul rapporto col popolo, relazioni internazionali e ruolo guida del Partito comunista di Cuba, a capo del quale rimane il Generale dell’Esercito Raul Castro Ruz
La mattina del 19 aprile, giornata storica in cui viene commemorata non solo la prima sconfitta dell’imperialismo yankee in America, ma l’inaugurazione del nuovo governo a Cuba che evidenzia nella leadership del Paese la continuità delle nuove generazioni l’eredità storica della generazione che ha fondato la Rivoluzione Cubana, il Compagno Miguel Mario Díaz-Canel Bermúdez, Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri, pronunciava il suo primo discorso. Il suo primo intervento iniziava col riconoscimento del comando del Generale dell’Esercito Raul Castro, candidato col maggior numero di voti nelle elezioni generali del Paese, così come tra i comandanti della rivoluzione col maggior numero di voti, “chi in questa stanza ci dà l’opportunità di abbracciare la storia“, aveva detto. Si riferiva anche ad “oscuri tentativi di distruggerci” di chi non riusciva a distruggere “il tempio della nostra fede“. Con queste parole, sottolineava che il processo elettorale degli ultimi mesi che il popolo ha compiuto, consapevole dell’importanza storica, finiva. Il popolo eleggeva i suoi rappresentanti in base alla capacità di rappresentanza, senza campagne, corruzione o demagogia. I cittadini hanno notato le persone umili, laboriose e modeste come loro rappresentanti autentici che parteciperanno ad approvazione e attuazione della politica decisa. Secondo lui, “questo processo ha contribuito al consolidamento dell’unità di Cuba“. Sulle aspettative che il popolo avrà su questo governo, sottolineava che il nuovo Consiglio di Stato deve continuare ad “agire, creare e lavorare instancabilmente, in legame permanente col nobile popolo“, aggiungendo che se qualcuno volesse vedere Cuba in tutta la sua composizione, basterà che veda la nostra Assemblea Nazionale, con tutte le donne che occupano posizioni decisive nello Stato e nel governo. Tuttavia, avvertiva, non importa come appariamo al Paese, se non nell’impegno verso presente e futuro di Cuba. I Consigli di Stato e dei Ministri hanno ragione d’essere nel legame permanente col popolo.

La bandiera della rivoluzione passa alla nuova generazione
Díaz-Canel notava durante la chiusura del Congresso del Partito, che il Generale chiariva che la sua generazione consegnava le bandiere della Rivoluzione e del Socialismo alla nuova generazione, il che significa, per molte ragioni, che il mandato dato dal popolo a questa legislatura è cruciale e va perfezionato il nostro lavoro in tutte le aree della vita della nazione. “Mi assumo la responsabilità con la convinzione che tutti i rivoluzionari, di qualsiasi trincea, saranno fedeli a Fidel e Raúl, attuale leader del processo rivoluzionario“, affermava il nuovo Presidente di Cuba. Quindi sottolineava che gli uomini e le donne che hanno forgiato la rivoluzione “ci danno le chiavi di una nuova fratellanza che ci rende compagni e compagne” ed evidenziava un altra conquista ereditata, l’unità invulnerabile nel nostro partito, che non è nato dalla frammentazione di altri, ma da coloro che intendevano avere un Paese migliore. Per questo motivo, aveva detto, “Raúl rimane in prima linea nell’avanguardia politica. Resta il nostro primo segretario della causa rivoluzionaria, indicando ed essendo sempre pronto a confrontarsi con l’imperialismo, come il primo, con il suo fucile al momento del combattimento.” Dal lavoro rivoluzionario e politico del Generale si evidenzia il retaggio della resistenza e della ricerca del miglioramento della nazione. “Al dolore umano, anteponendo il senso del dovere“, dichiarava riferendosi alla perdita fisica del comandante in capo Fidel Castro, il 25 novembre 2016. Allo stesso modo, Raúl evidenziava la dimensione di statista, formando il consenso nazionale e guidando il processo di attuazione delle linee guida. Sottolineava anche come il ritorno dei Cinque Eroi, come annunciato da Fidel, ne fece una realtà. Segnava le relazioni internazionali con il suo spirito: avendo diretto le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, guidato la presidenza del CELAC e il processo in cui Cuba era garante per la pace in Colombia, ed era presente in tutti i dialoghi regionali ed emisferici delle ragioni della nostra America. Questo è il Raul che conosciamo, affermava Diaz-Canel. E ricordò quando il generale, molto giovane, partecipò alla spedizione del Granma, intraprese la lotta nella Sierra Maestra, fu promosso comandante e sviluppò le esperienze governative applicate nel Paese dal trionfo rivoluzionario.

Sul nuovo mandato
Conosco le preoccupazioni e le aspettative in un momento come questo, ma conosco la forza e la saggezza del popolo, la leadership del Partito, le idee di Fidel, la presenza di Raúl e Machado, e il sentimento popolare, affermando all’Assemblea che il Compagno Raul sarà a capo delle decisioni su presente e futuro della nazione, dichiarava Diaz. Confermo che la politica estera cubana rimarrà invariata. Cuba non accetterà condizioni. I cambiamenti necessari continueranno a essere attuati dal popolo cubano, aggiungeva. Inoltre chiese il sostegno di tutti i responsabili dell’amministrazione ao vari livelli della nazione ma, soprattutto, del popolo. “Dovremo esercitare una guida sempre più collettiva. Rafforzare la partecipazione del popolo”, riassumeva. Non prometto nulla, come la Rivoluzione non ha mai fatto in tutti questi anni. Vengo a realizzare il programma che abbiamo deciso con le linee guida del socialismo e della rivoluzione, sottolineando i principali obiettivi del compito. E sui nemici del processo rivoluzionario, affermava: Qui non c’è spazio per una transizione che ignori o distrugga il lavoro della Rivoluzione. Continueremo senza timore e senza battute d’arresto; senza rinunciare a sovranità, indipendenza e sviluppo. “A chi per ignoranza o malafede dubita del nostro impegno, diciamo che la Rivoluzione continua e continuerà“, chiariva, “il mondo ha ricevuto il messaggio sbagliato che la rivoluzione finisce coi suoi guerriglieri“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Russia e India verso un’importante svolta commerciale

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 15.04.2018Russia ed India sono partner di lunga data con una ricca storia di cooperazione reciprocamente vantaggiosa. I due Paesi hanno un grande potenziale commerciale. Tuttavia, commercio e cooperazione economica russo-indiani non possono ancora essere definiti molto attivi. Questa situazione non è accettabile ed ora Russia ed India lavorano per sviluppare le relazioni economiche. Per molti anni i due Paesi hanno collaborato in settori cruciali come Industria della Difesa, energia nucleare e tecnologie spaziali. Tuttavia, gli scambi sono ancora relativamente piccoli. Inoltre, negli ultimi anni, il volume degli scambi ha iniziato a diminuire, costringendo la leadership di Russia e India a prestare particolare attenzione al problema. Grazie agli sforzi congiunti nel 2017, una crescita costante è finalmente iniziata. Nel periodo gennaio-novembre 2017, il commercio russo-indiano superava gli 8 miliardi di dollari, oltre il 21% in più degli scambi dello stesso periodo del 2016. Anche il 2018 è iniziato con successo: gli scambi nel gennaio 2018 superavano gli indicatori simili del 2017 del 55 percento. Si prevede che la crescita continui e che nel 2018 il commercio russo-indiano superi i 10 miliardi di dollari. Tuttavia, secondo gli esperti russi e indiani, queste cifre potrebbero essere molto più alte se il potenziale commerciale russo-indiano fosse pienamente realizzato. Nel marzo 2018, i media riferivano dell’incontro tra il Ministro dello Sviluppo Economico russo Maksim Oreshkin e il Ministro del Commercio e dell’Industria indiano Suresh Prabhu. Durante i colloqui, i ministri discussero dei vari ostacoli alla cooperazione economica tra Russia e India. Tali ostacoli furono riscontrati nella sfera finanziaria, nella legislazione doganale e in vari altri settori. Di conseguenza, fu adottato un piano per rimuoverli; col successo dell’attuazione del piano, il commercio russo-indiano potrebbe raggiungere i 30 miliardi di dollari entro il 2025.
Un altro passo importante nello sviluppo delle relazioni commerciali tra Russia e India potrebbe essere la creazione di una zona di libero scambio tra India ed Unione economica eurasiatica (UEE), in cui la Russia svolge un ruolo di primo piano. Nel gennaio 2018 si svolsero consultazioni preliminari tra i rappresentanti dell’UEE e la leadership indiana a Nuova Delhi. Si prevede che entro la fine del 2018 le parti procederanno a negoziati a tutti gli effetti. Mentre la cooperazione su vasta scala su vari beni e servizi tra Russia e India va ancora raggiunta, da tempo è ad alto livello in settori come la tecnologia militare. L’India è da tempo un importante acquirente di equipaggiamento militare russo. Il progetto missilistico russo-indiano BrahMos è un successo. Tra le ultime notizie sulla cooperazione tecnico-militare tra i due Paesi, va notato il desiderio dell’India di acquisire sistemi di difesa aerea russi S-400 Triumf. Si prevede che il contratto sarà firmato entro la fine del 2018. L’India è anche interessata alle tecnologie russe per scopi pacifici. Ad esempio, nel febbraio 2018 fu firmato un memorandum per la cooperazione tra United Shipbuilding Corporation (USC, RF) e la più grande società di costruzioni navali indiane, la Cochin Shipyard Limited. Conformemente al documento, le parti intendono progettare e costruire insieme navi moderne per la navigazione interna e costiera. L’elenco delle navi che le compagnie russe e indiane costruiranno congiuntamente comprende petroliere, navi da carico secco, navi passeggeri e hovercraft. Inoltre, l’USC prenderà parte alla costruzione di infrastrutture per le costruzioni e riparazioni navali nello stato indiano dell’Andhra Pradesh. Inoltre, Russia e India considerano molti altri progetti congiunti relativi ad industria petrolifera, aeronautica, elettronica, farmaceutica e informatica. Una task force sui progetti d’investimento prioritari, creata dalla commissione intergovernativa russo-indiana diversi anni fa, ne discute. La riunione programmata del gruppo si tenne nel settembre 2017. Tra le questioni discusse c’era l’imminente apertura del Centro per la formazione di specialisti nei settori dell’energia e dell’ingegneria pesante, che inizierà i lavori in India nel 2018. La creazione del centro è il risultato del lavoro congiunto tra associazione scientifica e produttiva russa TsNIITMASH e società indiana Heavy Engineering Corporation Ltd. Oltre alla task force per i progetti d’investimento, ci sono anche task force russo-indiani per scienza e tecnologia, prodotti farmaceutici, turismo e cultura, energia, promozione dei pagamenti in valute nazionali e così via.
Nonostante il lavoro dei funzionari, il miglioramento della legislazione e l’impegno degli ambienti economici, il principale problema che ostacola il commercio russo-indiano è il fattore geografico. Russia e India non confinano e tra esse si trovano le distese di Cina ed Asia centrale. La maggior parte (oltre l’80%) del traffico tra i due Paesi avviene lungo la rotta marittima da San Pietroburgo che attraversa il Canale di Suez. È una rotta lunga e difficile che difficilmente permetterà il pieno potenziale commerciale russo-indiano, indipendentemente dalle condizioni favorevoli che i due Paesi creano. Pertanto, un importante passo verso la cooperazione commerciale su vasta scala tra India e Russia include l’istituzione di un corridoio per il trasporto internazionale (ITC) chiamato “Nord-Sud”, sul quale operano Federazione Russa, India, Iran e Azerbaigian. Il progetto ITC prevede la creazione di una vasta rete di strade e ferrovie che collega Russia e Iran. Un ramo va dalla Russia all’Iran attraverso l’Azerbaijan; l’altro termina nel Mar Caspio, nel porto di Astrakhan. Lì, il carico passa al trasporto marittimo seguendo le coste iraniane e quindi continuando su ferrovia. Il terzo ramo passa da Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan. Passando per l’Iran, queste strade dovrebbero finire sulle rive del Golfo Persico, nel porto di Bandar Abbas, da dove possono raggiungere il più grande porto indiano, Mumbai. Pertanto, l’ITC “Nord-Sud” dovrebbe ridurre al minimo il segmento marittimo della rotta tra Russia e India. Il lavoro sul progetto è già al primo decennio; l’interesse per l’ITC si attenuò e poi riapparve. Ma alla fine, negli ultimi anni, i Paesi partecipanti intensificano gli sforzi e il progetto “Nord-Sud” inizia rapidamente ad avvicinarsi alla realizzazione. Va completandosi il ramo più conveniente dell’ITC dal punto di vista logistico, che attraversa l’Azerbaigian. Dopo il completamento dei restanti 180 km di ferrovia tra Iran e Azerbaigian, sarà istituito un servizio ferroviario diretto tra questi Paesi e la Russia. Ciò significa che le comunicazioni tra Russia e India aumenteranno significativamente.
Si può concludere che Russia e India lavorano seriamente sullo sviluppo della cooperazione economica. Dato l’enorme potenziale per entrambi i Paesi, ci si può aspettare che i lavori portino presto risultati molto tangibili.Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La caduta di Sarkozy: vendetta di Gheddafi e della Libia

John Wight, Sputnik 30.03.2018

Nientemeno che Giulio Cesare ci ricorda che “la fortuna, il cui potere è molto grande in tutti i campi, ma in particolare in guerra, spesso provoca grandi sovversioni con una leggera piega dell’equilibrio“.
La saggezza delle parole dell’imperatore più famoso e illustre di Roma, un uomo il cui stesso nome è sinonimo di potere, è confermata dalla piega di Nicolas Sarkozy, ex-presidente della Repubblica francese che invoca ignominia con la notizia dell’accusa di corruzione e traffico d’influenza. In particolare, è accusato di aver tentato di subornare il giudice che conduce l’inchiesta sulla sua campagna presidenziale del 2007, riguardante le illegalità elettorali. L’annuncio che le autorità francesi hanno deciso di accusare l’ex-presidente di reati in materia arrivava rivelando un’altra inchiesta avviata per l’accusa a Sarkozy di aver accettato milioni donati illegalmente da Muammar Gheddafi per finanziarne la cosa del 2007 per la presidenza. Esaminando questa svolta degli eventi, insisto perché mi si conceda un momento per rallegrarmi alla prospettiva della caduta di tale piccolo avventuriero opportunista. Un uomo che, una volta entrato nella società francese come un meccanico furbo che si gode per una settimana la guida della Bentley di un cliente, spacciandosene per il proprietario. Atteggiamento di un Sarkozy archetipo del mezzo-uomo, ben noto nella destra politica. Chiamatelo kismet, karma, il fatto che Muammar Gheddafi sarà il nome che accompagnerà Sarkozy in prigione se dovesse scontare la prigione, appare giustizia poetica. Perché raggiunto dalla tomba in cui il corpo violentato e massacrato riposa da qualche parte nel vasto deserto della Libia, l’ex-leader libico ora è sulla giusta via nel rovinare il francese. Il destino della Libia nel 2011 sarà per sempre un atto d’accusa contro la politica estera occidentale. Conferma il ruolo della NATO come strumento dell’imperialismo occidentale, sganciando “bombe democratiche” su un Paese nordafricano assediato e coinvolto dai fumi di una primavera araba che era già riuscita a rimuovere le dittature filo-occidentali in Tunisia e in Egitto. La rivolta in Libia, emanata a Bengasi, nell’est del Paese, fu presentata in occidente come rivoluzione contro un dittatore brutale e per la democrazia e la libertà. L’intervento della NATO, dal marzo 2011 sotto gli auspici della Risoluzione ONU 1973, si basava sull’affermazione secondo cui le forze di Gheddafi, avvicinandosi a Bengasi per annullare la rivolta, ebbero direttive dal leader libico a non mostrare “alcuna pietà” pere i residenti della città. Tuttavia, tale versione fu confutata. In un articolo del Boston Globe nell’aprile 2011, Alan J. Kuperman scrisse: “L’avvertimento ad ‘alcuna misericordia’ del 17 marzo aveva come bersaglio solo i ribelli, come riportato dal New York Times, che osservò che il leader libico promise l’amnistia a ‘chi gettava via le armi“. Gheddafi persino offrì ai ribelli una via di fuga col confine aperto con l’Egitto, per evitare una lotta “fino alla fine”. Arrivando al carattere specifico di tale rivoluzione libica, nell’agosto 2011 la BBC confermò che “gli islamisti vi giocarono un ruolo importante“. In particolare, il capo islamista Abdalhaqim Bilhaj, ex-capo della consociata libica di al-Qaida, il gruppo combattente islamico libico (LIFG), fu una figura chiave dell’insurrezione del 2011. Per inciso, sotto la direzione di Bilhaj, il LIFG tentò di assassinare Gheddafi tre volte negli anni ’90, prima che il gruppo fosse schiacciato dalle forze di sicurezza del Paese nel 1998.
In realtà, piuttosto che intervenire per proteggere i civili, come previsto dalla risoluzione ONU 1973, la NATO intervenne a fianco dell’insurrezione degli islamisti, aderenti alla stessa ideologia abbracciata da chi commise le atrocità terroristiche dell’11 settembre negli Stati Uniti, del 7/7 a Londra, di Madrid nel 2006, insieme a una litania di altri simili attentai in Europa e Stati Uniti, di cui allora erano l’avanguardia. Questa verità colloca l’apparizione ormai famigerata di Sarkozy in Libia nel settembre 2011 in un contesto schiacciante. L’allora presidente francese scese sul Paese in compagnia dell’omologo inglese David Cameron crogiolandosi tra l’adulazione delle folle lanciando banalità su illuminismo e libertà. Certamente, l’entusiasmo di Cameron e Sarkozy per l’intervento militare nel 2011 non aveva a che fare con la democrazia, per niente, ma con la prospettiva di assicurarsi contratti petroliferi che sarebbero stati messi in palio dalla “nuova Libia”. Perché, non pensarci. Sette anni dopo, la Libia è un Paese impantanato in conflitti, e le promesse fatte al suo popolo di un domani migliore, nate dalle labbra di Sarkozy e Cameron insieme a Obama e Clinton, si sono rivelare come il più crudele degli scherzi. L’ex-presidente della Francia ora ha un appuntamento col destino sotto forma di processo per corruzione e seconda indagine sulle frodi finanziarie elettorali che coinvolgono lo stesso Muammar Gheddafi, che lo portarono ad attuarne la più macabra fine. In tali occasioni, Shakespeare è indispensabile: “Il corvo gracidante urla vendetta”.Traduzione di Alessandro Lattanzio