Alessandro Lattanzio: Intervista a Geopolitika (Belgrado)

A cura di Srdjan Novakovich, Geopolitika, 24 luglio 2015

1. 11 settembre: c’è stato un “passaggio di mano” del potere al livello di Stato Profondo negli USA?
11817266L’11 settembre 2001 fu attuata un’operazione militare statunitense nel territorio nazionale. Ciò è dimostrato dalla commissione d’indagine del Congresso e del Senato degli USA che hanno in pratica insabbiano le (scarse) indagini ufficiali governative sull’attentato, e dal fatto che i responsabili della difesa aerea e altri leader militari responsabili della difesa degli USA, furono tutti promossi e nessuno indagato per inefficienza. In sostanza avevano portato a termine ‘con successo’ l’operazione militare dell’11 settembre 2001. Va notato che l’autoattentato ha avuto maggiore impatto negli USA, che all’estero, al di là della retorica sulla Guerra al Terrore. Certo, architettare l’11 settembre solo per invadere Iraq o Afghanistan fu chiaramente eccessivo. L’obiettivo vero erano Iran e Corea democratica popolare. Ma le avventate avventure militari di Washington e dei neo-con in Medio Oriente hanno svelato invece la fragilità estrema della macchina militare statunitense, incapace di conquistare ed occupare i territori devastati di Afghanistan e Iraq. Figurarsi uno scontro militare diretto con l’Iran. Sarebbe stata una catastrofe militare per gli statunitensi, una prospettiva occultata dall’apparato mediatico mondiale di disinformazione e propaganda diretto da New York e Los Angeles (Hollywood). Quindi gli obiettivi geopolitici di Washington, perseguiti tramite l’11 settembre, furono completamente mancati, e l’intervento in Iraq sostanzialmente controproducente, permettendo all’Iran di consolidarsi quale potenza regionale, nonostante Washington utilizzi ancora oggi il territorio iracheno per attuare la sua guerra ‘non-ortodossa’ o asimmetrica tramite lo Stato Islamico, creazione delle intelligence di NATO (Gladio) e Mossad israeliano. Sul piano interno, l’11 settembre ha avuto più successo potendo imporre il Patriot act, una legge che viola la stessa costituzione statunitense, senza opposizione e acutizzando un clima paranoico vigente negli USA, già potentemente coltivato da un sistema mediatico che instilla terrore psicologico nella propria popolazione (una serie infinita di telefilm polizieschi o d’azione ricolmi di cadaveri, violenze, ecc.)

2. Il 2001 ha accelerato la guerra sui gasdotti e i corridoi energetici, il narcotraffico e i cambi di regime geopolitico-energetici?
Gli USA hanno sempre utilizzato i cambi di regime, si pensi a Panama nel 1902, staccato dalla Colombia per poter costruirvi il canale interoceanico; ‘corridoio’ del primo ‘900. Con la caduta dell’URSS si accelerò la guerra sotterranea per il controllo di gasdotti e oleodotti, e da allora non è mai cessata se non nelle zone recuperate all’influenza russa o cinese, come in Asia centrale. L’ultimo esempio di tale guerra ‘energetica’ è lo scontro tra Pravij Sektor (alias Polonia, neocon USA, Gladio) e junta golpista di Kiev (alias Germania, Francia, amministrazione Obama) a Mukachevo, seconda città della Transcarpazia ucraina, regione da cui passano fisicamente tutti i gasdotti ucraini diretti in Europa. La Transcarpazia sarà al centro della futura lotta energetica in Ucraina, dopo una prima sconfitta della NATO, nella guerra per la regione del Donbas, la più importante regione energetica dell’Ucraina.
Il narcotraffico è sempre stato un utile strumento di Washington e della CIA per destabilizzare governi ostili e finanziare i propri ascari: narcoguerriglieri antivietnamiti in Indocina; mujahidin islamisti in Afghanistan, Bosnia e Kosmet; paramilitari in America Latina (Colombia, Messico, Panama, Nicaragua, Paraguay e Venezuela). La storia della simbiosi tra narcotraffico e operazioni coperte statunitensi è ben illustrata dall’esplosione della produzione di eroina nell’Afghanistan post-taliban e della relativa rete di smercio rappresentata dagli staterelli creati dalla NATO in Kurdistan e Kosmet.

3. La Siria e le guerre permanenti dei neocon usraeliani. Qual e’ il ruolo della Turchia di Erdogan?
In Medio Oriente l’amministrazione Obama ha tentato di attuare una politica alternativa a quella dei neocon di Bush II e Cheney. Non più interventi diretti del Pentagono, che come già osservato si sono rivelati costosi e controproducenti svelando definitivamente la debolezza militare degli USA. Qui Washington, con la ‘Primavera araba’, vera e unica carta geopolitica di Obama, ha tentato di sovvertire a proprio vantaggio lo status quo mediorientale utilizzando l’ultima risorsa rimasta a Washington, la propaganda e la disinformazione dei propri apparati ‘mediatico-culturali’, pensatoi o ‘centri studi’ (think tank) e dalla montagna di carta straccia nota come dollari USA. Nei Paesi mediorientali Washington ha applicato la tattica delle ‘rivoluzioni colorate’, con la variante dell’estremismo taqfirita, concessione dovuta al fatto di dover imbarcare nella guerra civile, da scatenare in Medio oriente, gli alleati di Israele, Turchia, Arabia Saudita e Qatar, concedendogli fette di territori e risorse da dominare una volta strappate a Libia, Egitto, Algeria, Yemen, Siria e Iraq. Anche in tale caso, principale obiettivo di Washington era la distruzione dell’Iran. E ancora, come nel caso della ‘Guerra al terrore’, la ‘Primavera araba’ di Washington, dopo un primo ed effimero successo, è collassata nel disastro totale che ne risucchia gli alleati; ad esempio il Qatar è stato emarginato dopo un paio di anni di peana elevati nei riguardi di Doha da un ceto giornalistico-accademico occidentale oramai totalmente prostituitosi ai petrodollari degli emiri del Golfo Persico. Il ‘successo’ libico è un buco nero; in Egitto e Tunisia i regimi-fantoccio dei fratelli musulmani, a libro paga di Doha, sono stati scacciati dalle relative borghesie nazionaliste; Siria, Iraq e Yemen resistono efficacemente alle varie manovre aggressive della NATO (tramite Gladio-B), anzi, l’Arabia Saudita, maggiore risorsa degli USA in Medio Oriente, viene risucchiata dalla guerra immotivata e irrazionale che ha scatenato contro lo Yemen (va rilevato che lo Yemen ha una popolazione superiore a quella saudita), mentre Israele non solo non ha aderito alle sanzioni contro la Russia, imposte per la crisi ucraina, ma cerca evidentemente di entrare nell’area economica che Russia e Cina costruiscono in Eurasia, volendosi porre come polo alternativo all’Iran. Da qui l’apparentemente irragionevole posizione di Netanyhau sull’accordo nucleare con l’Iran e l’apertura a una Grecia minacciata ed emarginata dall’Unione europea. Su questo piano, entra in concorrenza anche la Turchia neo-ottomanista di Erdogan, che vuole fagocitare le zone industriali ed energetiche di Siria e Kurdistan, per trattare poi da posizioni di forza con l’UE e Mosca. Ma anche qui, l’irrazionalità di Erdogan lo danneggia fortemente. In Turchia, ad esempio, sono scoppiati dei tentati pogrom anticinesi, maggiori alleati della Russia, mettendo in forse un ulteriore avvicinamento al Patto di Shanghai, cosa cui Erdogan pare ancora ambire, entrando così in concorrenza diretta con Iran e Israele. In sostanza, il triangolo Tel Aviv – Ankara – Tehran ruota attorno a Mosca e all’area economica eurasiatica che costruisce con Pechino. Una corsa che probabilmente terminerà con la vittoria dell’Iran, avendo maggiori ragioni geopolitiche e storiche dalla propria parte.

4. Il miracolo cinese e il potere deterrente dell’Esercito popolare. Russia-India-Cina, BRICS e SCO. Hezbollah, Songun e i futuri conflitti, quali prospettive?
Il blocco continentale dell’Eurasia va creando il proprio polo militar-strategico oltre che economico-commerciale. La Cina ne è il pilastro economico, ma anche militare (sul piano convenzionale). La politica avviata da Deng, una volta sbarazzatosi del settarismo vigente negli apparati statali e del partito cinese, prevedeva quattro grandi modernizzazioni, consapevole che una grande economia permette una grande società, grande patrimonio tecnico-scientifico e grandi forze armate. Perciò il Partito comunista cinese puntò soprattutto sullo sviluppo economico-industriale negli anni ’80 e ’90, avviando il ‘Grande balzo’ militare solo dal 2001, davanti alle minacce di Washington. Gli ‘esperti’ occidentali guardano la Cina come se fosse ancora negli anni ’80, sottovalutandone i progressi militari degli ultimi 15 anni. Tra l’altro, tali ‘esperti’ continuano a sottovalutare perfino la potenza militare russa attuale, soggiogati dai depliant delle industrie belliche statunitensi, o peggio dalla filmografia di Hollywood. Non va dimenticato che il 90% dei cosiddetti ‘esperti’ militari occidentali sono giornalisti prezzolati dalle grandi industrie belliche occidentali, il cui compito e far credere che bombardare Paesi come Grenada, Afghanistan o la Libia equivalesse a sconfiggere sul campo le forze armate di Russia, Cina o Iran. I risultati di tale ragionamento sono evidenti in Novorossija, Georgia, Siria e Iraq. Come già detto, il blocco eurasiatico si forma attorno all’alleanza tra Russia, Cina e India, tutte grandi potenze nucleari e industriali, tutt’altro che da sottovalutare, e a cui si aggregano altre potenza militari e nucleari come Pakistan, Iran e probabilmente Corea democratica, uno Stato denigrato dalla dozzinale propaganda atlantista e hollywoodiana, ma che nel 2014, grazie alle politiche seguite dal Partito dei Lavoratori, ha perfino registrato una crescita economica superiore a quella dell’eurozona. Un dato che i pagliacci mediatici che infangano di continuo la Corea democratica nascondono accuratamente. Come la Corea del Songun è l’avanguardia del blocco continentale eurasiatico, nella regione dell’Asia-Pacifico, così lo è il movimento di resistenza libanese Hezbollah nel Mediterraneo, costruendo il solido asse Libano-Siria-Iraq-Iran (e Yemen) che doveva essere vittima ultima della cosiddetta ‘Primavera araba’. L’intervento di Hazbollah in Siria ha permesso di porre al servizio dell’Asse della Resistenza, la sua enorme esperienza nella lotta ai terroristi islamisti (Gladio-B, ovvero la NATO) e contro le truppe d’invasione delle IDF e il Mossad israeliani. I martiri di Hezbollah caduti sul campo di combattimento hanno permesso all’organizzazione libanese di acquisire la massima maturità operativa nell’affrontare la potente sovversione taqfirita (atlantista e sionista) in Libano, Siria e Iraq.

5. L’arsenale strategico sovietico e russo. Putin, i cristiano-zionisti e Armageddon. L’Atomo Rosso di Stalin fu l’unico garante della pace nel mondo? Greci, serbi e russi dovranno chiedere scusa ai nazisti tedeschi e pagare risarcimenti?
Riguardo l’Atomo Rosso di Stalin, senza dubbio impedì che l’aggressività di Washington si scatenasse totalmente sul Mondo. Contraccolpo dell’atomica sovietica fu il terrore interno negli USA (Maccartismo), che non ha mai abbandonato la società statunitense, come già ricordato. Un terrore poi opportunamente rinfocolato l’11 settembre 2001. Perciò, avendo l’URSS di Stalin costruito il blocco sovietico dotato di armi nucleari, fu impedita l’imposizione del ‘Nuovo ordine mondiale’ anglosassone agognato da Londra e Washington fin dal fine ‘800. Perciò la propaganda, se non l’odio, contro Stalin e l’URSS che ha imperversato non solo tra i nazisti e i neonazisti (cui bruciava la sconfitta decisiva subita nella guerra di sterminio contro l’URSS); non solo tra le fazioni ideologico-sociali totalmente subordinate al mondo anglosassone; ma anche tra le varie frazioni settarie dell’estrema sinistra, ex-comunisti, anarchici e radicali occidentali che già negli anni ’50 rivendicavano la necessità di dissolvere l’URSS quale ‘necessario passo rivoluzionario’ per combattere l’imperialismo! Ed infatti, perseguendo nella loro sovietofobia e stalinofobia, alla fine le cosiddette forze ‘rivoluzionarie’ o ‘marxiste’ occidentali (in realtà sinistra ultraliberale) si allinearono con la CIA e le forze più reazionarie, come nel caso dell’Afghanistan negli anni ’80, della Bosnia e del Kosmet negli anni ’90, di Libia e Siria negli anni 2010. In realtà, la guerra contro la Jugoslavia degli anni ’90 fu il canto del cigno del ‘radicalismo’ di sinistra occidentale, quando affiancò e supportò l’aggressione della NATO contro le popolazioni jugoslave colpite dal neofascismo croato e dall’integralismo wahhabita. Dopo il crollo del 1989-1990, i settarismi della sinistra occidentale furono abbandonati dall’apparato mediatico occidentale e dalle intelligence atlantiste: non erano più utili nella guerra ideologica condotta contro l’URSS, oramai scomparsa. Infatti, dal 1991, le forze della sinistra radicale occidentale sono semplicemente scomparse, all’improvviso e lasciando in patrimonio null’altro che mera propaganda ultraliberale: matrimoni omossessuali, eco-radicalismo, pacifismo e ‘interventismo’ allineato alla NATO (Tibet, Aung Saa Su Ky, Yoani Sanchez, subcomandante Marcos, rivoluzioni colorate, ecc.), e perfino quel razzismo soft (la guerra in Mali o la soddisfazione per l’omicidio di Gheddafi) che già Jean-Paul Sartre, negli anni ’60, definì “razzismo delle anime belle”. Una sua forma si può vedere nell’aggressione inconsulta e schizofrenica verso Tsipras e Syriza in Grecia, rei di non avere realizzato i sogni di tanti ‘rivoluzionari accomodati’ esistenti in occidente. Un quadro sorprendente, vedendo chi sono i maggiori esponenti ideologici di tale moda anti-Tsipras.

6. Le rivoluzioni colorate di CIA-Soros, dissoluzione della Jugoslavia e creazione di un cordone di statarelli fantoccio in Europa Orientale. L’invasione islamica. La controrivoluzione in Serbia e Ucraina. La situazione in Novorussia.
Non c’è dubbio che l’Europa orientale sia stata l’obiettivo dove Washington ha riscosso i maggiori successi, con l’allargamento della NATO e il saccheggio industriale cui sono stati sottoposti dalla ‘liberazione’ del 1989. Effettivamente la NATO ha steso un ‘cordone sanitario’ in Europa, tra Germania e Russia-Bielorussia. Tralasciando la Polonia, caso patologico di Grande Nazionale dominata da un ceto politico da sempre miserabile, su cui rifulge la figura dell’unico vero statista che la Polonia moderna abbia mai avuto, il Generale Jaruzelsky, che ha riscattato dallo squallore politico-strategico dei generali polacchi come Pilsudsky e successori. Gli altri Stati, soprattutto quelli baltici o la Croazia, perseguono una politica di vero e proprio aparthaid, odio etnico e riabilitazione del collaborazionismo con il Terzo Reich. Uno stile ripreso dall’Ucraina ‘europeista’ di Majdan. Ed in effetti tale forma di ‘europeismo’ è consono anche all’UE medesima, che riabilita i peggiori incubi del passato recente per adattarsi alla campagna revanscista di Washington contro il programma eurasiatico di Putin. Non a caso tale revanscismo, che ricorda poi il ‘cordone sanitario’ creato da Londra e Parigi negli anni ’20, è ispirato dalle centrali ideologiche (think tank) statunitensi, soprattutto da Neocon e Neo-dem (banda della famiglia Clinton, Brzezinski, ecc.), che hanno dichiarato guerra a Mosca rinata potenza globale. E quindi logico che a tale ennesima campagna anti-russa vengano arruolati coloro che ne furono più conseguenti: i nazisti hitleriani e i loro kollabos riciclatisi dopo la seconda guerra mondiale nella Gladio, la rete terroristica della NATO tutt’ora attiva, come l’esempio ucraino dimostra. Ed ecco che rinasce ‘inspiegabilmente’ tale aborrita ideologia. Si tratta sempre delle operazioni da guerra psicologica della NATO, che sfruttano una combinazione di organizzazioni terroristiche (taqfirite, neonziste), resti spionistiche (ONG e think tank) e disinformazione (mass media occidentali e filo-occidentali). Tali operazioni si svolgono anche in Europa occidentale, con la citata questione dell’immigrazione. Ora, le radici di tale fenomeno, attualmente, risiedono nella devastazione attuata dalle potenze occidentali in Africa e contro i popoli africani. L’aggressione alla Libia jamhiriayana, camuffata da rivolta interna e pianificata dalla NATO, soprattutto da USA, Francia e Regno Unito, così come gli interventi imperialisti e neocoloniali contro Costa d’Avorio, Mali, Repubblica Centrafricana, Congo, Sudan e altri, erano volti a bloccare lo sviluppo continentale africano guidato dalla Libia di Gheddafi, Tutto ciò non poteva che destabilizzare la realtà socio-economica e politica dell’Africa, suscitando un ulteriore ondata emigratoria. La Jamahirya libica ospitava 2,5 milioni di lavoratori immigrati, oggi cacciati e spogliati di lavoro, reddito e casa dai ‘rivoluzionari’ libici, spesso trafficanti di esseri umani come la mafia di Bengasi, la mafia ribellatasi al regime libico nel febbraio 2011. Si tratta di schiavisti, come poi si è visto, la cui rivolta fu salutata e celebrata dalle miserabili forze del radicalismo di sinistra e dalle ONG ‘umanitarie’ occidentali che accusarono la Libia di Gheddafi di ‘sfruttare e torturare’ centinaia di migliaia di ‘negri’. Ovviamente era tutto falso, e le ONG ‘umanitarie’ ed ‘antirazziste’ occidentali si erano prestate alla propaganda imperialista, neocolonialista e taqfirita della NATO e degli emiri del Golfo Persico, giustificando la distruzione della Libia jamahiriyana. Va detto, e ne sono personalmente testimone, che anche persone seriamente impegnate nel fronte antimperialista avevano abboccato all’amo propagandistico della NATO, nonostante li avessi messi in guardia. Ecco, ora le stesse ONG ‘umanitarie’ e ‘antirazziste’, che si prestarono all’operazione di aggressione dalla Libia, intervengono sulla questione dell’immigrazione in Europa stavolta per demonizzare e denigrare l’Ungheria di Orban. Un filma visto e rivisto, ma che viene sempre proiettato dagli stessi agitprop della NATO.
Come avevo già accennato, tali ambienti del radicalismo di sinistra occidentale, dirittumanitari a senso unico e sostenitori dell’interventismo della NATO (Perché la NATO non interviene qui o là? Si chiedevano costoro fino a ieri), furono impiegati sul campo dalla NATO e da Gladio per frantumare la Jugoslavia che, nel caso la Russia risorgesse, come effettivamente è accaduto, sarebbe stata un suo notevole alleato in Europa. La Jugoslavia, nonostante tutto, aveva una forte base industriale e un esercito potente. Tutto ciò andava distrutto, e perciò l’UE e gli USA usarono qualsiasi mezzo: neoustascia, integralisti wahhabiti, mafie (Bosnia, Montenegro), separatismo di tipo leghista (Slovenia, Vojvodina), quinte colonne della borghesia compradora in Serbia, e fazioni ultraoccidentaliste o americaniste presenti nei ceti medi di Belgrado. Senza trascurare l’enorme macchina propagandistica-terroristica che ha visto l’intero spettro mediatico occidentale scatenarsi contro il popolo serbo, dipinto come un popolo di mostri da sterminare. Gioie del tanto vantato ‘pluralismo’ ideologico occidentale, dove i settori più scatenati ed efferati furono proprio le solite varie sinistre occidentali. Il risultato di tutto ciò sono dieci anni di guerra civile, l’aggressione della NATO contro le Repubbliche serbe di Bosnia e Croazia, contro il Kosmet, l’instabilità in Macedonia, la mafia al governo in Montenegro, la distruzione del patrimonio economico-industriale della Jugoslavia, similmente a quanto accaduto alla Repubblica Democratica Tedesca e alla Romania, ed infine l’indebolimento militare e della sicurezza di Belgrado. Ed ecco che il palcoscenico di Belgrado, nel 2000, rappresentò quel copione scritto a Langley, sede della CIA, che fu poi ripreso con più o meno successo a Tbilisi, Kiev, Bishkek, Cairo, Bengasi e Sana.

7. La situazione in Novorossia, Lega nord, governo Renzi, scena mediatica e politica italiana.
La questione novorussa s’intreccia con l’Italia, va ricordato che Federica Mogherini, attuale commissario per la politica estera dell’UE, era presente a Kiev nei giorni precedenti al colpo di Stato. Mogherini, e quindi il PD, sapevano che i golpisti stavano preparando non solo il colpo di Stato contro il presidente Janukovich, ma la repressione armata contro gli oppositori e l’aggressione alle popolazioni del sud e dell’est ucraini. Il PD è coinvolto direttamente nella crisi Ucraina, e supporta vari esponenti della junta golpista di Kiev. Ad esempio ha accolto nella propria sede il ministro degli Interni ucraino Avakov, responsabile dell’assassinio e dell’incarcerazione di centinaia di oppositori ucraini al golpe di Gladio a Kiev, nonché uno dei maggiori responsabili dei crimini di guerra e contro l’umanità contro la popolazione di Donestk, Lugansk, Kharkov e Odessa. Non va dimenticato che il Partito Democratico ha svolto e continua a svolgere, tramite le sue reti mediatiche, come il gruppo editoriale Repubblica-Espresso, il Fatto quotidiano e il canale TV Rai Tre, una martellante propaganda a sostegno dell’interventismo armato della NATO, contro Russia, Cina e Iran, e a sostegno del terrorismo di Gladio in Ucraina e Siria. Purtroppo la Lega di Salvini si distingue dalle posizioni del PD per un superficiale e strumentale appoggio alla Russia. Ultimamente i capi della Lega hanno deciso di visitare Israele, in funzione anti-iraniana, e gli USA per sostenere il partito repubblicano contro Obama. Ad esempio la Lega Nord si è coalizzata con forze neofasciste che sostengono Pravij Sektor e le organizzazioni razziste messe fuori legge in Russia. Un’altra forza alleata alla Lega ha svolto propaganda a favore dell’acquisto dei caccia statunitensi F-35. Inoltre, il programma e l’ideologia della Lega Nord e del fronte elettorale che guida è fortemente contrario ai BRICS, demonizzando Cina, India, Iran, principali alleati della Russia. E a proposito di figuri inquietanti nel panorama politico italiano, ricordo alla più grande manifestazione elettorale della Lega, questa primavera, era presente un ex-ministro del governo Monti, ex-ambasciatore italiano negli USA e sostenitore dell’interventismo d’Israele nel Medio Oriente. Ecco, da qui si può evincere la strumentalità della Russofilia di Salvini, una russofilia che sarà gettata via assieme alla maschera anti-europeista che indossa non appena l’amministrazione Obama sarà sostituita da quella di Bush III. In realtà l’azione di Salvini per l’Italia potrebbe risultare perfino più regressiva di quella di Matteo Renzi, il quale non solo ha stipulato accordi con Cina, Vietnam e Kazakstan, ma a Berlino, il 1.mo luglio ha detto, “La Russia deve rispettare sovranità e indipendenza dell’Ucraina, ma considerare l’Europa come contrappeso della Russia è un errore politico e un crimine culturale”. Si tratta di un discorso del premier Renzi, non a caso ignorato in Italia, anche da coloro che fanno finta di seguire la Geopolitica e la politica internazionale.

8. Sulla possibilità del “primo colpo” degli USA alla Russia. USA e UE si preparano all’occupazione armata della Repubblica Serba di Bosnia e della Serbia?
Brevemente, gli USA e l’UE, non solo non hanno la forza militare per scatenare una guerra nucleare contro la Russia (e la Cina), avendo Washington meno testate nucleari della Federazione russa, ma l’esercito statunitense è notevolmente indebolito dalle avventure militari in Medio Oriente e Afghanistan, e non può avventurarsi certo contro il più forte esercito dei Balcani, quello serbo. Washington, nonostante tutto e nonostante i vari proclami sull’espansione delle attività militari statunitensi in Europa orientale, il massimo che può fare e far girare i suoi carri armati più e più volte, proprio come faceva Mussolini negli anni ’30 per fare credere di essere più potente di quanto non fosse in realtà. Obama fa lo stesso, ma i fatti hanno la testa dura, e ad esempio alla Polonia, che insisteva di volere basi permanenti della NATO sul proprio territorio, la NATO e gli USA hanno risposto picche facendo notare che in Polonia saranno schierati a rotazione, come sempre, reparti e distaccamenti delle forze armate degli USA e della NATO. Se la tigre atlantista non è tutta di carta, di sicuro ha artigli e zanne di cartone.

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Perché la Siria vince: avanza verso una vittoria strategica che trasformerà il Medio Oriente

Prof. Tim Anderson Global Research, 10 agosto 201517328La Siria sta vincendo. Nonostante lo spargimento di sangue e la grave pressione economica, la Siria avanza verso la vittoria militare e strategica che trasformerà il Medio Oriente. Vi sono prove evidenti che i piani di Washington, per il ‘cambio di regime’, sabotaggio dello Stato o smembramento del Paese su linee confessionali, sono falliti. Fallimenti che saranno fatali per il sogno degli Stati Uniti, annunciato una decina di anni fa da Bush figlio, di un servile ‘Nuovo Medio Oriente’. La vittoria della Siria è una combinazione di solido sostegno popolare all’esercito nazionale, di fronte al circolo vizioso dei settari islamici (taqfiri), fermo sostegno degli alleati più stretti e frammentazione delle forze internazionali contrarie. Le difficoltà economiche, compresi blackout regolari, sono peggiorati ma non hanno spezzato la volontà del popolo siriano di resistere. Il governo assicura che gli alimenti di base siano accessibili e mantiene istruzione, salute, sport, cultura e altri servizi. Una serie di Stati ostili ed agenzie delle Nazioni Unite riprendono i rapporti con la Siria. La sicurezza migliora, il recente accordo delle grandi potenze con l’Iran e altre mosse diplomatiche favorevoli sono tutti segnali che l’Asse della Resistenza si rafforza. Non ne sapreste molto dai media occidentali, che mentono persistentemente sul carattere del conflitto e della crisi. Le caratteristiche principali di tale inganno sono nascondere il sostegno della NATO ai gruppi taqfiri, strombazzarne le avanzate ed ignorare le controffensive dell’esercito siriano. In realtà, i terroristi filo-occidentali non hanno compiuto alcun progresso strategico con una marea di combattenti stranieri che li aiuta ad occupare parte di Aleppo da metà 2012. Nella mia seconda visita in Siria dalla crisi, nel luglio del 2015, ho potuto vedere come la sicurezza sia migliorata nelle grandi città. Nella prima visita, nel dicembre 2013, anche se i tagliagole della NATO erano stati espulsi da Homs e Qusayr, erano nell’antico borgo di Malula e sulle montagne Qalamun, così come attaccavano la strada per Suwayda. Quest’anno abbiamo viaggiato liberamente da Suwayda a Damasco, Homs e Lataqia, con una sola deviazione ad Harasta. Alla fine del 2013 c’erano attacchi con mortai quotidiani su Damasco orientale; quest’anno assai meno. L’esercito sembra controllare il 90% delle aree densamente popolate.
Controllato un primo fatto: non ci sono ‘ribelli moderati”. Il movimento di riforma politica fu sostituito dall’insurrezione islamista saudita nel marzo-aprile 2011. Nei primi mesi della crisi, da Dara ad Homs, gruppi armati come la brigata al-Faruq erano estremisti sostenuti da Arabia Saudita e Qatar che commisero atrocità, fecero saltare in aria ospedali, avevano slogan genocidi e praticavano la pulizia etnica settaria (1). I siriani oggi li chiamano tutti ‘Daash’ (SIIL) o ‘mercenari’, senza preoccuparsi troppo delle diverse sigle. La recente dichiarazione del capo dei ‘ribelli moderati’ Lamia Nahas che, in Siria, “le minoranze sono il male e vanno eliminate’, proprio come Hitler e gli ottomani fecero (2), sottolinea tale fatto. Il carattere del conflitto è sempre quello dello scontro tra uno Stato autoritario ma pluralista e socialmente inclusivo, e gli islamisti settari filo-sauditi, ascari di grandi potenze.
Controllato un secondo fatto: quasi tutte le atrocità attribuite all’esercito siriano sono opera delle bande filo-occidentali, secondo la strategia per provocare un maggiore intervento occidentale. Ciò comprende le screditate affermazioni sulle armi chimiche (3) e pretese su danni collaterali delle cosiddette ‘bombe barile’. Il giornalista statunitense Nir Rosen scrisse nel 2012, ‘Ogni giorno l’opposizione indica un numero di vittime, di solito senza alcuna spiegazione… Molti dei presunti morti sono infatti combattenti dell’opposizione, ma… descritti come civili innocenti uccisi dalle forze di sicurezza’ (4). Tali relazioni dell’opposizione sono ancora usate da formazioni partigiane come Amnesty International (USA) e Human Rights Watch, rafforzando la propaganda di guerra. L’esercito siriano ha infatti eliminato terroristi catturati, e la polizia segreta continua a detenere e maltrattare i sospettati collaboratori dei terroristi. Ma è un esercito che gode del fortissimo sostegno popolare. Le bande islamiste, d’altra parte, si vantano apertamente delle atrocità e hanno scarso sostegno dell’opinione pubblica.
Controllato un terzo fatto: mentre c’è una ‘presenza’ terrorista in gran parte della Siria, né il SIIL né qualsiasi altro gruppo armato ‘controlla’ il territorio siriano più popolato. Agenzie occidentali (come Janes e ISW) confondono regolarmente presenza con controllo. Nonostante le offensive del SIIL su Dara, Idlib e Homs orientale, le aree densamente popolate della Siria sono sotto un controllo dell’esercito notevolmente più forte che non nel 2013. Solo alcune zone furono occupate per mesi o anni. In ogni confronto, l’esercito vince generalmente, ma è sotto pressione e non raramente compie una ritirata tattica, combattendo su decine di fronti. L’esercito siriano ha rafforzato la presa su nord di Aleppo, Duma e Harasta, e ha vinto recentemente ad Hasaqah, Idlib e Dara. Con la forza Hezbollah, l’esercito ha praticamente eliminato SIIL e partner litigiosi dalle montagne del Qalamun, lungo il confine con il Libano.
253241 Nonostante anni di terrorismo e di gravi sanzioni occidentali lo Stato siriano funziona sorprendentemente bene. Nel luglio 2015 il nostro gruppo ha visitato grandi centri sportivi, scuole e ospedali. Milioni di bambini siriani frequentano la scuola e centinaia di migliaia di persone studiano ancora nelle università, per lo più senza tasse. Disoccupazione, carenze e blackout elettrici affliggono il Paese. I taqfiri hanno preso di mira gli ospedali dal 2011, e inoltre attaccano regolarmente le centrali elettriche, spingendo il governo al razionamento dell’energia elettrica, fin quando il sistema viene riattivato. Vi sono gravi carenze e povertà, ma nonostante la guerra, la vita quotidiana continua. Ad esempio, ci fu una polemica nel 2014 sulla costruzione del complesso ‘Uptown’ a New Sham, grande città satellite di Damasco. La struttura comprende ristoranti, negozi, impianti sportivi e, al centro, giostre per bambini e altri divertimenti. ‘Come può lo Stato spendere così tanti soldi su questo, quando così tante persone soffrono per la guerra?’, una parte diceva, e l’altra rispondeva che la vita va avanti e le famiglie devono vivere. Dopo il Ramadan, durante l’Ayd, abbiamo visto migliaia di famiglie frequentare il complesso adattato ai bambini. Le procedure per la sicurezza sono ‘normali’. Frequenti posti di blocco dell’esercito s’incontrano con notevole pazienza. I siriani sanno che servono per la loro sicurezza, in particolare contro auto e camion bomba usati dagli islamisti. I soldati sono efficienti ma umani, spesso scambiano una chiacchierata amichevole con la gente. La maggior parte delle famiglie ha membri nell’esercito e molte hanno perso dei cari. I siriani non sopportano il coprifuoco o nascondersi dietro i soldati, come tanti fecero sotto le dittature fasciste sostenute dagli USA in Cile e Salvador, in passato. Nel nord, il sindaco di Lataqia ci ha detto che la provincia da 1,3 milioni è passata ora ad oltre tre milioni di abitanti, avendo assorbito sfollati da Aleppo, Idlib e altre zone settentrionali interessate dalle incursioni dei terroristi settari. La maggior parte è negli alloggi gratuiti o sovvenzionati dal governo, da familiari e amici, in affitto o in piccole imprese. Abbiamo visto 5000 persone, molte di Hama, nel grande complesso sportivo di Lataqia. Nel sud, Suwayda ospita 130000 famiglie sfollate da Dara, raddoppiando la popolazione della provincia. Eppure Damasco detiene la maggior parte dei sei milioni di sfollati interni e, con un piccolo aiuto dall’UNHCR, governo ed esercito ne organizzano la cura. I media occidentali parlano solo dei campi profughi in Turchia e Giordania, strutture controllate dai gruppi armati.
Army_victory Il “regime che attacca i civili” o le aree civili ‘indiscriminatamente’ bombardate sono solo propaganda islamista su cui i media occidentali si basano. Il fatto che, dopo tre anni, aerei ed artiglieria siriani non hanno raso al suolo aree occupate come Jubar, Duma e nord di Aleppo, smentisce le accuse all’esercito. Si può essere quasi certi che i media occidentali la prossima volta che parleranno di ‘civili’ uccisi da ‘indiscriminati’ bombardamento del governo siriano, avranno come fonte gli islamisti sotto attacco. Questa guerra si combatte sul terreno, un edificio dopo ‘altro, con molte vittime nell’esercito. Molti siriani ci hanno detto che volevano che il governo radesse al suolo queste città fantasma, dicendo che gli unici civili rimasti sono famigliari e collaboratori dei gruppi estremisti. Il governo siriano procede con maggiore cautela. Gli Stati regionali vedono ciò che accade e cominciano a ricostruire i legami con la Siria. Washington sostiene ancora le sue menzogne sulle armi chimiche (di fronte all’evidenza), ma ha perso lo stomaco per l’escalation verso la fine del 2013, dopo il confronto con la Russia. Sono ancora molto bellicosi (5) ma va notato che Egitto ed Emirati Arabi Uniti (EAU), poco prima nemici della Siria, normalizzano le relazioni diplomatiche con Damasco. Gli Emirati Arabi Uniti, forse la più ‘flessibile’ delle monarchie del Golfo ed anche legati al sostegno al SIIL del vicepresidente Joe Biden(6), hanno le loro preoccupazioni. Di recente hanno arrestato decine di islamici per un complotto volto a sostituire la monarchia assolutista con un califfato assolutista (7). L’Egitto, di nuovo in mani militari dopo che il breve governo della Fratellanza musulmana voleva unirsi all’aggressione contro la Siria, affronta il proprio terrorismo settario, sempre della Fratellanza. Il più grande dei Paesi arabi ora difende l’integrità territoriale della Siria e il valore (almeno a parole) delle campagne siriane contro il terrorismo. L’analista egiziano Hasan Abu Talib definisce questo messaggio ‘condanna e rifiuto delle mosse unilaterali della Turchia contro la Siria”(8). Il governo Erdogan ha cercato di posizionare la Turchia a capo dei Fratelli musulmani regionali, ma ha perso alleati, è spesso in contrasto con i partner anti-siriani e subisce il dissenso interno. Washington ha cercato di utilizzare i curdi separatisti contro Baghdad e Damasco, mentre la Turchia li vede come seri nemici e gli islamisti filo-sauditi li massacrano come musulmani ‘apostati’. Da parte loro, le comunità curde godono di maggiore autonomia in Iran e Siria. Il recente accordo di Washington con l’Iran è importante, mentre la Repubblica islamica è il più importante alleato regionale della Siria secolare ed avversario fermo degli islamisti sauditi. L’affermazione del ruolo dell’Iran nella regione sconvolge sauditi e Israele, ma fa ben sperare per la Siria. Tutti i commentatori vedono manovre diplomatiche per posizionare l’Iran dopo l’accordo e, nonostante la recente esclusione dell’Iran dal vertice tra i ministri degli esteri russo, statunitense e saudita, non c’è dubbio che la presa dell’Iran si sia rafforzata negli affari regionali. Un insolito incontro tra il capo dell’intelligence della Siria, Generale di Brigata Ali Mamluq, e il ministro della Difesa saudita principe Muhamad bin Salman (9), mostra anche che il governo siriano ha ripreso i colloqui diretti con il principale sponsor del terrorismo nella regione.
La Siria è vincente perché il popolo siriano ha sostenuto il suo esercito contro le provocazioni settarie, combattendo per lo più battaglie contro il terrorismo cosmopolita di NATO e monarchie del Golfo. I siriani, tra cui i più devoti musulmani sunniti, non accetteranno mai i boia pervertiti e settari dell’Islam promosso dalle monarchie del Golfo. La vittoria della Siria avrà ampie implicazioni. E l’incantesimo delle montagne russe di Washington sul ‘cambio di regime’ nella regione, dall’Afghanistan all’Iraq alla Libia, finirà. Oltre morte e miseria causate da tale guerra sporca, assistiamo all’emergere di un forte ‘Asse della resistenza’. La vittoria della Siria sarà anche quella dell’Iran e della Resistenza libanese guidata da Hezbollah. Inoltre, il conflitto ha contribuito a costruire una significativa cooperazione con l’Iraq. La progressiva integrazione di Baghdad nell’Asse siglerà l’umiliante sconfitta dei piani per un ‘Nuovo Medio Oriente’ dominato da USA-Israele-Arabia. Questa unità regionale ha un prezzo terribile, ma arriva, comunque.

1085384Riferimenti:
1) Tim Anderson (2015) ‘Daraa 2011: Syria’s Islamist Insurrection in Disguise’, Global Research, 5 giugno
2) The Angry Arab (2015) ‘This is what the candidate for Syria’s provisional (opposition) government wrote on Facebook: a holocaust’, 4 agosto
3) Tim Anderson (2015) ‘Chemical Fabrications: East Ghouta and Syria’s Missing Children’, Global Research, 12 aprile
4) Nir Rosen (2012) ‘Q&A: Nir Rosen on Syria’s armed opposition’, Al Jazeera, 13 febbraio
5) Press TV (2015) ‘Syria ‘should not interfere’ in militant ops by US-backed groups’, 3 agosto
6) Adam Taylor (2014) ‘Behind Biden’s gaffe lie real concerns about allies’ role in rise of the Islamic State’, Washington Post, 6 ottobre
7) Bloomberg (2015) ‘U.A.E. to Prosecute 41 Accused of Trying to Establish Caliphate’, 2 agosto
8) Reuters (2015) ‘Egypt defends Syria’s territorial unity after Turkey moves against IS’, 2 luglio
9) Zeina Karam and Adam Schreck (2015) ‘Iran nuclear deal opens diplomatic channels for Syria’, AP, 6 agosto

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA dialogano di nascosto con Damasco via Mosca

Nahad Hatar, al-Aqbar, 5 agosto 2105 – The Sakera116a11f-1b4d-4edd-8c6b-4e0c5e233492-2060x1236La scena regionale e internazionale si presenta come un caleidoscopio di colori in un dipinto di fantasia. Tuttavia, questo è ciò che accade tra due fasi e due regimi regionali. Dopo che le grandi potenze hanno raggiunto un accordo e dopo i colloqui statunitensi-iraniani e russo-sauditi sul nuovo ordine in Medio Oriente, l’ultimo sviluppo è il dialogo segreto siriano-statunitense. Anche se è vero che è un dialogo di basso profilo, avviato da mediatori iracheni, le comunicazioni sulla sicurezza sono divenute discussione politica avviata da diplomatici statunitensi, dovuto al riconoscimento statunitense dello status quo in Siria, dove non c’è alternativa al Presidente Bashar al-Assad con cui dialogare non di politica interna, ma di come coordinare la lotta al terrorismo, risolvere il problema curdo i cui combattenti non sono classificati terroristi, ecc. Mentre il segretario di Stato John Kerry continua a blaterare di esclusione del Presidente Assad dalla soluzione politica in Siria, i suoi capi hanno avuto discussioni approfondite con gli omologhi siriani. Gli statunitensi hanno accettato di ampliare gli attacchi aerei alle organizzazioni terroristiche, incluso Jabhat al-Nusra ed alleati, oltre al SIIL. Ciò è considerato una vittoria politica della Siria che invariabilmente affrontava il pericolo di Jabhat al-Nusra ri-armato e descritto come “opposizione moderata” dagli USA. Così, l’80 per cento delle forze antigovernative è preso di mira sulla base dell’accordo statunitense-siriano. Ciò può essere considerato la pietra angolare della nuova coalizione anti-terrorismo, come suggerito dalla Russia. Per gli altri combattenti, locali e collegati all’intelligence occidentale o del GCC, sono in corso discussioni per decidere di loro, compresa la fusione di alcuni elementi dell’ELS con le Forze di difesa nazionale siriane.
Ironia della sorte, Washington è ora più vicina a Damasco che ad Ankara che non ha ancora reciso i suoi forti legami con le organizzazioni terroristiche e che continua a sfruttare la guerra al terrorismo per colpire il PKK, il tutto mentre il ramo siriano è alleato a siriani e statunitensi. Il presidente turco Erdogan avrà presto due scelte; unirsi alla coalizione anti-terrorismo, non solo a parole, o perdere la copertura politica per affrontare il PKK e il suo destino nazionale. L’annuncio statunitense di assicurare la difesa aerea all'”opposizione moderata” è in realtà diretto contro al-Nusra, SIIL e Turchia, e non contro i siriani. La formulazione della dichiarazione però, che include l’Esercito arabo siriano tra gli obiettivi, è semplicemente politico. L’analisi trova congruenza con l’ambiguo appoggio statunitense alla creazione della “zona di sicurezza” nel nord della Siria. Cosa è stato davvero raggiunto e se ha qualche differenza sul terreno creare un raggruppamento per riordinare i combattenti che non appartengono a SIIL, al-Nusra e partner? Comunque, qualsiasi passo in tale direzione non ci sarà senza consultare i siriani. Nel frattempo, il ministro degli Esteri siriano Walid Mualam ha ricevuto un invito formale dall’omologo omanita Yusif bin Alawi a visitare Muscat per discussioni bilaterali, per portare all’incontro tra Mualam e l’omologo saudita Adil al-Jubayr. Un incontro trilaterale che può anche accadere in questa visita. L’iniziativa dell’Oman rientra nella successione crescente di eventi nella ricerca di una risoluzione, i cui aspetti salienti sono stati chiariti al vertice russo-saudita-statunitense di Doha, che non era in contraddizione, ma di fatto integrava, l’iniziativa iraniana discussa al vertice russo-iraniano-siriano di Teheran, lanciando ciò che segnerebbe la fine della guerra in Siria. La nuova fase avrà un ordine del giorno preciso: lotta a terrorismo e fondamentalismo, contenere i Fratelli musulmani, sicurezza regionale, ridurre i conflitti geo-politici e settari, raggiungere risoluzioni su temi caldi, cooperazione regionale e internazionale nella ricostruzione. In breve, il mancato isolamento dell’Iran e della frattura di Siria, Hezbollah e Huthi, insieme alla lotta nel Bahrayn, hanno portato a riconoscere una nuova struttura politica regionale, riconoscendo influenza e interessi regionali russi nonché l’Iran grande potenza regionale, senza dimenticare l’Esercito arabo siriano ed Hezbollah partner cruciali nella lotta alle organizzazioni terroristiche e nel garantire la sicurezza regionale.
Nello Yemen, dopo la svolta militare di Aden, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti possono dichiarare vittoria e avviare negoziati per giungere ad una soluzione politica che in realtà significherà un accordo tra Riyadh e Huthi riconosciuti come forza fondamentale nella Repubblica dello Yemen. Mentre i dossier siriano e yemenita sono seguiti, il primo ministro del Bahrayn Qalifa bin Salman, considerato di grande ostacolo alla riconciliazione, potrebbe dimettersi, aprendo la via a una risoluzione sul modello del Quwayt. Il viceprincipe ereditario e ministro della Difesa saudita Muhamad bin Salman si è affrettato a visitare l’alleato giordano per dirgli “game over!” Il comando che dirige la lotta nel sud della Siria sarà chiuso e si separeranno dal suo esercito i politici e combattenti che appartengono ad al-Nusra, lasciato senza alcuna protezione. Amman, che non ha fatto alcuna chiara dichiarazione sull’accordo nucleare iraniano e conseguenti ricadute, ha ricevuto il via libera nel prendere provvedimenti. Il governo giordano offre sicurezza e logistica a Damasco, in cambio vuole riconciliazione e risoluzione del problema dei rifugiati siriani in Giordania. I rifugiati siriani sono anche un problema per il Libano. Va notato che diversi interessi libanesi, con l’eccezione di Hezbollah, sono esclusi da discussioni e sistemazioni.
Nel corso di questi sviluppi, è stato interessante vedere il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov trovare tempo e preoccupazione per incontrare il capo del Politburo di Hamas, Qalid Mishal, e di scrivere due lettere, la prima ai leader regionali e internazionali per affermare che Mosca s’impegna per la causa palestinese, accantonata dall’inizio della primavera araba, e la seconda indirizzata ad Hamas, sollecitandolo a rivedere la posizione sui recenti sviluppi regionali, soprattutto in Egitto.

syria-join-chemical-weapons-conventionTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Spiegate le bizzarrie di Erdogan

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 6 agosto 2015photo_verybig_165199La Turchia agisce in modo piuttosto irregolare in queste ultime due settimane, lanciando a sorpresa una duplice offensiva in Siria e Iraq, condannando la Russia per la presunta ‘oppressione’ dei tatari di Crimea e sospendendo i negoziati sul Balkan Stream. Tutto ciò è un po’ inaspettato, dopo tutto la Turchia aveva finora evitato l’istigazione degli Stati Uniti a lanciare un attacco contro la Siria; non ha mai avuto seri problemi sulla riunificazione della Crimea e in precedenza aveva accettato Balkan Stream per migliorare la propria influenza geostrategica. Mentre ciascuna delle azioni di Turchia in queste tre circostanze può essere attribuibile a peculiarità situazionali, condividono due elementi inseparabili, la propaganda elettorale di Erdogan prima del probabile voto anticipato e l’atteggiamento verso il gasdotto Balkan Stream sugli sconti sul gas. L’articolo inizia illustrando al lettore la ‘versione ufficiale’ di tali azioni apparentemente erratiche di Erdogan nelle tre situazioni di cui sopra, giungendo poi a un profondo sguardo, più attento su come le due componenti inseparabili spieghino chiaramente la reale motivazione di tali decisioni. Infine, il pezzo valuta il successo delle iniziative di Erdogan riguardo le vere motivazioni, concludendo che mentre potrebbe raccogliere abbastanza voti nazionalisti per una nuova maggioranza parlamentare, goffamente manca nel consolidare la propria posizione contrattuale nei colloqui sul Balkan Stream.

La storia ufficiale
Ecco come la Turchia spiega ufficialmente il suo comportamento negli ultimi tre scandali delle ultime settimane:

La doppia offensiva:
Secondo le autorità turche, l’attentato a Suruç fu opera del SIIL dimostrandosi l’innesco per presunti attacchi di Ankara contro di esso nel nord della Siria. Allo stesso tempo, se si crede alle autorità, i curdi hanno ripreso l’insurrezione contro i turchi senza motivo, per cui oggi Erdogan bombarda anche il nord dell’Iraq. Le casualità hanno così portato la Turchia ha condurre una doppia offensiva contro Siria e Iraq, annunciando un grandioso ritorno alle politiche neo-ottomane che si pensavano messe da parte negli ultimi due mesi.

Critiche sulla Crimea:
In modo scomposto, Erdogan ha recentemente espresso rigetto del ricongiungimento di Crimea alla Russia, parlando al ‘Secondo Congresso Mondiale dei tatari di Crimea’ ad Ankara, su come: “La Turchia non ha e non riconosce l’annessione della Crimea. La nostra priorità nella crisi ucraina sono pace, prosperità e sicurezza per i tatari di Crimea. Facciamo ogni passo per condurre tutte le trattative necessarie per superare le pressioni e le difficoltà che affrontano. Si può essere certi che continueremo nel nostro sostegno“. Ufficialmente per Erdogan, i tartari di Crimea non erano oppressi dai loro ex-amministratori ucraini, negligenti e totalmente incompetenti, ma sono improvvisamente sottoposti a coercizione dalle autorità russe che hanno votato per la riunificazione.

Balcanizzare Balkan Stream:
L’ultima grande ‘irregolarità’ della Turchia è sospendere temporaneamente i colloqui sul Balkan Stream. I media indicano che ciò sia dovuto alla Russia che non sarebbe d’accordo sullo sconto del prezzo che la Turchia propone per le proprie importazioni. Ufficialmente, però, il ministro dell’Energia turco Taner Yildiz ha detto che se ci sono alcune divergenze (Siria, riconoscimento del genocidio armeno, ecc.) la decisione di cooperare su Balkan Stream non ne è colpita, e che la vera ragione della temporanea sospensione è che la Turchia deve ancora formare un governo di coalizione. La Russia ha assecondato tale farsa per il momento, perché si rende conto di quanto sia controproducente respingere tale spiegazione poco plausibile della Turchia, in questo momento, nonostante sia evidente che la controversia vada oltre i prezzi.

La vera storia
La Turchia ha presentato scuse pubbliche variamente convincenti per cercare di spiegare il suo comportamento nei tre casi esaminati, ma ciò non toglie che la verità sia realmente fondata su due importanti considerazioni, elezioni anticipate e posizione sul gasdotto. Viste attraverso questo prisma, le azioni di Erdogan diventano assai meno ‘bizzarre’ e in qualche modo comprensibili su ciò che cerca di raggiungere (anche se in alcun modo giustificano o avallano tali sue decisioni):

La doppia offensiva
Elezioni anticipate:
Come ampiamente spiegato nell’ultimo articolo sull’argomento, una delle principali considerazioni che guidano l’iniziativa militare di Erdogan è attrarre contemporaneamente voti conservatori dal Partito del Movimento Nazionalista e giustificare la soppressione del Partito Democratico del Popolo. L’obiettivo finale di tale piano machiavellico è garantirsi che il suo partito AKP abbia la maggioranza parlamentare, sperando di modificare la costituzione e istituzionalizzare una presidenza forte.

Posizione sul gasdotto:
Anche se non è così significativo come la motivazione elettorale o la trappola anti-curda statunitense in cui è caduto, Erdogan si rende conto che le sue mosse in Siria potrebbero essere utilizzate quale merce di scambio per negoziare un prezzo minimo del gas dalla Russia. Ankara deve ancora impegnarsi pienamente nell’attaccare la Siria con un’offensiva regolare a tutto campo come si è temuto, scegliendo solo di lanciare attacchi aerei e tiri di artiglieria per il momento. Ciò potrebbe non essere esclusivamente ascrivibile ad Erdogan, fermatosi all’ultimo minuto o giocando un certo tipo di partita ‘dura’ con gli Stati Uniti, ma in parte alla speranza di Ankara che la ritardata offensiva sia definitivamente esclusa se Mosca acconsente allo sconto proposto sulle esportazioni di gas alla Turchia. Allo stesso modo, anche se iniziata (come ha minacciato), la Turchia potrebbe ritirarla o ridurla nell’ambito di un più robusto accordo multiplo con la Russia. Dopo tutto, Lavrov e i suoi sono impegnati in un turbinio di spole diplomatiche sull’escalation del conflitto in Siria (che Erdogan stesso ha contribuito a creare con la sua ultima offensiva), con il ministro degli Esteri russo che incontra Kerry a Doha e Kuala Lumpur, e l’inviato speciale russo per il Medio Oriente Mikhail Bogdan che incontra i ministri degli Esteri siriano e iraniano a Teheran. Con Putin suggerire una coalizione regionale anti-SIIL composta da Turchia, Siria, Iraq, Giordania e Arabia Saudita, così come le recenti incursioni di Mosca a Riyadh, sembra che il gigante euroasiatico sia più che disposto a un accordo con la Turchia sul gasdotto per risparmiare la Siria. E’ con tale spirito che Erdogan ha finora rifiutato di decidere sull’ultima avventura militare, nonostante la straordinaria pressione dagli Stati Uniti ad agire subito, e perché sia disposto a riconsiderare qualsiasi futura ampia offensiva se la Russia favorisse l’accordo con qualcosa di più di uno sconto sul prezzo del gas (qualunque cosa possa essere).1011716Critiche sulla Crimea
Elezioni anticipate:
Il concione di Erdogan su tale delicato problema bilaterale è eccessivamente teatrale e indica mancanza di sincerità sulla sua posizione. Davvero sentiva e credeva che il problema sia un tale impedimento alle relazioni con la Russia; e quindi il politico tipicamente chiacchierone avrebbe trattenuto la lingua per oltre un anno e mezzo, finora. E’ più probabile, quindi, che abbia cronometrato il suo ‘annuncio politico’ in raduno pubblico quando sarebbe stato più efficace; ciò ha senso quando si capisce che probabilmente indirà elezioni anticipate per porre fine allo stallo politico che affligge la formazione del suo governo.

Posizione sul gasdotto:
Altrettanto importante in questo caso è la motivazione delle elezioni anticipate, Erdogan scommette sull’uso politico della Crimea per negoziare altri sconti, nel suo stratagemma sul gasdotto contro la Russia. In verità a Mosca non importa quali Paesi riconoscano formalmente la riunificazione con Crimea, perché è un fatto compiuto, ma naturalmente chi lo fa (in silenzio o pubblicamente) riceve certi vantaggi politico-economici. In questo caso, però, la Turchia gioca una posta molto più alta della semplice contrattazione sul riconoscimento di riunificazione della Crimea in cambio di un grosso sconto sul gas. La dichiarazione di Erdogan secondo cui la Turchia “adotta ogni passo per condurre tutte le trattative necessarie per superare pressione e difficoltà (che i tartari della Crimea) affrontano” in Crimea, è un segnale forte che Ankara potrebbe supportare con le sue relazioni etniche le attività terroristiche contro la Russia, proprio come fa con gli uiguri dello Xinjiang contro la Cina. Non è prevedibile che Ankara vada così lontano, ma sembra evocarlo per fare pressione sulla Russia su un accordo sul gas più favorevole, per quanto rischioso e immorale tale ‘tattica negoziale’ sia.

Balcanizzare Balkan Stream
Elezioni anticipate:
Erdogan non riuscirà mai a corteggiare gli elettori del Partito repubblicano popolare, principale oppositore al suo governo (dal 24,95% dei voti l’ultima volta), ma sa che può avere molto più successo verso quelli del Partito del Movimento Nazionalista (16,29% dei voti). Così, il suo comportamento ‘erratico’ sul gasdotto Balkan Stream ha molto più senso, perché sa che ciò sarà accolto molto positivamente dai nazionalisti. Gli altri aspetti potenzialmente favorevoli che Erdogan coltiverebbe prima della elezioni anticipate probabilmente (come la figura di ‘duro verso il terrore’ con la doppia offensiva), potrebbero essere il fattore cui punterebbero alcuni elettori nazionalisti per sostenerne la candidatura. Nel complesso, non bisogna escludere i margini che Erdogan cerca disperatamente di garantirsi affinché il suo partito abbia la maggioranza parlamentare che cerca così febbrilmente, anche infangando la reputazione dell’operato del suo governo comportandosi in modo irresponsabile e poco professionale verso un grande partner strategico.

Posizione sul gasdotto:
Dei tre casi studiati, la decisione di sospendere i negoziati per la costruzione di Balkan Stream è ovviamente quella più direttamente legata a considerazioni sulle pipeline della Turchia. Erdogan è profondamente consapevole della necessità geostrategica che la Russia vede nella costruzione di Balkan Stream, perché sa che qualsiasi interruzione strategica che gli potrebbe evitare attrarrebbe l’immediata attenzione del Cremlino mettendolo in una posizione vantaggiosa nel dettare le proprie pretese a Putin. La Turchia sfrutta così il ruolo di Paese di transito del Balkan Stream al fine di strappare benefici finanziari dalla Russia, sembrando un piano infallibile e redditizio (anche se non etico) finché non si comprende esattamente quanto Ankara abbia sbagliato nella guerra contro i curdi e come tale serio errore di calcolo potrebbe por fine a qualsiasi vantaggiosa posizione negoziale che Erdogan pensava già di avere.

Alcun lieto fine
Con grande costernazione di Erdogan, la storia delle sue elezioni anticipate e del gioco d’azzardo sul gasdotto potrebbe finire malissimo. Da una parte, è sempre più probabile che il suo partito AKP abbia la leggendaria maggioranza parlamentare con le manipolazioni politiche di Erdogan, ma dall’altro, il costo ostacolerebbe la forza negoziale della Turchia sul Balkan Stream. Ciò va in gran parte attribuito all’attacco curdo al gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum (BTE), che pur essendone prevista la chiusura questo mese per riparazioni, quindi con impatto trascurabile sulla sicurezza energetica della Turchia (o dei suoi partner a valle), ne indica chiaramente la vulnerabilità al sabotaggio, assieme alle altre linee come il TANAP. Il piano tanto sperato della Turchia di diventare il crocevia energetico dell’Eurasia aveva originariamente quale premessa il presupposto che il sud-est curdo divenisse pacifico e sicuro, ma con Erdogan che trascina la regione in una guerra indefinita, tale grandiosa visione strategica è ora in pericolo di estinzione. Di conseguenza, tale situazione rende Balkan Stream ancora più importante per la Turchia, in quanto l’immunizzerebbe d quella violenza etnico-secessionista che dimostra di poter influenzare negativamente gli altri progetti energetici del Paese. Mentre Erdogan pensava che fosse la Russia ad aver bisogno di Balkan Stream più della Turchia, la necessità strategica si muove costantemente verso un maggiore equilibrio, dato che il degrado della sicurezza nel sud-est del Paese potrebbe mettere in questione la capacità di difendere adeguatamente BTC e TANAP in Turchia. Può darsi benissimo che l’insurrezione curda finisca per diventare una campagna prolungata oltre i 30 anni della precedente, il che significherebbe che, su una prospettiva oggettivamente comparativa, TANAP richieda investimenti sulla sicurezza incontestabilmente più costosi (in termini finanziari e fisici) che non Balkan Stream. Inoltre, c’è maggiore volontà concreta di Russia ed Europa nel continuare la partnership energetica ultradecennale (e potrebbe resistere agli intrighi distruttivi degli Stati Uniti) che non per l’Europa sopportare una possibile destabilizzazione se le sue importazioni di energia azera cadessero vittime del continuo sabotaggio curdo. Tutto ciò schiaffa Erdogan al centro di un dilemma classico, più continua la guerra ai curdi, più in pericolo si trovano i suoi piani di grande via energetica (e quindi più dipenderà dalla creazione di Balkan Stream); mentre qualsiasi mossa per finirla con i curdi (dopo aver generato il nazionalismo che lo supporta) sarebbe assolutamente disastrosa per il partito AKP nelle prossime elezioni anticipate. Data l’ultima ossessione di Erdogan nell’avere la maggioranza parlamentare immaginata, è probabile che continuerà la sua diabolica offensiva anti-curda, ignorandone le conseguenze a lungo termine, dato che la vede come la via più sicura alla divinità politica. La sua visione ristretta l’ha protetto dalle ripercussioni più ampie delle proprie azioni ed ignora che la sua miope strategia elettorale sia distruttiva per gli eterni imperativi geo-energetici della Turchia. Erdogan scommette arrogantemente sui curdi che accetterebbero il cessate il fuoco dopo che le elezioni anticipate concederanno al suo partito la maggioranza parlamentare che desidera ardentemente, ma non pensa che, per allora, potrebbero anche non fermare la lotta senza una sicura grande compensazione politico-economica che, ovviamente, non sarà disposto a fornire. L’intera dinamica lo mette ‘tra due sedie’, come dicono i russi, e tale posizione non invidiabile è incredibilmente del tutto dovuta a lui solo.

Conclusioni
L’ultimo passo di Erdogan su Siria, Crimea e Balkan Stream appare straordinariamente bizzarro per un uomo che alcuni ritengono grande ed esperto stratega geopolitico. A ben guardare, però, è inequivocabile che le tre istanze apparentemente separate siano collegati da due fili, la campagna elettorale anticipata di Erdogan e il suo atteggiamento sul gasdotto nei confronti della Russia. Il presidente turco pensava che avrebbe potuto avere entrambe le cose, assicurare la maggioranza parlamentare al suo partito AKP nelle prossime elezioni anticipate ed avere una posizione negoziale migliore sulle importazioni di gas dalla Russia, ma nella sua folle ricerca del potere politico ha calcolato malissimo le conseguenze sugli interessi energetici del suo Paese (anche a prescindere dalla Russia). La guerra di Erdogan ai curdi pone il rischio reale che l’infrastruttura energetica BTC e TANAP nel sud-est diventi bersaglio dei ribelli, mettendo così in pericolo il grande piano strategico della Turchia per diventare il crocevia energetico dell’Eurasia. Parallelamente, tale minaccia ha corrispondentemente elevato il valore di Balkan Stream per il Paese ad altezze inaudite dato che in realtà è l’unica via energetica sicura ed affidabile nel caso in cui la rivolta curda apra una più robusta e prolungata campagna contro il governo. Insomma, Erdogan potrebbe finalmente avere la maggioranza parlamentare voluta, ma gli enormi costi che comporterebbe all’unità e agli interessi energetici perpetui del Paese potrebbe lasciare molti turchi chiedersi se ne sia valsa la pena.

projet_pipeline_south_stream_et_nabucco_risultatoAndrew Korybko è analista politico e giornalista di Sputnik che attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia ritorna in Medio Oriente come primo attore

Andrej Akulov Strategic Culture Foundation 06/08/201510626786L’attenzione del mondo è concentrata sul Medio Oriente. Flusso e riflusso della guerra contro lo Stato islamico, guerra civile siriana a un punto morto, l’accordo quadro sul programma nucleare iraniano, la situazione in Iraq, la guerra nello Yemen, spaccatura tra Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita sull’Iran, tutti eventi appariscenti negli ultimi mesi. Un altro aspetto degno di nota è l’emergere della Russia come attore rilevante che potrebbe influire significativamente sull’instabile situazione regionale. La recente decisione di Mosca di fornire sistemi di difesa aerea S-300 all’Iran è solo un altro esempio del suo ritorno. Il ministro della Difesa iracheno, Qalid al-Ubaydi ha visitato Mosca a fine luglio. Le parti hanno firmato un accordo bilaterale sulla cooperazione tecnico-militare. I dettagli del nuovo accordo non sono ancora noti. L’anno scorso la Russia concluse un importante accordo sulle armi con l’Iraq, indicazione della frustrazione del governo di Baghdad nei rapporti con gli Stati Uniti. Mentre lo Stato Islamico occupava territorio iracheno la Russia si precipitava a fornire all’Iraq aerei d’attacco Su-25, elicotteri da combattimento Mi-28NE e Mi-35, lanciarazzi multipli TOS-1A, sistemi antiaerei a medio raggio Pantsir-S1, SAM portatili Jigit, pezzi di artiglieria e veicoli da ricognizione BRM-3M. Qalid al-Ubaydi ha detto che gli statunitensi non sono molto utili quando vi è “una guerra di logoramento” mentre l’Iraq ha bisogno di grandi forniture militari, esprimendo gratitudine per la disponibilità della Russia nel fornire piena assistenza al suo Paese. “La guerra che combattiamo non è tradizionale. Stiamo costruendo le nostre forze armate in tempo di pace… Il nostro nemico cambia tattica ogni mese, ogni giorno e abbiamo bisogno di armi adeguate per rispondervi”, ha sottolineato al-Ubaydi. Nonostante i miliardi di dollari spesi per addestramento ed equipaggiamento dagli Stati Uniti durante gli otto anni di occupazione, l’esercito iracheno da un milione di uomini ripiegò quando i ribelli l’attaccarono l’anno scorso. I militanti dello Stato islamico invasero la città irachena di Ramadi nella sconfitta più significativa del governo di Baghdad in un anno, esponendo la debolezza dell’esercito iracheno e le limitazioni degli attacchi aerei degli USA. Il mese scorso il gruppo prese il pieno controllo di Palmyra nella vicina Siria. Il segretario alla Difesa statunitense Ashton Carter visitò l’Iraq il 20 luglio per colloqui con funzionari iracheni e leader tribali sunniti, così come comandanti statunitensi. La visita a sorpresa fu la prima in Iraq da quando ha assunto l’incarico all’inizio di quest’anno. Il giorno dopo volò ad Irbil per colloqui senza preavviso con Masud Barzani, presidente della regione semi-autonoma kurda dell’Iraq. A fine aprile, il Comitato dei Servizi Armati del Congresso introdusse una proposta di legge per armare direttamente i “curdi peshmerga e forze tribali sunnite” con una “missione della sicurezza nazionale” in Iraq. Le reazioni irachene al disegno di legge illustrarono la portata delle divisioni tra gli iracheni. I membri del blocco sciita di maggioranza del parlamento iracheno, l’Iraqi National Alliance (INA), decisero ai primi di maggio di respingerla. I parlamentari che rappresentano i blocchi curdi e sunnita boicottarono il voto. L’Iraq è in collera per gli aiuti militari statunitensi che scavalcando Baghdad vanno a curdi e sunniti. Ad aprile il Ministero della Difesa iracheno denunciò il progetto di legge ora al Senato degli Stati Uniti che invierebbe armi ai curdi peshmerga nella guerra contro lo Stato islamico, secondo la dichiarazione di un funzionario a Rudaw. “Rifiutiamo l’armamento dei peshmerga direttamente dagli Stati Uniti”, ha detto il ministro della Difesa iracheno Qalid al-Ubaydi.
1394044 La cooperazione con l’Iraq è un elemento importante mentre la presenza della Russia nella regione diventa un fattore con cui fare i conti. Ha accordi di cooperazione militare con Algeria, Egitto, Siria, Iraq, Libia, Yemen e Giordania. Il maggiore e più affidabile cliente regionale di Mosca, l’Algeria, ha acquisito 7,5 miliardi di dollari di materiale militare russo dal 2006, tra cui caccia MiG-29 e Su-30, sistemi missilistici S-300 e carri armati T-90. L’anno scorso, la Russia firmò un accordo di oltre di 3,5 miliardi di dollari con l’Egitto e di circa 4,2 miliardi con l’Iraq, per aerei, missili e sistemi missilistici. L’Egitto sembra essere uno dei maggiori clienti di Mosca. Due importanti accordi firmati nel 2014, di oltre 6,5 miliardi, per MiG-29MS, Mi-35, S-300, missili di difesa costiera mobili e sottomarini, così come l’apertura del centro di manutenzione per elicotteri russi in Egitto, in programma per il 2015, sono le ultime transazioni. Nel Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), la Russia promuove stretti rapporti con influenti mediatori regionali. Russia ed Emirati Arabi Uniti sarebbero in trattative per la vendita di aerei MiG e il lancio della produzione comune di armi. Non solo cooperazione militare. Il governo russo ha siglato importanti accordi di cooperazione nucleare con Arabia Saudita, Egitto, Giordania e dall’inizio di quest’anno aumenta l’influenza tra i tradizionali alleati regionali degli Stati Uniti. A febbraio, Russia ed Egitto siglarono un accordo preliminare in cui la Russia dava disponibilità ad assistere l’Egitto nella costruzione del suo primo impianto nucleare. L’accordo fu annunciato durante la visita di febbraio del Presidente Vladimir Putin a Cairo, durante cui consolidava le relazioni politiche e commerciali della Russia con l’omologo egiziano, Presidente Abdalfatah al-Sisi. Poco dopo, la Commissione sull’energia atomica giordana e Rosatom, società nucleare statale della Russia, decidevano un piano per la costruzione della prima centrale nucleare della Giordania. Secondo l’accordo verrebbero costruiti due reattori nucleari da 1000 megawatt ciascuno. A giugno, la Russia ha chiuso un importante accordo di cooperazione nucleare con l’Arabia Saudita. Dalla fine dello scorso decennio i sauditi seguono i piani per la costruzione di ben 16 centrali nucleari. La Russia svolgerà un ruolo considerevole nella gestione degli impianti nucleari ancora da costruire. I sauditi hanno indicato che un programma nucleare libererà riserve di petrolio da utilizzare quasi esclusivamente per l’esportazione generando profitti in valuta. Vale la pena notare che Mosca e Riad mantengono legami di alto profilo, nonostante il rimpasto della leadership saudita dopo la morte di re Abdullah a gennaio. I sauditi hanno anche espresso il desiderio di acquistare un certo numero di carri armati e complessi Iskander-E russi, realizzare progetti congiunti sul sistema GLONASS russo e inoltre investire nell’agricoltura e nei “servizi comunali e residenziali” russi. A luglio, Riyadh ha accettato di investire circa 10 miliardi nell’economia russa entro i prossimi 4-5 anni. Questi fondi rilanceranno l’economia della Russia sullo sfondo delle sanzioni economiche occidentali. Il ministro degli Esteri saudita Adil Jubayr farà la prima visita in Russia a metà agosto per discutere dei pressanti temi dell’agenda bilaterale, così come di questioni internazionali. I ministri discuteranno anche della visita del re dell’Arabia Saudita in Russia, prevista alla fine dell’anno.
La Russia è tornata in Medio Oriente per divenire un attore importante. Questa è la regione più instabile del mondo che crea problemi da affrontare a livello internazionale. Qualsiasi tentativo in tal senso senza la Russia è destinato a fallire.1385150La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

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