Cala il sipario sul secolo americano

Wayne Madsen SCF 16.10.2017La storia mostrerà che gli Stati Uniti, trascinati per più di un decennio dai rabbiosi falchi neo-con in conflitti costosi e sconsiderati in Afghanistan e Iraq, vedono calare il sipario sulla loro guerra fredda del “Secolo Americano”. La nomina di Donald Trump, che agisce più come un Caligila o un Nerone che da statista, accelera la fine della sceneggiata della Pax Americana. Scaltri leader mondiali sfruttano l’incompetente politica estera statunitense per fasi avanti mentre gli USA sono preoccupati da ciò che il segretario di Stato Rex Tillerson ha chiamato idiota, che il senatore del Comitato per le relazioni estere del Senato, Bob Corker, definisce bambino che va controllato dagli adulti, e che il governo nordcoreano ha chiamato vecchio “rimbambito” dell’ufficio ovale. Il capitolo finale del secolo americano ha dato a leader difficili come il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il leader nordcoreano Kim Jong Un, il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, re Salman e il re del Marocco Muhamad VI l’incoraggiamento a seguire le proprie agende in assenza della passata rete della frammentazione geopolitica degli USA. Trump ha esternalizzato la politica mediorientale ad Israele, con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti cheerleader degli israeliani. Il primo indizio che Trump cedeva la politica sul Medio Oriente a Israele si ebbe con la nomina del sionista anti-palestinese David Friedman ad ambasciatore in Israele. Seguì la nomina di Trump del genero pro-Likud Jared Kushner ad inviato speciale in Medio Oriente. Il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, amico della famiglia Trump dagli anni ’80, ha approfittato di un dipartimento di Stato impotente per annettesi altre terre occupate in Cisgiordania, in violazione di numerose risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Netanyahu è anche un amico stretto di Kushner e del padre Charles Kushner. In pochi giorni, Trump ha compiuto due atti contrari all’interesse statunitense, ma forzati da Netanyahu; il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO), perché Trump la considera eccessivamente anti-israeliana, e la denuncia ufficiale di Trump del piano d’azione comune complessivo P5 + 1 (JCPOA) sul programma nucleare iraniano. In precedenza, Trump ritirava gli USA dall’Accordo sul Clima di Parigi, rendendoli gli unici al mondo a rifiutarlo. L’eclisse dell’influenza statunitense sulla scena mondiale ha visto molti leader mondiali iniziare ad agire contro Washington confrontandosi direttamente con gli Stati Uniti o rinnegando trattati e accordi internazionali. Trump, che ha fatto smantellare i trattati internazionali per i suoi traffici, pone un cattivo esempio agli altri leader nel rispettare accordi e patti di lunga durata. Forse nessun leader ha approfittato della politica estera e delle turbolenze militari statunitensi più di Erdogan. L’anno scorso il governo dittatoriale di Erdogan arrestava il pastore protestante statunitense Andrew Brunson accusato di coinvolgimento nel tentato colpo di Stato contro il governo di Erdogan del 2016. Erdogan tentò di scambiare Brunson con Gulen, affarista e predicatore miliardario esiliato politico in Pennsylvania. La richiesta di Erdogan non fu considerata e quindi, come un bullo, prese un altro ostaggio, Metin Topuz, impiegato turco del consolato generale statunitense d’Istanbul. Il governo Erdogan, insoddisfatto dell’inattività degli USA su Gulen, arrestava un secondo impiegato del consolato generale degli Stati Uniti, insieme a moglie e figlio. Gli Stati Uniti hanno reagito sospendendo la concessione dei visti per non immigrati ai turchi che desiderano entrare negli Stati Uniti. Erdogan ordinava agli uffici dei visti turchi negli Stati Uniti di fare lo stesso con le domande di visto statunitensi per la Turchia. Erdogan ha comunque ordinato l’arresto di mezza dozzina di cittadini turco-statunitensi con analoghe accuse di aiuto al colpo di Stato del 2016 e di connivenza con l’organizzazione di Gulen.
Il governo Kim Jong Un persegue una guerra verbale con Trump dopo che il presidente degli Stati Uniti invitava a chiamare il leader nordcoreano “rocketman” nei tweet e all’assemblea generale delle Nazioni Unite. La Corea democratica, che misura gli attacchi di Trump all’accordo sugli armamenti nucleari JCPOA con l’Iran, non ha alcun desiderio di raggiungerne uno dopo la dimostrazione che per gli Stati Uniti alcuna firma vale più della carta su cui è impressa. Va notato che la Corea democratica ha firmato l’Accordo sul Clima di Parigi, un accordo che Trump ha denunciato. Danni simili al diritto internazionale si hanno in tutto il mondo con la preoccupazione a Washington per un presidente considerato anche dai più vicini aiutanti militari e della sicurezza nazionale troppo squilibrato per ricevere i codici di lancio nucleare. L’Ucraina, incoraggiata dalle promesse di alcune fazioni dell’amministrazione Trump di ricevere armamenti letali statunitensi, si è allontanata dagli accordi del Quartetto di Normandia e di Minsk tra Russia, Ucraina, Francia e Germania per la cessazione delle ostilità nell’Ucraina orientale. Dopo aver visto Trump trasformare gli accordi internazionali in carta igienica, il presidente ucraino Petro Poroshenko, presidente di una kleptocrazia di oligarchi ucraini legati alle organizzazioni criminali di Trump e Kushner, non vede alcuna ragione di rispettare gli accordi con la Russia elaborati con gli uffici diplomatici di Francia, Germania e Bielorussia. Anche se la Corte europea di giustizia ha stabilito l’anno scorso che il Marocco non poteva pretendere il territorio controverso del Sahara Occidentale, riconosciuto come Stato indipendente da 40 nazioni, il Marocco rinnegava l’accordo sul referendum nel Sahara Occidentale per l’indipendenza. Cone Trump, riferendosi all’ONU come malagestione, il re Muhamad si sente incoraggiato ad ignorare le ripetute risoluzioni ONU sul Sahara Occidentale. Seguendo re Muhamad, il primo ministro di Papua Nuova Guinea, afflitto da scandali, Peter O’Neill, rinuncia al referendum per l’indipendenza di Bougainville prima del 2020. Il referendum è garantito dall’accordo di pace di Bougainville del 2001, e se passasse, chiederà alla Papua Nuova Guinea di concedere l’indipendenza a Bougainville. Il presidente francese Emmanuel Macron ha anche mostrato la volontà di violare l’accordo di Noumea del 1998, che prevede un referendum sull’indipendenza della colonia sud-occidentale della Nuova Caledonia, che si terrà prima del novembre 2018. La Francia sembra incline a vedere altri cittadini francesi recarsi in Nuova Caledonia prima del voto per assicurarsi il “no”. Il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, erede politico del dittatore fascista Francisco Franco, minaccia d’imporre il controllo diretto sulla Catalogna secessionista, con l’approvazione dell’Unione europea. Tale mossa porrà fine all’autogoverno della Catalogna, ritornando alla politica di Franco verso la Catalogna. L’Arabia Saudita, con l’incoraggiamento di Trump, ha imposto il boicottaggio economico e dei trasporti al Qatar, violando diversi accordi internazionali, tra cui la Carta delle Nazioni Unite. I sauditi persino pensarono di abbattere un jumbo della Qatar Airways, sostenendo che violasse lo spazio aereo saudita. Gli Emirati Arabi Uniti hanno apparentemente innescato la crisi del Qatar, violandone l’agenzia stampa e inserendo una storia che citava l’emiro del Qatar che criticava il re saudita. Più tardi si scoprì che Israele era coinvolto nell’attacco con una delle proprie organizzazioni di lobbying a Washington, la neo-con Fondazione per la difesa delle democrazie. I sauditi hanno inoltre attaccato Gibuti, nel Corno d’Africa, per espellervi i 500 militari in missione di pace del Qatar che controllavano il confine con l’Eritrea. I sauditi hanno anche ignorato una recente relazione dell’ONU sul genocidio commesso dalle loro forze ai danni dei bambini dello Yemen.
Lo smantellamento degli accordi internazionali nel mondo fa seguito alla preoccupazione negli USA su un presidente squilibrato che disprezza gli accordi internazionali. Le azioni unilaterali di Trump nei confronti del JCPOA, dell’UNESCO e dell’accordo climatico di Parigi saranno probabilmente seguite da altre azioni brutali sul palcoscenico internazionale. La Norvegia, forse incoraggiata dal rumore di sciabole anti-russe del suo ex-primo ministro, divenuto segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, viola i termini dell’accordo sulle Svalbard del 1920. L’accordo garantisce il libero accesso internazionale all’arcipelago artico delle Svalbard. La Norvegia ha iniziato ad imporre illegalmente normative norvegesi sui visti per le isole che, nella maggior parte dei casi, sono volte a tenere fuori i cittadini russi.
Il minuto dopo che Trump giurava da presidente, nuovi e vecchi focolai hanno cominciato ad accendersi nel mondo, dalla Rocca di Gibilterra e alla striscia di Caprivi in Africa alla frontiera Sikkim-Tibet e all’isola di Socotra del Mar Arabico. Con Trump che sprofonda nella follia, molti di tali focolai innescherebbero un conflitto. L’epoca di Trump sarà conosciuta nei libri di storia come non solo la fine del “secolo americano”, ma che nell’assenza di leadership ed impegno internazionale degli USA, immerge il mondo nel nichilismo violento.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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BRICS, possibilità e futuro della nuova economia emergente

Peter Koenig,  Global Research 21 settembre 20171. Economia globale e BRICS
Peter Koenig: mettiamo i BRICS in prospettiva: sono naturalmente Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Insieme costituiscono quasi il 50% della popolazione mondiale e sono quasi un terzo della produzione economica mondiale o del PIL. Questo solo li rende totalmente indipendenti dall’economia occidentale, dall’occidente, da ciò che chiamo sistema monetario fraudolento basato sul dollaro. E accadrà, accadrà prima di quanto si creda. Tuttavia, con l’attuale struttura politica dei BRICS, la relativa mancanza di coerenza politica ed economica, salvo Russia e Cina, per il momento ciò resta teoria. Se mi permettete, torniamo indietro, all’origine del termine BRIC e a chi lo coniò. All’inizio, il Sudafrica non era ancora membro dell’associazione. Nel 2001, poco dopo l’11 settembre 2001, l’economista capo di Goldman Sachs, Jim O’Neill, inventò il termine BRIC, prevedendo che le economie emergenti di Brasile, Russia, India e Cina, avrebbero superato la cosiddetta economia occidentale entro il 2041. La previsione fu poi riveduta più volte, fino al 2032, e ora, non credo che ci siano previsioni formali ma potrebbe accadere nel 2025 o prima, specialmente con il nuovo mercato del cambio petrolio-yuan/oro che sarà presto aperto a Shanghai. Molti prevedono che questa sia la fine dell’egemonia del dollaro e del petrodollaro. Stranamente ma in modo formidabile, i quattro Paesi BRIC compresero il loro potenziale e presero a guidare gli eventi. Così opera la dinamica, spesso in modo totalmente imprevedibile. Certamente Goldman Sachs e il suo capo-economista non sapevano che ciò avrebbe creato l’avversario più deciso del sistema economico-monetario occidentale. Il primo vertice BRIC si ebbe in Russia nel giugno 2009, data della conferenza per la creazione formale dei BRICS. Nel 2011 i cinque Paesi, Brasile, Russia, India e Cina più Sudafrica erano i cinque mercati emergenti dalla più rapida crescita e nell’aprile 2013 si aggiunse il Sudafrica al gruppo BRIC, creando formalmente i BRICS. Questa è una breve introduzione storica, per dimostrare che l’impulso al BRIC(S) fu effettivamente la fonte occidentale meno probabile, la Goldman Sachs. Nel frattempo, i BRICS lottano contro un’altra realtà. Affinché siano un’alternativa efficace all’economia occidentale o al sistema monetario occidentale, hanno bisogno di una visione politica unita, nonché di un approccio coerente e unificato allo sviluppo economico, distanziandosi dal sistema basato su dollaro. Purtroppo, oggi non è così. Ma ciò non significa che non accadrà. Personalmente, credo che accadrà, richiedendo solo più tempo rispetto al resto del mondo. Brasile e India sono totalmente nelle mani di Wall Street, Banca Mondiale e FMI. Nel caso dell’India, ricordiamo il fiasco monetario dello scorso autunno, quando il Primo ministro Narendra Modi decise di annullare oltre l’80% della moneta circolante come passo per sostituirlo con altre note e digitalizzare l’economia indiana. Non si sa quanti poveri indiani siano morti, chi non ha accesso ai conti bancari, non ha mezzi alternativi per comparsi il cibo. Le piccole imprese fallite, con un impatto importante sull’economia indiana. Altro, molto più disumano, fu l’impatto sui poveri indiani. Ma Modi seguiva il dettato occidentale, di Wall Street e FMI, con un programma per testare la digitalizzazione di una grande economia emergente, attuata dall’USAID. Quanta fiducia merita l’India di Modi nei BRICS? E il Brasile del neoliberista Temer, accusato di corruzione; ha letteralmente consegnato l’economia del Paese agli squali di Wall Street, FMI e BM. Quindi, quando Temer e Modi stringevano le mani agli altri tre aderenti ai BRICS a Xiamen, in Cina, il 4 e 5 settembre, sembrava un club unito solo di nome. Tuttavia, il tema della 9,na conferenza BRICS era “BRICS: partenariato più forte per un futuro più luminoso“. Spero davvero che questo obiettivo sia raggiunto. E sicuramente nel tempo. È importante affrontare un tale evento con spirito positivo e in prospettiva. Forse, secondo la stessa filosofia, prima del vertice di settembre a Xiamen, il Presidente Putin dichiarò qualcosa di cruciale, ma altamente politico e diplomatico: “È importante che le attività del nostro gruppo si basino sui principi dell’uguaglianza, del rispetto delle rispettive opinioni e sul consenso. Nei BRICS, nessuno costringe nessuno. Quando l’approccio degli aderenti non coincide, lavoriamo con pazienza e attenzione per coordinarli. Questa atmosfera aperta e basata sulla fiducia favorisce l’efficace attuazione dei nostri compiti“.

2. Comprendere l’industrializzazione e la Banca di sviluppo dei BRICS
PK: Cominciamo con la Banca di sviluppo dei BRICS, ora chiamata Nuova Banca di Sviluppo (NDB). Ideata al vertice BRICS di Durban nel marzo 2013 e formalmente creata nel 2014 e firmata col trattato del luglio 2015. Secondo l’accordo, la Banca di sviluppo dei BRICS, come fu chiamata la prima volta, ora NDB, istituiva un “paniere di valute di riserva” da 100 miliardi di dollari USA. Ognuno dei cinque Stati aderenti doveva assegnare una quota uguale per il capitale iniziale di 50 miliardi di dollari, da ampliare successivamente a 100 miliardi. I contributi per Paese sono stati: Brasile, 18 miliardi di dollari, Russia 18 miliardi di dollari, India 18 miliardi di dollari, Cina 41 miliardi di dollari e Sudafrica 5 miliardi di dollari. Il problema è che il capitale iniziale e il Contratto di riserva di contingenza (CRA) da 100 miliardi di dollari sono stati istituiti in dollari statunitensi. Come possono rompere il sistema monetario del dollaro occidentale, se il loro contributo è basato sul dollaro? Inoltre, Sudafrica e Brasile sono fortemente indebitati, in dollari statunitensi. Il debito attuale del Sudafrica è superiore al 50% (153 miliardi di dollari USA) del PIL, situandosi quasi sui 300 miliardi. Per rispettare il contributo al CRA denominato in dollari, Brasile e Sud Africa potrebbero prendere prestiti da dove? Wall Street e FMI, in quanto il CRA è un fondo di riserva in dollari. Ciò lega questi Paesi ancor più ai dollari, alla FED e alle organizzazioni di Bretton Woods, anziché liberarle da tale situazione. Tra parentesi, l’interesse del Sudafrica sul debito estero di 153 miliardi di dollari era circa 5 miliardi (2016). Il debito estero è quasi il 52% del PIL di quasi 300 miliardi di dollari. I pagamenti del debito di 5 miliardi di dollari sono superiori alla spesa del Paese per l’istruzione terziaria (4,6 miliardi di dollari). Questo è anche un buon motivo per staccarsi dal sistema monetario basato sul debito e, come originariamente pianificato dai BRICS, migrare verso un sistema di pagamento monetario e internazionale simile a quello già introdotto dalla Cina. Il Sistema di pagamento internazionale cinese (CIPS).
Sull’industrializzazione, la NDB certamente contribuirà a stimolare l’industrializzazione nei Paesi BRICS, ma anche tra i Paesi BRICS e fuori dai BRICS, aumentandone il commercio. Attualmente la NDB ha approvato sette progetti di investimenti nei Paesi BRICS, per 1,5 miliardi di dollari. Quest’anno, la NDB dovrà approvare un secondo pacchetto di progetti di investimento da 2,5 a 3 miliardi di dollari in totale. Sebbene non sia chiaro quale impatto appaiono questi progetti, l’idea originale della NDB era sostenere progetti infrastrutturali ed energetici nei Paesi BRICS. Vi è grande necessità di infrastrutture e produzione di energia indipendente. Naturalmente, infrastrutture e sviluppo energetico, significano anche industrializzazione e commercio.3. Diversificazione economica
PK: Una solida cooperazione BRICS, così come una propria banca di sviluppo, probabilmente attireranno, grazie alla leva NDB, nuovi investimenti. Questo è uno degli obiettivi discussi al vertice di Xiamen. La quantità è difficile prevedere, ma il Premier Modi ha parlato di un aumento previsto del 40% nei prossimi anni. Ma anche se l’India o qualsiasi Paese BRICS riceverà investimenti esteri, sarà difficile discernere quali investimenti sono direttamente correlati alla Nuova Banca dei BRICS, come espressamente detto a Xiamen. Più importante è la diversificazione degli investimenti, così come il relativo commercio. Attualmente vi sono diversi Paesi su una, la chiamo così, “lista di attesa” dell’adesione ai BRICS. Ad esempio, sono menzionati Corea del Sud e Messico (membri dell’OCSE), Indonesia, Turchia, Argentina. Il commercio tra i mercati emergenti e quelli in via di sviluppo è già cresciuto più rapidamente del “commercio medio globale” su cui l’OMC impone norme. Potrei immaginare che il commercio, e quindi la diversificazione, tra i Paesi BRICS, o meglio, nel blocco BRICS allargato possa esplodere. Sarebbe una sorta di “globalizzazione” con la maggior parte delle barriere commerciali rimossa, un’economia orientata alla pace che punta al benessere dei popoli, piuttosto che di un’élite, e naturalmente un’economia che non lavori per l’industria bellica, come l’economia occidentale basata sul dollaro. Perciò, sarà importante che i BRICS si stacchino dall’economia basata sul dollaro occidentale e alla fine dispongano di una propria valuta. Al summit di Xiamen questo è stato discusso. I cinque aderenti hanno deciso di “promuovere e sviluppare i Mercati dei Bond in Valuta Locale dei BRICS e stabilire congiuntamente un Fondo dei Bond in Valuta Locale dei BRICS, per contribuire alla sostenibilità del capitale finanziario nei BRICS e lo sviluppo dei loro mercati obbligazionari nazionali e regionali”. Ciò è abbastanza vicino all’euro prima che diventasse denaro fiat, cioè l’unità monetaria europea (ECU) poi convertita in euro virtuale, prima del gennaio 2002, quando l’euro divenne carta e il dollaro denaro fiat. Ormai sappiamo che gli Stati Uniti hanno guidato tale cambio europeo, promuovendo l’euro col dollaro USA, in modo assolutamente insostenibile come valuta unitaria di un gruppo di Paesi che non hanno interessi, obiettivi politici e una Costituzione comune. Il loro unico denominatore comune è la NATO, la loro guida permanente alla guerra. Sin dall’inizio era chiaro che tale progetto sarebbe fallito. Speriamo che, e credo, i BRICS imparino la lezione da tale fallimento, solo con un forte legame che comprenda obiettivi a lungo termine, politico-economico e difensivo, una moneta comune può prosperare. A Xiamen, anche i BRICS hanno istituito la strategia per la “Partnership economica dei BRICS ed iniziative relative ad aree prioritarie come commercio ed investimenti, produzione e lavorazione dei minerali, connettività infrastrutturale, integrazione finanziaria, scienza, tecnologia e innovazione e tecnologia dell’informazione e della comunicazione (ICT), tra l’altro“. Tutto questo per una crescita globale sostenibile, equilibrata e inclusiva. Questa strategia è già indicativa di un diverso approccio allo sviluppo rispetto a quello monetario alla base dell’Unione europea.

4. Commercio tra BRICS e dollaro
PK: Sarà interessante vedere l’emergere, a medio termine, della piena integrazione tra i Paesi dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO) e dei BRICS. Molti Paesi aderiscono già ad entrambe le associazioni; per esempio, Russia e Cina, e recentemente anche l’India ha aderito alla SCO, che comprende anche la maggior parte dell’Asia centrale, le repubbliche ex-sovietiche e anche Iran e Pakistan. Lo SCO ha già un obiettivo comune a lungo termine, nello sviluppo economico, nella visione politica e nella strategia della difesa. Al recente Forum economico orientale (EEF) di Vladivostok, il Presidente Putin e il Presidente Xi annunciavano la fusione tra Unione economica eurasiatica (UEE) e Nuova “Via della Seta”, chiamata anche “One Belt One Road” (OBOR) o “OBI”, One Belt Initiative. Dato che l’OBI è guidata in gran parte dalla SCO, cioè dalla Cina, ciò significa anche che i Paesi dell’Unione economica eurasiatica fanno parte della SCO. Immaginate il potere economico dei gruppi SCO, UEE e BRICS uniti… La supremazia occidentale sarà roba del passato. Ciò significa commercio mondiale, ma senza l’egemonia del dollaro, senza sistemi economici e monetari che consentano a Washington d’imporre “sanzioni”, aggressioni illegali a Paesi che rifiutano di seguirne il dettato. È il culmine di tale crimine finirà ripristinando il diritto internazionale, oggi completamente obliterato da Washington. Oggi è chiaro agli economisti più progressisti che il futuro è ad Est; l’occidente si è praticamente suicidato con le sue continue guerre per avidità, dominio e mancanza di rispetto per i popoli che pagano le guerre dell’imperialismo occidentale.

5. Banca di sviluppo BRICS e Banca mondiale
PK: Sì, l’idea originale era, e spero sia ancora, che la Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS possa competere con BM e FMI. In altre parole, applicare politiche economiche non neoliberiste e con prestiti che non impongano l’austerità che, come sappiamo, sono devastanti per lo sviluppo economico, ma promuovano lo sviluppo delle popolazioni, mirando a una distribuzione più equa di reddito e ricchezze. Ma non è ancora così. Come già accennato, il problema è che il capitale iniziale della Banca BRICS e il Contratto dei contingenti di riserva (CRA) sono in dollari statunitensi. Inoltre, come già detto, Sudafrica e Brasile sono fortemente indebitati, in dollari USA, un legame difficile da spezzare. Ma non impossibile! Lo stesso vale per l’AIIB, il cui capitale attualmente è di 100 miliardi di dollari USA, e di cui circa 18 versati. È probabile che NDB e AIIB collaborino in futuro, spezzando la presa di BM e FMI. Per farlo, entrambi devono staccarsi completamente dall’economia del dollaro, e accadrà, forse presto, con l’attuazione del cambio sul petrolio di Shanghai, dove il commercio sarà senza dollari USA ma in yuan cinese convertibile in oro. Una possibile soluzione è un paniere di valute SCO-BRICS simile al SDR (Special Drawing Rights) del FMI, che attualmente consiste in 5 valute: dollaro statunitense, sterlina inglese, euro, yen e da ottobre 2016 anche yuan cinese. Ciò può iniziare come valuta virtuale per il commercio estero, mentre ogni Paese conserva il proprio sistema monetario. Appare un futuro più brillante.Peter Koenig è un analista economico e geopolitico. È anche un ex-dipendente della Banca Mondiale ed ha lavorato nel mondo dell’ambiente e delle risorse idriche. Ha tenuto conferenze presso le università di Stati Uniti, Europa e Sud America. Scrive regolarmente per Global Research, ICH, RT, Sputnik, PressTV, 4.th Media (Cina), TeleSUR, Saker e altri siti internet. È autore di Implosione – thriller economico su guerra, distruzione ambientale e avidità aziendale, basato su fatti e su 30 anni di esperienza nella Banca Mondiale. È anche coautore di Ordine Mondiale e Rivoluzione!- Saggi sulla Resistenza.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Tensioni etniche e flirt militarista di Trump: il declino dell’occidente si accelera

GefiraQuante volte nella storia un regime in difficoltà interne ha cercato avventure militari per “unire il popolo intorno la bandiera”? Questa volta tocca agli USA. I primi 6 mesi di presidenza di Trump sono stati caratterizzati dall’aumento delle tensioni etniche, dati i mutamenti demografici statunitensi verso una “minoranza bianca” e una popolazione “ispanica” significativa. Il cambiamento demografico è stato salutato dal Partito Democratico e dalle aziende che hanno adottato prontamente la “politica dell’identità” quale ideologia fondamentale, esaltando l’individuo se appartenente a una minoranza etnica, religiosa o sessuale: in pratica traducendosi nella rappresentazione di “neri” e “ispanici” come “oppressi”, “bianchi” come “oppressori” e “asiatici” come “troppo buoni”, giustificando la discriminazione nell’ammissione nei college. (1) Inevitabilmente la squalificazione dei bianchi ha aperto la via a manifestazioni di “orgoglio” e al ritorno del “nazionalismo bianco” come testimoniano i recenti scontri a Charlottesville.La reazione di Trump è stato scacciare Steve Bannon e la piattaforma “populista” (grazie a cui ha vinto la presidenza) e abbracciare il complesso militare (da nessuno votato) rappresentato da John Kelly, HR McMaster e John Mattis. L’esito è una notevolmente schizofrenica in politica estera con minacce a Venezuela (2) e Corea democratica (3), aumento delle operazioni in Afghanistan (4) e infine occupazione militare dell’Ucraina per molestare la Russia. (5) La leadership militare statunitense sgomita per assicurarsi l’allineamento di quanti più Paesi subordinati possibili, anticipando il confronto con il gigante risvegliato che gli Stati Uniti non possono dominare: la Cina.
La crescita economica e tecnologica cinese s’è finora dimostrata inarrestabile, mentre l’élite occidentale teme di perdere la supremazia acquisita alla fine della guerra fredda. I capi occidentali hanno particolarmente paura delle possibilità demografiche cinesi, 1,3 miliardi di abitanti che soverchiano gli 800 milioni di Stati Uniti e UE combinati. La “concorrenza contro la Cina” è un dibattito e un’ossessione per economisti ed imprenditori occidentali. Quindi, hanno volto l’attenzione occidentale sulla qualità dell’individuo e intrapreso una gara fallica sulla dimensione della popolazione, cercando d’incrementare le popolazioni occidentali aprendo le frontiere all’immigrazione di massa. Lo scontro culturale ed etnico derivante da tale esperimento socio-economico viene schivato dall’élite occidentale convinta che il multiculturalismo sia “il futuro” e di poter silenziarne le critiche dei cittadini bollandole come “razziste”. Perciò è irrilevante anche il fatto che gli attentai terroristici islamici siano ormai regolari nell’Europa occidentale. Fintanto che le élite occidentali vivranno in quartieri gentrificati ed eticamente omogenei, ignoreranno ciò che accade nei ghetti multiculturali guardando le infelici masse occidentali. La prova dell’atteggiamento snobistico dell’élite si nota facilmente negli ultimi eventi: il giorno degli attentati a Barcellona da parte di terroristi islamici, il Parlamento europeo ebbe la sfrontatezza di diffondere un video sui vantaggi “inutilizzati” della migrazione (6). Pochi giorni dopo, Papa Francesco diceva ai suoi seguaci che “la dignità dei migranti viene prima della sicurezza nazionale” (7).
Dall’altra parte, la dimensione della popolazione cinese non è la sua sola forza: la Cina è fondata su un concetto di ordine, in cui le minoranze etniche sono un elemento necessario e protetto, ma anche la maggioranza etnica Han del 90%. La disgregazione dell’equilibrio etnico comporterebbe la fine dell’ordine e va impedita. (8) Nel frattempo il pubblico cinese deride i “baizuo”, l’élite liberale che distrugge i propri Paesi con migrazione di massa e multiculturalismo. (9) Tornando all’occidente: la migrazione di massa è solo una delle tante sfide che le masse occidentali affrontano con la globalizzazione. Negli ultimi 25 anni, le ricchezza delle classi medio-inferiori occidentali si è ridotta, mentre i grandi vincitori sono la classe media asiatica e le élites.Il governo militare di Trump ignora piuttosto le questioni economiche, ma comprende certamente la grandezza della crescita della Cina considerandola una minaccia alla supremazia globale statunitense. Sa anche che il confronto militare comporterebbe la distruzione reciproca e forse la fine della civiltà umana. Ciò che non ha capito è che ha già perso. La Cina ha tutte le carte: gode della supremazia quantitativa per la dimensione della popolazione, ma anche per l’equilibrio etnico ordinato e la coesione sociale. Il governo cinese non s’inchina agli estremisti islamici nel Xinjiang. Ricchezza e dimensione della classe media cinese aumentano, assicurandosi che ci siano possibilità economiche per il popolo cinese di avanzare socialmente e garantirsi la felicità. L’occidente ha pessime carte: una popolazione minore ed aver spezzato intenzionalmente l’ordine etnico con tensioni crescenti. Non può fermare il terrorismo islamico né vuole rompere i legami economici con i suoi sponsor del Golfo. Le classi inferiori occidentali sono in crisi per la globalizzazione. La mobilità sociale è paralizzata perché i salvataggi finanziari assicurano una rete di sicurezza ai ricchi, impedendone il fallimento indipendentemente da ciò che fanno.
Demograficamente, socialmente, economicamente e etnicamente la Cina è un passo avanti rispetto all’occidente. Il divario tecnologico viene colmato. Il primato ideologico dell’occidente è discutibile. Ciò che rimane agli Stati Uniti è lo status del dollaro statunitense come valuta internazionale e una spesa militare tripla di quella della Cina, assicurandosi che almeno per forza militare gli Stati Uniti siano ancora al vertice del mondo. Ed è qui che si chiude il cerchio: i militari occupano l’amministrazione di Trump. Il punteggio è di 4 a 2 per la Cina e siamo appena agli inizi del secolo. La palla passa a Trump.

Distruggerò l’America!
Niente da fare, è il mio lavoro. Non tollero che un altro asiatico rubi lavoro americano!

Riferimenti
1. I college d’élite discriminano gli asiatici? Priceonomics 24-04-2013.
2. Trump avverte il Venezuela parlando di opzione militare, New York Times 12-08-2017.
3. ‘Fuoco e furia’ di Trump sulla Corea democratica porta il mondo sul baratro, Bloomberg 09-08-2017.
4. La decisione di Trump sulla strategia afgana aumenterà le truppe, New York Times 20-08-2017.
5. L’Ucraina ospiterò l’esercito statunitense in permanenza sul suo territorio, Fondazione della Cultura Strategica 14-08-2017.
6. Il potenziale inutilizzato della migrazione verso l’UE, Parlamento europeo 17-08-2017.
7. Papa Francesco: dare priorità alla dignità dei migranti sulla sicurezza nazionale, The Guardian 21-08-2017.
8. Politiche etniche della Cina: Dimensione politica e sfide, LAI Hongyi 12-03-2009.
9. La curiosa ascesa di “sinistra bianca” quale insulto su internet cinese, Open Democracy 11-05-2017.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il discorso di Trump era tutto sul dollaro

Tom Luongo, 20 settembre 2017C’era poco di accettabile nel discorso all’ONU di Donald Trump. Una tiritera di mezze verità, omissioni e menzogne spuntando tutte le caselle pro-USA, piazzando un teatrino e facendo sapere a tutti che il nuovo sceriffo segue le stesse regole di sempre.
Ho parlato con un amico del discorso all’ONU di Donald Trump e mi ha ricordato che la politica internazionale segue i principi della mutua aggressione nella necessità di garantirsi le risorse. Sembra triste ricordarlo a tutti, ma è anche importante data l’intensità del rumore politico di ogni giorno. Il discorso di Trump annunciava a Russia, Cina e Iran che gli Stati Uniti non saranno gentili in questa buonanotte. Che la nostra leadership userà tutto ciò che ha disposizione per mantenere posizione e leva sulla corsa globale ai minerali, metalli ed idrocarburi che alimenteranno l’economia mondiale nei prossimi cento anni. Questo è ciò che che fa ribollire il vociante Trump. Non meno di Obama o Bush il minore. Il Presidente Vladimir Putin lo sa. I presidenti cambiano ma la politica no, come dice. Perché, quando si è spinti, nessuno al potere crede per un secondo che il commercio sia questione di accordi mutualmente vantaggiosi. Quando si è spinti, si prendono i giacimenti di petrolio/minerari e lo s’impedisce agli altri. Inserire i baffi di Sam Elliott e il frappè al contenuto del tuo cuore. Questa è la mentalità di chi frequenta i corridoi del potere. Tutte le chiacchiere su minacce esistenziali e difesa degli alleati sono semplicemente il codice delle tipica visione coloniale occidentale su gestione e negazione delle risorse. Il resto è fuffa.
Gli Stati Uniti sono giustamente minacciati dal potere crescente dell’alleanza russo-cino-iraniana che si volge rapidamente ad integrare l’economia eurasiatica, Corea democratica compresa, facendo dei nemici politici attuali degli alleati economici. Putin ha già preso la Turchia. La Corea del Sud è all’ordine del giorno con l’iniziativa Fascia e Via? Si corre per impedire a Corea democratica e Iran la reciproca esternalizzazione dei programmi nucleari prima che il cambio di regime da parte degli Stati Uniti sia fuori questione. Non permetteremo una Corea democratica nucleare. L’abbiamo detto per quindici anni. E non ci s’inganni, Trump ha detto a piena bocca che si tratta di cambiare regime. Finché sei un regime approvato dagli Stati Uniti, non si è soggetti alla nostra ira. Com’è diverso da qualsiasi presidente statunitense degli ultimi venti anni? In cosa? Trump più enfant terrible dei presidenti passati? Quindi aggravando le minacce più di prima?

Il tallone d’Achille del dollaro
No. È solo il turno di Trump di attuare l’ultimo round della ‘diplomazia del dollaro’ col mirino del Pentagono. Guardate, non ‘è una coincidenza che il giorno prima che la Federal Reserve annunciasse l’abbandono del suo decennale esperimento coi QE, Trump andasse all’ONU per annunciare che “siamo tutti neocon”. Niente. Zero. Vi dissi il mese scorso che fece un accordo con loro per 1) rimanere al potere e 2) far passare parte della sua agenda a un congresso ostile. Questo è il culmine dell’accordo. Gli Stati Uniti hanno appena dichiarato la guerra finanziaria e militare a tutti coloro che cercheranno di sfidarne o ignorarne il dominio. Dopo nove mesi di pessimismo sui mercati, il dollaro sarà ai minimi nelle prossime settimane e avrà una svolta. La FED si riprende ciò che ha dato al mondo. Ci sono trilioni di nuovi dollari negli emergenti mercati del debito che aspettano di essere schiacciati da tassi d’interesse più alti, ristretta liquidità del dollaro e panico nella politica europea. Questa è la politica, gente. Questo era da sempre il piano. La Russia annunciava poco prima del discorso di Trump che i suoi porti non accetteranno più il dollaro per le transazioni commerciali. Putin ha appena escluso il maggiore esportatore di petrolio e gas dal dollaro. Questa è guerra. Concordo con Martin Armstrong, il volume degli scambi mondiali non si confronta con il volume dei capitali finanziari sui mercati valutari e obbligazionari.

La piramide degli strumenti finanziari di Exter
Penso anche che abbiamo raggiunto il picco di quel rapporto. Russia e Cina mollano il dollaro ma non importa finché non ci sarà il crollo del valore del debito che gonfia i prezzi di ogni bene. In breve, la Piramide di Exter prima o poi crollerà. Ciò significa che il debito denominato in dollari esploderà e/o sarà messo da parte, e il dollaro non sarà la valuta commerciale dominante in futuro, come lo è oggi. Tale quota di mercato non sarà mai più recuperata. Ma ciò non accadrà domani o l’anno prossimo, è accaduto ieri, segnando l’inizio della nuova politica. Trump s’è inginocchiato, baciando anelli e imbellettando il più grosso alligatore della palude. E il mondo ora ha l’ordine di marcia.

L’obiettivo del dollaro
Il deflagrare della nuova guerra finanziaria del dollaro sarà l’ultima che la FED potrà fare. Si pensi alla crisi asiatica del 1997 o al crollo di Lehman Brothers nel 2008. Fu la stessa cosa, sottraendo liquidità al dollaro per distruggere le economie di mercato emergenti, ubriache di debiti a basso interesse. Ma il problema questa volta è che abbiamo zero-bound da un decennio. Abbiamo consumato la nostra borghesia e mandato in bancarotta i nostri sistemi pensionistici. Alcuna riforma fiscale può cambiare ciò. E siamo seri, non c’è voglia a Washington di ridurre di un dollaro la spesa. Il sistema bancario è infinitamente più fragile di quanto lo fosse nel 2008, nonostante le proteste della banca centrale. Quindi, la coppia Trump-Yellen inizierà la prossima grande ondata di dollari USA. L’euro sarà schiantato insieme all’oro. Sì, la curva dei rendimenti si appiattirà leggermente, ma che importa. Si avranno tassi più alti propagando onde d’urto nel mondo che non avranno niente a che fare con le bombe della Corea democratica, i terremoti in Messico o le ciabattate diplomatiche all’ONU. Sarà come sempre, il denaro e la capacità valutarie del Paese che controlla quelle degli altri mantenendo una presa di ferro sui prezzi di petrolio e gas. Questo è ciò che Trump diceva nel suo discorso. Russia e Cina hanno ascoltato, ma hanno già sentito tale discorso. Non ci si aspetti che nulla cambi, tutto farà veramente paura d’ora in poi.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Petroyuan: nuovo sistema monetario multipolare e difesa anti-sanzioni

AVN, 17 settembre 2017Le sanzioni economiche imposte dal governo degli Stati Uniti hanno spinto il Venezuela a implementare un nuovo sistema di pagamento internazionale, con l’idea di aprirsi al mercato multipolare e limitare il blocco economico dal Nord America. Il 7 settembre il Presidente della Repubblica Nicolás Maduro annunciava il nuovo piano “per liberarci dal dollaro”, utilizzando “valute di conversione libera, come yuan, euro, yen, rupia e valute internazionali, abbandonando il laccio del dollaro valuta oppressiva”, come affermava al Parlamento Federale, presentando il suo Piano Economico per la Pace all’Assemblea Nazionale Costituente (ANC). La prima azione s’è riflessa sul prezzo del greggio venezuelano, che per la prima volta veniva prezzato in yuan dal Ministero del Petrolio, pari a 306,26 yuan per barile, cioè 46,75 dollari. Inoltre, alcuni giorni prima il Vicepresidente della Repubblica Tariq al-Aysami informava che il Venezuela firmerà “il primo accordo commerciale in yuan per la vendita di petrolio alla Cina“. Venivano inoltre effettuate rettifiche per l’avvio delle operazioni con un paniere di valute del sistema di cambio dalla variazione complementare svincolata del mercato (Dicom), schema del Governo Nazionale che consente le operazioni di cambio valutario a società e persone fisiche ad un prezzo deciso dal mercato, fulcro del controllo dei cambi.

Russia e Cina: i pionieri
Con queste azioni, il Venezuela entra nel progetto già avanzato da Russia e Cina. L’economista messicano Ariel Noyola Rodríguez osservava in un articolo pubblicato da Actualidad RT nel maggio 2016, che “Mosca e Pechino commerciano petrolio con un canale di transizione volto verso il sistema monetario multipolare, cioè non basato solo sul dollaro ma su diverse valute e soprattutto che riflette i rapporti di forza dell’attuale ordine mondiale“. Un’azione decisa appunto dalle sanzioni economiche imposte nel 2015 da Washington e Bruxelles che, secondo l’analista, “incoraggiano i russi ad eliminare dollaro ed euro dalle transazioni commerciali e finanziarie, o altrimenti sarebbero stati esposti al sabotaggio nelle operazioni di vendita coi principali partner“. Quindi, da metà 2015, “gli idrocarburi che la Cina acquista dalla Russia vengono pagati in yuan e non in dollari“, permettendo di neutralizzare il blocco imposto a Mosca dalla crisi in Ucraina. “Vengono poste le fondamenta di un nuovo ordine finanziario basato sul petroyuan: la moneta cinese si prepara a diventare il fulcro del commercio Asia-Pacifico con le maggiori potenze petrolifere“, sottolinea Noyola Rodríguez nel testo: Il ‘petroyuan’ è la grande scommessa di Russia e Cina. L’analista prevede che in futuro l’OPEC adotterà questo modello di marketing petrolifero, una volta che Pechino lo richiederà e sottolinea che altre nazioni seguono questa premessa perché, “hanno capito che per costruire un sistema monetario equilibrato, la de-dollarizzazione dell’economia mondiale è una priorità“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio