Il Giappone alla ricerca di energia

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 07/12/2016Turkmenistan President visits JapanIl Giappone, la terza economia mondiale, non ha praticamente giacimenti di gas e petrolio. La situazione è un po’ paradossale dato che alcun Paese può prosperare senza petrolio e gas. Così, la Terra del Sol Levante affrontò con successo la situazione importando petrolio dal Medio Oriente, il gas naturale liquefatto (GNL) da Australia, Indonesia, Malaysia e Medio Oriente. Il Giappone ha bisogno anche di carbone per i suoi impianti di cogenerazione, che acquista da Australia, Indonesia e Cina. Di recente il Paese puntava le sue speranze sull’industria nucleare. Dopo la tragedia di Fukushima del 2011, tuttavia, i programmi nucleari erano minacciati di sospensione. Il pubblico giapponese sconvolto dalla catastrofe ha chiesto di chiudere tutte le centrali nucleari. Non meno scioccato, il governo giapponese avviò avidamente il processo. Una volta che il Giappone ha ripreso i sensi e valutato la situazione a mente fredda, ha compreso che non c’era modo di abbandonare il programma nucleare. Oggi le centrali nucleari giapponesi vengono gradualmente riavviate dopo numerosi e rigorosi controlli ed aggiornamenti. Il Paese, avendo appreso la lezione “nel modo più duro”, ha intensificato la ricerca di affidabili e convenienti nuovi fornitori di idrocarburi. Dato che i Paesi del Medio Oriente sono lontani dal Giappone, costa di più inviare le preziose merci dalla regione. Per di più (come l’esperienza degli ultimi decenni mostra), quasi ogni Paese del Medio Oriente è in conflitto e a rischio di rivoluzione, e se scoppiasse la guerra, la fornitura di combustibile inevitabilmente terminerebbe. Così, la Russia è un esportatore ideale di idrocarburi per il Giappone. Il traffico di navi gasifere da Sakhalin al Giappone è iniziato nella primavera del 2009, poco dopo che l’impianto di liquefazione di Sakhalin venne avviato nell’ambito del progetto Sakhalin-2. Questa rotta verso la Terra del Sol Levante sembra essere più praticabile. La Federazione Russa beneficia di questa cooperazione, essendo il Giappone uno dei maggiori consumatori mondiali di GNL. Inoltre, la Russia vende direttamente GNL al Giappone, bypassando intermediari.
thediplomat_2016-03-15_20-06-54-386x257 Nonostante le vantaggiose relazioni commerciali Giappone-Russia e la presenza di una rete diversificata e consolidata di fornitori, il Giappone continua a cercare nuovi esportatori, implementando così la strategia della sicurezza energetica basata sul principio “più sono, meglio è”. Questo è il motivo per cui valuta l’Asia centrale come possibile partner. Tokyo ha fatto ogni sforzo per rafforzare la propria posizione in Asia centrale dal 2006. All’epoca il Paese adottò una strategia energetica nazionale volta a valorizzare la cooperazione con i Paesi ricchi di combustibili fossili. Lo stesso anno, nel corso del forum tra Asia centrale e Giappone, il Ministero degli Esteri giapponese ebbe dei negoziati con gli omologhi di Afghanistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Le parti discussero questioni riguardanti uno sviluppo coordinato e la sicurezza della regione, tra cui quella del trasporto di carburante. I rappresentanti giapponesi inoltre confermavano l’impegno del Paese a finanziare la costruzione di una rete stradale e di gasdotti per il trasporto del petrolio sull’Oceano Indiano e in Giappone. (Si parla della costruzione di un oleogasdotto per le isole giapponesi dal 1990. Ad esempio, fu inizialmente previsto che il gasdotto Turkmenistan-Uzbekistan-Kazakhstan-Cina si estendesse al Giappone, ma o il finanziamento finì o piani cinesi cambiarono). Nell’autunno 2006, l’allora premier giapponese Junichiro Koizumi visitò Kazakistan e Uzbekistan, dove affermò esplicitamente che il Giappone cercava di ampliare la rete dei fornitori di petrolio e gas per ridurne la dipendenza dal Medio Oriente. Nonostante strenui gli sforzi del Giappone per raggiungere il livello desiderato d’influenza in Asia centrale negli ultimi dieci anni, la Cina rimane il leader della regione. Il Giappone ha fatto un altro tentativo di prevalere in Asia centrale alla fine di ottobre 2015, quando il premier Shinzo Abe compì un viaggio di alto profilo nella regione, visitando Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Mongolia. I mass media giapponesi riferirono che Shinzo Abe era scortato da una folta delegazione di uomini d’affari giapponesi. Sulla scia del viaggio, furono firmati contratti di elevato valore. Il Giappone s’impegnava ad investire oltre 18 miliardi di dollari solo nell’economia del Turkmenistan. Forse, la visita del premier giapponese in Turkmenistan merita una particolare attenzione. Il Turkmenistan ha riserve di gas sufficienti ad alimentare quasi tutta l’Asia (e non solo, ma anche i Paesi europei interessati all’esportazione del gas da questo Paese). Fino a poco prima, la Russia era il principale acquirente del gas turkmeno, poi rivenduto ai consumatori europei. Tuttavia, dopo varie divergenze scoppiate tra le parti all’inizio del 2009, Gazprom ridusse il volume di gas scambiato. Di conseguenza, il Turkmenistan non ebbe altra scelta che cercare altri partner. La Cina si affrettò ad approfittare della nuova opportunità e si offrì di acquistare il gas dal Turkmenistan, ma ad un prezzo inferiore a quello pagato dalla Russia. Il governo turkmeno, non avendo alternative, accettava l’offerta. Anche se il gasdotto Turkmenistan-Cina è in servizio dal 2009, il Turkmenistan ha continuato a cercare nuovi clienti. Un gasdotto Turkmenistan-Iran opera dal 2010, ma la sua capacità massima (12 miliardi di metri cubi l’anno) è assai inferiore a quella del gasdotto per la Cina. Ciò significa che il Turkmenistan non ottiene molto, soprattutto perché l’esportazione di combustibile fossile è la sua principale fonte di ricavi. Per l’attuazione del progetto dell’oleogasdotto TAPI, per erogare il gas turkmeno ad Afghanistan, Pakistan e India, serve che la situazione regionale migliori. E il Giappone ha deciso di dare una mano impegnandosi a finanziare il progetto. La Banca asiatica di sviluppo parteciperà al progetto da principale investitore e consulente commerciale del TAPI. Nonostante l’ADB sia un’istituzione internazionale, i cittadini giapponesi ne furono sempre al timone poiché il Giappone è il primo azionista della banca. Il progetto dovrebbe essere finanziato da altri enti giapponesi.
Sembra che l’idea di un gigantesco gasdotto che sostituisca le petroliere (o almeno ne riduca la rotta) istighi ancora la fantasia dei politici giapponesi, sperando che le loro aspirazioni si avverino con l’attuazione del TAPI. Il problema, tuttavia, è che nessuno sa esattamente quando ciò avverrà. Il gasdotto deve attraversare il territorio dell’Afghanistan, impossibile finché la guerra nel Paese non finirà. D’altra parte, sarebbe davvero difficile per i politici e uomini d’affari giapponesi agire per capriccio. Quindi, se hanno deciso d’investire sul TAPI, avranno avuto buoni motivi. Nel frattempo, il gas turkmeno arriva in Giappone su petroliere. Ciò è più costoso e richiede più tempo che non usando gli oleogasdotti. Tuttavia, è l’unica opzione attualmente disponibile. In ogni caso, dal viaggio del 2015 di Shinzo Abe, i giganti giapponesi Mitsubishi, Chiyoda, Itochu, ecc. aderiscono alle fila dei promotori del maggiore giacimento di gas turkmeno, Galkynysh, da cui il Giappone dovrebbe importare ancor più gas. Alcuni, tuttavia, ritengono che il Giappone venderà il gas estratto in Turkmenistan a Gazprom e quest’ultima consegnerà un volume corrispettivo con le petroliere di Sakhalin. Sarebbe sensato e utile per tutte le parti coinvolte. L’attuazione di questo programma potrebbe dare al Turkmenistan l’occasione per rinnovare le relazioni commerciali con la Russia con la mediazione del Giappone. In ogni caso, è chiaro che il Giappone si consolida in Turkmenistan, che potrebbe diventare il terreno di partenza per l’ulteriore diffusione dell’influenza del Giappone in Asia centrale.Kazakhstan's President Nazarbayev and Japan's Prime Minister Abe shake hands during their meeting at Akorda presidential residence in AstanaDmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’apatia elettorale del Giappone: Abe ottiene un mandato dalla scarsa affluenza alle urne

Kanako Itamae e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times, 11/7/2016

shinzo-abeIl Primo ministro del Giappone Shinzo Abe sostiene di aver avuto un nuovo mandato dall’elettorato dopo i risultati positivi annunciati nelle elezioni del Senato. Tuttavia, ciò è in parte falso perché l’affluenza è stata di un mero 54,7 per cento. Infatti, in alcune parti del Giappone la maggioranza delle persone non s’é presa la briga di votare e questo vale per Hiroshima, Kochi, e Tokushima. Soprattutto, il principale partito di opposizione è incatenato all’assenza di coesione. Pertanto, nonostante Abe esca rafforzato dall’elezione, la verità è che il 45 per cento della popolazione si sente tradita e sfiduciata verso i politici della nazione. Allo stesso tempo, le élite liberali e i mass media che si oppongono ad Abe sono ugualmente al di fuori della realtà del Giappone moderno. In altre parole, le immagini di manifestanti anti-nucleari, professori anti-Abe ed organizzazioni che attaccano le modifiche costituzionali, e altre cose, semplicemente non s’accordano con l’elettorato. Ciò significa che Abe si rafforza grazie alla bassa affluenza elettorale e alla popolazione che non si fida dell’opposizione. Purtroppo, ne conseguirà maggiore debito mentre gli ultra-ricchi guadagneranno ancor di più dalle mega-iniziative di stimolo economico che di solito non producono nulla. I contribuenti in Giappone saranno testimoni di grandi aziende, istituti finanziari e ricchi azionisti trarre profitto dalle nuove iniziative economiche del governo. Tuttavia, se il passato s’è vista poca concretezza, nel lungo termine il debito pubblico crescerà. Allarmante, se il tasso di natalità è un problema reale per il popolo giapponese, sembra che Abe si volgerà all’immigrazione per puntellare la nazione. Eppure, un vero aiuto è necessario per i cittadini giapponesi con figli, affinché ricevano un sostegno sociale vero e proprio, un ambiente di lavoro mutato, mutui e altre politiche necessarie. Invece, sembra che Abe si concentri sulla manodopera straniera, sperperando il denaro dei contribuenti nell’assistenza economica estera, nonostante la necessità di concentrarsi nel rilanciare le regioni del Paese, e sulle ambizioni geopolitiche.
La CNN riporta “Abe ha detto che userà la vittoria per far avanzare il programma di riforma economica conosciuto anche come abenomics, oltre ad ulteriori modifiche nella diplomazia… Insieme ai revisionisti costituzionali, la sua coalizione ha avuto la maggioranza di due terzi sui 121 seggi del Senato“. Modern Tokyo Times in passato sottolineò che, “i cambiamenti economici recenti basati sulla familiare teoria di affidarsi all’esportazione per uscire dalla crisi, indebolendo lo yen, sembra deragliare ancora una volta. Pur di raggiungere tale obiettivo, il governo del Primo ministro Abe ha attuato una politica monetaria ultra-aggressiva. Tuttavia, fin dall’inizio, tale politica è apparsa miope e incapace di rompere il ciclo della deflazione“. È stato riferito che un’eventuale nuova iniziativa di stimoli, nonostante il fallimento delle precedenti, sarà di quasi 200 miliardi di dollari (20 trilioni di yen). In altre parole, i problemi reali da affrontare saranno messi da parte in favore “della teoria del rivolo dagli ultra-ricchi” che prosciuga ulteriormente la fede della popolazione nella democrazia giapponese. Perciò diverse prefetture registrano meno del 50 per cento di votanti, una triste realtà per il Giappone moderno. Tuttavia, è una realtà che sembra sfuggire ad Abe, proprio come alla sinistra e all’opposizione liberale, ugualmente fuori dal mondo.

La teoria del rivolo dagli ultra-ricchi

La teoria del rivolo dagli ultra-ricchi

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Canale del Nicaragua, carri armati russi e spie degli Stati Uniti

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 04/07/2016travaux-canal-panama-1728x800_cIl 14 giugno un gruppo di statunitensi fu deportato dopo che le autorità considerarono le sue azioni abbastanza sospette. Due di loro lavoravano per l’US Customs and Border Protection e cercavano di “controllare” il lavoro dell’Agenzia delle Dogane del Nicaragua senza il permesso del governo del Nicaragua. Avevano anche preso misure per avere informazioni sull’invio di materiale militare dalla Russia, compresi i piani per importare carri armati T-72. L’ambasciata degli Stati Uniti a Managua protestò e spiegò che i suoi “ispettori” erano interessati ai siti ad accesso limitato semplicemente nell’ambito della missione per combattere il terrorismo internazionale. Fu anche espulso dal Paese Evan Ellis, professore dell’US Army War College arrivato in Nicaragua, contemporaneamente agli “ispettori” e, come loro, ospite dell’hotel Hilton Princess. A giudicare dal numero degli articoli pubblicati, la produttività accademica di Ellis è insolitamente elevata. La sua ricerca, che di solito impiega la terminologia conflittuale della guerra fredda, si concentra principalmente sulle incursioni di Cina e Russia nei Paesi latinoamericani e caraibici. In Nicaragua, Ellis era interessato al canale transoceanico in costruzione. Il professore afferma di aver preparato la visita a Managua da privato cittadino e che ebbe colloqui preliminari sul programma del suo viaggio con l’ambasciatore del Nicaragua negli Stati Uniti, il Presidente dell’Autorità Canal Grande Manuel Coronel Kautz e numerosi alti funzionari del Nicaragua. Le riunioni furono programmate con funzionari governativi, uomini d’affari, diplomatici, giornalisti e attivisti sociali per raccogliere informazioni sul canale. Tuttavia, il professore non riuscì a rimanere in Nicaragua per 24 ore. Prima di essere deportato, Ellis ebbe solo il tempo di visitare una mostra fotografica promossa dal Consiglio nazionale per la difesa di terra, lago e sovranità, una ONG che protesta contro la costruzione del canale. La stessa sera, gli agenti dell’immigrazione giunsero nella camera d’albergo di Ellis e l’informavano che, non avendo il permesso ufficiale d’indagare sul canale transoceanico, doveva lasciare immediatamente il Paese. Lo statunitense prendeva il primo volo per gli Stati Uniti. Dopo l’espulsione, Ellis perdeva la calma e appariva fuori di sé su internet. Le sue accuse riecheggiano solo la posizione di Washington, ostile alla costruzione del canale di Nicaragua, probabile concorrente di quello di Panama, ufficiosamente sotto il controllo degli Stati Uniti. Ellis soprattutto mette in discussione la fattibilità del progetto, affermando che “il governo del Nicaragua ha gestito il progetto di canale dietro un manto di segretezza, forse per nascondere i benefici personali derivanti ai nicaraguensi interessati”. Per Ellis, la deportazione dei diplomatici degli Stati Uniti è un’indicazione che la “strategia costruttiva, l’impegno rispettoso con il regime del Nicaragua non funzionano”. Pertanto, alla vigilia delle elezioni di novembre in Nicaragua, l’amministrazione statunitense “ha diritto e l’obbligo morale di lavorare coi gruppi della società civile per far avanzare significativamente la democrazia”. Per Ellis, il rifiuto di consentire agli osservatori del governo degli Stati Uniti o del Carter center di monitorare le elezioni in Nicaragua è un atto che “mina la democrazia”. Così ora chiede agli Stati Uniti d’intervenire per evitare che il Nicaragua degeneri in un regime autoritario “venezuelano”. Indicando il possibile “criminale comportamento” dei leader del Nicaragua, Ellis cita la necessità che siano costantemente monitorati dalle forze dell’ordine degli Stati Uniti. Il suo rapporto include alcune sfumature minacciose: “i collegati alla criminalità transnazionale organizzata, o che si arricchiscono a spese del popolo nicaraguense, non sfuggiranno alla giustizia per vivere con guadagni illeciti, una volta lasciato l’incarico”.
hudsoninside5C’è la buona ragione per cui Ellis propone tale supervisione: i leader sandinisti sono una continua irritazione per l’amministrazione Obama. E’ noto che i servizi segreti degli Stati Uniti sorvegliano di continuo Daniel Ortega, che ha un atteggiamento disincantato su ciò, come Hugo Chávez, perché non ha né conti esteri segreti né inclinazioni cleptocratiche. Un altro motivo dell’attacco al “regime di Ortega” è la cooperazione militare e tecnica del Nicaragua con la Russia. Questo è un altro settore in cui Ellis sottolinea la necessità di rimanere vigili. Ad esempio, il Centro di addestramento Maresciallo Zhukov: qual è il suo vero scopo? E’ semplicemente utilizzato per addestrare i militari dell’esercito? Oppure, altro esempio, l’invio di 2 motomissilistiche e 4 pattugliatori in Nicaragua. Perché così tanti? La Russia ha chiaramente lanciato una corsa agli armamenti senza precedenti nel Mar dei Caraibi e nell’Oceano Pacifico! Ellis è anche preoccupato dall’invio di carri armati aggiornati T-72B1 in Nicaragua. 20 sono arrivati con la prima spedizione, e i carristi del Nicaragua ne attendono in tutto 50 entro la fine dell’anno. Ellis consiglia di lavorare più attivamente con i vicini del Nicaragua, come il Costa Rica. Non è del tutto chiaro a cosa specificamente si riferisse il professore statunitense in questo caso. Vuole aiutare la nazione tradizionalmente pacifica del Costa Rica a sviluppare un esercito effettivo? O costruirvi la prossima base militare del Pentagono? Lo scorso dicembre il lavoro sul canale transoceanico del Nicaragua è stato sospeso fino ad agosto. Il rinvio fu precipitato dalle difficoltà finanziarie del contraente principale, il consorzio di Hong Kong HK Nicaragua Canal Development Investment Co. Ellis osserva che questo mega-progetto non è andato molto avanti dall’inizio della costruzione dell’infrastruttura iniziale: i due porti in acque profonde non sono stati costruiti, né vi sono magazzini o fabbriche per la produzione dei materiali da costruzione, il cui completamento era previsto per l’aprile 2016. Inoltre, le ONG ambientali lavorano sempre più vigorosamente, incoraggiate dagli statunitensi che covano le proteste di agricoltori improvvisamente angosciati dal disboscamento delle foreste vicino al lago Nicaragua e i fiumi Brito e Las Lajas. Con l’aiuto di esperti come Ellis, i media filo-statunitensi cercano di convincere i nicaraguensi che il canale è “propaganda sandinista” e la sua complessa costruzione scoraggiante. Per lo stesso motivo, i mass media degli Stati Uniti, così come i media latino-americano da essi controllati, danno risalto agli sforzi per aggiornare il canale di Panama. Il filo conduttore è chiaro: nessun canale alternativo è necessario nell’emisfero occidentale, perché quello di Panama può “risolvere quasi tutti i problemi” del commercio asiatico con gli Stati Uniti, compresa la capacità di accogliere navi da 14000 TEU. Poi appare l’immagine corrispondente: la Cosco Shipping Panama, una nave portacontainer cinese, che attraversa le nuove chiuse del Canale di Panama.
Alla vigilia delle elezioni in Nicaragua, Washington fa tutto il possibile per minare la posizione di Daniel Ortega, ancora una volta nominato alla presidenza dal partito Fronte sandinista di liberazione nazionale. Questo spiega il motivo per cui ogni sorta di emissari ed esperti viene inviata nel Paese. La quinta colonna del Nicaragua è isolata e ha bisogno di sostegno. E cittadini dei Paesi latino-americani sono spesso utilizzati per fornire tale supporto. Ad esempio, Viridiana Ríos, dello staff messicano del Centro Wilson di Washington DC, è fuggita in preda al panico dal Nicaragua dopo che gli statunitensi furono deportati, perché credeva di essere giustiziata. Sostiene di aver raccolto informazioni sui problemi di sicurezza pubblica e violenza. Molti dei suoi studi vengono utilizzati da CIA, DEA e FBI, così ha avuto qualche motivo per spaventarsi e fuggire. Un gruppo di ambientalisti latino-americani, arrestati nel sud del Nicaragua, era anche al centro di certi incidenti sospetti. A quanto pare, tali “ambientalisti” insegnavano ai nativi come usare esplosivi. L’espulsione di tali provocatori stranieri è un segno che i sandinisti non permetteranno la destabilizzazione del Paese. Da qui la campagna isterica nei media internazionali sulla “dittatura di Ortega” Il progresso socio-economico del Nicaragua, il miglioramento della qualità della vita nicaraguensi, la stabilità e la sicurezza (rispetto all’aumento della criminalità nella maggior parte dei Paesi dell’America Centrale) vanno in gran parte accreditati al Presidente Ortega. E’ un fedele difensore degli interessi del Nicaragua sulla scena internazionale e gode del sostegno della stragrande maggioranza dei nicaraguensi. Questo è il motivo per cui le attività sovversive dei servizi segreti degli Stati Uniti e la loro “strategia del caos” non funzioneranno in Nicaragua.Daniel-Ortega2La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La relazione russo-giapponese diventa seria

MK Bhadrakumar, Indian Punchline 18 giugno 2016

projectmapNon c’è bisogno di leggere molto sulla coincidenza del viaggio del Presidente cinese Xi Jinping in Polonia e dell’arrivo in Giappone di un dignitario straniero. Sergej Naryshkin, portavoce della Duma russa, numero due nella gerarchia di Mosca e stretto collaboratore del Presidente Vladimir Putin. Tuttavia, la coincidenza non può passare del tutto inosservata. A dire il vero, l’intesa Russia – Cina non impedisce a ognuno dei due Paesi di avere relazioni con un Paese terzo dai rapporti difficili con l’altro. L’obiettivo primario di Xi nella visita in Polonia sarà promuovere l’iniziativa Via e Fascia, mentre Naryshkin è in una missione politica e diplomatica assai sensibile. La visita di Naryshkin in Giappone avviene cinque settimane dopo l’incontro del Primo ministro Shinzo Abe con Putin a Sochi, il 6 maggio. Abe si era recato a Sochi, nonostante il parere contrario del presidente Barack Obama che telefonò per farlo desistere, temendo che diluisse la campagna occidentale per ‘isolare’ la Russia. Tokyo ha ora accolto Naryshkin nonostante sia sotto le sanzioni occidentali. Naryshkin è stato ricevuto da Abe. Parlando ai media di Tokyo, Naryshkin ha rivelato che Abe si recherà ancora in Russia per partecipare al Forum Economico Orientale di Vladivostok ai primi di settembre. Ha anche ribadito l’intenzione di Putin di compire la tanto attesa visita in Giappone quest’anno. (TASS) Nel frattempo, è stato annunciato a Tokyo che i due Paesi terranno una riunione la prossima settimana per discutere della vecchia disputa territoriale sulle isole Curili. Certo, le aspettative sollevate nella riunione del mese scorso a Sochi, tra Putin e Abe, continuano. I fitti scambi, possibilmente 3 vertici quest’anno tra Abe e Putin, sottolineano la ritrovata volontà politica di normalizzare i rapporti. Tuttavia, Russia e Giappone hanno punti di vista molto diversi su come risolvere la disputa territoriale. Mentre la Russia sottolinea l’importanza della dichiarazione congiunta Giappone-Unione Sovietica del 1956, che afferma che due delle isole sarebbero state restituite al Giappone dopo la firma del trattato di pace, il Giappone afferma che il trattato di pace sarà firmato solo dopo che la disputa territoriale sarà risolta. La Russia intensifica ultimamente anche la militarizzare delle isole Curili. Non sorprende che il commento di Xinhua sulla riunione di Sochi sottovaluti il rinnovato attivismo russo-giapponese quale “mera manovra diplomatica”, notando, “La visita di Abe (a Sochi) aveva due obiettivi. Primo, la visita aveva lo scopo di modificare i rapporti con la Russia e aprire la difficile situazione diplomatica con i Paesi confinanti… la Russia ora ha un’economia debole, e il Giappone, Paese ospitante il vertice del Gruppo dei Sette (G7) di quest’anno, prevede di aiutare la Russia a superare il blocco in cambio di concessioni su questioni come la disputa territoriale. Secondo e più importante, la visita aveva lo scopo di distrarre l’attenzione del pubblico e di avere il sostegno per vincere alle elezioni parlamentari”. Secondo Xinhua Abe metterebbe a repentaglio le relazioni Giappone-USA con il suo flirt con Putin. (Xinhua) Tuttavia, si è tentati di suggerire che vi è di più nell’impegno russo-giapponese di quanto appaia.
In poche parole, Abe sembra essere mortalmente serio nel normalizzare i rapporti del Giappone con la Russia e sull’eredità storica. A Sochi ha proposto una cooperazione economica in otto punti che la parte russa avrebbe trovato attraente. Il piano d’azione di Abe riguarderebbe cooperazione ad ampio raggio con la Russia su medicina; “città intelligenti”; rapporti economici tra piccole imprese giapponesi e russe; sviluppo congiunto di petrolio, gas e altre risorse energetiche (anche espansione della produzione, diversificazione dei prodotti petroliferi e stretta collaborazione sulla filiera distributiva); diversificazione e aumento della produttività dell’industria russa; promozione industriale su larga scala nell’Estremo Oriente della Russia per farne la base per le esportazioni verso i mercati dell’area Asia-Pacifico; cooperazione nel nucleare, nelle tecnologie dell’informazione e nelle tecnologie avanzate; ampliamento della cooperazione turistica, culturale e negli scambi tra cittadini. Abe ha detto a Putin: “Voglio superare il pensiero passato creando un piano che consenta al popolo russo di beneficiare direttamente dalla cooperazione con il Giappone sviluppando l’economia della Russia. Se possiamo raggiungere questo obiettivo, rafforzeremo considerevolmente i legami tra i nostri Paesi. Ho intenzione di fare del mio meglio verso questo obiettivo; Vladimir, spero che prenda seriamente in considerazione la proposta. Mi piacerebbe collaborare con voi per migliorare notevolmente i rapporti russo-giapponesi”. Molto poco è stato divulgato sui colloqui di 3 ore riguardanti anche la controversia territoriale. Ma, curiosamente, Abe ha poi detto ai media, “Per fare un passo avanti su questo tema in stallo dobbiamo far avanzare i negoziati secondo nuove idee, diverse da approcci e idee provati finora. L’ho espresso al Presidente Putin ed è d’accordo con me su questo modo di pensare”. Ora, cosa voleva dire Abe? Il Giappone finora aveva la posizione che il trattato di pace può essere concluso tra i due Paesi chiudendo formalmente le ostilità della seconda guerra mondiale. solo dopo che la disputa territoriale sia risolta in pieno. Ha accennato a nuove flessibilità nella posizione giapponese? Questa è la grande domanda.shinzo-abe-vladimir-putinTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il calo dei prezzi muta la scacchiera geopolitica

Thierry Meyssan Memoriabg, 15/6/2016 – South Frontnorway06Negli ultimi due anni, un colpo di Stato ha avuto luogo sul mercato globale dell’energia. Prima di tutto, vi era una notevole differenza di domanda e offerta. E poi i flussi commerciali cambiroono dopo che il prezzo della benzina crollò. Tali cambiamenti mettono in discussione i principi geopolitici del petrolio.

Il mito della carenza di risorse energetiche
Il declino economico dei Paesi occidentali e di alcuni Paesi in via di sviluppo ha portato alla riduzione della ricerca di risorse energetiche, mentre allo stesso tempo si osservava una crescita negli Stati asiatici. Così, la domanda mondiale ha continuato a crescere. Per le fonti, la produzione non fu ridotta negli Stati produttori, e Paesi come la Cina con notevoli riserve strategiche, riuscivano ad aumentare la loro e, di conseguenza, l’offerta superava la domanda. Questa affermazione, tuttavia, contraddice l’opinione consolidata di scienziati e industriali nel 2000, che la produzione globale raggiunse il picco e il mondo doveva affrontare il deficit energetico, traducendosi nella scomparsa di alcuni Paesi e nell’inizio di guerre per le risorse. Dopo il ritorno alla Casa Bianca nel gennaio 2001, Dick Cheney formò un gruppo di lavoro per lo sviluppo della politica nazionale per l’energia (National Energy Policy Development – NEPD), chiamato dal Washington Post “la società segreta”. In totale segreto i consiglieri della presidenza ascoltarono le relazioni dei capi delle grandi aziende, gli studiosi più importanti e i capi dei servizi speciali, raggiungendo la conclusione che non c’era tempo e la sopravvivenza dell’economia degli Stati Uniti andava garantita dal Pentagono acquisendo le risorse del “grande Medio Oriente”. Non è chiaro chi partecipò a tale gruppo, quali dati usasse e come raggiunse tale conclusione. Tutti i documenti sono stati distrutti e nessuno conosce l’entità dei dati statistici a disposizione del gruppo. In particolare il gruppo raccomandò lo scatenamento delle guerre contro Afghanistan, Iraq, Iran, Siria, Libano, Somalia e Sudan, e la decisione di ciò fu presa da George Bush il 15 settembre 2001, a Camp David. Mi ricordo di aver ascoltato il discorso del segretario generale del gruppo di lavoro della Casa Bianca al Congresso AFPO di Lisbona. Presentò un rapporto per lo studio sui siti aperti e l’inevitabilità del “picco di Hubbert” (terminologia introdotta dal geofisico M. King Hubbert, indicando che la produzione massima globale di petrolio porta all’inevitabile calo della produzione) e sulle misure intraprese negli USA per ridurre il consumo di energia. A quel tempo fui sopraffatto dalla sua valutazione e forza di persuasione. Nonostante questo, con il passare del tempo apparve chiaro che tale analisi era completamente errata e le prime cinque guerre (contro Afghanistan, Iraq, Libano, Libia e Siria) da questo punto di vista sono inutili anche se continuano oggi. Ma tale valutazione della prognosi non dovrebbe sorprendere, perché è conseguenza del “pensatoio”. Un certo gruppo di persone si riunisce intorno a un’idea che nessuno osa mettere in dubbio, col rischio di essere visto come un pazzo. Questa è la legge del conformismo. A questo proposito, i consiglieri della Casa Bianca sembravano essere prigionieri della teoria di Malthus, che nel 19° secolo dominava la cultura anglosassone. Secondo la teoria di Malthus, la popolazione aumenta in progressione geometrica e le risorse in progressione aritmetica. Così nel tempo, le risorse per alcuni diventano insufficienti. Nella sua teoria, Thomas Malthus mirava a confutare la teoria di Adam Smith, secondo cui il libero mercato è un sistema di auto-regolazione. In realtà il pastore Malthus cercava, attraverso la sua teoria indimostrata, la conferma al suo rifiuto di aiutare i poveri della propria parrocchia. Perché nutrire queste persone quando i loro bambini moriranno di fame domani, in ogni caso? E se il petrolio non è una fonte rinnovabile di energia e quindi a un certo punto finisce, nulla c’impedisce di pensare che la fine è vicina. Nel 2001, si parlava solo di petrolio saudita, che sapevano come raffinare. Il petrolio del Venezuela le cui riserve sono sufficienti a coprire il fabbisogno globale per un anno intero, era considerato inadatto alla produzione. In seguito, si concluse che la “teoria del fattore umano come causa del riscaldamento globale” è infondata come la teoria del “picco del petrolio”. Proviene dalla stessa teoria di Malthus e, a parte ciò, permette ai suoi sostenitori di arricchirsi col Climate Exchange di Chicago, le quote di scambio per le emissioni di gas serra. Questa idea è stata spacciata alla popolazione come volta a ridurre il consumo di energia e carbonio nei Paesi occidentali, perciò il mondo sarebbe pronto quando ci sarà meno e più costoso petrolio.

La fine del prezzo artificiale del petrolio
Sembrava che il prezzo superiore a 110 dollari al barile confermasse le conclusioni del gruppo di Dick Cheney, ma l’improvviso calo a 35 dollari al barile ne dimostrava l’inesattezza. Iniziò nel 2008 e accelerò dopo il voto in Europa per le sanzioni anti-russe, disorganizzando il commercio internazionale; spostando capitali e di conseguenza facendo scoppiare la bolla speculativa del petrolio. Questa volta, il prezzo basso viene sostenuto dagli Stati Uniti, videndolo come ulteriore mezzo per rovinare l’economia russa. Il calo dei prezzi accelerò quando l’Arabia Saudita se ne interessò. Per inviare sul mercato il proprio petrolio, Riyadh cominciò ad abbassare il prezzo tra i 20 e i 30 dollari al barile di petrolio ‘leggero saudita’. Questo investimento rese le fonti alternative di energia non redditizie e garantì potere e profitti futuri a Riyadh. L’Arabia Saudita si attivò per convincere i partner dell’OPEC a continuare tale corso. I membri del cartello decisero di risparmiare energia con un piano a lungo termine, anche con la prospettiva di un reddito drasticamente ridotto per diversi anni. Oggi, il basso prezzo della benzina priva questi investimenti di redditività. Di conseguenza, la caduta dei prezzi del petrolio sostenuta da Washington mira a rovinare Mosca. Se i posti di lavoro perduti nell’industria energetica sono stati 250000 negli ultimi due anni, la metà di questi riguarda gli Stati Uniti. Il 78% dei pozzi sono stati chiusi. E anche se il calo di produzione non è così drammatico, non cambia il fatto che gli USA non siano così indipendenti sul piano energetico… Questo non si riferisce solo agli Stati Uniti. L’intero sistema capitalista occidentale ne è stato colpito. Nel 2015 l’azienda Total perse 2,3 miliardi di dollari, Conoco Phillips 4,4, BP 5,2, Shell 13, Exxon 16,2 e Chevron circa 23 miliardi di dollari. Questo ci riporta alla “dottrina Carter” del 1980, quando Washington si concesse il diritto d’intervenire in Medio Oriente per garantirsi l’accesso libero al petrolio. Per attuare tale dottrina, il presidente Reagan creò il Comando Centrale degli USA. Oggi, il petrolio viene estratto con più metodi. Il fittizio “picco di Hubbert” non c’è stato. Ora, il presidente Obama ha ordinato alle truppe del Comando Centrale di trasferirsi nel Pacifico (definito da Obama ‘Pivot in Asia’). Tale piano è stato modificato dopo la concentrazione di forze in Europa occidentale, ma probabilmente ricomincerà se il prezzo del petrolio resta tra i 20 e i 30 dollari al barile. In questo caso, la produzione di alcuni prodotti petroliferi finirà e solo il petrolio ‘saudita leggero’ sarà utilizzato. Ecco perché ancora oggi affrontiamo la domanda per inviare forze in Medio Oriente. Se Washington prende questa strada, cambierà la tattica del Pentagono. Anche se la “teoria del caos” permette il controllo di vasti territori da parte di pochi, richiede anche un lungo periodo per sviluppare ampie risorse, come dimostra l’esperienza in Afghanistan, Iraq e Libia. Forse sarà utile per Washington tornare a una politica più saggia: smettere di sostenere il terrorismo, accettare la pace e iniziare a commerciare con questi Stati, o quel che ne resta.AP9812180876Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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