Putin gioca a scacchi energetici con Netanyahu

F. William Engdahl New Eastern Outlook 04/05/2016Il 21 aprile il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è volato a Mosca per colloqui a porte chiuse con il Presidente russo Vladimir Putin. I media hanno riferito che i colloqui erano sulla situazione in Siria, un tema in cui Mosca ha regolamentato i contatti delicati evitando potenziali scontri militari. Sembra, tuttavia, che i due abbiano discusso di tutt’altro, del coinvolgimento russo nella questione del possibile sviluppo del gigantesco giacimento di gas off-shore Leviathan israeliano, nel Mediterraneo orientale. I due hanno trovato un accordo le cui implicazioni geopolitiche potrebbero essere enormi per Putin e il ruolo strategico della Russia in Medio Oriente, così come per la futura influenza degli Stati Uniti nella regione.
La stampa israeliana ha riportato i colloqui Netanyahu-Putin come “coordinamento tra forze sui cieli del Paese in stato di guerra e il Golan occupato…” Secondo i media statali russi, tuttavia, Netanyahu e Putin hanno discusso il possibile ruolo di Gazprom, primo produttore e venditore di gas naturale del mondo, come possibile parte interessata al giacimento gasifero israeliano Leviathan. Il coinvolgimento della Russia nello sviluppo del giacimento di gas israeliano bloccato ridurrebbe il rischio finanziario per le operazioni sui giacimenti di gas offshore israeliani, aumentandone la sicurezza, dato che gli alleati dei russi come Hezbollah o Iran non oserebbero colpire le loro joint venture. Se le notizie russe sono accurate, potrebbero presagire un nuovo importante passo nella geopolitica energetica di Putin in Medio Oriente, che potrebbe infliggere una grave sconfitta a Washington dall’azione sempre più inetta nel controllare il centro mondiale del petrolio e gas.

L’interesse russo
Molti osservatori esteri potrebbero essere sorpresi dal fatto che Putin dialoghi con Netanyahu, vecchio alleato degli Stati Uniti. Vi sono molti fattori dietro. Uno è la leva del Presidente della Russia data dalla presenza di più di un milione di russi in Israele, tra cui un membro nel governo di Netanyahu. Ancora più importante, dato che l’amministrazione Obama va avanti, con veementi proteste di Netanyahu, nella firma sull’accordo nucleare con l’Iran del 2015, le relazioni tra Washington e Tel Aviv si sono raffreddate, per usare un eufemismo. La situazione viene abilmente sfruttata da Putin e Russia. Washington vuole imporre la riconciliazione politica tra Netanyahu e la Turchia di Erdogan, con un accordo in cui la Turchia diverrebbe un importante acquirente del gas offshore di Israele, con importanti accordi di acquisti da Leviathan. Per Washington ciò ridurrebbe la dipendenza turca, oggi a più del 60%, dalle importazioni di gas russo. In cambio Israele accetterebbe di vendere alla Turchia avanzate attrezzature militari con l’approvazione di Washington. Tuttavia i colloqui bilaterali tra Turchia e Israele sarebbero in stallo per numerose differenze, aprendo una porta alla Russia. Putin ha invitato il presidente israeliano Reuven Rivlin a Mosca il 16 marzo per colloqui, dopo la decisione a sorpresa della Russia di ritirare parte delle sue forze dalla Siria. Significativamente, la visita è stata sanzionata da Netanyahu, che spesso è in contrasto personale con il presidente. Uno scopo era chiaramente porre le basi per l’ultima visita di Netanyahu a Mosca.

Golan, Leviathan, Turchia
Ciò che emerge è un complesso negoziato da realpolitik tra Putin e Netanyahu della massima posta geopolitica per l’intero Medio Oriente e oltre. Gli elementi sembrano ora includere una possibile partnership di Gazprom ed investimenti nello sviluppo e commercializzazione del gas naturale del gigantesco giacimento di gas israeliano in mare aperto Leviathan, comprendente anche una sorta di accordo tra Russia e Israele per garantire la sicurezza d’Israele dagli attacchi delle forze di Hezbollah sostenute da Teheran sulle alture siriane del Golan. E comprenderebbe l’accordo in cui Israele abbandonerebbe la vendita di gas e armi, desiderata da Washington, alla Turchia di Erdogan, accordo che indebolirebbe Gazprom e qualsiasi leva russa sulla Turchia.Noble-Leviathan_FPSO_Gas_Field_MapLeviathan d’Israele
Primo il Leviathan. Alla fine del 2010 Israele annunciava la scoperta di un enorme “super-gigantesco” giacimento di gas off-shore in ciò che dichiara sua zona economica esclusiva (ZEE), situata in quello che i geologi chiamano Levante o bacino levantino. La scoperta è a circa 84 miglia ad ovest del porto di Haifa e a tre miglia di profondità. L’hanno chiamato Leviathan dal biblico mostro marino. Tre compagnie energetiche israeliane, guidate da Delek Energy, in collaborazione con la Noble Energy di Houston, in Texas, annunciavano stime iniziali secondo cui il giacimento conterrebbe 16 miliardi di piedi cubi di gas, la maggiore scoperta in acque profonde al mondo da un decennio. Per la prima volta dalla creazione dello Stato d’Israele nel 1948, il Paese sarebbe autosufficiente ed anche in grado di diventare uno dei maggiori esportatori di gas. Se passiamo avanti di cinque anni fino al presente, l’affermazione d’Israele come uno dei principali attori geopolitici energetici appare assai diversa al mondo. I prezzi di petrolio e gas sono crollati in modo drammatico alla fine del 2014, con pochi segni di serio recupero. La politica interna israeliana ha inoltre bloccato l’approvazione della regolamentazione dello sviluppo del Leviathan. Il 28 marzo, l’Alta Corte israeliana bloccava la proposta del governo Netanyahu di congelare il cambiamento delle regole nell’industria del gas, minacciando di ritardare lo sviluppo dei giacimenti offshore. La corte ha contestato la proposta di clausola di “stabilità” che impedirebbe importanti cambiamenti normativi per 10 anni. La mancanza di un quadro approvato dal governo ha ritardato lo sviluppo di Leviathan. Noble e il partner israeliano Delek Group Ltd. sono i principali contraenti interessati a Leviathan. Poi dalla precedente incursione della Russia nel Leviathan del 2012, vi è il cambiamento dovuto al fatto che Netanyahu e l’amministrazione Obama sono ai ferri corti sull’Iran e numerose altre questioni. Inoltre, il mercato mondiale del petrolio e del gas è in depressione e Israele avrebbe urgente bisogno di significativi investimenti esteri per sviluppare Leviathan. Così oggi la società di Houston, Texas, Noble Energy subisce l’impatto negativo del crollo dei prezzi dell’energia degli ultimi due anni, nel pieno della peggiore depressione dell’industria del petrolio da anni e discute la vendita della partecipazione a diversi progetti internazionali per superare la tempesta. Nell’ottobre 2015, fonti israeliane riferivano che Vladimir Putin aveva riformulato la proposta per la partecipazione di Gazprom allo sviluppo del gas offshore israeliano. Secondo le osservazioni del giornalista israeliano Ehud Yaari, Putin aveva manifestato il rinnovato interesse di Gazprom ad entrare nell’industria del gas israeliana prendendo una quota della joint venture dell’enorme e costoso progetto Leviathan. Yaari, considerato molto ben informato sulla politica mediorientale d’Israele, dichiaravaa inoltre che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che si oppose all’accordo del 2012 con Gazprom, ora riconsidera la sua posizione. Nel 2012 Gazprom aveva presentato l’offerta più alta per comprare il 30% di Leviathan. I partner israeliani di Noble Energy nel Leviathan, guidati da Delek Energy, decisero di avere un partner strategico, perché non hanno i mezzi finanziari, il know-how e le connessioni per sfruttare appieno e il più rapidamente possibile le potenzialità del giacimento. Il costo per sviluppare la scoperta di gas, come la costruzione di un impianto di liquefazione del gas naturale (GNL), fu stimato a 10-15 miliardi di dollari. All’epoca c’era una spaccatura tra i proprietari del Leviathan. Il Gruppo Delek del miliardario israeliano Yitzhak Tshuva era entusiasta dell’accordo con Gazprom, dato il suo potere geopolitico e la sua capacità di commercializzazione globale. La statunitense Noble Energy si oppose, molto probabilmente su istigazione di Washington. Gazprom perse. Nell’ottobre 2015, un mese dopo l’inizio dell’intervento militare della Russia in Siria, Yaari disse al quotidiano di Sydney The Australian che Putin aveva recentemente detto a Netanyahu che, in cambio di un accordo sul Leviathan, “Noi assicureremo che non vi sarà alcuna provocazione contro i giacimenti di gas (israeliani) da parte di Hezbollah o Hamas“. Dato il recente ruolo militare della Russia in Siria, era chiaramente una promessa per nulla vuota.

Turchia e Israele
Un altro componente del possibile grande affare per garantire energia e sicurezza tra Russia e Israele comporterebbe un accordo per porre fine ai negoziati sostenuti dagli Stati Uniti con la Turchia di Erdogan a favore degli investimenti di Gazprom su Leviathan e della sicurezza russa a garanzia dei progetti energetici off-shore israeliani. Ai primi di marzo, il vicepresidente statunitense Joe Biden, dalla misteriosa abilità di presentarsi in aree in cui i neo-con di Washington vogliono concessioni o accordi particolari, si presentò a Tel Aviv per un incontro con Netanyahu. Nei colloqui a porte chiuse tra i due, secondo il quotidiano Haaretz, Biden fece pressione su Netanyahu per trovare un accordo con Erdogan che vedrebbe il gas di Leviathan andare in Turchia sostituendo il gas di Gazprom. Biden ha anche spinto per la vendita di armi avanzate israeliane al membro della NATO Turchia. Da allora, colloqui segreti sono in corso tra Israele e Turchia, senza successi tangibili. Il ministro della Difesa israeliano Moshe Yaalon parlando a nome della dirigenza militare israeliana, ha detto ai media israeliani più volte, nelle ultime settimane, che le richieste delle IDF, come precondizione per qualsiasi distensione tra Israele e Turchia è che Erdogan chiuda il centro di comando di Hamas in Turchia, che secondo Israele guida le attività terroristiche contro Israele. La Turchia ha rifiutato. La dirigenza militare israeliana preferirebbe mantenere la cooperazione militare con la Russia a qualsiasi accordo con l’imprevedibile Erdogan. Chiaramente non a caso, solo pochi giorni dopo i colloqui tra Netanyahu e Biden, Putin estese l’invito non a Netanyahu direttamente, ma più diplomaticamente al presidente israeliano Rivlin. Rivlin fu invitato a Mosca con il pretesto della cerimonia del 25 ° anniversario della restaurazione dei rapporti diplomatici tra i due Paesi. Agiva in modo chiaro come discreto passo per preparare gli ultimi colloqui a Mosca tra Putin e Netanyahu riguardanti, tra l’altro, le quote di Gazprom sul Leviathan e il futuro delle alture occupate del Golan, dove una società energetica degli Stati Uniti, dai sospetti stretti collegamenti, Genie Energy, nel cui Advisory Board vi sono Dick Cheney e Lord Rothschild, sostiene di aver scoperto, attraverso la controllata israeliana, una grande nuovo giacimento di petrolio. I recenti sforzi di Netanyahu per ottenere dal presidente degli Stati Uniti Obama l’occupazione permanente israeliana del Golan sarebbero stati vani. Probabilmente Netanyahu aveva in mente nei suoi colloqui con Obama i rapporti sulle grandi scoperte di petrolio della controllata israeliana della statunitense Genie Energy. Nei colloqui di Mosca, il presidente Rivlin ha chiesto a Putin di ristabilire la presenza dell’UNDOF sulle alture del Golan tra Israele e Siria, sottolineando che Israele si preoccupa d’assicurarsi che Hezbollah e altri gruppi filo-iraniani non sfruttino il caos nella Siria devastata dalla guerra e il vuoto di potere sulle alture del Golan per cerare una base vicino al confine per attaccare Israele. I combattimenti recenti hanno costretto le Nazioni Unite a ritirarsi. Ciò che è chiaro è che la posta geopolitica è per tutti enorme: Mosca, Tel Aviv, Ankara, Washington, imprese energetiche statunitensi, israeliane e Gazprom. Da tenere sotto controllo…8c868ce5c5cc570d930f6a706700d44c_tx600F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il leader del Giappone visita la Russia contro il volere degli Stati Uniti

Alex Gorka Strategic Culture Foundation 13/05/2016n-abeputin-a-20141019Il 6 maggio il Presidente Vladimir Putin incontrava il Primo ministro giapponese Shinzo Abe nella località del Mar Nero di Sochi. I leader hanno discusso dei modi per rafforzare i legami bilaterali e risolvere la disputa territoriale sulle isole Curili. Ucraina, Corea democratica, Siria, terrorismo internazionale e cooperazione bilaterale erano all’ordine del giorno. Le parti hanno deciso di rinnovare le riunioni periodiche nel formato 2+2 tra ministri degli Esteri e della Difesa. Un accordo è stato raggiunto per continuare i contatti tra i consigli di sicurezza dei due Paesi. La Russia ha anche sostenuto il coinvolgimento del Giappone nella task force umanitaria in Siria. Il Giappone è stato invitato a partecipare all’esercitazione anti-contrabbando nel Pacifico a luglio-agosto. Molte cose sono state discusse in modo confidenziale, a porte chiuse. Come previsto, non ci sono stati passi avanti sul Trattato di pace e la controversia territoriale, anche se le parti hanno detto che le discussioni sono state costruttive. La questione delle isole contese è troppo difficile da risolvere rapidamente. Richiede pazienza e agilità. I militari russi osservavano i colloqui da vicino mentre studiano diversi piani per rafforzare la difesa dell’area. Va ancora precisato l’isola che ospiterà i missili a lungo raggio antiaerei e antinave. I leader di Russia e Giappone hanno deciso di negoziare la controversa questione a giugno tra viceministri degli Esteri. Nel 2013, Abe è stato il primo leader giapponese a compiere una visita ufficiale in Russia dopo un decennio, cercando di risolvere le divergenze e ampliare la cooperazione. Questo è il 9° incontro dei due leader dal 2012 (quando Abe fu rieletto premier) e la 13.ma volta cui i leader s’incontrano, dalla riunione tenutasi nel primo mandato di Abe (2006 – 2007). Due fattori rendono l’evento particolarmente simbolico. Il primo, il 40° vertice G8 (ora G7) che si tenne a Sochi nel giugno 2014 e trasferito a Bruxelles dopo che la Crimea divenne parte della Russia. Il secondo, questa è la seconda volta che il Premier si reca a Sochi. A differenza di altri capi occidentali, come i membri del G8, si recò ad assistere ai Giochi Olimpici Invernali di Sochi durante la crisi in Ucraina, dimostrandosi un diplomatico abile e lungimirante. Lo sviluppo delle relazioni con la Russia rende la politica estera giapponese più equilibrata e apre la via alla partecipazione a vantaggiosi progetti economici. Va sottolineato che l’importanza del vertice Russia-Giappone del 6 maggio a Sochi va oltre i legami bilaterali. E’ l’evento principale negli ultimi rapporti tra Russia e G7. La visita ha avuto luogo prima del vertice G7 previsto per fine maggio. La Russia è stata l’ultima tappa del viaggio del premier che includeva Francia, Italia, Belgio, Germania e Gran Bretagna. Il 42° vertice del G7 si terrà il 26-27 maggio 2016 al Shima Kanko Hotel sull’isola di Kashiko, Prefettura di Mie, Giappone. Il premier giapponese voleva che il vertice Giappone-Russia precedesse l’evento, col Presidente russo Vladimir Putin che inviava un segnale a Tokyo dicendo “Lo sviluppo del dialogo multi-programmato con il Giappone è una delle nostre priorità in politica estera. Conto sulla prevista visita del (Primo ministro) Shinzo Abe del 6 maggio per poter ampliare le relazioni russo-giapponesi con mutuo vantaggio e tenendo conto dei reciproci interessi”.
Shinzo Abe è il primo leader del gruppo G7 a visitare la Russia dal marzo 2015, quando il Presidente Putin incontrò Matteo Renzi. A differenza dei Paesi anglofoni, i capi occidentali cominciano ad intensificare gradualmente i contatti con la Russia. Ministri tedeschi sono visitatori frequenti a Mosca. L’estate scorsa il Presidente Putin fu invitato a visitare Expo-2015 di Milano, sfruttò l’opportunità per incontrare Papa Francesco e visitare Berlusconi. Il viaggio di Abe sarà seguito dalla visita, il prossimo mese, del primo ministro Renzi nell’annuale Forum sugli investimenti nella città natale di Putin, San Pietroburgo. Questa volta, Abe, alleato chiave degli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico, “restava ritto seguendo la sua strada”, respingendo la pretesa del presidente Barack Obama di non visitare la Russia, secondo Kyodo del 24 febbraio. In un intervista a RIA Novosti, prima della riunione, il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha detto che gli statunitensi dicono segretamente agli altri, tra cui il premier giapponese, di non visitare la Russia. Un anno prima, alla vigilia delle celebrazioni del 70° anniversario della vittoria nella Seconda guerra mondiale, la tattica funzionò. Shinzo Abe non visitò Mosca. Questa volta l’importanza delle relazioni con la Russia prevalgono su altri motivi. Il Giappone ha davvero bisogno del dialogo e la Russia è pronta ad andargli incontro. I leader si sono incontrati tre volte negli ultimi due anni. Abe era più che disposto a incontrare Putin a New York presso la sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dell’anno prima. Un successo in politica estera è importante per il leader giapponese. L’opposizione ha buona probabilità alle elezioni di autunno mentre l’economia ristagna. Mosca è importante per bilanciare le relazioni tra Giappone e Cina. Inoltre, è sempre più difficile per Washington fare pressioni su Tokyo mentre coopera con Mosca sulla Siria e dice apertamente che la cooperazione è di grande importanza. Ma la pressione degli Stati Uniti è ancora abbastanza forte per fare rinviare la visita di Putin a Tokyo, inizialmente concordata nel 2014. Quando si deve decidere la data, Tokyo si comporta come il gatto che ama il pesce ma odia l’acqua. Il Primo ministro giapponese Shinzo Abe ha confermato ancora una volta l’invito al Presidente Vladimir Putin a visitare il Giappone, senza annunciarne la data. Il presidente e il premier hanno discusso i dettagli dell’invito. A sua volta, Vladimir Putin ha invitato Shinzo Abe ad aderire al 2° Forum Economico Orientale che si terrà a Vladivostok il 2 – 3 settembre. La visita ha finalmente posto fine ai tentativi degli Stati Uniti di mantenere la Russia isolata dal G7. I suoi avvertimenti sono ignorati a favore del rinvigorito dialogo con la Russia. L’evento testimonia come i contatti tra Russia e principali potenze mondiali aumentano ed hanno buone prospettive per il futuro.0,,18958022_401,00

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Un ‘amichevole’ premier giapponese propone un ‘nuovo approccio’ alla Russia su come consegnare le Curili a Tokyo
Galina Dudina, Kommersant, 16 maggio 2016 – Russia Insider

bef6568b-f6fc-486b-b7d2-99cea952a3a0_mediumIl Primo ministro giapponese Shinzo Abe ha visitato Sochi il 6 maggio per colloqui col Presidente russo Vladimir Putin. Oltre a commercio, cooperazione economica ed investimenti, i due leader hanno discusso la questione dolorosa del trattato di pace della Seconda guerra mondiale, che non sarà concluso finché la disputa territoriale sulle isole Curili del sud sarà risolta. Dopo i colloqui, Abe ha detto di aver proposto un “nuovo approccio” per risolvere la disputa territoriale.

Tono amichevole
Abe aveva visitato la città turistica nel 2014 per la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali. “Il calore di questa meravigliosa città mi ricorda il mio incontro con Vladimir nel 2014“, ha detto Abe in un indirizzo marcatamente amichevole all’ospite. “Con i ricordi delle belle attrazioni di Sochi, non vedevo l’ora di incontrare Vladimir. Sono molto contento di vedervi“. Putin ha salutato l’ospite con tono ufficiale. “Sig. Primo ministro, vediamo la vostra visita come un’opportunità per collaborare su questioni di reciproco interesse“, ha detto. Allo stesso tempo, il leader russo si è vagamente riferito alle tensioni esistenti tra i due Paesi. “In considerazione degli sviluppi politici, commerciali ed economici, ci sono questioni che vanno trattate in via prioritaria“, ha detto Putin. Le questioni all’ordine del giorno dei colloqui erano già note, tra cui la prospettiva della firma del trattato di pace (che Abe ha menzionato nel discorso di apertura), la questione delle isole Curili del Sud, così come la cooperazione bilaterale e la risoluzione dei conflitti in Siria, Ucraina e penisola coreana. L’incontro fu organizzato durante i colloqui del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov con l’omologo giapponese Fumio Kishida, a Tokyo, a metà aprile. Era Lavrov a riassumere i risultati dei colloqui tra il Presidente Putin e il Primo ministro Abe. Ha detto che i due leader hanno discusso dei rapporti commerciali ed economici così come dell’imminente visita di Vladimir Putin in Giappone “comprese date specifici” (che saranno annunciate). Putin ha invitato Abe a partecipare al Forum economico orientale, che si terrà a Vladivostok ai primi di settembre. Inoltre, i russi hanno proposto di rilanciare il formato 2+2 nato nel 2013 sui colloqui congiunti dei ministri degli Esteri e della Difesa dei due Paesi. “Speriamo che i nostri colleghi giapponesi ci ascoltino“, ha detto Lavrov, aggiungendo che il formato era “utile date le minacce alla sicurezza nella regione Asia-Pacifico e nel Sud-Est asiatico“.

Le controversie sulle Curili del sud
Abe ha detto di aver proposto un “nuovo approccio” per risolvere la questione delle isole contese. Tuttavia, né i giapponesi, né i russi hanno reso noti i dettagli dell’approccio. “Ci sono state osservazioni sui media giapponesi su quale idea Shinzo Abe avesse portato a Sochi, suggerendo che la proposta in una certa misura si basi sull’idea avanzata nel 1998 dall’allora Primo ministro giapponese Ryutaro Hashimoto durante l’incontro con Boris Eltsin“, dice Aleksandr Panov ex-ambasciatore russo in Giappone. “Non si può escludere che la parte giapponese possa proporre un’opzione per cui le isole di Habomai e Shikotan siano consegnate al Giappone dopo la firma del trattato di pace, mentre le altre isole (Iturup e Kunashir) per un certo periodo di tempo, 30-50 anni, rimarranno sotto il dominio amministrativo della Russia“. Panov aggiunge che tale proposta sarebbe considerata un compromesso dal Giappone. La prossima occasione per le due parti di discutere la questione delle isole Curili e il trattato di pace si avrà a giugno, in una riunione tra i viceministri degli esteri. Aleksandr Gabuev, capo del Programma Asia-Pacifico del Carnegie Moscow Center, suggerisce che la dichiarazione coraggiosa di Shinzo Abe abbia più a che fare con la situazione politica interna in Giappone. In vista delle elezioni politiche anticipate previste a luglio, “c’erano aspettative molto alte sulla visita di Shinzo Abe a Sochi“, aggiunge. Abe ha dovuto dimostrare che non era solo una “visita a vuoto” e che era pronto a cercare nuovi approcci per una delle questioni chiave della politica estera di Tokyo, dice Gabuev.abeputinfeb20Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il petroyuan è la grande scommessa di Russia e Cina

Ariel Noyola Rodriguez* Russia Today
*Economista laureato presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM).

PetroYuanDopo le sanzioni economiche che Stati Uniti ed Unione Europea hanno imposto alla Russia, Mosca e Pechino tessevano una potente alleanza energetica che ha radicalmente trasformato il mercato mondiale del petrolio. Oltre ad aumentare il commercio di idrocarburi in modo esponenziale, le due potenze orientali hanno deciso di porre fine al dominio del dollaro nel determinare i prezzi dell’oro nero. Il petroyuan è lo strumento di pagamento strategico che promette di facilitare la transizione verso un sistema monetario multipolare, che tenga conto delle diverse valute e rifletta i rapporti di forza nell’ordine mondiale. Invece di umiliare la Russia, la “guerra economica” che Washington e Bruxelles hanno promosso è stata controproducente perché non solo ha contribuito a rafforzare l’alleanza energetica tra Mosca e Pechino. Ricordiamo che nel maggio 2014, la società russa Gazprom s’impegnò a garantire la fornitura di gas alla Cina per 38 miliardi di metri cubi nei prossimi tre decenni (dal 2018), con la firma di un contratto da 400 miliardi di dollari con la China National Petroleum Corporation (CNPC) (1).
Attualmente entrambe le potenze collaborano a un ambizioso piano strategico che prevede la costruzione di oleodotti e di raffinerie e complessi petrolchimici a gestione congiunta di grandi dimensioni. Senza volerlo, il riavvicinamento tra Mosca e Pechino ha prodotto profondi cambiamenti nel mercato mondiale del petrolio a favore dell’Oriente, minando drammaticamente l’influenza delle compagnie petrolifere occidentali. Anche l’Arabia Saudita, che fino a poco prima era la principale fornitrice di petrolio del gigante asiatico, è tramortita dalla diplomazia del Cremlino. Mentre dal 2011 le esportazioni di petrolio saudite verso la Cina crescevano al ritmo di 12000 barili al giorno, quelle russe crescevano di 550000 barili al giorno, cioè cinque volte più veloce. Infatti, nel 2015 le aziende russe superarono di quattro volte le loro controparti saudite nella vendita di petrolio alla Cina: Riyadh ha dovuto accontentarsi d’essere il secondo fornitore di greggio di Pechino a maggio, settembre, novembre e dicembre (2). Va notato che anche la quota di mercato dei Paesi europei rispetto alla regione asiatica è diminuita: la Germania, per esempio, è stata soppiantata dalla Cina verso la fine del 2015 quale maggiore acquirente di petrolio russo (3). Così, i grandi investitori che operano nel mercato globale del petrolio difficilmente possono credere come, in pochi mesi, l’attore principale (Cina) sia diventato il cliente preferito del terzo produttore (Russia). Secondo il Vicepresidente della Transneft (la società russa responsabile della realizzazione dei gasdotti nazionali) Sergej Andronov, la Cina è disposta a importare 27 milioni di tonnellate di petrolio russo nel 2016 (4).
L’alleanza energetica russo-cinese si propone di andare avanti. Mosca e Pechino hanno deciso di fare dello scambio petrolifero la via al sistema monetario multipolare, cioè non basato esclusivamente sul dollaro ma che tenga conto di diverse valute e soprattutto rifletta i rapporti di forza nell’ordine mondiale. Le sanzioni economiche imposte da Washington e Bruxelles hanno incoraggiato i russi ad abbandonare le transazioni commerciali e finanziarie in dollari ed euro, in caso contrario sarebbero stati troppo esposti ai sabotaggi nel commercio con i principali partner. Perciò, da metà 2015, il petrolio che la Cina compra dalla Russia è pagato in yuan e non dollari, come confermato dai dirigenti di Gazprom Neft, il ramo petrolifero di Gazprom (5). Questo incoraggia l’uso della “moneta del popolo” (‘RMB’) nel mercato globale del petrolio, consentendo alla Russia di neutralizzare l’offensiva economica lanciata da Stati Uniti ed Unione Europea. Le fondamenta del nuovo ordine finanziario supportato dal petroyuan emergono: la valuta cinese è destinata a diventare il fulcro del commercio in Asia-Pacifico delle grandi potenze petrolifere. Oggi la Russia commercia petrolio con la Cina in yuan, e lo stesso in futuro farà l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) quando la Cina lo chiederà. O il culto dell’Arabia Saudita per il dollaro gli farà perdere uno dei principali clienti? (6)
Altre potenze geoeconomiche già seguono le orme di Russia e Cina, avendo capito che per costruire un sistema monetario più equilibrato, la ‘dollarizzazione’ dell’economia mondiale è una priorità. Non meno importante è che dal crollo del prezzo del petrolio di oltre il 60 per cento (a metà del 2014) le banche cinesi sono un sostegno cruciale per finanziare le infrastrutture energetiche congiunte. Per esempio, per avviare al più presto il gasdotto russo-cinese ‘Forza della Siberia’, Gazprom ha richiesto a Bank of China un prestito quinquennale da 2 miliardi di euro, lo scorso marzo (7). È il più grande credito bilaterale che Gazprom ha contratto con un istituto finanziario finora. Un altro esempio è il prestito che la Cina ha concesso alla Russia poche settimane fa di 12 miliardi di dollari per il progetto Jamal LNG (gas naturale liquefatto) nella regione artica (8). Evidentemente la politica estera della Russia nel settore energetico non subisce alcun isolamento, al contrario, vive uno dei momenti migliori grazie alla Cina. In conclusione, l’ostilità dei capi di Stati Uniti ed Unione Europea verso il governo di Vladimir Putin ha precipitato il rafforzamento dell’alleanza energetica russo-cinese, che a sua volta non fa altro che aumentare la preponderanza orientale sul mercato mondiale del petrolio. La grande scommessa di Mosca e Pechino è il petroyuan, strumento di pagamento dal carattere strategico che avanzerà la sfida per porre fine al predominio del dollaro nel determinare i prezzi dell’oro nero.1Note
1. “Rusia y China firman el histórico contrato multimillonario de suministro de gas“, Russia Today, 21 maggio 2014.
2. “Россия в декабре стала крупнейшим экспортером нефти в Китай“, TASS, 26 aprile 2016.
3. “China Overtakes Germany as Top Russian Oil Consumer“, Sputnik, 11 marzo 2016.
4. “China Confirms Readiness to Import 27Mln Tonnes of Russian Oil in 2016“, Sputnik, 31 marzo 2016.
5. “Gazprom Neft sells oil to China in renminbi rather than dollars“, Jack Farchy, Financial Times, 1 giugno 2015.
6. “Saudi Arabia having ‘a very difficult time selling oil’ as Russia and Iraq compete for trade“, The Independent, 29 marzo 2016.
7. “Gazprom secures €2bn loan from Bank of China“, Jack Farchy, Financial Times, 3 marzo 2016.
8. “Russia’s Yamal LNG gets round sanctions with $12 bln Chinese loan deal“, Reuters, 29 aprile 2016.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Arabia Saudita verso la catastrofe, ecco perché

Prof. Vijay Prashad, Global Research, 10 maggio 2016SAUDI-GCC-SUMMITL’Arabia Saudita è in guai seri. Il Gruppo Binladin, la maggiore società di costruzioni del regno, ha licenziato cinquantamila lavoratori stranieri. Hanno ricevuto i visti per andarsene, ma si sono rifiutati. I lavoratori non molleranno prima di essere pagati. Arrabbiato con il datore di lavoro, alcuni lavoratori hanno incendiato sette autobus della società. Le rivolte sono nel destino del regno. Ad aprile, re Salman ha licenziato il ministro dell’Acqua ed Elettricità Abdullah al-Hasin, oggetto di critiche per le tariffe elevate dell’acqua, le nuove regole sullo scavo dei pozzi e i tagli ai sussidi energetici. Il ministero della Ristrutturazione deve far risparmiare al regno 30 miliardi di preziosi dollari per un erario reso esanime dai bassi prezzi del petrolio. L’ottanta per cento dei sauditi vuole che i sussidi su acqua ed elettricità continuino. Non è disposto a lasciare che scompaiano, ritenendoli un diritto. Perché, dicono, un Paese ricco di energia non fornisce energia gratis ai sudditi? Quando re Salman salì al trono l’anno scorso, ereditò un regno in cattive acque. Il tesoro dell’Arabia Saudita si basa sulla vendita del petrolio per oltre il novanta per cento. La popolazione non paga imposte, quindi l’unico modo per raccogliere fondi è la vendita di petrolio. Mentre i prezzi del petrolio sono scesi da 100 dollari al barile a 30, i proventi del regno sono crollati. L’Arabia Saudita ha perso 390 miliardi di profitti petroliferi previsti lo scorso anno. Il deficit di bilancio è di 100 miliardi, molto più di quanto mai avuto prima. Per la prima volta dal 1991, l’Arabia Saudita si volge al mondo della finanza privata per raccogliere 10 miliardi di dollari per un prestito quinquennale. Il Paese, dal grande fondo sovrano, ha bisogno di denaro in prestito per pagare le bollette, dimostrando la propria fragilità. Cosa deve fare un Paese quando si entra in un periodo di crisi? Chiama la società di consulenza McKinsey. Ed è esattamente ciò che l’Arabia Saudita ha fatto. McKinsey ha inviato i suoi analisti nel regno da cui rientravano nel dicembre 2015, con ‘Arabia Saudita senza petrolio: trasformazione di investimenti e produttività’, un rapporto che avrebbe potuto essere scritto senza visitare il Paese, presentando tutti i luoghi comuni del neoliberismo: trasformare l’economia da interventista a liberista, tagliare sussidi e trasferimenti e vendere le attività del governo per finanziare il passaggio. Non c’è accenno all’economia politica peculiare e al contesto culturale dell’Arabia Saudita. La relazione chiede il taglio nel pubblico impiego dell’Arabia Saudita e dei tre milioni di lavoratori stranieri sottopagati. Ma l’intera economia politica dell’Arabia Saudita e la cultura dei sudditi sauditi sono legati all’impiego statale per i sudditi e alla sottomissione per i lavoratori ospiti sottopagati. Modificare tali pilastri mette in discussione la sopravvivenza della monarchia. Invece di Arabia Saudita senza petrolio, McKinsey avrebbe dovuto onestamente dire Arabia Saudita senza monarchia. Cosa produrrebbe il passaggio di McKinsey? “Il passaggio alla produttività“, scrivono tali analisti ansiosi, “potrebbe consentire all’Arabia Saudita di raddoppiare nuovamente il prodotto interno lordo e creare sei milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2030“. Il figlio del re, Muhamad bin Salman (MbS), ha preso McKinsey in parola, copiaincollando il rapporto nella sua Visione saudita 2030. La dichiarazione del principe differisce ben poco dalla proposta di McKinsey. Il desiderio del principe ne dimostra la mancanza d’esperienza. È improbabile che abbia letto The Shock Doctrine di Naomi Klein, attacco in piena regola al concetto di passaggio economico. Ancora più improbabilmente avrà letto The Firm di Duff McDonald, eviscerazione dei trucchi di McKinsey. Basare il futuro di un Paese su un rapporto McKinsey sembra avventato. Ma poi il principe ha una sua vena d’incoscienza, guidando la guerra saudita allo Yemen, rivelatasi dannosa per tutti. I colloqui di pace sulla guerra che si tengono in Quwayt sono in stallo. L’Arabia Saudita non ha fatto quasi alcun progresso nello Yemen. L’uomo che ha guidato l’Arabia Saudita nel fallimento umiliante dello Yemen ora sarà responsabile della sua trasformazione economica?
L’Arabia Saudita è una monarchia. Il principe ha il favore del re e il suo talento è valutato dal re e non dal popolo. Dovrà tollerarne gli imbrogli nell’economia così come ha dovuto tollerarne la fallita guerra allo Yemen. Cos’è la Visione saudita 2030 del principe? Nonostante i tentativi di creare una certa stabilità nel mercato del petrolio, non vi è alcuna indicazione che i prezzi del petrolio saranno presto portati ai livelli di sicurezza. Se il petrolio rimane al di sotto dei 50 dollari al barile, l’Arabia Saudita dovrà rivedere il proprio piano economico e ciò significa che dovrà trovare nuovi modi per ottenere dei ricavi. Per passare da un’economia dipendente dal petrolio a un’economia industrial-turistico-finanziaria, occorreranno massicci investimenti. Per assicurarsi gli investimenti, l’Arabia Saudita prevede di vendere una piccola quota della sua compagnia petrolifera ARAMCO di proprietà statale. Il piano è raccogliere almeno 2 trilioni di dollari dalla vendita sua e di altri beni dello Stato. Il denaro rimpinguerà l’impoverito fondo sovrano, che altrimenti potrebbe prosciugarsi nel 2017-2020. Il maggiore fondo sovrano sarà utilizzato per lo sviluppo di nuovi settori industriali come petrolchimica, media produzione e finanza, così come turismo. Gli stranieri saranno autorizzati ad avere una proprietà nel regno e l’attività imprenditoriale sarà incoraggiata dallo Stato. In che modo tutto questo accadrà entro il 2020, data proposta dal principe, o anche entro il 2030, dal nome del piano del principe? L’Arabia Saudita potrà soddisfare rapidamente la popolazione passando dalle entrate petrolifere a lavorare nel contesto di un mercato insicuro? La storia suggerisce un lungo periodo d’insoddisfazione pubblica durante tale enorme transizione. La famiglia reale saudita saprà affrontare rabbia e umiliazione che tale cambiamento evocherà?
Il direttore Medio Oriente e Asia Centrale del Fondo monetario internazionale, Masud Ahmad è sicuro che la transizione andrà bene. In realtà, Ahmad ritiene che il piano McKinsey sia forse un po’ troppo modesto. Ciò che i sauditi devono fare, ha detto Ahmad, è attirare maggiori investimenti privati per sostenete la diversificazione. Da dove arriverà tale investimento privato? Forse dalla Cina, che ha già firmato un grande accordo nucleare (da 2,48 miliardi di dollari) con l’Arabia Saudita. Il regno è il maggiore fornitore di petrolio della Cina. Le cinesi Sinopec, PetroChina e Yunnan Yuntianhua lavorano a stretto contatto con Aramco per costruire raffinerie di petrolio nel regno e sulle coste cinesi. Imprese edili cinesi costruiscono la ferrovia Haramain che collegherà Mecca e Madina. La Cina è il principale partner commerciale dell’Arabia Saudita. Il gruppo Binladin metterà in naftalina alcune gru, ma non significa che non appariranno sull’orizzonte del regno. Le imprese edili cinesi sono pronte a costruire la nuova base infrastrutturale dell’Arabia Saudita. Washington, se presta attenzione, vedrà la deriva della vecchia alleata: o nel caos sociale o nell’orbita cinese. Non c’è altra alternativa.6ee06bc5d102bd35f10fa5e516586c529f99d0d1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Crisi in Congo-Brazzaville: la mano nascosta della Francia

Gearóid Ó Colmáin AHTribune 27 aprile 2016

Dalla rielezione del 20 marzo del presidente Denis Sassou-Nguesso per il terzo controverso mandato, il governo della Repubblica del Congo è stato criticato dalla comunità internazionale per il presunto bombardamento di “quartieri civili”, a seguito degli attentati terroristici post-elettorali nella capitale del Paese, Brazzaville. In realtà, però, la nazione dell’Africa occidentale attualmente combatte le prime fasi di una rivolta sostenuta da USA/Francia/NATO, nel loro tentativo di destabilizzare un Paese che si avvicina alla sfera di influenza dei BRICS. In questa relazione, esamino lo sfondo geopolitico e storico di una crisi politica d’importanza globale nell’Africa occidentale.00150128 b9c1ca20afb90e22bb48e3c33c256d54 arc614x376 w1200All’indomani delle elezioni presidenziali del 20 marzo, che ha visto la controversa rielezione del presidente Denis Sassou Nguesso con oltre il 60 per cento dei voti, c’è crescente instabilità nella Repubblica del Congo. I candidati dell’opposizione hanno rumorosamente contestato i risultati delle elezioni. Questa contestazione è stata incoraggiata da governo francese, Unione europea e Stati Uniti che hanno sostenuto i candidati dell’opposizione, in particolare, Guy-Brice Parfait Kolelas, secondo alle elezioni con il 15% dei voti. Nella notti del 4 e 5 aprile, i terroristi hanno attaccato la capitale del Paese Brazzaville uccidendo diciassette persone. Sei stazioni di polizia, due dogane e il municipio sono stati incendiati. I terroristi erano membri dell’organizzazione Ninja Nsiloulhou che fa capo a Pastor Ntoumi, vecchio nemico del presidente e sostenitore del candidato dell’opposizione Guy-Brice Parfait Kolelas.

Brutale repressione dei civili?
Il 5 aprile, subito dopo gli attacchi, l’esercito congolese ha condotto un’operazione antiterrorismo nella regione del Pool, nel sud del Paese, roccaforte dei terroristi Ninja Nsilouhou e dei loro rappresentanti politici. I terroristi avevano combattuto contro le forze di Sassou-Nguesso durante la guerra civile del 1998-2002. Le milizie Ninja Nsilouhou sono composte da avventurieri settari e mercenari collegati alle intelligence statunitensi e francesi. Pastor Ntoumi, del gruppo etnico di maggioranza del Congo, ha creato un nuovo e sorprendentemente ben attrezzato esercito delle Forces armées républicaines pour l’alternance au Congo (FARLC). Le forze di Ntumi non hanno alcun programma di cambiamento economico. Sono, invece, più interessate a cacciare dal potere i Mbochi del nord, gruppo etnico del presidente, minoranza nel Paese. Il dominio imperiale occidentale sull’Africa ha tradizionalmente fatto affidamento su etnie e tribù delle minoranze. Tuttavia, nel tempo, molti regimi hanno superato le divisioni tribali; privando così l’imperialismo dei vantaggi nel mantenere divise le nazioni soggette. Anche se i Mbochi costituiscono solo il 12 per cento della popolazione del Paese, occupano oltre il 40 per cento dei posti governativi, fonte di tensioni etniche strumentalizzate dall’imperialismo.

Le menzogne di Amnesty International e propaganda di guerra
Data l’ostilità dei governi occidentali verso la rielezione di Sassou Nguesso, non dovrebbe sorprendere scoprire che la prima reazione dei media ufficiali francesi sul giro di vite del governo congolese contro i terroristi Ninja apparve come rapporto di condanna di Amnesty International. L’organizzazione per i diritti umani ha condannato con forza quello che ha descritto come bombardamento di civili da parte dei militari congolesi. Tuttavia, il rapporto di Amnesty International ammette di non aver avuto accesso alla zona in questione e che non ha potuto confermare alcuna delle accuse avanzate da anonimi nella regione del Pool. Il governo della Repubblica del Congo ha condannato fermamente il rapporto di Amnesty International, precisando che il fascicolo non si basa su alcuna prova. Inoltre, le accuse di Amnesty sono contraddette dall’organizzazione umanitaria cattolica Caritas, che ha visitato il Pool e non ha documentato alcun bombardamento dei militari sui civili. Una delle bugie raccontate da Amnesty International sull’operazione militare congolese è già stata smascherata. L’organizzazione per i diritti umani ha affermato che una scuola elementare di Soumouna era stata bombardata. Tuttavia, le foto datate 18 aprile dimostrano che la scuola non è stata bombardata. Una delle “fonti” principali del rapporto di Amnesty è monsignor Louis Portella, stretto confidente di Pastor Ntumi, il terrorista braccato dai militari congolesi. Il rapporto di Amnesty ha dato munizioni alla retorica anti-Nguesso dell’opposizione, definendo l’operazione antiterrorismo nel Pool come “genocidio”. Anche se ampiamente considerata organizzazione affidabile, obiettiva e rispettabile, Amnesty International ha una lunga storia di legittimazione della propaganda di guerra di Stati Uniti ed alleati. Il gruppo per i diritti umani è stato determinante nell’assassinio del leader del Ghana Kwame Nkrumah, quando fu preso di mira dalla CIA. Amnesty International fu accusata di complicità nell’assassinio di Nkrumah e di Patrice Lumumba, primo Primo Ministro della Repubblica Democratica del Congo. Zbigniew Brzezinski (ex-consigliere della sicurezza nazionale del presidente statunitense Jimmy Carter) fu tra i membri del consiglio di Amnesty International; questo quanto l’organizzazione per i diritti umani pubblicava rapporti che condannavano il governo democratico dell’Afghanistan. Nel frattempo, i mujahidin dalla CIA, nell’ambito della strategia dell”Arco della Crisi’ di Brzezinski, massacravano la popolazione afgana con poca o alcuna critica da parte di Amnesty International. Le denunce di Amnesty International dei crimini del sionismo non vanno meglio; l’organizzazione coprì i massacri israeliani di Sabra e Shatila nel 1982, e di nuovo di Jenin nel 2002. Nel 1986, l’organizzazione per i diritti umani pubblicò un rapporto di condanna contro il governo sandinista del Nicaragua utilizzato dall’amministrazione Reagan per giustificare altri aiuti ai terroristi contras, alla fine distruggendo il Paese. Nel periodo precedente la guerra del Golfo del 1991, Amnesty International in collusione con i militari degli Stati Uniti orchestrò la falsa storia sui soldati iracheni che avrebbero tolto 312 neonati dalle incubatrici negli ospedali del Quwayt, gettandoli sul pavimento. La storia, che scioccò il mondo, era la propaganda di cui il governo degli Stati Uniti aveva bisogno per bombardare l’Iraq, un bombardamento seguito da sanzioni paralizzanti che uccisero oltre 500000 neonati; era l’inizio della distruzione dei Paesi più ricchi e più avanzati del Medio Oriente. La storia fu interamente fabbricata dai militari degli Stati Uniti. Amnesty International è l’agenzia dietro frodi e sporche menzogne create per giustificare guerre e genocidi. Amnesty International collaborò a demonizzazione Hugo Chavez nel golpe sostenuto dagli Stati Uniti nel 2002 in Venezuela. Negli anni dell’apartheid brutale in Sud Africa, Amnesty non condannò mai il sistema razzista. Nel 2011, Amnesty International convalidò i falsi rapporti sui mercenari africani in Libia che dicevano commettessero massacri. Le relazioni, interamente fabbricate, furono usate per giustificare la guerra contro la nazione più ricca e democratica dell’Africa, causando la morte di centinaia di migliaia di persone e una crisi dei rifugiati che continua con proporzioni catastrofiche. Dallo scoppio della guerra della NATO contro la Siria, Amnesty International non ha prodotto nient’altro che menzogne e calunnie contro le istituzioni democratiche della Repubblica araba siriana. Con una storia del genere, non sorprende la pubblicazione di Amnesty International di un altro rapporto di condanna nei confronti di un governo africano che l’imperialismo occidentale cerca di rovesciare con la forza. (Per saperne di più qui)

Perché Sassou Nguesso deve andarsene?
ngouabi Anche se nominalmente indipendente dalla Francia dal 1958, la Repubblica del Congo non intraprese il vero cammino all’indipendenza fino all’ascesa al potere di Marien Ngouabi nel 1968. Per 9 anni, fino all’assassinio nel 1977, Ngouabi pose le basi del primo Stato socialista dell’Africa. Il carismatico leader comunista allineò la Repubblica popolare del Congo a URSS e Cina, nonostante la spaccatura ideologica tra i revisionisti sovietici e Cina maoista. Ngouabi ebbe anche stretti legami con Cuba. Il rivoluzionario comunista, che aveva una laurea in fisica, si era appassionato all’istruzione e fu probabilmente il più grande leader della liberazione nazionale africana; ma il sogno ebbe una fine tragica e improvvisa nel 1977, quando fu ucciso da un gruppo di ufficiali dell’esercito probabilmente guidati da Joachim Yhombi-Obango; l’assassinio ebbe la benedizione delle intelligence francese e statunitense. Entrambi i Paesi ripresero le relazioni diplomatiche con il Congo-Brazzaville subito dopo l’omicidio di Ngouabi. Opango fu deposto nel 1978 da Denis Sassou-Nguesso; il nuovo capo collaborò soprattutto con gli interessi neocoloniali francesi, una politica eufemisticamente denominata ‘Françafrique’. Voci sul ruolo Nguesso nell’omicidio di Ngouabi si sono moltiplicate negli anni, ma non vi è alcuna prova conclusiva che lo colleghi alla morte del leader comunista. Con la dissoluzione dell’URSS nel 1991, il governo francese costrinse lo Stato congolese ad aprirsi al multipartismo, una politica disastrosa che ha portato al governo il corrottissimo fantoccio francese Pascal Lissouba finché Denis Sassou-Nguesso riprese il potere nel 2002 dopo una guerra civile di quattro anni. Negli ultimi dieci anni, il presidente Nguesso ha avvicinato il Paese a Cina, Russia, Brasile e Cuba, vecchi alleati della guerra fredda (Brasile escluso) nella lotta anticolonialista.

Costruire blocchi indipendenti
Anche se Denis Sassou-Nguesso non è certamente un angelo e il suo regime può essere colpevole di gravi crimini, ha certi risultati di rilievo al suo attivo; è riuscito a riportare la pace in un Paese devastato dalla guerra. Il suo governo ha anche supervisionato un periodo di crescita economica stabile. Il presidente Sassou Nguesso ha avviato importanti programmi economici volti a costruire la base industriale del Paese. Nei prossimi mesi, un oleodotto tra Pointe-Noire, Brazzaville e Oyo sarà costruito dal governo russo. Mosca aiuterà anche a costruire due grandi dighe idroelettriche a Sounda e Cholet. L’isolata regione di Sounda nel nord del Paese è ora collegata con una nuova autostrada. L’amministrazione Sassou-Nguesso ha supervisionato significativi progressi nei trasporti. L’avanzato aeroporto di Brazzaville Maya Maya ospita una compagnia aerea in gran parte di proprietà statale, la CEAIR, fornendo nuovi collegamenti diretti per le principali mete commerciali mondiali come Dubai. L’aeroporto Maya Maya diverrà il più trafficato aeroporto nell’Africa centrale. Il potenziamento dello scalo è dovuto alla società cinese Weihei International, Economic and Technical Cooperative Co.Ltd. A Pointe-Noire, seconda città del Paese, è attualmente in costruzione l’aeroporto Augustino Neto. Il 22 febbraio 2016 il governo congolese ha firmato un contratto con la China Road and Bridge Corporation (CRBC) per la costruzione di un nuovo porto a Pointe-Noire, che dovrebbe comportare un significativo sviluppo economico del Paese. Alla firma del contratto, l’ambasciatore cinese nella Repubblica del Congo ha ribadito l’impegno del suo Paese nell’industrializzazione dell’economia congolese. Nuove reti stradali sono in costruzione nel Paese. Un monumentale ponte stradale e ferroviario collegherà Brazzaville e Kinshasa, nell’ambito della rete autostradale trans-africana. I cinesi avrebbero in programma la costruzione di una nuova linea ferroviaria da Brazzaville a Sud a Ouesso nel Nord, a Djambala nel centro del Paese e a Pointe Noire sulla costa; il progetto promette di essere una spinta importante per il commercio e lo sviluppo industriale. Molti nuovi edifici della pubblica amministrazione sono in costruzione nella capitale nell’ambito dell’azione del governo per rafforzare l’efficienza delle istituzioni statali, migliorare i servizi pubblici e affermare la sovranità nazionale. L’amministrazione di Sassou-Nguesso intende anche costruire un ponte di 4 km sul fiume Congo collegando Brazzaville a Kinshasa, capitale della vicina Repubblica Democratica del Congo. Il governo congolese ha in programma la riduzione della dipendenza dai proventi delle esportazioni di petrolio sviluppando l’agro-industria. Incontri tra il ministro dell’Agricoltura congolese e il suo omologo brasiliano si sono avuti in Brasile e nella Repubblica del Congo nel 2008, 2009 e 2010. Il Giappone ha anche significativamente aumentato gli investimenti nel settore agroalimentare congolese. Nell’ambito dei preparativi per ospitare il Festival di musica pan-africano, nuovi centri culturali, teatri e cinema sono programmati. Il nuovo complesso sportivo attualmente in costruzione a Kintélé consentirà al Paese di ospitare eventi di portata internazionale, aumentando gli investimenti e promuovendo la creazione di posti di lavoro. Anche se modestamente, il governo congolese ha mostrato impegno a ridurre la povertà con la costruzione di oltre 10000 nuove unità abitative sociali. Il Paese, che attualmente ha una sola università intitolata a Marien Ngouabi, presto ne avrà un’altra quando l’università Denis Sassou Nguesso sarà completata a Kintélé. L’amministrazione di Sassou-Nguesso ha avviato un ambizioso programma per fornire acqua potabile gratuita alla popolazione del Paese. Il progetto denominato ‘Acqua per tutti’ è attuato in collaborazione con la società brasiliana Asperbras, leader mondiale nelle infrastrutture dei servizi pubblici e delle attrezzature per l’industria pesante. Asperbras costruisce anche quattordici ospedali di alto livello nel Paese nell’ambito del programma governativo ‘Salute per tutti’. Dalla visita del presidente brasiliano Lula Ignacio da Silva a Brazzaville nel 2007 (aprendo la prima ambasciata del Brasile nel Paese) Brazzaville e Brasilia hanno rafforzato i legami. Vi sono state diverse visite di ministri congolesi in Brasile e i presidenti dei due Paesi si sono incontrati due volte dal 2012. Il governo di Nguesso ha beneficiato di significativi investimenti cinesi nel settore petrolifero. I cinesi hanno anche investito nella costruzione di grandi progetti industriali, come il centro commerciale di Mpila, e gli imponenti viadotti di Brazzaville e Talangai. Anche se il Partito del Lavoro al governo ha abbandonato l’adesione al revisionismo sovietico nel 1992, abbracciando la socialdemocrazia e il multipartitismo, Nguesso ha continuato a mantenere forti legami con Paesi come Cuba, Brasile, Cina e Russia. I media occidentali ritraggono Nguesso un dittatore assetato di potere e corrotto che sottrae risorse al Paese per il proprio clan o tribù, e alcune di tale accuse forse sarebbero vere. Ma i progetti infrastrutturali dimostrano che il Paese costruisce la base dell’indipendenza nazionale con gli investimenti cinesi, russi e brasiliani nell’industria pesante. Tale investimento minaccia gli interessi neocoloniali occidentali; tali interessi richiedono il mantenimento dell’Africa nel sottosviluppo e nella dipendenza continua, in modo che le sue risorse naturali possano essere saccheggiate dalle società occidentali. I legami di Nguesso con Cuba risalgono al periodo della Guerra Fredda, quando la nazione caraibica ebbe un ruolo fondamentale nelle lotte di liberazione africane, fatto riconosciuto da Nelson Mandela. L’economia socialmente orientata di Cuba è oggetto d’incessante demonizzazione, da più di mezzo secolo, nella stampa aziendalista internazionale, ma nemmeno essa può negare gli straordinari risultati conseguiti dal governo cubano nell’istruzione gratuita e nell’assistenza sanitaria di altissimo livello. Il Partito del Lavoro della Repubblica del Congo ha mostrato una certa fedeltà ai principi marxisti di Ngouabi inviando 280 studenti a L’Avana per la formazione come medici. Istruttori cubani sono stati invitati in Congo per esportarvi le metodologie pedagogiche per migliorare il sistema educativo del Paese.

L’orizzonte strategico imperialista: la guerra
CONGO_800x800Nell’aprile 2012, il ministero della Difesa francese pubblicò il rapporto ‘orizzonti strategici’ che descriveva il futuro degli interessi francesi in Africa. Il rapporto afferma che potenze concorrenti come Cina, India, Russia e Brasile, insieme all’ascesa del nazionalismo pan-africanista, rappresentano la peggiore minaccia per gli interessi francesi nel continente. Il rapporto indica che problemi come conflitti etnici e terrorismo religioso richiederanno la presenza militare continua delle truppe francesi in Africa e che queste truppe manterranno i contatti non con Stati sovrani, ma con aziende private locali. In altre parole, il futuro degli interessi neocoloniali francesi in Africa dipende da guerre civili e privatizzazione totale degli Stati-nazione africani. Negli ultimi 5 anni, ho sostenuto che l’imperialismo occidentale oggi procede usando la simbologia di sinistra. I colpi di Stato di piazza della primavera araba appoggiati dalla CIA nel 2011 lo testimoniano. Ma la primavera araba era solo l’inizio. Mathieu Pigasse, direttore della Banca Lazard, confidente del presidente Hollande, e proprietario del quotidiano Le Monde, ha dichiarato nel 2012 che voleva vedere l’ideologia della primavera araba diffondersi in Africa. Le aziende francesi, sosteneva, avrebbero in futuro trattato solo con le organizzazioni della ‘società civile’ piuttosto che con ‘i corrotti governi africani’. In ultima analisi ciò significa che l’oligarca Pigasse vuole vedere tutti gli Stati-nazione africani esplodere nel caos in modo che le loro risorse possano essere privatizzate da banche e multinazionali occidentali in nome della libertà, democrazia e dell’ultimo slogan della ‘rivoluzione popolare’ oligarchica. I media dell’opposizione di pseudo-sinistra in Francia sono in prima linea nella disinformazione sulla Repubblica del Congo. Spesso esprimendo indignazione verso il governo francese che sosterrebbe tale regime ‘genocida’ in Africa, quando in realtà i governi francesi e statunitensi ne sostengono gli oppositori. Abbiamo già menzionato le bugie di Amnesty International sul reclutamento del Colonnello Gheddafi di “mercenari africani” accusati di aver massacrato “manifestanti pacifici” nella rivolta del 2011 in Libia. Storie simili sono state recentemente inventate da potenti interessi francesi. Ma alcune di tali bugie hanno fallito. L’ex-direttore della compagnia petrolifera francese ELF Loic Le Floch-Prigent e il suo avvocato Norbert Tricaud sono stati giudicati da un tribunale francese per diffamazione dopo aver sostenuto che il mercenario francese Patrick Klein era stato reclutato dal governo congolese per massacrare gli oppositori politici. Klein negò le accuse e trascinò Le Floch-Prigent in tribunale per diffamazione. E’ interessante notare che l’avvocato Norbert Tricaud è riuscito a reclutare il nipote di Marien Ngouabi nella campagna contro il presidente Denis Sassou-Nguesso per l’assassinio del nonno; eppure nelle interviste Tricaud ignora completamente il ruolo di CIA e servizi segreti francesi nell’omicidio di Ngouabi. Né vi è alcuna menzione della moglie francese di Ngouabi, la nonna del cliente di Tricaud, in realtà una spia francese! Mai alcun funzionario francese o statunitense è stato perseguito per l’assassinio di leader africani, nonostante il fatto che i servizi segreti di Stati Uniti e Francia siano dietro l’assassinio di decine di rivoluzionari e capi di Stato africani. Tricaud afferma, in una delle sue interviste, di essere un avvocato impegnato nella lotta contro la schiavitù e per i diritti degli indigeni. Definisce più volte il governo di Sassou-Nguesso una ‘dittatura’ nonostante la sua amministrazione sia la prima in Africa ad aver approvato le leggi che conferiscono diritti ai pigmei, per secoli ridotti in schiavitù dai coloni Bantou.
E’ importante studiare la metodologia ingannevole usata da individui come Tricaud, che sembra criticare la politica estera occidentale che puntella i dittatori in Africa, ma allo stesso tempo promuove l’intervento militare imperialista sotto le spoglie dell’umanitarismo. Sulla sua pagina facebook Norbert Tricaud (l’uomo deciso a scoprire chi ha ucciso il rivoluzionario comunista Marien Ngouabi) si vanta di fare lobbying per il generale di estrema destra Mokoko con un consulente del segretario di Stato degli USA John Kerry e varie ONG. Jean-Marie Michel Mokoko tentò un colpo di Stato contro il governo della Repubblica del Congo all’inizio di quest’anno affermando di avere il governo francese dalla sua parte. Un video pubblicato on-line mostra Mokoko negli uffici di Sylvain Maier mentre pianifica il colpo di Stato contro Sassou-Nguesso con un agente del DGSE (servizi segreti francesi). Nel video l’agente dei servizi segreti francesi avverte Mokoko ”se mi tradisci, ti ammazzo”. Gli agenti del DGSE comprarono i biglietti aerei e diedero una busta in contanti a Mokoko. L’agente del DGSE spiega come l’intelligence francese avrebbe orchestrato la copertura mediatica del colpo di Stato per convincere i cittadini congolesi che Mokoko è un democratico. Spiega anche come l’intelligence francese avrebbe organizzato lo stato d’emergenza e il coprifuoco militare post-golpe, scherzando sul fatto che ”la maggior parte degli africani è codarda” volgendosi ai golpisti per la protezione. Il video fu girato negli uffici dell’avvocato francese Sylvain Maier, indagato per riciclaggio di denaro. Radio France Internationale, media di stato francese, poté confermare l’autenticità del video e fece di tutto per distrarre dalla vergognosa prova della congiura neo-coloniale francese, sostenendo che era stato utilizzato dal dittatore per screditare un ‘serio’ avversario. Anche sulla sua pagina facebook, Tricaud chiede un ‘corridoio umanitario’ per il Pool, per ‘proteggere i civili’. La frase ‘corridoio umanitario’ fu coniata dal dr. Bernard Kouchner nel 1968, quando la Francia tentava di crearsi uno Stato cliente nel Biafra, in Nigeria. Kouchner, che ha creato ‘Medici senza frontiere’, invocò tale corridoio nel Paese per aiutare i civili che sarebbero stati bombardati dal governo nigeriano. In definitiva migliaia di armi furono contrabbandate con le ambulanze presso gli insorti filo-francesi. Norbert Tricaud recentemente ha aderito a una delegazione di 19 politici congolesi che fa lobby nel Congresso degli Stati Uniti e presso il National Endowment for Democracy, think tank strettamente legato alla CIA e sponsor principale delle ‘rivolte popolari’ guidate dalla ‘società civile’. Tali incontri dimostrano che il cambio di regime sostenuto da USA e Francia a Brazzaville è ormai in fase avanzata. Denis Sassou-Nguesso sarà indubbiamente il prossimo leader africano ad affrontare la demonizzazione mediatica e la guerra dell’informazione, mentre una guerra d’aggressione per procura attuata da mercenari al soldo di Francia e Stati Uniti appare sempre più probabile.
L’enfasi di Sassou-Nguesso su industria pesante, infrastrutture pubbliche, rafforzamento dell’autorità e del ruolo dello Stato, mentre attrae maggiori investimenti dalle potenze mondiali emergenti, sono i fattori che l’hanno reso un nemico dell’imperialismo. Nel discorso inaugurale, Denis Sassou Nguesso s’è impegnato a combattere corruzione e nepotismo. Ha detto che questo mandato sarà l’inizio di un’importante rottura con il passato. Il presidente congolese si sarebbe riferito ai rapporti di forza che nel mondo si spostano a favore di Cina, Russia e BRICS, e che un tale sconvolgimento sismico del potere imperiale è una buona notizia per l’Africa. Anche se il rappresentante del governo francese Jean-Luc Borloo ha untuosamente descritto il discorso del presidente come ”visione monumentale”, è chiaro che governo e media francesi sostengono la pseudo-opposizione e le sue milizie terroristiche, nel disperato tentativo di salvare il vecchio, incartapecorito e del tutto marcio ordine coloniale. L’attuale scelta concreta del popolo del Congo-Brazzaville è tra pace e progresso economico sotto Sassou Nguesso o caos, guerra e morte sotto i suoi oppositori filo-occidentali. I cittadini congolesi farebbero bene ad ignorare il complottismo occidentale sulla morte di Marien Ngouabi e seguire invece la via di Sassou Nguesso che, nonostante i molti difetti e presunti crimini, fa di più per ravvivare lo spirito di Marien Ngouabi di qualsiasi oppositore. La questione ora non è chi ha ucciso Ngouabi ma chi tra i giovani del Paese ne compirà l’eredità.Un-congo-brazzaville

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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