Arabia Saudita contro Iran: la placca tettonica petrolifera di Qatif

Alfredo Jalife-Rahme, Rete Voltaire, Città del Messico (Messico) 4 febbraio 2016

E’ consuetudine nella stampa occidentale avere un’aria da studiosi e spiegare la rivalità tra Arabia Saudita e Iran su base religiosa (sunniti contro sciiti) o etnica (arabi contro persiani). Eppure la storia contraddice tali interpretazioni, mentre uno sguardo sulla mappa del petrolio chiarisce tale conflitto.iran-linesL’escalation tra Arabia Saudita (prima potenza mondiale petrolifera, 27,7 milioni di persone, 80% sunniti e 20% sciiti concentrati nella Provincia Orientale di Qatif) e Iran (81,1 milioni persone in grande maggioranza sciiti indo-europei e potenza gasifera mondiale) è il risultato della rivalità geopolitica più che di un conflitto etnico o religioso, senza offesa per coloro che si attengono al prisma israelo-anglosassone che deforma balcanizzando. Quando Reza Shah Pahlevi regnava, l’Arabia Saudita era il grande alleato dell’Iran, dominato dagli Stati Uniti. L’attuale escalation è un riflesso della divisione globale, incluso lancio del “Grande Medio Oriente” e rivalità sul potere nel mondo islamico e nell’OPEC. La divisione geo-strategica tra Stati Uniti da un lato e Russia e Cina dall’altra, è lo sfondo della trappola demografica ordita da Zbigniew Brzezinski/Stratfor con la loro “carta islamica” [1] volta a destabilizzante profondamente il blocco RIC (Russia, India, Cina). La Russia ha un 20% di sunniti tartari; e l’India, potenza nucleare, è la prima potenza islamica del mondo, con un 20% di musulmani; e la Cina, a sua volta ha 10 milioni di uiguri e mongoli sunniti, parte della popolazione turca della provincia autonoma di Xinjiang, altamente strategica perché ricca di gas e uranio. L’ex-primo ministro Ariel Sharon aveva tracciato sul Medio Oriente una linea orizzontale dal Marocco al Kashmir (le proteste contro l’Arabia Saudita hanno raggiunto questi estremi) e una verticale dal Caucaso, ventre della Russia, al corno d’Africa. L’Organizzazione della cooperazione islamica (57 Stati membri) ha 600 milioni di abitanti, o il 22% della razza umana, per l’80% sunniti, un universo tutt’altro che omogeneo di scuole legali d’interpretazione del Corano, assai diverse, e quasi per il 20% sciita, divisi dalla presenza di molteplici sette (alawita in Siria, huthi/zaiditi nello Yemen, aleviti in Turchia, ismaeliti in India, ecc). Vi sono diverse minoranze sciite in India, Pakistan e Afghanistan, Paesi destabilizzati dal grande gioco geostrategico degli Stati Uniti contro il RIC. In Iraq gli sciiti sono la maggioranza (85%), come in Bahrayn (85%); e in Libano sono il 50% e le minoranze sciite in India, Pakistan e Afghanistan sono grandi. Infine, circa 400 milioni di sciiti sono divisi tra un centinaio di Paesi, ma l’80% è concentrato in Iran (81,8 milioni), India (45,4 milioni), Pakistan (42,5 milioni), Iraq (24,5 milioni) e Turchia (20 milioni).
Al di là della rivalità per la leadership religiosa del mondo musulmano tra Iran e Arabia Saudita, e la questione della custodia dei luoghi santi di Mecca e Medina, Riyadh ha perso due stretti alleati tra i sunniti: Sadam Husayn, che governava l’Iraq dalla maggioranza sciita (situazione di equilibrio in Siria, dove Assad proviene dal 15% alawita della popolazione rispetto all’80% sunnita) e Hosni Mubaraq in Egitto, spazzato via dall’artificiale “primavera araba” istigata da Stati Uniti e Regno Unito; allo stesso tempo l’Iran ha esteso l’influenza in Libano con Hezbollah, e Siria con gli alawiti in guerra contro Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Nello Yemen, l’Arabia Saudita conduce la guerra contro gli huthi; nel Bahrayn, Riyadh è intervenuta militarmente per sedare la rivolta della maggioranza sciita [2]. L’escalation ha raggiunto il culmine con la strage di pellegrini iraniani alla Mecca, un semplice incidente, secondo Riyadh, omicidio intenzionale di 500 persone per l’Iran, tra cui l’ex-ambasciatore in Libano [3].
Oltre ai piani per la balcanizzazione di Iran e Arabia Saudita annunciati dal Pentagono [4] e New York Times [5], vanno notate tre tracce altamente radioattive:
– le riserve in valuta estera delle sei petromonarchie arabe del Golfo Persico: questi Paesi hanno in programma di lanciare la moneta unica del Golfo [6];
– la parità del rial saudita con il dollaro [7];
– e il petrolio di Qatif.
Arabia Saudita e Iran non hanno interesse a un’ulteriore escalation, mentre Riyadh vuole consolidare la successione di re Salman, l’Iran è con il fiato sospeso in attesa della revoca imminente delle sanzioni, recuperando 150 miliardi di dollari sequestrati da Washington in cambio della disattivazione del programma nucleare. Ricordiamo che l’Iran dispone di 109 miliardi di dollari di riserve, di fronte ai 650 miliardi dell’Arabia Saudita. L’esecuzione di 47 persone, di cui 43 terroristi jihadisti sunniti sostenitori di al-Qaida che volevano rovesciare la casa reale dei Saud, più 4 sciiti, tra cui lo sceicco Nimr al-Nimr di Qatif, venerato dai giovani e che minacciò la secessione, e altri tre chierici, ha innescato la furia dello sciismo universale, quando Hezbollah ha accusato gli Stati Uniti di essere dietro le decapitazioni. Stratfor, il centro israelo-texano noto quale oscura emanazione della CIA, dice che la controversia su al-Nimr imperversa da anni [ 8 ] In effetti, fu arrestato nel luglio 2012 per incitamento dei militanti sciiti nella regione petrolifera, la provincia orientale, durante la “primavera araba”, quando Riyadh era già intervenuta in Bahrayn, il piccolo confinante a maggioranza sciita, per rafforzare i sunniti della penisola arabica. Come nella guerra Iran/Iraq volta ad esaurire Sadam Husayn e la rivoluzione islamica sciita di Khomeini, quando gli Stati Uniti vendettero armi a entrambi per indebolirli. Ancora una volta Washington cerca d’attuare il programma d’indebolimento, questa volta di Arabia Saudita ed Iran? Ambrose Evans-Pritchard, feroce critico della casa reale inglese ritiene che la collisione tra i due Paesi sia pericolosamente vicina al cuore del mercato mondiale del petrolio. Dice che la minoranza sciita colpita, il 15% della popolazione saudita secondo lui, “risiede nei giganteschi giacimenti petroliferi sauditi, in particolare nella città di Qatif” [9]. Cita Ali al-Ahmad, direttore dell’Istituto per gli Affari del Golfo di Washington secondo cui Qatif è il centro nevralgico dell’industria del petrolio saudita, la grande stazione centrale in cui 12 oleodotti riforniscono gli enormi terminal petroliferi di Ras Tanura e Dharan, molto vulnerabili in caso di attacco a sorpresa. Evans-Pritchard insiste che la maggior parte dei 10,3 milioni di barili prodotti giornalmente dall’Arabia Saudita, sorvegliati da 30000 guardie, attraversi il cuore dello sciismo in subbuglio; un’interruzione di pochi giorni può causare un picco del petrolio, raggiungendo i 200 dollari o più al barile, alimentando la crisi economica globale. Questa è la manna geopolitica sognata dagli speculatori di hedge fund di Wall Street e City di Londra…
Si dovrebbero seguire con il microscopio elettronico le posizioni turche (la sola potenza sunnita della NATO) e del Pakistan (la maggiore potenza militare musulmana), che finora hanno assunto un atteggiamento neutrale e cauto, soprattutto per i recenti legami con Russia e Cina e la repulsione per i Fratelli musulmani (incoraggiati da Turchia e Qatar), e non certo dall’amore per l’Iran.oil-and-gas-infrastructue-persian-gulf--large-Note
[1] “Otra trampa de Brzezinski y Stratfor contra Rusia: “guerra demográfica” con Turquía“, Alfredo Jalife Rhame, La Jordana, 3 gennaio 2016.
[2] “Why the King’s Sunni Supporters are Moving Abroad“, Justin Gengler, Foreign Affairs, 6 gennaio 2016.
[3] “L’Arabie saoudite a bien enlevé des collaborateurs de l’ayatollah Khamenei“, Réseau Voltaire, 13 novembre 2015.
[4] “We’re going to take out 7 countries in 5 years : Iraq, Syria, Lebanon, Libya, Somalia, Sudan & Iran”, Videointervista con il Generale Wesley Clark, Democracy Now, 2 marzo 2007.
[5] “Imagining a Remapped Middle East”, Robin Wright, The New York Times Sunday Review, 28 settembre 2013.
[6] “Hacia el nuevo orden geofinanciero: yuan chino entra al FMI y Rusia prepara su “rublo-oro”“, Alfredo Jalife-Rahme, La Jornada, 13 gennaio 2015.
[7] “Saudi riyal in danger as oil war escalates”, Ambrose Evans-Pritchard, The Telegraph, 28 dicembre 2015.
[8] “The Saudi-Iranian Spat Is Emblematic of the Region’s Power Struggle”, Stratfor, 4 gennaio 2016.
[9] “Saudi showdown with Iran nears danger point for world oil markets”, Ambrose Evans-Pritchard, The Telegraph, 4 gennaio 2016.

Alfredo Jalife-Rahme Professore di Scienze politiche e sociali dell’Università nazionale autonoma del Messico (UNAM). Pubblica cronache di politica internazionale sul quotidiano La Jornada. Ultima opera: La Cina irrompe in America Latina: Drago o panda? (Orfila, 2012).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Che succede realmente al petrolio?

F. William Engdahl NEO 24/01/2016

saudiKeyOilFieldsSe c’è un prezzo unico di una merce che determina crescita o rallentamento della nostra economia, è il prezzo del petrolio greggio. Troppe cose non si calcolano oggi riguardo il drammatico calo del prezzo mondiale del petrolio. Nel giugno 2014 il petrolio veniva scambiato a 103 dollari al barile. Avendo esperienza della geopolitica dei mercati del petrolio, sentivo una grande puzza. Vorrei condividere alcune cose che a me non dicono altro.
Il 15 gennaio il punto di riferimento del prezzo commerciale del petrolio degli Stati Uniti, WTI (West Texas Intermediate),chiuse a 29 dollari, il più basso dal 2004. È vero, c’è eccesso di almeno qualche milione di barili di sovrapproduzione al giorno nel mondo, ed è così da più di un anno. È vero, la revoca delle sanzioni all’Iran porterà altro petrolio in un mercato saturo, aggiungendosi alla pressione al ribasso sui prezzi del mercato attuale. Tuttavia, alcuni giorni prima che le sanzioni USA e UE contro l’Iran venissero revocate, il 17 gennaio, Seyid Mohsen Ghamsari, capo degli affari internazionali della National Iranian Oil Company dichiarava che l’Iran “...tenterà di entrare nel mercato in modo da assicurarsi che l’aumento della produzione non causi un calo ulteriore dei prezzi… produrremo tanto quanto il mercato può assorbire“. Così la new entry dell’Iran post-sanzioni sui mercati mondiali del petrolio non è la causa del forte calo dal 1° gennaio. Non è vero neanche che la domanda di petrolio dalla Cina sia crollata con il presunto crollo dell’economia cinese. Nel novembre 2015, la Cina ha importato di più, molto di più, l’8,9% in più, anno dopo anno, arrivando a 6,6 milioni di barili al giorno e divenendo il maggiore importatore di petrolio del mondo. Si aggiunga al calderone bollente del mercato mondiale del petrolio di oggi il rischio politico aumentato drammaticamente dal settembre 2015 con la decisione russa di rispondere alla richiesta del legittimo presidente siriano Bashar Assad con i formidabili attacchi aerei alle infrastrutture terroristiche. Si aggiunga anche la drammatica rottura delle relazioni tra la Turchia di Recep Tayyip Erdogan e Mosca poiché la Turchia, membro della NATO, interveniva sfacciatamente nella guerra abbattendo un jet da combattimento russo nello spazio aereo siriano. Tutto ciò avrebbe suggerito che i prezzi del petrolio salissero, e non si abbassassero.

Le strategiche province orientali saudite
Poi, per buona misura, si metta la decisione follemente provocatoria del ministro della Difesa e re saudita di fatto, principe Muhamad bin Salman, di giustiziare shaiq Nimr al-Nimr, cittadino saudita. Al-Nimr, leader religioso sciita rispettato e accusato di terrorismo nel 2011 per aver chiesto più diritti per gli sciiti sauditi. Vi sono circa 8 milioni di sauditi leali allo sciismo più che all’ultra-rigido wahabismo. Il suo crimine fu protestare per maggiori diritti per la minoranza sciita oppressa, forse il 25% della popolazione saudita. La popolazione sciita è prevalentemente concentrata nella provincia orientale del regno saudita. La provincia orientale del Regno dell’Arabia Saudita è forse la parte più preziosa sul pianeta, col doppio della superficie della Repubblica federale di Germania ma con soli 4 milioni di abitanti. La Saudi Aramco, la compagnia petrolifera statale, ha sede a Dhahran nella provincia orientale. I principali giacimenti di petrolio e gas sauditi sono per lo più nella provincia orientale, onshore e offshore, tra cui il più grande giacimento di petrolio del mondo, Ghawar. Il petrolio dai campi sauditi, tra cui Ghawar, viene spedito a decine di Paesi dal terminal petrolifero del porto di Ras Tanura, il più grande terminal per il greggio del mondo. Circa l’80% dei 10 milioni di barili di petrolio ogni giorno estratti dai sauditi va a Ras Tanura, sul Golfo Persico, dove viene caricato sulle superpetroliere in rotta per l’occidente. Anche la provincia orientale ospita dell’impianto di Abuqaiq della Saudi Aramco, la più grande raffineria di petrolio e stabilizzazione del greggio da 7 milioni di barili al giorno. E’ il luogo della lavorazione primaria del greggio Arabian extra light ed Arabian light, e tratta il greggio estratto da Ghawar. Ma anche la maggior parte degli operai dei giacimenti di petrolio e delle raffinerie nella provincia orientale sono… sciiti. Si dice anche che siano in sintonia con il religioso sciita appena giustiziato, shayq Nimr al-Nimr. Alla fine degli anni ’80 il saudita Hezbollah al-Hijaz, che attaccò diverse infrastrutture petrolifere ed uccise anche diplomatici sauditi, sarebbe stato addestrato dall’Iran. E adesso c’è un nuovo elemento destabilizzante che si cumula alle tensioni politiche tra Arabia Saudita e Turchia di Erdogan da un lato, fiancheggiate dai servili Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo arabo, e dall’altro Assad in Siria, l’Iraq con il 60% della popolazione sciita e il vicino Iran, attualmente supportati militarmente dalla Russia. Vi sono anche notizie confuse sul 30enne principe bin Salman in procinto di divenire re. Il 13 gennaio, l’Istituto del Golfo, un think mediorientale, in un rapporto esclusivo ha scritto che l’80enne re saudita Salman al-Saud abbia intenzione di abdicare per mettere sul trono il figlio Muhamad. Riferisce che l’attuale re “ha visitato i fratelli cercando sostegno per la mossa, e anche per rimuovere l’attuale principe e favorito dagli statunitensi, il duro Muhamad bin Nayaf, dalla carica di principe ereditario e ministro degli Interni. Secondo fonti vicine alla casa, Salman ha detto ai fratelli che la stabilità della monarchia saudita richiede il cambio dalla successione per linee laterali o diagonali a una verticale, dove il re ha il potere di nominare il più eleggibile figlio“. Il 3 dicembre 2015, il servizio d’intelligence tedesco BND fece trapelare un memo alla stampa che avvertiva del crescente potere acquisito dal principe Salman, definito imprevedibile ed emotivo. Citando il coinvolgimento del regno in Siria, Libano, Bahrayn, Iraq e Yemen, il BND dichiarava, riferendosi al principe Salman, “la precedente cauta posizione diplomatica dei capi più anziani della famiglia reale è stata sostituita dalla nuova politica impulsiva d’intervento“.

Eppure, i prezzi del petrolio scendono?
L’elemento più inquietante in tale situazione inquietante incentrata sulle riserve mondiali di petrolio e gas naturale del Medio Oriente, è il fatto che nelle ultime settimane il prezzo del petrolio, temporaneamente stabilizzatosi sui già bassi 40 dollari a dicembre, ora crolla di un altro 25% a poco più di 29 dollari, una cupa prospettiva. Citigroup ritiene possibile il petrolio a 20 dollari. Goldman Sachs ha recentemente detto che si può considerare il minimo di 20 dollari al barile per stabilizzare i mercati petroliferi mondiali e sbarazzarsi della sovrapproduzione. Ora ho la forte sensazione che ci sarà qualcosa di grosso e assai drammatico in riserva per i mercati mondiali del petrolio, nei prossimi mesi, qualcosa che la maggior parte del mondo non si aspetta. L’ultima volta che Goldman Sachs e compari di Wall Street fecero una previsione drammatica sui prezzi del petrolio fu nell’estate 2008. All’epoca, tra crescenti pressioni sulle banche di Wall Street per l’amplificarsi del crollo immobiliare dei subprime statunitensi, poco prima del crollo di Lehman Brothers nel settembre dello stesso anno, Goldman Sachs scrisse che il petrolio volava verso i 200 dollari al barile. Raggiunse il picco massimo di 147 dollari. In quel periodo scrissi un’analisi dicendo che era probabile esattamente il contrario, essendoci l’enorme eccesso di offerta sui mercati petroliferi mondiali che, curiosamente, fu identificato solo da Lehman Brothers. Mi fu detto da una fonte cinese che le banche di Wall Street, come JP Morgan Chase, esaltavano il prezzo a 200 dollari per convincere Air China e altri grandi acquirenti cinesi di petrolio a comprarne ogni goccia a 147 dollari, prima che arrivasse ai 200 dollari, un consiglio che alimentò l’aumento dei prezzi. Poi nel dicembre 2008, il punto di riferimento del prezzo del petrolio, il Brent, scese a 47 dollari al barile. La crisi della Lehman, una deliberata decisione politica del segretario al Tesoro degli USA ed ex-presidente di Goldman Sachs Henry Paulsen, nel settembre 2008, nel frattempo sprofondò il Mondo nella crisi finanziaria e in una profonda recessione. I compari di Paulsen alla Goldman Sachs e nelle altre mega-banche chiave di Wall Street come Citigroup o JP Morgan Chase, sapevano in anticipo che Paulsen pianificava la crisi della Lehman per costringere il Congresso a dargli i poteri per salvarli con gli inauditi 700 miliardi di dollari dei fondi TARP? Nel caso sia così, Goldman Sachs e amici fecero una puntata gigantesca contro le proprie previsioni sui 200 dollari, sfruttando la leva sui derivati future dal petrolio.

Uccidere prima il ‘cowboy’ del petrolio di scisto
20110310170550631 Oggi l’industria del petrolio di scisto degli Stati Uniti, la più grande fonte della crescente produzione di petrolio degli Stati Uniti dal 2009, si aggrappa al bordo della scogliera dei fallimenti di serie. Negli ultimi mesi la produzione di petrolio di scisto ha appena iniziato a diminuire, di 93000 barili nel novembre 2015. Il cartello di Big Oil, ExxonMobil, Chevron, BP e Shell, due anni fa iniziò il dumping sul mercato delle azioni sullo scisto. L’industria petrolifera dello scisto negli Stati Uniti oggi è dominato da ciò che BP o Exxon chiamano “i cowboy,” le aggressive compagnie petrolifere di medie dimensioni, non dalle major. Le banche di Wall Street come JP Morgan Chase o Citigroup che storicamente finanziano Big Oil, così come lo stesso Big Oil, chiaramente non verseranno lacrime, a questo punto, sullo sboom dello scisto che li lascia ancora controllare il mercato più importante del mondo. Le istituzioni finanziarie che hanno prestato centinaia di miliardi di dollari ai “cowboy” dello scisto negli ultimi cinque anni, hanno la prossima revisione del prestito semestrale ad aprile. Con i prezzi in bilico sui 20 dollari, possiamo aspettarci una nuova, ben più grave ondata di fallimenti delle compagnie petrolifere dello scisto. Il petrolio non convenzionale, tra cui il petrolio delle sabbie bituminose dell’Alberta, in Canada, sarà presto un ricordo del passato, in caso affermativo. Ciò da solo non ripristinerà il petrolio a 70-90 dollari che i grandi operatori del petrolio e le loro banche di Wall Street troverebbero confortevole. L’eccesso mediorientale, dall’Arabia Saudita ed alleati del Golfo, si ridurrebbe drasticamente. Eppure i sauditi non mostrano alcun segno di volerlo fare. Questo è ciò che disturba il quadro. Qualcosa di molto grave avviene nel Golfo Persico e che drammaticamente innalzerà i prezzi del petrolio entro la fine dell’anno? Una vera e propria guerra diretta tra Stati petroliferi sciiti e sauditi viene preparata dai wahhabiti? Finora è stata una guerra per procura in Siria, soprattutto. Dall’esecuzione del religioso sciita e l’assalto iraniano all’ambasciata saudita a Teheran, arrivando alla rottura nei rapporti diplomatici coi sauditi e gli altri Stati sunniti del Golfo, il confronto è diventato assai più diretto. Il Dr. Husayn Asqari, ex-consulente del ministero delle Finanze saudita, ha dichiarato: “Se c’è una guerra tra Iran e Arabia Saudita, il petrolio potrebbe superare in una notte i 250 dollari, per poi declinare di nuovo fino a 100 dollari. Se attaccano i rispettivi impianti di carico, allora potremmo vedere il picco di petrolio a più di 500 dollari e rimanervi per qualche tempo a seconda dell’entità dei danni“. Tutto ciò dice che il mondo subirà un altro grande shock petrolifero. Sembra sia quasi sempre causa del petrolio. Come Henry Kissinger avrebbe detto durante l’altro shock petrolifero della metà degli anni ’70, quando Europa e Stati Uniti subirono l’embargo sul petrolio dall’OPEC e lunghe code alle pompe di benzina, “Se si controlla il petrolio, è possibile controllare intere nazioni“. Tale ossessione per il controllo sta rapidamente distruggendo la nostra civiltà. E’ il momento di concentrarsi su pace e sviluppo, non sulla competizione ad essere il più grande magnate del petrolio del pianeta.oil-barrels8F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in Scienze Politiche all’Università di Princeton, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iran e Strategia dell’“Economia della Resistenza”

Nikolaj Bobkin, Strategic Culture Foundation 24/01/2016

a38eb3bc-1a84-46a5-9489-0e0206714bceLe sanzioni internazionali contro l’Iran sono state tolte. Il Presidente Hassan Rouhani crede che l’Iran apra un nuovo capitolo nelle relazioni con il mondo. Con l’adozione del Piano congiunto d’azione globale (JCPOA), che garantirà la natura esclusivamente pacifica del programma nucleare iraniano, Teheran è tornata ad essere membro a pieno titolo della vita internazionale, avendo riservato il diritto al ‘atomo pacifico’. Il Presidente Rouhani ha definito l’accordo nucleare una “Pagina d’oro” nella storia dell’Iran. Tuttavia, l’abolizione delle sanzioni non ha portato a alcuna gioia particolare a Teheran. Il leader spirituale iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei, ha espresso soddisfazione per la revoca delle “sanzioni ingiuste” nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran, ma ha dichiarato che “va esercitata attenzione”. La Guida Suprema della Repubblica Islamica dell’Iran rimane dubbiosa “che il partito contrario adempia in pieno agli obblighi incombenti”. Vero, con il dossier nucleare iraniano chiuso, Washington ha immediatamente annunciato l’introduzione di nuove sanzioni contro la Repubblica islamica. Questa volta, il problema passa dalla questione nucleare ai programmi missilistici iraniani. Nella lettera al presidente Rouhani, l’ayatollah Ali Khamenei scrive che la revoca delle sanzioni non migliorerà di per sé la situazione economica dell’Iran e che “i costi subiti sono gravi in cambio di quanto realizzato nel quadro del presente accordo. Scritti e osservazioni che cercano d’ignorare questo fatto e fingono di essere grati agli occidentali non parlano all’opinione pubblica della nazione con onestà”. Khamenei crede che anche dopo la revoca delle sanzioni, l’Iran dovrà vivere in un’“economia della resistenza”. Avvertendo della possibile violazione delle promesse dagli Stati Uniti, in particolare, e chiede “resistenza e fermezza”. Le sanzioni sono state una “grande lezione” per l’Iran, che la Guida Suprema sottolinea, sarà presa in considerazione in futuro. Si ricordi che le sanzioni contro l’Iran sono molteplici. Vi sono sanzioni delle Nazioni Unite e anche sanzioni imposte unilateralmente da Stati Uniti ed Unione europea. Le sanzioni delle Nazioni Unite in gran parte riguardano divieti di fornitura di armi moderne all’Iran, comprese le tecnologie missilistiche. Inoltre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha anche imposto restrizioni sui visti e congelato i beni di alcuni alti funzionari e militari. A differenza delle sanzioni mirate delle Nazioni Unite, le restrizioni imposte all’Iran da Stati Uniti e Unione europea sono molto più ampie. Le sanzioni economiche imposte da Stati Uniti e Unione europea mirano alle principali esportazioni dell’Iran, petrolio e gas. Allo stesso tempo, la Banca centrale dell’Iran è stata scollegata dal sistema di pagamento internazionale SWIFT e alle imprese iraniane è stato impedito di partecipare a grandi transazioni internazionali in dollari. Negli ultimi tre anni, la comunità imprenditoriale iraniana è stata costretta ad affidarsi alle istituzioni finanziarie di terze parti, spesso inaffidabili, nel commercio con l’estero, e a ricorrere ai servizi di intermediari per realizzare importanti accordi commerciali. L’isolamento finanziario del Paese e il divieto di cooperazione con l’Iran nel petrolio e gas, hanno comportato il ritiro degli investimenti esteri nel Paese e già raggiunti accordi con compagnie straniere furono effettivamente cestinati. Le sanzioni contro l’Iran sarebbero le più dure mai imposte da Stati Uniti e alleati.
L’essenza dell’“economia della resistenza” è lo sviluppo della risposta ottimale dello Stato a misure discriminatorie, minimizzando i danni all’economia del Paese. Bisogna riconoscere che l’Iran non è mai stato pienamente capace di “trasformare le sanzioni in nuove opportunità”. Le sanzioni hanno danneggiato l’economia iraniana, ma non l’hanno distrutta. In termini di PIL, l’Iran è ancora la seconda maggiore economia del Medio Oriente e la settima dell’Asia. Per di più, l’Iran è riuscito a fare molto per il futuro del Paese durante gli anni delle sanzioni. In primo luogo, ha ridotto la dipendenza del Paese dalle esportazioni di petrolio greggio. Così l’Iran ha aumentato la propria produzione di benzina con l’embargo occidentale sulle forniture al Paese. 67 progetti petrolchimici sono in corso di attuazione nel Paese, tra cui la costruzione della Setareh Khalij-e-Fars (Stella del Golfo Persico), una raffineria di petrolio da 36 milioni di litri di benzina al giorno, il cui completamento permetterà all’Iran di essere più che autosufficiente nella benzina, e anche di esportarla. Nel bilancio iraniano per il prossimo anno, la quota di reddito dall’esportazione del petrolio greggio non supera il 25 per cento. Prima dell’introduzione dell’embargo del petrolio nel 2012, il bilancio iraniano riceveva quasi l’80 per cento delle entrate dalla vendita di petrolio greggio. Le sanzioni hanno dato forte impulso allo sviluppo delle infrastrutture industriali dell’Iran e aumentato la produzione indipendente di prodotti ad alto valore aggiunto. Oggi, l’Iran è al primo posto in Medio Oriente per volume della produzione petrolchimica. La revoca delle sanzioni non significa che l’Iran è disposto a ripristinare a pieno le relazioni economiche con gli alleati europei degli USA. Le aziende europee dovranno fare molto per riconquistare la fiducia degli iraniani e ristabilire un dialogo commerciale. In ogni caso, non ci sono piani per grandi forniture di petrolio iraniano all’Europa nel prossimo futuro. Importatori europei devono prima stipulare nuovi contratti, mentre l’Iran deve ripristinare la produzione petrolifera. Ciò, tuttavia, richiede tempo e denaro. Allo stato attuale, l’Iran cerca investimenti esteri per l’economia. Secondo il presidente iraniano Hassan Rouhani, il governo si concentrerà su come attrarre investimenti dall’estero, aumentare le esportazioni non petrolifere e decidere come utilizzare al meglio le riserve di valuta estera congelate dalle sanzioni. Al momento, non ci sono prove che l’Europa sia disposta ad investire nell’economia iraniana. Vi è un altro notevole sviluppo, tuttavia. Sembra che, per motivi di sicurezza, l’Iran abbia deciso di preferire partner stranieri più affidabili. Insieme con la Russia, l’Iran ha individuato 35 progetti prioritari nei settori dell’energia e della costruzione, nella costruzione di terminali off-shore, di ferrovie e altro. Oltre ad un prestito statale di 5 miliardi di dollari, la Vnesheconombank russa e la Banca centrale dell’Iran preparano un accordo per fornire all’Iran un prestito di 2 miliardi di dollari. L’Iran ha anche accettato di sviluppare il giacimento gasifero di Farzad-B nel Golfo Persico con un consorzio di società indiane. L’India è disposta ad investire più di 15 miliardi di dollari in Iran, anche nella costruzione del porto iraniano di Chabahar, nel Golfo di Oman.pic2_main

Merkel ha bisogno di Erdogan per restare al potere
Fars

l43-erdogan-merkel-151114201958_mediumLa Germania chiude gli occhi di fronte alle stragi di curdi nel sud-est della Turchia, contrabbando di petrolio e collaborazione della Turchia con i terroristi dello SIIL, sperando che il presidente turco aiuto l’Europa a ridurre l’afflusso di migranti, ha scritto il quotidiano tedesco Handelsblatt. La cancelliera tedesca Angela Merkel ignora il fatto che il presidente turco Erdogan conduce una guerra contro il suo popolo e continua a sfruttarne la cooperazione discutibile sulla questione dei profughi, secondo Handelsblatt. “Merkel ha bisogno di Erdogan per la propria sopravvivenza politica“, dice l’articolo. La Germania in silenzio guarda la guerra brutale in Turchia, contando sulla promessa di Erdogan di fornire assistenza ai rifugiati al confine turco-siriano. Tuttavia, il presidente turco utilizza la questione dei profughi nel proprio interesse, essendo coinvolto nel contrabbando di petrolio con i militanti dello SIIL. “Erdogan s’è creato la carta vincente per evitare l’intervento dell’Europa: i rifugiati“, dice l’articolo. Il presidente turco sfrutta la fiducia dei Paesi europei, e “senza intoppi conduce una guerra sporca” nel proprio Paese, che si traduce ancora una volta in nuovi flussi di migranti in fuga dal sud-est del Paese, tra l’aumento delle violenze. A metà dicembre, le autorità turche avviavano una presunta operazione antiterrorismo nel sud-est del Paese. Le operazioni brutali contro le comunità curde hanno lasciato centinaia di morti, tra cui civili, e portato all’arresto di numerosi accademici turchi che si sono opposti nettamente al trattamento del governo dei curdi turchi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Etiopia: campo di battaglia tra Stati Uniti e Cina in Africa?

Eric Draitser, Gianalytics, 18 gennaio 2016

Mentre la storia della penetrazione economica e politica della Cina di Africa è raccontata innumerevoli volte da molti analisti, pochissimi parlano della questione delle mosse e contromosse tra Stati Uniti e Cina.

Il Premier cinese Li Keqiang e il Presidente etiope Mulatu Teshome

Il Premier cinese Li Keqiang e il Presidente etiope Mulatu Teshome

All’inizio del mese, il Washington Post ha confermato che le forze armate degli USA avevano chiuso la base dei droni di Arba Minch, nel sud dell’Etiopia. Mentre c’era qualche cenno della chiusura nei media corporativi, nessuno ha fornito il tanto necessario contesto geopolitico e strategico per comprendere il vero significato della chiusura della base degli USA. Invece, la maggior parte dei media si concentra sulla ridistribuzione delle basi degli Stati Uniti su altre parti dell’Africa, o addirittura oltre il continente africano. Tuttavia, la vera storia è rimasta completamente occultata. E qual è esattamente “la vera storia”, ci si chiede? In poche parole, la chiusura della base statunitense è solo l’ultimo capitolo della partita a scacchi geopolitica tra Stati Uniti e Cina, che vede l’Africa di gran lunga il terreno più contestato. Ma è proprio questo il problema da inquadrare e, visto sotto questa luce, è del tutto ragionevole interpretare la mossa degli Stati Uniti della chiusura della base dei droni in Etiopia, motivata meno da esigenze tattiche e militari che da considerazioni politiche.

Cina ed Etiopia: un partenariato nascente
ETHIOPIA-ADDIS ABABA-CHEN DEMING-CHINA-SIGNNING CEREMONY Mentre la Cina ha ampliato la propria impronta africana, l’Etiopia è diventata sempre più importante dal punto di vista di Pechino. Vista come sbocco per le esportazioni a basso prezzo ed enorme potenziale per gli investimenti, l’Etiopia ora figura al centro dei piani della Cina per il Corno d’Africa e per il continente in generale. Infatti, le statistiche mostrano quanto sia importante l’Etiopia. Secondo la Banca Mondiale, l’Etiopia è l’economia che cresce più velocemente nel mondo, per PIL. Mentre va notato che il PIL non è una misura del miglioramento economico effettivo della maggioranza dei cittadini che vivono ancora nella povertà più abietta, in generale indica la crescita dell’economia nel complesso. Ed è proprio la crescita del PIL (tasso di crescita annuo del PIL composto 2014-2017 + 9,70%), e il potenziale di crescita futura che attirano gli investitori e lo Stato cinesi. Come David Shinn, ex-ambasciatore in Etiopia, osservò nell’aprile 2015: “L’influenza cinese in Etiopia oggi è uguale o rivaleggia con quella di qualsiasi altro Paese, compresi gli Stati Uniti… La leadership del governo del FDRPE (Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope) dà certamente l’impressione di essere più a suo agio con lo stile e la leadership del Partito Comunista Cinese (PCC) che con leadership e partiti di governo dei Paesi occidentali, compresi gli Stati Uniti. Il FDRPE e il PCC si scambiano spesso visite e hanno anche formalizzato la loro interazione. Mentre il FDRPE ha rapporti con alcuni partiti politici occidentali, non è certo che siano più vicini quanto il PCC… A livello politico, Cina ed Etiopia si sostengono. Il Parlamento etiope ha approvato una risoluzione a sostegno della legge antisecessione della Cina. L’Etiopia s’è unita ad altri Paesi africani nel fermare le risoluzioni nella Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite che censurano le pratiche sui diritti umani in Cina. L’ex-primo ministro Meles Zenawi (sic) dichiarò con enfasi che il Tibet è una questione interna e gli estranei non hanno alcun diritto di interferire… Sempre più spesso l’Etiopia vede la Cina come alternativa all’occidente e, in particolare, alle condizioni politiche occidentali”. Quest’ultima frase è particolarmente rivelatrice racchiudendo perfettamente il maggiore sviluppo nel Corno d’Africa negli ultimi dieci anni, in cui l’ex-affidabile Stato cliente degli USA, l’Etiopia, è sempre più contestato. Quando il Primo ministro cinese Li Keqiang visitò l’Etiopia nel 2014 si portò con sé un vero cenacolo di imprenditori e ministri del governo pronti a firmare una serie di accordi di partnership, 16 per l’esattezza. Questi accordi includsero massicci accordi infrastrutturali e di sviluppo della cooperazione, anche per la costruzione di strade e zone industriali. Infatti, secondo l’Heritage Foundation e l’American Enterprise Institute, l’investimento totale della Cina in Etiopia è quasi 17 miliardi di dollari, con la maggior parte degli investimenti nei settori dei trasporti, infrastrutture, energia e tecnologia. Tali ampi investimenti in settori economici cruciali illustra perché la Cina è vista come necessario e vitale contrappeso economico e politico (e presto militare?) all’egemonia statunitense nel Corno d’Africa. Ad esempio, alcuni dei progetti di massimo profilo in Etiopia sono finanziati e costruiti dai cinesi: il Progetto ferrotramviario da Addis Abeba (AALRT) da 475 milioni, la diga Baro Akobo da 583 milioni, il quartier generale dell’Unione africana da 200 milioni di dollari, tra molti altri. Ma al di là dei progetti comuni già materializzati, i cinesi tracciano l’impegno economico a lungo termine in Etiopia, avendo definito il Paese come “Zona di cooperazione economica” nel continente africano. Secondo l’esperta di fama mondiale sugli investimenti cinesi in Africa, Deborah Brautigam (American University), con il collega Tang Xiaoyang (New School for Social Research), notò nella critica allo studio del 2011 Shenzhen africana: zone economiche speciali della Cina in Africa: “Da tutti i resoconti, il governo cinese ha adottato ‘molti’ atteggiamenti nei confronti delle politiche su queste zone africane. Non siamo riusciti a trovare alcuna prova o anche voci di condizioni o inganni imposti ai governi ospitanti dal governo cinese in cambio dello sviluppo delle zone. Mentre il governo cinese ha giocato un ruolo diplomatico e i leader cinesi hanno visitato alcuni (ma non tutti) i Paesi della zona che ospitano, le nostre interviste chiariscono che le aziende cinesi, con il sostegno delle loro ambasciate, hanno il comando dei negoziati con i governi ospitanti su particolari incentivi e responsabilità, in particolare nella costruzione di infrastrutture… Perché queste zone pilota sono importanti anche politicamente per il governo cinese e i padroni di casa africani, alcuni dei quali, come l’Etiopia, hanno comitati di coordinamento bilaterali con rappresentanti ufficiali di entrambi i governi e che operano a livello strategico”. (P. 35, 37)
Il brano qui sopra dimostra due elementi assolutamente essenziali del rapporto Cina-Etiopia, e in effetti della partnership della Cina con le nazioni africane in generale. Prima di tutto, come Brautigam e Xiaoyang notano, Pechino non impone condizioni all’Etiopia, o qualsiasi governo africano, nella partnership con la Cina per la “zona economica speciale”. Questo è in netto contrasto con Stati Uniti e Unione europea che, molto spesso attraverso la Banca Mondiale e/o Fondo monetario internazionale (FMI), subordinano aiuti e investimenti a determinati criteri dettati da Stati Uniti o UE stessi. La storia degli “aiuti” all’Africa dell’occidente è lunga e sordida, e non c’è dubbio che i governi africani apprezzino la Cina che dispone di un modello economico sostanzialmente diverso. In secondo luogo, il fatto che ci sia una commissione bilaterale di coordinamento comprendente i rappresentanti dei governi cinese e etiope illustra il semplice punto che l’Etiopia vede con chiarezza la Cina come partner a lungo termine piuttosto che investitore a breve termine. In effetti, ciò spicca di fronte alla pretesa comune che l’Etiopia sia ciò che è stata negli ultimi tre decenni, cliente e ascaro degli Stati Uniti. Con tale cooperazione, è evidente a tutti che l’Etiopia sempre più cerca ad est lo sviluppo economico. La crescente collaborazione sino-etiope fornisce un diverso tipo di prisma attraverso cui valutare le mosse militari nella regione.

Cina, Stati Uniti e riorganizzazione della Scacchiera Militare
296droneBase28--300x461 E così, la chiusura della base dei droni statunitense di Arba Minch non è una mera mossa militare, anche se considerazioni militari, ovviamente, giocano un ruolo nella decisione di chiudere la base. Piuttosto, gli Stati Uniti riducono la presenza militare in un Paese che riconoscono non essere più loro agente. Ma la domanda resta: la chiusura è causata da considerazioni pratiche (logistica, obiettivi della missione, bilancio, ecc.) o forse Washington non ha più l’appoggio del governo etiope? Considerate le dichiarazioni del sergente maggiore James Fisher, che dopo l’annuncio ufficiale del 2011 secondo cui la struttura dei drone Arba Minch era operativa, affermò succintamente che “(i voli dei droni) continueranno fin quando il governo etiope accetta la nostra cooperazione sui vari programmi di sicurezza“. E così, quattro anni e decine di milioni di dollari dopo, gli Stati Uniti hanno chiuso la base. Come mai? Una conclusione logica basata sulle prove disponibili è che Addis Abeba ha deciso che la crescente partnership con la Cina supera la necessità di cooperare con gli Stati Uniti sui diritti delle basi militari. Non sarebbe la prima volta nella storia che un Paese lascia l’orbita statunitense nel tentativo di rafforzare la cooperazione con la Cina. E qui è necessario notare un altro sviluppo geopolitico cruciale degli ultimi mesi: l’affermazione di Pechino che aprirà la prima installazione militare all’estero nella piccola nazione costiera di Gibuti, situata nello stretto strategicamente vitale di Bab al-Mandab che separa il Mar Rosso da Golfo di Aden e Oceano Indiano. Garantire l’accesso a tale collo di bottiglia globale è essenziale allo sviluppo della Cina con gran parte del commercio, comprese le importantissime esportazioni africane, che attraversa tale stretta via d’acqua. Con una struttura navale a Gibuti, Pechino sarà ben posizionata per proiettare potenza e garantirsi l’accesso senza restrizioni al continente africano e all’Oceano Indiano, a prescindere dai piani degli Stati Uniti. Ma naturalmente gli Stati Uniti non gettano semplicemente la spugna su Gibuti e Corno d’Africa. Non è un segreto che la base di Camp Lemonnier a Gibuti sia una delle strutture più importanti che gli Stati Uniti hanno in qualsiasi parte del mondo, nonostante la retorica di avere “ingombro ridotto” in Africa. Come il segretario alla Difesa Ashton Carter ha descritto, Camp Lemonnier è “un hub con molti raggi oltre il continente e la regione”. Sottolineando il punto del segretario alla Difesa, l’ex-comandante di AFRICOM Carter Ham spiegò nel 2012 che “Camp Lemonnier è… un punto di partenza essenziale per la proiezione di potenza regionale consentendo operazioni a più commando… I requisiti di Camp Lemonnier quale luogo chiave per la sicurezza nazionale e la proiezione di potenza lo supportano”. Il reporter investigativo Nick Turse inoltre osservò che “le operazioni dei droni (degli Stati Uniti) sono passate da (Camp Lemonnier) al più remoto Chabelley Airfield”. Essenzialmente, mentre la Cina fa una mossa a Gibuti, gli Stati Uniti rapidamente reimpostano le azioni nel Corno d’Africa tentando di contrastare ciò che percepiscono come crescente invasione cinese della sfera d’influenza degli Stati Uniti.
Anche sui mari questa partita a scacchi Cina-USA prende forma. Centinaia di miglia al largo delle coste africane, le isole Seychelles sono teatro della competizione tra Stati Uniti e Cina. Nel 2011, si seppe della proposta del governo delle Seychelles di fornire diritti alle navi da guerra cinesi per i rifornimenti di carburante. Mentre l’accordo fu considerato assai preliminare, evidenziò la crescente concorrenza tra le due potenze, in particolare dopo che, nello stesso anno, i cablo di Wikileaks rivelarono che le Seychelles erano utilizzate dagli Stati Uniti per condurre operazioni antiterrorismo in Somalia con i droni. Come il Washington Post riportò, le Seychelles “ospitano una piccola flotta di droni MQ-9 Reaper di US Navy e Air Force, dal settembre 2009… i cablogrammi diplomatici classificati degli USA dimostrano che i velivoli senza pilota hanno inoltre condotto missioni di controterrorismo in Somalia, circa 800 miglia a nord-ovest“. Proprio come ha fatto di recente a Gibuti, sembra che la Cina sfidi l’egemonia militare statunitense in Paesi chiave e nel Corno d’Africa, anche sui mari. Ma mentre Gibuti e Seychelles sono Paesi molto piccoli la cui importanza primaria è la posizione strategica, l’Etiopia è un importante premio economico per Pechino. Tale è la natura mutevole dell’impegno cinese in Africa. Gli osservatori geopolitici ora si chiedono se la vera questione non sia la Cina che sfida gli Stati Uniti nel posizionamento militare, ma quanto velocemente intende farlo? L’Etiopia è innegabilmente un nesso importante per la Cina, allo stesso tempo è un’opportunità economica e una necessità strategica. La chiusura di Washington della sola base in Etiopia potrebbe essere proprio la prova che il governo etiope riconosce anche questo.

Un-ethiopia

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Arabia Saudita affonderà il mercato azionario nel 2016?

La crisi del bilancio dell’Arabia Saudita potrebbe scatenare il collasso economico nel 2016
Alessandro Bruno, Profit Confidential, 1 gennaio 2016

25e14f636e2987d3ac2f5b1b926fea00Il crollo dei prezzi del petrolio al di sotto dei 37 dollari al barile, dai 56 dello scorso gennaio, ha affondato il bilancio dell’Arabia Saudita e colpito le aspettative sul bilancio. Secondo il bilancio 2015 che re Salman (Salman bin Abdulaziz al-Saud) ha presentato il 28 dicembre, lo Stato del Golfo simbolo dei Paesi produttori ed esportatori di petrolio dovrà affrontare un deficit quest’anno di 367 miliardi di riyal, cioè di 87 miliardi di dollari. (Fonte: “I sauditi svelano un programma di austerità radicale“, The Financial Times, 28 dicembre 2015). Il calo del prezzo del petrolio è un brutto colpo per l’economia saudita, ed è un fatto. Tuttavia, il petrolio è un bene come alcun altro; è legato al sistema finanziario globale e la caduta dei prezzi interessa il destino del regno. A causa del ruolo centrale dell’Arabia Saudita nel sistema petrolifero, ha un impatto globale, causando un possibilmente grave crollo del mercato azionario nel 2016. L’Arabia Saudita non ha mai visto un deficit di bilancio di tali proporzioni; è un record storico pari al 15% del prodotto interno lordo (PIL). Tale profondo buco nei conti del regno è il risultato del calo delle entrate dalle esportazioni di materie prime energetiche. (Fonte: “L’Arabia Saudita rivela tagli con l’intenzione di ridurre i 98 miliardi di deficit di bilancio“, The Guardian, 28 dicembre 2015). L’Arabia Saudita esporta sette milioni di barili di petrolio al giorno e le vendite sono il 90% delle entrate fiscali, o il 40% del PIL. Ai prezzi correnti, i ricavi sono l’ombra del passato. Uno dei fattori globali che collegano il deficit di bilancio dell’Arabia Saudita e l’austerità dovuta al collasso economico globale è che i prezzi del petrolio e delle materie prime rendono l’asse dollaro-riyal sempre più insostenibile, alimentando il rischio del crollo del mercato azionario nel 2016. Tale debolezza causa fuga di capitali ed esaurimento delle riserve valutarie volte a proteggere il valore della moneta. La semplice riduzione dei ricavi per la depressione dei prezzi del petrolio greggio, si amplifica e aggrava.

L’austerità dell’Arabia Saudita e gli effetti domino mondiale nel 2016: crollo del mercato azionario
Il crollo del prezzo del petrolio ha ridotto la fiducia degli investitori nel mondo, innescando un effetto domino dei crolli sul mercato azionario. Un esempio: il crollo della Borsa di Shanghai, che ha mandato in fumo più di 5 miliardi di dollari nel 2015 e innescato perdite altrove, in particolare nei grandi mercati emergenti dei Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa). Gli effetti saranno ripresi nel 2016 con la possibilità di un crollo del mercato globale. Arabia Saudita e altri Paesi del Medio Oriente, come l’Egitto, saranno particolarmente vulnerabili a una perdita di fiducia. Ciò ha profonde implicazioni geopolitiche: i Paesi che devono la loro sopravvivenza a un generoso sistema di assistenza sociale e alla repressione altrettanto pervasiva, non potrebbero sopravvivere alle conseguenze e l’Arabia Saudita ha aumentato da sola il rischio di sopravvivenza con la politica dei prezzi del petrolio. I problemi in Arabia Saudita avranno ripercussioni economiche e geopolitiche globali nel 2016, e certamente un importante crollo del mercato. Ora l’Arabia Saudita è direttamente o indirettamente coinvolta in quattro guerre (Yemen, Siria, Iraq e Libia) e cerca di fare sì che il governo del Presidente Abdalfatah al-Sisi in Egitto non imploda. In Siria, i sauditi cercano di rovesciare il Presidente Assad e le spese sono aumentate drammaticamente. La guerra non accenna a finire; infatti, appare sempre più complicata con costi imprevedibili per i rischi economici e politici. Il governo saudita è stato costretto ad adottare misure che porteranno a null’altro che a un programma di austerità senza precedenti, nel 2016. Come ha annunciato in una conferenza stampa a Riad, il ministero delle Finanze saudita cercherà di risparmiare 10 miliardi di dollari coi tagli di bilancio, per lo più spese sociali. L’austerità saudita avrà inizio col taglio dei sussidi pubblici. Tra l’altro, i sauditi saranno scioccati scoprendo che i prezzi della benzina saliranno da 16 centesimi a 24 centesimi di dollari al litro. I ricchi sauditi pagano di più per luce e acqua e i fumatori affronteranno gli inevitabili aumenti delle imposte sul consumo di tabacco. L’Arabia Saudita potrebbe addirittura privatizzare alcuni settori economici, incluso l’introduzione del mercato obbligazionario, che emetterà titoli. Tutto ciò è nuovo e potenzialmente pericoloso per un Paese abituato all’avanzo di bilancio. E’ anche una nuova situazione per i mercati mondiali e globali che reagiranno al ribasso, spingendo a un incidente globale nel 2016. Come riportato da al-Arabiya TV, pochi giorni prima, re Salman, salito al trono nel gennaio 2015, annunciava che l’Arabia Saudita è pronta ad attuare programmi per diversificare le fonti di reddito e ridurre la dipendenza dal petrolio quale fonte principale di reddito. (Fonte: “L’Arabia Saudita svela il bilancio del 2016“, al-Arabiya, 28 dicembre 2015). Di conseguenza, nel 2016 il monarca saudita vorrebbe ridurre il divario tra spese e entrate a 326 miliardi di riyal. Il bilancio prevede attualmente una spesa da 840 miliardi di riyal (224 miliardi di dollari), già il 14% in meno rispetto al 2015. (Fonte: Ibid.) Tuttavia, i ricavi sono 513 miliardi di riyal e il budget per le spese militari, da solo, ammonta a 213 miliardi di riyal, suggerendo che sicurezza e lotta al terrorismo sono le priorità di re Salman, anche se il sovrano ha parlato di “sviluppo”. Nel frattempo, al più recente vertice dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC), tenutosi il 4 dicembre, l’organizzazione che riunisce i principali Paesi esportatori di petrolio del mondo, non s’è riuscito a raggiungere un accordo sulla riduzione della produzione, rinviando la decisione al 2 giugno 2016. I mercati leggono questa mossa così: OPEC e Arabia Saudita, in particolare, scelgono di rinunciare alle quote di produzione.

Per quanto tempo l’Arabia Saudita manterrà le apparenze?
Dati i vincoli di bilancio evidenti, per quanto tempo l’Arabia Saudita manterrà la pretesa che tutto procede secondo un chiaro piano, quando il regime di produzione di petrolio attuale spingerà i prezzi del greggio quasi al collasso nel 2016. L’Arabia Saudita paga l’ostinazione nell’attaccare le operazioni sullo scisto statunitense, potendo ancora avere successo dato che il prezzo del petrolio attuale è ben al di sotto della rottura. La politica saudita vuole anche, dati gli obiettivi diversi sulla Siria, paralizzare la Russia che, a quanto pare, ha esportato più petrolio del regno nel 2015. Quanto alle ambizioni di Riyadh e re Salman, la situazione è probabilmente di gran lunga peggiore di quanto il deficit di bilancio suggerisca. La dipendenza dell’Arabia Saudita dal greggio è assoluta e il tenore di vita che fornisce a migliaia di sauditi la rende essenziale per la stabilità interna. In effetti, non sarebbe esagerato suggerire che il potere della famiglia reale saudita dipenda dalla capacità di convertire il petrolio in tenore di vita dignitoso per i sudditi. L’Arabia Saudita esauriva le riserve a un ritmo senza precedenti nell’ultimo anno, soprattutto per sostenere le spese militari e il benessere sociale per controllare i disordini sociali, ma non è chiaro cosa re Salman abbia in mente quando esorta a diversificare. Anche il SABIC, il grande consorzio chimico saudita, si basa sulla produzione di petrolio. Infatti, la spesa sociale è laddove il deficit di bilancio espone al peggiore rischio il regno. La realtà è che il valore della produzione di petrolio maschera il problema delle disoccupazione e sottoccupazione saudita, a livelli insostenibili perché il mercato del lavoro privato si basa quasi esclusivamente su lavoro straniero (asiatico) e lavori umili. Il settore pubblico, nel frattempo, è pieno di cittadini sauditi interessati principalmente a intascare generosi stipendi statali, mentre i posti di lavoro sono visti come un diritto, componente essenziale del patto tra i Saud e i sudditi. Ora il regno è sempre più sotto pressione sui tagli, per quanto re Salman insista sulla riduzione dei costi. Sarà quasi impossibile ridimensionare lo stato sociale, tanto meno il bilancio militare. Durante il picco della “primavera araba” nel 2011, l’Arabia Saudita aumentò il bilancio sociale per scoraggiare la popolazione dalle rivolte. Come re Salman affronterà la crisi attuale?pumping-oil-rig-at-sunset-connie-cooper-edwardsTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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