L’apatia elettorale del Giappone: Abe ottiene un mandato dalla scarsa affluenza alle urne

Kanako Itamae e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times, 11/7/2016

shinzo-abeIl Primo ministro del Giappone Shinzo Abe sostiene di aver avuto un nuovo mandato dall’elettorato dopo i risultati positivi annunciati nelle elezioni del Senato. Tuttavia, ciò è in parte falso perché l’affluenza è stata di un mero 54,7 per cento. Infatti, in alcune parti del Giappone la maggioranza delle persone non s’é presa la briga di votare e questo vale per Hiroshima, Kochi, e Tokushima. Soprattutto, il principale partito di opposizione è incatenato all’assenza di coesione. Pertanto, nonostante Abe esca rafforzato dall’elezione, la verità è che il 45 per cento della popolazione si sente tradita e sfiduciata verso i politici della nazione. Allo stesso tempo, le élite liberali e i mass media che si oppongono ad Abe sono ugualmente al di fuori della realtà del Giappone moderno. In altre parole, le immagini di manifestanti anti-nucleari, professori anti-Abe ed organizzazioni che attaccano le modifiche costituzionali, e altre cose, semplicemente non s’accordano con l’elettorato. Ciò significa che Abe si rafforza grazie alla bassa affluenza elettorale e alla popolazione che non si fida dell’opposizione. Purtroppo, ne conseguirà maggiore debito mentre gli ultra-ricchi guadagneranno ancor di più dalle mega-iniziative di stimolo economico che di solito non producono nulla. I contribuenti in Giappone saranno testimoni di grandi aziende, istituti finanziari e ricchi azionisti trarre profitto dalle nuove iniziative economiche del governo. Tuttavia, se il passato s’è vista poca concretezza, nel lungo termine il debito pubblico crescerà. Allarmante, se il tasso di natalità è un problema reale per il popolo giapponese, sembra che Abe si volgerà all’immigrazione per puntellare la nazione. Eppure, un vero aiuto è necessario per i cittadini giapponesi con figli, affinché ricevano un sostegno sociale vero e proprio, un ambiente di lavoro mutato, mutui e altre politiche necessarie. Invece, sembra che Abe si concentri sulla manodopera straniera, sperperando il denaro dei contribuenti nell’assistenza economica estera, nonostante la necessità di concentrarsi nel rilanciare le regioni del Paese, e sulle ambizioni geopolitiche.
La CNN riporta “Abe ha detto che userà la vittoria per far avanzare il programma di riforma economica conosciuto anche come abenomics, oltre ad ulteriori modifiche nella diplomazia… Insieme ai revisionisti costituzionali, la sua coalizione ha avuto la maggioranza di due terzi sui 121 seggi del Senato“. Modern Tokyo Times in passato sottolineò che, “i cambiamenti economici recenti basati sulla familiare teoria di affidarsi all’esportazione per uscire dalla crisi, indebolendo lo yen, sembra deragliare ancora una volta. Pur di raggiungere tale obiettivo, il governo del Primo ministro Abe ha attuato una politica monetaria ultra-aggressiva. Tuttavia, fin dall’inizio, tale politica è apparsa miope e incapace di rompere il ciclo della deflazione“. È stato riferito che un’eventuale nuova iniziativa di stimoli, nonostante il fallimento delle precedenti, sarà di quasi 200 miliardi di dollari (20 trilioni di yen). In altre parole, i problemi reali da affrontare saranno messi da parte in favore “della teoria del rivolo dagli ultra-ricchi” che prosciuga ulteriormente la fede della popolazione nella democrazia giapponese. Perciò diverse prefetture registrano meno del 50 per cento di votanti, una triste realtà per il Giappone moderno. Tuttavia, è una realtà che sembra sfuggire ad Abe, proprio come alla sinistra e all’opposizione liberale, ugualmente fuori dal mondo.

La teoria del rivolo dagli ultra-ricchi

La teoria del rivolo dagli ultra-ricchi

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Canale del Nicaragua, carri armati russi e spie degli Stati Uniti

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 04/07/2016travaux-canal-panama-1728x800_cIl 14 giugno un gruppo di statunitensi fu deportato dopo che le autorità considerarono le sue azioni abbastanza sospette. Due di loro lavoravano per l’US Customs and Border Protection e cercavano di “controllare” il lavoro dell’Agenzia delle Dogane del Nicaragua senza il permesso del governo del Nicaragua. Avevano anche preso misure per avere informazioni sull’invio di materiale militare dalla Russia, compresi i piani per importare carri armati T-72. L’ambasciata degli Stati Uniti a Managua protestò e spiegò che i suoi “ispettori” erano interessati ai siti ad accesso limitato semplicemente nell’ambito della missione per combattere il terrorismo internazionale. Fu anche espulso dal Paese Evan Ellis, professore dell’US Army War College arrivato in Nicaragua, contemporaneamente agli “ispettori” e, come loro, ospite dell’hotel Hilton Princess. A giudicare dal numero degli articoli pubblicati, la produttività accademica di Ellis è insolitamente elevata. La sua ricerca, che di solito impiega la terminologia conflittuale della guerra fredda, si concentra principalmente sulle incursioni di Cina e Russia nei Paesi latinoamericani e caraibici. In Nicaragua, Ellis era interessato al canale transoceanico in costruzione. Il professore afferma di aver preparato la visita a Managua da privato cittadino e che ebbe colloqui preliminari sul programma del suo viaggio con l’ambasciatore del Nicaragua negli Stati Uniti, il Presidente dell’Autorità Canal Grande Manuel Coronel Kautz e numerosi alti funzionari del Nicaragua. Le riunioni furono programmate con funzionari governativi, uomini d’affari, diplomatici, giornalisti e attivisti sociali per raccogliere informazioni sul canale. Tuttavia, il professore non riuscì a rimanere in Nicaragua per 24 ore. Prima di essere deportato, Ellis ebbe solo il tempo di visitare una mostra fotografica promossa dal Consiglio nazionale per la difesa di terra, lago e sovranità, una ONG che protesta contro la costruzione del canale. La stessa sera, gli agenti dell’immigrazione giunsero nella camera d’albergo di Ellis e l’informavano che, non avendo il permesso ufficiale d’indagare sul canale transoceanico, doveva lasciare immediatamente il Paese. Lo statunitense prendeva il primo volo per gli Stati Uniti. Dopo l’espulsione, Ellis perdeva la calma e appariva fuori di sé su internet. Le sue accuse riecheggiano solo la posizione di Washington, ostile alla costruzione del canale di Nicaragua, probabile concorrente di quello di Panama, ufficiosamente sotto il controllo degli Stati Uniti. Ellis soprattutto mette in discussione la fattibilità del progetto, affermando che “il governo del Nicaragua ha gestito il progetto di canale dietro un manto di segretezza, forse per nascondere i benefici personali derivanti ai nicaraguensi interessati”. Per Ellis, la deportazione dei diplomatici degli Stati Uniti è un’indicazione che la “strategia costruttiva, l’impegno rispettoso con il regime del Nicaragua non funzionano”. Pertanto, alla vigilia delle elezioni di novembre in Nicaragua, l’amministrazione statunitense “ha diritto e l’obbligo morale di lavorare coi gruppi della società civile per far avanzare significativamente la democrazia”. Per Ellis, il rifiuto di consentire agli osservatori del governo degli Stati Uniti o del Carter center di monitorare le elezioni in Nicaragua è un atto che “mina la democrazia”. Così ora chiede agli Stati Uniti d’intervenire per evitare che il Nicaragua degeneri in un regime autoritario “venezuelano”. Indicando il possibile “criminale comportamento” dei leader del Nicaragua, Ellis cita la necessità che siano costantemente monitorati dalle forze dell’ordine degli Stati Uniti. Il suo rapporto include alcune sfumature minacciose: “i collegati alla criminalità transnazionale organizzata, o che si arricchiscono a spese del popolo nicaraguense, non sfuggiranno alla giustizia per vivere con guadagni illeciti, una volta lasciato l’incarico”.
hudsoninside5C’è la buona ragione per cui Ellis propone tale supervisione: i leader sandinisti sono una continua irritazione per l’amministrazione Obama. E’ noto che i servizi segreti degli Stati Uniti sorvegliano di continuo Daniel Ortega, che ha un atteggiamento disincantato su ciò, come Hugo Chávez, perché non ha né conti esteri segreti né inclinazioni cleptocratiche. Un altro motivo dell’attacco al “regime di Ortega” è la cooperazione militare e tecnica del Nicaragua con la Russia. Questo è un altro settore in cui Ellis sottolinea la necessità di rimanere vigili. Ad esempio, il Centro di addestramento Maresciallo Zhukov: qual è il suo vero scopo? E’ semplicemente utilizzato per addestrare i militari dell’esercito? Oppure, altro esempio, l’invio di 2 motomissilistiche e 4 pattugliatori in Nicaragua. Perché così tanti? La Russia ha chiaramente lanciato una corsa agli armamenti senza precedenti nel Mar dei Caraibi e nell’Oceano Pacifico! Ellis è anche preoccupato dall’invio di carri armati aggiornati T-72B1 in Nicaragua. 20 sono arrivati con la prima spedizione, e i carristi del Nicaragua ne attendono in tutto 50 entro la fine dell’anno. Ellis consiglia di lavorare più attivamente con i vicini del Nicaragua, come il Costa Rica. Non è del tutto chiaro a cosa specificamente si riferisse il professore statunitense in questo caso. Vuole aiutare la nazione tradizionalmente pacifica del Costa Rica a sviluppare un esercito effettivo? O costruirvi la prossima base militare del Pentagono? Lo scorso dicembre il lavoro sul canale transoceanico del Nicaragua è stato sospeso fino ad agosto. Il rinvio fu precipitato dalle difficoltà finanziarie del contraente principale, il consorzio di Hong Kong HK Nicaragua Canal Development Investment Co. Ellis osserva che questo mega-progetto non è andato molto avanti dall’inizio della costruzione dell’infrastruttura iniziale: i due porti in acque profonde non sono stati costruiti, né vi sono magazzini o fabbriche per la produzione dei materiali da costruzione, il cui completamento era previsto per l’aprile 2016. Inoltre, le ONG ambientali lavorano sempre più vigorosamente, incoraggiate dagli statunitensi che covano le proteste di agricoltori improvvisamente angosciati dal disboscamento delle foreste vicino al lago Nicaragua e i fiumi Brito e Las Lajas. Con l’aiuto di esperti come Ellis, i media filo-statunitensi cercano di convincere i nicaraguensi che il canale è “propaganda sandinista” e la sua complessa costruzione scoraggiante. Per lo stesso motivo, i mass media degli Stati Uniti, così come i media latino-americano da essi controllati, danno risalto agli sforzi per aggiornare il canale di Panama. Il filo conduttore è chiaro: nessun canale alternativo è necessario nell’emisfero occidentale, perché quello di Panama può “risolvere quasi tutti i problemi” del commercio asiatico con gli Stati Uniti, compresa la capacità di accogliere navi da 14000 TEU. Poi appare l’immagine corrispondente: la Cosco Shipping Panama, una nave portacontainer cinese, che attraversa le nuove chiuse del Canale di Panama.
Alla vigilia delle elezioni in Nicaragua, Washington fa tutto il possibile per minare la posizione di Daniel Ortega, ancora una volta nominato alla presidenza dal partito Fronte sandinista di liberazione nazionale. Questo spiega il motivo per cui ogni sorta di emissari ed esperti viene inviata nel Paese. La quinta colonna del Nicaragua è isolata e ha bisogno di sostegno. E cittadini dei Paesi latino-americani sono spesso utilizzati per fornire tale supporto. Ad esempio, Viridiana Ríos, dello staff messicano del Centro Wilson di Washington DC, è fuggita in preda al panico dal Nicaragua dopo che gli statunitensi furono deportati, perché credeva di essere giustiziata. Sostiene di aver raccolto informazioni sui problemi di sicurezza pubblica e violenza. Molti dei suoi studi vengono utilizzati da CIA, DEA e FBI, così ha avuto qualche motivo per spaventarsi e fuggire. Un gruppo di ambientalisti latino-americani, arrestati nel sud del Nicaragua, era anche al centro di certi incidenti sospetti. A quanto pare, tali “ambientalisti” insegnavano ai nativi come usare esplosivi. L’espulsione di tali provocatori stranieri è un segno che i sandinisti non permetteranno la destabilizzazione del Paese. Da qui la campagna isterica nei media internazionali sulla “dittatura di Ortega” Il progresso socio-economico del Nicaragua, il miglioramento della qualità della vita nicaraguensi, la stabilità e la sicurezza (rispetto all’aumento della criminalità nella maggior parte dei Paesi dell’America Centrale) vanno in gran parte accreditati al Presidente Ortega. E’ un fedele difensore degli interessi del Nicaragua sulla scena internazionale e gode del sostegno della stragrande maggioranza dei nicaraguensi. Questo è il motivo per cui le attività sovversive dei servizi segreti degli Stati Uniti e la loro “strategia del caos” non funzioneranno in Nicaragua.Daniel-Ortega2La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La relazione russo-giapponese diventa seria

MK Bhadrakumar, Indian Punchline 18 giugno 2016

projectmapNon c’è bisogno di leggere molto sulla coincidenza del viaggio del Presidente cinese Xi Jinping in Polonia e dell’arrivo in Giappone di un dignitario straniero. Sergej Naryshkin, portavoce della Duma russa, numero due nella gerarchia di Mosca e stretto collaboratore del Presidente Vladimir Putin. Tuttavia, la coincidenza non può passare del tutto inosservata. A dire il vero, l’intesa Russia – Cina non impedisce a ognuno dei due Paesi di avere relazioni con un Paese terzo dai rapporti difficili con l’altro. L’obiettivo primario di Xi nella visita in Polonia sarà promuovere l’iniziativa Via e Fascia, mentre Naryshkin è in una missione politica e diplomatica assai sensibile. La visita di Naryshkin in Giappone avviene cinque settimane dopo l’incontro del Primo ministro Shinzo Abe con Putin a Sochi, il 6 maggio. Abe si era recato a Sochi, nonostante il parere contrario del presidente Barack Obama che telefonò per farlo desistere, temendo che diluisse la campagna occidentale per ‘isolare’ la Russia. Tokyo ha ora accolto Naryshkin nonostante sia sotto le sanzioni occidentali. Naryshkin è stato ricevuto da Abe. Parlando ai media di Tokyo, Naryshkin ha rivelato che Abe si recherà ancora in Russia per partecipare al Forum Economico Orientale di Vladivostok ai primi di settembre. Ha anche ribadito l’intenzione di Putin di compire la tanto attesa visita in Giappone quest’anno. (TASS) Nel frattempo, è stato annunciato a Tokyo che i due Paesi terranno una riunione la prossima settimana per discutere della vecchia disputa territoriale sulle isole Curili. Certo, le aspettative sollevate nella riunione del mese scorso a Sochi, tra Putin e Abe, continuano. I fitti scambi, possibilmente 3 vertici quest’anno tra Abe e Putin, sottolineano la ritrovata volontà politica di normalizzare i rapporti. Tuttavia, Russia e Giappone hanno punti di vista molto diversi su come risolvere la disputa territoriale. Mentre la Russia sottolinea l’importanza della dichiarazione congiunta Giappone-Unione Sovietica del 1956, che afferma che due delle isole sarebbero state restituite al Giappone dopo la firma del trattato di pace, il Giappone afferma che il trattato di pace sarà firmato solo dopo che la disputa territoriale sarà risolta. La Russia intensifica ultimamente anche la militarizzare delle isole Curili. Non sorprende che il commento di Xinhua sulla riunione di Sochi sottovaluti il rinnovato attivismo russo-giapponese quale “mera manovra diplomatica”, notando, “La visita di Abe (a Sochi) aveva due obiettivi. Primo, la visita aveva lo scopo di modificare i rapporti con la Russia e aprire la difficile situazione diplomatica con i Paesi confinanti… la Russia ora ha un’economia debole, e il Giappone, Paese ospitante il vertice del Gruppo dei Sette (G7) di quest’anno, prevede di aiutare la Russia a superare il blocco in cambio di concessioni su questioni come la disputa territoriale. Secondo e più importante, la visita aveva lo scopo di distrarre l’attenzione del pubblico e di avere il sostegno per vincere alle elezioni parlamentari”. Secondo Xinhua Abe metterebbe a repentaglio le relazioni Giappone-USA con il suo flirt con Putin. (Xinhua) Tuttavia, si è tentati di suggerire che vi è di più nell’impegno russo-giapponese di quanto appaia.
In poche parole, Abe sembra essere mortalmente serio nel normalizzare i rapporti del Giappone con la Russia e sull’eredità storica. A Sochi ha proposto una cooperazione economica in otto punti che la parte russa avrebbe trovato attraente. Il piano d’azione di Abe riguarderebbe cooperazione ad ampio raggio con la Russia su medicina; “città intelligenti”; rapporti economici tra piccole imprese giapponesi e russe; sviluppo congiunto di petrolio, gas e altre risorse energetiche (anche espansione della produzione, diversificazione dei prodotti petroliferi e stretta collaborazione sulla filiera distributiva); diversificazione e aumento della produttività dell’industria russa; promozione industriale su larga scala nell’Estremo Oriente della Russia per farne la base per le esportazioni verso i mercati dell’area Asia-Pacifico; cooperazione nel nucleare, nelle tecnologie dell’informazione e nelle tecnologie avanzate; ampliamento della cooperazione turistica, culturale e negli scambi tra cittadini. Abe ha detto a Putin: “Voglio superare il pensiero passato creando un piano che consenta al popolo russo di beneficiare direttamente dalla cooperazione con il Giappone sviluppando l’economia della Russia. Se possiamo raggiungere questo obiettivo, rafforzeremo considerevolmente i legami tra i nostri Paesi. Ho intenzione di fare del mio meglio verso questo obiettivo; Vladimir, spero che prenda seriamente in considerazione la proposta. Mi piacerebbe collaborare con voi per migliorare notevolmente i rapporti russo-giapponesi”. Molto poco è stato divulgato sui colloqui di 3 ore riguardanti anche la controversia territoriale. Ma, curiosamente, Abe ha poi detto ai media, “Per fare un passo avanti su questo tema in stallo dobbiamo far avanzare i negoziati secondo nuove idee, diverse da approcci e idee provati finora. L’ho espresso al Presidente Putin ed è d’accordo con me su questo modo di pensare”. Ora, cosa voleva dire Abe? Il Giappone finora aveva la posizione che il trattato di pace può essere concluso tra i due Paesi chiudendo formalmente le ostilità della seconda guerra mondiale. solo dopo che la disputa territoriale sia risolta in pieno. Ha accennato a nuove flessibilità nella posizione giapponese? Questa è la grande domanda.shinzo-abe-vladimir-putinTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il calo dei prezzi muta la scacchiera geopolitica

Thierry Meyssan Memoriabg, 15/6/2016 – South Frontnorway06Negli ultimi due anni, un colpo di Stato ha avuto luogo sul mercato globale dell’energia. Prima di tutto, vi era una notevole differenza di domanda e offerta. E poi i flussi commerciali cambiroono dopo che il prezzo della benzina crollò. Tali cambiamenti mettono in discussione i principi geopolitici del petrolio.

Il mito della carenza di risorse energetiche
Il declino economico dei Paesi occidentali e di alcuni Paesi in via di sviluppo ha portato alla riduzione della ricerca di risorse energetiche, mentre allo stesso tempo si osservava una crescita negli Stati asiatici. Così, la domanda mondiale ha continuato a crescere. Per le fonti, la produzione non fu ridotta negli Stati produttori, e Paesi come la Cina con notevoli riserve strategiche, riuscivano ad aumentare la loro e, di conseguenza, l’offerta superava la domanda. Questa affermazione, tuttavia, contraddice l’opinione consolidata di scienziati e industriali nel 2000, che la produzione globale raggiunse il picco e il mondo doveva affrontare il deficit energetico, traducendosi nella scomparsa di alcuni Paesi e nell’inizio di guerre per le risorse. Dopo il ritorno alla Casa Bianca nel gennaio 2001, Dick Cheney formò un gruppo di lavoro per lo sviluppo della politica nazionale per l’energia (National Energy Policy Development – NEPD), chiamato dal Washington Post “la società segreta”. In totale segreto i consiglieri della presidenza ascoltarono le relazioni dei capi delle grandi aziende, gli studiosi più importanti e i capi dei servizi speciali, raggiungendo la conclusione che non c’era tempo e la sopravvivenza dell’economia degli Stati Uniti andava garantita dal Pentagono acquisendo le risorse del “grande Medio Oriente”. Non è chiaro chi partecipò a tale gruppo, quali dati usasse e come raggiunse tale conclusione. Tutti i documenti sono stati distrutti e nessuno conosce l’entità dei dati statistici a disposizione del gruppo. In particolare il gruppo raccomandò lo scatenamento delle guerre contro Afghanistan, Iraq, Iran, Siria, Libano, Somalia e Sudan, e la decisione di ciò fu presa da George Bush il 15 settembre 2001, a Camp David. Mi ricordo di aver ascoltato il discorso del segretario generale del gruppo di lavoro della Casa Bianca al Congresso AFPO di Lisbona. Presentò un rapporto per lo studio sui siti aperti e l’inevitabilità del “picco di Hubbert” (terminologia introdotta dal geofisico M. King Hubbert, indicando che la produzione massima globale di petrolio porta all’inevitabile calo della produzione) e sulle misure intraprese negli USA per ridurre il consumo di energia. A quel tempo fui sopraffatto dalla sua valutazione e forza di persuasione. Nonostante questo, con il passare del tempo apparve chiaro che tale analisi era completamente errata e le prime cinque guerre (contro Afghanistan, Iraq, Libano, Libia e Siria) da questo punto di vista sono inutili anche se continuano oggi. Ma tale valutazione della prognosi non dovrebbe sorprendere, perché è conseguenza del “pensatoio”. Un certo gruppo di persone si riunisce intorno a un’idea che nessuno osa mettere in dubbio, col rischio di essere visto come un pazzo. Questa è la legge del conformismo. A questo proposito, i consiglieri della Casa Bianca sembravano essere prigionieri della teoria di Malthus, che nel 19° secolo dominava la cultura anglosassone. Secondo la teoria di Malthus, la popolazione aumenta in progressione geometrica e le risorse in progressione aritmetica. Così nel tempo, le risorse per alcuni diventano insufficienti. Nella sua teoria, Thomas Malthus mirava a confutare la teoria di Adam Smith, secondo cui il libero mercato è un sistema di auto-regolazione. In realtà il pastore Malthus cercava, attraverso la sua teoria indimostrata, la conferma al suo rifiuto di aiutare i poveri della propria parrocchia. Perché nutrire queste persone quando i loro bambini moriranno di fame domani, in ogni caso? E se il petrolio non è una fonte rinnovabile di energia e quindi a un certo punto finisce, nulla c’impedisce di pensare che la fine è vicina. Nel 2001, si parlava solo di petrolio saudita, che sapevano come raffinare. Il petrolio del Venezuela le cui riserve sono sufficienti a coprire il fabbisogno globale per un anno intero, era considerato inadatto alla produzione. In seguito, si concluse che la “teoria del fattore umano come causa del riscaldamento globale” è infondata come la teoria del “picco del petrolio”. Proviene dalla stessa teoria di Malthus e, a parte ciò, permette ai suoi sostenitori di arricchirsi col Climate Exchange di Chicago, le quote di scambio per le emissioni di gas serra. Questa idea è stata spacciata alla popolazione come volta a ridurre il consumo di energia e carbonio nei Paesi occidentali, perciò il mondo sarebbe pronto quando ci sarà meno e più costoso petrolio.

La fine del prezzo artificiale del petrolio
Sembrava che il prezzo superiore a 110 dollari al barile confermasse le conclusioni del gruppo di Dick Cheney, ma l’improvviso calo a 35 dollari al barile ne dimostrava l’inesattezza. Iniziò nel 2008 e accelerò dopo il voto in Europa per le sanzioni anti-russe, disorganizzando il commercio internazionale; spostando capitali e di conseguenza facendo scoppiare la bolla speculativa del petrolio. Questa volta, il prezzo basso viene sostenuto dagli Stati Uniti, videndolo come ulteriore mezzo per rovinare l’economia russa. Il calo dei prezzi accelerò quando l’Arabia Saudita se ne interessò. Per inviare sul mercato il proprio petrolio, Riyadh cominciò ad abbassare il prezzo tra i 20 e i 30 dollari al barile di petrolio ‘leggero saudita’. Questo investimento rese le fonti alternative di energia non redditizie e garantì potere e profitti futuri a Riyadh. L’Arabia Saudita si attivò per convincere i partner dell’OPEC a continuare tale corso. I membri del cartello decisero di risparmiare energia con un piano a lungo termine, anche con la prospettiva di un reddito drasticamente ridotto per diversi anni. Oggi, il basso prezzo della benzina priva questi investimenti di redditività. Di conseguenza, la caduta dei prezzi del petrolio sostenuta da Washington mira a rovinare Mosca. Se i posti di lavoro perduti nell’industria energetica sono stati 250000 negli ultimi due anni, la metà di questi riguarda gli Stati Uniti. Il 78% dei pozzi sono stati chiusi. E anche se il calo di produzione non è così drammatico, non cambia il fatto che gli USA non siano così indipendenti sul piano energetico… Questo non si riferisce solo agli Stati Uniti. L’intero sistema capitalista occidentale ne è stato colpito. Nel 2015 l’azienda Total perse 2,3 miliardi di dollari, Conoco Phillips 4,4, BP 5,2, Shell 13, Exxon 16,2 e Chevron circa 23 miliardi di dollari. Questo ci riporta alla “dottrina Carter” del 1980, quando Washington si concesse il diritto d’intervenire in Medio Oriente per garantirsi l’accesso libero al petrolio. Per attuare tale dottrina, il presidente Reagan creò il Comando Centrale degli USA. Oggi, il petrolio viene estratto con più metodi. Il fittizio “picco di Hubbert” non c’è stato. Ora, il presidente Obama ha ordinato alle truppe del Comando Centrale di trasferirsi nel Pacifico (definito da Obama ‘Pivot in Asia’). Tale piano è stato modificato dopo la concentrazione di forze in Europa occidentale, ma probabilmente ricomincerà se il prezzo del petrolio resta tra i 20 e i 30 dollari al barile. In questo caso, la produzione di alcuni prodotti petroliferi finirà e solo il petrolio ‘saudita leggero’ sarà utilizzato. Ecco perché ancora oggi affrontiamo la domanda per inviare forze in Medio Oriente. Se Washington prende questa strada, cambierà la tattica del Pentagono. Anche se la “teoria del caos” permette il controllo di vasti territori da parte di pochi, richiede anche un lungo periodo per sviluppare ampie risorse, come dimostra l’esperienza in Afghanistan, Iraq e Libia. Forse sarà utile per Washington tornare a una politica più saggia: smettere di sostenere il terrorismo, accettare la pace e iniziare a commerciare con questi Stati, o quel che ne resta.AP9812180876Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il segreto del petrodollaro

Tyler Durden, Global Research, 1 giugno 2016

petrodollar2Per decenni, la storia del riciclaggio dei petrodollari dell’Arabia Saudita, vale a dire il finanziamento del deficit degli Stati Uniti con l’acquisto di titoli del Tesoro USA con i proventi delle vendite di petrolio (in gran parte negli Stati Uniti), mentre gli USA addolcivano l’affare fornendo ai sauditi equipaggiamenti militari, era rimasto nel regno della congiura, senza conferme o dichiarazioni ufficiali dal dipartimento del Tesoro statunitense. Ora, questa particolare “teoria” diventa l’ultimo fatto, grazie ad una storia affascinante di Bloomberg che dà sfondo e dettagli all’incontro segreto tra l’allora segretario al Tesoro degli USA William Simon, il suo vice Gerry Parsky e i membri della classe dirigente saudita, delineando come i petrodollari nacquero.
Qui lo sfondo: “Luglio 1974. Una pioggerella prima dell’alba lasciava il posto a un cielo coperto quando William Simon, appena nominato segretario del Tesoro degli USA, e il suo vice, Gerry Parsky, decollarono alle 8:00 dall’Andrews Air Force Base. A bordo, l’atmosfera era tesa. Quell’anno, la crisi petrolifera aveva colpito in patria. L’embargo delle nazioni arabe dell’OPEC, per l’aiuto militare degli Stati Uniti agli israeliani durante la guerra del Kippur, quadruplicava i prezzi del petrolio. L’inflazione saliva, il mercato azionario si schiantava e l’economia degli USA era in tilt. Ufficialmente, il viaggio di due settimane di Simon fu classificato giro diplomatico-economico in Europa e Medio Oriente, completo dei consueti salamelecchi e banchetti serali. Ma la vera missione, conservata nella massima riservatezza dalla cerchia del presidente Richard Nixon, avrebbe avuto luogo durante una sosta di quattro giorni nella città costiera di Jeddah, in Arabia Saudita. L’obiettivo: neutralizzare il petrolio greggio come arma economica e trovare un modo per convincere il regno ostile a finanziare il deficit dilagante degli Stati Uniti con la sua ritrovata ricchezza in petrodollari. E secondo Parsky, Nixon chiarì semplicemente di non tornare a mani vuote. Il fallimento non solo metteva a repentaglio la salute finanziaria degli Stati Uniti, ma poteva anche dare all’Unione Sovietica un varco per ulteriori incursioni nel mondo arabo. “Non era una questione se si potesse fare o no”, ha detto Parsky, uno dei pochi funzionari con Simon ai colloqui sauditi”.
Come notato, il quadro della transazione cercata era semplice: gli Stati Uniti avrebbero comprato petrolio dall’Arabia Saudita e fornito aiuti e materiale militari al regno. In cambio, i sauditi avrebbero raccolto miliardi di petrodollari dalle entrate per spalarli nuovamente al ministero del Tesoro finanziando la spesa degli Stati Uniti. L’uomo che guida il negoziato degli Stati Uniti, il segretario al Tesoro William Simon, era appena stato per un certo periodo lo zar dell’energia di Nixon, e “sembrava poco adatto a tale delicata diplomazia”. Prima di essere usato da Nixon, una serie di fumatori del New Jersey aveva guidato l’ufficio Tesoro al Salomon Brothers. Per i burocrati, l’esuberante affarista di Wall Street, che una volta si paragonò a Gengis Khan, aveva un carattere e un ego smisurato dolorosamente al passo con Washington. Solo una settimana prima di mettere piede in Arabia Saudita, Simon biasimò pubblicamente lo Scià di Persia, stretto alleato regionale al momento, definendolo un “cretino”. “Ma Simon, meglio di chiunque altro, comprese l’appello al debito pubblico degli Stati Uniti e di vendere ai sauditi l’idea che gli USA erano il posto più sicuro per parcheggiare i loro petrodollari. Con tale consapevolezza, l’amministrazione covò un piano kamikaze senza precedenti, che avrebbe influenzato ogni aspetto delle relazioni USA-sauditi nei successivi quarant’anni (Simon è morto nel 2000 a 72 anni)”. All’inizio non fu facile: “Ci sono voluti diversi incontri discreti per appianare tutti i dettagli, dice Parsky. Ma alla fine di mesi di trattative, scrive Bloomberg, rimaneva un piccolo ma fondamentale comma: re Faysal bin Abdulaziz al-Saud chiese che l’acquisto dal Tesoro del Paese rimanesse “strettamente segreto”, secondo un dispaccio diplomatico ottenuto da Bloomberg dagli Archivi Nazionali“. Il segreto resta… fino al 16 maggio, quando il Tesoro degli Stati Uniti per la prima volta rivelava la piena portata dei titoli posseduti dall’Arabia Saudita.TSY hodlings_0Bloomberg aggiunge che una manciata di funzionari del Tesoro e della Federal Reserve ha mantenuto il segreto per più di quarant’anni, finora. “In risposta a una richiesta del Freedom-of-Information-Act presentata da Bloomberg News, il Tesoro ha svelato i titoli posseduti dall’Arabia Saudita, per la prima volta, questo mese, “concludendo di essere in linea con la legge sulla trasparenza e la comunicazione dei dati”, secondo la portavoce Whitney Smith. Il possesso di 117 miliardi di titoli del Tesoro fa del regno uno dei maggiori creditori esteri degli USA“. I dati diffusi lo stesso giorno confermavano la risposta al FOIA. A dire il vero, come osservammo a metà maggio, è molto probabile che la relazione del Tesoro sia incompleta e che i sauditi possiedano centinaia di miliardi di dollari in buoni del Tesoro in custodia presso centri offshore come Euroclear. Dopo tutto, il conteggio corrente rappresenta solo il 20 per cento dei 587 miliardi di dollari di riserve in valuta estera, assai meno dei due terzi che le banche centrali in genere mantengono come attività in dollari. Inoltre, la quarantennale politica d'”interdipendenza” tra Stati Uniti ed Arabia Saudita, nata dall’accordo sul debito di Simon che infine legava le due nazioni condividendo alcuni valori comuni, mostra segni di disfacimento. Gli USA fanno timidi passi verso un riavvicinamento all’Iran, evidenziato dal cruciale accordo nucleare del presidente Barack Obama dello scorso anno. Il boom dello scisto degli Stati Uniti ha anche reso gli USA assai meno dipendenti dal petrolio saudita. Inutile dire che il vero ammontare complessivo dei titoli posseduti dai sauditi alla fine sarà noto, soprattutto se la nazione mediorientale persegue la minaccia di liquidarli, in parte o tutti. Ancor più notevole, tuttavia, è che con la prima divulgazione dei dati sulla nascita dei petrodollari, qualcosa sembra essere cambiato: “L’acquisto di obbligazioni e tutto il resto era una strategia per riciclare petrodollari ancora negli Stati Uniti”, ha detto David Ottaway, esperto sul Medio Oriente del Woodrow Wilson Center di Washington. Ma politicamente, “è sempre stato un rapporto ambiguo e vincolato”.” Una cosa che certamente è cambiata è il mondo in cui le banche centrali comprano voracemente tutto l’altrui (e proprio) debito, la necessità di riciclatori di petrodollari come l’Arabia Saudita non c’è più, ma non è stato sempre così: “Nel 1974, forgiare quel rapporto (e la segretezza che richiese) fu un gioco da ragazzi, secondo Parsky, ora presidente dell’Aurora Capital Group, una società di private equity di Los Angeles. Molti alleati degli Stati Uniti, come Regno Unito e Giappone, fortemente dipendenti dal petrolio saudita, erano in lizza per permettere al regno di reinvestire nelle loro economie. Tutti, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Giappone, cercavano di mettere le mani nelle tasche dei sauditi”, ha detto Gordon S. Brown, funzionario economico del dipartimento di Stato presso l’ambasciata statunitense a Riad nel 1976-1978. Per i sauditi, la politica ebbe un ruolo importante nell’insistenza sul fatto che tutti gli investimenti del Tesoro rimanessero anonimi”.
William E. Simon, former Secretary of the Treasury La dipendenza degli USA dai sauditi per finanziare il deficit, e avere petrolio a buon mercato, fece sì che al regno venisse concesso lo status privilegiato in ogni interazione con gli Stati Uniti. “Le tensioni erano ancora alte 10 mesi dopo la guerra dello Yom Kippur, e in tutto il mondo arabo c’era molta animosità verso gli Stati Uniti per il sostegno ad Israele. Secondo dispacci diplomatici, la peggiore paura di re Faysal era che i petrodollari degli USA venissero percepiti, “direttamente o indirettamente”, come destinati al peggiore nemico, sotto forma di aiuti dagli Stati Uniti. I funzionari del Tesoro risolsero il dilemma lasciando che i sauditi passassero dalla porta sul retro. Nel primo di molti accordi speciali, gli Stati Uniti permisero all’Arabia Saudita di scavalcare il normale processo di offerta competitiva per l’acquisto di titoli del Tesoro, permettendo un “aggiunta”. Tali vendite, escluse dai totali ufficiali delle aste, nascosero le tracce della presenza saudita nel mercato del debito del governo degli Stati Uniti. “Quando arrivai all’ambasciata, mi fu detto che si trattava dei titoli del Tesoro”, ha detto Brown. “Fu tutto gestito privatamente”. Un’altra eccezione fu stralciata per l’Arabia Saudita quando il Tesoro iniziò ad emettere le suddivisioni mensili Paese per Paese della proprietà del debito degli Stati Uniti. Invece di rivelare la partecipazione dell’Arabia Saudita, il Tesoro la raggruppò con 14 altre nazioni, come Quwayt, Emirati Arabi Uniti e Nigeria, con il titolo generico di “esportatori di petrolio”, e la cosa continuò per 41 anni”. Nel frattempo, l’Arabia Saudita proseguì l’acquisto: nel 1977 accumulava circa il 20 per cento di tutti i titoli del Tesoro detenuti all’estero, secondo “La mano nascosta dell’egemonia americana: riciclaggio di petrodollari e mercati internazionali” di David Spiro della Columbia University. L’accordo ha creato varie preoccupazioni: “in una nota interna dell’ottobre 1976, il dettaglio degli Stati Uniti inavvertitamente rivelava che molto più di 800 milioni di dollari si era intenzionati a prendere in prestito con l’asta. Al momento, due banche centrali non identificate si aggiunsero per acquistare ulteriori 400 miliardi in titoli del Tesoro ciascuna. Alla fine, una banca ebbe la sua parte il giorno dopo, per mantenere gli Stati Uniti entro il limite. “La maggior parte di tali manovre e piroette fu messa sotto il tappeto, ed alti funzionari del Tesoro fecero di tutto per mantenere lo status quo e proteggere gli alleati del Medio Oriente divenuti maggiori creditori degli USA. Negli anni, il Tesoro più volte fece ricorso all’International Investment and Trade in Services Survey Act del 1976, proteggendo individui dei Paesi maggiori detentori dei titoli del Tesoro, in quanto prima linea difensiva. La strategia continuò anche dopo che il Government Accountability Office, in un’indagine del 1979, non trovò “alcuna base statistica o giuridica” per tale blackout. Il GAO non aveva il potere di costringere il Tesoro a consegnare i dati, ma concluse che gli Stati Uniti “hanno assunto impegni particolari sulla riservatezza finanziaria con l’Arabia Saudita” ed eventualmente altre nazioni dell’OPEC. Simon, che allora era tornato a Wall Street, riconobbe in una testimonianza al Congresso che “la segnalazione regionale era l’unico modo con cui l’Arabia Saudita avrebbe fatto l’accordo” investendo tramite il sistema dell’aggiunta”.
In definitiva, il dominio saudita sul mercato del Tesoro statunitense significò l’intoccabilità. “Era chiaro che il Tesoro non avrebbe cooperato per nulla“, ha detto Stephen McSpadden, ex-consigliere della sottocommissione del Congresso che sostiene le indagini del GAO. “Fui nella sottocommissione per 17 anni, e non vidi mai niente di simile“. Oggi, Parsky dice che la disposizione segreta con i sauditi andava smantellata anni fa ed era sorpreso che il Tesoro continuasse per così tanto tempo. Ma anche così, non ha rimpianti. L’accordo “fu positivo per gli USA“, dice citato da Bloomberg. E con questo la storia di come il petrodollaro nacque è ora pubblica, cosa di cui l’Arabia Saudita non sarà felice. Per il bene degli Stati Uniti è meglio avere le cose a posto, perché la diffusione di questa storia significa semplicemente che il Tesoro degli Stati Uniti è convinto che non avrà più la necessità strategica del vecchio partner saudita. La Fed, che implicitamente rientra nella presenza saudita, non delude.saudi holdings vs everyone else_0.jpgTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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