I fattori regionali che ostacolano i rapporti Russia-Giappone

Melkulangara Bhadrakumar, Strategic Culture Foundation, 25/08/20151026067608Il complesso reset del delicato rapporto Russia-Giappone, sembra sempre più lontano. Russia e Giappone desideravano un reset che vedevano nel loro interesse. La Russia spera di attirare il Giappone come importante partner economico, in particolare per lo sviluppo delle regioni siberiane e dell’Estremo Oriente, dove la Cina si muove. Da parte del Giappone, la disputa territoriale con la Russia è una questione emotiva che ha impedito di concludere un trattato di pace formale dopo la seconda guerra mondiale. Se le indicazioni all’inizio dell’anno erano che Putin avrebbe compiuto una visita storica in Giappone entro l’anno, il rinvio di Tokyo di un giro di consultazioni previsto a Mosca da parte del ministro degli Esteri Fumio Kishida (31 agosto – 1 settembre) per preparare il terreno della visita di Putin, impone un controllo della realtà. La decisione di Tokyo è vista come una ‘protesta’ per la visita del Primo ministro russo Dmitrij Medvedev a una delle quattro isole contese il 22 agosto 2015. Tuttavia, è solo l’ultima manifestazione visibile della costante idiosincrasia nelle relazioni russo-giapponesi, risalente alla visita del Primo ministro Shinzo Abe a Washington e ai nuovi orientamenti della Cooperazione per la Difesa tra Stati Uniti e Giappone del 27 aprile. Il documento di base originariamente steso nel 1979, delineava la cooperazione militare tra Stati Uniti e Giappone in caso di attacco militare (sovietico) al Giappone, aggiornato al dopo-Guerra Fredda nel 1997. Ora è stato rivisto per la seconda volta allineandosi alla geopolitica emergente nella regione Asia-Pacifico, imposta da una Cina “decisa”. Dal punto di vista russo, i giapponesi che si attrezzano per svolgere un ruolo più attivo nel sostenere le operazioni globali degli Stati Uniti, diventano una preoccupazione. In particolare, le linee guida sottolineano la cooperazione USA-Giappone nel campo della difesa missilistica balistica o BMD. Gli Stati Uniti, infatti, hanno iniziato a schierare il sistema BMD in Giappone. Ciò avviene in un momento in cui gli interessi russi e statunitensi sono in disaccordo nel Nord-Est asiatico, dove la possibilità di un grande conflitto è maggiore oggi. Non si può pretendere che la Russia veda l’alleanza nippo-statunitense come fattore di stabilizzazione nella regione. La Russia avrebbe potuto sperare che il DNA del Giappone l’inducesse a perseguire politiche estere indipendenti o senza eccessiva dipendenza dal sistema di alleanze degli Stati Uniti, ma il modo in cui Tokyo semplicemente segue le sanzioni degli Stati Uniti contro la Russia, sulla crisi in Ucraina, parla diversamente. Infatti, lo spettro di un’architettura BMD sponsorizzata dagli USA in Estremo Oriente preoccupa la Russia, che ha rivisto la dottrina militare lo scorso dicembre, avendo acuti crescenti timori che proprio una cosa del genere accadesse alla periferia del Paese. L’articolo 12 della dottrina militare russa si riferisce vividamente alla percezione della minaccia che dei vicini della Russia schierino il BMD e reclamino suoi territori.
Kuril-Kunashir-island-Med-006 Washington e Tokyo potevano considerare una linea che non vedesse la Russia come minaccia al Giappone e l’alleanza nippo-statunitense contraria alla Russia, ma nel clima attuale delle relazioni russo-statunitensi, Mosca non ha intenzione di farsi illusioni. La spinta di Abe ad espandere il ruolo dei militari (sotto la dottrina dell”autodifesa collettiva’) neanche aiuta. La controversa legge approvata dalla camera bassa del parlamento del Giappone, il mese scorso, permetterebbe alle truppe giapponesi di combattere all’estero per la prima volta dalla seconda guerra mondiale. In poche parole, la proposta di legge testimonia che Tokyo cede alle pressioni statunitensi favorendone la strategia per riequilibrare il potere in Asia, giocando un ruolo più attivo nell’alleanza militare USA-Giappone. L’inquietudine di Mosca potrebbe non avere trovato un’articolazione forte, a differenza di Pechino, ma l’inquietudine c’è sicuramente. Una serie di passi di Mosca da aprile, seguono tale prospettiva. Così, le celebrazioni della Giornata della Vittoria a Mosca il 9 maggio si sono rivelato il culmine della convergenza strategica tra Russia e Cina: il presidente cinese Xi Jinping è stato infatti l’ospite d’onore; il Presidente Putin ha confermato i suoi piani per partecipare alle celebrazioni della Cina a Pechino il 3 settembre; oltre a dare grande impulso alle relazioni economiche e un comune ricordo struggente della storia, i due leader hanno inoltre deciso di collegare formalmente l’Unione economica eurasiatica della Russia alla Cintura economica della Via della Seta cinese, implicando “uno spazio economico comune sul continente” (Putin). Ancora una volta, a giugno, il Ministro della Difesa Sergej Shojgu ordinava l’accelerazione della costruzione di infrastrutture militari e civili sulle isole Kurili. Il 24 luglio, annunciava che le truppe russe schierate sulle isole Kurili saranno “riarmate” entro settembre. Nel frattempo, nuove esercitazioni militari sono in programma sulle isole Kurili. Ai primi di agosto, il governo russo approvava un programma federale per lo sviluppo socio-economico complessivo delle Isole Kurili, nel prossimo decennio, con una spesa stimata a 1,5 miliardi di dollari. Il Primo ministro Dmitrij Medvedev ha detto che il programma “faciliterà la trasformazione delle isole Kurili in un moderno territorio russo dove sia comodo vivere e interessante lavorare”. Finalmente Medvdev compiva una visita molto pubblicizzata alle isole Kurili. In un commento recente, il tabloid Global Times del Partito Comunista Cinese ha osservato: “I loro (Russia e Giappone) interessi strategici sono in conflitto… la maggiore minaccia alla sicurezza di Mosca sono le alleanze militari dominate dagli USA. Il Giappone, d’altra parte, ha svolto un ruolo attivo in tali alleanze… La disputa territoriale sfida una soluzione rapida… Oggi è ancora più improbabile che la Russia non risponda alle pretese territoriali giapponesi… Ci sono molte barriere strutturali tra Russia e Giappone. Anche se il rapporto… può vedere una distensione, non migliorerà notevolmente”. E’ una valutazione corretta. Ma il commento omette di esaminare il calcolo strategico russo. Andando indietro nel tempo, nel periodo della guerra fredda, il Giappone formò la linea di contenimento degli Stati Uniti ‘contro le forze d’intervento navali sovietiche’. E Mosca rispose ordinando alla Marina sovietica di trasformare il Mare di Okhotsk in un bastione strategico navale per i sottomarini lanciamissili balistici, con le isole Kurili nella zona ‘esclusiva’. Pertanto, il rafforzamento russo sulle isole Kurili ha una ragione. Inoltre, lo è anche in previsione dell’apertura del cosiddetto Passaggio a nord-est. Già nel settembre 2011, molto prima della crisi in Ucraina e della relativa degradazione dei rapporti ‘Est-Ovest’, la Russia svolse la più grande esercitazione militare navale presso le isole Kurili nel dopo-Guerra Fredda, coinvolgendo 20 navi militari e bombardieri. Probabilmente la politica artica della Russia richiede che le isole Kurili siano la prima linea difensiva e della sicurezza nazionale del Paese. La Russia rafforzerà costantemente la propria presenza militare sulle isole Kurili e ne svilupperà comunque le infrastrutture portuali.
É luogo comune che l’Artico abbia enormi riserve non sfruttate di petrolio e gas, minerali, acqua fresca, pesce e così via. Ma ciò che è meno noto è che la forte presenza strategica nella regione artica consente alla Russia anche accesso agli oceani del mondo, fondamentale per contrastare la strategia del contenimento degli Stati Uniti. Il Pentagono valuta che la Russia attualmente sia la nazione più avanzata al mondo nello sviluppo di infrastrutture militari nell’Artico. La dottrina militare della Russia, che Putin ha firmato lo scorso dicembre, mira a costruire una rete unificata di strutture militari nei territori artici per ospitare truppe, navi e aerei da guerra. In teoria, anche se Mosca ha in gran parte mantenuto per sé i propri pensieri, vedrebbe nella cooperazione USA-Giappone sul BMD, nel quadro degli orientamenti per la cooperazione nella Difesa USA-Giappone, una minaccia all’equilibrio strategico. In tali circostanze, il ripristino delle relazioni con il Giappone diventa problematico. Chiaramente, gli Stati Uniti sospingono l’implementazione della BMD in Estremo Oriente. I rapporti russo-giapponesi possono guastarsi se Mosca ad un certo punto decide di serrare i ranghi con Pechino sulla minaccia posta dall’implementazione del BMD dagli Stati Uniti. La prossima visita di Putin a Pechino sarà un’importante passo del riallineamento strategico emergente in Estremo Oriente.kurilesLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La rete di potere: gasdotti nel continente europeo

Putin lega India e Pakistan con i gasdotti
Nakanune 22 agosto 2015 – Fort Russimage_big_81883Tradizionalmente l’India fu partner dell’URSS per decenni e la Russia ha preso il posto della superpotenza. Con le inevitabili perdite negli anni ’90 (“il luogo santo non è mai vuoto” come si dice in Russia), la partnership è sopravvissuta. Tra l’altro, gli indiani si rifiutarono di acquistare 126 aerei da combattimento Rafale dalla Francia (grazie “Mistral”). Il caccia francese Rafale si era aggiudicato la gara nel 2012, e anche allora era chiaro che il contratto non sarebbe stato concluso. Di conseguenza, dopo aver avuto 36 jet, l’India ha rescisso il contratto. “Acquistiamo solo 36 caccia e non ne compreremo mai più, sono troppo costosi”, ha detto il ministro della Difesa indiano Manohar Parrikar, secondo La Tribune riferendo all’agenzia indiana PRI. “Mi piacerebbe anche avere una BMW e una Mercedes, ma non posso perché, in primo luogo non posso permettermelo, e in secondo luogo non ne ho urgente bisogno“. Secondo le informazioni dal Ministero della Difesa dell’India, il costo del contratto era aumentato da 12 a 20 miliardi di dollari. Non speculiamo sulle ragioni reali della fine del contratto, ma resta il fatto che il Ministero degli Esteri indiano ha detto che l’attrattività del prezzo e dell’affidabilità del caccia multiruolo russo Su-30 è maggiore del “Rafale“.
L’amica India è tradizionalmente nemica del Pakistan, territori artificialmente separati dai sornioni inglesi, e che si combattono continuamente e violentemente. Gli Stati Uniti con tanto zelo hanno aiutato il Pakistan anche fornendogli armi nucleari. L’Ucraina a dispetto della Russia, ha dotato il Pakistan di carri armati moderni negli anni ’90, cosa di cui i nazionalisti locali furono entusiasti. E pochi notarono che, per adempiere all’accordo, la Russia fornì al vicino le tecnologie per produrre i cannoni. Di conseguenza, fino ad oggi l’Ucraina non ha sviluppato un nuovo carro armato, ma la Russia rafforza e migliora la cooperazione con il Pakistan sostituendo gli Stati Uniti. Questi carri armati erano sovietici e 250 veicoli dovevano essere modernizzati, ed è anche necessario fornire munizioni e pezzi di ricambio (gli stessi che l’Ucraina non sa produrre, non potendo produrre un carro armato nazionale). L’equipaggiamento sovietico è più affidabile e meno costoso di quello statunitense. Per la gioia degli abitanti del luogo, che non nascondono l’odio per i loro “protettori” statunitensi che regolarmente cacciano via. Così la Russia è accolta dal Pakistan e le due parti preferiscono congelare i conflitti tra India e Pakistan su Jammu e Kashmir. Perché letteralmente i combattimenti sono freddi, costosi e inutili. Ciò che accade si adatta perfettamente all’antica massima, “Tempora mutantur et nos mutamur in illls“, i tempi cambiano e noi con essi. Ora Mosca è pronta a costruire un gasdotto in Pakistan che rifornirà il Paese dall’Iran. Nel progetto la Russia spenderà 2 miliardi di dollari. Alcuni esperti hanno avvertito che il gasdotto del Pakistan sarà solo parte della rotta gasifera iraniana per la Cina. Così, con la costruzione del gasdotto la Russia crea un concorrente nel mercato del gas cinese. Il partner di “Rusenergy“, Mikhail Krutikhin, dice che l’Iran ha colloqui con Pakistan e Cina e in effetti il metanodotto che la Russia costruirà sarà parte della futura rotta del gas dall’Iran alla Cina. “La partecipazione della Russia al progetto pakistano è piuttosto sfavorevole: le forniture dall’Iran ridurranno il fabbisogno di gas della Cina, compreso quello dalla Russia“. Ma è vero?
Il sito web del Consiglio dei ministri del Pakistan ha dichiarato che si tratta di “creare un ambiente favorevole per la costruzione con la partecipazione russa del gasdotto “Nord – Sud” della Repubblica islamica del Pakistan, da Karachi a Lahore” (sulle coste del Pakistan, al confine con l’India). La lunghezza è circa 1100 chilometri, la capacità 12,4 miliardi metri cubi di gas all’anno. L’inizio della costruzione del gasdotto è previsto per il 2017. Inizialmente, il gasdotto è stato progettato per trasportare gas dall’Iran, che verrà spedito via mare in forma liquefatta a Karachi. Il Pakistan è uno Stato povero di risorse e vive una grave carenza di energia elettrica sul mercato interno. Questi volumi, per definizione, non bastano e rispetto alle esigenze della Cina sono piccoli, anche rispetto alle condutture costruite in Cina dalla Russia. Allo stato attuale, la Russia costruisce il gasdotto “Power of Siberia“, da cui la Cina otterrà più di tre volte il gas previsto dal presente contratto, 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Inoltre, sono in corso negoziati sulla cosiddetta “rotta occidentale” (il gasdotto “Altaj“), che rifornirà la Cina di ulteriori 30 miliardi di metri cubi all’anno. I volumi contrattuali pakistani sono piccoli in confronto,12 miliardi di metri cubi contro 68 miliardi. Va ricordato che in futuro, quando “le forniture iraniane ridurranno il fabbisogno di gas della Cina, anche dalla Russia”, sarà necessario costruire nuovi gasdotti, fabbriche di liquefazione del gas, terminali, tutto nuovo. Ciò esiste solo su carta. Ancora una volta, tutti ricordiamo che il luogo santo non è mai vuoto. Se la Cina ha bisogno di energia, l’otterrà. Se non la Russia, gli USA, sia pure a denti stretti, collaboreranno per costruire gasdotti e terminali per LNG. La Russia oggi sfrutta il forte indebolimento della posizione degli Stati Uniti nella regione, utilizzando l’esperienza statunitense dell’esclusione economica dei concorrenti dai mercati precedentemente occupati. È molto più facile e intelligente trarre profitto da un contratto e legare un partner a sé, rendendo possibili liti future per pretesti politici inventati economicamente impossibili. Prendiamo ad esempio gli ultimi 24 anni di politica ed economia dell’Ucraina. Il potere dello Stato in tutte le presidenze peggiorava sempre la cooperazione economica con la Russia, per la politica russofoba su cui fu costruito lo Stato. Economia e profitti erano secondari. Picchi temporanei di “amore per la Russia” non cambiavano la direzione generale del peggioramento dei rapporti politici, economici, scientifici e sociali. Il resto è storia.
Riguardo i passi della Russia in Asia, s’inseriscono nella strategia dell’equilibrio di interessi nel “triangolo” cruciale Cina, India e Pakistan, insieme ad un complesso “pacchetto” di rapporti. La conferma di tale corso è la decisione di lasciare che India e Pakistan entrino nella SCO simultaneamente. Il Pakistan agisce in modo pragmatico e tranquillamente cambia partner internazionale secondo interessi a lungo termine. Non sorprende che liberandosi dalla pressione politica degli Stati Uniti, migliora le relazioni con i vicini regionali. Dopo tutto Cina, Russia e India sono vicini, e gli USA al di là dell’oceano. Questo è ciò che temono gli Stati Uniti, e che il mondo gradualmente capisce, gli Stati Uniti sono lontani ed è possibile vivere senza di essi. Mentre la superpotenza rischia di diventare l’eroe degli aneddoti, ‘cowboy Joe’, che nessuno prendeva, perché nessuno lo voleva!Tapi_Map_01La rete di potere: gasdotti nel continente europeo
Southfront 21 agosto 2015

Il gas naturale ha limitate e costose opzioni sul trasporto. Di conseguenza, i metanodotti sono costantemente utilizzati come strumento di pressione politica e contrattazione. Uno dei campi di battaglia più importanti è il continente europeo, dove la Russia esercita influenza attraverso un’intricata rete di gasdotti. Ulteriori informazioni sotto.Nordstream_risultato1. NORD STREAM
Capacità: 55 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: Gazprom, Wintershall, E.ON, Gasunie, Engie.
Il gasdotto Nord Stream è divenuto operativo nel 2011. Proposto nel 1997, le controversie tra Kiev e Mosca nel 2006 e 2009 hanno spinto la Russia a fermare il passaggio di gas naturale attraverso l’Ucraina, privandone l’Europa e accelerando la costruzione di Nord Stream. Il gasdotto permette alla Russia di rifornire direttamente Germania e parte dell’Europa centrale.

2. NORDEUROPAISCHE ERDGASLEITUNG (NEL)
Capacità: 20 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: Gazprom, Wintershall, E.ON, Gasunie, Fluxys.
Il gasdotto NEL è complementare al progetto OPAL e collega Nord Stream alle infrastrutture gasifere in Germania occidentale.

3. OPAL
Capacità: 35 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: Wintershall, Gazprom, E.ON.
Il gasdotto OPAL di costruzione tedesca è operativo dal 2011 e collega Nord Stream alle infrastrutture gasifere in Germania orientale ed Europa centrale. Il terzo pacchetto energetico dell’UE limita la quota che Gazprom può usare di OPAL. La Commissione europea previde l’aumento del 50 per cento della quota nel marzo 2014, consentendo a Gazprom di usare la pipeline a piena capacità. Tuttavia, la Commissione ha rinviato i piani per la crisi ucraina.

4. NORTHERN LIGHTS e JAMAL EUROPA
Capacità: 84 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: Gazprom, Beltrangaz, PGNiG.
I gasdotti Northern Lights e Jamal Europa sono due grandi gasdotti russi per l’Europa orientale. La Polonia dipende dal sistema di gasdotti e non ha vere alternative. Nel tentativo di esserne meno dipendente, Varsavia cerca di sviluppare un servizio di importazione di GNL sul Mar Baltico.

5. SOJUZ
Capacità: 26 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: Gazprom, Ukrtransgaz.
I gasdotti Sojuz e Fratellanza sono le principali vie di esportazione di Gazprom per l’Europa attraverso l’Ucraina. Hanno una capacità totale di oltre 150 miliardi di metri cubi. Nel tentativo di evitare di usare l’Ucraina come Stato di transito, Gazprom cerca itinerari alternativi dal 2019.

6. FRATELLANZA
Capacità: 132 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: Gazprom, Ukrtransgaz.
Insieme con il gasdotto Sojuz, Fratellanza e Urengoj-Pomarij-Uzhgorod sono i principali gasdotti di esportazione di Gazprom, portando il gas in Europa attraverso l’Ucraina. La Russia cerca di ridurre la dipendenza dall’Ucraina come Stato di transito.

7. BLUE STREAM
Capacità: 16 miliardi di metri cubi all’anno (fino a 19 miliardi di metri cubi). Partner: Gazprom, BOTAS, ENI.
Uno dei due gasdotti principali che Gazprom utilizza per rifornire la Turchia. Gazprom può rifornire di 16 miliardi di metri cubi la Turchia attraverso l’Ucraina, e altri 16 miliardi di metri cubi direttamente la Turchia attraverso Blue Stream. Oggi, i due gasdotti da soli non hanno la capacità di soddisfare la domanda di energia della Turchia. Nel 2014, Turchia e Russia decisero di espandere Blue Stream di 3 miliardi di metri cubi.

8. GASDOTTO OCCIDENTALE RUSSO
Capacità: 16 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: BOTAS, Transgaz, Bulgartransgaz.
Il gasdotto russo-occidentale rifornisce la Turchia attraverso Ucraina, Romania e Bulgaria. In futuro la domanda turca supererà la capacità dei gasdotti esistenti e ne sarà necessario un terzo.

9. NORD STREAM 2
Capacità: 55 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: Gazprom, Shell, OMV, E.ON.
Gazprom ha firmato un memorandum d’intesa con Shell, OMV, ed E.ON al Forum economico internazionale 2015 di San Pietroburgo per la costruzione del gasdotto Nord Stream-2. Come proposto, Nord Stream-2 avrà la stessa dimensione del primo gasdotto e sarà operativo alla fine del 2019. Il gasdotto aumenterà la capacità nel tempo bilanciando la ridotta produzione del Mare del Nord.

10. TURKISH STREAM
Capacità: 63 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: BOTAS, Gazprom.
Il gasdotto è progettato per fornire una rotta alternativa al gas naturale per l’Europa meridionale, bypassando l’Ucraina. Gazprom ha firmato un accordo con la Grecia per connettere l’European Southern Pipeline con TurkStream al confine Turchia-Grecia, rifornendo l’Europa. Gazprom e Turchia devono ancora finalizzare l’accordo sul gasdotto TurkStream. Uno dei maggiori incentivi di Ankara a sostegno di TurkStream sarebbe eliminare la dipendenza dal gas che transita per l’Ucraina.

11. EASTRING PIPELINE
Capacità: 20-40 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: EUSTREAM, Transgaz, Bulgartransgaz.
Eastring collegherebbe infrastrutture di Slovacchia, Romania e Bulgaria. La Slovacchia ha assunto la guida del progetto e persino suggerito il collegamento a TurkStream. Bratislava vuole far parte dei piani di Gazprom per diversificare le opzioni di trasporto dall’Ucraina perché la Slovacchia è il nodo tra gasdotti in Ucraina ed Europa centrale.

12. TRANS ADRIATIC PIPELINE
Capacità: 10 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: BP, SOCAR, Statoil, Fluxys, Enegas, Axpo.
TAP è uno dei progetti del Corridoio meridionale del gas dell’UE volto a trasportare gas dal Mar Caspio all’Europa del Sud attraverso la Turchia per ridurre la dipendenza dalla Russia. Il gasdotto TAP collegherà il gasdotto TANAP al confine Turchia-Grecia inviando gas in Italia attraverso l’Albania. La costruzione del progetto dovrebbe iniziare nel 2015.

13. TANAP
Capacità: 16 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: SOCAR, BP, BOTAS.
TANAP è progettato per inviare gas dall’Azerbaijan alla Turchia, collegandosi ai mercati in Europa. TANAP invierà 16 miliardi di metri cubi di gas in Turchia, collegandosi al gasdotto TAP per inviare 10 miliardi di metri cubi in Europa. I progetti TANAP e TAP sono i pilastri del progetto energetico Corridoio meridionale del gas dell’Unione europea, per trasportare gas dal Caspio in Europa contrastando la dipendenza dalla Russia. La costruzione di TANAP dovrebbe essere completata nel 2018.

14. SOUTH STREAM
Capacità: 63 miliardi di metri cubi all’anno. Partner: Gazprom, ENI, altri.
South Stream era un sistema di gasdotti che avrebbe inviato gas dalla Russia alla Bulgaria attraverso il Mar Nero e poi attraverso la Serbia in Europa centrale. Gazprom ha annullato il progetto nel dicembre 2013 e porta avanti il gasdotto TurkStream, nella speranza di raggiungere lo stesso obiettivo strategico aggirando l’Ucraina. La Commissione europea si oppose a South Stream contribuendo alla cancellazione del progetto della Gazprom.

Selection_022

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La politica del petrolio saudita: brillante strategia o suicidio nazionale?

La rischiosa mossa sul prezzo del petrolio dell’Arabia Saudita ha ridotto il reddito nazionale della metà e teso seriamente politica interna ed estera del Regno
Dalan McEndree, Oil Price 13 agosto 2015 – Russia InsiderInvestors talk as they monitor screens displaying stock information at the Saudi Stock Exchange in RiyadhNell’ultimo trimestre del 2014, a fronte di un possibile eccesso di offerta, l’Arabia Saudita abbandonava il tradizionale ruolo di produttore bilanciato del mercato mondiale del petrolio e quindi il ruolo non ufficiale di garante dei prezzi esistenti (oltre 100 dollari al barile). A ottobre, fonti saudite preparavano il mercato con dichiarazioni sul Paese che accettava prezzi petroliferi da 80 dollari al barile in su per “un anno o due”. Nella riunione di novembre dell’OPEC, il ministro del petrolio saudita Ali al-Naymi annunciava che l’Arabia Saudita avrebbe permesso alle forze del mercato di fissare i prezzi, sostenendo che la rapida crescita della produzione al di fuori dell’OPEC rendeva lo status quo impraticabile, e che i prezzi più bassi nel breve termine sarebbero aumentati a lungo termine riducendo gli investimenti, infine, a beneficio di tutti i membri dell’OPEC. Parallelamente funzionari sauditi espressero fiducia nei mezzi finanziari del proprio Paese nel sopportare le ripercussioni dei prezzi del petrolio più bassi.

I sauditi si aspettavano un buco, non un pozzo senza fondo
I sauditi ovviamente calcolarono male l’impatto negativo dei prezzi del petrolio. Il prezzo medio del Brent, punto di riferimento globale, scese al di sotto degli 80 dollari del piano saudita, a novembre, a 62,34 dollari a dicembre per poi cadere sotto i 50 a febbraio. I prezzi rimbalzarono a 60 per un paio di mesi prima di cadere ancora una volta al di sotto dei 50 dollari. Il crollo dei prezzi del petrolio ha sostanzialmente ridotto i ricavi sauditi. Con i prezzi del Brent in media a circa 100 dollari al barile nel 2014, le esportazioni di petrolio saudita erano di 6310000 barili al giorno, generando circa 631 milioni di ricavi al giorno. Nel primo trimestre, con i prezzi del Brent a 53,92 dollari la stessa produzione avrebbe generato circa 340 milioni di dollari al giorno, 291 milioni in meno. I sauditi hanno tentato di mitigare il crollo degli introiti attraverso l’aumento della produzione, passando da 9,6 milioni di barili al giorno nel quarto trimestre del 2014 agli incredibili 10,5 milioni di barili al giorno a giugno. Le entrate derivanti dall’aumento della produzione, tuttavia, sono sopraffatte dal crollo dei prezzi creando un sostanzioso buco nel bilancio saudita. Nel dicembre 2014, il governo saudita approvò una spesa di 229 miliardi di dollari per il 2015, con un conseguente deficit stimato a 39 miliardi di dollari, il 5 per cento del PIL. Verso metà 2015, il FMI ha stimato un deficit pari a circa il 20 per cento del PIL saudita. Il Financial Times ha citato analisti stimare il deficit di bilancio saudita nel 2015 a 130 miliardi di dollari. Anche con un massiccio deficit spending, la crescita del PIL stimata dal FMI sarebbe rallentata dal 3,6 per cento nel 2014 al 3,3 per cento nel 2015, e quindi al 2,7 per cento nel 2016.

Verso il barile a zero dollari
arabia+oil+fields+image L’errore di calcolo saudita ha diverse ragioni. Uno è l’anello della retroazione negativa tra produzione di olio, PIL e bilanci nazionali che affligge molti produttori di petrolio non occidentali. I loro PIL e bilanci nazionali dipendono notevolmente dai ricavi dalle esportazioni di petrolio. Perciò, le minori entrate l’incentivano a produrre più petrolio possibile per mitigare il deficit. Secondo l’IEA, la produzione giornaliera nel giugno 2015 è aumentata di 3,1 milioni di barili dal 2014, con il 60 per cento (1,8 milioni di barili) dell’OPEC. Con 31,7 milioni di barili al giorno, la produzione dell’OPEC ha raggiunto il picco in tre anni. Tale incremento della produzione avviene nel contesto della riduzione della domanda globale. La crescita della domanda nel 2015, che l’AIE prevedeva in media di circa 1,4 milioni di barili al giorno, avviene principalmente in Asia e Nord America. Negli altri principali mercati d’esportazione, la domanda è stagnante. Quindi i Paesi esportatori di petrolio, compresi OPEC, Russia ed altri, concentrano le vendite in Asia, in particolare Cina. La domanda in Nord America è in crescita, ora che i prezzi del petrolio sono bassi, ma a causa degli alti livelli della produzione nazionale, gli Stati Uniti non sono più un mercato in crescita per gli esportatori di petrolio. Ciascun produttore, quindi, è incentivato a eliminare gli altri produttori direttamente (prezzo al barile) o indirettamente (assorbendo costo dei trasporti o rischio delle spedizioni) per strappare le vendite in Asia (o dislocare gli attuali operatori su altri importanti mercati). I produttori di petrolio nazionali scaricano il costo dei prezzi abbassati su altri settori dell’economia. Gli Emirati Arabi Uniti, per esempio, hanno tolto i sussidi sul carburante, in sostanza aumentando le entrate del bilancio, mentre l’Arabia Saudita ha recentemente emesso un’offerta obbligazionaria nazionale da 4 miliardi per contribuire a finanziare il bilancio. I clienti asiatici ne approfittano, riducendo la quota dei contratti a lungo termine a favore degli acquisti mirati. Ad esempio, come il Wall Street Journal ha riportato, alcuni raffinatori giapponesi riducono la percentuale di petrolio acquistato con contratti a lungo termine a circa il 70 per cento da più 90 per cento, mentre alcuni raffinatori sudcoreani la riducono dal 75 al 50 per cento. Inoltre, diverse compagnie petrolifere nazionali, anche del Venezuela, costruiscono raffinerie con i partner asiatici che useranno il loro greggio. Dato il contesto, non sorprende che l’elasticità delle entrate della produzione sia molto sensibile e negativa. L’Arabia Saudita ha aumentato la produzione del 6,8 per cento nel primo trimestre del 2015, ma ha visto i proventi delle esportazioni ridursi del 42 per cento.

Ogni vittoria saudita sarà di Pirro
La fiducia saudita nei propri mezzi finanziari si dimostra fuori luogo. Il fabbisogno delle entrate s’intensifica anziché moderare. Combattono guerre su più fronti con l’Iran direttamente (Yemen) e indirettamente (Siria, Libano e Iraq). SIIL, al-Qaida e gli sciiti scontenti rappresentano una significativa minaccia alla sicurezza interna. Contrastare le minacce estere e interne richiede l’aumento della spesa (tra cui, forse, un futuro e assai costoso programma di armi nucleari) placando la rapida crescita demografica, che richiede una spesa sostanziale per istruzione, formazione, occupazione e sostegno. Da qui il deficit di bilancio pari al 20 per cento del PIL. L’aumento della produzione non offre una soluzione. L’Arabia Saudita non può aumentare la produzione in misura sufficiente per ridurre significativamente il deficit in qualsiasi momento. Attualmente non ha una riserva per compensare i 291 milioni di export quotidiano perso nel 1° trimestre; con 5,4 milioni in più di barili al giorno, sarebbero necessari 53,92 dollari al barile. Prezzi che, naturalmente, un drastico aumento della produzione ridurrebbe ancora più. È dubbio che possano aumentare sensibilmente la capacità anche nel medio-lungo termine. Non potranno spendere molto più delle altre grandi compagnie petrolifere nazionali. In primo luogo, i prezzi bassi riducono il flusso di cassa dell’Aramco e quindi la capacità di finanziare gli investimenti. In secondo luogo, il governo saudita probabilmente aumenterà l’estrazione da tale flusso di cassa per finanziare ancor più priorità ed esigenze della sicurezza nazionale. In terzo luogo, il rifiuto saudita di agire da garante dei prezzi mina la fiducia estera sulla necessità d’investire o fare prestiti sui progetti petroliferi. Ciò sarebbe attraente a 75 dollari al barile, ma non a 50 dollari, e ancora meno se il prezzo del petrolio resta imprevedibile. In quarto luogo, in termini di rischio politico, Arabia Saudita ed alleati del Golfo, Iran, Iraq e Medio Oriente in generale, sono l’epicentro della tensione, agitazione e tumulti globali. In quinto luogo, la sua influenza nell’OPEC, e quindi la capacità di gestire produzione e prezzi dell’OPEC, è diminuita. La sottostima dell’impatto del cambio della politica dei prezzi, l’indifferenza verso i danni finanziari agli altri membri dell’OPEC e la volontà di sottrarre quote di mercato a scapito degli altri membri dell’OPEC, ne riducono la credibilità (tanto più che deriva dalla volontà saudita di tutelare gli interessi di tutti i membri, e talvolta di sopportare in modo sproporzionato). Se le riserve finanziarie saudite sono sostanziose (circa 672 miliardi a maggio), il piano è poco più di una misura tampone. Se i principali concorrenti (Russia, Iraq, Iran e Nord America) mantengono o addirittura aumentano la produzione (e hanno l’incentivo per farlo), i prezzi potrebbero rimanere bassi molto più a lungo di quanto previsto dai sauditi. La riserve saudite sono diminuite a 650 miliardi da quando i prezzi scendono (da novembre), con un tasso annuale di 100/130 miliardi. Più bassi rimangono i prezzi, più velocemente le riserve decadono e, mentre precipitano, maggiore sarà la pressione per dare priorità alla spesa a danno di certi sauditi.

L’Arabia Saudita causa il problema, ma può risolverlo?
Funzionari sauditi a quanto pare avevano detto che 90 o anche 80 dollari al barile per “uno o due anni” erano equanimi. Possono mantenere la compostezza che hanno mostrato finora, incorrendo in un solo anno nella perdita delle entrate che si aspettavano di avere in quattro anni (90 dollari) o due (80 dollari)? E non possono, e sicuramente non possono anche se sono restii ad ammetterlo, architettare l’aumento durevole dei prezzi, cioè, ridurre in modo durevole la produzione? A prima vista sembra impossibile. La produzione giornaliera saudita (10,5 milioni) e degli alleati Emirati Arabi Uniti (2,87), Quwayt (2,8) e Qatar (0,67) è pari a circa alla produzione giornaliera dei Paesi con cui sono in conflitto, direttamente o indirettamente, Russia (11,2), Iran (2,88) e Iraq (3,75) che hanno l’incentivo a trarre vantaggio da qualsiasi concessione unilaterale saudita Eppure, in effetti, questi Paesi sono impegnati nell’equivalente petrolifero della mutua distruzione assicurata. Il forte calo dei proventi del petrolio danneggia economicamente e finanziariamente ciascuno di essi, mentre le guerre dirette e indirette contro gli altri drena risorse dai programmi nazionali vitali. Tuttavia, data la sensibilità dei prezzi alle variazioni del volume è possibile, se non probabile, che mantenere la produzione saudita stabile o ridurla, potrebbe generare un aumento assoluto dei ricavi per tutti.8f0f_pipesTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Giappone nel Sud-Est asiatico: nuovi sviluppi

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 09/08/2015abe-nguyen2Gli eventi degli ultimi due mesi confermano la già nota ampia attività giapponese nel Mar Cinese Meridionale e nel sud est asiatico nel complesso. L’aspirazione a controllare questa regione ebbe un ruolo vitale nelle due guerre mondiali del secolo scorso. Oggi il Mar Cinese Meridionale è la chiave e il collegamento più vulnerabile delle rotte commerciali dal Golfo Persico e per l’Oceano Indiano. Garantirne l’attività diventa una questione di vita o di morte per il Giappone. Ciò è particolarmente aggravata dallo spegnimento di quasi tutte le centrali nucleari giapponesi, con conseguente aumento dal 70% al 90% della dipendenza energetica del Giappone dagli idrocarburi importati. Il 90% viene importato dal Golfo Persico. Tuttavia l’influenza cinese nel Mar Cinese Meridionale e nel Sudest asiatico s’impone quale forza prevalente nella zona, il che ne fa la principale fonte di potenziali sfide agli interessi nazionali del Giappone. La Cina ritiene che circa l’80% della superficie del Mar Cinese del Sud sia parte integrante del suo territorio per ragioni “storiche”. Pertanto, a lungo andare, la collisione sul Mar Cinese orientale intorno le isole Senkaku/Diaoyu si allarga al Mar Cinese Meridionale. Ci sono tutte le ragioni per ritenere che non finirà la crescente rivalità cino-giapponese e che già nei prossimi anni si ripeta nell’Oceano Indiano. Finora il principale strumento del Giappone nell’affrontare le questioni di politica estera resta l’economia, la terza del mondo e, in particolare, una serie di programmi di assistenza economica ai Paesi in via di sviluppo chiamata Aiuto pubblico allo sviluppo (ODA) nell’ambito dell’Organizzazione per la cooperazione economica. I documenti che disciplinano l’assistenza offerta dall’ODA si riferiscono direttamente all’utilizzo per risolvere i problemi su sicurezza ed interessi nazionali del Giappone stesso. E’ importante notare che il programma ODA è attuato dal Ministero degli Esteri del Paese. L’importo dell’aiuto finanziario annuale dell’ODA, negli ultimi anni, ha raggiunto circa 15 miliardi di dollari. Per cui, il Sud-Est asiatico è uno dei principali beneficiari dell’assistenza economica giapponese. Un buon esempio dei risultati è stato l’apertura ad aprile, in Cambogia, di un vitale ponte sul Mekong lungo oltre due chilometri e dal costo di 130 milioni di dollari, tutto a carico dell’ODA giapponese. Il primo ministro cambogiano Hun Sen ha definito il completamento della costruzione del ponte manifestazione della “solida amicizia tra Cambogia e Giappone”. L’abbreviazione ODA fu spesso menzionata al 7° vertice “Giappone e Paesi del Grande Mekong” a Tokyo del 4 luglio del 2015. L’associazione “Grande Mekong” comprende cinque Paesi (Vietnam, Cambogia, Laos, Myanmar e Thailandia) che utilizzano il grande fiume del Sud-Est asiatico oltre a mantenerne la purezza ecologica di fondamentale importanza. La lotta cino-giapponese per influenzare questo gruppo di Paesi (e anche la più ampia associazione ASEAN di cui fanno parte) è sempre più evidente, nonostante le consultazioni bilaterali periodiche per armonizzare gli sforzi nel “Grande Mekong”. Una piattaforma per le consultazioni è il “dialogo politico cino-giapponese nella regione del Mekong”, la cui quinta riunione s’è svolta ai primi di dicembre 2014. Dato che dalla rivalità cino-giapponese ne risulta la crescente concorrenza su quantità e qualità dei vari progetti infrastrutturali (come il già citato ponte in Cambogia), offerti ai cinque Paesi del “Grande Mekong”, questi ultimi cercano di avvantaggiarsene. A fine dicembre 2014, il primo ministro cinese Li Keqiang partecipò attivamente alla preparazione del prossimo vertice degli Stati membri dell’associazione. Durante l’incontro, il primo ministro cinese dichiarò la possibilità di finanziare diversi progetti nei cinque Paesi per 3 miliardi di dollari.
Vietnam's President Truong shakes hands with Japan's PM Abe before their talks in Tokyo Il vertice “Giappone e Paesi del Grande Mekong”, ha portato all’adozione di una nuova strategia nella cooperazione bilaterale per i prossimi tre anni, dichiarando “il pieno successo” della strategia approvata nel 2012, secondo cui il Giappone nel quadro dell’ODA stanziava 6 miliardi di dollari per gli Stati membri dell’associazione. I Paesi del “Grande Mekong” apprezzano il ruolo del Giappone, non solo aiutandoli nello sviluppo economico, ma anche “rafforzando la stabilità” nel Sud-Est asiatico. Nel documento si esprime la speranza che il Giappone continui a cooperare in modo produttivo con i Paesi della regione. Queste speranze si basano particolarmente sull’impegno del Giappone a destinare assistenza finanziaria ai Paesi del “Grande Mekong”. Nei prossimi tre anni, l’ODA sarà pari a circa 6,1 miliardi di dollari. Tra le quattro “pietre angolari” dell’ulteriore sviluppo della cooperazione bilaterale, il punto sul “Coordinamento con i partner interessati” richiama l’attenzione. Tra i partner sono accennati Banca mondiale e soprattutto Banca asiatica di sviluppo controllata da Giappone e Stati Uniti, che cooperano nella regione, nonché il “dialogo politico cino-giapponese nella regione del Mekong”. L’ultimo vertice ha dimostrato ancora una volta il desiderio dei cinque Paesi nell’avere una posizione politicamente neutrale sulla partita tra le due principali potenze asiatiche e a non complicare il processo per “mungere” i principali finanziatori economici e finanziari. In particolare, nei documenti finali la questione dell’aggravarsi della situazione nel Mar Cinese Meridionale per le costruzioni cinesi su alcune delle isole contese è così importante per il “Grande Mekong” che fu lasciato intatto. Tuttavia, la posizione del Vietnam contro la politica della Cina nella regione comincia a distinguersi notevolmente dalla “neutralità totale” dei cinque. Ciò fu particolarmente evidente nel summenzionato vertice di Tokyo, dove nella conferenza stampa congiunta dei primi ministri del Vietnam e del Giappone Shinzo Abe, fu dichiarato che i due Paesi “condividono serie preoccupazioni sui tentativi unilaterali di cambiare lo status quo” nel Mar Cinese Meridionale. Allo stesso tempo, però, non hanno dato motivo diretto di preoccupazioni nippo-vietnamite.
La situazione tra Giappone e Cina nel complesso e nel Sud-Est asiatico in particolare, continuerebbe lungo la strada sbagliata, secondo il ministero della Difesa giapponese che partecipa al processo di protezione degli interessi nazionali. Quest’anno il Giappone ha già condotto due esercitazioni militari congiunte con le Filippine, il più severo avversario regionale della Cina. Con l’adozione dal parlamento giapponese di un nuovo pacchetto di leggi nella difesa, il 16 luglio, solo il rafforzamento della presenza militare del Giappone in Asia Sud-Orientale è prevedibile. Commentando le recenti attività economiche e militari giapponesi in Asia Sud-Orientale, l’editorialista della rivista American Interest conclude non senza ragione che “sono tutti impegnati a contenere la crescente influenza cinese nella regione“.1110_4_2Vladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita, da vittoriosi a megaperdenti

F. William Engdahl New Eastern Outlook 08/08/2015kerry-saudi_wide-7bfca96325d9ca9656ae9c2f4715d6141fbec18e-s900-c85Chi avrebbe pensato che saremmo arrivati a questo? Non certo l’amministrazione Obama e i suoi brillanti think-tank di strateghi geopolitici neoconservatori. La brillante proposta “win-win” di John Kerry dell’11 settembre scorso, durante il suo incontro a Jeddah con il malandato re saudita Abdullah era semplice: replicare il grande successo dell’accordo tra dipartimento di Stato e sauditi del 1986, quando Washington convinse i sauditi a inondare il mercato mondiale con l’eccesso di offerta comprimendo i prezzi del petrolio, una sorta di “shock petrolifero al contrario”. Nel 1986 ebbe successo contribuendo a piegare la vacillante Unione Sovietica fortemente dipendente dai proventi in dollari delle esportazioni di petrolio per mantenere il potere. Così, anche se non fu reso pubblico, Kerry e Abdullah decisero l’11 settembre 2014 che i sauditi avrebbero usato i loro muscoli petroliferi per piegare la Russia di Putin oggi. Sembrava brillante, al momento non c’era dubbio. Il giorno successivo, il 12 settembre 2014, l’appropriatamente nominato Ufficio terrorismo ed intelligence finanziaria del Tesoro USA, guidato dal sottosegretario al Tesoro David S. Cohen, annunciava nuove sanzioni contro i giganti energetici della Russia Gazprom, Gazprom Neft, Lukoil, Surgutneftgas e Rosneft, vietando alle compagnie petrolifere degli Stati Uniti dal partecipare a joint venture con le società russe su petrolio o gas, in mare o nella regione artica. Poi, proprio mentre il rublo calava rapidamente e grandi aziende russe versavano dollari per i pagamenti di fine anno, il crollo dei prezzi mondiali del petrolio sembrava por fine al regno di Putin. Questo fu chiaramente il pensiero delle anime tormentate degli uomini di Stato a Washington. Victoria Nuland era giubilante, lodando la nuova arma di precisione della guerra finanziaria dell’unità del terrorismo finanziario del Tesoro di David Cohen. Nel luglio 2014, il West Texas Intermediate, prezzo di riferimento negli Stati Uniti del mercato petrolifero domestico, arrivava a 101 dollari al barile. Il profitto del petrolio di scisto era in piena espansione, rendendo gli Stati Uniti importanti attori petroliferi per la prima volta dal 1970. Quando WTI arrivò a 46 dollari all’inizio di gennaio, improvvisamente le cose sembrarono diverse. Washington si rese conto di essersi data la zappa sui piedi, l’industria del petrolio di scisto statunitense era eccessivamente indebitato e cedeva sotto il prezzo del petrolio in calo. Dietro le quinte, vi fu la collusione tra Washington e Wall Street per stabilizzare artificialmente ciò che era l’imminente reazione a catena dei fallimento dovuto al crollo del petrolio di scisto negli Stati Uniti. Di conseguenza i prezzi del petrolio iniziavano una lenta risalita, arrivando a 53 dollari a febbraio. La propaganda di Wall Street e Washington cominciò a parlare di fine della caduta dei prezzi del petrolio. A maggio i prezzi erano saliti a 62 e quasi tutti erano convinti della ripresa del petrolio. Come si sbagliavano.

Sauditi scontenti
Dall’incontro Kerry-Abdullah dell’11 settembre (data curiosa, visto il clima di sospetto sulla famiglia Bush che copre il coinvolgimento dei sauditi sugli eventi dell’11 settembre 2001), i sauditi hanno un nuovo re decrepito, monarca assoluto e Custode delle due Sacre Moschee, re Salman, che sostituisce il deceduto re Abdullah. Tuttavia, il ministro del petrolio è sempre il 79enne Ali al-Naymi, che avrebbe visto un’occasione d’oro nella proposta di Kerry di avere la possibilità di eliminare contemporaneamente anche la crescente sfida sul mercato degli Stati Uniti del petrolio di scisto non convenzionale. Al-Naymi disse ripetutamente che era determinato a eliminare il “disturbo” del petrolio di scisto degli USA al dominio saudita sui mercati mondiali del petrolio. Non solo i sauditi non erano felici dell’intrusione dello scisto degli Stati Uniti nel loro dominio petrolifero, sono ancor più arrabbiati dal recente accordo dell’amministrazione Obama con l’Iran che probabilmente porterà tra diversi mesi all’eliminazione delle sanzioni economiche all’Iran. In realtà i sauditi sono fuori di sé dalla rabbia contro Washington, tanto che hanno ammesso apertamente l’alleanza con l’arcinemico Israele per combattere ciò che vedono come crescente dominio dell’Iran nella regione: in Siria, Libano e Iraq. Ciò ha contribuito alla determinazione di ferro dei sauditi, aiutati dagli stretti alleati del Golfo, a spezzare ulteriormente i prezzi del petrolio fino a quando l’ondata di fallimenti delle aziende del petrolio di scisto, interrotta a gennaio dalle manipolazioni di Washington e Wall Street, metta fine alla concorrenza del petrolio di scisto dagli Stati Uniti. Quel giorno potrebbe arrivare presto, ma con conseguenze non volute per l’intero sistema finanziario mondiale in un momento in cui le conseguenze non possono essere affrontate. Secondo un recente rapporto della banca di Wall Street Morgan Stanley, uno dei principali attori nel mercato del greggio, i produttori di petrolio dell’OPEC, aumentano aggressivamente le forniture di petrolio a un mercato mondiale già saturo, senza alcun suggerimento di una tregua. Nel rapporto, Morgan Stanley osserva con allarme visibile, “l’OPEC ha aggiunto 1,5 milioni di barili/giorno di forniture globali negli ultimi quattro mesi soltanto… il mercato del petrolio attualmente ha 800000 barili/giorno di offerta in eccesso. Ciò suggerisce che l’eccesso di offerta attuale del mercato del petrolio è interamente dovuto all’aumento della produzione dell’OPEC da febbraio”. Il rapporto della banca di Wall Street aggiunge una nota sconcertante: “Prevedevamo che l’OPEC non avrebbe ridotto, ma non avevamo previsto un tale brusco aumento”. In breve, Washington ha perso completamente influenza strategica sull’Arabia Saudita, un regno considerato vassallo di Washington dall’accordo di FDR per darne l’esclusiva alle major petrolifere degli USA nel 1945. La rottura delle comunicazioni tra USA e Arabia Saudita da nuova dimensione all’ultima visita di alto livello a San Pietroburgo, il 18 giugno, di Muhamad bin Salman, viceprincipe ereditario, ministro della Difesa saudita e figlio del re Salman, per incontrare il Presidente Vladimir Putin. L’incontro fu preparato con cura da entrambe le parti, discutendo di accordi commerciali da 10 miliardi di dollari, tra cui la costruzione di reattori nucleari russi nel regno e la fornitura di avanzate attrezzature militari russe ed investimenti sauditi in Russia nel settore agricolo, medico, logistico, vendita al dettaglio e immobiliare. L’Arabia Saudita oggi è il maggior produttore di petrolio al mondo e la Russia il secondo. Un’alleanza russa-saudita a qualunque livello non era di certo prevista dai pianificatori strategici del dipartimento di Stato di Washington…. Oh merda!
Ora che l’OPEC sovraproduce petrolio, i sauditi hanno incrinato lo sforzo traballante degli Stati Uniti per aumentare i prezzi del petrolio. Il calo dei prezzi è stato ulteriormente alimentato dai timori che l’accordo con l’Iran aggiunga altra sovrabbondanza, e che il secondo più grande importatore di petrolio al mondo, la Cina, riduca le importazioni o almeno non le aumenti dato il rallentare dell’economia. La bomba è esplosa sul mercato del petrolio l’ultima settimana di giugno. Il prezzo del petrolio WTI è andato da 60 dollari al barile, livello su cui molti produttori di petrolio di scisto potevano rimanere a galla un po’ di più, a 49 il 29 luglio, con un calo di oltre il 18% in quattro settimane, con tendenza verso il basso. Morgan Stanley ha suonato il campanello d’allarme, affermando che se il trend delle ultime settimane continua, “questa crisi sarà più grave di quella del 1986. Poiché vi è stata una forte flessione nei 15 anni precedenti, la crisi attuale potrebbe essere la peggiore degli ultimi 45 anni. Se accadesse, non ci sarà nulla nella nostra esperienza che possa guidare le prossime fasi di tale ciclo… In realtà, non ci sarebbe un precedente storico analizzabile“.251DCE7000000578-2928222-image-a-20_1422382770842‘October Surprise’
Ottobre è la prossima svolta per decidere, presso le banche degli Stati Uniti, se restringere i prestiti alle aziende del scisto o continuare ad estendere credito (come finora), nella speranza che i prezzi risalgano lentamente. Se, come fortemente accennato, la Federal Reserve aumentasse i tassi d’interesse negli Stati Uniti a settembre, per la prima volta in otto anni della crisi finanziaria globale, quando esplose il mercato immobiliare statunitense nel 2007, i fortemente indebitati produttori di petrolio di scisto degli Stati Uniti affronteranno un disastro immane. Nelle ultime settimane il volume della produzione statunitense di petrolio di scisto era al massimo con i produttori di scisto che disperatamente cercano di massimizzare il flusso di liquidi, ironia della sorte, ponendo le basi della sovrabbondanza di petrolio mondiale, causa della loro scomparsa. La ragione per cui le compagnie petrolifere di scisto statunitensi hanno potuto continuare le attività da novembre scorso e non dichiarare fallimento è la politica del tasso zero della Federal Reserve che porta banche e altri investitori a cercare tassi d’interesse più elevati nel cosiddetto mercato obbligazionario “High Yield“. Negli anni ’80 quando furono creati da Michael Millken e altri truffatori presso la Drexel Burnham Lambert, Wall Street giustamente li chiamò “junk bonds“, perché quando le cose vanno male, come ora per le aziende dello scisto, si trasformavano in spazzatura. Un recente rapporto della banca UBS afferma: “il mercato globale ad alto rendimento è raddoppiato di dimensioni; settori che videro l’emissione più vivace negli ultimi anni, come energia e miniere metallifere, hanno visto il debito triplicarsi o quadruplicarsi”. Supponendo che la più recente flessione dei prezzi del petrolio WTI continui settimana dopo settimana fino ad ottobre, ci potrebbe essere anche panico e corsa a vendere miliardi di dollari di tali obbligazioni spazzatura ad alto rendimento e alto rischio. Come nota un’analista degli investimenti, “quando la folla della vendita al dettaglio, infine, si volge per uscire in massa, i gestori dei fondi si troveranno faccia a faccia con i mercati secondari del credito aziendale senza liquidi, privi di profondità… ciò può innescare l’incendio delle vendite“. Il problema è che questa volta, a differenza del 2008, la Federal Reserve non ha spazio per agire. I tassi d’interesse sono già prossimi allo zero e la FED ha acquistato migliaia di miliardi di dollari di debito bad bank per evitare la reazione a catena del panico bancario statunitense. Una possibilità che non è stata discussa per nulla a Washington sarebbe il Congresso che abroga il disastroso Federal Reserve Act del 1913, che cede il controllo del denaro della nostra nazione a una banda di banchieri privati, per creare una Banca nazionale pubblica di proprietà del governo degli Stati Uniti, che potrebbe emettere credito e vendere debito federale senza per intermediari i corrotti banchieri di Wall Street, come previsto dalla Costituzione. Inoltre, si potrebbero nazionalizzare completamente le sei o sette banche “troppo grandi per fallire” responsabili del disordine finanziario che distrugge le fondamenta degli Stati Uniti e, per estensione, il ruolo del dollaro quale valuta di riserva mondiale della maggior parte del mondo.12660_srcF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 1.990 follower