Il Pivot giapponese

Per Fritzmorgen Fort Russ 23 maggio 2015E23DFBDC-F98B-437C-825D-74CBB2C566C4_mw1024_n_sIl Giappone accetterà di abbandonare le pretese sulle isole Kurili per firmare un trattato di pace con la Russia? Un paio di anni fa avrei detto con certezza che non era possibile e che i giapponesi avrebbero continuato a pretendere le nostre isole fino all’ultimo. Ricordiamo un po’ di storia. Il Giappone attaccò la Russia nel 1904 in modo brutale e dopo la pace 1905 ricevette la metà meridionale di Sakhalin e qualche altra isola. I giapponesi non festeggiarono per molto: alla fine della seconda guerra mondiale la Russia riprese i suoi territori. Il Giappone prese la perdita di ciò che aveva rubato piuttosto con calma. Durante l’era Krusciov cercarono di raggiungere un accordo di pace accettando la perdita e voltando pagina nelle sue relazioni con la Russia, gli Stati Uniti però posero il veto alla proposta di trattato. Vorrei aggiungere che non dobbiamo costringere il Giappone. Le due isole meridionali, Kunashir e Iturup, sono vitali per noi, visto che sono sul tratto di mare che non congela di Vladivostok. Sulle piccole isole Kurili, che non sono preziose per noi, Krusciov era disposto a rinunciarvi per porre fine al conflitto. Tuttavia, lo status quo andava bene a entrambe le parti. Abbiamo la nostra rotta per Vladivostok libera dal ghiaccio e il controllo delle isole, mentre i giapponesi non erano interessati al trattato di pace, perché capivano che la Russia non ha intenzione di attaccarli. I negoziati tiepidi sul “restituiteci le isole – non vogliamo” poteva continuare per decenni… se non fosse per il fatto che il colosso a stelle e strisce mostra visibilmente delle crepe. La bomba è scoppiata a metà settimana. Il Giappone improvvisamente invita Vladimir Vladimirovich e non solo per chiacchierare ma… per concludere un trattato di pace e risolvere la questione territoriale. La posizione della Russia non è cambiata, non siamo disposti a cedere le isole ai giapponesi in cambio di un trattato di pace, la cui firma non è così importante da fare concessioni territoriali. Quindi possiamo concludere con attenzione che la posizione del Giappone è cambiata. Forse il Giappone ha deciso di firmare il trattato di pace alle condizioni della Russia e, infine, rinunciare alle isole, che furono sotto il suo controllo per un paio di decenni nel 20° secolo. La serietà di ciò che accade può essere giudicata dalla reazione degli Stati Uniti. Poco dopo l’inaspettato annuncio giapponese, un assistente del segretario di Stato degli USA ha riunito i giornalisti per dirgli che il Giappone non dovrebbe trattare con la Russia, perché è colpevole e va punita. Inoltre, George Soros si è svegliato e verbosamente ha detto che la Cina trama per attaccare il Giappone, che sarà protetto dalle orde di occupanti cinesi solo dai coraggiosi US Marines.
cold-war-japan-456x450Come dobbiamo interpretare tutto ciò? Perché accade tutto questo e perché i giapponesi agiscono come se intendano, senza motivo apparente, essere inaccettabilmente generosi verso la Russia? Ricordiamo ancora una volta la storia, questa volta la Seconda guerra mondiale. Il Giappone combatté coraggiosamente contro gli Stati Uniti sul Pacifico, ma alla fine subì una tremenda sconfitta sottolineata dagli attacchi atomici statunitensi su Hiroshima e Nagasaki. Va notato che neanche i giapponesi furono proprio morbidi durante la guerra. L’esercito giapponese agì con tale brutalità che eclissò i crimini fascisti più odiosi. Chi è interessato può cercare in rete per esempio “Unità 731” o leggere il romanzo “Giocare a Go“. Il coraggio dei samurai era una spada a doppio taglio: non erano solo indifferenti alla propria sofferenza, ma al dolore altrui. Quindi in ultima analisi, il Giappone attaccò gli Stati Uniti… facendo una mossa temeraria. Riconobbero di esser stati completamente sconfitti e divennero i più fedeli servitori degli Stati Uniti. Hanno soddisfatto tutte le pretese degli Stati Uniti, perdonato i bombardamenti nucleari, rinunciato ad avere forze militari e trovato un posto sicuro nell’ordine mondiale quale colonia preferita degli Stati Uniti, agendo come se non furono Stati Uniti e URSS a combattere il Giappone, ma piuttosto USA e Giappone a combattere l’URSS. Sappiamo che il trucco ha funzionato. Il piccolo Giappone ha fatto un balzo in avanti e la sua economia è diventata la seconda mondiale, passando solo ora al quarto posto per la crescita di Cina e India. Certo, negli ultimi due decenni l’economia del Giappone soffoca sotto la schiacciante cappa coloniale degli Stati Uniti, ma il Giappone sconfitto è riuscito ad ottenere molti più benefici dalla sconfitta di quanto chiunque avrebbe potuto prevedere nel lontano 1945. Dobbiamo anche capire che gli Stati Uniti possono subordinare il Giappone con le loro armi nucleari, ma non addomesticarlo. I giapponesi non sono i selvaggi dei fumetti USA felici di baciare la mano del loro padrone bianco. Le élite giapponesi ricordano bene la “democrazia” che gli Stati Uniti gli inflissero prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale. Ora il principale nemico degli Stati Uniti sono Cina e Russia, ma soprattutto Cina. Il Giappone serve da mazza contro la Cina: in altre parole, avviare una guerra con la Cina che permetta agli Stati Uniti di utilizzare la loro potenza nucleare contro la Cina o quanto meno indebolirla seriamente con una grande guerra. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti non sono affatto preoccupati di ciò che possa accadere al martello, così come non sono preoccupati di ciò che accade a loro altro ascaro, l’Ucraina. Pertanto, secondo una fredda visione giapponese, ora è il momento per sottrarsi al tiranno malato. Lasciatemi dire ancora una volta che non vi è alcuna possibilità di una vera e propria amicizia tra Stati Uniti e Giappone: i giapponesi sanno benissimo che furono sconfitti e vedono gli statunitensi come occupanti. La cooperazione con la Cina è, dal punto di vista del Giappone, più preferibile che continuare come colonia statunitense. Il Giappone ha tecnologia e industria altamente sviluppate. Se i giapponesi forniranno scuse convincenti ai cinesi per lo stupro di Nanchino e altri crimini dell’epoca, se risolvono le dispute territoriali con la Cina, la Repubblica popolare cinese sarà lieta di stabilire una forte partnership con il Giappone. Ma cosa può proteggere il Giappone dalla rabbia degli USA? Ovviamente solo la Russia, che può estendere l’ombrello nucleare, se dovesse sentirne il bisogno. Quindi ora è il momento di una mossa coraggiosa: riconoscere le isole parte della Russia e avvicinare la Russia come partner. La potenziale cooperazione tra Giappone e Russia sembra ancor più promettente della possibile cooperazione tra Giappone e Cina. A parte l’ombrello nucleare, possiamo fornire al Giappone quegli idrocarburi di cui ha così bisogno costruendo un’estensione di Potenza della Siberia in Giappone. L’accesso al gas russo potrebbe permettere al Giappone di ridurre notevolmente i costi di produzione. C’è ancora la questione dell’incredibilmente grande debito nazionale che attualmente trascina l’economia del Giappone verso il basso. Tuttavia, questo problema può essere risolto nello stile giapponese. Basterebbe che il governo dica alla nazione: “Yamato è in pericolo, dobbiamo unirci contro le avversità“, quali default, iperinflazione e annullamento del debito e quindi… l’inevitabile decollo economico.

Chi ha paura del default?
Il default terrorizza chi ha un deficit commerciale. Coloro che acquistano più che vendere. In caso di inadempimento, non hanno nulla con cui coprire la differenza tra importazioni ed esportazioni, il che significa che devono ridurre drasticamente le importazioni, comportando conseguenze economiche catastrofiche. Ma i Paesi con un surplus commerciale, come il Giappone in questo momento, nonostante problemi energetici temporanei, non hanno bisogno di crediti. Il Giappone gode di un continuo afflusso di denaro per la sua attività economica estera. Oggi il Giappone è quasi in bancarotta perché gli Stati Uniti ne risucchiano le finanze costringendoli a comprare i loro titoli di Stato spazzatura. Se il Giappone riesce a liberarsene, presto si arricchirà. Inoltre, in un anno di svalutazione dello yen, il Paese subirebbe l’euforia della svalutazione: il costo di produzione scenderebbe bruscamente e i prodotti giapponesi diverrebbero ancora più competitivi. Se a questo si aggiungesse il gas russo a buon mercato e uno status commerciale che passa da colonia degli Stati Uniti a partner di russi e cinesi, il Giappone potrà ripetere il miracolo economico degli anni ’60. Questo scenario è vantaggioso per Giappone e Russia, non solo per il trattato di pace. Ci sono ragioni più importanti per aiutare il Giappone a liberarsi. Già oggi il Giappone cerca di acquistare petrolio con lo yen, per avere la piena indipendenza che gli consenta di sbarazzarsi dei dollari. La perdita di un’importante colonia e il conseguente restringimento dello spazio del dollaro collocherebbero gli Stati Uniti in una situazione così difficile che i nostri amici statunitensi, e soci, avrebbero molto meno desiderio di fare stupidaggini ai confini della Russia. D’altra parte, il nostro esercito e i nostri idrocarburi diverranno così importanti per l’indifeso Giappone che possiamo contare non solo su una relazione a lungo termine, ma anche sull’aiuto giapponese per espandere la produzione di macchine utensili. Quindi spingiamo il Giappone in quella direzione. Sergej Narishkin ha detto che i bombardamenti nucleari su Hiroshima e Nagasaki, “fino ad oggi non hanno avuto un’adeguata valutazione internazionale“.
Così diamo al Giappone un altro motivo per optare per l’indipendenza dagli Stati Uniti, che arroganti ancora pensano di essere l’unica superpotenza del pianeta e non intendono chiedere scusa per nulla. E’ evidente che sarebbe troppo presto cancellare lo Zio Sam, che può essere malato ma è ancora abbastanza forte e intelligente. Ma c’è un motivo in più che permette al Giappone di riuscire nella fuga. Gli Stati Uniti entrano nel ciclo elettorale e le élite statunitensi saranno assorbite dalle imminenti elezioni prestando meno attenzione alle irritanti questioni estere. Le elezioni presidenziali Stati Uniti si terranno nel novembre 2016, quindi il Giappone ha una finestra di opportunità di circa un anno. Se il Giappone crea rapidamente relazioni con Russia e Cina, o almeno una di esse, Washington con ogni probabilità non potrà reagire adeguatamente alla dipartita della prima perla della sua corona imperiale.000_dv862321.siTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Geopolitica del Giappone: un nuovo spirito guerriero Benkei è necessario per avvicinarsi a Cina e Russia

Lee Jay Walker Modern Tokyo Times
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurorajapanDal secondo dopoguerra è abbondantemente evidente che gli USA predominano nella politica estera del Giappone. In effetti, il rapporto, pur avendo alcuni alti e bassi, continua a fiorire dato che l’élite di Tokyo si preoccupa di placare Washington, quando possibile. Tale realtà occupa lo spazio geopolitico del Giappone, nonostante alcuni aspetti negativi verso Cina e Federazione russa. Pertanto, le élite politiche a Pechino e Mosca seguono le ambizioni degli USA nel nord-est asiatico che utilizzano l’integrità territoriale del Giappone. Naturalmente, nulla è così chiaro del Giappone che spesso sostiene gli USA grazie ai favorevoli recenti tassi di cambio, contribuendo a preservare la forza del dollaro, sostenere gli USA finanziariamente e militarmente in Afghanistan e Iraq, e in molti altri settori importanti. Allo stesso modo, il Giappone ha un approccio più equilibrato ai problemi mediorientali verso Israele e nazioni circostanti. Pertanto, il Giappone non teme di dire “no” quando voluto, ma nel complesso è evidente che i rapporti tra USA e il Giappone restano estremamente potenti. Tuttavia, l’eredità del secondo dopoguerra dovrebbe ora essere messa da parte perché le sabbie cambiano evidenziando una forte Federazione Russa. Ciò vale in particolare in politica estera, energia, industria degli armamenti, tecnologia spaziale, Nazioni Unite e vari altri campi importanti, per esempio nei rapporti favorevoli con tutte le principali potenze economiche emergenti nell’ambito BRIC e così via. Allo stesso tempo, è chiaro che la Federazione russa potrebbe sostenere ampiamente il Giappone in Asia centrale, nord-est asiatico ed Eurasia. Ciò vale in particolare per le aree connesse all’energia permettendo al Giappone di favorire i rapporti con le nazioni più potenti nello “spazio geopolitico” della Federazione Russa. In effetti, nord del Giappone e zona economica del Mar del Giappone guadagnerebbero notevolmente da un miglioramento delle relazioni economiche, politiche e militari tra Mosca e Tokyo. Pertanto, il Giappone dovrebbe rendersi conto che gli USA non hanno la lealtà del stimato Saito no Musashibo Benkei. Allo stesso modo, la politica di contenimento geopolitico degli USA verso Cina e Federazione russa, trascinerebbe il Giappone in una potente realtà dannosa per gli interessi futuri del Paese del Sol Levante. Dopo tutto, nonostante la Cina affronti pericoli interni in relazione a Partito unico-Stato, Tibet e regioni musulmane della Cina occidentale (migrazione Han che altera la demografia in Tibet e Xinjiang), sembra ancora che la Cina continuerà ad accrescere l’influenza sull’economia globale. Pertanto, Cina e Federazione russa potrebbero facilmente sostenere il Giappone in molti settori vitali e ciò vale anche per la stabilità dell’Asia nordorientale.
Japanese PM Abe waits for U.S. President Obama to arrive for their meeting at the G20 Summit in St. Petersburg In un altro articolo su Benkei di Modern Tokyo Times si diceva: “Nella cultura, storia e arte giapponesi è chiaro che Saito no Musashibo Benkei lasciò un segno durevole che continua ancora oggi nella cultura moderna. Questo leggendario monaco-guerriero appartiene al periodo intrigante del 12° secolo, in Giappone. Nato nel 1155 e morto nel 1189 dopo aver servito il famoso Minamoto no Yoshitsune… Benkei è famoso nel folklore giapponese per la sua forza enorme e la sorprendente fedeltà“. Non sorprende che la grande ammirazione che la classe guerriera ebbe per Benkei per la sua forza, lealtà e saggezza. Eppure, a differenza dell’élite politica del Giappone moderno, le dinamiche di Benkei si applicano alla lealtà interna. Ciò è ben lontano dalla realtà politica interna del Giappone moderno, perché spesso questa nazione placa gli USA anche creando afflizioni geopolitiche per Tokyo. Pertanto, il Giappone dovrebbe essere fedele a se stesso, piuttosto che placare i capricci di Washington. Naturalmente, il Giappone deve mantenere forti relazioni con gli USA, ma queste relazioni non dovrebbero danneggiare Cina e Federazione russa. Allo stesso modo, in Giappone i militari statunitensi non sono puramente negativi, nonostante le grandi tensioni a Okinawa. Ad esempio, gli USA potrebbero essere considerati “potenza protezionistica” con i propri militari nella nazione. Allo stesso modo, nei diversi devastanti terremoti e nella devastazione totale generata da tsunami brutali, appare chiaro che le forze armate statunitensi aiutano il popolo giapponese con coraggio e aiuto genuino. Pertanto, il rapporto geopolitico e militare tra USA e Giappone soddisfa entrambe le nazioni, anche se cambiamenti possono verificarsi in futuro. Tuttavia, il Giappone non dovrebbe mettere tutto nel “paniere statunitense”, quindi crescenti legami con Cina e Federazione russa sono nell’interesse del Paese del Sol Levante.
La Galleria Toshidama dice di Benkei: “… fu allevato dai monaci, che erano sia religiosi che militari. Da giovane si pose a una estremità del ponte Gojo disarmando i viaggiatori armati. Per avere la sua 999.ma spada combatté contro un giovane nobile, Minamoto no Yoshitsune, che lo vinse nella battaglia del ponte e, successivamente, Benkei lo servì come vassallo. Combatterono nelle guerre Gempei tra il clan Taira e il clan Minamoto“. Tuttavia, mentre la lealtà di Benkei è indiscutibile, si può dire lo stesso dealle relazioni contemporanee tra USA e Giappone? Inoltre, mentre il Giappone è leale verso Washington, si può dire lo stesso degli USA a lungo termine? Inoltre, Benkei metterebbe in pericolo “il quadro più ampio” con un rapporto squilibrato con due grandi potenze regionali? Pertanto, mentre USA e Giappone continueranno a consolidare il rapporto attuale, ciò non garantisce la stabilità futura. Dopo tutto, se la Cina continua a crescere economicamente, saranno gli USA ad abbandonare la nave avvicinandosi gradualmente a Pechino, futuro perno essenziale? A prescindere dalla risposta, sembra che il Giappone debba ripensare la propria politica estera basata sulla politica di contenimento statunitense verso Cina e Federazione russa. Invece, il Giappone dovrebbe concentrarsi molto sulla lealtà interna e adottare una politica estera egoistica, pragmatica e tesa a sviluppare legami più stretti con Cina e Federazione russa. Se sarà così, le élite politiche di Pechino e Mosca prenderanno Tokyo sul serio, anche se le potenti relazioni tra USA e Giappone continueranno.hwzeopTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Giappone di fronte le sanzioni

Bakhtiar Usmonov New Eastern Outlook 25/04/2015C0B1BC58-9A11-4F5D-B387-6A65AF4A2AB4_mw1024_mh1024_s_cy7Un’espressione eloquente dice: ‘l’Oriente è una questione delicata’, e nel mondo contemporaneo è anche influente. Il Giappone, come tutti i Paesi del G-7 pilotati dal primattore, gli Stati Uniti, ha aderito alle sanzioni economiche contro la Russia per la situazione nel sud-est dell’Ucraina. I mass-media giapponesi un giorno urlano all’esercito russo che ‘agisce con impudenza’ nel Donbas e all’invasione illegale della Crimea, e il giorno dopo sulla natura puramente formale delle sanzioni di Tokyo, adottata esclusivamente in solidarietà con gli occidentali. In realtà, tutto questo casino sulle sanzioni mette il governo di S. Abe in una posizione piuttosto scomoda: da un lato non vuole danneggiare le relazioni con Mosca, migliorate negli ultimi due anni, e dall’altro deviare dalla strategia di Washington può portare a “cupe conseguenze”. Come dice il proverbio: ‘il miele è dolce, ma le api pungono’. Il mercato della Russia è un enorme spazio per molte merci giapponesi, e allo stesso tempo è possibile negoziare su gas e petrolio, tanto più che l’86% delle importazioni dalla Russia sono idrocarburi. Veramente, a fronte della maggiore influenza della Cina nei mari cinesi meridionale e orientale, Tokyo potrebbe facilmente esser contenta dalla posizione neutra della Russia verso Pechino. Ma l’amministrazione Obama ricorda al primo ministro giapponese con quale denaro l’economia del dopoguerra fu costruita e a chi il Giappone è debitore per la sua prosperità. Così ora, volente o nolente, deve giocare secondo le regole di qualcun altro. Lo scorso anno i giapponesi avrebbero detto una cosa e fatto qualcosa di assolutamente diverso. Ad esempio, al vertice del G-7 di Bruxelles, Abe invitò i colleghi europei a un dialogo costruttivo con Mosca, essendo uno dei principali attori internazionali. Lo scorso settembre i giapponesi, colpiti dalla bacchetta magica statunitense, saltavano a bordo delle nuove sanzioni contro Mosca. Nel frattempo i politici giapponesi, insieme ai rappresentanti della comunità imprenditoriale del Giappone, a loro allineati, continuavano ad affermare la buona volontà verso Mosca. A questo punto vorremmo dire qualcosa sulla situazione delle imprese giapponesi in relazione alle sanzioni economiche contro la Russia che, come potrebbe apparire a prima vista, danneggerebbero i loro interessi. Più di una volta gli affaristi giapponesi hanno sostenuto che le restrizioni del governo del loro Paese sono morbide. Ad esempio, il presidente del Comitato economico russo-giapponese, Vicepresidente della Federazione delle organizzazioni economiche giapponese (Nippon Keidanren), Norio Sasaki, ha detto più volte che le sanzioni non influenzano l’ambiente imprenditoriale. Inoltre, secondo i risultati di un sondaggio tra i membri della Federazione, il 57% degli uomini d’affari giapponesi già investe nell’economia della Russia, e il 20% lo contempla. In realtà, nel 2014 alcun progetto bilaterale di grandi dimensioni è stato avviato. Anche l’Hokkaido Bank, che prevedeva di coltivare soia nella regione dell’Amur dalla primavera 2015, improvvisamente ha deciso di prorogare, per un periodo indeterminato, la fase di valutazione dei rischi finanziari associato al progetto. Nel caso di accordi già in fase di realizzazione al momento delle sanzioni, la loro costruzione proseguiva e talvolta addirittura aveva successo, venendo indicato come esempio riuscito della fruttuosa cooperazione tra gli ambienti economici dei due Paesi. Tutto ciò difficilmente s’inserisce nel solido modello seguito dal governo giapponese, intensificatosi dalla seconda guerra mondiale, quando gli interessi politici prevalevano su quelli economici. Ecco perché non c’è ragione di aspettarsi un eccessivo business, che sarebbe in contrasto con la politica estera del Paese anche se morbida, come gli affaristi giapponesi continuano ad insistere. Un esempio evidente si distingue. Tokyo ha riconosciuto il progetto del ponte energetico Sakhalin – Hokkaido, che potrebbe soddisfare gran parte della domanda di energia elettrica del Giappone suscitata dalla chiusura di centrali elettronucleari e dal costoso deficit energetico.
Ma tornando alla teatralità dei giochi politici delle autorità giapponesi, nel settembre 2014, dopo la visita a Mosca dell’ex-primo ministro del Giappone Y. Mori Kyodo Tsushin, grande agenzia di informazioni giapponese, informava di punto in bianco il ritiro da parte del capo del governo giapponese dell’invito al Presidente della Russia, su richiesta di Washington. Per ammorbidire lo shock del discorso diretto, nel rapporto si diceva che Abe prevedeva d’incontrarsi con Putin a margine del vertice APEC a Pechino, nel novembre 2014. Inoltre, la possibilità di una visita ufficiale del leader russo in Giappone per la primavera 2015 rimaneva aperta. Ma chi ha lasciato aperta questa possibilità: Washington o Tokyo? Il vertice ha avuto luogo, i leader dei due Paesi si sono incontrati, discusso della situazione in Ucraina e raggiunto un accordo sulla visita, ma ‘a suo tempo’, come i mass media giapponesi hanno riferito. Al rientro, il primo ministro giapponese, durante l’incontro con il governatore dell’isola di Hokkaido, dichiarava l’intenzione di proseguire il dialogo con la parte russa sulla soluzione della controversia sui ‘Territori del Nord’, come le quattro isole meridionali delle Curili sono chiamate in Giappone. Tokyo fa del suo meglio per illustrarsi come attore indipendente sulla scena internazionale, in grado di risolvere da sé le questioni geopolitiche. Abe ha chiarito che la crisi ucraina ha un impatto negativo sul ‘compito chiave della sua premiership': la conclusione di un trattato di pace con la Russia. Ma il mondo è pronto ad accettare tale ‘indipendenza’ giapponese? La tragica storia del sequestro dei due giornalisti giapponesi a gennaio e la loro morte per mano dei terroristi SIIL, illustra drammaticamente che è ancora troppo presto per il Giappone illustrarsi in politica, dove tradizionalmente ha il ruolo di sorella minore degli Stati Uniti. Certo, l’ipotetica minaccia terroristica libera le autorità giapponesi nel rivedere il famigerato articolo 9 della Costituzione che vieta allo Stato di partecipare a missioni internazionali militari. Allo stesso tempo, anche con l’esercito ‘ufficiale’, Tokyo non potrà gestire da solo l’aggressione degli estremisti islamici che, come uno dei video-messaggi dei terroristi dice, si vendicheranno di qualcosa. Piaccia o no, ma il samurai deve rinfoderare la lama affilata dell’arroganza politica e tornare sotto l’ala di Washington. Così è chiaro che nel prossimo futuro non bisogna aspettarsi cambiamenti radicali nelle relazioni russo-giapponesi. Tokyo seguirà il corso scelto dagli Stati Uniti, a costo dei propri interessi, tenendo presente la minaccia che potrebbe sorgere deviando da tale corso. Guardando al futuro, possiamo dire che gli esperti discuteranno della possibile visita del leader russo in Giappone per molto tempo, ma affinché sia realmente possibile è necessario porre queste domande non a Tokyo, ma a Washington, dove sanno meglio cosa è un bene per la Terra del Sol Levante.Russia-to-japan-via-sakhalinBakhtiar Usmonov, Dottore in Scienze Politiche, politologo, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin riderà per ultimo delle sanzioni occidentali

Scott Belinski, Oilprice 2 aprile 2015Yamal%20Nenets%20Novatek%20MapIn ciò che può sembrare ulteriore “esempio di sfida alle sanzioni”, il 27 marzo la Cina annunciava che avrebbe finanziato il gigante petrolifero francese Total, con 15 miliardi dollari da investire nel progetto Jamal LNG nel nord della Siberia. Nonostante le dure sanzioni occidentali al socio di maggioranza di Jamal, la società gasifera russa Novatek, il progetto difficilmente ne sarà scalfito. Inoltre, Jamal guarda a un mondo in cui la Russia non dipende più dai finanziamenti occidentali. Il progetto da 27 miliardi di dollari nella penisola di Jamal, di proprietà di Novatek (60%), Total (20%) e CNPC (20%) si propone di attingere alle vaste riserve di gas nel nord ovest della Siberia, contenenti l’84% del gas della Russia, raddoppiando la quota della Russia nel mercato in rapida crescita del gas naturale liquefatto. La regione artica conterrebbe il 22% del petrolio e del gas ancora da scoprire del mondo, con la maggior parte del gas non sfruttato presente nel territorio della Russia. Attualmente, la capacità GNL della Russia ammonta a 10mtpa, ma il progetto Jamal LNG lo più che raddoppierà. Pronto ad iniziare le esportazioni nel 2017, il progetto Jamal LNG esporterà 16,5 milioni di tonnellate di GNL all’anno; pari a 6 mesi di consumo del gas della Francia. Infatti, prima della morte, l’ex-amministratore delegato di Total Christophe de Margerie ebbe un approccio “business as usual” con la Russia, nonostante le sanzioni, insistendo sul fatto che “dobbiamo fare questo progetto”. Tuttavia, l’annuncio del passo di Total verso la Cina per ulteriori finanziamenti per il piano Jamal mostra che l’approccio “business as usual” ha avuto un bel intoppo. Infatti, dopo anni d’interdipendenza occidentale-russa sui progetti energetici, il regime delle sanzioni sembra aver spinto Mosca decisamente verso l’Asia, in cerca di sostegno, finanziamenti e know-how tecnologico.
Dopo oltre 20 anni di contrattazioni sulle punte, Cina e Russia firmavano un accordo per forniture di gas alla Cina 20ennale e da 700 miliardi dollari di valore, pari al 17% del consumo annuo di Pechino. Ma questo era solo il primo passo. Durante il viaggio in India nel dicembre 2014, il Presidente Putin e il primo ministro indiano Narendra Modi firmavano una serie di accordi bilaterali, soprannominati Druzhba-Dosti, diretti a promuovere la cooperazione nella difesa e nell’energia. Inoltre, gli accordi vedranno India e Russia “esplorare lo sviluppo congiunto di tecnologie per la lavorazione delle terre rare nell’Artico russo“. Annunciando l’accordo, Putin ha scherzato orgoglioso dicendo che, “Rosneft e Gazprom, le nostre grandi aziende, insieme ai loro colleghi indiani, preparano progetti per lo sviluppo dell’artico russo e per l’espansione del gas liquefatto“. La mossa non sorprendeva gli osservatori del settore, dati l’obiettivo della Russia di salvaguardare i propri programmi artici, ma la sua importanza non va sottovalutata. Mosca completa il perno in Asia cercando sostegno, finanziamenti e know-how tecnologico. Tale spostamento verso i partner asiatici indica una tendenza preoccupante per le future opportunità d’investimento delle società occidentali, che hanno le mani legate dalle sanzioni. Infatti, nel settembre 2014, Rosneft e ExxonMobil scoprivano vaste riserve di gas naturale e petrolio nel Mare di Kara, in Russia, ma a causa delle sanzioni imposte pochi giorni dopo, Exxon era costretta ad abbandonare il progetto da 700 milioni di dollari ritirandosi dall’Artico. Quindi, la Russia era costretta a volgersi a una partnership alternativa con i Paesi dell’Asia per avere le competenze tecniche necessarie a sviluppare i lucrosi pozzi artici. Dei 61 grandi giacimenti di petrolio e gas scoperti nel Circolo Polare Artico di Russia, Alaska, Canada e Norvegia, 42 sono situati in territorio russo. Mentre le sanzioni hanno seriamente intaccato l’economia russa e hanno colpito il rublo, hanno anche colpito il mercato delle società occidentali, le loro iniziative con compagnie russe e l’accesso a queste vaste riserve.
Nonostante siano esclusi finanziamenti e tecnologia occidentali, gli analisti esprimono ottimismo su Jamal, dato che il numero di persone che lavorano al progetto aumenterà da 6000 a 15000 alla fine dell’anno. “Essendovi stato, ho capito che il progetto diverrà realtà“, twittava l’analista petrolifero di UBS Maksim Moshkov. Se la situazione permane, s’invierà il messaggio preoccupante, per l’occidente, che l’industria energetica russa si riprenderà nel medio termine dalle sanzioni occidentali. La mossa della Cina su Jamal LNG e la partnership ritrovata della Russia con l’India sono passaggi chiave del piano di Mosca per minare le sanzioni occidentali. Ciò che è chiaro è che le potenze emergenti partner della Russia sono più che disposte a colmare il vuoto aperto dalla fuga degli investitori occidentali. Da parte loro, gli Stati Uniti, che recentemente hanno indicato di voler mantenere le sanzioni finché la Crimea non torna all’Ucraina, rischiano di seguire obiettivi politici che indebolirebbero la propria economica, e in particolare la futura crescita della propria industria energetica. Mentre sanzioni economiche hanno avvicinato la Russia ai suoi partner asiatici più che mai, De Margerie era sempre pronto a sottolineare l’ovvio: “Possiamo vivere senza gas russo in Europa? La risposta è no. Ci sono ragioni per viverci senza? Penso che… sia sempre no“. Mentre gli Stati membri dell’UE e il governo degli Stati Uniti cercano d’influenzare Putin sul suo corso attuale in Ucraina, dovrebbero anche pensare alle conseguenze indesiderate a lungo termine che la predetta collaborazione delle aziende russe nella regione artica potrebbe avere per le loro economie. Come affermato dall’analista del Forex Club, Aljona Afanasevna, “le crisi rappresentano sempre la possibilità di rafforzare la propria posizione in un determinato mercato” e mentre altre compagnie internazionali fuggono dalla scena, l’impegno di Total in Russia e sul piano Jamal LNG di Novatek, “garantisce dividendi futuri sotto forma di cooperazione rafforzata“. I governi occidentali e le altre compagnie energetiche dovrebbero prendere nota.

Yamal-Europe-2Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Giappone offre sottomarini e idrovolanti all’India

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 20/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroraSoryu091023aNumerosi aspetti importanti della moderna politica internazionale toccano il tema apparentemente specifico della possibile partecipazione del Giappone a una gara per la fornitura di sei sottomarini diesel-elettrici (DES) alla Marina indiana entro la metà del prossimo decennio. All’inizio dell’anno il Ministero della Difesa indiano invitava Giappone Francia, Germania, Spagna e Russia a partecipare alla futura gara. Il valore del contratto sarebbe di oltre 8 miliardi di dollari. Per il governo indiano, il contratto, il secondo più costoso, dovrà intraprendere la ristrutturazione delle forze armate nazionali con materiale avanzato estero. Le società straniere hanno, come si dice, qualcosa per cui combattere. Tanto più in quanto il costo degli ordini della Difesa, quando adottati, hanno la tendenza ad aumentare (generalmente di più volte). Ciò è accaduto, per esempio, nella fase finale del contratto concluso con la Dassault per fornire 126 caccia Rafale all’Indian Air Force. Un anno fa, i francesi dissero che non riuscivano a rispettare il budget di 12 miliardi del contratto inizialmente accettato dal governo indiano, proponendo di aumentarlo a 20 miliardi. Naturalmente, ciò non fu gradito dal cliente, e la procedura di completamento del contratto fu rinviata almeno fino a metà marzo, quando i media indiani descrivevano la situazione attuale come un vicolo cieco. Tuttavia, i risultati della visita del primo ministro indiano Narendra Modi in Francia il 10 aprile mostrano che entrambe le parti cercano (e trovano) un compromesso sul problema. Lo stesso è avvenuto in passato con la drastica modernizzazione della portaerei russa Admiral Gorshkov. Evidentemente, tra i tanti motivi della futura reazione del Giappone (quasi certamente positiva) all’invito indiano a partecipare alla gara sui DES, le ragioni “mercantili” saranno prevalenti. Tuttavia, saranno ben lungi dal dominare, essendo interconnessi a sviluppo militare-tecnologico e costo-efficacia del complesso militare-industriale nazionale, a una serie di problemi nell’ingresso nel mercato delle armi e alla politica estera, non meno rilevanti dei primi. Le armi sono un tipo molto particolare di prodotto la cui esportazione sul mercato internazionale, da un Paese manifatturiero, è una forte indicazione dell’impegno in vari processi politici derivanti in campo internazionale. Tale segnale è ancora più netto in Giappone da quando ha intrapreso la “normalizzazione”, cioè abbandona gradualmente i tabù post-seconda guerra mondiale. Non tutti imposti dai vincitori dell’ultima guerra mondiale. Il divieto di commerciare armi ai produttori giapponesi, in vigore fino a poco prima, fu introdotto alla fine degli anni ’60 dal Giappone stesso. Il divieto rispettava la strategia giapponese del dopoguerra, volta a concentrare gli sforzi sullo sviluppo economico, evitando (quando possibile) il coinvolgimento in dispute internazionali. La scorsa primavera, il governo giapponese decise di allentare notevolmente tali restrizioni autoimposte. Dalla fine degli anni ’80, i pesi massimi del complesso militare-industriale giapponese si oppongono alla rinuncia al commercio delle armi, sottolineando anche che ciò comporta direttamente piccoli volumi (e quindi costi elevati) nella produzione di armi, nonché l’espulsione del Giappone dal progresso militare-tecnologico internazionale. La partecipazione del Giappone, alla fine dagli anni ’90, ai programmi per i sistemi avanzati BMD statunitensi, fu considerata un’eccezione.
La prima immediata conseguenza della risoluzione del governo giapponese per eliminare le auto-imposte restrizioni commerciali sugli armamenti è l’attuazione di progetti da tempo discussi per fornire motovedette usate a un certo numero di Stati dell’Asia del Sud-Est. Vietnam, Indonesia e Filippine ne avrebbero bisogno per affrontare le navi della guardia costiera cinese, che rivendicano l’80% della superficie del Mar Cinese Meridionale. Tuttavia, la tendenza a sviluppare un’ampia cooperazione tecnico-militare va ben oltre l’ambito del commercio degli armamenti, portando a conseguenze molto più significative per l’industria della Difesa del Giappone, così come per la situazione politica nella regione Asia-Pacifico e l’influenza del Giappone. Contratti relativi sono già stati conclusi con Gran Bretagna, Australia e la già citata India. In particolare, con tali contratti la Marina australiana avrà la possibilità di avere sei sottomarini Soryu dal Giappone, gli stessi che saranno offerti all’India. I Soryu sono considerati i migliori sottomarini a propulsione convenzionale del mondo. La Marina giapponese ne ha già 6 (su 10 programmati). Il problema principale attualmente discusso in Australia è la stima dei costi dell’opzione, la cui più preferibile prevede licenze di produzione per i cantieri navali nazionali. Superare vari ostacoli (tra cui la barriera linguistica) che inevitabilmente si presentano nella produzione di tecnologie e documentazione, potrebbe incrementare di varie volte il costo di ogni futuro sottomarino. Lo stesso problema appare in India, dove la politica volta ad utilizzare l’industria nazionale per produrre materiale estero viene prmossa. Va notato che la partecipazione del Giappone nelle prossime gare per fornire i DES alla Marina indiana, sarà il secondo passo nel mercato delle armi indiano. Il primo fu la conclusione l’anno scorso dell’accordo bilaterale per fornire all’India 12 idrovolanti quadrimotori US-2 Shin Mewa. Ufficialmente progettati per ricerca e soccorso, questi velivoli saranno adattati a una più ampia gamma di operazioni per la Marina indiana. Il contratto sulla licenza di produzione dovrà essere firmato entro inizio 2016. Va ricordato che, a livello di relazioni internazionali, la fornitura di idrovolanti all’India fu risolta durante la visita del primo ministro Narendra Modi in Giappone, lo scorso anno. Allora l’accordo fondamentale sulla fornitura degli US-2 Shin Mewa alla Marina indiana fu accompagnata da ampi commenti politici secondo cui l’operazione rientrava nel contesto del generale pieno riavvicinamento tra Giappone e India. Commenti simili appaiono in relazione alla partecipazione del Giappone alla nuova gara sui DES per la Marina indiana. Inoltre, il contenuto di tali osservazioni innesca associazioni con la cosiddetta Iniziativa delle Quattro Nazioni del 2007, volta alla possibile formazione di una sorta di unione politico-militare tra India e Giappone, così come Stati Uniti e Australia. Infine, va notato che la partecipazione del Giappone alla gara per la fornitura dei sei nuovi DES alla Marina indiana sarà un precedente significativo per la partecipazione reale alla lotta per una grossa fetta della torta del mercato internazionale delle armi, dove la parte della India sembra particolarmente promettente. Qualcosa suggerisce che il governo indiano sa già chi vincerà la futura gara, nonostante il fatto che non si sa quando si terrà. maxresdefault2Vladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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