La resurrezione del South Stream: Russia e Pipeline Trans-Balcani

Andrew Korybko e Umberto Pascali, Global Research, 21 marzo 2015w645Israel Shamir, importante autore israeliano ed ospite in studio
Umberto Pascali, eminente giornalista italiano specializzato in questioni balcaniche
Slobodan Tomic, giornalista macedone e ospite in studio

Korybko: La Russia inizia la costruzione di un gasdotto trans-macedone che potrebbe resuscitare il progetto South Stream. La capacità prevista del gasdotto attualmente non è abbastanza grande per sostituire il South Stream, ma la sua costruzione potrebbe gettare le basi del successore. Questo perché la Russia aveva già annunciato l’eliminazione del transito del gas attraverso l’Ucraina, quando Turkish Stream sarà attivo tra pochi anni, esortando gli Stati balcanici a concordare rapidamente una via alternativa per ricevere il gas russo da cui dipendono. Il presidente ungherese ha discusso possibili finanziamenti, per un oleodotto balcanico alternativo, con Erdogan nel corso di una visita in Turchia, e il ministro degli Esteri macedone era ad Ankara anch’egli. Gli ultimi articoli indicano il primo ministro greco Alexis Tsipras spinto ad anticipare di un mese la visita a Mosca, con la possibilità che la rotta dell’oleodotto balcanico venga discussa al suo arrivo in Russia l’8 aprile. Con la Bulgaria esclusa, appare sempre più probabile che un nuovo South Stream possa risorgere attraversando Grecia e Macedonia, con l’ultimo annuncio sulla base geografica del nuovo gasdotto.
Strokan: Penso che gli sviluppi cui si riferisca dimostrino che l’Europa ha davvero bisogno del gas russo, e quando lo scorso dicembre la Russia fu costretta ad annullare il progetto South Stream, ci fu una notevole delusione in quei Paesi europei che si aspettavano di ricevere il gas russo. Quindi la domanda è cosa dopo? Ci sono voluti alla Russia solo 3 mesi per presentare questo progetto completamente nuovo, che può effettivamente riavviare un’idea molto pratica ed utile.

Korybko: vorrei ricordare a tutti che il Presidente Putin ne aveva per primo suggerito l’idea a metà dicembre. Ora, con ulteriori informazioni vorrei dare il benvenuto ai nostri ospiti in studio, al signor Shamir, autore di primo piano in Israele, nel nostro programma.
Shamir: Ciò che dobbiamo ricordare in tutto ciò, cosa anche estremamente divertente, è vedere come tali strutture moderne, qauli i gasdotti, effettivamente ricostruiscano l’antico mosaico dei vecchi imperi, perché Macedonia, Grecia, Ungheria, tutto ciò che era parte dell’impero ottomano, e prima ancora dell’impero bizantino, erano così strettamente e tradizionalmente collegati a quello russo. Mentre l’occidente è riuscito ad occupare i Balcani dopo la seconda guerra mondiale, o in realtà nella prima metà del 20° secolo, occupando i Balcani, ora come si vede, questa parte del mondo viene ripresa di nuovo dall’alleanza tra Turchia e Russia. Possiamo vedervi, in modo assai interessante, una sorta di riproduzione dei vecchi giochi tra i tre grandi imperi, sull’esempio del Trono di Spade, che dovrebbe essere molto divertente per voi. Ma oltre a ciò, ovviamente, la Turchia è l’elemento più stabile di tutti questi luoghi, qualcosa su cui poter davvero sperare di contare. La Grecia sarà la prossima, ma è anche robusta. Arrivando alla Macedonia e agli altri Paesi dei Balcani, vediamo che da quando si staccarono dall’impero ottomano oltre 150 anni fa, da allora, hanno completamente perso le radici e furono emarginati. Anche l’Ungheria è in una situazione di debolezza. Quindi direi che costruire dalla Turchia sia un ottimo passo per il presidente russo.

Korybko: Israel, la ringrazio molto per la sua comprensione. Ora passiamo a Umberto Pascali, eminente giornalista italiano specialista in questioni balcaniche. Signor Pascali, in qualità di esperto nei Balcani, può dirci quanto sarebbe importante il gasdotto russo per la regione.
Pascali: Il gasdotto Balkan Stream sarà estremamente importante, infatti, dal punto di vista economico e anche dal punto di vista politico, storico e strategico. Ciò creerebbe una stretta collaborazione economica nell’area che va dalla Turchia all’Austria fino alla Germania. È sempre stata una zona sotto il controllo di forze esterne, un’area destabilizzata continuamente, basti ricordare la Prima Guerra Mondiale. Ora, un gasdotto che porta energia, un fiume dello sviluppo, dalla Russia attraverso la Turchia, prima di tutto fermerà la balcanizzazione, la strategia del divide et impera prima applicata dall’impero inglese e poi da quello statunitense, creando cooperazione economica stabilirà la pace, ma non solo. Stabilirà anche l’indipendenza e la difesa della sovranità del territorio, creerà il primo esempio concreto di reale collaborazione eurasiatica. L’energia russa che arriva in Europa attraverso questa grande area, sarà un esempio probabilmente, per il resto dell’Europa.

Korybko: Sì, questo sarebbe molto importante per le ragioni appena indicate. Quindi, ricordando ciò, gli USA faranno qualcosa per sabotare questo progetto, come con il South Stream?
Pascali: Sì, ad esempio c’è un tentativo di colpo di Stato in Macedonia, e la pressione su molti altri Paesi da parte delle forze anglo-statunitensi. Prima di tutto, il ragazzo prodigio della politica estera statunitense George Soros, che ha finanziato tutte le rivoluzioni colorate nella regione, e poi il dipartimento di Stato degli USA, con Melia, vice di Victoria Nuland, che ha difeso il tentato colpo di Stato in Macedonia che avete descritto. Thomas Melia, vice di Nuland, ha detto che non vede alcun problema nel fatto che il capo dell’opposizione riceva registrazioni illegali da un’agenzia d’intelligence straniera, da tutti identificata nella CIA e nelle agenzie statunitensi, contro il governo eletto della Macedonia. Così il governo macedone, per fortuna, ne è uscito assai rafforzato e ha detto che non accetterà che forze estere distruggano il Paese. In questo momento, la popolazione si mobilita a fianco del Primo Ministro Nikola Gruevski, la cui ‘colpa’ è non aver accettato le sanzioni contro la Russia e sostenere il gasdotto, quindi a questo punto, siamo nel pieno di questo scontro, e spero che tutti, a Oriente ed occidente, sostengano questa lotta contro la destabilizzazione della Macedonia.

Korybko: Sì, c’è sicuramente un grande braccio di ferro qui. Quindi voglio porvi un’ultima domanda, signor Pascali, quali sono le probabilità che il progetto Balkan Stream abbia successo, considerando l’opposizione ad esso, ma anche guardando al solido supporto che riceve.
Pascali: Esattamente. C’è ora una sorta di battaglia di Stalingrado energetica perché le forze che finora hanno controllato il flusso d’energia da occidente non hanno intenzione di permettere, dal loro punto di vista, che ci sia una fonte energetica indipendente controllata da Paesi sovrani della regione. Dall’altro lato, vi è notevole prudenza nella popolazione, non solo in Macedonia, ma in Grecia, Ungheria, Serbia, Repubblica Ceca e anche Austria. Così siamo qui, nel pieno di tale scontro che potrebbe davvero portarci alla fine del mondo unipolare sul piano concreto, economico e politico. Quindi penso che a questo punto tutti dovrebbero sostenere il Paese leader, il piccolo Paese che guida questa lotta per l’indipendenza per un mondo multipolare e democratico, la Repubblica di Macedonia del Primo ministro Gruevski.

Korybko: Signor Umberto Pascali, grazie mille, ma purtroppo questo è tutto il tempo che abbiamo a disposizione, ma voglio ringraziarla calorosamente di nuovo per le vostre comprensione ed osservazioni. Sono sicuro che il nostro pubblico ha appreso molto sulla regione e la drammatica battaglia in corso per essa. Grazie mille. Ora abbiamo l’onore di essere raggiunti da un famoso e popolare giornalista macedone e ospite del programma di punta della TV Voce del Popolo, il signor Slobodan Tomic. Slobodan, conosciamo la massiccia destabilizzazione della Macedonia inscenata da Zoran Zaev, e mi chiedo se può collegarsi ai piani per il Balkan Stream?
Tomic: Grazie, Andrew, assolutamente, hai ragione, sono assolutamente d’accordo con te. Prima di tutto lasciatemi dire una cosa, per favore. La Macedonia è assai amica con tutti i Paesi del mondo, compresi gli Stati Uniti, dato che abbiamo già accordi di cooperazione tecnica. Ciò significa che la Macedonia è amica di Washington, Mosca e tutto il mondo. Tra l’altro, tutti in Macedonia sanno che Zoran Zaev e il suo sponsor occulto Crvenkovsky ricevono ordini da una potente intelligence straniera, quella degli USA. Zaev è un burattino e l’intelligence statunitense ne tira le fila. Avevano cercato invano per anni di provocare la rivoluzione colorata contro il governo di Nikola Gruevski, ma fu solo dopo che i presidenti di Russia Vladimir Putin e Turchia Erdogan annunciarono, il 1 ° dicembre, che il South Stream sarebbe stato sostituito da un nuovo gasdotto, il Balkan Stream, che Zaev ricevette l’ordine di diventare un kamikaze per destabilizzare la Macedonia ad ogni costo, anche se ciò significava rendere pubblico il suo tradimento e provocare i macedoni. Gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per sabotare South Stream e ci sono riusciti. Avevano due obiettivi secondo molti analisti. Il primo era impedire alla Russia d’esportare in modo indipendente energia, e il secondo strangolare la rotta energetica per i Balcani e tutti gli altri Paesi europei. Perciò si verificò il colpo di Stato a Kiev. L’obiettivo finale è evitare una collaborazione pacifica e mutualmente vantaggiosa tra Russia, Cina e Europa dalla.

Korybko: Grazie per questa intuizione, è molto stimolante. La mia prossima domanda, signor Tomic, è cosa ne pensano i macedoni di tutto questo, non solo della destabilizzazione di Zaev, ma anche del Balkan Stream? Che tipo di vantaggi fanno pensano di poter ottenere da tutto ciò?
Tomic: Il popolo macedone sostiene Balkan Stream ed è grato al Primo ministro Gruevski per il coraggio nel resistere ad anni di pressioni e ricatti da parte di forze straniere, che non vogliono una Macedonia libera, democratica e prospera. George Soros e i suoi sorosiani usano una quantità enorme di denaro per finanziare la destabilizzazione. Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ci ha teso molte trappole, ma abbiamo resistito. Questo è il motivo per cui la cosiddetta ‘comunità internazionale’ non riuscirà mai a rovesciare il governo democratico della Macedonia. Avresti dovuto vedere l’incredibile massiccio supporto che Nikola Gruevski ha ricevuto con la grande manifestazione di domenica scorsa! I burattinai di Zaev hanno subito un brusco risveglio alla realtà, la Macedonia non è l’Ucraina, non saremo destabilizzati. In realtà, come ha detto Gruevski tra applausi scroscianti, i macedoni sono uniti. Non ci sarà una rivoluzione colorata o la guerra civile. Il supporto a Balkan Stream è entusiastico.

Korybko: Questo è molto incoraggiante. Purtroppo, signor Tomic, abbiamo solo un minuto per l’ultima domanda, quindi vorrei chiedervi come Balkan Stream stabilizzerà la regione e come può ‘non-balcanizzare’, se si vuole, ciò che è in precedenza era una regione frammentata, ed eventualmente unirla?
Tomic: Prima di tutto, grazie per questa domanda. Sento che Balkan Stream sarà assai potente, non solo per la Macedonia, ma per tutta la regione, ma prima di tutto vorrei sottolineare un punto molto importante, i macedoni hanno viva riconoscenza per la Russia e ne apprezzano il coraggio nella lotta contro vecchie e nuove minacce. Volevo parlare di un fatto importante, il mio programma televisivo, la Voce del Popolo, il primo dicembre scorso trasmise la proposta dall’analista Umberto Pascali secondo cui Macedonia e Grecia dovevano chiedere al Presidente Vladimir Putin una mediazione onesta nel risolvere i problemi tra i due Paesi. Ho ricevuto molti messaggi di sostegno alla proposta. Penso che i macedoni abbiano crescente fiducia sul ruolo positivo che la Russia potrebbe svolgere nei Balcani. Posso testimoniare che i macedoni erano entusiasti, lo scorso 18 dicembre, quando il Presidente Putin dichiarò ufficialmente, e cito, che il gasdotto raggiungerà la Macedonia dalla Grecia, proseguendo per la Serbia e Baumgarter in Austria. Mentre le grandi potenze occidentali hanno cercato d’isolare la Macedonia da Mosca, il Presidente Putin ci diceva che non siamo isolati, ma necessari, e grazie al Primo ministro Gruevski, un Paese cruciale nei Balcani e per lo sviluppo europeo. I Balcani ora possono scegliere di collaborare al proprio sviluppo. Libertà, patriottismo e prosperità economica vanno di pari passo. Spero davvero che il Presidente Putin possa iniziare una vera mediazione tra Macedonia e Grecia. Questo è il principale vantaggio del Balkan Stream per noi, e spero di aver risposto alla tua domanda, Andrew. E’ stato un piacere raggiungervi nel vostro programma questa mattina.

Korybko: Grazie mille, Slobodan. E’ stato un onore avervi qui, l’apprezziamo davvero. Vi auguro un meraviglioso giorno.
Tomic: Anche a te.

macedonia-mapCopyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Corea del Sud cambia campo?

Andrew Korybko Sputnik 20/03/2015

Le recenti decisioni della Corea del Sud sollevano la questione se la sua leadership sia sempre più pragmatica nei rapporti con Pechino a spese di Washington.

korea-04La Corea del Sud è da tempo alleata degli Stati Uniti, ma il suo sostegno agli Stati Uniti non è più cieco come una volta. I crescenti legami economici con la Cina, attraverso il futuro accordo di libero scambio, rendono la politica estera del Paese più equilibrata, così come l’ambivalenza strategica verso il sistema di difesa antimissile THAAD degli Stati Uniti. Mentre la Corea del Sud non può cambiare completamente posizione, sembra seguire una traiettoria verso neutralità e pragmatismo, di per sé una sconfitta relativa del perno politico in Asia degli Stati Uniti.

Chi vuole cosa?
Diamo un rapido sguardo a ciò che ciascuno dei tre attori principali vuole realizzare, contribuendo a dare un quadro più chiaro del motivo per cui la Corea del Sud ha preso le ultime decisioni economiche e militari.

Stati Uniti:
Idealmente gli Stati Uniti vogliono integrare le 28000 truppe in Corea del Sud nella ‘Coalizione di Contenimento della Cina’ (CCC) che costruiscono nell’Estremo Oriente e nel Sud-Est asiatico. Vorrebbero prolungare la presenza militare nel Paese a tempo indeterminato e, auspicabilmente, far aderire la Corea del Sud ai piani del contenimento con la formalizzazione del rapporto militare tra Seoul, Washington e Tokyo. Gli Stati Uniti non hanno un vero interesse nel vedere le due Coree ricongiungersi, dato che ciò potrebbe probabilmente portare alla fine della presenza cinquantennale delle loro forze di occupazione.

Cina:
Il sogno di Pechino è vedere gli Stati Uniti abbandonare completamente la penisola coreana, ed il CCC abbandonato o neutralizzato. Non vuole alcuna destabilizzazione della penisola coreana, in quanto ciò inevitabilmente affliggerebbe la Cina stessa. Se le due Coree si riunificano, la Cina ne monitorerebbe cautamente gli sviluppi per garantirsi che la Corea unita non sia una minaccia economica o militare che può esserle rivolta contro un giorno. Eppure, Pechino preferirebbe che gli Stati Uniti lascino la penisola oggi e affrontare gli eventuali problemi sulla Corea, un domani unita, che avere il Pentagono provocare continuamente la Corea democratica, nel cortile della Cina.

Corea del Sud:
La cosa più importante per Seoul è la risoluzione dei due problemi della Corea democratica, vale a dire denuclearizzazione di Pyongyang e riunificazione. Idealmente, vorrebbe anche perseguire la sua storica ‘terza via’ tra i colossali vicini cinesi e giapponesi, comportando una politica di neutralità e stabilità. Mentre la Corea del Sud è stata ovviamente sotto l’intensa influenza statunitense dalla fine della seconda guerra mondiale, sembra desiderare una politica multipolare quale via più efficace per perseguire i propri obiettivi.

Decifrare le decisioni di Seoul
Ora è il momento di osservare le ultime quattro decisioni della Corea del Sud, che portano a parlare di potenziale perno (e contro di esso).

Ritardo indefinito dell’OpCon:
Stati Uniti e Corea del Sud hanno accettato lo scorso ottobre di ritardare il trasferimento del controllo delle operazioni in tempo di guerra (‘OpCon’) dagli USA a Seoul a tempo indeterminato, con l’idea che la Corea del Sud non sia attualmente in grado di comandare le proprie forze in caso di guerra. Ciò prolunga il controllo diretto degli USA sugli affari militari della Corea del Sud, il che significa che letteralmente ne controllerà le forze armate in caso di guerra con la Corea democratica o la Cina. Anche se la pace vigesse, le forze statunitensi non lasceranno il Paese ancora per un bel po’ difatti, una chiara vittoria di Washington.

L’accordo di libero scambio Cina-Corea del Sud:
Era naturale che le due parti raggiungessero l’accordo che entrerà in vigore a fine anno, dato che la Cina è il maggior partner commerciale della Corea del Sud e la Corea del Sud è il terzo della Cina. Secondo il South China Morning Post, “gli investimenti cinesi in Corea sono balzati del 374%, a 631 milioni di dollari dell’anno scorso dai 133 nel 2013”, in previsione dell’accordo, chiara dimostrazione del desiderio della Cina di espandere le relazioni commerciali con il Paese. Se le relazioni economiche s’intensificano la Corea del Sud potrebbe potenzialmente entrare nell’Area di libero scambio della Cina nella regione Asia-Pacifico (contraltare del TPP degli Stati Uniti), e anche nell’Investment Bank Infrastructure asiatica (la risposta cinese alla Banca Mondiale a guida occidentale, che ha invitato la Corea del Sud ad unirvisi se molla il THAAD), sarebbe un’enorme ritirata dell’influenza di Washington sulla penisola.

Abbandonare il THAAD:
La Corea del Sud è strategicamente ambivalente sul sistema di difesa antimissile THAAD degli Stati Uniti da schierare sul suo territorio. Seoul capisce acutamente che gli Stati Uniti vogliono semplicemente costruire la versione orientale del loro scudo antimissile, ospitandone le infrastrutture diverrebbe un complice del CCC. La Corea del Sud sembra dubitarne, sapendo che le relazioni con la Cina si deteriorerebbero più rapidamente di quelle della Polonia con la Russia dopo averne accettato la controparte in Europa orientale. Nel caso in cui la Corea del Sud decida di non diventare la ‘Polonia asiatica’, sarebbe un duro colpo al perno in Asia degli Stati Uniti.

…o esservi incastrati dopo?:
Ma gli Stati Uniti hanno un asso nella manica, avendo detto alla Corea del Sud di permetterne lo schieramento nel Paese in caso di vaghe “situazioni di emergenza”, che potrebbero realisticamente essere delle manipolate risposte nordcoreane alle provocazioni inscenate con le manovre USA-Corea del Sud (come di norma). Una volta che il THAAD sarà schierato nel Paese, non è probabile che riduca le tensioni, fornendo così agli Stati Uniti la possibilità di piazzare in segreto il loro scudo antimissile nel Paese.

Rimescolamento regionale
Oltre all’avvicinamento della Corea del Sud al multipolarismo, altre due tendenze non dichiarate trasformano la regione. Il peggioramento delle relazioni della Corea del Sud con il Giappone e l’avvicinamento della Corea democratica alla Russia. Il primo è il frutto del rinnovato nazionalismo e militarismo giapponese, mentre il secondo è dovuto alle manovre occulte tra Pyongyang e Pechino. Se perseguono tali rotte fino alle conclusioni logiche, queste tre tendenze regionali ridefiniranno il futuro quadro geopolitico del Nordest asiatico, comportando tre possibili sviluppi.

Ridimensionamento degli USA:
Anche se la presenza militare statunitense probabilmente rimarrà nel prossimo futuro, Washington non sarà più in grado d’influenzare la Corea del Sud come in precedenza, nel senso che il suo potere diminuirà relativamente.

Reindirizzo giapponese:
Il fallimento del Giappone nel ripristinare rapporti favorevoli con la Corea del Sud potrebbe rendere la CCC inefficace nel Nordest asiatico, e Tokyo quindi reindirizzerebbe la CCC a sud verso Vietnam e Filippine. Tokyo ha già pianificato tali mosse, ma con la Corea del Sud non più alleata vitale, vi concentrerà maggiori sforzi.

Colloqui di pace – parte II:
Con la Corea del Sud che si avvicinar alla Cina e la Corea democratica che fa lo stesso con la Russia, l’intera dinamica politica della penisola potrebbe mutare a un certo momento. Mentre in passato la dualità Corea democratica-Cina e Corea del Sud-Stati Uniti non ha portato la pace in oltre 50 anni, il nuovo accordo potrebbe essere più adatto a compiere progressi.

south-korea-mapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cina e Giappone nella lotta per la leadership regionale

Ekaterina Arapova New Eastern Outlook 09/03/2015

102111541-china-japan-islands-disputeAll’inizio del gennaio 2015 gli accordi bilaterali sul libero scambio tra Giappone e Australia sono entrati in vigore, mentre la Cina ha annunciato l’intenzione di firmare un accordo simile con l’Australia nel secondo trimestre del 2015. Si prevede che l’accordo entri in vigore alla fine del 2015. I negoziati per una zona di libero scambio tra Cina e Australia sono in corso dal 2006. Il desiderio della Cina di accelerare il processo per la firma dell’accordo può essere considerato non solo un tentativo di minimizzare i rischi sui proventi dell’esportazione del Paese, dovuti al riorientamento degli scambi con i vicini regionali a favore di nuove associazioni d’integrazione attuate senza la partecipazione della Cina, ma anche come tentativo di preservare la propria leadership commerciale nella regione asiatica, ampliando la rete di accordi bilaterali. L’entrata in vigore dell’accordo di libero scambio tra Australia e Giappone può diventare lo stimolo che mancava alla Cina in questi ultimi anni, accelerando in modo significativo i negoziati. La lotta tra Cina e Giappone per la leadership regionale e il ruolo di locomotiva della crescita economica e dell’integrazione dell’Asia orientale infuria dai primi anni 2000. Inoltre, va ammesso che il confronto delle due potenze ha dato un potente impulso ai processi d’integrazione nella regione. Negli anni 2000, l’oggetto principale della rivalità erano i Paesi ASEAN. Per la Cina, rafforzando la propria posizione nei mercati dell’ASEAN avrebbe dato una significativa spinta alla crescita, principalmente nel settore commerciale (i Paesi ASEAN sono un buon mercato per i prodotti cinesi), così come nell’espansione degli investimenti. Le azioni del Giappone per ampliare la cooperazione sarebbero state la “risposta” volta a dare un’alternativa alla politica economica estera della Cina. Fu la Cina che al vertice ASEAN+3 di Singapore nel novembre 2000 avviò la creazione di una zona di libero scambio, dopo di che fu firmato un accordo sulla creazione di una zona di libero scambio entro il 2010. Come si sa, l’associazione diventava operativa il 1 gennaio 2010. Il Giappone inoltre è da sempre uno dei principali partner economici dei Paesi dell’ASEAN, e l’attivismo della Cina preoccupa Tokyo per il possibile indebolimento della propria posizione regionale. All’inizio del 2002, quasi subito dopo la firma dell’accordo Cina-ASEAN sulla creazione della zona di libero scambio, il Primo ministro giapponese Koizumi visitò i cinque maggiori Stati membri dell’ASEAN, promuovendo il concetto poi noto come “Koizumi Initiative”. Il succo era rafforzare le relazioni commerciali e d’investimento del Giappone con i Paesi dell’ASEAN, per passare gradualmente alla firma di accordi di libero scambio, nonché creare una Comunità dell’Asia orientale con la partecipazione di Australia e Nuova Zelanda. Allo stesso tempo, il Giappone stipulava un accordo bilaterale di libero scambio nel 2002 con Singapore, nel 2006 con la Malesia, nel 2007 con la Thailandia e nel 2008 con Indonesia, Brunei e Filippine. I successivi processi di convergenza economica, secondo le indicazioni ASEAN-Cina e ASEAN-Giappone erano quasi gli stessi: si svolsero i vertici ASEAN-Cina e ASEAN-Giappone e furono firmati due accordi di partenariato/collaborazione economico globale.
Dal 2000, la supremazia nella lotta per la primazia come locomotiva dei processi di integrazione in Asia orientale passò al Giappone e poi alla Cina. Nel periodo pre-crisi 2008 il Giappone fu il principale partner strategico dell’ASEAN nel commercio e negli investimenti. La crisi del 2008-2009 cambiò la tendenza: gli indicatori dell’integrazione commerciale dell’ASEAN con la Cina salirono contro il declino corrispondente per il Giappone. Fino ad oggi, per numero di accordi bilaterali di libero scambio conclusi nel TAEG, il Giappone è in posizione di leadership, con 11 accordi bilaterali con i partner dell’APEC (su 20 possibili). La Cina ha concluso solo 5 di tali accordi. Tuttavia, nonostante la posizione regionale attiva, il Giappone da tempo ha perso lo status di leader commerciale regionale. Dal 2013 il totale delle esportazioni della Cina supera le esportazioni del Giappone di quasi 3 volte, e la bilancia commerciale è in attivo per circa 260 miliardi di dollari. Ciò in netto contrasto con il Giappone, che negli ultimi anni ha visto una bilancia commerciale cronicamente negativa. Nonostante la sempre favorevole struttura del commercio con l’estero (le importazioni sono ancora dominate da materie prime e prodotti di bassa tecnologia, il Giappone esporta principalmente prodotti industriali ad alta tecnologia), fino ad oggi obiettivo principale del Giappone è stata l’espansione degli investimenti esteri. L’economia del Paese può essere definita orientata agli investimenti, le entrate dagli investimenti esteri superano di gran lunga quelli dell’esportazione. Nel tentativo di rafforzare la posizione di leader regionale, la Cina negli ultimi anni ha intensificato gli sforzi non solo verso la conclusione di accordi bilaterali di libero scambio, ma anche per sviluppare una rete di accordi bilaterali di scambio valutario, anche con i partner dell’APEC, rafforzando capacità commerciale e internazionalizzazione del Renmimbi. In primo luogo, gli accordi valutari bilaterali sono uno strumento per promuovere i reciproci pagamenti commerciali, riducendone i costi. In secondo luogo, il sistema degli accordi di scambio valutario riduce i rischi associati alle fluttuazioni valutarie, contribuendo a migliorare la stabilità dei flussi commerciali. In terzo luogo, gli Stati aderenti della convenzione possono scegliere autonomamente la valuta per le transazioni, rendendosi meno dipendenti dalle valute di riserva mondiale, soprattutto dal dollaro USA. Oggi non è un segreto che la Cina persegua una politica attiva di de-dollarizzazione, cercando nel contempo di rafforzare la posizione dello Yuan nel sistema finanziario globale, ma anche stimolando la crescita dello scambio commerciale con i partner regionali. Allo stesso tempo, il Giappone, evidentemente, non dedica la stessa attenzione nel sviluppare il sistema di accordi valutari. Recentemente, Giappone e Repubblica di Corea hanno dichiarato l’indisponibilità a prolungare l’accordo bilaterale, scaduto a febbraio. Gli esperti l’attribuiscono a fattori non economici, dimostrando l’evidente fattibilità economica dell’iniziativa, e all’adozione di decisioni esclusivamente economiche sempre più influenzata dalla politica.
Mentre Giappone e Repubblica di Corea si danno lezioni di storia e si scambiano rivendicazioni, reagendo dolorosamente alle dichiarazioni sullo status dei propri cittadini durante la seconda guerra mondiale, la Cina continua a perseguire una politica di scambi ed espansione monetaria, concentrandosi principalmente sulla fattibilità economica delle iniziative esistenti, ottenendo un notevole successo.iht-heng-22-articleLargeEkaterina Arapova, PhD in scienze economiche, professoressa presso l’Istituto Statale di Mosca per le Relazioni Internazionali, Università del Ministero degli Affari Esteri della Russia, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia sbarca nella tenda dell’UE

MK Bhadrakumar Indian Punchline 26 febbraio 2015

WireAP_22239a7bc3094190bd426dca41294cb2Il significato dell’accordo firmato a Mosca che consente alle navi della Marina russa si sostare nei porti a Cipro si può prestare a nozioni esagerate su un patto militare tra i due Paesi, certamente non è così. D’altra parte, il profondo significato dell’accordo in termini politici, e la visita del presidente cipriota Nicos Anastasiades a Mosca, non può essere trascurato a Washington e capitali europee, in particolare Bruxelles dove ha sede l’Unione europea. In termini strategici, l’accordo non significa che la Russia stabilisce basi navali a Cipro. L’accordo prevede solo supporto giuridico alle navi della Marina russa che fanno scali regolari a Cipro. In termini militari, tuttavia, la Marina militare russa avrà sempre garantito tale accesso quando la sua unica base di manutenzione sembra essere Tartus, in Siria, coinvolta nel profondo continuo travaglio. In poche parole, le operazioni nel Mediterraneo della Flotta del Mar Nero avranno solide basi, con il sostegno di Cipro. Allo stesso modo, la Russia crea la cooperazione militare con un Paese in cui la Gran Bretagna ha una base militare. Ci sono notizie secondo cui anche la Cina parlerà con Cipro per avere strutture simili a quelle che la Russia si è assicurata. Tuttavia, molto più della cooperazione militare russo-cipriota è presente. La visita di Anastasiades a Mosca ha anche un enorme aspetto geopolitico in cui molte correnti trasversali operano. Per cominciare, Cipro è un Paese membro dell’UE che rafforza i legami con la Russia, attualmente bersaglio delle sanzioni dell’UE. Anastasiades, infatti, ha provocatoriamente messo in discussione la logica delle sanzioni occidentali contro la Russia.
Negli ultimi quindici giorni Cipro è diventato il secondo Stato membro dell’Unione europea, dopo la visita del Presidente Vladimir Putin in Ungheria, a mostrare pubblicamente dissenso e risentimento verso le sanzioni occidentali, sponsorizzate dagli USA, contro la Russia. Come l’Ungheria, anzi, molto più dell’Ungheria, Cipro ha forti ragioni per assicurarsi la cooperazione con la Russia. Circa l’80% degli investimenti esteri a Cipro è russo. Mosca ha dato un grosso aiuto a Cipro nel superare la crisi finanziaria, fornendo un prestito di 2,5 miliardi di euro nel 2011 (e questa settimana ha tagliato il tasso di interesse annuo dal 4,5% al 2,5%, oltre a prorogare il periodo di riscatto dal 2016 al 2018-2021), oltre ad aiutare Cipro ad organizzare con successo la sua prima emissione di Eurobond sovrani, dopo la crisi, per 750 milioni di euro. Si stima che il denaro che fluisce dalla Russia a Cipro superasse i 200 miliardi di dollari nel periodo 1994-2011. La qualità del rapporto russo-cipriota appare evidente nei commenti di Putin ai media a Mosca, mentre dava il benvenuto ad Anastasiades. In fondo sarà dura per Washington, nel prossimo periodo, radunare i Paesi dell’UE nella strategia di contenimento degli Stati Uniti contro la Russia. L’emergere del governo di sinistra in Grecia (mentore di Cipro), accreditato di forti legami con ideologi russi, già irrita Washington. Ungheria e Grecia sono anche membri della NATO. Così in effetti anche la Turchia, che si è anche avvicinata a Mosca negli ultimi anni quasi in proporzione diretta con le tensioni apparse nel rapporto tra Washington e Ankara. In effetti, ad uno sguardo più attento, un ambito di grande complessità compare, suggerendo che tagliare il cordone ombelicale che lega la Russia ‘post-sovietica’ all’Europa sarà un compito titanico per la diplomazia degli Stati Uniti. Ma non per questo mancano tentativi, come testimonia l’ultimo sforzo della burocrazia dell’UE, sostenuto dagli Stati Uniti, d’integrare il mercato energetico del blocco con il singolare intento di ‘centralizzare’ e controllare i legami energetici della Russia con i singoli Stati membri. Ma il punto è che la Russia diventa un attivo globalizzatore, battendo gli Stati Uniti nel loro gioco, ed intende continuarvi.
Tornando alla partnership russo-cipriota, alcuni altri modelli di politica regionale vanno notati. Innanzitutto i legami energetici. Cipro possiede vasti giacimenti di gas naturale offshore non sfruttati nel Mediterraneo orientale. Le compagnie petrolifere russe sperano di entrate nel settore energetico di Cipro, attualmente dominato da aziende statunitensi. Anastasias ha chiaramente invitato le aziende energetiche russe a parteciparvi. Ora, i giacimenti di gas di Cipro sono contigui alla zona economica della Siria, che ha anche giacimenti di idrocarburi non sfruttati. I giacimenti di gas ciprioti e israeliani s’intersecano, come per Qatar e Iran. L’esportazione del gas di Cipro in Europa sarebbe una priorità statunitense con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dell’Europa dalla Russia. D’altra parte, il tracciato del gasdotto ideale da Cipro passerebbe per la Turchia, con cui Cipro non ha rapporti dall’occupazione del nord di Cipro da parte turca nel 1974. Washington incoraggia profondamente la riconciliazione turco-cipriota, i colloqui sono ripresi all’inizio di febbraio dopo due anni di pausa, ma l’opinione pubblica cipriota è fortemente contraria ad accettare la presenza della Turchia nel nord di Cipro. La situazione di stallo è difficile da rompere. Ciò richiederà alla Russia d’intervenire come partner energetico di Cipro. La Russia inoltre sostiene i colloqui con la Turchia sul nuovo gasdotto dal Mar Nero (sostituendo il South Stream, che Mosca ha sommariamente abbandonato) ai Paesi dell’Europa sud-orientale. Chiaramente, la politica energetica della regione del Mediterraneo orientale avanza e la Russia vi è presente quasi ovunque. Tutto sommato, dopo essersi assicurato una posizione di forza in Ucraina, la Russia torna sulla scena mondiale raccogliendo i fili tralasciati. La visita di Putin in Egitto e quella di Anastasiades a Mosca indicano che la diplomazia russa non è sulla difensiva, né che la Russia sia impantanata in Ucraina.TURKEY-RUSSIA-SYRIA-CONFLICT-DIPLOMACYTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La svolta di Putin e dell’Iran

F. William Engdahl New Eastern Outlook 22/02/201510904459Le dinamiche della politica estera russa dopo che gli Stati Uniti hanno dichiarato de facto la guerra delle sanzioni finanziarie ed economiche alla Russia, sono impressionanti, per usare un eufemismo. Se sarà sufficiente a spezzare l’assedio economico di Washington e aprire la via ad una vera economia globale alternativa alla bancarotta del sistema del dollaro USA, non è ancora chiaro. Ciò che è chiaro è che Vladimir Putin e la fazione dei baroni industriali che ha deciso di sostenerlo, non sono spaventati. L’ultimo esempio è la visita del ministro della Difesa russo a Teheran, concludendo importanti accordi di cooperazione militare con l’Iran. Le implicazioni per entrambi i Paesi, così come il futuro dell’Eurasia, sono potenzialmente enormi. Il 20 gennaio a Teheran, Russia e Iran hanno firmato un accordo di cooperazione militare. Il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu e il ministro della Difesa e Logistica iraniano Hossein Dehghan hanno firmato il nuovo accordo. Commentandone il significato, Shojgu ha dichiarato, “è stata posta la base teorica della cooperazione militare“, aggiungendo che i due Paesi hanno deciso “una cooperazione bilaterale su attuazione e promozione dell’incremento delle capacità militari delle forze armate dei nostri Paesi“. I due hanno anche concordato “l’importanza della necessità di sviluppare la cooperazione tra Russia e Iran nella lotta all’ingerenza negli affari regionali di forze esterne, è stata inquadrata“, ha dichiarato il Ministro della Difesa iraniano Dehghan. Per assicurarsi che nessuno lo fraintendesse, aggiungeva che la ragione dell’aggravarsi della situazione nella regione era la politica degli Stati Uniti “d’intromissione negli affari interni di altri Paesi”. L’avvicinamento dei due Paesi eurasiatici, che si affacciano sullo strategico Mar Caspio, ha enormi implicazioni nella geopolitica globale. L’amministrazione Obama ha cercato di corteggiare l’Iran con il bastone (sanzioni economiche) e la carota (promessa di toglierle) negli ultimi diciotto mesi affinché Teheran facesse concessioni importanti sul suo programma nucleare. Fino a poco tempo prima, nonostante le sanzioni degli Stati Uniti per l’Ucraina, la Russia era disposta a mostrare “buona fede” verso Washington partecipando al negoziato 5+1 sul nucleare con l’Iran, convincendo Teheran a fare concessioni importanti sul suo programma nucleare, in cui la Russia ha completato la centrale nucleare di Bushehr, la prima in Medio Oriente. Questa fase è chiaramente finita e la mano dell’Iran nei negoziati con Stati Uniti, Francia, Germania, Regno Unito è ora più forte, sanzioni o meno.

Iran, Siria e guerra delle pipeline
Per Washington, la pressione nucleare rientra nel tentativo di costringere l’Iran ad abbandonare l’alleato Bashar al-Assad in Siria, aprendo la via al Qatar, stretto alleato dell’Arabia Saudita e sito del maggiore giacimento di gas naturale del mondo, nel Golfo Persico. Il Qatar, primo finanziatore dei terroristi del SIIL addestrati da statunitensi ed israeliani in Siria e Iraq, vuole esportare il suo gas nell’UE attraverso Siria e Turchia. L’Iran, che detiene l’altra parte dell’enorme giacimento di gas del Golfo Persico, il North Pars, al largo delle sue coste, ha firmato un accordo per un oleodotto strategico con Assad e l’Iraq nel giugno 2011, per costruire il nuovo gasdotto Iran-Iraq-Siria di 1500 chilometri dal grande giacimento di gas ad Asaluyeh, porto iraniano nei pressi di South Pars e Damasco in Siria. Da lì il gasdotto arriverebbe via Libano sul Mediterraneo orientale e al grande mercato europeo del gas. L’hanno chiamato “gasdotto islamico”. Il volume di gas dell’Iran sarebbe modesto rispetto all’originale gasdotto South Stream di Gazprom della Russia. Si stima che circa 20 miliardi di metri cubi all’anno rimarrebbero, dopo il consumo locale (pre-guerra in Siria) per il gasdotto Iran-Iraq-Siria per l’Europa, rispetto ai 63 miliardi di South Stream. Il Qatar ne uscirebbe perdente. Al Qatar, Paese sunnita che finanzia SIIL, Fratelli musulmani e altri jihadisti, non piace l’idea. Il Qatar avvicinò Assad nel 2009 proponendo la pipeline Qatar-Siria per l’Unione europea attraverso la Turchia, ma fu respinto di netto. Assad disse che le sue relazioni con Russia e Gazprom erano più importanti. Fu solo al momento della firma sul gasdotto islamico Iran-Iraq-Siria nel giugno 2011, che Washington, Arabia Saudita e Qatar decisero di lanciare la grande guerra per rovesciare Assad e sostituirlo con un regime sunnita amico di Qatar e Washington. Difficilmente una coincidenza.

Stretti legami militari tra Iran e Russia
Oggi la Russia di Putin e l’Iran sono solidi alleati della Siria di Assad nella guerra per liberare la Siria dai terroristi del SIIL addestrati dagli Stati Uniti. Tuttavia, la collaborazione tra Mosca e Teheran è stata cauta finora. Nel 2010, quando era presidente, responsabile della politica estera e di difesa russa, Dmitrij Medvedev fece molte mosse concilianti per mettersi sul “lato buono” di Washington. Era l’epoca dello stupido “Reset” nelle relazioni USA-Russia di Hillary Clinton dopo che Putin aveva lasciato e Obama era appena divenuto un “pacifista democratico”. Una delle mosse più costose di Medvedev fu la firma del decreto del Presidente della Repubblica nel settembre 2010 per sostenere il bando dell’ONU sponsorizzato dagli USA sulle vendite di armi all’Iran, nell’ambito delle sanzioni USA contro il presunto programma di armi nucleari dell’Iran. Il costo del bando russo per le industrie militari fu pari ai 13 miliardi di dollari di fatturato militare-tecnico con l’Iran negli ultimi anni, secondo una stima da parte del Centro per l’Analisi del mondiale sul commercio delle armi (CAWAT). Il decreto di Medvedev vietava vendite militari della Russia all’Iran, compreso il trasferimento di armi all’Iran al di fuori dei confini russi o con aerei o navi sotto bandiera dello Stato russo. Medvedev inoltre retroattivamente annullò l’acquisto prepagato dall’Iran dei sofisticati sistemi missilistici superficie-aria russi SAM S-300. L’Iran quindi citò in giudizio la Rosoboronexport russa presso la Corte di conciliazione e di arbitrato dell’OSCE a Ginevra. Fino ad oggi il problema degli S-300 era stato un importante pomo della discordia tra Teheran e Mosca. Ora, secondo un rapporto di DebkaFile.com, sito collegabile all’intelligence israeliana, la Russia ha accettato non solo di fornire i sistemi missilistici S-300 che l’Iran ha acquistato nel 2007. La Russia gli consegnerà anche gli avanzati sistemi missilistici S-400. Citando il ministero della Difesa iraniano, il Colonnello-Generale Leonid Ivashov, ex-funzionario del Ministero della Difesa russo, ha aggiunto: “I due Paesi hanno deciso di risolvere il problema dell’S-300: un passo è stato compiuto verso la cooperazione su economia e tecnologie bellica, almeno per sistemi difensivi come S-300 e S-400“. Gli specialisti militari dicono che l’S-400 è di gran lunga superiore ai missili degli USA Patriot PAC-3. Si crede siano il primo sistema al mondo che può utilizzare selettivamente diversi tipi di missili dei sistemi SAM precedentemente sviluppati che dei nuovi e unici SAM; un sistema mobile dal difficile il rilevamento e che può colpire i bombardieri strategici come B-1 e B-52H; aerei da guerra elettronica come EF-111A e EA-6; aerei da ricognizione come il TR-1; gli aerei radar come E-3A e E-2C; caccia come F-15 ed F-16; aerei Stealth come il B-2; missili da crociera strategici come il Tomahawk e missili balistici con gittata fino a 3500 km. Inoltre, il più colossale spreco del Pentagono, ad oggi, il Lockheed Martin F-35 Joint Strike Fighter, non è progettato per penetrare le difese dei sistemi S-300P/S-400. Oops… L’F-35 degli Stati Uniti può trasportare armi nucleari e doveva essere il “caccia del futuro” quando fu avviato nel 2001, quando Rumsfeld era al Pentagono. Con un decennio di ritardo, sforando del 100% il budget, costerà 1500 miliardi di dollari nella sua vita utile, di cui circa 400 miliardi già spesi. Solo due anni fa gli obbligatori tagli della difesa con il “sequestro” di Obama, hanno affettato i piani sull’F-35 e altri progetti-mangiatoia del Pentagono. Ora, utilizzando il SIIL in Siria e Iraq e il “conflitto” in Ucraina con la Russia, l’ultimo bilancio della difesa di Obama prevede oltre 35 miliardi di dollari da salvare dalle dovute riduzioni con il sequestro. Le crisi Ucraina e del SIIL sembrano aver salvato il complesso militare industriale degli Stati Uniti nel momento giusto…
Se il rapporto di DEBKAfile sul sistema missilistico S-400 all’Iran è vero, e certamente sembra esserlo, allora la geopolitica dell’intera battaglia dell’amministrazione Obama contro Russia Iran, Siria e presto Cina, è davvero stupidissima. La battaglia è guidata dai falchi ottusi del presidente Obama, come la consigliera del NSC Susan Rice. Sembrano incapaci di cogliere le connessioni tra gli eventi, e quindi, per definizione, non sono persone intelligenti, ma istruite dal complesso militare-industriale statunitense, ben evidenziato dalla Lockheed Martin primo contraente del disastroso F-35, e guidate dalla ricchissima oligarchia drogata dal potere che pensa di possedere il mondo. In realtà, come testimoniano i recenti avvenimenti, perde quel mondo che pensa di controllare con la sua stupidità. Alcuni la chiamano legge delle conseguenze non intenzionali.

russia-iranF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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