La Russia sbarca nella tenda dell’UE

MK Bhadrakumar Indian Punchline 26 febbraio 2015

WireAP_22239a7bc3094190bd426dca41294cb2Il significato dell’accordo firmato a Mosca che consente alle navi della Marina russa si sostare nei porti a Cipro si può prestare a nozioni esagerate su un patto militare tra i due Paesi, certamente non è così. D’altra parte, il profondo significato dell’accordo in termini politici, e la visita del presidente cipriota Nicos Anastasiades a Mosca, non può essere trascurato a Washington e capitali europee, in particolare Bruxelles dove ha sede l’Unione europea. In termini strategici, l’accordo non significa che la Russia stabilisce basi navali a Cipro. L’accordo prevede solo supporto giuridico alle navi della Marina russa che fanno scali regolari a Cipro. In termini militari, tuttavia, la Marina militare russa avrà sempre garantito tale accesso quando la sua unica base di manutenzione sembra essere Tartus, in Siria, coinvolta nel profondo continuo travaglio. In poche parole, le operazioni nel Mediterraneo della Flotta del Mar Nero avranno solide basi, con il sostegno di Cipro. Allo stesso modo, la Russia crea la cooperazione militare con un Paese in cui la Gran Bretagna ha una base militare. Ci sono notizie secondo cui anche la Cina parlerà con Cipro per avere strutture simili a quelle che la Russia si è assicurata. Tuttavia, molto più della cooperazione militare russo-cipriota è presente. La visita di Anastasiades a Mosca ha anche un enorme aspetto geopolitico in cui molte correnti trasversali operano. Per cominciare, Cipro è un Paese membro dell’UE che rafforza i legami con la Russia, attualmente bersaglio delle sanzioni dell’UE. Anastasiades, infatti, ha provocatoriamente messo in discussione la logica delle sanzioni occidentali contro la Russia.
Negli ultimi quindici giorni Cipro è diventato il secondo Stato membro dell’Unione europea, dopo la visita del Presidente Vladimir Putin in Ungheria, a mostrare pubblicamente dissenso e risentimento verso le sanzioni occidentali, sponsorizzate dagli USA, contro la Russia. Come l’Ungheria, anzi, molto più dell’Ungheria, Cipro ha forti ragioni per assicurarsi la cooperazione con la Russia. Circa l’80% degli investimenti esteri a Cipro è russo. Mosca ha dato un grosso aiuto a Cipro nel superare la crisi finanziaria, fornendo un prestito di 2,5 miliardi di euro nel 2011 (e questa settimana ha tagliato il tasso di interesse annuo dal 4,5% al 2,5%, oltre a prorogare il periodo di riscatto dal 2016 al 2018-2021), oltre ad aiutare Cipro ad organizzare con successo la sua prima emissione di Eurobond sovrani, dopo la crisi, per 750 milioni di euro. Si stima che il denaro che fluisce dalla Russia a Cipro superasse i 200 miliardi di dollari nel periodo 1994-2011. La qualità del rapporto russo-cipriota appare evidente nei commenti di Putin ai media a Mosca, mentre dava il benvenuto ad Anastasiades. In fondo sarà dura per Washington, nel prossimo periodo, radunare i Paesi dell’UE nella strategia di contenimento degli Stati Uniti contro la Russia. L’emergere del governo di sinistra in Grecia (mentore di Cipro), accreditato di forti legami con ideologi russi, già irrita Washington. Ungheria e Grecia sono anche membri della NATO. Così in effetti anche la Turchia, che si è anche avvicinata a Mosca negli ultimi anni quasi in proporzione diretta con le tensioni apparse nel rapporto tra Washington e Ankara. In effetti, ad uno sguardo più attento, un ambito di grande complessità compare, suggerendo che tagliare il cordone ombelicale che lega la Russia ‘post-sovietica’ all’Europa sarà un compito titanico per la diplomazia degli Stati Uniti. Ma non per questo mancano tentativi, come testimonia l’ultimo sforzo della burocrazia dell’UE, sostenuto dagli Stati Uniti, d’integrare il mercato energetico del blocco con il singolare intento di ‘centralizzare’ e controllare i legami energetici della Russia con i singoli Stati membri. Ma il punto è che la Russia diventa un attivo globalizzatore, battendo gli Stati Uniti nel loro gioco, ed intende continuarvi.
Tornando alla partnership russo-cipriota, alcuni altri modelli di politica regionale vanno notati. Innanzitutto i legami energetici. Cipro possiede vasti giacimenti di gas naturale offshore non sfruttati nel Mediterraneo orientale. Le compagnie petrolifere russe sperano di entrate nel settore energetico di Cipro, attualmente dominato da aziende statunitensi. Anastasias ha chiaramente invitato le aziende energetiche russe a parteciparvi. Ora, i giacimenti di gas di Cipro sono contigui alla zona economica della Siria, che ha anche giacimenti di idrocarburi non sfruttati. I giacimenti di gas ciprioti e israeliani s’intersecano, come per Qatar e Iran. L’esportazione del gas di Cipro in Europa sarebbe una priorità statunitense con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dell’Europa dalla Russia. D’altra parte, il tracciato del gasdotto ideale da Cipro passerebbe per la Turchia, con cui Cipro non ha rapporti dall’occupazione del nord di Cipro da parte turca nel 1974. Washington incoraggia profondamente la riconciliazione turco-cipriota, i colloqui sono ripresi all’inizio di febbraio dopo due anni di pausa, ma l’opinione pubblica cipriota è fortemente contraria ad accettare la presenza della Turchia nel nord di Cipro. La situazione di stallo è difficile da rompere. Ciò richiederà alla Russia d’intervenire come partner energetico di Cipro. La Russia inoltre sostiene i colloqui con la Turchia sul nuovo gasdotto dal Mar Nero (sostituendo il South Stream, che Mosca ha sommariamente abbandonato) ai Paesi dell’Europa sud-orientale. Chiaramente, la politica energetica della regione del Mediterraneo orientale avanza e la Russia vi è presente quasi ovunque. Tutto sommato, dopo essersi assicurato una posizione di forza in Ucraina, la Russia torna sulla scena mondiale raccogliendo i fili tralasciati. La visita di Putin in Egitto e quella di Anastasiades a Mosca indicano che la diplomazia russa non è sulla difensiva, né che la Russia sia impantanata in Ucraina.TURKEY-RUSSIA-SYRIA-CONFLICT-DIPLOMACYTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La svolta di Putin e dell’Iran

F. William Engdahl New Eastern Outlook 22/02/201510904459Le dinamiche della politica estera russa dopo che gli Stati Uniti hanno dichiarato de facto la guerra delle sanzioni finanziarie ed economiche alla Russia, sono impressionanti, per usare un eufemismo. Se sarà sufficiente a spezzare l’assedio economico di Washington e aprire la via ad una vera economia globale alternativa alla bancarotta del sistema del dollaro USA, non è ancora chiaro. Ciò che è chiaro è che Vladimir Putin e la fazione dei baroni industriali che ha deciso di sostenerlo, non sono spaventati. L’ultimo esempio è la visita del ministro della Difesa russo a Teheran, concludendo importanti accordi di cooperazione militare con l’Iran. Le implicazioni per entrambi i Paesi, così come il futuro dell’Eurasia, sono potenzialmente enormi. Il 20 gennaio a Teheran, Russia e Iran hanno firmato un accordo di cooperazione militare. Il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu e il ministro della Difesa e Logistica iraniano Hossein Dehghan hanno firmato il nuovo accordo. Commentandone il significato, Shojgu ha dichiarato, “è stata posta la base teorica della cooperazione militare“, aggiungendo che i due Paesi hanno deciso “una cooperazione bilaterale su attuazione e promozione dell’incremento delle capacità militari delle forze armate dei nostri Paesi“. I due hanno anche concordato “l’importanza della necessità di sviluppare la cooperazione tra Russia e Iran nella lotta all’ingerenza negli affari regionali di forze esterne, è stata inquadrata“, ha dichiarato il Ministro della Difesa iraniano Dehghan. Per assicurarsi che nessuno lo fraintendesse, aggiungeva che la ragione dell’aggravarsi della situazione nella regione era la politica degli Stati Uniti “d’intromissione negli affari interni di altri Paesi”. L’avvicinamento dei due Paesi eurasiatici, che si affacciano sullo strategico Mar Caspio, ha enormi implicazioni nella geopolitica globale. L’amministrazione Obama ha cercato di corteggiare l’Iran con il bastone (sanzioni economiche) e la carota (promessa di toglierle) negli ultimi diciotto mesi affinché Teheran facesse concessioni importanti sul suo programma nucleare. Fino a poco tempo prima, nonostante le sanzioni degli Stati Uniti per l’Ucraina, la Russia era disposta a mostrare “buona fede” verso Washington partecipando al negoziato 5+1 sul nucleare con l’Iran, convincendo Teheran a fare concessioni importanti sul suo programma nucleare, in cui la Russia ha completato la centrale nucleare di Bushehr, la prima in Medio Oriente. Questa fase è chiaramente finita e la mano dell’Iran nei negoziati con Stati Uniti, Francia, Germania, Regno Unito è ora più forte, sanzioni o meno.

Iran, Siria e guerra delle pipeline
Per Washington, la pressione nucleare rientra nel tentativo di costringere l’Iran ad abbandonare l’alleato Bashar al-Assad in Siria, aprendo la via al Qatar, stretto alleato dell’Arabia Saudita e sito del maggiore giacimento di gas naturale del mondo, nel Golfo Persico. Il Qatar, primo finanziatore dei terroristi del SIIL addestrati da statunitensi ed israeliani in Siria e Iraq, vuole esportare il suo gas nell’UE attraverso Siria e Turchia. L’Iran, che detiene l’altra parte dell’enorme giacimento di gas del Golfo Persico, il North Pars, al largo delle sue coste, ha firmato un accordo per un oleodotto strategico con Assad e l’Iraq nel giugno 2011, per costruire il nuovo gasdotto Iran-Iraq-Siria di 1500 chilometri dal grande giacimento di gas ad Asaluyeh, porto iraniano nei pressi di South Pars e Damasco in Siria. Da lì il gasdotto arriverebbe via Libano sul Mediterraneo orientale e al grande mercato europeo del gas. L’hanno chiamato “gasdotto islamico”. Il volume di gas dell’Iran sarebbe modesto rispetto all’originale gasdotto South Stream di Gazprom della Russia. Si stima che circa 20 miliardi di metri cubi all’anno rimarrebbero, dopo il consumo locale (pre-guerra in Siria) per il gasdotto Iran-Iraq-Siria per l’Europa, rispetto ai 63 miliardi di South Stream. Il Qatar ne uscirebbe perdente. Al Qatar, Paese sunnita che finanzia SIIL, Fratelli musulmani e altri jihadisti, non piace l’idea. Il Qatar avvicinò Assad nel 2009 proponendo la pipeline Qatar-Siria per l’Unione europea attraverso la Turchia, ma fu respinto di netto. Assad disse che le sue relazioni con Russia e Gazprom erano più importanti. Fu solo al momento della firma sul gasdotto islamico Iran-Iraq-Siria nel giugno 2011, che Washington, Arabia Saudita e Qatar decisero di lanciare la grande guerra per rovesciare Assad e sostituirlo con un regime sunnita amico di Qatar e Washington. Difficilmente una coincidenza.

Stretti legami militari tra Iran e Russia
Oggi la Russia di Putin e l’Iran sono solidi alleati della Siria di Assad nella guerra per liberare la Siria dai terroristi del SIIL addestrati dagli Stati Uniti. Tuttavia, la collaborazione tra Mosca e Teheran è stata cauta finora. Nel 2010, quando era presidente, responsabile della politica estera e di difesa russa, Dmitrij Medvedev fece molte mosse concilianti per mettersi sul “lato buono” di Washington. Era l’epoca dello stupido “Reset” nelle relazioni USA-Russia di Hillary Clinton dopo che Putin aveva lasciato e Obama era appena divenuto un “pacifista democratico”. Una delle mosse più costose di Medvedev fu la firma del decreto del Presidente della Repubblica nel settembre 2010 per sostenere il bando dell’ONU sponsorizzato dagli USA sulle vendite di armi all’Iran, nell’ambito delle sanzioni USA contro il presunto programma di armi nucleari dell’Iran. Il costo del bando russo per le industrie militari fu pari ai 13 miliardi di dollari di fatturato militare-tecnico con l’Iran negli ultimi anni, secondo una stima da parte del Centro per l’Analisi del mondiale sul commercio delle armi (CAWAT). Il decreto di Medvedev vietava vendite militari della Russia all’Iran, compreso il trasferimento di armi all’Iran al di fuori dei confini russi o con aerei o navi sotto bandiera dello Stato russo. Medvedev inoltre retroattivamente annullò l’acquisto prepagato dall’Iran dei sofisticati sistemi missilistici superficie-aria russi SAM S-300. L’Iran quindi citò in giudizio la Rosoboronexport russa presso la Corte di conciliazione e di arbitrato dell’OSCE a Ginevra. Fino ad oggi il problema degli S-300 era stato un importante pomo della discordia tra Teheran e Mosca. Ora, secondo un rapporto di DebkaFile.com, sito collegabile all’intelligence israeliana, la Russia ha accettato non solo di fornire i sistemi missilistici S-300 che l’Iran ha acquistato nel 2007. La Russia gli consegnerà anche gli avanzati sistemi missilistici S-400. Citando il ministero della Difesa iraniano, il Colonnello-Generale Leonid Ivashov, ex-funzionario del Ministero della Difesa russo, ha aggiunto: “I due Paesi hanno deciso di risolvere il problema dell’S-300: un passo è stato compiuto verso la cooperazione su economia e tecnologie bellica, almeno per sistemi difensivi come S-300 e S-400“. Gli specialisti militari dicono che l’S-400 è di gran lunga superiore ai missili degli USA Patriot PAC-3. Si crede siano il primo sistema al mondo che può utilizzare selettivamente diversi tipi di missili dei sistemi SAM precedentemente sviluppati che dei nuovi e unici SAM; un sistema mobile dal difficile il rilevamento e che può colpire i bombardieri strategici come B-1 e B-52H; aerei da guerra elettronica come EF-111A e EA-6; aerei da ricognizione come il TR-1; gli aerei radar come E-3A e E-2C; caccia come F-15 ed F-16; aerei Stealth come il B-2; missili da crociera strategici come il Tomahawk e missili balistici con gittata fino a 3500 km. Inoltre, il più colossale spreco del Pentagono, ad oggi, il Lockheed Martin F-35 Joint Strike Fighter, non è progettato per penetrare le difese dei sistemi S-300P/S-400. Oops… L’F-35 degli Stati Uniti può trasportare armi nucleari e doveva essere il “caccia del futuro” quando fu avviato nel 2001, quando Rumsfeld era al Pentagono. Con un decennio di ritardo, sforando del 100% il budget, costerà 1500 miliardi di dollari nella sua vita utile, di cui circa 400 miliardi già spesi. Solo due anni fa gli obbligatori tagli della difesa con il “sequestro” di Obama, hanno affettato i piani sull’F-35 e altri progetti-mangiatoia del Pentagono. Ora, utilizzando il SIIL in Siria e Iraq e il “conflitto” in Ucraina con la Russia, l’ultimo bilancio della difesa di Obama prevede oltre 35 miliardi di dollari da salvare dalle dovute riduzioni con il sequestro. Le crisi Ucraina e del SIIL sembrano aver salvato il complesso militare industriale degli Stati Uniti nel momento giusto…
Se il rapporto di DEBKAfile sul sistema missilistico S-400 all’Iran è vero, e certamente sembra esserlo, allora la geopolitica dell’intera battaglia dell’amministrazione Obama contro Russia Iran, Siria e presto Cina, è davvero stupidissima. La battaglia è guidata dai falchi ottusi del presidente Obama, come la consigliera del NSC Susan Rice. Sembrano incapaci di cogliere le connessioni tra gli eventi, e quindi, per definizione, non sono persone intelligenti, ma istruite dal complesso militare-industriale statunitense, ben evidenziato dalla Lockheed Martin primo contraente del disastroso F-35, e guidate dalla ricchissima oligarchia drogata dal potere che pensa di possedere il mondo. In realtà, come testimoniano i recenti avvenimenti, perde quel mondo che pensa di controllare con la sua stupidità. Alcuni la chiamano legge delle conseguenze non intenzionali.

russia-iranF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Un’altra teoria della cospirazione diventa realtà: il collasso del petrolio per spezzare il controllo russo sulla Siria

Tyler Durden Zerohedge 03/02/2015

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Ti prego diventa il mio spacciatore di petrolio! Gente! Vi dispiacerebbe essere un pochino come lui?!

Mentre i mercati ancora discutono se il prezzo del petrolio sia più influenzato dall’estrazione di greggio, o da mancanza di domanda, o sia solo un momento di compressione nella ricerca degli algoritmi dell’HFT che acquistano millisecondi prima delle 14:30, portiamo l’attenzione dei lettori su ciò che qualche mese fa fu indicata come greve teoria della cospirazione. Allora scrivemmo di una certa visita di John Kerry in Arabia Saudita, l’11 settembre di sempre, per negoziare un accordo segreto con l’ormai defunto re Abdullah, per avere “via libera agli attacchi aerei contro il SIIL, o meglio, parti di Iraq e Siria“. Non sorprende, ancora una volta che il destino di Assad fosse merce di scambio dei sauditi con gli Stati Uniti, perché lanciare l’incursione sul territorio sovrano siriano, “richiese mesi di lavoro sotterraneo tra Stati Uniti e capi arabi, concordando sulla necessità di cooperare contro lo Stato islamico, ma non su come e quando. Il processo diede ai sauditi la leva per estorcere un rinnovato impegno degli Stati Uniti a rinforzare i ribelli che combattono Assad, la cui scomparsa i sauditi vedono ancora come priorità assoluta“. Concludemmo: “Detto altrimenti, la libbra di carne pretesa dall’Arabia Saudita per “benedire” gli attacchi aerei degli Stati Uniti e farli apparire come atto di una qualche coalizione, è la rimozione del regime di Assad. Perché? Come abbiamo spiegato l’anno scorso, permettere alle aziende dei grandi giacimenti di gas del Qatar di raggiungere l’Europa, incidentalmente anche desiderio degli USA; quale modo migliore per punire Putin, per le sue azioni, che spezzare la leva principale che il Cremlino ha in Europa?” Perché alla fine, si tratta di energia. Chiarimmo il mese dopo, quando a metà ottobre dicemmo, “Se il crollo del petrolio continua” sarà il panico “per le nostre aziende dello scisto”. Il momento del panico è iniziato da tempo, ma solo dopo aver tracciato il problema in modo sufficientemente chiaro per tutti: “…Mentre abbiamo capito che l’Arabia Saudita segue una strategia del dumping per punire il Cremlino, secondo l'”accordo” con la Casa Bianca di Obama, molto presto ci sarà una comunità dello scisto assai rumorosa, insolvente ed interna che chiederà risposte dall’amministrazione Obama, mentre ancora una volta i “costi” per punire la Russia paralizzano l’unica industria veramente vitale sotto tale presidenza. Come promemoria, l’ultima volta che Obama ha minacciato la Russia di un “prezzo”, ha mandato l’Europa in tripla-recessione. Sarebbe davvero il coronamento della carriera di Obama se, incredibilmente, riuscisse a mandare in bancarotta anche il “miracolo” dello scisto degli Stati Uniti”. Naturalmente, tutto ciò rientra nel complottismo, perché l’ultima cosa che l’amministrazione ammetterebbe è che il compromesso con l’Arabia Saudita per l’attuazione della (fallita) politica Estera sul SIIL (divenuta campagna della coalizione) è mettere a rischio l’intero miracolo del scisto degli USA, un miracolo che evapora davanti a tutti. E tutto grazie al “più vicino” degli alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente: l’Arabia Saudita. Era complottismo, finora, ma quando grazie al men che meno “foglio avvolgente” NYT un’altra teoria della cospirazione diventa realtà, con un articolo secondo cui “l’Arabia Saudita cerca di fare pressione sulla Russia del Presidente Vladimir V. Putin per farne abbandonare il sostegno alla Siria del Presidente Bashar al-Assad, dominando i mercati petroliferi globali mentre il governo russo si riprende dagli effetti del crollo dei prezzi del petrolio”.
Dal NYT: “Arabia Saudita e Russia hanno avuto numerose discussioni negli ultimi mesi che finora devono ancora produrre una svolta significativa, secondo funzionari statunitensi e sauditi. Non è chiaro come i funzionari sauditi collegassero esplicitamente il petrolio alla Siria nei colloqui, ma i funzionari sauditi dicono, e hanno detto agli Stati Uniti, che pensano di avere qualche influenza su Putin riducendo l’approvvigionamento di petrolio e possibilmente far salire i prezzi”. Come avevamo previsto giustamente a settembre: si tratta della Siria: “Se il petrolio può servire per portare la pace in Siria, non vedo come l’Arabia Saudita abbandoni il tentativo di raggiungere un accordo”, ha detto un diplomatico saudita. Vari diplomatici, agenti d’intelligence e politici di Stati Uniti e Medio Oriente ne parlavano sotto anonimato aderendo ai protocolli diplomatici”. Allora, cosa dovrebbe accadere per far rialzare il prezzo finalmente? Non molto: l’annuncio di Putin che il leader siriano Bashar non è più un alleato strategico della Russia. “Qualsiasi indebolimento del sostegno russo al signor Assad potrebbe essere uno dei primi segnali che il recente tumulto nel mercato del petrolio impatta sul governo globale. Funzionari sauditi hanno detto pubblicamente che il prezzo del petrolio riflette solo domanda e offerta globali, e hanno insistito sul fatto che l’Arabia Saudita non segue una propria geopolitica nell’agenda economica, ma credono che ci possano avere dei benefici diplomatici accessori nell’attuale strategia del Paese che permette ai prezzi del petrolio di rimanere bassi, tra cui la possibilità di negoziare l’uscita del signor Assad…. La Russia è stata una dei sostenitori più tenaci del presidente siriano, vendendo attrezzature militari al governo per anni, rafforzando le forze di Assad nella lotta contro i gruppi ribelli, tra cui lo Stato islamico, e fornendo di tutto, dai pezzi di ricambio ai carburanti speciali dall’addestramento dei tiratori scelti alla manutenzione degli elicotteri. Ma Putin cederà? “Putin, tuttavia, ha più volte dimostrato che preferirebbe accettare le difficoltà economiche che piegarsi alle pressioni estere per mutare politica. Le sanzioni di Stati Uniti e Paesi europei non hanno spinto Mosca a por termine al suo coinvolgimento militare in Ucraina, e il signor Putin è deciso a sostenere il signor Assad, che vede come un baluardo nella regione sempre più instabile per l’estremismo islamico”. In realtà non si tratta di questo: la Siria, come spieghiamo da quasi due anni, è la zona cruciale del transito di un gasdotto proposto dal Qatar all’Europa centrale. Lo stesso Qatar “sponsor militare e finanziario dei ribelli mercenari” divenuti poi SIIL. Lo stesso Qatar che ora finanzia direttamente il SIIL. Naturalmente, se Putin dovesse consegnare la Siria ai principi sauditi (e al Qatar), effettivamente si sparerebbe su un piede mettendo fine alla leva di Gazprom in Europa. Anche questo è ben noto a Putin. Per ora ha dimostrato di non avere alcuna intenzione di cedere la Siria e perdere una leva fondamentale quale fornitore definitivo di gas all’Europa: “I sauditi hanno avanzato lusinghe economiche ai leader russi in cambio di concessioni regionali come la Siria, ma mai con i prezzi del petrolio così bassi. Non è chiaro quale effetto, caso mai, le discussioni abbiano. Mentre gli Stati Uniti sarebbero a favore di iniziative per porre fine al sostegno russo al signor Assad, il successo dei sauditi nel ridurre la produzione e aumentare i prezzi del petrolio potrebbe danneggiare molti elementi dell’economia statunitense. Dopo l’incontro a Mosca a novembre tra il principe Saud al-Faysal, ministro degli esteri saudita, e Sergej V. Lavrov, il ministro degli Esteri russo, Lavrov ha respinto l’idea che la politica internazionale debba svolgere un ruolo nella definizione del prezzo del petrolio. “Incontriamo faccia a faccia i nostri colleghi sauditi ritenendo che il mercato del petrolio dovrebbe basarsi sull’equilibrio tra domanda e offerta”, ha detto Lavrov, “e che dovrebbe essere esente da qualsiasi tentativo d’influenza per scopi politici o geopolitici”.” Il che, in retrospettiva illumina meglio il conflitto in Ucraina, e l’isolamento occidentale della Russia, il cui punto è danneggiarla il più possibile, in modo che Putin non abbia altra scelta che consegnare la Siria.
La Russia subisce danni finanziari e l’isolamento diplomatico per le sanzioni derivanti dall’incursione in Crimea e Ucraina orientale, secondo funzionari statunitensi. Ma Putin ancora desidera essere visto come giocatore chiave in Medio Oriente. I russi hanno ospitato una conferenza a Mosca tra il governo Assad e alcuni gruppi d’opposizione della Siria, anche se pochi analisti ritengono che i colloqui produrranno molto, soprattutto perché molti dei gruppi di opposizione li hanno boicottati. Alcuni esperti sulla Russia hanno espresso scetticismo che il signor Putin sia suscettibile a un qualsiasi accordo che preveda il supporto alla rimozione di Assad. La leva dell’Arabia Saudita dipende da quanto seriamente Mosca vede le sue entrate petrolifere in calo. “Se sono così gravi da necessitare di un accordo petrolifero subito, i sauditi sono in buona posizione per imporre un prezzo geopolitico”, ha dichiarato F. Gregory Gause III, specialista di Medio Oriente presso la Texas A&M’s Bush School of Government and Public Service”. Riguardo Assad, il presidente siriano “non ha dimostrato nessuna volontà di farsi da parte. Ha detto in una recente intervista alla rivista Foreign Affairs che la vera minaccia in Siria proviene dai gruppi Stato islamico e affiliati ad al-Qaida che, secondo lui, sono la “maggioranza” della ribellione. Funzionari statunitensi e arabi hanno detto che, anche se la Russia abbandonasse Assad, il presidente siriano avrebbe ancora il suo maggior sostenitore, l’Iran. Gli aiuti iraniani al governo siriano sono uno dei principali motivi per cui Assad è rimato al potere mentre altri autocrati in Medio Oriente sono stati deposti. E come importante produttore di petrolio, l’Iran trarrebbe beneficio se l’Arabia Saudita contribuisse a rialzare i prezzi del petrolio, nell’ambito di un accordo con la Russia. “State rafforzando il vostro nemico, che vi piaccia o no, e gli iraniani non mostrano alcuna flessibilità qui”, ha detto Mustafa Alani, analista presso il Centro di Ricerca del Golfo, vicino alla famiglia reale saudita. Ma l’aiuto militare che la Russia fornisce alla Siria è abbastanza diverso da quello che Damasco riceve dall’Iran, altro fornitore principale, se “la Russia ritirasse tutto il sostegno militare, non credo che l’esercito siriano funzionerebbe”, ha detto un alto funzionario dell’amministrazione Obama”.
Conclusione: “numerosi Paesi arabi spingono sauditi e russi, agli antipodi nelle posizioni verso Assad, a trovare un terreno comune sulla questione per por fine alla carneficina della guerra civile in Siria, che ormai ha quasi quattro anni. Ma come un diplomatico arabo ha detto, “Questa decisione è in definitiva nelle mani di Putin”. E questo, signore e signori, è ciò che il grande crollo petrolifero 2014/2015 rappresenta per coloro che vogliono sapere quando comprare petrolio, e la risposta è semplice: subito dopo (o idealmente prima) che Putin annunci che non sosterrà più il regime di Assad. Se, cioè, Putin faccia mai tale passo distruggendo le leva che ha sull’Europa e, conseguentemente, e prematuramente, ponendo fine alla propria carriera. Fino ad allora, ogni singolo picco petrolifero indotto dall’HFT infine scompare perché, come gli ultimi mesi dimostrano, se i sauditi decidono il prezzo, e non avranno un no come risposta, ciò significherà paralizzare l’intera l’industria dello scisto, e dell’energia, degli Stati Uniti.

Quanto durerà?

Quanto si abbasserà?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Israele e il multipolarismo dei TRIC

Andrew Korybko (USA) 27 gennaio 2015Eastern-Mediterranean-gas-fields-630x385Israele è in modo stereotipato pensato come un Paese che interagisce prevalentemente con il mondo unipolare occidentale (ciò rafforzato in parte dall’atteggiamento unipolare del Paese mediorientale), ma tale immagine non è del tutto esatta. Anche se non si nota a causa del blackout dei media sul tema, gli Stati multipolari Turchia, Russia, India e Cina (TRIC) hanno stretti legami con Israele che sfuggono agli inesperti. I TRIC hanno le loro ragioni per aumentare l’interazione con Israele, mentre Russia e Cina possono anche avere un o due assi strategici nella manica.

Le interazioni
Diamo uno sguardo alle interazioni dei TRIC con Israele e che i media mainstream ignorano:

Turchia:
Pur con una dura retorica contro Israele, la Turchia gli è in realtà sorprendentemente vicina in termini energetici e militari. Ospita due oleogasdotti che riforniscono Israele dall’Azerbaijan (40% del fabbisogno d’Israele) e dal Kurdistan iracheno. Essendo l”Ucraina del Medio Oriente’ (con tanto di possibile balcanizzazione), potrebbe facilmente negare il petrolio ad Israele se lo volesse, ma ha scelto di non farlo perché la cosiddetta ‘rivalità’ tra i due è una falsa costruzione a scopo politico, e sarà descritta successivamente. Negli affari militari, i due Paesi coordinano le loro attività di destabilizzazione contro la Siria, e ci sono indicazioni che nel 2013 la Turchia permise ad Israele di utilizzare una sua base per attaccare Lataqia. Tutto ciò implica un alto livello di cooperazione militare, più di quanto pubblicamente ammesso.

Russia:
Le interazioni di Mosca con Israele si concentrano sulla sfera etnico/linguistica ed energetica. Oltre 1000000 di ebrei emigrati dall’Unione Sovietica in Israele dal 1991 ne fa il terzo Paese non-ex-sovietico russofono, con una presenza etnica russa pari al 15% della popolazione. Ciò ha trasformato il tessuto sociale del Paese, e i russi sono riconosciuti il più riuscito gruppo di immigrati mai giunto nel Paese. Sul piano energetico, Gazprom ebbe i diritti esclusivi, nel 2013, per vendere GNL del giacimento gasifero israeliano Tamar, uno dei più grandi del mondo, che avrebbe 238 miliardi di metri cubi di gas.

India:
Lo Stato dell’Asia meridionale ha recentemente rinvigorito le relazioni con Israele (che aveva riavviato considerevolmente dalla fine della guerra fredda), apparentemente per la comune minaccia del terrorismo. I due hanno ora un rapporto strategico da cui deriva un accordo sugli armamenti da mezzo miliardo di dollari, raggiunto lo scorso ottobre, senza dubbio influenzato dal fatto che l’India sia già il maggiore acquirente di armi d’Israele e ospiti la sua seconda più grande delegazione militare (dopo solo gli Stati Uniti). Così, non senza ragione, Netanyahu disse a settembre che “il cielo è il limite” alle relazioni bilaterali. Tuttavia, queste sembrano andare a scapito dei legami storici dell’India con la Palestina, con New Delhi che ne riconsidererebbe il sostegno alle Nazioni Unite nella lotta ultradecennale per uno Stato.

Cina:
Come Netanyahu ha detto, “La Cina è il principale partner commerciale asiatico d’Israele e diverrà forse il principale partner commerciale d’Israele, nel nostro prossimo futuro“. Probabilmente sarà cosi, tanto più che la Cina incorpora Israele nella sua Via della Seta Marittima tramite il progetto ‘Red-Med’, che vede la Cina costruire una ferrovia che collega le coste d’Israele su Mar Rosso e Mediterraneo, presumibilmente in alternativa al Canale di Suez, nel caso ne venisse interrotto il transito. In realtà c’è una componente profondamente strategica in gioco (come per le altre iniziative regionali della Via della Seta della Cina), ma ciò sarà discusso in seguito.

La grande idea
Ognuno di questi attori ha un grande obiettivo in mente, favorito dalle interazioni con Israele:

Turchia:
Ankara sfrutta la sua falsa rivalità con Israele nella speranza di garantirsi punti politici nella ‘piazza araba’. La Turchia vuole ripristinare l’antico retaggio imperiale con la politica del ‘neo-ottomanismo’, che ha elementi politici interni socio-religiosi ed internazionali. In breve, vuole sottoporsi alla pseudo-reinvenzione del proprio ruolo per ridivenire lo Stato preminente nel mondo musulmano (con un’ideologia ‘islamista chic’), ma comprendendo che il vero rapporto con Israele glielo impedirebbe, ovviamente ricorre a metodi chiassosi per cercare di nascondere tale realtà e ‘conquistare cuori e menti” del Medio Oriente. La ragione per cui Israele segue tale stratagemma è perché, proprio come gli Stati Uniti, ci guadagna nell’avere nella Turchia un fattore ‘eterodiretto’ negli affari unipolari nella regione. Ora, però, la situazione è sempre più complessa mentre la Turchia cerca di sottrarsi dalla presa unipolare e tende una mano alla multipolarità. In tali circostanze, la Turchia dovrebbe sfruttare tutti a proprio vantaggio (compresi i suoi storici “partner occidentali), arrivando alla logica conclusione che, a lungo termine, ciò includerà Israele. Anche se non è ancora accaduto (se non del tutto), emerge una situazione in cui se la Turchia sottoponesse sul serio Israele a una pressione e sentisse di poter resistere alle ripercussioni esistenziali del supporto israelo-occidentale al separatismo curdo, allora userebbe la propria influenza nel tentativo di avere una sorta di dividendo politico. Tuttavia, tale scenario è ancora improbabile dato che la Turchia ha maggiore interesse ad essere un via energetica affidabile per i suoi clienti, piuttosto che accettare la scommessa molto rischiosa di essere il rubinetto d’Israele.

Russia:
Gli obiettivi di Mosca sono radicalmente diversi da quelli di Ankara, e non evita d’illustrare appieno il suo rapporto con Israele. Soprattutto dal punto di vista energetico, la Russia vuole usare l’accordo sul GNL di Tamar per posizionarsi quale principale attore gasifero nel Mediterraneo orientale, e l’accordo dovrebbe essere visto come un trampolino di lancio per tale scopo. Si può pensare che essendo partner affidabile per l’LNG del giacimento Tamar, in un futuro possa stipulare un contratto simile per Leviathan, il maggiore giacimento offshore scoperto negli ultimi dieci anni, stimato pari a 620 miliardi di metri cubi. Oltre a portare avanti i propri interessi commercial-energetici, la Russia avrebbe un vantaggio utilizzando le proprie ancore etno-culturali in Israele, espandendo la propria influenza nel Paese e tra i suoi futuri vertici. Di per sé, ciò è solo speculazione, senza molta sostanza, ma se combinata con la strategia di Cina e Russia, ciò inizia a prendere forma. Di conseguenza, successivamente si parlerà del partenariato strategico russo-cinese rispetto Israele, comprendendo perché i dettagli sono qui volutamente vaghi.

India:
La politica Estera del Paese è definita da due preoccupazioni principali, contrastare Cina e Pakistan, alleati strategici. Il partito al governo di Modi BJP perseguirebbe un nazionalismo indù che lo mette in contrasto con i musulmani dell’Asia del Sud e del Pakistan, aumentando le prospettive di un teorico ‘scontro di civiltà’. Tenendo presente la rivalità con il Pakistan, il nazionalismo indù del BJP e l’onnipresente spettro dello ‘scontro di civiltà’, si può capire il motivo per cui l’India abbracci Israele, anche felicemente, a possibile scapito della Palestina. L’India è uno Stato filo-multipolare, ma non ha esitato a collaborare con il mondo unipolare quando ritiene che possa migliorare la propria posizione regionale, assomigliando molto alla Turchia. Questa interpretazione non solo spiega il florido rapporto con Israele (che utilizza per migliorare la sua posizione in Asia del Sud), ma anche la stretta collaborazione con il Giappone nel sud-est asiatico con la sua politica Verso Oriente e la cooperazione nucleare privilegiata e l’approfondita partnership con gli Stati Uniti, dettate da preoccupazioni condivise sul terrorismo, già brevemente accennate, rendondo perfette (se non etiche) le relazioni dell’India con Israele.

Cina:
L’idea alla base della strategia di Pechino è trovare un modo di posizionare Israele nel quadro economico globale. I piani sulla Via della Seta in genere possono essere visti come partenariati multilaterali, supervisionati dai cinesi, nelle regioni strategiche del mondo, ma nel caso di un’adesione a sorpresa d’Israele a tale quadro, sarebbe più che altro bilaterale data l’assenza di qualsiasi altro partner prossimo. La Cina intende utilizzare il corridoio Red-Med per il traffico di prodotti in una direzione, ma anche del gas nell’altra direzione. Le merci cinesi possono entrare nel mercato israeliano in cambio del gas d’Israele (GNL via ferrovia o gasdotti) arrivando in Cina attraverso i porti. Questo semplice concetto, merci cinesi in cambio di gas israeliano, costituisce il punto cruciale delle relazioni e, abbastanza interessante, la realtà del possibile forte ruolo russo (dietro le quinte) che renderebbe tutto ciò multilaterale.

East-Med-pipeline-and-connectionsIl partenariato strategico russo-cinese verso Israele
Spiegate le interazioni di Turchia e India con Israele, è ora opportuno concentrarsi esclusivamente sulle relazioni russo-cino-israeliane, non importa quanto poco disposto a partecipare possa essere Israele in questo accordo trilaterale. Come già spiegato, Israele è percepito avere esclusivamente relazioni bilaterali con la Cina, ma anche Mosca vi svolge un ruolo, che Tel Aviv lo voglia o meno. Mentre in precedenza sembrasse che la Russia fosse ottimista sul piano politico-economico (se non ingenua) nel promuovere i propri interessi, ciò non sarebbe più lontano dalla verità, dato che compie significativi passi avanti strategici sostenendo grandi obiettivi, propri e dei partner cinesi. Diamo uno sguardo a tale approccio in tre fasi, seguito dalle possibili conseguenze:

Potenziale del gasdotto (o sua assenza) per Israele
La prima cosa da capire è che Israele, attraverso i giacimenti gasiferi Leviathan e Tamar, vuole posizionarsi come alternativa al gas russo per l’Europa. Non è concepibile rivaleggiare con la Russia, ma in questo momento d’iper-russofobia economica e politica ideologicamente indottrinata, l’Europa è sicuramente interessata ai rifornimenti israeliani, per quanti miseri (8-12 miliardi di metri cubi rispetto ai 60 miliardi di metri cubi di South Stream). Si prevede la costruzione di un gasdotto Israele-Cipro-Grecia, alimentato dal gigantesco giacimento di gas israeliano Leviathan, coinvolgendo anche un possibile collegamento con la Libia (quarta maggiore riserva di gas in Africa) via Creta, creando un ‘super gasdotto’. Tuttavia, nonostante l’attrattiva geopolitica di tale ‘chimera’, rimarrebbe una fantasia per anni a causa delle difficoltà economiche e di possibili destabilizzazioni territoriali (marittime e a Cipro) che potrebbero affondare il progetto. Anche se il progetto fosse infine costruito (se i prezzi si alzano, l’ideologia dell’UE si riprende, ecc), allora la Russia sarà pronta a giocarsi un asso e a neutralizzare l’intero sforzo richiamando la sua crescente partnership con Grecia e Turchia. Rivolgendosi ad Atene, Mosca ha compiuto un’apertura strategica dicendo che avrebbe ceduto le devastanti contro-sanzioni agricole se la Grecia lasciasse l’Unione europea. Non è importante se sia realistico o fattibile, al momento, ma ciò che è saliente è la Russia che compie una potente mossa verso ciò che appare lo Stato membro più debole dell’Unione europea. Inoltre, la Cina usa il porto greco del Pireo come nodo per la sua Via della Seta dei Balcani, e la Grecia così viene ulteriormente sedotta dal mondo multipolare. Allo stesso tempo, la Russia potrebbe realisticamente usare questa apertura greco-cinese per riprendere il South Stream, implicando un profondo partenariato strategico tra Russia, Grecia e Turchia (queste ultime due collaborano sul gasdotto TANAP, nonostante le differenze storiche).

Intasamento dei gasdotti
Così la Russia gestirebbe il problema con due soluzioni, annullare la componente ‘anti-russa’ del futuro gasdotto israelo-cipriota-greco cooptando la Grecia (con l’aiuto di Cina) o utilizzando lo sviluppo del partenariato strategico russo-turco per sostenere implicitamente le pretese di Ankara su Cipro del Nord, ritardando indefinitamente la costruzione del gasdotto. Vista da una prospettiva opposta, può anche darsi che il partenariato strategico russo-cinese possa svolgere un ruolo costruttivo nella risoluzione dell’ultradecennale questione cipriota tramite i rapporti con Grecia e Turchia, trascinando l’isola dal mondo unipolare a quello multipolare. In ogni caso, tali scenari (che richiederebbero ancora parecchi anni ) ‘intaserebbero i tubi’ spingendo l’Unione europea a riconsiderare i grandi investimenti per superare gli ostacoli politico-giuridico-economici nel creare un altro gasdotto, potenzialmente influenzato dai russi (specialmente se Gazprom a sorpresa avesse influenza sull’omologo greco).

Riaprire i rubinetti
In ogni caso, Israele avrebbe ancora il gas, ma non possibilità realistiche di venderlo direttamente in Europa. Potrebbe ovviamente usare il GNL, ma con la Russia che controlla le esportazioni di Tamar (e Leviathan tra ritardi nelle misure anti-trust e ritiro del principale partner), sarebbe un’auto-goal dell’Unione europea nel tentativo d’acquisire tali risorse (anche se ancora probabile che lo faccia comunque). Le vendite a Paesi mediorientali come Egitto e Giordania sono all’orizzonte e sicuramente anche un vantaggio strategico a lungo termine per Israele, ma imprevisti regionali o grandi proteste nazionali potrebbero affondarle o renderle politicamente impossibili in futuro. Anche se ciò non accadesse, ci potrebbero essere partner più redditizi altrove, in particolare in Asia, e Israele avrebbe ancor gas da vendere. Questo è il punto esatto in cui il partenariato strategico russo-cinese entra in gioco. I due potrebbero coordinarsi al punto di far risorgere South Stream (il che renderebbe il gas israeliano superfluo per l’Europa) e/o bloccare il gasdotto israelo-cipriota-greco (se l’idea non decade da sé), creando così le condizioni in cui gli israeliani dovrebbero guardare a Oriente e non a occidente, per vendere il loro gas. La tratta Red-Med della Via della Seta raggiunge la città di Ashdod, incidentalmente anche il luogo in cui il gas di Tamar passa per essere liquefatto dai russi. Dato che l’infrastruttura è nel porto, è prevedibile che i rifornimenti da Leviathan vi vengano collegati. Ciò apre la possibilità alla Russia di trasformare in GNL il gas di entrambi i giacimenti, prima di spedirli via rotaie dal Mar Rosso alla Cina o altrove nella regione Asia-Pacifico. Non è realistico che il terminale di Gazprom ad Ashdod venga trascurato per costruire un oleodotto nel deserto e un nuovo impianto GNL, israeliano o altrui, sul Mar Rosso, quando c’è l’impianto russo sulle coste mediterranee.

L’effetto della ricaduta
Così, anche se Israele ha previsto questa situazione, si attuerebbero i seguenti (redditizi) tre passi:
1. Israele estrae il gas
2. La Russia lo liquefa
3. La Red-Med lo spedisce dal Mar Rosso alla Cina
Israele svolge il ruolo di fornitore, la Russia è l’intermediario (tecnologicamente necessario) che facilita l’operazione, e la Cina è il cliente. Il rapporto che si sviluppa potrebbe avere una ricaduta politica fornendo al partenariato strategico russo-cinese l’opportunità di tentare il (molto) difficile processo di addomesticamento delle azioni regionali d’Israele (se lo desiderano e non sono distratte dai profitti). Israele si comporterà sempre in modo unipolare, in un modo o nell’altro (non stancandosi di ricordarlo al mondo) in gran parte grazie alla potenza militare e all’arsenale nucleare propri, ma a lungo termine potrebbe essere possibile per Russia e Cina moderarlo tramite la loro influenza. Lo stereotipo è che Stati Uniti ed Israele siano strettissimi alleati, ma Israele può cercare di diversificare le relazioni e collaborare con il ‘nemico multipolare’ per promuovere i propri interessi. Non dovrebbe essere immediatamente respinto che tale cambio possa verificarsi nel tempo, come il perno della Turchia che ha sorpreso molti osservatori, e anche se appare improbabile oggi, potrebbe sembrare una conclusione scontata col senno di poi, proprio come appare ora per la Turchia. Non si sa quali sfide attuali saranno ancora presenti nel futuro (la guerra in Siria può essere risolta, bene o male, mentre l’opposizione dell’Iran sarà una costante regionale in futuro), ma a prescindere, Russia e Cina prevedono di utilizzare i semi dell’influenza che hanno piantato in Israele molto prima di raccoglierne i frutti a beneficio dei loro alleati regionali. Potrebbe non succedere, ma tali sforzi comunque sarebbero un miglioramento rispetto alla situazione attuale, in cui nessuno dei due giganti ha una presenza stabile nel Paese. In realtà, può anche rivelarsi che i futuri leader d’Israele possano essere discendenti di ebrei russi che avrebbero legami personali con la Russia (soprattutto se le radici culturali e linguistiche rimangono intatte), che potrebbero utilizzare a beneficio di entrambe le parti (e tangenzialmente, forse anche degli alleati di Russia e Cina).

515da5b762cc3bc081863ccb65a0080d651dd2b9Andrew Korybko è analista politico e giornalista di Sputnik, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Guerra del petrolio: Ecco, parte la donnola!

F. William Engdahl New Eastern Outlook 27/01/2015US_shaleQuando da bambino vivevo negli USA, c’era una canzoncina popolare per bambini chiamata Pop! Parte la donnola. Una strofa diceva:
Un penny per un rocchetto di filo,
Un penny per un ago,
Così gira il denaro,
Ecco! Parte la donnola.
La “donnola” è la rivoluzione del fracking degli USA, il boom del petrolio e gas di scisto negli USA, spacciato dall’amministrazione Obama come scusa per arrischiare radicali cambi di regime nell’OPEC e nel mondo islamico, Ecco! Come gira il denaro… Il crollo della rivoluzione del fracking negli USA procede accelerando, mentre i posti di lavoro perduti sono decine di migliaia negli Stati Uniti; le compagnie petrolifere dello scisto dichiarano fallimento e le banche di Wall Street congelano i nuovi crediti per l’industria. La donnola dello scisto negli USA è appena partita, e presto ci sarà un bagno di sangue simile alla battaglia di Falkirk del famoso Braveheart.

Conseguenze non volute
Una delle sfortunate conseguenze dell’avere paraocchi politici, come sicuramente le figure di spicco attorno al presidente Barack Obama oggi, sono le temerarie decisioni politiche che tendono a esplodergli in faccia con conseguenze impreviste. Così per il povero, patetico segretario di Stato John Kerry. Lo scorso settembre Kerry era andato in Arabia Saudita alla residenza estiva reale sul Mar Rosso, per incontrare il re del maggiore produttore di petrolio dell’OPEC, Abdullah e i suoi consiglieri, tra cui, secondo fonti informate il principe Bandar “Bush”, l’ex-ambasciatore a Washington ed ex-capo dei servizi segreti sauditi responsabili della disastrosa guerra contro Assad in Siria. Un accordo fu deciso secondo cui i sauditi avrebbero invaso il mercato, in particolare l’Asia, con greggio assai scontato forzando il crollo dei prezzi. Per Kerry e la banda dei miopi di Obama, era un modo intelligente di prendere due piccioni, Iran e Russia, con la fava del petrolio saudita a buon mercato. Lungi dall'”uccidere” la Russia di Putin, ha accelerato drammaticamente il consolidamento della cooperazione energetica russo-cinese con grandi accordi che volgono il mercato dell’energia russo da ovest e dall’UE ad est, a Cina, Coree e Giappone. Putin ha anche coraggiosamente annullato il progetto del South Stream dell’Unione europea e avviato negoziati con la Turchia per farne la nazione-chiave dell'”hub energetico” mondiale, escludendo l’Ucraina filo-statunitense dal ruolo di transito del traffico gasifero tra Russia e UE. Lungi dall’uccidere l’Iran, ha accelerato gli importanti accordi energetici tra Iran e Russia, tra cui nuove centrali nucleari. E nonostante tutte le peggiori intenzioni di CIA e servizi segreti israeliani, che hanno investito così tanto tempo ed energie nel creare gli psicopatici del SIIL, o come ora si chiamano SI, Bashar al-Assad, sostenuto da Russia e Iran, è ancora a Damasco. Per Washington e i suoi patetici neo-con, nulla sembra funzionare come voluto. Ciò che il trucco non-così-ben ponderato di Washington dello shock petrolifero ha prodotto, però, è stato scatenare una valanga di fallimenti e licenziamenti nell’industria del petrolio e del gas degli Stati Uniti, soprattutto negli idrocarburi da scisto.

La catastrofe degli scisti bituminosi degli Stati Uniti
Il crollo del settore dello scisto negli USA, che avevo previsto lo scorso anno si sarebbe manifestato nel primo trimestre del 2015, è già chiaro. È solo l’inizio di ciò che sarà una valanga di debiti inesigibili, chiusura di pozzi di petrolio, licenziamenti in massa nell’industria petrolifera e gasifera degli Stati Uniti, nei prossimi mesi. Secondo OilPrice.com, la spesa mondiale per l’esplorazione e la produzione di petrolio e gas potrebbe scendere di oltre il 30 per cento quest’anno. Sarebbe il maggiore calo dal 1986, l’ultima volta che Washington cercò di utilizzare i sauditi per far crollare i prezzi del petrolio. Bank of America prevede che i futures sul petrolio Brent scendano a 31 dollari entro la fine del primo trimestre di quest’anno, oltre 5 dollari meno dei minimi della crisi finanziaria del 2008. In questo momento, il mercato del petrolio è in una situazione critica dove, non a caso, grandi produttori come Russia e Iran e Iraq, prevedibilmente, aumentano la produzione per compensare il calo di prezzi ed entrate, aumentando notevolmente la sovrabbondanza esistente. Le conseguenze negli Stati Uniti stanno appena emergendo. Un enorme riduzione dei posti di lavoro colpisce l’industria, soprattutto negli Stati Uniti. Il 13 gennaio, la FED di Dallas prevedeva che nel solo Texas 140000 posti di lavoro potrebbero essere eliminati, non solo si tratta di uno Stato ma anche del più grande Stato petrolifero degli USA. Si tratta di posti di lavoro di un’economia che già soffre enormi perdite di posti di lavoro (nonostante le fraudolenti statistiche sul lavoro del governo statunitense), dato che la crisi finanziaria ha già colpito nel 2008. Schlumberger, la prima società di servizi petroliferi del mondo, eliminerà 9000 posti di lavoro, dopo che l’utile netto del quarto trimestre 2014 è sprofondato dell’81% a causa di svalutazioni da 1,6 miliardi di dollari delle attività produttive in Texas. Il secondo gigante dei servizi petroliferi, Halliburton, l’ex-azienda di Dick Cheney, la società che tecnicamente ha creato la bolla dello scisto, annuncia licenziamenti ma ne declina le dimensioni. Le aziende dei servizi di estrazione del petrolio come Halliburton, fornitori di prodotti chimici e attrezzature di perforazione per il fracking, imprese siderurgiche, aziende edili e strutture ricettive ne beneficiavano. Ora non più.
Il boom del petrolio di scisto negli Stati Uniti era una bolla di Wall Street, come già abbiamo notato, alimentato dalla Federal Reserve con tassi di interesse zero e banche di Wall Street alla disperata ricerca di prestiti dopo il crollo della bolla immobiliare nel 2008. Hanno fatto grassi profitti sottoscrivendo junk bonds per le compagnie petrolifere dello scisto, molte delle quali di piccole e medie dimensioni che ora scompariranno. Perforazione e fracking dello scisto è un business costoso, molto più della convenzionale perforazione petrolifera. Ecco perché si chiama “non convenzionale”. Fino a quando i tassi d’interesse negli Stati Uniti erano bassi, negli ultimi sei anni, e il prezzo del petrolio era oltre i 100 dollari al barile, le compagnie petrolifere potevano accollarsi il rischio e le banche prestare con liberalità. Ora avviene una brusca frenata mentre i proventi del petrolio crollano del 40-50%, negli ultimi sette mesi. Fintanto che i prezzi erano alti, le compagnie petrolifere dello scisto potevano avere prestiti come se non ci fosse un domani. E li hanno avuti. Secondo una nuova stima di Barclays Bank del Regno Unito, l’industria petrolifera canadese e statunitense dovrà ridurre di almeno 58 miliardi di dollari le spese, un taglio del 30% della spesa di 196 miliardi dollari del 2014. Tale stima è stata preparata su dati aziendali di dicembre, quando il prezzo era a 74 dollari al barile, prima che le riduzioni cominciassero a colpire e prima che i prezzi calassero a 47 dollari al barile. La cifra finale della spesa sarà di gran lunga inferiore di quella di fine anno, se i prezzi rimangono bassi. Più a lunghi i prezzi restano sotto i 50 dollari al barile più sarà feroce il bagno di sangue. Si stima che l’industria petrolifera statunitense sarà la più colpita del mondo. Bel lavoro John Kerry e Co. E nuovi prestiti bancari subiranno un addio. Oops… Durante il boom, fino a settembre 2014 quando iniziò la guerra dei prezzi saudita, le aziende di piccole e medie dimensioni di Stati Uniti e Canada spesero più del loro reddito, una media sbalorditiva del 157 per cento. Le imprese più grandi spesero circa il 112 per cento. Fecero la differenza l’emissione dei titoli spazzatura e i prestiti bancari a basso interesse. Ora, con prospettive poco rosee sul recupero dei prezzi, le banche finanziatrici chiudono i rubinetti. Le perdite presto colpiranno anche Wall Street. In altre parole, le conseguenze involontarie della stupida strategia di Kerry per mandare in bancarotta la Russia di Putin, con l’aiuto dei sauditi, gli è esplosa in faccia e potrebbe presto seppellire la sopravvalutata bolla del petrolio di scisto degli USA con il mare d’inchiostro rosso dei fallimenti. Stupido, in questo senso, è non capire i legami tra ogni cosa nel mondo reale.

newsetc1-2F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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