Cosa accade tra Russia e Israele?

Salman Rafi Sheikh New Eastern Outlook 18.05.2018Anche con quanto ultimamente accaduto in Siria tra Israele e Iran, e tali episodi potrebbero ripresentarsi in futuro, il ruolo della Russia, come abbiamo già scritto, rimane cruciale da unico mediatore reale tra i due feroci rivali e potrebbe essere la chiave della riduzione delle tensioni. Nonostante la mediazione della Russia, la crisi è una grande sfida diplomatica che va gestita con abilità in modo che la Siria non diventi un altro campo di battaglia e che le vittorie della Russia sull’estremismo non siano compromesse. Il compito quindi è tanto complicato quanto rischioso ed enigmatico. Questo è evidente dal modo in cui il primo ministro israeliano, dopo l’ultima visita a Mosca e dopo che Israele aveva sparato su obiettivi iraniani in Siria, intese dire che la Russia era dalla sua parte nella guerra contro l’Iran. L’Iran, d’altra parte, continua a vedere la Russia come alleata e i suoi funzionari si recarono in Russia per salvare l’accordo nucleare dopo l’annuncio dell’uscita di Trump. Quindi, la domanda: cosa realmente accade tra Israele e Russia su Iran e Siria?
Mentre le dichiarazioni post-visita di Netanyahu suggerivano un cambio del pensiero russo sul ruolo che l’Iran può e dovrebbe giocare, non è così. La Russia non cambia lato, dato che il conflitto in Siria è ancora lungi dall’essere finito. La stabilizzazione siriana rimane un enigma da risolvere e l’Iran rimane un elemento chiave della pace e anche garante del cessate il fuoco. Israele quindi sembra sottovalutare l’importanza dell’Iran per la Russia, e viceversa. Il fatto che la Russia non abbia obiettato o criticato l’attacco israeliano alla Siria, prendendo di mira elementi iraniani, non la rende semplicemente ‘amica’ d’Israele e ‘nemica’ dell’Iran. C’è molto più di quanto sembri. Per la Russia, l’obiettivo principale rimangono stabilità ed unità della Siria come unità territoriale riguardo divisione in “zone” e ricostruzione. Il significativo silenzio della Russia sull’attacco israeliano mostra quindi come la Russia, amica di Iran ed Israele, non voglia essere invischiata nella zuffa Iran-Israele ed intenda svolgere il proprio ruolo in modo che non renda nemico Iran o Israele. Così sembra che i russi facciano questo: mentre si sono astenuti dal criticare Israele per l’attacco, il Ministero della Difesa non mancava di menzionare che la difesa aerea siriana fornita dalla Russia abbatteva la metà dei 60 missili sparati dalle forze israeliane, a significare che la Russia rimane attenta alla difesa della Siria. Già, la Russia dichiarava che se dovesse sorgere un’emergenza, rafforzerà la difesa siriana con missili S-300. Allo stesso modo, mentre Israele si aspetta dalla Russia di limitare il ruolo dell’Iran in Siria, particolarmente vicino al territorio israeliano, la Russia comprende l’intesa tra Iran e Siria. Di fatto, la Russia condivide con l’Iran le stesse ragioni e logica della presenza militare in Siria, poiché entrambi i Paesi sono stati invitati da Damasco e sono cruciali nella lotta a Stato islamico e altri “ribelli” finanziati dall’estero. Mentre la Russia potrebbe non avere interesse per il “fronte della Resistenza” dell’Iran contro Israele, non si oppone nemmeno alla presenza iraniana in Siria, né considera, a differenza d’Israele, Hezbollah un’organizzazione “terroristica”. Al contrario, il risultato delle elezioni in Libano ha dimostrato che Hezbollah è molto più di un semplice gruppo militante e che ha una forte base popolare e un solido sostegno elettorale, ottenendo legittimità sociale e politica e rafforzando la visione russa secondo cui Hezbollah non è terroristico e non va trattato come tale. Da questo segue logicamente un’altra differenza tra Israele e Russia e una convergenza di interessi tra Russia e Iran: l’accordo nucleare, noto come JCPOA. Come tale, se Israele esultava per l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo, la Russia non si è astenuta dal definirla “nuova conferma dell’inaffidabilità di Washington”, aggiungendo che “la Russia è aperta all’ulteriore cooperazione cogli altri partecipanti al JCPOA e continuerà attivamente a sviluppare collaborazione e dialogo politico con la Repubblica islamica dell’Iran“.
Pertanto, nonostante il calore che Netanyahu ha ricevuto a Mosca nell’ultima visita, non si può negare che la Russia potrebbe pensare a un possibile coinvolgimento degli interessi iraniani in Siria nell’accomodamento con Israele. D’altra parte, il fatto che la Russia abbia ospitato Netanyahu e poi una delegazione iraniana, dimostra che la diplomazia russa cammina perché il suo ruolo di unica sostenitrice attiva della diplomazia discreta diventa evidente a Iran ed Israele. È quindi fuorviante concludere, come ampiamente fatto dai media internazionali, che esiste un accordo non ufficiale tra Russia e Israele, secondo cui la Russia permette ad Israele di attaccare obiettivi iraniani finché sono una rappresaglia e non colpiscono interessi siriani e russi. Ciò che è più probabile e adeguato agli interessi russi è che la Russia semplicemente si bilancia tra Iran e Israele, e sa che permettere a queste parti mano libera, comporterebbe una guerra che non si potrebbe controllare. Pertanto, nonostante l’impressione che Netanyahu abbia avuto successo, non è realistico aspettarsi che la Russia decida di scegliere tra Israele e Iran o d’aderire incondizionatamente all’agenda israeliana per sconfiggere l’Iran in Siria o all’agenda iraniana di espandere il fronte verso Israele. Ciò che tuttavia Israele può aspettarsi sono gli sforzi russi per impedire l’uso del territorio siriano contro Israele, e viceversa. Non ci sono, in quanto tali, accordi ma solo l’ampio riconoscimento del fatto che tutto ciò che accade in Siria, da una parte e dall’altra, deve prendere in considerazione i russi e i loro interessi.Salman Rafi Sheikh, analista delle relazioni internazionali e degli affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Bin Salman è stato assassinato?

Shafaqna

Vi sono molte prove che suggeriscono che l’assenza da 30 giorni di Muhamad bin Sulman, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, sia dovuta a un incidente nascosto al pubblico“, affermava un giornale iraniano. Secondo il quotidiano Kayhan, il 21 aprile 2018 le agenzie di stampa riferirono che le forze saudite abbatterono un “drone giocattolo” vicino al palazzo reale saudita e furono pubblicate immagini dal sito dello scontro sui social media che illustravano chiaramente movimenti di carri armati e blindati attorno al palazzo reale e suoni di scambio a fuoco con armi pesanti tra la Guardia Reale e un gruppo la cui identità non mai stata rivelata. Kayhan afferma di aver ottenuto informazioni da alcuni servizi segreti secondo cui, negli scontri, almeno due proiettili colpirono il principe ereditario Muhamad bin Sulman, probabilmente uccidendolo.
Un altro sito iraniano “IFP News”, segnalato da Fars News, indicava che “in particolare, bin Salman non apparve mai durante la visita del 28 aprile del nuovo segretario di Stato USA Mike Pompeo a Riyadh, nel suo primo viaggio all’estero come capo diplomatico statunitense“. “Durante il soggiorno a Riyadh, i media sauditi pubblicarono le immagini degli incontri di Pompeo con re Salman e il ministro degli Esteri Adil al-Jubayr. Questo mentre le agenzie pubblicarono le immagini degli incontri a Riyad tra bin Salman e l’ex-segretario di Stato USA Rex Tillerson“.
Pochi giorni dopo l’incidente del 21 aprile, i media sauditi pubblicarono video e immagini di bin Salman che incontrava diversi funzionari sauditi e stranieri. Ma la data degli incontri non poteva essere verificata, quindi la diffusione dei video poteva essere volta a dissipare le voci sulle condizioni di bin Salman“. “Non è chiaro se la scomparsa di bin Salman sia dovuta a ragioni, come sentirsi minacciato, o perché ferito nell’incidente“. “Sembra che solo un’apparizione televisiva dal vivo possa dissipare le voci sulla condizione di bin Salman“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’India si rivolge alla Cina?

Vladimir Terekhov New Eastern Outlook 10.05.2018“New Eastern Outlook” cerca di non trascurare alcun evento significativo nelle relazioni Cina-India. Insieme a Stati Uniti, Giappone e Russia, i giganti asiatici hanno un’influenza decisiva sullo sviluppo della regione India-Pacifico, da cui il modello del clima politico mondiale dipende in modo sostanziale. Nel frattempo, negli ultimi anni, le relazioni Cina-India non sembravano ottime, dimostrando una tendenza costante al deterioramento. E sebbene questo processo negativo dipenda in modo significativo dall’attualizzazione periodica di problemi “storici” (ad esempio, rivendicazioni su territori di frontiera), il fattore principale è sempre stata la trasformazione della RPC nella seconda potenza globale. E questo è sempre più cautamente percepito dall’India. L’incompatibilità su possibilità disponibili (il PIL dell’India è cinque volte inferiore a quello della Cina) sembrerebbe la via ovvia per spingere Nuova Delhi “sotto l’ombrello” di Washington. In generale, è andata così fin dall’inizio del nuovo millennio, senza avere nulla a che fare coi famigerati “intrighi” di Washington, che ha semplicemente aperto la mano in cui una delle maggiori potenze dell’Asia avrebbe dovuto cadere, e così via. In previsione di questi sviluppi, due anni fa, la bozza del “Quartetto” militare-politico composto da Stati Uniti, Giappone, India e Australia fu estratto da un baule polveroso; una sorta di “NATO asiatica” di evidente orientamento anti-cinese. Entrarvi significherebbe attraversare la “linea rossa” dell’India posizionandosi sull’arena internazionale nel complesso, così come nelle relazioni con RPC e Stati Uniti, in particolare. In tale caso, l’India si sarebbe finalmente liberata di ogni traccia di neutralismo del periodo del primato informale nel “Movimento non allineato” (quasi dimenticato oggi) passando irreversibilmente dall’altra parte della barricata globale rispetto alla RPC, inevitabilmente candendo nell’abbraccio amichevole del principale avversario della Cina, gli Stati Uniti. È uno scenario da “roulette russa”, associato a rischi estremamente gravi. L’alta realtà dell’attuazione è spiegata dallo scetticismo dell’autore sulle prospettive delle relazioni tra Cina e India e la formazione del triangolo “Russia-India-Cina”. Tuttavia, nel 2017-2018 il governo dell’India (apparentemente, impressionato dal quasi conflitto sul Doclam Plateau), decise di rompere lo scenario imposto e dialogare con la RPC. Perciò, l’ex-ambasciatore a Pechino fu nominato alto funzionario nel Ministero degli Esteri all’inizio dell’anno, e gli eventi organizzati dal “governo tibetano in esilio” in occasione del 60° anniversario del soggiorno del XIV Dalai Lama in India furono in realtà ignorati. Tali atti furono accolti con soddisfazione a Pechino, che chiese di sviluppare una cooperazione reciprocamente vantaggiosa, in particolare sulla base del progetto NSR.
Secondo gli esperti, la valutazione dell’attuale stato delle relazioni Cina-India e dell’ulteriore sviluppo sarà possibile dopo i vertici dei leader dei Paesi a margine del vertice SCO, che si terrà a Qingdao nel giugno 2018. Tuttavia, Xi Jinping e Narendra Modi decisero di non aspettare “l’opportunità adeguata” e il 27 aprile ebbero un incontro “informale” a Wuhan, importante centro culturale, storico e industriale della Cina. Come di solito accade in questi casi (specialmente alle riunioni dei leader asiatici), furono pronunciate molte parole, tra cui la frase di Modi sui “1600 degli ultimi 2000 anni in cui India e Cina erano i motori della crescita economica globale”, meritando una nota speciale. Oltre ai complimenti verbali quasi obbligatori, c’erano messaggi che meritavano maggiore attenzione nello spazio politico moderno. Parliamo principalmente della menzione del “protezionismo commerciale e del nazionalismo introverso” in un contesto negativo. Questi memi furono usati dai leader in relazione alla parola “occidente”. Qui è importante chiarire che la maggior parte dei Paesi del famigerato “occidente” ha un pessimo atteggiamento nei confronti del “protezionismo-nazionalismo”, menzionando a tal proposito i propri leader, gli Stati Uniti. Con questo in mente poniamo la domanda chiave: Modi intende cambiare drasticamente rotta al suo Paese verso il principale “globalizzatore” e nemico del “protezionismo”, cioè la Cina? E la domanda che ne risulta è: è possibile aspettarsi una reazione positiva dal governo indiano ai ripetuti appelli di Pechino ad aderire al progetto NSR? La risposta generalizzata dell’autore ad entrambe le domande è: “Se sì, allora non immediatamente. Troppe manovre veloci non sono nella tradizione di una nave geopolitica così pesante come l’India“. E la conferma di questo punto di vista è il Ministro degli Esteri Sushma Swaraj che non firmava la clausola nel documento finale della riunione ministeriale della SCO che prevede la partecipazione dei membri dell’Organizzazione al progetto NSR. Questo incontro si teneva a Qingdao tre giorni prima i negoziati di Xi Jinping e N. Modi. La certa attenzione dell’India a questo progetto è comprensibile, perché uno dei principali elementi realizzati praticamente (il “Corridoio economico Cina-Pakistan”) attraversa la parte del territorio dell’ex-principato del Kashmir controllato dal Pakistan. Nel frattempo, a causa delle dispute sull’ex principato, entrambi i Paesi (nucleari) combattono o si trovano in stato prebellico. Sull’incontro “inaspettato e informale” di Xi Jinping e N. Modi, il principale risultato positivo è l’intenzione dei leader di RPC ed India di aumentare notevolmente la frequenza dei contatti bilaterali. Non c’è apparentemente alcun modo di eliminare gli attriti nelle relazioni bilaterali, senza.
La complessità del lavoro imminente è dovuta al fatto che i giganti asiatici sono coinvolti in varie relazioni con Paesi terzi. In precedenza notammo che l’India cerca un suo ruolo nell’avvio del gioco globale. A questo proposito, il viaggio europeo di N. Modi in Svezia, Regno Unito e Germania, svoltosi dal 16 al 20 aprile, va notato. Durante la visita a Londra, il primo ministro indiano fu una delle figure centrali al vertice del “Commonwealth delle Nazioni” di 54 Paesi. Questa relativamente insignificante, per la “Big World Politics”, organizzazione (la cui sfera di interessi e attività è limitata alle questioni umanitarie) fu ignorata dall’India praticamente dall’indipendenza. La presenza del primo ministro all’ultimo summit del “Commonwealth” è dovuta al significativo rafforzamento della posizione dell’India nell’arena mondiale e alla ricerca di New Delhi di risorse istituzionali internazionali che potrebbe utilizzare per soddisfare le crescenti ambizioni. Commentando la presenza di N. Modi all’evento, gli esperti indiani indicavano che il PIL dell’India ha quasi raggiunto quello del Regno Unito, leader non ufficiale del “Commonwealth” (rispettivamente 2,43 e 2,56 miliardi di dollari) e lo supererà l’anno prossimo. Inoltre, il divario coll’India aumenterà rapidamente, quindi è chiaro chi condurrà i tentativi (anche se abbastanza ipotetici) di risvegliare l'”impero-2″. Infine, sembra il momento giusto per toccare la questione del posizionamento della Federazione Russa nel moderno gioco globale. Nonostante il cambio abbastanza ovvio del centro dei processi mondiali dalla regione euro-atlantica all’India-Pacifico (dove si trovano i due terzi del territorio russo), secondo il contenuto tematico dei media nazionali si può concludere che è ridicolo “l’eurocentrismo” dei tempi della perestrojka che continua a dominare in Russia. Nel frattempo, gli eventi summenzionati nella regione India-Pacifico possono dare nuova vita alla vecchia idea del Ministro degli Esteri russo Evgenij Primakov sulla creazione del triangolo strategico “Russia-India-Cina”. Ma con l’inclusione di altri attori regionali significativi, principalmente Giappone e Pakistan. Non una pazzia, tenendo conto ad esempio dei crescenti problemi nelle relazioni USA-Giappone. È necessario lavorarci.
Sul tavolo da gioco, dietro a cui la Russia fa i conti con l'”Europa occidentale”, ci è più conveniente una “pausa strategica”. Dovremmo voltare le spalle a tale tavolo e tornarvi solo se i “partner” occidentali si comportano degnamente. In ogni caso, non va perso di vista il fatto che dall’altra parte del tavolo ci sono truffatori rozzi e non rappresentati di “valori europei – investimenti – tecnologie”. Il loro comportamento è gravemente influenzato dai rapporti con l’Ucraina che patrocinano.Vladimir Terekhov, esperto di regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Imperatore caotico e impero del caos

Gulam Asgar Mitha, Oriental Review, 12/05/2018

La suspense finì l’8 maggio, quando l’Imperatore Trump annunciò che il suo impero aveva finalmente deciso di strappare l’accordo firmato da Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia e Germania, e cioè il P5+1. Alcun ragionamento avanzato dalle tre potenze europee potrà convincere Trump a non fare altrimenti. Tutte snobbate. Un interessante articolo sulla CNN, “Tutto ciò che rottama l’accordo iraniano spiega Donald Trump”, afferma che la demolizione dell’accordo ha aperto una nuova finestra sull’anima politica di Trump, dimostrandone la volontà di scatenare all’estero quel tipo di caos che ha fomentato a casa. La decisione rientra nel contesto della dottrina in politica estera dell'”America first”, mostrandosi irremovibile nel seguire le promesse elettorali che hanno inorridito gli alleati degli USA. Non fu un ragionamento, ma le bugie di un uomo di un Paese piccolo ma potente, Israele, a convincere Trump a concludere l’accordo con l’Iran nonostante le verifiche dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA) secondo cui l’Iran aderiva pienamente al JCPOA. Quindi, perché gli Stati Uniti dovrebbero chiudere l’accordo? I capi Benjamin Netanyahu, John Bolton e Mike Pompeo, primo ministro israeliano, consigliere per la sicurezza nazionale e segretario di Stato degli Stati Uniti, sono dei falchi convinti che con l’uno o l’altro pretesto l’Iran vada bombardato. Il quartetto ha un piano generale. Probabilmente seguendo le stesse menzogne contro Iraq ed Afghanistan. John Bolton fu l’architetto della guerra in Iraq. Tra scuse da esporre alle Nazioni Unite, l’Iran è una nazione paria che sviluppa clandestinamente una bomba per distruggere Stati Uniti e Israele, destabilizza la regione, minaccia d’invadere l’Arabia Saudita, sviluppa missili balistici a lunga, media e corta gittata, supporta Hezbollah (lo stesso gruppo che bastonò Israele nel luglio 2006), Siria e Yemen. La mia ipotesi è che l’Arabia Saudita e il suo alleato EAU abbiano speso enormi fondi nella visita di Pompeo in Arabia Saudita per provocare la guerra contro l’Iran, comprese basi militari e aeree in quei Paesi. Non dimentichiamo l’Egitto, che ha anche qualche risentimento. I governanti sauditi non capiscono che anche Stati Uniti ed Israele hanno un piano sinistro per il loro Paese, spezzarne la parte occidentale includendo le città sante Mecca e Medina sotto controllo congiunto islamico, e la parte orientale con la ricchezza petrolifera, sotto il controllo delle grandi compagnie petrolifere, la parte centrale sotto il controllo saudita e la parte settentrionale col Levante. L’impero turco subì un destino simile dopo la Prima guerra mondiale.
C’è ancora un’altra domanda: la minaccia percepita dall’impero USA dall’Eurasia, Cina e Russia, sfidanti militari ed economici al primato e agli imperativi statunitensi. Non cercherò di rispondervi, ma rimanderò il lettore interessato a “The Grand Chessboard: American Primacy and its Geopolitical Imperatives” di Zbigniew Brzezinski, che avanzò il piano diversi anni fa. Cina e Russia stringono legami con Iran, Pakistan e Corea democratica. Queste cinque potenze eurasiatiche condividono capacità economiche, tecnologiche, energetiche e militari (anche nucleari) minacciando l’impero che continua a perseguire l’espansione. Ne discussi nell’articolo pubblicato su Oriental Review nell’aprile 2018. In diversi articoli che ho letto negli ultimi giorni, mentre la suspense si sviluppava sull’accordo, una domanda spiccava: se gli Stati Uniti si rifiutano di negoziare l’accordo P5+1 con l’Iran, quale altro Paese se ne fiderà in ogni rapporto, anche economico e commerciale? Questa domanda verrà ora messa alla prova del nove quando i capi di Corea democratica e Stati Uniti s’incontreranno. Cina e Stati Uniti sono ingarbugliati in una disputa commerciale come lo sono gli Stati Uniti con UE, Canada e Messico. Senza dimenticare l’uscita dalla Trans Pacific Partnership all’inizio del regno dell’imperatore.
Permettetemi di concludere con alcune domande economiche piuttosto importanti che riguardano gli USA. Sono vicini a una disastrosa recessione o probabile depressione. Vanno salvati. I principali beneficiari delle guerre nella storia furono banche e usurai, sia che operassero dal Tempio di Salomone durante l’Impero Romano e che tradissero Gesù di Nazareth o i Medici, e i Rothschild d’Europa o i Rockefeller o Stanley Morgans d’America. Alcuna guerra può essere combattuta senza il loro sostegno. Un articolo piuttosto interessante su come le banche operano intitolato “700 miliardi di volte 10“, di Tim Buchholz, pubblicato su Countercurrents il 4 dicembre 2008, in cui l’autore citava John LeBoutillier (ex-congressista repubblicano di New York, con un solo mandato che chiese “Da dove vengono tutti questi soldi?“) dire che Bloomberg riferiva che la Federal Reserve ha “impegnato/sostenuto/prestato 7,6 trilioni di dollari” per tentare di risolvere la crisi. Gli USA attualmente sono nella seconda più lunga espansione economica post-bellica, da 9 anni. Tale espansione iniziò con incentivi di spesa e tagli fiscali approvati nel 2009 per combattere la Grande Recessione. Probabilmente l’unica altra espansione fu nel 1991-2001, la cui crescita portò il mercato azionario a livelli record, causando lo sviluppo della bolla dei titoli tecnologici. La pressione sull’economia statunitense è ora dovuta alla valuta cinese e alla borsa petrolifera di Shanghai che minacciano il dollaro USA e il suo monopolio sul petrolio.
Nei paragrafi precedenti ho solo brevemente affermato il caso di una recessione d’entità significativa che potrebbe sconvolgere il proverbiale carretto di mele dell’imperatore dell’America first. La guerra è un’opzione degli USA per salvarsi dal disastro economico e salvare il monopolio della propria moneta. Sarà un’opzione con cui gli USA manterrebbero la preminenza, ma non è certamente un’opzione per questa civiltà sprofondare nel buio.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Trump pone fine all’accordo nucleare con l’Iran; quali prospettive?

Moon of Alabama, 8 maggio 2018

Con un discorso belluino, Trump esce dell’accordo nucleare con l’Iran, anche mentendovi. Non è una sorpresa. Gli Stati Uniti rispettano gli accordi solo finché gli è di breve vantaggio, basta chiedere ai nativi americani. Non si può mai contare sugli Stati Uniti. Trump reimpone le sanzioni all’Iran perché:
L’accordo nucleare è stato negoziato dall’amministrazione Obama e quindi dev’essere pessimo;
Israele vuole mantenere l’Iran come babau;
Sionisti e destra degli Stati Uniti vogliono attaccare l’Iran;
MAGA – Trump ha bisogno dell’Iran come nemico degli Stati del Golfo per vendergli armi statunitensi.
Tre Paesi europei, Gran Bretagna, Francia e Germania, erano abbastanza ingenui da pensare di poterlo evitare. L’EU3 offriva agli Stati Uniti ulteriori sanzioni all’Iran per altre scuse, missili balistici e presenza iraniana in Siria. Ero disgustato quando lessi del piano. Era ovvio sin dall’inizio che avrebbe solo screditato tali Paesi, fallendo. Fortunatamente Italia e alcuni Paesi dell’Europa orientale ridussero tali sforzi europei. Non erano disposti a sacrificarvi credibilità. L’accordo nucleare è stato firmato e va seguito da tutti, sottolineando che non c’era alcuna garanzia che qualsiasi altro sforzo europeo cambiasse il punto di vista di Trump. Nelle ultime settimane vi furono dei tentativi dell’EU3 d’influenzare Trump, invano: “Pompeo organizzava una teleconferenza con le controparti europee. Fonti informate mi hanno detto che Pompeo ringraziava l’EU3 per gli sforzi compiuti da gennaio per trovare una formula che convincesse Trump a non ritirarsi dall’accordo nucleare, ma chiariva che il Presidente vuole prendere un direzione diversa… Dopo la dichiarazione di Trump, le potenze europee vogliono rilasciare una dichiarazione congiunta che chiarirà che rispetteranno l’accordo tentando d’impedirne il collasso”.
Le sanzioni che Trump reintrodurrà non solo limiteranno i rapporti degli Stati Uniti con l’Iran, ma penalizzeranno anche altri Paesi. Ciò comporterà una serie di misure protettive, dato che almeno alcuni Paesi limiteranno l’esposizione alle sanzioni statunitensi persino introducendo contromisure: “Lavoriamo su piani per proteggere gli interessi delle aziende europee“, dichiarava a Bruxelles Maja Kocijancic, portavoce dell’UE per gli affari esteri. L’Iran aderirà all’accordo sul nucleare se l’UE lo difenderà efficacemente e non ostacolerà i rapporti con le compagnie europee. Se l’UE non lo farà, l’accordo nucleare sarà nullo. L’Iran ne uscirà e il governo neoliberista di Rouhani che l’ha accettato cadrà e i conservatori torneranno a difendere la sovranità dell’Iran a tutti i costi. Gli Stati Uniti sembrano credere di poter tornare alla stessa posizione che aveva Obama prima dell’accordo nucleare. L’Iran era sotto sanzioni delle Nazioni Unite e tutti i Paesi, anche Cina e Russia, le sostenevano. L’economia iraniana era in crisi e doveva negoziare una via d’uscita. Tale situazione non si ripeterà. La credibilità degli Stati Uniti è seriamente danneggiata. Il suo soft power è finito, e il suo hard power si è dimostrato inefficace in Afghanistan, Iraq e Siria. Cina e Russia stringono accordi enormi con l’Iran e ne sono i protettori. Se non hanno un’ideologia comune, i tre s’oppongono al mondo globalizzato dettato da sole regole “occidentali”. Hanno potenza economica, popolazione e risorse per farlo. Stati Uniti ed Europa non lo capiscono. L’Iran ha non solo nuovi alleati ma avanza in Medio Oriente per la stupidità di Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita. Le guerre a Iraq, Siria, Libano e Yemen ne hanno rafforzato la posizione, pur tenendosi sostanzialmente fuori. Le elezioni in Libano sono andate bene per la “resistenza”. In Libano, Hezbollah non può più essere sfidato. Le prossime elezioni in Iraq si tradurranno in un altro governo amico dell’Iran. L’Esercito arabo siriano vince la guerra condotta contro il Paese. La posizione degli Stati Uniti in Afghanistan è senza speranza. L’Arabia Saudita lotta contro gli Emirati Arabi Uniti nella guerra allo Yemen. La cacciata dal GCC del Qatar permane. Se Israele vuole mantenere l’Iran da uomo nero per distogliere l’attenzione dal genocidio dei palestinesi, non vuole la guerra. Hezbollah in Libano ha abbastanza missili per rendere insostenibile la vita in Israele. Una guerra all’Iran potrebbe facilmente finire con Tel Aviv in fiamme. Ci sono alcuni nell’amministrazione Trump che vorrebbero dichiarare guerra all’Iran. Anche l’amministrazione Bush aveva piani simili. Ma qualsiasi manovra contro l’Iran era finita male per Stati Uniti ed alleati. I Paesi del Golfo erano estremamente vulnerabili. La loro produzione petrolifera sarebbe stata chiusa in pochi giorni. La situazione non è cambiata. Gli Stati Uniti sono ora in una posizione strategica peggiore di quella dopo l’invasione dell’Iraq. Fintantoché ci saranno persone serie al Pentagono, la Casa Bianca sarà esortata a non compiere un simile tentativo. Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare è un grave errore. Il segretario alla Difesa Mattis era contrario. Trump farà un errore ancora peggiore nonostante l’opinione dei consiglieri militari? Andrà in guerra con l’Iran?L’Europa non può salvare l’accordo nucleare iraniano
The Iran Project

Muhamad Ali Jafari, comandante in capo dell’IRGC, dichiarava che l’accordo nucleare iraniano finirà, ritenendo che le parti europee non prenderenno le distanze dagli Stati Uniti sostenendo l’Iran. Il Generale Jafari dichiarava di essere contento che gli Stati Uniti abbiano abbandonato l’accordo, poiché era già stato violato da Washington e l’Iran non ne traeva benefici. “Era chiaro che gli statunitensi sono inaffidabili e l’uscita degli Stati Uniti dimostra ancora una volta che di Washington non ci si può fidare”, dichiarava. Il comandante dell’IRGC affermava che l’uscita degli Stati Uniti dal patto nucleare non produrrà effetti marcati sugli interessi nazionali dell’Iran. Jafari affermava che l’Iran ha compiuto enormi progressi quando fu sottoposto a pesanti sanzioni e può ulteriormente svilupparsi utilizzando la vaste capacità interne. Il comandante aveva detto che l’uscita degli Stati Uniti dimostra che il programma nucleare iraniano era solo un pretesto per fare pressioni sull’Iran, e che la vera preoccupazione degli USA è la potenza militare e l’influenza regionale dell’Iran.

Boeing e Airbus non venderanno aerei all’Iran
The Iran Project

Il Tesoro degli Stati Uniti afferma che le licenze dei giganti aerospaziali Boeing e Airbus per vendere aerei passeggeri all’Iran saranno revocate dopo che Washington annunciava il ritiro dall’accordo nucleare del 2015. “Le licenze di Boeing e Airbus saranno revocate“, affermava il segretario al Tesoro Steven Mnuchin. “In base all’accordo originale ci furono deroghe per aeromobili commerciali, parti e servizi e le licenze saranno revocate“, aggiungeva. Le osservazioni si sono avute dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annunciava l’abbandono dell’accordo nucleare, ufficialmente chiamato Piano d’azione globale congiunto (JCPOA). Trump aveva anche detto che ripristinava le sanzioni all’Iran e “i massimi” divieti economici alla Repubblica islamica.Traduzione di Alessandro Lattanzio