La nuova “Via della Seta”, Panama e America Latina

Oscar René Vargas, Mondialisation, 26 novembre 2017L’accordo Panama-Cina è stato firmato nel giugno 2017 nell’ambito del gigantesco progetto “Fascia e Via” tessendo una rete globale da est a ovest. La Cina ha attualmente il più alto prodotto interno lordo (PIL) al mondo, calcolato a parità di potere d’acquisto, secondo la classifica del World Factbook World Intelligence Agency (CIA). Si prevede che, in termini di PIL nominale, la Cina supererà, intorno al 2020, Unione europea (UE) e Stati Uniti, rispettivamente prima e secondi. La Cina ha ora le maggiori riserve valutarie, con 3100 miliardi di dollari, contro 775 miliardi dell’Unione europea (quattro volte meno) e 117,3 degli Stati Uniti (26 volte in meno). Il Presidente Xi Jinping si è impegnato a “ricostruire” la Via della Seta come corridoio economico tra Oriente e occidente. Ha fatto una grande scommessa strategica. La Cina ha la più grande rete ferroviaria del mondo, 112000 chilometri, compresi oltre 20000 ad alta velocità. Entro il 2025 ne sono previsti altri 15000 chilometri. La Via della Seta è una gigantesca rete di rotte marittime e terrestri chiamata “Fascia e Via”. L’iniziativa comprende investimenti, finanziamenti, accordi commerciali e decine di zone economiche speciali (SEZ) per un valore di 900 miliardi di dollari. In totale, la Cina vuole investire non meno di 4 trilioni di dollari in 64 Paesi. Il suo progetto è il simbolo della nuova diplomazia della seduzione attuata da Pechino per conquistare i vicini e fare del Paese uno dei principali attori mondiali, se non il principale. Proprio come gli Stati Uniti consolidarono l’influenza economica sull’Europa col Piano Marshall, creato per promuovere la ricostruzione dei Paesi distrutti dalla Seconda guerra mondiale, Pechino intende costruire una vasta rete di trasporto e di gasdotti ed oleodotti per esportare la propria forza economica oltre i confini di Asia, Europa, Africa e America Latina.
La Cina diventa rapidamente il più grande “impero commerciale” al mondo. Basta confrontare il Piano Marshall da 800 miliardi di dollari USA (in valore attuale) degli Stati Uniti cogli investimenti della Cina che sono già a 300 miliardi di dollari e prevede di investirne un altro trilione nel prossimo decennio. La sola Cina ha concesso più crediti ai Paesi in via di sviluppo della Banca mondiale. Il progetto “Fascia e Via” ha una componente terrestre, una marittima e una oceanica. Le SEZ sono guarnigioni commerciali nelle catene di approvvigionamento internazionali attraverso le quali la Cina può proteggere il proprio commercio senza creare vincoli coloniali. In questo piano, dobbiamo analizzare il trattato tra Panama e la Cina. Nella strategia della crescita della Cina, l’Europa svolge un ruolo fondamentale come mercato per i prodotti cinesi e per acquisizione e cooperazione ad alta tecnologia su temi prioritari come l’ambiente. Pertanto, la nuova Via della Seta terrestre consiste di due rami principali con una moltitudine di terminali e diramazioni. Il primo, basato sulla vecchia carovaniera (e ancora senza una rotta definita), è il più conflittuale, poiché attraversa aree di marcata instabilità in Asia centrale e Medio Oriente. Le guerre in Afghanistan e Siria rallentano questa rotta terrestre; povertà, sfiducia e quasi totale mancanza di infrastrutture in alcuni di Paesi, come Kirghizistan e Tagikistan. Nel dicembre 2015 la Cina collegava ad alta velocità Pechino e la capitale della provincia più occidentale Urumqui (Xinjiang). Il progetto ferroviario cinese avrebbe unito Urumqui (Cina) a Sofia (Bulgaria), attraverso Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Iran e Turchia. La tattica di questi Paesi per consentire la costruzione di ferrovie, strade ed oleodotti è impegnare miliardi di dollari per finanziare i vari progetti. Il secondo ramo, attraverso Russia e Kazakistan, è già operativo, ma richiede una modernizzazione. Attualmente vi sono treni regolari tra Pechino e Mosca che impiegano sei giorni e mezzo. Ma la Cina ha già investito 6 miliardi di dollari per la costruzione del treno ad alta velocità Mosca-Kazan, per un valore di 24 miliardi di dollari, che in seguito consentirà il collegamento tra la capitale russa e la Cina attraverso il Kazakistan.; ciò ridurrà la durata del viaggio Mosca-Pechino a 33 ore.
L’iniziativa “Fascia e Via” integra anche la dimensione marittima. Come la Via della Seta terrestre, la rotta ha anche diverse diramazioni principali e una moltitudine di secondarie. Lasciando la provincia del Fujian, a sud-est, attraverso il Mar Cinese Meridionale, entra nell’Oceano Indiano e raggiunge il Corno d’Africa. Una di esse si dirige a nord attraverso Mar Rosso e Mediterraneo fino a Venezia. L’altra va verso Dar as-Salam (Tanzania) e la costa sud-orientale dell’Africa. La terza va verso l’America Latina. In seguito all’accordo di Stato tra Panama e Cina, firmato il 17 novembre 2017, Panama aderisce all’iniziativa della Via della Seta e della Rotta della Seta del 21° secolo (accordo 14) diventando la terza diramazione marittima dell’Iniziativa. Secondo me, con Panama beneficiaria della clausola della nazione più favorita dalla Cina, si annulla la possibilità di costruire un canale inter-oceanico attraverso il Nicaragua. È prevista la possibilità di finanziare grandi progetti infrastrutturali in futuro: ad esempio, la quarta chiusa del Canale di Panama. Pertanto, il trattato Ortega-Wang (del 2013, tra D. Ortega e l’uomo d’affari Wang) assomiglia al trattato Chamorro-Bryan (del 1914) servendo solo per ottenere un diritto specifico (un “brevetto”) per costruire il canale attraverso il Nicaragua in modo che nessun altro possa farlo. La Via della Seta marittima può dare impulso agli sviluppi in Africa. Dall’inizio del decennio, la Cina è il principale partner commerciale del continente nero, la Cina vuole raddoppiare il volume di affari entro il 2020. Nel 2015, l’investimento del gigante asiatico in Africa ha raggiunto i 25 miliardi di dollari. Più di 2000 aziende cinesi sono presenti in diversi Paesi in settori come miniere, petrolio e altre risorse, infrastrutture, costruzioni, agricoltura, tessuti e altri manufatti. La Via della Seta marittima mira a creare grandi infrastrutture portuali che, secondo un rapporto del Pentagono, servirebbe non solo per scopi commerciali, ma il cui obiettivo finale sarebbe sostenere l’ambizione della Cina di diventare potenza navale. Una delle basi principali della politica “Fascia e Via” è il Pakistan. Si prevede che il suo territorio servirà ad unire le rotte marittime e terrestri attraverso la ferrovia che attraverserà il Pakistan dal porto di Gwadar, all’estremità sud-ovest all’estremità nord-est, con la rete ferroviaria cinese.
La Cina sembra aver trovato la pietra filosofale nella Via della Seta. Se nel 2013 il Presidente Xi Jinping sorprese tutti col progetto di rivitalizzare la vecchia rotta dei cammelli, quattro anni dopo, programma non solo di unire Cina ed Europa con una vasta rete di treni, automezzi e navi. Asia centrale, Medio Oriente, Sud-est asiatico e Africa orientale ne sono integrati, ed anche America Latina. La Cina è passata da ruolo secondario ad attore fondamentale nella comprensione delle dinamiche economiche e commerciali dell’America Latina. Nel 2010, gli investimenti cinesi in America Latina ammontavano a 31,72 miliardi di dollari. A fine 2016, ammontavano a 113,662 miliardi. In altre parole, un aumento di 81,942 miliardi di dollari USA. A fine 2016, gli investimenti cinesi erano concentrati in tre Paesi: Brasile (54,49 miliardi di USD), Perù (12,372 miliardi di USD) e Argentina (10,587 miliardi di USD). Questi tre Paesi rappresentano il 71% degli investimenti cinesi in America Latina. In America Latina, il progetto cinese prevede la costruzione di una linea ferroviaria che collega Atlantico e Pacifico attraverso Brasile e Perù, dimostrando l’intenzione della Cina di diventare il principale partner commerciale dell’America Latina, nonché l’aspirazione ad essere una potenza mondiale. Il commercio tra Cina e America Latina è aumentato di 22 volte nell’ultimo decennio e gli enormi investimenti di Pechino prevedono che continui a crescere. La tratta pianificata collegherà il porto brasiliano di Açu (315 chilometri a nord di Rio de Janeiro, in piena espansione, divenendo il terzo più grande al mondo e il primo in America Latina) al porto peruviano di Ilo (1200 chilometri a sud di Lima). Questa Via della Seta transoceanica ridurrà notevolmente il tempo degli scambi. Ora, i prodotti sudamericani devono attraversare il Canale di Panama e, da lì, navigare per 30 giorni per raggiungere il porto di Tianjin (a sud di Pechino). Le relazioni economiche tra Cina e America Latina sono state così rapide da diventare il secondo partner commerciale, con 263,6 miliardi di dollari nel 2014. Ciò significa che ha superato l’Unione europea e si trova solo dietro gli Stati Uniti. Tra il 2005 e il 2013, la Cina ha erogato 102 milioni di prestiti all’America Latina. Pechino ha trovato in America Latina il quadro appropriato per la sua diplomazia della seduzione: 600 milioni di persone e una classe media relativamente ampia che rappresenta un grande mercato per prodotti economici e tecnologici. Il piano di Xi Jinping per rivitalizzare la vecchia Via della Seta ha innescato tutti gli allarmi a Washington.
La nuova Via della Seta svolge anche un ruolo fondamentale nel matrimonio di convenienza tra Cina e Russia. “Se la Cina riesce a connettere la fiorente industria con il cuore dell’Eurasia, dalle vaste risorse naturali, allora è possibile, come previde nel 1904 il geografo inglese Halford Mackinder, profilarsi un impero mondiale“, avverte lo storico Alfred McCoy dell’Università del Wisconsin-Madison (USA). “La vittoria migliore è quella ottenuta senza combattere, e questa è la distinzione tra un uomo prudente e uno ignorante“, dice Sun Zu nel suo libro L’Arte della Guerra, la cui filosofia governa le relazioni estere della Cina.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Cosa significano gli attacchi di Donald Trump al Pakistan?

Vladimir Terehov, New Eastern Outlook 15.01.2018Pubblicato il 1° gennaio 2018, il tweet di Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, sull’errore di fornire al Pakistan aiuti finanziari (oltre 33 miliardi di dollari negli ultimi 15 anni), premiato con “nient’altro che menzogne e inganni“, è un importante notizia nella politica mondiale del nuovo anno appena arrivato. Parlando il giorno dopo ai giornalisti, la rappresentante permanente degli Stati Uniti presso l’ONU, Nikki Haley, chiariva che il presidente considerava la possibilità di porre fine all’assistenza finanziaria al Pakistan, che fornisce “rifugio sicuro ai terroristi” cacciati dagli statunitensi in Afghanistan. Per spiegazioni sul significato della dichiarazione di Donald Trump, l’ambasciatore statunitense ad Islamabad fu convocato al ministero degli Esteri del Pakistan. Il capo del dipartimento della politica estera del Pakistan, Khawaja Asif, affermava che Washington cerca d’incolpare il suo Paese per il fallimento della propria politica in Afghanistan. Sottolineando la partecipazione attiva del Pakistan alla lotta al terrorismo, ricordava che durante la guerra in Afghanistan, gli statunitensi effettuarono oltre 5700 attacchi dalle basi situate nel territorio pakistano. In generale, Donald Trump e Nikki Haley non hanno detto nulla di nuovo o di utile. Ricordiamo che, grosso modo, lo stesso fu detto sempre da Donald Trump il 21 agosto 2017, quando (dopo un silenzio prolungato) affrontò per la prima volta in maniera eccezionalmente puntuale e dolorosa le prospettive dei militari USA nell’avventura di 16 anni in Afghanistan. S’ipotizza che l’attuale accusa al Pakistan sia semplicemente la realizzazione delle minacce esplicite di Nikki Haley ai Paesi che il 18 e il 21 dicembre 2017 (rispettivamente, nel Consiglio di sicurezza e all’Assemblea generale delle Nazioni Unite), votarono per la risoluzione che nega il riconoscimento di Gerusalemme a capitale d’Israele. Sembra, tuttavia, che la vera ragione del malcontento USA nei confronti del Pakistan sia molto più seria. È probabile che sia la risposta a un evento estremamente significativo, avvenuto il 26 dicembre a Pechino, dove si svolse il “Primo Dialogo dei Ministri degli Esteri di RPC, Pakistan e Afghanistan”. Nel comunicato stampa congiunto dell’occasione, alcuni punti sono di rilievo:
– i rappresentanti del Pakistan e dell’Afghanistan si congratulano con i cinesi “per la positiva conclusione del XIX Congresso del PCC e sostengono pienamente la proposta del Presidente Xi Jinping” di visione del futuro di tutta l’umanità;
– si esprime disponibilità ad approfondire la cooperazione trilaterale, anche nel quadro del progetto “Nuova Via della Seta”, nella lotta al terrorismo e nella sicurezza;
– si afferma che il processo di pace in Afghanistan, “sostenuto a livello regionale e internazionale“, va condotto con la partecipazione di tutte le parti, inclusi i taliban, ma va “guidato” dall’Afghanistan stesso;
– il secondo incontro nella stessa composizione si terrà a Kabul “nel 2018”.
Il documento non contiene accenni al ruolo apparentemente negativo del Pakistan nel conflitto afghano. Non menziona la presenza militare da 16 anni in Afghanistan della principale potenza mondiale che vi ha sepolto enormi risorse finanziarie e sostenuto alti costi politici. Pertanto, la leadership statunitense ha tutte le ragioni d’essere sconvolta. Tanto più che Washington prevedeva di tenere entro la fine dello scorso anno una sua riunione tripartita sul problema afghano, nel formato “USA-Afghanistan-India”. Tuttavia, qualcosa è andato storto e il principale oppositore geopolitico degli Stati Uniti ha chiaramente rubato l’iniziativa del processo di risoluzione pacifica del conflitto afghano. A giudicare dai contenuti del documento citato, gli autori assegnano ad India e Stati Uniti un ruolo abbastanza indiretto, parlando della necessità di mantenere il processo a “livelli regionale e internazionale“. I partecipanti all’incontro di Pechino fu designato principale iniziatore e “leader” (ancora una volta poniamo l’accento su questo punto eccezionalmente importante) “l’Afghanistan stesso“. Va notata, tuttavia, l’osservazione del 27 dicembre a una conferenza stampa del Ministro degli Esteri cinese Wang Yi, secondo cui l’istituzione del “dialogo cino-pakistano-afghano” non è inteso a sostituire altre piattaforme internazionali dedite a questo problema. Aggiungiamo che ciò è semplicemente impossibile. Stati Uniti ed India non sono Stati che accetterebbero il ruolo ausiliario di certe forze “regionali e internazionali” nel processo di risoluzione del conflitto afghano. Va anche ricordato che il Pakistan vede in modo esplicito l’Afghanistan come retrovia strategica (“cortile”) nel confronto con l’India. Cosa con cui quest’ultima non sarà mai d’accordo, va aggiunto.
La posizione delle forze filoindiane è piuttosto forte nell’élite afgana, mentre le relazioni pakistano-afghane affrontano gravi problemi (incluse la ragione di cui sopra), accumulatisi negli anni. Tali problemi difficilmente possono essere risolti con un solo evento a livello ministeriale. Nel frattempo, Washington, che negli ultimi anni ha espresso chiara preferenza a sviluppare relazioni con l’India (il tweet di D. Trump è stato definito dal giornale Indian Expresssweet music“), non vuole rompere completamente i legami col Pakistan e non ha intenzione di cederlo ‘senza combattere’ alla piena influenza della RPC. Ciò in particolare è evidenziato dalla visita a Islamabad del segretario alla Difesa USA James Mattis tre giorni dopo lo scandaloso tweet di Donald Trump. Tuttavia, l’osservazione del vicedirettore della CNN Michael Kugelman su questa visita (“Congratulazioni, segretario Mattis. Sei diventato l’ultimo funzionario degli Stati Uniti a fare da vocalist a un disco irrimediabilmente rotto”), a quanto pare, riflette adeguatamente lo stato dei rapporti Stati Uniti-Pakistan. Sembra che il treno pakistano lasci gli Stati Uniti acquisendo notevole velocità e non sarà facile per Washington salire sull’ultimo vagone. Un articolo del quotidiano cinese Global Times intitolato opportunamente “Trump tweet draws China, Pakistan closer“, elenca le componenti principali della cooperazione Cina-Pakistan in rapido sviluppo. Tutto sommato, va affermata la cosa principale: i giochi sul controllo del territorio dell’Afghanistan, durati almeno due secoli con vari protagonisti, continueranno dopo il “Dialogo” di Pechino. Gli ultimi attacchi anti-Pakistan degli Stati Uniti, chiaramente provocati dal suddetto evento, ne sono una testimonianza.Vladimir Terekhov, esperto sui temi della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il matrimonio tra Stati Uniti e Arabia Saudita ha generato il jihadismo

I tentativi di usare il wahhabismo a nostro vantaggio alla fine sono stati disastrosi.
Daniel Lazare, The American Conservative 2 novembre 2017Chiacchierando col primo ministro australiano Malcolm Turnbull al summit di cooperazione economica Asia-Pacifico nel novembre 2016, Barack Obama menzionava l’Indonesia, dove trascorse parte dell’infanzia negli anni ’60. Il Paese, notò, era cambiato. Laddove i musulmani un tempo adottarono elementi di induismo, buddismo e animismo, oggi una versione austera dell’Islam prevale da quando l’Arabia Saudita riversa denaro nelle madrase wahhabite dagli anni ’90. Dove le donne circolavano a capo scoperto, l’hijab comincia a diffondersi. Ma perché, voleva sapere Turnbull, succedeva questo? “I sauditi non sono vostri amici?” Al che Obama rispose, “È complicato“. Quella parola copre molto, non solo il wahhabismo, l’ideologia saudita ultra-fondamentalista il cui impatto si fa sentire in tutto il mondo, ma anche riguardo gli Stati Uniti principale protettore dei sauditi, e coadiuvante, dalla Seconda guerra mondiale. Come ogni potenza imperialista, gli Stati Uniti possono essere senza scrupoli nei partner che scelgono. Quindi ci si potrebbe aspettare che guardino dall’altra parte quando gli amici sauditi diffondono le loro dottrine militanti in Indonesia, Filippine, subcontinente indiano, Siria e numerosi altri posti. Ma Washington ha fatto di più che guardare altrove. Ha incoraggiato attivamente tali attività collaborando coi wahhabiti in qualsiasi occasione, come l’Afghanistan, dove statunitensi e sauditi armarono i jihadisti per cacciare i sovietici negli anni ’80. Come anche la Bosnia, dove i due Paesi collaborarono a metà degli anni ’90 per contrabbandare centinaia di milioni di dollari in armi nella repubblica islamica di Alija Izetbegovi?, oggi roccaforte del salafismo wahhabita. Altri esempi degni di nota: il Kosovo, dove gli Stati Uniti si sono uniti agli “arabi afghani” e altri jihadisti sostenuti dai sauditi per supportare il movimento separatista di Hashim Thaçi; in Cecenia, dove i principali neocon come Richard Perle, Elliott Abrams, Kenneth Adelman, Midge Decter, Frank Gaffney, Michael Ledeen e R. James Woolsey difesero gli islamisti sostenuti dall’Arabia Saudita; la Libia, dove Hillary Clinton reclutò personalmente il Qatar per aderire all’azione contro Muammar Gheddafi e poi non disse nulla mentre il regno wahhabita inviava 400 milioni di dollari ai gruppi islamisti che volevano rovesciare il Paese; e naturalmente la Siria, dove i terroristi sunniti appoggiati da sauditi e altre petromonarchie hanno ridotto il Paese in un ossario. Gli Stati Uniti si dichiarano scioccati, scioccati!, dai risultati, mentre intascano la vincita. Ciò è evidente da una famosa intervista del 1998 a Zbigniew Brzezinski che in qualità di consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, fece tutto il possibile per inventare il fenomeno della jihad moderna. Alla domanda se avesse qualche rimpianto, Brzezinski fu sfacciato: “Rimpiangere cosa? Quell’operazione segreta era un’idea eccellente. Ebbe l’effetto di trascinare i russi nella trappola afgana e volete che me ne penti? Il giorno in cui i sovietici varcarono ufficialmente il confine, scrissi al presidente Carter: Ora abbiamo l’opportunità di dare all’URSS la sua guerra del Vietnam… Cos’è più importante per la storia del mondo? I taliban o il crollo dell’impero sovietico? Alcuni musulmani agitati o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della Guerra Fredda?” Oppure, come Graham Fuller, ex-vicedirettore del Consiglio nazionale sull’intelligence della CIA ed analista della RAND Corporation, un anno dopo: “La politica per guidare l’evoluzione dell’Islam e aiutarlo contro i nostri avversari ha funzionato meravigliosamente bene in Afghanistan contro l’Armata Rossa. Le stesse dottrine possono ancora essere utilizzate per destabilizzare ciò che rimane della potenza russa e soprattutto per contrastare l’influenza cinese in Asia centrale”.
Cosa potrebbe andare storto? Meno fenomeno specificamente saudita, la grande offensiva wahhabita degli ultimi 30-40 anni è meglio intesa come joint venture tra imperialismo e revivalismo islamico neo-medievale. Di per sé, tale austera dottrina non sarebbe mai uscita dai calanchi dell’Arabia centrale. Solo grazie alle potenze estere, prima la Gran Bretagna e poi gli Stati Uniti, è divenuta una forza che altera il mondo. Tuttavia, un po’ di preistoria potrebbe essere utile. Per sapere come è nato il wahhabismo, è necessario sapere dove è sorto. Nel Najd, un vasto pianoro nell’Arabia centrale delle dimensioni della Francia. Limitato su tre lati dal deserto e dal quarto dalla provincia dell’Hajaz, un po’ più fertile sul Mar Rosso, era uno dei luoghi più isolati e aridi della terra fino alla scoperta del petrolio negli anni ’30. Meno isolato ora, rimane estremamente sterile. L’esploratrice inglese Anne Blunt lo descrisse nel 1881 come composto da “vasti altipiani di ghiaia, quasi privi di vegetazione come alcun’altra zona del mondo“, costellata di insediamenti occasionali isolati tra essi quasi quanto dal mondo. Era uno dei pochi Paesi del terzo mondo ancora non colonizzato dal XIX secolo, non perché fosse insolitamente forte o ben organizzato, ma perché era troppo povero, selvaggio e inaccessibile per meritarsi uno sforzo. Era una terra che nessun altro voleva. Era anche sede di un’ideologia che nessun altro voleva. L’hanbalismo, la più severa e spietata delle quattro maggiori scuole di giurisprudenza islamica. Sorse a Baghdad nel IX secolo e nel giro di pochi decenni scatenò il caos mentre i seguaci depredavano le case per confiscare liquori, strumenti musicali e altri oggetti proibiti; razziare negozi e molestare uomini e donne che camminano insieme per strada. Espulsi dalla metropoli, gli hanbalisti furono relegati negli avamposti più primitivi e lontani, in particolare il Najd. Ma poi, a metà del 18° secolo, furono attaccati da un predicatore errante di nome Muhamad Ibn Abd al-Wahhab, per il quale l’hanbalismo non era abbastanza severo. Passando da un villaggio all’altro, “il Lutero del maomettanismo”, come lo descrisse Lady Blunt, denunciò pratiche popolari come adorare le tombe dei santi e pregare gli alberi sacri. Teologicamente, il grande contributo di Wahhab era prendere il concetto di shirq, o associazione, che tradizionalmente si riferiva all’adorazione di qualsiasi divinità in congiunzione con Allah, ed espanderlo includendo tutto ciò che distraeva dall’attenzione focalizzata sull’unico vero dio. Cercare l’intervento di un santo, un portafortuna, ciò che adornava persino le moschee, era tutto shirq. L’obiettivo era una religione nuda come il paesaggio, che non permetteva che nulla potesse accadere tra uomo e Dio. Presumibilmente, Wahhab non fu il primo mullah ad inveire contro la superstizione. Ma ciò che lo distinse è l’energia, il fanatismo, si fece un nome ordinando la lapidazione di una adultera, e alleandosi nel 1744 con un capo tribale di nome Muhammad bin Saud. In cambio del sostegno militare, al-Wahhab fornì a bin Saud il mandato legale di rapinare, uccidere o schiavizzare chiunque rifiutasse di inchinarsi alla nuova dottrina. Sostenuto dai fanatici beduini conosciuti come Iqwan, o Fratellanza, Saud e i suoi figli iniziarono a conquistare il deserto.
Era nata una nuova dinastia. L’alleanza saudita-wahhabita costituiva una sorta di “costituzione” in quanto stabiliva le regole base che il nuovo regno avrebbe dovuto seguire. Al-Saud ottenne un’autorità economica e politica senza limiti. Ma il clan acquisì anche l’obbligo religioso di sostenere e difendere la wahhabiya e lottare contro le pratiche che consideravano non islamiche. Nel momento in cui vacillasse, la legittimità svanirebbe. Ciò spiega forza e debolezza dello Stato saudita. A prima vista, il wahhabismo sembrerebbe essere la più indomabile delle ideologie poiché l’unica sottomissione che riconosce è a Dio. Ma dopo essere stati brevemente rovesciati dagli ottomani nel 1818, gli al-Saud poterono riprendere la via solo col sostegno esterno. La sopravvivenza del regime dipendeva quindi dall’equilibrare una feroce dirigenza religiosa con le forze internazionali che, come la dinastia sapeva troppo bene, erano infinitamente più potenti di qualsiasi orda di cavalieri del deserto.
L’ondata di petrolio che investì il regno negli anni ’70 aggravò il problema. Non solo la dinastia al-Saud doveva bilanciare la wahhabiyya cogli Stati Uniti, ma doveva anche bilanciare l’austerità religiosa con il consumismo moderno. Negli anni ’20, i mullah si erano infuriati contro viaggi e telefoni stranieri. Un membro dell’Iqwan una volta colpì persino un servo del re perché andava in bicicletta, che i wahhabiti denunciarono come “carrozza di Satana”. Ma ora i mullah devono fare i conti con Rolls Royce, Land Rover, centri commerciali, cinema, giornaliste e, naturalmente, la crescente ubiquità sessuale. Che fare? La risposta divenne chiara nel 1979, quando si verificarono tre eventi epocali. A gennaio, lo Scià dell’Iran fuggì in aereo verso l’Egitto, aprendo la strada al ritorno trionfante dell’Ayatollah Khomeini a Teheran due settimane dopo. A luglio, Jimmy Carter autorizzò la CIA ad armare i mujahidin afgani, spingendo l’Unione Sovietica ad intervenire alcuni mesi dopo a sostegno dell’assediato governo di sinistra a Kabul. E a novembre, militanti wahhabiti presero il controllo della Grande Moschea alla Mecca, occupandola per due settimane prima di essere scacciati da commando francesi. L’ultimo fu particolarmente sconvolgente perché fu subito evidente che i militanti godevano di un ampio sostegno clericale. Juhayman al-Utaybi, a capo dell’assalto, era membro di un’importante famiglia dell’Iqwan e aveva studiato col gran muftì Abd al-Aziz ibn Baz. Mentre i wahhabiti condannarono l’assalto, le loro lingue, secondo il giornalista Robert Lacey, “curiosamente si trattennero”. Il sostegno alla famiglia reale cominciò a vacillare. Chiaramente, la famiglia reale saudita aveva bisogno di ricucire le relazioni con la wahhabiya mentre bruciava le credenziali islamiche respingendo critiche in patria e all’estero. Dovette reinventarsi Stato islamico non meno militante di quello persiano nel Golfo Persico. Ma il nascente conflitto in Afghanistan suggerì una via d’uscita. Mentre gli Stati Uniti potevano inviare aiuti alle forze antisovietiche, ovviamente non potevano organizzare da soli una jihad adeguata. Perciò avevano bisogno dell’aiuto dei sauditi, che il regno si affrettò a fornire. Sparirono multiplex e presentatrici, e arrivò la polizia religiosa e gli sconti del 75% alla Saudi Arabian Airlines per i guerrieri santi che viaggiavano in Afghanistan via Peshawar, in Pakistan. Migliaia di giovani annoiati e irrequieti che avrebbero potuto causare guai nel regno furono spediti in una terra lontana per creare problemi a qualcun altro. I principi sauditi potevano ancora festeggiare come se non ci fosse un domani, ma ora dovevano farlo all’estero o a porte chiuse a casa. La patria doveva rimanere pura e incontaminata. Era una soluzione pulita, ma lasciava ancora sciolti alcuni nodi. Uno era il problema del ritorno al passato sotto forma di jihadisti induriti che ritornavano dall’Afghanistan più determinati che mai a combattere la corruzione in patria. “Ho più di 40000 mujahidin nella terra delle due sacre moschee“, disse Usama bin Ladin a un collega. Era un’affermazione che non poteva essere del tutto derisa quando le bombe di al-Qaida iniziarono ad esplodere nel regno fin dal 1995. Un altro problema riguardava chi i militanti avevano preso di mira all’estero, un problema che inizialmente non si presentò serio ma che alla fine si sarebbe rivelato assai significativo. Tuttavia, la nuova partnership funzionò brillantemente per un certo periodo. Aiutò il regime di al-Saud a mitigare gli ulama, come sono noti collettivamente i mullah, che videro l’umma, o comunità dei fedeli, assediata su più fronti. Come disse Muhamad Ali Haraqan, segretario generale della Lega mondiale musulmana sponsorizzata dall’Arabia Saudita, già nel 1980: “La Jihad è la chiave per il successo e la felicità dei musulmani, specialmente quando i loro santuari sono sotto l’occupazione sionista in Palestina, quando milioni di musulmani subiscono repressione, oppressione, ingiustizia, tortura e persino campagne di morte e sterminio in Birmania, Filippine, Patani (regione prevalentemente musulmana della Thailandia), Unione Sovietica, Cambogia, Vietnam, Cipro, Afghanistan, ecc. Questa responsabilità diventa ancora più vincolante e pressante quando consideriamo le campagne malvagie intraprese contro l’Islam e i musulmani dal sionismo, dal comunismo, dalla massoneria, dal qadianismo (cioè l’Islam Ahmadi), Bahai e missionari cristiani”. La Wahhabiya avrebbe trascurato i molti peccati dei principi se avessero usato le loro ricchezze per difendere la fede. L’accordo funzionò anche per gli Stati Uniti, che acquisirono un utile partner diplomatico e forza militare ausiliaria oltre che economico, efficace e degna di credibilità. Funzionò per i giornalisti entusiasti che si avventurarono per le terre selvagge dell’Afghanistan, assicurando la gente a casa che i “muj” non erano altro che “gente di montagna che non cede a una potenza straniera che ha conquistato le loro terre, ucciso la loro gente, e attaccato la loro fede“, per citare William McGurn, salito alla ribalta come autore dei discorsi di George W. Bush.
Funzionò per quasi tutti finché 19 dirottatori, 15 dei quali sauditi, lanciarono un paio di aerei di linea carichi di carburante sul World Trade Center e un terzo sul Pentagono, uccidendo quasi 3000 persone. Gli attacchi dell’11 settembre avrebbero dovuto essere il campanello d’allarme su ciò che era andato seriamente male. Ma invece di premere il pulsante pausa, gli Stati Uniti optarono per raddoppiare la stessa vecchia strategia. Dal loro punto di vista, non avevano scelta. Avevano bisogno del petrolio saudita; della sicurezza nel Golfo Persico, del più importante fulcro del commercio globale; e di un alleato affidabile nel mondo musulmano. Inoltre, la famiglia reale saudita era chiaramente nei guai. Al-Qaida aveva ampio sostegno pubblico. In effetti, secondo un’indagine dell’intelligence saudita, il 95 per cento dei sauditi istruiti tra i 25 e i 41 anni aveva “simpatie” per la causa di bin Ladin. Se l’amministrazione Bush si fosse offesa, la Casa dei Saud sarebbe diventata più vulnerabile ad al-Qaida piuttosto. Di conseguenza, Washington scelse il matrimonio piuttosto che il divorzio. Ciò comportò tre cose. In primo luogo, era necessario nascondere il ruolo considerevole di Riyadh nella distruzione delle Twin Towers, sopprimendo, tra le altre cose, un cruciale capitolo di 29 pagine nel rapporto del Congresso che trattava dei legami sauditi con i dirottatori. In secondo luogo, l’amministrazione Bush raddoppiò gli sforzi per incolpare Sadam Husayn, l’ultimo villain du jour di Washington. Servivano “migliori informazioni e in fretta“, ordinò il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld mentre le torri erano ancora in fiamme, secondo le note del collaboratore Stephen Cambone. “…Giudica se è abbastanza buono per colpire SH allo stesso tempo, non solo UBL (cioè Usama bin Ladin). Difficile trovare una buona causa. Serviva agire rapidamente: bisognava trovare un bersaglio a breve termine, e per spazzare massicciamente via tutto, serviva avere qualcosa di utile. Che le cose fossero collegate o no“. Washington aveva bisogno di un disgraziato per salvare i sauditi. Terzo, era necessario perseguire la cosiddetta “guerra al terrorismo”, che non riguardò mai il terrorismo di per sé, ma il terrorismo non autorizzato dagli Stati Uniti. L’obiettivo era organizzare i jihadisti solo per colpire obiettivi decisi congiuntamente da Washington e Riyad. Ciò significava, in primo luogo, l’Iran, la bestia nera dei sauditi, il cui potere, ironia della sorte, era cresciuto dopo l’invasione statunitense dell’Iraq, mutando il Paese precedentemente controllato dai sunniti in un pilastro pro-sciita. Ma significava anche la Siria, il cui presidente, Bashar al-Assad, è un alawita, forma di sciismo, e la Russia, la cui amicizia con entrambi i Paesi disturbava doppiamente Stati Uniti ed Arabia Saudita. Ideologicamente, significava prendere la rabbia wahhabita contro le potenze occidentali come USA, Gran Bretagna e Francia e scagliarla sullo sciismo. Le porte al settarismo furono così aperte.
Il “reindirizzamento”, come il giornalista investigativo Seymour Hersh lo definì nel 2007, funzionò brillantemente per un certo periodo. Hersh lo descrisse come idea di quattro uomini: il vicepresidente Dick Cheney; il neocon Elliott Abrams, all’epoca viceconsigliere per la sicurezza nazionale per la “strategia per la democrazia globale”; l’ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq Zalmay Khalilzad; e il principe Bandar bin Sultan, per 22 anni ambasciatore saudita negli Stati Uniti e ora a capo della sicurezza nazionale del regno. In Libano, l’obiettivo era lavorare a stretto contatto col governo del primo ministro Fuad Siniora, appoggiato dall’Arabia Saudita, per limitare l’influenza della milizia sciita filo-iraniana Hezbollah, mentre in Iraq comportava un lavoro ancor più stretto con le forze sunnite e curde per frenare l’influenza sciita in Siria, significava lavorare coi sauditi a rafforzare i Fratelli musulmani, gruppo sunnita in lotta feroce contro il governo baathista di Damasco dagli anni ’60. Infatti un memorandum segreto del dipartimento di Stato del 2006, reso pubblico da Wikileaks, dettagliava i piani per incoraggiare i timori sunniti su una crescente influenza sciita, pur ammettendo che tali preoccupazioni erano “spesso esagerate”. Il programma di “reindirizzamento” presto esplose. Il problema iniziò in Libia, dove Hillary Clinton passò gran parte del marzo 2011 a persuadere il Qatar ad unirsi all’azione contro l’uomo forte Muammar Gheddafi. L’emiro Tamim bin Hamad al-Thani alla fine accettò e ne approfittò per inviare 400 milioni di dollari ai gruppi ribelli salafiti che procedettero a rovesciare il Paese. Il risultato fu l’anarchia, eppure l’amministrazione Obama rimase muta per anni. In Siria, la Defense Intelligence Agency decise nell’agosto 2012 che “gli eventi prendevano una chiara direzione settaria”; che i salafiti, i Fratelli musulmani e al-Qaidasono le principali forze che guidano l’insurrezione“; e che, nonostante tale ondata fondamentalista, occidente, Turchia e Stati del Golfo sostenevano ancora la rivolta anti-Assad. “Se la situazione si risolve”, proseguì il rapporto, “c’è la possibilità di stabilire un principato salafita dichiarato o meno nella Siria orientale… e questo è esattamente ciò che vogliono le potenze che supportano l’opposizione, al fine d’isolare il regime siriano, considerato profondità strategica dell’espansione sciita...” La Siria orientale, ovviamente, divenne parte del Califfato dichiarato dallo SIIL, destinatario del supporto finanziario e logistico clandestino di Arabia Saudita e Qatar, secondo Hillary Clinton nel giugno 2014.
La guerra al terrore divenne la via più lunga possibile tra terrorismo sunnita e terrorismo sunnita. Ancora una volta, gli Stati Uniti avevano cercato di usare il wahhabismo a proprio vantaggio, ma con conseguenze che si rivelarono nientemeno che disastrose. Cosa andò storto? Il problema è duplice. Il wahhabismo è un’ideologia di fanatici beduini che possono essere esperti nel conquistare i compagni delle tribù ma incapaci di governare uno Stato moderno. Nulla di nuovo. È un problema discusso da Ibn Qaldun, il famoso scienziato nordafricano del 14° secolo, e da Friedrich Engels, collaboratore di Marx, alla fine del 19°, ma la linea di fondo è un ciclo infinitamente ripetitivo in cui i fanatici nomadi si sollevano, rovesciano un regime divenuto molle e corrotto, solo per divenire loro stessi molli e corrotti prima di soccombere a un’altra ondata di guerrieri del deserto. Il risultato è anarchia dopo anarchia. L’altro problema riguarda l’imperialismo USA che, in contrasto con le varietà francese e inglese, si astiene spesso dall’amministrazione diretta di possedimenti coloniali e cerca invece di sfruttare il potere degli Stati Uniti con innumerevoli alleanze con forze locali. Sfortunatamente, la leva funziona come la diplomazia e la finanza, cioè da moltiplicatore di guadagni e perdite. Da alleati dei sauditi, gli Stati Uniti incoraggiarono la crescita non solo della jihad, ma del wahhabismo in generale. Sembrava una buona idea quando i sauditi fondarono la Lega mondiale musulmana alla Mecca nel 1962 in contrappeso all’Egitto di Gamal Abdel Nasser. Quindi, come poteva obiettare Washington quando il regno ampliò enormemente il proselitismo nel 1979, spendendo da 75 a 100 miliardi di dollari per diffondere il verbo? Re Fahd, che regnò dal 1982 al 2005, si vantava delle strutture religiose ed educative che costruiva nelle terre non musulmane: 200 college islamici, 210 centri islamici, 1500 moschee, 2000 scuole per bambini musulmani, ecc. Poiché lo scopo era combattere l’influenza sovietica e promuovere la visione conservatrice dell’Islam, le fortune degli Stati Uniti ne ricevettero un’enorme spinta. Sembrava una buona idea 15 o 20 anni fa. Poi le bombe iniziarono a esplodere, gli attacchi dell’11 settembre scossero gli Stati Uniti che si precipitarono nell’inquieto Medio Oriente e il saudismo radicale si metastatizza oltre il terreno di coltura. Le fortune degli Stati Uniti non sono più state le stesse, da allora.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Perno della Cina verso i mercati mondiali, perno di Washington verso le guerre mondiali…

Prof. James Petras, Global Research 11 gennaio 2018
Quest’articolo del Professor James Petras, pubblicato per la prima volta nell’agosto 2016, mette in primo piano il conflitto tra Stati Uniti e Cina.La Cina e gli Stati Uniti si muovono in direzioni opposte: Pechino sta rapidamente diventando il centro degli investimenti esteri nelle industrie ad alta tecnologia, tra cui robotica, energia nucleare e macchinari avanzati con la collaborazione di centri di eccellenza tecnologica, come la Germania. Al contrario, Washington persegue un perno militare predatore nelle regioni meno produttive con la collaborazione degli alleati più barbari, come l’Arabia Saudita. La Cina avanza verso la superiorità economica globale prendendo a prestito e innovando i metodi di produzione più avanzati, mentre gli Stati Uniti degradano e sviliscono i passati immensi risultati produttivi per promuovere guerre di distruzione. La crescente importanza della Cina è il risultato di un processo cumulativo avanzato in modo sistematico, combinando crescita graduale della produttività e dell’innovazione con salti improvvisi nella tecnologia all’avanguardia.

Le fasi di crescita e successo della Cina
La Cina è passata da Paese fortemente dipendente dagli investimenti stranieri nelle industrie per le esportazioni, ad economia basata su investimenti congiunti pubblico-privati per le esportazioni ad alto valore. La crescita iniziale della Cina era basata su manodopera a basso costo, tasse basse e poche regolamentazioni sul capitale multinazionale. Il capitale straniero e i miliardari locali stimolarono la crescita, sulla base di alti tassi di profitto. Man mano che l’economia cresceva, l’economia cinese passava ad aumentare le competenze tecnologiche e richiedeva maggiore “contenuto locale” per i manufatti. All’inizio del nuovo millennio, la Cina sviluppava industrie di fascia alta, basate su brevetti e competenze ingegneristiche locali, canalizzando un’alta percentuale di investimenti in infrastrutture civili, trasporti ed istruzione. I massicci programmi di apprendistato hanno creato una forza lavoro qualificata che aumenta la capacità produttiva. Le massicce iscrizioni alle università di scienze, matematica, informatica ed ingegneria hanno fornito un grande afflusso di innovatori di fascia alta, molti dei quali avevano acquisito esperienza nella tecnologia avanzata dai concorrenti esteri. La strategia della Cina si è basata su prestito, apprendimento, aggiornamento e competizione con le economie più avanzate d’Europa e Stati Uniti. Alla fine dell’ultimo decennio del XX secolo, la Cina poteva lanciarsi oltremare. Il processo di accumulazione le forniva le risorse finanziarie per acquisire imprese dinamiche all’estero. La Cina non era più confinata agli investimenti nei minerali e nell’agricoltura nei Paesi del Terzo Mondo. La Cina cerca di conquistare settori tecnologici di fascia alta nelle economie avanzate. Nel secondo decennio del 21° secolo, gli investitori cinesi passavano in Germania, il gigante industriale più avanzato d’Europa. Nei primi 6 mesi del 2016 gli investitori cinesi acquisirono 37 società tedesche, rispetto alle 39 nel 2015. Gli investimenti totali della Cina in Germania per il 2016 potrebbero raddoppiare ad oltre 22 miliardi di dollari. Nel 2016, la Cina acquistò la KOKA, la più innovativa società di ingegneria della Germania. La strategia della Cina è avere la superiorità nella futura industria digitale. La Cina passa rapidamente all’automatizzare delle industrie, con piani per raddoppiare la densità dei robot rispetto agli Stati Uniti entro il 2020. Scienziati cinesi e austriaci hanno lanciato con successo il primo sistema di comunicazione satellitare via quantum, che secondo quanto riferito è “a prova di hackeraggio”, garantendo la sicurezza delle comunicazioni della Cina. Mentre gli investimenti globali della Cina continuano a dominare i mercati mondiali, Stati Uniti, Regno Unito ed Australia hanno cercato d’imporre barriere agli investimenti. Affidandosi a false “minacce alla sicurezza”, la prima ministra inglese Theresa May bloccava una centrale nucleare dall’investimento miliardario cinese (Hinckley Point C). Il pretesto era la pretesa spuria che la Cina avrebbe usato la sua quota per “ricattare sull’energia, minacciando di spegnere la luce in caso di crisi internazionali”. Il Comitato per gli investimenti esteri statunitense bloccava diversi investimenti cinesi in settori ad alta tecnologia. Nell’agosto 2016, l’Australia bloccò l’acquisto per 8 miliardi di dollari della partecipazione di controllo nella maggiore rete elettrica australiana per dei pretesti sulla “sicurezza nazionale”. Gli imperi anglo-statunitense e tedesco sono sulla difensiva. Non sempre possono competere economicamente con la Cina, anche nel difendere le proprie industrie innovative. In gran parte questo è il risultato delle loro politiche fallimentari. L’élite economica occidentale sempre più si affida alla speculazione a breve termine nelle finanza, immobiliare e assicurazioni, trascurando la base industriale. Guidata dagli Stati Uniti, la suo dipendenza dalle conquiste militari (costruzione militaristica dell’impero) assorbe le risorse pubbliche, mentre la Cina ha diretto le proprie risorse verso tecnologie innovative ed avanzate.
Per contrastare il progresso economico della Cina, il regime di Obama attuava una politica di costruzione di mura economiche in patria, restrizioni commerciali all’estero e scontro militare nel Mar Meridionale della Cina, rotta commerciale strategica della Cina. I funzionari degli Stati Uniti aumentavano le restrizioni sugli investimenti cinesi nelle imprese statunitensi ad alta tecnologia, tra cui un investimento da 3,8 miliardi di dollari per Western Digital e Philips, che tentavano di vendere le proprie attività nell’illuminazione. Gli Stati Uniti hanno bloccato “l’acquisizione da parte di Chen China, con 44 miliardi di dollari, del gruppo chimico svizzero “Syngenta”. I funzionari degli Stati Uniti fanno tutto il possibile per fermare gli accordi innovativi da miliardi di dollari che vedono la Cina partner strategico. Accompagnando il muro interno, gli Stati Uniti mobilitano il blocco oltreoceano della Cina attraverso la Trans-Pacific-Partnership, che propone di escludere Pechino dalla partecipazione alla “zona di libero scambio” con una dozzina di membri di Nord America, America Latina e Asia. Tuttavia, non una sola nazione membro del TPP ha ridotto il commercio con la Cina. Al contrario, aumentano i legami con la Cina, un commento eloquente sull’abilità di Obama nel ‘fare perno’. Mentre il “muro economico interno” ha avuto alcuni impatti negativi su particolari investitori cinesi, Washington non è riuscita ad intaccare le esportazioni cinesi verso i mercati statunitensi. L’incapacità di Washington di bloccare il commercio cinese è stato ancora più dannosa allo sforzo di Washington di circondare la Cina in Asia e America Latina, Oceania e Asia. Australia, Nuova Zelanda, Perù, Cile, Taiwan, Cambogia e Corea del Sud dipendono molto più dai mercati cinesi che dagli Stati Uniti per sopravvivere e crescere. Mentre la Germania, di fronte alla crescita dinamica della Cina, ha scelto di “collaborare” e condividere investimenti produttivi su vasta scala, Washington ha scelto di formare alleanze militari per affrontarla. La belluina alleanza militare degli Stati Uniti con il Giappone non ha intimidito la Cina. Piuttosto ha declassato le loro economie interne ed influenza economica in Asia. Inoltre, il “perno militare” di Washington ha approfondito e ampliato i legami strategici della Cina con le fonti energetiche e la tecnologia militare della Russia. Mentre gli Stati Uniti spendono centinaia di miliardi in alleanze militari coi regimi clientelari baltici arretrati e gli Stati parassitari mediorientali (Arabia Saudita, Israele), la Cina accumula competenze strategiche dai legami economici con la Germania, risorse dalla Russia e quote di mercato tra i “partner” di Washington in Asia e America Latina. Non c’è dubbio che la Cina, seguendo la via tecnologica e produttiva della Germania, vincerà sull’isolazionismo economico e la strategia militarista globale statunitensi. Se gli Stati Uniti non sono riusciti a imparare dalla strategia economica riuscita della Cina, lo stesso fallimento può spiegare la fine dei regimi progressisti in America Latina.Il successo della Cina e il ritiro latino-americano
Dopo oltre un decennio di crescita e stabilità, i regimi progressisti dell’America Latina si sono ritirati. Perché la Cina ha continuato a seguire la via della stabilità e della crescita mentre i partner latinoamericani si sono ritirati e hanno subito sconfitte? Brasile, Argentina, Venezuela, Uruguay, Paraguay, Bolivia ed Ecuador, per oltre un decennio hanno avuto una storia di successo del centrosinistra dell’America Latina. Le loro economie aumentavano, la spesa sociale aumentava, la povertà e la disoccupazione si riducevano e il reddito dei lavoratori cresceva. Successivamente, le loro economie andarono in crisi, il malcontento sociale crebbe e caddero i regimi di centro-sinistra.
A differenza della Cina, i regimi di centro-sinistra latino-americani non diversificarono le loro economie: rimasero fortemente dipendenti dal boom delle materie prime per la crescita e la stabilità. Le élite latinoamericane presero in prestito e dipendevano dagli investimenti e dal capitale finanziario esteri, mentre la Cina si è impegnata in investimenti pubblici nell’industria, nelle infrastrutture, nella tecnologia e nell’istruzione. I progressisti latino-americani si unirono al capitalismo straniero e agli speculatori locali nella speculazione e nei consumi immobiliari non produttivi, mentre la Cina investiva in industrie innovative in patria e all’estero. Mentre la Cina consolidava il dominio politico, i progressisti latinoamericani “alleati” con gli avversari strategici nazionali e stranieri delle multinazionali, per “condividere il potere”, che di fatto erano pronti ad estromettere i loro alleati “di sinistra”. Quando l’economia basata sulle materie prime crollò, così fecero i legami politici con i soci d’élite. Al contrario, le industrie cinesi beneficiarono dei bassi prezzi globali delle materie prime, mentre la sinistra dell’America Latina ne soffriva. Di fronte all’ampia corruzione, la Cina lanciò una grande campagna epurando oltre 200000 funzionari. In America Latina, la sinistra ignorò i funzionari corrotti, permettendo all’opposizione di sfruttare gli scandali per cacciare i funzionari di centro-sinistra. Mentre l’America Latina importava macchine e componenti dall’occidente; la Cina acquistava le società occidentali per produrre macchine e tecnologia, che quindi adottò per i miglioramenti tecnologici cinesi. La Cina superò con successo la crisi, sconfisse gli avversari e procedette ad espandere il consumo locale e a stabilizzare il governo.
Il centro-sinistra latino-americano subiva sconfitte politiche in Brasile, Argentina e Paraguay, perse le elezioni in Venezuela e Bolivia e si ritirava in Uruguay.

Conclusione
Il modello economico politico cinese ha superato l’occidente imperialista e l’America latina di sinistra. Mentre gli Stati Uniti hanno speso miliardi in Medio Oriente nelle guerre per conto d’Israele, la Cina ha investito somme simili in Germania per tecnologie avanzate, robotica e innovazioni digitali. Mentre il “perno dell’Asia” del presidente Obama e della segretaria di Stato Hillary Clinton fu in gran parte una dispendiosa strategia militare per accerchiare e intimidire la Cina, il “perno dei mercati” di Pechino ne ha migliorato la competitività economica. Di conseguenza, nell’ultimo decennio, il tasso di crescita della Cina è tre volte superiore quello degli Stati Uniti; e nel prossimo decennio la Cina raddoppierà gli Stati Uniti nel “robotizzare” l’economia produttiva. Il perno verso l’Asia degli USA, con la loro forte dipendenza dalle minacce militari e dalle intimidazioni, è costato miliardi di dollari in mercati e investimenti perduti. Il “perno della Cina verso la tecnologia avanzata” dimostra che il futuro sta in Asia e non in occidente. L’esperienza della Cina offre lezioni ai futuri governi di sinistra latinoamericani. Innanzitutto, la Cina sottolinea la necessità di una crescita economica equilibrata, al di là dei benefici a breve termine derivanti dal boom delle materie prime e dalle strategie consumistiche. In secondo luogo, la Cina dimostra l’importanza dell’istruzione tecnica professionale e dei lavoratori per l’innovazione tecnologica, al di là della scuola del business e dell’educazione “speculativa” non produttiva, così pesantemente enfatizzate negli Stati Uniti. In terzo luogo, la Cina bilancia la spesa sociale con investimenti nelle attività produttive principali; competitività e servizi sociali sono combinati. Crescita e stabilità sociale della Cina, l’impegno per l’apprendimento e a superare le economie avanzate hanno importanti limiti, specialmente nelle aree dell’uguaglianza sociale e del potere popolare. Qui la Cina può imparare dall’esperienza della sinistra dell’America Latina. I progressi sociali del Presidente venezuelano Chavez sono degni di studio ed emulazione; i movimenti popolari in Bolivia, Ecuador e Argentina, che hanno espulso i neo-liberali dal potere, potrebbero intensificare gli sforzi in Cina per superare il nesso business-saccheggio e fuga di capitali. La Cina, nonostante i limiti socio-politici ed economici, ha resistito alle pressioni militari statunitensi e le ha persino ‘rovesciate’ avanzando in occidente.
In ultima analisi, il modello di crescita e stabilità della Cina offre certamente un approccio di gran lunga superiore alla recente debacle della sinistra latinoamericana e al caos politico derivante dalla ricerca di Washington della supremazia militare globale.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il Pakistan si allontana dagli Stati Uniti, l’affare è molto più serio di quanto si pensa

Darius Shahtahmasebi, The Antimedia 8 gennaio 2018

Khawaja Muhammad Asif

La decisione di Donald Trump di celebrare il nuovo anno demonizzando contemporaneamente Iran e Pakistan su twitter gli si è già ritorta contro in modo tremendo. Dopo le minacce che gli Stati Uniti avrebbero rifiutato gli aiuti al Pakistan, confermavano che avrebbero trattenuto 255 milioni in aiuti (diventati 900 milioni) e che stando a quanto riferito minacciano di non concederne altri 2 miliardi. “Speriamo che il Pakistan la veda come incentivo, e non punizione“, diceva ai giornalisti un funzionario del dipartimento di Stato. Secondo il Wall Street Journal, questa ostilità nei confronti del Pakistan non è andata bene. Il Ministro degli Esteri pakistano Khawaja Muhammad Asif dichiarava in un’intervista che gli Stati Uniti non si comportano da alleati e, di conseguenza, il Pakistan non li considera più tali. Se non altro, il comportamento di Washington ha solo spinto il Pakistan tra le braccia dei tradizionali rivali, Cina e Iran. La Cina da tempo fornisce aiuto finanziario ed economico al Pakistan con progetti per espandere la partnership economica in futuro. La Cina si è già impegnata ad investire 57 miliardi di dollari nelle infrastrutture pakistane nell’ambito dell’iniziativa “Belt and Road“. Proprio il mese scorso, il Pakistan annunciava di prendere in considerazione una proposta per sostituire il dollaro USA con lo yuan cinese per gli scambi bilaterali tra Pakistan e Cina. A seguito dei recenti attacchi del governo Trump al Pakistan, questi confermava che l’abbandono del dollaro non era una minaccia arbitraria e immediatamente sostituiva il dollaro con lo yuan cinese. “Gli investimenti cinesi in Pakistan dovrebbero raggiungere oltre i 46 miliardi entro il 2030 con la creazione di un corridoio economico cinese-pakistano che collega il porto di Gwadar nel Baluchistan sul Mar Arabico con Kashgar, nella Cina occidentale“, affermava Harrison Akins, ricercatore all’Howard Baker Center che si occupa di Pakistan e Cina. A metà dell’anno scorso, fu riferito che la Cina valutava la possibilità di stabilire proprie basi navali in Pakistan. Questi rapporti riaffiorarono la settimana scorsa, anche se il Pakistan negava con veemenza che tale base navale sarà costruita (anche se gli ufficiali cinesi hanno illustrato il piano per costruire una base navale nel porto di Gwadar). Che i rapporti siano veri o no, ciò che è evidente è che il Pakistan cercherà di cooperare con la Cina economicamente e militarmente, rinunciando ad affidarsi a Washington. “La storia dei rapporti del Pakistan con la Cina e gli Stati Uniti mostra anche che la politica del Pakistan non risponde alle maniere forti, ma a lealtà e trattamento dignitoso“, dichiarava Madiha Afzal, della Brookings, secondo CNBC. Inoltre, secondo Times of Islamabad, i ministri della Difesa iraniano e pakistano ebbero dei colloqui sul ruolo di Washington nella regione e indicavano una crescente strategia per la cooperazione nella difesa tra Teheran e Islamabad. Anche prima della decisione di Donald Trump di tentare unilateralmente d’isolare i due Paesi, le relazioni in espansione erano già a buon punto, molto probabilmente la ragione vera per cui l’amministrazione Trump ha preso di mira a entrambi.
Con grande disappunto di Washington, questo è solo l’inizio della fine del ruolo degli USA come superpotenza globale incontrastata. Asia Times riporta che Iran, Cina e Pakistan sono pronti a lanciare una “trilaterale” che sostenga lo sviluppo economico di ben 3 miliardi di persone. Il maggiore ostacolo a tale nesso economicamente vitale sarebbe in realtà la crescente potenza economica dell’India, non degli Stati Uniti, che sembrano poter fare ben poco se non schernire, minacciare e fare i prepotenti verso sempre più Stati riottosi. Senza esitazione, anche la Turchia, altro Paese che stringe legami con Russia, Cina e Iran, si unisce ad Iran e Pakistan. La Turchia è un alleato della NATO. “Non possiamo accettare che certi Paesi, soprattutto Stati Uniti ed Israele, interferiscano negli affari interni dell’Iran e del Pakistan“, aveva detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ai giornalisti prima di un viaggio per la Francia. Inoltre Turchia e Iran sono venuti in aiuto del Qatar l’anno scorso, complicando ulteriormente la ristrutturazione delle tradizionali alleanze di Washington. In questa fase, Turchia e Iran potrebbero aderire all’alleanza militare cinese e russa, nota come blocco di Shanghai, con l’Iran che ha recentemente rafforzato i legami militari con la Cina. Dato che la Cina ha interessi economici e militari che vanno protetti in Pakistan, l’alleanza orientale si amplia di giorno in giorno a danno di Washington. Non c’è da meravigliarsi se l’Unione europea praticamente costruisca un proprio esercito, dato che i Paesi che si sentono sicuri affidandosi alla cosiddetta leadership globale degli Stati Uniti di Donald Trump sono di giorno in giorno sempre di meno. E viste le gravi implicazioni del passaggio del Pakistan nella sfera d’influenza della Cina, è curioso che questa storia non faccia notizia.Traduzione di Alessandro Lattanzio