La Russia sbarca nella tenda dell’UE

MK Bhadrakumar Indian Punchline 26 febbraio 2015

WireAP_22239a7bc3094190bd426dca41294cb2Il significato dell’accordo firmato a Mosca che consente alle navi della Marina russa si sostare nei porti a Cipro si può prestare a nozioni esagerate su un patto militare tra i due Paesi, certamente non è così. D’altra parte, il profondo significato dell’accordo in termini politici, e la visita del presidente cipriota Nicos Anastasiades a Mosca, non può essere trascurato a Washington e capitali europee, in particolare Bruxelles dove ha sede l’Unione europea. In termini strategici, l’accordo non significa che la Russia stabilisce basi navali a Cipro. L’accordo prevede solo supporto giuridico alle navi della Marina russa che fanno scali regolari a Cipro. In termini militari, tuttavia, la Marina militare russa avrà sempre garantito tale accesso quando la sua unica base di manutenzione sembra essere Tartus, in Siria, coinvolta nel profondo continuo travaglio. In poche parole, le operazioni nel Mediterraneo della Flotta del Mar Nero avranno solide basi, con il sostegno di Cipro. Allo stesso modo, la Russia crea la cooperazione militare con un Paese in cui la Gran Bretagna ha una base militare. Ci sono notizie secondo cui anche la Cina parlerà con Cipro per avere strutture simili a quelle che la Russia si è assicurata. Tuttavia, molto più della cooperazione militare russo-cipriota è presente. La visita di Anastasiades a Mosca ha anche un enorme aspetto geopolitico in cui molte correnti trasversali operano. Per cominciare, Cipro è un Paese membro dell’UE che rafforza i legami con la Russia, attualmente bersaglio delle sanzioni dell’UE. Anastasiades, infatti, ha provocatoriamente messo in discussione la logica delle sanzioni occidentali contro la Russia.
Negli ultimi quindici giorni Cipro è diventato il secondo Stato membro dell’Unione europea, dopo la visita del Presidente Vladimir Putin in Ungheria, a mostrare pubblicamente dissenso e risentimento verso le sanzioni occidentali, sponsorizzate dagli USA, contro la Russia. Come l’Ungheria, anzi, molto più dell’Ungheria, Cipro ha forti ragioni per assicurarsi la cooperazione con la Russia. Circa l’80% degli investimenti esteri a Cipro è russo. Mosca ha dato un grosso aiuto a Cipro nel superare la crisi finanziaria, fornendo un prestito di 2,5 miliardi di euro nel 2011 (e questa settimana ha tagliato il tasso di interesse annuo dal 4,5% al 2,5%, oltre a prorogare il periodo di riscatto dal 2016 al 2018-2021), oltre ad aiutare Cipro ad organizzare con successo la sua prima emissione di Eurobond sovrani, dopo la crisi, per 750 milioni di euro. Si stima che il denaro che fluisce dalla Russia a Cipro superasse i 200 miliardi di dollari nel periodo 1994-2011. La qualità del rapporto russo-cipriota appare evidente nei commenti di Putin ai media a Mosca, mentre dava il benvenuto ad Anastasiades. In fondo sarà dura per Washington, nel prossimo periodo, radunare i Paesi dell’UE nella strategia di contenimento degli Stati Uniti contro la Russia. L’emergere del governo di sinistra in Grecia (mentore di Cipro), accreditato di forti legami con ideologi russi, già irrita Washington. Ungheria e Grecia sono anche membri della NATO. Così in effetti anche la Turchia, che si è anche avvicinata a Mosca negli ultimi anni quasi in proporzione diretta con le tensioni apparse nel rapporto tra Washington e Ankara. In effetti, ad uno sguardo più attento, un ambito di grande complessità compare, suggerendo che tagliare il cordone ombelicale che lega la Russia ‘post-sovietica’ all’Europa sarà un compito titanico per la diplomazia degli Stati Uniti. Ma non per questo mancano tentativi, come testimonia l’ultimo sforzo della burocrazia dell’UE, sostenuto dagli Stati Uniti, d’integrare il mercato energetico del blocco con il singolare intento di ‘centralizzare’ e controllare i legami energetici della Russia con i singoli Stati membri. Ma il punto è che la Russia diventa un attivo globalizzatore, battendo gli Stati Uniti nel loro gioco, ed intende continuarvi.
Tornando alla partnership russo-cipriota, alcuni altri modelli di politica regionale vanno notati. Innanzitutto i legami energetici. Cipro possiede vasti giacimenti di gas naturale offshore non sfruttati nel Mediterraneo orientale. Le compagnie petrolifere russe sperano di entrate nel settore energetico di Cipro, attualmente dominato da aziende statunitensi. Anastasias ha chiaramente invitato le aziende energetiche russe a parteciparvi. Ora, i giacimenti di gas di Cipro sono contigui alla zona economica della Siria, che ha anche giacimenti di idrocarburi non sfruttati. I giacimenti di gas ciprioti e israeliani s’intersecano, come per Qatar e Iran. L’esportazione del gas di Cipro in Europa sarebbe una priorità statunitense con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dell’Europa dalla Russia. D’altra parte, il tracciato del gasdotto ideale da Cipro passerebbe per la Turchia, con cui Cipro non ha rapporti dall’occupazione del nord di Cipro da parte turca nel 1974. Washington incoraggia profondamente la riconciliazione turco-cipriota, i colloqui sono ripresi all’inizio di febbraio dopo due anni di pausa, ma l’opinione pubblica cipriota è fortemente contraria ad accettare la presenza della Turchia nel nord di Cipro. La situazione di stallo è difficile da rompere. Ciò richiederà alla Russia d’intervenire come partner energetico di Cipro. La Russia inoltre sostiene i colloqui con la Turchia sul nuovo gasdotto dal Mar Nero (sostituendo il South Stream, che Mosca ha sommariamente abbandonato) ai Paesi dell’Europa sud-orientale. Chiaramente, la politica energetica della regione del Mediterraneo orientale avanza e la Russia vi è presente quasi ovunque. Tutto sommato, dopo essersi assicurato una posizione di forza in Ucraina, la Russia torna sulla scena mondiale raccogliendo i fili tralasciati. La visita di Putin in Egitto e quella di Anastasiades a Mosca indicano che la diplomazia russa non è sulla difensiva, né che la Russia sia impantanata in Ucraina.TURKEY-RUSSIA-SYRIA-CONFLICT-DIPLOMACYTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La svolta di Putin e dell’Iran

F. William Engdahl New Eastern Outlook 22/02/201510904459Le dinamiche della politica estera russa dopo che gli Stati Uniti hanno dichiarato de facto la guerra delle sanzioni finanziarie ed economiche alla Russia, sono impressionanti, per usare un eufemismo. Se sarà sufficiente a spezzare l’assedio economico di Washington e aprire la via ad una vera economia globale alternativa alla bancarotta del sistema del dollaro USA, non è ancora chiaro. Ciò che è chiaro è che Vladimir Putin e la fazione dei baroni industriali che ha deciso di sostenerlo, non sono spaventati. L’ultimo esempio è la visita del ministro della Difesa russo a Teheran, concludendo importanti accordi di cooperazione militare con l’Iran. Le implicazioni per entrambi i Paesi, così come il futuro dell’Eurasia, sono potenzialmente enormi. Il 20 gennaio a Teheran, Russia e Iran hanno firmato un accordo di cooperazione militare. Il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu e il ministro della Difesa e Logistica iraniano Hossein Dehghan hanno firmato il nuovo accordo. Commentandone il significato, Shojgu ha dichiarato, “è stata posta la base teorica della cooperazione militare“, aggiungendo che i due Paesi hanno deciso “una cooperazione bilaterale su attuazione e promozione dell’incremento delle capacità militari delle forze armate dei nostri Paesi“. I due hanno anche concordato “l’importanza della necessità di sviluppare la cooperazione tra Russia e Iran nella lotta all’ingerenza negli affari regionali di forze esterne, è stata inquadrata“, ha dichiarato il Ministro della Difesa iraniano Dehghan. Per assicurarsi che nessuno lo fraintendesse, aggiungeva che la ragione dell’aggravarsi della situazione nella regione era la politica degli Stati Uniti “d’intromissione negli affari interni di altri Paesi”. L’avvicinamento dei due Paesi eurasiatici, che si affacciano sullo strategico Mar Caspio, ha enormi implicazioni nella geopolitica globale. L’amministrazione Obama ha cercato di corteggiare l’Iran con il bastone (sanzioni economiche) e la carota (promessa di toglierle) negli ultimi diciotto mesi affinché Teheran facesse concessioni importanti sul suo programma nucleare. Fino a poco tempo prima, nonostante le sanzioni degli Stati Uniti per l’Ucraina, la Russia era disposta a mostrare “buona fede” verso Washington partecipando al negoziato 5+1 sul nucleare con l’Iran, convincendo Teheran a fare concessioni importanti sul suo programma nucleare, in cui la Russia ha completato la centrale nucleare di Bushehr, la prima in Medio Oriente. Questa fase è chiaramente finita e la mano dell’Iran nei negoziati con Stati Uniti, Francia, Germania, Regno Unito è ora più forte, sanzioni o meno.

Iran, Siria e guerra delle pipeline
Per Washington, la pressione nucleare rientra nel tentativo di costringere l’Iran ad abbandonare l’alleato Bashar al-Assad in Siria, aprendo la via al Qatar, stretto alleato dell’Arabia Saudita e sito del maggiore giacimento di gas naturale del mondo, nel Golfo Persico. Il Qatar, primo finanziatore dei terroristi del SIIL addestrati da statunitensi ed israeliani in Siria e Iraq, vuole esportare il suo gas nell’UE attraverso Siria e Turchia. L’Iran, che detiene l’altra parte dell’enorme giacimento di gas del Golfo Persico, il North Pars, al largo delle sue coste, ha firmato un accordo per un oleodotto strategico con Assad e l’Iraq nel giugno 2011, per costruire il nuovo gasdotto Iran-Iraq-Siria di 1500 chilometri dal grande giacimento di gas ad Asaluyeh, porto iraniano nei pressi di South Pars e Damasco in Siria. Da lì il gasdotto arriverebbe via Libano sul Mediterraneo orientale e al grande mercato europeo del gas. L’hanno chiamato “gasdotto islamico”. Il volume di gas dell’Iran sarebbe modesto rispetto all’originale gasdotto South Stream di Gazprom della Russia. Si stima che circa 20 miliardi di metri cubi all’anno rimarrebbero, dopo il consumo locale (pre-guerra in Siria) per il gasdotto Iran-Iraq-Siria per l’Europa, rispetto ai 63 miliardi di South Stream. Il Qatar ne uscirebbe perdente. Al Qatar, Paese sunnita che finanzia SIIL, Fratelli musulmani e altri jihadisti, non piace l’idea. Il Qatar avvicinò Assad nel 2009 proponendo la pipeline Qatar-Siria per l’Unione europea attraverso la Turchia, ma fu respinto di netto. Assad disse che le sue relazioni con Russia e Gazprom erano più importanti. Fu solo al momento della firma sul gasdotto islamico Iran-Iraq-Siria nel giugno 2011, che Washington, Arabia Saudita e Qatar decisero di lanciare la grande guerra per rovesciare Assad e sostituirlo con un regime sunnita amico di Qatar e Washington. Difficilmente una coincidenza.

Stretti legami militari tra Iran e Russia
Oggi la Russia di Putin e l’Iran sono solidi alleati della Siria di Assad nella guerra per liberare la Siria dai terroristi del SIIL addestrati dagli Stati Uniti. Tuttavia, la collaborazione tra Mosca e Teheran è stata cauta finora. Nel 2010, quando era presidente, responsabile della politica estera e di difesa russa, Dmitrij Medvedev fece molte mosse concilianti per mettersi sul “lato buono” di Washington. Era l’epoca dello stupido “Reset” nelle relazioni USA-Russia di Hillary Clinton dopo che Putin aveva lasciato e Obama era appena divenuto un “pacifista democratico”. Una delle mosse più costose di Medvedev fu la firma del decreto del Presidente della Repubblica nel settembre 2010 per sostenere il bando dell’ONU sponsorizzato dagli USA sulle vendite di armi all’Iran, nell’ambito delle sanzioni USA contro il presunto programma di armi nucleari dell’Iran. Il costo del bando russo per le industrie militari fu pari ai 13 miliardi di dollari di fatturato militare-tecnico con l’Iran negli ultimi anni, secondo una stima da parte del Centro per l’Analisi del mondiale sul commercio delle armi (CAWAT). Il decreto di Medvedev vietava vendite militari della Russia all’Iran, compreso il trasferimento di armi all’Iran al di fuori dei confini russi o con aerei o navi sotto bandiera dello Stato russo. Medvedev inoltre retroattivamente annullò l’acquisto prepagato dall’Iran dei sofisticati sistemi missilistici superficie-aria russi SAM S-300. L’Iran quindi citò in giudizio la Rosoboronexport russa presso la Corte di conciliazione e di arbitrato dell’OSCE a Ginevra. Fino ad oggi il problema degli S-300 era stato un importante pomo della discordia tra Teheran e Mosca. Ora, secondo un rapporto di DebkaFile.com, sito collegabile all’intelligence israeliana, la Russia ha accettato non solo di fornire i sistemi missilistici S-300 che l’Iran ha acquistato nel 2007. La Russia gli consegnerà anche gli avanzati sistemi missilistici S-400. Citando il ministero della Difesa iraniano, il Colonnello-Generale Leonid Ivashov, ex-funzionario del Ministero della Difesa russo, ha aggiunto: “I due Paesi hanno deciso di risolvere il problema dell’S-300: un passo è stato compiuto verso la cooperazione su economia e tecnologie bellica, almeno per sistemi difensivi come S-300 e S-400“. Gli specialisti militari dicono che l’S-400 è di gran lunga superiore ai missili degli USA Patriot PAC-3. Si crede siano il primo sistema al mondo che può utilizzare selettivamente diversi tipi di missili dei sistemi SAM precedentemente sviluppati che dei nuovi e unici SAM; un sistema mobile dal difficile il rilevamento e che può colpire i bombardieri strategici come B-1 e B-52H; aerei da guerra elettronica come EF-111A e EA-6; aerei da ricognizione come il TR-1; gli aerei radar come E-3A e E-2C; caccia come F-15 ed F-16; aerei Stealth come il B-2; missili da crociera strategici come il Tomahawk e missili balistici con gittata fino a 3500 km. Inoltre, il più colossale spreco del Pentagono, ad oggi, il Lockheed Martin F-35 Joint Strike Fighter, non è progettato per penetrare le difese dei sistemi S-300P/S-400. Oops… L’F-35 degli Stati Uniti può trasportare armi nucleari e doveva essere il “caccia del futuro” quando fu avviato nel 2001, quando Rumsfeld era al Pentagono. Con un decennio di ritardo, sforando del 100% il budget, costerà 1500 miliardi di dollari nella sua vita utile, di cui circa 400 miliardi già spesi. Solo due anni fa gli obbligatori tagli della difesa con il “sequestro” di Obama, hanno affettato i piani sull’F-35 e altri progetti-mangiatoia del Pentagono. Ora, utilizzando il SIIL in Siria e Iraq e il “conflitto” in Ucraina con la Russia, l’ultimo bilancio della difesa di Obama prevede oltre 35 miliardi di dollari da salvare dalle dovute riduzioni con il sequestro. Le crisi Ucraina e del SIIL sembrano aver salvato il complesso militare industriale degli Stati Uniti nel momento giusto…
Se il rapporto di DEBKAfile sul sistema missilistico S-400 all’Iran è vero, e certamente sembra esserlo, allora la geopolitica dell’intera battaglia dell’amministrazione Obama contro Russia Iran, Siria e presto Cina, è davvero stupidissima. La battaglia è guidata dai falchi ottusi del presidente Obama, come la consigliera del NSC Susan Rice. Sembrano incapaci di cogliere le connessioni tra gli eventi, e quindi, per definizione, non sono persone intelligenti, ma istruite dal complesso militare-industriale statunitense, ben evidenziato dalla Lockheed Martin primo contraente del disastroso F-35, e guidate dalla ricchissima oligarchia drogata dal potere che pensa di possedere il mondo. In realtà, come testimoniano i recenti avvenimenti, perde quel mondo che pensa di controllare con la sua stupidità. Alcuni la chiamano legge delle conseguenze non intenzionali.

russia-iranF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Un’altra teoria della cospirazione diventa realtà: il collasso del petrolio per spezzare il controllo russo sulla Siria

Tyler Durden Zerohedge 03/02/2015

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Ti prego diventa il mio spacciatore di petrolio! Gente! Vi dispiacerebbe essere un pochino come lui?!

Mentre i mercati ancora discutono se il prezzo del petrolio sia più influenzato dall’estrazione di greggio, o da mancanza di domanda, o sia solo un momento di compressione nella ricerca degli algoritmi dell’HFT che acquistano millisecondi prima delle 14:30, portiamo l’attenzione dei lettori su ciò che qualche mese fa fu indicata come greve teoria della cospirazione. Allora scrivemmo di una certa visita di John Kerry in Arabia Saudita, l’11 settembre di sempre, per negoziare un accordo segreto con l’ormai defunto re Abdullah, per avere “via libera agli attacchi aerei contro il SIIL, o meglio, parti di Iraq e Siria“. Non sorprende, ancora una volta che il destino di Assad fosse merce di scambio dei sauditi con gli Stati Uniti, perché lanciare l’incursione sul territorio sovrano siriano, “richiese mesi di lavoro sotterraneo tra Stati Uniti e capi arabi, concordando sulla necessità di cooperare contro lo Stato islamico, ma non su come e quando. Il processo diede ai sauditi la leva per estorcere un rinnovato impegno degli Stati Uniti a rinforzare i ribelli che combattono Assad, la cui scomparsa i sauditi vedono ancora come priorità assoluta“. Concludemmo: “Detto altrimenti, la libbra di carne pretesa dall’Arabia Saudita per “benedire” gli attacchi aerei degli Stati Uniti e farli apparire come atto di una qualche coalizione, è la rimozione del regime di Assad. Perché? Come abbiamo spiegato l’anno scorso, permettere alle aziende dei grandi giacimenti di gas del Qatar di raggiungere l’Europa, incidentalmente anche desiderio degli USA; quale modo migliore per punire Putin, per le sue azioni, che spezzare la leva principale che il Cremlino ha in Europa?” Perché alla fine, si tratta di energia. Chiarimmo il mese dopo, quando a metà ottobre dicemmo, “Se il crollo del petrolio continua” sarà il panico “per le nostre aziende dello scisto”. Il momento del panico è iniziato da tempo, ma solo dopo aver tracciato il problema in modo sufficientemente chiaro per tutti: “…Mentre abbiamo capito che l’Arabia Saudita segue una strategia del dumping per punire il Cremlino, secondo l'”accordo” con la Casa Bianca di Obama, molto presto ci sarà una comunità dello scisto assai rumorosa, insolvente ed interna che chiederà risposte dall’amministrazione Obama, mentre ancora una volta i “costi” per punire la Russia paralizzano l’unica industria veramente vitale sotto tale presidenza. Come promemoria, l’ultima volta che Obama ha minacciato la Russia di un “prezzo”, ha mandato l’Europa in tripla-recessione. Sarebbe davvero il coronamento della carriera di Obama se, incredibilmente, riuscisse a mandare in bancarotta anche il “miracolo” dello scisto degli Stati Uniti”. Naturalmente, tutto ciò rientra nel complottismo, perché l’ultima cosa che l’amministrazione ammetterebbe è che il compromesso con l’Arabia Saudita per l’attuazione della (fallita) politica Estera sul SIIL (divenuta campagna della coalizione) è mettere a rischio l’intero miracolo del scisto degli USA, un miracolo che evapora davanti a tutti. E tutto grazie al “più vicino” degli alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente: l’Arabia Saudita. Era complottismo, finora, ma quando grazie al men che meno “foglio avvolgente” NYT un’altra teoria della cospirazione diventa realtà, con un articolo secondo cui “l’Arabia Saudita cerca di fare pressione sulla Russia del Presidente Vladimir V. Putin per farne abbandonare il sostegno alla Siria del Presidente Bashar al-Assad, dominando i mercati petroliferi globali mentre il governo russo si riprende dagli effetti del crollo dei prezzi del petrolio”.
Dal NYT: “Arabia Saudita e Russia hanno avuto numerose discussioni negli ultimi mesi che finora devono ancora produrre una svolta significativa, secondo funzionari statunitensi e sauditi. Non è chiaro come i funzionari sauditi collegassero esplicitamente il petrolio alla Siria nei colloqui, ma i funzionari sauditi dicono, e hanno detto agli Stati Uniti, che pensano di avere qualche influenza su Putin riducendo l’approvvigionamento di petrolio e possibilmente far salire i prezzi”. Come avevamo previsto giustamente a settembre: si tratta della Siria: “Se il petrolio può servire per portare la pace in Siria, non vedo come l’Arabia Saudita abbandoni il tentativo di raggiungere un accordo”, ha detto un diplomatico saudita. Vari diplomatici, agenti d’intelligence e politici di Stati Uniti e Medio Oriente ne parlavano sotto anonimato aderendo ai protocolli diplomatici”. Allora, cosa dovrebbe accadere per far rialzare il prezzo finalmente? Non molto: l’annuncio di Putin che il leader siriano Bashar non è più un alleato strategico della Russia. “Qualsiasi indebolimento del sostegno russo al signor Assad potrebbe essere uno dei primi segnali che il recente tumulto nel mercato del petrolio impatta sul governo globale. Funzionari sauditi hanno detto pubblicamente che il prezzo del petrolio riflette solo domanda e offerta globali, e hanno insistito sul fatto che l’Arabia Saudita non segue una propria geopolitica nell’agenda economica, ma credono che ci possano avere dei benefici diplomatici accessori nell’attuale strategia del Paese che permette ai prezzi del petrolio di rimanere bassi, tra cui la possibilità di negoziare l’uscita del signor Assad…. La Russia è stata una dei sostenitori più tenaci del presidente siriano, vendendo attrezzature militari al governo per anni, rafforzando le forze di Assad nella lotta contro i gruppi ribelli, tra cui lo Stato islamico, e fornendo di tutto, dai pezzi di ricambio ai carburanti speciali dall’addestramento dei tiratori scelti alla manutenzione degli elicotteri. Ma Putin cederà? “Putin, tuttavia, ha più volte dimostrato che preferirebbe accettare le difficoltà economiche che piegarsi alle pressioni estere per mutare politica. Le sanzioni di Stati Uniti e Paesi europei non hanno spinto Mosca a por termine al suo coinvolgimento militare in Ucraina, e il signor Putin è deciso a sostenere il signor Assad, che vede come un baluardo nella regione sempre più instabile per l’estremismo islamico”. In realtà non si tratta di questo: la Siria, come spieghiamo da quasi due anni, è la zona cruciale del transito di un gasdotto proposto dal Qatar all’Europa centrale. Lo stesso Qatar “sponsor militare e finanziario dei ribelli mercenari” divenuti poi SIIL. Lo stesso Qatar che ora finanzia direttamente il SIIL. Naturalmente, se Putin dovesse consegnare la Siria ai principi sauditi (e al Qatar), effettivamente si sparerebbe su un piede mettendo fine alla leva di Gazprom in Europa. Anche questo è ben noto a Putin. Per ora ha dimostrato di non avere alcuna intenzione di cedere la Siria e perdere una leva fondamentale quale fornitore definitivo di gas all’Europa: “I sauditi hanno avanzato lusinghe economiche ai leader russi in cambio di concessioni regionali come la Siria, ma mai con i prezzi del petrolio così bassi. Non è chiaro quale effetto, caso mai, le discussioni abbiano. Mentre gli Stati Uniti sarebbero a favore di iniziative per porre fine al sostegno russo al signor Assad, il successo dei sauditi nel ridurre la produzione e aumentare i prezzi del petrolio potrebbe danneggiare molti elementi dell’economia statunitense. Dopo l’incontro a Mosca a novembre tra il principe Saud al-Faysal, ministro degli esteri saudita, e Sergej V. Lavrov, il ministro degli Esteri russo, Lavrov ha respinto l’idea che la politica internazionale debba svolgere un ruolo nella definizione del prezzo del petrolio. “Incontriamo faccia a faccia i nostri colleghi sauditi ritenendo che il mercato del petrolio dovrebbe basarsi sull’equilibrio tra domanda e offerta”, ha detto Lavrov, “e che dovrebbe essere esente da qualsiasi tentativo d’influenza per scopi politici o geopolitici”.” Il che, in retrospettiva illumina meglio il conflitto in Ucraina, e l’isolamento occidentale della Russia, il cui punto è danneggiarla il più possibile, in modo che Putin non abbia altra scelta che consegnare la Siria.
La Russia subisce danni finanziari e l’isolamento diplomatico per le sanzioni derivanti dall’incursione in Crimea e Ucraina orientale, secondo funzionari statunitensi. Ma Putin ancora desidera essere visto come giocatore chiave in Medio Oriente. I russi hanno ospitato una conferenza a Mosca tra il governo Assad e alcuni gruppi d’opposizione della Siria, anche se pochi analisti ritengono che i colloqui produrranno molto, soprattutto perché molti dei gruppi di opposizione li hanno boicottati. Alcuni esperti sulla Russia hanno espresso scetticismo che il signor Putin sia suscettibile a un qualsiasi accordo che preveda il supporto alla rimozione di Assad. La leva dell’Arabia Saudita dipende da quanto seriamente Mosca vede le sue entrate petrolifere in calo. “Se sono così gravi da necessitare di un accordo petrolifero subito, i sauditi sono in buona posizione per imporre un prezzo geopolitico”, ha dichiarato F. Gregory Gause III, specialista di Medio Oriente presso la Texas A&M’s Bush School of Government and Public Service”. Riguardo Assad, il presidente siriano “non ha dimostrato nessuna volontà di farsi da parte. Ha detto in una recente intervista alla rivista Foreign Affairs che la vera minaccia in Siria proviene dai gruppi Stato islamico e affiliati ad al-Qaida che, secondo lui, sono la “maggioranza” della ribellione. Funzionari statunitensi e arabi hanno detto che, anche se la Russia abbandonasse Assad, il presidente siriano avrebbe ancora il suo maggior sostenitore, l’Iran. Gli aiuti iraniani al governo siriano sono uno dei principali motivi per cui Assad è rimato al potere mentre altri autocrati in Medio Oriente sono stati deposti. E come importante produttore di petrolio, l’Iran trarrebbe beneficio se l’Arabia Saudita contribuisse a rialzare i prezzi del petrolio, nell’ambito di un accordo con la Russia. “State rafforzando il vostro nemico, che vi piaccia o no, e gli iraniani non mostrano alcuna flessibilità qui”, ha detto Mustafa Alani, analista presso il Centro di Ricerca del Golfo, vicino alla famiglia reale saudita. Ma l’aiuto militare che la Russia fornisce alla Siria è abbastanza diverso da quello che Damasco riceve dall’Iran, altro fornitore principale, se “la Russia ritirasse tutto il sostegno militare, non credo che l’esercito siriano funzionerebbe”, ha detto un alto funzionario dell’amministrazione Obama”.
Conclusione: “numerosi Paesi arabi spingono sauditi e russi, agli antipodi nelle posizioni verso Assad, a trovare un terreno comune sulla questione per por fine alla carneficina della guerra civile in Siria, che ormai ha quasi quattro anni. Ma come un diplomatico arabo ha detto, “Questa decisione è in definitiva nelle mani di Putin”. E questo, signore e signori, è ciò che il grande crollo petrolifero 2014/2015 rappresenta per coloro che vogliono sapere quando comprare petrolio, e la risposta è semplice: subito dopo (o idealmente prima) che Putin annunci che non sosterrà più il regime di Assad. Se, cioè, Putin faccia mai tale passo distruggendo le leva che ha sull’Europa e, conseguentemente, e prematuramente, ponendo fine alla propria carriera. Fino ad allora, ogni singolo picco petrolifero indotto dall’HFT infine scompare perché, come gli ultimi mesi dimostrano, se i sauditi decidono il prezzo, e non avranno un no come risposta, ciò significherà paralizzare l’intera l’industria dello scisto, e dell’energia, degli Stati Uniti.

Quanto durerà?

Quanto si abbasserà?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La de-dollarizzazione globale e gli Stati Uniti

Vladimir Odintsov New Eastern Outlook, 02/02/2015

A U.S. $100 banknote is placed on top of  100 yuan banknotes in this picture illustration taken in BeijingLa ricerca del dominio mondiale, che la Casa Bianca porta avanti da più di un secolo, si basa su due strumenti principali: il dollaro e la forza militare. Per evitare che Washington stabilisca la completa egemonia globale, alcuni Paesi recentemente rivedono le loro posizioni verso questi due elementi sviluppando alleanze militari alternative e spezzando la dipendenza dal dollaro. Fino alla metà del XX secolo, il gold standard è stato il sistema monetario dominante, basato sulla quantità fissa di riserve auree stoccate nelle banche nazionali, limitando i prestiti. A quel tempo, gli Stati Uniti possedevano il 70% delle riserve auree del mondo (esclusa l’URSS), quindi indebolirono il concorrente Regno Unito creando il sistema finanziario di Bretton Woods nel 1944. Qui il dollaro divenne la moneta predominante nei pagamenti internazionali. Ma un quarto di secolo dopo tale sistema si rivelò inefficace per l’incapacità di contenere la crescita economica di Germania e Giappone, oltre alla riluttanza degli Stati Uniti nel regolare le politiche economiche per mantenere l’equilibrio dollaro-oro. A quel tempo, il dollaro subì un drammatico declino, ma fu salvato grazie al sostegno dei ricchi esportatori di petrolio, soprattutto una volta che l’Arabia Saudita iniziò a scambiare il suo oro nero con le armi degli Stati Uniti e il supporto alle trattative con Richard Nixon. Perciò, il presidente Richard Nixon nel 1971 ordinò unilateralmente la cancellazione della convertibilità diretta del dollaro degli Stati Uniti con l’oro, e stabilì il sistema di valuta giamaicana in cui il petrolio era alla base del sistema del dollaro. Pertanto, non è un caso che da quel momento il controllo sul commercio di petrolio divenne la priorità della politica estera di Washington. In seguito al cosiddetto Nixon Shock gli impegni militari statunitensi in Medio Oriente e altre regioni produttrici di petrolio subirono un forte aumento. Una volta che tale sistema fu sostenuto dall’OPEC, la domanda globale di petrodollari aumentò mai come prima. I petrodollari divennero la base del dominio USA sul sistema finanziario globale, costringendo gli altri Paesi ad acquistare dollari per comprare petrolio sul mercato internazionale.
template_clip_image015 Gli analisti ritengono che la quota degli Stati Uniti sul prodotto interno lordo mondiale, oggi, non superi il 22%. Tuttavia, l’80% dei pagamenti internazionali avviene in dollari USA. Di conseguenza, il valore del dollaro è estremamente elevato rispetto alle altre valute, perciò i consumatori degli Stati Uniti ricevono merci importate a prezzi estremamente bassi, fornendo agli Stati Uniti un significativo profitto finanziario, mentre l’alta domanda di dollari nel mondo permette al governo degli Stati Uniti di rifinanziare il proprio debito a tassi d’interesse molto bassi. In tali circostanze, chi va contro il dollaro è considerato una minaccia diretta all’egemonia economica e agli elevati standard di vita dei cittadini statunitensi, quindi i circoli politici e d’affari a Washington tentano con ogni mezzo di opporsi a questo processo. Ciò si manifestò con il rovesciamento e il brutale assassinio del leader libico Muammar Gheddafi, che decise di passare all’euro nei pagamenti del petrolio, prima d’introdurre il dinaro d’oro per sostituire la moneta europea. Tuttavia, negli ultimi anni, nonostante il desiderio di Washington di usare qualsiasi mezzo per sostenere la propria posizione internazionale, le politiche degli Stati Uniti incontrano sempre più spesso opposizione. Di conseguenza, un numero crescente di Paesi cerca di abbandonare il dollaro statunitense, e la dipendenza dagli Stati Uniti, perseguendo una politica di de-dollarizzazione. Tre Stati sono particolarmente attivi in questo campo, Cina, Russia e Iran. Questi Paesi cercano di raggiungere la de-dollarizzazione a passo di corsa, insieme ad alcune banche e società energetiche europee attive nei loro territori.
Il governo russo ha tenuto una riunione sulla de-dollarizzazione nella primavera 2014, dove il Ministero delle Finanze annunciò il piano per aumentare la quota di accordi in rubli e il conseguente abbandono del cambio del dollaro. Lo scorso maggio, in occasione del vertice di Shanghai, la delegazione russa firmò il cosiddetto “affare del secolo” per l’acquisto, nei prossimi 30 anni, di 400 miliardi di dollari di gas russo dalla Cina, pagando in rubli e yuan. Inoltre, nell’agosto 2014 una società controllata da Gazprom annunciava la disponibilità ad accettare il pagamento in rubli di 80000 tonnellate di petrolio, dai giacimenti artici, da inviare in Europa, mentre il pagamento del petrolio fornito dall’oleogasdotto “Siberia orientale – Pacifico” potrà essere in yuan. Lo scorso agosto, mentre era in visita in Crimea, il presidente russo Vladimir Putin annunciava che “il sistema dei petrodollari dovrebbe diventare storia” mentre “la Russia discute l’uso di monete nazionali nelle transazioni con un certo numero di Paesi“. Queste misure, adottate di recente dalla Russia, sono le vere ragioni delle sanzioni occidentali. Negli ultimi mesi, la Cina s’è anche attivata in questa campagna “anti-dollaro”, dato che ha firmato accordi con Canada e Qatar per il cambio in valute nazionali, facendo del Canada il primo hub oltreoceano dello yuan in Nord America. Questo fatto da solo potenzialmente raddoppierebbe o addirittura triplicherebbe il volume degli scambi commerciali tra i due Paesi, dato che il volume dell’accordo di cambio stipulato tra Cina e Canada è pari a 200 miliardi di yuan. L’accordo della Cina con il Qatar sul currency swap diretto tra i due Paesi equivale a 5,7 miliardi di dollari colpendo duramente i petrodollari, divenendo la base per l’utilizzo dello yuan nei mercati del Medio Oriente. Non è un segreto che i Paesi produttori di petrolio del Medio Orussia-declares-warriente abbiano scarsa fiducia nel dollaro USA, a causa della esportazione d’inflazione, quindi altri Paesi OPEC potrebbero firmare accordi con la Cina. Nella regione del Sud-Est asiatico, la creazione di un centro di compensazione a Kuala Lumpur, che promuoverà un maggiore uso dello yuan, è un altro importante passo della Cina nella regione. Ciò si è verificato meno di un mese dopo che il centro finanziario leader in Asia, Singapore, era divenuto il centro di scambio dello yuan nel Sudest asiatico, dopo aver stabilito un rapporto diretto tra dollaro di Singapore e yuan. La Repubblica islamica dell’Iran ha recentemente annunciato la riluttanza ad usare dollari USA nel commercio estero. Inoltre, il presidente del Kazakistan, Nursultan Nazarbaev, ha recentemente incaricato la Banca nazionale della de-dollarizzazione dell’economia nazionale. In tutto il mondo, le richiesta di creare un nuovo sistema monetario internazionale è sempre più forte. In tale contesto va osservato che il governo inglese ha intenzione di emettere titoli di debito in yuan, mentre la Banca Centrale Europea discute la possibilità d’includere lo yuan nelle sue riserve ufficiali. Queste tendenze appaiono ovunque, ma con la propaganda anti-russa, i media occidentali preferiscono tacere su questi fatti, in particolare quando l’inflazione negli Stati Uniti è alle stelle. Negli ultimi mesi, la percentuale di obbligazioni del Tesoro USA nelle riserve valutarie russe è diminuita rapidamente, venendo vendute a un ritmo record, mentre la stessa tattica è utilizzata da numerosi Stati. A peggiorare le cose per gli Stati Uniti, molti Paesi cercano di riprendersi le loro riserve auree negli Stati Uniti, depositate presso la Federal Reserve Bank. Dopo lo scandalo del 2013, quando la Federal Reserve degli Stati Uniti rifiutò di restituire le riserve d’oro tedesche al proprietario, i Paesi Bassi raggiunsero la lista dei Paesi che cercano di recuperare l’oro dagli Stati Uniti. Se avessero successo i Paesi che cercano il rientro delle riserve auree, ciò si tradurrebbe in una grave crisi per Washington.
I fatti qui riportati indicano che il mondo non vuole più affidarsi ai dollari. In queste circostanze, Washington usa la politica dell’aggravamento della destabilizzazione regionale che, secondo la strategia della Casa Bianca, dovrebbe considerevolmente indebolire i potenziali rivali degli USA. Ma c’è scarsa speranza che gli Stati Uniti sopravvivano al caos che hanno scatenato nel mondo.

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Questi sono i nemici di tutto ciò che ci è caro in America. I vostri figli devono ucciderli per noi!

Vladimir Odintsov, commentatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – StoAurora

Guerra del petrolio: Ecco, parte la donnola!

F. William Engdahl New Eastern Outlook 27/01/2015US_shaleQuando da bambino vivevo negli USA, c’era una canzoncina popolare per bambini chiamata Pop! Parte la donnola. Una strofa diceva:
Un penny per un rocchetto di filo,
Un penny per un ago,
Così gira il denaro,
Ecco! Parte la donnola.
La “donnola” è la rivoluzione del fracking degli USA, il boom del petrolio e gas di scisto negli USA, spacciato dall’amministrazione Obama come scusa per arrischiare radicali cambi di regime nell’OPEC e nel mondo islamico, Ecco! Come gira il denaro… Il crollo della rivoluzione del fracking negli USA procede accelerando, mentre i posti di lavoro perduti sono decine di migliaia negli Stati Uniti; le compagnie petrolifere dello scisto dichiarano fallimento e le banche di Wall Street congelano i nuovi crediti per l’industria. La donnola dello scisto negli USA è appena partita, e presto ci sarà un bagno di sangue simile alla battaglia di Falkirk del famoso Braveheart.

Conseguenze non volute
Una delle sfortunate conseguenze dell’avere paraocchi politici, come sicuramente le figure di spicco attorno al presidente Barack Obama oggi, sono le temerarie decisioni politiche che tendono a esplodergli in faccia con conseguenze impreviste. Così per il povero, patetico segretario di Stato John Kerry. Lo scorso settembre Kerry era andato in Arabia Saudita alla residenza estiva reale sul Mar Rosso, per incontrare il re del maggiore produttore di petrolio dell’OPEC, Abdullah e i suoi consiglieri, tra cui, secondo fonti informate il principe Bandar “Bush”, l’ex-ambasciatore a Washington ed ex-capo dei servizi segreti sauditi responsabili della disastrosa guerra contro Assad in Siria. Un accordo fu deciso secondo cui i sauditi avrebbero invaso il mercato, in particolare l’Asia, con greggio assai scontato forzando il crollo dei prezzi. Per Kerry e la banda dei miopi di Obama, era un modo intelligente di prendere due piccioni, Iran e Russia, con la fava del petrolio saudita a buon mercato. Lungi dall'”uccidere” la Russia di Putin, ha accelerato drammaticamente il consolidamento della cooperazione energetica russo-cinese con grandi accordi che volgono il mercato dell’energia russo da ovest e dall’UE ad est, a Cina, Coree e Giappone. Putin ha anche coraggiosamente annullato il progetto del South Stream dell’Unione europea e avviato negoziati con la Turchia per farne la nazione-chiave dell'”hub energetico” mondiale, escludendo l’Ucraina filo-statunitense dal ruolo di transito del traffico gasifero tra Russia e UE. Lungi dall’uccidere l’Iran, ha accelerato gli importanti accordi energetici tra Iran e Russia, tra cui nuove centrali nucleari. E nonostante tutte le peggiori intenzioni di CIA e servizi segreti israeliani, che hanno investito così tanto tempo ed energie nel creare gli psicopatici del SIIL, o come ora si chiamano SI, Bashar al-Assad, sostenuto da Russia e Iran, è ancora a Damasco. Per Washington e i suoi patetici neo-con, nulla sembra funzionare come voluto. Ciò che il trucco non-così-ben ponderato di Washington dello shock petrolifero ha prodotto, però, è stato scatenare una valanga di fallimenti e licenziamenti nell’industria del petrolio e del gas degli Stati Uniti, soprattutto negli idrocarburi da scisto.

La catastrofe degli scisti bituminosi degli Stati Uniti
Il crollo del settore dello scisto negli USA, che avevo previsto lo scorso anno si sarebbe manifestato nel primo trimestre del 2015, è già chiaro. È solo l’inizio di ciò che sarà una valanga di debiti inesigibili, chiusura di pozzi di petrolio, licenziamenti in massa nell’industria petrolifera e gasifera degli Stati Uniti, nei prossimi mesi. Secondo OilPrice.com, la spesa mondiale per l’esplorazione e la produzione di petrolio e gas potrebbe scendere di oltre il 30 per cento quest’anno. Sarebbe il maggiore calo dal 1986, l’ultima volta che Washington cercò di utilizzare i sauditi per far crollare i prezzi del petrolio. Bank of America prevede che i futures sul petrolio Brent scendano a 31 dollari entro la fine del primo trimestre di quest’anno, oltre 5 dollari meno dei minimi della crisi finanziaria del 2008. In questo momento, il mercato del petrolio è in una situazione critica dove, non a caso, grandi produttori come Russia e Iran e Iraq, prevedibilmente, aumentano la produzione per compensare il calo di prezzi ed entrate, aumentando notevolmente la sovrabbondanza esistente. Le conseguenze negli Stati Uniti stanno appena emergendo. Un enorme riduzione dei posti di lavoro colpisce l’industria, soprattutto negli Stati Uniti. Il 13 gennaio, la FED di Dallas prevedeva che nel solo Texas 140000 posti di lavoro potrebbero essere eliminati, non solo si tratta di uno Stato ma anche del più grande Stato petrolifero degli USA. Si tratta di posti di lavoro di un’economia che già soffre enormi perdite di posti di lavoro (nonostante le fraudolenti statistiche sul lavoro del governo statunitense), dato che la crisi finanziaria ha già colpito nel 2008. Schlumberger, la prima società di servizi petroliferi del mondo, eliminerà 9000 posti di lavoro, dopo che l’utile netto del quarto trimestre 2014 è sprofondato dell’81% a causa di svalutazioni da 1,6 miliardi di dollari delle attività produttive in Texas. Il secondo gigante dei servizi petroliferi, Halliburton, l’ex-azienda di Dick Cheney, la società che tecnicamente ha creato la bolla dello scisto, annuncia licenziamenti ma ne declina le dimensioni. Le aziende dei servizi di estrazione del petrolio come Halliburton, fornitori di prodotti chimici e attrezzature di perforazione per il fracking, imprese siderurgiche, aziende edili e strutture ricettive ne beneficiavano. Ora non più.
Il boom del petrolio di scisto negli Stati Uniti era una bolla di Wall Street, come già abbiamo notato, alimentato dalla Federal Reserve con tassi di interesse zero e banche di Wall Street alla disperata ricerca di prestiti dopo il crollo della bolla immobiliare nel 2008. Hanno fatto grassi profitti sottoscrivendo junk bonds per le compagnie petrolifere dello scisto, molte delle quali di piccole e medie dimensioni che ora scompariranno. Perforazione e fracking dello scisto è un business costoso, molto più della convenzionale perforazione petrolifera. Ecco perché si chiama “non convenzionale”. Fino a quando i tassi d’interesse negli Stati Uniti erano bassi, negli ultimi sei anni, e il prezzo del petrolio era oltre i 100 dollari al barile, le compagnie petrolifere potevano accollarsi il rischio e le banche prestare con liberalità. Ora avviene una brusca frenata mentre i proventi del petrolio crollano del 40-50%, negli ultimi sette mesi. Fintanto che i prezzi erano alti, le compagnie petrolifere dello scisto potevano avere prestiti come se non ci fosse un domani. E li hanno avuti. Secondo una nuova stima di Barclays Bank del Regno Unito, l’industria petrolifera canadese e statunitense dovrà ridurre di almeno 58 miliardi di dollari le spese, un taglio del 30% della spesa di 196 miliardi dollari del 2014. Tale stima è stata preparata su dati aziendali di dicembre, quando il prezzo era a 74 dollari al barile, prima che le riduzioni cominciassero a colpire e prima che i prezzi calassero a 47 dollari al barile. La cifra finale della spesa sarà di gran lunga inferiore di quella di fine anno, se i prezzi rimangono bassi. Più a lunghi i prezzi restano sotto i 50 dollari al barile più sarà feroce il bagno di sangue. Si stima che l’industria petrolifera statunitense sarà la più colpita del mondo. Bel lavoro John Kerry e Co. E nuovi prestiti bancari subiranno un addio. Oops… Durante il boom, fino a settembre 2014 quando iniziò la guerra dei prezzi saudita, le aziende di piccole e medie dimensioni di Stati Uniti e Canada spesero più del loro reddito, una media sbalorditiva del 157 per cento. Le imprese più grandi spesero circa il 112 per cento. Fecero la differenza l’emissione dei titoli spazzatura e i prestiti bancari a basso interesse. Ora, con prospettive poco rosee sul recupero dei prezzi, le banche finanziatrici chiudono i rubinetti. Le perdite presto colpiranno anche Wall Street. In altre parole, le conseguenze involontarie della stupida strategia di Kerry per mandare in bancarotta la Russia di Putin, con l’aiuto dei sauditi, gli è esplosa in faccia e potrebbe presto seppellire la sopravvalutata bolla del petrolio di scisto degli USA con il mare d’inchiostro rosso dei fallimenti. Stupido, in questo senso, è non capire i legami tra ogni cosa nel mondo reale.

newsetc1-2F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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