Perché gli USA sono così ostili verso Pechino?

Thomas Hon Wing Polin, Gpolit 21 luglio 2016

0,,17527125_303,00Un membro del gruppo Facebook 21SilkRd ha chiesto un commento sulla relazione tra Cina e nuovo ordine mondiale occidentale. Anche se di quasi due anni, l’articolo è degno di nota per i tentativi rudimentali di dettagliare uno dei programmi più ambiziosi intrapresi da governi ed élite occidentali negli ultimi tempi: trasformare la recente apertura dell’assai sottosviluppata ma assai promettente Cina in un vassallo vigorosamente pro-occidentale annesso all’impero globale occidentale.
In primo luogo, alcune precisazioni. L’autore, Jim Corbett, è un neofita di Cina e cose cinesi, e ciò ne sminuisce la credibilità di base. Ad esempio, chiunque può scrivere queste stupidaggini su Mao Zedong, per usare proprio le parole dell’autore (e per carità): “Non diciamo che era uno stupido. Era un orribile, crudele, disgustoso pervertito, probabilmente il peggior genocida nella storia, ma non necessariamente uno stupido“. Al di là di tali principi fondamentali, gli sforzi di Corbett per documentare come le élite occidentali hanno cercato di influenzare la Cina e il suo sviluppo sono lodevoli e, a volte, molto interessanti. Tale tocco di Yale in Cina incrocia la strada del giovane Mao; le manovre di gente del calibro di Kissinger, Rockefeller e Rothschild; Rong Yiren e la prima generazione di capitalisti rossi della Cina; l’interazione degli anziani del partito comunista di quella generazione e le loro famiglie; i trasferimenti di tecnologia e gli investimenti esteri dell’epoca. Tali sforzi delle élite occidentali per modellare una Cina pro-occidentale da poter facilmente influenzare, se non controllare, permisero sostanziali progressi nei primi due decenni di riforme e aperture di Deng Xiaoping. La Cina era relativamente debole e aveva assoluta necessità di investimenti e tecnologia occidentali per svilupparsi. La strategia occidentale, chiamata “evoluzione pacifica” dagli scettici intellettuali cinesi, sembrava attecchire. Perciò i media mainstream e i governi occidentali sembravano innamorati della Cina in quei giorni: il “Regno di Mezzo” seguiva il loro copione. Così l’impero si era relativamente rilassato sui flussi di denaro e tecnologia verso la Cina. Poi le cose cominciarono a cambiare. La Cina è cresciuta, iniziando ad ergersi ed anche a mostrare muscoli o a svilupparsi in modo non gradito. Iniziò a non seguire il copione che l’occidente le aveva scritto. Le potenze occidentali ne furono sorprese e poi deluse. Ed ecco che i cinesi non divennero occidentali dalla pelle gialla. I filo-occidentali nella leadership di Pechino furono sempre di meno, ed ora sono ormai praticamente estinti. Orrore degli orrori, i cinesi sembrano essere tutti… nazionalisti, con una visione della loro nazione e del mondo sostanzialmente diversa da quella dell’impero, e dato che tale divario è definitivo con l’avvento dell’amministrazione Xi Jinping, ecco l’ostilità dell’occidente.
Se la strategia dell’occidente di trasformare la Cina in modo non violento fosse riuscito ed i suoi frutti fossero stati potenti o influenti nella Cina di oggi, assisteremmo a una reazione molto diversa dell’impero verso ciò che fa la Cina di oggi, sarebbe stata molto più pacata e solidale. La rivista Time metterebbe ancora il leader della Cina in copertina come Person of the Year. Che la reazione dell’occidente sia di fatto un’ostilità sempre più disperata è l’affermazione più chiara che “l’evoluzione pacifica” è fallita, se non definitivamente morta, e i “protetti” dell’occidente in Cina sono impotenti a Pechino. In effetti, i tentativi occidentali di minare e occidentalizzare l’appartenenza politica e i valori della Cina hanno avuto l’effetto opposto, suscitando vigilanza e resistenza nel popolo e nel governo. I nazionalisti cinesi hanno poco di cui preoccuparsi. taiwanTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’apatia elettorale del Giappone: Abe ottiene un mandato dalla scarsa affluenza alle urne

Kanako Itamae e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times, 11/7/2016

shinzo-abeIl Primo ministro del Giappone Shinzo Abe sostiene di aver avuto un nuovo mandato dall’elettorato dopo i risultati positivi annunciati nelle elezioni del Senato. Tuttavia, ciò è in parte falso perché l’affluenza è stata di un mero 54,7 per cento. Infatti, in alcune parti del Giappone la maggioranza delle persone non s’é presa la briga di votare e questo vale per Hiroshima, Kochi, e Tokushima. Soprattutto, il principale partito di opposizione è incatenato all’assenza di coesione. Pertanto, nonostante Abe esca rafforzato dall’elezione, la verità è che il 45 per cento della popolazione si sente tradita e sfiduciata verso i politici della nazione. Allo stesso tempo, le élite liberali e i mass media che si oppongono ad Abe sono ugualmente al di fuori della realtà del Giappone moderno. In altre parole, le immagini di manifestanti anti-nucleari, professori anti-Abe ed organizzazioni che attaccano le modifiche costituzionali, e altre cose, semplicemente non s’accordano con l’elettorato. Ciò significa che Abe si rafforza grazie alla bassa affluenza elettorale e alla popolazione che non si fida dell’opposizione. Purtroppo, ne conseguirà maggiore debito mentre gli ultra-ricchi guadagneranno ancor di più dalle mega-iniziative di stimolo economico che di solito non producono nulla. I contribuenti in Giappone saranno testimoni di grandi aziende, istituti finanziari e ricchi azionisti trarre profitto dalle nuove iniziative economiche del governo. Tuttavia, se il passato s’è vista poca concretezza, nel lungo termine il debito pubblico crescerà. Allarmante, se il tasso di natalità è un problema reale per il popolo giapponese, sembra che Abe si volgerà all’immigrazione per puntellare la nazione. Eppure, un vero aiuto è necessario per i cittadini giapponesi con figli, affinché ricevano un sostegno sociale vero e proprio, un ambiente di lavoro mutato, mutui e altre politiche necessarie. Invece, sembra che Abe si concentri sulla manodopera straniera, sperperando il denaro dei contribuenti nell’assistenza economica estera, nonostante la necessità di concentrarsi nel rilanciare le regioni del Paese, e sulle ambizioni geopolitiche.
La CNN riporta “Abe ha detto che userà la vittoria per far avanzare il programma di riforma economica conosciuto anche come abenomics, oltre ad ulteriori modifiche nella diplomazia… Insieme ai revisionisti costituzionali, la sua coalizione ha avuto la maggioranza di due terzi sui 121 seggi del Senato“. Modern Tokyo Times in passato sottolineò che, “i cambiamenti economici recenti basati sulla familiare teoria di affidarsi all’esportazione per uscire dalla crisi, indebolendo lo yen, sembra deragliare ancora una volta. Pur di raggiungere tale obiettivo, il governo del Primo ministro Abe ha attuato una politica monetaria ultra-aggressiva. Tuttavia, fin dall’inizio, tale politica è apparsa miope e incapace di rompere il ciclo della deflazione“. È stato riferito che un’eventuale nuova iniziativa di stimoli, nonostante il fallimento delle precedenti, sarà di quasi 200 miliardi di dollari (20 trilioni di yen). In altre parole, i problemi reali da affrontare saranno messi da parte in favore “della teoria del rivolo dagli ultra-ricchi” che prosciuga ulteriormente la fede della popolazione nella democrazia giapponese. Perciò diverse prefetture registrano meno del 50 per cento di votanti, una triste realtà per il Giappone moderno. Tuttavia, è una realtà che sembra sfuggire ad Abe, proprio come alla sinistra e all’opposizione liberale, ugualmente fuori dal mondo.

La teoria del rivolo dagli ultra-ricchi

La teoria del rivolo dagli ultra-ricchi

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Italia, crisi in arrivo

Jacques Sapir, Russeurope 8 luglio 2016Germany ItalyLa situazione delle banche italiane è ormai critica. La questione della loro ricapitalizzazione occuperà gran parte dell’estate, coinvolgendo direttamente le regole dell’Unione bancaria in vigore dal 1° gennaio 2016. L’incapacità del governo italiano di rispettare le regole dell’Unione bancaria mette in evidenza le disfunzioni sempre più gravi della zona euro. La quota dei prestiti denominati “non performing” nel bilancio delle banche ha ormai raggiunto il 18%, secondo uno studio del FMI [1]. A parte la Grecia, dove il tasso era oltre il 34%, il tasso più alto nella zona euro, il Portogallo segue tale tendenza, ma a un livello di molto inferiore, poiché la percentuale di debito cattivo è “solo” il 12%. In sintesi, si stima che il volume totale sia di 360-400 miliardi di euro, con 70-100 miliardi da coprire da parte dello Stato o con altri meccanismi.

A-01-Bad-loans-1-500x315Quota di crediti “non performing” nei bilanci delle banche

Va notato che il movimento dei “crediti inesigibili” può essere correlato a diverse cause. In Irlanda e in Spagna è stata la speculazione immobiliare a causarlo. Niente come nel caso dell’Italia, e questo è ciò che rende la progressione dei debiti inesigibili ben più grave. Tali problemi sono i prestiti delle banche regionali a piccole e medie imprese. In realtà, è la stagnazione economica degli ultimi anni causa dell’attuale crisi bancaria in Italia. L’evoluzione dei dati macroeconomici dell’economia italiana mostra l’estensione della crisi, in particolare dimostra che la sua causa è chiaramente l’introduzione dell’euro. Se calcoliamo l’evoluzione dell’economia italiana dal 1990, tenendo conto del decennio precedente l’introduzione dell’euro, le modifiche sono molto marcate e importanti.

A-01-Italie-500x306Evoluzione di PIL, investimenti e risparmio in Italia dal 1990
Fonte: dati del FMI, Dati del rapporto economico mondiale, aprile 2016

Roma-incontro-al-vertice-fra-Angela-Merkel-e-Matteo-RenziLa crescita del PIL, relativamente forte nel decennio 1990-2000, è disastrosa negli anni successivi all’introduzione dell’euro. L’Italia inoltre è tornata al PIL precedente la crisi del 2007. In effetti, il PIL del 2015 è il 116% di quello del 1990, ma era il 127% nel 2007. Se l’Italia avesse continuato a crescere al ritmo degli anni 1993 – 1999, nel 2015 avrebbe avuto un indice da 2015; cioè l’euro è costato il 34% del PIL nel 2015. Il PIL pro capite, dimensione in linea con l’evoluzione della ricchezza della popolazione, assumendo che la distribuzione interna della ricchezza resta invariata, ha un indice solo del 108% rispetto al 1990. In altre parole, in 25 anni, la crescita pro capite è stata di solo l’8%. Ma l’evoluzione degli investimenti (pubblici e privati) è ancora più preoccupante. Il forte calo degli investimenti nei primi anni ’90, crollo necessario per ridimensionare il deficit di bilancio, fu successivamente corretto, e gli investimenti salirono all’indice del 125% nel 2007. Ma da allora è calato a un indice dell’87%. In altre parole, l’Italia investe il 13% in meno nel 2015 di quanto investiva nel 1990. Non c’è quindi da stupirsi se la produttività del lavoro sia in declino in questo Paese, e che la qualità delle infrastrutture pubbliche, nazionali o locali, si degrada assai rapidamente. Tale situazione di crisi economica generale quindi è riflessa nei bilanci delle banche dalla crescita dei “crediti inesigibili”. Ma qui c’è il problema delle regole imposte dall’Unione bancaria. Questa chiede che le banche siano ricapitalizzate dai loro azionisti e risparmiatori. Ma gli azionisti sono i nuclei familiari che hanno acquistato i titoli di debito delle banche. Ora, queste famiglie hanno acquistato tali titoli in una situazione in cui il rischio fallimento veniva superato dalla possibilità di un “bail-out” (salvataggio) dallo Stato italiano. Le famiglie sono in gran parte pensionati e persone modeste, ora intrappolati dalle nuove regole dell’Unione bancaria che impongono un “bail-in”, cioè riporre la maggior parte del rischio bancario su azionariato e clienti. Una prima ricapitalizzazione delle banche, nel novembre 2015, ha provocato la spoliazione parziale dei risparmiatori.
Il governo italiano, indebolito dai risultati delle elezioni comunali del giugno 2016, che hanno visto il successo del M5S a Roma e Torino, non ha intenzione di causare una gravissima crisi sociale il prossimo anno. Pertanto, vuole imporre alle autorità europee il “bail-out”, cioè la socializzazione delle perdite. Ma ciò è rifiutato dalla Germania, rifiuto non solo dettato da considerazioni di natura finanziaria, ma soprattutto perché significherebbe il fallimento dell’Unione bancaria, dopo meno di un anno dall’entrata in vigore. Nella prova di forza che contrappone il governo italiano e il governo tedesco ci saranno solo perdenti. Se la Germania impone la sua idea, l’impatto sociale della crisi bancaria metterà l’Italia a ferro e fuoco, causando il crollo dei partiti tradizionali (PD e Forza Italia), sempre più coinvolti in casi di collusione e corruzione coi direttori di banca. Se il governo italiano ignora l’opposizione tedesca e decide di optare per un “bail-out”, la somma richiesta (almeno 70 miliardi di euro, pari al 4,4% del PIL) si tradurrà in un forte aumento del deficit di bilancio e ridurrà a zero la credibilità delle istituzioni della zona euro.

A-01-pPub-Italie-500x302Stato delle finanze pubbliche in Italia
Souce: Stesso Tabella 2.

La crisi bancaria italiana certamente occuperà gran parte dell’estate e dell’autunno. Tuttavia, si sia consapevoli che tale crisi si snoderà mentre la situazione della Deutsche Bank in Germania è molto preoccupante, e che le entrate del bilancio in Grecia crollano, in particolare con la caduta media del 20% delle entrate dall’IVA per via dello “sciopero fiscale” che avanza in quel Paese. Tutto sarà pagato, un giorno o l’altro. Dopo aver rifiutato il principio di solidarietà nella zona euro, la Germania ha imposto la sua visione delle regole; ma oggi si rende conto che tale punto di vista è insostenibile per i Paesi dell’Europa meridionale, incuneandosi tra il perseguimento di una politica suicida che non funziona e il riconoscimento degli errori passati. Ciò che rende più grave il problema è che il peso dell’Italia è assai maggiore di quello della Grecia. Tutti capiscono che l’uscita dell’Italia dall’euro certificherà la morte della moneta unica. La crisi greca del 2015 fu l’antipasto estivo; la crisi italiana è la crisi della zona euro.Italian Prime Minister Renzi gestures to German Chancellor Merkel during a news conference at the Chancellery in Berlin[1] Dati FMI sugli indicatori di solidità finanziaria.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La fine dell’europeismo

Jacques Sapir, Russeurope 30 giugno 2016brexitLa “Brexit” getta una luce particolarmente cruda sulla strategia del “federalismo furtivo” adottata dai capi dell’UE col Trattato di Maastricht e la conseguente ideologia europeista alla base di tale strategia. In realtà tale strategia, e il suo strumento privilegiato, l’Euro, hanno provocato la reazione degli elettori inglesi, esortandoli non a lasciare l'”Europa”, come alcuni sostengono, ma una particolare istituzione, l’Unione Europea. La scelta degli elettori inglesi è stata in gran parte spiegata [1]. Il fatto che figure del governo inglese, come il ministro della Giustizia Michael Gove, abbiano chiesto un voto per l’uscita europea, è significativo. La Brexit mette in discussione quello che oggi è la spina dorsale della politica qualificata europeista, quella di François Hollande e di Angela Merkel. L’impatto va ben oltre l’uscita di un Paese dall’UE, la Gran Bretagna, la cui adesione all’UE era in realtà molto esigua. La crisi della strategia europeista è una svolta. Solo sbarazzandosi dell’aporia europeista si può davvero pensare a una costruzione europea.

I fondamenti ideologici del federalismo furtivo
In primo luogo è necessario capire il cosiddetto processo del “federalismo furtivo” adottato dal Trattato di Maastricht e che s’incarna nell’euro. Tale strategia si basa sul rifiuto delle Nazioni, rifiuto collegato alla diffidenza o vero e proprio odio per le Nazioni. Pertanto aderiscono a tale approccio liberal-conservatori, chi pensa che la nazione moderna implichi la democrazia e chi resta fedele a una profonda sfiducia verso chi ha un pensiero conservatore, gli ex di “sinistra” (Cohn Bendit ne è un esempio) che odiano la Nazione in quanto cumulo di mediazione radicata nella storia percepita d’ostacolo alla loro visione millenarista ed apocalittica del “fine” della storia [2], e i socialdemocratici che cercano di trasporre in uno Stato superiore la poca incidenza delle loro politiche che gli impedisce di aver successo nel quadro nazionale. Tali diverse versioni della nazione si articolano in modi specifici a seconda della cultura politica di ogni Paese. In Francia c’è la combinazione delle dimissioni di gran parte della classe politica nel 1940 con il trauma delle guerre coloniali. In Germania c’è il peso della colpa collettiva del nazismo, aggravato dal trauma della divisione in due nel 1945-1990, che spiega l’avanzata dell’europeismo nell’élite. La Germania, Paese oggettivamente dominante dell’UE, non si permette di pensare alla propria sovranità e non può vivere che contrabbandandola secondo la formula della sovranità “europea”. Non si possono capire altrimenti gli errori politici commessi nei confronti della Grecia sulla questione dei rifugiati, errori che perseguitano oggi Angela Merkel. In Italia c’è ancora la combinazione tra l’episodio mussoliniano e gli “anni di piombo” che ha convinto gran parte della classe politica che l’Unione europea sia l’unica soluzione per la nazione italiana. E si possono moltiplicare gli esempi includendo Paesi che non si amano i(Spagna, Portogallo) o che sanno di essere irrimediabilmente divisi (Belgio). Ma questo è ovviamente un progetto politico nato dall’odio di sé che non può avere futuro. Questa è la prima falla dell’europeismo e del federalismo furtivo che, generati da una visione essenzialmente negativa, non hanno un futuro promettente.

Il ruolo politico dell’euro
R600x__renzi_brexit Questo progetto è essenzialmente incarnato dall’euro. Il crollo politico dell’accettazione dell’idea di moneta unica, mentre le condizioni necessarie per il successo non c’erano per nulla, e sarebbe stato molto più logico attenersi a una moneta comune, una moneta che coprisse senza sostituire quelle nazionali, si spiega con ragioni politiche e psicologiche imperiose [3]. Anche in questo caso diversi da Paese a Paese, ma tutti convergenti nell’idea che una volta creata la moneta unica, i Paesi della zona euro non avrebbero avuto altra scelta se non il federalismo. Ciò che fu però trascurato nel processo era che il federalismo non è un obiettivo unificante. Ci possono essere varie forme di federalismo. E l’assenza di una discussione pubblica, di un dibattito in contraddittorio, sulla strategia che impone furtività e occultamento impediva di poter scegliere tra le diverse forme di federalismo. Così la Germania progetta il federalismo come sistema che gli dà voce nella politica degli altri Paesi, ma senza pagarne il costo economico. Un federalismo squallido. La Francia vede nelle strutture federali la continuazione della propria costruzione dello Stato, intendendo imporre un federalismo che dia vita a un nuovo Stato-nazione, ignorando però proprio la specificità della storia, e il fatto che nazione e popolo furono costruiti in parallelo (e con più interazioni) per quasi 8 secoli. Da questo punto di vista, solo la storia della Gran Bretagna è pienamente comparabile. L’idea implicita era creare così ciò che l’impero napoleonico non poté con la forza. Tale idea è basata sulle illusioni dell’universalismo francese che confonde valori con principi. E’ tale enorme errore che ha spinto i funzionari francesi di destra e sinistra in un vicolo cieco. Ciò che deriva dall’opzione federalista è sia un concetto politico, che sarebbe il “sovrano”, che una questione economica, quella dei trasferimenti. Si sa, avendolo detto in molte occasioni, che tali trasferimenti costerebbero circa il 10% (dall’8% al 12% secondo gli studi) del PIL tedesco per il “bilancio federale” [4]. Non sorprende quindi che i tedeschi non li volessero perché, in realtà, non possono. Il rifiuto della Germania di rivedere le regole per consentire all’Italia di affrontare la crisi bancaria, mostra tutti i limiti del concetto di solidarietà, essenziale in una federazione. Ma se tale solidarietà non c’è, come convincere la popolazione a fondersi democraticamente in un grande insieme? E qui troviamo la questione politica del sovrano [5]. Il “federalismo” è condannato o a non esistere o ad assumere la forma di federalismo meschino di voce asimmetrica della Germania nella politica degli altri Paesi. Questa è la conclusione di Joseph Stiglitz nel suo ultimo libro [6], di cui una traduzione francese uscirà questa estate. Se mettiamo fine all’euro o volgiamo verso un federalismo che né i tedeschi né gli olandesi vogliono, l’euro sarà la morte dell’UE, ma anche, e questo è grave, dell’idea di cooperazione in Europa.

La responsabilità degli europeisti
Già ora il danno dall’euro è grave. Progettato per riunire l’Europa, l’euro in realtà ha fatto l’opposto: dopo un decennio senza crescita, l’unità è stata sostituita da dissenso e l’espansione dal rischio di uscirsene. La stagnazione dell’economia europea e le oscure prospettive attuali sono il risultato diretto dei difetti fondamentali insiti nel progetto dell’euro, un’integrazione economica tale da prevalere sull’integrazione politica, con una struttura che promuove attivamente le divergenze piuttosto che le convergenze. Ma più importanti sono le conseguenze politiche [7]. L’Unione europea (e non solo la zona euro) è impegnata in un processo politico dove la democrazia viene gradualmente tolta alla gente. Il Trattato “Merkozy” o TSCG, votato dalla Francia nel settembre 2012, è esemplare in tal senso. E la rivolta democratica in Gran Bretagna può essere letta come reazione a tale meschino federalismo, che gradualmente s’istituisce grazie alla volontà del governo tedesco e alla passività del governo francese. Oggi è chiaro che dobbiamo liquidare l’europeismo e i suoi strumenti, se non vogliamo ritrovarci in pochi anni o addirittura mesi in una situazione di conflitto tra nazioni che, troppo a lungo negate, non troverebbero più spazio in cui è possibile un compromesso tra interessi diversi. È pertanto opportuno dire quale sia la responsabilità storica dei pro-europeisti, della loro ideologia in odio delle Nazioni, e del loro strumento, l’euro. Nella crisi che affrontiamo oggi, in cui l’uscita dall’Europa del Regno Unito è solo un aspetto, e la crisi del sistema bancario italiano un altro, la responsabilità degli europeisti e di tutti coloro che li hanno lasciati fare, è centrale; fondamentale. La rottura con l’ideologia europeista è dunque un atto di sicurezza. Di per sé insufficiente. Rifiutare tale ideologia, voltare le spalle al federalismo furtivo, riconoscere la nazione in cui vive e si nutre la democrazia, non produrrà una soluzione immediata. Ma renderà possibile la ricerca di una soluzione, sia in Francia che in Europa. È certamente una condizione insufficiente ma assolutamente necessaria. Questa soluzione è già stata sollevata con l’idea della Comunità delle nazioni europee. Sarà sicuramente specificata e può essere modificata, ma almeno è in questa direzione che dobbiamo andare.brexit-2Note
[1] Sapir J., Brexit (e champagne)
[2] Cfr L’odio della sinistra per la sovranità
[3] Sapir J. Dovremmo lasciare l’euro?, Le Seuil, Paris 2012.
[4] Sapir J., Macron e il fantasma del federalismo nella zona euro e Federalismo?
[5] Sapir J., Sovranità, Democrazia, Laicità, Parigi, Michalon 2016.
[6] Stiglitz, J., L’Euro – Come una moneta minaccia il futuro dell’Europa, Penguin, Londra, maggio 2016
[7] Bloomberg

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Brexit e la Cina

Lau Nai-keung, Gpolit 28 giugno 2016BN-KV512_chinaq_P_20151020121312Introduzione di Thomas Hon Wing Polin:
Il fatidico voto popolare per far uscire il Paese dall’Unione Europea ha stupito il mondo. Generate dall’estremità occidentale del continente eurasiatico, le onde d’urto s’infrangono sull’altra estremità dell’Asia orientale. Come appare questo sisma alla Cina e all’Asia orientale? L’analista politico di Hong Kong e vecchio consigliere di Pechino, Lau Nai-keung, che scrive:
“A questo punto, il risultato del referendum inglese sull’adesione all’Unione europea s’è impresso nella mente di molti: oltre il 52% degli elettori inglesi è favorevole a lasciare l’UE. Del 48% che ha votato contro, molti erano scozzesi, che presto avranno un’elezione simile sull’uscita della Scozia. Se ciò avvenisse, “UK” starebbe per Un-united Kingdom. “Le previsioni che l’UE possa spezzarsi sarebbe alquanto inverosimile, ma ci sono certamente altri Paesi in cui richieste di referendum simili potrebbero prendere slancio”, scrive il Washington Post dopo il voto della Brexit. L’articolo prevede che Svezia, Danimarca, Grecia, Paesi Bassi, Ungheria e Francia siano i più probabili nel seguirne l’esempio. L’UE è un coraggioso ed anche bel tentativo di riconquistare confini e glorie di ciò che sarebbe una via di mezzo tra l’impero romano e il Sacro Romano Impero. Per realizzare tale sogno, i francesi erano disposti a collaborare con i loro ex-arcinemici, i tedeschi, per promuovere integrazione ed armonizzazione. Ahimè non si vede un Imperatore Qin Shihuangdi, che riuscì in questo compito nella Cina di due millenni fa, e la Germania non è chiaramente all’altezza del compito. Al momento, le prospettive per l’UE sono desolanti, o si frammenterà presto o meno rapidamente. Questo non è qualcosa che la Cina vorrebbe, ma non c’è niente che possa farci, tranne cercare di collaborare con ciascun Paese del blocco comunitario. Potrebbe essere ingombrante trattare con quasi 30 Paesi invece che con una sola entità, soprattutto se declinanti ed intrinsecamente instabili. Ma questo difficilmente ostacolerà lo sviluppo dell’iniziativa One Belt, One Road (OBOR). Piccoli Paesi in recessione e tormentati avrebbero scarso potere contrattuale nei confronti della Cina. E Pechino potrebbe scegliere quali progetti salvare e a chi parlarne. Eppure un’Europa tanto indebolita sarebbe una pessima notizia per l’egemonia globale statunitense, perché Washington perderebbe nell’equilibrio di potere geopolitico nei confronti della Russia. Quasi due mesi prima del referendum sulla Brexit, il Consiglio NATO-Russia, forum consultivo e cooperativo sulla sicurezza, riprese gli incontri dopo una sospensione di due anni, esaminando la crisi in Ucraina le questioni relative ad attività militari, riduzione della trasparenza e dei rischi, e la situazione della sicurezza in Afghanistan. La cancelliera tedesca Angela Merkel si era recata a Pechino il 12 giugno, per la nona volta, per discutere questioni né importanti né urgenti. E’ chiaro che i partecipanti hanno dubbi sul voto della Brexit e hanno fretta di coprire le loro scommesse.
xicamInvece di essere un forte cuscinetto tra Stati Uniti e Russia, i Paesi europei, dopo la Brexit, non avranno altra scelta che riparare, collettivamente o individualmente, le relazioni con la Russia, il gigante della porta accanto. Stretti tra Atlantico e Pacifico, e con il loro spazio sotto pressione, anche gli Stati Uniti affrontano il declino. Le élite politiche degli USA sono abbastanza consapevoli della difficile situazione del loro Paese, ma non possono farci molto, tranne raccogliere eventuali vantaggi dalla frattura dell’UE e quindi ancora più importante mettere ordine in casa propria. La preferenza di Donald Trump per l’isolazionismo brilla abbastanza, mentre Hillary Clinton può essere obbligata, contro i suoi istinti, dalla realtà a muoversi in una direzione simile. Ora assistiamo a una potente pressione negli Stati Uniti per la ritirata strategica globale. In questa luce, le recenti dure parole di alti ufficiali cinesi in diverse occasioni, così come le tensioni nelle parti orientale e meridionale del Mar della Cina, possono essere viste come deliberati gesti assertivi della Cina che approfitta della situazione. Né la Cina né la Russia hanno alcuna intenzione di espandere il fronte orientale contro Stati Uniti e Giappone. E a meno di un attacco diretto, gli USA difficilmente inizieranno una nuova guerra nell’ultima fase del mandato presidenziale. Di conseguenza, le tensioni nella parte orientale e meridionale del Mar della Cina sono sopratutto conflitti minori. Non importa quanto spettacolari siano, non ci sarà alcuna guerra tra Cina e Stati Uniti. In realtà possiamo prevedere una tregua tra Pechino e Washington. Questo è già successo sul fronte finanziario, con la Cina che assegna 250 miliardi di dollari nel QFII agli investitori statunitensi, e gli statunitensi che permettono ai cinesi d’istituire un centro di cambio in renmbimbi negli Stati Uniti, dato che protrarre i litigi finanziari danneggerà entrambi i Paesi. E la Trans Pacific Partnership (TPP) anti-Cina, probabilmente sparirà assieme ad Obama.
Naturalmente, questa analisi si basa sull’ipotesi della razionalità di tutte le parti. Ai neocon scalzati negli USA non piacerà nulla di ciò, ma cosa possono farci? Invertire la tendenza e rimettere insieme i cocci? Nuclearizzare Cina e Russia garantendosi la reciproca distruzione assicurata? Qualora i neocon desiderassero iniziare qualche guerra convenzionale, che ci provino nei Mar Cinesi meridionale ed orientale. La Cina non può vincere una guerra offensiva contro le forze statunitensi. Ma Washington ha apertamente rivisto la dottrina della Battaglia Aeronavale del 2010, passando al Concetto comune di accesso e manovra globali comuni (JAM-GC) del 2015, sulla base del fatto che i cinesi hanno ora sviluppato la propria strategia della Zona di negazione/interdizione. In parole povere, gli Stati Uniti non sono sicuri di vincere una guerra presso il territorio cinese. Per inciso, la CCTV, TV della Cina, presto trasmetterà una nuova serie sulla guerra di Corea. Lo scopo è chiaro: ricordare al popolo cinese come sconfissero Stati Uniti ed alleati 60 anni fa, quando la neonata Repubblica popolare era povera e debole”.China's President Xi Jinping reviews an honour guard during his official welcoming ceremony in London, BritainTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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