Dove esploderà la prossima crisi economica mondiale?

Ariel Noyola Rodriguez* Russia Today
*Laurea in Economia e Commercio presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico.

world-economic-forum-pwcE’ appena iniziato il 2016 e le perdite nelle varie borse nel mondo sono colossali: quasi 8 miliardi di dollari nelle prime tre settimane di gennaio, secondo Bank of America Merrill Lynch. Il governo degli Stati Uniti ha reso le banche d’investimento tossicodipendenti dal credito a buon mercato. E ora che lo stimolo monetario della Federal Reserve è finito tutti ne pagano le conseguenze. Nell’ultimo vertice di Davos è stato sottolineato che l’incertezza prevale tra le grandi imprese: non si sa dove la prossima crisi esploderà.
Un tremito finanziario ha sprofondato Davos nel pessimismo. Più di 2000 leader aziendali e politici riunitisi in Svizzera (dal 20 al 23 gennaio) non sanno più come convincere la gente che l’economia mondiale è sotto controllo. Solo pochi giorni prima del XLVI World Economic Forum (1), gli investitori erano in preda al panico: nelle prime tre settimane di gennaio diversi scambi registravano perdite per 7,8 miliardi di dollari, secondo la Bank of America Merrill Lynch (2). Per la banca d’affari statunitense questo gennaio sarà ricordato come il più drammatico per la finanza dalla Grande Depressione del 1929. I circuiti finanziari internazionali sono ora sempre più vulnerabili. E il crollo della fiducia delle imprese sembra irreversibile. La PricewaterhourseCoopers (PwC) ha recentemente pubblicato i risultati di un sondaggio che riflette le opinioni di 1409 amministratori delegati delle società (CEO, Chief Executive Officers) di 83 Paesi sulle prospettive economiche: il 66% degli intervistati ritiene che le loro aziende affrontino maggiori minacce oggi rispetto a tre anni fa, e solo il 27% ritiene che la crescita globale migliorerà (3). L’incertezza è tale che al vertice di Davos non c’era consenso tra i giganti aziendali su dove la prossima crisi esploderà. Eppure i media occidentali non si stancano mai di accusare il rallentamento della Cina come principale causa delle turbolenze nell’economia globale. In realtà, lo speculatore George Soros (che eliminò la sterlina nel 1990), a Davos ha detto che un atterraggio duro dell’economia cinese è “inevitabile” (4); senza dubbio era un’esagerazione. A mio avviso c’è una campagna di propaganda contro Pechino che tenta di nascondere le gravi contraddizioni economiche e sociali che persistono nei Paesi industrializzati (Stati Uniti, Germania, Francia, Regno Unito, Giappone, ecc). Nonostante il trionfalismo della presidentessa della Federal Reserve System (FED) Janet Yellen. nelle ultime settimane l’economia statunitense ancora mostra segni di debolezza. Il settore manifatturiero ha accumulato lo scorso dicembre due mesi di contrazioni: il livello più basso degli ultimi sei anni. Inoltre, il crollo dei prezzi delle materie prime (“commodities”) ha sostenuto l’apprezzamento del dollaro, divenendo quindi più difficile per il governo degli Stati Uniti seppellire la minaccia della deflazione (calo dei prezzi). L’orizzonte è di gran lunga più tetro dopo che il prezzo di riferimento internazionale del petrolio è sceso sotto i 30 dollari al barile (5). Ancora peggio, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha diminuito le nuove prospettive di crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) per quest’anno, da 3,6 a 3,4% (6).
La verità è che le politiche di credito a buon mercato dalle banche centrali dei Paesi industrializzati, dopo il fallimento di Lehman Brothers, ha causato enormi distorsioni nei mercati del credito e ora tutti ne pagano il conto (7). Secondo i calcoli del fondo d’investimento Elliot Management (guidato da Paul Singer), le banche centrali delle maggiori potenze hanno iniettato nell’economia globale 15 miliardi di dollari, secondo le stime, dalla crisi del 2008, acquistando obbligazioni sovrane e attività ipotecarie (8). Purtroppo tale strategia non ha posto le basi per un progressivo recupero ma, al contrario, ha aumento la fragilità finanziaria. La zona euro ancora non esce dai bassi tassi di crescita economica. La crisi non solo ha colpito Paesi come Spagna e Grecia, ma anche il cuore d’Europa è in gravi difficoltà: la minaccia di deflazione incombe sulla Germania, dove si sa che i prezzi al consumo sono cresciuti solo dello 0,3% nel 2015, il dato minore dalla recessione del 2009, quando il PIL tedesco ebbe una contrazione del 5%; e il presidente della Francia Francois Hollande ha recentemente annunciato lo “stato di emergenza economica” per l’alto tasso di disoccupazione e gli scarsi investimenti (9). Ciò davvero preoccupa il presidente della Banca centrale europea (BCE) Mario Draghi, costretto a prendere in considerazione misure di stimolo l’espansione dal prossimo marzo (10). Lo stesso vale per Banca d’Inghilterra e Banca del Giappone pur avendo un tasso d’interesse di riferimento minimo e lanciato aggressivi programmi di liquidità, ma ancora non riescono a far uscire le loro economie dal pantano o ad aumentare sostanzialmente l’inflazione, che rimane lontana dal dato ufficiale del 2%. Tuttavia, lo stradominio del dollaro nel mercato finanziario globale ha attribuito agli Stati Uniti un ruolo decisivo nel determinare la politica monetaria in altri Paesi. Non vi è dubbio che la FED ha sbagliato aumentando il tasso d’interesse dei fondi federali lo scorso dicembre. Semplicemente non c’erano prove sufficienti per permettere di concludere che la ripresa dell’economia statunitense fosse solida e sostenuta. Ora che la situazione è peggiorata, quasi certamente nelle prossime riunioni del Federal Open Market Committee (FOMC, nell’acronimo in inglese), non solo la FED non aumenterà il costo del credito, ma neanche potrà ridurre il tasso di riferimento. Tuttavia, il grosso problema è che nessuno sa con certezza come reagiranno i mercati finanziari (11) alla minima mossa della FED. Crolli successivi a Wall Street innescheranno la recessione globale? Finalmente ne sarà mortalmente ferita l’egemonia del dollaro prima della massiccia vendita di buoni del Tesoro USA? Fino a che punto resisteranno Cina e Paesi emergenti? La prossima crisi è un enigma per tutti…International Monetary Fund and World Bank Group Annual MeetingsNote
1. “Davos 2016: Global economy seen to be hanging in the balance“, The Financial Times, 19 Gennaio 2016.
2. “Nearly $8 trillion wiped off world stocks in January, U.S. recession chances rising: BAML“, Jamie McGeever, Reuters, 22 gennaio 2016.
3. “En Davos, el pesimismo es el sentimiento de moda”, Dana Cimilluca, il Wall Street Journal, 20 GENNAIO 2016.
4. “Soros: China Hard Landing Is Practically Unavoidable” Bloomberg, 21 gennaio 2016.
5. “Goldman Sachs baja el precio del petróleo” Mikhail Leontiev, traduzione Aldo Malca, 1tv (Russia), Réseau Voltaire, 22 gennaio, 2016.
6. “IMF Cuts Global Growth Forecast to 3.4% in Year of ‘Great Challenges’“, Bloomberg, Bloomberg, 19 gennaio 2016.
7. “El crédito barato ya no alcanza para estimular la economía mundial”, Lingling Wei & Jon Hilsenrath, The Wall Street Journal, 20 gennaio 2016.
8. “Fears of global liquidity crunch haunt Davos elites”, Ambrose Evans-Pritchard, The Telegraph, 20 gennaio 2016.
9. “François Hollande en état d’urgence” Gérard Courtois, Le Monde, 19 gennaio 2016.
10. “Draghi hints at more stimulus in March”, Claire Jones & Elaine Moore, The Financial Times, 21 gennaio 2016.
11. “The world has glimpsed financial crisis. But is the worst to come?”, Jamie Doward, Larry Elliott, Rod Ardehali & Terry Macalister, The Guardian, 24 gennaio 2016.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché gli Stati Uniti hanno deciso di distruggere il FMI?

Valentin Katasonov, Strategic Culture Foundation 26/01/2016

IMFCome sappiamo, lo scorso dicembre il Fondo monetario internazionale, su pressione del principale azionista, gli Stati Uniti, ha cambiato le regole importanti che ne governano le operazioni. D’ora in poi il FMI può continuare a lavorare con i Paesi che per un motivo o un altro non rispettano gli obblighi coi membri del fondo (i creditori ufficiali). Per sette decenni il FMI ha servito non solo come prestatore internazionale, ma anche e soprattutto come garante di ultima istanza dei prestiti che certi Stati membri davano ad altri. Nel 1956, i maggiori Paesi creditori crearono il Club di Parigi, un’organizzazione internazionale informale che, insieme al Fondo monetario internazionale, doveva garantire il rimborso di prestiti e crediti emessi dai creditori ufficiali (sovrani). Ma il Fondo monetario internazionale rimase l’ultima “linea di difesa”. Se il beneficiario di un prestito sovrano rifiutava di effettuare i pagamenti, il FMI avrebbe rotto tutte le relazioni col piantagrane e il Paese sarebbe diventato un paria nel mondo della finanza internazionale. Tale meccanismo proteggendo gli interessi dei creditori ufficiali lavorò abbastanza agevolmente fin quando era necessario per gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali, i creditori ufficiali primari nel mercato finanziario globale. Sono ancora i principali istituti di credito dei Paesi in via di sviluppo di oggi. 304 miliardi di dollari sono dovuti dai Paesi del mondo ai membri del Club di Parigi (al 31 dicembre 2014, esclusi gli interessi), comprendente 20 Stati. Tuttavia, molti altri Stati sono entrati nell’arena della finanza internazionale come finanziatori ufficiali, alla fine del ventesimo secolo. In primo luogo ci sono gli esportatori di materie prime. Dalla fine del secolo scorso, queste nazioni hanno iniziato a stabilire i cosiddetti fondi sovrani, che trattengono i proventi in valuta estera dall’esportazione di petrolio e altre risorse naturali. Questi fondi sono usati per investimenti e prestiti. Ci sono molte decine di fondi sovrani del mondo. I più grandi sono i fondi sovrani di Emirati Arabi Uniti, Norvegia, Arabia Saudita e Quwayt. Secondo le stime più prudenti, ci sono attualmente 6-7 miliardi di dollari di patrimonio in questi fondi sovrani. Seconda è la Cina. La Cina ha le maggiori riserve auree e valutarie, alcune sotto forma di fondi sovrani. I tre principali fondi sovrani cinesi possiedono quasi 1200 miliardi di dollari. Una parte di questi fondi sovrani cinesi passa da alcune delle più grandi banche della Cina, che offrono prestiti internazionali. I crediti emessi da queste banche sono considerati prestiti ufficiali o sovrani. Il prestito internazionale della Cina ha superato il resto del mondo nel 21° secolo. Improvvisamente, la Cina è diventata il più grande creditore ufficiale nel mondo, e nessuno sembrava accorgersene quando tale soglia fu superata. Molti in occidente si agitarono parecchio quando un articolo dal sorprendente titolo “i prestiti della Cina raggiungono nuove vette” apparve sul Financial Times il 17 gennaio 2011. Il giornale calcolò che nel 2009-2010, gli istituti di credito di proprietà dello Stato cinese, la Banca di sviluppo della Cina e l’Export-Import Bank of China, emisero almeno 110 miliardi di dollari in prestiti a vari Stati e società dei Paesi in via di sviluppo. E questo dato include solo i prestiti ufficialmente confermati dai cinesi e/o dai destinatari dei fondi. Il Financial Times ritiene che il totale effettivo dei prestiti ufficiali della Cina potrebbe essere notevolmente più elevato. In confronto, il quotidiano citò un altro dato: tra la metà del 2008 e la metà del 2010, la Banca Mondiale fornì solo 100,3 miliardi di dollari ad altri Paesi (approssimativamente gli stessi clienti della Cina). Ma ben presto il Financial Times dimenticò questa bomba. L’occidente non ha nulla da guadagnare richiamando l’attenzione su questi fatti, non vuole riconoscere che è stato battuto nel mercato del credito internazionale. Né la Cina vuole della pubblicità inutile che potrebbe impedirle l’ampliamento dei prestiti, il cui successo è in gran parte dovuto al fatto che essa fornisce prestiti per investimenti ufficiali a condizioni sostanzialmente più favorevoli di quelle offerti da FMI, Banca Mondiale o membri del Club di Parigi. I prestiti cinesi spesso non maturano alcun interesse. Gli esperti occidentali chiamano questo “credito” dumping dalla Cina. I prestiti cinesi sono principalmente volti ad avere il controllo sulle fonti di materie prime e di energia nei Paesi asiatici, africani e dell’America latina. Una volta che i progetti d’investimento terminano, i prestiti sono spesso rimborsati utilizzando petrolio e altre risorse naturali. Il prestito di Pechino si espande anche attraverso lo sviluppo delle infrastrutture dei trasporti necessarie per importare ed esportare merci da e verso la Cina. Ciò include la vasta gamma di progetti d’investimento dell’iniziativa della Nuova Via della Seta. E in ultima analisi, le banche di sviluppo cinesi ampliano le esportazioni di apparecchiature sofisticate (ad esempio, macchine per centrali elettriche) e i crediti all’esportazione sono ampiamente utilizzati per questo.
La Cina è da tempo il principale partner commerciale di molti Paesi in via di sviluppo. Ad esempio, nel 2014 la Cina ha avuto 166 miliardi di dollari di scambi con i Paesi dell’Africa. Solo tra il 2001 e il 2010, la Cina ha dato ai Paesi africani 62,7 miliardi di dollari di prestiti tramite l’Export-Import Bank. Questi sono più del totale di 12,5 miliardi di dollari di crediti che la Banca mondiale concesse a quei Paesi. Un quadro simile può essere visto in America Latina. L’Export-Import Bank of China ai primi del 2016 aveva un portafoglio di 520 miliardi di yuan (79 miliardi di dollari) in prestiti esteri forniti nell’ambito del megaprogetto della Via della Seta. I prestiti sono destinati a finanziare circa 1000 progetti infrastrutturali in 49 Paesi nel Mondo. Un altro esempio. Durante i due giorni del Forum sulla cooperazione Cina-Africa tenutosi a Johannesburg nel dicembre 2015, il presidente cinese Xi Jinping dichiarò che Pechino prevede di fornire 60 miliardi di aiuti finanziari ai Paesi dell’Africa. Parte di questi saranno prestiti a zero tassi d’interesse. Ora torniamo al punto di partenza, i cambiamenti nelle regole del Fondo Monetario Internazionale.
Nella maggior parte dei Paesi Washington ha perso la posizione di creditore principale. La Cina prende il sopravvento ovunque. Da diversi anni, lo zio Sam è alla ricerca di un modo per combattere l’espansione del credito cinese. Il principale azionista del FMI ha a lungo nutrito il sogno di cambiare le regole del Fondo monetario internazionale, legittimando il default sovrano e privando il fondo del ruolo di garante dei crediti sovrani. Questo davvero infastidirebbe Pechino, in rappresaglia per la cacciata degli statunitensi da molti Paesi in via di sviluppo. Una volta che un precedente è stabilito in Ucraina (dopo il suo mancato rimborso del credito sovrano della Russia), si possono incoraggiare i Paesi in via di sviluppo ad “irrigidirsi” col loro creditore cinese. E dopo ci si può aspettare che conflitti scoppino tra la Cina e i Paesi debitori in via di sviluppo. Questo tipo di “riforma” del FMI gioca col fuoco. Non solo l’esistenza del fondo viene compromessa, ma anche l’intero sistema finanziario internazionale che, dopo aver perso il suo “garante di ultima istanza”, potrebbe improvvisamente implodere. Il comportamento degli Stati Uniti ricorda quello di Erostrato che bruciò il celebre Tempio di Artemide nella sua città per dimostrare il proprio “eccezionalismo”. Per settanta anni il Fondo Monetario Internazionale aveva lo stesso significato per lo zio Sam del Tempio di Artemide per i residenti di Efeso nella Grecia antica. Il 20 gennaio il FMI ha abolito quello che era noto come “esenzione sistemica”, principio adottato nel 2010 che permise al fondo di dare prestiti ai Paesi con debiti insostenibili, se vi era la minaccia che la loro crisi contagiasse le economie limitrofe. Tale decisione ha reso la politica del FMI ancora più confusa. Gli esperti non sono d’accordo su come l’abolizione dell’“senzione sistemica” influenzerà la collaborazione del FMI con l’Ucraina.Opening_pres Xi_01Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Che succede realmente al petrolio?

F. William Engdahl NEO 24/01/2016

saudiKeyOilFieldsSe c’è un prezzo unico di una merce che determina crescita o rallentamento della nostra economia, è il prezzo del petrolio greggio. Troppe cose non si calcolano oggi riguardo il drammatico calo del prezzo mondiale del petrolio. Nel giugno 2014 il petrolio veniva scambiato a 103 dollari al barile. Avendo esperienza della geopolitica dei mercati del petrolio, sentivo una grande puzza. Vorrei condividere alcune cose che a me non dicono altro.
Il 15 gennaio il punto di riferimento del prezzo commerciale del petrolio degli Stati Uniti, WTI (West Texas Intermediate),chiuse a 29 dollari, il più basso dal 2004. È vero, c’è eccesso di almeno qualche milione di barili di sovrapproduzione al giorno nel mondo, ed è così da più di un anno. È vero, la revoca delle sanzioni all’Iran porterà altro petrolio in un mercato saturo, aggiungendosi alla pressione al ribasso sui prezzi del mercato attuale. Tuttavia, alcuni giorni prima che le sanzioni USA e UE contro l’Iran venissero revocate, il 17 gennaio, Seyid Mohsen Ghamsari, capo degli affari internazionali della National Iranian Oil Company dichiarava che l’Iran “...tenterà di entrare nel mercato in modo da assicurarsi che l’aumento della produzione non causi un calo ulteriore dei prezzi… produrremo tanto quanto il mercato può assorbire“. Così la new entry dell’Iran post-sanzioni sui mercati mondiali del petrolio non è la causa del forte calo dal 1° gennaio. Non è vero neanche che la domanda di petrolio dalla Cina sia crollata con il presunto crollo dell’economia cinese. Nel novembre 2015, la Cina ha importato di più, molto di più, l’8,9% in più, anno dopo anno, arrivando a 6,6 milioni di barili al giorno e divenendo il maggiore importatore di petrolio del mondo. Si aggiunga al calderone bollente del mercato mondiale del petrolio di oggi il rischio politico aumentato drammaticamente dal settembre 2015 con la decisione russa di rispondere alla richiesta del legittimo presidente siriano Bashar Assad con i formidabili attacchi aerei alle infrastrutture terroristiche. Si aggiunga anche la drammatica rottura delle relazioni tra la Turchia di Recep Tayyip Erdogan e Mosca poiché la Turchia, membro della NATO, interveniva sfacciatamente nella guerra abbattendo un jet da combattimento russo nello spazio aereo siriano. Tutto ciò avrebbe suggerito che i prezzi del petrolio salissero, e non si abbassassero.

Le strategiche province orientali saudite
Poi, per buona misura, si metta la decisione follemente provocatoria del ministro della Difesa e re saudita di fatto, principe Muhamad bin Salman, di giustiziare shaiq Nimr al-Nimr, cittadino saudita. Al-Nimr, leader religioso sciita rispettato e accusato di terrorismo nel 2011 per aver chiesto più diritti per gli sciiti sauditi. Vi sono circa 8 milioni di sauditi leali allo sciismo più che all’ultra-rigido wahabismo. Il suo crimine fu protestare per maggiori diritti per la minoranza sciita oppressa, forse il 25% della popolazione saudita. La popolazione sciita è prevalentemente concentrata nella provincia orientale del regno saudita. La provincia orientale del Regno dell’Arabia Saudita è forse la parte più preziosa sul pianeta, col doppio della superficie della Repubblica federale di Germania ma con soli 4 milioni di abitanti. La Saudi Aramco, la compagnia petrolifera statale, ha sede a Dhahran nella provincia orientale. I principali giacimenti di petrolio e gas sauditi sono per lo più nella provincia orientale, onshore e offshore, tra cui il più grande giacimento di petrolio del mondo, Ghawar. Il petrolio dai campi sauditi, tra cui Ghawar, viene spedito a decine di Paesi dal terminal petrolifero del porto di Ras Tanura, il più grande terminal per il greggio del mondo. Circa l’80% dei 10 milioni di barili di petrolio ogni giorno estratti dai sauditi va a Ras Tanura, sul Golfo Persico, dove viene caricato sulle superpetroliere in rotta per l’occidente. Anche la provincia orientale ospita dell’impianto di Abuqaiq della Saudi Aramco, la più grande raffineria di petrolio e stabilizzazione del greggio da 7 milioni di barili al giorno. E’ il luogo della lavorazione primaria del greggio Arabian extra light ed Arabian light, e tratta il greggio estratto da Ghawar. Ma anche la maggior parte degli operai dei giacimenti di petrolio e delle raffinerie nella provincia orientale sono… sciiti. Si dice anche che siano in sintonia con il religioso sciita appena giustiziato, shayq Nimr al-Nimr. Alla fine degli anni ’80 il saudita Hezbollah al-Hijaz, che attaccò diverse infrastrutture petrolifere ed uccise anche diplomatici sauditi, sarebbe stato addestrato dall’Iran. E adesso c’è un nuovo elemento destabilizzante che si cumula alle tensioni politiche tra Arabia Saudita e Turchia di Erdogan da un lato, fiancheggiate dai servili Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo arabo, e dall’altro Assad in Siria, l’Iraq con il 60% della popolazione sciita e il vicino Iran, attualmente supportati militarmente dalla Russia. Vi sono anche notizie confuse sul 30enne principe bin Salman in procinto di divenire re. Il 13 gennaio, l’Istituto del Golfo, un think mediorientale, in un rapporto esclusivo ha scritto che l’80enne re saudita Salman al-Saud abbia intenzione di abdicare per mettere sul trono il figlio Muhamad. Riferisce che l’attuale re “ha visitato i fratelli cercando sostegno per la mossa, e anche per rimuovere l’attuale principe e favorito dagli statunitensi, il duro Muhamad bin Nayaf, dalla carica di principe ereditario e ministro degli Interni. Secondo fonti vicine alla casa, Salman ha detto ai fratelli che la stabilità della monarchia saudita richiede il cambio dalla successione per linee laterali o diagonali a una verticale, dove il re ha il potere di nominare il più eleggibile figlio“. Il 3 dicembre 2015, il servizio d’intelligence tedesco BND fece trapelare un memo alla stampa che avvertiva del crescente potere acquisito dal principe Salman, definito imprevedibile ed emotivo. Citando il coinvolgimento del regno in Siria, Libano, Bahrayn, Iraq e Yemen, il BND dichiarava, riferendosi al principe Salman, “la precedente cauta posizione diplomatica dei capi più anziani della famiglia reale è stata sostituita dalla nuova politica impulsiva d’intervento“.

Eppure, i prezzi del petrolio scendono?
L’elemento più inquietante in tale situazione inquietante incentrata sulle riserve mondiali di petrolio e gas naturale del Medio Oriente, è il fatto che nelle ultime settimane il prezzo del petrolio, temporaneamente stabilizzatosi sui già bassi 40 dollari a dicembre, ora crolla di un altro 25% a poco più di 29 dollari, una cupa prospettiva. Citigroup ritiene possibile il petrolio a 20 dollari. Goldman Sachs ha recentemente detto che si può considerare il minimo di 20 dollari al barile per stabilizzare i mercati petroliferi mondiali e sbarazzarsi della sovrapproduzione. Ora ho la forte sensazione che ci sarà qualcosa di grosso e assai drammatico in riserva per i mercati mondiali del petrolio, nei prossimi mesi, qualcosa che la maggior parte del mondo non si aspetta. L’ultima volta che Goldman Sachs e compari di Wall Street fecero una previsione drammatica sui prezzi del petrolio fu nell’estate 2008. All’epoca, tra crescenti pressioni sulle banche di Wall Street per l’amplificarsi del crollo immobiliare dei subprime statunitensi, poco prima del crollo di Lehman Brothers nel settembre dello stesso anno, Goldman Sachs scrisse che il petrolio volava verso i 200 dollari al barile. Raggiunse il picco massimo di 147 dollari. In quel periodo scrissi un’analisi dicendo che era probabile esattamente il contrario, essendoci l’enorme eccesso di offerta sui mercati petroliferi mondiali che, curiosamente, fu identificato solo da Lehman Brothers. Mi fu detto da una fonte cinese che le banche di Wall Street, come JP Morgan Chase, esaltavano il prezzo a 200 dollari per convincere Air China e altri grandi acquirenti cinesi di petrolio a comprarne ogni goccia a 147 dollari, prima che arrivasse ai 200 dollari, un consiglio che alimentò l’aumento dei prezzi. Poi nel dicembre 2008, il punto di riferimento del prezzo del petrolio, il Brent, scese a 47 dollari al barile. La crisi della Lehman, una deliberata decisione politica del segretario al Tesoro degli USA ed ex-presidente di Goldman Sachs Henry Paulsen, nel settembre 2008, nel frattempo sprofondò il Mondo nella crisi finanziaria e in una profonda recessione. I compari di Paulsen alla Goldman Sachs e nelle altre mega-banche chiave di Wall Street come Citigroup o JP Morgan Chase, sapevano in anticipo che Paulsen pianificava la crisi della Lehman per costringere il Congresso a dargli i poteri per salvarli con gli inauditi 700 miliardi di dollari dei fondi TARP? Nel caso sia così, Goldman Sachs e amici fecero una puntata gigantesca contro le proprie previsioni sui 200 dollari, sfruttando la leva sui derivati future dal petrolio.

Uccidere prima il ‘cowboy’ del petrolio di scisto
20110310170550631 Oggi l’industria del petrolio di scisto degli Stati Uniti, la più grande fonte della crescente produzione di petrolio degli Stati Uniti dal 2009, si aggrappa al bordo della scogliera dei fallimenti di serie. Negli ultimi mesi la produzione di petrolio di scisto ha appena iniziato a diminuire, di 93000 barili nel novembre 2015. Il cartello di Big Oil, ExxonMobil, Chevron, BP e Shell, due anni fa iniziò il dumping sul mercato delle azioni sullo scisto. L’industria petrolifera dello scisto negli Stati Uniti oggi è dominato da ciò che BP o Exxon chiamano “i cowboy,” le aggressive compagnie petrolifere di medie dimensioni, non dalle major. Le banche di Wall Street come JP Morgan Chase o Citigroup che storicamente finanziano Big Oil, così come lo stesso Big Oil, chiaramente non verseranno lacrime, a questo punto, sullo sboom dello scisto che li lascia ancora controllare il mercato più importante del mondo. Le istituzioni finanziarie che hanno prestato centinaia di miliardi di dollari ai “cowboy” dello scisto negli ultimi cinque anni, hanno la prossima revisione del prestito semestrale ad aprile. Con i prezzi in bilico sui 20 dollari, possiamo aspettarci una nuova, ben più grave ondata di fallimenti delle compagnie petrolifere dello scisto. Il petrolio non convenzionale, tra cui il petrolio delle sabbie bituminose dell’Alberta, in Canada, sarà presto un ricordo del passato, in caso affermativo. Ciò da solo non ripristinerà il petrolio a 70-90 dollari che i grandi operatori del petrolio e le loro banche di Wall Street troverebbero confortevole. L’eccesso mediorientale, dall’Arabia Saudita ed alleati del Golfo, si ridurrebbe drasticamente. Eppure i sauditi non mostrano alcun segno di volerlo fare. Questo è ciò che disturba il quadro. Qualcosa di molto grave avviene nel Golfo Persico e che drammaticamente innalzerà i prezzi del petrolio entro la fine dell’anno? Una vera e propria guerra diretta tra Stati petroliferi sciiti e sauditi viene preparata dai wahhabiti? Finora è stata una guerra per procura in Siria, soprattutto. Dall’esecuzione del religioso sciita e l’assalto iraniano all’ambasciata saudita a Teheran, arrivando alla rottura nei rapporti diplomatici coi sauditi e gli altri Stati sunniti del Golfo, il confronto è diventato assai più diretto. Il Dr. Husayn Asqari, ex-consulente del ministero delle Finanze saudita, ha dichiarato: “Se c’è una guerra tra Iran e Arabia Saudita, il petrolio potrebbe superare in una notte i 250 dollari, per poi declinare di nuovo fino a 100 dollari. Se attaccano i rispettivi impianti di carico, allora potremmo vedere il picco di petrolio a più di 500 dollari e rimanervi per qualche tempo a seconda dell’entità dei danni“. Tutto ciò dice che il mondo subirà un altro grande shock petrolifero. Sembra sia quasi sempre causa del petrolio. Come Henry Kissinger avrebbe detto durante l’altro shock petrolifero della metà degli anni ’70, quando Europa e Stati Uniti subirono l’embargo sul petrolio dall’OPEC e lunghe code alle pompe di benzina, “Se si controlla il petrolio, è possibile controllare intere nazioni“. Tale ossessione per il controllo sta rapidamente distruggendo la nostra civiltà. E’ il momento di concentrarsi su pace e sviluppo, non sulla competizione ad essere il più grande magnate del petrolio del pianeta.oil-barrels8F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in Scienze Politiche all’Università di Princeton, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il miracolo economico cinese è tutt’altro che finito

Matthew Jamison Strategice Culture Foundation 25/01/2016

0_943ba_3f9e0322_origCon la recente notizia della volatilità sul mercato azionario e il rallentamento dell’economia cinesi, molti imbroglioni e speculatori gufano su salute e benessere fondamentale a lungo termine dell’economia cinese. La seconda (o anche prima) economia mondiale è afflitta da una grave recessione o crisi prolungata? La Cina compie con successo la transizione dall’economia della produzione per l’esportazione a una basata sui consumatori e l’equilibrio dei servizi? Mi ricordo adolescente nel 2001, quando gli Stati Uniti finirono in recessione, che il ritornello preferito degli economisti era che quando gli USA starnutiscono, il resto del mondo ha il raffreddore. Quindici anni dopo, è la Cina a guidare la crescita economica globale ed ora quando la Cina starnutisce l’economia mondiale rischia un brutto virus. Questo di per sé è un risultato notevole. Quando si discute l’attuale situazione economica cinese, è prudente ricordare la famosa battuta di Mark Twain: “Le relazioni sulla mia morte erano assai esagerate”. Il rallentamento dell’economia cinese va visto nel giusto senso delle proporzioni e della prospettiva. La trasformazione dell’economia cinese “Aperta alla riforma” fu inaugurata nel 1978 dall’incredibile visionario e statista Deng Xiaoping, rappresentando la riforma più veloce e di maggior successo di un’economia e una società nella storia della civiltà umana. Prima dell’“aperta alla riforma” la Cina era soprattutto un’economia rurale e agraria. E’ difficile immaginarlo nel 2016, ma nel 1978 Spagna, Brasile, Canada, Italia, Regno Unito e Francia superavano la Repubblica popolare e Stati Uniti, Giappone e Germania erano classificati dalla Banca Mondiale primi tre. Tuttavia, attraverso etica del lavoro straordinario, dinamismo creativo e grinta produttiva della forza lavoro cinese, eccezionale, di grande talento e saggia, l’innovativa politica dello Stato cinese sotto la guida esemplare di Deng Xiaoping, nell’arco di trentadue anni la Cina si è altamente sviluppata, con un’economia sofisticata e consolidata come quella di Gran Bretagna, Francia, Germania e Giappone, divenendo la seconda economia del pianeta, per Prodotto interno lordo, dopo gli Stati Uniti, e coll’economia dal potere d’acquisto complessivo ritenuta maggiore. Tutto questo di fronte alla forte concorrenza delle economie più ricche del mondo. Ora, l’economia globale è fortemente dipendente dalla crescita economica cinese e grazie al modello economico più equilibrato e disciplinato della Cina, ha contribuito a salvare USA e Mondo dal baratro della Grande Depressione, la grave calamità della crisi finanziaria globale del 2008 creata dall’irresponsabilità occidentale nei mutui sub-prime. Alcun Paese o economia nella storia umana è cresciuto così rapidamente e scalando la scala del progresso economico e sociale togliendo oltre 500 milioni di abitanti dalla povertà, incrementandone il tenore di vita con posti di lavoro meglio retribuiti, redditi maggiori, maggiore mobilità sociale e maggiori opportunità economiche.
Così, dopo decenni di crescita o avanzamenti a due cifre, un rallentamento ad oltre il 7% è sempre inevitabile soprattutto alla luce delle scarse prestazioni e dell’instabilità della zona euro e della bancarotta del reaganismo economico anglo-statunitense, il cui fondamentalismo liberista perseguita i vari governi anglo-statunitensi dagli anni ’80. La Cina ora attraversa un periodo di riequilibrio e reinvenzione, complimentandosi per lo status di “fabbrica del mondo” dalla maggiore enfasi sulla crescita guidata dai servizi ai consumatori. Il popolo cinese storicamente non è mai stato uno spendaccione dissoluto, preferendo esercitare disciplina fiscale e costruire la sicurezza finanziaria per i tempi difficili, quando il gioco si fa duro, piuttosto che rimpinzarsi di eccessi materialisti secondo gli omologhi occidentali più volubili e avidi. Come il brillante documentarista della BBC Adam Curtis ha dimostrato nel suo programma “Il Secolo del Sé”, prima dell’avvento del marketing di massa e della pubblicità in occidente, la maggior parte delle persone acquistava solo le cose realmente necessarie. Tuttavia, dagli anni ’20 in poi, quando il nipote di Sigmund Freud, Eddie Berneys, estrapolò le tecniche psicoanalitiche di Freud e insegnò alle aziende come utilizzarle nelle pubbliche relazioni pubblicitarie per vendere beni di consumo alle masse, il pubblico occidentale passò all’acquisto di beni non indispensabili, ma che parlavano al subconscio, ai desideri irrazionali. Come dice un vecchio proverbio: “Se non vi è alcuna necessità… è avidità”, capitalismo corporativo e consumismo occidentali, sostenuti dalla manipolazione freudiana del marketing hanno portato l’occidente all’individualismo estremo e all’avidità oscena che vediamo oggi in Nord America e Europa, con masse bombardate a sinistra, destra e centro da pubblicità per vendono ogni gadget ed espediente che le aziende presentano. Non si può nemmeno andare al cinema senza doversi sorbire trenta minuti (sì trenta minuti!) di patetici annunci dopo annunci, minati da messaggi subliminali. L’economia inglese, ad esempio, è fondamentalmente un centro commerciale glorificato in cui gli esseri umani sono ridotti a niente più che “consumatori” che scalciano per lo da status symbol dell’ultima auto succhiabenzina o televisore a schermo piatto o iPhone, ecc. Invece di mantenere una crescita economica molto alta, la sfida per Stato e popolo cinesi è trovare un equilibrio tra produzione di beni e servizi orientati al consumo, evitando le conseguenze sociali debilitanti che hanno colpito le economie e le società occidentali, come la Gran Bretagna, che hanno subito un riorientamento simile dal modello economico basato sulla produzione a uno basato sui “servizi” al consumo. Senza una spesa alimentata dal credito al consumo, ci sarebbe ben poco dell’economia inglese, è essenzialmente tenuta a galla da una dilagante spesa sostenuta da tassi d’interesse bassi e dal settore dei servizi bancari/finanziari di Londra.
Le risposte politiche dei governi inglesi e della Banca d’Inghilterra dopo la crisi finanziaria e il crollo del 2008 sono come curare un eroinomane con più eroina, inondando l’economia di soldi più economici, nella speranza che le persone continuino a spendere e vivere a credito e debito. Sotto la guida del Presidente Xi Jinping, che assieme ad Angela Merkel è uno dei più grandi statisti e leader nel mondo di oggi, sono fiducioso verso il notevole popolo cinese e il suo sorprendente Paese, che sapranno rispondere alle sfide come hanno sempre fatto nella loro ricca storia evitando insidie ed errori a cui le controparti occidentali sono condannate ripetere più e più volte. Nel corso dei secoli, sia che fossero occupati dai ladri imperialisti razzisti inglesi o dalla barbarie indicibile degli invasori giapponesi durante la seconda guerra mondiale, i cinesi poterono affrontare tutto ciò che gli piovve addosso, trovando sempre la strada per tempi migliori.deng_xiaopingTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iran e Strategia dell’“Economia della Resistenza”

Nikolaj Bobkin, Strategic Culture Foundation 24/01/2016

a38eb3bc-1a84-46a5-9489-0e0206714bceLe sanzioni internazionali contro l’Iran sono state tolte. Il Presidente Hassan Rouhani crede che l’Iran apra un nuovo capitolo nelle relazioni con il mondo. Con l’adozione del Piano congiunto d’azione globale (JCPOA), che garantirà la natura esclusivamente pacifica del programma nucleare iraniano, Teheran è tornata ad essere membro a pieno titolo della vita internazionale, avendo riservato il diritto al ‘atomo pacifico’. Il Presidente Rouhani ha definito l’accordo nucleare una “Pagina d’oro” nella storia dell’Iran. Tuttavia, l’abolizione delle sanzioni non ha portato a alcuna gioia particolare a Teheran. Il leader spirituale iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei, ha espresso soddisfazione per la revoca delle “sanzioni ingiuste” nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran, ma ha dichiarato che “va esercitata attenzione”. La Guida Suprema della Repubblica Islamica dell’Iran rimane dubbiosa “che il partito contrario adempia in pieno agli obblighi incombenti”. Vero, con il dossier nucleare iraniano chiuso, Washington ha immediatamente annunciato l’introduzione di nuove sanzioni contro la Repubblica islamica. Questa volta, il problema passa dalla questione nucleare ai programmi missilistici iraniani. Nella lettera al presidente Rouhani, l’ayatollah Ali Khamenei scrive che la revoca delle sanzioni non migliorerà di per sé la situazione economica dell’Iran e che “i costi subiti sono gravi in cambio di quanto realizzato nel quadro del presente accordo. Scritti e osservazioni che cercano d’ignorare questo fatto e fingono di essere grati agli occidentali non parlano all’opinione pubblica della nazione con onestà”. Khamenei crede che anche dopo la revoca delle sanzioni, l’Iran dovrà vivere in un’“economia della resistenza”. Avvertendo della possibile violazione delle promesse dagli Stati Uniti, in particolare, e chiede “resistenza e fermezza”. Le sanzioni sono state una “grande lezione” per l’Iran, che la Guida Suprema sottolinea, sarà presa in considerazione in futuro. Si ricordi che le sanzioni contro l’Iran sono molteplici. Vi sono sanzioni delle Nazioni Unite e anche sanzioni imposte unilateralmente da Stati Uniti ed Unione europea. Le sanzioni delle Nazioni Unite in gran parte riguardano divieti di fornitura di armi moderne all’Iran, comprese le tecnologie missilistiche. Inoltre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha anche imposto restrizioni sui visti e congelato i beni di alcuni alti funzionari e militari. A differenza delle sanzioni mirate delle Nazioni Unite, le restrizioni imposte all’Iran da Stati Uniti e Unione europea sono molto più ampie. Le sanzioni economiche imposte da Stati Uniti e Unione europea mirano alle principali esportazioni dell’Iran, petrolio e gas. Allo stesso tempo, la Banca centrale dell’Iran è stata scollegata dal sistema di pagamento internazionale SWIFT e alle imprese iraniane è stato impedito di partecipare a grandi transazioni internazionali in dollari. Negli ultimi tre anni, la comunità imprenditoriale iraniana è stata costretta ad affidarsi alle istituzioni finanziarie di terze parti, spesso inaffidabili, nel commercio con l’estero, e a ricorrere ai servizi di intermediari per realizzare importanti accordi commerciali. L’isolamento finanziario del Paese e il divieto di cooperazione con l’Iran nel petrolio e gas, hanno comportato il ritiro degli investimenti esteri nel Paese e già raggiunti accordi con compagnie straniere furono effettivamente cestinati. Le sanzioni contro l’Iran sarebbero le più dure mai imposte da Stati Uniti e alleati.
L’essenza dell’“economia della resistenza” è lo sviluppo della risposta ottimale dello Stato a misure discriminatorie, minimizzando i danni all’economia del Paese. Bisogna riconoscere che l’Iran non è mai stato pienamente capace di “trasformare le sanzioni in nuove opportunità”. Le sanzioni hanno danneggiato l’economia iraniana, ma non l’hanno distrutta. In termini di PIL, l’Iran è ancora la seconda maggiore economia del Medio Oriente e la settima dell’Asia. Per di più, l’Iran è riuscito a fare molto per il futuro del Paese durante gli anni delle sanzioni. In primo luogo, ha ridotto la dipendenza del Paese dalle esportazioni di petrolio greggio. Così l’Iran ha aumentato la propria produzione di benzina con l’embargo occidentale sulle forniture al Paese. 67 progetti petrolchimici sono in corso di attuazione nel Paese, tra cui la costruzione della Setareh Khalij-e-Fars (Stella del Golfo Persico), una raffineria di petrolio da 36 milioni di litri di benzina al giorno, il cui completamento permetterà all’Iran di essere più che autosufficiente nella benzina, e anche di esportarla. Nel bilancio iraniano per il prossimo anno, la quota di reddito dall’esportazione del petrolio greggio non supera il 25 per cento. Prima dell’introduzione dell’embargo del petrolio nel 2012, il bilancio iraniano riceveva quasi l’80 per cento delle entrate dalla vendita di petrolio greggio. Le sanzioni hanno dato forte impulso allo sviluppo delle infrastrutture industriali dell’Iran e aumentato la produzione indipendente di prodotti ad alto valore aggiunto. Oggi, l’Iran è al primo posto in Medio Oriente per volume della produzione petrolchimica. La revoca delle sanzioni non significa che l’Iran è disposto a ripristinare a pieno le relazioni economiche con gli alleati europei degli USA. Le aziende europee dovranno fare molto per riconquistare la fiducia degli iraniani e ristabilire un dialogo commerciale. In ogni caso, non ci sono piani per grandi forniture di petrolio iraniano all’Europa nel prossimo futuro. Importatori europei devono prima stipulare nuovi contratti, mentre l’Iran deve ripristinare la produzione petrolifera. Ciò, tuttavia, richiede tempo e denaro. Allo stato attuale, l’Iran cerca investimenti esteri per l’economia. Secondo il presidente iraniano Hassan Rouhani, il governo si concentrerà su come attrarre investimenti dall’estero, aumentare le esportazioni non petrolifere e decidere come utilizzare al meglio le riserve di valuta estera congelate dalle sanzioni. Al momento, non ci sono prove che l’Europa sia disposta ad investire nell’economia iraniana. Vi è un altro notevole sviluppo, tuttavia. Sembra che, per motivi di sicurezza, l’Iran abbia deciso di preferire partner stranieri più affidabili. Insieme con la Russia, l’Iran ha individuato 35 progetti prioritari nei settori dell’energia e della costruzione, nella costruzione di terminali off-shore, di ferrovie e altro. Oltre ad un prestito statale di 5 miliardi di dollari, la Vnesheconombank russa e la Banca centrale dell’Iran preparano un accordo per fornire all’Iran un prestito di 2 miliardi di dollari. L’Iran ha anche accettato di sviluppare il giacimento gasifero di Farzad-B nel Golfo Persico con un consorzio di società indiane. L’India è disposta ad investire più di 15 miliardi di dollari in Iran, anche nella costruzione del porto iraniano di Chabahar, nel Golfo di Oman.pic2_main

Merkel ha bisogno di Erdogan per restare al potere
Fars

l43-erdogan-merkel-151114201958_mediumLa Germania chiude gli occhi di fronte alle stragi di curdi nel sud-est della Turchia, contrabbando di petrolio e collaborazione della Turchia con i terroristi dello SIIL, sperando che il presidente turco aiuto l’Europa a ridurre l’afflusso di migranti, ha scritto il quotidiano tedesco Handelsblatt. La cancelliera tedesca Angela Merkel ignora il fatto che il presidente turco Erdogan conduce una guerra contro il suo popolo e continua a sfruttarne la cooperazione discutibile sulla questione dei profughi, secondo Handelsblatt. “Merkel ha bisogno di Erdogan per la propria sopravvivenza politica“, dice l’articolo. La Germania in silenzio guarda la guerra brutale in Turchia, contando sulla promessa di Erdogan di fornire assistenza ai rifugiati al confine turco-siriano. Tuttavia, il presidente turco utilizza la questione dei profughi nel proprio interesse, essendo coinvolto nel contrabbando di petrolio con i militanti dello SIIL. “Erdogan s’è creato la carta vincente per evitare l’intervento dell’Europa: i rifugiati“, dice l’articolo. Il presidente turco sfrutta la fiducia dei Paesi europei, e “senza intoppi conduce una guerra sporca” nel proprio Paese, che si traduce ancora una volta in nuovi flussi di migranti in fuga dal sud-est del Paese, tra l’aumento delle violenze. A metà dicembre, le autorità turche avviavano una presunta operazione antiterrorismo nel sud-est del Paese. Le operazioni brutali contro le comunità curde hanno lasciato centinaia di morti, tra cui civili, e portato all’arresto di numerosi accademici turchi che si sono opposti nettamente al trattamento del governo dei curdi turchi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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