La nuova “Via della Seta”, Panama e America Latina

Oscar René Vargas, Mondialisation, 26 novembre 2017L’accordo Panama-Cina è stato firmato nel giugno 2017 nell’ambito del gigantesco progetto “Fascia e Via” tessendo una rete globale da est a ovest. La Cina ha attualmente il più alto prodotto interno lordo (PIL) al mondo, calcolato a parità di potere d’acquisto, secondo la classifica del World Factbook World Intelligence Agency (CIA). Si prevede che, in termini di PIL nominale, la Cina supererà, intorno al 2020, Unione europea (UE) e Stati Uniti, rispettivamente prima e secondi. La Cina ha ora le maggiori riserve valutarie, con 3100 miliardi di dollari, contro 775 miliardi dell’Unione europea (quattro volte meno) e 117,3 degli Stati Uniti (26 volte in meno). Il Presidente Xi Jinping si è impegnato a “ricostruire” la Via della Seta come corridoio economico tra Oriente e occidente. Ha fatto una grande scommessa strategica. La Cina ha la più grande rete ferroviaria del mondo, 112000 chilometri, compresi oltre 20000 ad alta velocità. Entro il 2025 ne sono previsti altri 15000 chilometri. La Via della Seta è una gigantesca rete di rotte marittime e terrestri chiamata “Fascia e Via”. L’iniziativa comprende investimenti, finanziamenti, accordi commerciali e decine di zone economiche speciali (SEZ) per un valore di 900 miliardi di dollari. In totale, la Cina vuole investire non meno di 4 trilioni di dollari in 64 Paesi. Il suo progetto è il simbolo della nuova diplomazia della seduzione attuata da Pechino per conquistare i vicini e fare del Paese uno dei principali attori mondiali, se non il principale. Proprio come gli Stati Uniti consolidarono l’influenza economica sull’Europa col Piano Marshall, creato per promuovere la ricostruzione dei Paesi distrutti dalla Seconda guerra mondiale, Pechino intende costruire una vasta rete di trasporto e di gasdotti ed oleodotti per esportare la propria forza economica oltre i confini di Asia, Europa, Africa e America Latina.
La Cina diventa rapidamente il più grande “impero commerciale” al mondo. Basta confrontare il Piano Marshall da 800 miliardi di dollari USA (in valore attuale) degli Stati Uniti cogli investimenti della Cina che sono già a 300 miliardi di dollari e prevede di investirne un altro trilione nel prossimo decennio. La sola Cina ha concesso più crediti ai Paesi in via di sviluppo della Banca mondiale. Il progetto “Fascia e Via” ha una componente terrestre, una marittima e una oceanica. Le SEZ sono guarnigioni commerciali nelle catene di approvvigionamento internazionali attraverso le quali la Cina può proteggere il proprio commercio senza creare vincoli coloniali. In questo piano, dobbiamo analizzare il trattato tra Panama e la Cina. Nella strategia della crescita della Cina, l’Europa svolge un ruolo fondamentale come mercato per i prodotti cinesi e per acquisizione e cooperazione ad alta tecnologia su temi prioritari come l’ambiente. Pertanto, la nuova Via della Seta terrestre consiste di due rami principali con una moltitudine di terminali e diramazioni. Il primo, basato sulla vecchia carovaniera (e ancora senza una rotta definita), è il più conflittuale, poiché attraversa aree di marcata instabilità in Asia centrale e Medio Oriente. Le guerre in Afghanistan e Siria rallentano questa rotta terrestre; povertà, sfiducia e quasi totale mancanza di infrastrutture in alcuni di Paesi, come Kirghizistan e Tagikistan. Nel dicembre 2015 la Cina collegava ad alta velocità Pechino e la capitale della provincia più occidentale Urumqui (Xinjiang). Il progetto ferroviario cinese avrebbe unito Urumqui (Cina) a Sofia (Bulgaria), attraverso Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Iran e Turchia. La tattica di questi Paesi per consentire la costruzione di ferrovie, strade ed oleodotti è impegnare miliardi di dollari per finanziare i vari progetti. Il secondo ramo, attraverso Russia e Kazakistan, è già operativo, ma richiede una modernizzazione. Attualmente vi sono treni regolari tra Pechino e Mosca che impiegano sei giorni e mezzo. Ma la Cina ha già investito 6 miliardi di dollari per la costruzione del treno ad alta velocità Mosca-Kazan, per un valore di 24 miliardi di dollari, che in seguito consentirà il collegamento tra la capitale russa e la Cina attraverso il Kazakistan.; ciò ridurrà la durata del viaggio Mosca-Pechino a 33 ore.
L’iniziativa “Fascia e Via” integra anche la dimensione marittima. Come la Via della Seta terrestre, la rotta ha anche diverse diramazioni principali e una moltitudine di secondarie. Lasciando la provincia del Fujian, a sud-est, attraverso il Mar Cinese Meridionale, entra nell’Oceano Indiano e raggiunge il Corno d’Africa. Una di esse si dirige a nord attraverso Mar Rosso e Mediterraneo fino a Venezia. L’altra va verso Dar as-Salam (Tanzania) e la costa sud-orientale dell’Africa. La terza va verso l’America Latina. In seguito all’accordo di Stato tra Panama e Cina, firmato il 17 novembre 2017, Panama aderisce all’iniziativa della Via della Seta e della Rotta della Seta del 21° secolo (accordo 14) diventando la terza diramazione marittima dell’Iniziativa. Secondo me, con Panama beneficiaria della clausola della nazione più favorita dalla Cina, si annulla la possibilità di costruire un canale inter-oceanico attraverso il Nicaragua. È prevista la possibilità di finanziare grandi progetti infrastrutturali in futuro: ad esempio, la quarta chiusa del Canale di Panama. Pertanto, il trattato Ortega-Wang (del 2013, tra D. Ortega e l’uomo d’affari Wang) assomiglia al trattato Chamorro-Bryan (del 1914) servendo solo per ottenere un diritto specifico (un “brevetto”) per costruire il canale attraverso il Nicaragua in modo che nessun altro possa farlo. La Via della Seta marittima può dare impulso agli sviluppi in Africa. Dall’inizio del decennio, la Cina è il principale partner commerciale del continente nero, la Cina vuole raddoppiare il volume di affari entro il 2020. Nel 2015, l’investimento del gigante asiatico in Africa ha raggiunto i 25 miliardi di dollari. Più di 2000 aziende cinesi sono presenti in diversi Paesi in settori come miniere, petrolio e altre risorse, infrastrutture, costruzioni, agricoltura, tessuti e altri manufatti. La Via della Seta marittima mira a creare grandi infrastrutture portuali che, secondo un rapporto del Pentagono, servirebbe non solo per scopi commerciali, ma il cui obiettivo finale sarebbe sostenere l’ambizione della Cina di diventare potenza navale. Una delle basi principali della politica “Fascia e Via” è il Pakistan. Si prevede che il suo territorio servirà ad unire le rotte marittime e terrestri attraverso la ferrovia che attraverserà il Pakistan dal porto di Gwadar, all’estremità sud-ovest all’estremità nord-est, con la rete ferroviaria cinese.
La Cina sembra aver trovato la pietra filosofale nella Via della Seta. Se nel 2013 il Presidente Xi Jinping sorprese tutti col progetto di rivitalizzare la vecchia rotta dei cammelli, quattro anni dopo, programma non solo di unire Cina ed Europa con una vasta rete di treni, automezzi e navi. Asia centrale, Medio Oriente, Sud-est asiatico e Africa orientale ne sono integrati, ed anche America Latina. La Cina è passata da ruolo secondario ad attore fondamentale nella comprensione delle dinamiche economiche e commerciali dell’America Latina. Nel 2010, gli investimenti cinesi in America Latina ammontavano a 31,72 miliardi di dollari. A fine 2016, ammontavano a 113,662 miliardi. In altre parole, un aumento di 81,942 miliardi di dollari USA. A fine 2016, gli investimenti cinesi erano concentrati in tre Paesi: Brasile (54,49 miliardi di USD), Perù (12,372 miliardi di USD) e Argentina (10,587 miliardi di USD). Questi tre Paesi rappresentano il 71% degli investimenti cinesi in America Latina. In America Latina, il progetto cinese prevede la costruzione di una linea ferroviaria che collega Atlantico e Pacifico attraverso Brasile e Perù, dimostrando l’intenzione della Cina di diventare il principale partner commerciale dell’America Latina, nonché l’aspirazione ad essere una potenza mondiale. Il commercio tra Cina e America Latina è aumentato di 22 volte nell’ultimo decennio e gli enormi investimenti di Pechino prevedono che continui a crescere. La tratta pianificata collegherà il porto brasiliano di Açu (315 chilometri a nord di Rio de Janeiro, in piena espansione, divenendo il terzo più grande al mondo e il primo in America Latina) al porto peruviano di Ilo (1200 chilometri a sud di Lima). Questa Via della Seta transoceanica ridurrà notevolmente il tempo degli scambi. Ora, i prodotti sudamericani devono attraversare il Canale di Panama e, da lì, navigare per 30 giorni per raggiungere il porto di Tianjin (a sud di Pechino). Le relazioni economiche tra Cina e America Latina sono state così rapide da diventare il secondo partner commerciale, con 263,6 miliardi di dollari nel 2014. Ciò significa che ha superato l’Unione europea e si trova solo dietro gli Stati Uniti. Tra il 2005 e il 2013, la Cina ha erogato 102 milioni di prestiti all’America Latina. Pechino ha trovato in America Latina il quadro appropriato per la sua diplomazia della seduzione: 600 milioni di persone e una classe media relativamente ampia che rappresenta un grande mercato per prodotti economici e tecnologici. Il piano di Xi Jinping per rivitalizzare la vecchia Via della Seta ha innescato tutti gli allarmi a Washington.
La nuova Via della Seta svolge anche un ruolo fondamentale nel matrimonio di convenienza tra Cina e Russia. “Se la Cina riesce a connettere la fiorente industria con il cuore dell’Eurasia, dalle vaste risorse naturali, allora è possibile, come previde nel 1904 il geografo inglese Halford Mackinder, profilarsi un impero mondiale“, avverte lo storico Alfred McCoy dell’Università del Wisconsin-Madison (USA). “La vittoria migliore è quella ottenuta senza combattere, e questa è la distinzione tra un uomo prudente e uno ignorante“, dice Sun Zu nel suo libro L’Arte della Guerra, la cui filosofia governa le relazioni estere della Cina.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

Gli USA cercano alleati per contenere Pechino

Tony Cartalucci, LD 28 dicembre 2017Ci sono stati rumori sul cosiddetto Quadrilateral Security Dialogue (Quad), una specie di coalizione tra Stati Uniti, India, Australia e Giappone. Promosso dai soliti pensatoi politica finanziati dalle grandi aziende finanziarie, il Quad viene descritto come un passo oltre lo sfortunato “pivot to Asia” di Washington per salvare il proprio potere in declino nella regione. Capire che il “perno” degli Stati Uniti era inteso a cooptare e costringere il Sud-Est asiatico a formare un fronte unito per contenere l’ascesa economica, diplomatica e militare della Cina nella regione, per preservare e forse persino espandere il primato degli Stati Uniti nell’Asia-Pacifico, spiega perché alla fine ha fallito, e va oltre spiegando cos’è il Quad e perché vine così fortemente promosso.

Il fallimento del perno e il declino del potere statunitense
Il Sud-Est asiatico, attraverso l’Associazione sovranazionale delle nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN) ha resistito ai tentativi di Washington di riallineare la politica regionale per soddisfarne gli interessi ai danni dei crescenti legami dell’ASEAN con Pechino. C’erano varie componenti nel perno tra cui gli sforzi degli Stati Uniti per minare, rovesciare e sostituire con regimi obbedienti i governi di diversi Stati dell’ASEAN, come Myanmar, Thailandia e Malaysia. L’espansione del “soft power” statunitense nell’ASEAN era una di queste componenti, in particolare gli sforzi a lungo termine del dipartimento di Stato USA attraverso National Endowment for Democracy (NED) e la sua “Young Southeast Asian Leaders Initiative” (YSEALI) lanciata nel 2013. Tali sforzi sono falliti finora, con un successo limitato nel mettere al potere un regime di clienti statunitensi in Myanmar con Aung San Suu Kyi e il suo partito della National League for Democracy (NLD). Altrove, nel 2014, il governo appoggiato dagli Stati Uniti di Yingluck Shinawatra, sorella dell’allora alleato Thaksin Shinawatra, fu estromesso con un colpo di Stato militare. Le proteste in Malaysia guidate dal fronte “Bersih“, finanziato dagli Stati Uniti, non hanno ancora prodotto risultati. E in Cambogia, il governo del Primo ministro Hun Sen ha iniziato una campagna aggressiva per sradicare ed espellere i media e il fronte d’opposizione del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, arrestando il capo dell’opposizione Kem Sokha e sciogliendone il Partito di salvezza nazionale, una mossa che potrebbe essere replicata in una forma o nell’altra dagli altri Stati dell’ASEAN in caso di successo. Un altro componente era la serie di conflitti artificiali che gli Stati Uniti hanno prodotto per poi svolgervi un ruolo da mediatore per risolvere la controversia territoriale sul Mar Cinese Meridionale. L’ASEAN si è rifiutata di farsi coinvolgere, e persino presunti ricorrenti nella disputa, Vietnam e Filippine, si sono allontanati dall’approccio rigido proposto dagli Stati Uniti per affrontare Pechino. A un certo punto, le Filippine hanno persino respinto la presunta “sentenza del tribunale internazionale” a suo favore, organizzata da un gruppo di avvocati statunitensi, e ha invece proseguito i negoziati bilaterali con Pechino. La componente finale del perno degli USA in Asia era la proliferazione del terrorismo sponsorizzata dai più stretti alleati di Washington in Medio Oriente. Questo incluse un attentato del 2015 a Bangkok presumibilmente effettuato da terroristi turchi e l’improvvisa apparizione e diffusione del cosiddetto “Stato islamico” (SIIL) nelle Filippine. L’arrivo e l’occupazione dello SIIL della città filippina meridionale di Marawi era particolarmente “utile” alla politica estera degli Stati Uniti, arrivando in un momento in cui le Filippine avevano rimproverato il coinvolgimento degli Stati Uniti nella disputa sul Mar Cinese Meridionale, l’interferenza di Washington negli affari politici interni delle Filippine, e iniziato a chiedere la rimozione completa delle forze militari statunitensi dal proprio territorio. L’arrivo dello SIIL ha quindi dato un pretesto fin troppo conveniente agli Stati Uniti non solo per rimanere nelle Filippine, ma per espandervi la propria presenza.

Il “Quad” nasce quando il pivot decade
Nell’Asia-Pacifico, gli USA sono sempre più in disaccordo e ricorrono sempre più allo scontro nel “perno” che avrebbe dovuto unificare la regione dietro l’agenda regionale di Washington piuttosto che contro di essa. Per far fronte a ciò, Washington punta ai confini estremi dell’Asia-Pacifico alla ricerca di alleati disponibili, creando il “Quad”. L’India è all’estremità occidentale, l’Australia a sud e il Giappone ad est. Gli stessi Stati Uniti non hanno alcuna forma o posizione presso l’Asia se non come presenza militare estera in Corea, Giappone, Filippine e Australia, suscitando dubbi immediati sulla legittimità del programma della coalizione. Gli editoriali occidentali sul Quad non nascondono le vere intenzioni di tale iniziativa degli Stati Uniti, contenere la Cina. Il South China Morning Post in un editoriale intitolato “Stati Uniti, Giappone, India, Australia… il Quad è il primo passo verso una NATO asiatica?” afferma: “La nuova strategia per affrontare la Cina con un fronte unito ha sottolineato la crescente competizione regionale tra Pechino e Washington. Il Quad si ebbe mentre gli Stati Uniti sembravano spostare l’attenzione strategica. Mentre Trump visitava l’Asia orientale, si riferiva alla regione come “Indo-Pacifica” piuttosto che “Asia-Pacifico”, un chiaro colpo per Pechino”. The Diplomat nell’articolo intitolato “Incontro quadrilaterale sulla cooperazione regionale di Stati Uniti, Giappone, India e Australia“, seguiva le dichiarazioni prodotte dal dialogo, “Le dichiarazioni australiane e statunitensi hanno toccato tutte e sette le questioni sopra evidenziate sotto l’egida di un “Indo-Pacifico libero e aperto”. La dichiarazione del Giappone omette qualsiasi menzione di miglioramento della “connettività” che, per India e Stati Uniti, significherebbe una visione alternativa all’ambiziosa iniziativa Fascia e Via della Cina”. Il pezzo arrivava a dichiarare: “Nel frattempo, la dichiarazione dell’India nella riunione di sabato ha omesso ogni riferimento esplicito alla libertà di navigazione e di sorvolo, al rispetto del diritto internazionale e alla sicurezza marittima. Tuttavia, in varie dichiarazioni e dichiarazioni bilaterali con ciascuno degli altri partecipanti, Delhi ha espresso il proprio sostegno a questi principi. Sia le omissioni indiane che giapponesi non sono una dichiarazione di disinteresse, ma piuttosto sono tese a placare le preoccupazioni di Pechino che il quadrilatero tenti esplicitamente di contenere la Cina”. The Diplomat concludeva notando che molto lavoro serviva per incentivare gli asiatici a sostenere “lo status quo dell’architettura regionale e un ordine basato sulle regole” (leggi: primato degli Stati Uniti nella regione) “contro la visione concorrente della Cina“. Considerando questo fatto e che anche nel Quad c’è un’evidente disconnessione tra l’agenda di ogni membro e la realtà sul contenimento della Cina, Washington affronta una difficile battaglia. Convincere India o Australia a rifiutarsi di cooperare, beneficiandone, e quindi consentire l’ascesa della Cina, sarà una proposta sempre più difficile. Per il Sud-Est asiatico, il rifiuto d’impegnarsi in modo costruttivo con la Cina va dal difficile all’impossibile. Molti Stati nel Sud-Est asiatico hanno già firmato accordi e iniziato la costruzione di elementi dell’iniziativa cinese One Belt, One Road (OBOR), tra cui Laos e Thailandia che costruiscono linee ferroviarie ad alta velocità che collegheranno la città meridionale di Kunming a Malaysia e Singapore, attraversando entrambe le nazioni. Anche le forze armate del Sud-est asiatico si rivolgono sempre più alla Cina sia per nuovo materiale che per esercitazioni congiunte, due campi un tempo dominati dagli Stati Uniti, ma non più.

Martellare il piolo del Quad in un buco
È chiaro che una parte della dura battaglia di Washington consisterà nel destabilizzare e rimuovere dal potere quei governi regionali che supervisionano i progetti congiunti con la Cina, e mettere al potere governi che ritardino o abbandonino tali progetti. Ciò spiega ampiamente l’aumento delle interferenze politiche palesi degli Stati Uniti, anche direttamente con le ambasciate in nazioni come Thailandia e Cambogia, dove i gruppi d’opposizione sono apertamente protetti dall’ambasciata statunitense. In Thailandia, Stati Uniti ed UE hanno esercitato pressioni sul governo ad interim per tenere elezioni anticipate nella speranza di riportare Shinawatra al potere. In Cambogia, Stati Uniti ed Unione Europea minacciano sanzioni al governo per l’azione contro gruppi d’opposizione diretti e finanziati dagli Stati Uniti. E in Myanmar, gli Stati Uniti istigano violenze su entrambi i lati della crisi rohingya, minacciando la stabilità qualora i progetti congiunti con la Cina non siano abbandonati. In sostanza, gli Stati Uniti intendono continuare tutte le attività che hanno perseguito col “perno in Asia”, tra cui sovversione politica, scontro con Pechino e persino terrorismo. Il Quad non è un’alternativa per l’ASEAN a Pechino, è un’alternativa per impedirgli di sfuggire a coercizione e sovversione degli Stati Uniti.

Il Quad è una minaccia per tre dei quattro membri
Il successo o fallimento di nazioni come Cambogia, Thailandia e Myanmar nell’evitare le provocazioni di Washington determinerà successo o fallimento complessivo dell’iniziativa Quad di Washington. E anche per India, Giappone e Australia un Sud-Est asiatico destabilizzato non è in alcun modo d’interesse, che le rispettive leadership lo riconoscano o meno. Legami costruttivi tra i membri del Quad e un’Asia stabile avvantaggerebbero la regione nel complesso e beneficeranno ciascuna nazione. Questo è un punto che non è passato inosservato a Pechino o all’ASEAN. Per quanto Washington veda India, Australia e Giappone come contrappeso alla Cina, sono visti come potenziali alternative economiche e di sicurezza al ruolo sempre più sgradevole di Washington nell’Asia Pacifica. Mentre Washington cerca di cooptare e scagliare gli altri membri del Quad contro una Cina in ascesa per preservare il proprio primato regionale, la Cina potrebbe cercare di offrire invece un porto sicuro. I legami economici tra Cina e Australia sono già significativi con la Cina che funge da principale partner commerciale dell’Australia. Anche l’India svolge attività considerevoli in Asia e sempre più con la Cina. I piani di Washington per continuare ad interferire nella regione per il proprio primato potrebbero portare il Quad a divenire una trilaterale che cerca da sé accordi con la Cina senza compromettere o ritardare i propri interessi per amore di Washington. Senza il Quad, gli Stati Uniti dovranno cercare altri partner nella ricerca del primato asiatico. Col Regno Unito che segnala interesse ad inviare navi da guerra in tutto il pianeta per aiutare gli Stati Uniti a scacciare i cinesi dalle proprie rive, forse l’Asia-Pacifico verrà nuovamente riassegnata dall’Indo-Pacifico all’Anglo-Pacifico, e il Quad sostituito dalla coppia anglo-statunitense.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Russia e America Latina: prospettive promettenti nella cooperazione militare

Alex Gorka, SCF 08.12.2017L’America Latina rappresentava solo il 4,6% delle vendite di armi russe all’estero nel 2000-2016, con Venezuela e Nicaragua maggiori acquirenti. La Russia fa passi da gigante per espandere la propria quota di vendite sul mercato delle armi latinoamericano. Le sanzioni imposte da Stati Uniti ed UE hanno sospinto i contatti economici della Russia con le altre economie mondiali. L’America Latina sembra presentare proprio questa opportunità. Mosca vanta una forte presenza diplomatica, specialmente in Paesi come Brasile, Venezuela, Colombia, Argentina, Messico, Cile e Cuba. Con 300 milioni di persone e un PIL complessivo di oltre 1 trilione di dollari, il MERCOSUR è l’enorme mercato comune dei Paesi sudamericani comprendente la maggior parte degli Stati del continente. Vladimir Putin ha incontrato il Presidente della Bolivia Evo Morales a margine del terzo vertice del Forum dei Paesi esportatori del gas (20-24 novembre). “C’è interesse nei settori dell’energia, dell’ingegneria e dell’alta tecnologia. Siamo pronti a collaborare anche nella cooperazione tecnologica militare”, affermava l’omologo boliviano. Il colosso russo dell’energia Gazprom opera in Bolivia, iniziando la produzione nel giacimento Incahuasi nel 2016 e prevedendo d’iniziare la perforazione nel blocco Azero per il 2018. Gazprom è interessato alla perforazione a La Ceiba, Vitiacua e Madidi. All’inizio di quest’anno, Rosneft avviò l’esplorazione petrolifera nella regione amazzonica del Brasile, dopo aver acquistato una partecipazione per la perforazione di pozzi nel bacino del Solimoes. La Bolivia è anche terreno fertile per le esportazioni di armi made in Russia. Il comandante dell’Aeronautica boliviana ha raccomandato che La Paz acquisisca l’aereo da attacco leggero russo Jakovlev Jak-130 Mitten per sostituire i Lockheed T-33 in servizio. L’Esercito boliviano ha un requisito per nuovi mezzi corazzati e veicoli da combattimento per i quali considera equipaggiamento russo. I due Paesi hanno firmato un accordo di cooperazione per la difesa ad agosto, primo passo della Russia per maggiori trasferimenti di armi in Bolivia. Questa è una parte di un quadro molto più ampio.
Il 6 dicembre, Nikolaj Patrushev, Segretario del Consiglio di Sicurezza russo, concluse il viaggio in America Latina che lo portò in Brasile e Argentina. La cooperazione bilaterale nel campo della sicurezza nazionale e tra forze dell’ordine e agenzie d’intelligence era in cima all’agenda. La delegazione russa includeva il capo del Servizio federale per la cooperazione tecnico-militare. C’era una buona ragione per cui vi facesse parte. Il continente rappresentava solo il 4,6% delle vendite di armi russe all’estero nel periodo 2000-2016, con Venezuela e Nicaragua maggiori acquirenti. La Russia fa passi da gigante per espandere la quota di vendite nel mercato delle armi latinoamericano. Quest’anno partecipava a quattro mostre per la difesa. “La Russia presta grande attenzione al rafforzamento delle posizioni sul mercato delle armi nei Paesi dell’America Latina“, ha detto Aleksandr Denisov, capo del Dipartimento attività di marketing dell’esportatore di armi russo Rosoboronexport alla fiera Expodefensa 2017 di Bogotà (Colombia), del 4-6 dicembre. Lo stand di Rosoboronexport presentava oltre 250 sistemi d’arma ed equipaggiamenti militari. L’aereo da combattimento Jak-130, i caccia multiruolo super-manovrabili Su-35 e Su-30MK, il caccia multiruolo di prima linea MiG-29M, gli elicotteri da combattimento Mi-28NE, Ka-52, Mi-35M e l’elicottero da trasporto pesante Mi-26T2, il sistema antiaereo Pantsir-S1 e il sistema di difesa aerea a lungo raggio Antej-2500 erano i sistemi d’arma più promettenti che la Russia offriva agli acquirenti dell’America Latina. I potenziali clienti latinoamericani sono tradizionalmente attratti dai sistemi di difesa aerea della Russia, in particolare dal sistema missilistico/d’artiglieria di difesa aerea Pantsir-S1, dai sistemi Tor-M2KM e Buk-M2E e dai portatili Igla-S. Gli elicotteri Mi-17, Mi-26T2 e Ansat sono al centro dell’attenzione pubblica. Le corvette Proekt 20382 Tigr, le motovedette Proekt 14310 Mirazh e i sottomarini diesel-elettrici Proekt 636 attirano l’attenzione degli ufficiali di vari Paesi del continente. Armi ed equipaggiamenti militari delle forze di terra russe, utilizzate anche dalle unità speciali anticrimine, antiterrorismo e antinarcotici sembrano molto richieste. Russia e Argentina sono in trattativa per l’acquisizione di caccia MiG-29. Il Brasile è interessato all’acquisto del sistema di difesa aerea missilistica e d’artiglieria Pantsir-S1 e altri SAM portatili Igla-S, già venduti al Paese. Colombia, Perù, Venezuela, Uruguay e Argentina hanno espresso interesse per caccia come il Sukhoj Su-30 attualmente operativo in Siria. Le consegne di armi russe alla Colombia hanno raggiunto i 500 milioni di dollari in oltre 20 anni. L’esercito colombiano ha oltre 20 elicotteri da trasporto Mi-17 russi.
Rosoboronexport, l’agenzia responsabile della vendita di armi all’estero attualmente partecipa ad alcune gare in Argentina, Brasile, Colombia, Messico e Perù sia per armamenti di terra che aerei. Mosca è pronta a creare impianti di produzione autorizzati per fabbricare armi e attrezzature militari di progettazione russa nei Paesi dell’America Latina. È anche pronta a partecipare alla progettazione congiunta e costruzione di navi per le flotte latinoamericane. A fine novembre, la Russia aderiva alle operazioni internazionali per salvare l’equipaggio del sottomarino argentino San Juan, schierando un dispositivo telecomandato marittimo. Un aeromobile russo Antonov inviò il Pantera Plus, un sommergibile senza equipaggio in grado di scansionare col sonar fino 1000 metri di profondità, effettuando le ricerche insieme alla nave da ricerca scientifica Jantar. Ordinata nel 2015, la Jantar può fungere da nave madre per i minisommergibili classe Konsul che raggiungono la profondità di 6000 metri e sono anche dotati di manipolatori e altri dispositivi per operazioni subacquee complesse. La nave stessa ha rilevatori avanzati per determinare la posizione precisa del sottomarino. Questo è un buon esempio di cooperazione militare con uno Stato latino-americano. Le attrezzature di ricerca e soccorso subacquee della Russia viste in Argentina possono interessare qualsiasi Paese dotato di sottomarini. Con l’America Latina non più cortile degli Stati Uniti, le prospettive di una cooperazione in tutti i settori, compreso quello militare, sono promettenti e c’è interesse da entrambe le parti a spronare il processo.Traduzione di Alessandro Lattanzio – AuroraSito

Russia: Crescita e minacce di una nuova guerra fredda

Jacques SapirRusseurope 20 agosto 2017La speranza di un miglioramento delle relazioni tra Russia e Stati Uniti è ormai evaporata dopo il voto del Congresso degli Stati Uniti su nuove sanzioni e le misure di ritorsione adottate dal governo russo. Il Congresso degli USA ha pertanto votato in modo deciso a favore di nuove sanzioni contro la Russia (419 voti su 435) e la Russia ha ordinato agli Stati Uniti di ridurre drasticamente il personale diplomatico di 455 persone entro il 1° settembre. Il tasso di cambio del rublo è tornato a 60 per 1 dollari, ma finora senza impedire la ripresa economica della Russia. Il tasso di cambio del rublo rimase indifferente alla contrazione del prezzo del petrolio di maggio e beneficiava della debolezza di altre valute fino alle nuove tensioni geopolitiche. Tuttavia, il mercato russo non ha ancora risposto al recupero dei prezzi del petrolio, che recentemente hanno superato i 50 dollari al barile. Il tasso di cambio del rublo rimarrà quindi sotto pressione. Dopo più di sei mesi di presidenza Trump, è chiaro che le sanzioni rimarranno più a lungo del previsto, mentre le possibilità di nuove sanzioni aumenteranno. La possibilità di ristabilire un dialogo tra Russia e Stati Uniti diminuisce rapidamente. Gli attriti sembrano crescere e il Venezuela ora rientra nel confronto che va dalla Siria all’Ucraina.

L’economia russa migliora
L’economia della Russia ha mostrato forti segni di miglioramento nella prima metà del 2017. In una certa misura, ovviamente, ciò è dovuto alla stabilizzazione dei prezzi del petrolio a circa 50 dollari al barile. Ma i prezzi del petrolio, per quanto importanti, non sono l’unico fattore della crescita economica della Russia. Il commercio al dettaglio è salito dell’1,2% rispetto all’anno precedente a giugno, leggermente superiore a quanto previsto dagli economisti (1,1%) e ha continuato a crescere a luglio (1,3%). I salari reali, invece, continuano a migliorare grazie alla rapida caduta dell’inflazione, scesa in pochi mesi dal 12% al 4-4,5%. La crescita della produzione industriale è stata imitata dalla crescita dell’edilizia, che potrebbe segnare la fine della crisi nel settore. La disoccupazione s’è ridotta al 5,1% della popolazione attiva alla fine del primo semestre.
Fonte: dati ROSSTAT

La forte crescita degli investimenti del 2,4% annuo, nel primo trimestre del 2017, proseguirà probabilmente nel secondo. Tuttavia, va osservato che le tre maggiori attività d’investimento osservate sono estrazione (pari al 31% degli investimenti), produzione (18%) e trasporti (17%). Quest’ultimo settore è cresciuto in modo impressionante del 21,7% nel primo trimestre del 2017. D’altra parte, il settore dell’estrazione ha registrato un più modesto 1,5% e la produzione è caduta del 6,7%. Tre regioni hanno prodotto la crescita complessiva degli investimenti: Mosca, Crimea ed Estremo Oriente. Nelle tre regioni ci sono grandi progetti, generalmente sostenuti dallo Stato e concentrati sulla costruzione di infrastrutture. Ciò corrisponde alla rapida crescita dei trasporti nella disaggregazione settoriale degli investimenti. Di conseguenza, uno dei principali fattori di crescita degli investimenti in Crimea è la costruzione del ponte di Kerch che collega la penisola al resto della Russia. Il completamento del ponte è previsto per la fine del 2018, al costo di 228 miliardi di rubli, di cui 113 spesi alla fine del 2016. Analogamente, l’incremento degli investimenti in Estremo Oriente è principalmente collegato alla costruzione dei gasdotti per la Cina. Il progetto “Power of Siberia” dovrebbe essere completato entro il 2019. Quasi la metà, 1300 km, della rete di 3000 km prevista è stata costruita dal giugno 2017. Il costo del progetto è di 1,5-2 trilioni di rubli o, al tasso di scambio di 70 rubli per 1 euro, 21-28 miliardi di euro. A differenza del ponte di Kerch e di “Power of Siberia”, da completare nel 2019, il programma di ristrutturazione di Mosca è appena iniziato. Secondo Sergej Sobjanin, sindaco di Mosca, il programma richiederà 15 anni per essere completato, ed interesserà 1-1,6 milioni di persone (10-15% della popolazione di Mosca) con un costo complessivo di circa 3 trilioni di rubli (43 miliardi di euro). Si prevede che 35-45 milioni di metri quadrati saranno costruiti durante questo periodo (circa 3,5 milioni di metri quadrati l’anno), traducendosi in un aumento sostanziale degli attuali edifici residenziali di Mosca, per circa 3-4 milioni di metri quadrati l’anno. C’è da aspettarsi la crescita delle costruzioni residenziali a Mosca dal 2018, dopo le elezioni presidenziali.La crescita economica più forte del previsto coincide purtroppo le partite sono più deboli del previsto nella prima metà del 2017. La crescita dell’importazione è stata del 27% nella prima metà del 2017, del 26% nel primo trimestre e del 29% nel secondo trimestre. Ciò indica un ampio recupero delle importazioni per il 2017, previsto dall’aumento dei consumi e degli investimenti. Inoltre, i pagamenti correnti delle aziende russe all’estero nel secondo trimestre del 2017 sono significativamente superiori al previsto e sono la ragione principale del conto corrente portato a un deficit di 0,3 miliardi di dollari nel secondo trimestre.

Verso la creazione di un’alleanza anti-USA?
In questo contesto va notata l’attività crescente della diplomazia russa. Ciò potrebbe essere attribuito ai miglioramenti delle relazioni economiche, ma anche al deterioramento dei rapporti diplomatici e militari con Washington. Al culmine di questa attività, naturalmente, vi è la crisi del Medio Oriente e l’evidente avanzata delle forze governative siriane sostenute dall’aviazione russa delle ultime settimane. Ma questa attività assume ora altre dimensioni. Mosca ha deciso di dare un segnale spettacolare sostenendo il governo venezuelano. Il principale produttore di petrolio della Russia, Rosneft, dichiarava di aver anticipato circa 6 miliardi di dollari alla compagnia petrolifera venezuelana PDVSA. Ciò avveniva al momento giusto. La scommessa dei vari attori finanziari e politici sul default venezuelano si diffuse a causa delle turbolenze in Venezuela, ulteriormente complicate dal calo dei prezzi e della produzione. Il pagamento anticipato della Rosneft a PDVSA potrebbe risolvere la crisi del debito che il governo venezuelano attualmente affronta. Rosneft prevede il rimborso finale con l’invio di petrolio e prodotti petroliferi. Questo punto è molto importante perché implica che la maggior parte della produzione venezuelana sarà diretta in Russia e non alle raffinerie statunitensi, che oggi rappresentano il principale mercato della produzione venezuelana. Questo supporto non sorprende. Prima di tutto, le relazioni con gli Stati Uniti peggiorano, e Mosca dovrebbe aumentare la presenza in Venezuela, anche solo per mettere in imbarazzo il governo degli Stati Uniti e creare ciò che si chiama strumento negoziale o puntata di contrattazione. Ma, e questo è probabilmente più importante, va considerato che questo supporto proviene da Rosneft, compagnia che occupa un posto speciale nella diplomazia petrolifera della Russia, ma che ha anche una propria diplomazia. Ciò mostra i forti legami che alcuni in Russia, e in particolare Sechin, hanno creato in America Latina e soprattutto con i leader chavisti. Non si tratta solo l’ideologia, anche se conta. La Russia, e in particolare Rosneft, trova anche propri interessi in questa politica. PDVSA, va ricordato, è la società statale venezuelana che ha ridotto le vendite di petrolio alle unità di raffinazione statunitensi della Citgo Petroleum, aumentandole alla Rosneft in Russia, secondo un piano firmato a maggio per recuperare gli invii accumulati; secondo documenti e fonti di PDVSA e della sua Joint Venture, Rosneft detiene una partecipazione del 49,9% della società statunitense Citgo della PDVSA. La partecipazione è stata offerta come garanzia quando PDVSA ebbe il prestito di 1,5 miliardi di dollari dalla società russa, lo scorso anno. Il Ministro del Petrolio venezuelano Nelson Martinez, al forum di San Pietroburgo lo scorso giugno dichiarò che Rosneft avrebbe ricevuto circa 70000 barili al giorno per il prestito da 1,5 miliardi di dollari alla PDVSA. Infatti, Rosneft ha investito molto nello Stato venezuelano e nella PDVSA. Ora Rosneft s’impegna a continuare a lavorare nel settore energetico del Paese, nonostante il peggioramento della crisi economica e delle sanzioni.
All’inizio di questo mese, l’Amministratore Delegato di Rosneft, Igor Sechin, dichiarava che l’azienda avrebbe aumentato la cooperazione con il Venezuela di fronte alle nuove sanzioni statunitensi e ne forniva un buon motivo: “Le riserve petrolifere del Paese sono le più importanti al mondo. In questa prospettiva, ogni società energetica deve cercarvi di lavorare” [1]. È vero che le riserve del Venezuela sono ancora più grandi di quelle dell’Arabia Saudita. Ma chiaramente non è l’unico motivo, né il principale. Il sostegno dato al Venezuela è ovviamente politico. Potrebbe essere una sorta di “ricambio” per il sostegno statunitense all’Ucraina. Ma più probabilmente va anche visto come il materializzarsi del rafforzamento del fronte anti-USA comprendente naturalmente Cina ed Iran, e che ora include i nuovi alleati dei russi, di cui gli ultimi sono Paesi come l’Indonesia (che ha recentemente deciso di acquistare aerei da combattimento russi [2]) e le Filippine, dove le navi da guerra russe fecero una visita a gennaio [3] e il cui presidente visitò Maggio nel 2017 per richiedere l’aiuto contro la minaccia dello SIIL a Mindanao [4] .
Note
[1] RussiaToday
[2] Sputnik
[3] Sputnik
[4] Sputnik

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alessandro Lattanzio a Parstoday: l’occidente non tollera un Venezuela libero politicamente ed economicamente (AUDIO)

Teheran (Pars Today Italian) – Alessandro Lattanzio, saggista e analista di questioni politiche internazionali, viene intervistato dalla nostra Redazione. Lattanzio nell’intervento esamina vari aspetti e cause della volontà statunitense e occidentale nel destabilizzare il Venezuela.
Per ascoltare la versione integrale dell’intervento di Alessandro Lattanzio potete cliccare qui.