Come un rivoluzionario russo previde l’ascesa del Giappone

Rakesh Krishnan Simha, RBTH, 11 maggio 2016

Mentre Russia e Giappone si avvicinano, esploriamo passato e futuro dei rapporti russo-giapponesi in questa serie in due parti. Nella prima parte guardiamo ai modi contrastanti in cui russi e occidentali videro il cambiamento dato dalla Restaurazione Meiji, e come il suo significato globale fu riconosciuto dalla Russia.

La Meiji Ishin, ovvero Restaurazione Meiji, avvenne nel 1868-1912, e fu la principale responsabile della nascita del Giappone moderno, nazione lungimirante agli inizi del XX secolo. Diffidando dell’intervento militare e dell’attività missionaria dalle potenze coloniali occidentali, il Giappone emise un ordine nel 1636 per cui gli stranieri che tentassero di entrare, e i cittadini giapponesi che tentassero di lasciare, nel Paese, sarebbero stati messi a morte. Per quasi 250 anni il Giappone fu ermeticamente sigillato dal resto del mondo. Nel 1853, le cannoniere statunitensi sotto il comando del Commodoro Matthew Perry costrinsero i giapponesi a riaprire il commercio e i legami diplomatici con l’occidente. Traumatizzato da questa debacle, il Giappone optò per la revisione completa di praticamente ogni aspetto della vita nazionale, in particolare l’economia e la società. L’atto di Perry fu lodato a Washington e Londra come fulgido esempio di missione civilizzatrice dell’occidente che trasformava un ‘arretrato’ Paese asiatico in una potenza moderna. Ma la visione russa fu radicalmente diversa. Secondo il leader rivoluzionario Lev Meshnikov, che visitò il Giappone nel 1874 per osservare e partecipare all’Ishin, “gli occidentali sono arrivati in Giappone mal preparati nel compiere la Meiji Ishin in modo cooperativo. L’avvio del commodoro Perry di relazioni pacifiche attraverso la persuasione della forza fu la presentazione barbarica della ‘civiltà’ occidentale”. W. G. Beasley, yamatologo della Scuola di Studi Orientali e Africani dell’Università di Londra, è d’accordo. Scrive nel suo libro ‘La restaurazione Meiji’ che gli statunitensi furono guidati dai concetti del Destino Manifesto dalle chiare connotazioni razziali, e dal desiderio d’imporre i benefici della civiltà occidentale e la religione cristiana su ciò che percepivano come ‘retrograde’ nazioni asiatiche.

I russi arrivano in Giappone
Quando Meshnikov sbarcò a Yokohama, il Giappone era ancora alle prese con disordini e conflitti. Eppure trovò l’ordine nel caos. Rispetto ai movimenti semi-rivoluzionari in Europa, Meshnikov la definì “rivoluzione completa e radicale”. Sho Konishi dell’Istituto di Studi giapponesi Nissan sostiene in un articolo pubblicato sull’American Historical Review che Meshnikov fosse convinto che i fattori interni piuttosto che le navi nere di Perry inaugurarono l’Ishin. Scrive su “Riaprire l’apertura del Giappone: Un incontro rivoluzionario russo-giapponese e la visione del progresso anarchico”, “Cercando di por rimedio a un malinteso comune tra molti in occidente sulle cause dell’Ishin, Meshnikov la descrisse di origine nativa, sostenendo che l’Ishin non era semplicemente una reazione politica alle pressioni estere sul Giappone affinché adottasse la civiltà occidentale ed entrasse nello sviluppo capitalistico. Piuttosto, fu una complessa rivoluzione dall’interno, basata su secoli di sviluppo sociale, culturale ed intellettuale, che ebbe semplicemente ulteriore impulso da voci dall’estero. I commentatori occidentali avevano eccessivamente esagerato l’influenza dell’interferenza statunitense ed europea negli affari giapponesi. Mechnikov credeva che l’Ishin fosse il risultato non della collisione tra una società primitiva e isolata e una avanzata, ma degli sviluppi storici in Giappone in atto da secoli. L’Ishin fu una risposta cosciente dall’ampia base costitutiva sulla necessità di riforme liberali progressiste, credendo che si sarebbero istituite con il rovesciamento del governo Tokugawa”. Allo stesso tempo, la rivoluzione richiese un’evoluzione sociale. L’arrivo del Giappone sulla scena della civiltà mondiale non fu un atto arbitrario o un incidente storico, ma il “risultato inevitabile della vita giapponese stessa“. Meshnikov scoprì che anche nell’enorme caos politico e sociale, la gente comune poté condurre una vita quotidiana senza imposizioni dall’alto. Osservò che i lavoratori in Giappone avevano una coscienza notevolmente sviluppata sulla partecipazione sociale, pari a quella degli altri settori della società. Disse ai lettori che queste persone non erano le leggendarie masse oscure represse e terrorizzate dal dispotismo orientale, ma gente comune che aveva voce ed entusiastico orgoglio nel lavoro per la società.
Meshnikov osservò che a differenza di altre rivoluzioni, in cui l’ordine esistente fu violentemente distrutto per spianare la strada a un nuovo contratto sociale, come sarebbe accaduto in Russia nel 1917, l’Ishin si basava sulla cooperazione. “Fu colpito dalla cooperazione auto-organizzata osservata tra i cittadini comuni durante l’Ishin. La cooperazione permise alla gente di avere stabilità economica e sociale nel momento in cui vissero un’instabilità politica tremenda, mancanza di orientamento organizzativo dall’alto e improvviso mutamento delle aree urbane”. Meshnikov notò coscienza e orgoglio per il loro contributo alla società, con il reciproco riconoscimento della gente comune. I giapponesi chiamarono questa etica dell’organizzazione della vita quotidiana “aiuto reciproco”. Il rivoluzionario russo accordò un significato globale all’Ishin. “Osservò che il principio di mutua assistenza poté estendersi oltre i confini della famiglia immediata, del quartiere e anche della nazione, ed era caratterizzato dall’intenso sforzo ad imparare e interagire con il mondo, che vide in molti livelli della società. Meshnikov riteneva questa etica essenziale per il progresso dell’umanità”.Opinioni occidentali contro realtà
Tra gli occidentali che visitarono il Giappone durante l’Ishin vi fu l’esploratrice e scrittrice inglese Isabel Bird. Dopo aver viaggiato a lungo nel Paese, poté vedere solo il “buio senza speranza” della vita giapponese. Un altro occidentale, il segretario d’ambasciata inglese Ernest Satow, ritenne che il Giappone non sarebbe mai “andato oltre una posizione di terza o quarta classe“. Vide la popolazione generale come ragione principale dell’incapacità del Giappone a migliorare la posizione internazionale, perché “sembravano essere dei meri imitatori”. Ma nella valutazione del russo, il periodo Tokugawa (1600-1868), quando il Giappone fu isolato dal mondo, non fu certo un momento di stagnazione. Konishi scrive: “Meshnikov diede un significato enorme alle conquiste intellettuali del periodo Tokugawa. Vide gli aspetti progressivi dell’Ishin quale prodotto degli sviluppi sociali e culturali già evidenti nel Giappone dei Tokugawa”. Il fascino di Meshnikov verso la “rivoluzione in Asia” lo portò ad esaminare meticolosamente e coltivare una fitta rete di rapporti personali con protagonisti e intellettuali dell’Ishin in Giappone. “Inoltre, distanziandosi dalle comunità diplomatiche e dai porti assegnati ai trattati, basò le osservazioni sull’Ishin sull’esperienza da visitatore privato e senza cittadinanza, in un momento in cui gli occidentali giunti in Giappone erano sotto protezione diplomatica e patrocinio rigoroso”. Le valutazioni favorevoli di Meshnikov sono supportate dagli studi moderni. Dice il professor John Dower della Facoltà di Storia del MIT: “Nel quadro della politica d’isolamento, i giapponesi godettero di due secoli di sicurezza insulare ed autosufficienza economica. I guerrieri divennero burocrati. Il commercio fiorì. Le principali strade collegarono il territorio. Vivaci cittadine punteggiavano il paesaggio, e grandi città apparvero. Al momento dell’arrivo di Perry, Edo (poi ribattezzata Tokyo) aveva una popolazione di circa un milione di persone. La stessa città che la piccola flotta di Perry avvicinò nel 1853 era uno dei più grandi centri urbani del mondo, anche se il mondo non lo sapeva. Anche se i giapponesi non ebbero le rivoluzioni politiche, scientifiche e industriali che investirono il mondo occidentale nei due secoli d’isolamento, questi sviluppi non gli erano sconosciuti. Un piccolo numero di studiosi giapponesi seguì gli “studi olandesi” (rangaku) e gli “studi occidentali” (yogaku). E mentre notizie sull’espansione europea filtravano, il regime feudale di Edo si allarmò abbastanza da rilassare le norme antistranieri e permettere la creazione di un ufficiale Istituto per l’investigazione dei libri dei barbari”. La stessa spedizione di Perry osservò: “Tuttavia a ritroso, gli stessi giapponesi sarebbe pratici di scienze, i meglio istruiti tra loro sono abbastanza informati sui progressi delle nazioni più civili o meglio coltivate”. Considerando che gli occidentali presenti durante l’Ishin erano altamente istruiti e notori viaggiatori, le loro opinioni negative sul Giappone erano chiaramente il risultato di un pregiudizio razziale o religioso, o di entrambi.

Ammiraglio Evfimij Putjatin

La visione russa dell’occidente
I rapporti di Meshnikov dal Giappone furono letti con fascino in patria. La grande comunità di intellettuali russi cui apparteneva iniziò a mettere in discussione la narrazione del progresso della civiltà in occidente. Konishi osserva: “Questo in sostanza decentrò il mondo dall’occidente, e diede centralità a ciò che era sempre stato il referente dell’arretratezza. L'”occidente”, poi, improvvisamente arretrò rispetto alle esigenze del progresso e della civiltà”. Meshnikov vide la rivoluzione del Giappone offrire all’occidente un modello di riforma sociale radicale. Osservò l’eliminazione istituzionale e sociale delle strutture gerarchiche di classe e la creazione di vaste arene di mobilità sociale per la gente comune. Inoltre sottolineò come l’accesso a nuove conoscenze si aprì su vasta scala. Dopo aver viaggiato nel Giappone, presso case rurali e visitando i quartieri plebei delle città, così come le fabbriche e la miniera di rame di Ashio, scrisse, “E’ impossibile non essere sorpresi dalla loro trasformazione insolita. È una svolta completa e radicale, di quella che conosciamo solo dalla storia… Non un solo ramo della vita sociale e politica è rimasto intatto con questa rivoluzione“.

L’influenza russa sul Giappone
Meshnikov sviluppò ampie relazioni con persone che descrisse come “i leader più importanti del movimento progressista giapponese“. Erano i capi Movimento della libertà e dei diritti del Popolo, per l’uguaglianza sociale e la partecipazione politica popolare, che guadagnò slancio in Giappone. Nel giro di pochi anni dalla partenza di Meshnikov dal Giappone, gli attivisti del movimento organizzarono quasi 200 società politiche in tutto il Paese. Konishi dice ancora: “Sessantacinque libri sul populismo russo furono pubblicati in Giappone nel 1881-1883, e i giornali avevano pagine di resoconti sulle attività rivoluzionarie in Russia. Tra i libri più venduti in Giappone durante questo periodo vi fu il resoconto del movimento rivoluzionario russo scritto da un amico di Meshnikov, Sergej Stepnjak, che fu tradotto dagli interessati al movimento in Giappone. Uno studente di Meshnikov, Muramatsu Aizo, guidò uno degli incidenti più infausti del movimento, la Rivolta di Lida. I protagonisti del movimento ripresero le promesse, ritenute non mantenute, sull’uguaglianza nell’Ishin dal movimento rivoluzionario in Russia”.

Ammiraglio contro rivoluzionario
Un affascinante aneddoto sui legami russo-giapponesi fu che i russi quasi batterono il commodoro Perry nella corsa ad aprire il Giappone. Nell’agosto 1853, l’Ammiraglio russo Evfimij Putjatin entrò nel porto di Nagasaki, essendo ottimista verso un esito favorevole. Purtroppo per l’ammiraglio russo, le cannoniere statunitensi solcarono la baia di Edo due settimane prima. Ma mentre le navi nere di Perry saranno ricordate per il loro interventismo “barbaro”, Meshnikov giunse da amico e influenzò le anime delle due grandi nazioni.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cosa indicano le dimissioni dell’imperatore del Giappone

Vladimir Terekhov New Eastern Outlook 06/03/2017Uno degli eventi più significativi dell’ultimo anno in Giappone è stato il discorso ufficiale dell’imperatore Akihito alla televisione nazionale dell’8 agosto, in cui sottolineava la possibilità delle dimissioni per motivi di salute. L’eccezionalità dell’affermazione spiegherebbe le informazioni contraddittorie giunte al pubblico un anno e mezzo prima. Il monarca ha detto, in particolare, che rifletteva sulle mansioni incombenti in relazione alle sue condizioni di salute negli ultimi anni. Secondo lui, “finora” lo stato generale di salute gli consentiva di esercitare tali funzioni, ma aveva anche la sensazione del deterioramento della salute, sia per l’età, 82 anni, che per i numerosi interventi chirurgici subiti in passato. L’imperatore ha chiarito, utilizzando espressioni accuratamente misurate, che vorrebbe dimettersi esprimendo la speranza della comprensione dal popolo giapponese. Le parole accuratamente scelte della dichiarazione di Akihito possono essere spiegate dal contenuto inedito. Nella storia della monarchia giapponese ci fu un solo caso di dimissioni: nel 1817, quando la monarchia stessa era condizionata. L’importanza aumentò notevolmente nella seconda metà del 19° secolo, quando l’urgenza di ampie riforme volte a creare un Giappone moderno, che all’epoca era semi-feudale, dopo 250 anni di regno dello shogunato Tokugawa, divenne ovvia. “La rivoluzione dall’alto”, che in un primo momento innescò la guerra civile, fu attuata da un gruppo di aristocratici guidati dall’imperatore Mutsuhito. Il suo regno, che durò fino alla morte avvenuta il 30 luglio 1912, fu nominato Meiji (“governo illuminato”). Sotto il suo governo, il Giappone moderno divenne una potenza mondiale. L’attuale imperatore Akihito è il successore di terza generazione di Mutsuhito. Il suo regno, iniziato nel 1989, ricevette un nome simbolico, “fautore della pace”. I due periodi precedenti, del padre di Akihito e del nonno, furono designati dallo stesso simbolismo verbale. È importante notare che ciascuno di questi nomi, in qualche misura, riflette un aspetto sostanziale di un certo periodo della modernizzazione del Giappone, iniziata nella seconda metà del 19° secolo, tranne il periodo Showa (“Pace Illuminata”), quando suo padre Hirohito era al potere.
Per ovvie ragioni, gli storici tendono a dividere il periodo Showa: anteguerra (1926-1945) e dopoguerra (fino al giorno della morte di Hirohito, il 7 gennaio 1989). Ciò è dovuto al fatto che fino ai primi due anni del secondo dopoguerra, il problema principale non era stabilire se il periodo Showa dovesse continuare, ma decidere se l’imperatore andava consegnato al tribunale di Tokyo. Hirohito riuscì a sfuggire a tale destino soltanto grazie al comandante alleato generale D. MacArthur, che credette (giustamente) che la questione della gestione più o meno pacifica del Giappone occupato potesse essere risolta solo alleandosi con l’imperatore, il cui potere agli occhi del popolo giapponese aveva natura divina. Tuttavia, dopo la sconfitta, la monarchia e la base legislativa del Giappone subirono cambiamenti radicali rispetto a prima della guerra. Secondo la Costituzione del 1947 (stesa presso la sede di MacArthur), la fonte del potere in Giappone non era più l’imperatore, ma il popolo e i suoi rappresentanti, il parlamento. L’attuale amministrazione del Paese fu affidata al governo, approvato formalmente dall’imperatore diventato simbolo (non il capo come in precedenza) dello Stato e dell’unità nazionale. Il principio della separazione dei poteri e dell’uguaglianza insieme ai cambiamenti nel sistema economico e dell’istruzione, venne introdotto. Ciò che fu cruciale nel dopoguerra, fu il governo giapponese aggiungere l’articolo 9, che non ha analoghi nelle costituzioni di altri Paesi. Le principali disposizioni dell’articolo prescrivono il rifiuto “eterno” del Giappone ad utilizzare la guerra come mezzo per risolvere i problemi di politica estera, così come il possesso di forze armate. In generale, quasi tutte le innovazioni legislative del dopoguerra, adottate su pressione delle autorità di occupazione, possono essere considerate una fase della forte accelerazione della tendenza nella trasformazione del Paese, lanciata nella seconda metà del 19° secolo dall’élite giapponese. Questo fu soggetto al ruolo dei militari nello Stato.
È importante, tuttavia, notare che un problema sorse per la “squadra” di Mutsuhito nel trovare un equilibrio tra conservazione delle tradizioni e dimensione “europea” della trasformazione socio-politica. In realtà, l’accusa agli “illuministi” di “tradire l’alleanza degli antenati” di allora, scatenò la guerra civile. Basti dire che il parere unanime sui cambiamenti del quadro giuridico della statualità del Giappone, dopo il 1945, insieme all’effettivo trasferimento delle questioni sulla sicurezza nazionale nelle mani del nemico, assicurò il rapido progresso economico del Paese. Tuttavia, intorno al volgere del millennio, il senso del “trauma culturale” cominciò ad intensificarsi dopo le trasformazioni inflitte dal dopoguerra. La prima area della vita sociale ad essere toccata dal crescente stato d’animo “restaurazionista” fu il sistema dell’istruzione. La convinzione che la “Legge fondamentale sull’istruzione” del 1947 fosse “troppo occidentale e non molto giapponese”, incominciò ad essere espresso. Il risultato di anni di dibattito tumultuoso su natura e necessità di rivederla fu la nuova versione adottata nel 2006 in cui, in particolare, c’era la voce simbolica sulla necessità di “rispettare le tradizioni e la cultura, così come preservare l’amore per il nostro Paese e la patria”. La tendenza “restaurazionista” prevista dalla legge continuò nel programma elettorale del Partito liberal-democratico, che ottenne una clamorosa vittoria alla fine del 2012, nelle elezioni legislative anticipate. Tra l’altro, il programma parlava della necessità di ripristinare lo status dell’imperatore a capo dello Stato e mostrare rispetto per i simboli nazionali, come la bandiera nazionale. Calzando a pennello con la tendenza “restaurazionista”, comparve nei primi anni ’90 il desiderio delle élite giapponesi di eliminare le restrizioni su difesa e sicurezza dell’articolo 9 della Costituzione. Come più volte sottolineato su NEO, trovare la soluzione al problema è l’obiettivo principale del l’intera carriera politica del leader del LDP ed attuale primo ministro Shinzo Abe.
Oggi possiamo sicuramente dire che Abe sarà di nuovo a capo del LDP nelle elezioni parlamentari del prossimo anno. Inoltre, non esistono tendenze visibili che possano impedire al LDP di vincere e ad Abe di restare primo ministro (per la terza volta). Pertanto, la tendenza “restaurazionista” continuerà (e riprenderà ritmo) a dominare il processo del cambiamento della struttura socio-politica del Giappone. Il Giappone entra in un periodo di grandi cambiamenti e, seguendo la tradizione storica, dovrebbe essere guidata dal nuovo imperatore, il cui regno avrà un proprio nome. Ovviamente, il tempo non risparmia nessuno e gli argomenti che l’imperatore Akihito ha usato per spiegare l’intenzione di andare in pensione, sono abbastanza convincenti. Ma non è certo una coincidenza che il suo discorso avvenisse in questo momento, quando il processo di “rinnovamento” completo del Paese ha appena mostrato la tendenza ad accelerare. Tuttavia, l’erede (il 56enne Naruhito, primogenito di Akihito), non può ancora salire al trono non esistendo una procedura legale presso la famiglia imperiale nel sostituire il monarca ancora in vita. La preparazione delle necessarie modifiche legislative, dall’ottobre 2016, è gestita da una commissione governativa speciale composta da 16 avvocati. La bozza della legge è soggetta all’approvazione del governo, seguita dalla presentazione al Parlamento. Attualmente non ci sono rapporti su differenze nella commissione, i cui membri ancora condividono uno stato d’animo “favorevole” ai desideri dell’imperatore. Il pubblico vuole apparentemente lo stesso. L’esame da parte del Parlamento del progetto di legge è fissato per maggio. Se approvato, Akihito lascerà l’incarico il 1° gennaio 2019.
L’insediamento del nuovo imperatore sarà accompagnato dalla comparsa di un nuovo meme, che segnerà il continuo processo di profonda trasformazione dell’immagine socio-politica, culturale e militare del Giappone. È del tutto possibile che qualcosa di simile alla parola “restauro” venga utilizzata. Gli attori regionali e globali dovranno accettare il ritorno del Giappone al “grande gioco geopolitico”, dato che ne è uno dei membri più importanti. Del resto, dovettero accettarlo per la Germania, alleata del Giappone durante la seconda guerra mondiale.Vladimir Terekhov, esperto sui temi della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sud America in pericolo: gli USA installeranno una nuova base militare in Perù

Ariel Noyola Rodriguezprovincias-loretoDopo l’impeachment parlamentare di Dilma Rousseff (Brasile) e l’arrivo di Mauricio Macri alla Casa Rosada (Argentina), gli Stati Uniti cercano disperatamente di aumentare la propria presenza militare in America Latina, e in particolare nel Cono Sud. Il Perù, uno dei Paesi dell’Alleanza del Pacifico, è l’ultima vittima delle incursioni imperiali di Washington. Il governo regionale di Amazonas (Perù) approvava alla fine del 2016 l’installazione di una nuova base militare degli Stati Uniti che, per l’opinione pubblica, viene presentata come centro di risposta alle catastrofi naturali.
Solo a un paio di giorni dall’uscita dalla Casa Bianca, Barack Obama decideva di non perdere l’opportunità di rafforzare il dispiegamento di forze statunitensi in Sud America. E’ il caso del governo regionale di Amazonas (Perù), del Comando del Sud America (‘US Southern Command’) e della società Partenon Contractista EIRL, che hanno firmato il progetto per installare una nuova base militare camuffata da Centro operativo d’emergenza regionale (COER) di Amazonas. Il finanziamento dell’opera sarà poco più 1,35 milioni di dollari, al 29 dicembre 2016, e sarà completato in circa 540 giorni. Secondo le informazioni fornite dal governo peruviano, la base militare degli Stati Uniti avrà un eliporto di 625 metri quadrati; due edifici, il primo un magazzino per aiuti umanitari da 1000 metri quadrati, e il secondo per ospitare il COER insieme ai moduli operativi (logistica, comunicazione, monitoraggio e analisi, ecc); inoltre disporrà di una sala riunioni, una multimediale, camere da letto e un parcheggio di 800 metri quadrati. Senza dubbio, questo è interventismo travestito da aiuti umanitari. Contrariamente a ciò che svolgerebbe ufficialmente, non si tratta della strategia per rafforzare la capacità di risposta dei peruviani alle calamità naturali. I militari degli Stati Uniti affondano gli artigli nel Cono Sud con l’approvazione del presidente del Perù Pedro Pablo Kuczynski. La sovranità del Sud America è in pericolo.
Gli Stati Uniti non hanno più bisogno di lanciare guerre di conquista per affermare la propria egemonia sul territorio latino-americano; ora il dominio avviene in modo molto più sottile: attraverso iniziative per la militarizzazione segreta. Oltre alla lotta al terrorismo, Washington utilizza la lotta al narcotraffico e un presunto impegno a rispettare i diritti umani come scuse per immischiarsi negli affari interni di altri Paesi.
Il Perù è una piattaforma decisiva per gli Stati Uniti nel consolidare il loro piano per dominare il Sud America, una zona che, come sappiamo, ha immense riserve strategiche in risorse naturali (gas, petrolio, metalli, minerali, etc.). Almeno negli ultimi dieci anni, i governi sudamericani hanno inflitto una tremenda battuta d’arresto all’influenza economica e geopolitica degli Stati Uniti nel continente. Tuttavia, dal 2009 il Perù non oppone resistenza alle incursioni imperiali di Washington, diventando uno dei Paesi latino-americani dalla maggiore presenza di forze armate degli Stati Uniti nel territorio, e prima di approvare l’installazione della nuova base militare nel dipartimento di Amazonas, il Comando Sud degli stati Uniti si era stabilito comodamente nelle regioni di Lambayeque, Trujillo, Tumbes, Piura, San Martin e Loreto. Va notato che la cooperazione militare tra Washington e Lima è non limitata all’installazione di basi militari; gli Stati Uniti sono entrati pienamente nell’apparato della sicurezza e della difesa. Con l’autorità del Ministero della Difesa del Perù, le Unità speciali d’intervento del Comando congiunto delle Forze Armate, il Comando per l’intelligence e le operazioni speciali congiunte e la componente speciale VRAEM sono stati addestrati dalle forze statunitensi tra maggio e settembre 2016. In parallelo, le forze peruviane hanno condotto una serie di esercitazioni militari congiunte con gli Stati Uniti, secondo le loro argomentazioni, per rafforzare la strategia difensiva verso aggressioni estere; una delle esercitazioni più importanti è Forze Silenziose (SIFOREX, in breve), che si svolge ogni due anni nel mare di Grau, considerata uno delle maggiori esercitazioni navali internazionali.
Il Perù riflette chiaramente come il Sud America viva momenti critici e una forte campagna d’infiltrazione. Insieme alle difficoltà economiche, la regione è vittima di una potente offensiva estera che cerca, sotto varie forme, di rafforzare la presenza di Washington. Le incursioni militari statunitensi nella regione avanzano rapidamente grazie ai vari governi conservatori, soprattutto dall’arrivo di Mauricio Macri alla presidenza dell’Argentina e dall’impeachment parlamentare di Dilma Rousseff in Brasile, e nel continuo sforzo per minare l’influenza di Paesi come Cina, Russia e Iran. Armare fino ai denti il Perù è vitale per gli Stati Uniti, per poter installare un’altra base militare in Argentina, proprio al confine con Paraguay e Brasile. Indubbiamente, la costruzione di un futuro migliore per i Paesi del Sud America è in serio pericolo…naval-forces-conclude-siforexTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Restaurazione Meiji e la creazione del Giappone contemporaneo

Fascinant Japonslide-8Nel 1869 il governo abolì il sistema delle quattro caste impermeabili sostituendolo con una gerarchia:
Nobiltà, aristocratici e signori (Kazoku)
Guerrieri di rango superiore (Shizoku)
Guerrieri di rango inferiore (Satsu), la terza nobiltà fu abolita nel 1872, e i guerrieri si unirono al popolo (Heimin), il resto della popolazione.
Questo sistema di tre classi durò fino al 1945. Nel 1870, il divieto ai samurai di praticare il commercio fu abolita, come la proibizione del matrimonio tra individui di classi diverse. Ciò si tradusse in numerose alleanze tra samurai e commercianti, dando vita al ceto degli imprenditori (futuri Zaibatsu). Nel 1871, per compensare l’abolizione dei feudi (domini), lo Stato risarcì i samurai, ma fu costoso, e nel 1874 si decise di por fine ai privilegi feudali (compresa la retribuzione). L’ultima azione del governo verso i samurai fu una somma forfettaria distribuita ai nuovi disoccupati. Molti si trovarono in condizioni di povertà, mentre altri si legarono ai commercianti più esperti. Furono alla base del capitalismo in Giappone. Di fronte alla scomparsa volontaria dei samurai, il governo istituì l’esercito centralizzato di tipo occidentale, introducendo la coscrizione (servizio militare obbligatorio). Il nuovo esercito era essenziale per creare lo Stato moderno. La sua missione era difendere il Giappone dall’aggressione occidentale. La Cina veniva erosa dagli occidentali, spingendo i giapponesi a ripensare la politica estera. Nel Paese, l’esercito garantì la coesione del popolo sotto la guida dell’imperatore. Fu anche grazie all’esercito che si poté eliminare i samurai. Con la leva obbligatoria, l’ideologia imperiale si diffuse nella società. Il Bushido, l’etica confuciana militare, fu la base giuridica dello Stato nazionalista. Tale etica si rifletté nel Proclama imperiale ai soldati e marinai (1882).
17986aNel 1869 fu creata la guardia imperiale, reclutando samurai. Fu creata l’accademia militare e furono modernizzati e nazionalizzati gli arsenali. Nel 1871, con l’abolizione dei domini, fu emesso il decreto per l’integrazione degli eserciti della Corona nell’esercito imperiale dal monopolio sulle armi. Nel 1873, il servizio militare triennale fu reso obbligatorio per gli uomini di 21 anni, ma aristocratici della corte, famiglie dei Signori e capifamiglia ne furono esenti. Il costume tradizionale fu bandito ed imposta l’uniforme occidentale. La spada fu riservata agli ufficiali, simbolo del comando. Fu creata, assieme all’esercito, l’università, volta ad integrare la nazione. Prima del 1868 molti ancora s’istruivano negli istituti religiosi privati. L’istruzione andava riformata. Vi furono tre scuole di pensiero. I classici confuciani (che sostenevano lo studio dei principi etici), i sostenitori degli studi nazionali (spesso mitogaku che sostenevano le virtù di obbedienza, patriottismo e sacrificio per l’imperatore) e gli intellettuali (che viaggiavano ed erano molto vicini all’occidente, impressionati dal liberalismo). Insegnavano inglese, matematica e le virtù dell’uguaglianza o dell’autorealizzazione personale. Un famoso sostenitore di questa scuola fu Fukuzawa Yukichi. Fino ai primi anni del 1880, dominavano gli scolastici occidentali, era l’età dell’illuminismo liberale. Misero in discussione il vecchio regime volgendosi verso l’occidente. Ma dalla metà degli anni 1880, tornarono confucianesimo e nazionalismo. Tale cambiamento fu simboleggiato dal testo imperiale (Chokugo) sull’istruzione (Kyoiku) del 1890. Il Kyoiku Chokugo imponeva a tutte le classi il ritratto dell’imperatore, evidenziando i valori dell’obbedienza e del sacrificio. La scuola era mista e obbligatoria fino a 12 anni, affiancata dall’istruzione superiore. Il terzo grande veicolo della diffusione dell’ideologia nazionalista imperiale fu lo Shinto. Nel 1868 si manifestò la volontà imperiale del Saisei Ichi, l’unità tra rituale religioso e governo. Lo Shinto divenne religione di Stato, basandosi sul Kojiki per giustificare il potere imperiale. Fu creato lo Shinto ufficiale, depurato dal buddhismo che cadde in disuso. Nel 1871, la religione ufficiale fu lo Shinto e i suoi ministri furono nominati e salariati dal governo. Ogni cittadino si registrava nel santuario della città natale. Moriva lo Shinto popolare.
Per meglio regolare i rapporti tra i soggetti, il governo introdusse il diritto occidentale nella vita giapponese. Nel 1880, con il sostegno del giurista francese Gustave Boissonade fu promulgato il primo codice penale. Ma la legge francese fu considerata liberale e individualista, e le fu preferita la legge tedesca, basata soprattutto sulla figura dell’imperatore. Questo codice del 1907 è ancora in vigore. Vi si aggiunsero dal 1897 elementi originali quale il concetto di Ie, cioè la famiglia patriarcale. Un paradosso giapponese vuole che la legge del concetto dell’autodifesa dell’individuo (come la Magna Carta), in Giappone sia legata ai valori gerarchici patriarcali autoritari, in totale opposizione al concetto stesso d’individuo. Quindi vi è una contraddizione ideologica permanente che continua ad oggi. Idealismo e tradizionalismo s’inseriscono assieme nello Stato moderno. Non va dimenticato che tale progresso (nel senso neutro) avviene molto rapidamente. La restaurazione è anche una rivoluzione dall’alto. I samurai che vedono abolito il loro status, rinascono sotto nuove forme. Il fatto che il loro potere non si basasse sui beni valse certamente qualcosa.getimage-exeLa rivolta dei samurai e il movimento per i diritti e la libertà
Gli oligarchi si affidarono ai samurai di basso rango per abolirne la casta e assumerli. Lo Stato condannò severamente gli shishi che attaccavano gli stranieri. Furono metodicamente eliminati. L’introduzione della coscrizione promosse il monopolio delle armi e vietò l’uso delle spade (Hei Torei, 1876). Molti samurai capirono di essere stati manipolati. Due grandi ribellioni scoppiarono: a Saga nel 1874, e a Satsuma nel 1877. Nel 1874, a Saga i samurai si chiusero nella loro roccaforte rifiutando la sottomissione. Si tratta di un episodio famoso nella storia del Giappone (vedasi Ran di Akira Kurosawa). Nel 1873, l’oligarca Saigo Takamori fu dimissionato a seguito di una disputa con i membri del consiglio. Voleva invadere la Corea, ma gli oligarchi si opposero. Tornato nel suo feudo, si ribellò nel 1874 creando un esercito di 40000 samurai che si oppose per tre anni al nuovo esercito di leva. Gli storici chiamano questo episodio Seinan Senso. I coscritti armati di cannoni schiacciarono i samurai. Saigo Takamori fece seppuku nella sua roccaforte, secondo gli antichi principi. Una mossa che gli valse il riconoscimento postumo del Meiji, contro cui si era ribellato. Il malcontento dei samurai non si espresse solo con le ribellioni. L’opposizione politica insorse tra gli oligarchi, fu il Jiyu Minken Undo (Movimento popolare per i diritti e la libertà). Itagaki Taisuke fu l’istigatore del movimento. Impressionato dalle teorie liberali occidentali di Rousseau e Locke, fondò dal 1874 piccole società politiche locali. I samurai che frequentavano questi gruppi espressero la loro insoddisfazione. Erano circoli molto chiusi, elitari, che sostenevano l’elezione di un’assemblea e il diritto di voto per le élite mercantile e politica. Nel 1880 nacque il Kokka Kisei Domei (Lega per creare l’assemblea nazionale). I suoi membri diffusero petizioni. Il Kokka Kisei Domei creò il primo partito politico del Giappone, il Jiyuto, nel 1881. Le pressioni di Ito Hirobumi e altri oligarchi furono molte. Si pubblicò nel 1875 il decreto per controllare la stampa, mirando a sbarazzarsi della stampa politica. Nello stesso anno si pubblicò un decreto che limitava il diritto di assemblea. Il 1900 fu l’anno della Keisatsu Chian-ho, la legge di polizia contro la libertà di associazione, riunione ed espressione. Dominò la mentalità fino al 1945. L’opposizione cercò di convincere Ito Hirobumi dell’utilità delle concessioni e delle riforme per la democrazia. I movimenti di opposizione ebbero un ruolo nella costituzione del 1889.shiroyamabattleTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come gli USA attaccano i governi di sinistra latinoamericani

Alexander Main e Dan Beeton, Mondialisation, 7 ottobre 2016 – Jacobin 29 settembre 2015

Per chi sia interessato alle relazioni internazionali in America Latina, e più in particolare alla politica estera degli Stati Uniti nella regione, i cablo diplomatici statunitensi pubblicati da WikiLeaks sono un’inaspettata ricchezza di informazioni che va oltre parole e dichiarazioni, avvicinando le azioni. Alexander Main e Dan Beeton, che lavorano presso il Centro per la ricerca economica e politica (Washington DC), hanno partecipato al lavoro collettivo Files Wikileaks: Il mondo secondo l’impero USA (2015). In questo testo, pubblicato il 29 settembre 2015 sul sito web della rivista Jacobin, gli autori riassumono l’interferenza contemporanea degli USA in diversi Paesi dell’America Latina, riflessa dai dispacci diplomatici. Conclusero nel settembre 2015 che “nonostante gli attacchi incessanti degli Stati Uniti, la sinistra domina in America Latina. Con l’eccezione di Honduras e Paraguay, dove colpi di Stato di destra hanno rovesciato governi legittimi, i movimenti di sinistra sono andati al potere negli ultimi quindici anni”. Un anno dopo, con l’elezione di Mauricio Macri in Argentina (10 dicembre 2015), la rimozione di Dilma Rousseff in Brasile (31 agosto, 2016) e i problemi economici e politici del governo di Nicolás Maduro in Venezuela, il panorama è chiaramente offuscato.1001648All’inizio dell’estate 2015, il mondo vide la Grecia tentare di resistere a un diktat neoliberista disastroso e di conseguenza ricevere una severa reprimenda. Quando il governo greco, di sinistra, decise di tenere un referendum nazionale sul programma di austerità imposto dalla troika, la Banca centrale europea rispose limitando la liquidità concessa alle banche greche. Di conseguenza, le banche del Paese dovettero chiudere a lungo e la Grecia affondò nella recessione. Nonostante lo schiacciante rifiuto del programma di austerità da parte dell’elettorato, la Germania e il cartello dei creditori europei ignorarono la democrazia e ottennero ciò che volevano: l’adesione completa della Grecia della loro agenda neoliberista. Per quindici anni, una battaglia simile si è svolta contro il neoliberismo nel continente, per lo più sconosciuta al pubblico. Anche se inizialmente Washington cercò di reprimere ogni opposizione, la resistenza dell’America Latina all’agenda neoliberista in sostanza vinse. Si tratta di un’avventura epica che abbiamo scoperto esplorando il grande tesoro dei dispacci diplomatici pubblicati da Wikileaks. Il neoliberismo si era ben consolidato in America Latina molto prima che Germania e autorità della zona euro cercassero d’imporre adeguamenti strutturali alla Grecia e ad altri Paesi periferici indebitati. Facendo uso di coercizione (condizionando i prestiti del FMI, per esempio) e indottrinamento (anche attraverso la formazione, sostenuta dagli Stati Uniti, dei “Chicago Boys” nella regione), gli Stati Uniti a metà anni ’80 imposero in America Latina il vangelo delle austerità fiscale, deregolamentazione, “libero commercio”, privatizzazione e drastica riduzione del pubblico. Il risultato appare sorprendentemente simile a quello osservato in Grecia: stagnazione della crescita (praticamente alcun aumento del reddito pro-capite dal 1980 al 2000), povertà crescente, declino del tenore di vita di milioni di persone e moltiplicazione per aziende ed investitori stranieri delle opportunità di guadagnare denaro facile. Entro la fine degli anni ’80, la regione entrò in tensione e rivolta contro le politiche neoliberiste. Inizialmente, la ribellione fu spontanea e disorganizzata, come nel caso della rivolta del Caracazo in Venezuela nelle prime settimane del 1989 [1]. Ma più tardi, gli avversari del neoliberismo cominciarono a vincere le elezioni e, con grande sorpresa delle dirigenza statunitense, mantennero le promesse elettorali avviando misure contro la povertà e le politiche eterodosse che ribadiscono il ruolo dello Stato nell’economia. Dal 1999 al 2008, le elezioni presidenziali furono vinte dai candidati di sinistra in Venezuela, Brasile, Argentina, Uruguay, Bolivia, Honduras, Ecuador, Nicaragua e Paraguay. Troviamo gran parte della storia degli sforzi del governo degli Stati Uniti per contenere e invertire l’ondata antineoliberale nelle decine di migliaia di cablo, diffusi da Wikileaks, delle missioni diplomatiche statunitensi nella regione, dai primi anni di George W. Bush all’inizio della amministrazione Obama.
I cablo che analizziamo nel libro The Files Wikileaks: Il mondo secondo l’impero degli Stati Uniti, illuminano i meccanismi d’intervento politico quotidiani di Washington in America Latina (e il ridicolo ritornello ripetuto dal dipartimento che afferma che “gli Stati Uniti non interferiscono nella politica interna di altri Paesi“). Sostegno economico e strategico è previsto ai gruppi di opposizione di destra, anche violenti e antidemocratici. I cablo riflettono anche in modo vivido l’ideologia dei rappresentanti degli Stati Uniti, che ragionano come fossero nella guerra fredda e cercano misure coercitive simili a quelle per soffocare la democrazia greca. Naturalmente, i media mainstream hanno largamente ignorato tale imbarazzante cronaca dell’aggressione imperialista, preferendo concentrarsi sulle bubbole diplomatiche degli USA invece che sulle azioni imbarazzanti ed illegali dei funzionari all’estero. I pochi esperti che hanno condotto un’analisi esaustiva dei cablo, in genere sostengono che non vi sia alcuna differenza significativa tra discorso ufficiale degli Stati Uniti e realtà rappresentata nei cablo. Dando retta agli analisti delle relazioni internazionali degli Stati Uniti, “non si trova l’immagine degli Stati Uniti quale burattinaio onnipotente che tira le fila dei governi nel mondo per gli interessi delle proprie aziende“. L’esame dettagliato dei cablo però smentisce tale asserzione.

“Questo non è un ricatto”
evo_morales_copia1 Alla fine del 2005, Evo Morales vinse in modo schiacciante le elezioni presidenziali della Bolivia su una piattaforma focalizzata su riforma della Costituzione, diritti degli indiani e impegno a combattere povertà e neoliberismo. Il 3 gennaio, due giorni dopo l’elezione, Morales ricevette la visita dell’ambasciatore degli Stati Uniti David L. Greenlee, che non perse tempo: gli aiuti concessi dagli Stati Uniti alla Bolivia saranno condizionati dal buon comportamento del governo Morales. La scena poteva essere stata tratta dal film Il Padrino: “L’ambasciatore ha sottolineato l’importanza del contributo degli Stati Uniti per le istituzioni leader internazionali, da cui dipende l’aiuto concesso alla Bolivia, come ad esempio Banca internazionale per lo sviluppo (BIS), Banca mondiale e Fondo monetario internazionale. “Quando si pensa al BIS, si pensa agli Stati Uniti”, disse l’ambasciatore. “Questo non è un ricatto, ma la pura realtà“.” Ma Morales attuò il suo programma. Nei giorni seguenti all’arrivo al comando, annunciò l’intenzione di regolare il mercato del lavoro, ri-nazionalizzare gli idrocarburi e approfondire la cooperazione con la nemesi di Washington, Hugo Chávez. In risposta, Greenlee avanzò una “gamma di opzioni” per forzare Morales a piegarsi alla volontà del governo degli Stati Uniti: imporre il veto sulla concessione dei prestiti multilaterali, da diversi milioni di dollari, rinviare l’alleggerimento programmato del debito multilaterale, scoraggiare la Millennium Challenge Corporation dal fornire assistenza finanziaria (che la Bolivia non ha ancora ricevuto, anche se è uno dei Paesi più poveri dell’emisfero) e fermare il “sostegno materiale” alle forze di sicurezza boliviane. Purtroppo per il dipartimento di Stato, fu subito chiaro che, come previsto, tali minacce sarebbero rimaste lettera morta. Morales aveva già deciso di ridurre fortemente la dipendenza della Bolivia dal credito multilaterale che richiedeva l’approvazione del Tesoro degli Stati Uniti. Nelle settimane seguenti l’insediamento, Morales annunciò che la Bolivia non si sentiva in debito con il FMI e avrebbe lasciato estinguere il contratto di finanziamento stipulato con questi. Anni dopo, Morales consigliò alla Grecia e ad altri Paesi europei indebitati a seguire l’esempio della Bolivia e di “liberarsi dal diktat economico del Fondo monetario internazionale“. Impossibilitato ad imporsi su Morales, il dipartimento di Stato si dedicò a rafforzare l’opposizione in Bolivia. Aiuti furono concessi dagli Stati Uniti alla regione della Media Luna [2] controllata dall’opposizione aumentarono. Un cablo dell’aprile 2007 si occupa del “maggiore impegno dell’USAID nel consolidare le amministrazioni regionali, in modo da controbilanciare il governo centrale”. Un rapporto dell’USAID del 2007 afferma che l’Ufficio delle Iniziative di Transizione (ITO) “aveva approvato 101 sovvenzioni per un totale di 4066131 di dollari per aiutare i governi dipartimentali a migliorare la loro strategia”. Crediti inoltre furono concessi ai gruppi indiani locali “contrari alla visione di Evo Morales delle comunità indiane”. Un anno dopo, i dipartimenti della Media Luna si ribellarono apertamente al governo Morales, prima tenendo un referendum sull’autonomia, dichiarato illegale dalla magistratura nazionale, e quindi sostenendo dimostrazioni violente in favore dell’autonomia in cui fu uccisa almeno una ventina di sostenitori del governo. Molti credevano che un colpo di Stato fosse imminente. La situazione si calmò su pressione di tutti gli altri presidenti del Sud America, che dichiararono congiuntamente sostegno al governo costituzionale del Paese. Ma mentre il blocco sudamericano supportava Morales, gli Stati Uniti comunicavano regolarmente con i capi dei movimenti di opposizione separatisti, anche se evocavano apertamente la possibilità di “distruggere i gasdotti” e “la violenza come opportunità per costringere il governo ad impegnarsi seriamente nel dialogo…” A differenza della posizione ufficiale negli eventi di agosto e settembre 2008, il dipartimento di Stato considerò sul serio la possibilità di un colpo di Stato contro il Presidente boliviano Evo Morales, o il suo assassinio. Un cablo rivela l’intenzione dell’ambasciata degli Stati Uniti a La Paz di prepararvisi: “Il comitato d’azione di emergenza svilupperà, con la squadra di valutazione situazionale del Comando Sud statunitense, un piano di risposta rapida in caso di emergenza improvvisa, vale a dire un tentativo di colpo di Stato o la morte del Presidente Morales“, si legge sul cablo. Gli eventi del 2008 furono presentati quale maggiore sfida alla presidenza di Morales, quando la possibilità di perdere il potere era vicina. I preparativi dell’ambasciata per la possibile caduta di Morales indicano che almeno gli Stati Uniti consideravano vera la minaccia su di lui. Il fatto è che non dissero al pubblico chi Washington appoggiasse nel conflitto, e quali risultati avrebbe probabilmente preferito.

Un lavoro meccanico
1004671 Alcuni metodi d’intervento applicati in Bolivia riapparvero in altri Paesi guidati da governi di sinistra. Così, dopo il ritorno dei sandinisti al potere in Nicaragua nel 2007, l’ambasciata degli Stati Uniti a Managua accelerò il rafforzamento del sostegno al partito di destra, l’Alleanza Liberale del Nicaragua (ALN). Nel febbraio 2007, il personale dell’ambasciata incontrò il capo della pianificazione della NLA e le spiegò che gli Stati Uniti “non forniscono assistenza diretta ai partiti politici“, suggerendo di aggirare tale limitazione rafforzando i legami con le ONG amiche, per ricevere fondi dagli Stati Uniti. La rappresentante della NLA disse che avrebbe mandato “l’elenco completo delle ONG che di fatto sostenevano l’azione della NLA” e l’ambasciata prese accordi affinché “incontrasse presto gli amministratori locali dell’IRI (International Republican Institute) e del NDI (National Democratic Institute for International Affairs)“. Fu anche scritto nel cablo che l’ambasciata “osserverà da vicino la raccolta dei fondi per sviluppare le capacità della NLA”. Bisognerebbe far leggere questi cablo a coloro che studiano la diplomazia statunitense e a coloro che cercano di sapere cos’è esattamente il sistema di “promozione della democrazia” degli Stati Uniti. Attraverso USAID, National Endowment for Democracy (NED), NDI, IRI e altri organismi parastatali, il governo degli Stati Uniti da notevole sostegno ai movimenti politici che appoggiano gli obiettivi economici e politici degli Stati Uniti. Nel marzo 2007, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Nicaragua chiese al dipartimento di Stato di pagare “nei prossimi quattro anni 65 milioni in più del solito, per le prossime elezioni presidenziali“, finanziando “il consolidamento di partiti politici e organizzazioni non governative” democratici e “piccoli sussidi occasionali dell’ultimo momento, per raddoppiare gli sforzi dei gruppi nel difendere la democrazia in Nicaragua, far avanzare i nostri interessi e combattere chi ci attacca“.
In Ecuador, l’ambasciata degli Stati Uniti si oppose all’economista di sinistra Rafael Correa ben prima delle elezioni del 2006 che lo portarono al potere. Due mesi prima delle elezioni, il consigliere politico dell’ambasciata allertò Washington sul rischio che Correa “aderisse al gruppo di leader sudamericani nazional-populisti Chávez, Morales e Kirchner“, aggiungendo che l’ambasciata “ha avvertito i nostri contatti politici, economici e mediatici sulla minaccia che Correa rappresenta per il futuro dell’Ecuador incoraggiando fortemente a costruire alleanze che controbilancino il radicalismo evidente di Correa“. Subito dopo l’elezione di Correa, l’ambasciata inviò il suo piano d’azione al dipartimento di Stato: “Non abbiamo alcuna illusione che le sole azioni del USG [3] bastino a cambiare la direzione del governo o del Congresso, ma speriamo di aumentare l’influenza lavorando con altri ecuadoriani e altri gruppi che condividono le nostre idee. Senza l’azione, le riforme proposte da Correa e il suo atteggiamento nei confronti del Congresso e dei tradizionali partiti politici potrebbero estendere l’attuale periodo di tensioni e instabilità politica”. I peggiori timori dell’ambasciata si verificarono. Correa annunciò che avrebbe chiuso la base aerea statunitense di Manta, aumentato la spesa sociale e spinto per la convocazione dell’assemblea costituente. Nell’aprile 2007, gli ecuadoriani votarono per l’80% l’assemblea costituente proposta, e il 62% degli elettori approvò la nuova costituzione nel 2008, che comprende vari principi progressisti come sovranità alimentare, diritto ad alloggio, assistenza sanitaria e lavoro, e controllo dell’esecutivo sulla banca centrale (enorme sasso nello stagno neoliberista). All’inizio del 2009, Correa annunciò che l’Ecuador non avrebbe rimborsato parte del debito estero, mettendo in allarme l’ambasciata, assieme alle altre misure come la decisione di Correa di rafforzare i legami tra l’Ecuador e gli Stati membri dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA) [4]. Ma l’ambasciatore era anche consapevole che gli Stati Uniti avevano poco potere su Correa: “Spieghiamo privatamente che le azioni di Correa avranno conseguenze nelle relazioni con la nuova amministrazione Obama, evitando di fare dichiarazioni pubbliche che sarebbero controproducenti. Non consigliamo di smettere i programmi dell’USG utili ai nostri interessi perché non incoraggiano Correa ad essere più pragmatico”. La sospensione parziale dei pagamenti dell’Ecuador diede i suoi frutti e permise al governo di risparmiare quasi due milioni. Nel 2011, Correa consigliò di applicare lo stesso rimedio ai Paesi indebitati europei, tra cui la Grecia, consigliandogli di non onorare i debiti ed ignorare il parere del FMI.

La piazza è in fermento
576160 Durante la guerra fredda, la presunta minaccia dell’espansione del comunismo sovietico-cubano fu utilizzata per giustificare gli innumerevoli interventi per far cadere i governi di sinistra e sostenere regimi militaristi. Allo stesso modo, i cablo di WikiLeaks mostrano che negli anni 2000 lo spettro del “bolivarismo” del Venezuela fu utilizzato per giustificare gli interventi contro i nuovi governi di sinistra ostili al neoliberismo, come la Bolivia, accusati di essere “apertamente caduta nel grembo del Venezuela“, o l’Ecuador, considerato “cavallo di Troia di Chávez“. Le relazioni degli Stati Uniti con il governo di Hugo Chávez degenerarono subito. Chavez, eletto presidente nel 1998, al contrario di tutte le politiche economiche neoliberiste, forgiò stretti legami con la Cuba di Fidel Castro e criticò fortemente l’attacco dell’amministrazione Bush all’Afghanistan dopo gli attentati dell’11 settembre, e gli Stati Uniti richiamarono l’ambasciatore a Caracas dopo che Chavez disse: “non si può combattere il terrorismo con il terrorismo“. In seguito, rafforzò il controllo dello Stato sull’industria del petrolio, aumentando le royalties pagate dalle società estere e usando i proventi del petrolio per finanziare l’accesso ai programmi su salute, educazione e alimentari per i poveri. Nell’aprile 2002, l’amministrazione Bush sostenne pubblicamente il colpo di Stato militare che spodestò Chavez per quarantotto ore. I documenti del National Endowment for Democracy ottenuti in base al Freedom of Information Act, mostrano che gli Stati Uniti finanziarono e addestrarono i gruppi che “promuovono la democrazia” che sostennero il colpo di Stato e parteciparono ai tentativi di rovesciare Chavez come lo “sciopero” della compagnia petrolifera che paralizzò l’industria alla fine del 2002 e portò il Paese in recessione. I cablo di WikiLeaks rivelano che, dopo che tali tentativi per rovesciare il governo legittimo fallirono, gli Stati Uniti continuarono a supportare l’opposizione venezuelana attraverso NED e USAID. In un cablo del novembre 2006, l’allora ambasciatore William Brownfield spiegò la strategia seguita da USAID e ITO per minare l’amministrazione Chávez: “Nell’agosto del 2004, l’ambasciatore presentò la strategia in cinque punti elaborata per guidare le attività dell’ambasciata in Venezuela nel periodo 2004-2006… tale strategia è riassunta così: 1) rafforzamento delle istituzioni democratiche; 2) infiltrazione nella base politica di Chávez; 3) dividerne i sostenitori; 4) proteggere le aziende statunitensi; 5) isolare Chavez a livello internazionale”. Gli stretti legami tra l’ambasciata degli Stati Uniti e vari gruppi di opposizione sono evidenti in molti cablo, uno di Brownfield stabilisce la relazione tra Sumate, ONG dell’opposizione che ebbe un ruolo centrale nelle campagne dell’opposizione, e “i nostri interessi in Venezuela”. Altri cablo dimostrano che il dipartimento di Stato esercitò pressioni per il sostegno internazionale a Sumate, incoraggiando gli Stati Uniti a fornire sostegno finanziario, politico e legale all’organizzazione, soprattutto attraverso la NED. Nell’agosto 2009, il Venezuela fu scosso da violente proteste dell’opposizione (come spesso accade contro il governo di Chavez e del successore Nicolas Maduro). Un cablo segreto dal 27 agosto riprende i propositi della Development Alternatives Inc. (DAI), un’organizzazione assunta da USAID/OTI che affermava che “tutti” coloro che protestano contro Chávez “beneficiano del nostro aiuto“: “Il dipendente della DAI Eduardo Fernandez ha detto che “la piazza è in fermento”, riferendosi alle proteste contro gli sforzi di Chávez per consolidare il potere, e che “tutti costoro (gli organizzatori delle proteste) beneficiano del nostro aiuto”.” I cablo rivelano anche che il dipartimento di Stato istruì e aiutò un capo studentesco che sapeva aver incoraggiato la folla a “linciare” un governatore chavista: “Durante il colpo di Stato del 2002, (Nixon) Moreno partecipò alle manifestazioni organizzate nello Stato di Merida, a capo di una folla che marciò sulla capitale dello Stato con l’intento di linciare il Governatore dell’MVR Florencio Porras“. [5] Tuttavia, pochi anni dopo, secondo un altro cablo, “Moreno partecipò nel 2004 al programma Visitor International del dipartimento di Stato, nel 2004“. Più tardi, Moreno era ricercato per tentato omicidio e minacce a un’agente di polizia, tra le altre ragioni.
531998 Sempre secondo la strategia in cinque punti descritta da Brownfield, il dipartimento di Stato operò per isolare il governo venezuelano sulla scena internazionale e contrastarne l’influenza nella regione. Leggiamo in diversi cablo che le missioni diplomatiche degli Stati Uniti nella regione si coordinarono per far fronte alla “minaccia” regionale del Venezuela. Come Wikileaks rivelò nel dicembre 2010, i capi delle missioni statunitensi in sei Paesi dell’America Latina s’incontrarono in Brasile nel maggio 2007 per adottare una risposta unica ai presunti “piani aggressivi” del Presidente Chávez… “creando un movimento bolivariano unificato in America Latina“. Tra le altre cose, i capi missione decisero di “continuare a rafforzare i legami con i capi militari nella regione che condividono le nostre preoccupazioni su Chavez“. Un incontro simile dei capi missione degli Stati Uniti in America centrale, che si concentrò sulla “minaccia delle attività politiche populiste nella regione“, si tenne nell’ambasciata degli USA in El Salvadorm nel marzo 2006. I diplomatici statunitensi si spesero molto per evitare che i governi di Caraibi e Centro America aderissero a Petrocaribe, iniziativa regionale del Venezuela che permette ai membri di ricevere petrolio a condizioni molto favorevoli. Dai cablo resi pubblici si apprende che gli statunitensi affermavano, pur riconoscendo i vantaggi economici dell’accordo per i Paesi membri, di essere preoccupati che Petrocaribe aumentasse l’influenza politica del Venezuela nella regione. Ad Haiti, l’ambasciata collaborò strettamente con le principali compagnie petrolifere per impedire al governo di entrare in Petrocaribe, ammettendo però che “risparmierebbe 100 milioni di dollari all’anno“, e Dan Coughlin e Kim Ives furono i primi a rivelarlo su The Nation. Nell’aprile 2006, l’ambasciata inviò a Port-au-Prince il seguente cablo: “La stazione continuerà a fare pressione sul presidente di Haiti René Préval affinché non aderisca a Petrocaribe. L’ambasciatore s’incontrerà oggi con il primo consulente di Preval Bob Manuel. Alle riunioni precedenti ha detto di aver capito le nostre preoccupazioni e sa che un accordo con Chavez gli causerebbe problemi“.

Il bilancio della sinistra
Venezuelan President Chavez dies Si ricordi che i cablo di WikiLeaks non fanno luce sulle attività dei servizi segreti degli Stati Uniti, e probabilmente rappresentano la punta dell’iceberg delle interferenze politiche di Washington nella regione. Tuttavia, provano ampiamente gli sforzi persistenti e determinati dei diplomatici statunitensi per bloccare i governi indipendenti di sinistra in America Latina, utilizzando la leva finanziaria e altri strumenti della scatola della “promozione della democrazia”, ed anche mezzi violenti e illegali. Anche se l’amministrazione Obama ha ripristinato le relazioni diplomatiche con Cuba, nulla indica che la politica verso il Venezuela e altri governi di sinistra del continente sia cambiata. E’ chiaro che l’ostilità dell’amministrazione verso il governo legittimo del Venezuela non svanisce. Nel giugno 2014, il vicepresidente Joe Biden lanciò l’iniziativa per la sicurezza energetica dei Caraibi, considerata un “antidoto” a Petrocaribe. Nel marzo 2015, Obama disse che il Venezuela è “una grave minaccia alla sicurezza” annunciando sanzioni contro i leader del Venezuela, una decisione criticata all’unanimità dagli altri Paesi della regione. Tuttavia, nonostante gli attacchi incessanti degli Stati Uniti, la sinistra domina in America Latina. Con l’eccezione di Honduras e Paraguay, dove colpi di Stato di destra hanno rovesciato governi legittimi, i movimenti di sinistra sono andati al potere negli ultimi quindici anni. Grazie a questi governi, tra il 2002 e il 2013 il tasso di povertà nella regione è sceso dal 44 al 28% dopo essere cresciuto negli ultimi due decenni. Questi successi, combinati con la volontà dei leader di sinistra di rischiare per liberarsi dal diktat neoliberista, dovrebbe servire da ispirazione alla nuova sinistra europea anti-austerity. Non c’è dubbio che alcuni governi attualmente affrontino notevoli difficoltà per il rallentamento dell’economia regionale che colpisce i leader di destra e sinistra. Ma se si legge tra le righe dei cablo, ci sono buone ragioni per chiedersi se tali difficoltà siano di origine locale. In Ecuador, ad esempio, dove il Presidente Correa è oggetto delle ire della destra e di certa sinistra, le proteste contro la nuova tassa progressiva proposta dal governo è espressa dagli stessi responsabili dell’opposizione con cui, se si crede ai cablo, i diplomatici statunitensi sviluppano tali strategie.
In Venezuela, dove le lacune nel sistema di controllo dei cambi causano un’inflazione elevata, le manifestazioni violente degli studenti di destra hanno gravemente scosso il Paese. E’ sicuro che tali manifestanti ricevano denaro e addestramento da USAID e NED, il cui bilancio per il Venezuela è aumentato dell’80% tra il 2012 e il 2014. I cablo di WikiLeaks hanno ancora molte cose da dirci. Per scrivere i capitoli dei file WikiLeaks sull’America Latina e i Caraibi, abbiamo supervisionato centinaia di cablo e individuato diversi ambiti d’intervento degli Stati Uniti, descritti in dettaglio nel libro (alcuni già notati da altri osservatori). Altri hanno fatto lo stesso per le altre regioni. Ma il numero di cablo è superiore a 250000 (quasi 35000 solo sull’America Latina) e non vi è alcun dubbio che molti altri aspetti importanti della diplomazia degli Stati Uniti attendono di essere portati alla luce. Purtroppo, una volta passato l’entusiasmo creato dalla diffusione dei primi cablo, pochi giornalisti e ricercatori ne sono realmente interessati. Dato che ciò non cambierà, mancherà un resoconto completo della visione che gli Stati Uniti hanno di sé sulla scena mondiale, e la risposta diplomatica alle sfide alla loro egemonia.CHAVISTAS CELEBRAN ANIVERSARIO 24 DE "EL CARACAZO"

Alexander Main e Dan Beeton, Dial, Diffusione delle informazioni sull’America Latina – D3384.

Note
[1] Si veda DIAL 3303 “VENEZUELA dal 27 febbraio al 3 marzo 1989: il Caracazo. Semantica della violenza politica, I parte e II parte.
[2] Zona situata nell’Est del Paese.
[3] Governo degli Stati Uniti: United States Government (USG) in inglese.
[4] Alleanza della sinistra creato su iniziativa di Venezuela e Cuba nel 2004 per contrastare il Trattato di Libero Commercio delle Americhe promosso dall’amministrazione Bush.
[5] Movimento per la Quinta Repubblica è un partito di sinistra fondato da Hugo Chávez

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora