La vendetta di Gheddafi si avvicina

Tunisie Secret 12 novembre 2016

Dalla distruzione della Libia da parte del barboncino di Obama, Nicolas Sarkozy, e del cammello di Hillary, Hamad del Qatar, non ci sono più sicurezza, leggi o soldi. Un terzo dei libici, quasi 3 milioni, è rifugiato in Tunisia, Egitto, Africa ed Europa. Inoltre lo SIIL è ben consolidato in Libia, le milizie islamiste governano gran parte del Paese con terrore, saccheggio e traffico di ogni tipo. Una situazione caotica che ha favorito il ritorno in scena dei gheddafisti. Per la rivista Middle East Eye, Mathieu Galtier analizza questi sviluppi.

15170994Alla deriva da cinque anni, la Libia non ha ancora alcun modello politico permanente. Risultato, gli sconfitti di ieri rientrano nel gioco politico.
La situazione in Libia è così caotica che il neologismo “libianizzazione” prende piede. La combinazione fatale è tra balcanizzazione, divisione dello Stato in zone autonome, e somalizzazione, fallimento del governo a vantaggio delle milizie. Attualmente, il Paese ha tre governi. Negli ultimi cinque anni, la Libia ha vissuto due elezioni generali, un colpo di Stato abortito, l’arrivo dello Stato Islamico (SI) e conflitti etnici a bassa intensità. La crisi è tale che sempre più libici chiedono il ritorno della Jamahiriya (Stato delle masse) creato da Muammar Gheddafi. “Vogliamo liberare la Jamahiriya vittima del colpo di Stato della NATO”, afferma subito Franck Pucciarelli a Middle East Eye, un francese che vive in Tunisia ed è portavoce di un gruppo che riunisce i sostenitori dei comitati rivoluzionari libici e internazionali, che agisce da cinghia di trasmissione dell’ideologia di Gheddafi. Ha spiegato che i membri sono attivi dal 2012 dentro e fuori il Paese. L’organizzazione conterebbe 20000 aderenti in Libia e da 15-20000 ex-militare esiliati sarebbero pronti ad attivarsi. “Possiamo organizzare una rivolta popolare e se il caos prevarrà in Libia, sarà grazie alle nostre azioni”, dice il portavoce. Ahmad, ex-dirigente presso il Ministero degli Esteri, oggi residente in Tunisia, è più misurato. “Abbiamo approfittato dell’instabilità per tornare, ma non abbiamo fatto nulla, dice a MEE. I libici e la comunità internazionale dovranno semplicemente rendersi conto che la Libia non può che essere governata che solo con la Jamahiriya”.

Tre tipi di gheddafisti
I due uomini si concentrano sull’organizzazione politica del Paese dopo la riconquista del potere: un referendum, o plebiscito, per il ritorno della Jamahiriya con la presenza della comunità internazionale per sorvegliarlo. Uno Stato delle masse modernizzato con un Senato che rappresenti le tribù, una camera e soprattutto una costituzione, assenti con Muammar Gheddafi. Uno scenario a cui sorride Qashana Rashid, direttore del Centro del Nord Africa per lo Studio sulla Libia, che ammette una ripresa solida dell’ideologia verde (il colore della Jamahiriya): “Il ritorno del vecchio regime si comprende soprattutto grazie al fallimento della transizione post-rivoluzionaria. Ed è proprio su questo fallimento che puntano gli ideologi gheddafisti per tornare in gioco, non il genuino sostegno popolare. I gheddafisti non potranno mai tornare al potere, ma avranno un peso significativo nelle alleanze strategiche nel futuro della Libia“. Mattia Toaldo, specialista dalla Libia del Consiglio europeo sulle relazioni internazionali, distingue tre tipi di gheddafisti: i sostenitori di Sayf al-Islam, figlio prediletto di Gheddafi, trattenuto dal 2011 nella città di Zintan, nell’ovest; i sostenitori del maresciallo Qalifa Balqasim Haftar, nell’est del Paese; e gli ortodossi della Jamahiriya. Franck Pucciarelli e Ahmad sono nell’ultima categoria, la più dura. Coloro che seguono Haftar hanno approfittato dell’amnistia approvata dal parlamento di Tobruq per i responsabili dei crimini durante la rivolta del 2011. Un testo che ha lo scopo di riportare gli esuli, tra 1,5 e 3 milioni, in maggioranza gheddafisti rifugiati in Tunisia e in Egitto. Il clan di Sayf al-Islam è probabilmente meglio strutturato e riunisce alcuni ortodossi. Anche se condannato a morte il 28 luglio 2015 in contumacia, a Tripoli, Sayf al-Islam vive ancora a Zintan. Ufficialmente prigioniero delle milizie locali, ha condizioni di detenzione molto tenue: circolerebbe liberamente in città e comunicherebbe molto con l’applicativo per la telefonia via Internet Viber.

Sayf al-Islam sta meglio del fratello Sadi
Fino a poco prima oscuro, il suo futuro è stato rilanciato indirettamente dai messaggi di posta elettronica di Hillary Clinton, rivelati da Wikileaks, e dal rapporto del parlamentare Crispin Blunt. deputato conservatore, pubblicato a settembre, che ritraggono Sayf el-Islam da moderato possibilmente pronto a partecipare alla transizione democratica dopo suo padre. “Il coinvolgimento di Sayf Gheddafi avrebbe, forse, permesso a Lord Hague (ministro degli Esteri nel 2010-2014) di sostenere Mahmud Jibril e Jalil Abdul nell’attuazione della riforma in Libia senza dover sostenere i costi politici, militari ed umani del cambio di regime, ma non lo sapremo mai. Tali possibilità, tuttavia, avrebbero dovuto essere prese seriamente in considerazione, allora“, afferma il rapporto di Londra. I gheddafisti hanno buon gioco nell’evidenziare il profilo moderato ed istruito di Sayf al-Islam, laureatosi alla London School of Economics. Prevale sul fratello Sadi, imprigionato a Tripoli, divenuto religioso. I fratelli Hanibal, Muhamad e Aysha e la madre Safia esprimono silenzio dall’Oman, fin dall’ottobre 2012, dopo aver invocato dall’Algeria la contro-rivoluzione violenta, nei primi mesi dalla morte di Muammar Gheddafi. Non è questione se Sayf al-Islam prenda il potere apertamente, almeno per il momento, ma di manovrare nell’ombra per la riconfigurazione politica del Paese. Molte tribù nell’ovest temono l’avanzata di Haftar sostenuta dalle tribù orientali, a cominciare dalla gente di Zintan, anche se ufficialmente alleata del maresciallo. Ma oggi, la Tripolitania è divisa tra un gruppo islamisto e un governo di unità nazionale (GNA) debolissimo, nonostante il riconoscimento della comunità internazionale.

I gheddafisti invitati per la prima volta alle Nazioni Unite
Sayf al-Islam potrebbe essere la figura unitaria contro la Cirenaica, regione orientale della Libia, in piena avanzata grazie alle vittorie di Haftar. Sul terreno, i segnali positivi sono sempre più a vantaggio del figlio dell’ex-guida. Nel settembre 2015, il sedicente Consiglio supremo delle tribù libiche sceglieva Sayf al-Islam come legittimo rappresentante del Paese. Questo consiglio raccoglie essenzialmente le tribù fedeli a Gheddafi e non hanno peso istituzionale, ma il simbolismo è forte. Dalla primavera, Ali Qana, l’ex-capo dell’esercito nel sud con Gheddafi, lavora per la creazione di un esercito del Fizan (regione nel sud della Libia), i cui dati sono difficili da quantificare al momento. Ali Qana ha già annunciato che il suo gruppo non si affilierà a Tripoli o Tobruq, ma solo a un potere che riconoscerà la legittimità della Jamahiriya. Ad agosto, per la prima volta, l’ONU invitava dei noti gheddafisti, tra cui un ex-presidente del Congresso del Popolo (equivalente al parlamento nella Jamahiriya) per discutete sulla soluzione politica ed economica della crisi.

“Questo Paese è diventato una barzelletta”
La popolazione comincia anche a confrontare presente e passato, favorendo il passato. Nella banca Jamhoriya di Tripoli, Mahmud Abdalaziz aspetta da due ore di prendersi i 500 dinari (327 euro), permessi un paio di giorni a settimana. Le riserve valutarie sono calate da 107,6 miliardi nel 2013 a 43 miliardi a fine 2016. Sul mercato nero, il dollaro è scambiato a 5,25 dinari. “Questo Paese è diventato una barzelletta: c’è la guerra civile totale, non ci sono soldi e la migliore carriera possibile è aderire a una milizia“, denuncia Mahmud Abdalaziz a MEE, comunque grato alla rivoluzione per la libertà di critica, che sarebbe stata impossibile con Gheddafi, ammettendo tuttavia che si stava meglio prima, perché “la sicurezza è meglio della libertà”. Le milizie più rivoluzionarie di Tripoli hanno capito il pericolo di permettere che questa nostalgia dilaghi. A giugno uccisero a Tripoli dodici lealisti libici che avevano appena terminato la detenzione per crimini commessi nel 2011.14572990Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libro: Racconti dalla tenda di Muammar Gheddafi

copertina definitiva tigani.qxdTitolo: Racconti dalla tenda e altre riflessioni
Autore: Muammar Gheddafi
ISBN: 9788874427246
Prezzo: € 12,00
Anno: 2016
Pagine: 120
Editore: Armando Siciliano

Nella sofisticazione della Realtà capovolta, il demenziale “ribelle colorato” devoto al Califfo anglo-amerikano – che in­scena sgozzamenti sacrificali in video hollywoodiani per lo spaccio occidentale – diventa alibi e spada parodistica nello scannamento del Cinghiale. Il Cinghiale è il ribelle vero, il dissidente, l’incontrollados, perfino il Capo di Stato che nello spet­tacolo imperialista è da decenni rappresentato come cane rabbioso e mente diabolica dell’Asse del Male! (Reagan dixit, l’attore-presidente Usa). Gheddafi era odiato dai banditi imperialisti e dalle mo­narchie arabe ubriache fradicie di petrodollari. Gheddafi fu sempre irriverente verso quei Potenti della Terra che «quasi giunsero al conflitto per la divisione delle risorse della Luna, specialmente le risorse marine…, come scrive in uno dei racconti che pubblichiamo in questo volumetto. Gheddafi, l’ultimo Re dell’Africa, il più grande, colto e longevo leader anticolonialista che l’Antico Continente abbia mai avuto, aveva appena coniato la Moneta Africana di Sviluppo. … ecco il Cinghiale da sacrificare sugli altari dell’Alleanza Blasfema che saccheggia Madre Africa da secoli e tormenta il Mediterraneo dal 2011, riportandone indietro la Storia di al­meno un secolo. Gheddafi deve morire!

Cosa ne sai di Gheddafi?
Testamento
735223 Per 40 anni, o forse di più, ho fatto tutto quello che ho potuto per dare al popolo case, ospedali, scuole. E quando avevano fame, gli ho dato cibo. Ho trasformato Bengasi da un deserto in terra fertile, ho resistito agli attacchi del cowboy Reagan quando, tentando di uccidermi, ha ucciso un’orfana, mia figlia adottiva, una povera bambina innocente. Ho aiutato i miei fratelli e le mie sorelle africani con denaro per l’Unione Africana. Ho fatto d i tutto per aiutare il popolo a comprendere il concetto di vera democrazia, nella quale comitati popolari governano il nostro paese. Per alcuni tutto questo non bastava mai, gente che aveva case di 10 stanze, abbigliamento e mobilio ricchi. Egoisti come sono, chiedevano sempre di più a spese degli altri, erano sempre insoddisfatti e dicevano agli Statunitensi e ad altri visitatori che volevano “democrazia” e “libertà”. Non si volevano rendere conto che si tratta di un sistema di tagliagole, dove il cane più grosso divora tutto. Si facevano incantare da queste parole, non rendendosi conto che negli Usa non c’erano medicine libere, ospedali liberi, case libere, istruzione libera, cibo garantito. Per costoro non bastava nulla che facessi, ma per gli altri ero il figlio di Gamal Abdel Nasser, l’unico vero leader arabo e musulmano che avessimo avuto dai tempi di Saladino, un uomo che restituì il Canale di Suez al suo popolo come io ho rivendicato la Libia per il mio popolo. Sono state le sue orme che ho cercato di seguire, per mantenere il mio popolo libero dal dominio coloniale, dai predoni che ci vorrebbero derubare…
Ora sono sotto attacco dalla più grande forza militare della storia. Il mio piccolo figlio africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, le nostre libere abitazioni, la nostra libera medicina, la nostra libera istruzione, il nostro cibo sicuro, e sostituirlo con il ladrocinio stile Usa chiamato “capitalismo”. Ma noi tutti, nel Terzo Mondo, sappiamo cosa ciò significhi. Significa che le imprese governano i paesi, il mondo, e che i popoli soffrono. Così per me non c’è alternativa, devo resistere e, se Allah vorrà, morirò seguendone la via, la via che ha arricchito il nostro paese di campi fertili, viveri, salute e ci ha perfino consentito di aiutare i nostri fratelli africani e arabi a lavorare qui con noi, nella Jamahiriya libica.
Non desidero morire, ma se dovessi arrivarci, per salvare questa terra, il mio popolo, le migliaia di miei figli, che allora sia.
Lasciate che questo testamento sia la mia voce al mondo. Dica che mi sono opposto agli attacchi dei crociati Nato, alla crudeltà, al tradimento, all’Occidente e alle sue ambizioni colonialiste. Che ho resistito insieme ai miei fratelli africani, ai miei veri fratelli arabi e musulmani. Ho cercato di fare luce, quando altrove si costruivano palazzi, ho vissuto in una casa modesta e in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non ho sprecato le nostre ricchezze nazionali e, come Saladino, il nostro grande condottiero musulmano che salvò Gerusalemme per l’Islam, ho preso poco per me…
In Occidente qualcuno mi ha definito “pazzo” e “demente”. Conoscono la verità, ma continuano a mentire. Sanno che la nostra terra è indipendente e libera, non soggetta al colonialismo. Sanno che la mia visione e il mio cammino sono sempre stati onesti e nell’interesse del mio popolo. Sanno che lotterò fino all’ultimo respiro per mantenerci liberi. Che Dio ci aiuti.

Muammar Gheddafi – Terra e Liberazione

La situazione sempre più precaria della Libia

guerra-libia“I guerrafondai sono coloro contrari all’intervento internazionale in Libia, e non certo noi che siamo dei costruttori di pace.”
Enrico Letta, assistente del segretario del Partito Democratico, marzo 2011

Il 15 novembre, a Tripoli, una manifestazione contro la milizia di Misurata è stata repressa dai terroristi golpisti misuratini, causando 43 morti e oltre 500 feriti. Il premier Ali Zaidan ordinava alle milizie di lasciare Tripoli. Le violenze erano esplose nel quartiere di Ghargur, dove davanti la locale sede della milizia misuratina si era riunito un centinaio di persone per protestare. I manifestanti marciarono da una moschea alla sede della milizia, scandendo slogan come “Vogliamo un esercito, vogliamo la polizia.” I miliziani misuratini, comandati da Tahir Basha Agha, aprirono il fuoco sulla folla, utilizzando anche un cannone antiaereo. I dimostranti superstiti, dopo aver ripiegato, ritornarono armati tentando di assaltare la sede dei terroristi per incendiarla. L’esercito e la polizia intervennero cercando di frapporsi tra i due gruppi. Il 16 novembre, migliaia di persone, guidate da Sadat al-Badri, presidente del consiglio comunale di Tripoli, si riunirono dichiarando tre giorni di lutto per i manifestanti uccisi. Successivamente, i residenti locali organizzatisi nella milizia di Ghargur, assaltarono assieme alla milizia Scudo della Libia la sede della brigata di Misurata, riuscendo ad incendiarla, mentre altri edifici appartenenti alla milizia misuratina furono attaccati dai manifestanti armati. Gli scontri quindi si allargarono a Tajura, un sobborgo di Tripoli, dove le milizie locali attaccarono i rinforzi inviati da Misurata che tentavano di entrare nella capitale. In questi scontri rimasero uccise altre tre persone e 20 vennero ferite. ITAR-TASS riferiva “Dopo una pausa nei combattimenti, si sentivano colpi sparati a Tripoli. Gli ospedali ricevono altri morti e feriti. Non si vedevano cose del genere a Tripoli dall’inizio del conflitto nel 2011“.
Mentre il ministro della Difesa libico, Abdullah al-Thani, rientrava di corsa dalla sua visita in Giordania, a Tripoli il 17 novembre Mustafah Nuh, vicecapo dell’intelligence libica, anch’egli di ritorno da un viaggio in Turchia, veniva rapito nell’aeroporto della capitale libica.
La milizia di Misurata, un esercito privato dotato di armi pesanti e organizzato dai francesi nel 2011, è un’eredità di Sarkozy, della NATO, della Turchia, del sionismo e anche di Gino Strada, che scelse, o gli fu indicato, proprio questa città per svolgere un suo ennesimo ‘intervento mediatico umanitario’, in un chiaro e netto sostegno al golpismo islamo-atlantista e all’intervento della NATO contro la Jamahiriya libica. Giova ricordarsi che Strada e la sua ONG ‘Emergency‘ arrivarono a Misurata a bordo dello stesso battello utilizzato dai mercenari e dai terroristi islamisti che supportavano il golpe-invasione contro la Libia socialista, per alimentare l’insurrezione taqfirista a Misurata. Strada e i suoi collaboratori affermano anche di aver curato indistintamente golpisti e governativi prigionieri feriti nei combattimenti. Sarebbe un bene sapere, da Gino Strada e dai suoi dipendenti presenti sul posto, cosa ne sia stato dei soldati governativi prigionieri, una volta curati e consegnati ai terroristi islamisti. Strada potrebbe essere colpevole di crimini di guerra. Inoltre, non è un caso che ‘Emergency‘ in Libia sia intervenuto sempre al fianco di una parte, quella dei gruppi terroristici di Bengasi e a Misurata i cui feriti curava, mentre non aveva installato alcuna infrastruttura medica a Tripoli e nelle regioni leali alla Jamahiriya, che pure erano sottoposte a intensi bombardamenti dalla NATO. Così facendo, di fatto supportava militarmente il golpe e l’invasione-distruzione della Libia. Un avventurismo non nuovo e già osservato in Afghanistan e Repubblica Centrafricana, che come Misurata, sono aree oggetto degli interessi della Francia. Massud, il grande amico di Strada, non solo era uno dei più potenti narcotrafficanti dell’Afghanistan, ma era anche un agente degli interessi francesi.
A Bengasi, capitale della sovversione del 2011, oggi agiscono l’Unione dei musulmani, il braccio politico di Ansar al-Sharia, un gruppo terrorista salafita finanziato direttamente da al-Qaida; la brigata Martiri del 17 febbraio, una forza mercenaria finanziata dal Qatar, e l’Esercito dello Stato islamico di Libia guidato da Yusif bin Tahir, che ha la sua base a Derna. Inoltre, i 3000 detenuti liberati dalla ribellione dalle carceri di Bengasi, restano ancora in circolazione. “Gli ex prigionieri avrebbero perpetrato gli attacchi alle stazioni di polizia per vendetta“, affermava Usama al-Sharif, portavoce del Consiglio di Bengasi, riferendosi alle decine di attacchi contro la polizia locale avutisi in questi ultimi due anni. Dopo l’assassinio del capo della sicurezza cittadina, Colonnello Fraj al-Darsi, il Colonnello Mustafah Raqiq, che l’aveva sostituito, venne licenziato tre mesi dopo; incolpava gli islamisti per la serie di violenze. “Questi bombaroli sono organizzati”, dichiarava riferendosi agli attentati alle stazioni di polizia, “sono organizzazioni criminali che vogliono impedirci di controllare la sicurezza.” Il fallimento del governo centrale nel ripristinare la sicurezza a Bengasi, ha portato alla richiesta dell’indipendenza per la Cirenaica. Difatti, dopo che il ministro degli Interni libico, Muhammad Qalifa al-Shaiq, aveva accusato il primo ministro Zaidan di rifiutarsi di reprimere il furto di petrolio dimettendosi per protesta, le autorità di Barqa (il governo autonomo di Aghedabia) ne approfittavano per imporre il proprio monopolio sull’esportazione di petrolio della regione “in segno di protesta contro la corruzione di Tripoli“, creando la Libya Oil and Gas Corp., in concorrenza con la National Oil Corp. (NOC) di Tripoli. Il primo ministro del governo di Barqa, Abdel Rabo al-Barasi, dichiarò il 10 novembre che la nuova compagnia petrolifera avrebbe avuto sede a Tobruq, dove dei ‘manifestanti’ avevano impedito che una petroliera noleggiata dal governo imbarcasse 600000 barili di greggio per l’Italia. “Abbiamo creato la Libya Oil and Gas Corp. e aspetteremo una risposta da Tripoli e dal Fezzan, nella speranza di accordarci. Ma abbiamo la ferma volontà di vendere petrolio e ne conserveremo una quota per Tripoli e Fezzan senza usarla“. Il 18 ottobre, secondo CNBC, Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’ENI, primo partner straniero della Libia, avrebbe detto: “Tutti saranno ricchi” in Libia, “Cinque milioni di persone e 2 milioni di barili di petrolio (al giorno), significano che questo Paese può essere un paradiso, e sono certo che i libici non perderanno l’opportunità di diventare la nuova Abu Dhabi, il nuovo Qatar o il nuovo Quwayt“. Nel 2011 Scaroni fu in prima linea nella distruzione della ricca e socialmente equa Jamahiriya Libica. La Libia oggi rappresenterebbe circa il 14% della produzione totale dell’ENI, che prevedeva perfino di raddoppiare la quota investendo 30-35 miliardi di dollari nella produzione di idrocarburi in Libia. Ma secondo il gruppo svizzero Petromatrix, “attualmente assistiamo al crollo dello Stato libico, il Paese è sempre più vicino alla guerra per i proventi del petrolio“. Secondo il giornalista Patrick Cockburn “i libici sono sempre più in balia delle milizie e l’autorità del governo si disintegra in tutto il Paese.” Sul Tripoli Post del 31 ottobre, Karen Dabrowska scriveva che “notabili locali, gruppi tribali, islamisti e milizie sono tutti in concorrenza con il centro per estendere l’autorità dei loro feudi, così spiegando perché gruppi eterogenei si uniscono temporaneamente evitando che il centro s’imponga su di essi.”
libiaInfine, le tribù berbere occupavano la città portuale di Melitah, a 100 km ad ovest di Tripoli, che ospita il terminale del gasdotto libico diretto a Gela e che le autorità hanno dovuto chiudere. Il ripristino delle forniture di gas verso l’Italia è una questione di vita o di morte per Tripoli, che sta perdendo il controllo sulle risorse libiche. Il premier Zaidan aveva dichiarato che “Il bilancio dello Stato si basa sulle previsioni sui proventi del petrolio. Ma nei prossimi mesi potrà esservi il problema di coprire le spese, a causa del ritardo delle esportazioni di petrolio, lo Stato è di fronte a un grave deficit. L’Italia è oggi il più grande partner della Libia. Sarebbe grave se le esportazioni di gas venissero bloccate, perché importa tra il 23 e il 25 per cento del suo fabbisogno energetico“. Nel 2012, la Libia esportò 379,5 milioni di barili di petrolio, di cui in Italia 139,8 milioni di barili (36,8% del totale delle esportazioni), in Cina 48,2 milioni di barili (12%) e in Francia 46,8 milioni di barili (11%). I principali acquirenti furono le italiane ENI e Saras, la svizzera Glencore, la spagnola Repsol e la cinese Unipec. Ma la produzione del 2012 era già inferiore di 60 milioni di barili a quella dell’anno precedente. Il ministro delle Finanze Qailani Abdulqarim al-Jazi aveva detto che c’erano problemi nel redigere il bilancio per il 2014, mentre il ministro del Petrolio Ali Abdulbari al-Arusi affermava che l’interruzione della produzione e dell’esportazione del petrolio erano costate al Paese oltre un miliardo di dollari solo nei primi cinque mesi del 2013. Quindi il governo non è in grado di provvedere ai servizi di base, mentre almeno un terzo della forza lavoro è disoccupata, un milione di sostenitori di Gheddafi è sfollato e altre centinaia di migliaia di persone si sono rifugiate all’estero. Ciò nonostante dall’autunno del 2011 la Germania abbia speso 25 milioni di dollari in Libia, di cui 3,2 per le ONG che “supportano la democrazia e la società civile“, mentre la Francia ha preso in considerazione l’addestramento di 2500 poliziotti libici. Il nuovo mini “esercito libico” è stato creato a sostegno delle forze filo-occidentali guidate da due agenti della CIA, Zaidan e Magariaf. Magariaf è a capo del Fronte nazionale libico, una formazione della destra neo-conservatrice, nucleo del “partito americano” in Libia. Il loro esercito è integrato da numerosi mercenari occidentali, a loro volta collegati alle forze speciali della NATO, tra cui i Navy Seal imbarcati sulle navi della Sesta Flotta, di stanza al largo della Libia.
A Misurata, a circa 200 km a est di Tripoli, e a Zintan, 170 km a sud ovest di Tripoli, vi sono le milizie islamiste addestrate e armate dai francesi nel giugno-luglio 2011. Queste milizie sono dotate di armi pesanti ed organizzate dalla NATO per la presa di Tripoli. Le qatiba misuratine si sono  installate a Tripoli. Mustafah Nuh, il vicecapo dei servizi segreti è un islamista di Misurata. La qatiba misuratina di Gharour è la sua milizia. Il ministro della Difesa è della milizia di Zintan. Saif al-Islam Gheddafi è prigionieri di Ajmi al-Atiri, il comandante della brigata di Zintan e membro del CNT, ottenendo così posizioni di comando nell’esercito fantoccio del CNT, ricevendo finanziamenti da Qatar, NATO e Francia, (fondi segreti dell’Eliseo e del premier francesi). Vi è poi il partito islamista al-Watan di Abdelhaqim Belhadj. Struttura politico-militare finanziata dal Qatar e sostenuta dai francesi, controlla i campi di addestramento dell’ELS installati dalla NATO in Libia. Abdelhakim Belhadj, affiliato ad al-Qaida, è il governatore di Tripoli e il suo braccio destro è Mahdi al-Harati, comandante della brigata Tripoli ed ex numero due del ‘Consiglio militare rivoluzionario’ nella capitale libica. Una qatiba jihadista, la ‘milizia di Tripoli’, è in realtà un’organizzazione dei servizi segreti francesi, installata nel luglio 2011 nel Jebel Nafusa, ad ovest di Tripoli. La milizia di Bengasi guidata dal figlio del defunto generale fellone Yunis, agente del servizio segreto inglese, e rivale di Hifter nella leadership militare del CNT. Yunis fu assassinato nel luglio 2011 in un complotto ordito da Habdelhaqim Belhadj e Mustafah Abdeljalil (il capo del CNT fino al 2012). La milizia è formata da disertori e traditori dell’esercito della Jamahirya e dalle tribù  ‘federaliste’ senussite della Cirenaica. Le altre milizie islamiste si trovano a Tripoli, nel quartiere Suq al-Juma, a Zlitan, a Bengasi vi è la milizia Scudo della Libia, le Cellule rivoluzionarie in Libia al servizio dei ministeri dell’Interno e della Difesa, che rivendicarono il rapimento del primo ministro Zaidan, e infine a Derna la milizia di Yusif bin Tahir, che il 31 ottobre aveva annunciato la creazione dell”Esercito dello Stato islamico della Libia’ su al-Naba TV, una televisione finanziata dal Qatar. “Mi ci sono voluti sei mesi per annunciare la creazione dell’Esercito dello Stato islamico della Libia. Gli uomini sono stati addestrati a Derna, in quel periodo, da ex veri rivoluzionari come me. Il nostro obiettivo è semplice: la sicurezza negli edifici pubblici, per le strade e per le aziende private. Prima a Derna, poi in altre città come Bengasi e Sirte, e infine in tutta la Libia, perché l’Islam dice che è nostro dovere di musulmani proteggere le persone. In realtà, in questo momento posso garantire l’intera area da Derna a Bengasi“. Poi parlava di un “gruppo speciale” che opera nel deserto e su barche, che ha l’ordine di catturare i clandestini africani. Sostiene che i suoi hanno arrestato dei clandestini su una barca, a fine ottobre: “sono sotto il nostro controllo. Facciamo indagini su di loro“, dichiarava aggiungendo che “la maggior parte di loro ha malattie come l’HIV“. “Facciamo un lavoro diverso rispetto alle brigate di Abu Salim o di Ansar al-Sharia. Riceviamo donazioni dai nostri soci. Soprattutto, vi spendo tutti i miei soldi, la mia famiglia è di Derna, ma ci siamo trasferiti a Bengasi dove abbiamo nostri affari, come ad esempio la vendita di auto.” “Non so quanto siano ricchi, ma i bin Tahir di Derna è una grande famiglia“, affermava il deputato di Bengasi Sulaiman Zubi. “Ma per quanto ricco sia, nessuno può disporre di una brigata con solo il proprio denaro. Se il gruppo è davvero forte, riceve soldi dal governo, o dall’estero.” Bin Tahir affermava inoltre che “Non abbiamo alcun legame con il governo. Non siamo schierati anche se rimarrò con le autorità contro il federalismo, se necessario“.
Il Movimento 9 Novembre aveva indetto manifestazioni di protesta a Tripoli, chiedendo che il mandato del Consiglio generale nazionale (il governo nazionale) non andasse oltre il 7 febbraio 2014, come invece aveva indicato Zaidan, e invocando le elezioni anticipate. Zaidan minacciò in risposta l'”intervento delle forze di occupazione straniere“, perché “la comunità internazionale non può tollerare uno Stato nel Mediterraneo fonte di violenza, terrorismo e omicidi.” Zaidan vuole dal Pentagono armi e addestramento, tramite l’Africom, per formare un nuovo esercito libico. Ma gli Stati Uniti si erano impegnati soltanto a creare una piccola unità antiterrorismo libica, e l’assenza di una vera autorità pone il timore che tale unità finisca per essere usata per fini diversi dalla lotta ai terroristi. Tra l’altro ad agosto, delle milizie compirono un raid nel campo di addestramento di questa unità, sottraendo una grande quantità di materiale militare statunitense, tra cui componenti sensibili. Gli Stati Uniti così decisero di interrompere il programma e i loro istruttori furono ritirati. Ahmad Muharib, presidente dell’Unione del lavoro politico per la Libia, dichiarava a RIA Novosti, il 30 ottobre 2013, che il Qatar è all’origine di ciò che è successo in Tunisia, Egitto e Libia, ma che l’affermazione in Egitto del Generale al-Sisi ha sconvolto i piani islamo-atlantisti per la regione. Prima della ‘primavera araba’, Washington voleva imporre le basi dell’Africom nei Paesi nordafricani, ma Gheddafi, Mubaraq, Ben Ali e Butefliqa si opposero. Dopo la “primavera araba” gli statunitensi si sono installati nella Libia meridionale e nel sud della Tunisia con l’accordo dei governi dei Fratelli musulmani. Inoltre, affermava Muharib, uno degli obiettivi della guerra contro la Libia era depredarla dei beni all’estero. Secondo Muharib, l’evoluzione della situazione in Egitto ha sventato il piano occidentale e svegliato il sentimento nazionalista libico organizzando la resistenza per la liberazione del Paese dal colonialismo e da al-Qaida. Per questo scopo è stata fondata l’Unione del lavoro politico per la Libia (Majmuat al-Amal al-Siyasi min Ajli Libiya) che terrà il suo primo congresso a fine novembre a Cairo.

Alessandro Lattanzio, 21/11/2013

Riferimenti:
Le numero 2 des renseignements libyens enelevè à Tripoli: la “dekadhafisation” au coeur du chaos libyen!, Luc Michel, 18.11.2013
Libya almost Imploding, Status Quo Unsustainable: Oil Industry Target of Violent Attacks, Nicola Nasser, 13.11.2013
Libyan autonomy group forms oil firm, challenges government, Ulf Laessing e Feras Bosalum, 10.11.2013
Libyan oil and its future. Part 1, Eldar Kasayev,  20.09.2013
The Army of Islamic State of Libya: Derna’s mystery militia, Mathieu Galtier,  7.11.2013
Tug of war over Benghazi could decide control of Libya, Mathieu Galtier,  23.04.2013
Un haut responsable libyen déclare que le Qatar est à l’origine des événements en Tunisie, en Egypte et en Libye, 17.11.2013
Washington’s puppet regime in Libya teeters on the brink, Jean Shaoul, 18.11.2013

Libia: campo di battaglia tra occidente ed Eurasia

Libia: la Resistenza verde cresce

15 dicembre 2012

L’articolo seguente è stato originariamente pubblicato dal Partito Comunista di Gran Bretagna (marxista-leninista):
Ascesa della Jamahiriya Verde!
Libia: la resistenza verde avanza
Il popolo della Libia lotta per recuperare ciò che ha perso

libya-oil_1842982cNell’ottobre 2011 il leader della rivoluzione verde libica, il colonnello Gheddafi, è stato brutalmente assassinato dai tagliagola mercenari sostenuti dall’occidente, dopo otto mesi di bombardamenti della NATO che hanno devastato il paese. Un anno dopo la ‘vittoria’, l’imperialismo annaspa sempre più nel vuoto, con le marionette di Tripoli che a malapena riescono a mantenere un governo per una settimana, o esercitano l’autorità sul paese, e l’esercito fantoccio sempre più messo da parte dalle milizie rivali nella guerra.
Nel frattempo, la Resistenza verde, data per spacciata, si fa sentire in modo tale che i media si sforzano d’ignorarla, ma Washington non può osare farlo. La verità amara per l’imperialismo è che i ricordi in Libia di quattro decenni di progresso economico e sociale restano sempreverdi nella mente dei suoi milioni di cittadini, nonostante tutte le bugie pompate sul ‘mostro ‘Gheddafi’. Ciò significa che i combattenti della resistenza si sono riorganizzati e compiono attacchi, forti della consapevolezza della diffusa simpatia popolare per le loro azioni. La verità scomoda per l’occidente è che la resistenza, della quale le ultime orazioni sono state lette un anno fa, non è mai veramente scomparsa, e che ora torna per vendicarsi.

Bani Walid: l’eroica città della rivoluzione verde
Simbolo di fedeltà duratura e patriottismo della maggior parte libici, è il rifiuto dei cittadini della città settentrionale di Bani Walid di chinare la testa davanti al governo dei quisling di Tripoli, che invece mantengono la propria città come un baluardo dell’integrità, mentre gran parte del paese è dilaniata dalla sovversione imperialista e dai conflitti tribali. Quando la dirigenza legittima del paese è stata brutalmente estromessa dalla NATO, i cittadini hanno formato un Consiglio degli Anziani per gestire la città. Nel disperato tentativo di riaffermare la propria declinante autorità politica, le marionette hanno deciso di dare una lezione ai leali cittadini dell’inaccettabile Bani Walid.
Un pretesto, chiaramente creato per inviare una spedizione punitiva dell’esercito fantoccio contro i propri cittadini (la stessa azione di cui il colonnello Gheddafi è stato così falsamente accusato), è stata la morte di Omran Shaaban, il traditore che si era ‘vantato’ di aver arrestato il colonnello Gheddafi, consegnandolo ai suoi assassini psicopatici. Shaaban ha incontrato la sua meritatissima fine in circostanze controverse, dopo esser stato ferito per essersi rifiutato di fermarsi a un posto di blocco di Bani Walid. Anche se questo mercenario imperialista è opportunamente crepato in un letto d’ospedale parigino, il suo ‘martirio’ è stato ritenuto un pretesto sufficiente per le marionette per emettere un decreto, la Risoluzione 7, che dava all’esercito fantoccio pieni poteri eccezionali e di poter utilizzare tutti i mezzi necessari per prendere il pieno controllo della città. Perfino all’interno del Consiglio nazionale generale del (GNC) dei burattini, voci si sono levate per protestare contro tale decreto che dava carta bianca per un genocidio.
Invano il Consiglio degli Anziani di Bani Walid ha protestato che il decreto è illegittimo e incostituzionale. In effetti, uno dei membri del Consiglio stesso fu successivamente sequestrato dai ratti e trascinato nel loro covo a Misurata, ad affrontare un destino incerto. Per settimane l’esercito fantoccio, affiancato e spesso superato dalle milizie ‘ufficiose’, ha assaltato Bani Walid, insieme ai bombardamenti indiscriminati, rapimento, l’assassinio e massacro di civili, terrorizzando la popolazione e bloccando i rifornimenti di cibo, medicine e altre cose essenziali. I medici si lamentavano che le milizie fermavano i veicoli che trasportavano medicine, personale e ossigeno. Tuttavia, nonostante settimane di pesanti martellamenti dei mortai, integrati da bombe con gas e fosforo bianco, molti degli abitanti di Bani Walid si sono rifiutati di abbandonare le proprie case. Un testimone oculare ha detto a Russia Today che “molti gruppi armati sono arrivati all’ingresso principale di Bani Walid e hanno chiesto alle persone di uscire dalla città. Abbiamo deciso di non farlo perché vogliamo difendere i nostri diritti, le nostre case e le nostre famiglie.” (7 ottobre 2012)
Coloro che non potevano resistere oltre e furono costretti a fuggire, hanno poi ritrovato la via del ritorno bloccata dalle bande armate. Molte famiglie si sono ritrovate bloccate su strade deserte, senza cibo o protezione. Eppure Bani Walid combatte ancora.

Zio Sam esclude i mediatori
Non essendo riusciti il governo fantoccio e l’esercito ad attuare l’agenda imperialista, l’imperialismo fa sempre più affidamento direttamente alle milizie per fare il lavoro sporco. Va notato che una delle bande più importanti nella violenta milizia contro-rivoluzionaria, lo Scudo di Libia, è stata pubblicamente corteggiata dalla Casa Bianca, in quanto ha contribuito a salvare i sopravvissuti della missione degli Stati Uniti, quando fu attaccata a Bengasi.
The Independent ha riferito che una delegazione della CIA e dell’ambasciata “si è recata a Bengasi per incontrare e reclutare combattenti direttamente dallo Scudo libico, una potente organizzazione ombrello delle milizie”. Il ministro della difesa del governo fantoccio denunciava che “il suo ministero non ha il controllo delle forze dello Scudo libico di Misurata, che aveva sequestrato Bani Walid, una città già fedelissima a Gheddafi, e stavano impedendo ai residenti sfollati di ritornare “, è chiaro che Washington ha solo disprezzo per il governo e il suo esercito ‘ufficiale’, sperando invece di combattere le forze della resistenza con i mercenari”. (11 novembre 2012)
E’ altrettanto chiaro che, a dispetto di tutti i pii discorsi riguardo al superamento delle divisioni tribali e di esclusione delle armi dalla politica, gli Stati Uniti fanno tutto il possibile per sfruttare queste divisioni, sperando così di sopprimere le forze della resistenza patriottica. Quando la Russia ha cercato di avere un progetto di dichiarazione convocando le Nazioni Unite per una soluzione pacifica dell’assedio di Bani Walid, gli USA hanno bloccato il passo.
La speranza di Washington, che le armi della milizia mercenaria operassero meglio degli ‘ufficiali’ del governo-fantoccio, seppellendo la resistenza, è andata delusa. Nonostante il quasi totale blackout sui massicci crimini di guerra commessi quotidianamente a Bani Walid, e l’ennesimo annuncio trionfale della morte del figlio del colonnello Gheddafi, Khamis (di nuovo) e la cattura del suo ministro dell’informazione (di nuovo), non riesce a nascondere la confusione e il panico che ora affliggono l’imperialismo, mentre una nuova ‘facile’ avventura guerrafondaia va così tanto male. Se non si può gettare la piccola popolazione della Libia nel servilismo, il Pentagono deve essere angosciato: come diavolo può prevalere contro la Siria e l’Iran?

La Resistenza cresce
Durante l’estate, il numero degli attacchi che possono ragionevolmente essere attribuiti alle forze della resistenza si è moltiplicato, nonostante la severa repressione e le menzogne dei media che presentano le violenze come semplici battibecchi tribali (con il signore coloniale che è lì per ‘mantenere la pace’).
Il 10 agosto, otto combattenti della resistenza sono stati liberati dalla prigione di al-Fornaj a Tripoli, dopo un attacco coordinato, il terzo attacco di questo tipo dal rovesciamento di Gheddafi.
Il 18 agosto, la resistenza ha fatto esplodere un’autobomba davanti un albergo di Tripoli, puntando a un veicolo utilizzato da personale di sicurezza di Bengasi.
Il 19 agosto, un’altra auto-bomba a Tripoli prendeva di mira il ministero degli interni e un centro per gli interrogatori.
Il 23 agosto, in uno sviluppo che ricorda la crescente violenza che attualmente passa dal ‘verde al blu’  tra la soldataglia imperialista in Afghanistan, Abdelmenom al-Hur, portavoce del Comitato supremo per la sicurezza ha detto ai giornalisti, che la resistenza si è infiltrata tra diversi ufficiali delle unità della sicurezza e si è impossessata di una caserma piena di armamenti pesanti.
A settembre, l’aeroporto di Bengasi, che gli Stati Uniti usavano come base per i droni, ha dovuto chiudere dato che la resistenza continuava a sparare ai droni. Un sito web segnalava alcune attività più recenti, tra cui un tentativo di assassinio quasi riuscito contro il leader militare del cosiddetto ‘Consiglio di transizione della Cirenaica’, Hamid al-Hassi, un tentativo di fuga dal carcere Koufiya a Bengasi e un attacco con RPG al Comitato supremo per la sicurezza a Tripoli. (Libyaagainstsuperpowermedia.com 8 novembre 2012).
Maggiormente dannoso per il prestigio imperialista, finora è stato l’attacco alla missione degli Stati Uniti a Bengasi dell’11 settembre, dove l’ambasciatore Stevens e tre altri signori coloniali vi hanno perso la vita.
In un primo momento, la linea di Obama era che l’attacco fosse stata una protesta spontanea innescata dalla diffusione del film grossolanamente islamofobo l’Innocenza dei musulmani; una protesta che era sfuggita di mano! Tuttavia, è poi passata la linea che si trattasse di un attacco terroristico di al- Qaida. Questo sembrava, se non altro, ancora meno credibile, dato il ruolo di servizio svolto da questo gruppo, così di recente, nei confronti dell’imperialismo degli Stati Uniti attraverso la mobilitazione del Gruppo combattente islamico libico contro Gheddafi. Obiezioni analoghe potrebbero essere formulate contro la tesi dei salafiti, non meno ferventi oppositori della rivoluzione verde.
La spiegazione più semplice potrebbe rivelarsi anche la più autentica: l’attacco è stato effettuato dalla stessa resistenza. Sembra certamente un lavoro professionale. Un testimone oculare, ferito nell’attacco, ha riferito che circa 125 uomini hanno attaccato con mitragliatrici, armi antiaeree e lanciagranate, bombardando sistematicamente il complesso. E mentre Obama ha cercato di spacciare la sua storia al resto del mondo, le sventurate marionette hanno raccontato una storia più semplice. Il ‘presidente’ della Libia al-Magariaf, gli ambasciatori della Libia alle Nazioni Unite e a Washington, e l’allora ‘primo ministro’ Abdurrahim al-Qaib, hanno tutti accusato i lealisti di Gheddafi dell’attacco, e solo successivamente si sono confusamente allineati dietro la tesi della NATO.
Se la Resistenza può aggiungere quest’azione alla sua lista di eroici successi anti-imperialisti, o se si scoprisse che si tratta du un altro spettacolare autogol, il risultato finale è lo stesso: uno schiaffo all’imperialismo degli Stati Uniti, che lo lascia confuso, umiliato e sempre più diviso. Lo stesso vale per molte altre azioni anti-fantocci che non è possibile, in questa fase, attribuire con certezza alla Resistenza. Se i burattini dell’imperialismo sono preda delle caotiche divisioni tribali che i loro padroni hanno suscitate, allora così sia. Gli imperialisti, ancora una volta, hanno sollevato un masso per schiacciare i loro nemici, per poi farlo cadere sui propri piedi.

I ladri cadono
Quando il 26 ottobre, la ragazza del generale Petraeus ha scelto di intrattenere il pubblico con le gemme dal suo discorso del cuscino, il capo della CIA oramai era caduto in disgrazia, avendo preso a calci un vespaio, rivelando forti conflitti all’interno di circoli dirigenti imperialisti.
Ora, non so se molti di voi l’hanno sentito, ma la missione della CIA aveva effettivamente un paio di prigionieri, membri della milizia libica, e pensavano che l’attacco al consolato fosse un tentativo per liberare questi prigionieri, un aspetto ancora in fase di vaglio… I fatti venuti alla luce oggi, dicono che le forze presenti nella dependance della CIA, che non era il consolato, chiedevano rinforzi. Chiedevano – chiamando il CINC (Comandante in Capo) delle forze di pronta reazione – un gruppo di operatori della Delta Force, i nostri ragazzi di maggior talento militare che abbiamo sul campo. Avrebbero potuto venire e rafforzare il consolato e l’annesso della CIA che erano sotto attacco… E’ stata una tragedia perdere un ambasciatore e due altri funzionari del governo, c’era un guasto nel sistema perché non vi era la necessaria sicurezza aggiuntiva… E’ frustrante vedere l’aspetto politico di tutto ciò che sta succedendo con questa indagine… la sfida è la nebbia della guerra, e la sfida più grande è che siamo nella stagione di caccia politica, e così tutta questa faccenda è stata politicizzata.”
Appoggiando il suo uomo con una dichiarazione che il fidanzato avrebbe preferito non venisse detta, Paula Broadwell balbettò che la “cosa difficile” per Petraeus era dover tacere su quello che stava realmente accadendo: “Così sapeva tutto ciò, aveva corrispondenza con il capo della stazione della CIA in Libia in meno di 24 ore, sapevano quello che stava accadendo.”
Sì, deve essere un inferno dover gestire la CIA e raccontare storie sempre più incredibili per conto di un sistema di sfruttamento e dominio globale che sta così clamorosamente rovinando. L’innocente dichiarazione della Broadwell sulle calde relazioni fraterne tra l’Ufficio Ovale, il Pentagono e Foggy Bottom ci offre un chiaro esempio dello stress e delle tensioni presenti all’interno dei circoli dominanti, mentre l’imperialismo in crisi sprofonda sempre più in un’altra sua palude. Può affondare senza lasciare traccia.

Vittoria alla resistenza verde!
Morte ai ratti!
Morte al re dei ratti: l’imperialismo!

Red Ant Liberation Army

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’assassinio di Muammar Gheddafi: un’operazione della NATO dalla A alla Z

Martin Iqbal Empire Strikes Black 22 Ottobre 2011

Muammar Gheddafi – leader rivoluzionario della Jamahiriya araba libica – è stato assassinato il 20 ottobre 2011, nella città libica di Sirte. Le circostanze precise della sua morte sono offuscate dal mistero e da contraddizioni, ma i media sostengono è che i tirapiedi della NATO, i ‘ribelli’, l’abbiano catturato e ucciso. Questo ha dato al governo d’occupazione del CNT, non eletto e universalmente disprezzato, una vittoria decisiva nella guerra di propaganda sulla Libia. Tuttavia, sta emergendo un quadro sulle effettive circostanze della sua morte, che mette le forze speciali della NATO – probabilmente le SAS britanniche – nel centro della vicenda.

Le squadre SAS davano la caccia a Gheddafi da settimane
Forze speciali della NATO, tra cui le SAS britanniche, erano sul terreno in Libia fin da febbraio, molto prima dell’inizio dell’orwelliana ‘no-fly zone’.  Queste forze si sono installate in Libia, dove hanno addestrato e diretto il mal addestrati mercenari ‘ribelli’, utilizzati come pedine per rovesciare Gheddafi.  La guerra in Libia non sarebbe stata possibile senza la presenza di queste forze speciali. Gli attacchi aerei della NATO sono stati coordinati da questi operativi sul terreno. Oltre a questo, gli incredibilmente inetti ‘ribelli’ si sono dimostrati del tutto incapaci di ottenere una sola vittoria militare o strategica contro la travolgente e amplissima Resistenza Verde libica. Operazione Alba della Sirena, coordinata e apertamente effettuato dalle forze speciali occidentali, indicava la totale inettitudine dei terroristi ed estremisti tribali, in lotta per contro della NATO quali ‘ribelli libici’.
Dopo l’Operazione Alba della Sirena, ad agosto, i soldati delle SAS britanniche, vestiti con abiti civili arabi e portando le stesse armi dei ‘ribelli’, riorientarono i loro sforzi verso la caccia a Muammar Gheddafi. Inoltre, i media britannici erano piena di notizie su questa attività delle forze speciali in territorio libico .
Questione di qualche giorni fa, 20 Ottobre 2011, la guerra della NATO sulla Libia culminava con l’assassinio di Muammar Gheddafi. Come era prevedibile, in questa guerra doppiata da una sfacciata guerra psicologica, la storia ‘ufficiale’ diceva che le forze ‘ribelli’ avevano catturato Gheddafi rannicchiato in un tubo fognario, ed è poi morto sotto la loro custodia. Questa storia è stata tradita dal fatto che la NATO ha ammesso il bombardamento del convoglio del leader rivoluzionario mentre era in viaggio nella zona di Sirte, quel mattino. Funzionari statunitensi hanno confermato che un drone statunitense Predator aveva sparato sul convoglio, così come degli aerei francesi. In realtà, non è giustificabile rivendicare la vittoria dei ‘ribelli’ qui, quando le bombe della NATO sono state fondamentali per la cattura di Gheddafi, come lo sono state per tutta la guerra.
Sapendo che la NATO aveva al mirato convoglio di Gheddafi, e sapendo che i SAS britannici gli davano la caccia da settimane, una persona logico dedurrebbe che la NATO stava monitoraggio il convoglio durante e dopo l’attacco, e una squadra delle SAS sia stata rapidamente inviata sulla posizione.
Questa teoria è sostenuta da un recente rapporto dal sito DEBKAfile, ben collegato con l’intelligence israeliana. In un rapporto dal titolo ‘Dopo aver aiutato a uccidere Gheddafi, la NATO si prepara a por termine alla missione in Libia’, Debka rivela che le sue fonti militari indicavano che Gheddafi era stato catturato e ucciso dalle forze speciali della NATO:
“Le fonti militari di DEBKAfile riferiscono di sempre più evidenti indicazioni che una unità delle forze speciali della NATO – anche se la nazione è sconosciuta – aveva trovato e catturato Muammar Gheddafi nella zona di Sirte. Apparentemente hanno sparato alle gambe per impedirgli la fuga e informarono una milizia di Misurata dove si trovava, sapendo che l’avrebbero ucciso. in vista della resa dei conti della città con l’ex dittatore libico. La NATO è stata guidata da due considerazioni: in primo luogo di non rendere nota la presenza di truppe di terra dell’alleanza nella zona di guerra, in violazione del mandato delle Nazioni Unite, e la seconda, per dare ai ribelli libici una vittoria psicologica, soprattutto dopo aver fallito nella battaglia per catturare la casa di Gheddafi, la città di Sirte“.
Le forze speciali del Qatar sono note per avere una lunga relazione con le SAS britanniche, almeno da 20 anni. Le forze speciali del Qatar erano coinvolte nell’Operazione Alba della Sirena. L’inclusione nella NATO delle forze del Qatar, permette alle forze di occupazione di: a) minimizzare il rischio di vittime occidentali e le conseguenti ricadute politiche, e b) impersonare più facilmente il ruolo di locali combattenti libici.
Alla luce del coinvolgimento delle SAS nel coordinare gli attacchi aerei e la caccia a Gheddafi, oltre alle notizie di Debka, è altamente probabile che forze speciali britanniche (o del Qatar guidate dai britannici) abbiano catturati Gheddafi e l’abbiano consegnato alle forze d’occupazione ‘ribelli’, dopo avergli sparato senza pietà, per evitare la fuga e garantirne la morte.
Il consenso dei media, dipinge invece un quadro del tutto falso di una vittoria ‘ribelle’. Questi tirapiedi dell’occupazione non sono stati in grado di tenere una singola città, senza che le bombe, i proiettili e i missili Hellfire della NATO distruggessero tutto quello che era sul loro cammino. Ogni singolo evento decisivo, nella guerra alla Libia, è stato ottenuto dalla NATO, pur essendo fraudolentemente attribuito a questo gruppo di sciocchi ratti assetati di potere. Anche l’ultima ‘vittoria’, la cattura e l’assassinio di Muammar Gheddafi, gli è stata consegnata su un piatto dalle forze straniere, il vero volto dietro la cosiddetta ‘rivolta’ libica.

Aggiornamento del 24 ottobre 2011
Un rapporto del Telegraph aggiunge ulteriore peso alla teoria che l’operazione di assassinio di Gheddafi sia stata effettuata dalla NATO e dalle sue forze speciali a terra. Il 20 ottobre, un report intitolato ‘Il Colonnello Gheddafi ucciso: convoglio bombardato da drone pilotato da un pilota a Las Vegas’ rivela una serie di fatti chiave. In sintesi:
Le forze SAS britanniche e forze speciali statunitensi stavano perlustrando la zona di Sirte a caccia di Gheddafi, ma non riuscivano a trovarlo;
Circa una settimana prima che fosse assassinato, la NATO aveva individuato la posizione di Gheddafi, dopo una svolta dell’intelligence;
Anticipando i movimenti di Gheddafi, la NATO teneva Sirte sotto stretta sorveglianza audio e il video dall’aria e con le forze di terra;
Il Telegraph confermava anche il fatto che un drone statunitense Predator aveva sparato per primo sul convoglio, seguito dagli aerei francesi. Questo pone attenzione alle affermazioni palesemente false della NATO, di non sapere che Gheddafi era nel convoglio quando fu colpito.

Il Col Gheddafi ucciso: il convoglio bombardato da un drone pilotato da Las Vegas
Gheddafi era sotto sorveglianza delle forze della Nato dalla settimana scorsa, dopo una svolta dell’intelligence che le ha permesso di individuare la sua posizione. Un drone statunitense e una flotta di bombardatutto della NATO si erano addestrati sulla sua roccaforte di Sirte, per assicurarsi che non potesse sfuggire.
Fonti dell’intelligence hanno suggerito che nei suoi ultimi giorni, Gheddafi aveva interrotto la sua rigida regola del silenzio, ed era stato sentito telefonicamente, mentre utilizzava un telefono cellulare o satellitare. La tecnologia di riconoscimento vocale avrebbe immediatamente ripreso ogni chiamata che aveva fatto. Agenti dell’MI6 e ufficiali della CIA sul terreno, stavano anche fornendo informazioni e si ritiene che a Gheddafi sia stato dato un nome in codice, nello stesso modo in cui le forze statunitensi usarono il nome Geronimo durante l’operazione per uccidere Usama bin Ladin.
Dopo la caduta di Tripoli in agosto, i servizi segreti hanno cercato Gheddafi in Libia e oltre, utilizzando agenti, forze speciali e apparecchiature di intercettazione. Forze speciali britanniche e statunitensi avevano cercato nell’ex roccaforte del deserto di Gheddafi, intorno Sirte, e nel sud della Libia, senza trovarlo. “I Predators degli Stati Uniti e i droni francesi hanno martellato il centro di Sirte per diverse settimane, cercando di monitorare quello che succedeva sul campo di battaglia“, ha detto una fonte dell’intelligence.
Hanno costruito un modello di immagine di vita normale, in modo che quando qualcosa di insolito è accaduto quella mattina, come un folto gruppo di veicoli che si raccoglieva, si sono imbattuti in un’attività altamente insolita, e si è deciso di seguirli ed attaccarli.”
Aerei da guerra elettronica, un Rivet Joint statunitense, o un C-160 Gabriel francese, hanno anche ripreso i movimenti di di Gheddafi mentre tentava di fuggire.

Il drone Predator, che volava dalla Sicilia ed era controllato via satellite da una base nei pressi di Las Vegas, ha colpito il convoglio con una serie di missili anticarro Hellfire. Pochi istanti dopo, un jet francese, probabilmente un Rafale, ha puntato e spazzato via le vetture con delle bombe Paveway da 227 kg o con munizioni AASM ad alta precisione da 600.000 sterline.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora