La Nuova Via della Seta, “New Deal” cinese: conseguenze economiche e geopolitiche

Global Europe Anticipation Bulletin (GEAB) Global Research, 31 luglio 2015Eurasian mapGli storici ricorderanno che il presidente cinese Xi Jinping ha lanciato ufficialmente la nuova “Via della Seta” con un discorso di 30 minuti alla Conferenza Economica di Boao sull’isola di Hainan, il 28 marzo 2015, di fronte a 16 capi di Stato o di governo e a circa 100 ministri dei 65 Paesi sulla via, terrestre o marittima di questa nuova rotta commerciale[1]. Per noi, interessati alla previsione politica, che sfida ha lanciato! La Cina suggerisce ciò che immaginiamo il futuro facendo un passo indietro di diversi secoli, anche due millenni. Tale mossa non è assurda, ma un dato di fatto! La forza di nazioni come Russia, Iran, India o Cina deriva dalla loro capacità di pensare al futuro. L’Europa ha una profondità storica, le due guerre mondiali l’hanno incoraggiata a riscoprire l’età prima delle nazioni, di Carlo Magno o anche dell’impero romano. Questo modo di pensare è probabilmente più estraneo agli Stati Uniti che esamineranno il progetto cinese con il peggior sospetto. Tuttavia dovranno convivere con la realtà: l’appetito per questa “resurrezione del passato” degli alleati europei, ma anche di un Paese come Israele [2]; tutti Paesi che hanno appena deciso di aderire all’Asian Infrastructure Investment Bank creata dalla Cina per l’occasione, confermando che il progetto che si basa su un antico passato ha un futuro. Di seguito ci si propone di abbozzare le prevedibili conseguenze dell’iniziativa cinese. Tre elementi vanno identificati con maggiore chiarezza: Parliamo di “Via e Corridoio” del potere cinese? Quali saranno le ripercussioni sul resto dell’Eurasia? Quale sarà l’atteggiamento degli Stati Uniti di fronte a ciò che rappresenta la prima sfida della nuova era, dove apprenderà che il potere è condiviso.
65 Paesi, 4,4 miliardi di persone, 63% della popolazione mondiale, sono interessati dalla Nuova Via della Seta. Per il momento questi Paesi rappresentano solo il 29% della produzione mondiale, ma siamo solo all’inizio di un riequilibrio globale intorno l’Eurasia. La Cina prevede che entro 10 anni le sue relazioni commerciali con i Paesi lungo ciò che definisce “Via e Corridoio” dovrebbero più che raddoppiare a 2,5 trilioni di dollari. La Cina ha inviato un segnale molto forte: in un momento in cui la sua crescita economica rallenta, non ha scelto di stimolare la propria economia attraverso la spesa militare, giustificando una possibile “guerra fredda” con gli Stati Uniti[3]. Ha scelto diplomazia e commercio per riequilibrare: per dipendere meno dal rapporto economico transatlantico, sembra debba rafforzare varie relazioni “in occidente”. E’ questione letteralmente di ridiventare “Il Regno di Mezzo”[4]. Per raccogliere i capitali necessari per la nuova gigantesca infrastruttura viaria economica, la Cina ha lanciato l’Asian Infrastructure Investment Bank con 52 Paesi partecipanti, tra cui le nove principali economie europee. Il capitale iniziale doveva originariamente essere di 100 miliardi di dollari, ma dato l’afflusso di adesioni, sarà più alto. La Cina ha già fatto sapere che, per attirare gli investimenti, il diritto di veto sarà dato dal Consiglio di Amministrazione (a differenza degli Stati Uniti nelle istituzioni finanziarie di Bretton Woods). Tuttavia, cerchiamo di non avere illusioni, la Cina, attingendo dall’immemorabile esperienza diplomatica, troverà tutti i mezzi indiretti per controllare la banca di investimento pubblico di cui ha preso l’iniziativa[5]. Il Paese intende approfittare di una situazione favorevole per promuovere i propri interessi: la Russia ha bisogno del suo sostegno se vuole resistere alla resa dei conti con gli Stati Uniti sul futuro dell’Ucraina. E l’Unione europea è seriamente tentata dall’aumento degli investimenti cinesi in Europa, per uscire dalla crisi[6]. Tuttavia, non si sopravvaluti la posizione di forza della Cina. Avendo accumulato enormi riserve di dollari, sente, data la fragilità dell’economia statunitense, la necessità di diversificare il proprio patrimonio. Investire parte delle riserve di valuta in un progetto importante come la “Nuova Via della Seta” corrisponde a un bisogno. D’altra parte nella lotta diplomatica che la mette contro gli Stati Uniti, la Russia non è totalmente dipendente dalla Cina: non solo può contare sul suo deterrente nucleare, ma anche sul supporto, diretto o indiretto, di India, Iran e Turchia. Infine, ricordiamo con cura che la Cina è una potenza finanziaria lungi dall’essere sufficiente negli investimenti su due continenti e quattro mari. Il progetto “Via e corridoio” avrà successo solo se i gruppi regionali v’investiranno massicciamente[7]. Dal punto di vista dell’UE ciò solleva la questione di sapere cosa seguirà il Piano Juncker. La Banca europea per gli investimenti e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo svolgeranno un ruolo sempre più importante nei prossimi anni permettendo all’Europa di fare la sua parte nella “Nuova Via della Seta”.
L’Unione europea è a un bivio. La crisi ucraina diventa un handicap se continua: non solo le sanzioni economiche imposte alla Russia influenzano negativamente l’economia europea, ma sempre più opportunità di investimenti vanno persi in Asia centrale, e l’Unione rischia di dividersi tra un campo atlantista e uno desideroso di accordarsi con la Russia. A dire il vero non c’è altra via che il rafforzamento degli accordi di Minsk. E per evitare una crisi infinita, la Germania gradualmente sostanzierà il pilastro europeo dell’Alleanza atlantica, abbastanza da influenzare gli Stati Uniti ed uscire dalla crisi. Il modo in cui i Paesi europei si sono gettati sull’Asian Infrastructure Investment Bank conferma il riequilibrio verso l’Eurasia dal legame transatlantico, l’equivalente europeo del movimento cinese dal transpacifico alla “Nuova Via della Seta” che potrebbe avvenire rapidamente. La mappa che si dispiega davanti ai nostri occhi è affascinante per uno storico abituato a pensare come Fernand Braudel, storico del Mediterraneo e del capitalismo, su un approccio “a lungo termine”: dal punto di vista cinese, la Via di terra parte da Xian, passando per Bishkek, Tashkent, Teheran, Ankara, Mosca, Minsk prima di raggiungere Rotterdam, Anversa, Berna e Venezia. L’antica città dei Dogi è all’estremità occidentale della Via marittima che passa da Atene, Cairo, Gibuti, Nairobi, Colombo, Kuala Lumpur, Singapore (con un ramo verso Jakarta), Hanoi, Hong Kong e Fuzhou terminando a Hangzhou. La Cina dunque si offre di riaprire un collegamento commerciale vecchio di 2000 anni, e di proporre, a differenza della visione fatalista di Huntington, un vero dialogo tra le civiltà confuciana, indiana, persiana, turca, araba, africana orientale, cristiana ortodossa e le zone d’influenza occidentali. Gli attori della globalizzazione policentrica, gli eredi degli imperi cinese, mongolo, persiano, russo, ottomano, arabo, bizantina, romano-germanico, francese e inglese hanno l’affascinante possibilità di vivere finalmente una storia comune e pacifica. Va prestato attenzione, nell’equilibrio dell’Eurasia, a che all’India sia sempre ricercata e meglio integrata nelle nuove reti che la Cina attualmente pianifica. Francia e Germania, con il resto dell’Unione europea, ha una carta naturale da giocarvi, anche importante dal punto di vista dei loro interessi a lungo termine: questa “Nuova Via della Seta” sarà utile ai Paesi interessati basandosi sull’equilibrio di forze. Il riavvicinamento con l’India è un vantaggio prezioso da fare pesare su Russia e Cina. Inoltre, permette di rimanere in linea con la logica BRICS, una logica a cui la Via della Seta non appartiene al momento, mentre il dinamismo cinese e l’esigenza russa di neutralizzare l’influenza degli USA in Asia centrale favoriscono la Shanghai Cooperation Organization. Il progetto cinese di “Nuova Via della Seta” è reso possibile dalla nuova età organizzativa, dove Internet è una delle manifestazioni più eclatanti. I leader cinesi hanno sicuramente capito più velocemente degli omologhi europei che la rivoluzione informatica ha fatto esplodere la vecchia opposizione geopolitica tra potenze continentali e marittime.
Attraversata da treni ad alta velocità, chiamata a dipendere sempre meno dalla concentrazione geografica delle proprie risorse energetiche, l’Eurasia è in procinto di diventare uno “spazio liquido”[8]. La Nuova Via della Seta può, senza esagerare, essere considerata un doppio asse “liquido” rientrando negli stessi criteri di analisi. Ovviamente, un tale sviluppo avrà le sue zone d’ombra. Gli “spazi liquidi” potrebbero essere infestati da pirati, già numerosi su Internet. Pepe Escobar su Asia Times online chiama da tempo “guerra liquida” [9] il modo in cui gli Stati Uniti contribuiscono a distruggere Stati come Iraq, Libia o Ucraina. Tuttavia, cerchiamo di misurare il cambiamento in atto e gli immensi cambiamenti all’orizzonte per l’Unione europea, la cui missione non è più costruire questo “piccolo promontorio del continente asiatico”, di cui Paul Valéry parlava, ma di organizzare una tripla connessione: euro-atlantica, euro-africana ed eurasiatica…

020140520112112Note
[1] Die Welt, 30/03/2015
[2] Japan Times, 04/01/2015
[3] Mentre nel 2010, la Cina decise di ridurre la spesa militare (fonte: Wikipedia), le tensioni tra occidente e nazioni emergenti, espressasi nel 2014 con la crisi ucraina, tuttavia portarono ad aumentarle del 12,2% lo scorso anno e al 10% annunciato per il 2015. Detto questo, in percentuale sul PIL, metodo abitualmente scelto per misurare le spese militari di un Paese (ricordiamo che gli Stati Uniti chiedono ai membri della NATO di contribuire per il 2% del PIL al bilancio dell’Alleanza), la quota di questa spesa è più o meno stabile, intorno al 2,1% (gli Stati Uniti spendono oltre il 4%), tenendo conto del fatto che il PIL della Cina è aumentato di quasi il 7% quest’anno. Un altro sembra dire che la Cina aumenta la spesa militare in modo ragionevolmente possibile e ciò nel contesto della sua apertura al mondo, dov’è costretta ad essere più trasparente co una serie di spese occulte che indubbiamente, semplicemente con questo processo, emergono allo scoperto. Ma il bilancio totale delle spese militari non supera i 95 miliardi di euro rispetto ai 460 miliardi degli Stati Uniti, sapendo che tale somma è in gran parte dedicata al mantenimento di un enorme forza militare (2,1 milioni), e che la quota dedicata all’acquisto di attrezzature è tanto più ridotta (fonte: Deutsche Welle, 03/04/2015). Questi fattori portano il nostro team a considerare che, contrariamente a ciò che i media occidentali vorrebbero farci credere, la Cina non è militarmente aggressiva.
[4] Michel Aglietta/Guo Bai, La voie chinoise. Capitalisme et empire, Paris, Odile Jacob, 2012
[5] François Godement, Que veut la Chine?, Paris, Odile Jacob, 2012
[6] Claude Meyer, La Chine banquier du monde, Fayard, Paris 2014
[7] Eurasia Review, 30/03/2015
[8] Ho preso in prestito questo concetto da John Urry, Global complexity 2000
[9] Pepe Escobar, Globalistan: come il mondo globalizzato si dissolve nella guerra liquida 2007

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La fuga di El Chapo in Messico indica i legami della CIA con i narcotrafficanti

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 26/07/2015Jeb Bush Speaks At The Reagan Library About His New BookLa seconda evasione da un carcere di massima sicurezza messicano di Joaquín Guzmán, noto anche come “El Chapo”, temuto capo del famigerato cartello della droga di Sinaloa, ha puntato i riflettori dei media sul narco-Stato del Messico. La prima evasione di El Chapo nel 2001 dalla prigione Puenta Grande dalla pretesa massima sicurezza, e la seconda evasione da un altro carcere a prova di fuga di Altiplano, ad ovest di Città del Messico, hanno coinvolto numerosi funzionari messicani corrotti dalle tangenti del ricco Guzman. Inoltre, la Central Intelligence Agency degli Stati Uniti e le sue ramificazione della Drug Enforcement Administration (DEA) sono indagate ancora una volta per aver favorito funzionari del governo messicano, come l’ex-presidente Vicente Fox e l’attuale presidente Enrique Peña Nieto, accusati di favoreggiamento delle fughe di El Chapo ed anche del narcotraffico messicano e latinoamericano. L’attenzione dei candidati presidenziali del 2016 sulla questione dell’immigrazione clandestina dal Messico ha portato a miniera d’oro mediatica al promettente repubblicano Donald Trump, mentre le proposte più morbide sull’immigrazione di candidati come Jeb Bush e Marco Rubio sono oggetto di forti critiche. Trump ha irritato l’establishment politico statunitense quando ha accusato la maggior parte degli immigrati clandestini dal Messico di essere dei criminali. L’assassinio a luglio a San Francisco della 31enne Kate Steinle, di fronte al padre, per mano dell’immigrato illegale messicano Juan Francisco Lopez-Sanchez ha alzato l’indice di Trump nei sondaggi di opinione, soprattutto dopo che fu svelato che Lopez-Sanchez fu deportato dagli Stati Uniti in cinque occasioni. San Francisco per decenni è stato un importante punto del narcotraffico dal Messico e altri Paesi dell’America Latina. Quando Lopez-Sanchez fu arrestato per l’omicidio di Steinle, si scoprì che era già ricercato dalle autorità statunitensi per droga. Mentre Trump e il senatore repubblicano del Texas Ted Cruz hanno denunciato l’idea della cittadinanza a milioni di immigrati illegali latinoamericani negli Stati Uniti, Bush e Rubio, con legami familiari in America Latina, la sostengono. Bush e Rubio inoltre trafficano avidamente con l’economia oligarchica messicana. I due maggiori partiti del Messico, il conservatore liberista Partito di Azione Nazionale (PAN) e il Partito Rivoluzionario Istituzionale globalista (PRI), sono corrotti dal denaro del cartello della droga. L’unico partito che sembrava intento a ripulire la scena politica messicana dal controllo dei cartelli, il Partito della Rivoluzione Democratica (PRD) di sinistra-progressista, fu devastato da dissensi interni e da una scissione dopo la sconfitta sul filo del rasoio alle presidenziali nel 2006, con prove di una massiccia frode elettorale. Il registro della CIA prevede la diffusione dei semi della ribellione nei partiti sul punto di prendere il potere e sfidare autocrati e globalisti. Il Messico non ha fatto eccezione.
Jeb Bush, la cui moglie è messicana, avrà un momento difficile per le passate attività di uomo d’affari e governatore della Florida che ha incrociato individui legati ai sindacati dei narcotrafficanti, come i cartelli Sinaloa e del Golfo del Messico. Mentre Bush era governatore della Florida, le autorità di regolamentazione bancaria degli Stati Uniti scoprirono che il cartello di Sinaloa di El Chapo controllava 23 conti presso la filiale di Miami della Wachovia Bank. Dopo aver lasciato la carica di governatore della Florida nel 2007, Bush istituì la Jeb Bush e soci, un ufficio in comodato, senza pagare l’affitto, nel palazzo della HSBC sulla Brickell Avenue, nel quartiere degli affari di Miami. All’inizio del 2015, HSBC fu colta dalle autorità federali statunitensi riciclare 881 milioni di narcodollari, in gran parte del cartello di Sinaloa. In precedenza, HSBC fu scoperta aver riciclato 376 milioni per Wachovia. Nessuno della HSBC finì in prigione e la banca pagò una multa 1,9 miliardi di dollari al dipartimento della Giustizia con una “penale differita”, un congegno ideato da avvocati e pubblici ministeri per evitare ai banchieri la prigione. Jeb Bush, i cui legami con Wachovia e HSBC avrebbero dovuto suscitare maggiore attenzione dei pubblici ministeri, ha deciso di provare a diventare il terzo presidente degli Stati Uniti della famiglia Bush. Quando gli avvocati statunitensi del panamense Manuel Noriega minacciarono di svelare le videocassette che mostravano Noriega e George HW Bush cospirare per contrabbandare droga negli Stati Uniti, il giudice William M. Hoeveler decise semplicemente che la CIA non avrebbe dovuto presentarsi per conto della difesa al processo Noriega, a Miami. Hoeveler fu scelto da Jimmy Carter per presiedere l’US District Court del Sud della Florida fino al pensionamento lo scorso anno. Anche se ovviamente prendeva ordini da Langley, Hoeveler fu lodato dai colleghi come “stella in ascesa” della giurisprudenza statunitense. Nei tribunali statunitensi sono all’ordine del giorno giudici che hanno lavorato per conto dei riciclatori di denaro sporco e dei politici che hanno beneficiato della loro generosità finanziaria. La famiglia Bush è il peggior esempio di dinastia politica arricchitasi con narcotraffico e riciclaggio di denaro, creando una rete di “giudici sporchi” scelti per presiedere i tribunali federali e statali in Florida e Texas.
cia-rendition-plane-crash.1312435895w500 Il 28 settembre 2007, un jet Gulfstream di un contractor della CIA che trasportava 3,3 tonnellate di cocaina dalla Colombia al cartello di Sinaloa El Chapo, a Cancun, si schiantò nello Stato di Quintana Roo, nei pressi di Tixkoko, Yucatan. Il velivolo era collegato a due aziende già identificate come imprese per voli charter della CIA: S/A Holdings LLC di Garden City, New York e Richmor Aviation di Hudson, New York. Il 16 settembre 2007 l’aereo fu venduto a due uomini d’affari della Florida, uno di Miami e l’altro di Lakeland. I due uomini d’affari non furono mai identificati, ma l’aereo fu venduto per 2 milioni di dollari dalla Donna Blue Aircraft di Coconut Creek, Florida. Ogni esame delle operazioni di narcotraffico della CIA e della famiglia Bush in Florida, Louisiana e Texas svela sempre una rete complessa di società ‘scatole cinesi’, aerei che cambiano continuamente proprietari, oscuri miliardari latinoamericani che vivono in Florida e comodi “cadaveri” quando le forze dell’ordine ricevono soffiate sulle operazioni di contrabbando. Due individui legati al narcotraffico e al riciclaggio di denaro di Jeb Bush in Florida morirono in circostanze molto sospette. Manny Perez, complice di Bush nel riciclaggio di denaro presso la Eagle National Bank, fu trovato galleggiare in un canale a West Hialeah, vicino Miami, dopo che si pensava avesse spifferato del narcotraffico della famiglia Bush in Florida. La polizia stabilì che la morte di Perez fu un “incidente di nuoto”. Un altro portaborse di Bush, Manny Diaz, morì in un incidente stradale sospetto. Entrambi dovevano testimoniare alla sottocommissione bancaria del senatore John Kerry, che indagava sull’Iran-contra e il riciclaggio di narcodollari nel 1988. George Morales, contractor della CIA, morì scivolando su una saponetta nella doccia della prigione, il giorno prima del suo rilascio dal carcere in Florida, dov’era per traffico di cocaina. Morales doveva volare a Washington DC per testimoniare alla Camera dei Rappresentanti sulle operazioni di droga e contrabbando di armi della CIA, attività che interessavano Jeb Bush e suo padre, il 41.mo presidente degli Stati Uniti. Ancora un altro agente della CIA con informazioni sufficienti da affondare le fortune politiche della famiglia Bush nel 1980, Johnny Molina, si suicidò a Pensacola, in Florida, nel parcheggio di un ristorante. La polizia concluse che Molina si sparò 20 colpi con una MAC 10. Il corpo di Molina fu cremato prima dell’autopsia. L’ex-pilota della CIA, divenuto informatore della DEA, Barry Seal fu ucciso con un’esecuzione mafiosa a Baton Rouge, Louisiana, durante il servizio alla comunità dopo la condanna per droga. Quando fu arrestato in Louisiana per aver pilotato un aereo carico di marijuana, Seal disse che aveva il numero di telefono privato di George HW Bush nella valigetta. Kerry scoprì ciò che molti giornalisti investigativi hanno scoperto sui legami di CIA e famiglia Bush con il narcotraffico: la rete tra aziende, banche, agenti della CIA, compagnie aeronautiche e marittime coinvolte nel narcotraffico. Tali aziende, dalla Frigorificos de Puntarena, società di frutti di mare del Costa Rica, all’Ocean Hunter, Inc., altra azienda di frutti di mare di Miami, dalla SETCO Air che trasportava droga dall’America Centrale alla Florida alla Vortex/Universal Air Leasing di Miami, erano legate alla famiglia Bush e alla CIA, Jeb Bush compreso.
Le ramificazioni dell’evasione di El Chapo e i riferimenti importuni di Trump al problema degli immigrati illegali messicani schiumano sulla superficie della campagna presidenziale in cui i collegamenti della famiglia Bush al narcotraffico della CIA sono un problema, piaccia o no ai Bush e benestanti sostenitori.

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Povero vecchio Messico, non finiranno mai le violenze se non chiude il flusso della droga.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Legge sulle ONG cinese: contrastare soft power e sovversione occidentali

Eric Draitser New Eastern Outlook 25.07.2015W020140504338467884447La Cina ha recentemente compiuto un passo importante nel regolare più strettamente le organizzazioni non governative (ONG) straniere nel Paese. Nonostante la condanna dai cosiddetti gruppi per i diritti umani occidentali, la mossa della Cina va intesa come decisione cruciale per affermare la sovranità sul proprio spazio politico. Naturalmente, le grida stridule su “repressione” e “ostilità verso la società civile” delle ONG occidentali hanno avuto scarso effetto sulla determinazione di Pechino avendo il governo riconosciuto l’importanza cruciale di spezzare le vie per la destabilizzazione politica e sociale. L’argomento prevedibile, ancora una volta agitato contro la legge sulla gestione delle ONG straniere in Cina, è che sia una restrizione alla libertà di associazione e di espressione, per soffocare settori della fiorente società civile della Cina. I sostenitori delle ONG ritraggono questa proposta di legge come altro esempio di violazione dei diritti umani in Cina e ulteriore prova di mancato adempimento di Pechino. Ipotizzano che la Cina rafforzi ulteriormente il governo autoritario chiudendo lo spazio democratico emerso negli ultimi anni. Tuttavia, tra tali strette di mano su diritti umani e democrazia, viene convenientemente ignorato il semplice fatto che le ONG straniere e nazionali finanziate dall’estero siano in larga misura agenti di interessi stranieri, assai usate come armi del soft power per la destabilizzazione. Non è mera teoria della cospirazione come testimonia la voluminosa documentazione sul ruolo delle ONG nei recenti disordini politici in Cina. Non è una forzatura dire che Pechino ha finalmente riconosciuto, così come la Russia prima, che per mantenere la stabilità politica e la vera sovranità, deve controllare lo spazio della società civile, altrimenti manipolabile da Stati Uniti e alleati.

‘Soft Power’ e destabilizzazione della Cina
Joseph Nye ha notoriamente definito il ‘soft power’ come la capacità di un Paese di persuadere gli altri e/o di manipolare gli eventi senza forza o coercizione per avere risultati politicamente desiderabili. Uno dei principali strumenti del soft power moderno sono la società civile e le ONG che la dominano. Con il sostegno finanziario di singoli od istituzioni potenti, tali ONG utilizzano la coperture della “promozione della democrazia” e dei diritti umani per promuovere l’agenda dei loro finanziatori. E la Cina fu particolarmente vittima di tale strategia. Human Rights Watch e il complesso delle ONG in generale hanno condannato la legge sulla gestione delle ONG straniere in Cina perché giustamente credono che ostacolerà gravemente gli sforzi per agire in modo indipendente da Pechino. Tuttavia, contrariamente all’ineccepibile espressione di innocenza che tali organizzazioni usano per mascherarsi, la realtà è che agiscono come braccio delle agenzie d’intelligence e dei governi occidentali, svolgendo un ruolo centrale nella destabilizzazione della Cina negli ultimi anni. Senza dubbio l’esempio più pubblicizzato di tale ingerenza politica si ebbe nel 2014 con il molto pubblicizzato movimento “Occupy Central” di Hong Kong, noto anche come movimento degli ombrelli. I media occidentali rifilarono al loro pubblico disinformato continue storie su un movimento “pro-democrazia” che cercava di dare voce a ciò che il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest aveva cinicamente definito, “… le aspirazioni del popolo di Hong Kong”. Ma tale retorica vuota fu solo parte della storia. Ciò che i media aziendali occidentali non dissero erano i collegamenti profondamente radicati tra movimento Occupy Central e i principali organi del soft power USA. Il capo spesso propagandato di Occupy Central era l’accademico filo-occidentale Benny Tai, professore di diritto presso l’Università di Hong Kong. Anche se si presentava come il capo di un movimento di massa, Tai per anni ha collaborato con oò National Democratic Institute (NDI), una ONG di nome ma direttamente finanziata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti attraverso il National Endowment for Democracy (NED). In realtà, NDI fu uno dei principali sostenitori e finanziatori del Centro di diritto comparato e pubblico presso l’Università di Hong Kong, un programma con cui Benny Tai era intimamente connesso, essendone anche un membro del consiglio dal 2006. Quindi, lungi dall’essere semplicemente un capo emergente, Tai era una persona accuratamente scelta per un movimento da rivoluzione colorata sponsorizzato dagli USA. Altre due figure di alto profilo coinvolte in Occupy Central erano Audrey Eu, fondatrice del Partito civico di Hong Kong, e Martin Lee, fondatore e presidente del Partito democratico di Hong Kong. Eu e Lee hanno vecchi legami con il governo degli Stati Uniti attraverso NED e NDI, essendo stata Eu frequente ospite dei programmi sponsorizzati dal NDI, ed essendo Lee un glorioso destinatario dei riconoscimenti di NED e NDI, oltre ad aver incontro il vicepresidente degli USA Joe Biden nel 2014 insieme all’avvocato anti-cinese Anson Chan. Non ci vogliono poteri eccezionali di deduzione per vedere che, in misura diversa, Tai, Eu, Lee e Chan sono il volto pubblico di un’iniziativa del governo statunitense volta destabilizzare Hong Kong, una delle più economicamente e politicamente importanti regioni della Cina. Tramite le ONG, Washington promuove una linea anti-Pechino sotto l’egida della “promozione della democrazia”, proprio come ha fatto dall’Ucraina al Venezuela. Fortunatamente per la Cina, il movimento non è stato supportato dalla classe operaia di Hong Kong e Cina, e neanche dalla classe media che vi ha visto poco più di un inconveniente, al meglio. Tuttavia, ciò richiese l’azione rapida del governo per contenere il fiasco nelle relazioni pubbliche e nei media che avrebbe comportato il movimento, un fatto di cui Pechino, senza dubbio, ha preso atto. Come il portavoce per il Congresso nazionale del popolo ha spiegato ad aprile, la legge sulle ONG è necessaria per “la salvaguardia della sicurezza nazionale e il mantenimento della stabilità sociale”. In effetti, alla fine del 2014, sulla scia di Occupy Central, il presidente cinese Xi Jinping s’è recato a Macao parlando della necessità di garantirne la “retta via”. Con velato riferimento a Hong Kong, Xi ha elogiato Macao che continua a seguire il principio “un Paese, due sistemi”, la politica con cui le regioni amministrative speciali di Macao e Hong Kong hanno autonomia, ma sono soggette alla legge cinese. In sostanza, Xi ha chiarito che nonostante il movimento delle ONG straniere, fabbricato a Hong Kong, Pechino aveva saldamente il controllo. Ed è proprio questo il problema: il controllo.

ONG, Soft Power e terrorismo nello Xinjiang
xijinping-newspaper L’arma del ‘Soft power’, l’ONG, non è relegata solo ad Hong Kong. In realtà, la provincia occidentale cinese del Xinjiang, una delle regioni più instabili del Paese, ha visto costante destabilizzazione e sovversione attiva da parte del soft power negli ultimi anni. Sede dell’etnia a maggioranza musulmana uigura, il Xinjiang è stato ripetutamente attaccato dal terrorismo e dalla propaganda vile che cerca di dipingere la Cina oppressiva e nemica degli uiguri e dei musulmani in generale. Il Xinjiang è stato vittima di una serie di attacchi terroristici mortali negli ultimi anni, tra cui l’odioso attentato con autobombe che uccise e ferì oltre 100 persone nel maggio 2014, accoltellamenti di massa e bombardamenti del novembre 2014, e il mortale attacco dei terroristi uiguri a un posto di blocco il mese scorso, che ha lasciato 18 morti. Se tali attacchi, che hanno causato la morte di decine di inermi cittadini cinesi, fossero stati effettuati contro, per esempio, gli statunitensi, i media occidentali avrebbero parlato di jihad contro il mondo intero. Tuttavia, dato che sono accaduti in Cina, questi diventano incidenti isolati causati da “marginalizzazione” e “oppressione” del popolo uiguro dalle parte delle cattive grandi autorità cinesi. Tale racconto disgustosamente parziale è in gran parte dovuto alla penetrazione delle ONG nella comunità uigura e a una vasta rete di relazioni pubbliche finanziate dal governo degli Stati Uniti. Lo stesso National Endowment for Democracy (NED), che ha erogato fondi al NDI e altre organizzazioni coinvolte nella destabilizzazione di Hong Kong, è il primo finanziatore del complesso delle ONG uigure. Le seguenti organizzazioni hanno ricevuto un significativo sostegno finanziario dalla NED: Congresso Mondiale Uiguro, Associazione americana uigura, Fondazione internazionale per la democrazia e i diritti dell’uomo uigura e l’International Uighur PEN Club. Tali ONG sono spesso le fonti citate dai media occidentali per commentare ciò che riguarda lo Xinjiang, sempre pronte a demonizzare Pechino per ogni problema nella regione, compreso il terrorismo. Forse il miglior esempio di tale propaganda e disonestà s’è avuto nelle ultime settimane quando i media occidentali hanno diffuso storie che accusavano la Cina di aver vietato l’osservanza del Ramadan nello Xinjiang. In effetti, ci furono letteralmente centinaia di articoli che condannavano la Cina per tale “restrizione della libertà religiosa” raffigurante il governo cinese come repressivo e violatore dei diritti umani. È interessante notare che la fonte non era altro che il Congresso mondiale uiguro finanziato dalla NED. Inoltre, a metà luglio, il giorno della Ayd al-Fitr (l’ultimo giorno del Ramadan), il Wall Street Journal pubblicò una storia per sminuire i media cinesi che, nelle ultime settimane, pubblicizzavano come nel Xinjiang e in Cina si celebri apertamente il Ramadan. E, come ci si aspettava, la fonte anti-cinese era come al solito un rappresentante del Congresso mondiale degli uiguri. Sembra che tale organizzazione, lungi dal difendere i diritti umani, sia portavoce della propaganda statunitense contro la Cina. E quando la propaganda è sfidata e screditata dalla Cina, ciò non suscita che altra propaganda ancor più dozzinale.

Impronte geopolitiche
Tale demonizzazione ha assunto un chiaro significato geopolitico e strategico quando la Turchia s’è immischiata condannando la Cina per la sua presunta “persecuzione” degli uiguri, che Ankara vede come turchi nella sua prospettiva revanscista neo-ottomana. Il ministero degli Esteri turco ha detto in un comunicato che “Il nostro popolo è rattristato dalla notizia che agli uiguri turchi è vietato il digiuno o effettuare altri compiti religiosi nella regione dello Xinjiang… La nostra profonda preoccupazione per questi rapporti sono stati trasmessi all’ambasciatore della Cina ad Ankara“. La Cina ha risposto considerando inappropriati i commenti dal ministero degli Esteri della Turchia, specialmente alla luce della definizione assurda degli uiguri (cittadini cinesi) come “turchi.” Il portavoce del Ministero degli Esteri della Cina Hua Chunying ha dichiarato, “La Cina ha già chiesto alla Turchia di chiarire questi rapporti ed abbiamo espresso preoccupazione per la dichiarazione del ministero degli Esteri turco… Dovete sapere che tutti nello Xinjiang godono della libertà religiosa accordatagli dalla Costituzione cinese“. Mentre il governo cinese, come fa quasi sempre, ha usato un linguaggio decisamente moderato per esprimere dispiacere, le implicazioni della dichiarazione non sono state ignorate dagli osservatori politici più acuti e con una qualche comprensione del rapporto tra Cina e Turchia. Anche se i due Paesi hanno molti interessi allineati, come dimostra il ripetuto desiderio della Turchia di aderire alla Shanghai Cooperation Organization (SCO), il fatto poco noto è che la Turchia è uno dei principali animatori del terrorismo in Cina. Anche se non c’è stata alcuna fanfara dai media internazionali, nel gennaio 2015 le autorità cinesi arrestarono almeno dieci turchi accusati di aver organizzato e facilitato l’attraversamento illegale delle frontiere di numerosi estremisti uiguri. Fu inoltre rivelato che tali estremisti progettavano di recarsi in Siria, Afghanistan e Pakistan per addestrarsi e combattere con gli altri jihadisti. La storia è ancora una prova ulteriore della ben finanziata rete del terrore internazionale gestita e/o supportata dai servizi segreti turchi. Secondo il ministero degli Esteri turco, i dieci cittadini turchi furono arrestati a Shanghai il 17 novembre 2014 per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Mentre le accuse formali contro di loro vanno dalla falsificazione dei documenti all’emigrazione illegale, la maggiore questione è il terrorismo internazionale che si cela sotto la superficie. Perché naturalmente, come le prove sembrano indicano, tali immigrati uiguri non viaggiavano per vedere i propri cari all’estero. Al contrario, erano probabilmente parte di un flusso di estremisti uiguri che si recava in Medio Oriente per combattere con lo Stato islamico e altri gruppi terroristici. Tali reti estremiste hanno eseguito l’attentato mortale ad Urumqi, capitale dello Xinjiang. In realtà, proprio tale tendenza fu denunciata due mesi prima, nel settembre 2014, quando la Reuters riferì che Pechino aveva formalmente accusato i militanti uiguri dello Xinjiang di essersi recati nel territorio controllato dallo Stato islamico per addestrarsi. A ulteriore conferma di tali accuse, il Jakarta Post indonesiano riferiva che quattro jihadisti uiguri cinesi erano stati arrestati in Indonesia dopo esser giunti dalla Malesia. Altri articoli simili sono emersi negli ultimi mesi, dipingendo il quadro di una campagna concertata per aiutare gli estremisti uiguri a collaborare in tutta l’Asia con i gruppi terroristici transnazionali come lo Stato islamico. Così, i terroristi uiguri con documenti falsi forniti dalla Turchia sono implicati nella stessa rete del terrore che ha effettuato una serie di attentati mortali contro cittadini e poliziotti cinesi. Non c’è da stupirsi che la Cina non faccia molto per asciugare le lacrime di coccodrillo di Erdogan e del governo turco. Tuttavia, nonostante la guerra del terrore, le ONG uigure finanziate dagli USA continuano a rappresentare la Cina come responsabile del terrorismo. La destabilizzazione della Cina prende molte forme. Da movimento di protesta prodotto a Hong Kong e promosso dalle ONG collegate al governo degli Stati Uniti, alla guerra di propaganda fabbricata e spacciata da altre ONG promosse dal governo degli Stati Uniti, alla guerra terroristica fomentata da un membro della NATO; la Cina è una nazione sotto attacco del soft e hard power. Che Pechino finalmente prenda misure per frenare la perniciosa influenza di tali ONG e delle forze che rappresentano, non è solo un passo positivo, è assolutamente necessario. La sicurezza nazionale e la sovranità nazionale della Repubblica Popolare Cinese non richiedono nulla di meno.Xinjiang_mapEric Draitser è analista geopolitico indipendente di New York City, fondatore di StopImperialism.org ed editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Tsipras chiese a Putin 10 miliardi di dollari per “stampare dracme”

Tyler Durden Zerohedge 21/07/2015Tsipras meeting with Putin KremlinA gennaio, quando segnalammo la prima sfida ufficiale all’Europa dell’allora nuovo primo ministro greco Tsipras, (che per promemoria visitò da subito il poligono di tiro in cui i nazisti giustiziarono 200 greci il 1° maggio 1944), notammo che era l’inizio del perno greco dall’Europa verso la Russia. Commentammo molte altre cose accadute da allora: “L’Europa, per esempio, sarà più dispiaciuta che la Grecia decida di mettere al primo posto delle priorità il popolo piuttosto che gli acquirenti offshore di beni greci. La maggior parte è dispiaciuta, soprattutto visto che la liquidazione della Grecia è parte dell’accordo salvataggio greco: un accordo che la troika ha ripetutamente affermato di non dover rinegoziare”. Ma soprattutto, anche allora dicemmo esplicitamente che se la Grecia debba mantenere la sua leva (cosa che ha scoperto non avere nel modo peggiore 6 mesi dopo), aveva bisogno di un piano B riguardante una fonte alternativa di fondi, cioè Russia e/o Cina; una possibile fonte finanziaria ad interim tanto necessaria per la Grecia mentre stampa propria moneta e si prepara ad evadere dal carcere europeo. “I tedeschi non erano felici: un banchiere tedesco avvertì problemi terribili se il nuovo governo attuava il programma di aiuti del Paese in questione, mettendo a repentaglio il finanziamento delle banche. “Si avrebbero conseguenze fatali per il sistema finanziario della Grecia. Le banche greche perderebbero l’accesso al denaro della banca centrale”, disse il membro del consiglio della Bundesbank Joachim Nagel al giornale Handelsblatt. Beh, forse… A meno che, naturalmente, la Grecia non trovi una nuova fonte alternativa di finanziamento che non abbia nulla a che fare con l’establishment del FMI, i cui “salvataggi” sono solo una cortina fumogena per attuare politiche filo-occidentali e consentire la rapida liquidazione di qualsiasi società “salvata”… Il che significa, naturalmente, che ora Russia (e Cina) dovevano diventare alleati cruciali della Grecia, il che spiegherebbe immediatamente il perno logico verso Mosca”. Un po’ scherzando, il 27 giugno, il giorno dopo che Tsipras annunciava in modo scioccante il referendum, ripetemmo proprio questo: “Cara Grecia, se vuoi un prestito dall’Asian Infrastructure Investment Bank, spedisci una mail a information@aiibank.org”.
Come si è visto, niente di tutto ciò era uno scherzo e se il giornale greco “To Vima” va preso sul serio, c’era un “Piano B” da 10 miliardi di prestiti urgenti da Vladimir Putin per finanziare la nuova moneta greca, proprio ciò che la Grecia contemplava! Secondo Greek Reporter, il primo ministro greco Alexis Tsipras chiese al presidente russo Vladimir Putin 10 miliardi di dollari per stampare dracme. In altre parole, se è vero, allora la Grecia fece proprio come dicemmo doveva fare: avvicinare la Russia e i Paesi BRICS con una richiesta di finanziamento per sfuggire alla forza gravitazionale europea… L’articolo cita Tsipras nella sua ultima intervista all’emittente nazionale greca ERT dove dice che “affinché un Paese stampi la propria valuta nazionale, ha bisogno di riserve in valuta forte“. Tuttavia, un po’ sorprendentemente, Mosca e Pechino dissero di no: “La risposta di Mosca fu la vaga menzione di un anticipo di 5 miliardi di dollari per il nuovo gasdotto South Stream che attraverserà la Grecia. Tsipras fece richieste simili a Cina e Iran, ma senza alcun risultato”, dice l’articolo che continua: “Tsipras progettava il ritorno alla dracma dall’inizio del 2015 e contava sull’aiuto della Russia per raggiungere questo obiettivo. Secondo l’articolo, Panos Kammenos, Yiannis Dragasakis, Yanis Varoufakis, Nikos Pappas, Panagiotis Lafazanis e altri membri della coalizione erano consapevoli del piano. Nella sua prima visita a Mosca, Tsipras condannò la politica dell’Unione europea in Ucraina e sostenne il referendum dell’Ucraina orientale che cercava la secessione. Fu allora che la Germania capì che la Grecia era disposta a mutare alleanze, cosa che metterebbe a rischio la coesione dell’eurozona. Tsipras sperava che la Germania indietreggiasse con tale minaccia e offrisse alla Grecia un generoso taglio del debito. Al momento Tsipras ambiva ad essere il soggetto che avrebbe potuto cambiare l’Europa, prosegue l’articolo. Si parla anche di una “offerta geopolitica”, quando Tsipras fu presentato a Leonid Resetnikov, direttore dell’Istituto di studi strategici russo, prima delle elezioni del Parlamento europeo nel maggio 2014. La presentazione fu fatta dal professore di studi russi Nikos Kotzias, che in seguito incassò il favore divenendo ministro degli Esteri”. Ma la maggiore sorpresa fu Putin che rifiutò l’offerta la notte del referendum. “Il referendum del 5 luglio fu il banco di prova di Tsipras per vedere ciò che il popolo greco pensa dell’Europa e della zona euro. Tuttavia, la notte del referendum, la Russia disse che Putin non voleva sostenere il ritorno della Grecia alla dracma. Ciò fu confermato nei giorni seguenti. Dopo di che, Tsipras non ebbe altra scelta che “consegnarsi” alla cancelliera tedesca Angela Merkel e firmare il terzo pacchetto di salvataggio”. In altre parole, non fu l’errore di Tsipras nel prevedere come la Grecia avrebbe reagito al referendum, e non era suo desiderio segreto perdere come prima suggerito (aspettandosi il sì e ottenendo un 61% di “No” invece), ma il rifiuto all’ultimo minuto di Putin che fece capitolare il governo greco, e l’espulsione di Varoufakis avvenne certamente perché ideatore di quel piano. Ciò significa anche che Merkel ha improvvisamente un debito enorme di gratitudine verso Vladimir, il cui tradimento dei “marxisti” greci ha permesso all’eurozona di continuare nella sua forma attuale. La domanda allora è qual è lo scambio di Vlad per la resa del governo greco (e consegna del meglio del suo patrimonio), il cui destino era nelle mani dell’ex-spia del KGB.
Infine, è molto probabile che To Vima si prenda alcune libertà con la verità. Per confermarlo vi suggeriamo la versione ufficiale di Varoufakis, che ultimamente è stato tutt’altro che in silenzio. Se confermata, sarà certamente la storia più grossa e sottovalutata dell’anno, suggerendo che la perpetuazione del sogno della Merkel di un’Europa unita è possibile solo grazie a Putin. Se confermato, prima di tutto si guardi allo scisma crescente tra Europa e Stati Uniti (che chiaramente fa pressioni su Merkel con richieste sempre più forti del FMI per la riduzione del debito, per non parlare di un intervento piuttosto diretto di Jack Lew nei negoziati per il salvataggio della Grecia), e un crescente senso di vicinanza amichevole tra Berlino (e Bruxelles) e Mosca. Il maggiore perdente in questo gioco della realpolitik, ancora una volta, è il popolo greco.

Jack Lew

Jack Lew

Mosca nega che Tsipras abbia chiesto alla Russia di finanziare la stampa della dracma
Sputnik

1022577763Il primo ministro greco Alexis Tsipras non ha mai rivolto alla Russia la richiesta di fornire alla Grecia l’aiuto finanziario per stampare la propria moneta, ha detto il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov. “Il presidente ha già detto, il ministro ha detto e noi più volte abbiamo detto che le autorità greche non si sono rivolte alla Russia per chiedere aiuto“, ha detto ai giornalisti Peskov. I media greci avevano riferito che Tsipras aveva chiesto al presidente russo Vladimir Putin 10 miliardi di dollari per facilitare la stampa della dracma, la valuta nazionale della Grecia prima che aderisse all’eurozona. Grecia e Russia hanno ampliato la cooperazione dopo che Syriza è salito al potere nel gennaio 2015. A luglio, l’inviato russo presso l’Unione europea Vladimir Chizhov aveva detto che Mosca era pronta ad aiutare il Paese a corto di liquidi, anche con la cooperazione economica nella privatizzazione delle infrastrutture del Paese. Il fallimento di Atene nel raggiungere un accordo con i creditori internazionali sul nuovo programma di salvataggio, prima che il pacchetto di aiuti precedente scadesse il 30 giugno, ha alimentato speculazioni sul Paese che lascerebbe la zona euro tornando alla dracma. Il 13 luglio, i capi della zona euro hanno raggiunto un accordo sul nuovo pacchetto di salvataggio della Grecia. Dopo che è stato raggiunto l’accordo, Tsipras ha detto che la Grexit era esclusa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il caso dell’oro mancante della Cina

Tyler Durden Zerohedge 20/07/2015827echina-gold-deng-xiaoping-bust-3Dopo la rivelazione ufficiale della Cina secondo cui, per la prima volta dall’aprile 2009, ha aumentato le riserve auree “solo” di 600 tonnellate, presumibilmente in un mese, cosa impossibile che conferma come anche la PBOC non solo trucchi i suoi libri, ma sia disposta a confermare ciò, molti si chiedono cosa realmente accade dietro le quinte della banca centrale, che secondo anche stime prudenti di Bloomberg, ha visto il suo oro triplicarsi ad oltre 3510 tonnellate. Forse la risposta è molto semplice: mentre molti ritengono che l’unica ragione per cui la Cina ha rivelato (parte delle) sue ultime riserve auree, rafforza ulteriormente la richiesta per l’ammissione al Diritto speciale di prelievo presso la FMI, la vera ragione per cui la PBOC può aver dichiarato al mondo che ha molto più oro sia semplicemente per sostenere il proprio mercato. Impossibile? Ricordiamo una citazione poco nota della Reuters del 3 luglio, proprio mentre le scorte cinesi precipitavano del 7% su base giornaliera, con indici dei futures fermi al limite minimo e la metà delle borse cinesi sospese: “Lo Shanghai Composite Index è crollato di oltre il 7,1 per cento all’avvio. La sessione mattutina si è conclusa con un calo del 3,3 per cento, a 3785,6 punti, verso una perdita settimanale di quasi il 10 per cento. “E’ un disastro borsistico. Se non lo è, cos’è?” ha detto Fu Xuejun, stratega della Huarong Securities Co. “Il governo deve salvare il mercato, non con parole vuote ma con veri argento e oro” disse, dicendo che la caduta in piena regola del mercato metteva in pericolo il sistema bancario, colpendo i consumi ed innescando l’instabilità sociale”. Forse tutto ciò che la PBOC ha fatto è seguire il consiglio di Fu e tirare delicatamente il sipario sul fatto che la sua vera partecipazione non ha altro motivo che ripristinare la fiducia nel bilancio e quindi stabilizzare il mercato. Per inciso, questo è esattamente ciò che dicemmo quando la PBOC stupì i media. Ricordiamo che la spiegazione ufficiale della SAFE della Cina fu una rivelazione inattesa: “L’oro come bene speciale, dai diversi attributi finanziari e vantaggi, insieme ad altre attività. aiuta a regolare e ottimizzare le caratteristiche di rischio del rendimento complessivo del portafoglio delle riserve internazionali. A lungo termine e da una prospettiva strategica, se necessario, regola dinamicamente le riserve internazionali di portafoglio, sicurezza, liquidità ed incremento del valore delle attività di riserva internazionale”. Come osservammo “la Cina ha dovuto attendere che il suo mercato azionario si arrestasse per presentare il “bazooka” della stabilità sistemica: l’oro. Perché rivelando l’aumento delle proprie riserve auree, la PBOC spera di fornire finalmente quel legame mancante che aumenterà la fiducia degli investitori, convincendoli ad acquistare nuovi titoli“. E ora che il sigillo è stato finalmente rotto dopo tanti anni, e dato che l’aggiornamento di oggi indica che le cifre sull’oro cinese sono chiaramente dettate da uno scopo politico specifico, rafforzare la fiducia, attendiamo che la PBOC inizi a diffondere ogni mese i dati sull’aumento dell’oro in suo possesso (soprattutto nei mesi in cui blocca il mercato) avvicinandoci sempre più alle vere riserve auree della Cina. Forse è un semplice caso che la PBOC riveli di possedere più oro di quanto previsto, solo per conservare un po’ di fiducia dopo aver intrapreso una serie inaudita di “tuffi di protezione”, pochi dei quali riusciti (almeno fino a quando le minacce di chiusura definitiva dei venditori sono emerse). Poi un’altra possibile spiegazione è offerta da Ambrose Evans-Pritchard del Telegraph, citando l’analista della Sharps Pixley, Ross Norman, secondo cui “il livello di riserve auree annunciato dalla Cina sottostima in maniera massiccia i dati reali del Paese. “Pensiamo che abbia almeno il doppio, forse anche 4000 tonnellate”, ha detto. Secondo la Sharps Pixley un “cambiamento sismico” è in corso sul mercato dell’oro mentre il potere economico si sposta ad est aumentando i prezzi dell’oro nel frattempo”. “Una divisione dell’Esercito di liberazione popolare ha miniere d’oro da cui trasferisce il metallo al Ministero delle Finanze cinese, agendo da circuito commerciale normale. Il governo acquista l’oro direttamente dai produttori cinesi. Si tratta di una transazione interna e non è quindi necessariamente registrata nelle riserve estere della Cina”. Poi AEP prosegue citando David Marsh, del forum monetario OMFIF, secondo cui “la Cina rischierebbe d’inquietare il mercato dell’oro mondiale se rivelasse riserve per 2000 o 3000 tonnellate. Questo potrebbe essere interpretato come mossa ostile nei confronti del dollaro in un “momento delicato“.” E da un punto di vista puramente logico, sarebbe molto più ragionevole per la PBOC rivelare solo una frazione delle sue riserve auree, sia per stabilizzare il mercato azionario che per aumentare le possibilità di ammissione alla DSP, piuttosto che svelare l’intera cassaforte, soprattutto se ne vuole comprare altro: non ci vuole un genio per capire che si possono acquistare più beni e più economicamente se non si svela di aver accumulato enormi quantità di un determinato bene. Così la prossima domanda è se la Cina ha effettivamente più oro di quanto viene detto e se la PBOC semplicemente esponga le sue partecipazioni un mese alla volta, per qualsiasi motivo (soprattutto perché sappiamo che la PBOC non ha acquistato più di 600 tonnellate a giugno), allora dov’è questo oro “nascosto”, o meglio, dove va tutto l’oro della Cina, le migliaia di tonnellate sia delle miniere nazionali che importate negli ultimi cinque anni? Una risposta è data da Louis Cammarasno nel seguente post sul blog Smaulgld:

“Il caso dell’oro mancante cinese”
• La Banca Popolare di Cina aggiorna le sue riserve auree
• Le riserve auree cinesi aumentano di 604 tonnellate passando da 1054 tonnellate nel 2009 a 1658
• Molti osservatori si chiedono: ‘Tutto qui’?
• Dal 2009 la Cina ha estratto più di 2000 tonnellate d’oro e importato oltre 3300 tonnellate d’oro attraverso Hong Kong*.
• Dov’è finito?

Il caso dell’oro mancante della Cina
Il 17 luglio 2015 la Banca popolare di Cina (PBOC) ha aggiornato le riserve auree per la prima volta dal 2009. La PBOC ha riferito dell’aggiunta di 604 tonnellate d’oro alle riserve per un totale che passa da 1054 a 1658 tonnellate. L’annuncio è stato ampiamente anticipato dalla PBOC come pre-requisito alla domanda della Cina per aderire ai Diritti Speciali di Prelievo (“DSP”) del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Le riserve auree annunciate dalla Cina sono una quantità rispettabile ma di gran lunga inferiore a ciò che molti osservatori credono possieda. 1658 tonnellate d’oro sono sufficienti per il Fondo monetario internazionale? Avere maggiori riserve auree non serve per aderire ai DSP. L’Inghilterra è nei DSP ed ha poco più di 310 tonnellate d’oro. Abbiamo sostenuto che l’obiettivo primario della Cina non è l’accettazione dei DSP, ma piuttosto creare una struttura internazionale finanziaria parallela che rivaleggi con il FMI. Pensiamo che la Cina detenga parte del suo oro nella PBOC quale riserva, e il resto sia tenuto altrove in Cina. Le riserve auree aggiornate della PBOC sono cinque volte quelle inglesi e certamente sufficienti a dimostrare il peso finanziario richiesto per l’ammissione ai DSP. La PBOC non deve riportare migliaia di tonnellate d’oro per entrarvi, e non deve eclissare il principale partner commerciale, a questo punto, gli Stati Uniti (che dichiarano riserve auree per 8135 tonnellate).world-gold-reserves-july-2015-top-20Il recente aggiornamento della Cina delle proprie riserve auree la mettono al quinto posto tra le nazioni in possesso d’oro.

Come la Cina ha segnalato l’aggiornamento delle sue riserve auree
Inoltre le oltre 600 tonnellate d’oro delle riserva della PBOC sono presentate quale singola voce, nel giugno 2015! A differenza della Russia che riporta gli aumenti nelle sue riserve auree mensilmente (come noi cataloghiamo qui), la PBOC ha scelto d’includere l’intero aumento delle sue riserve auree dal 2009 in un solo mese.PBOC-gold-reserves-july-2105-amendedLa Banca Popolare Cinese presumibilmente ha aggiunto 1943 milioni di once di oro (circa 600 tonnellate) alle sue riserve a giugno.

Quanto oro c’è in Cina?
L’importo supplementare di oro che la PBOC ha riferito non sembra quadrare con i rapporti disponibili su produzione e importazione di oro cinese.

Produzione mineraria cinese
La Cina è ora la prima nazione del mondo per miniere d’oro e non l’esporta praticamente mai.chinese-gold-mining-production-2000-2014-for-postLa Cina ha prodotto più di 2000 tonnellate d’oro dal 2009.

Riserve minerarie cinesi
Ce n’è molto di più laddove proviene! Il 25 giugno 2015, Zhang Bignan Presidente e Segretario Generale della China Gold Association presentò questa diapositiva al forum del London Bullion Market indicando che la Cina ha riserve minerarie di oro per circa 9800 tonnellate.Chinese-gold-mining-reserves-2015Secondo il Presidente e Segretario Generale della China Gold Association, la Cina ha più di 9800 tonnellate di oro nelle riserve minerarie.

Le importazioni di oro cinesi
La Cina ha anche di molto intensificato la importazioni di oro dal 2009. Dal 2010 al maggio 2015 le importazioni cinesi d’oro nette attraverso Hong Kong furono di oltre 3300 tonnellate.annual-chinese-gold-net-imports-july-2015Le importazioni di oro cinesi attraverso Hong Kong ammontano ad oltre 3300 tonnellate dal 2009.
* La Cina importa anche una quantità ignota, ma grande, di oro attraverso Shanghai.

Il commercio di oro cinese sul Shanghai Gold Exchange
Oltre a produzione e importazione di oro la Cina gestisce anche il Shanghai Gold Exchange (SGE) un importante hub commerciale di oro fisico. I prelievi di oro fisico dal SGE fino ad oggi, 2015, vanno oltre le 1200 tonnellate e oltre le 9000 tonnellate da gennaio 2009.shanghai-gold-exchange-week-ended-july-10-2015I prelievi di oro fisico dal Shanghai Gold Exchange vanno oltre le 1200 tonnellate dall’inizio del 2015.

Chi possiede l’oro cinese?
Se la produzione mineraria e le importazioni attraverso Hong Kong e Shanghai di oro cinese non finiscono alla PBOC, dove vanno?

Il popolo cinese
Una buona parte dell’oro cinese è in mano ai cittadini. La famosa follia “Da Ma” o le casalinghe cinesi che comprano ad ogni tuffo dei prezzi, presumibilmente detengono buona parte dell’oro della nazione. Alcuni stimano che i cittadini cinesi detengano migliaia di tonnellate d’oro. Una stima afferma che ne detengano 6000 tonnellate.

Banche pubbliche cinesi
Forse altro oro della nazione cinese si trova nelle altre banche statali, non necessariamente nella PBOC, come Agricultural Bank of China, Bank of China, China Construction Bank, China Development Bank e Industrial and Commercial Bank of China tutte situate, come la PBOC, a Beijing.

Il Fondo sovrano cinese
La China Investment Corporation (CIC) sempre a Bejiing, è un fondo sovrano responsabile della gestione di parte delle riserve in valuta estera della Repubblica Popolare cinese. La CIC ha 746,7 miliardi dollari di asset e riferisce al Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese.

Contabilità fuori bilancio?
La CIC ha 225,321 miliardi di beni finanziari e circa 3,130 miliardi di dollari in “altre attività” in bilancio. È possibile che alcuni di questi “attivi” siano in oro. La CIC ha tre filiali: CIC International (responsabile di azioni ed investimenti obbligazionari internazionali), CIC Capital (investimenti diretti) e Central Huijin (partecipazioni in istituzioni finanziarie ed imprese di proprietà statale cinesi).
Central Huijin detiene partecipazioni rilevanti in: Agricultural Bank of China (40,28%), Bank of China (65,52%), China Construction Bank (57,26%), China Development Bank (47,63%) e Industrial and Commercial Bank of China (35,12%). Per un Remnimbi sostenuto dall’oro 1658 tonnellate di riserve auree sono insufficienti, ma per l’ammissione ai DSP sono perfette. Se infatti la Cina detiene oro tramite la CIC e/o qualsiasi banche statale, la PBOC potrebbe inserire l’oro nel proprio bilancio per dimostrare, rapidamente e facilmente in un solo mese, più riserve auree con una singola voce.central_bank_chinaTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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