La Cina smantella le operazioni della CIA

Alexander Mercouris, The Duran 21/5/2017

Il New York Times conferma che tra il 2010 e il 2012 la Cina ha smantellato un’operazione spionistica della CIA in Cina, imprigionando e giustiziando varie spie.
Il New York Times, basandosi su 10 agenti della CIA, afferma che tra il 2010 e il 2012 la Cina ha smantellato l’intera operazione della CIA in Cina, arrestando ed eliminando 20 spie. Sembra che in un caso i cinesi giustiziassero una delle spie catturate nel cortile di un edificio pubblico davanti ai colleghi con cui lavorava, per avvertirli dei rischi dello spionaggio per la CIA. Sembra che sia stata la peggiore disfatta che la CIA abbia subito dalla fine della guerra fredda e finora gli agenti sono divisi sulle cause, con alcuni che accusano una talpa (i loro sospetti puntano su un individuo che ora vivrebbe in un Paese asiatico) mentre altri accusano la gestione dei responsabili della CIA a Pechino. Indipendentemente dal fatto che l’episodio causi recriminazioni nella comunità d’intelligence degli Stati Uniti ancora oggi, e mettendo da parte la questione di come la Cina abbia scoperto e distrutto questa rete spionistica, vi sono numerosi spunti da questo episodio.
Il primo è che, sebbene il New York Times affermi che nel 2013 la Cina avrebbe perduto la capacità d’individuare le spie statunitensi, la sconfitta sembra così devastante che è improbabile che l’operazione della CIA in Cina sia stata riportata ai livelli di prima del 2010.
Il secondo è che, anche se i cinesi hanno agito decisamente e spietatamente per distruggere la rete della CIA, hanno agito anche discretamente. Contrariamente a quanto si sa della vicenda e del totale silenzio della Cina, vi è l’enorme sconcerto negli Stati Uniti sui cosiddetti “illegali russi”, arrestati dall’FBI nello stesso periodo. Contrariamente a certe rivendicazioni, gli “illegali” non erano spie ma agenti che l’intelligence russa cercò d’insediare negli Stati Uniti per sostenere future operazioni di spionaggio. Poiché nessuno di loro era effettivamente una spia, le accuse furono relativamente minori e furono tutti subito deportati in Russia, venendo scambiati con vere spie statunitensi che la Russia aveva arrestato. Malgrado nessuno degli “illegali” fosse una spia, la vicenda dominò l’informazione per diversi giorni con una delle arrestate, Anna Chapman, corriere dell’intelligence non ‘illegale’, diventata star dei media notturni. Il contrasto tra la pubblicità degli Stati Uniti sullo smascheramento di questa rete e il silenzio della Cina sui passi assai più drastici presi nello stesso periodo, eliminando ciò che era chiaramente una rete spionistica, colpisce. Bisogna chiedersi se la pubblicità straordinaria che gli Stati Uniti diedero allo smascheramento dei “illegali” russi fosse una forma di compensazione psicologica per l’enorme sconfitta in Cina.
Il terzo punto segue il secondo, uno dei motivi per cui i cinesi, e anche gli USA, mantennero segreto questo affare fu evitare l’enorme danno che avrebbero subito le relazioni tra Stati Uniti e Cina se ciò diveniva pubblico. È facile vedere come la rivelazione della portata dello spionaggio statunitense in Cina sarebbe stato uno shock per il popolo cinese e la sua leadership ovviamente decise di non avvelenare ulteriormente le relazioni della Cina con gli Stati Uniti pubblicizzando la cosa.
Il quarto punto è che malgrado la preoccupazione cinese, la dimensione dell’operazione spionistica statunitense in Cina e la feroce reazione alla scoperta dimostrano che i due Paesi, per quanti convenevoli si scambino, sono rivali e avversari, non “partner” o amici.
Il quinto punto è che i cinesi reagiscono chiaramente molto più spietatamente alla scoperta di spie dei russi. Nei lunghi anni della guerra fredda tra USA e URSS, e dalla fine della guerra fredda tra Stati Uniti e Russia, si sviluppò una serie chiara di regole. Le spie che lavorano per un Paese, quando catturate dall’altro Paese, salvo circostanze estreme, non venivano più giustiziate, anche se al momento nell’URSS vi era ancora la pena di morte. Invece si trovavano in carcere fino ad essere scambiate. Chiaramente non è così tra Stati Uniti e Cina.
Il sesto punto è che questo episodio evidenzia ancora una volta l’importanza dello spionaggio, cioè dell'”intelligence umana” nel gioco dell’intelligence. Con tutta l’ampia macchina dell’intelligence elettronico di cui sentiamo così tanto parlare, la spiccata vecchia tradizione ha ancora un suo posto, e gli Stati Uniti, insieme alle altre grandi potenze, non fanno eccezione.
Il settimo e ultimo punto è che la fuga su questa storia al New York Times viene ufficialmente sancita, presumibilmente dal nuovo capo della CIA Mike Pompeo, e ci si deve chiedere perché. Può darsi che lui e Trump abbiano deciso di evidenziare la grande sconfitta dell’intelligence che gli Stati Uniti subirono durante l’amministrazione Obama, inviando un messaggio a chi orchestra l’affare Russiagate? Se è così, la fuga di questa storia potrebbe essere il primo passo del contrattacco del presidente Trump, con forse altre rivelazioni come questa.

Anna Chapman

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il fattore CPEC nei rapporti cino-indiani

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 19.05.2017L’ambizioso progetto del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), ripetutamente discusso qui, arriva gradualmente al centro delle tese relazioni tra i giganti asiatici Cina e India. Va ricordato che si tratta della costruzione di infrastrutture ferroviarie e stradali per circa 3000 km attraverso il Pakistan, collegando le province della Cina occidentale con il Mar Arabico. È inutile dire che tali collegamenti daranno risalto a varie infrastrutture minori che dovranno essere costruite per sostenere il CPEC. Tali progetti, in cui trasporti e impianti industriali saranno costruiti con uno scopo specifico, vengono spesso definiti “corridoi infrastrutturali industriali”. Strutture economiche simili sono ora create in India. Di queste, la più impressionante è il corridoio Delhi-Mumbai di quasi 2000 km. Questi progetti spesso consentono agli Stati di risolvere il problema dello sviluppo economico di territori lontani, soprattutto quando non rientrano nel cosiddetto “mondo occidentale”. A tal proposito, è ovvio che per Islamabad le intenzioni di Pechino di assegnare 46 miliardi di dollari all’attuazione del CPEC possano diventare cruciali. Tuttavia, offrendo questo progetto al Pakistan, la Cina non s’impegna nella mera beneficenza, ma risolve uno dei propri obiettivi strategici fondamentali, imposti dalla necessità di accedere in modo affidabile al Golfo Persico e alle coste orientali dell’Africa, bypassando il vulnerabile Stretto di Malacca. E sebbene Pechino sottolinei in ogni modo la natura puramente economica del CPEC, sembra certo che rafforzi ulteriormente i rapporti tra Cina e Pakistan.
La stessa natura del CPEC è destinata a provocare sentimenti negativi in India, pure rafforzati dal fatto che metà del futuro “corridoio” attraverserà le unità amministrative del Pakistan che appartenevano al Kashmir. Come risultato delle numerose guerre indo-pakistane, l’ex-principato oggi è diviso a metà con le parti che sostengono la piena proprietà del territorio precedente. In India, a quanto pare, si crede che il futuro “corridoio” sarà protetto non solo dai pakistani ma anche dalle truppe cinesi. Ciò renderà la prospettiva di un ipotetico “ricongiungimento” del Kashmir sotto controllo indiano, un sogno. Pertanto, Nuova Delhi era riluttante ad accettare qualsiasi appello di Islamabad e Pechino a “scartare qualsiasi ostilità” aderendo al progetto CPEC. Inoltre, i generali indiani parlano apertamente della prospettiva di una “guerra su due fronti”. Ad esempio, l’annuncio dell’ex-capo dell’esercito indiano, Generale Bipin Rawat, dell’8 gennaio. I commenti sui media indiani su questa affermazione hanno due punti interessanti. Primo, sarebbe stata provocata dall’attuazione del progetto CPEC, nonché dalla costruzione di infrastrutture nel Tibet cinese, adiacente al confine con l’India. Fu anche menzionato lo sviluppo delle relazioni di Pechino con Bangladesh, Nepal e Bhutan. Si ritiene che l’India possa puntare sui missili a testata nucleare Agni-V (attualmente testati), così come sui corpi dei cacciatori di montagna di circa 100000 effettivi, in risposta, se la guerra su “due fronti” iniziasse mai. Ciononostante, un mese fa il Generale Bipin Rawat ammise apertamente che le truppe indiane non possono rispondere adeguatamente a tale minaccia, mentre, allo stesso tempo, ora ricevono sufficienti finanziamenti per poter condurre una guerra su due fronti. Ecco perché Bipin Rawat è convinto della necessità urgente di formare alleanze con Paesi regionali, come Iran, Iraq e Afghanistan. Questa dichiarazione fu provocata dall’ultimo incidente sulla “linea del cessate il fuoco” con il Pakistan del 1° maggio, nel territorio dell’ex-Kashmir. Secondo gli indiani, forze speciali pakistane entrarono nella terra di nessuno, uccidendo un ufficiale indiano e sfigurandone il cadavere.
Va ricordato che l’anno scorso India e Pakistan (potenze nucleari) furono sull’orlo della guerra per due volte a causa degli incidenti sulla “linea del cessate il fuoco”, rientrando perfettamente nell’immaginazione generalizzata su terrorismo e scontri tra unità regolari di entrambi gli eserciti, avvenuti più volte all’anno negli ultimi decenni. Tale situazione nella regione non permette in alcun modo una risposta positiva dell’India agli appelli di Islamabad e Pechino ad aderire al CPEC. Inoltre, il consenso a tali proposte significherebbe che l’India riconosce effettivamente la situazione territoriale sviluppatasi finora nelle relazioni con il Pakistan. Di conseguenza, la linea del “cessate il fuoco” diverrebbe un confine internazionale riconosciuto. Tuttavia, lungi dall’appello, è difficile che il Pakistan accetti un esito nella disputa territoriale con l’India. Per Islamabad Nuova Delhi non tiene conto degli interessi della popolazione degli Stati indiani di Jammu e Kashmir, che per il 70-100% (in diversi distretti) professa l’Islam. Tutto ciò consente di concludere che non esiste alcuna possibilità che l’India, in qualsiasi forma, partecipi al CPEC nonostante l’evidente vantaggio economico che otterrebbe aderendovi. L’India decide di risolvere i propri problemi rafforzando le posizioni nell’area del Golfo Persico. Un passo importante in questa direzione fu il vertice tripartito con la partecipazione dei leader di India, Iran e Afghanistan del maggio 2016 a Teheran. Forse il risultato principale fu il prestito di 500 milioni di dollari all’India per ricostruire porto e infrastrutture nel villaggio iraniano di Chabahar. Si badi al fatto che Chabahar si trova sul Mar Arabico, dove il CPEC si dirige, ed a soli duecento km dal porto pakistano di Gwadar, all’estremità del suddetto “corridoio”. L’Afghanistan, a sua volta, era particolarmente soddisfatto dal progetto di modernizzazione di Chabahar, vivendo da tempo relazioni tese con il Pakistan. Infine, Kabul avrà l’opportunità di entrare nell’Oceano Indiano escludendo il territorio pakistano, usando la zona controllata dall’Iran e rafforzando i legami (quantomeno amichevoli) con l’India.
In conclusione, va ricordato che il CPEC è percepito dalla Cina come la parte più importante dell’ambiziosa rinascita della Grande Via della Seta. Nel frattempo, l’approccio cauto di Nuova Delhi verso il CPEC spiega l’assenza del Primo ministro indiano Narendra Moody al forum di Pechino dedicato all’attuazione del progetto Fascia e Via.Vladimir Terekhov, esperto sui problemi della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online ‘New Eastern Outlook‘ .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: Le ragioni dell’isteria saudita-statunitense

Nasser Kandil e Mouna Alno-Nakhal, Mondialisation, 18 maggio 2017Secondo Nasser Kandil
Le ultime campagne diplomatiche e mediatiche lanciate da Washington e Riyadh contro lo Stato siriano non possono essere spiegate solo come reazione a uno schiaffo doloroso ma innominabile. In effetti, quando lo Stato siriano riprende i bastioni di al-Nusra in diversi quartieri di Damasco, Stati Uniti ed Arabia Saudita l’accusano di condurre un “cambiamento demografico”, non potendo continuare a sostenere apertamente le organizzazioni terroristiche. E quando l’Esercito arabo siriano in pochi giorni scaccia lo SIIL da un “area sensibile” nel deserto siriano di 80 km di larghezza per 100 di profondità, scelta dagli statunitensi quale futuro santuario dello SIIL sulla linea strategica di collegamento tra Siria, Iran e Resistenza libanese, Stati Uniti e Arabia Saudita s’inventano ogni falsa accusa per demolire il morale del popolo siriano, sostenere i terroristi, fare pressione sul governo della Siria e l’alleato russo; ancora una volta, incapaci di continuare a sostenere apertamente le organizzazioni terroristiche. Così appare l’improvviso ciò che sembrava un dossier statunitense che accusava le autorità siriane di nascondere il massacro in un crematorio nella prigione di Sadnaya a nord di Damasco [1], immediatamente trasmesso alle Nazioni Unite: “15 maggio, il capo per il Medio Oriente del dipartimento di Stato Stuart Jones presentava le foto satellitari del carcere dicendo che il regime del Presidente Bashar al-Assad ha distrutto i resti di migliaia prigionieri assassinati negli ultimi anni. Poi chiese di “porre fine a tali atrocità”. Tali foto “declassificate” dal governo degli Stati Uniti erano datate aprile 2017, aprile 2016, gennaio 2015 e agosto 2013, mostrando edifici, uno dei quali sottotitolato “prigione principale” e l’altro “probabile crematorio”. Su una delle immagini vi era la leggenda “fanghiglia su una parte del tetto” che attesterebbe, secondo gli Stati Uniti, l’esistenza di un forno crematorio installato dal regime siriano”!!!
Le convulse accuse del ministro degli alloggi israeliano ed ex-generale dell’esercito, Yoav Galant, chiedono apertamente l’assassinio del Presidente siriano Bashar al-Assad [2]: “Penso che attraversiamo la linea rossa. Secondo me è giunto il momento di assassinare Assad. E’ così semplice...” Al momento, Washington afferma che la cooperazione con la Russia non va bene, soprattutto sulla questione fondamentale delle cosiddette “zone di de-escalation” in Siria definita da Astana 4, mentre le incursioni statunitensi uccidono civili siriani ad Hasaqah e al-Buqamal [3] con il pretesto della lotta contro lo SIIL, che si affrettava ad attaccare l’aeroporto di Dayr al-Zur, controllato dall’Esercito arabo siriano, proprio come successe la scorsa estate dopo gli attacchi degli Stati Uniti sul Jabal al-Thardah. Ed ora, altrettanto improvvisamente, il capo del Kurdistan iracheno minaccia l’iracheno Hashd al-Shabi se continua l’avanzata verso il confine siriano, e la cosiddetta opposizione siriana minacciava di lasciare i negoziati di Ginevra 6 (ripresi il 16 maggio), mentre le fazioni armate impegnate nel processo di Astana annunciavano l’adesione all'”operazione fronte meridionale” voluta principalmente da statunitensi, inglesi e giordani, ancora col pretesto della lotta della cosiddetta coalizione anti-SIIL, ma il cui vero obiettivo è, ovviamente, raggiungere il confine iracheno-siriano ad al-Tanaf, all’incrocio dei confini giordano-siriano-iracheno. Un’operazione considerata “ostile” dalla Siria e contro cui non si limita a mettere in guardia la Giordania per voce del Ministro degli Esteri, Walid al-Mualam [4], ma prepara la corsa verso il confine con l’Iraq, ancor prima di avviarla. Da qui le campagne di isteria e diffamatorie spiegate dai rapidi e inaspettati progressi dell’Esercito arabo siriano verso Dayr al-Zur e il confine iracheno, parallelamente ai progressi iracheni dell’Hash al-Shabi al confine con la Siria, minacciando i piani degli statunitensi-sionisti che sanno perfettamente che questa è una causa e una strategia comune, coordinata con Iran e Russia per impedirgli di controllare il confine siriano-iracheno, divenuta la madre di tutte le battaglie della guerra alla Siria. Controllarlo significa impedire a Iran e Cina di accedere al Mediterraneo, contenendo oleodotto iracheno e gasdotto iraniano nella stessa direzione, controllando la linea di rifornimento strategica dall’Iran alla Siria e alle forze della Resistenza; obiettivi che motivarono l’invasione dell’Iraq e, dopo il fallimento, la guerra alla Siria. Una seconda sconfitta che motiva il tentativo di controllare la regione tra il Tigri e l’Eufrate. Un terza sconfitta inflitta dalla resistenza dell’Esercito arabo siriano ad Hasaqah e Dayr al-Zur e dall’avanzata dell’Hashd al-Shabi a Tal-Afar in Iraq, motivando l’ultimo piano statunitense per controllare il confine siriano-iracheno. Se il piano fallisce, la guerra alla Siria non avrà più senso strategico. Piuttosto, sarà necessario gestire un’alleanza tattica e risorse per raggiungere un accordo parziale tra le forze belligeranti; gli statunitensi sono particolarmente interessati al sud del Paese e alla sicurezza d’Israele garantita dalla Russia o dall’accelerazione del processo di risoluzione della causa palestinese in Israele. Tuttavia, quando gli statunitensi mobilitano tutti i loro alleati gettando il loro peso e le loro minacce, vuol dire che la guerra è tutt’altro che finita con molte opportunità di rimescolare le carte; in particolare attraverso Turchia, Israele, curdi iracheni o bloccando i colloqui di Ginevra. Un blocco atteso da molti osservatori viste le differenze tra USA e Russia, la riluttanza turca a separarsi da Jabhat al-Nusra e la volontà aggressiva degli statunitensi, spiegando il motivo per cui l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria, Staffan de Mistura, declinava su priorità, o almeno pari importanza, nel “paniere” della lotta al terrorismo per concentrarsi sulle discussioni sulla futura Costituzione siriana. Trascurarlo fu deciso nei colloqui a Ginevra 5, che invocava la formazione di un comitato di esperti costituzionali del governo, dell’opposizione e delle Nazioni Unite, senza che ciò si nelle prerogative delle Nazioni Unite, essendo la Costituzione siriana questione solo del popolo siriano, come indicato nella risoluzione 2254/2015.Secondo fonti ben informate, l’influenza statunitense sui colloqui di Ginevra 6 riflette, in parte, la mobilitazione per la “guerra al confine siriano-iracheno” proposta da Erdogan nella visita a Donald Trump [5]. Una proposta per affidare ai peshmerga curdi in Iraq, guidati da Masud al-Barzani, la missione di dominare le aree controllate dai curdi in Siria e le regioni al confine siriano-iracheno, implicitamente per pulire le aree di Sinjar e Qamishli dalla presenza del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) in cambio del sostegno turco nella battaglia di Raqqa. Infine, chi controllerà i confini siriano-iracheni vincerà la partita. Ciò che è certo è che una delle più importanti guerre del Medio Oriente entra nella fase più pericolosa.Traduzione e sintesi di Mouna Alno-Nakhal dell’ultima nota di Nasser Kandil: politico libanese, ex-vicedirettore di Top News Nasser-Kandil e redattore del quotidiano libanese “al-Bina“.

Fonti:
Top News
Top News
Top News
al-Bina
Top News

Note:
[1] Siria: Gli Stati Uniti hanno accusato il regime di Assad di usare un “crematorio” per nascondere “omicidi di massa”
[2] “Il tempo è venuto” per uccidere Bashar al-Assad (ministro israeliano)
[3] La “Coalizione degli USA” uccide più di 31 persone nel massacro di al-Buqamal e Dayr al-Zur
[4] Forze statunitensi, inglesi e giordane al confine giordano-siriano. Anche l’Esercito arabo siriano si avvicina
[5] Trump assicura ad Erdogan l’appoggio degli USA contro il PKK curdoTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Storia sanguinaria della Corea

Bruce Cumings, Global Research, 17 maggio 2017Più di quarant’anni fa pranzai con uno storico diplomatico che, come me, studiava documenti sulla Corea presso l’Archivio nazionale di Washington. Osservò se la zona demilitarizzata coreana potesse essere l’epicentro della fine del mondo. Ad aprile, Kim In-ryong, diplomatico nordcoreano presso l’ONU, avvertiva “della situazione pericolosa in cui la guerra termonucleare esploderebbe in qualsiasi momento”. Pochi giorni dopo, il presidente Trump disse alla Reuters che “Potremmo finire coll’avere un grande conflitto con la Corea democratica”. Gli scienziati atmosferici statunitensi dimostrarono che anche una guerra nucleare relativamente contenuta avrebbe emesso abbastanza fumo e detriti da minacciare la popolazione globale: “Una guerra regionale tra India e Pakistan, per esempio, può danneggiare drasticamente Europa, Stati Uniti e altre regioni attraverso la perdita di ozono e il cambiamento climatico“. Com’è possibile che siamo arrivati a questo? Come fa un narcisista gonfio e vizioso, cui ogni altra parola sarebbe menzogna (adatto sia a Trump che a Kim Jong-un), non solo mantengano la pace del mondo nelle loro mani, ma forse il futuro del pianeta? Siamo arrivati a questo punto a causa della costante riluttanza da parte degli statunitensi a guardare la storia in faccia e a concentrarsi solo sulla stessa storia dei leader della Corea democratica. La Corea democratica ha celebrato l’85° anniversario della fondazione dell’Esercito del popolo coreano il 25 aprile, occasione della copertura televisiva completa delle sfilate a Pyongyang e delle enormi tensioni globali. Nessun giornalista sembrava chiedersi perché fosse l’85° anniversario quando la fondazione della Repubblica Popolare Democratica di Corea fu nel 1948. Quello che si celebrava veramente era l’inizio della guerriglia coreana contro i giapponesi nella Cina nordorientale, datato ufficialmente 25 aprile 1932.
Dopo che il Giappone annetté la Corea nel 1910, molti coreani fuggirono, fra cui i genitori di Kim Il-sung, ma solo nel marzo 1932, quando il Giappone creò lo Stato-fantoccio del Manchukuo, il movimento d’indipendenza passò alla resistenza armata. Kim e i suoi compagni lanciarono una campagna che durò 13 duri anni, finché il Giappone non abbandonò il controllo della Corea nel quadro della resa del 1945. Questa è la base della legittimità della leadership nordcoreana agli occhi del popolo: nazionalisti rivoluzionari che resistettero alla colonizzazione del proprio Paese; resistettero ancora quando un massiccio attacco delle forze aeree statunitensi, durante la guerra di Corea, si rovesciò sulle loro città, costringendo la popolazione a vivere, lavorare e studiare nei rifugi sotterranei; continuano a resistere agli Stati Uniti da allora; anche al crollo del comunismo occidentale, e questo settembre la DPRK sarà durata più dell’Unione Sovietica. Ma è meno un Paese comunista che uno Stato-guarnigione, a differenza di qualsiasi altro. Tratto da una popolazione di soli 25 milioni di abitanti, l’esercito nordcoreano è il quarto del mondo, con 1,3 milioni di soldati, subito dopo il terzo, con 1,4 milioni di soldati, quello statunitense. La maggior parte della popolazione coreana adulta, uomini e donne, ha trascorso molti anni nell’esercito: le riserve sono limitate solo dalla dimensione della popolazione.
La storia della resistenza di Kim Il-sung contro i giapponesi è circondata da leggenda ed esagerazione nel Nord ed è negata nel sud. Ma è decisamente eroica: combatté per un decennio nell’ambiente dal più duro inverno immaginabile, con temperature a volte di 50° sotto zero. Uno studio recente ha dimostrato che i coreani costituirono la grande maggioranza dei guerriglieri in Manciuria, anche se molti erano comandati da ufficiali cinesi (Kim era membro del Partito Comunista Cinese). Altri guerriglieri coreani dirigevano dei distaccamenti, come Choe Yong-gon, Kim Chaek e Choe Hyon, e quando tornarono a Pyongyang nel 1945 costituirono il nucleo del nuovo regime. I loro discendenti costituiscono un’élite numerosa, il numero due del governo, Choe Ryong-hae, è figlio di Choe Hyon. La reputazione di Kim fu inavvertitamente rafforzata dai giapponesi, i cui giornali descrissero la battaglia tra lui e quei coreani che i giapponesi impiegarono per rintracciarlo e ucciderlo, tutti sotto il comando del generale Nozoe Shotoku che dirigeva la Divisione Speciale Kim dell’esercito imperiale. Nell’aprile 1940 le forze di Nozoe catturarono Kim Hye-sun, che si pensa fosse la prima moglie di Kim; i giapponesi tentarono invano di usarla per attrarre Kim, poi l’assassinarono. Takashi Maeda diresse un’altra unità speciale della polizia giapponese, con molti coreani; nel marzo 1940 le sue forze vennero attaccate dalla guerriglia di Kim, e le parti subirono pesanti perdite. Maeda inseguì Kim per quasi due settimane, prima di cadere in trappola. Kim gettò 250 guerriglieri contro i 150 soldati nell’unità di Maeda, uccidendolo assieme a 58 giapponesi e 17 aggregati, e prendendo 13 prigionieri e grandi quantità di armi e munizioni. Nel settembre 1939, quando Hitler invase la Polonia, i giapponesi mobilitarono ciò che lo studioso Suh Dae-sook descrive come “grande spedizione punitiva” con sei battaglioni dell’Armata del Kwantung giapponese e 20000 uomini dell’esercito e della polizia del Manchukuo in una campagna repressiva di sei mesi contro i guerriglieri guidati da Kim e Choe Hyon. Nel settembre 1940 una forza ancora più grande intraprese una campagna contro-insurrezionale contro i guerriglieri cinesi e coreani: “L’operazione punitiva fu condotta per un anno e otto mesi fino alla fine del marzo 1941“, scrive Suh “e i banditi, esclusi quelli guidati da Kim Il-sung, furono completamente annientati. I capi dei banditi furono uccisi o costretti a sottomettersi”. Una figura vitale nel lungo sforzo giapponese della controinsurrezione fu Kishi Nobusuke, che si fece un nome dirigendo le industrie delle munizioni. Definito criminale di guerra di classe A durante l’occupazione statunitense, Kishi evitò l’incarcerazione e divenne uno dei padri fondatori del Giappone del dopoguerra e del suo organo di governo, il Partito liberaldemocratico; fu primo ministro due volte tra il 1957 e il 1960. L’attuale primo ministro giapponese, Abe Shinzo, è nipote di Kishi che riverisce più di tutti i leader giapponesi. Trump cenava a Mar-a-Lago con Abe, l’11 febbraio, quando un messaggio arrivò, cortesia di Pyongyang: aveva appena testato con successo un nuovo missile a combustibile solido, sparato da un lanciatore mobile. Kim Il-sung e Kishi s’incontrano nuovamente tramite i nipoti. Sono passati otto decenni, e l’ostilità inconciliabile tra Corea democratica e Giappone è ancora nell’aria.
In occidente, il trattamento della Corea democratica è unilaterale e antistorico. Nessuno viene nominato correttamente. Durante la visita di Abe in Florida, Trump l’indicò come “primo ministro Shinzo“. Il 29 aprile, Ana Navarro, commentatrice della CNN, dichiarò: ‘Il ragazzino Un è un maniaco‘. La demonizzazione della Corea democratica trascende le linee di partito, basandosi su una serie di immagini subliminali razziste e orientaliste; nessuno è disposto ad accettare che i nordcoreani possano avere ragioni valide per non accettare la definizione statunitense della realtà. Il rifiuto della visione del mondo statunitense, generalmente percepita come indifferenza, persino insolenza di fronte all’enorme potere statunitense, rende la Corea democratica irrazionale e impossibile da controllare, quindi fondamentalmente pericolosa. Ma se commentatori e politici statunitensi ignorano la storia della Corea, dovrebbero almeno essere consapevoli della propria. Il coinvolgimento statunitense in Corea iniziò verso la fine della seconda guerra mondiale, quando i pianificatori del dipartimento di Stato temevano che i soldati sovietici, che entravano da settentrione nella penisola, avrebbero portato con sé 30000 guerriglieri coreani che avevano combattuto i giapponesi nella Cina nordorientale. Cominciarono a considerare l’occupazione militare piena che assicurasse agli USA la voce più forte negli affari coreani del dopoguerra. Poteva essere una breve occupazione o, come affermato da un documento, dalla “durata considerevole”; il punto principale era che alcun’altra potenza doveva avere un ruolo in Corea tale che “la forza proporzionale degli USA” fosse ridotta a “un punto in cui l’efficacia s’indebolisse”. Il Congresso e il popolo statunitensi non ne sapevano nulla. Molti dei pianificatori erano i nippofili che non avevano mai contestato le pretese coloniali del Giappone in Corea e ora speravano di ricostruire un pacifico e gestibile Giappone nel dopoguerra. Si preoccuparono che l’occupazione sovietica della Corea ostacolasse tale obiettivo e danneggiasse la sicurezza postbellica nel Pacifico. Con tale logica, il giorno dopo l’annientamento di Nagasaki, John J. McCloy del dipartimento della Guerra chiese a Dean Rusk e a un collega di andare in un ufficio dismesso a pensare come dividere la Corea. Scelse il 38esimo parallelo, e tre settimane dopo 25000 truppe statunitensi entrarono nella Corea del sud per istituirvi il governo militare. Durò tre anni. Per rafforzare l’occupazione, gli statunitensi impiegarono ogni mercenario dei giapponesi che poterono trovare, inclusi ex-ufficiali dell’esercito giapponese come Park Chung Hee e Kim Chae-gyu, diplomatisi all’accademia militare statunitense di Seoul nel 1946. (Dopo il colpo di Stato nel 1961, Park divenne presidente della Corea del Sud per un decennio e mezzo finché Kim, ex-capo dell’agenzia d’intelligence centrale, non l’uccise durante una cena). Dopo che gli statunitensi se ne andarono, nel 1948, l’area presso il 38° parallelo era sotto il comando di Kim Sok-won, altro ex-ufficiale dell’esercito imperiale, e non sorprende che dopo una serie di incursioni sudcoreane nel nord, scoppiò la guerra il 25 giugno 1950. Nello stesso sud, dove i capi si sentivano insicuri e consapevoli della minaccia di ciò che chiamavano Vento del nord, ci fu un’orgia di violenza di Stato contro chiunque potesse in qualche modo essere associato alla sinistra o al comunismo. Lo storico Hun Joon Kim scoprì che almeno 300000 persone furono detenute, uccise o semplicemente scomparse per mano del governo sudcoreano nei primi mesi di guerra. Il mio lavoro e quello di John Merrill indicano che tra 100000 e 200000 persone morirono per le violenze politiche prima del 1950, per mano del governo sudcoreano o delle forze d’occupazione statunitensi. Nel suo recente libro, Le Ferite della Guerra di Corea, combinando ricerca d’archivio, registrazioni delle fosse comune e interviste ai parenti di morti e fuggiaschi ad Osaka, Hwang Su-kyoung documenta i massacri nei villaggi sulle coste meridionali. In breve, la Repubblica di Corea fu una delle dittature più sanguinose della guerra fredda; molti responsabili dei massacri servirono i giapponesi nel lavoro sporco e furono poi rimessi al potere dagli statunitensi.
Agli statunitensi piace vedersi come semplici passanti nella storia del dopoguerra coreano. Si descrivono sempre al passivo: “La Corea fu divisa nel 1945”, senza menzionare McCloy e Rusk, due degli uomini più influenti della politica estera del dopoguerra, che tracciarono la linea senza consultare nessuno. Ci furono due colpi di Stato militari nel Sud, mentre gli Stati Uniti controllavano l’esercito coreano, nel 1961 e nel 1980; gli statunitensi rimasero fermi per non essere accusati d’interferire nella politica coreana. La democrazia e l’economia vibrante della Corea del Sud dal 1988 sembravano aver superato ogni esigenza di riconoscere i precedenti quarant’anni di storia, durante cui il Nord aveva ragionevolmente affermato che la propria autocrazia era necessaria per contrastare il dominio militare a Seoul. È solo nel contesto attuale che il Nord appare al meglio un anacronismo, al peggio una tirannia viziosa. Da 25 anni il mondo è stato trascinato ad impedire le armi nucleari nordcoreane, ma quasi nessuno indica che gli Stati Uniti le introdussero nel 1958 nella penisola coreana; ce n’erano centinaia quando il ritiro mondiale delle armi tattiche nucleari avvenne con George HW Bush. Ma ogni amministrazione statunitense dal 1991 ha sfidato la Corea democratica con frequenti voli di bombardieri nucleari nello spazio aereo sudcoreano e ogni giorno un sottomarino classe Ohio potrebbe colpire il Nord in poche ore. Oggi ci sono 28000 soldati statunitensi in Corea, perpetuando l’indebito stallo con la potenza nucleare del Nord. L’occupazione si è rivelata di “durata considerevole”, ma è anche il risultato di un fallimento strategico colossale, entrato nell’ottavo decennio. È comune per gli esperti affermare che Washington non può che prendere seriamente la Corea democratica, ma essa adotta le proprie misure e non si sa come risponderebbe.
Sentendo Trump e la sua squadra della sicurezza nazionale, la crisi attuale è causata dalla Corea democratica sul punto di sviluppare un ICBM che colpirebbe il cuore degli USA. La maggior parte degli esperti pensa che ci vorranno quattro o cinque anni per diventare operativi, ma davvero, che differenza fa? La Corea democratica ha testato il suo primo missile a lungo raggio nel 1998 per commemorare il 50° anniversario della fondazione della RPDC. Il primo missile a medio raggio fu testato nel 1992: volò per diverse centinaia di miglia centrando il bersaglio. La Corea democratica ha ora altri sofisticati missili a media gittata e mobili che utilizzano combustibili solidi, rendendo difficili individuarli e facili da lanciare. Circa duecento milioni di persone in Corea e Giappone si trovano nel raggio di questi missili, per non parlare di centinaia di milioni di cinesi, dell’unica divisione dei marines statunitensi in permanenza all’estero, a Okinawa. Non è chiaro se la Corea democratica possa effettivamente attaccare con un missile a testata nucleare, ma se accadesse per rabbia, il Paese verrebbe immediatamente trasformato in ciò che Colin Powell chiamò memorabilmente “una graticola di carbone”. Ma, come ben sapeva il generale Powell, avevamo già trasformato la Corea democratica in una graticola di carbone. Il regista Chris Marker visitò il Paese nel 1957, quattro anni dopo la fine dei bombardamenti a tappeto degli Stati Uniti e scrisse: “Lo sterminio ha travolto questa terra. Chi poteva contare cosa bruciò con le case?… Quando un Paese è diviso da un confine artificiale e c’è da ogni lato una propaganda implacabile, è ingenuo chiedersi da dove provenga la guerra: il confine è la guerra”. Avendo riconosciuto la prima verità di quella guerra, ancora un alieno che si diceva statunitense (anche se gli statunitensi tracciarono il confine), osservò: “L’idea che i nordcoreani hanno generalmente degli statunitensi può essere strana, ma devo dire che, dopo aver vissuto negli Stati Uniti intorno alla fine della guerra coreana, nulla può uguagliare la stupidità e il sadismo delle immagini dei combattimenti che circolavano al tempo, “i rossi bruciano, arrostiscono e carbonizzano“.” Sin dall’inizio, la politica statunitense adottò varie opzioni per cercare di controllare la RPDC: sanzioni, in vigore dal 1950, senza alcuna prova di risultati positivi; non riconoscimento, in vigore dal 1948, ancora senza risultati; cambio di regime, tentato nel 1950 quando le forze statunitensi invasero il Nord, solo per finire in guerra con la Cina; e incontri diretti, l’unico metodo che abbia mai funzionato, producendo un congelamento di otto anni, nel 1994 – 2002, dei centri di ricerca del plutonio del Nord e che quasi riuscì a far ritirargli i missili. Il 1° maggio, Donald Trump aveva detto a Bloomberg News: “Se fosse opportuno incontrarmi con Kim Jong-un, lo farei assolutamente; ne sarei onorato“. C’è da dire se fosse serio o fosse solo un altro tentativo di Trump di finire in prima pagina. Ma qualunque cosa potesse essere, era senza dubbio un cavaliere, il primo presidente dal 1945 che non vede la Beltway. Forse può sedersi con il signor Kim e salvare il pianeta.Bruce Cumings insegna a Chicago ed è autore di La guerra di Corea: una storia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Macron: cavallo di Troia degli USA

Wayne Madsen, SCF, 17.05.2017Il nuovo presidente francese Emmanuel Macron, impegnato nelle presidenziali francesi in contrappeso pro-europeo per impedire l’elezione della leader del Partito Nazionale Marine Le Pen, sembra avere più di un rapporto casuale con gli Stati Uniti. Mentre lavorava al Ministero dell’Economia da ispettore speciale e ministro, Macron supervisionò il furto virtuale delle industrie strategiche francesi da parte delle imprese statunitensi dai forti legami con l’intelligence. L’hackeraggio dei computer del movimento di Macron “En Marche!” da parte di soggetti sconosciuti ha prodotto materiale interessante. I difensori di Macron sostengono che i file rilasciati erano o “falsi” o estranei. Tuttavia, una serie di file sul furto virtuale del gigante tecnologico dell’informazione francese da individui collegati alla CIA è esattamente ciò che ci si aspetterebbe dalla campagna di Macron. Il primo incarico di Macron nel governo francese era proteggere gli interessi delle società francesi dalla concorrenza estera e, soprattutto, dall’acquisizione. La mossa dei servizi d’intelligence statunitensi acquisendo la leader francese della tecnologia delle smart card, Gemplus International, iniziò nel 2001 e l’operazione fu completata entro il 2004, anno in cui Macron divenne ispettore delle finanze nel Ministero dell’Economia francese. L’industria francese è da tempo obiettivo della sorveglianza e/o acquisizione dalle società statunitensi e la CIA ha svolto un ruolo importante in tali operazioni di “guerra economica”. Ad esempio, la società di elettronica francese Thomson-CSF è stata a lungo l’obiettivo principale dell’agenzia statunitense per la sicurezza nazionale e della sorveglianza della CIA. I documenti riguardanti la riuscita acquisizione della Gemplus, insieme alla principale fabbrica di Gemenos, Bouches-du-Rhône, in Francia, dall’impresa statunitense Texas Pacific Group (TPG) rientra nella tranche degli archivi prelevati dai computer di “En Marche!”. TPG acquisì le azioni della Gemplus nel febbraio 2000. Nel 2006 Gemplus si fuse con Axalto per formare Gemalto completando l’efficace controllo statunitense sull’impresa. Nel settembre 2002, Alex Mandl, statunitense residente a Vienna, Austria ed ex-presidente di AT&T, presidente e amministratore delegato di Teligent, membro del consiglio di amministrazione della società della CIA IN-Q-TEL e membro del consiglio di amministrazione del neoconservatore American Enterprise Institute, fu nominato CEO della Gemplus International. Continua ad essere presidente esecutivo della Gemalto.
A seguito delle comunicazioni dell’ex-contraente dell’NSA Edward Snowden, è ormai noto che il Centro di comunicazioni del governo (GCHQ) inglese, collaborando con l’NSA, penetrava con successo le carte SIM utilizzate dalla Gemalto. GCHQ/NSA intercettarono le comunicazioni dei cellulari utilizzando le carte SIM Gemalto abilitate per la crittografia in Afghanistan, Yemen, India, Serbia, Iran, Islanda, Somalia, Pakistan e Tagikistan. L’attacco di GCHQ-NSA fu anche indirizzato contro i centri di personalizzazione della carta SIM Gemalto in Giappone, Colombia e Italia. La pirateria di NSA e GCHQ dei chip SIM Gemalto tramite il loro Mobile Handset Exploitation Team (MHET), fu forse la più grande operazione d’intercettazione dell’NSA nella storia, che vide migliaia di chiamate e messaggi di testo intercettati e decodificati da NSA e dal partner inglese. Molto sinistra fu l’inclusione dei dati d’identificazione della carta SIM Gemalto nel database della CIA dei cellulari presi di mira negli attacchi dei droni statunitensi. I documenti interni di “En Marche” puntano a quattro agenzie governative francesi che condussero le indagini sull’acquisizione della Gemplus: “Renseignements généraux” (RG) (Intelligence Generale), “Direction de la sûreté du territoire” (DST), Ministero dell’Industria e Ministero dell’Economia di Macron. La stampa francese, che celebra Macron ex-banchiere dei Rothschild, afferma che i documenti della Gemplus non hanno nulla a che fare con Macron. I media francesi sostengono che Macron era un semplice studente all’accademia elitaria dei servizi pubblici francesi, l’École nationale d’administration (ENA) fino al diploma nel 2004. Tuttavia, come indicano chiaramente i documenti fuoriusciti, l’acquisizione della Gemplus era ancora indagata dal governo francese quando Macron divenne ispettore del Ministero dell’Economia nel 2004. Dato che Macron ebbe il compito di assicurare che le società francesi non subissero tentativi stranieri di contrastare la crescita economica francese, la sua performance, come si vede dalla perdita di posti di lavoro francesi per gli interessi stranieri, fu abissale. È molto probabile che i file di “En Marche” sull’acquisizione della Gemplus dovessero avere informazioni riservate pronte, nel caso in cui il ruolo di Macron nel coprire i dettagli dell’acquisizione statunitense divenissero pubblici. Ogni partito dev’essere disposto a fronteggiare le rivelazioni dalle “ricerche dell’opposizione” sui loro candidati. Va anche notato che una delle liste pubblicate da “En Marche” afferma che la politica di Macron era “monitorare” ma non impedire la proprietà straniera su industrie e imprese strategiche francesi.
Nel 2008, Macron lasciò il governo per entrare nella Rothschild&Cie Banque. Divenne anche capo della Fondazione francese-statunitense pesantemente neocon che conta Hillary Clinton, generale Wesley Clark e l’ex-presidente della Banca mondiale Robert Zoellick. La questione operativa su Macron è: cosa sapeva dell’acquisizione della Gemplus e quando? I file della Gemplus di “En Marche”, contenuti in una cartella denominata “Macron” e che si occupano dell’acquisizione statunitense, si leggono come un romanzo di spionaggio di John LeCarré. Un file, contrassegnato “Confidential” e inviato a Stefan Quandt della famiglia miliardaria Quandt delle note BMW e Daimler in Germania, si occupa del valore dei titoli della Gemplus nel 2001, tra “rapporti estremamente tesi e scontri tra i principali ai vertici, nella rottura delle comunicazioni con il personale. Di conseguenza, la maggior parte di essi è completamente inedita oggi”. Da ispettore del Ministero dell’Economia, è stupefacente che Macron non sapesse della violazione delle leggi verificatasi con l’acquisizione statunitense della Gemplus. Ciò è descritto anche in un altro file della Gemplus dalla sua campagna, che indica la situazione post-acquisizione statunitense della Gemplus: “Dichiarazioni irresponsabili, spesso seguite da chiusura di siti e licenziamento del personale, anche prima di consultarne i rappresentanti (come la legge e il senso comune richiedono)”. I Quandt sono molto discreti e per una buona ragione. Guenther Quandt fabbricò fucili Mauser e missili antiaerei per il Terzo Reich. Divorziò dalla prima moglie, Magde Quandt, dopo aver avuto un figlio, Harald Quandt. Magde poi sposò il ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels. Stefan Quandt, coinvolto nella presa di Gemplus, è figlio del fratellastro di Harald, Herbert Quandt. Le informazioni negative sulla Gemplus portarono a una relazione della Goldman Sachs del 24 gennaio 2002 che spinse l’azienda a continuare con la ristrutturazione diretta dagli statunitensi per mantenersi sul mercato. Anche se era allievo all’ENA all’epoca, non esiste alcuna informazione su quali progetti Macron fu assegnato dal 2001 al 2003 dai professori del servizio civile. Altri file correlati con la Gemplus nella cartella “En Marche!” comprendono quelli collegati a uno dei capi di Gemplus, Ziad Takieddine, broker franco-libanese druso e diplomato dell’università americana di Beirut collegata alla CIA. Takieddine aiutò a progettare l’acquisizione statunitense con l’aiuto di Herr Quandt. Takieddine contribuì a concludere importanti trattative sulle armi francesi con Libia, Siria, Arabia Saudita e Pakistan. Accusato di riciclaggio di denaro nelle Isole Vergini inglesi dall’ex-moglie, Takieddine è anche lo zio di Amal al-Amudin, moglie dell’attore George Clooney. Takieddine è anche un feroce nemico dell’ex-presidente Nicolas Sarkozy, che perse le presidenziali nel 2017 rispetto al rivale conservatore François Fillon. Macron superò Fillon al primo turno delle elezioni presidenziali, arrivando al secondo turno con Fillon al terzo posto.
Takieddine, Quandt e una società sospetta della CIA, Texas Pacific Group (TPG), erano tutti chiaramente parte di una cospirazione per sbarazzarsi del co-fondatore francese della Gemini Marc Lassus e dei dirigenti francesi dell’azienda. La decisione di licenziare Lassus e colleghi francesi fu presa in una riunione del consiglio di amministrazione della Gemplus tenutasi a Washington DC, non in Francia, il 15 dicembre 2001. Un altro responsabile dell’acquisizione statunitense della Gemplus fu Lee Kheng Nam, dirigente di Singapore e titolare di un master su operazioni di ricerca e analisi di sistema della scuola post-laurea della Marina statunitense di Monterey, California. Il co-fondatore di TPG, David Bonderman di Fort Worth, in Texas, fu coinvolto nell’acquisizione ostile della Gemplus. L’acquisizione delle azioni della Gemplus da parte di TPG avvenne attraverso una società finta praticamente sconosciuta e registrata a Gibilterra, chiamata “Zensus”. Bonderman, ebreo, fece una mossa politica nel 2012 in Egitto quando incontrò Qayrat al-Shatar, vicedirettore della Fratellanza musulmana e membro del governo di Muhamad Mursi. Bonderman dichiarò di cercare un'”opportunità di investimento” in Egitto. In un documento word senza data trovato nei computer di “En Marche”, Lassus viene citato dire: “Sono convinto che l’investimento della TPG abbia qualche accordo con il governo per spostare la sede centrale in California. Ci riprovarono di nuovo nel gennaio 2002”. I sindacati dei lavoratori della Gemplus previdero che la produzione dell’impresa passasse dalla Francia alla Polonia. Il maggiore sindacato francese, “Confédération générale du travail” (CGT), dichiarò che l’acquisizione della Gemplus doveva eliminare la Francia dalla leadership tecnologica delle smart card. Gemplus impiegava 7000 lavoratori francesi prima dell’acquisizione da parte degli statunitensi. Il documento word si riferisce anche alle agenzie governative francesi che “avviarono indagini” e cercarono “informatori interni”. Macron svolse un ruolo sia nelle indagini del Ministero dell’Economia sia nella ricerca presso la Gemplus di “informatori interni” per i suoi amici statunitensi? Quando la società statunitense General Electric acquisì la società francese per turbine e tecnologia nucleare Alstom, il Ministro dell’Economia Macron affermò di aver approvato tali acquisizioni perché “l’intervento statale nell’industria avviene solo in Venezuela”. Questa è musica per le orecchie dei miliardari nell’amministrazione Trump.La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora