L’Arabia Saudita sarà la Wall Street del Medio Oriente?

Ariel Noyola Rodríguez* RussiaToday
*Economista laureato alla Universidad Nacional Autónoma de México.splash-562058_risultatoDato il rallentamento economico, il governo dell’Arabia Saudita ha deciso d’intraprendere una serie di riforme volte a promuovere gli investimenti esteri. La liberalizzazione del mercato azionario è il progetto più ambizioso. Tuttavia, resta da vedere se impedirà le pratiche speculative dei banchieri di Wall Street o, al contrario, il boom del mercato azionario Tadawul genererà una crisi…
Le economie emergenti subiscono le conseguenze della deflazione (prezzi in calo) delle materie prime (“commodities”), in particolare del petrolio. Nella varietà Brent, l”oro nero’ registra un calo complessivo di oltre 40 punti percentuali negli ultimi 12 mesi, una situazione che ha messo l’Organizzazione dei Paesi Esportatori del Petrolio (OPEC) in una situazione grave. Cosa fare per evitare una debacle economica? L’Arabia Saudita, membro a pieno titolo del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG) e dell’OPEC, si è sempre opposta a ridurre il tetto massimo di produzione, aumentando i prezzi del petrolio e derivati (1). Invece s’è ostinatamente concentrata sulla continuazione della ‘guerra dei prezzi’ contro il Nord America. Per mantenere la supremazia nel mercato mondiale del petrolio, l’Arabia Saudita intende spezzare le compagnie del petrolio e gas di scisto (‘shale’) statunitensi (2). Tuttavia, tale strategia ha anche causato gravi danni ai Paesi produttori di petrolio convenzionale (in base a condizioni semplici dal punto di vista tecnico e del profitto economico), in particolare di Sud America, Nord Africa e Medio Oriente. Contrariamente agli obiettivi, l’Arabia Saudita è divenuta vittima di se stessa, con entrate pubbliche per il quasi 90% dipendenti dal petrolio, la situazione economica diventa insostenibile. Le violente fluttuazioni dei prezzi nel mercato o rafforzano la muscolatura economica delle nazioni o le impantana. In un primo momento, dall’invasione dell’Iraq nel marzo 2003 allo scoppio della crisi dei subprime dell’ottobre 2008, i prezzi del petrolio greggio Brent erano sopra i 100 dollari al barile. Grazie al boom del petrolio, l’Arabia Saudita accumulò massicce riserve di valute internazionali (100% del PIL) diminuendo il debito pubblico (2% del PIL) registrando tassi di accumulazione mai visti prima. Tra 2003 e 2008, il PIL raggiunse un tasso di crescita annuale tra il 5 e l’8% (a prezzi costanti), secondo la banca dati del Fondo monetario internazionale (FMI). Tuttavia, all’inizio del 2009 il prezzo del petrolio scese a 50 dollari per la contrazione del credito internazionale (‘credit crunch’) e il crollo della produzione mondiale di beni. La recessione acquisì slancio nelle economie di Stati Uniti ed Unione europea, mentre America Latina, Africa e Asia-Pacifico registrarono un significativo rallentamento. Tuttavia, nei mesi seguenti i prezzi del greggio si alzarono, dal 2010 fino alla metà del 2014, e rimasero tra i 95 e i 120 dollari, grazie agli ampi sconvolgimenti geopolitici regionali (Siria, Libia, Yemen, ecc.) e alla speculazione delle maggiori banche d’investimento (Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP Morgan Chase, ecc.) Il tasso di crescita dell’Arabia Saudita fu tra 1,8 e 5,5%, nel 2009-2013 (tranne nel 2011), con un calo significativo rispetto al periodo precedente (2003-2008), superando anche molte economie emergenti. Tuttavia, i tassi ricominciarono a precipitare dal giugno dello scorso anno. Oggi che i prezzi rimangono molto lontani da quelli raggiunti durante il primo decennio del 2000, le prospettive di un’accelerazione della crescita dell’economia saudita non sono positive.
OPEC-Logo-5_risultato Nonostante le avversità, re Salman bin Abdulaziz si è opposto al riduzione della spesa pubblica e all’aumento delle tasse. Tali misure scatenerebbero solo grandi proteste sociali. Invece gli al-Saud hanno deciso di ampliare la proprietà straniere nell’economia e in parallelo indirizzare i risparmi in eccesso su investimenti produttivi per diversificare le esportazioni. In questo contesto, l’apertura del mercato azionario (‘Saudi Stock Exchange‘) agli investimenti stranieri merita particolare attenzione. Quando la Cina fu incoraggiata a liberalizzarlo nel novembre 2014 (3), l’unica economia del Gruppo dei 20 (G-20) che teneva chiuso il proprio mercato dei capitali era l’Arabia Saudita. Stabilendo poco a poco i ritmi e tenendo d’occhio gli speculatori, ora aspira ad essere la Wall Street del Medio Oriente. “Vorremmo vedere una graduale apertura. Non vogliamo che il mercato si surriscaldi“, dichiarava Hasan Shaqib al-Jabri, presidente esecutivo di Sedco capital (4). Una volta concessa l’autorizzazione dal corrispondente regolatore dei titoli, gli investitori internazionali possono (da metà giugno) acquistare e vendere azioni di 170 aziende saudite (legate ai settori bancario, energetico, dei trasporti e vendite al dettaglio). Così con la deflazione delle materie prime (‘commodities’), le società saudite non petrolifere possono assorbire capitali dal resto del mondo e aumentare la redditività. Al momento vi sono molte restrizioni (5). L’Autorità del Mercato dei Capitali (CMA, dal suo acronimo in inglese) esige minimo 5 anni di esperienza negli investimenti finanziari. Inoltre, le aziende che vogliono investire devono avere un minimo di capitalizzazione pari a 5 miliardi di dollari. D’altra parte, per mantenere il potere di decisione degli affaristi sauditi nelle assemblee degli azionisti, la CMA ha rilevato che almeno il 51% della proprietà della società deve rimanere in mani nazionali. È interessante notare che il mercato azionario saudita ha una capitalizzazione di circa 600 miliardi di dollari, equivalente a quello degli altri membri del GCC (Bahrayn, Kuwait, Oman, Qatar e Emirati Arabi Uniti), mentre le operazioni giornaliere sono stimate a 2,5 miliardi di dollari. Il mercato azionario, l’indice Tadawul, tra i più importanti nelle economie emergenti, ha una liquidità superiore a quella dei corrispettivi di Sudafrica (JSE), Russia (MICEX), Turchia (ISE) e Messico (CPI).(6)
Secondo alcune previsioni, la liberalizzazione del Tadawul farà espandere di 30/50 miliardi di dollari gli investimenti in Arabia Saudita nei prossimi 5 anni.(7) I titoli azionari dei prodotti petrolchimici Sabic, delle banche Samba e al-Rajhi, del consorzio alimentare Savola e della compagnia telefonica Saudi Telecom sono tra i più ambiti dagli investitori internazionali.(8) Tuttavia, il processo di apertura del mercato dell’Arabia Saudita non è privo di rischi. Mentre cerca di essere il fattore scatenante di una serie di investimenti per alleviare il rallentamento del PIL, l’incremento dell’indice Tadawul potrebbe però aumentare la volatilità finanziaria e quindi rigettare le speranze di ripresa economica, come accade oggi negli Stati Uniti. I sauditi sapranno battere l”esuberanza irrazionale’ (Alan Greenspan dixit)?

map-saudi-arabia6-635x357Note
1. “Oil price falls as Saudi Arabia pushes Opec cartel to hold production levels“, Terry Macalister, The Guardian, 5 giugno 2015
2. “Saudi claims oil price strategy success“, Anjli Raval, The Financial Times, 13 maggio 2015
3. “Shanghái y Hong Kong: la nueva dupla bursátil“, Ariel Noyola Rodríguez, Red Voltaire, 22 novembre 2014
4. “Saudi Arabia equity market opening just the start“, Philip Stafford, The Financial Times, 16 giugno 2015
5. “Saudi Arabia’s stockmarket: A cautious opening“, The Economist, 9 maggio 2015
6. “Saudi Stocks Slip as Foreigners Gain Access“, Ahmed Al Omran & Rory Jones, The Wall Street Journal, J15 giugno 2015
7. “Saudi Arabia opens its $560bn stock market to foreign investors“, Simeon Kerr, The Financial Times, 14 giugno 2015
8. “Saudi Arabia opens stock market: Five shares worth buying“, The Telegraph, 15 giguno 2015

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Tunisia – False Flag

Aanirfanworld-in-pic-2Nel maggio 2015, il ministero degli Interni della Tunisia fu avvertito di un imminente attacco a Susa. Il ministero degli Interni, che sarebbe controllato dal Mossad, non fece nulla per impedire l’attacco. Intercettazioni ufficiali riferivano di un attentato imminente, secondo Walid Zaruq, ex-guardia carceraria che ora dirige una ONG che monitora i funzionari della sicurezza. Attentato in Tunisia: I funzionari furono avvertiti di un attentato imminente nel maggio 2015
Discorsi su un attacco contro turisti si diffusero sui forum e account twitter pro-SIIL dalla fine di febbraio 2015. Dal 2011, Zaruq attaccò corruzione e ingerenze politiche nella dirigenza della sicurezza. In passato fu arrestato per rivelazioni. Dopo la caduta di Ben Ali, più di 180 alti ufficiali antiterrorismo e d’intelligence furono licenziati. Due ex-dirigenti del Ministero degli Interni, Muhamad Ali Mahjubi e Ahmad Ben Nur, sarebbero stati agenti del Mossad. Il Mossad controlla la Tunisia
1. La storia ufficiale su un solo uomo armato è una menzogna. Il testimone Tom Richards, ingegnere, ha detto al Guardian di aver visto un uomo armato con la barba sparare in testa a due turisti. “Aveva forse 20 o 25 anni, lunghi capelli neri e la barba“. Attentato in Tunisia, domande senza risposta
Una dei sopravvissuti, Kirsty Murray, ha detto che fu colpita alle gambe da un uomo con la pistola. Il 26 giugno 2015 testimoni oculari riferirono che cinque terroristi arrivarono in barca per l’attacco alle strutture presso Susa. Testimoni oculari dicono che furono utilizzate due barche. (Aljarida)
Media locali affermano che uno degli aggressori indossava l’uniforme della polizia“. Tunisia Live
Fonti della polizia locale di Susa dicono che Yaqubi (Sayfadin Razguy) arrivò nella località su un’auto a noleggio con altri due uomini che lo lasciarono in un vicolo che conduce alla spiaggia“. Daily MailPart-NIC-Nic6464707-1-1-02. Le autorità tunisine hanno collaborato con gli assalitori. I sopravvissuti hanno detto al Guardian che non furono fermati dalla polizia per fornire testimonianze su ciò che videro. Testimoni hanno detto che un uomo armato arrivò sulla spiaggia su una moto d’acqua o un motoscafo. Alcuna moto d’acqua o motoscafo fu recuperato. Attentato in Tunisia, domande senza risposta
Vi sono speculazioni secondo cui l’aggressore o gli aggressori arrivarono su un aereo visto volare a bassa quota sul villaggio, quel giorno. Gli agenti di polizia arrivarono sul posto in pochi minuti. I poliziotti permisero agli uomini armati di massacrare liberamente i turisti inglesi per più di mezz’ora, dei testimoni affermarono. Attentato in Tunisia: la polizia lascia liberi uomini armati impazziti per mezz’ora, dice un testimone
Il ministro degli Interni della Tunisia Rafiq Chali dice che uno dei tiratori partecipò a un campo del SIIL a Sabratha, in Libia occidentale. Il SIIL è gestito da Mossad, CIA e amici. Così l’attacco alle strutture tunisine fu apparentemente effettuato dai servizi di sicurezza occidentali.

11-Copy-of-ID-card-on-Rezgui-v2Misteriosamente, questa carta d’identità fu trovata sul cadavere di ‘Sayfadin’. “La polizia trovò il tesserino da studente di Rezguy nell’abbigliamento intriso di sangue“. L’attacco agli alberghi in Tunisia
“Sayfadin… fu ucciso dalle forze di sicurezza sulla spiaggia di Susa, secondo il Daily Mail. “Nuove immagini del corpo del bandito dopo essere stato colpito, mostrano che aveva una borsa, che sarebbe stata imbottita di esplosivo, e anche un giubbotto-esplosivo addosso“. L’attentatore tunisino consumava cocaina e si faceva i selfie – Daily Mail/Sayfadin ‘portava una bomba inesplosa’
Sayfadin con le spalle al muro fu ucciso in un parcheggio sul retro dell’hotel Imperial Marhaba, a Port al-Qantawi“. Daily Mail

Terroriste-sousse-Tunisie-victimes-620x300Qui vi sono alcune delle varie versioni:
1. Sayfadin Yaqubi (Razguy) fu ucciso (A) in un vicolo sul retro dell’hotel Imperial Marhaba o (B) sulla spiaggia.
2. Fu colpito (A) a Port al-Qantawi o (B) undici km lontano, a Susa.
3. Fu ucciso da (A) un poliziotto con due proiettili, dopo che i cecchini sui tetti non riuscirono più volte a colpirlo o (B) dalle forze di sicurezza (al plurale) o (C) dal Mossad, prima o dopo essere stato portato in auto a Port al-Qatawi e lasciato in un vicolo.
Foto scattate istanti dopo che Sayfadin Razguy venisse ucciso dalla polizia mostrano due grandi fori vicino al cuore e uno sopra l’ombelico“. Tre proiettili, non due. Daily Mail

Conclusione
Molti articoli dei media tradizionali sono scritti dal Mossad e amici, e Sayfadin aveva un sosia del Mossad. C’era l’amichevole e liberale Sayfadin, che amava università, famiglia e amici. Poi c’è il ‘Mossad Sayfadin’ che viveva in compagnia ‘di agenti del Mossad‘ a Qayruan. Questi ‘agenti del Mossad’ furono intervistati dai media. Secondo il personale dell’Institut Superior des Sciences et de Technologie Appliquées (Issat) di Qayruan, dove Sayfadin studiava, funzionari del Ministero degli Interni e agenti di polizia avevano detto che non sapevano che Sayfadin fosse membro di una rete jihadista. Il ‘Mossad Sayfadin’ viveva con sei giovani in una casa in affitto nel quartiere di Sidi Belqasim di Qayruan. Tale ‘gruppo del Mossad‘ “aveva una vita segreta ed evitava di parlare con la gente locale. Il gruppo improvvisamente scomparve un mese prima degli omicidi“. Il vero Sayfadin non studiava ingegneria aeronautica, ma gestione internet. Secondo quanto riferito, all’inizio di giugno 2015 Sayfadin andò a Susa, nella speranza di trovare un lavoro. L’attacco agli alberghi in Tunisia
Un uomo di nome Wasim Bel Adil afferma che conosceva Sayfadin Yaqubi (Sayfadin Razguy). Bel Adil afferma che Sayfadin lavorava per il SIIL. Va sottolineato che il SIIL è addestrato e rifornito da CIA e alleati. Il SIIL è la CIA-Mossad
L’impero mediatico di Rupert Murdoch sostiene che Sayfadin faceva parte di una cellula terroristica di cinque uomini che operava a Qayruan negli ultimi quattro anni. L’impero mediatico di Rupert Murdoch ammette che Sayfadin amava bere e il sesso. E va notato che Sayfadin non portava la barba. Ma questi era una facciata, secondo alcuni giornalisti ebrei. Erika Solomon, sul Financial Times, riporta frasi che potrebbero essere scritte dal Mossad? I quartieri poveri della Tunisia alimentano i jihadisti
Sembra che ci fossero due Sayfadin. Un lettore ha sottolineato che c’erano due Anders Breiviks e due Lee Harvie Oswald. Negli attentati di Mumbai del 2008 c’erano due Kasab. I servizi d’intelligence usano una persona quale vera spia e una quale capro espiatorio da accusare. C’era un Lee Harvey Oswald a New Orleans e allo stesso tempo un Lee Harvey Oswald in Giappone. C’era un Lee Harvey Oswald in Messico che non assomigliava per niente a Lee Harvey Oswald divenuto famoso a Dallas. (Patshannan/JFK Research)

mugIl musulmano Muhamad Atta non avrebbe ucciso nessuno. L’impostore Muhamad Atta non sarebbe stato un musulmano e sarebbe stato un agente dei servizi di sicurezza. Come spiega Xymphora: “L’originale… Muhamad Atta era studente di architettura… nato in Egitto e visto l’ultima volta ad Amburgo, in Germania. Gli fu rubato il passaporto in Germania nel 1999. L’impostore Muhamad Atta è il tizio che l’interpretò negli Stati Uniti. Un Muhamad Atta frequentò l’Accademia militare internazionale di Montgomery, Alabama. Il Muhamad Atta negli USA avrebbe parlato ebraico e amava ballerine e braciole di maiale”. Muhamad Atta – Benvenuti in Terrorlandia

mohamedattaTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra economica tra Russia e Stati Uniti si accende

Eric Draitser New Eastern Outlook 02/07/2015csf978Mentre Stati Uniti ed Europa acuiscono le sanzioni contro la Russia, un’intrigante guerra economica prende forma ed avrà notevoli ripercussioni negli anni a venire. Mentre Washington e Bruxelles cercano di dividere la Russia dall’Europa per mantenere l’egemonia occidentale, bloccando l’integrazione eurasiatica, Mosca contrasta tale strategia facendo leva sulla sua potenza economica, sotto forma di esportazioni energetiche e cooperazione. Anche se la maggior parte delle macchinazioni economiche è occulta, essendo meno eclatanti del conflitto per l’Ucraina, sanzioni e rafforzamento militare della NATO in realtà sono ugualmente importanti. Il colosso energetico russo Gazprom ha stipulato accordi economicamente e strategicamente cruciali con le principali compagnie occidentali, esattamente nello stesso momento in cui l’occidente cerca d’isolare economicamente la Russia. Allo stesso tempo, i gasdotti russi nel Nord e Sud d’Europa (oltre che in Europa centrale e orientale) complicano le cose per coloro che cercano di allontanare la Russia dal mercato europeo e dal potenziale potere politico ed economico che l’accesso a tale mercato comporta. Da una prospettiva geopolitica e strategica, il conflitto tra Russia e Stati Uniti e subalterni europei si manifesta tanto nei consigli di amministrazione, che nei parlamenti; tanto sotto il Mar Baltico e Mar Nero, che nelle sale operative di Pentagono e Cremlino.

E’ l’economia, stupido
Tra seminari e discussioni sullo sviluppo dei BRICS, integrazione eurasiatica, e Nuova Via della Seta al St. Petersburg International Economic Forum, un enorme accordo di cooperazione energetica è stato firmato, e dovrebbe essere visto come un gran colpo di Mosca. Un accordo tra il primo produttore mondiale di gas, Gazprom, e Royal Dutch Shell, per costruire due nuovi gasdotti Nord Stream per la Germania avrà importanti implicazioni sul futuro della cooperazione economica tra Russia e imprese energetiche europee. Inoltre, consoliderà ulteriormente la Russia quale partner fondamentale per l’industria tedesca, cuore dell’economia tedesca. I dettagli dell’accordo non sono ancora del tutto chiari ma le basi sono note, e sono chiaramente significative. Non solo Royal Dutch Shell e partner minori come E.ON tedesca e OMV austriaca, fanno parte di un consorzio per l’ampliamento del Nord Stream, ma si estenderà ad asset swap e partnership in vari altri progetti, in Europa e altrove. Come Aleksej Miller, amministratore delegato di Gazprom, ha spiegato: “Documenti di tale importanza sono firmati solo una volta ogni cinque anni o forse anche 10… Molti dei nostri partner tradizionali si pongono da forti attori regionali… Shell è un attore globale. E mentre i mercati mondiali del gas si sviluppano… creeremo una partnership strategica globale… conosciamo i mercati di Brasile, Australia e Asia, permettendoci di parlare di partenariato globale… Il nostro livello di preparazione è molto alto”. E’ chiaro che, dal punto di vista puramente economico, la partnership tra Gazprom e Shell e partner avrà implicazioni globali, consentendo l’espansione del progetto offshore GNL Gazprom-Shell di Sakhalin-2 che ha raggiunto la piena capacità solo nel 2014. Tale espansione del progetto già riuscito ne farà un attore fondamentale nel fornire la tanto necessaria energia alle economie in crescita della regione Asia-Pacifico, così come a clienti in Nord America. Considerando gli alti costi di trasporto del GNL, la posizione strategica del progetto così come l’espansione recentemente decisa della joint venture Gazprom-Shell Sakhalin-2, è pronta a fare della Russia la futuro fornitrice fondamentale di GNL della regione. L’accordo riguarda anche i principali asset swap a monte, termine che indica la cooperazione in esplorazione, fattibilità, perforazione preliminare e test, ed altri processi iniziali. In sostanza, ciò farà di Gazprom e Shell partner interconnessi in numerosi aspetti chiave, non solo nella produzione ed esportazione di energia. L’importanza di questo punto non va sottovalutata perché, a differenza dei semplici contratti di fornitura che possono essere rinegoziati, rescissi o terminati, questo tipo di cooperazione è un processo a lungo termine con enormi investimenti di capitale in attività di base, che renderebbe le modifiche sostanziali per circostanze politiche assai meno probabili. In breve, la Russia avrà un partner seriamente garantito; un’assicurazione contro sviluppi politici negativi. Naturalmente l’accordo con la Shell non è l’unico grande sviluppo economico energetico degli ultimi mesi. Il tanto pubblicizzato accordo sul gas Russia-Cina, annunciato un anno fa, comincia a dare frutti oltre l’ovvio colpo propagandistico.
Il Vicepresidente di Gazprom Aleksandr Medvedev ha recentemente annunciato che la Cina inizierà la costruzione del suo ramo del gasdotto Potenza della Siberia, il 29 giugno 2015. Con la Russia che ha già iniziato la costruzione del gasdotto sul suo territorio, nel settembre 2014, il progetto sembra sarà terminato a fine 2017. Il significato di questo sviluppo non va sottovalutato; un rapido sguardo alla cartina dei progetti di gasdotti orientali di Gazprom dimostra chiaramente che Potenza della Siberia, insieme ad altri gasdotti già attivi, farà della Russia uno dei principali fornitori di energia, sia della Cina tramite gli impianti di trattamento del gas e chimici che sono in costruzione a Blagoveshensk, al confine tra Russia e Cina, che di altri Paesi dell’Asia orientale. Oltre a questi importanti sviluppi energetici orientali, costruzione e avvio del gasdotto Altaj potrebbe fare della cooperazione energetica tra Russia e Cina un’alleanza energetica in piena regola. Progettato per fornire 30-38 mld di metri cubi di gas russo dalla Siberia occidentale alla Cina, il gasdotto consoliderà la Russia a primo partner economico energetico della Cina. Non solo l’enorme volume di gas sarà fornito dalla Russia, ma facendolo passare a sud, ad Urumqi, la capitale della provincia cinese dello Xinjiang sarà il fulcro di molti piani della Nuova Via della Seta cinese. Così l’energia russa diverrà il motore principale di sviluppo ed espansione economico cinese. In generale, il gas russo e la produzione cinese diverranno le forze motrici gemelle dell’integrazione eurasiatica. Naturalmente l’importanza politica di tale interdipendenza è piuttosto evidente, con partenariati economici che molto spesso si traducono in politici e strategici. Ed è la politica dove questi accordi economici sono particolarmente vitali per la Russia.

La dimensione politica e strategica
L’imperativo strategico della Russia verso l’Europa è chiaro: fare tutto il necessario per evitare che gli Stati Uniti scavino efficacemente un solco tra Russia e Europa. Come Washington ha dimostrato negli ultimi 18 mesi, non si fermerà davanti a nulla per recidere qualsiasi forma di cooperazione tra Mosca e partner europei. Fomentando la guerra in Ucraina, imponendo sanzioni e accrescendo le forze NATO, gli Stati Uniti fanno chiaramente tutto il possibile per staccare l’Europa orientale, nel tentativo di creare una “cortina di ferro” che separi la Russia dalle partnership politiche ed economiche in Europa. Visto da qui l’accordo con la Shell è una chiara contromossa. Piuttosto che accontentarsi semplicemente delle controsanzioni, Mosca s’incunea in Europa diventando il partner importante della Royal Dutch Shell, una delle più potenti e influenti compagnie europee. Mentre gli Stati Uniti creano un cuneo geografico, la Russia ovviamente ne crea uno economico; l’accordo divide i capi politici europei legati al diktat statunitense dagli imprenditori europei legati a profitto ed investitori. Data la redditività del commercio con la Russia, sarà molto più politicamente irrealizzabile per l’istituzione europea continuare i passi contro la Russia, mettendosi ulteriormente in conflitto con le élite economiche. Inoltre, la Russia attua il suo perno in Asia ampliando notevolmente le relazioni economiche con la Cina in vari settori, tra cui trasferimento di tecnologia della difesa, come dimostra la notizia che la Russia venderà il tanto apprezzato sistema missilistico S-400 alla Cina, divenendo il primo Paese a ricevere questa tecnologia. Così Russia e Cina diventano partner energetici e militari. Anche se non possono utilizzare il termine “alleanza”, si tratta esattamente di questo. Così, la guerra economica iniziata da Stati Uniti e leccapiedi ha generato il contraccolpo finale, una piena guerra lampo economica della Russia. Naturalmente, non era così che la Russia voleva incamerare profitti, continuando a collaborare con l’Europa pre-crisi ucraina. Ma ora che la marea s’infrange, i russi dimostrano di non essere disposti ad essere sul lato sbagliato della guerra economica. Piuttosto, esibiscono i loro grossi calibri, il tipo di arsenale verso cui Stati Uniti e NATO hanno poca difesa.

Eric Draitser é analista geopolitico indipendente di New York City e fondatore di StopImperialism.org, ed editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

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La Russia diventa il terzo attore dell’AIIB dopo Cina e India
La Russia ha un voto del 5,92% e una quota del 7,5% nell’Asia Infrastructure Investment Bank. La Cina un voto del 20,06% e una quota del 30,34% e l’India un voto del 7,5% e una quota del 8,52%
RT 2 luglio – Russia Insider

unnamed_risultatoLa Russia è il terzo attore della Banca d’investimento infrastrutturale asiatica (AIIB) della Cina, avendo ricevuto una quota di voto del 5,92 per cento, mentre Cina e India hanno rispettivamente 20,06 per cento e 7,5 per cento. La cerimonia della firma del documento di base per la creazione dell’AIIB ha avuto luogo a Pechino e vi hanno partecipato 300 delegati provenienti dai 57 Paesi fondatori della nuova banca. I delegati hanno deciso il capitale sociale complessivo, la quota di voto di ciascun aderente, struttura della governance, meccanismo decisionale e procedure aziendali operative. La Cina non cerca il veto nella banca ha detto il Viceministro delle Finanze Yaobin Shi, citato da Xinhua News Agency. Il Ministro delle Finanze cinese Luo Jiwei, a sua volta, ha detto che la banca opererà secondo i più elevati standard e seguirà le regole internazionali. La Cina ha il 30,34 per cento delle azioni della banca; India e Russia 8,52 e 7,5 per cento rispettivamente. La quota della Russia nel capitale sociale di AIIB sarà di 6,5 miliardi di dollari, ha detto il Viceministro delle Finanze russo Sergej Storchak dopo la cerimonia della firma, secondo la TASS. “La quota di partecipazione della Russia nell’AIIB ammonterà a 1,3 miliardi dollari in termini monetari e 6,5 miliardi di capitale sociale della banca. Cioè, il capitale versato è pari al 20 per cento. In questo caso, la Russia avrà 65362 azioni della banca“, ha detto Storchak aggiungendo che la direzione amministrativa della della banca sarà affiancato da un rappresentante russo. “La Federazione russa parteciperà alla gestione della banca; abbiamo l’opportunità di nominare un direttore da parte russa avendo una quota nel capitale della banca di oltre il 6 per cento“, ha detto. Il Consiglio di Amministrazione approverà progetti e strategia della banca.
L’AIIB è stata istituita su iniziativa della Cina nell’ottobre 2014. L’accordo è stato firmato da 21 Paesi. I Paesi che partecipano alla banca come soci fondatori erano già 57 ad aprile 2015. Il capitale iniziale sottoscritto dalla banca è di 50 miliardi di dollari che dovrebbero aumentare 100 miliardi. Il capitale autorizzato è suddiviso in 1000000 di azioni da 100000 dollari ciascuno. L’AIIB fornirà fondi per lo sviluppo di sistemi stradali, telecomunicazioni e altri progetti infrastrutturali nelle regioni più povere dell’Asia. Nella fase iniziale, AIIB si concentrerà sulla creazione della ‘nuova Via della Seta’, un sistema di rotte commerciali che collega i mercati di Europa e Asia. Gli esperti considerano AIIB potenziale rivale di Fondo monetario internazionale e Banca mondiale. Tuttavia, il capo del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, ha detto che FMI e BM sono pronti a collaborare con l’AIIB.

htm_2010122222164250005010-001Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La crisi greca attende altri partner della NATO

Finian Cunningham Strategic Culture Foundation 02/07/20150,,16783331_303,00Conseguenza importante del conflitto ucraino e del confronto tra occidente e Russia è l’aumento drammatico della spesa militare in diversi Paesi europei. Tuttavia, questa militarizzazione senza precedenti delle economie europee preannuncia un disastroso futuro debito paralizzante di tipo greco per tali Paesi. I più a rischio della futura sbornia di spese militari nei prossimi anni sono Paesi baltici, Polonia e Paesi scandinavi. Il risultato può effettivamente spiegare perché Washington e i più stretti alleati della NATO hanno intrapreso ciò che appare un pericoloso confronto geopolitico con la Russia. Le tensioni sono alimentate dalla presunta minaccia russa, soprattutto da Washington, che a loro volta portano a lucrose vendite di armi per il Pentagono e il suo complesso militare-industriale. Il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha recentemente assicurato che l’alleanza militare guidata dagli Stati Uniti “non sarà trascinata in una corsa agli armamenti con la Russia“, ma questo è esattamente ciò che sembra accadere, almeno per i membri o partner orientali europei e scandinavi della NATO. L’agenda del confronto, veementemente articolata da Washington, non è tanto istigare una guerra totale tra NATO e Russia. L’ex-ambasciatore statunitense in Russia Michael McFaul lo scorso fine settimana ha affermato che “solo un pazzo invaderebbe la Russia“. Tale ammissione può effettivamente misurare con precisione i calcoli di Washington. Nonostante il continuo atteggiamento aggressivo degli Stati Uniti verso la Russia, il vero obiettivo infatti non contempla la guerra con Mosca, ma piuttosto creare un clima di paura e insicurezza sulla presunta minaccia russa, per aumentare la spesa militare dei membri della NATO. Nell’ultimo rapporto sulle spese militari in Europa del Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) nota: “La crisi politica e militare in Ucraina ha portato ad una maggiore rivalutazione della percezione delle minacce e delle strategie militari in gran parte d’Europa. Percezione delle minacce aumentate hanno comportato appelli in Europa per aumentare la spesa militare, in particolare, al rinnovato impegno dei membri della NATO a spendere almeno il 2 per cento del loro PIL per la difesa“. Nelle crescenti spese militari nel 2015 rispetto all’anno precedente rientrano: Repubblica Ceca (+ 3,7%), Estonia (+ 7,3%), Lettonia (+ 15%), Lituania (+ 50%), Norvegia (+ 5,6%), Polonia (+ 20%), Romania (+ 4,9%), Repubblica Slovacca (+ 7%), e la Svezia che aderisce alla NATO (+ 5,3%). Significativamente, la maggior parte dei membri europeo-occidentali della NATO riduce o congela le spese militari, come Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Portogallo, Danimarca e Spagna. Tra i maggiori acquirenti militari, la Polonia ha il maggiore esborso finanziario con circa 35 miliardi di dollari anni fino al 2022. In confronto, gli Stati baltici di Lituania, Lettonia ed Estonia hanno spese assai minori in dollari assoluti. Ma ciò che è importante è relazione alle loro economie molto più piccole. Come nota SIPRI: “Nel medio-lungo termine, l’aumento dell’80 per cento o più delle spese militari richiesto da alcuni Stati, per raggiungere l’obiettivo del 2 per cento, è senza precedenti per i membri della NATO in tempo di pace. Dalla fine della guerra di Corea nel 1950-53, l’andamento dei bilanci militari di quasi tutti i membri della NATO, in percentuale del PIL, andava verso il basso o la stagnazione, anche durante i periodi di maggiore tensione con l’Unione Sovietica”.
Gli Stati Uniti quali maggiore esportatore di armi nel mondo ci guadagnano decisamente da bilanci e mercati europei ampliati, con la vendita di sistemi missilistici, carri armati, navi da guerra e aerei da combattimento. Il vantaggio per il Fondo monetario internazionale (FMI) dominato da Washington è che l’indebitamento dei Paesi spendaccioni verso i militari è la conseguente futura coercizione economica, che permetterà l’esproprio via austerity delle economie a vantaggio del capitale finanziario occidentale. Il processo non è dissimile da ciò che è già accaduto in Grecia. Nel diluvio dei reportage occidentali sulla crisi del debito greco, un aspetto chiave rimane stranamente occultato. Il fatto che l’onere del debito da 320 miliardi di dollari della Grecia sia in gran parte dovuto a decenni di militarismo esorbitante. Secondo alcune stime, almeno la metà del debito totale greco, oltre 150 miliardi di dollari, è dovuto alle spese militari. Prima dell’inizio della crisi del debito nel 2010, la Grecia spendeva circa il 7 per cento del PIL per la difesa quando molti altri Paesi europei spendevano circa il 2 per cento. Anche ora, cinque anni dopo il collasso economico, la Grecia ha ancora la più alta spesa militare dell’Unione europea, il 2,2 per cento del PIL. Nell’alleanza militare della NATO, la Grecia ha la seconda più alta spesa di questo tipo dopo gli Stati Uniti, che assegnano circa il 3,8 per cento del loro PIL ai militari. Il governo greco di Alexis Tsipras e i creditori istituzionali come Unione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale hanno diligentemente ignorato un’opzione lampante per cercare di porre le finanze nazionali della Grecia su basi più solide, la contrazione massiccia militare del Paese. Se la Grecia dovesse ridurre la spesa militare della metà, a circa l’1 per cento del PIL, come Italia, Belgio, Spagna e Germania, potrebbe assegnare 2 miliardi per soddisfare le esigenze immediate del FMI e contribuire ad evitare le misure di austerità drastiche richieste dalla troika UE/BCE/FMI. Ma c’è una buona ragione per cui la troika dei creditori rifiuta questa opzione. La stravaganza militare della Grecia per molti anni è stata un miniera d’oro per le industrie belliche tedesche, francesi e statunitensi. Di 150 miliardi di dollari di spese militari dalla Grecia fino al 2010, il 25 per cento degli acquisti riguardava la Germania, il 13 per cento la Francia e il 42 per cento gli Stati Uniti, secondo i dati SIPRI. Non è un caso che i grandi creditori istituzionali della Grecia sono i governi tedesco e francese, che raccolgono 100 miliardi di dollari. Gran parte del capitale prestato alla Grecia è stato speso per sistemi d’arma tedeschi e francesi come carri armati Leopard e aerei da combattimento Mirage, oltre che per gli statunitensi F-16. In un’intervista al Guardian nell’aprile 2012, il parlamentare greco Dimitris Papadimoulis accusava Berlino e Parigi di “ipocrisia” perché, come spiegò: “Beh, dopo l’inizio della crisi economica (nel 2010), Germania e Francia cercavano di siglare lucrosi accordi sulle armi anche quando ci spingevano a tagliare in settori come la salute“. Così Berlino e Parigi consapevolmente gonfiarono il debito della Grecia per dare un grosso mercato alle loro industrie della difesa. Quella porta girevole della finanza girava anche con la corruzione. Nell’ottobre 2013 l’ex-ministro della Difesa della Grecia Akis Tsochatsopoulous, del governo PASOK, fu imprigionato per 20 anni per corruzione riguardante 75 milioni di dollari e decine di funzionari di Atene. L’azienda tedesca Ferrostaal fu costretta a pagare 150 milioni di dollari per il suo ruolo nel racket delle armi, assicurandosi la vendita di quattro sottomarini Tipo 214 alla Grecia per circa 3 miliardi dollari. Il comodo spauracchio nello scenario greco era la Turchia che invase Cipro nel 1974, dipinta quale perenne minaccia alla sicurezza alla Grecia. Washington, Berlino e Parigi assieme ai politici corrotti di Atene, sfruttarono la minaccia turca per far girare la porta dei prestiti e spese militari. La triste fine di tale scenario è la crisi del debito greco, rilanciata dallo stupro economico del Paese da parte di FMI e potenze europee, soprattutto Berlino e Parigi. Un’altra ironia di tale moderna tragedia greca è che la presunta minaccia turca accentuata da Washington e alleati europei, suscitando la massiccia militarizzazione della Grecia, fu attribuita a un altro membro della NATO, la Turchia. Che fine ha fatto l’articolo 5 della NATO sulla sicurezza collettiva in questi anni d’insicurezza? Quanto è più facile per Washington ed alleati della NATIO presentare la Russia con i vecchi stereotipi della Guerra Fredda quale minaccia alla sicurezza di Europa orientale e Scandinavia?
L’aumento della spesa militare dei Paesi di Europa orientale e Scandinavia sembra uno stratagemma riuscito. Il complesso militare-industriale degli Stati Uniti e dei suoi omologhi tedeschi, francesi e inglesi rastrellerà miliardi di dollari nei prossimi anni dai membri minori della NATO, opportunamente spaventati dallo stupido “spettro russo”. Ma se la storia del militarismo in Grecia è da seguire, una crisi del debito ‘greco’ è in serbo per Stati baltici, Polonia e scandinavi. La protezione della NATO guidata dagli Stati Uniti? Più che altro il racket della protezione NATO a guida USA.pipinosLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Eastring vs Balkan Stream: la battaglia per la Grecia

Andrew Korybko The Saker 28 giugno 2015TurkGasPipe-webfigLa Russia non bluffava quando ha detto che il Turkish Stream sarà l’unica via di transito del gas fuori dall’Ucraina dal 2019, e dopo tentennamenti incredulo per più di sei mesi critici, l’UE solo ora rinsavisce cercando disperatamente di mercanteggiare un’alternativa geopolitica. Fermo restando che il fabbisogno di gas ricadrà assolutamente sulla Russia nei prossimi decenni (indipendentemente dalla retorica transatlantica), l’UE vuole attenuare le conseguenze multipolari dei gasdotti pianificati dalla Russia finché può. La Russia vuole estendere il Turkish stream a Grecia, Macedonia e Serbia con un piano che l’autore ha già definito “Balkan stream“, mentre l’Unione europea vuole abolire la rotta balcanica centrale e sostituirla con una nei Balcani orientali via Bulgaria e Romania, la cosiddetta “Eastring“. Sebbene l’Eastring possa teoricamente far transitare il gas dal Caspio inviato attraverso il gasdotto TAP, la proposta invece è stata presentata ultimamente in connessione al Turkish stream, probabilmente perché possibilmente i previsti 10-20 miliardi di metri cubi l’anno rispetto al precedente (le riserve dell’Azerbaigian non possono soddisfare la domanda senza assistenza turkmena, lungi dall’essere garantita a questo punto), sono sminuiti dai 49 miliardi di metri cubi del secondo. Se l’Europa non intende collegare l’Eastring al Turkish stream, le forniture di gas russo potrebbero raggiungere il continente indipendentemente dalla rotta in questione (Balcani centrali od orientali), il che significa che c’ è una situazione sempre vantaggiosa per la Russia… forse. Le differenze strategiche tra Eastring e Balkan Stream sono in realtà molto acute e accoppiate all’impeto implicito rivelato dalla proposta dell’UE di collegare Eastring al Turkish Stream, innanzitutto significa che vanno analizzate più in profondità, prima che qualcuno salti a una conclusione predeterminata sulla natura ‘reciprocamente vantaggiosa’ dell’Eastring. L’articolo comincia identificando le differenze strategiche sottostanti tra Eastring e Balkan stream. Dopo aver deciso ciò, acquisite le intuizioni, s’interpretano le motivazioni di Bruxelles e le previsioni regionali implicite sui Balcani. Infine, si tocca la prolungata crisi del debito greco per illustrare come le attuali turbolenze della Repubblica ellenica siano divenute il tentativo occidentale di cacciare indirettamente Tsipras per punirlo per la cooperazione energetica con la Russia.

Le differenze strategiche
Ci si ingannerebbe assolutamente supponendo che Eastring e Balkan Stream siano progetti strategicamente simili, e siano entrambi vie di transito del gas russo verso l’Europa, promuovendo due visioni a lungo termine completamente diverse per conto dei sostenitori europei e russi rispettivamente.

Eastring:
L’UE prevede che questo tracciato eliminerà qualsiasi vantaggio geopolitico che la Russia potrebbe potenzialmente trarre dal Balkan stream riducendo l’oleodotto a niente più che un esiguo gasdotto privo di qualsiasi impatto o influenza. Potendo raggiungere questo obiettivo semplicemente facendo passare il gasdotto in Bulgaria e Romania, due affidabili Stati membri dell’UE e della NATO, le cui élite politiche sono saldamente nell’orbita unipolare. Come ulteriore garanzia la Russia non potrebbe mai utilizzare l’Eastring per gli scopi multipolari previsti, dato che gli Stati Uniti prevedono di pre-posizionare armi pesanti e 750 truppe nei due Paesi dei Balcani orientali, rafforzando ulteriormente il blocco sub-NATO del Mar Nero in costruzione negli ultimi due anni. Se gli Stati Uniti riescono a sabotare il Balkan stream e a costringere quindi la Russia a rinviarlo, in ultima analisi l’Eastring sarà l’unica alternativa realistica nell’Europa del sud-est per inviare gas in Europa, e Mosca si troverebbe nella stessa posizione strategica miserabile di quando inviava energia attraverso l’Ucraina controllata dagli USA, vanificando così lo scopo del perno nei Balcani, in primo luogo.

Balkan stream:
I russi hanno un approccio sui gasdotti del tutto opposto agli europei, comprendendone l’utilità geopolitica e cercando di utilizzare tali investimenti infrastrutturali quali strumenti strategici. Il Balkan stream va inteso come controffensiva multipolare nel cuore dell’Europa ed è esattamente per queste ragioni che la Russia è completamente contraria ad affidarsi ad Eastring quale unica rotta energetica europea sudorientale per l’UE. Mosca prevede di utilizzare Balkan stream come calamita per attirare gli investimenti dai BRICS nei Balcani, integrandolo alla Via della Seta balcanica della Cina dalla Grecia all’Ungheria. Non è quindi un caso che il terrorismo albanese filo-statunitense sia tornato nella regione dopo dieci anni, in particolare contro la Repubblica di Macedonia, il collo di bottiglia dei Balcani. La Russia scommette sulla rotta balcanica centrale per la via energetica che propone, perché sa che Serbia e Macedonia, che non sono membri di Unione Europea o NATO, non possono essere direttamente dominate dal mondo unipolare come i satelliti bulgaro e rumeno degli Stati Uniti, e vede la Grecia come l”asso’ sul punto di cadere in disgrazia presso i padroni occidentali. Questi fattori a loro volta rendono il Balkan straem eccezionalmente attraente per gli geostrateghi russi che correttamente riconoscono che i tre Stati lungo la sua rotta (Grecia, Macedonia e Serbia) sono il tallone d’Achille dell’unipolarismo occidentale in Eurasia che, se considerato con la giusta spinta, può portare al crollo finale di tutta la struttura.

Lettura del pensiero di Bruxelles
Il fatto stesso che l’UE propone Eastring quale possibile componente del Turkish stream rivela molto su ciò che Bruxelles pensa oggi. Diamo uno sguardo a ciò che è stato detto tra le righe:

Il gas russo è necessario:
Bruxelles riconosce di dover ricevere il gas russo in un modo o nell’altro, e che il corridoio meridionale del gas più che probabilmente non soddisferà le future esigenze dell’Unione (sia per l’Unione europea nel suo insieme che per la regione dei Balcani in particolare). Gli Stati Uniti lo capiscono e quindi pianificano uno scenario in cui la Russia sia costretta a fare affidamento sulla rotta unipolare nei Balcani orientali, in modo da neutralizzare il progetto da qualsiasi influenza residua multipolare, e Washington possa continuare a controllare il transito delle risorse russe verso l’Europa in futuro.

Vulnerabilità unipolare nei Balcani centrali:
Il suggerimento che i Balcani orientali sostituiscano l’oleodotto alternativo Balkan stream indica che l’occidente riconosce la vulnerabilità unipolare della rotta russa nei Balcani centrali. Questo perché la costruzione del Balkan Stream comporterebbe il rafforzamento geostrategico della Serbia emergendo come hub energetico regionale. Belgrado potrebbe quindi sfruttare ampiamente questo vantaggio reintegrando lentamente e strategicamente (ma non politicamente!) l’ex-Jugoslavia, anche se sotto l’influenza multipolare indiretta russa. Di conseguenza, i Balcani, la regione europea che indiscutibilmente dimostra il fallimento del bastone euro-atlantico, si presenteranno quale attraente opportunità non-occidentale del co-sviluppo con i BRICS. Il Balkan stream della Russia fornisce approvvigionamento energetico sicuro, mentre la Via della Seta balcanica della Cina concede accesso al mercato globale più grande, minacciando così la morsa economica che l’Unione europea attua sulla penisola. Se l’Europa non è più economicamente allettante per gli Stati balcanici (la sua attrattiva culturale e politica è roba del passato a causa dei ‘matrimoni gay’ e dell’eccessivo bullismo di Bruxelles di questi anni), perderà l’ultimo suo soft power e l’unico modello alternativo saranno i BRIC, che porrebbero nella regione una testa di ponte multipolare arivvando al centro del continente prima che qualcuno se ne renda conto.

putin-tsiprasInaffidabilità greca:
L’UE chiaramente non vede la Grecia, almeno con l’attuale dirigenza, quale strumento geopolitico affidabile per i propri interessi. Mentre l’oleodotto azero attraverso il Paese politicamente volubile è accettabile, quello dalla Russia non lo è, potendo essere usato come banco di prova per ulteriori incursioni multipolari nei Balcani centrali e comportando la rapida ritirata dell’influenza balcanica di Bruxelles (come sopra descritto). Se la Grecia fosse completamente sotto controllo unipolare, o l’occidente lo ritenesse possibile entro il 2019, allora non ci sarà la necessità di escludere il Paese. Anche se rimane la possibilità che un frammento di territorio greco possa essere usato per costruire l’interconnessione gasifera con la Bulgaria per sostenere l’Eastring, ciò non è ancora l’oleodotto che attraversa il nord del Paese secondo una rotta fuori dal controllo unipolare (a differenza dell’alternativa bulgara). Pertanto, la proposta dell’Eastring la dice lunga sulle tristi prospettive geopolitiche che Bruxelles prevede nei prossimi 5 anni in Grecia, anche se ciò al contrario può essere letto come conferma della possibilità multipolare del Paese che la Russia ha già individuato.

Le guerre per procura balcaniche:
Più che altro, la proposta di Bruxelles dell’Eastring può essere letta come disperato piano B per garantirsi le forniture di gas russo tanto necessarie, nel caso in cui gli Stati Uniti rendano irrealizzabile il Balkan Stream nella penisola centrale con una serie di guerre per procura destabilizzanti. Come già illustrato, l’UE ha bisogno del gas russo a qualsiasi costo (cosa che gli Stati Uniti ammettono malvolentieri), quindi deve assolutamente avere un piano di emergenza nel caso succeda qualcosa al Balkan stream. Le casse russe hanno bisogno di entrate, mentre le fabbriche europee del gas, quindi è un rapporto naturale d’interesse reciproco cooperare su una certa rotta o un’altra. La tesi, ovviamente, si riduce a quale rotta il gas russo attraverserà e gli Stati Uniti faranno di tutto affinché passi nei Balcani orientali unipolari e non dai multipolari Balcani centrali. Così la ‘Battaglia per la Grecia’ è l’ultimo episodio di questa saga, e la futura rotta del gas russo verso l’Europa è in bilico.

Davanti al bivio (greco)
Anche se la crisi del debito è un problema da ben prima che il Balkan stream fosse concepito, ora è intimamente intrecciata al dramma della nuova Guerra Fredda energetica nei Balcani. La Troika vuole costringere Tsipras a capitolare sull’accordo del debito impopolare che sicuramente comporterebbe la rapida fine della sua premiership. In questo momento, il principale fattore che lega il Balkan stream alla Grecia è il governo Tsipras, ed è interesse di Russia e mondo multipolare vederlo rimanere al potere fin quando il gasdotto sarà fisicamente costruito. Qualsiasi cambiamento improvviso o inatteso della leadership in Grecia potrebbe facilmente mettere in pericolo la sostenibilità politica del Balkan stream e costringere la Russia a fare affidamento sull’Eastring, ed è per queste ragioni che la Troika vuole imporre a Tsipras un dilemma inestricabile. Se accetta le condizioni attuali del debito, allora perderà l’appoggio della base e probabilmente inaugurerà elezioni anticipate o cadrà vittima di una rivolta nel suo stesso partito. Dall’altra parte, se rifiuta la proposta e permette il default della Grecia, allora la catastrofe economica risultante potrebbe por termine al supporto della base e por fine prematuramente alla sua carriera politica. Perciò la decisione del referendum nazionale sull’accordo del debito è una mossa geniale, perché assicura a Tsipras la possibilità di sopravvivere all’imminente tempesta politica-economica con risultati democraticamente ottenuti (che sembrano predire il rifiuto del debito e imminente default). Con il popolo dalla sua parte (non importa quanto ristretto), Tsipras potrà continuare a presiede la Grecia attraversando il prossimo preoccupante periodo d’incertezza. Inoltre, la continua gestione del Paese e i rapporti personali con i leader dei BRICS (soprattutto Vladimir Putin) potrebbe portare ad estendere una qualche forma di assistenza economica (probabilmente dalla Nuova Banca per lo Sviluppo dei BRICS da 100 miliardi di dollari o un’altrettanto grande riserva valutaria) alla Grecia dopo il prossimo vertice di Ufa ai primi di luglio, a condizione che possa continuare la leadership fino ad allora. Pertanto, il futuro della geopolitica energetica dei Balcani attualmente si riduce a ciò che accade in Grecia nel prossimo futuro. Mentre è possibile che un primo ministro greco diverso da Tsipras possa far progredire il Balkan Stream, la probabilità è significativamente inferiore a un Tsipras che rimane in carica. Creare le condizioni per la sua rimozione è il modo indiretto con cui Stati Uniti e UE preferiscono influenzare le rotte energetiche del futuro della Russia attraverso i Balcani, quindi ecco perché tale pressione su Tsipras in questo momento. La sua proposta di referendum chiaramente li ha colti di sorpresa, dato che la vera democrazia è praticamente sconosciuta nell’Europa di oggi, e nessuno si aspettava che si rivolgesse direttamente ai suoi elettori prima di prendere una delle decisioni più cruciali del Paese degli ultimi decenni. Attraverso questi mezzi, può sfuggire alla trappola da Comma-22 che la Troika gli ha teso e così salvare anche il futuro del Balkan Stream.

Conclusioni
C’è di più nella proposta del gasdotto Eastring di quanto appaia, da qui la necessità di svelarne le motivazioni strategiche per comprenderne meglio l’impatto asimmetrico. E’ chiaro che Stati Uniti ed UE vogliono neutralizzare l’aspetto geopolitico che il Balkan Stream avrebbe ampliando la multipolarità nella regione, il che spiega il loro mutuo approccio nel tentativo di fermarlo. Gli Stati Uniti alimentano le fiamme della violenza nazionalista albanese in Macedonia ostacolando la prevista rotta del Balkan Stream, mentre l’UE comodamente propone una rotta alternativa attraverso i Balcani orientali unipolaristi quale predeterminata ‘via d’uscita’ alla Russia. Le forze euro-atlantiche cospirano nel tentativo di rovesciare indirettamente il governo greco attraverso un’elezione programmata o colpo di Stato per rimuovere Tsipras, sapendo che tale mossa infliggerebbe un colpo grave e immediato al Balkan stream. Anche se non è chiaro cosa alla fine accadrà a Tsipras o ai piani dei gasdotti della Russia, in generale è inconfutabile che i Balcani siano diventati uno dei principali e reiterati focolai della nuova guerra fredda, e la concorrenza tra mondo unipolare e multipolare in questo teatro geostrategico è solo agli inizi.

1424170133Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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