La Corea democratica e il suo programma missilistico

VPK-NEWSSouth FrontSi potrebbe dire che la situazione politica e militare nell’Asia-Pacificoa sia calma prima della tempesta. La corsa per preparare tutti a un conflitto tra “mondo libero” e “regime comunista totalitario” a Pyongyang propagato dai media occidentali ha raggiunto l’apice. Gli Stati Uniti concentrano le forze nell’est asiatico per colpire obiettivi militari e industriali nella Corea democratica. Tre gruppi d’attacco con portaerei (CSG) sono in attesa di ordini nel Mar del Giappone: USS CVN-68 Nimitz, USS CVN-71 Theodore Roosevelt e USS CVN-76 Ronald Reagan. Sono accompagnati da tre stormi aerei, per 72 jet F/A-18E e 36 vecchi jet F/A-18C di supporto. I CSG includono 18 cacciatorpediniere Arleigh Burke con 540 missili Tomahawk. Il Mar del Giappone è pattugliato dai sottomarini lanciamissili da crociera USS Michigan (SSGN-727) e USS Florida (SSGN-728), con altri 300 Tomahawk. Vi sono 6 bombardieri B-1B e B-52 e 3 bombardieri B-2 nucleari presso la Base Aerea Andersen di Guam. Tale potenza sorprendente è mobilitata non solo per spettacolo. Una vera minaccia d’attacco nucleare statunitense emerse durante la guerra di Corea del 1950-1953. Gli Stati Uniti svilupparono diversi piani per bombardare obiettivi-chiave in Corea democratica per avere un vantaggio strategico. I massimi vertici non riuscirono ad aprire la scatola di Pandora, ma la minaccia di distruzione nucleare era ancora presente anche dopo la guerra, anche se in misura minore. Probabilmente fu questo che spinse Kim Il-sung ad avviare il suo programma nucleare.Test d’indipendenza
Negli anni ’60 gli sviluppi iniziali furono permessi dai sovietici e in seguito dall’aiuto dei cinesi. Il Pakistan svolse un ruolo cruciale nel programma. Alla fine degli anni ’90 Abdulqadir Khan, “il padre della bomba nucleare d’Islamabad”, consegnò alla Corea democratica l’attrezzatura per l’arricchimento dell’uranio, 5000 centrifughe e la documentazione necessaria. Khan attirò l’attenzione pubblica dopo aver rubato i progetti di centrifughe quando lavorava nei Paesi Bassi, negli anni ’70. Secondo i funzionari dell’intelligence statunitense, scambiò compact disc coi dati chiave per le tecnologie missilistiche. Nel 2005, il presidente Pervez Musharraf e il primo ministro Shaukat Aziz ammisero che Khan fornì alla Corea democratica le centrifughe. Nel maggio 2008 lo scienziato che in precedenza aveva dichiarato di avere agito di propria volontà, si rimangiò le dichiarazioni e disse che il governo del Pakistan l’aveva denigrato, affermando che il programma nucleare nordcoreano era già avviato prima di essere contattato. All’inizio degli anni ’80, i migliori fisici del Paese erano riuniti nel Centro di ricerca scientifica nucleare di Yongbyon, a un centinaio di chilometri a nord di Pyongyang. Con l’aiuto dei cinesi, un reattore a grafite sperimentale da 20 MW fu costruito il 14 agosto 1985 e funzionò fino al 1989 quando fu fermato su pressione degli Stati Uniti, con ottomila barre di combustibile tratte dalla zona attiva. Le valutazioni su quanto plutonio sia stato generato dalla Corea democratica differiscono. Il dipartimento di Stato USA valuta la quantità di plutonio tra sei e otto chilogrammi, la CIA afferma che sono nove chilogrammi. Secondo esperti russi e giapponesi, ottomila barre di combustibile genererebbero non meno di 24 chilogrammi di plutonio. La Corea democratica riattivò il reattore più tardi: funzionò dal 1990 al 1994, quando si fermò di nuovo a causa della pressione degli Stati Uniti. Il 12 marzo 1993, Pyongyang dichiarò che intendeva non aderire al Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari e rifiutò di concedere all’AIEA l’accesso ai suoi programmi. Dal 1990 al 1994 furono costruiti altri due reattori Magnox (da 50 MW e 200 MW) a Yongbyon e Taechon. Il primo può produrre 60 chilogrammi di plutonio all’anno, sufficiente per 10 testate nucleari. Il reattore da 200 MW può produrre 220 chilogrammi di plutonio, sufficienti per 40 testate. In seguito alla risoluzione 825 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e alla minaccia degli attacchi aerei statunitensi, la Corea democratica cedette alle pressioni diplomatiche e interruppe il programma sul plutonio. Dopo la sospensione dell’accordo, a fine 2002, Pyongyang riattivò i reattori. Il 9 ottobre 2006, la Corea democratica dimostrò la sua potenza nucleare con un test sotterraneo. L’esplosione ebbe una potenza di 0,2-1 kiloton. Il 25 maggio 2009, la Corea democratica condusse un secondo test sotterraneo. L’US Geological Survey (USGS) riferì che l’esplosione ebbe una potenza maggiore, stimato da 2 a 7 kiloton. Il 12 febbraio 2013 l’Agenzia di stampa centrale della Corea democratica dichiarò che fu testata una piccola carica nucleare ad alta potenza. L’Istituto di geoscienza e risorse minerarie sudcoreano riferì che la potenza fu stimata in 7,7-7,8 kiloton. Il 9 settembre 2016, un terremoto di magnitudo 5,3 fu registrato alle 9.30. L’epicentro era a 20 km dal sito dei test di Punggye-ri. L’USGS lo definì esplosione nucleare. In seguito la Corea democratica dichiarò ufficialmente di aver condotto il suo quinto test nucleare. La potenza fu stimata tra 10 e 30 kiloton. L’8 gennaio 2017, il primo dispositivo termonucleare fu testato dalla Corea democratica. I sismologi cinesi registrarono un forte terremoto. La Corea democratica confermò di avere la bomba all’idrogeno lo scorso settembre. I sismologi di vari Paesi stimarono la magnitudo in 6,1-6,4, con centro sismico vicino al livello del suolo. Funzionari nordcoreani affermarono di aver detonato con successo una carica termonucleare. La potenza fu stimata tra 100 e 250 kiloton. L’8 agosto 2017, il Washington Post riferì che, secondo l’US Defense Intelligence Agency, la Corea democratica ha fabbricato 60 testate termonucleari che potrebbero essere montate su missili balistici e da crociera. Molti media occidentali pubblicarono foto che dimostrano come Pyongyang abbia una testata termonucleare da 500-650 kg.
Nonostante tutti gli sforzi nella difesa antimissile negli ultimi 60 anni, i media hanno pubblicato le opinioni incerte degli di esperti su un’efficace contromisura ai missili balistici di medio raggio ed intercontinentali. Un missile balistico strategico con testata nucleare è un asso militare, l’asso che molti Paesi desiderano avere nei giochi politici sul tavolo internazionale. Ma montare una testata nucleare su un missile balistico è un compito difficile. Tutti i membri del “club nucleare” impiegarono tempo ed ebbero difficoltà nel testare una bomba nucleare da montare su un missile. Ci vollero sette anni dal primo test nucleare statunitense per montare una testata nucleare W-5 da 1200kg sui missili da crociera MGM-1 Matador e Regulus-1, e ci vollero nove anni per creare le testate W-7 per i missili balistici tattici M-3 Honest John e Corporal. 30 test nucleari furono condotti durante questo periodo. Alcuni per migliorare peso e dimensioni delle bombe. Il dispositivo esplosivo da 4500 kg del W-3 fu ridotto a 750 kg del W-7, con un diametro che si restrinse da 125 cm a 62 cm rispettivamente. Il secondo compito importante fu adattare la testata alle alte velocità e temperature che si verificano durante il volo balistico. Il primo missile balistico a medio raggio sovietico, l’R-5M, con una testata nucleare fu provato nel febbraio 1956. La bomba atomica RDS-4 montata aveva un peso di 1300 kg. A quel tempo l’Unione Sovietica aveva condotto 10 test nucleari. La Cina aveva condotto quattro test nucleari quando il missile balistico a medio raggio DF-2 fu sottoposto a test di volo. A partire da Mk-1 Little Boy e Mk-3 Fat Man, tutte le bombe nucleari sono divise in due tipi. Le bombe del primo tipo sono le cosiddette armi a fissione, con la Mk-1 che ne è la “madre”. Il materiale fissile viene assemblato in una massa supercritica con l’uso del metodo del “cannone”: sparando del materiale sub-critico nell’altro. L’unico materiale attivo adatto a ciò è l’uranio arricchito U-235. Il secondo tipo è l’implosione, con la Mk-3 che ne fu il prototipo: una massa fissile di due materiali (U-235, Pu-239 o una combinazione) è circondata da esplosivi ad alta densità che comprimono la massa, con conseguente criticità. Pu239, U233 e U235 possono essere utilizzati come materiale attivo in questo caso. Il primo tipo è più semplice da produrre e quindi più facilmente disponibile per i Paesi meno sviluppati scientificamente. L’altro tipo richiede meno materiale attivo, ma è considerevolmente più difficile da costruire e richiede tecnologie avanzate. I dispositivi di tipo implosivo sono sfere cave concentriche. La prima sfera è costituita da materiale attivo (con raggio esterno di 7 cm nel caso dell’U235, 5 cm per il Pu239 e raggio interno di 5,77 e 4,25 rispettivamente). La seconda sfera di 2 cm di spessore è in berillio che devia i neutroni. Il terzo è una sfera di 3 cm realizzata in U238. La quarta sfera da 1 a 10 cm di spessore è di normale esplosivo. Il dispositivo è coperto con un paio di cm di alluminio. Il modello non è cambiato molto dalla Fat Man, tranne che per l’esplosivo obsoleto, l’Amatol del peso di 2300 kg. Oggigiorno le testate usano il PBX-9501 (W-88) di cui 6-8 kg bastano. Nel 1959 l’US Atomic Energy Commision sviluppò un modello matematico universale per il dispositivo implosivo nucleare e termonucleare come primo modulo. È obsoleto per i dispositivi russi e statunitensi contemporanei, ma per quelli nordcoreani sarebbe appropriato. Questo modello permette di stimare la potenza di un ordigno nucleare se se ne conosce il diametro. Un dispositivo di 28 cm avrebbe una potenza di 10 kiloton, di 40 cm 25, di 46 cm 100 e di 61 cm 1 megaton. La lunghezza del dispositivo corrisponde al diametro con un rapporto di 5 a 1, cioè se il dispositivo è largo 28 cm, la sua lunghezza sarà di 140 cm e il peso di 240 kg.Sfilata di Hwasong
L’Hwasong-5 è una copia del missile sovietico R-17 Elbrus (Scud-C). La Corea democratica se ne impossessò quando aiutò l’Egitto nel 1979-1980. Dato che i rapporti con l’Unione Sovietica erano tesi e che i cinesi erano inaffidabili, i nordcoreani iniziarono il reverse engineering degli R-17 “egiziani”. Il processo fu accompagnato dalla costruzione della relativa industria, con lo sforzo principale incentrato sulla fabbrica 125 di Pyongyang, l’Istituto di ricerca Sanum-dong e il sito di lancio di Musudan-ri. I primi prototipi furono sviluppati nel 1984. Denominati Hwasong-5 (designato dall’occidente come Scud-A Mod) i missili erano identici agli R-17 ricevuti dall’Egitto. I voli di prova furono condotti nell’aprile 1984, ma il primo lotto era limitato perché erano stati programmati solo per i voli di prova, per accertarne la qualità della produzione. La produzione in serie degli Hwasong-5 (Scud-B Mod) iniziò nel 1985. Questo tipo ebbe alcuni miglioramenti rispetto al progetto sovietico originale. La gittata con testata da 1000 kg migliorò da 280 a 320 km e il motore Isaev fu leggermente modernizzato. Esistono diversi tipi di carichi utili: a frammentazione, ad alto potenziale esplosivo, chimica e forse biologica. Durante l’intero ciclo di produzione, fino a quando l’Hwasong-6 fu sviluppato nel 1989, si sospetta che siano stati adottati diversi aggiornamenti, ma non sono disponibili dati precisi. Nel 1985, l’Iran acquistò 90-100 Hwasong-5 per 500 milioni di dollari. L’accordo includeva la tecnologia di produzione che aiutò Teheran ad avviare la propria produzione. Il missile fu chiamato Shahab-1 in Iran. Gli Emirati Arabi Uniti ne acquistarono un lotto nel 1989.
Hwasong-6 è un aggiornamento del precursore. Ha una gittata maggiore ed è più preciso. Entrò in produzione nel 1990. Circa 2000 missili furono prodotti entro il 2000, 400 dei quali venduti per 1,5-2 milioni di dollari. 60 missili furono consegnati all’Iran, dove vennero chiamati Shahab-2. Furono anche esportati in Siria, Egitto, Libia e Yemen.
Hwasong-7 (No Dong) è un missile balistico a medio raggio, divenuto operativo in Corea democratica nel 1998. Secondo gli esperti occidentali, ha un raggio d’azione di 1350-1600 km e può trasportare carichi utili da 760 a 1000 kg. Il No Dong fu creato dagli ingegneri nordcoreani, secondo gli esperti occidentali, col sostegno finanziario dall’Iran e l’aiuto tecnico della Russia. Apparentemente durante caos e collasso economico degli anni ’90, l’industria della Difesa russa vendette nuove tecnologie a tutti gli interessati. Si crede che il Makeev Design Bureau trasferì l’R-27 Zyb e l’R-29 Vysota alla Corea democratica. Il motore 4D10, secondo gli Stati Uniti, funse da prototipo per il No Dong. Questo è discutibile, non c’è nulla di straordinario nel fatto che No Dong e R-27 condividano alcune caratteristiche tecniche, in quanto almeno una dozzina di missili statunitensi, giapponesi ed europei sono davvero simili. Secondo l’intelligence degli Stati Uniti, il missile è propulso da un razzo a propellente liquido con carburante TM185 (20% benzina, 80% cherosene), ossidante AK-271 (27% N2O4 e 73% HNO3). La spinta è di 26600 kg (nel vuoto). Ma i motori 4D10 realizzati 50 anni fa utilizzavano un combustibile più sofisticato, l’UDMH, col 100% di N2O4 come ossidante. Il tempo di volo del No Dong è di 115,23 secondi. La velocità massima è di 3750 metri al secondo. Pesa 15850 kg, con la testata che si separa durante il volo del peso di 557,73 kg. Esistono varianti per l’esportazione in Pakistan e Iran. Il tempo di volo dipende dalla distanza e dal peso della testata. Un volo di 1100 km con una testata da 760 kg impiegherà 9 minuti e 58 secondi. Un volo di 1500 km con una testata di 557,73 kg impiegherà 12 minuti. Questo fu misurato dai satelliti statunitensi durante i test di lancio in Corea democratica, Pakistan e Iran.
Hwasong-10 (BM-25 o Musudan), sistema missilistico mobile a gittata intermedia. Fu mostrato per la prima volta nella parata militare per il 65.mo anniversario del Partito dei Lavoratori della Corea, il 10 ottobre 2010, anche se gli esperti occidentali ritengono fossero dei modelli. L’Hwasong-10 assomiglia all’R-27 Zyb, un SLBM sovietico, ma più lungo di 2 metri. Secondo i calcoli, grazie all’allungamento dei serbatoi di carburante, la gittata sarebbe di 3200-4000 km rispetto ai 2500 del prototipo sovietico. Dall’aprile 2016, l’Hwasong-10 fu testato numerose volte, con due test, a quanto pare, riusciti. L’arsenale della Corea democratica ne ha circa 50 lanciatori. Con una gittata ipotizzata a 3200 km, il Musudan può colpire qualsiasi obiettivo in Asia orientale, comprese le basi militari statunitensi a Guam e Okinawa. La Corea democratica ha venduto una versione del missile all’Iran col nominativo BM-25, indicando la gittata (2500 km). L’Iran ha designato il missile Khorramshahr e trasporta 1800 kg di carico utile per 2000 km (l’Iran sostiene di aver deliberatamente ridotto la gittata per rispettare le proprie leggi). Questa gittata basta a colpire non solo Israele, Egitto ed Arabia Saudita, ma anche membri della NATO come Romania, Bulgaria e Grecia. Secondo Teheran, il missile può trasportare diverse testate, molto probabilmente MRV.
Hwasong-12, a giudicare dalle foto del lancio sperimentale del 14 maggio 2017, è il progetto di un missile a un solo stadio dal peso iniziale di 28 tonnellate, propulso da quattro razzi a propellente liquido. Secondo le prime valutazioni, l’Hwasong-12 avrebbe una gittata di 3700-6000 km. L’Hwasong-12 era montato su un autoveicolo Wanshan WS51200 di fabbricazione cinese, durante la parata militare dell’aprile 2017. È probabile che sostituisca l’inaffidabile Hwasong-10.
Hwasong-13 (No Dong-C) è un ICBM. Per qualche tempo fu considerato un missile a gittata intermedia. I test del motore per il nuovo missile furono segnalati dagli osservatori occidentali alla fine del 2011. Il sistema fu mostrato per la prima volta nella parata a Pyongyang del 15 aprile 2012. I missili erano equipaggiati con testate di simulazione. Alcuni ipotizzano che i missili siano dei prototipi, poiché vi sono dubbi che sia possibile trasportare missili a propellente liquido di tali dimensioni senza un contenitore, a causa dell’alta probabilità della deformazione meccanica del guscio. Un altro progetto, anche se simile, fu mostrato alla parata del 70.mo anniversario della fondazione della Corea democratica, il 10 ottobre 2015. È possibile che nel 2012 siano stati mostrati finti modelli leggermente diversi per disinformare e siano stati mostrati nel 2015 quelli reali. Il sistema è montato su un autoveicolo cinese WS51200.
Hwasong-14 è lo sviluppo più recente. È un ICBM in fase di completamento, ed è in preparazione per i test di lancio. È designato dalla NATO KN-20. Fu mostrato per la prima volta in una parata militare nel 2011, ma il primo lancio di prova avvenne il 4 luglio 2017, raggiungendo l’apogeo di 2802 km, atterrando a 933 km nel Mar del Giappone. Secondo le classificazioni internazionali è un ICBM, poiché il suo apogeo era superiore ai 1000 km e la gittata ai 5500 km. Secondo gli analisti, la gittata dell’Hwasong-14 è stimata in 6800 km. È in grado di raggiungere l’Alaska e il territorio continentale degli Stati Uniti. Un secondo test di lancio fu condotto il 28 luglio 2017, su una traiettoria con apogeo di 3724,9 km, atterrando a 998 km nel Mar del Giappone. Il tempo di volo totale fu di 47 minuti e 12 secondi. Secondo la Russia, tale missile potrebbe colpire obiettivi a una distanza di 10700 km, rendendolo capace di colpire qualsiasi obiettivo sulla costa occidentale degli Stati Uniti. Considerando la rotazione terrestre, Chicago e forse New York sono a portata. Il New York Time suggerì che i motori dell’Hwasong-14 si basassero sull’RD-250 di fabbricazione ucraina. Juzhmash li avrebbe consegnati alla Corea democratica. L’esperto statunitense Michael Elleman dice che anche la documentazione del costruttore fu acquistata con alcuni motori. Secondo l’intelligence sudcoreana, Pyongyang ha ricevuto da 20 a 40 RD-251 dall’Ucraina. Kiev lo nega. Joshua Pollak, caporedattore di The Nonproliferation Review, nota che la fuga di dati dell’RD-250 dall’Ucraina è possibile, ma il primo stadio dell’Hwasong-14 fu probabilmente sviluppato in collaborazione con l’Iran. Anche se la Corea democratica avesse accesso alla documentazione tecnica o ai motori 4D10, 4D75 o RD-250, usarli è fuori questione per Pyongyang. Il fatto è che la produzione chimica della Corea democratica è debole, e non saprebbe produrre uno dei componenti del carburante eptilico (dimetilidrazina asimmetrica UDMH). Pyongyang dovrebbe comprarla in Russia o Cina, il che è impossibile per l’embargo. I nordcoreani hanno usato un trucco ben noto: hanno solo ingrandito il motore Isaev 9D21 per adattarne la potenza necessaria.
Pukguksong-2 (KN-15) è un missile balistico a raggio intermedio a combustibile solido e lancio a freddo. È la variante terrestre dell’SLBM KN-11. Il suo primo volo di prova avvenne il 12 febbraio 2017, nonostante la Corea democratica avesse testato la variante sottomarina KN-11 nel maggio 2015. Non si sa molto delle capacità del KN-15. Nel febbraio 2017, il missile raggiunse un’altitudine di 550 km e volò per circa 500 km, quasi come i test del KN-11 dell’agosto 2016. Questa traiettoria non ottimale e deformata permette di sostenere che il KN-15 possa colpire bersagli nel raggio di 1200-2000 km. Il motore a combustibile solido consente di sparare il missile subito dopo aver ricevuto l’ordine. Tali missili richiedono meno mezzi ausiliari e personale, il che consente maggiore flessibilità operativa. Attualmente l’unico missile balistico operativo in Corea democratica è il KN-02. Una delle novità è il lancio del missile da un sistema di trasporto e lancio (TEL). Questo è chiaramente influenzato da tecnologie russe. Il TEL è realizzato in acciaio consentendo di utilizzare il contenitore più volte. I test del KN-15 sono degni di nota perché condotti utilizzando una piattaforma di lancio cingolata che assomiglia al vecchio sistema 2P19 basato sull’ISU-152. Questo differenzia il KN-15 dagli altri sistemi missilistici della Corea democratica che utilizzano piattaforme ruotate e quindi limitate alle strade. Il sistema cingolato consente la flessibilità necessaria per la Corea democratica, in quanto ha solo circa 700 km di strade asfaltate. Si presume che il lanciamissili sia basato sul carro armato T-55. Ciò dimostra che la Corea democratica può sviluppare lanciamissili autonomamente poiché non può comprarli in Russia e Cina a causa dell’embargo sulle armi. Il KN-15 è anche considerato simile a JL-1 e DF-21, il che solleva la possibilità che sia stato realizzato basandosi su tecnologia cinese. I loro profili sono simili e la velocità di sviluppo del KN-15 solleva sospetti. Le somiglianze fisiche sono un metodo inaffidabile per discernere l’origine di un missile, considerando le somiglianze fisiche complessive tra SLBM e missili a combustibile solido. Il 21 maggio 2017, la Corea democratica effettuò un secondo riuscito lancio di prova del KN-15. Il missile volò per 500 km, raggiungendo un’altitudine di 550 km, e cadde in mare. Le somiglianze del missile con l’SLBM statunitense Polaris A-1 sono evidenti. Peso e dimensioni sono quasi gli stessi: i missili hanno un diametro di 1,4 m e 1,37 m, la lunghezza rispettivamente di 9,525 m e 8,7 m. Il peso iniziale del KN-11/15 è probabilmente simile a quello del Polaris A-1, 13100 kg. Ma il missile nordcoreano è un prodotto più completo e moderno. Gli stadi del KN-11/15 sono realizzati in materiale composito similmente a un bozzolo, mentre quelli del Polaris A-1 sono realizzate in acciaio AM3-256 al vanadio.
La Corea democratica è una noce dura da spezzare. Cercate di non rompervi i denti, imperialisti!Traduzione di Alessandro Lattanzio – AuroraSito

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La rinascita del Partito Comunista Indonesiano

Srechko Vojvodich, Communism, 12 novembre 2017

Il seguente saggio tratta della ripresa dell’attività legale del Partito comunista indonesiano dopo 50 anni di proibizione. È un adattamento ed elaborazione della presentazione di Vladimir M. Soloveichik, pubblicata su Leningrad Internet TV e YouTube il 27 giugno 2016, in lingua russa. L’articolo offre interessanti informazioni sulla storia eroica e tragica del Partito Comunista non al potere più grande del mondo ed esprime l’ottimismo che le nuove generazioni di comunisti indonesiani continuino la lotta, unendosi al movimento marxista-leninista per la materializzazione dell’ideale comunista.Prologo
Questo argomento ha grande importanza morale per noi comunisti. Qui parliamo del Partito Comunista Indonesiano, la cui storia è ricca di eventi, tragedie e coraggio dei comunisti e di crimini contro di loro commessi dalla reazione borghese. Ora, dopo un divieto di 50 anni, il Partito Comunista Indonesiano ha tenuto il suo congresso e riprende l’attività legale nel Paese.

Origini
Uno dei più grandi partiti comunisti del mondo, uno dei più grandi partiti comunisti dell’Asia, il Partito Comunista dell’Indonesia aveva, al momento del divieto nel 1965, circa tre milioni di seguaci, tra cui due milioni di iscritti. Era il terzo partito comunista più numeroso del mondo, subito dopo il Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) e il Partito Comunista Cinese (PCC). La storia di quel partito iniziò nel maggio 1920. L’Indonesia è un Paese su un vasto arcipelago nel sud-est asiatico, che in quel momento era colonia olandese. Il socialdemocratico olandese Henk Sneevliet iniziò a radunare i compagni, lasciando i socialdemocratici olandesi e locali organizzò il congresso fondativo del partito, che entrò nella storia come Partito comunista indonesiano. Porta questo nome dal 1924. Chi era Henk Sneevliet? Già non molto giovane, quasi 40 anni, aveva accumulato molta esperienza nel lavoro sindacale nei Paesi Bassi e, in quanto tale, fu nominato rappresentante della sezione orientale del Comintern. Dopo aver fondato il Partito Comunista Indonesiano, andò in Cina, dove si trovò alla fondazione del Partito comunista cinese. Fu lui che organizzò, nel luglio 1921, il Congresso fondativo del Partito Comunista cinese a Shanghai. Non fu nientemeno che lui che invitò al Congresso, tra gli altri, un giovane studente dell’Università di Pechino, Mao Tse-tung, vedendo in lui i tratti del futuro leader comunista. Dopo aver lavorato nella sezione orientale del Comintern, Henk Sneevliet tornò nei Paesi Bassi e poi ruppe drammaticamente con la leadership comunista olandese, passando al trotskismo e poi separandosi da Trotzkij. Più tardi, negli anni della Seconda Guerra Mondiale, deputato indipendente dell’Olanda, il rappresentante dei lavoratori Sneevliet guidò la resistenza clandestina olandese ed organizzò il più grande sciopero durante l’occupazione nazista dell’Europa occidentale contro l’hitlerismo, nel novembre 1941. Fu arrestato e giustiziato dalla GeStaPo di Hitler nell’aprile del 1942. Non aveva ancora 60 anni.
Il Partito fondato da Sneevliet si sviluppò come molti altri partiti orientali del Comintern, i partiti comunisti asiatici, attraverso il Terrore Bianco nel 1926, la lotta ai colonizzatori, l’occupazione giapponese e la resistenza armata agli alleati giapponesi di Hitler. Dopo la debacle del militarismo giapponese nel 1945, i nazionalisti indonesiani, guidati dal presidente Sukarno, iniziarono la lotta per l’indipendenza contro gli olandesi e il loro dominio coloniale. Il PKI sostenne Sukarno, come doveva fare qualsiasi forza patriottica, e ciò fu ricambiato con oscura ingratitudine. Non fu altri che Sukarno che, insieme ai nazionalisti e ai generali islamici, organizzò una provocazione armata nel 1948 coinvolgendo l’esercito e le formazioni armate del partito, il cui esito fu il sanguinoso massacro dei comunisti indonesiani, l’assassinio dell’allora Segretario generale della Comitato centrale del Partito comunista indonesiano, Munawar Musso, e del membro del Politburo Amir Sjarifuddin, ministro della Difesa nel governo di coalizione tra comunisti e nazionalisti, il governo anticolonialista di Sukarno. Tuttavia, comprendendo di dover ancora aver bisogno dei comunisti nella lotta contro i generali islamici e i colonizzatori olandesi, Sukarno evitò di bandire il PKI, sperando che i nuovi leader fossero più leali nei suoi confronti di Munawar Musso e Amir Sjarifuddin, che fece giustiziare. In realtà, al timone del Partito arrivarono Dipa Nusantara Aidit, Njoto, MH Lukman e alcuni altri, orientati verso il vittorioso Partito Comunista Cinese e la collaborazione del Partito Comunista Indonesiano con il PCC. Nel 1951, la piena attività legale del PKI fu ripristinata e quell’anno i comunisti indonesiani adottarono il programma di partito, che conteneva, come si rivelò in seguito, molti punti errati e confusi che costrinsero il Primo Segretario del CC del Partito Comunista (bolscevico) dell’Unione Sovietica, Stalin ad esprimere critiche al progetto di programma del PKI. Sfortunatamente, nelle condizioni di semi-legalità e terrore condotte contro il PKI dai generali islamici, in assenza di contatti diretti tra PKI e PC(b)US, le deliberazioni di Stalin raggiunsero la nuova leadership del PKI solo dopo l’adozione del nuovo programma. Invece di considerare queste critiche mentre sviluppavano l’attività, i leader del PKI scrissero una risposta a Stalin rifiutando praticamente tutte le considerazioni e mostrando l’aplomb dei neofiti: il loro leader Aidit non aveva allora 30 anni! Solo uno dei membri del Politburo, Rinto, in realtà il prof. Iskandar Subekti, marxista che parlava correntemente olandese, inglese e molte altre lingue straniere, istruito in Europa e che conosceva a fondo le opere dei classici del marxismo, espresse dissenso e scrisse una lettera a Stalin chiedendogli di abbozzare alcune idee sulle prospettive della rivoluzione indonesiana. Con stupore di Aidit e Njoto, Stalin rispose alla lettera di Subekti, invitandolo con altri comunisti indonesiani al 19° Congresso del PCUS nell’ottobre 1952. Subekti arrivò a Mosca e più tardi, nel dicembre del 1952, Dipa Nusantara Aidit con Njoto arrivò nella capitale dell’Unione Sovietica, dopo aver partecipato al Congresso del Partito Comunista dei Paesi Bassi. Così, ai primi del gennaio 1953, iniziarono le conversazioni di Stalin con la dirigenza del PKI su come muovere le forze, prospettive e carattere della rivoluzione indonesiana. Le conversazioni furono abbastanza interessanti e significative, tra amici. Stalin cercò di convincere i comunisti indonesiani che le sue conclusioni erano corrette. Nel complesso, ci riuscì. Sulla base di questi colloqui, Stalin compose un ponderoso documento il 16 febbraio 1953, indirizzato a Aidit: “Sul carattere e le forze mobili della rivoluzione indonesiana, sulle prospettive del movimento comunista in Asia orientale, sulla strategia e le tattiche dei comunisti sulla domanda agraria“. Di fatto, fu l’ultima opera teorica di Stalin, purtroppo ignota nell’URSS per molto tempo. Per la prima volta fu pubblicata in russo nel 2009, stampata direttamente dal suo manoscritto. Questo originale manoscritto è conservato nell’Archivio Presidenziale della Federazione Russa, nel Fondo Stalin. Quest’ultima opera teorica di Stalin del 16 febbraio 1953, solo due settimane prima della scomparsa, è molto interessante, in primo luogo perché formulava il punto chiave della rivoluzione indonesiana: la questione agraria. Criticò i comunisti indonesiani quando scrivevano: “Combatteremo contro il feudalesimo”, senza chiarire di quali resti del feudalesimo nella società indonesiana parlavano e insistendo chiaramente che il PKI doveva puntare allo slogan sulla consegna della terra ai contadini indonesiani come proprietà privata e senza indennizzo, fornendo una spiegazione teorica per cui doveva essere fatto esattamente così, dato che la situazione agraria in Indonesia all’epoca era diversa dalla situazione agraria nella Russia pre-rivoluzionaria e dell’Europa orientale, quindi in Indonesia era esatto lo slogan della consegna della terra ai contadini indonesiani come loro proprietà privata e senza un compenso, mentre spiegava perché lo slogan sulla nazionalizzazione della terra non avrebbe funzionato nella situazione data. È esattamente in questo lavoro che Stalin sollevò la questione del Fronte nazionale, mettendo in guardia la leadership del Partito Comunista Indonesiano sul possibile assorbimento del Partito da parte della borghesia nazionale, sulla conversione del Partito in appendice del presidente Sukarno e della sua cricca, in modo che i comunisti dell’Indonesia non divenissero pedine nella lotta di clan tra nazionalisti e islamisti, tra colonizzatori diretti e loro complici, in modo da condurre una linea autonoma di alleanza tra classe operaia e contadini e sottolineando che più forte era l’alleanza, più solide sarebbero state le posizioni del Partito nel Fronte Nazionale. Il lavoro è interessante di per sé, per l’approccio completamente non dogmatico. Ad esempio, analizzando la situazione agraria in Russia alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre, Stalin valutò positivamente non solo il programma agrario dei bolscevichi ma anche dei socialisti rivoluzionari (SR), definendoli entrambi “partiti socialisti”. Dichiarò inoltre che l’ottobre fu vittorioso grazie all’alleanza della classe operaia coi contadini, che si materializzò politicamente nelle azioni comuni dei due partiti socialisti, bolscevico e socialista rivoluzionario, una visione assolutamente non tradizionale nelle scienze sociali sovietiche del tempo!
In questa situazione, il PC indonesiano si armò, naturalmente, di tutti questi chiarimenti. Le formulazioni di Stalin trovarono il loro posto anche nella una nuova versione del Programma, adottata nel 1954, e in un grande lavoro teorico di Aidit, pubblicato l’anno dopo. Naturalmente, date le circostanze della campagna di Krusciov per screditare la lotta rivoluzionaria per il socialismo e il comunismo, sotto l’apparenza insensata dell'”anti-stalinismo”, il nome di Stalin non fu mai menzionato in questi documenti e le sue formulazioni divennero note solo dopo la pubblicazione del testo in lingua russa nel 2009. In pratica, la semplice attuazione dei suggerimenti di Stalin per spostare l’attenzione del lavoro politico del PKI nei villaggi comportò una tale crescita del PKI in numero e forza che divenne il terzo partito comunista più potente del mondo! L’afflusso massiccio di contadini, la creazione di associazioni di contadini, guidate dai comunisti, il rafforzamento delle posizioni del partito nel movimento operaio, portarono a vittorie elettorali, nonché all’impulso della reputazione dei comunisti nella società indonesiana. Tre milioni di iscritti e seguaci, tra cui due milioni aderenti al Partito e un milione alle organizzazioni giovanili, sindacali, contadine, delle donne e altre guidate dai comunisti. Questi numeri parlano da soli. E non sono miti, sono accuratamente documentati. La crescita delle contraddizioni sociali in Indonesia, mancata soluzione della questione agraria, peggioramento della situazione dei lavoratori, coperta da slogan nazionalisti e retorica antimperialista del presidente Sukarno e dalla sua amicizia con Krusciov; provocarono la graduale transizione del PKI all’opposizione al regime di Sukarno, anche se due dei suoi aderenti erano ancora ministri nel Gabinetto di Sukarno, uno dei quali era il membro del Politburo Njoto, e a un nuovo passaggio alle posizioni del maoismo, vedendo nel motto di Mao che il fucile porta al potere una soluzione semplicistica a tutti i problemi della società indonesiana. Le azioni di Krusciov vi contribuirono molto. Aveva incontrato Sukarno sempre presentandogli regali esclusivi del Tesoro dell’URSS, senza consultare nessuno, e definendolo “distinta figura progressista dei nostri tempi“, mentre trattava i comunisti indonesiani da servitori. A differenza di Stalin, che non risparmiava tempo o sforzi per convincerli sulla validità delle sue argomentazioni, Krusciov li trattava come un padrone che cammina altezzoso trattandoli da suoi servi: “Il capo ha parlato, punto! Chi non è d’accordo: esca!” Tutto questo contribuì all’atmosfera psicologica della transizione della leadership del PKI all’idea maoista di sviluppo del Partito. E questo fu una delle cause più importanti della tragedia avvenuta il 30 settembre 1965 e della successiva debacle del PKI, della liquidazione fisica di un milione di comunisti e di loro seguaci per mano della reazione borghese.Incombente esplosione
In superficie e al centro di una marea di contadini analfabeti ma devoti, l’Indonesia era gestita con la fraseologia pseudo-rivoluzionaria di Sukarno sul “socialismo indonesiano”, che dichiaratamente si adattava a tutti, dagli abitanti dei villaggi senza terra ai proprietari terrieri ereditari, con la borghesia compradore e la burocrazia dilagante al centro. In verità, vi furono dei risultati significativi, soprattutto nell’assistenza sanitaria e nell’istruzione, ma l’economia in generale declinò: all’inizio degli anni Sessanta, la produzione era inferiore ai livelli del 1940. L’industria lavorava a un quarto della capacità, principalmente per la cronica mancanza di materie prime, e il budget ricevuto nel 1961 era solo 1/8 delle entrate previste dal settore statale! Anche le costose apparecchiature importate inutilizzate in assenza di una pianificazione sistematica, furono spesso lasciate arrugginire o semplicemente rubate. In tali circostanze, il finanziamento per l’esercito si prosciugò e i comandanti badarono agli affari, fino al saccheggio delle proprietà dello Stato, al contrabbando e al traffico di droga. Molti giovani ufficiali, nati nella povertà, si unirono rapidamente a compradores e proprietari terrieri e il tutto favorì inevitabilmente lo sviluppo dei sentimenti militaristi e della visione del mondo avversa ai politici in generale, ma in particolare ai comunisti. Preparando le condizioni per l’instaurazione della dittatura e della soppressione di ogni resistenza, i militaristi indonesiani concentrarono gli sforzi sui villaggi. Dai tempi in cui fu introdotto lo Stato di emergenza, nel 1957, i comandanti dell’esercito gestirono tutti gli affari dei villaggi: nominarono e sostituirono gli anziani, gli amministratori e così via. Infatti, la cupola dell’esercito decise, come disse un giornalista statunitense, “di competere col PKI nel campo del lavoro con le masse“. Poi il ministro della Difesa, generale Nasution, assegnato alle truppe, avviò dopo il conflitto sull’Irian con l’Olanda tra il 1961 e il 1963, una “missione civica”, denominandola “operazione lavoro”. Quei soldati ararono le terre vergini insieme agli abitanti dei villaggi, costruirono e ripararono abitazioni, scuole, centri sanitari, strade, canali e dighe; distribuivano cibo e semi agli abitanti dei villaggi, ai quali insegnavano ad alfabetizzarsi e a purificare l’acqua. Alla luce della costante protrazione della riforma agraria, questa “missione civica” dell’esercito attirò molti contadini. Tuttavia, il lavoro utile era sempre accompagnato dal lavaggio del cervello propagandistico di soldati e contadini con spirito anticomunista. Secondo la dottrina di Nasution, l’attività “civica” delle forze armate era intervallata dalla preparazione per la “difesa del Paese” insieme ai contadini, come ai tempi della guerra contro gli olandesi. Tuttavia, questa volta “il nemico” non era estero, ma interno. I villaggi non furono preparati alla guerra, ma al terrore di massa. Scorte armate dei proprietari terrieri, distaccamenti di fanatici religiosi e bande criminali furono fusi in un sistema di formazioni terroriste stragiste. Come in America Latina, sarebbero diventati noti, diversi anni dopo, come “squadroni della morte”, dal nome di una di esse. Lo spazio di manovra del regime tra blocchi sociali e classi antagoniste si esaurì gradualmente, evolvendo verso la transizione di tutti i poteri nelle mani di uno di essi. La crisi nazionale generale poteva essere risolta solo in uno dei due modi: o attraverso
· la dittatura democratico-rivoluzionaria dei lavoratori, con l’egemonia del proletariato, aprendo una prospettiva socialista al Paese, o attraverso
· la dittatura reazionaria delle classi sfruttatrici, con l’egemonia della burocrazia corrotta (solo 100 ministri!) amalgamata ad imprenditori in divisa. I comunisti li chiamavano “cabiri” (capitalisti-burocrati).
Lo scontro si avvicinò inesorabilmente. Nell’agosto 1965 il presidente si unì pubblicamente all’appello del CC del PKI a “rafforzare l’offensiva rivoluzionaria”. Il procuratore generale dichiarò che la magistratura era pronta a liquidare i “cabiri”. A settembre, le forze di sinistra scesero più volte nelle strade di Giacarta con lo slogan “Morte ai cabiri!” L’8 e 9 settembre, i manifestanti comunisti assediarono il consolato statunitense a Surabaya. Il 14 settembre, Aidit invitò il Partito alla vigilanza. Infine, il 30 settembre, la Gioventù popolare e l’Unione delle donne organizzarono a Giakarta una manifestazione di massa contro l’inflazione e la crisi economica. Alla vigilia, durante una manifestazione studentesca, il presidente invitò apertamente a “distruggere i generali che sono diventati protettori dei controrivoluzionari“. Se questa non era una situazione rivoluzionaria, cos’era? Tuttavia, come Lenin avvertì ne “Il crollo della Seconda Internazionale“: “…non sempre ogni situazione rivoluzionaria porta alla rivoluzione; la rivoluzione nasce solo da una situazione in cui i summenzionati cambiamenti oggettivi sono accompagnati da un cambiamento soggettivo, vale a dire la capacità della classe rivoluzionaria d’intraprendere un’azione di massa rivoluzionaria è abbastanza forte da spezzare (o abbattere) il vecchio governo, che mai nemmeno in periodi di crisi, “cade” se non viene rovesciato“. Soprattutto osservò: “Non si può vincere solo con l’avanguardia. La vittoria richiede che non solo il proletariato, ma anche vaste masse di lavoratori oppressi dal capitale, arrivino con la propria esperienza al diretto sostegno all’avanguardia o, perlomeno, a una benevola neutralità e piena incapacità di sostenere il nemico“. Pertanto, il carattere oggettivo della base di massa della controrivoluzione indonesiana dimostrò che, in quella situazione, era inutile e anche peggio, mortalmente pericoloso, aspettare un più favorevole equilibrio di forze. C’era solo un modo per impedire la catastrofe: sfruttare tutte le possibilità per elevare la rivoluzione al nuovo stadio democratico popolare, aprendo non solo al proletariato ma anche alle masse piccolo-borghesi la prospettiva visibile di una vita migliore.

N. Aidit e Revang, segretario del PKI di Giava.

La battaglia persa
Il 30 settembre 1965 un gruppo di giovani ufficiali, per lo più della Guardia Presidenziale e dell’Aeronautica, cercarono di catturare e distruggere i vertici dell’Esercito, dalle posizioni islamiste. Cinque generali e il loro seguito furono uccisi ma la figura principale tra i comandanti catturati dagli ufficiali di sinistra, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito, fuggì, si nascose e poi lanciò, insieme al comandante dell’esercito Suharto, il contrattacco al Consiglio rivoluzionario, costituito da questi giovani ufficiali di sinistra. L’esercito aveva la superiorità numerica e il supporto delle truppe aviotrasportate e della Marina. La loro superiorità numerica sulla Guardia presidenziale e l’Aeronautica fu così grande che alla fine del giorno successivo, il 1° ottobre, distrussero il Consiglio rivoluzionario, che praticamente fu fatto a pezzi dal feroce assalto delle truppe di Suharto e Nasution. I leader del Consiglio rivoluzionario si nascosero nella base aerea di Halim e l’esercito l’assaltò. Esattamente in quel momento, né un giorno prima né un giorno dopo, la dirigenza del PKI dichiarò di sostenere il Consiglio rivoluzionario e il Movimento del 30 settembre! Nel momento in cui era già crollato, ed era abbastanza chiaro che i suoi avversari vincevano. Resta inteso che non fu facile convocare un congresso, una conferenza o il plenum del Comitato centrale. Ma il presidente del Comitato centrale, Aidit, non convocò nemmeno la sessione del Politburo. Cinque di loro, Aidit, Njoto, il primo vice di Aidit Saidman, il suo secondo vice Lukman e il membro del Politburo Sudisman, decisero di sostenere il Consiglio rivoluzionario. Poi, la mattina del 2 ottobre, quando la base aerea di Halim fu praticamente conquistata dai nemici della Rivoluzione, i comandanti islamisti, l’organo centrale del PKI pubblicò l’appello a sostenere il Consiglio rivoluzionario che, in quel momento, non esisteva più, e una dichiarazione della posizione del PKI.Catastrofe
Va da sé che tutto questo fu il pretesto per massacrare i comunisti da parte delle forze islamiste. Incendiarono l’edificio del Comitato centrale, la redazione dell’organo centrale del PKI e la sua tipografia. In tutto il Paese, fanatici furiosi iniziarono a uccidere comunisti, in modi bestiali. Sul torace dei comunisti catturati e dei loro familiari incidevano martelli, falci e stelle a cinque punte; poi fecero lo stesso sulla schiena e sulla fronte; tagliarono i loro genitali; li sventrarono; l’impalarono, li decapitavano nei villaggi mettendo palizzate intorno ai villaggi con le loro teste in cima.. Il terrore di massa anti-comunista nell’ottobre del 1965 uccise 500000 membri del PKI mentre la sua leadership sperava che Sukarno li proteggesse. Ahimè, non successe niente del genere! Il 6 ottobre, Sukarno consegnò all’esercito il suo ministro e membro del Politburo del PKI Njoto, che giustiziò il giorno dopo; poi il 7 ottobre, il Primo Vicepresidente del CC del PKI Sakirman, e il Secondo Vicepresidente Lukman furono giustiziati. Aidit stesso scappò in un villaggio, cercando di organizzare la resistenza, ma fu catturato il 22 novembre 1965 dai paracadutisti e fucilato. Sudisman, che guidò il Partito dopo l’assassinio di Aidit, Lukman, Sakirman e Njoto, sopravvisse fino al 1967, organizzò la resistenza clandestina nelle città, ma fu catturato dal controspionaggio dell’ammiraglio Sudomo ed ucciso dopo essere stato torturato in modo bestiale. Il 12 marzo 1966, su pressione di Suharto e Nasution, il presidente Sukarno, amico di Krusciov, decise di bandire il Partito Comunista Indonesiano. Il mese successivo, i sindacati furono banditi, così come altre organizzazioni di massa guidate dai comunisti. I fanatici islamisti furono sostituiti dalle truppe di controintelligence dell’ammiraglio Sudomo e dalle forze speciali che lanciarono il terrore di massa anti-comunista. Uccisioni per strade, detenzione di comunisti e membri delle loro famiglie nei campi di concentramento e loro esecuzione, uccisioni per mano di soldati, forze speciali, truppe di contro-intelligence, squadroni della morte islamici… Sembrava che un’ombra scura avesse coperto l’Indonesia. Tuttavia, un fattore umano giocò, come sempre, il suo ruolo e gli agenti del controspionaggio dell’ammiraglio Sudomo commisero un errore di calcolo. Il membro del del Politburo del CC del PKI Iskandar Subekti, messo da parte da Aidit e Njoto come elemento filo-sovietico, teorico, intellettuale ed oratore ma non organizzatore, l’uomo che non tenne mai tra le mani qualcosa di più pesante di una penna o una matita, rimase fuori della zona d’influenza degli agenti del controspionaggio dell’ammiraglio Sudomo, che conclusero fosse emigrato in Unione Sovietica a scrivere le memorie alla periferia di Mosca, o tenere conferenze sul marxismo nelle università europee. Tuttavia, Iskandar Subekti non emigrò ma andò invece nelle zone rurali del Giava Orientale, dove i comunisti avevano la maggiore influenza nelle associazioni dei contadini, e lanciò l’insurrezione dei contadini! Insieme ai suoi compagni: il leader della gioventù cominista indonesiana Sukatno e il vicepresidente del sindacato Ruslan Wijayasastra. L’esercito dei contadini iniziò ad attuare la riforma agraria, quella che Stalin scrisse nel 1953! La distribuzione delle terre dei proprietari terrieri ai contadini senza compenso ne fece una vera forza di massa. I distaccamenti armati di comunisti non solo combatterono i fanatici islamisti, ma schiacciarono le loro bande, espellendole dal territorio e assaltarono le forze militari e di polizia del regime di Sukarno. Allo stesso tempo erano in corso i preparativi per la costituzione di un fronte comune dei distaccamenti di tutti gli insorti su tutte le isole dell’arcipelago indonesiano, per l’istituzione di un comando congiunto e dell’Armata Rossa Indonesiana. Dopo le prime vittorie acquisirono armi pesanti.
I primi a riprendere il combattimento furono i diplomatici statunitensi, le spie degli Stati Uniti. spaventati dal fatto che l’Indonesia divenisse un altro Vietnam. Fecero forti pressioni su Sukarno e Suharto; diedero supporto finanziario e tecnico all’esercito indonesiano, nonché armamenti ed istruttori. Misero a tacere le contraddizioni tra i regimi malese e indonesiano, consentendo a Suharto di ritirare le truppe dal confine con la Malesia e organizzare, di fatto, la rappresaglia contro i territori rossi liberi. Avendo sia superiorità numerica e tecnica, che migliore addestramento, l’esercito indonesiano distrusse gli ultimi focolai di resistenza nel 1968. Il Prof. Iskandar Subekti, che incontrò Stalin, cadde e anche i suoi compagni Ruslan e Sukatno caddero insieme a migliaia di comunisti indonesiani…

Robert Kennedy e il generale Nasution

Epilogo
L’ombra della reazione borghese cadde infine sul Paese e Sukarno, avendo venduto tutti e tutto, non era più necessario ai generali islamisti e fu gettato via nel nulla politico. Suharto divenne presidente e Nasution vicepresidente. Per più di trent’anni il Paese fu preda al terrore anticomunista. I comunisti furono uccisi o inviati nei campi di concentramento e nelle prigioni. Le ultime condanne a morte per la partecipazione agli eventi del 30 settembre 1965 furono eseguite alla fine del regime di Suharto, nel 1996. Per trent’anni la gente fu in carcere, in attesa nei bracci della morte. Tuttavia, scoppiò la crisi finanziaria asiatica. Dato che il regime di Suharto e Nasution non risolse alcuno dei gravi problemi economici, non solo non migliorò la situazione dei lavoratori ma, anzi, la peggiorò, massicce dimostrazioni popolari spazzarono via questo regime come mera spazzatura politica. Il presidente Abdurrahman Wahid, che fu il primo presidente eletto dell’Indonesia dopo le dimissioni di Suharto nel 1998, dichiarò l’amnistia generale e chi era da trenta e più anni nelle prigioni e nei campi di concentramento iniziò ad uscire. Nel 2000 cercò di legalizzare l’attività del Partito Comunista invocando la Costituzione. I generali, tuttavia, si opposero. Ugualmente infruttuoso fu il secondo tentativo di legalizzare il PKI nel 2009, gli islamisti obiettarono sostenendo che non fosse ammissibile avere in Indonesia un partito che dichiarasse apertamente il suo ateismo.

Boccioli testardi
Tuttavia, nel 2004 e dopo quarant’anni, tutte le limitazioni relative ai diritti civili dei comunisti furono rimosse. Cominciarono a comparire circoli marxisti, organizzazioni comuniste aziendali, studentesche, ecc. Inoltre, il Comitato estero del PC dell’Indonesia lavorò per 50 anni tra la numerosa emigrazione indonesiana in Europa e in Cina, tra i leader degli attivisti di sinistra indonesiani, sebbene senza connessione diretta con la madrepatria. Infine, la crescita delle contraddizioni sociali, lo sviluppo della lotta di classe e del capitalismo in Indonesia, così come il coraggio e la tenacia dei comunisti indonesiani costrinsero il regime a cedere. Eccoci nel giugno 2016, il PC dell’Indonesia riprende l’attività legale. Tuttavia, le autorità non hanno revocato il divieto. Pertanto, il prossimo congresso del PC dell’Indonesia sarà considerato il primo, e non l’ottavo, dopo il settimo del 1962, come se il Partito fosse costituito da zero. Tuttavia, il Partito manterrà il nome: Partito Comunista dell’Indonesia e i suoi simboli fondamentali: la bandiera rossa con falce e martello e stella a cinque punte. Ciò vale per l’ideologia del marxismo-leninismo e la leadership collettiva. Il Partito unirà tutti coloro fedeli alle idee comuniste nei lunghi decenni di clandestinità, sotto Suharto o nell’emigrazione, tutti coloro che erano e rimangono comunisti.Conclusione
La ripresa dell’attività legale dei comunisti indonesiani è di per sé un importante evento morale, indipendentemente da come si svilupperà il PKI, quale ruolo giocherà nella vita politica e sociale del Paese e quanto i comunisti riusciranno ad avere la fiducia delle masse, dei lavoratori. Dimostra che le idee del comunismo non possono essere squartate, abbattute o bruciate vive. Non possono essere uccise o bannate. Anche dopo cinquanta anni di divieto, come è successo in Indonesia, continuano la loro strada, sotto la stessa bandiera rossa con falce e martello e stella a cinque punte. Questa è l’ideologia fondata dai nostri grandi maestri: Marx, Engels e Lenin!
Siamo sicuri che la nuova generazione di comunisti indonesiani continuerà le tradizioni dei maestri: Munawar Musso, Iskandar Subekti e molti, molti altri che caddero nelle mani degli islamisti, della reazione militare e borghese. Siamo sicuri che il Partito Comunista Indonesiano si unirà al movimento comunista internazionale, all’esercito dei combattenti per il comunismo e il socialismo. Pertanto, auguriamo con tutto il cuore ai comunisti indonesiani, a nome di tanti compagni, la vittoria nella lotta per la nostra causa comune, la materializzazione del nostro ideale comunista!
In sintesi: il comunismo non può essere ucciso, non può essere vietato. L’idea rossa, l’idea di giustizia sociale e fratellanza dei lavoratori di tutte le terre, dell’uguaglianza sociale vinceranno, indipendentemente dagli ostacoli!
Così sarà! Riferimenti principali:
· Presentazione di Vladimir M. Solovejchik su Leningrad Internet TV, 27 giugno 2016
· ТЯЖКИЙ УРОК ИСТОРИИ: К 50-летию антикоммунистического геноцида в Индонезии автора А.В. Харламенко © Рабочий Университет им. И.Б. Хлебникова 2007 – 2016
· Pretesto per la stage: il Movimento del 30 settembre e il colpo di Dtato di Suharto in Indonesia, John Roosa, Univ. di Wisconsin Press, 2006.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Cina testa armi che raggiungeranno gli USA in 14 minuti

ZerohedgeUna galleria del vento ipersonica segreta, soprannominata “Hyper Dragon“, aiuta gli esperti a rivelare molti fatti che gli statunitensi ignorano“, secondo un ricercatore cinese in un documentario… Stephen Chen del South China Morning Post riferisce che la Cina sta costruendo la galleria del vento più veloce del mondo per simulare il volo ipersonico fino a velocità di 12 chilometri al secondo. Il velivolo ipersonico che vola a questa velocità dalla Cina potrebbe raggiungere le coste occidentali degli Stati Uniti in meno di 14 minuti. Zhao Wei, scienziato che lavora al programma, ha detto che i ricercatori mirano ad attivare la struttura entro il 2020 per soddisfare la pressante richiesta del programma di sviluppo di armi ipersoniche della Cina. “Potenzierà l’applicazione ingegneristica della tecnologia ipersonica, principalmente nei settori militari, replicando l’ambiente dei voli ipersonici estremi, in modo che i problemi possano essere scoperti e risolti subito“, affermava Zhao, Vicedirettore del Laboratorio di Stato per la Gasdinamica ad Alta Temperatura presso l’Accademia delle Scienze di Pechino. I test ridurranno in modo significativo il rischio di fallimento quando inizieranno i voli di prova dell’aeromobile ipersonico. La galleria del vento più potente al mondo attualmente è la struttura LENX-X di Buffalo, nello stato di New York, che opera a velocità massima di 10 chilometri al secondo, 30 volte la velocità del suono. Velivoli ipersonici sono definiti i velivoli che volano a Mach 5, cinque volte la velocità del suono o più.
L’esercito statunitense ha testato l’HTV-2, un velivolo senza pilota da Mach 20 nel 2011, ma il volo ipersonico durò pochi minuti prima che il velivolo si schiantasse nell’Oceano Pacifico. A marzo, la Cina ha condotto sette voli di prova riusciti dell’aliante ipersonico WU-14, noto anche come DF-ZF, alla velocità tra Mach 5 e Mach 10. Altri Paesi, come Russia, India e Australia, hanno anche testato dei primi prototipi di velivoli che potrebbero essere utilizzati per armare missili, anche con testate nucleari. “Cina e Stati Uniti hanno iniziato la corsa ipersonica“, affermava Wu Dafang, professore presso la Scuola di Scienza ed Ingegneria Aeronautica della Beihang University di Pechino, che ha ricevuto il premio tecnologico nazionale per l’invenzione di un nuovo scudo termico utilizzato dai velivoli ipersonici nel 2013. Wu ha lavorato allo sviluppo dei missili da crociera ipersonici, un velivolo orbitale, droni ad alta velocità e altre possibili armi per l’Esercito di Liberazione Popolare. Ha detto che vi sono numerosi tunnel del vento ipersonici nella Cina continentale che contribuiscono all’alto tasso di successo nei test delle armi ipersoniche. La nuova galleria del vento sarà “una delle più potenti e avanzate strutture di collaudo per velivoli ipersonici nel mondo“, affermava Wu, che non è interessato al programma. “Questa è sicuramente una buona notizia. Non vedo l’ora che sia completata“, aggiungeva.
Nel nuovo tunnel ci sarà una camera di prova per modelli di aerei relativamente grandi dall’apertura alare di quasi tre metri. Per generare un flusso d’aria dalla velocità estremamente elevata, i ricercatori faranno detonare diverse valvole contenenti una miscela di ossigeno, idrogeno ed azoto per creare una serie di esplosioni che producano un gigawatt di potenza in una frazione di secondo, secondo Zhao. Cioè più della metà della potenza della centrale nucleare di Daya Bay nel Guangdong. Le onde d’urto, incanalate nella camera di prova attraverso un tunnel metallico, avvolgeranno il prototipo del veicolo e aumenteranno la temperatura della cellula a 8000 gradi Kelvin, o 7727 gradi Celsius, secondo Zhao. Quasi il 50% più caldo della superficie del Sole. Il velivolo ipersonico deve quindi essere coperto di materiali speciali con sistemi di raffreddamento estremamente efficienti nella cellula per dissipare il calore, altrimenti potrebbe facilmente deviare dalla rotta o disintegrarsi durante il volo a lunga distanza. Il nuovo tunnel sarà utilizzato anche per testare lo scramjet, un nuovo tipo di motore a reazione progettato specificamente per i voli ipersonici. I motori a reazione tradizionali non possono gestire flussi d’aria a tali velocità. Secondo Zhao, la costruzione della nuova struttura sarà guidata dallo stesso team che ha costruito il JF12, uno shock tunnel a denotazione iperveloce di Pechino, in grado di replicare le condizioni di volo a velocità che vanno da Mach 5 a Mach 9 e ad altitudini tra 20 e 50 chilometri. Jiang Zonglin, capo sviluppatore del JF12, ha vinto l’annuale Ground Test Award rilasciato dall’American Institute of Aeronautics and Astronautics lo scorso anno, per l’avanzamento di “modernissime strutture di test per l’ipersonicità su larga scala“. Il progetto del JF12 di Jiang “non utilizza parti mobili e genera test dalla durata maggiore e un flusso di energia più elevato rispetto ai tunnel tradizionali“, secondo l’istituto statunitense. Secondo i resoconti dei media il tunnel JF12 funziona a piena capacità con un nuovo test ogni due giorni dal completamento nel 2012, poiché il ritmo dello sviluppo delle armi ipersoniche è aumentato significativamente negli ultimi anni.
In un articolo pubblicato sulla rivista National Science Review il mese scorso, Jiang scriveva che l’impatto dei voli ipersonici sulla società potrebbe essere “rivoluzionario”. “Con pratici aeroplani ipersonici sarà possibile un volo di due ore verso qualsiasi parte del mondo”, mentre il costo dei viaggi nello spazio potrebbe essere ridotto del 99% con la tecnologia riutilizzabile dei velivoli spaziali. “Il volo ipersonico è, e nel prossimo futuro sarà, l’avanguardia della sicurezza nazionale, trasporto civile e accesso allo spazio“, aggiungeva. La velocità di fuga, o velocità minima necessaria per lasciare la Terra, è di 11 chilometri al secondo. Traduzione di Alessandro Lattanzio

NATO: una pericolosa tigre di carta

Patrick Armstrong, SCF 16/11/2017I cinesi sono geniali nelle espressioni concise e poche sono più ricche di significato ed immediate come “tigre di carta”. La NATO è una tigre di carta che sopravvalutando i propri poteri può essere pericolosa.
Alcuni russi temono che oggi ci siano più truppe ostili al confine russo dal 1941. Anche se fosse vero, non ha molto senso. I tedeschi invasero l’Unione Sovietica con 150 divisioni nel 1941 e come risultò, non bastarono. Oggi la NATO ha, o afferma di avere, un gruppo di combattimento in ciascuno dei tre Paesi baltici e in Polonia; hanno un nome pomposo: Enhanced Forward Presence. Gli Stati Uniti hanno una brigata e parlano di un’altra. Una certa quantità di armi pesanti è stata inviata in Europa. Queste sono il grosso delle forze di terra al confine. In totale, con la valutazione più ottimistica e assumendo che tutto sia pronto, si tratta di una divisione. O, in realtà, l’equivalente di una divisione (cosa molto diversa) formata da 16 (!) Paesi con lingue, tattiche ed equipaggiamenti diversi e soldati che cambiano continuamente. E in guerra, i tre nei Paesi Baltici verrebbero accerchiati finendo in una nuova Dunkerque o nuova Canne. Tutto al solo scopo, ci dicono solennemente, d’inviare “il chiaro messaggio che attaccando un alleato, verrebbe raggiunto da truppe di tutta l’Alleanza“. Ma per chi è il “messaggio”? Mosca ha già una copia del trattato della NATO e sa cosa dice l’articolo V. Oltre all’EFP ci sono le forze nazionali. Ma sono residuali: “eserciti impoveriti” definiti sotto equipaggiati e sotto organico; raramente si esercitano. Il parlamentare tedesco incaricato di sovrintendere alla Bundeswehr afferma: “Ci sono troppe carenze“. Nel 2008 l’esercito francese fu descritto “in rovina”. L’esercito inglese “non riesce a trovare abbastanza soldati”. L’esercito italiano invecchia. La Polonia, una delle cheerleader del meme sulla “minaccia russa”, si ritrova con l’esercito diviso da accuse di politicizzazione. Sulla carta, questi cinque eserciti affermano di avere tredici divisioni e tredici brigate. Riassumetele ottimisticamente in una dozzina di divisioni in tutto. L’Esercito degli Stati Uniti (che ha difficoltà di reclutamento) ne aggiunge altre undici (sebbene gran parte oltreoceano coinvolte nella metastasi della “guerra al terrore”). Facciamo finta che tutti gli altri Paesi della NATO portino altre cinque divisioni. Quindi, complessivamente, riportando tutto a casa dalle guerre che la NATO combatte nel mondo, con le ipotesi più ottimistiche e partendo dal presupposto che tutto sia pronto e funzioni (meno della metà dei carri armati francesi era operativa, manici di scopa dipinti in Germania, carenze nel reclutamento inglese), incrociando le dita e sperando, la NATO potrebbe forse rappattumare due dozzine e mezza di divisioni: o un quinto di quelle che la Germania pensava avesse bisogno. Ma in realtà, quel numero è fantastico: non pronto, sotto equipaggiato, raramente addestratosi, senza coda logistica, nessuna scorta di munizioni, senza aver il tempo di creare una logistica. Gli eserciti della NATO non sono capaci di una vera guerra contro un nemico di prima classe. E non va meglio il membro principale: “solo cinque delle 15 unità da combattimento corazzate dell’esercito statunitense sono a pieno regime“. Una tigre di carta.
Questa realtà è stata svelata, a chi lo volesse vedere, dal “Dragoon Ride” del 2015, volto “ad assicurare gli alleati prossimi all’orso che siamo qui”, fu una sfilata di blindati leggeri armati di mitragliatrici pesanti. Sebbene continuamente coperta dai media statunitensi (“mostra al mondo una parte della potenza di fuoco degli Stati Uniti e dei suoi partner NATO dell’Europa orientale“), è improbabile che qualsiasi osservatore che avesse prestato servizio in un esercito del Patto di Varsavia fosse colpito da ciò che in effetti erano un paio di dozzine di BTR-50. E nemmeno l’esercito degli Stati Uniti quando ci pensa: un programma di punta è stato attuato per dotarli di un’arma più pesante. Il primo fu consegnato un anno dopo. Quindi ora l’esercito statunitense ha alcuni blindati leggeri con cannoncini, come i BTR-80 sovietici degli anni ’80. Nel frattempo, i russi hanno la torretta Bumerang-BM. Anni di calci a porte e pattugliamenti per la strade, sperando che non ci siano IED, sono una pessima preparazione a una vera guerra. Non meraviglia che la NATO preferisca bombardare obiettivi indifesi da 5000 metri. Ma anche lì, i dati sono insignificanti. Si consideri l’ultima performance “di successo” della NATO contro la Libia nel 2011. Nessuna difesa aerea, nessuna opposizione, completa libertà di movimento e scelta d’azione; e ci sono voluti 226 giorni! Il Kosovo, un’azione aerea simile contro un avversario debole, richiese 79 giorni. Nel frattempo gli anni passano in Afghanistan e Iraq. Non è insomma un’alleanza militare molto efficiente, anche quando viene attivata contro vittime più o meno indifese.

BTR-50 egiziani, 6 ottobre 1981

Ma c’è una domanda ovvia: la NATO prende sul serio tutta la sua retorica sulla minaccia russa, o è solo una campagna pubblicitaria? Una campagna per avere 240 milioni di sterline dai Paesi baltici, un extra agli 80 miliardi di dollari per il complesso militare-industriale degli USA, 28 miliardi per la Polonia, i missili Patriot per la Svezia, F-35 per la Norvegia (ma senza un solo hangar per essi), aumento della spesa di Regno Unito, Germania, Francia, Canada, Repubblica Ceca e così via. Una minaccia russa fa bene agli affari: ci sono pochi soldi nelle minacce poste da IED, giubbotti antiproiettile e armi leggere. I grandi profitti richiedono grandi minacce. Come ho già scritto altrove, si pensava che la Russia abbia la dimensione giusta della minaccia, abbastanza grande, ma non troppo, ed hanno pensato che fosse un obiettivo sicuro anche, ricordate Obama nel 2015 e la sua fiducia che la Russia non fosse granché? O così pensavano allora. La cosa divertente è che la NATO inizia a preoccuparsi di ciò che ha risvegliato: “zone di diniego aereo”, esercito inglese annientato in un pomeriggio, la NATO che perde subito i Paesi Baltici, inarrestabile missile anti-portaerei, capacità di pre-allarme “subacqueo”, sottomarini “buco nero”, all’avanguardia nei carri armati, “devastante” sistema di difesa aerea, “totalmente superato”. Le azioni russe, sia diplomatiche che militari, in Siria hanno dato un assaggio alla NATO: l’esercito russo è molto più potente di quanto immaginasse, e molto meglio diretto. Il fantasma evocato per giustificare le vendite di armi e l’espansione della NATO ora ne spaventa gli artefici. Un esempio particolarmente sorprendente viene dal generale Breedlove, ex-comandante supremo della NATO, che ha fatto molto nel minacciare la Russia: ora teme che una guerra “lascerebbe l’Europa inerme, privata dei rinforzi e in balia della Federazione Russa”. Non così trascurabile come pensavano. A cosa dovremmo confrontare tale alleanza debole, incompetente ma infinitamente vanagloriosa e belluina? In passato suggerii che la NATO fosse un ubriaco che beve per curare gli effetti della cirrosi epatica. È un bambino dai capricci infiniti e che si spaventa con le storie che si racconta? Come il Patto di Varsavia, è spaventato da informazioni o opinioni contraddittorie e insiste sul fatto che sia bloccato. Certamente è un esempio di autocompiacimento compiacente: “Projecting Stability Beyond Our Borders” si vanta nei Balcani, in Iraq e Afghanistan. Gli unicorni vagano liberi nella NATO.
Non c’è motivo di preoccuparsi leggendo tutto ciò che esce dal quartier generale della NATO: è solo aria. C’è una risposta. E questa è la Libia. Quando dicono stabilità, rispondete Libia. Quando dicono terrorismo, rispondete Libia. Quando dicono pace, rispondete Libia. Quando dicono dialogo, rispondete Libia. Quando dicono valori, rispondete Libia. La NATO è pericolosa nel modo più stupido e illuso che ci sia. Ma quando il suo principale membro inizia a chiedere agli altri di “pagare la loro parte”, e il popolo di cinque membri vede Washington quale minaccia maggiore di Mosca, forse è ve verso la fine. Ma la ripetizione incessante diventa realtà ed è lì che sta il pericolo. L’isteria ha raggiunto proporzioni assurde: la “stazione di servizio mascherata da Paese” del 2014 decide chi siede alla Casa Bianca; dirige referendum in Europa; domina le menti dei popoli attraverso RT e Sputnik; domina i social media; ogni esercitazione russa crea panico. Sarebbe tutto abbastanza divertente tranne il fatto che Mosca non gradisce. Mentre le forze della NATO ai suoi confini sarebbero insignificanti al momento, possono aumentare e tutti gli eserciti devono prepararsi al peggio. La Prima Armata Corazzata della Guardia viene ricreata. Ne discuto l’importanza qui. Quando sarà pronta, e Mosca si muoverà molto più velocemente della NATO, sarà più che un confronto, offensivo o difensivo, per gli eserciti di carta della NATO. E se Mosca pensa che ne abbia bisogno di altri, arriveranno. E non ci saranno operazioni di bombardamento a costo zero da 5000 metri contro la Russia. La forza navale della NATO, ancora reale, è piuttosto irrilevante nelle operazioni contro la Russia. Eppure la tigre di carta scopre i suoi denti di carta. In altre parole, e non mi stancherò mai di citarlo, “Abbiamo firmato per proteggere una serie di Paesi anche se non ne abbiamo né le risorse né l’intenzione di farlo seriamente”. La NATO ha firmato assegni per anni. E invece di esaminare con sobrietà il conto in banca, ne firma altri tra gli applausi che gli riecheggiano nella testa. “L’orgoglio arriva prima della distruzione e lo spirito altezzoso prima di cadere“. Possiamo solo sperare che la distruzione imminente della NATO non distrugga anche noi.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La crisi dei Rohingya è una questione del Myanmar

Dragon-naga 14 novembre 2017I giornalisti del Myanmar che si recano oggi a Maundo a proprio rischio e pericolo, una città non lontana dal confine col Bangladesh, circondata da dozzine di insediamenti rohingya, sono stupefatti nel dire che, nonostante i villaggi bruciati, le persone in questo territorio continuano a vivere. Uno di questi giornalisti ha avuto la forte impressione da un improvvisato mercato del bestiame in uno dei sobborghi della città. Il risultato della massa di persone che abbandonavano le fattorie sono le foreste intorno ai villaggi spopolati e bruciati abitate da animali domestici, principalmente mucche e bufali. Sono stati presi da chi si arrischia a rimanere e, in questo caso, come dicono i giornalisti, anche le forze dell’ordine del Myanmar sono attivamente coinvolte. I bovini sono marchiati (per stabilirne la proprietà) e vengono portati in un mercato improvvisato per venderli ai residenti locali. E i residenti locali comprano questo bestiame con strano entusiasmo: rischiano restando, quindi almeno come compenso per la paura comprano una nuova mucca a un prezzo economico. Poiché l’offerta supera chiaramente la domanda, i prezzi per i bovini a Maundo sono in realtà piuttosto bassi. E i residenti della città dicono che le forze dell’ordine caricano mucche e bufali sui camion dell’esercito e li portano nella capitale dello Stato Sittwe, lì il mercato è migliore e dal bestiame incustodito si può guadagnare di più. Allo stesso tempo, pochi si preoccupano dei proprietari di questi animali: i rohingya fuggiti in Bangladesh, o i rakhinesi e gli indù o altre nazionalità precipitatisi nel sud del Paese. Chi rimane, indipendentemente dall’affiliazione religiosa, sa che i fuggiaschi non torneranno più, il che significa che nessuno cercherà mai una data mucca. E dove trovarla se il bestiame senza proprietario fuggito nelle foreste è stimato ad almeno decine di migliaia di capi. Questo è il risultato dell’operazione speciale delle forze di sicurezza del Myanmar, iniziata dopo che centinaia di rohingya, nella prima mattina del 25 agosto (terroristi accompagnati da “gruppi di sostegno” tratti dalle temute bande giovanili locali, che le forze armate stimavano in circa 4000 persone) attaccarono 30 postazioni di polizia e militari nel nord dello Stato di Rakhine. In risposta, forze armate, polizia e distaccamenti delle guardie di frontiera iniziarono l’operazione per liberare il territorio. In termini numerici, dal 25 al 31 agosto, i terroristi effettuarono 52 attacchi organizzati contro le forze di sicurezza del Myanmar. Nello stesso periodo furono registrati 90 incidenti (tra cui esplosioni di mine e granate). Almeno 63 villaggi registrarono almeno un incidente od esplosione. L’ultimo episodio fu registrato il 22 settembre, ma dopo il 5 settembre (la data in cui, secondo la Consigliera di Stato del Myanmar Aung San Suu Kyi, i combattimenti attivi sono cessati), ce ne furono davvero pochi. Come risultato degli incendi che bruciarono 232 villaggi, per lo più rohingya, i rifugiati che attraversarono il confine tra Myanmar e Bangladesh furono più di 600mila. Molti di loro, conversando coi giornalisti, descrivono l’illegalità che le forze dell’ordine del Myanmar commettevano contro di loro, secondo i rifugiati, bruciando villaggi, uccidendo e violentando. Persino il Myanmar ritiene che centinaia di rohingya siano stati uccisi, anche se i militari sottolineano che sono stati uccisi dai terroristi.
Se si guarda allo svilupparsi degli eventi dall’anno scorso nello Stato di Rakhine, si dovrebbe riconoscere che tale risultato era logico. Da un lato, nel 2012, il Presidente del Myanmar, Thane Sein, invitò la comunità mondiale a riprendersi i migranti illegali bengalesi nel suo Paese (questa era la posizione ufficiale delle autorità del Myanmar verso i rohingya) e cinque anni dopo la leadership del Paese finalmente ragionava, nessuno li avrebbe aiutati a trasferire i rohingya dal Myanmar, e quindi dovevano risolvere da soli il problema, al meglio per quanto possano. D’altra parte, negli ultimi due anni c’è stato un cambiamento qualitativo nelle attività delle strutture che cercano di parlare a nome dei rohingya nel mondo. Soprattutto l’attivazione e la denominazione del “Rohinga Arakan Salvation Army” (ARSA), organizzazione guidata da tale Ata Ula, una rohingya nato in Pakistan e che vive da tempo in Arabia Saudita, che a quanto pare ha ottenuto il denaro per le attività correnti. Al confine tra Myanmar e Bangladesh sono comparsi campi di addestramento per terroristi, dove giovani disoccupati locali si sono recati volontariamente. Gli istruttori di questi campi non erano solo quadri locali formati all’estero, ma anche immigrati da Afghanistan e Pakistan. Le forze di sicurezza del Bangladesh affermavano che negli attacchi nel nord dello Stato di Rakhine avevano ancora relativamente poche armi da fuoco. A loro volta, le autorità del Myanmar poterono fare ben poco per evitare tale crescente pericolo, come ammise Aung San Suu Kyi, i capi delle comunità rohingya che espressero il desiderio di cooperare con le autorità, pagavano con la vita. Il primo caso di attacco armato organizzato dall’ARSA alle posizioni delle forze di sicurezza del Myanmar si ebbe il 9 ottobre 2016, poi i terroristi attaccarono le dogane, uccidendo 9 poliziotti e 4 soldati, e soprattutto ottennero numerose armi da fuoco e munizioni. Dopo di ciò, cominciarono a comparire sempre più resoconti su schermaglie tra rohingya e forze armate ed uccisioni da parte dei terroristi di civili (soprattutto rappresentanti di altri gruppi nazionali e confessionali). Ci furono notizie sui terroristi che aggredivano le ragazze da altre comunità nazionali, convertendole forzatamente all’Islam e prendendole in mogli. Inoltre, i villaggi rohingya iniziarono a bruciare nello Stato di Rakhine. All’estero, degli incendi furono al solito accusati i militari del Myanmar, tuttavia, nel rapporto della commissione speciale dell’ex-segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan (che non ha motivo di adattarsi alla linea ufficiale di Naypyidaw) si nota che molti degli incendi sono opera dei rohingya stessi. A poco a poco divenne chiaro che il prossimo attacco organizzato alla polizia e alle strutture militari nello Stato di Rakhine era solo questione di tempo e che sarebbe stato molto più ampio del precedente. È chiaro che i militari del Myanmar lo capirono perfettamente e prepararono la svolta degli eventi programmando un’operazione su larga scala per ripulire i villaggi rohingya dai terroristi. Ma l’ARSA non solo fece un lavoro efficace con i giovani rohingya in Myanmar, reclutando e addestrando sempre più quadri. Una componente PR per l’estero dell’organizzazione ebbe risalto. Come ammettono gli esperti, i suoi documenti erano scritti in ottimo inglese “ONU”, cioè potevano semplicemente essere presi e citati sui siti delle organizzazioni non governative e dei media. Allo stesso tempo, l’ARSA negò i legami cogli islamisti (va notato che le agenzie d’intelligence bengalese e indiana hanno dati opposti sul caso) e dichiarò l’obiettivo puramente “laico” e attraente per i difensori dei diritti umani internazionali di garantire che i rohingya non siano più una “nazione oppressa” e abbiano diritti civili. Tali iniziative di PR ben regolate dei capi dell’ARSA attrassero molti sostenitori e simpatizzanti nel mondo. A sua volta, il nuovo governo del Myanmar cercò di trovare una formula accettabile per una soluzione pacifica al problema. Per studiare la situazione nello Stato di Rakhine e sviluppare raccomandazioni, fu creata una commissione internazionale speciale con a capo l’ex-segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Il governo del Myanmar adottò un piano quinquennale per lo sviluppo socio-economico dei territori del nord dello Stato di Rakhine (per il 2017-2021), i leader del Paese hanno annunciato la creazione di una zona economica speciale in questo territorio per attirare investimenti (anche dai Paesi islamici) e creare nuovi posti di lavoro. I piani per la costruzione di strade e ponti, così come l’elettrificazione dei territori, furono approvati. Insegnanti apparvero negli insediamenti rohingya. Come riferì Aung San Suu Kyi, i rohingya finalmente avevano un pari accesso ai servizi sanitari degli altri cittadini del Myanmar. Furono avviati i programmi di formazione professionale dei residenti, a seguito dei quali ricevere nuove professioni e maggiori opportunità di trovare lavoro. Il 23 agosto, la Commissione Annan presentò il rapporto finale con proposte per la risoluzione pacifica dei problemi dei rohingya e loro ulteriore integrazione nella società del Myanmar, e i leader del Myanmar a loro volta sottolinearono di esser pronti ad iniziare immediatamente ad attuare concretamente le raccomandazioni del rapporto. E il 25 agosto, i militanti dell’ARSA attaccarono le postazioni militari nello Stato di Rakhine. A giudicare dalle conversazioni telefoniche dei capi dell’ARSA, intercettate dai servizi segreti del Bangladesh, questa coincidenza di date non fu casuale. La dirigenza dell’ARSA cercò di dimostrare di non volere il dialogo col governo del Myanmar e che intendeva raggiungere gli obiettivi unicamente con la forza. Se tale svolta interessasse ai rohingya che vivevano nello Stato di Rakhine, a quanto pare alla dirigenza dell’ARSA non importava.

Perché così tanti
608mila persone dal 25 agosto passarono dal Myanmar in Bangladesh (per lo più su imbarcazioni e altri mezzi improvvisati attraverso il fiume Naf), la cifra era nell’ultimo comunicato stampa dell’ONU, significativamente più grande del numero di rifugiati nelle precedenti crisi nello Stato di Rakhine: nel 2012, a seguito degli scontri intercomunali, il numero di “sfollati” fu stimato a 140000, e un maggior numero di rifugiati dallo Stato di Rakhine fu registrato dopo una serie di operazioni militari primi anni ’90, che furono circa 250mila. Tuttavia, i militari del Myanmar (e soprattutto, il comandante in capo delle Forze Armate Generale Aung Hlayn) ritengono che i media abbiano gonfiato in modo ingiustificato tale cifra. Innanzitutto, diventare dei rifugiati in Bangladesh non è una coincidenza. Immaginate che i terroristi compaiano nel vostro villaggio e ben presto i soldati arrivino per combatterli. Cosa fate? Certo, lasciate il villaggio per andare dai parenti e aspettare che tutto si sistemi. Ma i bengalesi (cioè i rohingya) non hanno parenti in Myanmar. Tutti vivono in Bangladesh. Non sono parenti, ma correligionari che parlano la stessa lingua. Inoltre, la maggioranza dei rohingya viene limitata nei movimenti nel Paese. Pertanto, se ne andarono in Bangladesh. Cioè, secondo la logica dei militari, se costoro fuggivano all’interno del Paese e si sarebbero stabiliti dai parenti, e nessuno li avrebbe considerati rifugiati, non sarebbero apparsi su alcun rapporto delle Nazioni Unite. Dal punto di vista della formalità della burocrazia “ONU”, l’argomento è abbastanza convincente perché oggi (almeno alle Nazioni Unite) nessuno parla dei rifugiati nel Myanmar, in fuga dai conflitti nello Stato di Rakhine e stabilitisi da parenti e amici. In realtà, nessuno li considera formalmente rifugiati, semplicemente hanno cambiato residenza. Secondo le stime dei militari, che hanno incontrato colonne di tali persone che fuggivano dallo Stato di Rakhine verso l’interno del Myanmar, sarebbero decine di migliaia. Allo stesso modo, la maggior parte degli attuali rifugiati rohingya scomparirebbe, se fossero nativi del Myanmar, presso i parenti nel Paese. Cioè, i militari credono che la cifra di 600mila sia solo causa delle circostanze, e in altre condizioni geografiche e demografiche sarebbe stata molto più bassa. Lo sottolineava il Generale Min Aung Hlayn in un’intervista all’ambasciatore statunitense Scott Marsel. In secondo luogo, molti rifugiati arrivarono in Bangladesh dopo intimidazioni e minacce dell’ARSA. Secondo il “Tatmadaw True News Information Team” (un gruppo d’informazione delle forze armate creato appositamente per “una copertura veritiera degli eventi” relativi alla crisi dei rohingya), pubblicato a metà novembre, i risultati dell’indagine sui residenti dello Stato di Rakhine indicano che i terroristi scacciarono i residenti locali dicendo che le truppe arrivavano per bruciare il villaggio, uccidere gli abitanti con armi automatiche e sganciare bombe dagli elicotteri. I terroristi dicevano: “La tua vita sarà più facile se andrai in Bangladesh, perché lì riceverai aiuto dall’estero”, aggiungendo minacce dirette: “Lascia, altrimenti ti dichiareremo apostata dall’Islam e ti taglieremo la gola”. E per costringere le persone a lasciare i villaggi, i terroristi incendiarono le loro case. Infatti, come sottolineato dai militari, bastò costringere un solo villaggio a partire che gli abitanti dei villaggi vicini venissero presi dal panico, senza alcuna persuasione o minaccia. Inoltre, come sottolineano i militari, anche i diplomatici stranieri videro tale panico infondato, comunicando cogli abitanti dei villaggi nello Stato di Rakhine per cercare di convincerli a rimanere, ma i residenti fuggirono. Tale attività dei terroristi creava l'”effetto panico cumulativo”, dimostrandosi molto efficace. I militari attirano l’attenzione sul fatto che lo scopo della leadership dell’ARSA era creare il maggior afflusso possibile di rifugiati in Bangladesh, formalmente per attirare l’attenzione della comunità mondiale sui problemi dei rohingya. Pertanto, il fatto che i terroristi costringessero i residenti locali a partire per il Bangladesh lo considerano prova indiscutibile (soprattutto perché sono molte le prove dei rappresentanti rohingya che soggiornarono nello Stato di Rakhine per questo motivo). Inoltre, molti terroristi attraversarono il confine stabilendosi in Bangladesh, ed essendosi diffusi nei campi profughi, gli abitanti dei campi evitano tali argomenti nelle conversazioni coi giornalisti. In terzo luogo, molti rifugiati non rohingya furono radunati dai terroristi in Bangladesh “per fare massa”. Gli stessi argomenti furono usati, dalla persuasione alle intimidazioni e agli incendi delle case. Ciò è evidenziato dai rifugiati non rohingya che gradualmente tornano in Myanmar (recentemente, ad esempio, è stato annunciato il ritorno di 500 indù). Secondo l’ambasciatore del Myanmar in Russia, Koh Shane, “alcune donne sono state costrette ad accettare l’Islam, alcune sono state portate in campi musulmani nel territorio del Bangladesh. Le donne indù durante il conflitto hanno chiamato i parenti in altri villaggi per avvertirli di ciò che accade“. Oltre a quanto sopra, i militari richiamavano l’attenzione su un altro fattore che ha contribuito a un flusso di rifugiati in Bangladesh così massiccio. Secondo loro, durante gli attacchi dei terroristi dall’ARSA alle strutture di polizia e militari del 25 agosto, la maggior parte degli aggressori non aveva armi o aveva solo bastoni. Per i capi dell’ARSA costoro, (la maggior parte giovani disoccupati rohingya) erano necessari per alzare il morale e, a lungo termine, farne dei veri combattenti per l’indipendenza, era cioè qualcosa di simile a un’esercitazione per futuri terroristi. Ma, come spiega l’esercito, l’obiettivo principale era l’attacco psicologico alle forze di sicurezza del Myanmar, quando una folla aggressiva di diverse centinaia di persone assaltava la stazione di polizia (con massimo di 10-15 difensori), qualsiasi poliziotto si sarebbe spaventato. In effetti, il compito dell’ARSA era dimostrare alle forze di sicurezza del Myanmar che erano in guerra contro tutto il popolo. I militari risposero con una tattica simile. Si avvicinarono ai villaggi in grandi gruppi, così che i residenti locali capissero immediatamente che una forza minacciosa arrivava inesorabilmente su di loro. E poiché in molte famiglie i giovani presero parte agli attacchi alle strutture di polizia e militari di diversi giorni prima, si può immaginare cosa provassero quando videro i soldati. Inoltre, i miei interlocutori dicevano che una parte significativa dei miliari era costituita da rakhinesi, il che significava che i rohingya, sapendo questo, erano sicuri che il popolo armato si sarebbe vendicato. Come si scoprì, questa tattica funzionò molto bene dato che gli insorti avevano collaborato cogli abitanti dei villaggi, intimidendo e costringendo a partire per il Bangladesh. Secondo l’esercito del Myanmar, sempre più spesso, quando si avvicinavano ai villaggi, non c’erano più abitanti e le case bruciavano. E infine la stessa situazione in Bangladesh potrebbe aver influenzato il numero dei rifugiati. Nel contesto del Paese sovrappopolato, con un vasto esercito di disoccupati tra la popolazione, i campi profughi (dove almeno si viene nutriti, e si crede anche alla prospettiva di lasciarne uno per un altro dove si è meglio nutriti), furono sommersi da bengalesi locali. I bengalesi di Chittagong e quelli che si definiscono “rohingya” in realtà non differiscono. Inoltre, molti giovani rohingya che vivono in Bangladesh, al confine con il Myanmar, sono coinvolti nel traffico di droga dal Myanmar, e il confine “colabrodo” viene attraversato in entrambi i sensi, quindi è abbastanza facile immaginare la comune realtà geografia e culturale di ogni lato. Pertanto, per i bengalesi la confusione causata dall’improvviso arrivo di centinaia di migliaia di persone nel Paese, appare chiaro che dichiarasi rohingya non è difficile. Ma i documenti, per ovvie ragioni, possono essere esibiti solo da una frazione degli abitanti dei campi profughi. La lamentela principale delle autorità di Myanmar sul dato dei rifugiati è che il mondo assiste esclusivamente i rifugiati in Bangladesh (la maggior parte dei quali rohingya). Ma se si parla delle vittime dei recenti scontri nel Rakhine, è necessario tenere conto di tutti. Nel territorio del Myanmar, dalla zona di conflitto, secondo l’esercito, sono state evacuate 27235 persone (per lo più rakhinesi, birmani, indù, mro, kham, mramagi e dayngneti che, come i militari sottolineano, non sono “come gli abitanti dei villaggi bengalasi“). Molti hanno lasciato le case recandosi a sud del Paese, “quanti” resta da vedere. Per i myanmaresi è strano che le sofferenze di queste persone, che hanno abbandonato le proprie case per le minacce dai terroristi rohingya stranieri, a malapena se ne parli, mentre molto spazio sui media hanno le storie sui rifugiati in Bangladesh (rigurgitate acriticamente, senza alcuna prova). Secondo loro, l’aiuto della comunità internazionale dovrebbe essere distribuito in modo uniforme tra tutte le vittime del conflitto, indipendentemente da ubicazione e appartenenza etnica o religiosa.L’industria dell'”assistenza ai rifugiati” e la crisi nella fiducia sulle Nazioni Unite
Tale dimostrato disprezzo delle organizzazioni non governative internazionali per i problemi dei rifugiati non musulmani (ed è così che viene visto dal Myanmar, come nel Bangladesh musulmano e dai rappresentanti di altre religioni), ancora una volta attirava l’attenzione dei myanmaresi sulle attività di tali organizzazioni nel loro Paese e in Bangladesh. In Myanmar i media più volte segnalavano che almeno alcune di tali organizzazioni di fatto aiutano i terroristi (una delle prove più vivide sono gli aiuti umanitari trovati nelle basi dei terroristi, spesso mostrati dai media del Myanmar). Inoltre, secondo l’opinione pubblica del Myanmar e del Bangladesh da decenni vi è un settore delle organizzazioni non-profit specializzata nella rumorosa campagna in difesa degli “oppressi nel mondo” e per la raccolta di risorse da tutto il mondo, formalmente per assistere i rifugiati rohingya, in realtà per alimentare il loro parassitismo su questo argomento. I fondi raccolti consentono ai capi di tali organizzazioni di vivere agiatamente e di “ungere” i funzionari locali. E’ chiaro che tali organizzazioni permettono, per quanto possibile, di ritrarre un quadro fosco delle sofferenze dei rohingya. Ed è noto in Myanmar che i capi di tali organizzazioni (o dei loro uffici in Bangladesh e Myanmar) sino fondamentalmente musulmani; per i myanmaresi ciò è la migliore prova della loro faziosità, (in questo caso, nel tentativo dei musulmani di difendere i fratelli a scapito dell’oggettività, e i myanmaresi non vi vedono nulla male, “avremmo fatto lo stesso parlando dei buddisti“). I principali rimproveri ai rappresentanti di tali organizzazioni che operano nel Rakhine è che aiutano solo bengalesi-rohingya e non aiutano (o non abbastanza) gli altri gruppi etnici e religioni. Inoltre, tali organizzazioni a volte consapevolmente o inconsapevolmente provocano conflitti. Così è stato, per esempio, quando un dipendente di una di tali strutture per qualche motivo decise di rimuovere la bandiera buddhista da un edificio nello Stato di Rakhine, e lo fece in modo tale (gettandola a terra in un luogo dove i simboli religiosi non sono formalità) che in seguito i membri dell’organizzazione dovettero uscire dalla città sotto scorta armata, per evitare rappresaglie dai residenti locali. Ma il problema principale era la sfiducia nelle organizzazioni non governative dopo anni di lavoro in Myanmar che ha provocato diffidenza nelle Nazioni Unite, le cui attività sono strettamente connesse con tali strutture. Aung San Suu Kyi compie cauti tentativi di migliorare in qualche modo la credibilità dell’organizzazione (ad esempio nominando a capo della commissione speciale per lo Stato di Rakhine l’ex-segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, perciò fu duramente criticata da nazionalisti rakhinesi), ma dopo i recenti fatti nello Stato di Rakhine si può concludere che la crescita della fiducia non c’è ancora.
In Myanmar viene spesso ricordato come il precedente relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani, Tomás Ojea Quintana, un argentino, camminasse coi calzini in un tempio buddista e si sedesse in modo irrispettoso presso i monaci influenti. L’attuale relatrice speciale delle Nazioni Unite, la coreana Li Yanghi (che uno dei capi del gruppo radicale del clero buddista del Myanmar Ashin Virata definì pubblicamente una puttana), veniva pure criticata. Ad esempio, parlando dell’omicidio di sei rohingya da parte di terroristi di nazionalità Mro, il 3 agosto 2017, non indicò gli autori del crimine nella dichiarazione ai media del Myanmar citata dal Centro asiatico per i diritti umani (di New Delhi). E dopo gli attacchi dei terroristi rohingya a persone da popolazioni non musulmane del Rakhine, ancora una volta menzionò questi eventi senza indicarne i responsabili; secondo gli autori del documento, tale posizione della relatrice speciale delle Nazioni Unite “ispira i terroristi” a compiere altri attacchi. I myanmaresi soffrirono e reagirono per la prima volta quando fu nominata la “pulizia etnica anti-islamica” nello Stato di Rakhine dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Ziad Rad al-Husayin, la cui appartenenza religiosa non è per nessuno un dubbio. Successivamente i myanmaresi non ebbero bisogno di molto tempo per capire chi avvantaggiasse l’organizzazione internazionale. La dichiarazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adottata all’inizio di novembre è stata accolta in Myanmar con palese irritazione. Il rappresentante del Myanmar presso le Nazioni Unite disse che “è una pressione geopolitica sul Paese” ed “aumenterà polarizzazione ed escalation”. Recentemente, i media del Myanmar hanno ripetutamente accusato gli alti funzionari delle Nazioni Unite di aggredire la sovranità del Paese.
Soprattutto è necessario parlare del ruolo del Bangladesh in questi eventi. Il governo della Prima ministra Sheikh Hasina ha tutte le ragioni per non amare l’ARSA. Funzionari del Bangladesh hanno ripetutamente sottolineato la politica “tolleranza zero” nei confronti di questa organizzazione e che i suoi capi, se detenuti, vanno estradati in Myanmar. Inoltre, i militari del Bangladesh hanno perfino offerto il comando alle forze armate del Myanmar per condurre un’operazione militare congiunta contro i terroristi dell’ARSA, ma non ebbero risposta. Intercettate dai servizi speciali del Paese, le conversazioni dei capi terroristi indicavano che compito secondario nell’organizzare la “crisi dei rifugiati” era sfuggire all’attuale governo del Bangladesh, in quanto insufficientemente fedele. Ma poi si scopriva che le forze di sicurezza del Myanmar svolgono le operazioni speciali nello Stato di Rakhine esattamente come voleva il capo dell’ARSA. Questo irritava le autorità del Bangladesh. Sì, 600 mila persone su 150 milioni del Bangladesh sono una goccia nel mare. Ma va capito che l’arrivo di un numero così grande di persone sul territorio del Paese ha effettivamente “ucciso” l’agricoltura delle aree di confine (negli attuali campi profughi). Con atteggiamento generalmente amichevole dei residenti locali per le persone in difficoltà, il Bangladesh non vuole che i rifugiati rimangano in questi territori per sempre. Allo stesso tempo, i rifugiati devono essere nutriti, avere condizioni sanitarie e di vita minime, e ciò richiede fondi considerevoli. Inoltre, i campi profughi sono fonte di instabilità, criminalità e, in futuro, possibili epidemie. E in aggiunta a ciò, i servizi segreti del Bangladesh affermano che, dato che le imbarcazioni che trasportano massicciamente rifugiati attraverso il fiume Naf non vengono esaminate, trasportano grandi quantità di metanfetamina dal Myanmar. In tali circostanze, il governo del Bangladesh richiede al Myanmar che tutti i rifugiati (o almeno la grande maggioranza) rientri. E chi per qualche motivo rimanesse, che sia trasferito in una delle isole inabitate al largo delle coste del Paese (i difensori dei diritti umani hanno già sollevato un polverone per il fatto che l’isola assegnata a questo scopo, durante l’alta marea finirebbe completamente sott’acqua e, quindi, la vita degli abitanti non sarebbe al sicuro). A loro volta, le autorità del Myanmar affermano che non riprenderanno tutti ma solo chi può dimostrare una precedente residenza prolungata nel Paese. E come documento di base per tale processo, propongono un memorandum firmato dai governi di Myanmar e Bangladesh nel 1993, dopo il precedente esodo di massa di profughi dal Myanmar, nei primi anni ’90. Secondo i termini, il Myanmar accetterebbe i rifugiati che presentino carta d’identità, “altri documenti rilasciati dalle autorità competenti del Myanmar”, così come chi dimostra la propria residenza in Myanmar. Il Bangladesh è freddo verso questo passo, e gli esperti dicono addirittura che diverrebbe una “trappola” che permetterà al Myanmar di non riprendersi la maggior parte dei rifugiati. Di fatto, si scopre che il Myanmar ha il diritto esclusivo di decidere quali documenti considererà per il ritorno dei rifugiati, e quali prove considerare convincenti. E sebbene il Myanmar sia pronto ad integrare questo documento con nuove disposizioni, il Bangladesh è molto scettico sulla possibilità di applicarlo nella situazione attuale. Ma il problema non è nemmeno il documento stesso. È noto, per esempio, che i capi di molte comunità rohingya rifiutano categoricamente di partecipare al processo di verifica nazionale (cioè, la procedura che permetta di ottenere i documenti necessari per tornare in Myanmar). Alcuni agiscono basandosi su proprie convinzioni (non sono soddisfatti, ad esempio, dal fatto che, pur accettando di collaborare con le autorità, dovrebbero abbandonare l’autodesignazione “rohingya” e diventare “bengalesi”, e il processo di verifica nazionale non equivale ad ottenere la cittadinanza), ma la maggior parte, a quanto pare, ha ancora paura della vendetta dei terroristi dell’ARSA, secondo il Myanmar, da agosto, almeno 18 capi delle comunità rohynga sono stati uccisi dopo aver espresso disponibilità a partecipare al processo di verifica nazionale. Pertanto, l’argomentazione bengalese sui negoziati col Myanmar è la seguente: ponendo la condizione di fornire documenti e di far partecipare le comunità rohingya nel processo di verifica nazionale, se ne causa l’assassinio dei capi della comunità pronti a cooperare. Cioè, la richiesta del Myanmar fa reagire come previsto i terroristi dell’ARSA complicando la situazione, il che significa che è complice involontario dei terroristi. A sua volta, il Myanmar vede altre ragioni per il rifiuto del Bangladesh di accettare i termini del documento del 1993 e procedere col ritorno dei rifugiati. La presenza in Bangladesh di numerose persone, in assenza di progressi nei negoziati sul loro ritorno in Myanmar, permetterà alle autorità del Paese di ottenere altro denaro dalla comunità mondiale. Cioè, il Bangladesh, ritardando le trattative, cerca di guadagnare dai rifugiati il massimo. L’annunciò a fine ottobre il direttore generale dell’Ufficio del consigliere di Stato del Myanmar Zo Tae. E i media locali del Myanmar indicano le “richieste illegali” del Bangladesh e “pressioni su larga scala sul Myanmar”. Ora c’è un nuovo accordo tra i governi di Myanmar e Bangladesh. Forse sarà firmato il 16 novembre. A tal fine, il capo del Ministero degli Esteri del Bangladesh arriverà in Myanmar. È già noto che nel nord del Rakhine le autorità costruiranno tre grandi campi per i rifugiati. In Myanmar, i rifugiati saranno autorizzati a tornare cinque volte a settimana in gruppi di 100-150 persone e saranno stanziati in questi campi. È qui che si svolgerà il processo di verifica nazionale: i dati biometrici saranno presi e avranno i documenti necessari per la residenza legale in Myanmar.

Ritorno dei profughi: geopolitica e cospirazione
Quando chiedo ai miei interlocutori del Myanmar quanti, secondo le loro stime, rifugiati torneranno in Myanmar, alcuni consigliano di porre la domanda diversamente: non solo “quanto”, ma anche “dove”? Secondo loro, non è una domanda inutile. Ecco la mappa di metà settembre. Mostra i villaggi bruciati dei rohingya. Alla loro sinistra c’è la foce del fiume Naf, a sinistra il Bangladesh, sospeso sul territorio del Myanmar sotto forma di penisola, e più lontano il Golfo del Bengala.La mappa dei villaggi bruciati sembra strana. Sembra che nell’est sia disegnata una linea, a cui nessuno è permesso attraversare. Ma vi vivono anche rohingya, come nei villaggi ad ovest. È su loro avviso che Aung San Suu Kyi sorprese nel discorso del 19 settembre su come fosse ancora necessario capire perché metà delle comunità rohingya continuasse a vivere nel Paese. È chiaro che se il processo si sviluppasse spontaneamente, tale linea uniforme non esisterebbe, piuttosto la mappa rappresenterebbe un insieme di punti dalle dimensioni diverse. C’è qualcosa che fa pensare a una cospirazione, per esempio, il grado di “controllabilità” della crisi dei rifugiati. Ed ecco un’altra mappa di “Google-Map” che forse fa comprendere la situazione. Si scopre che lungo le coste del Myanmar vi è una catena di montagne basse (chi ha viaggiato delle spiagge di Myanmar a Ngapali e Ngve Saung sa che c’è lo stesso discorso, e dal “Myanmar interno” alle coste bisogna attraversare le montagne). Quindi, i villaggi bruciati erano per lo più tra le coste e le montagne.Un giornalista del Myanmar, con cui ho parlato a lungo, mi ha fatto notare che la foce del Naf e gli adiacenti territori del Bangladesh e del Myanmar sono il luogo ideale per una grande infrastruttura logistica. Inoltre, studi recenti hanno dimostrato che la sabbia costiera vicino Maundo è una fonte di alluminio e titanio. 500 tonnellate di sabbia in quest’area contengono almeno una tonnellata di uno o dell’altro metallo. Cioè, risulta che al fine di attuare determinati progetti logistici e geologici, l’area ad est del fiume Naf e fino alla catena montuosa dovrebbe essere liberata dai residenti locali. Vale a dire ciò che fino a poco prima erano i villaggi bruciati dei rohingya. Il giornalista con cui ho parlato, parlò di una conversazione con uno degli amministratori locali dello Stato di Rakhine, un militare in pensione (il che significa, a suo parere, avere accesso ad alcune informazioni attendibili), che affermava fermamente che i rohingya si sarebbero insediati “dietro le montagne”. Secondo lui, dato che non tutti sono tornati, dovrebbe esserci spazio a sufficienza. Alla mia domanda su chi volesse scacciare i rohingya, gli interlocutori del Myanmar accusavano la Cina. In effetti, a diverse centinaia di chilometri a sud di questo luogo c’è il porto di Chauphue, in acque profonde. Da lì inizia il gasdotto che attraversa il territorio del Myanmar e arriva alla provincia cinese dello Yunnan. Inoltre, la Cina ha concepito un progetto su vasta scala nel quadro dell’iniziativa “Fascia e Via”, il corridoio economico “Bangladesh-Cina-India-Myanmar” che richiederà nuovi territori e nuovi centri logistici nella regione. Alla mia domanda chi ci sia dietro gli attacchi dell’ARSA, indicavano con sicurezza gli Stati Uniti che cercano d’impedire i progetti cinesi in Myanmar e Bangladesh. Dopo di che, di solito esprimo l’opinione che in questo caso i terroristi dell’ARSA effettivamente aiuterebbero la Cina perché, logicamente, con le loro azioni e la crisi dei rifugiati che provocano, cacciano la gente del territorio per i progetti economici cinesi. I myanmaresi di solito ignorano tale supposizione, pensando a una nuova svolta della cospirazione. Al netto, a mio avviso, si può dedurre da tutto ciò che: i rohingya apparentemente si stabiliranno in nuovi territori ad est dei loro vecchi villaggi bruciati. A giustificazione di tali misure, ci sarebbe almeno la recente decisione di 150 rappresentanti di 25 villaggi a sud di Maundo. Questa decisione, in sei punti invita le autorità a non insediare i “bengalesi” nei loro ex-villaggi, e se vengono risistemati per la pressione sul Myanmar, proteggere questo territorio sotto forma dei campi e consentire ufficialmente ai locali residenti di formare distaccamenti di autodifesa, oltre a limitare le attività in questo territorio ad ONU ed organizzazioni non governative straniere, dato che lavorano da 25 anni coi “bengalesi” e non sono interessati al destino dei rakhinesi. I media del Myanmar pubblicano oggi le lettere degli abitanti dei villaggi vicini gli insediamenti rohingya, con la richiesta di non lasciare che ritornino in Myanmar perché i terroristi ritorneranno inevitabilmente con loro. Nella capitale dello Stato di Rakhine, Sittwe, ci sono state manifestazioni di massa che chiedevano al governo di non permettere ai rohingya di tornare nel Paese e di non soccombere alla pressione internazionale. In queste condizioni, insediare i rohingya in nuovi territori (oltre a quello vicini alle comunità che hanno deciso di rimanere nel Paese) per la leadership del Myanmar sarebbe una forma di compromesso.

I rohingya e il mondo
E infine va probabilmente menzionato il “concerto di opinioni” illustrato dalle principali potenze mondiali e regionali sulla crisi. Immediatamente dopo l’inizio dell’attuale crisi, il ruolo di principale e assai emotivo difensore dei rifugiati nello Stato di Rakhine nel mondo musulmano è stato inaspettatamente preso dalla Turchia. È vero, c’è stato un leggero imbarazzo: è emerso che sullo sfondo della sommossa generale sulla crisi nello Stato di Rakhine, il viceprimo ministro turco Mehmet Shimshek pubblicasse su twitter false foto che presumibilmente rappresentavano le vittime delle atrocità del popolo del Myanmar contro i rohingya (Aung San Suu Kyi lo fece notare al presidente turco Recep Erdogan durante la loro conversazione telefonica del 5 settembre). Questo fatto non è tanto la prova che uno degli statisti più noti della Turchia agisse involontariamente da “utile idiota” dei terroristi dell’ARSA, ma piuttosto del livello di consapevolezza della leadership del Paese in quel momento degli eventi nello Stato di Rakhine. Ciononostante, in seguito la Turchia cambiò tono, sebbene il presidente Erdogan lamentasse più volte l’insufficiente reazione dei Paesi islamici su ciò che accade in Myanmar: “Purtroppo, non tutti i Paesi islamici trattano con pari scrupolosità la posizione dei rappresentanti del popolo rohingya in Myanmar… È davvero così semplice? Questa domanda è così insignificante da traguardarla? Muoiono centinaia di migliaia di persone. I musulmani muoiono, ma a loro non importa“. Tuttavia, il principale aspetto positivo della partecipazione della Turchia al destino dei rohingya è che il suo governo effettivamente invia aiuti umanitari ai rifugiati in grandi quantità, ed ha persino espresso la disponibilità a costruire un campo per 100000 persone, un altro segno della comprensione turca del fatto che il ritorno dei rifugiati non sarà a breve, e se ritornano in Myanmar, non lo faranno tutti. Un passo avanti è stata la cooperazione costruttiva della Turchia con le autorità del Myanmar, ora è iniziata la fornitura di aiuti umanitari alle comunità rohingya rimaste sul territorio dello Stato di Rakhine.
Gli Stati Uniti d’America iniziarono prevedibilmente a parlare di sanzioni contro le Forze Armate del Myanmar e le relative strutture imprenditoriali. Tale argomento fu attivamente discusso al Congresso a settembre. A sua volta, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti elencò le misure da imporre all’esercito del Myanmar. Soprattutto la “sospensione delle visite del comando militare degli USA” in Myanmar, così come il divieto di partecipare ad “eventuali programmi di assistenza” del personale militare del Myanmar attivo nelle operazioni nello Stato di Rakhine. Inoltre, è possibile che alcuni rappresentanti del comando delle Forze Armate del Myanmar finiscano nella lista della “legge Magnitskij”. Tuttavia, i ricercatori indicano simbolismo ed inefficienza di tali azioni. Primo, la cooperazione degli Stati Uniti e del Myanmar sul piano militare è già più che modesta, e la cancellazione non sarà neanche notata. Secondo, il Myanmar ha già vissuto più di due decenni di sanzioni economiche ed ha imparato con successo a eluderle usando “le borse remote” di Singapore e flussi di denaro “nero” dall’India. Inoltre, a causa del ritardo del sistema bancario del Myanmar negli standard mondiali e le transazioni valutarie burocratiche, molti di tali meccanismi continuano ad essere ampiamente utilizzati dal popolo del Myanmar (sia aziende che individui). Ma la considerazione più importante che gli esperti dicono è che l’introduzione di sanzioni degli Stati Uniti dimostrerà chiaramente quanto sia diviso il mondo oggi. Attirano l’attenzione sul fatto che durante le visite del Generale Min Aung Hlayn presso le principali potenze mondiali (come India e Cina), di solito riceveva un’accoglienza da capo di Stato. Ed è improbabile che questo atteggiamento cambierà se gli Stati Uniti decidessero d’imporre sanzioni personali contro di lui. Allo stesso tempo, va notato che l’attività degli Stati Uniti verso il Myanmar non si limita alla discussione delle sanzioni. È piuttosto versatile, dalle dichiarazioni del presidente Trump alle telefonate del segretario di Stato Tillerson alla Consigliera di Stato Aung San Suu Kyi, e al comandante in capo Aung San Hsiin (intendeva visitare il Myanmar il 15 novembre e incontrare personalmente la leadership del Paese).
Sulla posizione dell’India, va detto in modo specifico. Il Primo ministro Narendra Modi era a Yangon appena dieci giorni dopo l’inizio l’attuale crisi. Durante questa visita, condannò gli attacchi dei terroristi dell’ARSA e sostenne la leadership del Myanmar nel ripristinare l’ordine e la pace nello Stato di Rakhine. Poco dopo, l’India decise in modo piuttosto dimostrativo di espellere 40mila rohingya. La ragione era che fossero immigrati illegali e collegati ai terroristi. Si ritiene che l’India svolga un ruolo attivo (sebbene in gran parte dietro le quinte) negli attuali negoziati tra Bangladesh e Myanmar sul ritorno dei rifugiati. L’essenza della mediazione indiana è persuadere il Myanmar a non fare dichiarazioni dure sul governo di Sheikh Hasina e, se possibile, cercare un compromesso perché se questo governo cadesse, gli islamisti andrebbero al potere in Bangladesh, con cui lo Stato di Rakhine diverrebbe una “zona jihadista”. A sua volta, influenzato dall’India, in Bangladesh il governo cerca anche di trovare un’intesa e continuare i negoziati col Myanmar, perché “essendo in Myanmar, Aung San Suu Kyi è con chi il Paese deve negoziare” questa mediazione, nell’interesse anche dell’India, data la vicinanza alla zona di conflitto.
La posizione della Russia sui rohingya sembra identificata da tre fattori. Primo, la volontà di non complicare i rapporti con gli attuali leader politici e militari del Myanmar. Secondo, le manifestazioni in difesa dei rohingya avutesi in alcune regioni della Russia. Terzo, la solida cooperazione con la Cina e gli interessi reciproci. Cioè, sostenendo la posizione della Cina sulla questione del conflitto nel Rakhine, la Russia potrebbe aspettarsi di vedersi restituire il favore su altri problemi più sensibili. Di conseguenza, dal punto di vista commerciale russo col Myanmar il fatturato è stato pari a soli 260 milioni di dollari nel 2016, probabilmente può indicare che: “è lontano da noi, e non sappiamo esattamente cosa succede“, “vi sono da entrambi le parti delle ragioni, ma le autorità del Myanmar almeno cerchino di migliorare qualcosa“. Nel corso di una riunione al Consiglio di sicurezza, il rappresentante russo alle Nazioni Unite Vasilij Nebenzia richiese la necessità di analizzare un quadro completo ed obiettivo della situazione nel Rakhine, indicando i casi dei terroristi rohingya che uccidevano decine di indù, e cioè che condannare le sole forze armate del Paese per la repressione in realtà incoraggia i terroristi ad ulteriori azioni. Tuttavia, sottolineò che la leadership del Myanmar ascolta le opinioni della comunità internazionale ed è disposta a lavorare con le Nazioni Unite, e quindi non a compiere mosse brutali. Ma probabilmente coerente e attiva verso il Myanmar era solo la Cina. Nel momento in cui l’attenzione del mondo s’è concentrata sui rifugiati in Bangladesh, la leadership cinese decise di aiutare i rifugiati “interni”, costretti a fuggire dallo Stato di Rakhine nel territorio del Myanmar (in primo luogo i rakhinesi e altri gruppi etnici). Quando a settembre furono inviati i primi aiuti umanitari, l’ambasciatore cinese Liang Hong disse che il suo governo sosteneva gli sforzi del Myanmar nel promuovere pace e stabilità nello Stato di Rakhine. Se prendiamo in considerazione i grandi piani della Cina sul territorio (essendo il Myanmar interessato a due dei sei “corridoi economici” nel quadro della “Fascia e Via” che ha lo Stato di Rakhine come regione chiave per uno di essi) va riconosciuto che questo passo era molto efficace nel promuovere i propri interessi in Myanmar. Inoltre, la Cina ha fatto tutto il possibile per mitigare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul Myanmar, altro vantaggio per le relazioni Cina-Myanmar. Allo stesso tempo, i rifugiati rohingya in Bangladesh non furono ignorati dalla Cina, fornendogli assistenza umanitaria ed erigendo una tendopoli creata appositamente dai soldati dell’Esercito di Liberazione Popolare della Cina. Ai primi di novembre, la delegazione cinese visitò il confine tra Bangladesh e Myanmar per valutare l’assistenza di Pechino nella costruzione di una barriera tra i due Paesi usando “tecnologie avanzate”. Cioè Pechino ha ora una strategia per risolvere la crisi dei rohingya: il tacito appoggio al Myanmar sulla sua rigida posizione sui rifugiati nel filtrarli e di conseguenza farne tornare solo una parte e contribuire al mantenimento di efficaci controlli alla frontiera per evitare una migrazione irregolare (e quindi l’infiltrazione dei terroristi), così come l’assistenza nel fornire l’infrastruttura per i rifugiati in Bangladesh. Tale strategia “degli orecchini per ogni sorella” è criticabile ma non possiamo dire che sia inefficace e non promuova gli interessi della Cina nella regione, direttamente connessi al compito di garantire la stabilità nelle zone di confine tra Myanmar e Bangladesh.
Fin dall’inizio della crisi, il governo di Myanmar dichiara che, nonostante la minaccia terroristica dell’ARSA, intende attuare tutte le raccomandazioni della Commissione internazionale di Kofi Annan per normalizzare la situazione nello Stato di Rakhine, nonché adottare le misure per lo sviluppo economico della regione e crearvi una zona economica speciale. Continuerà l’attuazione del piano quinquennale per lo sviluppo delle infrastrutture per elettrificare villaggi. I residenti nel nord dello Stato di Rakhine continueranno ad avere accesso ai servizi educativi e sanitari. Per informare, le autorità pubbliche intendono stabilire una nuova stazione radio che trasmetta in birmano, rakhinese e bengalese. Per l’attuazione dei progetti di sviluppo del Nord dello Stato di Rakhine c’è un reparto speciale interministeriale creato a settembre.
In questo contesto, la leadership dell’ARSA sembra in “crisi generale”. A quanto pare, il vecchio obiettivo era provocare la peggiore crisi dei rifugiati per far sì che la comunità internazionale aumentasse la pressione sul governo del Myanmar. In parte ci sono riusciti, il Myanmar e la sua Consigliera di Stato oggi soffrono una significativa perdita di reputazione (soprattutto agli occhi della comunità occidentale dei diritti umani), e seriamente discute l’introduzione di sanzioni contro il Paese. Quali sono le prospettive? I capi dell’ARSA non hanno trovato niente di meglio che annunciare a settembre di preparare nuovi attacchi armati nel Rakhine. Ma qual è il significato di tali azioni sullo sfondo dei reali (anche se forse lenti) passi del governo del Myanmar nel tentativo di normalizzare la situazione dei rohingya? Sembra che l’ARSA non possa presentare alla comunità mondiale alcuna idea positiva, i capi dell’organizzazione non ne hanno. Inoltre, tali dichiarazioni inducono le forze di sicurezza del Myanmar a controllare maggiormente i rohingya che desiderano tornare. Questo significa che più rifugiati rimarranno in Bangladesh, creandovi sacche d’instabilità che interesseranno le relazioni tra i Paesi della regione. Anche se, forse, il compito principale della prossima fase delle attività dell’ARSA sarà ancora una volta solo distruttiva. Parlando il 19 settembre ad un evento appositamente organizzato a Naypyidaw e rivolgendosi ai rappresentanti di governi stranieri (anche quelli musulmani), Aung San Suu Kyi chiese apertamente a chi avesse la possibilità, d’influenzare la posizione di alcuni rappresentanti del popolo rohingya ancora decisi al confronto con le autorità e che non vogliono partecipare al processo di verifica nazionale, considerato dal governo una tappa per l’integrazione dei rohingya in Myanmar. Fu un appello molto importante ma a quanto pare nessuno dei giornalisti l’ascoltò. Invece, alcuni media occidentali (soprattutto il “Guardian“) iniziarono a dire con entusiasmo che Aung San Suu Kyi aveva ceduto, spiegando ai lettori chi dicesse la verità e chi mentisse, sostenendo di conoscere la situazione nel Rakhine molto meglio della Consigliera di Stato del Myanmar. In realtà, questo sarebbe tutto ciò che c’è da sapere per capire la situazione nel Rakhine, secondo la stragrande maggioranza dei media.Traduzione di Alessandro Lattanzio