Il petroyuan è la grande scommessa di Russia e Cina

Ariel Noyola Rodriguez* Russia Today
*Economista laureato presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM).

PetroYuanDopo le sanzioni economiche che Stati Uniti ed Unione Europea hanno imposto alla Russia, Mosca e Pechino tessevano una potente alleanza energetica che ha radicalmente trasformato il mercato mondiale del petrolio. Oltre ad aumentare il commercio di idrocarburi in modo esponenziale, le due potenze orientali hanno deciso di porre fine al dominio del dollaro nel determinare i prezzi dell’oro nero. Il petroyuan è lo strumento di pagamento strategico che promette di facilitare la transizione verso un sistema monetario multipolare, che tenga conto delle diverse valute e rifletta i rapporti di forza nell’ordine mondiale. Invece di umiliare la Russia, la “guerra economica” che Washington e Bruxelles hanno promosso è stata controproducente perché non solo ha contribuito a rafforzare l’alleanza energetica tra Mosca e Pechino. Ricordiamo che nel maggio 2014, la società russa Gazprom s’impegnò a garantire la fornitura di gas alla Cina per 38 miliardi di metri cubi nei prossimi tre decenni (dal 2018), con la firma di un contratto da 400 miliardi di dollari con la China National Petroleum Corporation (CNPC) (1).
Attualmente entrambe le potenze collaborano a un ambizioso piano strategico che prevede la costruzione di oleodotti e di raffinerie e complessi petrolchimici a gestione congiunta di grandi dimensioni. Senza volerlo, il riavvicinamento tra Mosca e Pechino ha prodotto profondi cambiamenti nel mercato mondiale del petrolio a favore dell’Oriente, minando drammaticamente l’influenza delle compagnie petrolifere occidentali. Anche l’Arabia Saudita, che fino a poco prima era la principale fornitrice di petrolio del gigante asiatico, è tramortita dalla diplomazia del Cremlino. Mentre dal 2011 le esportazioni di petrolio saudite verso la Cina crescevano al ritmo di 12000 barili al giorno, quelle russe crescevano di 550000 barili al giorno, cioè cinque volte più veloce. Infatti, nel 2015 le aziende russe superarono di quattro volte le loro controparti saudite nella vendita di petrolio alla Cina: Riyadh ha dovuto accontentarsi d’essere il secondo fornitore di greggio di Pechino a maggio, settembre, novembre e dicembre (2). Va notato che anche la quota di mercato dei Paesi europei rispetto alla regione asiatica è diminuita: la Germania, per esempio, è stata soppiantata dalla Cina verso la fine del 2015 quale maggiore acquirente di petrolio russo (3). Così, i grandi investitori che operano nel mercato globale del petrolio difficilmente possono credere come, in pochi mesi, l’attore principale (Cina) sia diventato il cliente preferito del terzo produttore (Russia). Secondo il Vicepresidente della Transneft (la società russa responsabile della realizzazione dei gasdotti nazionali) Sergej Andronov, la Cina è disposta a importare 27 milioni di tonnellate di petrolio russo nel 2016 (4).
L’alleanza energetica russo-cinese si propone di andare avanti. Mosca e Pechino hanno deciso di fare dello scambio petrolifero la via al sistema monetario multipolare, cioè non basato esclusivamente sul dollaro ma che tenga conto di diverse valute e soprattutto rifletta i rapporti di forza nell’ordine mondiale. Le sanzioni economiche imposte da Washington e Bruxelles hanno incoraggiato i russi ad abbandonare le transazioni commerciali e finanziarie in dollari ed euro, in caso contrario sarebbero stati troppo esposti ai sabotaggi nel commercio con i principali partner. Perciò, da metà 2015, il petrolio che la Cina compra dalla Russia è pagato in yuan e non dollari, come confermato dai dirigenti di Gazprom Neft, il ramo petrolifero di Gazprom (5). Questo incoraggia l’uso della “moneta del popolo” (‘RMB’) nel mercato globale del petrolio, consentendo alla Russia di neutralizzare l’offensiva economica lanciata da Stati Uniti ed Unione Europea. Le fondamenta del nuovo ordine finanziario supportato dal petroyuan emergono: la valuta cinese è destinata a diventare il fulcro del commercio in Asia-Pacifico delle grandi potenze petrolifere. Oggi la Russia commercia petrolio con la Cina in yuan, e lo stesso in futuro farà l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) quando la Cina lo chiederà. O il culto dell’Arabia Saudita per il dollaro gli farà perdere uno dei principali clienti? (6)
Altre potenze geoeconomiche già seguono le orme di Russia e Cina, avendo capito che per costruire un sistema monetario più equilibrato, la ‘dollarizzazione’ dell’economia mondiale è una priorità. Non meno importante è che dal crollo del prezzo del petrolio di oltre il 60 per cento (a metà del 2014) le banche cinesi sono un sostegno cruciale per finanziare le infrastrutture energetiche congiunte. Per esempio, per avviare al più presto il gasdotto russo-cinese ‘Forza della Siberia’, Gazprom ha richiesto a Bank of China un prestito quinquennale da 2 miliardi di euro, lo scorso marzo (7). È il più grande credito bilaterale che Gazprom ha contratto con un istituto finanziario finora. Un altro esempio è il prestito che la Cina ha concesso alla Russia poche settimane fa di 12 miliardi di dollari per il progetto Jamal LNG (gas naturale liquefatto) nella regione artica (8). Evidentemente la politica estera della Russia nel settore energetico non subisce alcun isolamento, al contrario, vive uno dei momenti migliori grazie alla Cina. In conclusione, l’ostilità dei capi di Stati Uniti ed Unione Europea verso il governo di Vladimir Putin ha precipitato il rafforzamento dell’alleanza energetica russo-cinese, che a sua volta non fa altro che aumentare la preponderanza orientale sul mercato mondiale del petrolio. La grande scommessa di Mosca e Pechino è il petroyuan, strumento di pagamento dal carattere strategico che avanzerà la sfida per porre fine al predominio del dollaro nel determinare i prezzi dell’oro nero.1Note
1. “Rusia y China firman el histórico contrato multimillonario de suministro de gas“, Russia Today, 21 maggio 2014.
2. “Россия в декабре стала крупнейшим экспортером нефти в Китай“, TASS, 26 aprile 2016.
3. “China Overtakes Germany as Top Russian Oil Consumer“, Sputnik, 11 marzo 2016.
4. “China Confirms Readiness to Import 27Mln Tonnes of Russian Oil in 2016“, Sputnik, 31 marzo 2016.
5. “Gazprom Neft sells oil to China in renminbi rather than dollars“, Jack Farchy, Financial Times, 1 giugno 2015.
6. “Saudi Arabia having ‘a very difficult time selling oil’ as Russia and Iraq compete for trade“, The Independent, 29 marzo 2016.
7. “Gazprom secures €2bn loan from Bank of China“, Jack Farchy, Financial Times, 3 marzo 2016.
8. “Russia’s Yamal LNG gets round sanctions with $12 bln Chinese loan deal“, Reuters, 29 aprile 2016.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’industrializzazione della Polonia popolare e le sue conseguenze sociali

Il testo per il quale dei comunisti polacchi vengono incarcerati
Histoire et Societé 5 maggio132_HutaArcelorMittalWarszawaMonika presenta il caso dei quattro comunisti polacchi condannati senza diritto alla difesa per reato di opinione, che comincia ad essere noto… ma non vi è alcun reale sostegno. Invio un esempio del motivo per cui sono condannati! Un testo “ultraviolento” davvero… l’analisi di Beata Karon, una degli attivisti condannati per il seminario “Bilancio del Socialismo reale”, tenutosi presso il Forum Est Europeo di Wroclaw lo scorso marzo. Eco il testo, la storia dell’industria polacca e della sua distruzione da parte del capitalismo… Sarei molto felice se venisse pubblicata come petizione nei blog e giornali; in realtà non solo il contributo di questi giovani è importante per il bilancio della Polonia popolare, ma ancora si viene repressi per questo… Il sistema si fascistizza, finora si accontentava di privarci “solo” di posizione sociale, occupazione, riconoscimento e denaro, ma poi vanno dritti, come prima della guerra, dicendo che i comunisti devono stare in prigione! Naturalmente anche se questi giovani non sono condannati a nove mesi di carcere o al servizio sociale, si tratta di piegarli; è ben noto che la fedina penale impedisce di lavorare in scuole e servizi pubblici con i bambini… Anch’io penso che sia un test per vedere come reagiremo… E solo per un reato di opinione; si viene condannati per aver scritto su un giornale!

“L’industrializzazione della Polonia popolare e le sue conseguenze sociali”
Beata Karon, Partito Comunista Polacco

fso-prima-ii-02Negli ultimi 25 anni il quadro dei risultati economici della Polonia negli anni 1944-1989 è stata deliberatamente falsificato per giustificare interessi politici. Un esempio lampante di tale manipolazione è la famosa frase pronunciata nei primi anni ’90 da Jan Bielecki, allora primo ministro, che “i comunisti hanno distrutto l’economia polacca più dell’occupazione nazista“. L’anno scorso il presidente Komorowski ha detto che “la Polonia ha recuperato nel 1989 dalle mani dei comunisti un’economia in rovina“. Allo stesso modo istituzioni come l’Istituto della Memoria Nazionale evidenziava esagerando i problemi dell’economia defunta, mentre non presentava lo sviluppo raggiunto in quel periodo. Tale immagine di distruzione è completamente lontana dalla realtà. Nella Polonia popolare molti sviluppi positivi ebbero luogo, anche nel campo economico. L’industrializzazione meglio illustra le conquiste sociali del socialismo reale in Polonia. Ed è anche importante analizzare l’industrializzazione della Polonia popolare per capire come poté realizzarsi la trasformazione capitalistica.
Iniziamo presentando la Polonia nel 1945, una Polonia appena uscita dall’arretratezza economica della Seconda Repubblica e dalle rovine della guerra. Nel 1918-1939 la Polonia era un Paese agricolo e nel 1939 aveva un livello d’industrializzazione pari a quella dei territori polacchi nel 1913. Negli anni 1935-1939 furono costruite sotto la COP, Regione Industriale Centrale, solo 51 nuove imprese con 110000 dipendenti. Durante la Seconda guerra mondiale l’apparato produttivo fu quasi completamente distrutto. L’ufficio d’indennità di guerra cita nel rapporto del 1947 che il 64,5% delle strutture dell’industria chimica, il 64,3% delle tipografie, il 59,7% dell’elettrotecnica, il 55,4% del tessile, il 53,1% dell’alimentare e il 48% della metallurgia erano state distrutte. L’industrializzazione del dopoguerra fu il risultato delle trasformazioni politiche con la nazionalizzazione delle aziende, permettendo la ricostruzione senza l’intervento degli ex-proprietari e dei loro eredi. La nazionalizzazione della proprietà nelle città ne facilitò lo sviluppo consentendo la ricostruzione e la rapida costruzione di intere città laddove furono pianificati impianti di produzione. Le autorità crearono l’Istituto centrale di pianificazione (CUP) che attuò il Piano triennale per la ricostruzione economica negli anni 1947-1949. Il piano conteneva il programma per ricostruire rapidamente le fabbriche distrutte e sviluppare l’industria. Le statistiche dimostrano l’intensificazione degli investimenti. Se nel 1937 25 su 1000 persone lavoravano nell’industria, nel 1950 erano 85, più di tre volte tanto. Nel primo Piano Triennale furono costruite le maggiori aziende nella Polonia popolare come la Fabbrica di Automobili Personali (FSO) a Varsavia, nonché il famoso kombinat metallurgico di Nowa Huta. Nella seconda fase dell’industrializzazione nel 1951-1960, le autorità costruirono 519 aziende, il 32% degli impianti attivi nella Polonia popolare in quel periodo. Nei seguenti 10 anni furono costruite 617 imprese industriali. In totale, negli anni 1949-1988 furono aperte 1615 fabbriche con oltre 100 dipendenti. In queste aziende lavoravano più di 2 milioni di persone. Il valore della produzione di queste aziende fu di 17 miliardi di zloty, il 55% del valore dell’industria in Polonia. La metà della produzione industriale in Polonia si concentrava su cinque settori, acciaio, energia, industria chimica, trasformazione dei prodotti alimentari e miniere. Il maggior numero di aziende fu creato nel settore alimentare, 295, spesso più piccole di quelle dell’industria pesante. Furono inoltre create 142 imprese ad alta tecnologia.
L’industrializzazione comportò cambiamenti demografici. Nel 1946 oltre il 68% dei polacchi viveva nei villaggi. In seguito a sviluppo e costruzione di città correlate alle infrastrutture industriali, nel 1960 tale tasso scese al 51,7%. Tuttavia le disuguaglianze territoriali tra aree industriali ed agricole diminuirono perché aziende industriali furono aperte anche nelle città di medie dimensioni, trainando lo sviluppo delle piccole città e dei villaggi. Nacque la nuova classe operaia e nuove classi medie con la mobilità sociale consentita da industrializzazione e urbanizzazione. Lo sviluppo dell’industria creò stabilità occupazionale. I diplomati delle scuole professionali trovavano lavoro immediatamente con una prospettiva di carriera per diversi decenni. Le differenze di reddito tra capireparto e operai non erano molto grandi e furono accettate dalla società. Le aziende create nella Polonia popolare garantirono ai dipendenti, immediatamente dopo l’assunzione, notevoli benefici oltre allo stipendio. Questi benefici erano composti da case di cultura, centri medici aziendali, scuole professionali, alloggi aziendali. L’industrializzazione culminò negli anni ’70 con la costruzione di grandi industrie mentre le autorità cercarono in primo luogo di sviluppare tecnologie avanzate. Nel 1970 137 polacchi su 1000 lavoravano nell’industria, e nel 1980 erano 147 su 1000. Nelle aziende all’inizio degli anni ’70, furono creati 2 milioni di nuovi posti di lavoro, soprattutto nella metalmaccanica (202000), quindi nell’estrazione (187000) e nella siderurgia (173000 posti di lavoro). Negli anni ’80 il numero di addetti all’industria diminuì e comparvero i primi sintomi della de-industralizzazione, infatti iniziarono a chiudere alcune controllate già destinate alla privatizzazione. Le nuove joint venture ricevevano dalle società capitale gratuito, macchinario avanzato e personale meglio addestrato. Dal 1989 la “trasformazione” con la privatizzazione capitalista iniziò liquidando su larga scala le industrie. Dal 1989 al 2012 657 aziende delle 1615 costruite nella Polonia popolare furono chiuse, il 40% delle imprese costruite nella Polonia popolare fu così distrutto. Inoltre, date le grandi dimensioni, la distruzione ebbe conseguenze economiche e sociali gravi per intere regioni. Così i nuovi governi distrussero più di 834000 posti di lavoro, tra cui 640000 nelle maggiori imprese, quelle con oltre 1000 dipendenti. 242 aziende di queste dimensioni furono liquidate. Tra le 657 aziende defunte, solo 28 furono chiuse per obsolescenza tecnologica e 18 per tutela ambientale. Se si aggiungono 86 aziende chiuse per redditività non immediata, si hanno 132 aziende, meno di un quarto ebbe motivo di essere chiuso. Nelle 500 società rimanenti, la distruzione fu causata da “forza del mercato”, cattiva gestione e liquidazione per decisioni puramente politiche. Tali società furono svendute e i nuovi proprietari perseguivano accaparramento di capitali o mera distruzione, perché erano concorrenti. Un esempio è la compagnia di cellulosa e carta Kostrzyn venduta ad un capitalista svedese per 0,8 milioni di zloty, mentre il bilancio della società (valore meno il debito) era superiore a 250 milioni di zloty.
L’acciaieria Huta Warszawa è l’esempio della privatizzazione. Negli anni del boom impiegava 10000 dipendenti, aveva una propria scuola professionale che ogni anno diplomava 1000 allievi. La ristrutturazione dei primi anni ’90 ridusse il numero di dipendenti a 4500. Nel 1992 la società italiana Lucchini rilevò la fabbrica trasformandola in società a responsabilità limitata, riducendo ulteriormente i posti di lavoro, ma promettendo di mantenere i benefici e la modernizzazione della produzione. Lucchini però continuò a dislocare diversi settori produttivi. La liberalizzazione del mercato dell’acciaio fece il resto. Nel 1999 l’azienda aveva non più di 2000 impiegati. Ciò che rimaneva degli altiforni di Huta Warszawa non poteva competere sul mercato siderurgico globale. Nel 2005 ArcelorMittal acquistò l’impianto. Con la crisi del 2008 ArcelorMittal decise di rivendere la controllata polacca per recuperare le perdite dovute a multe per pratiche monopolistiche e danni ambientali altrove. Nel 2013 la maggior parte dei posti di lavoro di Huta Warszawa era persa e gli operai furono licenziati, rimanendone solo 200, costretti a licenziarsi per rallentamento della produzione e cessazione degli investimenti. Oggi la fabbrica è fallita e la sua produzione non ha alcun valore sul mercato. Un altro impianto emblematico della storia della Polonia e di Varsavia fu distrutto nello stesso modo. La FSO, Fabryka Samochodów Osobowych, Fabbrica di Automobili Personale. Per la FSO 13 aziende subappaltatrici producevano parti di auto nel Paese. La fabbrica impiegava molte persone che vivevano nei villaggi della regione o nei sobborghi di Varsavia. Dai primi anni ’90 molti posti di lavoro andarono persi. La società non investì nelle nuove produzioni, in attesa dell’acquisizione da parte di un investitore. Nel 1995 i politici decisero di privatizzarla chiudendola e trasferendone il patrimonio alla Società del Tesoro Pubblico, che firmò una joint venture con la Daewoo. L’accordo siglato con la multinazionale coreana prevedeva il mantenimento dei posti di lavoro per 3 anni e benefici ai lavoratori. Nel 1996, 20000 persone erano impiegate nella FSO, ma ci furono problemi finanziari anche per la Daewoo, portando alla chiusura della società polacca. L’azienda coreana prima chiuse molte aree dello stabilimento nel 2004 e quindi cessò la produzione. Per un certo periodo un oligarca ucraino fu proprietario dell’impianto, ma non fece alcun investimento. Nel 2009 vi erano 2500 dipendenti nella società di cui 600 rapidamente licenziati. La crisi del capitalismo fu mortale per la FSO: la General Motors che vendeva le Chevrolet prodotte a Varsavia violò nel 2011 gli accordi firmati. La produzione fu interrotta completamente e la SARL FSO non è che residuale. Produce serbatoi di carburante, impianti elettrici per auto, recinzioni da giardino, lampade, giocattoli Lego o componenti per lavatrice.
Attualmente il 30% dei dipendenti polacchi ancora lavora nell’industria. Tuttavia non vi sono grandi aziende, ma reti di piccole imprese che impiegano meno dipendenti e sono geograficamente disperse con una produzione diversificata. Il carattere della produzione è anche cambiato. Durante la Polonia popolare, la progettazione dei prodotti era il frutto di ingegneri locali e si vendevano prodotti creati dalla A alla Z in loco. Attualmente le aziende internazionali che investono in Polonia vogliono implementare elementi prodotti altrove o produrre solo componenti da assemblare in altri Paesi. Le imprese industriali hanno assai meno indipendenti e sono molto vulnerabili alle crisi del capitalismo. Analogamente, il processo di urbanizzazione s’è invertito con la distruzione dell’industria nata nella Polonia Popolare. Nel 1991 il 62% della popolazione polacca viveva in città nel 2009 meno del 61%, con tendenza alla diminuzione. La de-industrializzazione della Polonia dal 1989 fu più veloce e più massiccia rispetto agli altri Paesi europei, comportando disoccupazione di massa, regressione sociale e culturale, emigrazione, in particolare dei giovani. La distruzione delle imprese industriali in Polonia è in gran parte effetto di decisioni puramente politiche, uno degli obiettivi del nuovo potere era sbarazzarsi del bene pubblico nazionale, in modo che gli investitori stranieri ne disponessero liberamente senza preoccuparsi delle conseguenze sociali.z8330572Q,Budowa-sceny-na-niedzielne-przedstawienie-w-dawnejTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Petrodollari: i governanti sauditi si preparano all’esilio

DWNSouthfront

Saudi-Arabia_defence_MapI membri della famiglia reale saudita sembrano prepararsi ad andare in esilio. Hanno venduto più petrolio possibile esportando petrodollari dal Paese. Il prezzo del petrolio in calo non interessa. Chiari segnali arrivano dagli Stati Uniti sui giorni dei clan contati. Nel primo trimestre le esportazioni di petrolio dell’Arabia Saudita sono aumentate del 3,5 per cento rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente, riporta Fuelfix. L’anno scorso, circa il 61 per cento delle esportazioni di petrolio saudita andò in Asia. Quest’anno finora il 65 per cento delle esportazioni di petrolio saudita è andato in Asia. Di questo, il 14 per cento è stato esportato verso la Cina. Nel confronto tra i Paesi, gli Stati Uniti sono il mercato più importante per il petrolio saudita. A marzo le esportazioni di petrolio saudita negli Stati Uniti hanno raggiunto un volume giornaliero di 1,28 milioni di barili, un record in undici mesi. A dicembre Oilprice.com ha riferito che l’Arabia Saudita, nonostante il calo dei prezzi del petrolio, aumentava le esportazioni di petrolio. Il Paese vende petrolio a qualsiasi prezzo. Allo stesso tempo, resiste agli appelli alla riduzione della produzione di petrolio. Al contrario, il regno chiede una riduzione della produzione a Russia e Iran, per proprio conto, per la ripresa del prezzo del petrolio. Secondo i media, Riyadh ha voluto danneggiare in particolare Russia e Iran con questa politica, considerati rivali in Medio Oriente. Ma i maggiori danni oggettivamente sono sofferti dal regno stesso. Le riserve di valuta estera del Paese sono diminuite drasticamente a causa del calo dei prezzi del petrolio. Il bilancio dello Stato non può più essere finanziato nel solito modo. Pertanto, tale atteggiamento non può solo essere spiegato con il fatto che l’Arabia Saudita vorrebbe indebolire Russia e Iran. Il regno ha in questi ultimi decenni accumulato petrodollari principalmente in obbligazioni e investimenti statunitensi. Una parte significativa dei fondi a quanto pare è finita nei centri offshore statunitensi come Delaware, Wyoming e Nevada. I Panama Papers confermano che la famiglia reale saudita ha parcheggiato fondi nei paradisi fiscali. Tale processo s’è accelerato con i conflitti in Medio Oriente e l’agitazione nel proprio Paese. La famiglia reale saudita teme un colpo di Stato e a quanto pare si prepara a un futuro in esilio.
L’ex-Capo di Stato Maggiore al Pentagono, Lawrence Wilkerson, ha detto al German Economic News: “Deve essere chiaro che la primavera araba, che io chiamo inverno arabo, non è ancora finita. Re ed emiri di Bahrayn, Arabia Saudita e Qatar ed altri sono spaventati. Il mondo cambia e questi emiri e re sono dal lato sbagliato della storia. I loro giorni sono contati“. L’Arabia Saudita è direttamente coinvolta nei conflitti in Yemen e Siria, che polarizzano la politica interna del Paese. Oltre agli sciiti, ci sono altri gruppi nel Paese che non condividono la politica estera della famiglia reale. Ma ci sono anche critici tra i principi sauditi che sostengono il rovesciamento della monarchia saudita, secondo The Guardian. Secondo costoro, il Regno non è più accettabile perché ha perso legittimità. Defense One ha riferito: “Non c’è assolutamente alcun governo in Arabia Saudita. E’ un luogo instabile, così corrotto da assomigliare ad un’organizzazione criminale e gli Stati Uniti dovrebbero predisporsi per il periodo successivo“. L’aria diventa irrespirabile per la famiglia reale saudita. Peggiore è il conflitto nella regione e più petrolio il Paese vende esportandone successivamente i profitti. Anche il presidente Obama chiede ora “riforme democratiche” a Riyadh. Indicando la necessità di tali riforme per evitare disordini in Arabia Saudita. La stessa retorica che Obama usò poco prima dello scoppio del conflitto siriano nel 2011 contro il governo di Damasco. In seguito scoppiava il conflitto in Siria finanziato dall’estero.640x-1

Collasso imminente: gli Stati del Golfo perdono 500 miliardi di dollari per i bassi prezzi del petrolio
DWN South Front

I bassi prezzi del petrolio scavano un buco enorme nei bilanci degli Stati del Golfo, secondo il FMI. Ciò minaccerebbe il sistema finanziario globale. Nel rapporto sulla regione il Fondo monetario internazionale (FMI) afferma di aver dovuto rivedere al ribasso in modo significativo le previsioni di crescita. La ragione principale di ciò sono i bassi prezzi del petrolio, che comporterebbero gravi carenze nelle vendite e deficit di bilancio nel medio periodo. I calcoli dei fondi si basano sul prezzo medio del petrolio di circa 50 dollari al barile (159 litri), alla fine del decennio in corso.Grafik-e1461770906182Solo lo scorso anno, i proventi del petrolio dei Paesi produttori di petrolio del Medio Oriente sono scesi di circa 390 miliardi di dollari. Nell’anno in corso, il FMI presume un ulteriore calo di altri 140 miliardi di dollari. Così, in soli due anni, i Paesi colpiti, Arabia Saudita, Quwayt, Qatar, Bahrayn, Emirati Arabi Uniti, Oman, Yemen, Algeria, Libia, Iraq e Iran, subirebbero perdite nell’esportazione per mezzo trilione di dollari. Secondo il FMI, in particolare le economie delle monarchie del Golfo, membri del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), soffriranno della caduta dei prezzi del petrolio. Mentre Medio Oriente e Nord Africa registrano una crescita complessiva del 3 per cento quest’anno, il FMI prevede solo una crescita dell’1,8 per cento nelle economie degli Stati del Golfo per quest’anno. L’anno scorso, i Paesi del CCG sono cresciuti del 3,3 per cento, però. Il deterioramento dei prezzi del petrolio avrebbe un impatto devastante anche sulle finanze pubbliche; alcuni governi hanno già parlato e di fatto attuato contromisure, come ad esempio l’introduzione dell’IVA, secondo il FMI. “Molti Paesi hanno compiuto notevoli sforzi per stabilizzare i bilanci. Si sono concentrati principalmente su tagli di spesa, ma anche sulle riforme dei prezzi dell’energia. Per Algeria e CCG, prevediamo ancora un deficit medio del 12,75 per cento del bilancio nel 2016, che rimarrà a circa il 7 per cento nel medio periodo“. Tra il 2016 e il 2020, il FMI si aspetta un deficit di bilancio totale di 900 miliardi di euro in questi Paesi. Tale deficit ha già spinto alcuni Paesi produttori di petrolio ad abbandonare i vecchi privilegi. Così, per la prima volta dal 1990, l’Arabia Saudita ha dovuto riprendere la raccolta dei capitali dal mercato finanziario internazionale. Il maggiore produttore di petrolio del mondo comincia a preparare una strategia per diversificare l’economia in un futuro senza petrolio. Dal punto di vista del FMI questa è la formula giusta: “E’ necessario che tutti i Paesi intensifichino gli sforzi per attuare riforme per migliorare le prospettive economiche, creando posti di lavoro e accrescendo l’integrazione prima che sia troppo tardi“, ha detto il direttore per il Medio Oriente e l’Asia centrale, Masood Ahmed.GCC-MapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina vede il bluff dei Rothschild con lo Yuan-oro e il missile da 12000 km

Covert Geopolitics, 21 aprile 2016£¨Ê±Õþ£©Ï°½üƽÊÓ²ì¾üίÁªºÏ×÷Õ½Ö¸»ÓÖÐÐÄOggi, il Presidente cinese Xi Jinping chiede “un sistema di comando congiunto operativo che vinca la guerra” in risposta alla costante istigazione belluina khazara, tipica dei capitalisti del “vorrei ma non posso”. “Il Presidente cinese Xi Jinping ha ispezionato il Centro di comando operativo congiunto della Commissione militare centrale (CMC) a Pechino, chiedendo la costruzione di un sistema di comando operativo congiunto efficiente in grado di vincere le guerre moderne. In tenuta militare, Xi, che è anche presidente della CMC, ha chiesto d’attuare strategie militari compatibili con i nuovi tempi e concentrarsi sullo studio dei comandi in battaglia e tattici. Xi avanza una serie di riforme in campo militare dall’anno scorso, volte a rafforzare la leadership del partito sui militari, così come l’adozione di un sistema di comando più efficace per migliorare l’operatività delle truppe. Le riforme mutano i precedenti sette comandi regionali in cinque comandi operativi regionali, in grado di dirigere più risorse e forze militari. Le riforme mirano a stabilire un sistema di comando su tre livelli “CMC – Comando operativo regionale – truppe” e un sistema di direzione dalla CMC alle varie armi e alle truppe. Xi ha anche chiesto agli ufficiali di cambiare mentalità, per costruire un sistema di comando operativo congiunto che sia “assolutamente leale, pieno di risorse in combattimento, efficiente e coraggioso nel comandare e capace di vincere la guerra”. Global Times
Questa appello precede il test di lancio di un missile DF-41 in risposta a una velata minaccia, “Se c’è un conflitto tra la Cina e un alleato militare degli Stati Uniti, come il Giappone, allora non è esagerato dire che siamo sulla soglia della terza guerra mondiale“, aveva dichiarato Soros nel maggio 2015. “Pechino ha testato con successo un nuovo missile balistico a lungo raggio in grado di colpire qualsiasi bersaglio nel mondo. Il missile in soli 30 minuti copre una gittata massima di 12mila chilometri effettuando molteplici attacchi su qualsiasi Stato nucleare. Il lancio del missile cinese Dongfeng-41 fu registrato dal sistema di rilevamento satellitare degli Stati Uniti in tempo reale, riferiva Washington Free Beacon, anche se la posizione del lancio non venne immediatamente rivelata. Il lancio avvenne da una nuova piattaforma autostradale, e si trattava del settimo test di lancio del DF-41“. RussiaToday
Ricordiamo che nell’agosto 2014 la Cina fu colpita da una bomba nucleare tattica alla spina dorsale economica.
La Cina esita ad ammettere di essere rimasta senza parole
Il test della guerra elettronica della Russia contro gli attacchi spaziali che hanno colpito la Cina ultimamente
20-dollar-bill-transfer-transferframe198Il portavoce dei Rothschild, Soros, dopo aver visto scoperto il suo bluff, recentemente, con l’annuncio dello “Yuan ancorato all’oro” della Cina e il parallelo test del missile MARV dalla gittata più lunga del mondo, ora si tira indietro ricorrendo al terrorismo mediatico. Ma c’è ancora qualcuno così stupido da ascoltare tale topo? L’investitore miliardario George Soros ha detto che l’economia alimentata dal debito dei cinesi assomiglia a quella degli Stati Uniti nel 2007-08, prima che i mercati del credito crollassero generando la recessione globale. L’aumento del credito di marzo in Cina dovrebbe essere visto come un avvertimento, aveva detto Soros durante un evento dell’Asia Society di New York. La misura più ampia per il nuovo credito nella seconda maggiore economia del mondo fu di 2,34 miliardi di yuan (362 miliardi di dollari) il mese scorso, superando di gran lunga la previsione media di 1,4 miliardi di yuan di un’inchiesta di Bloomberg, segnalando che il governo da priorità alla crescita controllata del debito. Ciò che succede in Cina “assomiglia stranamente a ciò che è successo nella crisi finanziaria degli Stati Uniti nel 2007-08, alimentando anche la crescita del credito“, aveva detto Soros. “La maggior parte del denaro che le banche forniscono è necessario a mantenere imprese in sofferenza e in perdita“. Bloomberg
Un Paese creditore degli Stati Uniti e completamente industrializzato con un programma spaziale di successo e una moneta basata sull’oro come la Cina, non si regge su un’economia alimentata dal debito. È un’economia in grado di sostenersi da sola senza aiuto estero, di gran lunga meglio di quello che fa la Corea democratica. L’internazionalizzazione secondo la nozione che gli investimenti esteri siano una necessità piuttosto che un’opzione, è errata. Questo può essere dimostrato subito considerando il quadro più grande, cioè l’economia planetaria, che ovviamente si regge su se stessa, senza la necessità di investimenti interplanetari. L’allineamento dello yuan cinese all’oro impedisce efficacemente l’uso del fiat khazaro del dollaro nell’economia basata sui beni. Non si accetterà più lo scambio yuan-dollaro e oro-dollaro, pensando che 2 trilioni di buoni del tesoro degli Stati Uniti siano scaricati in qualsiasi momento, in cambio di altro oro o altri beni durevoli. Ora che il guanto di sfida è finalmente gettato sul dollaro fiat, la reazione iniziale del tesoriere degli Stati Uniti Jack Lew era cambiare l’effige sulla banconota da 20 dollari quale distrazione in collaborazione con il solito terrorista Soros. “Harriet Tubman scaccerà Andrew Jackson dalla faccia della banconota da 20 dollari, mentre Alexander Hamilton resterà sui 10 dollari. Una mossa storica che dà a una donna una collocazione privilegiata sulla valuta statunitense e reprime la polemica scatenata dai super-fan di Hamilton“. Politico
Inoltre, le false bandiere non sono assolutamente escluse considerando la corsa dal “margine” ristretto tra i candidati alla presidenza, destinata ad inaugurare la nuova speranza per gli USA, proprio come quando Obama era ancora un oscuro senatore. “Le persone sono più o meno stufe e stanche dello status quo e vogliono qualcosa di completamente diverso“, dice forte e chiaro l’attivista politico Kazembe Balagun. “Il fatto è che nessuno dei candidati della dirigenza, Trump o Clinton, offre eventuali soluzioni reali…” Sputnik
A parte la truffa della moneta fiat e dei petrodollari insanguinati, un’altra fonte significativa di fondi per la mafia nazionista khazara è il settore “sanitario” che ha registrato ben 3,09 miliardi di dollari nel 2014 e si prevede salgano a 3,57 miliardi di dollari nel 2017 nei soli Stati Uniti. Crediamo che questa sia solo una stima prudente. Possiamo evitare l’uso di droghe, sconfiggere ogni attacco virale e allarmismo, come il virus Zika, costruendo facilmente un nostro completo sistema antivirale. Altro qui.hillary-clinton-carTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Deutsche Bank accusa il cartello dell’oro

F. William Engdahl, New Eastern Outlook, 19/04/2016

Gary Gensler

Gary Gensler

Deutsche Bank, una volta rispettata banca della Germania, ha ammesso di far parte del grande cartello di Wall Street ed altre banche internazionali che ha deliberatamente manipolano il prezzo dell’oro da anni. Inoltre, la banca tedesca, in una transazione giudiziaria con parti in causa presso un tribunale degli Stati Uniti, ha accettato di nominare le altre grandi banche coinvolte nel crimine. Dato che tale dramma si svolgerà nelle prossime settimane e mesi, il mondo potrebbe vedere il prezzo dell’oro salire a nuove altezze, riflettendone la vera domanda sul mercato globale, che è enorme.
La prima volta che mi sono imbattuto nella prove che Wall Street e certe altre grandi banche internazionali, in collaborazione con la Federal Reserve, deliberatamente sopprimevano il prezzo dell’oro mondiale, fu dopo il crollo del mercato azionario globale dell’ottobre 1987. Quando il Dow Jones perse il 23% in un solo giorno. John Crudele, giornalista finanziario eccezionalmente persistente del New York Post e John Williams del Shadow Government Statistics ed economista eccezionale, mi informarono delle relazioni sulla manipolazione dell’oro. La ragione della correzione, che l’allora capo della FED Alan Greenspan avrebbe orchestrato, era evitare una fuga precipitosa degli investitori in preda al panico da titoli ed obbligazioni rischiosi all’oro. L’oro approfittava del cumularsi del panico, comportando la rapida fine del sistema del dollaro. Si attivarono quindi per evitare l’aumento dell’oro. Ora, il 15 aprile, in un caso tentato dalla corte distrettuale di New York, la Deutsche Bank ha scritto alla Corte di essersi accordata col gruppo di commercianti che la citava in giudizio. Questo accordo è una bomba. Deutsche Bank darà anche le prove per aiutare i commercianti in cause simili contro altre grandi banche accusate di far parte del cartello che decide i prezzi di oro e argento. La banca tedesca ha dichiarato alla Corte che passerà messaggi istantanei ed altre comunicazioni per aiutarla ulteriormente nel caso: “Oltre agli onerosi titoli monetari da versare in un fondo di risarcimento, l’accordo prevede anche altri obblighi come disposizioni che richiedono la cooperazione della Deutsche Bank nel perseguire rivendicazioni contro altri imputati”, hanno scritto alla Corte gli avvocati della banca. I commercianti in causa con Deutsche Bank e altri sostengono che le banche hanno abusato della loro posizione per controllare il prezzo di argento e oro quotidianamente, traendo un profitto illegittimo dalla negoziazione, colpendo gli altri investitori nel mercato dell’argento, in riferimento a transazioni per miliardi di dollari. In particolare, la Commodity Futures Trading Commission (CFTC), l’agenzia governativa degli Stati Uniti che avrebbe dal Congresso il mandato per regolamentare tali banche e la negoziazione sui loro derivati, avviò proprie indagini nel 2008. Dopo cinque anni di “indagini” sulle accuse di aggiotaggio sui mercati dell’argento, nel 2013 la CFTC fece cadere il caso. Il presidente della CFTC era Gary Gensler, ex-partner di Goldman Sachs, probabilmente solo una coincidenza. Oggi Gensler è responsabile del finanziamento della campagna presidenziale di Hillary Clinton. Oh oh oh…

A chi gli dei vorrebbero distruggere…
Il sottotitolo in inglese del mio ultimo libro, L’egemone perduto, è tratto dall’espressione classica greca “a chi gli dei vogliono distruggere, prima tolgono il senno”. Vale certamente per la manciata di privilegiate banche di Wall Street e UE ritenute “troppo grandi per fallire”. Le stesse banche folli implicate nelle manipolazioni del mercato dell’oro e dell’argento furono denunciate per la manipolazione dei tassi d’interesse internazionali di Londra, i LIBOR, così come di valute specifiche. Solo pochi giorni prima della bomba della Deutsche Bank, Wells Fargo e Goldman Sachs ammettevano di aver frodato il governo degli Stati Uniti per quasi un decennio; una frode che portava al crollo del mercato immobiliare. L’esecutore del piano di salvataggio degli amici di Wall Street del segretario al Tesoro degli USA in tale tsunami era l’ex-presidente della Goldman Sachs Henry Paulsen. In breve alcune delle più grandi banche del mondo vengono denunciate quali imprese criminali.

La falla nella diga
Il prezzo quotidiano dell’oro a Londra è “fissato” in una sala speciale presso la Barclays Bank, sotto gli auspici dei membri della London Bullion Market Association. Le banche che decidono il prezzo del metallo prezioso sono Bank of Nova Scotia-ScotiaMocatta, Barclays Bank, Deutsche Bank AG London, HSBC Bank USA NA London Branch e la francese Société Générale. Oltre a Deutsche Bank, le banche attualmente citate in giudizio a New York quali parti del cartello includono HSBC Holdings Plc, Bank of Nova Scotia e il gigante svizzero UBS. L’elenco si amplierà e possiamo essere sicuri che anche JP MorganChase, Goldman Sachs e altre banche privilegiate di Wall Street sono già obiettivo di centinaia di azioni legali collettive in preparazione. Un giorno, dopo la drammatica notizia della Deutsche Bank, due azioni legali collettive per 1 miliardo di dollari di danni agli investitori canadesi su oro e argento, furono lanciate presso la Corte Superiore di Giustizia dell’Ontario. La prima class action sostiene che gli imputati, tra cui la Banca of Nova Scotia, hanno cospirato per manipolare i prezzi sul mercato dell’argento con il pretesto del processo di decisione del prezzo di riferimento, noto come Silver Fixing di Londra, per almeno quindici anni. Il caso è “a nome di tutte le persone che in Canada, tra il 1° gennaio 1999 e il 14 agosto 2014, ebbero transazioni con strumenti del mercato dell’argento, direttamente o indirettamente, tra gli investitori partecipanti a un fondo di investimenti o di equità, fondo comune d’investimento, hedge fund, fondo pensione o qualsiasi altro veicolo d’investimento scambiato quale strumento del mercato d’argento”. Una class action identica fu lanciata per la manipolazione dell’oro. Ora che la diga della decisione dei prezzi è rotta e la Deutsche Bank ha in effetti deciso di prendersela con i compari banchieri che decidevano i prezzi truccati delle materie prime, è certo che infinite discussioni tra operatori e investitori danneggiati e i loro avvocati si tradurranno in un flusso di costosi contenziosi che soffocheranno le banche di Wall Street e City di Londra e collusi continentali. È interessante notare che ciò dovrebbe sbloccare il mercato dell’oro mondiale, proprio mentre la Cina, ovviamente, alimenta i giochi di Wall Street sul prezzo dell’oro, creando il mercato dell’oro di Shanghai destinato a sostituire quelli di Londra e New York con regole del tutto diverse. Questo potrebbe essere l’alba di una nuova età dell’oro, letteralmente e figurativamente.

Henry Paulsen

Henry Paulsen

F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University ed autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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