Clinton e Soros lanciano la rivoluzione viola negli USA

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 11/11/2016hillary-7591La sconfitta della candidata presidenziale democratica Hillary Rodham Clinton non “passava tranquillamente in quella buona nottata”. La mattina dopo la sorprendente e inaspettata sconfitta per mano del parvenu repubblicano Donald Trump, Clinton e marito, l’ex-presidente Bill Clinton, entravano nella sala da ballo art-deco dell’hotel New Yorker nel cuore di Manhattan in abiti viola. La stampa subito notò il colore e chiese cosa rappresentasse. Il portavoce dei Clinton sostenne che rappresentasse l’incontro tra l’“America blu” dei democratici e l’“America rossa” dei repubblicani, unendosi nel viola. Tale dichiarazione era un mero stratagemma, noto ai cittadini dei Paesi oggetto in passato delle vili operazioni politiche del magnate degli hedge fund George Soros. I Clinton, che hanno ricevuto milioni di dollari in contributi elettorali e donazioni per la Clinton Foundation da Soros, in realtà avviavano la “rivoluzione viola” di Soros negli USA. La rivoluzione viola si opporrà agli sforzi dell’amministrazione Trump per respingere le politiche globaliste dei Clinton e dell’imminente ex-presidente Barack Obama. La rivoluzione viola cercherà inoltre di abbreviare l’amministrazione Trump con manifestazioni di piazza sorosiane e disagi politici. È dubbio che gli assistenti del presidente Trump lo consiglino dall’indagare sul diversivo dei server di posta elettronica privati di Clinton ed altre questioni relative alle attività della Fondazione Clinton, soprattutto quando la nazione deve affrontare tante altre questioni urgenti, tra cui posti di lavoro, immigrazione e assistenza sanitaria. Tuttavia, il presidente Jason Chaffetz dell’House Oversight and Government Reform Committee, ha detto che continuerà le udienze al Congresso, controllato dai repubblicani, su Hillary Clinton, Fondazione Clinton e l’assistente Huma Abedin. Il presidente Trump non deve lasciarsi distrarre da tali tentativi. Chaffetz non è un sostenitore di Trump. Globalisti ed interventisti statunitensi già avanzano il mantra opposto dai tanti “esperti” di sicurezza nazionale e militari di regime alla candidatura di Trump, Trump “deve” chiamarli ad unirsi all’amministrazione, perché non ci sono abbastanza “esperti” nella cerchia dei consulenti di Trump. Gli screditati neo-conservatori alla Casa Bianca di George W. Bush, come il co-cospiratore della guerra in Iraq Stephen Hadley, vengono menzionati come qualcuno a cui Trump dovrebbe chiedere di entrare nel suo Consiglio per la Sicurezza Nazionale o altre posizioni di rilievo. Il segretario di Stato di George HW Bush, James Baker, fiero lealista di Bush, viene anche indicato come membro della squadra alla Casa Bianca di Trump. Non c’è assolutamente alcuna ragione per Trump di chiedere il parere di fossili repubblicani come Baker, Hadley, Rice e Powell, il folle ex-ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite John Bolton, ed altri. Vi sono molti sostenitori di Trump dalla ricca esperienza nella sicurezza estera e nazionale, anche di origine africana, haitiana, ispanica e araba, senza essere neocon, che occuperebbero le posizioni ai vertici e intermedi dell’amministrazione Trump. Trump deve distanziarsi da neocon improvvisi benevolenti, avventurieri, militaristi ed interventisti, impedendogli d’infestarne l’amministrazione. Se Clinton avesse vinto, su un articolo sulla nuova amministrazione si sarebbe letto: “Sulla base del militarismo e dell’avventurismo estero da segretaria di Stato e del due volte presidente, il marito Bill Clinton, il mondo vedrà maggiore aggressività militare statunitense su vari fronti nel mondo. La presidentessa Hillary Clinton non nasconde il desiderio di confrontarsi con la Russia militarmente, diplomaticamente ed economicamente in Medio Oriente, alle porte della Russia in Europa orientale, e anche nella Federazione russa. Clinton ha rispolverato la politica del ‘contenimento’, da tempo screditata, introdotta dal professor George F. Kennan all’indomani della seconda guerra mondiale. L’amministrazione Clinton probabilmente promuoverà i neo-guerrieri freddi più feroci dell’amministrazione Obama, tra cui l’assistente segretaria di Stato per gli affari europei ed euroasiatici Victoria Nuland, favorita personale di Clinton”.
Il Presidente Trump non può permettersi che chi è nella stessa rete di Nuland, Hadley, Bolton ed altri, entri nella sua amministrazione, metastatizzandola come una forma aggressiva di cancro. Costoro non porterebbero avanti la politica di Trump, ma continuerebbero a danneggiare le relazioni degli USA con Russia, Cina, Iran, Cuba e altre nazioni. Non solo Trump avrebbe a che fare con i neocon repubblicani, che cercano di bacarne l’amministrazione, ma anche con il tentativo di Soros d’interrompere la sua presidenza con la rivoluzione viola. Prima che Trump sia nominato 45° presidente degli Stati Uniti, le operazioni politiche finanziate da Soros si attivavano per sabotarlo durante il periodo terminale di Obama e in seguito. La rapidità della rivoluzione viola ricorda la velocità con cui i manifestanti invasero le strade di Kiev, capitale ucraina, nelle due rivoluzioni arancioni sponsorizzate da Soros nel 2004 e, dieci anni dopo, nel 2014. Mentre i Clinton adottavano il viola a New York, manifestazioni di piazza violente, coordinate da Moveon.org e “Black Live Matter” finanziati da Soros, scoppiavano a New York, Los Angeles, Chicago, Oakland, Nashville, Cleveland, Washington, Austin, Seattle, Philadelphia, Richmond, St. Paul, Kansas City, Omaha, San Francisco e altre 200 città degli Stati Uniti. Il gruppo “Pussy Riot” finanziato da Soros pubblicava su YouTube un video anti-Trump dal titolo “Make America Great Again”. Il video è divenuto “virale” su Internet, ed è pieno di atti profani e violenti, ritraendo una distopica presidenza Trump. Seguendo la sceneggiatura dello scribacchio di George Soros, Gene Sharp, il membro delle Pussy Riot Nadya Tolokonnikova invocava gli statunitensi anti-Trump a trasformare la rabbia in arte, musica e arte visiva. L’uso dei graffiti politici è una tattica popolare di Sharp. Le proteste di strada, musica e arte anti-Trump sono la prima fase della rivoluzione viola di Soros negli USA.
Il presidente Trump affronta un duplice attacco dai nemici. Uno guidato dai burocrati neo-con, tra cui l’ex-direttore della National Security Agency e della CIA Michael Hayden, l’ex-segretario alla Sicurezza Nazionale Michael Chertoff, e i fedelissimi della famiglia Bush, cerca di decidere le nomine di Trump alle cariche per sicurezza nazionale, intelligence, politica estera e difesa dell’amministrazione. Tali neo-guerrieri freddi cercano di convincere Trump a mantenere l’aggressività di Obama verso Russia, Cina, Iran, Venezuela, Cuba e altri Paesi. Il secondo fronte contro Trump sono i gruppi politici e mediatici finanziati da Soros. Tale seconda linea di attacco attua la guerra di propaganda anti-Trump utilizzando centinaia di giornali, siti web ed emittenti, cercando di minare la fiducia del pubblico verso l’amministrazione Trump fin da subito. Uno degli annunci politici di Trump, poco prima dell’elezione, dichiarava che George Soros, la presidentessa della Federal Reserve Janet Yellen e l’amministratore delegato della Goldman Sachs Lloyd Blankfein, fanno parte di “una struttura di potere globale responsabile delle decisioni economiche che hanno derubato la nostra classe operaia, spogliato il nostro Paese della ricchezza, mettendola nelle tasche di un pugno di grandi aziende ed enti politici”. Soros e i suoi servi avevano immediatamente e ridicolmente attaccato l’annuncio come “antisemita”. Il presidente Trump dovrà stare in guardia contro coloro che la sua campagna ha denunciato e i loro colleghi. Il figlio di Soros, Alexander, ha invitato la figlia di Trump, Ivanka, e il marito Jared Kushner, a sconfessare pubblicamente Trump. Le tattiche di Soros non solo cercano di dividere le nazioni, ma anche le famiglie. Trump deve guardarsi dalle macchinazioni, attuali e future, di George Soros, tra cui la rivoluzione viola.2016-11-10t160706z_1_lynxmpeca9116_rtroptp_3_usa-election-protestsTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA sono in agonia e Trump è il medico

Valentin Katasonov, Neyromir TV, 12 novembre 2016 – Fort Russ

L’accesa discussione sui media è un diversivo, concentrata su questioni marginali che fanno appello alle emozioni, mentre problemi assai più gravi vengono nascosti, spiega il Professor Valentin P. Katasonov, associato all’Accademia delle Scienze economico-commerciali della Russia.2016-09-16t171446z_928589463_s1beubqzogab_rtrmadp_3_usa-election-trump-kqrb-835x437ilsole24ore-webVK: Trump conosce la situazione. Non mi aspettavo che fosse così aperto nel rivelarne i mali, rivela molti segreti. Questo è un bene per gli USA, affrontare la diagnosi piuttosto che nasconderla al paziente. Come sapete i tassi d’interesse nei Paesi del miliardo d’oro sono negativi. L’anno scorso quando i tassi d’interesse crebbero leggermente, causarono gravi conseguenze. Christine Lagarde chiese di fermarsi o sarebbe andata in bancarotta l’economia globale. Non alzarono i tassi d’interesse come previsto. Non nel primo o nel secondo trimestre. Sono in una situazione molto difficile. Trump ha detto che se i tassi d’interesse sono si alzano, gli USA andranno in default, perché la maggior parte del budget finirà per pagare gli interessi. Trump probabilmente vuole salvare il capitalismo, ma il capitalismo senza tassi d’interesse è una sciocchezza. Trump è un difensore del capitalismo.

Intervistatore: Che fa Hillary Clinton?
VK: Non lo dice, si concentra su certi soggetti marginali, come diritti delle minoranze e cambiamento climatico. Sappiamo che sono stupidaggini.

Intervistatore: Ma il cambiamento climatico è reale?
VK: Me ne occupai nell’ambito della Banca Mondiale e conosco i loro piani. Anche se si potesse fare qualcosa, vi posso assicurare che a loro non importa per nulla.

Intervistatore: E il rublo?
VK: Dipende da quando tale apocalisse accadrà. La caduta del rublo è parte del piano d’occupazione. Solo Dio sa quando tale apocalisse accadrà, potrebbe essere la prossima settimana, tra pochi mesi, tra qualche anno di sicuro perché tutte le risorse si esauriscono. Trump lo sa benissimo e vuole salvare il capitalismo e gli USA, perciò vuole negoziare con i creditori e ristrutturare il debito statunitense. In realtà gli USA lavorano su nuove tecnologie che non richiedono alcun negoziato, pensiamo all’Iran. Come sapete all’inizio nel 2016 Zio Sam disse che finalmente toglieba le sanzioni e sbloccava le attività estere dell’Iran. Vi sono molte condizioni, alcune sottovalutate. L’Iran non è contento degli USA che si prendono 2 miliardi di dollari per coprire le perdite per gli attentati in Libano nel 1983. Ho visto alcuni documenti, l’Iran non aveva nulla a che farci, ma lo zio Sam lo ritiene colpevole, come per l’11 settembre. Ma si scopre che il colpevole era l’Arabia Saudita.

Intervistatore: Ma l’Arabia Saudita ha minacciato di vendere i titoli del Tesoro ed è stato escluso dai colpevoli?
VK: Glieli lascerebbero vendere? Il tesoro sono i depositi, è un sistema a doppia chiave, l’Arabia Saudita ha una chiave e lo Zio Sam l’altra.

Intervistatore: Perché la Russia acquista tali titoli, mentre c’è la crisi? Abbiamo fatto cenno a un prelievo, ma se non sviluppiamo le nostre industria e scienza, nulla ci aiuterà?
VK: Alcuni della nostra élite hanno una base negli Stati Uniti, ‘inaffondabile’. Sappiamo che certuni si sono già piazzati lì, come il primo viceministro delle Finanze. Alcuni sono più vicini, come l’ex-ministro dell’Agricoltura in Francia. E’ più facile contare quelli che non se ne sono andati. Ciò dimostra che abbiamo a che fare con un’amministrazione coloniale che riceve garanzie sulla cittadinanza negli Stati Uniti, Francia e Regno Unito.

Intervistatore: Le loro politiche portano al collasso totale, cosa succede se i potenti non sono conenti?
VK: Non sopravvalutate i potenti, agiscono da parassiti che continuano a mangiare senza pensare che il cibo finirà e che si potrebbe anche morire. Non vedono oltre il loro naso. Parlando dell’Iran, secondo l’Iran avrebbe riserve in valuta estera per 130 miliardi di dollari; secondo gli USA sono 100 miliardi, metà in oro e valute della Banca centrale dell’Iran o fondo sovrano dell’Iran. Credo che si mangeranno questi 130 miliardi molto velocemente, perché dopo i 2 miliardi di dollari gli Stati Uniti annunciano di pretenderne 11,5 miliardi per l’11 settembre. L’appetito vien mangiando. Il parlamento iraniano ha discusso un progetto di legge per consentire d’iniziare una causa per danni all’Iran contro gli USA. Un gruppo di lavoro li cataloga per stimarli. Oggi il mondo entra nel gioco del risarcimento, si tratta della commercializzazione delle relazioni internazionali e della monetizzazione della storia. Ciò è molto importante per la Federazione Russa. I Paesi baltici continuano a lavorare su tali richieste, in particolare la Lettonia. L’Ucraina è un po’ diversa. Mentre i baltici si riferiscono all’occupazione sovietica, l’Ucraina parla della Crimea. La monetizzazione delle perdite derivanti dagli eventi nel Donbas, e così via. Dico solo che dovremmo essere un passo avanti, dobbiamo preparare le contromisure.us_debt_vs_euro_debtNon fatevi ingannare dall’agenda dei media, andate più a fondo e pensate con la vostra testa! – KK

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il debito è un freno pericoloso per l’economia mondiale

Ariel Noyola Rodríguez, Russia Today
*Economista laureato presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM).

Anche se sono passati più di otto anni dal crollo di Lehman Brothers, l’economia globale continua a soffrire di gravi problemi strutturali. Non solo il mondo non riesce a superare la bassa crescita, ma ancora peggio, il debito è cresciuto in modo esplosivo negli ultimi anni. Paesi industrializzati come Stati Uniti, Germania e Francia hanno visto l’aumento esponenziale dei debiti; e anche Paesi emergenti come Brasile e Cina. Indubbiamente, se il livello del debito continua a crescere, più prima che poi si assisterà allo scoppio di un’altra crisi finanziaria.
loan-consolidation1 Negli ultimi anni, il debito è aumentato in modo esplosivo. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI), il debito del settore non finanziario globale, governi, famiglie e imprese non finanziarie, già supera i 150 miliardi di dollari; un volume pari al 225% del prodotto interno lordo (PIL) (1). Del totale, circa 100 miliardi di dollari corrispondono ai debiti di aziende private e famiglie; il resto è debito pubblico. Le economie industrializzate sono, a mio avviso, nella situazione più critica. Oltre a tassi di crescita troppo bassi, il debito, pubblico e privato, è aumentato a un ritmo senza precedenti. Il problema principale di ciò è che, a fronte di un elevato indebitamento, imprese e famiglie sono costrette a spendere una quota crescente di reddito per onorare i debiti, riducendo drasticamente le risorse destinate a investimenti e consumi. A questo punto si corre il rischio che l’acquisizione di debiti crei maggiori difficoltà nel processo di riduzione della leva finanziaria (deleveraging), minando l’ampliamento dell’economia produttiva e la creazione di occupazione; un circolo vizioso che potrebbe generare nuove bolle finanziarie e, da un momento all’altro, provocarne l’esito violento. D’altra parte, se si tiene conto del fatto che attualmente i tassi d’inflazione sono al di sotto del 2% (annui) in quasi tutti i Paesi industrializzati, non è folle pensare che una spirale combinata di debito e deflazione (caduta dei prezzi) sia una minaccia latente. L’altro grosso problema, come sostenuto in precedenza, è che l’artiglieria della banca centrale nel combattere la recessione o la crisi finanziaria, sia quasi esaurita (2). Allo stato attuale, i tassi d’interesse di riferimento sono molto vicini allo zero nei Paesi più industrializzati; pertanto il margine di manovra per ridurre ulteriormente il costo del credito interbancario è oggi quasi nullo. Secondo i calcoli di Bank of America Merrill Lynch, dopo la crisi del 2008 le banche centrali hanno ridotto di oltre 600 volte i tassi d’interesse di riferimento. Inoltre, hanno compiuto iniezioni di liquidità congiunta (3) per oltre 18 miliardi, secondo Bloomberg (4). A mio avviso, se il collasso dell’economia mondiale si aggrava, le banche centrali dei Paesi industrializzati dovranno intraprendere azioni più rischiose; per esempio usando strumenti già noti. La Federal Reserve (FED) degli Stati Uniti potrebbe rilanciare il programma di acquisti di titoli del Tesoro e iniziare l’acquisizione di altri titoli, non solo basati sui mutui (“titoli sui mutui”); mentre la Banca centrale europea (BCE) e la Banca del Giappone potrebbero di nuovo aumentare il volume degli acquisti di titoli. Va notato, inoltre, che vi sono diversi Paesi che hanno già avviato altre azioni di politica monetaria: riduzione dei tassi sui depositi negativi. L’obiettivo è scoraggiare le banche commerciali dal depositare liquidità in eccesso presso le banche centrali e favorire così il credito alle attività produttive. Tuttavia, finora i risultati di questa misura sono deludenti. L’imposizione di tassi di deposito negativi non ha funzionato come previsto (5). Inoltre, sembra che abbia aggravato la crisi di redditività delle banche. Attualmente, più di 10 miliardi di dollari di debito sono negoziati con rendimenti negativi, secondo i dati della Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), una situazione che difficilmente porti benefici a banche, casse di risparmio assicurazioni e fondi pensione (6).
Nel frattempo, le economie emergenti non sono esenti da rischi dato che, anche se il debito pubblico è a livelli gestibili a differenza delle economie industrializzate, i volumi di debito privato registrano dimensioni colossali: le imprese che svolgono attività in Paesi come il Brasile hanno compiuto grandi emissioni di debito in dollari. Nel caso della Cina, considerata economia emergente d’importanza sistemica, molte aziende sono state finanziate da centri finanziari offshore (OFC, nell’acronimo in inglese) negli ultimi anni. Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), il debito privato in Cina è oltre il 150% del PIL (7). Si aggiunga che non è facile per il governo cinese risolvere i problemi di eccesso di capacità in diversi settori dell’economia; in particolare quelli ancora pesantemente legati alla leva. Indubbiamente, un debito eccessivo è un ostacolo pericoloso per l’economia globale. Tuttavia, oltre al debito elevato, ostacolo all’espansione costante di un’economia, la peggiore minaccia è che, ad un certo punto, il nuovo ciclo d’indebitamento faccia detonare un’altra crisi finanziaria globale.debt-per-capita-americas1. “FMI Fiscal Monitor: Debito, usare saggiamente“, Fondo Monetario Internazionale, Ottobre 2016.
2. “Le banche centrali del G-7 hanno perso la bussola” Ariel Rodriguez Noyola, Russia Today (Russia), Réseau Voltaire, 12 settembre, 2016.
3. “L’esperimento da 18 trillioni della Banca Centrale in cinque Grafici” Bryan Rich, Forbes, 12 settembre 2016.
4. “Prepararsi al mondo Post-QE“, Jean-Michel Paul, Bloomberg, 12 ottobre, 2016.
5. “Tassi d’interesse negativi? Male necessario o simbolo di avidità” Tim Wallace, The Telegraph, 30 luglio 2016.
6. “Rassegna trimestrale BRI, settembre 2016“, Banca dei Regolamenti Internazionali, 18 settembre, 2016.
7. “Il capo della China Central Bank da l’allarme sul debito crescente“, Bloomberg, 20 marzo 2016.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia, Cina e Arabia Saudita domano l’egemonia del dollaro

Ariel Noyola Rodriguez* Russia Today
*Economista laureato presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM).

Gli Stati Uniti aumentano gli ostacoli tentando di mantenere l’egemonia del dollaro come valuta di riserva mondiale. Negli ultimi mesi, i Paesi emergenti hanno venduto un molti buoni del tesoro degli USA, principalmente Russia e Cina, ma anche Arabia Saudita. Inoltre, per proteggersi dalle violente fluttuazioni del dollaro, le banche centrali di diversi Paesi acquistano enormi quantità di oro per diversificare le riserve valutarie. In breve, l’offensiva globale nei confronti del dollaro è esplosa attraverso la vendita massiccia di debito degli Stati Uniti e, in parallelo, l’acquisto colossale di metalli preziosi.
debt-cartoon-china La supremazia di Washington nel sistema finanziario globale ha subito un colpo tremendo ad agosto: Russia, Cina e Arabia Saudita vendevamo titoli del Tesoro degli Stati Uniti per 37,9 miliardi di dollari, secondo l’ultimo aggiornamento dei dati ufficiali pubblicato da pochi giorni. Dal punto di vista generale, gli investimenti globali nel debito pubblico degli Stati Uniti sono al livello minimo dal luglio 2012. Chiaramente, il ruolo del dollaro a valuta di riserva mondiale è ancora messo in discussione. Nel 2010, l’ammiraglio Michael Mullen, presidente del Joint Chiefs of Staff statunitense, avvertì che il debito era la principale minaccia alla sicurezza nazionale. A mio avviso, non è tanto l’alto debito pubblico (oltre i 19000 miliardi) ad ostacolare l’economia degli Stati Uniti, ma per Washington è di fondamentale importanza garantirsi un enorme flusso di risorse estere ogni giorno, per coprire i deficit gemelli (commercio e bilancio); cioè per il dipartimento del Tesoro è questione di vita o di morte vendere titoli di debito nel mondo e così finanziare le spese degli USA. Si ricordi che dal fallimento di Lehman Brothers nel settembre 2008, Bank of China ha subito forti pressioni da Ben Bernanke, allora presidente della Federal Reserve (FED), a non vendere i titoli del debito degli Stati Uniti. In un primo momento, i cinesi decisero di mantenere il dollaro. Tuttavia, da allora, per due volte, la PBoC evitava di acquistare altri titoli degli Stati Uniti e, allo stesso tempo, avviava un piano per diversificare le riserve valutarie. Pechino acquista oro in maniera massiccia negli ultimi anni, e lo stesso fa la banca centrale della Russia. Nel secondo trimestre del 2016, le riserve auree della Banca di Cina hanno raggiunto le 1823 tonnellate contro le 1762 tonnellate registrate nell’ultimo trimestre del 2015. La Federazione Russa ha aumentato le riserve auree di circa 290 tonnellate tra dicembre 2014 e giugno 2016, chiudendo il secondo trimestre di quest’anno con un totale di 1500 tonnellate. Di fronte ai brutali scossoni del dollaro è fondamentale acquistare asset più sicuri come l’oro che, in tempi di grave instabilità finanziaria, agisce da rifugio sicuro. Quindi la strategia di Mosca e Pechino nel vendere titoli del Tesoro degli USA e comprare oro, viene seguita da molti Paesi. Come stimato dal Fondo monetario internazionale (FMI), le riserve auree delle banche centrali nel mondo hanno già raggiunto il massimo degli ultimi 15 anni, registrando ai primi di ottobre un volume di circa 33000 tonnellate.
La geopolitica fa la sua parte nel plasmare il nuovo ordine finanziario mondiale. Dopo l’imposizione delle sanzioni economiche al Cremlino, a partire dal 2014, il rapporto con la Cina ha avuto grande rilevanza per i russi. Da allora, le due potenze hanno approfondito i legami in tutti i settori, dall’economia e finanza alla cooperazione militare. Inoltre, assicurando la fornitura di gas alla Cina per i prossimi tre decenni, il Presidente Vladimir Putin ha costruito con l’omologo Xi Jinping una potente alleanza finanziaria che cerca di porre fine una volta per tutte al dominio della moneta statunitense. Attualmente, gli idrocarburi che Mosca vende a Pechino sono pagati in yuan, non dollari. Così, la “moneta del popolo” (renminbi in cinese) emerge gradualmente nel mercato mondiale degli idrocarburi con il commercio tra Russia e Cina, Paesi che, a mio parere, guidano la costruzione del sistema monetario multipolare. La grande novità è che alla corsa per la dedollarizzazione dell’economia globale si è unita l’Arabia Saudita, Paese per decenni fedele alleato della politica estera di Washington. Sorprendentemente, negli ultimi 12 mesi Riad s’è sbarazzata di più di 19 miliardi di dollari investiti in titoli del Tesoro degli Stati Uniti, divenendo insieme alla Cina uno dei principali venditori di debito degli Stati Uniti. A peggiorare le cose, il regno saudita si accanisce sempre più con la Casa Bianca. A fine settembre, il Congresso degli Stati Uniti approvava l’eliminazione del veto del presidente Barack Obama ad una legge che consente negli USA di denunciare l’Arabia Saudita in tribunale per il presunto coinvolgimento negli attentati dell’11 settembre 2001. In risposta, l’Organizzazione dei Paesi Esportatori del Petrolio (OPEC) ha raggiunto un accordo storico con la Russia per ridurre la produzione di petrolio e quindi promuovere l’aumento dei prezzi. E’ anche sorprendente che giusto oggi Pechino abbia aperto allo scambio diretto tra yuan e riyal saudita attraverso il Trading System Foreign Exchange della Cina (CFETS, nell’acronimo inglese) per le transazioni tra le due valute senza passare dal dollaro. Di conseguenza, è molto probabile che, più prima che poi, la compagnia petrolifera Saudi Aramco accetti pagamenti in yuan invece che dollari. Se si accadesse, la Casa dei Saud punterebbe tutto sul petroyuan. Il mondo cambia davanti ai nostri occhi…

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Hai messo su peso ultimamente?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sauditi e cinesi si sbarazzano di 346 miliardi di titoli degli USA

Zerohedge 18 ottobre 2016

usd-currency-rothschildUn mese fa, quando osservano l’ultimo aggiornamento della FED sui titoli del Tesoro detenuti, notammo qualcosa di preoccupante: erano scesi drasticamente, di oltre 27,5 miliardi in una settimana, la maggiore riduzione in una settimana dal gennaio 2015, portando il totale delle riserve a 2830 miliardi di dollari, il minimo dal 2012.
Un mese dopo, aggiorniamo i dati scoprendo che nell’ultimo aggiornamento settimanale, le banche centrali straniere continuano a liquidare i titoli degli Stati Uniti tenuti in conto deposito dalla FED, scendendo di altri 22,3 miliardi la scorsa settimana, arrivano a titoli detenuti per 2805 miliardi di dollari, il nuovo minimo dal 2012.1-tsy-custodyPoi oggi, oltre ai dati sui titoli della FED, vi sono gli ultimi dati mensili del Treasury International Capital che mostrano che la stessa tendenza preoccupante del mese prima accelera. Ricordiamo che negli ultimi 12 mesi abbiamo osservato una non così furtiva, ma difatti massiccia vendita, per 343 miliardi di dollari, di titoli del Tesoro da parte delle banche centrali estere nel periodo luglio 2015- luglio 2016; senza precedenti per dimensioni e ambito. Arrivando ad oggi, nell’ultimo aggiornamento mensile, di luglio, si scopriva che quello ciò che un mese prima era “semplicemente” il record di 343 miliardi di vendite delle banche centrali estere nel periodo LTM, terminato il 30 luglio, un mese dopo il dato era balzato a 346,4 miliardi, cioè oltre un terzo di triliardo di titoli del Tesoro venduti negli ultimi 12 mesi.2-tsy-sales-1Tra i maggiori venditori, secondo i prezzi di mercato, non a caso vi era la Cina, che a luglio “vendette” 34 miliardi di titoli degli Stati Uniti (se la cifra effettiva è diversa, in quanto questa particolare serie viene regolata dalle variazioni di mercato (MTM), sarà simile), la più grande svendita mensile dal 2012, portando il totale a 1185 miliardi di dollari, il più basso dal 2012.3-20161018_chinatsyNon solo la Cina: l’Arabia Saudita continua a vendere i suoi TSY, e ad agosto i titoli dichiarati (ancora una volta regolati dal MTM), scendevano da 96,5 a 93 miliardi, il minimo dall’estate del 2014.4-20161018_sauditsyCome sottolineammo un mese fa, è sempre più evidente che banche centrali estere, fondi sovrani, gestori di riserve e praticamente ogni altra istituzione ufficiale in possesso di titoli degli Stati Uniti, liquidano le partecipazioni a un ritmo molto preoccupante. In alcuni casi, come la Cina, ciò viene compensato dalla pressione della svalutazione; in altri, come l’Arabia Saudita, fornisce i fondi necessari per compensare il crollo del petrodollaro e colmare il deficit di bilancio impennatosi nel Paese. Allora, a chi vendono? La risposta, almeno per ora, sono i privati, in altre parole, proprio come nel mercato azionario l’investitore al dettaglio è il detentore finale, nel caso dei titoli del Tesoro degli USA “gli investitori privati” esteri e nazionali ne depositano a centinaia di miliardi nelle banche centrali. Chissà se lo farebbero sapendo chi glieli vende. Nel frattempo, se solo due mesi prima i rendimenti erano ai minimi storici, improvvisamente il quadro s’invertiva e i titoli detenuti improvvisamente preoccupano BoJ, FED e fors’anche BCE, riducendo presto gli acquisti a lungo termine. Cosa succederà se, oltre alle vendita delle istituzioni ufficiali estere, anche i privati cesseranno di acquisire. La risposta? Altra monetizzazione del debito dalla FED degli Stati Uniti sarà il risultato più probabile, cioè più Quantitative Easing. Badiamo a questo perché, divertente, la FED ancora cova l’ingenua speranza di alzare i tassi nelle prossime settimane.9dd0ed4c-ff84-11e5-a9b2-800cbf78bba6_1280x720Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora