Perché la sovversione degli USA è fallita in Iran

Tony Cartalucci, LD, 23 febbraio 2018Alla fine del dicembre 2017 i media occidentali riferirono di proteste “diffuse” che investivano l’Iran. Narrazioni indistinguibili dalla “primavera araba” progettata dagli Stati Uniti nel 2011 invasero testate e social media su una “rivolta popolare” stimolata da presunti risentimenti economici, prima che i manifestanti iniziassero a fare richieste riecheggianti il dipartimento di Stato degli USA sugli affari interni interni e la politica estera dell’Iran. Le proteste erano in effetti così indistinguibili dalla “primavera araba”, dichiaratamente statunitense, che la disillusione sul destino di nazioni come Libia e Siria probabilmente ebbe un ruolo nel sventarle in Iran.

Propaganda occidentale sopravvive ai disordini
Un articolo di Politico intitolato “Perché la rivolta iraniana non morirà”, nel tentativo di promuovere la narrativa occidentale sulle proteste iraniane, pretendeva che: “…Gli iraniani erano infuriati mentre lottavano per nutrire i figli, mentre il loro governo spendeva miliardi nelle avventure in Libano, Siria, Iraq e altrove. Mentre l’Iran è impoverito, il regime è più ricco. Mentre gli iraniani soffrono, gli alleati del regime sono diventati potenti e prosperi”. Tuttavia, quando Politico pubblicò l’articolo il 7 gennaio 2018, scritto da Alireza Nader, analista della RAND Corporation, le proteste erano già “morte”. L’articolo di Politico non fu l’unico pubblicato giorni e persino settimane dopo che le proteste erano finite, indicando che i media occidentali avevano preparato settimane, persino mesi, di propaganda sui disordini iraniani nell’informazione, e con gruppi d’opposizione sostenuti dagli Stati Uniti che tentavano di alimentarli sul campo. Nonostante i preparativi che i documenti politici degli Stati Uniti indicavano attivi da anni, comprendendo non solo la creazione di gruppi opposizione e armati in e ai confini dell’Iran, ma l’accerchiamento dell’Iran stesso con basi militari statunitensi in Siria e Iraq col pretesto di “combattere lo Stato islamico (SIIL)”, le proteste fecero rapidamente il loro corso e finirono. Se la maggior parte degli iraniani fosse davvero spinta sulle strade da gravi rimostranze economiche e politiche, e poiché tali rimostranze non sarebbero state affrontate, è improbabile che le proteste si estinguessero così rapidamente e con uso minimo della forza del governo iraniano, anche secondo i media occidentali. Tuttavia, se le proteste furono organizzate dall’occidente e guidate da movimenti di opposizione illegittimi ed impopolari in Iran e all’estero, dopo che l’occidente ha già abusato a lungo di tali tattiche di trasparente sovversione, le proteste “diffuse” che spariscono in pochi giorni non solo era probabile, ma inevitabile.

I vasti preparativi di Washington
I preparativi per il rovesciamento dell’Iran hanno ben più di un decennio e trascendono le varie amministrazioni presidenziali statunitensi, repubblicane o democratiche, compresa quella del presidente Trump e del suo predecessore Obama. La Brookings Institution, nel suo “Percorso verso la Persia: Opzioni per una nuova strategia americana verso l’Iran” del 2009, tracciava ampi piani per minare e rovesciare il governo iraniano.
Capitoli del documento:
Capitolo 1: Un’offerta che l’Iran non dovrebbe rifiutare: Persuasione;
Capitolo 3: Andare in fondo: Invasione;
Capitolo 4: L’opzione Osiraq: Attacchi aerei;
Capitolo 5: Scatenare Bibi: Permettere o incoraggiare l’attacco militare israeliano;
Capitolo 6: Rivoluzione di velluto: Supportare un rivolta popolare;
Capitolo 7: Ispirare un’insurrezione: sostenere le minoranze e gruppi di opposizione iraniani;
Capitolo 8: Colpo di Stato: Sostenere un golpe militare contro il regime.
Va notato che ogni opzione fu perseguita dal 2009, sia contro l’Iran direttamente o contro la Siria nel tentativo di diffondere il conflitto oltre i confini iraniani. Ciò include l’uso da parte di Washington d’Israele per effettuare attacchi aerei sulla Siria, mentre gli Stati Uniti tentano di mantenere la plausibile negazione. In tali capitoli furono elaborati piani dettagliati per creare e sostenere organizzazioni di opposizione politica che gruppi armati islamisti; definire una serie di sanzioni economiche con cui poter fare pressione su Teheran e creare divisioni e malcontento nella popolazione iraniana; proporre metodi per attaccare militarmente l’Iran sia segretamente che apertamente, nonché possibili modi di spingere Teheran alla guerra. Il documento fu scritto poco dopo la fallita “rivoluzione verde” sostenuta dagli Stati Uniti lo stesso anno, una protesta da essi progettata, più ampia per dimensioni e durata delle ultime.

Gli Stati Uniti tentavano di stressare l’Iran in vista della sovversione
Un altro documento della RAND Corporation del 2009, intitolato “Pericoloso ma non onnipotente: esplorare portata e limiti del potere iraniano in Medio Oriente“, osservava che la politica estera dell’Iran persegue principalmente l’autodifesa. Il documento notava esplicitamente che: “La strategia dell’Iran è in gran parte difensiva, ma con alcuni elementi offensivi. La strategia dell’Iran per proteggere il regime da minacce interne, scoraggiare l’aggressione, salvaguardare la patria in caso d’aggressione ed estendere l’influenza in gran parte difensiva, anche se utile ad alcune tendenze aggressive se accoppiata ad aspirazioni regionali iraniane. È in parte una risposta a dichiarazioni e posizioni politiche degli Stati Uniti nella regione, specialmente dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. I leader iraniani prendono molto sul serio la minaccia d’invasione con l’aperta discussione negli Stati Uniti del cambio di regime, discorsi che definiscono l’Iran parte dell'”asse del male” e gli sforzi statunitensi per accedere nelle basi degli Stati circostanti l’Iran”. Il documento discute degli ampi legami dell’Iran con la Siria ed Hezbollah in Libano, nonché i crescenti legami con l’Iraq. Questi legami, secondo lo stesso documento della RAND, furono perseguiti per creare un cuscinetto nel vicino estero dell’Iran contro l’aggressione militare degli Stati Uniti. Nel 2011, gli Stati Uniti perseguivano la guerra per procura che consuma il Medio Oriente e Nord Africa (MENA) con la Libia rovesciata e in rovina quell’anno, e la Siria consumata dai conflitti alimentati da terroristi stranieri armati dai Paesi confinanti come Turchia e Giordania. Il fatto che la Libia fu rovesciata prima e poi usata come trampolino di lancio per l’invasione della Siria, illustra il contesto regionale che guidò l’intervento USA-NATO in Libia. In sostanza, gli Stati Uniti attaccavano i pilastri della difesa nazionale dell’Iran nel vicino estero. Sapendo quanto Siria, Libano e Iraq siano cruciali per la strategia della difesa nazionale dell’Iran, ostacolando l’accerchiamento degli Stati Uniti e tenendone a bada gli alleati regionali, in particolare nel Golfo Persico, la destabilizzazione della regione era volta ad attirare gli iraniani in un costoso intervento regionale. Le forze iraniane diedero ampio aiuto a Siria e Iraq, anche militare diretto e indiretto, nella misura in cui, insieme a decenni di sanzioni economiche imposte all’Iran da Stati Uniti ed alleati occidentali, contribuivano alle cosiddette “proteste economiche” sostenute dagli Stati Uniti in Iran, nel tentativo di farvi leva. Gli Stati Uniti hanno truppe in diversi Stati del Golfo Persico tra cui Qatar e Bahrayn, in Iraq dall’invasione del 2003 e in Afghanistan ai confini orientali dell’Iran dal 2001. Ultimamente, gli Stati Uniti hanno occupato la Siria orientale e aiutano ampiamente i gruppi armati curdi in Siria e Iraq. Gli Stati Uniti forniscono anche sostegno politico e segreto ai terroristi baluci nel Pakistan sudoccidentale e nell’Afghanistan occidentale. È chiaro che gli Stati Uniti continuano a circondare ulteriormente l’Iran dal 2011 sia con proprie forze, sia con fantocci impegnati nei costosi conflitti ai confini dell’Iran.

Un’opposizione lasciata intenzionalmente “Senza nome”
Nonostante i sensazionali titoli occidentali che promuovevano e tentavano di perpetuare disordini in Iran, i media occidentali furono particolarmente attenti a non identificare i gruppi politici e armati scesi nelle strade. Proprio come in Libia e Siria, dove i “manifestanti pro-democrazia” alla fine si rivelavano estremisti di note organizzazioni terroristiche, molti dei protestanti in Iran avevano origine oscure. I manifestanti in Iran invocarono gruppi di opposizione e figure nominati nel documento della Brookings del 2009 dal titolo “Trovare i fantocci giusti“. Tra questi, il Mujahedin-e Khalq (MEK), designato terroristico dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti, tolto nel 2012 con l’unico scopo di consentire agli Stati Uniti di finanziare e armare apertamente il gruppo. Includeva anche la figura dell’opposizione in esilio Reza Pahlavi, figlio del detestato Shah che risiede negli Stati Uniti. La maggior parte delle notizie pro-opposizione in Iran proveniva da media apertamente finanziati dagli Stati Uniti, come la versione in lingua farsi di Voice of America del dipartimento di Stato USA e il “Centro per i diritti umani in Iran” di New York. Affermare che le recenti “proteste” iraniane erano semplicemente espressioni “spontanee” di frustrazione iraniana e non semplicemente il passo successivo della cospirazione statunitense contro Teheran, è un’assurdità che i media occidentali hanno sempre più difficoltà a spacciare presso il pubblico globale.

Il ritorno degli investimenti di Washington
Tuttavia, i disordini, uniti agli sforzi degli Stati Uniti per circondare l’Iran, hanno perlomeno fatto pressione su Teheran, costringendolo ad investire più risorse interne mentre combatte molteplici conflitti con gli Stati Uniti nella regione. Il documento del 2009 della BrookingsQuale percorso per la Persia?” afferma esplicitamente che: “Mentre l’obiettivo finale è rimuovere il regime, lavorare con l’opposizione interna potrebbe anche essere una forma di pressione coercitiva sul regime iraniano, dando agli Stati Uniti una leva su altre questioni”. Continua affermando: “In teoria, gli Stati Uniti potrebbero creare una leva coercitiva minacciando il regime d’instabilità o addirittura rovesciarlo e, dopo, usare questa leva per strappare concessioni su altre questioni come il programma nucleare iraniano o il sostegno ai militanti in Iraq”. Tuttavia, ogni volta che gli Stati Uniti tentano di usare l’opposizione finanziata dall’estero e gruppi armati per destabilizzare l’Iran, specialmente se le alternative ai dominanti media occidentali crescono, tale tattica perde credibilità, sostenibilità e quindi fattibilità. Che le recenti proteste abbiano fatto il loro corso così rapidamente nonostante l’Iran sia oberato militarmente ed economicamente da anni dai conflitti in Siria, Iraq e Yemen, illustra quanto sia insostenibile tale opzione della politica estera per gli Stati Uniti, quando la si punta contro Stati formidabili come l’Iran. Una combinazione di preparazione nella guerra delle informazioni, forze di sicurezza ben preparate e contro-proteste ben organizzate da Teheran, smussava quest’ultima sovversione sostenuta dagli Stati Uniti. La chiara impotenza di Washington verso Teheran, unita ai tentativi di rovesciare il governo siriano ed affermare l’egemonia sull’Iraq, indebolisce ulteriormente l’illusa legittimità che gli Stati Uniti tentato da decenni di costruire attorno la loro politica egemonica ed illegittima. L’ingerenza sempre più sciatta e trasparente di Washington in Iran minerà gli sforzi di quest’anno, quando Washington si prepara a destabilizzare altre nazioni, dal Sud America all’Asia sud-orientale. E con gli Stati Uniti che accusano la Russia d’intromettersi nella politica interna, si porranno ovvie domande sul motivo per cui non è accettabile che Mosca “influenzi le elezioni statunitensi”, ma sia accettabile che gli Stati Uniti attraverso organizzazioni come National Endowment for Democracy (NED) e USAID non solo influenzino apertamente le elezioni nel mondo, ma dirigano apertamente interi partiti d’opposizione da Washington DC. Il ritorno dell’investimento di Washington sui suoi ampi e finora falliti tentativi di destabilizzare e rovesciare l’Iran è davvero discutibile. L’Iran, così come altre nazioni che potrebbero essere prese di mira dagli Stati Uniti, esamineranno semplicemente questo ultimo giro di proteste e saranno meglio preparati per la prossima volta. Man mano che sempre più persone sono consapevoli delle tattiche utilizzate dalla sovversione sostenuta dagli Stati Uniti, tali tattiche diverranno meno efficaci.

Gli Stati Uniti ancora perdono in Siria e Iraq
Nel frattempo, le proteste in Iran sembrano aver avuto scarso impatto sulla precaria posizione di Washington nella vicina Siria, mentre le forze siriane continuano ad avanzare su Idlib, e lotta per giustificare la propria presenza nella regione orientale del Paese. Se Idlib viene liberata, lascerà le forze di occupazione statunitensi e turche ai margini del conflitto e della legittimità internazionale. Una guerra irregolare contro le forze turche o statunitensi in Siria potrebbe trasformare le rispettive occupazioni in conflitti insostenibili e costosi. Sarà difficile distinguere tra forze irregolari siriane, russe o iraniane ed organizzazioni terroristiche che Turchia e Stati Uniti armano e finanziano mentre contemporaneamente dicono di combattere. Proprio come il ripetuto abuso delle proteste sostenute dagli Stati Uniti gli è costato uno strumento prezioso, una volta nel suo bagaglio dei trucchi geopolitici, l’uso del terrorismo contro Stati presi di mira sembra destinato a ritorcersi contro Washington. Come tutti gli imperi decadenti nella storia umana, gli Stati Uniti non potranno semplicemente “tornare a casa”. Ci vorranno molti anni di conflitti diretti e indiretti prima che gli Stati Uniti siano completamente sradicati dalla regione MENA. Tuttavia, lo spettacolare fallimento della sovversione sostenuta dagli Stati Uniti in Iran prima di Capodanno, potrebbe essere l’ulteriore prova del declino irreversibile dell’egemonia statunitense.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

Quali sono gli elementi più importanti del Petro

Mision Verdad, 21 febbraio 2018Il 19 febbraio notte, il Presidente Nicolás Maduro dichiarava che la prevendita del Petro sarebbe iniziata all’alba. Poi, dopo mezz’ora, il Vicepresidente Tariq Aysami apparve sui media per rendere pubblica la disponibilità del manuale per chi fosse interessato all’acquisto di Petro sul sito ufficiale della criptomoneta nazionale, oltre al link per registrarsi. Nel Manuale per l’Acquirente c’erano alcune modifiche rispetto al Libro bianco, il dettaglio più importante è il cambio Block Chain utilizzato per la prevendita. In linea di principio, Block Chain dell’Ethereum sarà utilizzata tramite Token ERC20, ma nel manuale era chiaro che Block Chain NEM sarebbe stata utilizzata dalla Fondazione del Movimento della Nuova Economia. Sebbene la NEM sia una Block Chain in fase iniziale, presenta molti vantaggi tecnici, distinguendosi per la possibilità di sviluppare rapidamente applicazioni e superando per capacità Ethereum con un Sistema di contratto intelligente già testato in numerosi primi accordi. Ratificando questa scelta tecnica, il Presidente Maduro incontrava i rappresentanti della NEM nel pomeriggio del 20 febbraio, alla vigilia della trasmissione sulla Rete nazionale radiotelevisiva, dove rendeva pubblici i dettagli di ciò che chiamava “Ecosistema Petro”: un insieme di accordi e misure educative, lavorative, politiche, fiscali e commerciali per adottare trasversalmente il Petro. Durante la trasmissione, fu chiaro l’impegno ad incentivare l’estrazione di criptovalute generando risorse aggiuntive con la libera circolazione nel Paese da parte di istituzioni scolastiche private e pubbliche e le casse di risparmio dei lavoratori, il tutto secondo uno schema basato su fiducia e certificazione dal Registro Nazionale dei Minatori. In tal senso veniva inaugurata la prima “Petroscuola” presso le strutture del velodromo Teo Capriles, dove il Ministro Pedro Infante e il segretario dell’Osservatorio Blockchain David Pebha illustrarono le strutture: aule per studiare il cambio delle criptovalute, laboratori “minerari” e sale attrezzature. Questa “Petroscuola” seguirà il piano Chamba Juvenil per avviare i partecipanti allo studio della “Block Chain“.
Anche se il Petro in questa fase non ha la capacità di essere estratto, è importante sottolineare che rendere pubblico il potenziale delle criptovalute e dei loro elementi tra la popolazione, prepara il Paese ad adottare più facilmente la “Block Chain”. Furono inoltre firmati diversi accordi tra il sovrintendente del SUPCAVEN Carlos Vargas, e varie società che assemblano apparecchiature “minerarie” nazionalmente, nonché con società dedite alla creazione di soluzioni finanziarie e di cambio basate sulla “Block Chain“, come la società russa Zeus probabile responsabile dello sviluppo delle diverse applicazioni per l’uso quotidiano di Petro e del suo cambio con altre attività. Sebbene gli annunci tecnici non fossero pochi, i cambiamenti politici che porteranno di conseguenza ad assumere il Petro nel territorio sotto assedio finanziario e commerciale, sono molto più importanti e spiegano meglio la misura presa dal governo. Maduro ordinava che le società nazionali responsabili della maggioranza delle attività che generano afflussi di valuta estera, includano il Petro nei portafogli iniziando a riceverlo come forma di pagamento per i prodotti. Aziende come Venalum, CVG, PDVSA e la controllata Pequiven saranno incluse dall’inizio nell’ecosistema Petro. Ciò rafforza l’impegno precedentemente assunto di accettare il Petro in cambio di greggio, espandendo ora la puntata a un’offerta diversificata di materie prime e lavorate che vegano acquisite internazionalmente con la criptovaluta nazionale.

Le ragioni politiche del Petro è ciò che va evidenziato della misura
Allo stesso modo, di fronte alla realtà del contrabbando della benzina e la dipendenza delle vicine città di Colombia e Brasile dal carburante venezuelano, il Presidente chiariva l’intenzione di utilizzare esclusivamente il Petro per l’acquisto di carburante nelle pompe al confine, riferendosi agli alti costi della benzina in Colombia, dove si aveva di recente un altro aumento, e dimostrandosi consapevole di cosa significhi chiudere completamente il flusso di carburante per la Colombia, ma allo stesso tempo favorire lo Stato venezuelano e la PDVSA. D’altra parte durante la trasmissione fu pubblicata sulla pagina ufficiale del Petro il manuale per creare le case di cambio e l’autorizzazione corrispondente; queste case di cambio avranno un ruolo preponderante quando, una volta svolte prevendita ed offerta iniziale, sarà attivata la Blockchian del Petro, attraverso cui i bolivar possono essere utilizzati per acquisire Petro nel cosiddetto “Mercato Secondario”. Questo manuale spiega in dettaglio i requisiti necessari per un’azienda di cambio di criptobeni e criptovalute da adottare nel Paese, oltre agli obblighi verso SUPCAVEN e i tempi per l’autorizzazione. Tra i dati più importanti, queste società vanno costituite da persone “identificabili” e mai da una figura che mascheri l’identità di un fondo d’investimento o altro tipo di società; questo chiaramente per preservare la sicurezza nazionale e una maggiore capacità di controllo del SUPCAVEN. Vanno inoltre specificati il tipo di protocolli di sicurezza da usare per impedire il riciclaggio di denaro e il manuale sui rischi con limiti che consentano ai clienti di avere sicurezza sulle risorse detenute dalla casa di cambio. Va inoltre depositato in una sorta di fondo di garanzia nella BCV, il 20% del valore dichiarato della società, nell’ambito della stessa misura.
In linea di principio verranno assegnate solo otto licenze, con la possibilità di studiare in futuro la creazione di più case di cambio se la domanda nazionale supera quelle create nella prima ondata. Veniva creato il Tesoro delle Criptoattività e Abraham Landaeta Parra vi veniva nominato tesoriere. Nonostante sia poco conosciuto, nella presentazione fu detto che aveva studiato in Cina e dopo le elezioni si vedrà il rapporto che avrà l’assunzione del Petro in Venezuela e la potenza asiatica sul piano comune, al quale partecipa anche la Russia, scacciando progressivamente il dollaro dal commercio internazionale dell’energia. Fondamentale è anche il fatto che il Petro non viene adottato dalle istituzioni tradizionali, ma ricorrendo alla strategia di Chavista di dare priorità, in casi di emergenza, alla costruzione di strutture ed istituzioni alternative per un rapido passaggio dei piani del governo, evitando le rigidità strutturali dello Stato sempre a vantaggio del Paese, come accadde con le missioni sociali del governo Chávez. Il clou della giornata fu la cifra raccolta con l’intenzione di acquisto del Petro, poche ore dopo l’inizio della prevendita. Confermando tutte le previsioni che indicavano un forte interesse da parte degli investitori. e considerando che c’erano diversi problemi tecnici nella piattaforma, si sa che l’equivalente di 4777 milioni di yuan è stato ricevuto, equivalenti a 735 milioni di euro, nella giornata di apertura della prevendita. L’importo ha una percentuale di sconto che non è stata resa pubblica, ma consiste in circa 15 milioni di Petro con impegno d’acquisto. Vedendo come il Petro si è comportato in questi pochi ma importanti passaggi, è molto probabile che l’Offerta Pubblica, la fase successiva alla Pre-vendita, avrà lo stesso andamento, vendendo tutti i Petro. Ciò comporterà la rapidità con cui sarà utilizzato e diffuso come mezzo di pagamento nel Paese ed internazionalmente, rompendo il blocco finanziario imposto da Washignton ed alleati. Maduro disse anche che nei prossimi giorni verrà fatto un nuovo annuncio sui progressi della relazione tra oro e criptovaluta nazionale. Così è chiaro che la via intrapresa dal governo nazionale, come in Russia, è quella d’inondare i mercati internazionali, nonché nazionali, di attivi dal valore reale più attraenti per conservare valore e come mezzo di cambio, accelerando la fuga del dollaro già in caduta come moneta egemonica nel commercio estero e risorsa geopolitica con cui applicare sanzioni e blocchi finanziari contro Paesi sovrani.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La geopolitica di Mackinder contro la Nuova Via della Seta di Xi Jinping

La realtà non è un sistema chiuso
Matthew Ehret-Kump, The Canadian Patriot, 15/02/2018

La Cina continuerà a mantenere alta la bandiera della pace, dello sviluppo, della cooperazione e del vantaggio reciproco e sosterrà il suo obiettivo fondamentale in politica estera di preservare la pace mondiale e promuovere lo sviluppo comune. La Cina rimane ferma nell’impegno a rafforzare amicizia e cooperazione con altri Paesi sulla base dei Cinque Principi di coesistenza pacifica e a creare una nuova forma di relazioni internazionali che comprendano il rispetto reciproco, l’equità, la giustizia e la cooperazione vantaggiosa per entrambe le parti.
– Indirizzo di Xi Jinping al 19° Congresso Nazionale del PCCNel suo discorso al 19° Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, Xi Jinping presentava un grande piano e una filosofia per la strategia a breve, medio e lungo termine sia per il suo Paese che per il mondo [1]. Il Presidente Xi non solo ha sfidato direttamente la moralità soggiacente a postmodernismo e neoliberismo che ha reso la popolazione occidentale incapace di pianificare il futuro o addirittura di mantenere le istituzioni tramandataci dalle passate generazioni, ma soprattutto ha gettato il guanto di sfida alle potenze occidentali per liberarsi dalla cricca ideologica della “geopolitica” e lavorare con la Cina a un nuovo paradigma di “cooperazione mutualmente vantaggiosa”. L’Iniziativa Cintura e Strada di Xi Jinping e le sue manifestazioni globali in Africa, Europa e Americhe venivano completate il 25 gennaio 2018 dall’estensione nell’Artico soprannominata Via della Seta Polare. Questa estensione dava nuova vita a un progetto che il Presidente Vladimir Putin approvò già nell’aprile del 2007, noto come il tunnel ferroviario dello Stretto di Bering che collega le Americhe con l’Eurasia [2]. Fino a poco tempo prima, i geopolitici occidentali tentavano di respingere tali iniziative come “concetti marginali” promossi da Lyndon e Helga LaRouche dello Schiller Institute, ma oggi è emerso un quadro molto diverso che rivela che questa battaglia tra due paradigmi opposti risale ancora più indietro nella storia di quanto la maggior parte delle persone sa, e quindi è necessario rivedere una storia dimenticata. Dopotutto, è dovuto a questa potente concezione della storia come lotta tra due paradigmi opposti che i LaRouche e i loro alleati hanno potuto far avanzare tali politiche da oltre quattro decenni.

Storia dell’unificazione eurasiatico-americana
All’inizio del XX secolo, il conte Sergej Witte, ministro delle Finanze russo (1892-1903), lavorando in tandem con diplomatici e ingegneri dell’American System in Siberia completava il tratto finale della Transiberiana. Questa linea ferroviaria di 9289 km fu modellata sulla prima ferrovia trans-continentale del mondo avviata sotto Abraham Lincoln nel pieno della Guerra Civile, utilizzando locomotive e ferrovie prodotte a Filadelfia [3]. Seguirono questo sviluppo ferroviario transiberiano: 1) la soppressione vittoriosa di Lincoln, con l’aiuto dello zar Alessandro II, della rivolta confederata finanziata dall’Inghilterra nel 1860-1865 [4], 2) l’acquisto degli Stati Uniti nel 1867 dell’Alaska dalla Russia, e 3) la mancata annessione della British Columbia agli USA nel 1870, per la promessa di collegare l’incompiuta “ferrovia trans-continentale settentrionale” di Lincoln con la colonia inglese isolata [5]. Tra i sostenitori di questo piano vi erano alcuni architetti dell’acquisto dell’Alaska come William Seward, Charles Sumner e persino il presidente Ulysses S. Grant. I primi studi ufficiali per collegare i due continenti per ferrovia furono presentati ufficialmente dal governatore William Gilpin del Colorado nel 1890, e nel 1905 furono condotti studi di fattibilità più avanzati dalla Trans-Siberian Railway Company [6]. Figure di spicco della Russia e degli USA, incluso lo sfortunato zar Nicola II, sostennero questo progetto. L’impero inglese all’epoca era noto come “il vecchio d’Europa”, dopo aver sprecato le risorse in diminuzione per mantenere vivo un impero globale gonfiato reprimendo rivolte in India (1857-58), Irlanda (1867), Transvaal del Sud Africa (1880-1881) e organizzando la guerra di Crimea (1853-1856) contro la Russia e la seconda guerra dell’oppio (1856-1860) contro la Cina, mentre tentava di annullare la Rivoluzione americana sostenendo la rivolta confederata del 1860 – 1865.

Il vero sistema americano era sempre “Win-Win”
Dalla restaurazione Meiji giapponese all’iniziativa “Ferrovia Berlino – Baghdad” del cancelliere von Bismarck, alla Transiberiana ferroviaria russa, lo sviluppo intercontinentale guidato da programmi ferroviari avviò nuove dinamiche di cooperazione e sviluppo tra tutte le nazioni di Nord America, Europa, Russia e Asia [7]. Ancora più importante, questi approcci allo sviluppo delle economie nazionali si fondarono sul rifiuto concertato di tutti i dogmi del liberoscambismo inglese e la vigorosa adozione della tariffa protettiva, del credito produttivo e della pianificazione a lungo termine, tutti agendo secondo il principio del benessere generale. Queste politiche erano basate sul sistema dell’economia politica statunitense. Il principale economista del sistema statunitense del 19° secolo, Henry C. Carey, affermò più chiaramente questo conflitto di paradigmi nel saggio del 1851, L’armonia degli interessi: “…Due sistemi sono di fronte nel mondo. Uno guarda a pauperismo, ignoranza, spopolamento e barbarie; l’altro ad aumentare ricchezza, benessere, intelligenza, cooperazione e civiltà. Uno guarda alla guerra universale; l’altro alla pace universale. Uno è il sistema inglese: l’altro potremmo essere orgogliosi di chiamare sistema americano, perché è l’unico che abbia mai inventato la tendenza ad elevare mentre eguaglia la condizione dell’uomo nel mondo“.

Mackinder (al centro) circondato da alcuni dei suoi discepoli, a sinistra dall’alto: William Yandell Elliot, Zbigniew Brzezinski, Samuel P. Huntington. A destra dall’alto: Karl Haushofer, Henry Kissinger e Bernard Lewis dell’MI6

La geopolitica di Mackinder richiede un sistema chiuso
In risposta a questi sviluppi, diversi “think tank” furono formati alla fine del 19° secolo per ridisegnare e riformare le strutture dell’arcaico impero inglese da parte dei pensatori imperiali “illuminati” che riconobbero che il mondo imperiale inglese era un ordine che rischiava di essere sostituito da uno nuovo, basato su cooperazione, sviluppo e progresso. Due dei più importanti “think tank” che ebbero un ruolo determinante nel XX secolo, furono la Fabian Society di Londra [8] e il Roundtable Movement [9]. Uno dei primi membri della Fabian Society era Sir Halford Mackinder, direttore della London School of Economics e fondatore di una scuola di pensiero che ancora oggi forma pensiero ed accademismo occidentale noto come “Geopolitica”. Questo studio influenzò tutti gli strateghi imperiali emersi dal 20° secolo, dallo studente di Rodhes William Yandell Elliot, i suoi studenti di Harvard sir Henry Kissinger, Zbigniew Brzezinski, Bernard Lewis dell’MI6 e Samuel P. Huntington, per nominarne alcuni. Fu anche la base della teoria dell’Heartland celebrata dal geopolitico nazista Karl Haushofer e adottata da Hitler. Il programma di Mackinder era poco più di una riformulazione del “dividi per conquistare” praticato per secoli dall’impero inglese, e sorse in risposta alla minaccia che il programma del Sistema americano di Lincoln dello sviluppo ferroviario mondiale pose all’esistenza dei fallimentare impero inglese, come già menzionato. Lo sviluppo delle ferrovie non solo minacciava l’impero annichilendo il controllo marittimo inglese sugli stretti marittimi del mondo, ma avviò l’uso di una nuova densa fonte energetica, nota come petrolio, che minacciava di sostituire il monopolio inglese sul (meno denso) carbone, nella produzione industriale.

L’Artico come ultima frontiera
Dopo le riuscite spedizioni verso Polo Sud e Polo Nord nel 1909, Mackinder dichiarò, come Thomas Malthus prima di lui, che tutto ciò che poteva essere scoperto sulla Terra era stato scoperto e che la società umana era ora ufficialmente dentro un sistema assolutamente chiuso. Tutto ciò che rimaneva era che i principali monopoli tracciassero le risorse limitate e inducessero le nazioni vittime a massacrarsi a vicenda per dispute territoriali necessariamente presentatesi in ogni tentativo di possedere quante più “risorse limitate” possibili prima che si esaurissero. Ciò avrebbe portato le nazioni a guardare al futuro non dal punto di vista del Sistema americano delle potenzialità creative per cambiare i limiti al meglio, ma piuttosto col filtro libero-monetarista del piacere/dolore dalla miope definizione di “interesse personale”. Se la dinamica bestiale di tutti contro tutti non veniva adottata, le speranze di dominare il mondo sarebbero andate perse. La teoria di Mackinder fu espressa più chiaramente dall’osservazione: “Chi governa l’Europa dell’Est comanda l’Heartland; Chi governa l’Heartland comanda l’Isola del Mondo; Chi governa l’Isola del Mondo comanda il Mondo“. In altre parole, se si fosse impedito che l'”Isola del Mondo” venisse formata da Stati sovrani cooperativi che collaborano tramite i collegamenti ferroviari stimolando la crescita industriale/culturale nazionale, l’oligarchia inglese e i suoi partner minoritari di Wall Street avrebbero creduto di poter “comandare il mondo”. Mentre la profondità e la portata di questa parte soppressa della storia collettiva dell’umanità è troppo lunga per estrapolarla in questo breve articolo, ma riportata in dettaglio altrove, basti dire che per capire le cause della Prima guerra mondiale (e in definitiva la continuazione dopo 18 anni della Seconda guerra mondiale), questa dinamica storica va compresa.

La realtà è un sistema aperto
Nella logica dell’impero, le nazioni devono combattersi nel sistema chiuso dell’assoluta scarsità. Invece di muoversi creativamente al di fuori di tali limiti scoprendo nuovi principi universali e creando nuove fonti di energia come la fissione nucleare, la fusione termonucleare o desalinizzando l’acqua oceanica verso i deserti, alle nazioni fu detto, piuttosto arbitrariamente, che la “scarsità” (alias: “legge dei rendimenti decrescenti”) va rispettata e, come le bestie, adeguarsi al paradigma della sopravvivenza del più adatto. Tale logica fu usata per manipolare politicamente gli idioti ad iniziare quasi ogni guerra non necessaria del secolo scorso, ed è al centro della maggior parte dei conflitti odierni. Questo è ciò che la Cina respinge lanciando Nuova Via della Seta, Via della Seta Polare, BRICS e Shanghai Cooperation Organization. Richiamando l’energia creativa dei popoli e raccomandando la leadership cinese a servire il benessere generale, Xi Jinping ironicamente evocava ciò che Alexander Hamilton, Benjamin Franklin, Henry Carey e Abraham Lincoln fecero in vita per progredire. Invocava anche lo spirito rivoluzionario di Sun Yat Sen, il primo presidente della Repubblica di Cina (1911) istruito dagli economisti del sistema americano alle Hawaii e che modellò i suoi tre principi del popolo sul principio di governo di Lincoln “Per, Dal e Col popolo” [10]. Oggi nuove fonti di energia e megaprogetti creativi attendono la volontà politica di superare quei limiti incontrati dalla nostra attuale dipendenza dalle “risorse limitate”, come i combustibili fossili. Oltre alla prospettiva di collegare i Paesi eurasiatici con la “Nuova Via della Seta” e alle Americhe attraverso lo Stretto di Bering, la prossima frontiera del progresso umano non si trova sulla Terra, come Mackinder cinicamente suppose, ma piuttosto nella prospettiva dell’illimitata esplorazione spaziale, industrializzazione lunare e marziana e difesa dagli asteroidi. Niente di ciò è “fantasia utopica”, ma piuttosto politiche attive già applicate da nazioni leader come Cina e Russia, o proposte da leader di quelle nazioni come la proposta del Viceprimo Ministro russo Dmitrij Rogozin per la Difesa Strategica della Terra (SDE), e la proposta dello Stretto di Bering della Russia [11].
Il 10 febbraio 2018, nella conferenza What is the New Paradigm, la presidentessa del Schiller Institute, conosciuta in Cina come la “New Silk Road Lady”, pose la domanda: “Se guardate le condizioni del mondo occidentale oggi, specialmente degli stessi Stati Uniti; dell’Europa; del governo tedesco autodistruttivo mentre cerca di costruire un nuovo governo, la situazione del mondo è chiaramente nel caos. Evidenziavo il fatto che abbiamo bisogno di un nuovo paradigma, che dev’essere diverso da quello delle ipotesi e degli assiomi attuali, poiché il Medioevo era diverso dai tempi moderni, dove fondamentalmente tutte le ipotesi dello scolasticismo, l’aristotelismo, la superstizione e disordini simili furono sostituite da un’immagine completamente diversa dell’uomo e dalla diversa concezione della società. Questo è necessario per garantire la sopravvivenza della specie umana. E la domanda è: possiamo darci un sistema di autogoverno che garantisca che la specie umana esista per altri secoli e anche millenni? Ovviamente questa domanda era una di quelle a cui mio marito, Lyndon LaRouche, si dedicò per tutta la vita: in altre parole rilevare quegli aspetti del sistema attuale errati e come sostituirli con un sistema migliore e più completo“. Quando la specie umana dimostrò in modo coerente la capacità di scoprire le leggi dell’universo a vantaggio dell’umanità, e quando l’universo dimostrò l’illimitata abbondanza di nuovi principi da scoprire, allora come potrebbe ancora qualcuno sano di mente credere che viviamo in un mondo di scarsità e materialismo? Con intere nazioni che avanzano verso una nuova direzione in armonia con quelle leggi della natura che richiedono cooperazione, pace e sviluppo, sopraffacendo tirannia, guerra ed ignoranza, perché dovremmo scegliere di non cambiare il nostro paradigma per avere una dignitosa ed eccitante futura realtà che valga la pena di vivere?Note
[1] Garantire una vittoria decisiva nella costruzione di una società moderatamente prospera in tutti gli aspetti e lottare per il grande successo del socialismo dalle caratteristiche cinesi per una nuova era, di Xi Jinping.
[2] Nell’aprile 2007, “Megaprogetti della Russia orientale”, il governo russo offriva ufficialmente 65 miliardi di dollari per iniziare la costruzione del tunnel di 100 km sotto lo stretto di Bering. Vedasi “La Russia vuole un collegamento ferroviario con l’America“, Der Spiegel, 20 aprile 2007. Da allora la Russia ha iniziato l’implementazione con un’iniziativa miliardaria per lo sviluppo siberiano estendendo i corridoi ferroviari e sviluppando l’Artico collegandosi alla Nuova Via della Seta. I sostenitori più noti dello Stretto di Bering oggi includono il Viceprimo Ministro Dimitrij Rogozin e il consigliere di Putin Sergei Glaziev.
[3] Per una storia più approfonda della costruzione statunitense della Trans Siberian Rail, vedasi la Trans Siberian Railway dell’archivio Catskill di Theodore Waters.
[4] “Quale ruolo ha giocato la Russia nella guerra civile americana?“, 16 agosto 2017 di Oleg Egorov
[5] Se non fosse stato per la Gran Bretagna che corruppe i mercanti della BC durante le tensioni nel 1867-1870, tutti in Canada e Stati Uniti credevano che la colonia britannica sarebbe entrata negli USA, essendo l’unica soluzione economicamente valida per la colonia in bancarotta. La Transcontinental era appena stata costruita a San Francisco e un sistema di traghetti attivo collegava i mercanti della BC agli USA. Gli inglesi dovettero muoversi velocemente e lo fecero 1) ripagando il massiccio debito della Columbia Britannica, 2) acquistando poi il territorio che separava le sue colonie orientali e occidentali conosciute anche come Rupert’s Land e di proprietà della Hudson’s Bay Company, nel 1868, e 3) promettendo di costruire una ferrovia che collegasse la BC al Canada orientale, portata a termine nel 1885. L’unica condizione era che la Columbia Britannica si unisse alla Confederazione e non scegliesse l’opzione statunitense. Per un resoconto completo vedasi Il Mito Imperiale della politica nazionale canadese di Matthew Ehret-Kump, The Canadian Patriot, n. 8
[6] I fondi persei milioni di dollari sono stati raccolti privatamente, concludendo che il progetto potesse essere realizzato per 300 milioni. Un editoriale del New York Times del 24 ottobre 1905 osservò che “il tunnel dello Stretto di Bering è un progetto che a in futuro avrà probabilmente grande considerazione”.
[7] 1932: Non parlare dei partiti ma dei Principi universali – 2008. Documentario Lpac sulla diffusione internazionale del sistema americano e la rappresaglia inglese creando la prima guerra mondiale e la seconda guerra mondiale
[8] “Cos’è la Fabian Society e a che fine fu creata?” di Matthew Ehret-Kump, The Canadian Patriot n. 8, 2013
[9] Il Roundtable Movement è stato fondato dal rabbioso razzista Cecil Rhodes e amministrato da Lord Alfred Milner insieme al Programma di borse di studio di Rodhes, per adempiere alla missione esposta nella 7 ° Volontà di Rodhes: “Istituire, promuovere e sviluppare una società segreta, vero scopo ed oggetto di ciò sarà l’estensione del dominio inglese su tutto il mondo. La colonizzazione da parte di soggetti inglese di tutte le terre dove i mezzi di sostentamento sono raggiungibili con energia, lavoro e imprese, e specialmente l’occupazione dei coloni inglesi di continente africano, Terra Santa, valle dell’Eufrate, Cipro e Candia, America del Sud, isole del Pacifico non possedute finora dalla Gran Bretagna, l’arcipelago malese, quelle di Cina e Giappone, e recupero definitivo degli Stati Uniti d’America come parte integrante dell’impero inglese“. Per un resoconto completo sul Movimento della Tavola Rotonda vedasi Carroll Quigley, L’establishment anglo-americano, New York, Books in Focus, 1981 e anche Dittatura inglese o Sistema americano di Matthew Ehret-Kump su The Canadian Patriot n. 7. Le operazioni del Movimento della Tavola Rotonda negli USA si chiamano Council on Foreign Relations (CFR), fondata nel 1921, e in Gran Bretagna Royal Institute for International Affairs (alias: Chatham House) nel 1919. In Canada fu chiamata Istituto canadese per gli affari internazionali, e cambiò nome in Canadian International Council (CIC) nel 2006. A parte i nomi, la missione è sempre la stessa.
[10] L’eredità di Sun Yat Sen e la rivoluzione americana, di Mark Calney e Bob Wesser, Executive Intelligence Review, 28 ottobre 2011
[11] Jakunin vuole una decisione sul collegamento ferroviario dello Stretto di Bering entro il 2012, e per la Difesa Strategica della Terra di Rogozin, vedi “Star Wars come alternativa alla difesa missilistica“, 18 ottobre 2011Traduzione di Alessandro Lattanzio

Stato islamico, un piano del Pentagono

Professor Michel Chossudovsky, Global Research 20 febbraio 2018La leggenda di al-Qaida e della minaccia del “nemico estero” è sostenuta dai media e dalla propaganda governativa. Nell’era post-11 settembre, la minaccia terroristica di al-Qaida costituisce il tassello della dottrina militare USA-NATO. Giustifica, come umanitaria, la condotta delle “operazioni antiterrorismo” nel mondo. Noto e documentato che le entità affiliate ad al-Qaida sono usate da NATO/USA in numerosi conflitti come “risorse d’intelligence” fin dallo splendore della guerra afghana. In Siria, i terroristi di al-Nusrah e SIIL sono la fanteria dell’alleanza militare occidentale, che a sua volta controlla reclutamento e addestramento di tali forze. Mentre il dipartimento di Stato USA accusa diversi Paesi di “ospitare terroristi”, gli USA sono il primo “Stato sponsor del terrorismo”: lo Stato islamico dell’Iraq e Levante (SIIL), che opera in Siria e Iraq, è segretamente sostenuto e finanziato da Stati Uniti e alleati Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Inoltre, lo Stato Islamico dell’Iraq e Levante e il piano del califfato sunnita coincide con la vecchia agenda USA per spezzare Iraq e Siria in un califfato islamico sunnita, una repubblica sciita e una repubblica del Kurdistan. La guerra globale al terrorismo guidata dagli Stati Uniti (GWOT) è la pietra angolare della dottrina militare statunitense. “Inseguire i terroristi islamici” è parte integrante della guerra non convenzionale. L’obiettivo è giustificare la operazioni antiterrorismo nel mondo, consentendo a Stati Uniti ed alleati d’intervenire negli affari interni di Paesi sovrani. Molti autori progressisti, anche dei media alternativi, mentre si concentrano sui recenti sviluppi in Iraq, non comprendono la logica della “Guerra globale al terrorismo”. Lo Stato islamico dell’Iraq e Levante (SIIL) viene spesso considerato come “entità indipendente” piuttosto che strumento dell’alleanza militare occidentale. Inoltre, molti pacifisti che si oppongono ai principi dell’agenda militare USA-NATO, appoggeranno comunque l’antiterrorismo di Washington contro al-Qaida: La minaccia terroristica mondiale è considerata “reale”: “Siamo contrari alla guerra, ma sosteniamo la guerra globale al terrorismo“.Il piano del Califfato e il rapporto del National Intelligence Council degli Stati Uniti
Nuova propaganda è in moto. Il capo del defunto Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL), Abu Baqr al-Baghdadi, annunciò il 29 giugno 2014 la creazione dello Stato islamico: “I combattenti fedeli al proclamato “califfo Ibrahim ibn Uad”, o Abu Baqr al-Baghdadi come era noto fino al 1° luglio, s’ispirano al califfo Rashidun, che succedette al profeta Mhuamad nel settimo secolo, venerato dalla maggioranza dei musulmani“. (Daily Telegraph, 30 giugno 2014) Con amara ironia, il piano del califfato come strumento di propaganda era sul tavolo dell’intelligence statunitense da oltre dieci anni. Nel dicembre 2004, sotto l’amministrazione Bush, il National Intelligence Council (NIC) predisse che nel 2020 sarebbe emerso un nuovo califfato dal Mediterraneo occidentale all’Asia centrale e sudorientale, minacciando democrazia e valori occidentali. Le “scoperte” del National Intelligence Council furono pubblicate in un rapporto non classificato di 123 pagine intitolato “Mapping the Global Future”. “Il nuovo califfato fornisce l’esempio di come un movimento globale alimentato dalla politica d’identità religiosa radicale potrebbe costituire una sfida a norme e valori occidentali come fondamento del sistema globale“. Il rapporto NIC 2004 rasenta il ridicolo: è privo d’intelligence, per non parlare di analisi storiche e geopolitiche. Il suo finto racconto relativo al califfato, tuttavia, ha una strana somiglianza con l’annuncio pubblicizzato il 29 giugno 2014 sulla creazione del califfato dal capo dello SIIL Abu Baqr al-Baghdadi. Il rapporto NIC presentava un cosiddetto “scenario immaginario secondo la lettera di un nipote immaginario di bin Ladin a un parente sul 2020“. È su questa base che fece previsioni per il 2020. Basandosi sulla lettera di un falso nipote di bin Ladin piuttosto che ad intelligence ed analisi empirica, la comunità d’intelligence statunitense concluse che il califfato era un vero pericolo per il mondo e la civiltà occidentali. Dal punto di vista propagandistico, l’obiettivo del piano del califfato, secondo il NIC, era demonizzare i musulmani per giustificare la crociata militare: “Lo scenario immaginario descritto dall’esempio di come potrebbe emergere un movimento globale alimentato da un’identità religiosa radicale. In questo scenario, viene proclamato un nuovo califfato facendo avanzarne la potente controideologia dall’ampia attrattiva. Ciò viene spacciato sotto forma di ipotetica lettera di un nipote immaginario di bin Ladin a un parente nel 2020. Racconta le lotte del califfo nel tentativo di strappare il controllo ai regimi tradizionali, e conflitto e confusione che ne derivano nel mondo musulmano e tra musulmani e Stati Uniti, Europa, Russia e Cina. Mentre il successo del califfo nel mobilitare il sostegno sconvolge luoghi lontani dal centro musulmano in Medio Oriente, in Africa e Asia, a causa dei suoi appelli. Lo scenario termina prima che il califfo possa stabilire un’autorità spirituale e temporale su un territorio che storicamente interessò i precedenti califfi. Alla fine, ne traiamo le lezioni“. (Mapping the Global Future)
Questo rapporto “autorevole” del NIC, “Mapping the Global Future“, non fu presentato solo a Casa Bianca, Congresso e Pentagono, ma anche agli alleati statunitensi. La “minaccia dal mondo musulmano” a cui si fa riferimento nel rapporto NIC (compresa la sezione sul califfato) è saldamente radicata nella dottrina militare USA-NATO. Il documento del NIC doveva essere letto da alti funzionari. In linea di massima faceva parte della propaganda “Top official” (TOPOFF) rivolta ai responsabili della politica estera e militari, per non parlare di studiosi, ricercatori e “attivisti” di ONG. L’obiettivo era garantirsi che gli “alti funzionari” continuino a credere che i terroristi islamici minacciano la sicurezza del mondo occidentale. La base dello scenario del califfato è lo “Scontro di civiltà”, giustificando presso l’opinione pubblica l’intervento degli USA nel mondo nell’ambito della lotta globale al terrorismo. Dal punto di vista geopolitico e geografico, il califfato copre un’ampia area in cui gli Stati Uniti cercano di estendere la propria influenza economica e strategica. Secondo Dick Cheney, il rapporto del NIC del 2004: “Parla di ristabilire ciò che potreste definire Califfato del Settimo Secolo. Questo era il mondo che fu organizzato 1200, 1300 anni fa, in effetti, quando Islam o popolo islamico controllava tutto, dal Portogallo e Spagna in occidente a Mediterraneo; Nord Africa; Medio Oriente; Balcani; repubbliche dell’Asia centrale; Russia meridionale; buona parte dell’India; fino all’Indonesia. In un certo senso, da Bali e Giacarta da una parte, a Madrid dall’altra“, Dick Cheney. Ciò che Cheney descriveva del contesto odierno era una vasta regione strategica dal Mediterraneo all’Asia centrale e al Sud-Est asiatico, dove Stati Uniti e loro alleati sono direttamente coinvolti in una varietà di operazioni militari e d’intelligence, come il supporto segreto degli Stati Uniti a SIIL e al-Qaida nei cosiddetti “Paesi e territori in cui gli islamisti hanno creato gruppi violenti…
Lo scopo dichiarato del rapporto del NIC era “preparare l’amministrazione Bush alle sfide che si prospettano proiettando le attuali tendenze che potrebbero rappresentare una minaccia agli interessi degli Stati Uniti”. Il documento d’intelligence del NIC si basava, da non dimenticare, su “un’ipotetica lettera di un nipote immaginario di bin Ladin a un familiare (fittizio) sul 2020“. “Le lezioni apprese” come delineato in tale “autorevole” documento d’intelligence sono le seguenti:
Il piano del califfato “costituisce una seria sfida all’ordine internazionale” e “La rivoluzione informatica probabilmente amplificherà lo scontro tra mondo occidentale e mondo musulmano…
Il documento si riferiva all’appello del califfato ai musulmani e concluse che: “La proclamazione del califfato non ridurrà la probabilità di terrorismo e di fomentare altri conflitti“. L’analisi del NIC suggeriva che la proclamazione del califfato avrebbe generato altro terrorismo dai Paesi musulmani, giustificando l’escalation della Global War on Terrorism (GWOT) degli USA: “La proclamazione del califfato… potrebbe alimentare una nuova generazione di terroristi intenti ad attaccare chi si oppone al califfato, dentro e fuori il mondo musulmano“. Ciò che il rapporto NIC non menzionava era che l’intelligence USA si collegava con MI6 inglese e Mossad nel segreto sostegno ai terroristi e al piano del califfato. A loro volta, i media diffusero menzogne e falsificazioni concentrandosi sulla “nuova minaccia terroristica” emanata non solo dal mondo musulmano, ma da “terroristi islamici autoctoni” in Europa e Nord America.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il grande accordo di Putin con Israele: Israele può sopportarlo?

Alastair Crooke, SCF 17.02.2018Israele sale su un cavallo troppo alto“, scriveva Alex Fishman (corrispondente della difesa israeliano) sul giornale ebraico Yedioth Ahronoth, il mese scorso, “e si avvicina a passi da gigante a una “guerra voluta”: senza mezzi termini, è una guerra iniziata in Libano“. Nell’articolo, Fishman osserva: “La deterrenza classica è quando minacci un nemico a non farti del male nel tuo territorio, ma qui, Israele chiede che il nemico si astenga dal fare qualcosa nel proprio territorio, altrimenti Israele lo danneggerà. Dal punto di vista storico e della legittimità internazionale, le probabilità che tale minaccia venga accettata, portando alla fine delle attività nemiche nel proprio territorio, sono scarse“. Ben Caspit aveva anche scritto della giusta prospettiva su una “guerra voluta”, mentre un editoriale di Haaretz, spiega il professor Idan Landau in un blog israeliano, osservava: “Il governo israeliano deve quindi ai cittadini israeliani una spiegazione precisa, pertinente e persuasiva sul perché una fabbrica di missili in Libano ha cambiato l’equilibrio strategico tanto da richiede la guerra. Deve presentare valutazioni al pubblico israeliano sul numero previsto di vittime, danni alle infrastrutture civili e sul costo economico della guerra, rispetto al pericolo che la costruzione della fabbrica di missili costituirebbe“. Viviamo tempi pericolosi in Medio Oriente oggi, sia nell’immediato che a medio termine. La scorsa settimana s’è visto il primo “cambio del gioco” che ha quasi fatto precipitare la regione in guerra: l’abbattimento di uno degli aerei più sofisticati d’Israele, un F-16I. Ma come osserva Amos Harel, in questa occasione: “Il Presidente Vladimir Putin ha messo fine allo scontro tra Israele e Iran in Siria, ed entrambi hanno accettato la sua decisione… Sabato pomeriggio, dopo la seconda ondata di bombardamenti… alti funzionari israeliani stavano ancora seguendo una linea militare, e sembrava che Gerusalemme stesse considerando ulteriori azioni. La discussione si concluse poco dopo una telefonata tra Putin e il primo ministro Benjamin Netanyahu“. E quest’ultima affermazione rappresenta il secondo “cambio di gioco”: ai “bei vecchi tempi”, come diceva Martin Indyk, sarebbero stati gli Stati Uniti verso cui Israele si sarebbe rivolto, ma non questa volta. Israele ha chiesto al Presidente Putin di mediare. Sembra che Israele creda che Putin sia ora la “potenza indispensabile”, e in termini di spazio aereo a nord, lo è. Come Ronen Bergman aveva scritto sul New York Times: “Israele non potrà più agire in Siria senza limitazioni”, e in secondo luogo, “se qualcuno non ne fosse ancora a conoscenza, la Russia è la potenza dominante nella regione“. Quindi, di cosa si tratta? Bene, per cominciare, non si tratta di un drone che può (o non può) sconfinare in ciò che Israele chiama Israele o che la Siria chiama “Golan occupato”. Lasciateci ignorare tutto questo: o pensateci come all”effetto farfalla” nella teoria del caos, la cui piccola ala cambia “il mondo”, se preferite. Alla fine, comunque, questi sono avvertimenti su un’imminente guerra scatenati dal successo dello Stato siriano nel sconfiggere l’insurrezione jihadista. Questo ha cambiato gli equilibri di potere regionali e si assiste a Stati che reagiscono a tale sconfitta strategica. Israele, essendo il perdente, vuole limitare le perdite. Teme i cambiamenti in atto nella zona settentrionale della regione: il primo ministro Netanyahu chiese diverse volte al Presidente Putin garanzie che Iran ed Hezbollah non traggano alcun vantaggio strategico dalla vittoria della Siria che potrebbe svantaggiare Israele. Ma Putin, sembra chiaro, non ha dato garanzie. Ha detto a Netanyahu che, mentre riconosceva gli interessi alla sicurezza d’Israele, anche la Russia ha i suoi interessi, ed ha anche sottolineato che l’Iran è un “partner strategico” della Russia.
In pratica, non vi è alcuna presenza effettiva iraniana o di Hezbollah nelle vicinanze d’Israele (e in effetti Iran e Hezbollah hanno sostanzialmente ridotto le forze in Siria). Ma sembra che Netanyahu volesse di più: e per fare leva sulla Russia per garantire una futura Siria senza una qualsiasi presenza ‘sciita’, Israele la bombardava quasi ogni settimana, emettendo varie minacce belluine contro il Libano (col pretesto che l’Iran vi costruirebbe fabbriche di “missili sofisticati”), dicendo, in effetti al Presidente Putin, che se non avrà garanzie ferree su una Siria senza Iran e Hezbollah, si scontrerà con entrambi i Paesi. Ebbene, ciò che è successo è che Israele ha perso un F-16: inaspettatamente abbattuto dalle difese aeree siriane. Il messaggio è questo: “La stabilità in Siria e Libano è d’interesse russo. Se riconosciamo gli interessi alla sicurezza d’Israele, non danneggiate i nostri. Se volete la guerra con l’Iran, sono affari vostri, e la Russia non sarà coinvolta; ma non dimenticate che l’Iran è e rimane il nostro partner strategico“. Questo è il grande accordo di Putin: la Russia si assumerà una certa responsabilità sulla sicurezza d’Israele, ma non se Israele intraprenderà guerre contro Iran ed Hezbollah, o se violerà deliberatamente la stabilità nel Medio Oriente (incluso l’Iraq). E niente più bombardamenti gratuiti, destinati a violare la stabilità. Se Israele vuole la guerra con l’Iran, allora la Russia starà in disparte. Israele ora ha assaggiato il “bastone” del Presidente Putin: la sua superiorità aerea nel nord è stata violata dalle difese aeree siriane. Israele perderà completamente se le difese aeree russe saranno attivate: “Che ci pensino“. In caso di dubbio, si consideri questa dichiarazione del 2017 del Capo di Stato Maggiore delle Forze Aerospaziali Russe, Maggiore-Generale Sergej Mesherjakov: “Oggi in Siria è stato istituito un sistema di difesa aerea unificato ed integrato. Abbiamo assicurato l’informazione e l’interconnessione tecnica tra i sistemi di ricognizione aerea russi e siriani. Tutte le informazioni sulla situazione aerea provengono da stazioni radar siriane per i punti di controllo del raggruppamento delle forze russe“. Due cose ne scaturiscono: in primo luogo, la Russia sapeva esattamente cosa succedeva quando l’F-16 israeliano fu colpito dai missili della difesa aerea siriani. Come Alex Fishman, decano dei corrispondenti della difesa israeliani, notava su Yediot Ahoronot l’11 febbraio: “Uno degli aerei israeliani è stato colpito da due bordate di 27 missili terra-aria siriani… un risultato enorme per l’esercito siriano, e imbarazzante per la IAF, dato che i sistemi di guerra elettronica dell’aereo avrebbero dovuto proteggerlo da una bordata di missili… La IAF dovrà condurre un’indagine approfondita d’intelligence tecnica per determinare se i siriani hanno sistemi in grado di aggirare i sistemi di allarme e blocco israeliani? I siriani hanno sviluppato una nuova tecnica di cui l’IAF non è a conoscenza? Fu detto che i piloti non ricevettero l’allarme sul missile nemico che aveva agganciato il loro aereo; in linea di principio, avrebbero dovuto riferire di esserne preoccupati, ma c’era anche la possibilità più grave che non sapessero del missile, portando alla domanda sul perché non lo sapessero e se si resero conto della gravità del danno dopo che furono colpiti e costretti a salvarsi“. E il secondo: la successiva dichiarazione israeliana di aver punito la Siria distruggendone il 50% della difesa aerea andrebbe presa con cautela. Si ricordi ciò che aveva detto Mesherjakov: è un sistema russo-siriano pienamente integrato e unificato, e ciò significa che vi sventola la bandiera russa. (E questa prima affermazione israeliana fu ripresa dal portavoce dell’IDF). Infine, Putin, dopo l’abbattimento dell’F-16, disse ad Israele di smettere di destabilizzare la Siria. Non disse nulla sul drone siriano che pattugliava il confine meridionale (una pratica regolare dei siriani per monitorare i gruppi terroristici). Il messaggio era chiaro: Israele ottiene limitate garanzie sulla sicurezza dalla Russia, ma perde la libertà di azione. Senza il dominio aereo (che la Russia ha già acquisito), la presunta superiorità sui vicini Stati arabi, su cui Israele da lungo tempo introietta nella propria psiche collettiva, vedrà le ali d’Israele stroncate.
Tale patto può essere digerito culturalmente in Israele? Va visto se i capi d’Israele accettano di non godere più della superiorità aerea su Libano e Siria; o se, come i commentatori israeliani avvertivano nell’introduzione, se la leadership politica israeliana opterà per una “guerra voluta”, nel tentativo d’impedire la fine del dominio dei cieli d’Israele. C’è naturalmente un’altra possibilità, correre a Washington per cooptarla nell’azione per scacciare l’Iran dalla Siria, ma la nostra ipotesi è che Putin abbia già tranquillamente messo a punto con Trump il suo piano. Chissà? E allora una guerra preventiva per tentare di recuperare la superiorità aerea israeliana sarebbe fattibile o realistica dal punto di vista delle forze di difesa israeliane? È un punto controverso. Un terzo degli israeliani è culturalmente ed etnicamente russo e molti ammirano il Presidente Putin. Inoltre, Israele potrebbe contare, in tali circostanze, sulla Russia che non impiegherebbe i sofisticati missili della difesa aerea S-400 di stanza in Siria per proteggere i militari russi di stanza in tutta la Siria? E le tensioni israelo-siriane-libanesi di per sé non concludono l’attuale situazione di rischio associata alla Siria. Lo stesso fine settimana, la Turchia perse un elicottero e i due piloti, abbattuti dalle forze curde d’Ifrin. Il sentimento in Turchia contro YPG e PKK si accende; nazionalismo e neo-ottomanismo avanzano; e gli USA vengono dipinti con rabbia come “nemico strategico” della Turchia. Il presidente Erdogan affermava che le forze turche elimineranno le YPG/PKK da Ifrin all’Eufrate, ma un generale statunitense diceva che le sue truppe non si toglieranno dalla via di Erdogan per Manbij. Chi colpirà per primo? E questa escalation può continuare senza una grave rottura delle relazioni tra Turchia e Stati Uniti? (Erdogan aveva notato che il budget della difesa degli USA del 2019 include uno stanziamento di 550 milioni di dollari per le YPG. Cosa se ne faranno esattamente gli statunitensi?). Inoltre, può la leadership militare statunitense, preoccupata dal ritrovarsi in una guerra del Vietnam, ma con gli USA che vincerebbero questa volta (per dimostrare che l’esito del Vietnam fu una sconfitta immeritata dalle forze USA), accettare di ritirarsi dall’aggressiva occupazione della Siria ad est dell’Eufrate, e quindi perdere ulteriore credibilità? Soprattutto ripristinare credibilità e coscrizione militare degli Stati Uniti è il mantra dei generali della Casa Bianca (e Trump)? Oppure, il perseguimento della “credibilità” militare degli Stati Uniti degenererà in una “caccia al pollo” montata dalle forze statunitensi contro le Forze Armate siriane, o addirittura con la stessa Russia che considera l’occupazione statunitense in Siria come dannosa per la stabilità regionale che ricerca.
Il “grande quadro” della concorrenza tra gli Stati sul futuro della Siria (e della regione) è aperto e visibile. Ma chi si cela dietro le provocazioni che potrebbero portare all’escalation, e facilmente trascinare la regione verso il conflitto? Chi ha fornito il missile terra-aria portatile che aveva abbattuto il caccia Su-25 russo e che vide il pilota circondato da jihadisti, preferire coraggiosamente uccidersi piuttosto che essere preso prigioniero? Chi aveva ‘aiutato’ il gruppo terroristico ad usare il manpad? Chi ha armato i curdi con sofisticate armi anticarro (che hanno distrutto una ventina di carri armati turchi)? Chi ha fornito i milioni di dollari per progettare tunnel e bunker costruiti dai curdi e chi ne ha sovvenzionate le formazioni armate? E chi c’era dietro lo sciame di droni, dotati di esplosivi, inviato ad attaccare la base aerea russa di Humaymim? I droni dovevano apparire rudimentali, che dei ribelli potessero rappattumare, ma da quando le difese elettroniche russe riuscirono a prendere il controllo e a farne atterrare sei, i russi videro che,internamente erano abbastanza diversi: contenevano sofisticate contromisure elettroniche e sistemi di guida GPS. In breve, l’aspetto rustico ne camuffava la sofisticazione, probabilmente lavoro da manuale di un’agenzia di Stato. Chi? Perché? Qualcuno cerca di mettere la Russia contro la Turchia? Non sappiamo. Ma è abbastanza chiaro che la Siria è il crogiolo di potenti forze distruttive che potrebbero volere, o inavvertitamente, infiammare la Siria e potenzialmente il Medio Oriente. E come aveva scritto il corrispondente della difesa israeliana Amos Harel, già in questo ultimo fine settimana, “abbiamo fatto un passo indietro dall’abisso della guerra“.Traduzione di Alessandro Lattanzio