La crisi dei Rohingya è una questione del Myanmar

Dragon-naga 14 novembre 2017I giornalisti del Myanmar che si recano oggi a Maundo a proprio rischio e pericolo, una città non lontana dal confine col Bangladesh, circondata da dozzine di insediamenti rohingya, sono stupefatti nel dire che, nonostante i villaggi bruciati, le persone in questo territorio continuano a vivere. Uno di questi giornalisti ha avuto la forte impressione da un improvvisato mercato del bestiame in uno dei sobborghi della città. Il risultato della massa di persone che abbandonavano le fattorie sono le foreste intorno ai villaggi spopolati e bruciati abitate da animali domestici, principalmente mucche e bufali. Sono stati presi da chi si arrischia a rimanere e, in questo caso, come dicono i giornalisti, anche le forze dell’ordine del Myanmar sono attivamente coinvolte. I bovini sono marchiati (per stabilirne la proprietà) e vengono portati in un mercato improvvisato per venderli ai residenti locali. E i residenti locali comprano questo bestiame con strano entusiasmo: rischiano restando, quindi almeno come compenso per la paura comprano una nuova mucca a un prezzo economico. Poiché l’offerta supera chiaramente la domanda, i prezzi per i bovini a Maundo sono in realtà piuttosto bassi. E i residenti della città dicono che le forze dell’ordine caricano mucche e bufali sui camion dell’esercito e li portano nella capitale dello Stato Sittwe, lì il mercato è migliore e dal bestiame incustodito si può guadagnare di più. Allo stesso tempo, pochi si preoccupano dei proprietari di questi animali: i rohingya fuggiti in Bangladesh, o i rakhinesi e gli indù o altre nazionalità precipitatisi nel sud del Paese. Chi rimane, indipendentemente dall’affiliazione religiosa, sa che i fuggiaschi non torneranno più, il che significa che nessuno cercherà mai una data mucca. E dove trovarla se il bestiame senza proprietario fuggito nelle foreste è stimato ad almeno decine di migliaia di capi. Questo è il risultato dell’operazione speciale delle forze di sicurezza del Myanmar, iniziata dopo che centinaia di rohingya, nella prima mattina del 25 agosto (terroristi accompagnati da “gruppi di sostegno” tratti dalle temute bande giovanili locali, che le forze armate stimavano in circa 4000 persone) attaccarono 30 postazioni di polizia e militari nel nord dello Stato di Rakhine. In risposta, forze armate, polizia e distaccamenti delle guardie di frontiera iniziarono l’operazione per liberare il territorio. In termini numerici, dal 25 al 31 agosto, i terroristi effettuarono 52 attacchi organizzati contro le forze di sicurezza del Myanmar. Nello stesso periodo furono registrati 90 incidenti (tra cui esplosioni di mine e granate). Almeno 63 villaggi registrarono almeno un incidente od esplosione. L’ultimo episodio fu registrato il 22 settembre, ma dopo il 5 settembre (la data in cui, secondo la Consigliera di Stato del Myanmar Aung San Suu Kyi, i combattimenti attivi sono cessati), ce ne furono davvero pochi. Come risultato degli incendi che bruciarono 232 villaggi, per lo più rohingya, i rifugiati che attraversarono il confine tra Myanmar e Bangladesh furono più di 600mila. Molti di loro, conversando coi giornalisti, descrivono l’illegalità che le forze dell’ordine del Myanmar commettevano contro di loro, secondo i rifugiati, bruciando villaggi, uccidendo e violentando. Persino il Myanmar ritiene che centinaia di rohingya siano stati uccisi, anche se i militari sottolineano che sono stati uccisi dai terroristi.
Se si guarda allo svilupparsi degli eventi dall’anno scorso nello Stato di Rakhine, si dovrebbe riconoscere che tale risultato era logico. Da un lato, nel 2012, il Presidente del Myanmar, Thane Sein, invitò la comunità mondiale a riprendersi i migranti illegali bengalesi nel suo Paese (questa era la posizione ufficiale delle autorità del Myanmar verso i rohingya) e cinque anni dopo la leadership del Paese finalmente ragionava, nessuno li avrebbe aiutati a trasferire i rohingya dal Myanmar, e quindi dovevano risolvere da soli il problema, al meglio per quanto possano. D’altra parte, negli ultimi due anni c’è stato un cambiamento qualitativo nelle attività delle strutture che cercano di parlare a nome dei rohingya nel mondo. Soprattutto l’attivazione e la denominazione del “Rohinga Arakan Salvation Army” (ARSA), organizzazione guidata da tale Ata Ula, una rohingya nato in Pakistan e che vive da tempo in Arabia Saudita, che a quanto pare ha ottenuto il denaro per le attività correnti. Al confine tra Myanmar e Bangladesh sono comparsi campi di addestramento per terroristi, dove giovani disoccupati locali si sono recati volontariamente. Gli istruttori di questi campi non erano solo quadri locali formati all’estero, ma anche immigrati da Afghanistan e Pakistan. Le forze di sicurezza del Bangladesh affermavano che negli attacchi nel nord dello Stato di Rakhine avevano ancora relativamente poche armi da fuoco. A loro volta, le autorità del Myanmar poterono fare ben poco per evitare tale crescente pericolo, come ammise Aung San Suu Kyi, i capi delle comunità rohingya che espressero il desiderio di cooperare con le autorità, pagavano con la vita. Il primo caso di attacco armato organizzato dall’ARSA alle posizioni delle forze di sicurezza del Myanmar si ebbe il 9 ottobre 2016, poi i terroristi attaccarono le dogane, uccidendo 9 poliziotti e 4 soldati, e soprattutto ottennero numerose armi da fuoco e munizioni. Dopo di ciò, cominciarono a comparire sempre più resoconti su schermaglie tra rohingya e forze armate ed uccisioni da parte dei terroristi di civili (soprattutto rappresentanti di altri gruppi nazionali e confessionali). Ci furono notizie sui terroristi che aggredivano le ragazze da altre comunità nazionali, convertendole forzatamente all’Islam e prendendole in mogli. Inoltre, i villaggi rohingya iniziarono a bruciare nello Stato di Rakhine. All’estero, degli incendi furono al solito accusati i militari del Myanmar, tuttavia, nel rapporto della commissione speciale dell’ex-segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan (che non ha motivo di adattarsi alla linea ufficiale di Naypyidaw) si nota che molti degli incendi sono opera dei rohingya stessi. A poco a poco divenne chiaro che il prossimo attacco organizzato alla polizia e alle strutture militari nello Stato di Rakhine era solo questione di tempo e che sarebbe stato molto più ampio del precedente. È chiaro che i militari del Myanmar lo capirono perfettamente e prepararono la svolta degli eventi programmando un’operazione su larga scala per ripulire i villaggi rohingya dai terroristi. Ma l’ARSA non solo fece un lavoro efficace con i giovani rohingya in Myanmar, reclutando e addestrando sempre più quadri. Una componente PR per l’estero dell’organizzazione ebbe risalto. Come ammettono gli esperti, i suoi documenti erano scritti in ottimo inglese “ONU”, cioè potevano semplicemente essere presi e citati sui siti delle organizzazioni non governative e dei media. Allo stesso tempo, l’ARSA negò i legami cogli islamisti (va notato che le agenzie d’intelligence bengalese e indiana hanno dati opposti sul caso) e dichiarò l’obiettivo puramente “laico” e attraente per i difensori dei diritti umani internazionali di garantire che i rohingya non siano più una “nazione oppressa” e abbiano diritti civili. Tali iniziative di PR ben regolate dei capi dell’ARSA attrassero molti sostenitori e simpatizzanti nel mondo. A sua volta, il nuovo governo del Myanmar cercò di trovare una formula accettabile per una soluzione pacifica al problema. Per studiare la situazione nello Stato di Rakhine e sviluppare raccomandazioni, fu creata una commissione internazionale speciale con a capo l’ex-segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Il governo del Myanmar adottò un piano quinquennale per lo sviluppo socio-economico dei territori del nord dello Stato di Rakhine (per il 2017-2021), i leader del Paese hanno annunciato la creazione di una zona economica speciale in questo territorio per attirare investimenti (anche dai Paesi islamici) e creare nuovi posti di lavoro. I piani per la costruzione di strade e ponti, così come l’elettrificazione dei territori, furono approvati. Insegnanti apparvero negli insediamenti rohingya. Come riferì Aung San Suu Kyi, i rohingya finalmente avevano un pari accesso ai servizi sanitari degli altri cittadini del Myanmar. Furono avviati i programmi di formazione professionale dei residenti, a seguito dei quali ricevere nuove professioni e maggiori opportunità di trovare lavoro. Il 23 agosto, la Commissione Annan presentò il rapporto finale con proposte per la risoluzione pacifica dei problemi dei rohingya e loro ulteriore integrazione nella società del Myanmar, e i leader del Myanmar a loro volta sottolinearono di esser pronti ad iniziare immediatamente ad attuare concretamente le raccomandazioni del rapporto. E il 25 agosto, i militanti dell’ARSA attaccarono le postazioni militari nello Stato di Rakhine. A giudicare dalle conversazioni telefoniche dei capi dell’ARSA, intercettate dai servizi segreti del Bangladesh, questa coincidenza di date non fu casuale. La dirigenza dell’ARSA cercò di dimostrare di non volere il dialogo col governo del Myanmar e che intendeva raggiungere gli obiettivi unicamente con la forza. Se tale svolta interessasse ai rohingya che vivevano nello Stato di Rakhine, a quanto pare alla dirigenza dell’ARSA non importava.

Perché così tanti
608mila persone dal 25 agosto passarono dal Myanmar in Bangladesh (per lo più su imbarcazioni e altri mezzi improvvisati attraverso il fiume Naf), la cifra era nell’ultimo comunicato stampa dell’ONU, significativamente più grande del numero di rifugiati nelle precedenti crisi nello Stato di Rakhine: nel 2012, a seguito degli scontri intercomunali, il numero di “sfollati” fu stimato a 140000, e un maggior numero di rifugiati dallo Stato di Rakhine fu registrato dopo una serie di operazioni militari primi anni ’90, che furono circa 250mila. Tuttavia, i militari del Myanmar (e soprattutto, il comandante in capo delle Forze Armate Generale Aung Hlayn) ritengono che i media abbiano gonfiato in modo ingiustificato tale cifra. Innanzitutto, diventare dei rifugiati in Bangladesh non è una coincidenza. Immaginate che i terroristi compaiano nel vostro villaggio e ben presto i soldati arrivino per combatterli. Cosa fate? Certo, lasciate il villaggio per andare dai parenti e aspettare che tutto si sistemi. Ma i bengalesi (cioè i rohingya) non hanno parenti in Myanmar. Tutti vivono in Bangladesh. Non sono parenti, ma correligionari che parlano la stessa lingua. Inoltre, la maggioranza dei rohingya viene limitata nei movimenti nel Paese. Pertanto, se ne andarono in Bangladesh. Cioè, secondo la logica dei militari, se costoro fuggivano all’interno del Paese e si sarebbero stabiliti dai parenti, e nessuno li avrebbe considerati rifugiati, non sarebbero apparsi su alcun rapporto delle Nazioni Unite. Dal punto di vista della formalità della burocrazia “ONU”, l’argomento è abbastanza convincente perché oggi (almeno alle Nazioni Unite) nessuno parla dei rifugiati nel Myanmar, in fuga dai conflitti nello Stato di Rakhine e stabilitisi da parenti e amici. In realtà, nessuno li considera formalmente rifugiati, semplicemente hanno cambiato residenza. Secondo le stime dei militari, che hanno incontrato colonne di tali persone che fuggivano dallo Stato di Rakhine verso l’interno del Myanmar, sarebbero decine di migliaia. Allo stesso modo, la maggior parte degli attuali rifugiati rohingya scomparirebbe, se fossero nativi del Myanmar, presso i parenti nel Paese. Cioè, i militari credono che la cifra di 600mila sia solo causa delle circostanze, e in altre condizioni geografiche e demografiche sarebbe stata molto più bassa. Lo sottolineava il Generale Min Aung Hlayn in un’intervista all’ambasciatore statunitense Scott Marsel. In secondo luogo, molti rifugiati arrivarono in Bangladesh dopo intimidazioni e minacce dell’ARSA. Secondo il “Tatmadaw True News Information Team” (un gruppo d’informazione delle forze armate creato appositamente per “una copertura veritiera degli eventi” relativi alla crisi dei rohingya), pubblicato a metà novembre, i risultati dell’indagine sui residenti dello Stato di Rakhine indicano che i terroristi scacciarono i residenti locali dicendo che le truppe arrivavano per bruciare il villaggio, uccidere gli abitanti con armi automatiche e sganciare bombe dagli elicotteri. I terroristi dicevano: “La tua vita sarà più facile se andrai in Bangladesh, perché lì riceverai aiuto dall’estero”, aggiungendo minacce dirette: “Lascia, altrimenti ti dichiareremo apostata dall’Islam e ti taglieremo la gola”. E per costringere le persone a lasciare i villaggi, i terroristi incendiarono le loro case. Infatti, come sottolineato dai militari, bastò costringere un solo villaggio a partire che gli abitanti dei villaggi vicini venissero presi dal panico, senza alcuna persuasione o minaccia. Inoltre, come sottolineano i militari, anche i diplomatici stranieri videro tale panico infondato, comunicando cogli abitanti dei villaggi nello Stato di Rakhine per cercare di convincerli a rimanere, ma i residenti fuggirono. Tale attività dei terroristi creava l'”effetto panico cumulativo”, dimostrandosi molto efficace. I militari attirano l’attenzione sul fatto che lo scopo della leadership dell’ARSA era creare il maggior afflusso possibile di rifugiati in Bangladesh, formalmente per attirare l’attenzione della comunità mondiale sui problemi dei rohingya. Pertanto, il fatto che i terroristi costringessero i residenti locali a partire per il Bangladesh lo considerano prova indiscutibile (soprattutto perché sono molte le prove dei rappresentanti rohingya che soggiornarono nello Stato di Rakhine per questo motivo). Inoltre, molti terroristi attraversarono il confine stabilendosi in Bangladesh, ed essendosi diffusi nei campi profughi, gli abitanti dei campi evitano tali argomenti nelle conversazioni coi giornalisti. In terzo luogo, molti rifugiati non rohingya furono radunati dai terroristi in Bangladesh “per fare massa”. Gli stessi argomenti furono usati, dalla persuasione alle intimidazioni e agli incendi delle case. Ciò è evidenziato dai rifugiati non rohingya che gradualmente tornano in Myanmar (recentemente, ad esempio, è stato annunciato il ritorno di 500 indù). Secondo l’ambasciatore del Myanmar in Russia, Koh Shane, “alcune donne sono state costrette ad accettare l’Islam, alcune sono state portate in campi musulmani nel territorio del Bangladesh. Le donne indù durante il conflitto hanno chiamato i parenti in altri villaggi per avvertirli di ciò che accade“. Oltre a quanto sopra, i militari richiamavano l’attenzione su un altro fattore che ha contribuito a un flusso di rifugiati in Bangladesh così massiccio. Secondo loro, durante gli attacchi dei terroristi dall’ARSA alle strutture di polizia e militari del 25 agosto, la maggior parte degli aggressori non aveva armi o aveva solo bastoni. Per i capi dell’ARSA costoro, (la maggior parte giovani disoccupati rohingya) erano necessari per alzare il morale e, a lungo termine, farne dei veri combattenti per l’indipendenza, era cioè qualcosa di simile a un’esercitazione per futuri terroristi. Ma, come spiega l’esercito, l’obiettivo principale era l’attacco psicologico alle forze di sicurezza del Myanmar, quando una folla aggressiva di diverse centinaia di persone assaltava la stazione di polizia (con massimo di 10-15 difensori), qualsiasi poliziotto si sarebbe spaventato. In effetti, il compito dell’ARSA era dimostrare alle forze di sicurezza del Myanmar che erano in guerra contro tutto il popolo. I militari risposero con una tattica simile. Si avvicinarono ai villaggi in grandi gruppi, così che i residenti locali capissero immediatamente che una forza minacciosa arrivava inesorabilmente su di loro. E poiché in molte famiglie i giovani presero parte agli attacchi alle strutture di polizia e militari di diversi giorni prima, si può immaginare cosa provassero quando videro i soldati. Inoltre, i miei interlocutori dicevano che una parte significativa dei miliari era costituita da rakhinesi, il che significava che i rohingya, sapendo questo, erano sicuri che il popolo armato si sarebbe vendicato. Come si scoprì, questa tattica funzionò molto bene dato che gli insorti avevano collaborato cogli abitanti dei villaggi, intimidendo e costringendo a partire per il Bangladesh. Secondo l’esercito del Myanmar, sempre più spesso, quando si avvicinavano ai villaggi, non c’erano più abitanti e le case bruciavano. E infine la stessa situazione in Bangladesh potrebbe aver influenzato il numero dei rifugiati. Nel contesto del Paese sovrappopolato, con un vasto esercito di disoccupati tra la popolazione, i campi profughi (dove almeno si viene nutriti, e si crede anche alla prospettiva di lasciarne uno per un altro dove si è meglio nutriti), furono sommersi da bengalesi locali. I bengalesi di Chittagong e quelli che si definiscono “rohingya” in realtà non differiscono. Inoltre, molti giovani rohingya che vivono in Bangladesh, al confine con il Myanmar, sono coinvolti nel traffico di droga dal Myanmar, e il confine “colabrodo” viene attraversato in entrambi i sensi, quindi è abbastanza facile immaginare la comune realtà geografia e culturale di ogni lato. Pertanto, per i bengalesi la confusione causata dall’improvviso arrivo di centinaia di migliaia di persone nel Paese, appare chiaro che dichiarasi rohingya non è difficile. Ma i documenti, per ovvie ragioni, possono essere esibiti solo da una frazione degli abitanti dei campi profughi. La lamentela principale delle autorità di Myanmar sul dato dei rifugiati è che il mondo assiste esclusivamente i rifugiati in Bangladesh (la maggior parte dei quali rohingya). Ma se si parla delle vittime dei recenti scontri nel Rakhine, è necessario tenere conto di tutti. Nel territorio del Myanmar, dalla zona di conflitto, secondo l’esercito, sono state evacuate 27235 persone (per lo più rakhinesi, birmani, indù, mro, kham, mramagi e dayngneti che, come i militari sottolineano, non sono “come gli abitanti dei villaggi bengalasi“). Molti hanno lasciato le case recandosi a sud del Paese, “quanti” resta da vedere. Per i myanmaresi è strano che le sofferenze di queste persone, che hanno abbandonato le proprie case per le minacce dai terroristi rohingya stranieri, a malapena se ne parli, mentre molto spazio sui media hanno le storie sui rifugiati in Bangladesh (rigurgitate acriticamente, senza alcuna prova). Secondo loro, l’aiuto della comunità internazionale dovrebbe essere distribuito in modo uniforme tra tutte le vittime del conflitto, indipendentemente da ubicazione e appartenenza etnica o religiosa.L’industria dell'”assistenza ai rifugiati” e la crisi nella fiducia sulle Nazioni Unite
Tale dimostrato disprezzo delle organizzazioni non governative internazionali per i problemi dei rifugiati non musulmani (ed è così che viene visto dal Myanmar, come nel Bangladesh musulmano e dai rappresentanti di altre religioni), ancora una volta attirava l’attenzione dei myanmaresi sulle attività di tali organizzazioni nel loro Paese e in Bangladesh. In Myanmar i media più volte segnalavano che almeno alcune di tali organizzazioni di fatto aiutano i terroristi (una delle prove più vivide sono gli aiuti umanitari trovati nelle basi dei terroristi, spesso mostrati dai media del Myanmar). Inoltre, secondo l’opinione pubblica del Myanmar e del Bangladesh da decenni vi è un settore delle organizzazioni non-profit specializzata nella rumorosa campagna in difesa degli “oppressi nel mondo” e per la raccolta di risorse da tutto il mondo, formalmente per assistere i rifugiati rohingya, in realtà per alimentare il loro parassitismo su questo argomento. I fondi raccolti consentono ai capi di tali organizzazioni di vivere agiatamente e di “ungere” i funzionari locali. E’ chiaro che tali organizzazioni permettono, per quanto possibile, di ritrarre un quadro fosco delle sofferenze dei rohingya. Ed è noto in Myanmar che i capi di tali organizzazioni (o dei loro uffici in Bangladesh e Myanmar) sino fondamentalmente musulmani; per i myanmaresi ciò è la migliore prova della loro faziosità, (in questo caso, nel tentativo dei musulmani di difendere i fratelli a scapito dell’oggettività, e i myanmaresi non vi vedono nulla male, “avremmo fatto lo stesso parlando dei buddisti“). I principali rimproveri ai rappresentanti di tali organizzazioni che operano nel Rakhine è che aiutano solo bengalesi-rohingya e non aiutano (o non abbastanza) gli altri gruppi etnici e religioni. Inoltre, tali organizzazioni a volte consapevolmente o inconsapevolmente provocano conflitti. Così è stato, per esempio, quando un dipendente di una di tali strutture per qualche motivo decise di rimuovere la bandiera buddhista da un edificio nello Stato di Rakhine, e lo fece in modo tale (gettandola a terra in un luogo dove i simboli religiosi non sono formalità) che in seguito i membri dell’organizzazione dovettero uscire dalla città sotto scorta armata, per evitare rappresaglie dai residenti locali. Ma il problema principale era la sfiducia nelle organizzazioni non governative dopo anni di lavoro in Myanmar che ha provocato diffidenza nelle Nazioni Unite, le cui attività sono strettamente connesse con tali strutture. Aung San Suu Kyi compie cauti tentativi di migliorare in qualche modo la credibilità dell’organizzazione (ad esempio nominando a capo della commissione speciale per lo Stato di Rakhine l’ex-segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, perciò fu duramente criticata da nazionalisti rakhinesi), ma dopo i recenti fatti nello Stato di Rakhine si può concludere che la crescita della fiducia non c’è ancora.
In Myanmar viene spesso ricordato come il precedente relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani, Tomás Ojea Quintana, un argentino, camminasse coi calzini in un tempio buddista e si sedesse in modo irrispettoso presso i monaci influenti. L’attuale relatrice speciale delle Nazioni Unite, la coreana Li Yanghi (che uno dei capi del gruppo radicale del clero buddista del Myanmar Ashin Virata definì pubblicamente una puttana), veniva pure criticata. Ad esempio, parlando dell’omicidio di sei rohingya da parte di terroristi di nazionalità Mro, il 3 agosto 2017, non indicò gli autori del crimine nella dichiarazione ai media del Myanmar citata dal Centro asiatico per i diritti umani (di New Delhi). E dopo gli attacchi dei terroristi rohingya a persone da popolazioni non musulmane del Rakhine, ancora una volta menzionò questi eventi senza indicarne i responsabili; secondo gli autori del documento, tale posizione della relatrice speciale delle Nazioni Unite “ispira i terroristi” a compiere altri attacchi. I myanmaresi soffrirono e reagirono per la prima volta quando fu nominata la “pulizia etnica anti-islamica” nello Stato di Rakhine dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Ziad Rad al-Husayin, la cui appartenenza religiosa non è per nessuno un dubbio. Successivamente i myanmaresi non ebbero bisogno di molto tempo per capire chi avvantaggiasse l’organizzazione internazionale. La dichiarazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adottata all’inizio di novembre è stata accolta in Myanmar con palese irritazione. Il rappresentante del Myanmar presso le Nazioni Unite disse che “è una pressione geopolitica sul Paese” ed “aumenterà polarizzazione ed escalation”. Recentemente, i media del Myanmar hanno ripetutamente accusato gli alti funzionari delle Nazioni Unite di aggredire la sovranità del Paese.
Soprattutto è necessario parlare del ruolo del Bangladesh in questi eventi. Il governo della Prima ministra Sheikh Hasina ha tutte le ragioni per non amare l’ARSA. Funzionari del Bangladesh hanno ripetutamente sottolineato la politica “tolleranza zero” nei confronti di questa organizzazione e che i suoi capi, se detenuti, vanno estradati in Myanmar. Inoltre, i militari del Bangladesh hanno perfino offerto il comando alle forze armate del Myanmar per condurre un’operazione militare congiunta contro i terroristi dell’ARSA, ma non ebbero risposta. Intercettate dai servizi speciali del Paese, le conversazioni dei capi terroristi indicavano che compito secondario nell’organizzare la “crisi dei rifugiati” era sfuggire all’attuale governo del Bangladesh, in quanto insufficientemente fedele. Ma poi si scopriva che le forze di sicurezza del Myanmar svolgono le operazioni speciali nello Stato di Rakhine esattamente come voleva il capo dell’ARSA. Questo irritava le autorità del Bangladesh. Sì, 600 mila persone su 150 milioni del Bangladesh sono una goccia nel mare. Ma va capito che l’arrivo di un numero così grande di persone sul territorio del Paese ha effettivamente “ucciso” l’agricoltura delle aree di confine (negli attuali campi profughi). Con atteggiamento generalmente amichevole dei residenti locali per le persone in difficoltà, il Bangladesh non vuole che i rifugiati rimangano in questi territori per sempre. Allo stesso tempo, i rifugiati devono essere nutriti, avere condizioni sanitarie e di vita minime, e ciò richiede fondi considerevoli. Inoltre, i campi profughi sono fonte di instabilità, criminalità e, in futuro, possibili epidemie. E in aggiunta a ciò, i servizi segreti del Bangladesh affermano che, dato che le imbarcazioni che trasportano massicciamente rifugiati attraverso il fiume Naf non vengono esaminate, trasportano grandi quantità di metanfetamina dal Myanmar. In tali circostanze, il governo del Bangladesh richiede al Myanmar che tutti i rifugiati (o almeno la grande maggioranza) rientri. E chi per qualche motivo rimanesse, che sia trasferito in una delle isole inabitate al largo delle coste del Paese (i difensori dei diritti umani hanno già sollevato un polverone per il fatto che l’isola assegnata a questo scopo, durante l’alta marea finirebbe completamente sott’acqua e, quindi, la vita degli abitanti non sarebbe al sicuro). A loro volta, le autorità del Myanmar affermano che non riprenderanno tutti ma solo chi può dimostrare una precedente residenza prolungata nel Paese. E come documento di base per tale processo, propongono un memorandum firmato dai governi di Myanmar e Bangladesh nel 1993, dopo il precedente esodo di massa di profughi dal Myanmar, nei primi anni ’90. Secondo i termini, il Myanmar accetterebbe i rifugiati che presentino carta d’identità, “altri documenti rilasciati dalle autorità competenti del Myanmar”, così come chi dimostra la propria residenza in Myanmar. Il Bangladesh è freddo verso questo passo, e gli esperti dicono addirittura che diverrebbe una “trappola” che permetterà al Myanmar di non riprendersi la maggior parte dei rifugiati. Di fatto, si scopre che il Myanmar ha il diritto esclusivo di decidere quali documenti considererà per il ritorno dei rifugiati, e quali prove considerare convincenti. E sebbene il Myanmar sia pronto ad integrare questo documento con nuove disposizioni, il Bangladesh è molto scettico sulla possibilità di applicarlo nella situazione attuale. Ma il problema non è nemmeno il documento stesso. È noto, per esempio, che i capi di molte comunità rohingya rifiutano categoricamente di partecipare al processo di verifica nazionale (cioè, la procedura che permetta di ottenere i documenti necessari per tornare in Myanmar). Alcuni agiscono basandosi su proprie convinzioni (non sono soddisfatti, ad esempio, dal fatto che, pur accettando di collaborare con le autorità, dovrebbero abbandonare l’autodesignazione “rohingya” e diventare “bengalesi”, e il processo di verifica nazionale non equivale ad ottenere la cittadinanza), ma la maggior parte, a quanto pare, ha ancora paura della vendetta dei terroristi dell’ARSA, secondo il Myanmar, da agosto, almeno 18 capi delle comunità rohynga sono stati uccisi dopo aver espresso disponibilità a partecipare al processo di verifica nazionale. Pertanto, l’argomentazione bengalese sui negoziati col Myanmar è la seguente: ponendo la condizione di fornire documenti e di far partecipare le comunità rohingya nel processo di verifica nazionale, se ne causa l’assassinio dei capi della comunità pronti a cooperare. Cioè, la richiesta del Myanmar fa reagire come previsto i terroristi dell’ARSA complicando la situazione, il che significa che è complice involontario dei terroristi. A sua volta, il Myanmar vede altre ragioni per il rifiuto del Bangladesh di accettare i termini del documento del 1993 e procedere col ritorno dei rifugiati. La presenza in Bangladesh di numerose persone, in assenza di progressi nei negoziati sul loro ritorno in Myanmar, permetterà alle autorità del Paese di ottenere altro denaro dalla comunità mondiale. Cioè, il Bangladesh, ritardando le trattative, cerca di guadagnare dai rifugiati il massimo. L’annunciò a fine ottobre il direttore generale dell’Ufficio del consigliere di Stato del Myanmar Zo Tae. E i media locali del Myanmar indicano le “richieste illegali” del Bangladesh e “pressioni su larga scala sul Myanmar”. Ora c’è un nuovo accordo tra i governi di Myanmar e Bangladesh. Forse sarà firmato il 16 novembre. A tal fine, il capo del Ministero degli Esteri del Bangladesh arriverà in Myanmar. È già noto che nel nord del Rakhine le autorità costruiranno tre grandi campi per i rifugiati. In Myanmar, i rifugiati saranno autorizzati a tornare cinque volte a settimana in gruppi di 100-150 persone e saranno stanziati in questi campi. È qui che si svolgerà il processo di verifica nazionale: i dati biometrici saranno presi e avranno i documenti necessari per la residenza legale in Myanmar.

Ritorno dei profughi: geopolitica e cospirazione
Quando chiedo ai miei interlocutori del Myanmar quanti, secondo le loro stime, rifugiati torneranno in Myanmar, alcuni consigliano di porre la domanda diversamente: non solo “quanto”, ma anche “dove”? Secondo loro, non è una domanda inutile. Ecco la mappa di metà settembre. Mostra i villaggi bruciati dei rohingya. Alla loro sinistra c’è la foce del fiume Naf, a sinistra il Bangladesh, sospeso sul territorio del Myanmar sotto forma di penisola, e più lontano il Golfo del Bengala.La mappa dei villaggi bruciati sembra strana. Sembra che nell’est sia disegnata una linea, a cui nessuno è permesso attraversare. Ma vi vivono anche rohingya, come nei villaggi ad ovest. È su loro avviso che Aung San Suu Kyi sorprese nel discorso del 19 settembre su come fosse ancora necessario capire perché metà delle comunità rohingya continuasse a vivere nel Paese. È chiaro che se il processo si sviluppasse spontaneamente, tale linea uniforme non esisterebbe, piuttosto la mappa rappresenterebbe un insieme di punti dalle dimensioni diverse. C’è qualcosa che fa pensare a una cospirazione, per esempio, il grado di “controllabilità” della crisi dei rifugiati. Ed ecco un’altra mappa di “Google-Map” che forse fa comprendere la situazione. Si scopre che lungo le coste del Myanmar vi è una catena di montagne basse (chi ha viaggiato delle spiagge di Myanmar a Ngapali e Ngve Saung sa che c’è lo stesso discorso, e dal “Myanmar interno” alle coste bisogna attraversare le montagne). Quindi, i villaggi bruciati erano per lo più tra le coste e le montagne.Un giornalista del Myanmar, con cui ho parlato a lungo, mi ha fatto notare che la foce del Naf e gli adiacenti territori del Bangladesh e del Myanmar sono il luogo ideale per una grande infrastruttura logistica. Inoltre, studi recenti hanno dimostrato che la sabbia costiera vicino Maundo è una fonte di alluminio e titanio. 500 tonnellate di sabbia in quest’area contengono almeno una tonnellata di uno o dell’altro metallo. Cioè, risulta che al fine di attuare determinati progetti logistici e geologici, l’area ad est del fiume Naf e fino alla catena montuosa dovrebbe essere liberata dai residenti locali. Vale a dire ciò che fino a poco prima erano i villaggi bruciati dei rohingya. Il giornalista con cui ho parlato, parlò di una conversazione con uno degli amministratori locali dello Stato di Rakhine, un militare in pensione (il che significa, a suo parere, avere accesso ad alcune informazioni attendibili), che affermava fermamente che i rohingya si sarebbero insediati “dietro le montagne”. Secondo lui, dato che non tutti sono tornati, dovrebbe esserci spazio a sufficienza. Alla mia domanda su chi volesse scacciare i rohingya, gli interlocutori del Myanmar accusavano la Cina. In effetti, a diverse centinaia di chilometri a sud di questo luogo c’è il porto di Chauphue, in acque profonde. Da lì inizia il gasdotto che attraversa il territorio del Myanmar e arriva alla provincia cinese dello Yunnan. Inoltre, la Cina ha concepito un progetto su vasta scala nel quadro dell’iniziativa “Fascia e Via”, il corridoio economico “Bangladesh-Cina-India-Myanmar” che richiederà nuovi territori e nuovi centri logistici nella regione. Alla mia domanda chi ci sia dietro gli attacchi dell’ARSA, indicavano con sicurezza gli Stati Uniti che cercano d’impedire i progetti cinesi in Myanmar e Bangladesh. Dopo di che, di solito esprimo l’opinione che in questo caso i terroristi dell’ARSA effettivamente aiuterebbero la Cina perché, logicamente, con le loro azioni e la crisi dei rifugiati che provocano, cacciano la gente del territorio per i progetti economici cinesi. I myanmaresi di solito ignorano tale supposizione, pensando a una nuova svolta della cospirazione. Al netto, a mio avviso, si può dedurre da tutto ciò che: i rohingya apparentemente si stabiliranno in nuovi territori ad est dei loro vecchi villaggi bruciati. A giustificazione di tali misure, ci sarebbe almeno la recente decisione di 150 rappresentanti di 25 villaggi a sud di Maundo. Questa decisione, in sei punti invita le autorità a non insediare i “bengalesi” nei loro ex-villaggi, e se vengono risistemati per la pressione sul Myanmar, proteggere questo territorio sotto forma dei campi e consentire ufficialmente ai locali residenti di formare distaccamenti di autodifesa, oltre a limitare le attività in questo territorio ad ONU ed organizzazioni non governative straniere, dato che lavorano da 25 anni coi “bengalesi” e non sono interessati al destino dei rakhinesi. I media del Myanmar pubblicano oggi le lettere degli abitanti dei villaggi vicini gli insediamenti rohingya, con la richiesta di non lasciare che ritornino in Myanmar perché i terroristi ritorneranno inevitabilmente con loro. Nella capitale dello Stato di Rakhine, Sittwe, ci sono state manifestazioni di massa che chiedevano al governo di non permettere ai rohingya di tornare nel Paese e di non soccombere alla pressione internazionale. In queste condizioni, insediare i rohingya in nuovi territori (oltre a quello vicini alle comunità che hanno deciso di rimanere nel Paese) per la leadership del Myanmar sarebbe una forma di compromesso.

I rohingya e il mondo
E infine va probabilmente menzionato il “concerto di opinioni” illustrato dalle principali potenze mondiali e regionali sulla crisi. Immediatamente dopo l’inizio dell’attuale crisi, il ruolo di principale e assai emotivo difensore dei rifugiati nello Stato di Rakhine nel mondo musulmano è stato inaspettatamente preso dalla Turchia. È vero, c’è stato un leggero imbarazzo: è emerso che sullo sfondo della sommossa generale sulla crisi nello Stato di Rakhine, il viceprimo ministro turco Mehmet Shimshek pubblicasse su twitter false foto che presumibilmente rappresentavano le vittime delle atrocità del popolo del Myanmar contro i rohingya (Aung San Suu Kyi lo fece notare al presidente turco Recep Erdogan durante la loro conversazione telefonica del 5 settembre). Questo fatto non è tanto la prova che uno degli statisti più noti della Turchia agisse involontariamente da “utile idiota” dei terroristi dell’ARSA, ma piuttosto del livello di consapevolezza della leadership del Paese in quel momento degli eventi nello Stato di Rakhine. Ciononostante, in seguito la Turchia cambiò tono, sebbene il presidente Erdogan lamentasse più volte l’insufficiente reazione dei Paesi islamici su ciò che accade in Myanmar: “Purtroppo, non tutti i Paesi islamici trattano con pari scrupolosità la posizione dei rappresentanti del popolo rohingya in Myanmar… È davvero così semplice? Questa domanda è così insignificante da traguardarla? Muoiono centinaia di migliaia di persone. I musulmani muoiono, ma a loro non importa“. Tuttavia, il principale aspetto positivo della partecipazione della Turchia al destino dei rohingya è che il suo governo effettivamente invia aiuti umanitari ai rifugiati in grandi quantità, ed ha persino espresso la disponibilità a costruire un campo per 100000 persone, un altro segno della comprensione turca del fatto che il ritorno dei rifugiati non sarà a breve, e se ritornano in Myanmar, non lo faranno tutti. Un passo avanti è stata la cooperazione costruttiva della Turchia con le autorità del Myanmar, ora è iniziata la fornitura di aiuti umanitari alle comunità rohingya rimaste sul territorio dello Stato di Rakhine.
Gli Stati Uniti d’America iniziarono prevedibilmente a parlare di sanzioni contro le Forze Armate del Myanmar e le relative strutture imprenditoriali. Tale argomento fu attivamente discusso al Congresso a settembre. A sua volta, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti elencò le misure da imporre all’esercito del Myanmar. Soprattutto la “sospensione delle visite del comando militare degli USA” in Myanmar, così come il divieto di partecipare ad “eventuali programmi di assistenza” del personale militare del Myanmar attivo nelle operazioni nello Stato di Rakhine. Inoltre, è possibile che alcuni rappresentanti del comando delle Forze Armate del Myanmar finiscano nella lista della “legge Magnitskij”. Tuttavia, i ricercatori indicano simbolismo ed inefficienza di tali azioni. Primo, la cooperazione degli Stati Uniti e del Myanmar sul piano militare è già più che modesta, e la cancellazione non sarà neanche notata. Secondo, il Myanmar ha già vissuto più di due decenni di sanzioni economiche ed ha imparato con successo a eluderle usando “le borse remote” di Singapore e flussi di denaro “nero” dall’India. Inoltre, a causa del ritardo del sistema bancario del Myanmar negli standard mondiali e le transazioni valutarie burocratiche, molti di tali meccanismi continuano ad essere ampiamente utilizzati dal popolo del Myanmar (sia aziende che individui). Ma la considerazione più importante che gli esperti dicono è che l’introduzione di sanzioni degli Stati Uniti dimostrerà chiaramente quanto sia diviso il mondo oggi. Attirano l’attenzione sul fatto che durante le visite del Generale Min Aung Hlayn presso le principali potenze mondiali (come India e Cina), di solito riceveva un’accoglienza da capo di Stato. Ed è improbabile che questo atteggiamento cambierà se gli Stati Uniti decidessero d’imporre sanzioni personali contro di lui. Allo stesso tempo, va notato che l’attività degli Stati Uniti verso il Myanmar non si limita alla discussione delle sanzioni. È piuttosto versatile, dalle dichiarazioni del presidente Trump alle telefonate del segretario di Stato Tillerson alla Consigliera di Stato Aung San Suu Kyi, e al comandante in capo Aung San Hsiin (intendeva visitare il Myanmar il 15 novembre e incontrare personalmente la leadership del Paese).
Sulla posizione dell’India, va detto in modo specifico. Il Primo ministro Narendra Modi era a Yangon appena dieci giorni dopo l’inizio l’attuale crisi. Durante questa visita, condannò gli attacchi dei terroristi dell’ARSA e sostenne la leadership del Myanmar nel ripristinare l’ordine e la pace nello Stato di Rakhine. Poco dopo, l’India decise in modo piuttosto dimostrativo di espellere 40mila rohingya. La ragione era che fossero immigrati illegali e collegati ai terroristi. Si ritiene che l’India svolga un ruolo attivo (sebbene in gran parte dietro le quinte) negli attuali negoziati tra Bangladesh e Myanmar sul ritorno dei rifugiati. L’essenza della mediazione indiana è persuadere il Myanmar a non fare dichiarazioni dure sul governo di Sheikh Hasina e, se possibile, cercare un compromesso perché se questo governo cadesse, gli islamisti andrebbero al potere in Bangladesh, con cui lo Stato di Rakhine diverrebbe una “zona jihadista”. A sua volta, influenzato dall’India, in Bangladesh il governo cerca anche di trovare un’intesa e continuare i negoziati col Myanmar, perché “essendo in Myanmar, Aung San Suu Kyi è con chi il Paese deve negoziare” questa mediazione, nell’interesse anche dell’India, data la vicinanza alla zona di conflitto.
La posizione della Russia sui rohingya sembra identificata da tre fattori. Primo, la volontà di non complicare i rapporti con gli attuali leader politici e militari del Myanmar. Secondo, le manifestazioni in difesa dei rohingya avutesi in alcune regioni della Russia. Terzo, la solida cooperazione con la Cina e gli interessi reciproci. Cioè, sostenendo la posizione della Cina sulla questione del conflitto nel Rakhine, la Russia potrebbe aspettarsi di vedersi restituire il favore su altri problemi più sensibili. Di conseguenza, dal punto di vista commerciale russo col Myanmar il fatturato è stato pari a soli 260 milioni di dollari nel 2016, probabilmente può indicare che: “è lontano da noi, e non sappiamo esattamente cosa succede“, “vi sono da entrambi le parti delle ragioni, ma le autorità del Myanmar almeno cerchino di migliorare qualcosa“. Nel corso di una riunione al Consiglio di sicurezza, il rappresentante russo alle Nazioni Unite Vasilij Nebenzia richiese la necessità di analizzare un quadro completo ed obiettivo della situazione nel Rakhine, indicando i casi dei terroristi rohingya che uccidevano decine di indù, e cioè che condannare le sole forze armate del Paese per la repressione in realtà incoraggia i terroristi ad ulteriori azioni. Tuttavia, sottolineò che la leadership del Myanmar ascolta le opinioni della comunità internazionale ed è disposta a lavorare con le Nazioni Unite, e quindi non a compiere mosse brutali. Ma probabilmente coerente e attiva verso il Myanmar era solo la Cina. Nel momento in cui l’attenzione del mondo s’è concentrata sui rifugiati in Bangladesh, la leadership cinese decise di aiutare i rifugiati “interni”, costretti a fuggire dallo Stato di Rakhine nel territorio del Myanmar (in primo luogo i rakhinesi e altri gruppi etnici). Quando a settembre furono inviati i primi aiuti umanitari, l’ambasciatore cinese Liang Hong disse che il suo governo sosteneva gli sforzi del Myanmar nel promuovere pace e stabilità nello Stato di Rakhine. Se prendiamo in considerazione i grandi piani della Cina sul territorio (essendo il Myanmar interessato a due dei sei “corridoi economici” nel quadro della “Fascia e Via” che ha lo Stato di Rakhine come regione chiave per uno di essi) va riconosciuto che questo passo era molto efficace nel promuovere i propri interessi in Myanmar. Inoltre, la Cina ha fatto tutto il possibile per mitigare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul Myanmar, altro vantaggio per le relazioni Cina-Myanmar. Allo stesso tempo, i rifugiati rohingya in Bangladesh non furono ignorati dalla Cina, fornendogli assistenza umanitaria ed erigendo una tendopoli creata appositamente dai soldati dell’Esercito di Liberazione Popolare della Cina. Ai primi di novembre, la delegazione cinese visitò il confine tra Bangladesh e Myanmar per valutare l’assistenza di Pechino nella costruzione di una barriera tra i due Paesi usando “tecnologie avanzate”. Cioè Pechino ha ora una strategia per risolvere la crisi dei rohingya: il tacito appoggio al Myanmar sulla sua rigida posizione sui rifugiati nel filtrarli e di conseguenza farne tornare solo una parte e contribuire al mantenimento di efficaci controlli alla frontiera per evitare una migrazione irregolare (e quindi l’infiltrazione dei terroristi), così come l’assistenza nel fornire l’infrastruttura per i rifugiati in Bangladesh. Tale strategia “degli orecchini per ogni sorella” è criticabile ma non possiamo dire che sia inefficace e non promuova gli interessi della Cina nella regione, direttamente connessi al compito di garantire la stabilità nelle zone di confine tra Myanmar e Bangladesh.
Fin dall’inizio della crisi, il governo di Myanmar dichiara che, nonostante la minaccia terroristica dell’ARSA, intende attuare tutte le raccomandazioni della Commissione internazionale di Kofi Annan per normalizzare la situazione nello Stato di Rakhine, nonché adottare le misure per lo sviluppo economico della regione e crearvi una zona economica speciale. Continuerà l’attuazione del piano quinquennale per lo sviluppo delle infrastrutture per elettrificare villaggi. I residenti nel nord dello Stato di Rakhine continueranno ad avere accesso ai servizi educativi e sanitari. Per informare, le autorità pubbliche intendono stabilire una nuova stazione radio che trasmetta in birmano, rakhinese e bengalese. Per l’attuazione dei progetti di sviluppo del Nord dello Stato di Rakhine c’è un reparto speciale interministeriale creato a settembre.
In questo contesto, la leadership dell’ARSA sembra in “crisi generale”. A quanto pare, il vecchio obiettivo era provocare la peggiore crisi dei rifugiati per far sì che la comunità internazionale aumentasse la pressione sul governo del Myanmar. In parte ci sono riusciti, il Myanmar e la sua Consigliera di Stato oggi soffrono una significativa perdita di reputazione (soprattutto agli occhi della comunità occidentale dei diritti umani), e seriamente discute l’introduzione di sanzioni contro il Paese. Quali sono le prospettive? I capi dell’ARSA non hanno trovato niente di meglio che annunciare a settembre di preparare nuovi attacchi armati nel Rakhine. Ma qual è il significato di tali azioni sullo sfondo dei reali (anche se forse lenti) passi del governo del Myanmar nel tentativo di normalizzare la situazione dei rohingya? Sembra che l’ARSA non possa presentare alla comunità mondiale alcuna idea positiva, i capi dell’organizzazione non ne hanno. Inoltre, tali dichiarazioni inducono le forze di sicurezza del Myanmar a controllare maggiormente i rohingya che desiderano tornare. Questo significa che più rifugiati rimarranno in Bangladesh, creandovi sacche d’instabilità che interesseranno le relazioni tra i Paesi della regione. Anche se, forse, il compito principale della prossima fase delle attività dell’ARSA sarà ancora una volta solo distruttiva. Parlando il 19 settembre ad un evento appositamente organizzato a Naypyidaw e rivolgendosi ai rappresentanti di governi stranieri (anche quelli musulmani), Aung San Suu Kyi chiese apertamente a chi avesse la possibilità, d’influenzare la posizione di alcuni rappresentanti del popolo rohingya ancora decisi al confronto con le autorità e che non vogliono partecipare al processo di verifica nazionale, considerato dal governo una tappa per l’integrazione dei rohingya in Myanmar. Fu un appello molto importante ma a quanto pare nessuno dei giornalisti l’ascoltò. Invece, alcuni media occidentali (soprattutto il “Guardian“) iniziarono a dire con entusiasmo che Aung San Suu Kyi aveva ceduto, spiegando ai lettori chi dicesse la verità e chi mentisse, sostenendo di conoscere la situazione nel Rakhine molto meglio della Consigliera di Stato del Myanmar. In realtà, questo sarebbe tutto ciò che c’è da sapere per capire la situazione nel Rakhine, secondo la stragrande maggioranza dei media.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Gli USA contro i militari del Myanmar

Tony Cartalucci LD 25.10.2017Mentre le violenze continuano nello Stato di Rakhine occidentale in Myanmar contro la minoranza rohingya, l’agenda che guida il conflitto appare più trasparente e diretta. Come previsto, gli Stati Uniti ora dal regime-cliente guidato da Aung San Suu Kyi e dalla sua Lega Nazionale della Democrazia (NLD), che posero al potere nel 2015, incolpano le istituzioni indipendenti del Myanmar, gli ancora potenti militari. Il segretario di Stato USA Rex Tillerson, in una recente discussione al Centro per gli studi strategici e internazionali di Washington DC (PDF), accusava i militari del Myanmar, sostenendo: “...siamo estremamente preoccupati da ciò che accade ai rohingya in Birmania. Sono in contatto con Aung San Suu Kyi, a capo del partito civile al governo. Come sapete, è un governo al potere emerso in Birmania. Accusiamo in realtà la leadership militare di ciò che accade nel Rakhine”. Reuters in un articolo intitolato “I legislatori invitano gli Stati Uniti a sanzioni mirate ai militari del Myanmar”, riporta: “Più di 40 deputati hanno invitato l’amministrazione Trump a ripristinare i divieti di viaggio negli Stati Uniti ai leader militari del Myanmar e a preparare sanzioni mirate contro i responsabili della repressione della minoranza musulmana dei rohingya”. E Freedom House, filiale del governo USA e del National Endowment for Democracy (NED) da esso finanziato, pubblicava anche un pezzo intitolato: “La visione della democrazia in Myanmar pravale sulla vita dei rohingya?“, togliendo le accuse al regime per cui hanno lavorato decenni per mettere al potere, accusando i militari del Myanmar. Afferma: “In meno di due mesi, più di mezzo milione di rohingya sono fuggiti nel confinante Bangladesh per sfuggire a distruzione degli insediamenti, violenze sistematiche e massacri di uomini, donne e bambini. Tale violenza orrenda viene perpetrata dai militari, con l’aiuto della popolazione buddista del Rakhine”. È chiaro che la natura della crisi dei rohingya in Myanmar non porterà al terrorismo osservato in Siria. È anche chiaro che gli Stati Uniti intimano le condanne per le violenze non agli elementi ultraviolenti del movimento politico di Suu Kyi, che hanno coltivato per decenni, ma sui militari che spesso si ritrovano tra le comunità rohingya e gli aggressori. Pressione e indebolimento per prima, per poi cooptare o rovesciare la leadership militare del Myanmar col pretesto della crisi attuale, invitando a un ruolo maggiore Stati Uniti ed Europa negli affari interni del Myanmar. Il segretario Tillerson alludeva precisamente a questo nelle recenti osservazioni, sostenendo: “E così abbiamo chiesto accesso alla regione. Possiamo inviare un paio di persone dalla nostra ambasciata nella regione in modo che possiamo avere resoconti di prima mano di ciò che accade. Incoraggiamo l’accesso di agenzie di aiuto, Croce Rossa, Mezzaluna Rossa e agenzie delle Nazioni Unite, affinché possiamo affrontare almeno le necessità umanitarie più urgenti, ma soprattutto perché possiamo avere piena comprensione di ciò che accade. Qualcuno, se queste relazioni sono vere, dovrà renderne conto. Ed è alla direzione militare della Birmania decidere che senso dare al futuro della Birmania, perché la vediamo quale importante democrazia emergente, me questo è il vero test”. Con l’alleato statunitense dell’Arabia Saudita che alimenta il terrorismo come cosiddetta “resistenza” dei rohingya, gli Stati Uniti potranno anche giustificare l’intervento militare, le operazioni congiunte e persino strutture militari permanenti che, anche se scarse, ostacolerebbero l’influenza cinese nella nazione e nella regione. Inoltre, un ostacolo che, una volta eretto, è difficile smantellare, come la presenza militare permanente e indesiderata degli USA nelle Filippine dimostrano.

Che accade veramente in Myanmar
La Freedom House, nella sua relazione, omette intenzionalmente che con “popolazione buddista del Rakhine” si riferisce in realtà a una grande rete politica, non religiosa, che aveva sostenuto i monaci delle proteste zafferano pro-Suu Kyi nel 2007 e che ha sistematicamente bloccato gli sforzi del governo militare, prima dell’arrivo al potere di Suu Kyi, per concedere lo status giuridico-politico alla minoranza rohingya del Myanmar. È anche una rete politica che ha abusato, brutalizzato e cacciato la popolazione rohingya dal Myanmar prima dalle proprie case, imprese e campi, poi all’estero, nelle nazioni vicine Bangladesh e Thailandia. Mentre si tenta di confrontare la crisi in Myanmar col tentato cambio di regime sostenuto dagli Stati Uniti in Siria, è chiaro che la crisi in Myanmar è comparabile all’occupazione statunitense dell’Afghanistan, senza la presenza (per ora) delle truppe USA. Mentre Stati Uniti e partner europei controllano il governo civile del Myanmar, tentano di dividere ed indebolirne lo Stato corrompendo le istituzioni indipendenti da Wall Street e Washington, impedendo al governo centrale di raggiungere qualsiasi indipendenza e creando un pretesto per la futura presenza di missioni statunitensi, economiche, diplomatiche e militari, in Myanmar. L’obiettivo, come in Afghanistan, è disturbare, scoraggiare e infine rovesciare il progresso che la Cina e altri centri alternativi al potere globale hanno fatto nelle due nazioni. In particolare, la violenza viene confinata nello Stato Rakhine del Myanmar, dove la Cina ha cercato di creare e utilizzare un centro logistico per la Fascia e Via (OBOR).

I piani degli USA per lo Stato-cliente Myanmar
Attraverso la rete di finte organizzazioni non-governative (ONG) finanziata dal dipartimento di Stato USA e dagli europei, i partiti di opposizione sostenuti dagli occidentali e anche le facciate attiviste dal supporto occidentale, l’attuale regime-cliente del Myanmar fu installato con le elezioni generali del 2015. Importante partito d’opposizione, la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) prese il potere ma ha scarso controllo sui militari indipendenti. Il capo dell’NLD, Aung San Suu Kyi, ha letteralmente creato un nuovo ufficio politico per essere de facto “capo dello Stato”. Nella costituzione del Myanmar a Suu Kyi è vitato guidare il sistema politico della nazione a causa del matrimonio con un straniero, un inglese, e i figli dalla doppia cittadinanza Regno Unito-Myanmar. Suu Kyi si è istruita all’estero e ha lavorato per istituti occidentali tra cui le Nazioni Unite negli Stati Uniti, prima di tornare in Myanmar per impegnarsi in politica. La sua entrata in politica e l’ascesa al potere sono state apertamente finanziate e sostenute per decenni dagli Stati Uniti, dell’ex-potenza coloniale Regno Unito e da un lungo elenco di collaborazionisti europei. Molte posizioni elevate nel governo del Myanmar sono detenute da altri agenti prodotti dell’ampio finanziamento, formazione, indottrinamento e sostegno degli Stati Uniti, tra cui l’attuale ministro delle informazioni Pe Myint. Proprio come gli Stati Uniti controllano il governo a Kabul, in Afghanistan, controllano la leadership civile di Naypyidaw, Myanmar. E proprio mentre gli Stati Uniti perpetuano la minaccia del terrorismo in Afghanistan come pretesto per l’occupazione militare permanente dello Stato dell’Asia centrale, Stati Uniti e loro alleati sauditi tentano di usare l’attuale crisi dei rohingya per introdurre il terrorismo eterodiretto come pretesto per la cooperazione congiunta nell'”antiterrorismo” col governo del Myanmar e poi posizionare permanentemente militari statunitensi nello Stato del sud-est asiatico che confina direttamente con la Cina, vecchio obiettivo che i politici degli Stati Uniti perseguono da decenni. Si prevede che i militari del Myanmar subiranno una forte pressione, sanzioni mirate e minacce aperte finché capitolano, crollano o rovesciano l’influenza straniera e il suo regime cliente. Nel frattempo, il regime di Suu Kyi continuerà ad avere la piena impunità dall’occidente, nonostante sia la sua base a sostenere le violenze anti-rohingya. La crisi sarà sfruttata per ostacolare l’incursione economica della Cina e proporre la crescente presenza diplomatica e militare statunitense nel Paese. Le voci sui media che denunciano i piani statunitensi renderebbero più difficile a Stati Uniti e partner manovrare in Myanmar, permettendo alle forze d’opposizione di frustrarle e sventarle.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Analisi per Analogia: il Myanmar non è la Siria

Tony Cartalucci, LD 27 settembre 2017

U Pe Myint

Molti analisti e commentatori geopolitici hanno notato molte somiglianze valide tra la crisi siriana e quella che si ha nello stato sud-asiatico del Myanmar. Tuttavia, ciò che è diverso in queste due crisi è altrettanto importante quanto ciò che è simile.

Le somiglianze
Particolare attenzione è stata posta sulle prove emerse sull’Arabia Saudita, alleata degli USA, che alimenta il terrorismo nello Stato Rakhine del Myanmar. I terroristi, però, sono assassini armati, finanziati e guidati dall’estero, e sono una minoranza trascurabile della popolazione rohingya che pretendono di rappresentare, non essendo in realtà più rappresentativi dei rohingya dei militanti di al-Qaida e “Stato islamico” verso le popolazioni sunnite di Siria e Iraq. Mentre è fondamentale sottolineare la natura eterodiretta del terrorismo che cerca di cooptare la minoranza rohingya in Myanmar, è altrettanto importante capire esattamente dove tale terrorismo serva i piani dell’Arabia Saudita e, quindi, dei mandanti statunitensi. Un’altra similitudine sottolineata dagli analisti è l’uso di facciate finanziate da statunitensi e europei che si presentano come organizzazioni non governative (ONG), tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, nonché organizzazioni locali finanziate da National Endowment for Democracy (NED) e varie filiali come Istituto Internazionale Repubblicano (IRI), Istituto Nazionale Democratico ( NDI), Freedom House, USAID e Open Society. Tali organizzazioni cercano intenzionalmente di controllare l’informazione, infiammando piuttosto che riducendo le tensioni per creare un pretesto per l’intervento diretto nella crisi in Myanmar delle nazioni occidentali. Tuttavia, analisti e commentatori non possono fermarsi qui. Devono impegnarsi con la dovuta diligenza ad individuare i responsabili nel governo del Myanmar, messi al potere nelle elezioni del 2016, costruendo proprie reti politiche nel Paese nel corso di diversi decenni, e quale ruolo giochino nei piani occidentali per il prossimo e medio futuro della nazione.

Le differenze
Il governo siriano è la creazione e perpetuazione di interessi locali, sostenuti dalla varie alleanze che vanno dall’ex-Unione Sovietica in passato, a Russia, Iran e misura minore Cina. Stati Uniti e loro partner arabi, in particolare l’Arabia Saudita, hanno creato il terrorismo in Siria dal 2011 allo scopo esplicito di rovesciare il governo siriano e dividere ciò che rimane della nazione tra fantocci e regimi clienti controllati da Washington, Londra e Bruxelles. In Myanmar, se Stati Uniti e partner sauditi chiaramente alimentano il terrorismo tra la popolazione rohingya, furono gli Stati Uniti che per decenni crearono le reti politiche dell’attuale regime di Aung San Suu Kyi, creatura del sistema dei media occidentali, con finanziamenti e sostegno politico immensi e una facciata accuratamente creata per ingannare il pubblico, per decenni, sulla vera natura nazionalista e persino genocida della base “nazionalista buddista” che sostiene Suu Kyi. Un ampio rapporto del 2006 della UK Burma Campaign intitolato “In assenza del popolo di Birmania”? (PDF), rivela come virtualmente ogni aspetto del governo attuale del Myanmar sia una creazione del sostegno politico e finanziario occidentale. (Nota: Stati Uniti e Regno Unito ancora si riferiscono al Myanmar col nome coloniale inglese di “Birmania”). La relazione indica in dettaglio: “Il ripristino della democrazia in Birmania è uno degli obiettivi prioritari degli Stati Uniti nel Sud-Est asiatico. Per raggiungerlo, gli Stati Uniti hanno sostenuto costantemente gli attivisti democratici e i loro sforzi all’interno che all’estero della Birmania… affrontare tali esigenze richiede flessibilità e creatività. Nonostante le sfide sorte, le ambasciate degli Stati Uniti a Rangoon e Bangkok, nonché il consolato generale di Chiang Mai sono pienamente impegnati negli sforzi democratici. Gli Stati Uniti sostengono anche organizzazioni come National Endowment for Democracy, Open Society Institute (alcun sostegno dato dal 2004) e Internews, che lavorano all’interno e all’estero della regione su un’ampia gamma di attività per la promozione della democrazia. Le emittenti statunitensi forniscono notizie e informazioni ai birmani che non dispongono di stampa libera. I programmi statunitensi finanziano anche borse di studio per i birmani che rappresentano il futuro della Birmania. Gli Stati Uniti si sono impegnati a lavorare per una Birmania democratica e continueranno ad impiegare una varietà di strumenti per aiutare gli attivisti della democrazia”. Il rapporto di 36 pagine enumera dettagliatamente i programmi statunitensi ed europei che vanno dalla creazione e dal finanziamento dei media all’organizzazione di partiti politici e alla definizione di strategie elettorali e persino borse di studio all’estero per indottrinare un’intera classe di ascari politici da utilizzare in futuro per trasformare la nazione in uno Stato-cliente. Praticamente ogni aspetto della vita in Myanmar è preso di mira e rovesciato dalle reti occidentale per diversi decenni col notevole importo finanziario estero. Prove simili dimostrano che molti dei cosiddetti gruppi nazionalisti “buddisti” godono anche di stretti rapporti con gli interessi europei e statunitensi, che hanno svolto un ruolo fondamentale per portare Suu Kyi al potere. Inoltre, l’attuale governo di Suu Kyi riceve istruzione finanziata dagli Stati Uniti. Le narrazioni sull’attuale crisi dei rohingya sono elaborate dal “ministro delle Informazioni” di Suu Kyi, Pe Myint. Pe Myint fu scoperto, in un articolo del 2016 del Myanmar Times intitolato “Il chi è del nuovo governo del Myanmar”, partecipare all’addestramento finanziato dal dipartimento di Stato USA. L’articolo riporta: “Già medico laureatosi presso l’Istituto di Medicina, U Pe Myint cambiò carriera dopo 11 anni e fu istruito come giornalista presso la Fondazione Memorial Media of Indochina a Bangkok. Poi intraprese la carriera di scrittore di decine di romanzi. Partecipò al Programma di Scrittura Internazionale dell’Università dell’Iowa nel 1998, e fu anche redattore capo del People’s Age Journal. Nato nello Stato Rakhine nel 1949”.
La Fondazione Memorial Media of Indochina fu indicata in un cablo diplomatico statunitense, pubblicato da Wikileaks, come totalmente finanziata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti attraverso vari e noti intermediari. Il cablo intitolato “Una panoramica delle organizzazioni mediatiche del Burma nord-orientale”, dichiara esplicitamente: “Altre organizzazioni, alcune in ambito estero alla Birmania, inoltre, aggiungono opportunità educative per i giornalisti birmani. Per esempio, la fondazione Memorial Media of Indochina di Chiang Mai, ha completato lo scorso anno corsi di formazione per i reporter del sudest asiatico che includevano partecipanti birmani. I principali finanziatori dei programmi di formazione giornalistica nella regione sono NED, Open Society Institute (OSI) e diversi governi e enti caritativi europei”. Molti delle “ONG” finanziate dagli USA in Myanmar che apparentemente si oppongono il governo di Suu Kyi sono in realtà alunni degli stessi programmi finanziati dagli Stati Uniti, come molti membri dell’attuale governo. In sostanza, la differenza principale tra Myanmar e Siria è che mentre in Siria gli Stati Uniti alimentano il terrorismo per abbattere un governo oltre la loro portata ed influenza, in Myanmar gli Stati Uniti manipolano l’intera nazione attraverso due vettori che controllano interamente, il terrorismo in ascesa da un lato e la dirigenza politica che ha creato interamente dall’altro.

Superare l’analisi per analogia
Aiutare i lettori a comprendere vari aspetti della crisi attuale in Myanmar confrontandola con vari aspetti del conflitto in Siria può essere istruttivo. Tuttavia, trarre conclusioni circa le implicazioni del conflitto di Myanmar semplicemente supponendo che si ripetano gli sforzi occidentali in Siria è fondamentalmente sbagliato. Mentre gli Stati Uniti cercano di dividere e distruggere la Siria, i suoi sforzi in Myanmar sono concentrati sullo Stato di Rakhine, con poca possibilità di diffondersi a causa della demografia di Myanmar. Si tratta anche della Cina che ha investito ampiamente nel progetto One Road (Road One Road, OBOR), con un porto a Sittwe, Rakhine centrale, e progetti stradali, ferroviari e oleogasdotti destinati ad espandersi verso il confine cinese e Kunming. L’opposizione delle ONG locali finanziate con denaro contante degli Stati Uniti, o della violenze sostenute con riserva da Stati Uniti e loro agenti, tentano di distruggere sistematicamente i progetti infrastrutturali cinesi nel mondo, anche in Myanmar. Le dighe costruite dai cinesi in Myanmar sono contrastate dalle ONG finanziate dagli Stati Uniti, da gruppi terroristici che ricevono sostegno statunitense e che hanno attaccato i cantieri cinesi in tutta la nazione, e l’attuale conflitto nel Rakhine alimentato da entrambe le parti dagli Stati Uniti minaccia non solo di sabotare i progetti cinesi, ma anche di essere il pretesto per posizionare forze occidentali in Myanmar, nazione che confina direttamente con la Cina. Piazzare forze statunitensi, e di qualsiasi potenza, ai confini della Cina era un vecchio obiettivo dichiarato dai politici statunitensi. Dalla guerra del Vietnam, dai Pentagon Papers al progetto per un nuovo secolo americano del 2000, “Ricostruire le difese americane”, all’ex-politica del “Pivot to Asia” della segretaria di Stato Hillary Clinton, prevaleva il tema unico era circondare e contenere la Cina con Stati clienti obbedienti a Washington, o creare caos alla periferia della Cina. È evidente che i piani statunitensi in Siria e in Myanmar utilizzano reti e tattiche simili e che entrambi i conflitti s’inseriscano in una grande strategia globale. Ci sono senza dubbio temi familiari in entrambi i conflitti. Tuttavia, ciò che è diverso nei conflitti di Siria e Myanmar è altrettanto importante. Gli analisti e i commentatori devono tenere conto dei decenni di fondi statunitensi ed europei destinati all’attuale governo di Myanmar. Devono considerare la natura chirurgica della destabilizzazione confinata allo Stato di Rakhine del Myanmar, contro la destabilizzazione totale alimentata in Siria. Devono inoltre identificare i motivi alla base dei piani degli Stati Uniti in Myanmar. Evitare semplicemente di supporre che il terrorismo filo-statunitense-saudita sia volto a rovesciare un governo piuttosto che favorire un altro obiettivo più indiretto, che forse persino mira a preservare il governo attuale del Myanmar, piuttosto che a rovesciarlo, accusandone i potenti ed indipendenti militari, aiuterebbe piuttosto che ostacolare l’ingiustizia. Analogie tratte da due conflitti diversi sono utili a semplificare spiegazioni ed analisi tratte dalle conclusioni di una ricerca approfondita.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Dalle Filippine al Myanmar: gli USA combattono i loro terroristi

Tony Cartalucci – LD 8 settembre 2017Con il recente attacco alla polizia in Myanmar da parte di terroristi descritti da Reuters come “ribelli musulmani” e il continuo terrorismo che affligge le Filippine dove le forze sono impegnate contro i terroristi del cosiddetto “Stato islamico”, sembra che il terrorismo si sia diffuso nel Sud-Est asiatico senza segni di declino. Tuttavia, le improvvise violenze avvengono nel momento in cui il cosiddetto “perno sull’Asia” degli USA è sospeso, fornendo agli Stati Uniti un pretesto conveniente per ristabilirsi nella regione in un modo molto più insidioso. Gli USA volevano una presenza militare nel sud-est asiatico da decenni, ma mancava un pretesto, finora gli Stati Uniti hanno apertamente cospirato, per decenni, per stabilire e ampliare una presenza militare permanente nell’Asia sudorientale per affrontare, circondare e contenere la Cina. Sin dalla guerra del Vietnam, coi cosiddetti “documenti del Pentagono” rilasciati nel 1969, si capì che il conflitto era semplicemente parte di una strategia volta a contenere e controllare la Cina. Tre citazioni importanti da questi documenti lo rivelano, dichiarando innanzitutto che: “...la decisione di febbraio di bombardare il Vietnam settentrionale e l’approvazione di luglio della fase I dello schieramento hanno senso solo se sostengono una politica a lungo termine per contenere la Cina“. Sostenevano inoltre: “La Cina, come la Germania nel 1917, come la Germania in occidente e il Giappone in Oriente alla fine degli anni ’30, e come l’URSS nel 1947, appare un’importante potenza minacciosa che sottovaluta la nostra importanza ed efficacia nel mondo e, più avanti sarà più minacciosa organizzando l’Asia contro di noi”. Infine, delineavano l’immenso teatro regionale che gli Stati Uniti avevano ingaggiato contro la Cina affermando: “Ci sono tre fronti nello sforzo a lungo termine per contenere la Cina (rendendosi conto che l’URSS “contiene” la Cina a nord e nord-ovest): a) il fronte Giappone-Corea; b) il fronte India-Pakistan; e c) il fronte sud-est asiatico“. Mentre gli Stati Uniti infine persero la guerra del Vietnam e ogni possibilità di utilizzare i vietnamiti come ascari contro Pechino, la lunga guerra contro essa continuava altrove. Ultimamente, un piano del Progetto per un nuovo secolo americano (PNAC), nel documento del 2000 intitolato “Ricostruire le difese americane” (PDF), dichiarava apertamente l’intenzione di stabilire una presenza militare permanente ed ampia nel Sud-Est asiatico. La relazione affermava esplicitamente che: “…è ora di aumentare la presenza di forze statunitensi nel Sud-Est asiatico”, e dettagliava dichiarando: “Nel Sud-Est asiatico, le forze statunitensi sono troppo poche per affrontare adeguatamente i crescenti requisiti di sicurezza. Dal ritiro dalle Filippine nel 1992, gli Stati Uniti non hanno una significativa presenza militare permanente nel Sud-Est asiatico. Né le forze statunitensi nell’Asia nordorientale possono facilmente operare o schierarsi rapidamente nel Sud-Est asiatico, certamente non senza mettere a rischio gli impegni in Corea. Fatta eccezione dei pattugliamenti navali, la sicurezza di questa regione strategicamente significativa e sempre più tumultuosa è stata abbandonata dagli USA”. Osservando la difficoltà di mettere le truppe statunitensi dove non sono volute, il documento del PNAC notava: “Questo sarà un compito difficile che richiede sensibilità verso i diversi sentimenti nazionali, ma è reso ancora più impellente dalla nascita di nuovi governi democratici nella regione. Garantendo la sicurezza dei nostri alleati e delle nazioni recentemente democratiche dell’Asia orientale, gli Stati Uniti possono contribuire a che l’ascesa della Cina sia pacifica. Infatti, nel tempo, la potenza statunitense e gli alleati regionali possono spingere un processo di democratizzazione nella Cina stessa”. Va notato che il riferimento all'”emergere di nuovi governi democratici nella regione” è un riferimento agli Stati clienti creati dagli Stati Uniti per conto dei propri interessi e che non costituiscono in alcun modo dei “governi democratici” rappresentativi degli interessi dei popoli dai “sentimenti nazionali” contrari in primo luogo alla presenza militare statunitense nella regione.
Va inoltre rilevato che nel 2000 gli Stati Uniti coltivavano vari governi ascari nel sud-est asiatico tra cui Aung San Suu Kyi e la sua Lega nazionale per la democrazia in Myanmar, Thaksin Shinawatra in Thailandia e Anwar Ibrahim in Malesia. Dal 2000, tutti tranne uno, sono stati rimossi dal potere con Anwar Ibrahim in carcere e Thaksin Shinawatra in fuga dalla Thailandia per eludere 2 anni di carcere. Solo Suu Kyi è salita al potere grazie ai miliardi spesi dagli sponsor occidentali tramite il National Endowment for Democracy (NED) e le sue numerose filiali e affiliati. Uno di essi, l’Istituto della Pace degli USA, ha apertamente dichiarato come gli Stati Uniti dettassero praticamente ad ogni livello immaginabile lo sviluppo del Myanmar dirigendo dai processi politici all’organizzazione dell’economia, fornendo anche “assistenza tecnica” sull'”antiterrorismo”. Nelle Filippine, i tentativi degli Stati Uniti di ristabilire la propria presenza militare e di utilizzare la nazione nel conflitto mirato con Pechino hanno subito diverse sconfitte.

Gli Stati Uniti combattono il terrorismo sponsorizzato da USA-Arabia Saudita in Asia
Ultimamente Washington ha scoperto che il rapporto di Manila volge irrevocabilmente a favore dei legami con Pechino. Questo fino all’arrivo fortuito dei terroristi del cosiddetto “Stato islamico” sulle coste della nazione, travolgendo un’intera città nella regione meridionale della nazione. Anche in Myanmar compaiono improvvisamente dei terroristi che operano aiutando gli Stati Uniti nel porre una presenza militare permanente nel Paese, fornendo “assistenza tecnica” contro il “terrorismo”. Tali terroristi, tuttavia, non escono dal nulla. Tali organizzazioni che svolgono operazioni su una scala che va dalle Filippine, al sud della Thailandia, a Malesia, Indonesia e Myanmar, richiedono immense somme di denaro, capacità organizzative, logistiche e politiche. E infatti è confermato che non solo questo sostegno esiste, ma proviene da una fonte nota e conseguente del terrorismo sponsorizzato da un governo, l’alleato più stretto degli USA in Medio Oriente, l’Arabia Saudita. Il Wall Street Journal in un articolo intitolato: “Gli abusi nella Birmania della Nuova Asia sui musulmani rohingya crea una violenta reazione“, indicava in merito al terrorismo in Myanmar che: “Ora questa politica immorale ha creato una violenta risposta. L’ultima insurrezione musulmana sfrutta i militanti rohingya sostenuti dai sauditi contro le forze di sicurezza birmane. Mentre le truppe governative si vendicano sui civili, rischiando d’incitare i rohingya ad aderire alla lotta”. Il Wall Street Journal dichiarava: “Chiamato Harakah al-Yaqin, in arabo “Movimento della Fede”, il gruppo risponde ad una commissione di emigrati rohingya alla Mecca e un quadro di capi locali dall’esperienza di guerriglieri all’estero. L’ultima campagna, proseguita a novembre con attacchi e attentati che hanno ucciso diversi agenti di sicurezza, fu approvata dai chierici di Arabia Saudita, Pakistan, Emirati e altrove. I rohingya “non sono mai stati una popolazione radicalizzata”, osserva l’ICG, “e la maggioranza della comunità, dei suoi capi e leader religiosi aveva evitato le violenze perché controproducenti”. Ma questo cambia rapidamente. Harakah al-Yaqin fu fondato nel 2012 dopo che i disordini etnici del Rakhine uccisero circa 200 rohingya, ed ora si stima che abbia centinaia di combattenti“. Il terrorismo sponsorizzato e diretto dall’Arabia Saudita crea un pretesto per la presenza militare statunitense nel Myanmar altrimenti ingiustificabile in alcun modo, forma o metodo.
Similmente un canale di denaro e armi scorre ai terroristi che operano nelle Filippine da Riyadh e Washington, con conseguente opportunità per gli Stati Uniti di stabilire una presenza militare permanente in risposta a una crisi creata intenzionalmente. Mentre gli Stati Uniti propongono un’ampia presenza militare nel Sud-Est asiatico come aiuti contro il terrorismo, è chiaro che è proprio il sostegno di Washington a Riyad alla base della crisi, e che semplicemente ritirare tale aiuto e condannare questo Stato sponsor del terrorismo sono la soluzione. Tuttavia, gli Stati Uniti non adottano questa conclusione logica, né seguono la via d’azione più evidente, indicando piena complicità con la sponsorizzazione saudita del terrorismo, facendo gravare la responsabilità per le morti e le distruzioni del terrorismo nel Sud-Est asiatico su Washington. Mentre gli Stati Uniti costituiscono la propria presenza militare nel Sud-Est asiatico come pietra angolare per la pace e la stabilità, in realtà è la politica sintomatica dell’instabilità e del caos gravi degli Stati Uniti e del loro autoproclamato “ordine internazionale”. È particolarmente ironico che non solo il terrorismo si diffonda nel sud-est asiatico, frutto della politica intenzionale di Washington, ma che sia utilizzato come pretesto per impostare un grande e potenzialmente devastante conflitto regionale con la Cina.Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Rohingya, pedine dei sauditi nella guerra sul Myammar

Moon of Alabama 7 settembre 2017L’attenzione dei media è rivolta alle violenze su una minoranza etnica in Myanmar. La storia della “stampa occidentale” è sui musulmani rohingya ingiustamente perseguitati da bande buddiste e dall’esercito nello Stato di Rakhine, al confine con il Bangladesh. Gli “interventisti umanitari liberali” come Human Rights Watch affiancano islamisti come il presidente turco Erdogan lamentando la condizione dei rohingya. Tale curiosa alleanza si ebbe anche nelle guerre a Libia e Siria. È ormai un avvertimento. Potrebbe esserci altro dietro questo conflitto locale in Myanmar? Qualcuno l’alimenta? Infatti. Mentre il conflitto etnico nello Stato di Rakhine è molto vecchio, negli ultimi anni è divenuta una guerra jihadista finanziata e guidata dall’Arabia Saudita. L’area è d’interesse geostrategico: “Rakhine ha un’importante parte nell’iniziativa cinese Fascia e Via, OBOR, in quanto è un porto sull’Oceano Indiano e rientra nei progetti miliardari cinesi per una zona economica pianificata sull’isola Ramree e il porto di Kyaukphyu, con oleodotti e gasdotti che li collegano a Kunming, nella provincia dello Yunnan”. Gli oleodotti dalle coste occidentali del Myanmar verso la Cina permettono l’importazione di idrocarburi dal Golfo Persico per la Cina evitando il collo di bottiglia dello Stretto di Malacca e le parti contestate del Mar Cinese Meridionale. È “interesse occidentale” ostacolare i progetti cinesi nel Myanmar. Incitare la jihad nel Rakhine potrebbe contribuirvi. C’è un precedente storico simile, la guerra per procura Rohingya-Bamar in Birmania. Durante la Seconda Guerra Mondiale le forze imperialiste inglesi incitarono i musulmani rohingya nel Rakhine a combattere i Bamar, i buddisti nazionalisti birmani alleati degli imperialisti giapponesi.
I rohingya migrarono nel nord dell’Arakan, Stato di Rakhine del Myanmar, nel XVI secolo. Una grande ondata avvenne durante l’occupazione imperialista inglese, un secolo fa. L’immigrazione illegale dal Bangladesh continua negli ultimi decenni. In totale circa 1,1 milioni di musulmani rohingya vivono in Myanmar. Si dice che la loro natalità sia superiore a quella dei buddisti arakani. Questi si sentono messi sotto pressione nella propria terra. Mentre queste popolazioni sono mescolate in alcune città, vi sono molti villaggi al 100% dell’uno o dell’altro. In genere c’è scarsa integrazione dei rohingya nel Myanmar. La maggior parte non è ufficialmente accettata come cittadini. Nei secoli e negli ultimi decenni vi furono diverse violenze tre immigrati e popolazioni locali. L’ultimo conflitto musulmano-buddista si ebbe nel 2012. Da allora fu costituita l’insurrezione islamista nella zona dal nome Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), guidato da Ataullah Abu Ammar Junjuni, jihadista pakistano. (L’ARSA aveva operato come Haraqah al-Yakin, o Movimento della Fede). Ataullah è nato nella grande comunità rohingya di Karachi, in Pakistan, ed è cresciuto e ha studiato in Arabia Saudita. Ebbe una formazione militare in Pakistan e fu imam wahhabita in Arabia Saudita prima di venirsene in Myanmar. Da allora ha soggiogato, arruolato e addestrato come guerriglieri circa 1000 taqfiri. Secondo un rapporto del 2015 del giornale pakistano Dawn, vi sono più di 500000 rohingya a Karachi, giunti dal Bangladesh negli anni ’70 e ’80 su richiesta del regime militare di Zia ul-Haq e della CIA per combattere i sovietici e il governo dell’Afghanistan: “La comunità rohingya di Karachi è più propensa alla religione e invia i figli nelle madrase. Non è un caso che molti partiti religiosi, in particolare Ahle Sunnat Wal Jamaat, JI e Jamiat Ulema-i-Islam-Fazl, hanno le loro strutture organizzative nei quartieri birmani…” “Numerosi rohingya che vivono nell’Arakan Abad hanno perso dei parenti negli assalti delle bande buddiste nel giugno 2012, nel Myanmar”, dichiarava Mohammad Fazil, attivista locale del JI. I rohingya a Karachi raccolgono regolarmente donazioni, zaqat e animali sacrificali per inviarli in Myanmar e Bangladesh per sostenere le famiglie sfollate”. Reuters notava a fine 2016 che il gruppo jihadista è addestrato, guidato e finanziato da Pakistan e Arabia Saudita: “Un gruppo di musulmani rohingya attaccò le guardie di frontiera del Myanmar ad ottobre, sotto la guida di persone legate ad Arabia Saudita e Pakistan, dichiarava il Gruppo internazionale di crisi (ICG) citando i membri del gruppo… Anche se non confermato, ci sono indicazioni che (Ataullah) si recò in Pakistan e forse altrove, per addestrarsi nella guerra moderna”, secondo il gruppo, rilevando che Ataullah era uno dei 20 rohingya sauditi che guidava le attività del gruppo nello Stato di Rakhine. In più, un comitato di 20 emigrati rohingya guida il gruppo, che ha sede alla Mecca, dichiarava l’ICG”. I jihadisti dell’ARSA sostengono di attaccare solo le forze governative, ma anche i buddisti arakani civili sono stati assaliti e massacrati e i loro villaggi anche bruciati.
Il governo del Myanmar afferma che Ataullah e il suo gruppo vogliono dichiarare uno Stato islamico indipendente. Nell’ottobre 2016 il suo gruppo attaccò la polizia e altre forze governative della regione, e il 25 agosto attaccò 30 stazioni di polizia e avamposti militari uccidendo 12 poliziotti. Esercito e polizia risposero, come avviene in questo conflitto, bruciando le municipalità dei rohingya sospettate di nascondere la guerriglia. Per sfuggire alla crescente violenza molti buddisti arakani locali fuggono verso il capoluogo di Rakhine. I musulmani rohingya fuggono in Bangladesh. Solo questi rifugiati sembrano ricevere un’attenzione internazionale. L’esercito del Myanmar ha governato il Paese per decenni. Su pressione economica si aprì nominalmente all'”occidente” istituendo la “democrazia”. La cocca dell'”occidente” in Myanmar è Daw Aung San Suu Kyi. Il suo partito ha vinto le elezioni e domina il governo. Ma Aung San Suu Kyi è soprattutto una nazionalista e il potere reale è ancora detenuto dai generali. Mentre Aung San Suu Kyi viene presentata come icona democratica, non ha merito personale che essere figlia di Thakin Aung San, famoso capo dell’Esercito per l’indipendenza della Birmania (BIA) e “padre della nazione”. Negli anni ’40, Thakin Aung San fu arruolato dall’esercito imperiale giapponese per condurre la guerriglia contro l’esercito coloniale inglese e le linee di rifornimento inglesi per le forze antigiapponesi in Cina: “Il giovane Aung San imparò ad indossare abiti tradizionali giapponesi, parlarne la lingua e assunse anche un nome giapponese”. Nel racconto di Thant Myint-U, “Il fiume dei passi perduti”, viene descritto come “chiaramente travolto dall’euforia fascista che lo circonda”, ma rileva che il suo impegno era per l’indipendenza del Myanmar”. Anche il conflitto etnico nel Rakhine ha giocato un ruolo nel conflitto anglo-giapponese sulla Birmania: “Nell’aprile 1942, le truppe giapponesi avanzarono nello Stato di Rakhine e giunsero a Maungdaw, vicino al confine con ciò che allora era l’India inglese ed è ora Bangladesh. Mentre gli inglesi si ritirarono in India, Rakhine divenne la linea del fronte. I buddisti arakani collaborarono con le forze del BIA e giapponesi, e gli inglesi reclutarono i musulmani per contrastare i giapponesi. Gli eserciti inglese e giapponese sfruttarono le frizioni e l’animosità nella popolazione locale per i propri obiettivi militari”, scrisse lo studioso Moshe Yegar”. Quando gli inglesi vinsero, Thakin Aung San cambiò campo e negoziò la fine del dominio imperiale inglese sulla Birmania. Fu assassinato nel 1947 da ufficiali inglesi. Da allora la Birmania, successivamente rinominata Myanmar, è governata da fazioni delle forze armate sempre in competizione.
La figlia di Aung San, Aung San Aung San Suu Kyi, ebbe un’istruzione inglese e fu costruita per avere un ruolo nel Myanmar. Negli anni ’80 e ’90 litigò con il governo militare. Ricevette il Nobel per la Pace e fu promossa difensore progressista dei diritti umani dai “letterati” occidentali. Ma lei, e la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) che guida, sono da sempre l’opposto, fascisti in abiti buddisti zafferano. Gli ipocriti sono ora delusi dal fatto che non parli a favore dei rohingya. Se così facesse si metterebbe dalla parte opposta, quella che il padre aveva notoriamente combattuto, e sarebbe anche contro la maggioranza del popolo del Myanmar che ha poca simpatia per i rohingya e la loro jihad. In generale, la maggioranza dei 50 milioni di abitanti del Myanmar teme l’immigrazione di 160 milioni di bengalesi dal più piccolo, inondato e sovrappopolato Bangladesh. Inoltre, i progetti cinesi per l’OBOR sono un enorme bonus per il Myanmar, che ne aiuterà lo sviluppo economico. Sauditi e pakistani inviano capi guerriglieri e soldi per incoraggiare la jihad dei rohingya in Myanmar, ripetendo le operazioni della CIA contro l’influenza sovietica in Afghanistan. Ma a differenza dell’Afghanistan, il popolo del Myanmar non è musulmano. Sicuramente combatterà e non aderirà a una qualche jihad nel proprio Paese. I rohingya sono ora le pedine del Grande Gioco e ne soffriranno.Traduzione di Alessandro Lattanzio