La Russia nella SAARC

Tayyab Baloch, Gpolit, 20 aprile 2016maxresdefaultSi prevede che la Russia aderisca all’Associazione dell’Asia meridionale per la cooperazione regionale (SAARC) come Stato osservatore nel prossimo futuro, essendo già parte del blocco regionale dell’Asia meridionale. Il compito della SAARC di ammettere nuovi Stati osservatori è stato inoltre completato. Il 19° vertice SAARC si terrà a Islamabad, capitale del Pakistan, a novembre. Quindi è una grande opportunità per il Pakistan dare il benvenuto alla Russia nella SAARC in modo che Asia meridionale e Asia centrale si fondano quale parte integrante della regione eurasiatica. Il collegamento della SAARC con il blocco della sicurezza eurasiatica Shanghai Cooperation Organization (SCO) è già sulla buona strada. Molte nazioni del sud asiatico si sono unite alla famiglia della SCO mentre le potenze nucleari rivali della SAARC, Pakistan e India, che faranno parte della SCO, hanno chiesto di aderire all’Unione economica eurasiatica guidata dalla Russia.

La SAARC nella famiglia SCO
L’Associazione dell’Asia meridionale per la cooperazione regionale (SAARC) è un blocco economico di otto Paesi dell’Asia meridionale, comprendente Bangladesh, Bhutan, India, Maldive, Nepal, Pakistan, Sri Lanka e Afghanistan. L’Afghanistan è il solo Paese asiatico centrale che ne fa parte, mentre il Myanmar del Sud-est asiatico ne è un possibile membro. Oltre a ciò, Australia, Cina, Unione Europea, Iran, Giappone, Mauritius, Corea del Sud e Stati Uniti sono associati come osservatori. Mentre la Russia aveva chiesto lo status di osservatore in modo che la cooperazione bilaterale e regionale dell’Asia del sud venisse realizzata in connessione all’integrazione regionale. Pertanto, la Russia aveva concesso lo status di pieno aderente allo SCO ai leader della SAARC, India e Pakistan, con l’obiettivo di concentrarsi sulla collaborazione regionale a una prospettiva di pace. Come per l’integrazione regionale eurasiatica, l’Asia del Sud ne fa parte abitualmente, dato che le nazioni dell’Asia meridionale aderiscono alla famiglia della SCO. “L’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai è il blocco multilaterale volto a mantenere l’equilibrio strategico col meccanismo di cooperazione strategica ed economica. La collaborazione sino-russa fa della SCO l’organizzazione multipolare mondiale basata sull’uguaglianza. E’ anche considerata la salvaguardia dell’integrazione eurasiatica e della Via della Seta della Cina. La SCO si è estesa geograficamente includendo Asia Centrale, del Sud, Est ed Ovest per rafforzare la cooperazione regionale tutelando gli interessi economici e strategici comuni. Inoltre la SCO collega l’Asia del sud (SAARC) con il Sud-Est asiatico (ASEAN)“.

Finestre di opportunità
China West Land Route I Paesi della SAARC sono densamente popolati da circa un quarto della popolazione mondiale su appena il 2,96% di territorio. Ecco perché la SAARC è considerata il più grande mercato del mondo confinante con la Cina, considerata l’economia in più rapida crescita del mondo. Nonostante le risorse, la regione SAARC è molto povera. Le tensioni politiche e i conflitti tra gli Stati membri creano un ambiente politico instabile e questi sono i principali ostacoli ad avere il massimo rendimento possibile da questa regione. Sebbene la zona di libero scambio sia stata creata tra gli Stati membri nel quadro dell’accordo di libero scambio dell’Asia meridionale (SAFTA), a causa delle dispute di confine raggiungerne gli obiettivi è ancora una sfida. Nonostante gli ostacoli nel raggiungimento degli obiettivi economici collettivi, tutte le nazioni della SAARC hanno firmato o firmeranno accordi di libero scambio con altre nazioni e blocchi economici. La Cina come osservatrice della SAARC è interessata a creare zone di libero scambio (FTA) con gli Stati membri con l’iniziativa della Via della Seta. A tal fine, il socio della Cina nella Via della Seta, il Pakistan (la ‘cerniera’ dell’integrazione eurasiatica) aveva firmato la FTA. Nepal e India studiano accordi di libero scambio con la Cina, mentre Bangladesh, Maldive, Sri Lanka li negoziano con la Cina. Attraverso le iniziative della Fascia e Via in Asia del Sud, la Cina collega le nazioni dell’Asia meridionale con l’Europa attraverso Asia centrale e l’Iran è interessato a connettersi alle rotte commerciali dal Pakistan, connettendo i corridoi economici di India, Iran, Asia centrale e Cina-Pakistan. Inoltre se il corridoio Bangladesh-Cina-India-Birmania (BCIM) viene considerato, purtroppo essendo il rivale economico della Cina nell’Asia del Sud, l’India è perplessa per l’influenza della Cina in Asia meridionale. Come l’India, la Cina confina con Paesi limitrofi: Pakistan, Nepal e Myanmar (membro dell’ASEAN). Ecco perché l’India aveva bloccato l’offerta alla Cina quale Stato membro a pieno titolo della SAARC. D’altra parte, la Russia aveva proposto di creare un partenariato economico tra Unione eurasiatica economica (UEE), SCO e Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN) quale rivale del Partenariato Trans-Pacifico (TTP) unipolare. Di recente, nel corso di una riunione del Consiglio dei capi di governo della SCO nella città della Cina centro-orientale di Zhengzhou, il Primo ministro russo Dmitrij Medvedev presentava la visione russa del partenariato economico tramite il collegamento dei blocchi regionali, “La Russia propone di iniziare le consultazioni con l’Unione economica eurasiatica e la Shanghai Cooperation Organization, inclusi i Paesi che aderiranno all’Alleanza, con i Paesi dell’Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico per creare un partenariato economico basato sui principi di uguaglianza e mutui interessi“. La proposta di Dmitrij continua la visione della Russia per creare la Grande zona eurasiatica di libero scambio (GEFTA) dall’Asia all’Europa. Inoltre, la Russia si propone di collegare Vladivostok nell’Estremo Oriente a Lisbona in Europa, ma sembra impossibile oggi a causa del controllo statunitense sull’Europa. Anche se l’Europa sembrava interessata a partecipare o collaborare con l’UEE (Unione economica eurasiatica), gli USA l’hanno minacciata con un’immaginaria aggressione russa. Ecco perché, alimentando il conflitto in Ucraina, la NATO piazza armi ai confini della Russia e gli USA invadono l’Europa presentando la Russia quale minaccia. Nel frattempo, la politica degli Stati Uniti per contenere la Cina nel Mar Cinese Meridionale ha dato l’opportunità a Russia e Cina di collaborare per costituire un meccanismo congiunto di sicurezza dell’Asia-Pacifico in modo che le ambizioni unipolariste d’impedire la multipolarità del globo siano bloccate. Pertanto, Russia e Cina hanno unito le forze per garantire l’integrazione eurasiatica e la Via della Seta della Cina. In questo scenario, la Via della Seta della Cina incontra l’integrazione eurasiatica con la Via della Seta eurasiatica. In questo contesto, l’Asia del Sud ha la fortuna della sua posizione geografica che collega le regioni e i blocchi mondiali. Le due maggiori economie del mondo e membri dei BRICS, India e Cina, vi sono di già e ora, dopo l’ammissione della Russia, il RIC dei BRICS (Russia-India-Cina) sarà nell’Asia meridionale. Secondo le informazioni disponibili, l’S dei BRICS (Sud Africa) mostra interesse a partecipare alla SAARC in qualità di osservatore.SAARC2Il timore dell’India per la presenza della Cina
Si è già detto che l’India è perplessa dalla crescente influenza della Cina sulla SAARC, perciò, dopo l’iniziativa della Cina per la costruzione del porto franco di Gwadar in Pakistan nell’ambito del corridoio economico Cina-Pakistan, l’India annunciava la costruzione del porto di Chabahar in Iran, parallelo a Gwadar. Mentre il Pakistan ha proposto di collegare i porti di Karachi e Gwadar alla SCO, in modo che ci sia la massima integrazione economica presso il Pakistan grazie alla sua posizione geografica, definita “cerniera” dei blocchi multipolari. Il porto di Gwadar in Pakistan offre facile accesso via terra a tutti i Paesi SCO senza sbocco sul mare, raggiungendo le rotte marittime commerciali internazionali. Ecco perché Russia e Iran lavorano sul corridoio nord-sud che collega l’Asia meridionale attraverso ferroviarie e reti energetiche con l’Asia centrale. Pertanto, l’India costruisce il porto di Chabahar per collegarsi con l’Asia centrale scavalcando il Pakistan. Sotto l’ombrello della SCO, l’Iran è interessato a connettere Chabahar e Gwadar con ferrovie, strade ed oleogasdotti. Questi due porti strategici della SCO si trovano all’entrata dello stretto di Hormuz, considerato una delle vie d’acqua più strategiche. Ma purtroppo i porti gemelli Gwadar e Chabahar sono situati nell’instabile regione del Baluchistan. Pakistan e Iran si trovano ad affrontare i movimenti separatisti beluci. Nella parte iraniana del Sistan e Baluchistan, un movimento separatista è divenuto una violenta setta sotto influenza saudita. Mentre nella parte pakistana, i funzionari accusano il sostegno indiano ai ribelli. Pertanto, il Pakistan protesta con l’India che cercherebbe di sabotare il corridoio economico Cina-Pakistan alimentando militanza e separatismo. Non solo in Pakistan, ma i progetti indiani contro la Cina sarebbero dettati in Asia del Sud, Oceano Indiano e Sud Est Asiatico. Dopo l’annuncio della Via Seta della Cina, l’India ha adottato un comportamento aggressivo nei confronti di Nepal, Sri Lanka, Maldive, Myanmar e Bangladesh. L’accordo sul porto di Chittagong con la Cina veniva annullato dal Bangladesh su pressione indiana. Oltre a questo, l’India ha anche fatto pressione sulle Maldive per non permettere la presenza militare cinese. La crescente presenza della Cina nell’Oceano Indiano fa infuriare l’India. Invece di cooperare con la Cina sull’integrazione regionale, l’India ha previsto il rafforzamento militare nelle Andamane e Nicobare, sul Mare delle Andamane e Golfo del Bengala (Oceano Indiano). La posizione geografica delle isole fornisce all’India non solo il dominio sull’Oceano Indiano ma crea anche nuove opportunità per contenere la Cina rafforzando la cooperazione marittima con Australia e Stati Uniti. Il riarmo militare indiano denominato Baaz (Aquela) delle isole Nicobare ha aumentato la supremazia indiana su un lato della Stretto di Malacca. Mentre in altre parti dello stretto, gli Stati Uniti già giocano sporco con la Cina sulla questione delle isole del Mar Cinese Meridionale con l’aiuto di Giappone, Corea del Sud e altri piccoli Stati. L’80% del fabbisogno di petrolio della Cina proviene da Africa e Paesi del Golfo attraverso l’Oceano Indiano, attraversando questo stretto prima di entrare nell’Oceano Pacifico (Mar Cinese Meridionale). Gli esperti ritengono che la presenza militare indiana all’entrata dello Stretto di Malacca è parte della grande strategia degli Stati Uniti per contenere la Cina. Ecco perché l’inclinazione indiana verso gli Stati Uniti è una prova che calpesta il multipolarismo in costruzione da parte di Russia e Cina per costituire un meccanismo congiunto di sicurezza Asia-Pacifico. L’India è assieme a Russia e Cina nei BRICS e SCO, ma purtroppo l’attuale mossa di Modi che avvicina l’India ai sostenitori dell’unipolarità appare pericolosa per il multipolarismo. Per quanto si ricordi ai vertici BRICS/SCO di Ufa, i leader mondiali multipolari (BRICS, SCO e Unione economica eurasiatica) erano concordi nel realizzare una crescita economica sostenibile attraverso la cooperazione internazionale e un maggiore uso dei meccanismi d’integrazione regionale, migliorando benessere e prosperità dei popoli. Mentre la Dichiarazione di Ufa fu adottata dai leader dei BRICS, per scoraggiare chiaramente i doppi standard, con i leader che dicevano, “Insistiamo sul fatto che il diritto internazionale fornisce gli strumenti per realizzare la giustizia internazionale, sulla base dei principi di buona fede e uguaglianza sovrana. Sottolineiamo la necessità dell’adesione universale ai principi e alle norme del diritto internazionale nella loro interrelazione e integrità, scartando il ricorso ai “doppi standard” ed evitando l’intrusione degli interessi di alcuni Paesi ai danni degli altri“.

La Russia come arbitro nella SAARC
45c01c11738d5f42a03bcd38b7439d75Il cambio russo verso Pakistan e Cina è anche uno dei principali motivi del nuovo allineamento strategico indiano con Stati Uniti e Arabia Saudita. La storia ha testimoniato che a causa delle dispute di confine con Cina e Pakistan, l’India ha sempre guardato all’URSS per contrastare l’influenza sino-pakistana. Oltre a questo, il Pakistan era anche considerato un alleato degli USA nella regione che giocava sporco per contenere la crescente influenza dell’URSS su ordine occidentale. Ma oggi l’intera situazione s’è modificata. L’India s’impegna con i vecchi alleati del Pakistan, Arabia Saudita e Stati Uniti, mentre il Pakistan si avvicina alla Russia, ancora considerata alleata dell’India. Anche se l’inclinazione strategica indiana verso l’allineamento unipolare la staccasse dalla Russia, ci vorrà molto perché sono collegate da diverse e profonde cooperazioni. Essendo vicina, la Russia ha previsto di collegare l’India alle reti energetiche e ferroviarie nell’ambito dell’integrazione eurasiatica con cui Mosca si sarebbe collegata con Mumbai attraverso Baku e Teheran. Inoltre, la Russia punta a svolgere il ruolo di referente tra asse cino-pakistano e India. Ecco perché si avvicina al Pakistan. Nonostante la perdita, la Russia costruirà il gasdotto GNL in Pakistan in modo che in futuro i rivali e nemici siano collegati a gasdotti e reti energetiche nell’ambito dell’integrazione regionale. Nell’ultima visita di Modi a Mosca, la Russia assicurava di fornire petrolio e LNG a India e Pakistan. Perciò sulla via del ritorno a Mumbai da Mosca, Modi atterrò a Lahore (Pakistan) con il messaggio di pace dell’integrazione regionale. Ma purtroppo l’attentato terroristico alla base aerea indiana (Pathankot) veniva effettuato per sabotare questi sforzi di pace. Come risultato dell’attacco, tutti gli sforzi di pace fatti dalla Russia dal vertice di Ufa alla visita di Modi a Mosca furono sabotati. Mentre dall’altro lato la Cina bloccava la richiesta indiana all’ONU di bandiere le organizzazioni terroristiche basate in Pakistan presumibilmente attive in India. In questo scenario, la Russia era l’unica speranza per l’India, ma la vicinanza russa a Cina e Pakistan ha ingelosito l’India. Così l’India inclina verso un’alleanza anti-regionale. Ora, se la Russia entra nella SAARC darà nuova speranza al ruolo russo di arbitro tra Pakistan e India e tra India e Cina. La Russia già svolge il ruolo di mediatrice tra India e Cina. Ecco perché nella riunione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2003, la Russia formò la trilaterale Russia-India-Cina denominata RIC. Questo formato offre l’opportunità a India e Cina di ridurre al minimo le controversie in presenza della Russia in modo che gli interessi comuni e reciproci siano raggiunti. Come osservato dalle tensioni attuali, il vertice della trilaterale RIC si teneva a Mosca, dove i Ministri degli Esteri dei tre Paesi s’incontravano per disinnescare le crescenti tensioni tra India e Cina. Mentre la Russia si sforza di arbitrare le controversie indo-cinesi, può svolgere lo stesso ruolo nel conflitto indo-pakistano.

Conclusioni
Come “la guerra ibrida” mondiale scoppia per fermare la multipolarità attraverso terrorismo, separatismo e cambi di regime negli Stati multipolari, è responsabilità comune dei Paesi regionali agire con saggezza per sconfiggere l’ordine mondiale unipolare a vantaggio del benessere dell’umanità. Purtroppo, nonostante sia parte essenziale delle istituzioni multipolari, l’India gioca il doppio gioco impegnandosi con le forze unipolari. Questo atto indiano non solo indebolisce le istituzioni multipolari ma creerà difficoltà all’integrazione regionale che bussa alle porte dell’India, nell’ambito della Via della Seta eurasiatica. Anche se la precedente politica estera indiana mostrava di giocare su ogni lato, ora il tempo è cambiato e dovrà scegliere un lato. Gli sforzi indiani per contenere il volere degli Stati Uniti saranno infruttuosi perché la Cina ha alternative. E’ impossibile, ma in ogni caso l’India cercherà di bloccare lo stretto di Malacca per poi perdervi molto perché la Cina ha una via più breve dallo Stretto di Hormuz al Karakorum via Gwadar. Ecco, questo è il motivo per cui è il momento di collaborare per avere il massimo beneficio dall’integrazione regionale come l’India ha già assicurato a Russia e Cina nei vertici BRICS/SCO di Ufa. Inoltre, la Russia già collabora con l’India nel superare le preoccupazioni sull’asse sino-pakistano. Anche se Cina e Pakistan hanno ripetutamente invitato l’India a far parte del corridoio economico Cina-Pakistan, in modo che l’Asia del Sud sia collegata alle iniziative Fascia e Via. Ora è il momento d’integrare la Russia nella SAARC nel ruolo vitale di arbitro dell’integrazione regionale, facendo sì che il “futuro in Asia” diventi realtà.pak-china-mapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra al terrorismo dell’India arriva nel Myanmar

Andrew Korybko The Saker 22 giugno 2015myanmar-map2L’India ha condotto un’operazione delle forze speciali contro i terroristi in Myanmar responsabili di un recente attentato. Mostrando rinnovata risoluzione nella lotta a ogni forma di terrorismo, l’India ha recentemente lanciato un’operazione chirurgica contro i terroristi in Myanmar, uccidendone più di 100. L’operazione è stata la risposta ad un agguato all’inizio del mese che uccise 18 soldati nello Stato nord-orientale di Manipur. Quest’angolo del Paese è da tempo focolaio di separatismo e terrorismo, e i vari gruppi combattenti attivi nella zona hanno approfittato dei mali interni dei loro vicini per sfruttarli come basi operative. In realtà c’è un’alleanza implicita tra essi ed i ribelli nel Myanmar, essendo i gruppi antindiani incapaci di utilizzare il territorio delle controparti senza il loro consenso. L’India cerca attivamente di espandere l’influenza nel sud-est asiatico attraverso la rinvigorita politica ad Oriente, ma non può procedere correttamente finché il nord-est sarà pacificato e il Myanmar stabilizzato. Ironia della sorte, prendendo di mira i terroristi in Myanmar, l’India potrebbe involontariamente perpetuare il ciclo infinito della destabilizzazione che cerca di evitare.

L’ombrello del separatismo
Il Consiglio Nazionale Socialista del Nagaland-Khaplang (NSCN-K) è responsabile dell’attacco a sorpresa a Manipur, ma in realtà fa parte di un’organizzazione ombrello terroristica più grande e recente chiamata Fronte unito di liberazione dell’Ovest del Sud-Est Asiatico (UNLFW). Tale gruppo riunisce tre dei più pericolosi movimenti separatisti del Nordest dell’India, il Fronte Nazionale di Liberazione dell’Assam (Alptransit), il Fronte Democratico Nazionale di Bodoland (NDFB) e il gruppo Naga appena citato, ognuno dei quali vuole ritagliarsi con la violenza la propria nazione-Stato indipendente dalla Repubblica dell’India, che perciò sono classificati gruppi terroristici da Nuova Delhi. SS Khaplang, fondatore del NSCN-K, sarebbe a capo della UNLFW ed è presumibilmente sua l’idea di creare l’organizzazione (la terza di tale tipo). Quest’unione dei terroristi separatisti è eccezionalmente pericolosa per l’India, in quanto dimostra che gruppi diversi (alcuni dei quali hanno rivendicazioni territoriali sovrapposte, come nel caso dell’Assam e del Bodo) possono mettere da parte i loro conflitti e collaborare per raggiungere il grande obiettivo del separatismo via terrorismo. La risposta militare di Nuova Delhi all’UNLFW dimostra che comprende la minaccia del nesso tra movimenti separatisti-terroristi unificati, santuari nelle regioni di confine ingovernabili e organizzazioni ribelli alleate estere verso sovranità e sicurezza ma, soprattutto, dimostra anche come l’India riorienti seriamente l’attenzione strategica verso il sud-est asiatico.

Più ASEAN, meno Pakistan
11_bcim_logo Finora la dottrina della sicurezza dell’India era dominata dal Pakistan, ma le ultime mosse militari in Myanmar indicano un cambiamento strategico. Naturalmente Islamabad rimarrà principale preoccupazione per la sicurezza di New Delhi, ma con Pakistan e India che dovrebbero aderire alla SCO il mese prossimo, ci si aspetta che una sorta di ‘pace fredda’ sia finalmente conclusa tra essi. Questo nonostante il ministro della Difesa indiano abbia lasciato intendere che l’operazione in Myanmar potrebbe essere ripetuta contro i terroristi in Pakistan, in futuro, e il ministro degli Interni pakistano abbia risposto con forza che “il Pakistan non è il Myanmar”. Tali dichiarazioni dovrebbero essere viste come nient’altro che pose di entrambe le parti, essendo estremamente improbabile che rischino una guerra convenzionale (e forse nucleare) in questo momento. La ragione principale di ciò è il fattore cinese, dato che Pechino vuole salvaguardare il progetto di corridoio economico Pakistan-Cina da 46 miliardi di dollari, mentre New Delhi vuole concentrare l’attenzione strategica competendo con la Cina nel cortile di casa del Sud-Est asiatico (risposta simmetrica alla ‘collana di perle’ della Cina nell’Oceano Indiano). Nel prossimo quadro della SCO allargata, la Russia potrà frenare l’India nei confronti del Pakistan, mentre la Cina potrà fare lo stesso con il Pakistan verso l’India, mitigando la tensione tra i due antagonisti dell’Asia meridionale e consentendo di concentrarsi sulle rispettive visioni economiche (integrazione pakistana con la Cina, integrazione indiana con l’ASEAN) invece che sulla reciproca distruzione assicurata. L’India ha appena aggiornato la politica Volta ad Oriente con l’Atto ad Est, incarnando l’impegno costante ad espandere le partnership a pieno spettro in quella direzione. Mentre l’inaugurazione del corridoio commerciale BCIM tra Bangladesh, Cina, India e Myanmar è il migliore degli scenari, sembra più probabile che l’India cerchi d’escludere la Cina da questo formato e di gestire le relazioni commerciali bilaterali con gli altri due membri. La visita di Modi nel Bangladesh è volta essenzialmente a rafforzare la posizione di Nuova Delhi assicurando e sviluppando il Nordest. Nel Myanmar, l’India vuole usarne il territorio come ponte di collegamento con il resto dell’ASEAN, cercando di costruire un’autostrada dal nord-est dell’India alla Thailandia collegandone più strettamente la gigantesca economia con il dinamico blocco commerciale. Per adempiere a questa visione, però, l’India deve assicurarsi il nord-est e stabilizzare il Myanmar, ma potrebbe involontariamente aggravare le difficoltà di quest’ultimo con l’intervento unilaterale per adempiere al primo passo.

Suscitare un vespaio
L’India rivendica l’operazione condotta in Myanmar, con fonti contrastanti sul fatto se Naypyidaw ne fosse stato informato prima o dopo, ma la controparte sostiene che tale missione non ha mai avuto luogo nel Paese, ma invece nella regione di confine indiana. Non importa quale sia la realtà, le dichiarazioni del Myanmar indicano che cerca di rispettare scrupolosamente la tregua tenue per mantiene il Paese relativamente stabile fino alle elezioni generali di novembre, e il NSCN-K è uno dei molti firmatari di tale accordo. Mentre Naypyidaw ha serio interesse a sradicare le forze ribelli (ha lottato per oltre 60 anni proprio per questo), è riluttante ad agitare le acque e rischiare la ripresa della guerra civile in un momento decisivo, e solo per il gusto di soddisfare l’India eliminandone uno dei nemici che, va sottolineato, è firmatario della tregua che preserva una pace molto fragile. La paura del Myanmar è che il NSCN-K possa usare la sua rete di alleanze ribelli nel Paese per difendersi contro qualsiasi attacco dal governo, in quanto non solo i passi militari violerebbero il cessate il fuoco, ma anche gli altri gruppi ribelli presenti nella zona avrebbero da perdervi se Naypyidaw imponesse il controllo sulla regione (magari con il supporto indiano). Dal punto di vista indiano, il NSCN-K potrebbe attivare la rete terroristica nel nordest intraprendendo una prolungata campagna terroristica etnocentrica il cui effetto sarebbe arrestare la svolta di New Delhi verso l’ASEAN, coinvolgendola in una guerra civile. Così l’India è impantanata da un Comma 22 strategico, per cui la sua politica dell’Atto ad Est impone l’obbligo di assicurarsi il nord-est e stabilizzare il Myanmar, ma compiere il primo passo danneggia il secondo, negando le eventuali realizzazioni precedenti attraverso la prevedibile esplosione di violenze e flussi di rifugiati. Nuova Delhi punta affinché niente di tutto questo emerga, ma date le circostanze, è una scommessa rischiosa, non importa quanto sia legittimo il diritto dell’India di rispondere al terrorismo.

eastindiaTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA stentano a mantenere l’Asia nell’arretratezza

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 03/11/2014

myanmarI giornali finanziati dagli USA promuovono ONG finanziate dagli Stati Uniti nel tentativo di fermare i progetti infrastrutturali che consentano di ridurre le inondazioni, produrre energia pulita e rinnovabile, e dare posti di lavoro e sviluppo a milioni di persone. “The Irrawaddy“, che pretende di essere “una delle principali fonti di notizie attendibili, informazioni e analisi su Birmania/Myanmar e regione del sud-est asiatico“, ha ostinatamente seguito gli sforzi di cosiddetti “attivisti” per impedire la costruzione di dighe nel Sud-Est asiatico, dal Myanmar (ancora chiamato con il nome imperiale inglese “Birmania” dai media occidentali), a Thailandia e Laos. L’ultimo articolo “Azienda tailandese usa attiche del business per indebolire le leggi in Birmania“, è una rappresentazione tipica di tali sforzi. Segnala che: “Uno dei principali finanziatori delle dighe idroelettriche progettate sul fiume Salween della Birmania, è accusato d’investire in Paesi in cui vi è “oppressione e poca trasparenza”, per raggiungere i suoi obiettivi. Dopo essere stato limitato nelle attività nazionali, l’Ente per l’Energia Elettrica della Thailandia (EGAT) vuole fare di Birmania e Laos fornitori di energia elettrica tramite dighe fluviali, dannose per l’ambiente, afferma l’ONG statunitense International Rivers a The Irrawaddy”. Le dighe sono senza dubbio dannose per l’ambiente circostante e sicuramente governi e interessi particolari eludono regolarmente le proprie responsabilità nel perseguire con la costruzione della diga risultati equi per la popolazione umana e la fauna circostanti. Tuttavia, opporsi totalmente alla loro costruzione è regressivo, si tratta di un’agenda politicamente motivata spacciata da alcuni interessi particolari sociopoliticamente ed ambientalmente tra i più distruttivi sulla Terra. Per capirlo, si deve sapere cosa The Irrawaddy e International Rivers hanno in comune, e in particolare perché il loro ordine del giorno s’intreccia nella battaglia contro lo sviluppo autentico dell’Asia sudorientale.

“Giornali” e “attivisti” finanziati dagli Stati Uniti
The Irrawaddy e International Rivers sono creazioni ed emanazioni del dipartimento di Stato degli Stati Uniti e di diversi fondazioni finanziate dall’aziendale-finanziario Fortune 500. Tra cui fondazioni che rappresentano gli interessi di imprese come Exxon, Chevron, British Petroleum (BP) e Total, così come grande finanza e Banca Mondiale. Già dovrebbe essere facile capire perché i giganti energetici e finanziari occidentali siano interessati ad arrestare lo sviluppo dell’indipendenza energetica sostenibile del Sud-Est asiatico. The Irrawaddy è letteralmente una creazione del dipartimento di Stato degli Stati Uniti tramite il suo National Endowment for Democracy (NED). Lo rivela in un rapporto del 2006 dal titolo “In assenza del popolo birmano? Un invito alla revisione della politica DFID in Birmania“, pubblicato da Burma Campaign UK. In esso, si afferma in particolare: “Anche il programma di sub-concessione del NED ha favorito lo sviluppo di tre ben note organizzazioni mediatiche birmane. New Era Journal, The Irrawaddy e la radio Democratic Voice of Burma (DVB) divenute fonti critiche di informazioni e notizie indipendenti sulla lotta per la democrazia in Birmania”. Il NED, con la pretesa di essere “una fondazione privata senza scopo di lucro dedita alla crescita e rafforzamento delle istituzioni democratiche nel mondo”, ha nel suo consiglio di amministrazione (passati e presente) una sgradevole collezione di rappresentanti di Fortune 500, neoconservatori guerrafondai e politici legati ad alcune delle agende globali più regressive, come Goldman Sachs, Boeing, Exxon, Brookings Institution e molti altri. E’ chiaro che tale insieme di interessi particolari non bada all’impatto umano e ambientale della produzione di energia idroelettrica, considerando che molti sovrintendono direttamente al racket del petrolio mondiale. Invece si tratta del desiderio di eliminare potenziali concorrenti e qualsiasi parvenza d’indipendenza geopolitica nelle regioni del pianeta su cui cercano di proiettare il loro potere. Con think tank come il Brookings che elaborano piani di battaglia, dalle invasioni di Afghanistan ed Iraq, alle loro occupazioni decennali alle guerre per procura contro Siria e Iran, non è difficile capire che sono forme secondarie di proiezione di potenza, tramite ONG cooptate e camuffate con il pretesto dell'”ambientalismo” e dell'”attivismo sociale”, di cui sono gli strumenti. International Rivers, negli anni, è stato finanziato da Sigrid Rausing Trust, Tides Foundation, Google, Open Society, Ford Foundation, per citarne alcuni. Molti di coloro che finanziano International Rivers, sono a loro volta creazioni di interessi corporativi-finanziari. Sponsor diretti come Sigrid Rausing Trust, Ford Foundation e Open Society, sono coinvolti nel finanziamento di think tank come la Brookings Institution, favorevole alla guerra e pro-aziendale, in cui Sigrid Rausing Trust appare tra i donatori (.pdf) assieme ad imperi bancari come JP Morgan, Bank of America e Barclays Bank, a giganti petroliferi come Exxon, Chevron, Shell e Statoil e aziende belliche come Boeing, Northrop Grumman e Raytheon. In realtà, International Rivers espone un punto molto interessante che inquadra perfettamente la guerra alle dighe asiatiche. In “Banche e costruttori di dighe” dice: “Tradizionalmente, il gruppo della Banca mondiale è stato il maggiore finanziatore di grandi dighe. Per decenni, la Banca Mondiale ha finanziato la costruzione di mega-dighe nel mondo. Negli ultimi anni, tuttavia, le istituzioni finanziarie cinesi hanno assunto questo ruolo, innescando un nuovo boom globale nella costruzione di dighe. Altre banche nazionali pubbliche, come le banche brasiliane, tailandesi e indiane, ne finanziano una quota sempre più importante”. In ciò risiede uno dei tanti problemi di Wall Street e Londra e della loro “Banca Mondiale” con le dighe di Asia: non hanno le mani in pasta in una regione che apertamente cercano di influenzare, manipolare e persino utilizzare come fantoccio collettivo contro la Cina.

mekong-river-giant-fish-threatened-dam_33707_600x450Il fiume scorre
Come si demonizza la produzione di energia rinnovabile sostenibile, che funge anche da strumento di gestione delle alluvioni e navigazione fluviale? International Rivers e i ben intenzionati attivisti creduloni diffondono la loro agenda regressiva ai diversi angoli del mondo demonizzando l’energia idroelettrica, passando dal plausibile all’assolutamente ridicolo. Sul sito di International Rivers archiviato come “Il nostro lavoro”, si trova forse la scusa più ridicola di International Rivers per cui una nazione non dovrebbe costruire dighe; in “Cambiamenti climatici e fiumi”, citando un oscuro studio sulla produzione di metano dei batteri che si trovano in tutti gli specchi d’acqua dolce permanenti, dagli stagni ai laghi e tutto il resto, International Rivers sostiene che dighe e bacini contribuiscono al “riscaldamento globale” e pertanto non dovrebbero essere costruiti. Sulla pagina “International Rivers Mekong Mainstream Dams” si afferma, oltre alle varie scuse usate per ostacolare i progetti di dighe per produrre energia elettrica per infrastrutture moderne, industria e altre necessità per creare lavoro e una migliore qualità della vita, c’è la difesa delle popolazioni indigene e la loro pesca non sostenibile per la diminuzione dei pesci in diversi fiumi. In realtà, la costruzione di una diga fornirebbe i mezzi a molte comunità di pescatori per passare ad occupazioni più produttive che permettano alle popolazioni ittiche sia di riprendersi che di trasferirsi in zone da poter gestire con attenzione, ritornando di nuovo a livelli sani. “La rinascita dei piani per costruire una serie di dighe sul fiume Mekong in Cambogia, Laos e Thailandia, rappresenta una grave minaccia per l’ecologia del fiume e mette a rischio il benessere di milioni di persone che dipendono dal fiume per cibo, reddito, trasporti e diversi altri bisogni”. Solo che le persone dedite alla pesca vivono lungo il fiumi in condizione di povertà assoluta, e sono intrappolate nel ciclo della scarsa istruzione, del lavoro servile, dello sfruttamento e della diminuzione di risorse naturali, sempre più oberate proprio perché il Mekong non è stato sviluppato in modo programmato, dopo che il progetto è stato “accantonato”, come International Rivers ammette con orgoglio, a causa del suo lavorio regressivo. Le risorse della pesca sono saccheggiate da persone che non possono condurre un’altra vita, ancora una volta proprio per l’assenza di un reale tangibile sviluppo delle infrastrutture sul Mekong.

Problemi reali, soluzioni reali
Questo non vuol dire che non ci siano problemi reali dar discutere nella costruzione delle dighe. Governi ed investitori che cercano di costruire tali progetti hanno la responsabilità su popolazioni e ambiente circostanti al fine di garantire che la frattura inevitabile e lo spostamento siano debitamente compensati e che i benefici della diga prevalgano sugli inconvenienti provocati dalla costruzione. La gestione di inondazioni, i trasporti ed altri benefici forniti da una costruzione ben pianificata delle dighe hanno tolto milioni di persone dalla povertà letteralmente illuminatogli la vita in tutto il pianeta, dal sud rurale degli Stati Uniti, durante la Grande Depressione, all’Europa per generazioni e alla Cina di oggi. Interessi particolari occidentali, dopo aver costruito dighe godendosi i frutti di infrastrutture ben sviluppate e dell’industrializzazione, sfruttano la disparità di tale sviluppo verso le impoverite nazioni in via di sviluppo che rilanciano i tentativi di recuperare il ritardo, almeno finché ciò non avviene con aziende, banche e altri monopoli occidentali. Una via di mezzo deve essere trovata tra coloro che cercano di costruire dighe e coloro che ne saranno interessati. Disposizioni per la tutela o anche l’espansione della pesca dopo che una diga è completata, utilizzando il bacino che si forma, sono un modo per ottenerla. Garantirsi che l’energia prodotta dalla diga porti all’industrializzazione e allo sviluppo locale, potendo dare condizioni di lavoro e opportunità migliori alle comunità locali, è un altro. La creazione di moderni mezzi per aggirare le dighe migliorando la navigazione fluviale, è un altro modo dimostrabile con cui le dighe possono migliorare la vita delle comunità e attività locali. Quando un progetto per grandi infrastrutture è pronto a passare dal tavolo da disegno al terreno, c’è molto da discutere e anche possibilmente di protestare sul modo con cui viene costruito il progetto, da chi e a vantaggio di chi. Tuttavia, l’argomento di per sé non è tangibile, la costruzione delle infrastrutture non dovrebbe mai essere messa in discussione. E’ diritto naturale di tutti andare avanti e verso l’alto. Coloro che irrazionalmente protestano contro ogni progetto infrastrutturale, di qualsiasi tipo, sulla base di argomenti pretestuosi come violare l’ambiente o pratiche non sostenibili, adottati da popoli disperatamente poveri che hanno bisogno di tali progetti per prosperare, sono i veri nemici del progresso, dell’ambiente e infine delle stesse persone che pretendono di aiutare. Gli attivisti locali ingannati da menzogna e propaganda, possono essere perdonati, ma dovrebbero lavorare per svolgere un vero controllo dello sviluppo delle infrastrutture, ma non come licenza perpetua d’ostruzione irrazionale. Organizzazioni come International Rivers, tuttavia, non possono essere perdonate. Affiliate ai peggiori criminali socioeconomici e ambientali del pianeta, gli attivisti nel mondo dovrebbero ostracizzare ed evitarli, per non essere contaminati anche dall’agenda regressiva dagli interessi particolari.

lower_mekong_dams_mapTony Cartalucci, ricercatore e scrittore di geopolitica di Bangkok, per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perle e diamanti dell’Oceano Indiano

MK Bhadrakumar, 26 ottobre 201410481477La visita nel porto di Hai Phong, Vietnam, il 5 agosto della INS Shivalik, l’avanzata fregata lanciamissili della Marina indiana, era davvero una spettacolare proiezione di forza dell’India nel suo “estero vicino”, oltre lo Stretto di Malacca. Delhi ha detto che “migliorare l’interoperabilità” con la marina vietnamita è una delle missioni principali della Shivalik. In effetti, la Shivalik è un fiore all’occhiello della Marina indiana, una nave da 4600 tonnellate di una classe di tre navi da guerra commissionate dall’India tra il 2010 e il 2012 dotata della cosiddetta tecnologia “stealth”, ridotte superficie radar e firma infrarossi della sovrastruttura. Orgogliosamente propagandata dalla Marina indiana come “piattaforma di comando e controllo multiruolo in grado di operare in un ambiente multi-minacce networkcentrico”. Non sorprende che la presenza della Shivalik nelle acque agitate del Mar Cinese Meridionale abbia crucciato ben lungi dalle coste dell’India. IHS Jane’s Navy International ha così commentato: “L’ultimo tentativo della Marina indiana di rafforzare le relazioni operative con i vietnamiti potrebbe essere una manifestazione dell’approccio della ‘collana di diamanti’ indiana, una strategia che forgia alleanze su sicurezza e difesa con vari Paesi asiatici, in particolare con coloro in rapporti non facili con Pechino, per la posizione strategica assertiva della Cina nel proiettare le proprie capacità navali… Nel dicembre 2013, l’India ha annunciato l’addestramento di 500 sommergibilisti vietnamiti per migliorare le capacità sottomarine della PAVN nell’ambito dei legami strategici e di difesa ampliati tra i due Paesi” (qui)).
Ritorniamo a “una domenica mattina” dello scorso dicembre, quando Pechino rivelò che uno dei suoi sottomarini d’attacco a propulsione nucleare aveva attraversato lo Stretto di Malacca. E due giorni dopo riemergere nei pressi di Sri Lanka e Golfo Persico, per poi riattraversare lo stretto e rientrare alla base in Cina tre mesi dopo, a febbraio. La proiezione di potenza della Shivalik ad agosto è presumibilmente la risposta indiana. Ora, avanti a fine settembre. Secondo un affascinante articolo del Wall Street Journal, “Il ministero della Difesa (di Pechino) convocava un addetto (navale estero) per ancora una volta rivelare un altro dispiegamento cinese nell’Oceano Indiano a settembre, questa volta un sottomarino diesel al largo dello Sri Lanka“. Il sottomarino cinese nello Sri Lanka ha scioccato Delhi, essendo successo durante la forte “correzione di rotta” del governo di Narendra Modi in Sri Lanka, con la politica discreta dell’India sul problema tamil, nell’ambito di una comprensione strategica che renderebbe i due Paesi più attenti ai reciproci interessi fondamentali. L’accordo offerto da Delhi era che la politica Dravida nel Tamil Nadu non avrebbe più permesso di gettare ombre sulla politica verso lo Sri Lanka dell’India. Il governo del Bharatiya Janata aveva adottato questa storica “correzione di rotta”, pilotata personalmente dal temibile Dr. Subramianian Swamy. Il presupposto era costringere Colombo all’amicizia irresistibile dell’India. Evidentemente, il successivo periodo “buonista” s’è dissipato in una notte. Delhi ha fatto marcia indietro mostrando disappunto per la presenza del sottomarino cinese nelle acque dello Sri Lanka. Forse, Delhi ha anche segnalato a Colombo che l’India potrebbe sempre avere la possibilità di scaricare senza tanti complimenti la “linea Swamy” e passare alla tradizionale politica verso lo Sri Lanka, che da il primato al problema tamil. In termini strategici, ciò diventa la storia del “filo di perle” della Cina contro la “collana di diamanti” dell’India. La Cina rinuncia alla necessità tattica di solcare i mari dell’Oceano Indiano attraversati dalla maggior parte dei propri flussi commerciali? L’India avanzerà la prerogativa del diritto internazionale di transitare sulle acque contese del Mar Cinese Meridionale e perforarvi pozzi di petrolio, se se lo ritiene, e a procedere a testare l'”interoperabilità” militare con il Vietnam? A dire il vero, un forte braccio di ferro si crea. Ma altre domande sorgono qui. In primo luogo, la spinta della protesta diplomatica di Delhi con Colombo non è nota. Spera faccia in modo che Colombo sicuramente risenta dell’indicazione che lo Sri Lanka rientra nella “sfera di influenza” dell’India.

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La visita del sottomarino cinese a settembre, dimostra che Colombo afferma la propria sovranità e non ritiene necessario chiedere il previo consenso di Delhi. In secondo luogo, è evidente che l’offensiva del fascino dei leader del BJP su Colombo è fallita miseramente. Colombo afferma che avrà legami strategici con Cina e India, e che non sarà un gioco a somma zero. Gettando sale sulla ferita, ironia della sorte, Colombo ha anche ospitato una delegazione della Difesa indiana (e Swamy stesso) per una conferenza a settembre. In terzo luogo, tutto ciò dimostra che i piccoli vicini degli indiani hanno imparato l’arte di giocare l’India contro la Cina nel mondo multipolare. Colombo può ora dettare non solo la politica dello Sri Lanka all’India, ma garantirsi che Delhi agisca in modo coerente ed efficace, cioè arretrando sulla questione tamil e smettendo di interferire sui diritti sovrani dello Sri Lanka. Oggi è lo Sri Lanka, domani potrebbe anche essere che il Bangladesh ad ospitare un sottomarino cinese, o il Myanmar o le Maldive. È interessante notare che il premier Modi si concentri sul Myanmar per una visita all’inizio di novembre. In effetti, perché non Dacca, e Colombo sì? La questione chiave è, fino a che punto l’India può affermare il proprio dominio sui Paesi della regione, tutte democrazie vivaci con opinioni pubbliche forti che non solo non sono ben disposte verso l’India, ma vedono le intenzioni indiane come “egemoniche”. Di recente, l’ascesa dello stridente nazionalismo indù in India li preoccupa in modo infernale. Nel frattempo, i venti della globalizzazione hanno raggiunto i nostri vicini e la leva economica dell’India non è così notevole da portarli nell’arena politica. Tutto sommato, il nocciolo della questione è che la dottrina indiana della “sfera d’influenza” è fuori moda. A pensarci bene, la dottrina non ha mai funzionato, se non in Bhutan e in una certa misura in Nepal.
Alla fine, l’India deve seriamente ripensare l’arte di conquistarsi gli amici nella regione. I risultati dei 5 mesi del nuovo governo sono irregolari. Un meraviglioso patrimonio lasciato in eredità dal precedente governo UPA, un decennio relativamente privo di tensioni nelle relazioni con il Pakistan, è stato sprecato. L’iniziativa di invitare i leader del SAARC a Delhi, a maggio, per la cerimonia inaugurale del Primo ministro, è stato un buon esercizio di pubbliche relazioni. Ma è giunto il momento d’iniettare un vero contenuto duraturo in ciò che altrimenti sarebbe vuota retorica. Infine, vale davvero la pena inseguire i sottomarini cinesi che trafficheranno nell’Oceano Indiano con maggiore frequenza? L’India ha seri limiti laddove anche una superpotenza come gli Stati Uniti è impegnata duramente ad affrontare gravi considerazioni di bilancio. In altre parole, l’India non deve pensare affatto a tale stravagante forza di proiezione nel Mar Cinese Meridionale? Certo, non può poiché India e Vietnam si preparano congiuntamente ad affrontare la Cina. Il problema è che con tali protagonismi, a volte anche innocui, previsti senza malizia, potrebbero generare gravi incomprensioni. Il punto è che la Cina rafforza la cooperazione militare con i vicini dell’India, proprio come fa l’India con i vicini della Cina, e l’India dovrebbe accettarlo come realtà geopolitica emergente o, in alternativa, parlarne silenziosamente con la Cina, in futuro, come sorta di modus vivendi, invece di farne un problema nei rapporti dell’India con i propri vicini. Anche in questo caso, lo Sri Lanka non è l’unico Paese nella regione che la Cina coltiva. In realtà, Cina e Iran accelerano visibilmente la cooperazione marittima e i rapporti globali nella difesa, come è evidente dalla visita del comandante della marina iraniana in Cina e la presenza, per la prima volta, di navi militari cinesi a Bandar Abbas, a due passi da Mumbai.
Basti dire che è importante analizzare con calma e razionalmente le motivazioni della Cina nella situazione internazionale prevalente e, in particolare, in relazione alla strategia degli Stati Uniti del ‘”pivot” in Asia, invece di riprendere le fantasiose ipotesi provenienti dagli Stati Uniti, di volta in volta, sul “filo di perle” ed altro, proponendo di prescrivere “linee rosse” ai nostri vicini che non possiamo imporre in ogni caso.

indian-oceanTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Giappone guarda ancora all’Oceano Indiano

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 20/09/2014

Modi-AbeUno dei segnali che indicano la continua evoluzione nel processo di “normalizzazione” del Giappone è l’espansione delle proprie aree d’interesse politico. La geografia di tale spazio è determinata dalla necessità di risolvere due problemi sostanzialmente interconnessi e vitali per il Giappone. Il primo è garantirsi l’accesso alle risorse energetiche del Golfo Persico, così come il loro transito sicuro ai porti giapponesi. Il secondo, non ufficializzato ma abbastanza evidente, deriva dalla trasformazione della Cina in potenza globale, percepita come principale minaccia agli interessi nazionali e alla sicurezza del Giappone. Poiché la Cina “ricambia” con la propria valutazione del processo di “normalizzazione” giapponese, le relazioni tra questi due importanti Paesi asiatici sullo spazio politico globale sembrano sempre più seguire la “marcatura” tra due calciatori avversari durante la partita. La strategia attuata da entrambe le “squadre” inizia a svilupparsi in tutte le regioni del mondo, ma è particolarmente evidente nell’area della rotta che si estende attraverso Oceano Indiano, Stretto di Malacca e Mar Cinese Meridionale, terminando nei porti di Cina, Taiwan, Corea del Sud e Giappone.
Da quando è salito al potere alla fine del 2012, l’attenzione del primo ministro giapponese Shinzo Abe si è concentrata sulla crescente presenza giapponese nel Mar Cinese Meridionale e nello Stretto di Malacca. Il premier e i suoi ministri chiave hanno compiuto il maggior numero di visite nei Paesi del sud-est asiatico che circondano lo stretto. E’ importante notare che nelle visite e trattative con gli omologhi di questi Paesi, assieme all’uso del tradizionale strumento economico della politica estera del Giappone, l’aspetto militare e tecnico della cooperazione del Paese diventa sempre più importante. Ciò è fortemente incoraggiato dai Paesi del sudest asiatico per ragioni abbastanza ovvie. Va notato che i segnali che indicano il rinnovato interesse del Giappone per la regione dell’Oceano Indiano, ben evidente nelle due guerre mondiali, s’è già manifestato nel primo mandato di Shinzo Abe, nel 2006-2007, con la sua visita in India nel 2007, formulando il concetto di “arco d’instabilità”. Come notato dagli analisti, “con strana coincidenza”, l’arco si sovrappone alla suddetta vitale rotta per il Giappone. Nell’estate 2011, il Giappone aprì la sua prima base militare estera dal dopoguerra, dopo aver affittato dei terreni a Gibuti, nell’estremità occidentale della rotta di fondamentale importanza, per combattere i “pirati somali”, che sarebbero stati creati se non esistessero. Per inciso, per sopprimere la “minaccia dei pirati”, anche la Cina ha firmato un accordo con Gibuti per costruire una propria base militare all’inizio del 2013. Tuttavia, navi e aerei militari dei principali attori regionali da tempo pattugliano l’acceso al Golfo Persico.
La prova della nuova fase della politica attiva del Giappone nella regione dell’Oceano Indiano s’è avuta con i negoziati tra Shinzo Abe e il nuovo premier indiano Narendra Modi, durante la visita di quest’ultimo in Giappone all’inizio di settembre e il successivo tour asiatico del premier giapponese con soste in Bangladesh e Sri Lanka. Tuttavia, la nuova fase dei rinnovati interessi giapponesi nell’Oceano Indiano, forse iniziò nel maggio 2013 quando, in un altro tour nei Paesi del sudest asiatico, il premier giapponese si fermò anche in Myanmar. È un fatto che il Myanmar colleghi geograficamente le regioni dell’Oceano Indiano e del Sud-Est asiatico. Perciò la lotta per il controllo del suo territorio accelera nel gioco che si dispiega tra i protagonisti dello spazio circostante i bacini degli oceani Indiano e Pacifico. Nel viaggio in Giappone di Modi, gli analisti notarono subito che era il primo Paese visitato nei suoi tanti viaggi all’estero. La ragione principale di ciò è il consolidato rispetto di Modi per il Giappone e personalmente il suo attuale premier. Sebbene le foto delle agenzie di stampa delle riunioni bilaterali dimostrano tali sentimenti meglio di ogni parola. Il nuovo premier indiano prosegue sulla via di più stretti legami politici con il Giappone, come deciso dai suoi predecessori. Anche se il volume commerciale indiano con la Cina è di un ordine di grandezza maggiore di quello con il Giappone, la Cina è sempre più vista come un avversario geopolitico, mentre il Giappone come principale potenziale alleato politico dell’India. Quindi, sembra che con “gelosia” evidente la Cina abbia visto il viaggio di Modi in Giappone. I commenti della stampa cinese possono essere riassunti: “è meglio per l’India essere nostra amica” (vedasi: Modi sa che le relazioni con la Cina sono più importanti nel lungo periodo, di Liu Zongyi, Global Times). La stessa argomentazione “cinese” era presente nei commenti sulla visita di Abe in Bangladesh e Sri Lanka. Avviando le discussioni sulla proverbiale strategia del “filo di perle” che si suppone perseguita dalla Cina nel sud-est asiatico in generale e in India in particolare. Vi è anche l’ipotesi secondo cui il Giappone intende creare un proprio “filo di perle” nel sud-est asiatico, una rete di basi militari nello spazio tra Gibuti e lo Stretto di Malacca. Tuttavia, queste sono attualmente solo speculazioni e si può solo attendere per vedere come il gioco tra le nazioni leader regionali si svolge.
I prossimi eventi che meritano particolare attenzione saranno la visita del presidente cinese Xi Jinping in India e il successivo viaggio di Modi per la sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove ha in programma d’incontrare il presidente degli USA Barack Obama. Il secondo evento è particolarmente interessante perché, fino alla fine dello scorso anno, quando il Bharatiya Janata Party vinse le elezioni parlamentari, Modi era bandito dal suolo statunitense. Tuttavia, ora Modi è praticamente l’ospite più atteso dell’amministrazione statunitense, ed è abbastanza evidente perché.

l2014083056190Vladimir Terekhov, ricercatore presso il Centro per gli studi asiatici e del Medio Oriente dell’Istituto di ricerca strategica russo, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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