Afghanistan: gli USA sponsorizzarono al-Qaida per abbattere un governo socialista

Gaither Stewart, Countercurrents 8 ottobre 2017Quando nel 1978 l’attivista politico comunista afgano Mohammad Najibullah, di 31 anni, arrivò a Teheran, “esiliato” nel vicino Iran come ambasciatore dell’Afghanistan, avevo appena lasciato l’Iran dove aveva lavorato nel 1977. Il partito politico di Najibullah, il Partito Democratico Popolare Afghano (PDPA) andò al potere a Kabul nell’aprile 1978, in ciò che è conosciuta come Rivoluzione di Saur, dal nome del mese del calendario afgano quando si svolse. Lungi dall’essere unito, il PDPA era diviso in due fazioni: la fazione più rivoluzionaria (Khalq o Popolo) che per prima prese il potere a Kabul in quel cruciale 1978 (cruciale in Afghanistan e in Iran), preferiva avere il carismatico Najibullah della fazione Parcham (Bandiera) del PDPA lontano dal centro del potere. Inoltre, il Paese si era diviso, gran parte contrario alla rivoluzione comunista. Le principali forze di opposizione erano i mujahidin sostenuti dagli Stati Uniti. Si potrebbe concludere che la guerra afghana fosse una guerra tra URSS e USA che controllava i due Paesi contigui vicino alla cima del mondo, Iran e Afghanistan, entrambi confinanti con la parte islamica dell’Unione Sovietica, che si difese dalle incursioni nelle repubbliche islamiche dell’Asia centrale. Come mostrò la storia, l’approccio di Najibullah nel risolvere la guerra civile in Afghanistan fu piuttosto diverso da quello della fazione PDPA al governo che favorì passi più rapidi verso la realizzazione della rivoluzione socialista. Tuttavia, per l’osservatore di oggi, la politica di Riconciliazione nazionale di Najibullah (che fallì) tra governo e mujahidin e clero è una chiave per comprendere non solo l’Afghanistan contemporaneo, ma anche le relazioni afgano-sovietiche e il ritiro delle truppe sovietiche ordinato da Mikhail Gorbaciov nel 1989: non va sottovalutato il significato della presenza militare sovietica per 10 anni in Afghanistan. Dal 1979 le 110000 truppe sovietiche avevano garantito la relativa stabilità del governo del PDPA. Sebbene i mujahidin sostenuti dagli Stati Uniti controllassero molte parti del Paese, non poterono sconfiggere le forze governative e abbattere il governo PDPA a Kabul finché le truppe sovietiche erano presenti. La direzione sovietica doveva sapere che questa stabilità si sarebbe spezzata rapidamente quando i suoi ultimi soldati partirono. Le cose cambiarono con l’arrivo di Mikhail Gorbaciov al potere a Mosca nel 1986. Anche se l’Afghanistan controllato dai sovietici era un posto pericoloso, uno dei peggiori errori di Gorbaciov fu ritirare le truppe nel 1989, lasciando Najibullah e il suo governo ad affrontare la crescente potenza dei mujahidin… e la minaccia dell’intervento statunitense. L’allora presidente Najibullah lo capì bene e fece tutto il possibile per convincere le autorità sovietiche a lasciare le truppe.
La rivoluzione islamica nell’Iran vicino, sempre nel cruciale 1978-79, rovesciò la dinastia Pahlavi sostenuta dagli Stati Uniti, al momento sotto Mohammad Reza Shah Pahlavi. La rivoluzione iraniana fu un violento e popolare rovesciamento del feroce regime ispirato dagli Stati Uniti ed installato dopo il rovesciamento organizzato dalla CIA del governo democratico del Premier Mohammad Mossadegh, il 19 agosto 1953. Il successo iniziale delle forze della sinistra nella rivoluzione islamica fu un’ispirazione per Najibullah. Il boom petrolifero dell’Iran negli anni ’70 accelerò il divario tra ricchi e poveri nelle città e nelle province. Non vidi una simile ostentazione di ricchezza come nei palazzi in cima a Teheran, dove vivevano alcuni dei più ricchi del mondo e i cui escrementi cadevano letteralmente nei fossati di scarico che scendevano lungo le strade dei quartieri più poveri della città di sotto… simbolo dell’enorme disparità tra ricchi e poveri. Di certo, come viene detto di tanto in tanto, la disuguaglianza uccide veramente. Esempio: l’aspettativa di vita nel 1970 nell’Iran pre-rivoluzionario era del 58%; oggi del 70%. Nella vicina Siria, nel 1970 era del 70%. Inoltre, si aggiunse al diffuso odio per il regime di Shahinshah la presenza di decine di migliaia di impopolari lavoratori qualificati ed imprenditori stranieri, associati alla ricerca di contratti lucrosi nei campi che andavano dalle costruzioni dell’infrastruttura all’industria pesante, all’estrazione e perfino alla produzione di piastrelle in cui i persiani erano padroni. La maggior parte degli iraniani era arrabbiata dal fatto che la famiglia dello Shah fosse la principale beneficiaria del reddito generato dal petrolio, tanto che reddito statale e guadagni familiari si confusero. Nessuno dovrebbe credere che l’ultimo Shah Pahlavi fosse un benefattore del popolo iraniano; era un tiranno e, in effetti, un burattino degli Stati Uniti, parte fondamentale degli sforzi statunitensi per controllare la regione.
Ero a Teheran nel 1977 come interprete per una società italiana di nuova costituzione, prima di essere nominata suo rappresentante in Iran. Anche se non capivo nulla di affari, amavo l’Iran e il suo popolo e consideravo il lavoro propostomi un’ottima opportunità per conoscere il Paese. In quell’anno assistei ad alcune manifestazioni contro la Shah, iniziate nell’ottobre 1977, visto che l’hotel in cui vivevo era il più vicino all’Università di Teheran e alle ambasciate straniere, dove si svolsero importanti manifestazioni. I gruppi marxisti, soprattutto il Partito Comunista Tudeh e i guerriglieri Fedain erano stati notevolmente indeboliti dalla repressione dello Shah. Malgrado ciò, i guerriglieri di sinistra ebbero un ruolo importante alla caduta del febbraio 1979 dello Shah, portando al colpo di Stato contro il regime installato dagli Stati Uniti. Molti dei più potenti gruppi guerriglieri, i mujahidin, erano di sinistra ed anche islamisti, anche se si opponevano all’influenza del clero reazionario. Insieme a guerriglia dei Fedain del Popolo, superstiti del partito Tudeh, diversi gruppi islamici e la potente organizzazione dei bazari, il movimento rivoluzionario nacque dai disordini generali nel Paese, dalla diffusa povertà e dal terrore della famigerata polizia segreta, la SAVAK. Mentre le proteste s’intensificarono alla fine del 1977, vidi come le persone circondavano i camion che trasportavano i soldati dell’esercito, alcuni dei quali gettavano le armi e saltavano giù per unirsi alla folla. In altri luoghi invece militari più arditi aprivano il fuoco, e circolavano notizie di migliaia di vittime. A quel punto l’azienda per cui lavoravo si dissolse e molti imprenditori stranieri abbandonarono l’Iran. Anche io tornai a Roma da dove cercavo di seguire gli eventi in Iran. La rivoluzione nacque dalla diffusa resistenza civile. Tra agosto e dicembre 1978 scioperi e manifestazioni paralizzarono il Paese. Lo Shah lasciò l’Iran il 16 gennaio 1979. Invitato in Iran dal governo transitorio, l’Ayatollah Ruhollah Khomeini fu accolto al ritorno a Teheran da milioni di iraniani. Poco dopo, il regno finì definitivamente quando i ribelli travolsero le truppe fedeli allo Shah in esilio, portando Khomeini al potere. L’Iran votò il referendum nazionale divenendo una Repubblica islamica il 1° aprile 1979. A quel tempo sapevo poco degli eventi in Afghanistan. Cominciai a sentire il nome di Najibullah quando diresse il Partito Comunista a Kabul negli anni ’80. Con il sostegno dell’Unione Sovietica, divenne presidente dell’Afghanistan nel 1987… per me l’unico periodo, a mia memoria, in cui una parvenza di ordine esisteva nel caotico Afghanistan. Il Dr. Najibullah deve aver imparato molto dalla rivoluzione islamica iraniana.

Kabul
Sebbene diviso per conflitti interni tra le tribù e gli interventi esteri per secoli, l’Afghanistan aveva compiuto alcuni progressi verso la modernizzazione degli anni ’50 e ’60, verso uno stile di vita più liberale e occidentalizzato, ma obbligato a soddisfare le fazioni conservatrici. Kabul, esotica ed orientale in quel periodo, era un posto “in” per l’élite internazionale che frequentava l’Afghanistan visitando le montagne aride dell’Hindukush, l’enorme area centrale dell’Afghanistan, certamente al vertice del mondo. Dopo l’assassinio del padre, Mohammad Zahir Shah salì al trono e regnò (non governò) dal 1933 al 1973. Nel 1964 aveva promulgato una costituzione liberale che produsse poche riforme serie, ma permise la crescita di partiti estremisti non ufficiali a sinistra e a destra. A causa delle turbolenze interne, il re andò in esilio in Italia nel 1973 e visse nella periferia romana vicino la mia residenza. Provai ad intervistarlo, ma non superai mai il suo cane da guardia segretario; era sopravvissuto a un attentato nel 1991 e quindi era estremamente contrario alle interviste. Anche se ufficialmente neutrale durante la guerra fredda, l’Afghanistan fu corteggiato da USA e Unione Sovietica: macchinari e armi dell’URSS e aiuti finanziari degli Stati Uniti. La campagna fu interrotta negli anni ’70 da una serie di colpi di Stato e guerre civili. Si rimarrà sorpresi che, nonostante la modernizzazione, l’aspettativa di vita media per gli afghani nati nel 1960 era di 31 anni. Il Dottor Najib, come Najibullah veniva chiamato perché laureatosi in medicina all’Università di Kabul, divenne Presidente dell’Afghanistan nel 1987 a 40 anni. Nato nel 1947 a Gardiz, figlio di una famosa famiglia pashtun, aderì alla fazione Parcham del PDPA nel 1965 a 18 anni, divenne un attivista e fu arrestato due volte per la sua militanza. La sua fazione del PDPA era in disaccordo con il Khalq sul corretto percorso al comunismo in Afghanistan, il Khalq favoriva passi più rapidi verso la realizzazione del socialismo rispetto al Parcham. Dal ritorno dall’esilio nel 1980, la cui parte più lunga e più importante fu a Mosca, il Dottor Najib guidò la temuta Khad, la polizia segreta, durante cui personalmente acquisì la reputazione di brutalità: torture ed esecuzioni degli oppositori erano la norma, come in Iran, come nella maggior parte del mondo di oggi. Aveva il sostegno diretto, se non il controllo, del KGB. Il Khad fu modellato sul Comitato della Sicurezza Statale (KGB) sovietico, militarizzato crebbe fino al punto da avere 300000 soldati; fu considerato efficace nella pacificazione di ampie parti del Paese.Mosca
Nel tentativo di dare un tocco personale alla storia afghana, aggiungo questa curiosa coincidenza storica. Mi trasferii nei Paesi Bassi nel 1978, dove entrai nel giornalismo olandese con articoli sull’Iran. Come risultato degli articoli pubblicati e del mio soggiorno a Teheran, in qualche modo divenni consulente di un noto produttore televisivo che in quel momento lavorava su una serie di promozioni sull’Iran. Dato che studiai turco all’Università di Monaco e m’interessavo delle repubbliche asiatiche sovietica, l’ex-Turkestan russo, in particolare Turkmenistan, Uzbekistan e Tajikstan che confinano con l’Afghanistan, proposi una serie di reportage sui punti di riferimento delle repubbliche dell’Asia centrale, come Samarcanda e Bukhara. Quindi, alla fine della primavera 1978, armato di una pila di credenziali televisive olandesi andai a Mosca. Il piano era interessare la televisione sovietica a una cooperazione. Alla fine incontrai una persona al centro TV di Ostankino e presentai l’idea di una coproduzione tra televisioni sovietica e olandese sull’Asia centrale sovietica. Retrospettivamente capì che le persone della TV di Mosca dovevano pensare che fossi un folle: uno statunitense che rappresenta la televisione olandese propone una produzione televisiva sull’ampia area confinante con l’Afghanistan dal governo comunista sostenuto da sovietici a Kabul, nello scontro contro l’opposizione filo-USA. Ridicolo. Inoltre, e senza saperlo, Najibullah era presente a Mosca per sostenere l’intervento sovietico nel suo Paese a supporto del governo comunista di Kabul, mentre proponevo una produzione televisiva sulle aree tra Mosca e Afghanistan. Le persone della TV sovietica non erano interessate e feci una figura ridicola, mentre i contatti del Dottor Najib erano estremamente interessati alle sue proposte e a lui personalmente. Il suo principale sponsor fu il potente KGB, un rapporto che durò fino alla conclusione amara della sua vita. La serie documentaria che proposi riguardava le terre su cui carri armati e blindati sovietici sarebbero passati ben presto in cammino verso l’Afghanistan. Accompagnati dalla giovane figura di Mohammad Najibullah.

Kabul
Una volta tornato a Kabul, il Dottor Najib divenne il direttore del Khad, la polizia segreta che operava sotto il controllo sovietico. Non solo era un’organizzazione d’intelligence, ma era una forza militare. Aveva carri armati, blindati ed elicotteri. Uno stato nello Stato, il Khad fu incaricato delle attività controinsurrezionali e della raccolta di informazioni per eliminare i controrivoluzionari attivi e potenziali. Il Dottor Najib potrebbe essersi ispirato a Feliks Dzerzhinskij, il fondatore della Cheka sovietica, predecessore del KGB. Su come combattere i controrivoluzionari, Dzerzhinskij disse nel 1918: “Non pensate di cercare forme di giustizia rivoluzionaria; non ne abbiamo bisogno. Ora c’è la guerra, faccia a faccia, una lotta fino alla fine. Vita o morte”. Ci credeva anche Che Guevara decenni dopo. E questo doveva essere l’orientamento di Mohammad Najibullah, che regnò con pugno di ferro nel Khad dal 1980 fino a diventare capo del partito e Presidente dell’Afghanistan nel 1987. Una volta al potere, il Dr. Najib intraprese la politica di riconciliazione nazionale. Eliminò la parola comunista e il riferimento al marxismo dalla nuova Costituzione nel 1990, con l’etichetta Repubblica islamica dell’Afghanistan (come l’Iran), introducendo un sistema multipartito, libertà di parola e magistratura indipendente. Ma i mujahidin, che controllavano ampie parti del Paese, si rifiutarono di aderirvi. Con il sostegno di Stati Uniti ed occidente i taliban (fanatici studenti religiosi) emersero conquistando il Paese. Quando nel 1992 presero Kabul, il dottor Najib trovò rifugio nel complesso delle Nazioni Unite dove visse fino al 1996. Il 27 settembre i taliban presero Najibullah nel suo rifugio, lo castrarono e lo trascinano con un’auto sulle strade di Kabul, finendolo con un colpo di arma da fuoco, impiccandone il corpo su un semaforo.
In conclusione, alcuni risultati della guerra trentennale in Afghanistan sono chiari: il sogno degli USA di controllare queste terre in cima al mondo, Afghanistan e Iran, è stato spezzato. Tendo a pensare insieme Iran e Afghanistan. Venticinque anni di oppressione e sfruttamento furono troppo per gli iraniani che si ribellarono con una rivoluzione scacciando gli USA. Anche la Russia perse in Iran mentre l’Ayatollah Khomeini governava; ora che è passata, Russia e Iran sono alleati… contro l’aggressivo imperialismo yankee. L’Iran fu così perso dagli USA, ma rimane l’Afghanistan, forse nelle menti di certuni. Per i neocon continua ad essere un’alternativa promettente. Niente petrolio, ma molti papaveri e terre rare, e la posizione. La Russia sovietica aveva sognato un Afghanistan progressista favorevole per proteggere e assicurarne le vaste regioni islamiche dal Caucaso all’Estremo Oriente. Non riuscì a governare gli afgani, implacabili, come neanche gli statunitensi oggi. Sebbene i mujahidin sostenuti dagli USA non poterono sconfiggere i sovietici a Kabul negli anni ’80, li convinsero ad abbandonare una missione persa lasciando una lezione che gli Stati Uniti non hanno ancora imparato dopo 16 anni. Sulla base delle scuse per invadere l’Afghanistan indomabile nel 2001, dopo l’11 settembre… continuano ad affrontare mulini a vento, incapaci di abbandonare un’altra guerra perduta. Il Dr. Najib non c’è più. Il sogno di un Afghanistan comunista è scomparso. L’Unione Sovietica è scomparsa. Ma gli USA sconfitti controllano ancora una piccola porzione del complesso Afghanistan.Gaither Stewart è un giornalista; i suoi dispacci su politica, letteratura e cultura, sono stati pubblicati (e tradotti) su molti siti della stampa online e sulla stampa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Herat 1979: la Gladio azzurro–verde–gialla scatena il caos in Afghanistan

Luca BaldelliIl 1978 segnò l’ascesa al potere, in Afghanistan, del PDPA (Partito Democratico Popolare Afghano), formazione marxista–leninista, ma con forti agganci anche al progressismo democratico–rivoluzionario e con varie anime al suo interno. Le due principali tendenze erano denominate “Khalq” (“popolo”) e “Parcham” (“bandiera”). Alla prima, ricca di venature estremiste e poco propensa ad accordi organici con l’URSS ed il campo socialista, si richiamavano i principali dirigenti, tra i quali Nur Mohammad Taraki e Hazifullah Amin, mentre della seconda, più consapevole della necessità di un riferimento diretto all’URSS, alla sua esperienza ed alla sua prassi, erano esponenti Babrak Karmal e Mohammad Najibullah. La Rivoluzione di Saur del 1978 (“Saur”, in lingua dari, è il secondo mese del calendario persiano), avvenuta il 27 aprile 1978, aveva spazzato via il regime del Presidente Mohammed Daud Khan, prevenendo i suoi intenti golpisti e genocidi nei confronti dei militanti comunisti e democratici (il leader comunista Khyber, dell’ala “Parcham”, venne ucciso per volontà del ministro degli Interni di Daud, Nuristani), e così facendo sbarrava momentaneamente il passo a profonde ingerenze imperialiste degli USA, volte a trasformare il Paese in una rampa di lancio verso l’Asia centrale sovietica. Pakistan, Iran e Afghanistan dovevano formare un unico blocco reazionario e bellicista volto alla giugulazione dell’Unione Sovietica e alla sua destabilizzazione, a cominciare dalla diffusione dell’Islam fondamentalista in Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan, Kazakhstan e Turkmenistan. Le divergenze tra sunniti e sciiti, sotto il manto protettore dell’imperialismo statunitense, erano state al momento accantonate in vista dell’obiettivo. La determinazione e la lucidità del gruppo dirigente del PDPA riuscì a mandare a monte questi piani, proprio mentre stavano per scattare in tutto il Paese gli arresti di tutti i principali dirigenti e attivisti del Partito, ostacolo incrollabile nella difesa della democrazia, dei bisogni dei ceti popolari, della pace contro ogni imperialismo. Il nuovo governo del PDPA intraprese alcune misure di chiaro segno progressista: in un Paese contraddistinto da esclusivismo clanico, da arcaiche, anacronistiche istituzioni tribali, da generale arretratezza, eccezion fatta per la Capitale e per pochi altri nuclei urbani, si procedette a una campagna capillare di alfabetizzazione e scolarizzazione, si portarono ospedali e centri culturali dove mai prima d’allora erano esistiti e dove ci si curava ancora, quando ciò avveniva, con rimedi tramandati dalla tradizione popolare, si distribuì la terra a 200000 contadini togliendola ai vecchi latifondisti parassiti e sfruttatori, si abrogò l’“ushur”, ovvero la decima pagata dai braccianti ai proprietari terrieri, si abolirono i matrimoni combinati e le discriminazioni contro le donne. Il Paese conobbe un’ondata di modernità e progresso senza precedenti; per la prima volta contadini oppressi da secolari soprusi e tirannici ordinamenti, sperimentarono la gioia della libertà, l’emancipazione, videro un medico e un maestro; le donne, ghettizzate e sottoposte all’indiscutibile autorità dei mariti, spezzarono le loro catene. Basti pensare che il governo rivoluzionario ereditò dal vecchio regime appena 50 ospedali e 900 medici in tutto il Paese.
Nel portare avanti il processo rivoluzionario, in un certo numero di casi si calcò troppo la mano e si prestò il fianco alla reazione latifondista e clericale che, riorganizzatasi immediatamente sull’onda delle riforme che stavano cancellando i ceti parassitari, ricevette nuovo impulso da fughe in avanti eccessive, velleitarismi e altri errori compiuti dal governo rivoluzionario nella sua foga (certamente sacrosanta negli intenti) di cambiare il Paese portandolo dal buio delle caverne alla luce della modernità. La CIA, stupita dal successo della Rivoluzione di Saur, come una bestia messa all’angolo reagì con rabbia e cieco odio, intessendo nuovi legami con vari gruppi che si andavano costituendo in opposizione al governo rivoluzionario, anche con incontri segreti presso sedi diplomatiche e nascondigli. Iniziò a dispiegarsi quella trama che, nel 1979-80, per volere supremo di Brzezinski e del suo entourage raccolto attorno al presidente Carter, avrebbe condotto al conflitto afghano, con l’intervento internazionalista dell’Unione Sovietica a difesa della reazione islamista e dell’imperialismo. Queste trame erano facilitate dalla divisione che iniziò a profilarsi in seno al PDPA, sull’onda della reazione suscitata in alcuni centri dal modo troppo affrettato e confusionario di portare avanti le riforme, quelle riforme che complessivamente, è bene sottolinearlo ancora, stavano cambiando in meglio il Paese. Nella primavera del 1979, ad un anno dalla Rivoluzione, milioni di afghani avevano imparato a leggere e a scrivere, avevano visto crescere il proprio tenore di vita, avevano imparato a gestire imprese e servizi da lavoratori coscienti; Presidente della Repubblica Democratica dell’Afghanistan e Presidente del Consiglio era Nur Mohammad Taraki, dell’ala “Khalq”, il quale, mentre si ergeva a presidio difensivo del cammino progressista e democratico del Paese, non era altrettanto disponibile a garantire una condotta realmente democratica all’interno del Partito. Vecchie, persistenti sopravvivenze tribali continuavano ad inquinare la vita politica e il posizionamento di numerosi esponenti, anche all’interno del PDPA. Contro questo andazzo, i seguaci dell’ala “Parcham”, che guardavano all’URSS e contavano sull’appoggio della parte maggioritaria della popolazione, che li apprezzava per il loro equilibrio, per la lotta contro abusi ed esagerazioni nell’attuazione delle riforme, dettero battaglia, ma preferirono mantenere incarichi diplomatici all’estero per non correre il rischio di venir incarcerati: Babrak Karmal rimase in Cecoslovacchia, la sua compagna, l’indomita Anahita Ratebzad in Jugoslavia, Mohammad Najibullah in Iran, altri in altre parti del mondo. Chi ancora oggi critica queste scelte gridando alla vigliaccheria e al tradimento, primo lo fa da comodi salotti al riparo da ogni persecuzione, secondo dimentica che con il gruppo dirigente “Parcham” decapitato in Patria, nessuna vi sarebbe stata speranza di vedere un cambiamento al vertice nel Paese, cambiamento al quale l’URSS pensava già, non per mire espansioniste inesistenti e per ingerenze controproducenti, ma per salvare la Rivoluzione di Saur dall’urto della reazione interna e internazionale. Infatti, non tanto il Presidente Taraki, quanto il gruppo, sempre organizzato attorno all’ala “Khalq” facente capo ad Hazifullah Amin, scalpitava per assumere tutto il potere, anche con legami (non ancora inoppugnabilmente dimostrati, ma dati per certi da numerosi militanti, studiosi e opinionisti) con la CIA e con l’intelligence pakistana, appaltatrice del lavoro sporco imperialista nella regione assieme ai servizi iraniani. Perlomeno, c’era una convergenza di interessi tra il gruppo di Amin e i circoli imperialisti: più si indeboliva il Paese, più le riforme venivano sabotate da atteggiamenti che ne mandavano a monte la sostanza e lo spirito intrinseco in nome di estremismi idioti e forzature, più il fronte imperialista si rafforzava e aveva occasione di ingerirsi in Afghanistan. Il Presidente Taraki era certamente debole, stretto tra vari fuochi e a volte giocò la carta di una repressione che, gestita su base locale e tribale senza adeguata supervisione centrale, spinse ancora più la situazione verso il baratro. Questo lo si vide proprio nella primavera del 1979, con la “rivolta di Herat”, la prima rivolta scatenata dalla reazione contro la Repubblica Democratica Afghana, nove mesi prima dell’intervento sovietico chiesto peraltro dal PDPA (non ci fu alcuna invasione!) Molto si è detto e scritto su questo episodio, e molta disinformazione è stata sparsa: da una parte i carnefici (i comunisti afghani e l’URSS), dall’altra le vittime (la popolazione). Falso, falsissimo schema, che si scontra con la verità storica.
Herat era ed è una cittadina afghana prossima al confine con l’Iran; il Trono del Pavone, da qualche mese, era stato rovesciato dalla Rivoluzione khomeynista, i cui contenuti progressisti erano bilanciati da un viscerale anticomunismo e il cui antimperialismo e antiamericanismo erano controbilanciati da un forte antisovietismo. Niente di straordinario, non si poteva certo pretendere una professione di bolscevismo da un esponente del clero come Khomeyni, pur coraggioso nella sua lotta contro la dittatura degenerata dello Shah, puntellata da USA e Israele. Il fatto fu che l’ala destra del nuovo governo khomeynista iniziò a giocare la carta dell’eversione in terra straniera per destabilizzare il campo socialista ed espandere la propria concezione del mondo. A dar manforte a tale azione, gli immancabili servizi segreti statunitensi e ambienti maoisti–anarcoidi che allignavano in sedi periferiche del PDPA e marginalmente in organismi centrali del medesimo. Ecco che nel marzo del 1979, a Herat (allora popolata da almeno 250000 persone) scoppiarono disordini che, sapientemente orditi all’ombra di moschee con imam reazionari e filo-imperialisti, acquistarono presto il carattere di una pericolosa insurrezione, capace di contagiare vari ceti, non solo quelli strettamente legati ai latifondisti spodestati. L’infezione eversiva si allargò presto a gran parte della provincia, anche se alcune località, come i distretti di Obe e Pashtun Zargun, rimasero saldamente nelle mani del potere rivoluzionario, con il popolo stretto attorno alle conquiste del socialismo e gli eversori islamisti, indigeni e stranieri, isolati nella maniera più netta. Gli spari riecheggiarono ripetutamente dalla giornata del 15 marzo e presto, coperti dalle avanguardie armate dei mujahidin foraggiati da USA, Iran e Pakistan (Paese, quest’ultimo, che non solo non se ne stette con le mani in mano, ma tessé la sua trama in altri distretti e province anche non di sua diretta influenza), nuclei di rivoltosi si diressero verso il centro cittadino e assaltarono uffici, sedi di Partito, negozi (specie nel bazar), seminando distruzione e morte. Nei tumulti furono uccisi diversi cittadini sovietici: le varie fonti consultabili propongono numeri diversi, da 3-4 a 200, ma è chiaro che vi fu un pogrom di netto, inequivocabile stampo fascista contro chi rappresentava il Paese baluardo del socialismo e dell’antimperialismo, il Paese che con maggior forza e coerenza supportava le lotte dei popoli per la libertà e l’emancipazione. Quella che possiamo definire “Gladio verde“ (islamo–fondamentalista e antisovietica ) si saldò, nella rivolta di Herat, con la “Gladio azzurra” (di diretta emanazione statunitense), incrociando pure la “Gladio gialla” (quella dei sedicenti maoisti, in realtà trotskisteggianti che pur di portare avanti una linea antisovietica si allearono con chi sparava su maestri, donne che si toglievano il velo spontaneamente, medici e attivisti del PDPA). Un mix di apparati di controllo e sovversione, al servizio dell’imperialismo, che ritroveremo puntualmente anche in altri contesti e “punti caldi” di più recente “accensione”, primo tra tutti il Kosovo, regione nella quale (agì) l’eversione atlantista, islamista e sedicente marxista–leninista di osservanza “maoista”. Un’azione pianificata nella quale le reti della CIA statunitense, della SAVAK iraniana (da sempre legata al MOSSAD israeliano, tra l’altro), dell’ISI pakistano, unirono gli sforzi per il fine supremo di un’offensiva geopolitica contro l’URSS, i suoi interessi, la sua stessa sovranità.
Al vertice dei rivoltosi di Herat si pose un “direttorio” di religiosi reazionari, militari non epurati vicini a formazioni fondamentaliste quali il “Jamiat e-Islami” di Rabbani (Ismail Khan, Alauddin Khan, Sardar Jagran e Rasul Baloch), esponenti politici accecati dall’odio antisovietico, pronti a giocare la carta della rivincita, del revanscismo più feroce, e persino ex-galeotti (Gul Mohammad, Kamar–i–Dozd e Shir Aga Shongar). La Città di Herat fu prigioniera e succube delle volontà di tali personaggi, con la popolazione usata come scudo umano. La disinformazione operante dalle prime ore della rivolta sparse in tutto il mondo, attraverso le agenzie stampe legate ai circoli imperialisti, l’idea che quella di Herat era la lotta di tutto l’Islam contro il comunismo: tesi assurda, dal momento che i dirigenti del PDPA e molti militanti trovarono rifugio proprio all’interno della Grande Moschea o Moschea Blu, stupendo monumento e suprema sede religiosa cittadina. Diversi mullah, imam e cadì accorsero proprio sotto le bandiere del PDPA per veder difesa la vera concezione progressista e rivoluzionaria alla base della dottrina islamica. Un’altra operazione di disinformazione tese ad accreditare l’aiuto offerto dalla CIA ai mujahidin a partire dal 1979, oltretutto dopo che per decenni si era collocato temporalmente ciò dopo l’ingresso dell’Armata Rossa nel Paese: in realtà, prima della fatidica firma da parte del presidente statunitense Carter della direttiva per l’invio di armi e soldi sonanti ai mujahidin afghani, datata 3 luglio 1979, dando il via all’“Operazione Cyclone”, spingendo l’URSS ad intervenire nel conflitto, per tutto il 1978 e per tutta la prima parte del 1979, gli agenti della CIA presenti nel Paese non rimasero certo a rimirare il Sole e le stelle, ma avevano attivamente lavorato per il rovesciamento del governo rivoluzionario di Kabul con operazioni coperte di vario genere. Ciò è inoppugnabilmente testimoniato da varie riunioni tenutesi sia in Afghanistan che nel Pakistan, protagonisti diplomatici e agenti segreti. Come non vedere nella rivolta di Herat una diretta emanazione di tali trame? Ad ogni buon conto, per spezzare l’assedio della città da parte del fronte islamista, filoimperialista e trotskista, il PDPA si mosse in forze, mettendo da parte dissapori e divergenze che non mancavano e sui quali torneremo. Il Presidente Taraki, pur indebolito dal gruppo settario e ondivago di Hazifullah Amin, lanciato nel suo piano d’impadronirsi del potere senza dividerlo con nessun altro, seppe in questa fase stringere un accordo con l’ala “Parcham” del Partito, contenendo i “pasdaran” del suo schieramento. Il 20 marzo, la IV e la XV Brigata dell’Esercito vennero spedite a Herat da Pul e-Charki (periferia di Kabul caratterizzata dalla presenza di una grande struttura penitenziaria) dal Presidente Taraki ma, data la rilevante distanza, a giungere prima sul teatro dei disordini furono le armate del Generale Sayyed Mukharam, che una storiografia destituita di ogni fondamento voleva comandate da Amin in quel frangente, cosa impossibile dal momento che Hazifullah Amin, a quel tempo, era solo Ministro degli Esteri (assumerà anche la carica di portavoce del Consiglio dei Ministri solo dal 27 marzo, a situazione normalizzata). Grazie all’energico intervento, che non fu solo militare ma civile e militare, con i militanti del PDPA e cittadini progressisti volontari in prima linea, Herat venne espugnata e liberata il 20 marzo 1979. In quella data furono battuti, purtroppo non definitivamente, i disegni delle varie Gladio antisovietiche, variamente colorate. La propaganda occidentale aveva ripetutamente accusato il governo rivoluzionario di aver ordinato bombardamenti indiscriminati sulla città: se è vero che Herat vide incursioni di aerei Iljushin, è anche vero che queste furono mirate su edifici in mano ai rivoltosi, obiettivi di valore militare e strategico controllati dagli islamoreazionari e mai abitazioni, scuole, ospedali, centri culturali; i rivoltosi, invece, per attirare sul governo rivoluzionario di Kabul l’odio e l’esecrazione dell’opinione mondiale, non si fecero scrupoli nell’usare come scudi umani i civili, secondo uno schema già visto in Kosovo, Siria e Cecenia, solo per citare alcuni teatri dell’eversione atlantico–islamista. Nella conta delle vittime, si propose spesso la cifra di 25000 caduti, articolo di fede per tutta la propaganda anticomunista contrabbandata per storiografia, ma le prove reali acquisite fanno ascendere il numero totale dei morti a 3–4000, cifre comprendenti i rivoltosi uccisi in combattimento, i civili da essi eliminati e i soldati fedeli al governo caduti in battaglia o attirati in trappole e uccisi nella maniera più barbara e crudele. Ciò detto, è ancora dibattuto il tema del ruolo vero giocato da Hazifullah Amin nel quadro della rivolta di Herat: l’ambizioso dirigente del PDPA fu certamente responsabile di gran parte delle deviazioni che alienarono al governo rivoluzionario preziosi appoggi in seno alla società afghana e ad alcuni suoi gruppi sociali, appoggi recuperati poi dal 1979 con una paziente opera di ricucitura dall’ala “Parcham” del Partito e dal nuovo gruppo dirigente guidato da Babrak Karmal. E’ stato più volte affermato che il KGB acquisì prove circa la collusione di Amin con gli imperialisti statunitensi e il Pakistan: se è vero che “pistole fumanti” di tal genere non se ne sono trovate (il KGB, differentemente dalla CIA, non usava la menzogna, nemmeno quando poteva tornare a suo pro per meglio affermare una verità di fondo), è oggettivamente inoppugnabile il fatto che Amin abbia flirtato con ambienti islamisti e abbia giocato a presentarsi da salvatore della Patria ai danni di Taraki e di tutti gli altri dirigenti, dopo aver improvvidamente scatenato, con la sua cricca, la caccia al religioso in alcune parti del Paese e aver compiuto altre prodezze da manuale controproducente, fomentando malcontento anche tra settori islamisti di stampo progressista e venendo parzialmente frenato, in questo, dai militanti più saggi dell’ala “Khalq” e da tutta l’ala “Parcham” del PDPA. Una trama sottile, diabolica, insidiosa, che promuoveva repressioni al solo fine di portare alla luce le spinte più estremiste per poi ricompattarle attorno ad una virata in senso antisocialista a livello istituzionale. Anche per questo l’URSS, liberando il Paese dalla cricca di Amin negli ultimi giorni del 1979 e prendendo di petto finalmente in tutto il Paese la peste fondamentalista, promossa dall’estero e dall’interno, rese un grande aiuto alla causa del socialismo e della pace nel mondo!
L’evidenza storica, poi, dimostra che l’URSS intervenne solo su esplicita richiesta del PDPA quando la situazione minacciò di precipitare per le trame tessute tra Amin e i gruppi armati reazionari, mentre nella primavera del 1979, al tempo della rivolta di Herat, la volontà unanime di Breznev, Gromyko, Ustinov e degli altri dirigenti sovietici fu chiara ed esplicita: aiutare il PDPA ed il governo rivoluzionario a fronteggiare da solo, senza ingerenze esterne, l’offensiva islamo–reazionaria. Mentre USA e CIA promuovevano azioni eversive e terroristiche, l’URSS buttava dunque acqua sul fuoco e offriva il suo aiuto internazionalista costruttivo e corposo, nel quadro di uno sforzo teso al consolidamento del socialismo in Afghanistan e alla lotta contro una minaccia interna al Paese che solo un rinnovato gruppo dirigente del PDPA, cosciente e aperto a nuove strategie, poteva concepire e portare avanti con successo. Sono inoppugnabili prove come i contatti tra Taraki e Kosygin nei giorni della rivolta di Herat, contatti nei quali, a un Taraki che chiedeva rinforzi militari immediati da parte dell’URSS mentiva spudoratamente sull’assenza di forze del PDPA presenti in città a sostegno del Governo rivoluzionario, si rispondeva che l’Afghanistan libero e sovrano, fermo restando il supporto morale e materiale dell’URSS, era bene risolvesse i suoi problemi interni in primis con le sue proprie forze. Da parte sovietica, forse, si sospettava una manovra di Amin, tutt’altro che campata in aria, volta a invischiare l’Unione Sovietica in un ginepraio e a qualificarla come Stato aggressore. Solo la direttiva CIA del 3 luglio 1979, la sempre più aperta complicità tra l’arrembante Amin e gli islamisti, l’indebolirsi del governo rivoluzionario a livelli mai visti prima, spinse l’URSS ad altri consigli… Ma questa è un’altra storia, che parte senza dubbio dalla sconfitta della sollevazione di Herat ma che avremo modo di esaminare in altra sede.Bibliografia:
Enrico Vigna: “Afghanistan ieri e oggi” (La Città del Sole, 2001).
John K. Cooley: “Una guerra empia” (Eleuthera, 2000).
Olivier Roy : “Islam and Resistance in Afghanistan” (Cambridge University Press, 1992).
George Crile: “Il nemico del mio nemico” (Il Saggiatore, 2005)
Espresso Stalinist

In Afghanistan i russi sono rimpianti

Andre Vltchek NEO 29.07.2017Questo non dovreste leggerlo. Tutti i ricordi dell'”epoca sovietica” in Afghanistan sono stati confezionati ed etichettati come “negativi”, perfino “tossici”. Alcuna discussione sull’argomento è consentita nelle ‘cerchie istruite’, almeno in occidente e in Afghanistan. In Afghanistan l’Unione Sovietica fu incastrata e la sovranità comunista subì un colpo fatale. “La vittoria del capitalismo sul comunismo”, gridava la narrativa ufficiale occidentale. La “distruzione temporanea di tutte le alternative progressiste per la nostra umanità”, risposero gli altri, ma sottovoce. Dopo il terribile, brutale e umiliante periodo Gorbaciov/Eltsin, la Russia si è ridotta geograficamente e demograficamente, attraversando un’agonia indescrivibile, sanguinando e crogiolandosi tra i rifiuti mentre l’occidente celebrava una vittoria temporanea, ballando sul mappamondo, prevedendo la riconquista delle vecchie colonie. Ma alla fine la Russia sopravvisse, si riprese assieme alla sua dignità, ed ancora una volta è diventata uno dei Paesi più importanti della Terra, confrontandosi direttamente coi piani imperialisti mondiali occidentali. L’Afghanistan non si è mai ripreso. Da quando le ultime truppe sovietiche lasciarono il Paese nel 1989, fu terribilmente afflitto per anni, consumato da una brutale guerra civile. Il suo governo progressista dovette affrontare il terribile terrore dei mujahidin sostenuti dall’occidente e dai sauditi, con gente come Usama bin Ladin che guidava il genocidio jihadista. Socialisti, comunisti, secolari e quasi tutti coloro che s’istruirono nell’ex-Unione Sovietica o nei Paesi dell’Est furono uccisi, esiliati o silenziati per decenni. La maggior parte si stabilì in occidente semplicemente tradita; seguendo la narrativa ufficiale e dogmatica occidentale. Anche chi ancora affermava di essere di sinistra, ripeté come pappagalli la fiaba approvata: “Forse l’Unione Sovietica non era così male come i mujahidin, i taliban o addirittura l’occidente, ma era davvero brutta”. L’ho sentito a Londra e altrove da diverse bocche delle élite corrotte afghane e dai loro figli. Fin dall’inizio ne dubitai. E poi per lavoro, viaggiando in Afghanistan, parlai con decine di persone facendo esattamente ciò che mi fu scoraggiato dal fare: andare ovunque senza una scorta o una protezione, fermandomi in villaggi sperduti, entrando in catapecchie infestate da narcotici, avvicinandomi ad intellettuali importanti di Kabul, Jalalabad e altrove. “Di dove sei?” Mi chiesero molte volte. “Russia”, avrei risposto. Era una semplificazione. Sono nato a Leningrado, ora San Pietroburgo, da un incredibile miscuglio di sangue cinese, russo, ceco e austriaco che attraversa le mie vene. Tuttavia, il nome “Russia” mi è venuto naturalmente, nei deserti e nelle profonde gole afghane, specialmente in quei luoghi dove sapevo che la mia vita era appesa a un filo sottile. Se avessi pronunciato l”ultima parola in questa vita, sarebbe stata “Russia”. Ma dopo la mia dichiarazione, i volti del popolo afghano s’illuminavano inaspettatamente ed improvvisamente. “Benvenuto!” Avrei sentito ancora e ancora, seguito dall’invito ad entrare in case umili: un’offerta per riposare, mangiare o bere un bicchiere d’acqua. ‘Perché?’ Mi chiesi spesso.
“Perché?” Finalmente chiesi al mio autista e interprete, Arif, diventato mio caro amico.
“Perché in questo Paese gli afghani amano il popolo russo”, rispose semplicemente e senza alcuna esitazione.
“Gli afghani amano i russi?” Chiesi. “Davvero?”
“Sì” rispose sorridendo. “Li vogliono. La maggior parte del nostro popolo li ama”.
Due giorni dopo ero seduto su una Land Cruiser blindata dell’UNESCO, parlando con un ex- ingegnere istruito dai sovietici, ora semplice autista, Wahed Tooryalai. Mi permise di nominarlo; non aveva timore, solo rabbia che ovviamente voleva uscire dal suo corpo:
“Quando dormo, ancora a volte vedo l’ex-Unione Sovietica nei miei sogni. Dopo di che, mi sveglio e mi sento felice per un intero mese. Ricordo tutto quello che vi vidi, ancora oggi…”
Volevo sapere cosa lo rendesse veramente felice “lì”?
Wahed non esitò: “Persone! Così gentili. Accoglienti… russi, ucraini… mi sentivo a casa. La loro cultura è esattamente come la nostra. Chi afferma che i ‘russi’ occuparono l’Afghanistan è semplicemente un venduto. I russi hanno fatto tanto per l’Afghanistan: hanno costruito interi centri abitati come ‘Makrojan’, fabbriche, anche panetterie. In luoghi come Kandahar, le persone ancora mangiano pane russo…”
Ricordo le condutture dell’acqua sovietiche che fotografai nella più miserabile provincia afgana, nonché i canali elaborati presso città come Jalalabad.
“C’è tanta propaganda contro l’Unione Sovietica”, dissi.
“Solo i mujahidin e l’occidente odiano i russi”, spiegava Wahed. “E chi li serve”. Poi continuò: “Quasi tutti i poveri afghani non avrebbero mai detto nulla di brutto sui russi. Ma il governo è con l’occidente, così come le élite afghane che vivono all’estero: che acquista immobili a Londra e Dubai mentre vende il proprio Paese… chi viene pagato per “creare opinione pubblica”.
Le sue parole fluivano; sapeva esattamente cosa diceva, ed erano amare, ma era chiaramente ciò che sentiva: “Prima e durante l’epoca sovietica c’erano medici sovietici, ed anche insegnanti sovietici. Ora mostratemi un medico o un insegnante di Stati Uniti o Regno Unito nelle campagne afgane! I russi erano dappertutto e mi ricordo ancora alcuni nomi: Ljudmila Nikolaevna… Mostratemi un medico o infermiere occidentale qui. Prima medici ed infermieri russi lavoravano in tutto il Paese e i loro stipendi erano così bassi… usavano la metà per le proprie spese e l’altra metà la distribuivano ai nostri poveri… Ora guardate ciò che fanno statunitensi ed europei: sono venuti qui per fare soldi!”
Ricordo il mio recente incontro con un combattente georgiano, sotto il comando degli Stati Uniti nella base di Bagram. Disperato, mi ricordò la sua esperienza: “Prima di Bagram ero nella base statunitense Leatherneck, nella provincia di Helmand. Quando gli statunitensi uscivano, addirittura estraevano il cemento dal suolo. Scherzavano: “Quando siamo venuti qui, non c’era niente, e non ci sarà nulla dopo che ce ne andremo…” Ci vietarono di dare cibo ai bambini. Quello che non potevamo consumare, dovevamo distruggerlo, ma non darlo alla popolazione locale. Non capisco ancora perché? Chi proviene da Stati Uniti o Europa occidentale mostra tanta malinconia per il popolo afghano!”
Che contrasto!
Wahed ricordava come l’eredità sovietica fu bruscamente sradicata: “Dopo l’era dei taliban, eravamo tutti poveri. C’era la fame; non avevamo niente. Poi l’occidente venne iniziando a gettare soldi dappertutto Karzai e le élite continuavano ad arraffare tutto quello che potevano, ripetendo come pappagalli: “Gli Stati Uniti sono buoni!” I diplomatici del governo di Karzai, le élite, si costruiscono la casa negli Stati Uniti e nel Regno Unito, mentre le persone istruite nell’Unione Sovietica non hanno alcun lavoro dignitoso. Eravamo tutti nella lista nera. Tutta l’istruzione doveva essere dettata dall’occidente. Se avevi studiato nell’Unione Sovietica, in Cecoslovacchia, nella Germania dell’Est o in Bulgaria, ti avrebbero solo detto: fuori comunista! Almeno ora siamo autorizzati ad ottenere dei posti di lavoro… Siamo ancora puri, puliti, mai corrotti!”
“Le persone ancora se lo ricordano?” chiesi.
“Naturalmente! Andate in piazza o in un villaggio. Ditegli: “Come stai?” in russo. Ti invitano immediatamente a casa, per nutrirti e abbracciati…”
Ci provai alcuni giorni dopo, nel mercato… e funzionò. Provai in una città provinciale, e funzionò di nuovo. Finalmente provai in un villaggio infiltrato dai taliban a 60 chilometri da Kabul, e non funzionò. Ma riuscì a scappare.
Incontrai Shakar Karimi nel villaggio di Pola Sharkhi. Un patriarca e capo distrettuale nella provincia di Nangarhar. Gli chiesi quale era il miglior sistema mai adottato nel moderno Afghanistan? Innanzitutto parlò della dinastia Khan, ma poi indicò un leader afghano di sinistra, brutalmente torturato e assassinato dai taliban dopo che entrarono a Kabul nel 1996: “Se avessero lasciato in pace il Dottor Najib, sarebbe stato un bene per l’Afghanistan!”
Gli chiesi dell’invasione sovietica nel 1979.
“Sono venuti perché ricevettero informazioni sbagliate. Il primo errore fu entrare in Afghanistan. Il secondo errore fatale fu quello di andarsene”.
“Qual è la principale differenza tra russi ed occidentali durante l’invasione dell’Afghanistan?”
“Il popolo russo è venuto prevalentemente per aiutare l’Afghanistan. La relazione tra russi e afghani fu sempre grande. C’era vera amicizia e la gente interagiva, c’erano anche feste e visite reciproche”.
Non andai oltre; non chiesi cosa succeda oggi. Era troppo evidente. “Muri enormi e cavi ad alta tensione”, sarebbe stata la risposta. Droni e armi ovunque e assoluta mancanza di fiducia… e la divisione sconfinata tra pochi superricchi e la grande maggioranza dei disperatamente poveri… il Paese più depresso del continente asiatico.
Poi chiesi al mio compagno Arif se tutto questo fosse veramente vero?
“Certo!” Gridò con passione. “100% vero. I russi costruirono strade, case per il nostro popolo e trattavano bene gli afgani, come fratelli. Gli statunitensi non hanno mai fatto niente per l’Afghanistan, quasi niente. Si preoccupano solo dei propri vantaggi”. “Se ci fosse un referendum proprio adesso, con una semplice domanda: “vuoi che l’Afghanistan sia con la Russia o con gli Stati Uniti”, la grande maggioranza voterebbe per la Russia, mai per gli Stati Uniti o l’Europa”. E sa perché? Sono afghano: quando il mio Paese sta bene, sono felice. Se il mio Paese sta male, allora soffro! La maggior parte delle persone qui, a meno che non siano indottrinati o corrotti dagli occidentali, sa perfettamente cosa fece la Russia per questo Paese. E sa come l’occidente ha ferito la nostra terra”.
Ovviamente questo non è ciò che ogni afghano pensa, ma la maggior sicuramente. Basta andare in ogni angolo del Paese e chiedere. Non si dovrebbe, naturalmente. Ti viene detto di evitare di venire qui, di vagare in questa terra “illegale”. E non dovresti andare dalla gente. Invece dovresti riciclare gli scritti di accademici smidollati e vigliacchi, nonché i media servili. Se sei liberale, aspettati almeno di sentire: “non c’è speranza, alcuna soluzione, niente futuro”. Nel villaggio di Goga Manda, i combattimenti tra taliban e truppe governative sono ancora un pericolo. In tutta l’area si trovano i resti arrugginiti di mezzi sovietici, nonché vecchie case distrutte dalle battaglie dell’epoca sovietica. I taliban si trovano proprio dietro le colline, attaccando le forze armate dell’Afghanistan almeno una volta al mese. Quasi 16 anni dopo l’invasione della NATO e conseguente occupazione del Paese, questo villaggio, come migliaia di altri in Afghanistan, non ha accesso all’elettricità e all’acqua potabile. Non c’è una scuola raggiungibile, neanche un presidio medico, lontano da qui 5 chilometri. Qui una famiglia media di 6 persone deve sopravvivere con 130 dollari al mese e questo solo se alcuni lavorano in città. Chiedo a Rahmat Gul, insegnante in una città vicina, se i tempi “russi” erano migliori. Esitò per quasi un minuto e poi rispose vagamente: “Quando i russi erano qui, c’erano un sacco di sparatorie… una vera guerra… la gente moriva. Durante il periodo jihadista, i mujahidin erano posizionati laggiù… sparavano da quelle colline, mentre i carri armati sovietici erano situati vicino al fiume. Molti civili furono presi dal fuoco incrociato”. Mentre ero pronto a fare altre domande, il mio interprete cominciò a preoccuparsi: “Andiamo! Vengono i taliban”.
È sempre calmo. Quando s’innervosisce so che è veramente il momento di correre. Corriamo, semplicemente accelerando e guidando a rotta di collo sulla strada. Prima di separarci, Wahed Tooryalai mi afferrò la mano. Sapevo che voleva dire qualcosa di essenziale. Aspettai la domanda. Poi con un russo ancora eccellente: “A volte mi sento così male, così arrabbiato. Perché Gorbaciov ci abbandonò? Perché? Stavamo agendo bene. Perché ci ha abbandonato? Se non ci avesse tradito, la vita in Afghanistan sarebbe stata grande. Non sarei un autista delle Nazioni Unite… ero il vicedirettore di un’enorme panificio, con 300 persone che vi lavoravano: costruivamo il nostro amato Paese, crescendo. Spero che Putin non ci abbandoni”. Poi mi guardò dritto negli occhi, e all’improvviso ebbi la pelle d’oca mentre parlava e i miei occhiali s’appannarono: “La prego dica a Putin: gli tenga la mano, come ora tengo la sua. Gli dica ciò che ha visto nel mio Paese; che noi afghani, o almeno molti di noi, sono ancora persone dritte, forti e oneste. Tutto questo finirà e cacceremo statunitensi ed europei. Accadrà molto presto. Allora venite da noi, dai veri patrioti afghani! Siamo qui pronti e in attesa. Tornate per favore.”Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Una guerra solitaria

Abdur Rauf Yousafzai, TFT, 14 ottobre 2016Mohammad Najibullah, ultimo presidente della Repubblica Democratica Afghana, fu ucciso nel 1996 dai taliban. Abdur Rauf Yousafzai incontra in Pakistan chi l’ha conosciuto e ne ritiene le idee attuali.

Il Dottor Mohammad Najibullah e suo fratello Shahpur Ahmadzai furono uccisi dai taliban il 26 settembre 1996 nel complesso delle Nazioni Unite di Kabul. I corpi furono trascinati per le strade e impiccati nella piazza principale di Kabul dai taliban. L’uomo può essere morto, ma le sue idee e soluzioni al conflitto afghano mantengono una rilevanza, almeno per alcuni. Considerate ad esempio che l’ingegnere Gulbuddin Hekmatyar, capo dell’Hizb-e-Islami afghano, ha fatto ciò che rifiutò 26 anni fa, quando il Dr. Najibullah avanzò la ‘politica nazionale di riconciliazione’. Subito dopo aver assunto l’ufficio di presidenza a fine novembre 1987, il Dottor Najibullah non solo sviluppò un piano per ritirare le truppe sovietiche dall’Afghanistan, ma annunciò la politica nazionale di riconciliazione che offriva accordi di condivisione del potere con i capi mujahidin afghani. Recentemente Gulbuddin Hekmatyar ha firmato un accordo di pace con il governo del dottor Ashraf Ghani, simile a quello offerto dal Dottor Najib subito dopo aver assunto la carica di Segretario Generale dell’ex-Partito Democratico Popolare Afghano (PDPA) del novembre 1986.
Mian Iftikhar Hussain, ex-ministro dell’Informazione della provincia Khyber-Pakhtunkhwa del Pakistan e autentico muro contro il Taliban Tehrik Pakistan (TTP), incontrò molte volte il presidente comunista afgano. Mian Iftikhar condivide l’esperienza dei suoi incontri con il dottor Najib: “Ricordo alcune mie riunioni con il Dottor Najib per la 77.ma giornata dell’Indipendenza dell’Afghanistan. Ero a Kabul. Il leader nazionalista pakistano Wali Khan e il Dottor Najib tornavano da Mosca ed io ero in coda con coloro che si erano riuniti per riceverli. Quando Wali Khan mi vide, sorrise e disse a Najib: “A Mosca gli studenti chiedevano di questo ragazzo!” “Najib mi disse che quattro giorni dopo mi avrebbe chiamato per una riunione. Najib era un leader nazionalista intellettuale e aperto, ispirato dalla tradizione politica di Bacha Khan e Wali Khan”. Mian Iftikhar prosegue: “C’era un bellissimo palazzo presidenziale nel cuore di Kabul, ma il Dottor Sahib viveva in una casa molto piccola. Un giorno c’invitò a cena. Tutti fummo stupiti quando vedemmo che viveva in una casa molto semplice e piccola. Sentì i suoi discorsi, la sua personalità era strabiliante e ogni volta che pronunciava un discorso, la sua voce era tonante!
Najib, per alcuni in Afghanistan “simbolo della pace”, iniziò la carriera politica quando era studente. La sua visione del mondo s’incentrava su socialismo, comunismo e umanesimo. Iftikhar narra che alla fine di una notte, Najib venne nel suo appartamento per una visita. “Era inverno e il Dottor Sahib era avvolto in un chadar di Pakhtun (mantello). Dissi al presidente che non era il momento di viaggiare così. Il coraggioso presidente rispose: “Questa è la mia patria Haywad e voglio far sapere ai terroristi che sono pronto a sacrificare la vita”. Il Dottor Najib era, per me almeno, un visionario e poteva riunire persone dei vari gruppi nazionali ed etnici in Afghanistan, e la storia mostra che dopo di lui l’Afghanistan non ha prodotto una personalità così ampiamente accettata politicamente.
Za da watan, giorno watan zma
Za da watan da para sar Qurbanwoma
(Nato fuori dalla mia terra
Sacrifico la mia vita per la mia terra)
Il Dottor Sahib mi recitò questo verso per un po’ di tempo dimostrandomi di essere ben consapevole delle conseguenze nel contrastare gli interessi della guerra fredda statunitense“. Anche oggi, Mian Iftikhar Hussain continua ad invitare l’ONU ad indagare sull’omicidio di Najib, un uomo che considera un grande leader. Per alcuni, il fatto che l’ultimo rifugio di Najib fosse in una sede delle Nazioni Unite e che i taliban lo trascinassero dopo la morte, pone almeno parte della responsabilità della morte anche sulle Nazioni Unite. Mian Iftikhar infatti insiste: “La storia ripeterà più volte che anche l’ONU è responsabile del suo omicidio. Il dottor Najib fu ucciso e l’umiliazione del suo cadavere fu un messaggio a tutti i nazionalisti progressisti su entrambi i lati della linea Durand, terrorizzare i seguaci della filosofia di Bacha Khan”.
Ameen Jan, oggi leader del Partito dei Lavoratori Awami (AWP) del Pakistan, fu esiliato a Kabul durante il regime militare pro-occidentale di Zia-ul-Haq. Durante il suo soggiorno a Kabul incontrò molte volte l’ultimo presidente comunista afghano. Riassume l’esperienza con Najib durante il suo esilio così: “Incontrai il Dottor Sahib prima della presidenza, ma era anche allora potente. Mi chiamò alcune volte dopo aver giurato da presidente. Era molto chiaro nella sua visione e nella sua politica, voleva vedere un Afghanistan pacifico, moderno, istruito e prospero e avere rapporti stretti e cordiali con tutti i vicini. Trascorsi molti anni in Afghanistan e osservai attentamente il governo del PDPA. Mi sembrava la migliore ideologia per opporsi all’imperialismo…” Come Mian Iftikhar Hussain, Ameen Jan testimonia anche l’amore di Najib per la poesia in pashtu e in generale. Ameen Jan ricorda che Najib spesso si lamentava della situazione con il seguente versetto:
Pa Lara zam tola shrangeegam
Sta da tuhmat zanzeer pa ghara garzwoma
(Andando per strada, produco il suono del jingling
Porto la catena del tuo male intorno al mio collo)
Ameen Jan continua a presentare la sua analisi sul ruolo di Najib negli anni ’80: “Durante la guerra fredda, Pakistan ed Afghanistan facevano parte di campi globali opposti e il Jamaat-e-Islami e le altre forze di destra fecero propaganda contro ciò che definivano “comunismo ateo”. Ironia della sorte, questi partiti sostenevano l’amicizia Pakistan-Cina, sapendo benissimo che per la loro logica la leadership cinese era almeno “ateistica” e “senza dio” quanto quella dell’Unione Sovietica. Fu argomentato dai simpatizzanti del regime PDPA filo-Mosca a Kabul che gran parte del sentimento anticomunista che spinse la ‘jihad’ in Afghanistan fu prodotto dalla confluenza di interessi tra Stati Uniti, Arabia Saudita ed élites pakistane. Al suo tempo, Najibullah era il leader indiscusso dei pakhtun progressisti su entrambi i lati della linea Durand, guadagnandosi l’inimicizia di molti potenti. Najib era ben consapevole della prospettiva di una morte prossima e una volta mi disse: “Nei prossimi giorni il mondo sarà testimone di un bagno di sangue in questa regione“. Ameen Jan s’interrompe e conclude: “E sì, i russi tradirono il loro vecchio amico sincero…
Shamim Shahid, giornalista ed esperto di Afghanistan, ricordando Najibullah ne descrive la visione politica nelle seguenti parole: “Nel 1986, Mohammad Khan Chamkani fu dichiarato presidente e il Dottor Najib Segretario generale del governo del PDPA sostenuto dai sovietici in Afghanistan. Durante questo periodo, Najib dichiarò la “politica di riconciliazione nazionale”, formalmente approvata dalla tradizionale Loya Jirga, tenutasi il 29 e 30 novembre e il 1 dicembre 1987 a Kabul. Oltre ad approvare la politica di riconciliazione nazionale, la Loya Jirga elesse il Dr. Najibillah Presidente dell’Afghanistan. Attraverso la politica di riconciliazione nazionale, Najib dichiarò l’amnistia generale per tutti coloro impegnati nella lotta armata e nell’ostilità contro il governo. Allo stesso modo, offrì il passaggio di poteri a un governo di transizione di ampio respiro. In seguito, annunciò la disponibilità al passaggio di poteri a sette gruppi mujahideen a Peshawar, la famosa unione islamica dei mujahidin afghani (IUAM). Ma tali offerte furono respinte dai partiti afghani di Peshawar“. Shamim è del parere che alcuni partiti mujahidin, i gruppi “moderati” come Fronte Nazionale di Liberazione guidato da Sibghatullah Mujaddadi, Fronte Islamico Nazionale di Pir Syed Ahmad Gillani e Harakat e-Islami Afghanistan di Maulvi Nabi Mohammadi non respinsero né accettarono pubblicamente le idee del Dr. Najib. Ma questi tre partiti erano impotenti a causa della dura posizione dei restanti quattro partiti. Oltre all’Hezbati e-Islami dell’Afghanistan (HIA) di Hekmatyar, l’Afganistan Jamiat Islami del prof. Burhanuddin Rabbani e l’Ittehad e-Islami di Abdul Rab Sayaf decisero una linea particolarmente dura verso il regime PDPA. In tale contesto, giunse l’Accordo di Ginevra, concordando il calendario per ritirare le truppe sovietiche dall’Afghanistan. Il primo ministro Mohammad Khan Junejo gestiva gli affari del Pakistan. Si ritiene che il premier Junejo, senza il consenso del presidente Zia-ul-Haq, inviò il ministro degli Esteri Zain Noorani a firmare l’accordo di Ginevra. Wakeel Ahmad, ministro degli Esteri dell’Afghanistan, fu il secondo firmatario, garanti URSS e USA. Shamim dice: “Al suo apice, la politica di riconciliazione di Najib gli portò una notevole popolarità in Afghanistan. Ma alla fine del 1988, il governo di Zia e l’Arabia Saudita sponsorizzarono la riunione della shura dell’IUAM a Peshawar che elesse un governo parallelo con il prof. Sibghatullah Mujaddadi presidente e Rasool Sayaf primo ministro. La prima riunione del governo afghano in esilio, dominato dai mujahidin, fu organizzata in grotte montuose sul confine Pakistan-Afghanistan, nella provincia di Khost, nel gennaio del 1989. Squadre dei media da tutto il mondo arrivarono per seguire l’evento, ricorda Shamim. Poi, il ministro della Difesa Shah Nawaz Tanai, insieme al ministro degli Interni Syed Mohammad Gulabzai e al generale Abdul Qadir, con il sostegno dei mujahidin, tentarono il colpo di Stato contro il governo di Najib a Kabul. Il colpo fu sventato e Tanai con i suoi aiutanti fuggì in Pakistan con l’aiuto dei sostenitori di Hekmatyar”. Shamim ricorda che Najib rimase imperturbato: “Nonostante avesse affrontato e sventato un colpo di Stato ben organizzato contro di lui, Najibullah rimase fermo nell’impegno verso la riconciliazione nazionale. Dopo aver sventato il colpo di Stato, il dottor Najib visitò varie province e città dove affrontò le tradizionali jirga e organizzò la tradizionale Loya Jirga del 1990, che annunciò la fine delle politiche comuniste della sua amministrazione. Il PDPA fu rinominato Hezb e-Watan. Nei suoi discorsi alla jirga e ai suoi delegati, il Dottor Najib aveva nuovamente detto ai capi della resistenza che le potenze straniere erano riluttanti a lasciare in pace l’Afghanistan e predisse che il conflitto sarebbe continuato nella regione dopo la caduta dell’Unione Sovietica!
Il 2 agosto 1990, nel suo ufficio a Kabul incontrai Najibullah, nel pieno collasso dell’Unione Sovietica. Aveva avanzato l’idea di un’alleanza e della comprensione tra le diverse nazionalità della regione, pakhtuni, punjabi, baluchi, uzbeki e tagiki, nel tentativo di por fine alle violenza con lo slogan dell’Islam e della jihad. Anche nei suoi discorsi, accusò i signori della guerra Hekmatyar, Sayaf, Rabbani e Khalis di essere consapevoli degli “elementi misteriosi” che, disse, erano decisi a fare dell’Afghanistan un campo di battaglia per un’altra guerra. Il generale Dostam avviò la rivolta contro Najib per il Nauroz (21 marzo 1992) a Mazar e Sharif, che alla fine portò alla caduta di Kabul in mano alle forze di Ahmad Shah Masud e di Dostam il 16 aprile 1992. Najibullah, insieme al fratello e agli aiutanti si rifugiò nel complesso delle Nazioni Unite nella zona di Wazir Akbar Khan, mentre Kabul cadeva preda di ulteriori violenze. Doveva essere l’ultima mossa. Shamim mi disse: “Ammiro Najib per aver visto il futuro di distruzione della regione. Sapeva che questa terra sarebbe diventata un campo di battaglia per molti Paesi e che il prezzo finale sarebbe stato pagato dai popoli di Pakistan e Afghanistan“.Abdur Rauf Yousafzai è un giornalista di Peshawar.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I comunisti afghani non sono mai svaniti

MK Bhadrakumar Indian Punchline 23 maggio 2015

Muhamad Afzal Ludin

Muhamad Afzal Ludin

Il fascino presso il presidente afgano Ashraf Ghani per i generali dell’esercito del regime comunista è intrigante. Nessuno assocerebbe un brillante funzionario della Banca Mondiale a una cosa del genere. All’inizio di aprile, Ghani nominò il Generale Muhamad Afzal Ludin a ministro della Difesa nel suo gabinetto. Ludin era un uomo di fiducia di fiducia del Presidente Najibullah durante il regime del PDPA. Il Generale Ludin ebbe il ruolo chiave di comandante del presidio di Kabul sotto Najib quando il ritiro delle truppe sovietiche si concluse nel febbraio 1989. Cinque giorni dopo che l’ultimo soldato sovietico aveva lasciato il suolo afghano, il 5 febbraio, quando Najib dichiarò l’emergenza nazionale e ricostituì il Consiglio militar supremo (“Consiglio supremo militare per la difesa della Patria”) sotto lo stretto controllo del partito comunista al governo, il Generale Ludin fu uno dei tre alti ufficiali scelto per guidare il potente ente. Non sorprende che i vecchi “muj” di Kabul (compreso il primo ministro Abdullah Abdullah) trovando la nomina di Ludin troppo da accettare s’infuriarono. Probabilmente la questione fu l’alibi per bloccare Ghani. Quando Ludin lo capì, annunciò la decisione di mollare, sostenendo che “alcuni sfruttano la mia candidatura quale scusa per creare problemi al Paese”. Allora Ghani, rimuginando con attenzione nelle successive sei settimane, annunciava la nuova candidatura alla sfortunata carica di ministro della Difesa. Anche in questo caso si tratta di un generale ex-comunista, Masum Stanikzai, che prestò servizio per il regime del PDPA. Infatti, Stanikzai apparteneva alla linea dura della fazione Khalq del Partito comunista afghano. I Khalqi erano strana gente, simili al Partito Comunista dell’India (Marxista) quando i comunisti indiani si scissero nel 1964, rustici, provinciali e congenitamente militanti (confusi). I Khalqi erano soprattutto pashtun nazionalisti. I sovietici non si sentirono mai a loro con i Khalqi. A differenza della rivale fazione filo-sovietica Parqam, cosmopolita, i Khalqi erano dei “desi” provenienti dagli strati più bassi della società che usarono metodi duri e decisi per imporre il loro marxismo agli afgani riluttanti. Ad un certo punto, inevitabilmente, i servizi segreti pakistani (e la CIA) considerarono i Khalqi potenziale terreno per infastidire Mosca. Si ricordi il tentato golpe del Khalq contro Najib, nel 1990, guidato dal ministro della Difesa Shahnawaz Tanai (che poi sarebbe fuggito in Pakistan).
Il parlamento afgano e i “muj” appoggeranno la candidatura di Stanikzai? Le probabilità sono buone, e vi spiegherò il perché. In poche parole, Stanikzai ha avuto un profondo cambiamento da quando era un generale comunista. Attraversò le porte del famoso centro di conversione statunitense noto come US Institute of Peace, ed oggi è un politico. Era consigliere per la sicurezza dell’ex- presidente Hamid Karzai e aveva la fiducia di quest’ultimo come interlocutore chiave con i “taliban buoni”. Era nel gabinetto di Karzai. A dire il vero, Karzai ha iniziato la gloriosa tradizione di riassumere i luminari del PDPA. Come è successo? La risposta è semplice: i comunisti afgani erano l’avanguardia di una società profondamente conservatrice, per istruzione, professionalità e spirito moderno. Ecco cosa attira Ghani. Vuole gestire un governo efficiente che dia una buona governance. In poche parole, anche se fuori dal potere, i comunisti afghani non potranno mai svanire e certi vengono riassunti. Gli Stati Uniti, inoltre, non sembrano badare al loro reimpiego da parte dei governi di Kabul finanziati dal contribuente statunitense. Ironia della sorte, i militari pakistani trovarono un buon impiego degli ufficiali Khalqi fuggiti in Pakistan dopo la grande epurazione nel Partito comunista afghano. L’ISI li ha re-impiegati, mascherandoli da taliban, facendogli guidare carri armati, volare aeromobili o dirigere l’artiglieria nella campagna per conquistare l’Afghanistan negli anni novanta. Naturalmente, non sapremo mai se Stanikzai abbia guidato un carro armato per i taliban. E se davvero l’ha fatto, conta agli occhi di Ghani solo come “risorsa strategica”.

Masum Stanikzai

Masum Stanikzai

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora