Egitto: speranza per l’indipendenza politica araba

Aleksandr Kuznetsov, SCF 16/04/2016

4857b14fe4ad6f34ceaca282be8ed105Ultimamente sono apparse notizie che il divieto di voli per l’Egitto alle compagnie aeree russe sarà esteso al 2016, risalente al 31 ottobre 2015, quando un aereo di linea russo Airbus A321 precipitò nella penisola del Sinai. Molti pensano che l’attentato al jet russo fosse collegato alla risposta del Qatar alle operazioni delle Forze Aerospaziali della Russia in Siria. Dato che da quando esplosero le prime manifestazioni in Siria, Doha è un attivo sostenitore dell’opposizione antigovernativa armata nel Paese. Fin dal 2013, il Qatar rafforzava l’organizzazione terroristica nota come Stato islamico (SI). Doha non solo ebbe un ruolo di primo piano nella lotta al regime baathista di Damasco, ma cercava di indebolire anche la posizione dell’Arabia Saudita, che utilizzava le fazioni armate antigovernative filo-saudite per combattere lo SI. Nel 2013 i nemici di Damasco pensavano che i giorni del governo Assad fossero contati, e si combatterono per spartirsi il bottino siriano. L’attentato dell’ottobre 2015 è stato, in un certo senso, un avvertimento alla Russia. Ma l’attentato aveva anche un altro obiettivo: danneggiare il turismo in Egitto. Nel 2012 il Qatar contribuì a portare i Fratelli musulmani al potere a Cairo e sostenne in modo occulto il regime di Muhamad Mursi. Nell’estate 2013 cominciarono a circolare voci sulla possibile privatizzazione del Canale di Suez da parte di imprese del Qatar, l’Egitto, ovviamente, si sarebbe trasformato in una colonia di Doha… Ma i piani di Doha furono sventati dal rovesciamento del governo dei Fratelli musulmani nel luglio 2013. L’Egitto si rivelò troppo grande per i “Fratelli”, che non sapevano cosa farne. Le tensioni tra islamisti e forze laiche si moltiplicarono, e gli islamisti non ebbero il consenso. I salafiti egiziani lavoravano attivamente contro i Fratelli musulmani, e nell’estate 2013 il caos infuriava selvaggiamente in Egitto. In tali condizioni era impossibile investire o condurre affari di qualsiasi tipo in modo normale. Aumentò drammaticamente l’intolleranza religiosa e le aggressioni agli sciiti divennero più frequenti (il Paese ha una popolazione di diverse centinaia di migliaia di sciiti). Allo stesso tempo, la posizione dei cristiani copti in Egitto, circa sette milioni ed oltre il 10% della popolazione, peggiorava. Roghi di chiese e aggressioni ai cristiani copti divennero quotidiani. Il governo islamico non poteva o non voleva affrontare la situazione. Di conseguenza, la base del movimento tamàrrud lanciò la rivolta contro il governo dei Fratelli musulmani con il supporto dell’esercito. Il Generale Abdalfatah al-Sisi salvò l’Egitto dalla guerra civile. Dopo che la Fratellanza musulmana fu deposta, l’influenza del Qatar nel Paese crollò. Il colpo di Stato fu sostenuto da Riyadh che estese un generoso credito al governo militare egiziano, ma Cairo non divenne un fantoccio saudita. Sotto la guida del Generale Sisi, l’Egitto ha cominciato a recuperare la politica del nazionalismo arabo. L’Egitto fu il primo campione di quel movimento con l’amministrazione del Presidente Gamal Abdel Nasser. Non è un caso che il giornalista arabo più anziano, Muhamad Hasanayn Hayqal, amico e vicino di Nasser, divenne consigliere presidenziale di Sisi e autore di molti suoi discorsi. Hayqal è recentemente scomparso all’età di 92 anni.
I nuovi leader egiziani sono nettamente contrari al rovesciamento di Bashar al-Assad, e nel settembre 2015 in realtà supportarono le operazioni delle Forze di Difesa Aerospaziale della Russia nel Paese. Il Governo di Abdalfatah al-Sisi sostiene il governo laico libico di Tobruq guidato da Abdullah al-Thani e dal generale Qalifa Balqasim Haftar, che guidano la lotta contro i terroristi dello Stato islamico. Un’alleanza strategica russo-egiziana inizia a prendere forma.
L’Egitto occupa una posizione geopolitica unica, tra Maghreb e Mashriq, vale a dire, le parti asiatica e africana del mondo arabo. Controllando il passaggio dall’Oceano Indiano al Mar Mediterraneo, l’Egitto può influenzare Siria, Palestina, Arabia (Yemen) e Nord Africa. Il Medio Oriente non ha dimenticato che ogni importante decisione strategica nel mondo arabo, dalla seconda metà del XX secolo, fu presa nell’asse Cairo – Baghdad – Damasco. Egitto, Siria e Iraq erano un tempo i più potenti Stati del Medio Oriente. Lentamente questa situazione cominciò a cambiare alla fine degli anni ’70, quando le monarchie del Golfo, con un ordine del giorno islamista, si misero al centro della scena. L’espansione sproporzionata del loro potere è una delle cause della crisi in Medio Oriente. Damasco ha sopportato tanta aggressione che molto tempo passerà prima che possa assumere il ruolo di centro regionale indipendente. E il futuro dell’Iraq è incerto. Cairo resta l’unica speranza per la rinascita della politica araba indipendente. La minaccia del terrorismo è la peggiore per l’Egitto, ma il pericolo non va esagerato. I problemi maggiori si riscontrano nella penisola del Sinai, dove i terroristi del cosiddetto Stato islamico hanno proclamato il Wilayat Sinai. Le altre regioni del Paese e le grandi città sono abbastanza tranquille. Il tallone d’Achille dell’Egitto continua ad essere l’economia. Dopo che Abdalfatah al-Sisi ha preso il potere, il governo è riuscito a ridurre la disoccupazione. I nuovi leader egiziani elaborano piani per ampliare il Canale di Suez e creare zone industriali per prodotti high-tech. Tuttavia, questi piani ambiziosi sono ostacolati dalla mera mancanza di fondi. Il governo egiziano acquista gran parte del cibo del Paese (Cairo compra il 40% del grano dall’estero) ed è costretto a sovvenzionare le importazioni, dato che gli egiziani poveri non possono permettersi di comprare il pane a prezzi di mercato. Così l’Egitto o richiederà prestiti ad istituzioni finanziarie internazionali (con il rischio che l’occidente possa porre proprie richieste politiche) oppure svalutare la lira egiziana. Quest’ultimo passo comporterebbe tagli alle sovvenzioni e il rischio di rivolte sociali. Una lira più economica potrebbe aiutare l’industria del turismo, ma dopo la tragedia nel Sinai, i villaggi egiziani sono vuoti. L’afflusso di turisti non solo dalla Russia, ma anche da Gran Bretagna e Germania, è crollato. L’aiuto all’Egitto potrebbe assumere la forma degli investimenti. Data la situazione attuale, un Paese che stende una mano a Cairo troverà un alleato affidabile nella regione.

Muhamad Hasanayn Hayqal

Muhamad Hasanayn Hayqal

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Sito Aurora

La Russia e il tiro alla fune multipolare sulla ‘Jugoslavia araba’

Andrew Korybko (USA) 14 agosto 2014

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L’Egitto è il maggiore Paese del mondo arabo e di conseguenza è sempre stato uno dei pesi massimi negli affari regionali. Per quasi mezzo secolo, nel 1974-2013, il Paese fu saldamente comandato dagli Stati Uniti, ostacolandone la possibilità di crearsi una politica estera indipendente. Dalla caduta di Mursi, tuttavia, al-Sisi ha guidato il Paese sulla via della diversificazione nella politica estera, anche coltivando legami con la Russia. E’ attraverso questa ristabilita amicizia russo-egiziana che esiste una delle finestre più significative per la positiva trasformazione regionale, e la Russia può sottrarre l’Egitto alla stretta degli Stati Uniti abbracciando il mondo multipolare, dove il Paese assumerebbe il ruolo di ‘Jugoslavia araba’.

I nuovi amici sono d’argento e i vecchi d’oro
Al-Jazeera riporta che l’Unione Sovietica era “alleata” dell’Egitto governato da Nasser, dal 1956 al 1970 questo rapporto fu incarnato da legami culturali, militari ed economici, e la diga di Assuan, che fornisce metà dell’energia elettrica all’Egitto, fu costruita con l’assistenza sovietica, creando un solido monumento fisico all’amicizia storica tra i due Paesi. Nonostante ciò, il corteggiamento degli Stati Uniti di Sadat, successore di Nasser, capovolse l’equazione geopolitica regionale, trasformando l’Egitto da alleato sovietico ad ansioso Stato cliente degli USA. Essendo basata sul denaro, non era un vera alleanza ed era destinata a essere rovesciata, in un modo o nell’altro. Ironia della sorte, fu proprio la folle politica estera degli Stati Uniti che respinse l’Egitto da tale relazione politica neo-coloniale verso il sistema multipolare.

Il maggiore tradimento
L’amicizia d’argento degli USA con l’Egitto apparve nel 2011, con gli eventi della primavera araba.  In realtà, fu una rivoluzione colorata a livello di teatro, progettata da Washington per mantenere l’egemonia sulla regione. La maggior parte dei leader invecchiava ed era al potere da secoli, il che significa che erano pronti a scomparire o essere rimossi. Ciò era vero soprattutto per Mubaraq, insultato da un forte segmento della popolazione che poteva essere facilmente rinchiusa in organizzazione pubblica a lui contraria, se l’infrastruttura sociale fosse stata correttamente schierata. Gli Stati Uniti decisero di prendere l’iniziativa e avviare la trasformazione regionale da soli, per controllare il processo di transizione della leadership. Cercarono di utilizzare la transnazionale dei Fratelli musulmani come l’Unione Sovietica utilizzò il partito comunista, per portare al potere una cricca sotto il loro dominio, e questa missione richiese molto tempo per affermarsi. Il tradimento degli Stati Uniti di Mubaraq, equivalse pertanto a uno dei più rischiosi azzardi della politica estera della Guerra Fredda, e non sorprende che non sia riuscito quando il popolo d’Egitto si ribellò e rovesciò Mursi nel luglio 2013.

Sogni jugoslavi
L’anno scorso, la politica estera dell’Egitto subì colpi di scena e cambiamenti interessanti. Anche se sembrava irregolare ad un occhio inesperto, se esaminato nel contesto multipolare, si poteva vedere che l’Egitto iniziava a recuperare un elemento della precedente politica indipendente, provando a darsi un posizionamento politico nel sistema globale. Se visto dalla conclusione prevista, tale tentativo indica che al-Sisi immagina il suo Paese come la Jugoslavia del 21° secolo in Medio Oriente.

Il riallineamento russo
Operare con la potenza regionale Arabia Saudita e anche cercare di mediare un cessate il fuoco tra Israele e Palestina è una cosa, ma una volta che l’Egitto ha iniziato a contattare la Russia, grande potenza in ascesa, i suoi piani di orientamento multipolare divennero seri ed extra-regionali. Dopo tutto, sauditi, israeliani e statunitensi operavano sottobanco in Medio Oriente, quindi non c’è molta differenza tra le loro manovre di patronaggio che cercano di sfruttare posizioni vantaggiose (che, però, non possono essere sottovalutate nel caso dell’Egitto). A novembre, il ministro degli Esteri egiziano visitò Mosca, dove affermò che il suo Paese voleva ritornare a legami “dello stesso alto livello esistenti con l’Unione Sovietica”. Che un tale riorientamento intenso si verifichi o meno nella misura dichiarata, il fatto che un tale obiettivo sia stato esplicitato è estremamente simbolico. L’Egitto, come è stato rilevato precedentemente, era relativamente caduto in disgrazia presso gli Stati Uniti, dal colpo di Stato contro Morsi, quindi ciò dimostrava che Cairo imparava a manovrare nel mondo multipolare per avere assistenza da Stati non-occidentali o filo-occidentali (del Golfo). Al-Sisi fece il suo primo viaggio all’estero in Russia, dimostrandosi serio nel giocare la sua mano in tale gioco jugoslavo.

Armi agli amici:
Uno degli sviluppi più interessanti ad apparire sono Russia ed Egitto che concludono un accordo da 3 miliardi di dollari in armamenti (per lo più per la potenza aerea) che sarà finanziato da sauditi ed emirati. Ciò mostra le profondità della complessa politica dell’Egitto alleatosi agli Stati del Golfo, e alcuni analisti sospettano che agisca da tramite diplomatico tra Mosca e il Golfo. Può essere visto in tal senso che Russia ed Egitto, indipendentemente da chi paga, vogliono elevare l’amicizia ad un livello tecnico-militare superiore. La Russia vede il commercio di armi con l’Egitto come primo passo ufficiale per ricostruire l’amicizia ostacolata durante la Guerra Fredda, e l’Egitto è d’accordo su ciò.

Il giubbotto di salvataggio turistico:
I seguaci casuali della diplomazia russa in Medio Oriente, in genere non sanno che i turisti russi contribuiscono in modo significativo all’economia egiziana, e in alcuni casi anche come giubbotto di salvataggio economico durante disordini civili. Perciò, i turisti russi sono un prezioso capitale diplomatico ed economico umano, che può essere sfruttata da Mosca per aumentare ulteriormente i legami con Cairo. È un dato di fatto, si prevede che 3 milioni di turisti russi potranno visitare l’Egitto entro la fine dell’anno, continuando a mostrare il valore di questo tipo di diplomazia umana, anche se i protagonisti non sono consapevoli del grande ruolo che svolgono negli affari politici. Questo legame economico è ciò che teneva vivi i rapporti tra Russia e Egitto negli anni 2000, funzionando anche da giubbotto di salvataggio diplomatico ed infine ponendo le basi per l’interesse inter-civiltà e la cooperazione culturale futura.

Il filtro delle sanzioni:
Con le relazioni tra Russia e occidente al minimo, l’Egitto ha ora la possibilità di giocare una parte tra i tanti sanzionati dagli occidentali che possono entrare nel mercato russo. Ciò testimonierebbe impegno nella politica multipolare ignorando gli Stati Uniti. Colloqui sono già in corso per aumentare del 30% le esportazioni agricole egiziane in Russia. Il grande quadro è che le contro-sanzioni russe all’occidente abbiano lo scopo di stimolare lo sviluppo macroeconomico del Paese, allontanandosi dall’occidente e puntando ai centri di potere multipolari emergenti, con Cina, Turchia e America Latina che corrono a riempire il vuoto prodotto dall’occidente, ad esempio. L’Egitto aderendo alla corsa, invia l’ennesimo forte segnale all’occidente sull’indipendenza della propria politica estera.

Verso un’unione perfetta:
Proseguendo nella visione economica non-occidentale della Russia, l’Egitto è in trattative con l’Unione eurasiatica per creare una zona di libero scambio. Sarebbe lo schiaffo simbolico allo Zio Sam, se mai ve ne sia stato uno, soprattutto considerando i miliardi di aiuti dati al Paese, ma è improbabile che i sauditi l’accettino gentilmente, dato che il loro obiettivo a lungo termine è portare il Paese nel GCC. Indipendentemente da ciò, solo il fatto che Egitto ed Unione Eurasiatica prendano in considerazione la cooperazione, e che al-Sisi e Putin ne parlino a Mosca e pubblicamente, dimostra che vi è più di quanto si veda. Può far parte del nuovo perno jugoslavo dell’Egitto, cercando di mettere i grandi benefattori gli uni contro gli altri per maggiori vantaggi, ma è dubbio che Putin, l’uomo più potente del mondo, sprechi tempo prezioso per qualcuno o qualcosa che non costituisca un vantaggio tangibile.

Pensieri conclusivi
L’ultima visita di al-Sisi a Mosca dimostra che il rapporto egiziano-russo si sviluppa nuovamente e che Cairo gioca le sue carte multipolari. Anche se ancora ha una posizione privilegiata con i militari degli Stati Uniti e ha ricevuto 20 miliardi di dollari di aiuti dai regni del Golfo, l’Egitto si volge rapidamente verso la Russia creando un equilibrio triangolare tra questi tre attori. Se si confronta l’attuale stato di cose al 2010 di Mubaraq, gli Stati Uniti hanno chiaramente perso il monopolio dell’influenza sull’Egitto. Così al-Sisi si sforza davvero di diventare il Tito del 21° scolo, muovendosi abilmente tra Washington, Riyadh e Mosca, mettendo il suo Paese nella migliore posizione possibile. Se l’Egitto continuerà la sua trasformazione nella ‘Jugoslavia araba’, le prospettive di un mondo veramente multipolare aumenteranno sorprendentemente, e la cooperazione russa è il combustibile per accelerare questa evoluzione.

RUSSIA-EGYPT-POLITICSAndrew Korybko è corrispondente politico statunitense di La Voce della Russia, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Al-Sisi evita lo spazio aereo turco
Hurriyet 13/8/2014

n_70406_1L’aereo del presidente egiziano Abdelfatah al-Sisi ha seguito una rotta inusuale rientrando dalla Russia, evitando di sorvolare lo spazio aereo turco, segnalava il 13 agosto il sito airporthaber.com.
Dopo l’incontro con il suo omologo Vladimir Putin a Sochi, al-Sisi era salito a bordo dell’Airbus 340-200 del governo egiziano che avrebbe dovuto volare verso Cairo. Dopo la decisione di evitare lo spazio aereo turco, il pilota ha dovuto anche evitare lo spazio aereo ucraino, per via degli scontri in corso che videro il volo MH17 delle Malaysia Airlines abbattuto sull’Ucraina orientale. Di conseguenza, l’aereo ha sorvolato Bielorussia, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria e Grecia, rientrando in Egitto. Come  in Ucraina, gli spazi aerei iracheno e siriano non sono considerati sicuri per via dei conflitti in corso in entrambi i Paesi. Tuttavia, si è evitato lo spazio aereo turco probabilmente per la crisi diplomatica tra Cairo e Ankara.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Al-Sisi, gli USA hanno tradito l’Egitto

Christof Lehmann (Nsnbc) 1187000Le false notizie diffuse da al-Jazeera, secondo cui polizia e militari egiziani hanno sparato ai manifestanti, si diffondono a macchia d’olio sui principali media internazionali. Nel frattempo,  violenza settaria e massacri di manifestanti, commessi dai Fratelli musulmani, vengono omessi.  Allo stesso modo vengono omessi gli assalti con granate contro stazioni di polizia e la morte di 43 poliziotti e soldati. Media occidentali e del Golfo Persico capovolgono la verità. Coprifuoco e stato d’emergenza sono imposti mentre gli islamisti minacciano ulteriori violenze armate. Il comandante militare egiziano al-Sisi sfida gli Stati Uniti, affermando che il popolo egiziano è consapevole che gli Stati Uniti hanno pugnalato alle spalle l’Egitto grazie a Morsi e i Fratelli musulmani. L’Egitto assiste alla nascita di un nuovo Nasser?
Al-Jazeera in un’altra guerra di propaganda. Dopo la Libia e la Siria, il suo nuovo obiettivo è l’Egitto. Giovedì sera il ministero della Sanità egiziano ha riferito di 578 morti e 4201 feriti nelle violenze, finora. Gli scontri sono scoppiati quando la polizia egiziana, sostenuta dai militari, ha sgomberato i campi dei manifestanti pro-Mursi di Rabia al-Adawiya e al-Nahda. Contrariamente alle false notizie di al-Jazeera e altri media del Golfo e filo-occidentali, la polizia non ha usato proiettili veri contro i manifestanti. Il governo egiziano confuta con veemenza tali affermazioni, che si sono diffuse a macchia d’olio presso i media internazionali dopo le prime falsità di al-Jazeera. La notte scorsa, Nsnbc International ha parlato con innumerevoli testimoni oculari che confermano le dichiarazioni del governo, e il fatto che membri armati della Fratellanza musulmana hanno deliberatamente preso di mira manifestanti disarmati e provocato un bagno di sangue con l’intento esplicito di suscitare violenze e la guerra civile. I testimoni oculari che hanno parlato con Nsnbc direttamente dall’Egitto, nel corso della scorsa notte, hanno corroborato i precedenti rapporti di Nsnbc Internazional.
Assalti alle stazioni di polizia, 43 morti e 211 feriti tra le forze di sicurezza. I media mainstream occidentali e del Golfo, in genere omettono o distorcono il fatto che 43 morti e 211 feriti siano  poliziotti e militari. Secondo le dichiarazioni del ministro degli Interni egiziano, Ibrahim, le proteste hanno finora provocato la morte di 43 membri delle forze di sicurezza del Paese. 18 poliziotti e 25 soldati sono stati uccisi, mentre 2011 sono stati feriti. Molti di loro gravemente. Granate sparate contro la stazione della polizia di Kerdasa. La stazione di polizia di Kerdaza a Giza è stata attaccata con lanciagranate. Due agenti della polizia sono stati uccisi durante l’attacco. Il ministro degli Interni ha detto: “Molti manifestanti hanno sparato sulle forze di sicurezza dai tetti di al-Rabaa, a Nasr City. Le forze di sicurezza hanno utilizzato esclusivamente gas lacrimogeni per disperdere le proteste“. Anche questa affermazione è stata confermata dai testimoni oculari che hanno chiamato Nsnbc International. Molti testimoni oculari hanno dichiarato che inizialmente sembrava che la polizia sparasse ai manifestanti proiettili veri dai tetti, ma una più attenta analisi ha rivelato che si trattava di gas lacrimogeni lanciati dalla polizia, anche dall’interno del ministero. Un testimone oculare ha detto che l’unica ragione che poteva avere la polizia nell’usare proiettili veri, sarebbe stato rispondere ai cecchini che sparavano contro i manifestanti che volevano andarsene.
La verità capovolta dell’informazione occidentale, del Golfo arabo e dei Fratelli musulmani. La violenza settaria e il comportamento violento e provocatorio degli islamisti aumentavano nelle ultime due settimane. Numerosi cristiani del Sinai sono stati uccisi quando le loro case sono state assaltate e date alle fiamme, e le chiese sono state vandalizzate. Testimoni oculari confermano ampiamente che i media degli emirati ed occidentali capovolgono la verità, come se la violenza sia  causata dalla dispersione dei manifestanti. A quanto pare, è accaduto l’opposto, si era reso necessario por fine alle proteste di un mese, a causa dell’incremento quotidiano delle violenze. Il ministro degli Interni ha descritto i manifestanti pro-Mursi come “una banda armata” dicendo che decine di armi sono state confiscate durante la dispersione, tra cui granate, pistole, munizioni e giubbotti antiproiettile. Ibrahim ha aggiunto che almeno sette chiese sono state date alle fiamme dagli islamisti.
Coprifuoco in 12 governatorati. Nuovi sit-in e proteste saranno dispersi in conformità con la legge egiziana. Alla domanda sui nuovi sit-in dei Fratelli Musulmani, il ministro dell’Interno ha detto che  altri assembramenti saranno dispersi in conformità con la legge. Il Primo ministro ad interim dell’Egitto, al-Beblawy, ha ribadito che il coprifuoco è stato imposto e che durerà per il prossimo mese, o fino a nuovo avviso, nei governatorati di Cairo, Giza, Alessandria, Banif Suef, Minya, Assiut, Sohag, Behira, Sud Sinai, Nord Sinai, Suez e Ismailia. Al-Beblawy ha sottolineato che chiunque violi il coprifuoco, imposto dalle 19:00 alle 06:00, sarà arrestato. Al-Beblawy difende la decisione di disperdere i manifestanti. Una decisione difficile ma necessaria. Il Primo ministro ad Interim egiziano, Hazim al-Beblawy, ha difeso l’intervento dello Stato nel por termine ai sit-in pro-Mursi, dicendo che era necessario per ripristinare la sicurezza. Mercoledì sera, al-Beblawy si era rivolto alla nazione dalla TV, in quelle che ha definito “parole dettate dal cuore” ammetteva che la decisione di disperdere i manifestanti era stata difficile. Al-Beblawy ha detto: “Come governo, rispettiamo il diritto alla protesta pacifica. Ma in tutti i Paesi del mondo, i diritti sono rispettati finché vi è il rispetto per i diritti altrui, e questo si ottiene attraverso lo Stato di diritto. Come Stato, siamo in una situazione in cui non possiamo accettare tale metodo di protesta. Inoltre, abbiamo dato la possibilità di una riconciliazione, anche con una mediazione internazionale, al fine di avere la democrazia in futuro. Ma non c’è stato alcun rispetto per il diritto di protesta pacifica. Abbiamo rispettato i sentimenti degli egiziani per il Ramadan e l’Eid, ma poi lo Stato è dovuto intervenire per ripristinare la sicurezza degli egiziani. La dispersione del sit-in doveva applicarsi”.
Al-Beblawy ha sottolineato che l’autorizzazione a disperdere le proteste era stata data molto tempo prima, ma che si era cercato di dare una chance ai negoziati. Ha anche sottolineato il crescente livello di violenza nel Paese. Infine, al-Beblawy ha elogiato il ministero degli Interni, dicendo: “Abbiamo chiesto alla polizia di trattenersi il più possibile. La prima fase è adempiuta, ma con il caos attuale lo Stato deve intervenire con procedure eccezionali“. Ritorno alla democrazia, uno Stato egiziano né religioso né militare. Per quanto riguarda il ritorno a un governo democraticamente eletto, al-Beblawy ha detto che il governo ad interim porta avanti la tabella di marcia e desidera stilare una nuoca costituzione che porti ad uno Stato che non sia né religioso né militare.
Al-Baradai si dimette e al-Sisi paragonato a Nasser. Il Vicepresidente per gli Affari Internazionali, al-Baradai, che secondo molti analisti era stato nominato per placare l’amministrazione degli Stati Uniti, si è dimesso dicendo che si sarebbe potuto ancora trovare una soluzione politica, invece di disperdere i manifestanti. Molti analisti ed esperti in affari egiziani ritengono che l’addio di al-Baradai sia dovuto al suo licenziamento da parte di al-Sisi, piuttosto che dalle sue dimissioni. Il comandante delle Forze Armate dell’Egitto, Abdel Fatah al-Sisi, è sempre più percepito come un nuovo Nasser. Al-Sisi è un nazionalista e sostiene un Egitto che supporta l’indipendenza e la giustizia sociale. Inoltre, al-Sisi è ben consapevole del fatto che il “problema dei Fratelli musulmani” in Egitto e il loro tentativo di stabilire una dittatura di fatto in Egitto, abbiano avuto piena benedizione e sostegno dagli Stati Uniti. In un’intervista con Larry Wayman, al-Sisi ha sottolineato che il popolo egiziano è consapevole del fatto che gli Stati Uniti hanno pugnalato alla schiena l’Egitto tramite i Fratelli Musulmani e Mursi. Secondo molti analisti, al-Sisi potrebbe essere, se giocasse le sue carte con saggezza, l’uomo che passando dalla carriera militare a una  politica unirebbe la nazione e la ri-orientarebbe verso una più stretta alleanza con la Russia e la Cina. In tal caso, l’Egitto potrebbe diventare il sesto membro dei BRICS e potrebbe anche evitare di divenire una pedina geopolitica dei globalisti occidentali e del FMI, che verrebbe utilizzata in avventure militari contro l’Etiopia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’imperialismo degli Stati Uniti e il colpo di Stato in Egitto

Necessità di una leadership rivoluzionaria
Mazda Majidi LiberationNews 20 luglio 2013

7629556208_93c6e37b02_zLe rivoluzione incompiuta in Egitto subisce un rapido sviluppo. Una vertiginosa serie di forze di classe è impegnata in una lotta il cui esito determinerà il destino del Paese. La rimozione ad opera dei militari di Muhammad Mursi, dopo giorni di proteste in massa per chiedergli di dimettersi dalla presidenza. Le enormi proteste, con milioni di manifestanti, erano secondo alcuni resoconti, anche più grandi di quelle che portarono al rovesciamento del cliente degli USA Hosni Mubaraq nel 2011. Il 3 luglio, il comandante in capo dell’esercito, Generale Abdul Fatah Said al-Sisi, ha rimosso dal potere Mursi e nominato Hazim al-Bablawi Primo ministro ad interim. Bablawi da allora ha formato un gabinetto che rimarrà in carica fino alle prossime elezioni. Ha promosso anche al-Sisi a primo Viceprimo ministro oltre a tenerlo al suo posto di ministro della Difesa. Tra gli altri membri degni di nota del gabinetto di Bablawi vi è Muhammad al-Baradej, ex capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che servirà con il Presidente ad interim Adly Mansur. Data la lunga storia di invasioni, occupazioni e altre forme di intervento statunitensi nella regione, ci si deve chiedere se questo sia stato un colpo di Stato ingegnerizzato. Per rispondere a questa domanda, è utile dare un ampio sguardo alle variazioni, nel corso del tempo, della forza d’influenza degli Stati Uniti in Medio Oriente e Nord Africa.

Il ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente e Nord Africa
Nel periodo immediatamente successivo alla caduta dell’Unione Sovietica nel 1991, l’imperialismo degli Stati Uniti ha visto la sua strada al dominio globale senza ostacoli. Dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni ’70, molti Paesi ex colonizzati in tutto il mondo avevano ottenuto l’indipendenza attraverso i movimenti di liberazione nazionale, spesso con il sostegno significativo del blocco socialista. Ora, gli strateghi imperialisti statunitensi pensavano che non c’era nulla che fermasse gli Stati Uniti nel trascinare quei Paesi di nuovo nella loro sfera d’influenza. Ma la guerra in Iraq ha mostrato i limiti della potenza degli Stati Uniti, anche dopo che l’Unione Sovietica aveva cessato di esistere. Ciò che per Washington doveva essere un “gioco da ragazzi”, nell’occupazione dell’Iraq nel 2003, si trasformò in una guerra di otto anni, avendo come risultato tutto tranne che  una clamorosa vittoria degli Stati Uniti che ne evitasse la catastrofica sconfitta; gli Stati Uniti furono costretti a stringere accordi e alleanze con le forze che avevano combattuto contro la loro occupazione. E il risultato finale è stato assai diverso da ciò che l’imperialismo aveva sperato: un regime cliente simile alle monarchie del Golfo. Oggi, il governo iracheno svolge un ruolo significativo nel sostenere il governo di Assad in Siria, in opposizione ai ribelli appoggiati dagli USA. Baghdad inoltre firma grandi contratti petroliferi con la Cina, non accettando le mega-offerte di Exxon-Mobil e altri giganti del petrolio. Questo non è ciò che il governo degli Stati Uniti aveva immaginato per l’Iraq post-occupazione.
Dopo 12 anni di occupazione, la posizione degli Stati Uniti in Afghanistan non è certo quella di un vincitore sicuro che ha schiacciato la resistenza di un Paese povero e dalle risorse limitate. In Afghanistan, come in Iraq, gli Stati Uniti non sono alla ricerca di una vittoria assoluta, fuori portata, ma evitano di apparire sconfitti. Le ripetute aperture a ciò che gli Stati Uniti sperano siano gli elementi più concilianti dei taliban, sono la prova della sfida agli Stati Uniti. Le guerre in Iraq e in Afghanistan hanno ancora una volta infranto il mito che l’impero statunitense sia invincibile. E questo ha avuto ripercussioni ben oltre la regione. Anche gli Stati clienti sulla cui lealtà Washington poteva contare una volta, ora sono più disposti a percorrere una propria strada autonoma. Pur non recidendo i legami di asservimento agli Stati Uniti, alcuni di questi Stati clienti manovrano per avere influenza regionale, in competizione con altri Stati. A volte sono fuori sincrono con gli Stati Uniti, non vedendo alcuna ragione per allineare perfettamente le proprie politiche a quelle dell’imperialismo statunitense. Se gli Stati Uniti seguano la propria, oggi, è in questione, ma senza una conclusione scontata. Quindi, vediamo la Turchia, membro della NATO, disposta a scontrarsi  con Israele nel tentativo di recuperare un po’ dell’influenza perduta dai giorni dell’impero ottomano. Allo stesso modo, vediamo le monarchie reazionarie del Golfo, Arabia Saudita e Qatar, in competizione per l’influenza sull’Egitto e sull’opposizione di destra in Siria. La recente elezione di Ahmad Assi Jarba a leader del Consiglio nazionale siriano dell’opposizione, per esempio, è vista come una vittoria dell’Arabia Saudita e una sconfitta del Qatar, mentre l’Arabia Saudita e il Qatar sono entrambi clienti degli Stati Uniti. E’ in questo contesto che dobbiamo analizzare il ruolo degli Stati Uniti in Egitto. Contrariamente a quanto si è detto, non vi è alcuna indicazione che il colpo di Stato militare del 3 luglio in Egitto sia stata un’iniziativa degli Stati Uniti. Contatti telefonici segnalati tra l’alto comandante militare egiziano, Generale al-Sisi, e il segretario della Difesa Chuck Hagel, nella settimana precedente il colpo di Stato, probabilmente vedevano Sisi rassicurare Hagel di aver sotto controllo i militari, piuttosto che uno scambio di piani operativi.

Mursi e gli Stati Uniti
Non vi è alcun dubbio che, nel suo unico anno al potere da presidente, Muhammad Mursi abbia collaborato con gli Stati Uniti, giocando un ruolo chiave nel mediare una tregua tra Israele e Hamas, alla fine del 2012, quando Israele e gli Stati Uniti avevano un disperato bisogno di uscire in modo aggraziato dal conflitto, dopo la loro ultima strage di palestinesi a Gaza. Nel conflitto in Siria, Mursi e i Fratelli musulmani appoggiavano solidamente il tentativo degli Stati Uniti di rovesciare lo Stato siriano. Oltre a fare dichiarazioni come: “Il popolo e l’esercito egiziani sostengono la rivolta siriana“, il 15 giugno, Mursi ruppe le relazioni diplomatiche con la Siria e chiuse l’ambasciata siriana a Cairo. Mursi aveva anche incoraggiato gli egiziani ad andare in Siria a farsi martirizzare nella lotta contro le truppe siriane.
Per quanto riguarda la politica interna, l’unico atto decisivo della Fratellanza è stato passare una costituzione fortemente osteggiata da tutte le forze laiche. La costituzione calpestava i diritti delle donne e poneva le basi per l’oppressione delle minoranze religiose, il 10 per cento della popolazione egiziana di 85 milioni, è cristiana. Lungi dal creare un consenso nell’ampia gamma di forze che ha rovesciato la dittatura di Hosni Mubaraq, i Fratelli hanno codificato le proprie politiche sociali reazionarie nella costituzione. E Mursi non ha fatto nulla per contestare o destabilizzare l’economia capitalista dell’Egitto e la morsa delle istituzioni finanziarie internazionali su di essa. Così Washington non avrebbe avuto alcun incentivo per orchestrare un colpo di Stato militare per rovesciare i Fratelli musulmani. Tutto indica che la rimozione di Mursi sia stata un’iniziativa dei militari egiziani, che hanno visto la possibilità di sfruttare la rivolta di massa contro Mursi per promuovere la propria agenda. Washington potrebbe convivere con Mursi, ma ha ovviamente problemi con i militari dell’Egitto, che ha puntellato con almeno 1,3 miliardi dollari l’anno.
Secondo tutti gli osservatori della rivoluzione egiziana, da sinistra e destra, gli Stati Uniti non possono prevedere il futuro, dato il processo dinamico della lotta di classe in atto in Egitto. Ma gli sviluppi successivi al 3 luglio sono stati promettenti per gli Stati Uniti, sebbene preoccupati dai rivoluzionari. Le speranze degli Stati Uniti, come per i generali egiziani, è che la rimozione di Mursi introduca un periodo di ristabilimento del controllo, puntando alla repressione del movimento di massa. Dato che l’esercito ha rimosso dal potere l’aderente alla Fratellanza musulmana Mursi, il 3 luglio, i suoi sostenitori hanno inscenato proteste e sit-in in molte città in tutto l’Egitto. Il 16 luglio, sette sostenitori del deposto presidente Mursi sono stati uccisi dalla polizia. Una settimana prima, il 9 luglio, 1.000 persone hanno protestato davanti alla sede della Guardia Repubblicana, e più di 50 manifestanti furono uccisi dalle forze di sicurezza. Si stima che circa 99 sostenitori della Fratellanza siano stati uccisi fino ad oggi. La Fratellanza ha invocato la rivolta contro i militari. La sanguinosa repressione militare dei sostenitori della Fratellanza deve essere fortemente condannata da tutte le forze progressiste. La repressione oggi viene rivolta direttamente contro la Fratellanza, ma la violenta repressione potrebbe espandersi a molte altre forze nei mesi a venire. Non c’è dubbio che l’esercito non vorrebbe altro che schiacciare il movimento di massa in tutte le sue manifestazioni, mandare la gente a casa e tornare ai giorni del regime di Mubaraq, anche se senza Mubaraq e con alcune riforme superficiali.

La reazione internazionale
La reazione dei vari Stati alla rimozione militare di Morsi è stata varia e confusa. Gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno espresso preoccupazione chiedendo e favorendo formalmente il rapido ritorno alla democrazia, mentre si rifiutano di parlare di colpo di Stato o di condannare la repressione. Linguaggio diplomatico a parte, sono essenzialmente favorevoli ai militari egiziani. L’Arabia Saudita e la maggior parte delle monarchie del Golfo sono altrettanto favorevoli. Il presidente siriano, Bashar Assad, è entusiasticamente favorevole al rovesciamento della Confraternita, dato l’aperto sostegno di Mursi ai ribelli siriani e al fatto che la Fratellanza della Siria è una delle principali forze che riceve sostegno occidentale (e dal Golfo arabo). Su questo tema, la Siria indipendente e uno dei finanziatori chiave dei suoi ribelli dell’opposizione, l’Arabia Saudita, hanno la stessa posizione. Diversamente dall’Arabia Saudita e altri, il Qatar, altra monarchia reazionaria del Golfo, che ha stretti legami con i Fratelli musulmani in Egitto e in Siria, ha condannato il colpo di Stato. La Turchia ha preso la posizione più forte condannando il “golpe inaccettabile”. Nelle sue dichiarazioni del 19 luglio, il Primo ministro turco Tayyip Erdogan ha rimproverato l’occidente: “Da coloro che esaltano la democrazia quando si incontrano con noi, dicendo: ‘non si deve rinunciare alla democrazia’, vogliamo vedere la spina dorsale.” Il partito Giustizia e Sviluppo (AKP) di Erdogan ha una storia ben distinta da quella dei Fratelli musulmani ed è priva di un’ideologia dalle aspirazioni islamiche regionali. Tuttavia, come la Fratellanza, l’AKP svolge il ruolo di classe fornendo una facciata pseudo-indipendente e religiosa ad uno Stato cliente capitalista, ma qui senza l’appoggio dei militari.

Se non è stato ideato dagli USA, cosa ha motivato il colpo di Stato?
Non è che l’esercito vuole governare direttamente. Ciò che al-Sisi e altri comandanti militari vogliono fare è incanalare le proteste di massa in una direzione sicura per il sistema. La leadership di persone come al-Baradej, l’ex capo dell’AIEA e personaggio di rilievo internazionale, è un’alternativa accettabile per i militari, come nel caso dei vari altri politici e tecnocrati “democratici”. Ma il fatto è che un politico capitalista non sarà in grado di risolvere i problemi fondamentali della società. Il debito dell’Egitto è a uno sbalorditivo 88 per cento del PIL, cioè l’88 per cento il valore di tutti i beni e servizi prodotti nel Paese in un anno. Il problema non è che Mursi ha gestito male l’economia. Il regime di Mubaraq era già profondamente in debito e l’economia già in difficoltà. Con il crollo dei ricavi del turismo e la significativa fuga di capitali nel corso degli ultimi due anni, non è una buona gestione che può risolvere i problemi della società e della classe operaia. Ci vorrà un percorso rivoluzionario, guidato dai socialisti, per risolvere le contraddizioni che la società deve affrontare. Si potrebbe iniziare ad affrontare i problemi economici rifiutandosi di pagare le istituzioni finanziarie internazionali ed espropriando il capitale a beneficio della classe operaia egiziana. E non è qualcosa che la persona “giusta” eletta alle cariche possa fare. I grandi prestiti da Arabia Saudita e altre monarchie del Golfo, non cambieranno radicalmente lo stato delle cose.
Ci sono diverse possibilità per gli sviluppi futuri. E’ possibile che la crisi della classe dominante continui. Le elezioni potranno tenersi e qualsiasi candidato capitalista venga eletto non sarà in grado di soddisfare le richieste del popolo, non importa quanto democratiche siano le elezioni e quanti diritti politici goda la popolazione. E le masse potrebbero essere di nuovo nelle piazze. Ciò, da una prospettiva rivoluzionaria, è la migliore possibilità, perché lascia aperta l’opportunità che una rivoluzione avanzi ulteriormente. Vi è anche la possibilità che l’esercito e la vecchia classe dirigente possano ristabilire il vecchio ordine e reprimere il movimento. Per esempio, se i Fratelli musulmani s’impegnano in una lunga, intensa lotta contro i militari, la guerra civile prolungata potrebbe essere possibile. Un lungo confronto con i militari da un lato e i sostenitori dei Fratelli dall’altro, potrebbe produrre una situazione in cui le persone in piazza in questo momento, saranno messe da parte. E, naturalmente, ci sono molti altri possibili sviluppi futuri, essendo la lotta di classe un processo dinamico.

Le lezioni della lotta in Egitto
I socialisti rivoluzionari, che lottano per fare della classe operaia la classe dirigente, devono sempre imparare le lezioni da ogni movimento rivoluzionario, nella vittoria e nella sconfitta. Possiamo apprendere molte lezioni dalla rivoluzione egiziana. Ma la lezione chiave è che dobbiamo sforzarci di fare in modo che il partito dell’avanguardia già esista al momento della situazione rivoluzionaria. Il partito dell’avanguardia, un partito abile e cosciente può esercitare la sua leadership, deve essersi già formato attraverso la lotta perché al momento in cui si verifica una situazione rivoluzionaria, non vi è di solito abbastanza tempo. Costruire un partito operaio rivoluzionario è il compito dei socialisti rivoluzionari non solo durante i periodi rivoluzionari, ma durante i più critici periodi non-rivoluzionari.
In Egitto, l’estrema repressione durante la dittatura di Mubaraq ha reso la formazione di un partito dell’avanguardia rivoluzionaria estremamente difficile, se non impossibile. Tuttavia, l’Egitto ora ha attraversato più di due anni di sconvolgimenti rivoluzionari, con la possibilità che questo periodo si estenda in futuro. La continuazione del periodo rivoluzionario potrebbe rendere possibile la forgiatura di un partito rivoluzionario che riunirà la lotta delle masse con il programma della classe operaia. E’ possibile che alternative rivoluzionarie possano formarsi nei ranghi inferiori dell’esercito, nei ranghi inferiori del corpo ufficiali o della truppa, o entrambi. Vi sono stati molti esempi nella storia, nessuno più rilevante del Movimento dei liberi ufficiali nell’Egitto stesso. I Liberi Ufficiali presero il potere nel 1952, avviando la rivoluzione nazionalista che divenne un faro di speranza per i popoli oppressi di tutto il mondo e che, sotto la guida di Gamal Abdel Nasser, nazionalizzò il canale di Suez. Finché le masse egiziane rimangono attive nelle piazze, le possibilità del successo rivoluzionario sono infinite.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Egitto: i Fratelli e il Grande Muto

Ahmed Bensaada Reporters, 29 dicembre 2012

Mursi-sacks-Tan8618Quando lo scorso agosto Mohamed Morsi, il primo civile eletto presidente egiziano, ha attaccato l’esercito del suo paese, i titoli dei media “mainstream” applaudirono la sua “epica” impresa e l’esplosione di titoli ditirambici fu immediata: “Il Presidente egiziano colpisce il vertice dell’esercito”, “Il presidente Mohamed Morsi sfida l’esercito”, “Il Presidente Morsi assesta un colpo contro l’esercito,” ecc. Un “esperto” ha spinto il ragionamento facendo uso di espressioni tratte da un racconto africano, confrontando Morsi a una mangusta che attacca il cobra la cui “unica possibilità di sopravvivenza è mordere il temibile mammifero prima che l’afferri alla gola.” E conclude: “E’ così che il presidente islamista Mohamed Morsi affronta l’esercito” [1]: la vittoria straordinaria del Presidente-mangusta sul formidabile esercito-cobra, conferma l’onnipotenza della fratellanza dei Fratelli Musulmani (da cui proviene Morsi) e prova l’inesorabile marcia verso la democrazia, eliminando tutto ciò che trova nel suo percorso.

Morsi e lo SCAF
E’ vero che il presidente Morsi è stato (apparentemente) in grado di “spingere” alla pensione il maresciallo Hussein Tantawi (77 anni), immobile ministro della difesa per venti anni, e il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il generale Sami Anan (64), il numero due del Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF),  compito non facile. Per dare sostanza all’atto, questa decisione presidenziale è stata anche accompagnata da voci di arresti domiciliari per i due nuovi “pensionati”, ma sono state subito smentite. Tuttavia, questi media sono stati meno verbosi circa il fatto che il nuovo rais non solo ha deciso di nominarli entrambi “consiglieri del Capo dello Stato”, ma li ha decorati due giorni dopo il loro cosiddetto licenziamento. Si noti, per inciso, che la cerimonia della decorazione è stata trasmessa dalla televisione nazionale, sottolineando l’importanza dell’evento.
Abbiamo visto un presidente profondersi in ringraziamenti verso Tantawi: “Data la vostra fedeltà e il vostro amore per la nazione, questo è un gesto di gratitudine del popolo d’Egitto, e non solo del suo presidente, verso un uomo che è stato fedele al suo popolo e al suo Paese. Dio vi doni il successo!“[2]. Il maresciallo ha ricevuto la “Collana del Nilo”, la più alta onorificenza del paese, mentre al generale è stata assegnata la “Medaglia della Repubblica.” Il maresciallo Hussein Tantawi è stato sostituito da Abdel Fattah al-Sissi, capo dell’intelligence militare. Questo generale si è fatto conoscere, nell’era post-Mubaraq, giustificando i “famosi” test di verginità cui i militari sottoposero le manifestanti egiziane. [3]
Anche se alcuni osservatori hanno interpretato la cerimonia della decorazione come il desiderio di Morsi di risparmiare l’esercito, sembra piuttosto che la decisione delle “dimissioni” sia stata presa in accordo con militari e lo SCAF [4]. Soprattutto, come sembra secondo fonti informate, che il generale Anan “goda di ottimi rapporti con i Fratelli musulmani” [5], come ci renderemo conto in seguito.

Morsi e le commemorazioni storiche
Ma il presidente Morsi non solo ha adempiuto alla cerimonia. Infatti, meno di due mesi dopo questo evento, ha approfittato della ricorrenza della “guerra dell’ottobre 1973” per decorare, postumo, l’ex presidente Anwar Sadat. Una distinzione assegnata allo stesso maresciallo Tantawi è stata data al figlio del presidente. Ironia della sorte, è in questa stessa cerimonia che, 31 anni fa, quasi nello stesso giorno, venne assassinato Sadat da soldati appartenenti al movimento della Jihad islamica egiziana, fondata da ex membri dei Fratelli Musulmani. Tentando una spiegazione di questo gesto altamente politico, il quotidiano libanese “al-Safir” dice che l’azione del presidente islamista “illumina il rapporto interessante nato negli anni ’70 del secolo scorso, tra Sadat e i vertici islamisti, tra i più fondamentalisti, di cui liberò molti dei membri dalle carceri di Nasser, e che utilizzò in un modo o nell’altro per indebolire i suoi avversari politici nasseriani, i gruppi nazionalisti e di sinistra, ed altri, prima che gli islamici non gli si rivoltassero contro, fino al suo assassinio sul palco per la commemorazione della guerra di ottobre“[6]. Alcuni teorici della “mangusta” hanno avanzato la spiegazione che “mettendo da parte” i due alti ufficiali, il presidente Morsi porrebbe fine alla “generazione del 1973”, per far posto a militari più giovani. [7] Con la decorazione postuma di Sadat, il ciclo si sarebbe chiuso.
Va da sé che questa improvvisa frenesia del presidente nell’assegnare decorazioni militari, che non dimentichiamolo è un civile, è molto curiosa, soprattutto se si tiene conto del breve periodo trascorso dalla sua ascesa alla presidenza e il tormentato rapporto tra la Fratellanza e l’esercito egiziano negli ultimi decenni. Ma cosa più interessante in questo caso è che alcune persone che hanno segnato indelebilmente la storia dell’Egitto moderno, sono state deliberatamente oscurate dal presidente Morsi. A questo proposito, alcuni osservatori hanno notato che all’innegabile leader storico, il compianto Presidente Jamal Abdel Nasser, non è stato decorato (postumo) durante le celebrazioni del 60° anniversario della “rivoluzione del 23 luglio 1952.” Peggio ancora, il presidente dei Fratelli Musulmani ha semplicemente svolto un discorso televisivo in cui ha criticato in modo implicito ed esplicito Nasser. [8] Commentando quell’epoca, Neveen Ahmed ha scritto: “Nessuno può negare che questo periodo sia molto doloroso, nella mente di molti dei Fratelli musulmani, per le detenzioni e le torture nelle carceri. Vi è quindi una storica ostilità tra i fratelli e l’era di Nasser“. [9]
Con questa verità lapalissiana, possiamo solo chiederci, assieme ai sempre (più numerosi) critici del nuovo rais, se Morsi sia il presidente di tutti gli egiziani o solo dei Fratelli musulmani, come suggerito dalla sua selettiva memoria storica. Certo, Nasser è considerato dalla confraternita come il “distruttore” dell’islamismo, ma non è questo aspetto della politica nasseriana che giustifica tale “amnesia” selettiva. Infatti, è ben noto che sia l’esercito egiziano che il governo islamista al potere sono alleati del governo degli Stati Uniti. Il primo riceve una rendita generosa, mentre il secondo gode di un innegabile sostegno politico “post-primavera”. Piuttosto, Nasser e gli Stati Uniti si vedevano come nemici. Per illustrarlo, la cosa che potrebbe essere più eloquente è la famosa affermazione di Nasser: “Se vedete che gli Stati Uniti si compiacciono di me, allora saprete che sono sulla strada sbagliata“.
Se si crede a Bernard Lugan, l’esercito egiziano sarebbe diviso in tre gruppi distinti: “uno stato maggiore composto da vecchi sodali di Washington, una fazione islamista difficilmente quantificabile, e una maggioranza composta da ufficiali e sottufficiali nazionalisti che hanno per modello Nasser“. [10] In questo caso, tenendo conto del fatto che per una frangia significativa della popolazione e di intellettuali egiziani, Nasser non è solo il figlio prediletto dell’Egitto, ma anche un eroe del pan-arabismo, va da sé che Morsi corre il rischio di alienarsi una parte dell’esercito e dell’opinione pubblica, se non è in grado di migliorare la propria immagine di “presidente dei Fratelli.”

Morsi e lo Sceicco Cieco
Durante il suo discorso simbolico a Piazza Tahrir, pochi giorni dopo la sua elezione alla più alta carica dello Stato, Morsi fece una dichiarazione sottaciuta dalla stampa internazionale, ma che non passò inosservata negli Stati Uniti. Ha strombazzato ad alta voce: “Io farò tutto il possibile per la liberazione dei […] prigionieri, tra cui lo sceicco Omar Abdel-Rahman” condannato nel 1995 all’ergastolo dai tribunali degli Stati Uniti per aver ideato l’attacco contro obiettivi a New York e l’assassinio dell’ex presidente Hosni Mubaraq. [11] Ma chi è questo sceicco di cui Morsi ha sentito l’obbligo  di citare in uno dei suoi primi discorsi presidenziali, come se si trattasse di una questione cruciale per il paese? In realtà, lo sceicco Omar Abdel-Rahman, noto come lo “Sceicco Cieco”, a causa della sua cecità contratta durante l’infanzia, è il leader spirituale della Jamaa al-Islamiya, organizzazione islamista egiziana che ha recuperato i resti della Jihad islamica egiziana ed è stata responsabile di diversi attacchi terroristici in Egitto e negli Stati Uniti. Condannato per il primo attacco contro il World Trade Center nel 1993, lo sceicco Abdel-Rahman sta attualmente scontando la pena negli Stati Uniti. [12]
La richiesta della “liberazione” dello sceicco da parte del neoeletto presidente, ha fatto arrabbiare molti politici statunitensi, come è possibile comprendere leggendo queste reazioni. Il senatore Charles Schumer ha dichiarato che “le offensive dichiarazioni del presidente Morsi sono un insulto alla memoria delle vittime dell’attentato al World Trade Center“, e lo sceicco Abdel-Rahman è “un terrorista che aveva pianificato l’assassinio di americani innocenti, non vi preoccupate, rimarrà al suo posto, in carcere per il resto della sua vita.” La senatrice Kirsten Gillibrand ha, nel frattempo, descritto la dichiarazione di Morsi “non solo scandalosa, ma che rappresenta una fonte di profonda preoccupazione per il rispetto di Mohammed Morsi per lo Stato di diritto e la democrazia“. [13]
Va notato che nel 2006, Ayman al-Zawahiri, da tempo numero due di al-Qaida, ed egli stesso ex-membro di spicco della Jihad islamica egiziana, aveva annunciato la fusione della Jamaa al-Islamiya con al-Qaida. [14] Uno dei motivi avanzati per  tale alleanza, era proprio l’incarcerazione dello sceicco Abdel-Rahman. Elemento interessante in questa storia: lo sceicco è stato incarcerato in seguito all’assassinio del presidente Sadat, accusato di aver emesso una fatwa che ne autorizza l’abbattimento [15] e per avere istigato l’attentato. A causa di mancanze di prove, lo sceicco è stato successivamente rilasciato ma deportato.
Così, è facile vedere l’ambivalenza politica del presidente Morsi: è in grado di decorare postumo un presidente assassinato e chiedere il rilascio della persona su cui pesa il grave sospetto di essere il mandante. Questo caso illustra il doppio gioco di Morsi: vuole essere “il presidente di tutti” onorando i suoi predecessori, ma non dimentica i suoi “compagni” islamisti, la prova della sua lealtà alla confraternita e alla sua “Mourchid” (guida suprema dei Fratelli musulmani).

Un matrimonio molto speciale
Il 31 agosto 2012, poco più di due settimane dopo il “pensionamento obbligatorio” del maresciallo Tantawi e del generale Sami Anan, l’hotel a cinque stelle “al-Masah” di Cairo ha ospitato un matrimonio elegante. L’eccitazione che ha colto l’edificio, di proprietà delle forze armate egiziane, era al culmine per la notorietà degli sposi, ma soprattutto di quella degli ospiti. Quel giorno, Mohamed Mamdouh Shahin convolava a nozze con Ithar Kamal al-Katatni. La coppia felice è formata dal figlio del generale Mamdouh Shahin, membro influente del SCAF e assistente del ministro della difesa responsabile per le questioni giuridiche e costituzionali. La bella moglie di 25 anni, è la figlia dell’ingegnere Kamal al-Katatni parente di Saad al-Katatni, ex presidente della disciolta Assemblea del popolo egiziano, membro del Consiglio direttivo della Fratellanza musulmana e attuale presidente del Partito per la Libertà e la Giustizia (la vetrina politica della Fratelli musulmani).
Ma al di là della vita mondana, il matrimonio tra i figli di un alto militare e di un membro della famiglia di un anziano islamista dei Fratelli musulmani, ha fatto i titoli dei giornali. In primo luogo, la presenza del generale Sami Anan seduto accanto a Saad al-Katatni non poteva passare inosservata. La prima apparizione pubblica del generale “licenziato” ha posto fine alle voci sui suoi arresti domiciliari. Anzi, Sami Anan era arrivato con la stessa auto di servizio che aveva durante lo svolgimento delle sue funzioni, ed era protetto da guardie del corpo. D’altra parte, il quotidiano “al-Youm al-Sabii” ha riferito che alla fine della cerimonia nuziale, il “generale Sami Anan era entrato in una sala VIP con il dottor Saad al-Katatni, e la porta della stanza si era chiusa dietro di loro“. [16] Lo stesso giornale ha pubblicato numerose fotografie dell’evento, tra cui personaggi che è difficile immaginare insieme: il Mufti della repubblica, personalità salafite, sufi o dei Fratelli musulmani, ex ministri, uomini d’affari, ecc. Questo gruppo eterogeneo mostrava come l’esercito e gli islamisti possano vivere in “perfetta armonia” e indicava come Sami Anan coltivi buoni rapporti con i Fratelli musulmani, come accennato in precedenza. Il suo pensionamento e quello del suo superiore, da parte del presidente islamista Morsi, non può essere interpretato come un “licenziamento”, ma piuttosto come un accordo tra le due istituzioni più grandi sulla scena egiziana: l’esercito egiziano e la fratellanza.

L’esercito soccorre Morsi
Contrariamente a ciò che dicono oggi, gli islamisti non sono “rivoluzionari” della prima ora. Erano molto scettici, all’inizio delle rivolte contro Mubaraq, e si sono uniti al movimento di protesta molto tardi. Inoltre, pochi mesi dopo la caduta del presidente deposto, hanno reso pubblico il loro desiderio di dividersi dal movimento pro-democrazia, nato in piazza Tahrir. Commentando questo periodo, il professor Stéphane Lacroix scrive: “Siaono stati alleati o no durante la rivoluzione, i giovani rivoluzionari e i Fratelli hanno rapidamente scelto percorsi diversi. I Fratelli prendono le distanze dalla piazza, preferendo investire nel gioco politico delle istituzioni. Fanno finta di mostrare la loro fiducia nel processo di “transizione” guidato dal Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF), con la quale, riprendendo le abitudini dell’era Mubaraq, non esitano a negoziare dietro le quinte“. [17] Da allora, i fratelli vengono regolarmente accusati di collusione con i militari. Già nel luglio 2011 (un anno prima del pensionamento dei due anziani membri del SCAF), Mohammed Badie, Mourchid dei Fratelli musulmani, mostrava il cammino ai membri della sua fratellanza. Dopo gli incidenti di piazza Abbassiya, che fecero quasi 300 feriti nelle file dei manifestanti pro-democrazia che volevano marciare sul Ministero della Difesa, ha detto: “Noi difenderemo sempre l’esercito e l’esercito ci difenderà” [18].
Con la promulgazione del decreto del 22 novembre 2012, Morsi si è dato dei poteri definiti “faraonici” dai suoi oppositori. Sono seguite battaglie campali tra gli islamisti e l’opposizione liberale che hanno lasciato sette morti e centinaia di feriti. I carri armati sono ricomparsi per le strade di Cairo e Morsi ha ordinato all’esercito di proteggere il paese. Gli ha dato il diritto di arrestare i civili, potere molto criticato dai “rivoluzionari” durante la transizione post-Mubaraq. Quindi, l’esercito è di nuovo sulla ribalta politica del paese, proteggendo gli islamisti su loro richiesta, come previsto più di un anno prima dal Mourchid, e per impedire al paese di scadere nel caos. Il Fronte di salvezza nazionale (NSF), è la principale coalizione dei movimenti di opposizione di sinistra, laici e liberali mobilitati contro l’autocratico presidente Morsi. La coalizione è fortemente contraria alla volontà del governo di forzare la riscrittura della costituzione, accelerata dagli islamisti, e d’indire assai rapidamente un referendum costituzionale. In considerazione della pericolosa polarizzazione della società egiziana, l’esercito egiziano ha chiesto al governo islamista e all’opposizione di dialogare. Il portavoce delle forze armate ha affermato che, senza dei colloqui, l’Egitto prenderà “un sentiero oscuro, che porterebbe a un disastro“, cosa che l’esercito “non può permettere“. [19]
Pertanto, contrariamente a quanto è stato trasmesso dai media “mainstream”, al momento dell’apparente “spiazzamento” di Tantawi e Anan, le forze militari del paese mostrano unilateralmente come l’esercito non sia sottoposto a un potere e rimanga al timone del paese. Anche se l’incontro tra le due parti infine non ha avuto luogo, si deve rilevare che l’esercito non ha abbandonato l’idea del vertice se non dopo essersi assicurato che il NSF abbia richiesto ai suoi di partecipazione al referendum costituzionale, riducendo notevolmente la tensione politica nel paese. In ultima analisi, tutto indica che l’esercito ha scelto di cooperare con il gruppo politico del paesaggio politico dell’Egitto più forte e più organizzato, vale a dire i Fratelli musulmani. Questa opzione è stata probabilmente “incoraggiata e consigliata” dal governo degli Stati Uniti [20], che ha stretti rapporti con entrambe le parti da decenni. Pertanto, la decisione di mandare in pensione il maresciallo Tantawi e il generale Anan sembra essere stata presa di comune accordo e consensualmente con l’esercito dal governo islamico Morsi. Secondo l’opposizione, la collusione tra le due istituzioni si riflette nell’articolo 197 della nuova costituzione del paese, in cui il bilancio militare non viene realmente posto sotto controllo, potendo così continuare a proteggere i privilegi goduti dall’esercito sotto Mubaraq. [21]
Il 22 dicembre, il giorno della seconda fase del referendum sulla costituzione, Anne Patterson, l’ambasciatrice statunitense a Cairo, ha visitato un certo numero di seggi elettorali nella capitale egiziana. Vedendo la diplomatica, gli elettori hanno iniziato a cantare “Islamiya, Islamiya” (islamico, islamico) [22], vedendo nella visita della signora Patterson un’interferenza degli Stati Uniti negli affari interni del loro paese. Questa animosità popolare ha costretto l’ambasciatrice a rientrare e ad evitare certi uffici “inospitali”. Un aneddoto che mostra come la diffidenza del “piccolo popolo” contro l’onnipresenza statunitense in Egitto (prima e dopo la caduta di Mubaraq), sia in netto contrasto con la qualità delle relazioni tra l’esercito egiziano e i Fratelli musulmani con l’amministrazione statunitense.
Nella mitologia dell’antico Egitto, il dio “Ra” si trasforma in un’enorme “ichneumon” (mangusta) per combattere “Apophis” (serpente gigante che personifica il male). In Egitto, oggi, la mangusta e il cobra più probabilmente danzano insieme al suono del flauto suonato da un incantatore dotato di grande destrezza. Ma gli spettatori non sembrano apprezzare la musica.

Ahmed Bensaada Montreal, 25 dicembre 2012
Questo articolo è stato pubblicato 29 dicembre 2012 dalle quotidiano algerino Reporters

Riferimenti
1 – Christophe Ayad, «Le président égyptien frappe l’armée à la tête», Le Monde, 13 agosto 2012
2 – AFP, «En Égypte, Mohamed Morsi décore les généraux qu’il a limogés», Le Monde, 14 agosto 2012
3 – AFP, «Un général égyptien justifie les “tests de virginité” sur des manifestantes», Le Point.fr, 26 giugno 2011
4 – Karim Kebir, «Morsi écarte l’armée du pouvoir», Liberté, 13 agosto 2012
5 – Maghreb Intelligence, «Le général Anan, au chevet de l’Égypte», 3 agosto 2012
6 – Essafir, «Morsi décore Sadate!», 4 ottobre 2012
7 – Alain Gresh, « Égypte, de la dictature militaire à la dictature religieuse?», Le Monde diplomatique, novembre 2012
8 – Essafir, Op.Cit.
9 – Névine Ahmed, «Entre Nasser et Morsi, des jeunes si semblables…si différents!», Le Progrès Égyptien, 24 luglio 2012
10 – Bernard Lugan, «Irak, Libye, Syrie, Égypte et demain Iran. La stratégie du chaos», Metamag, 14 dicembre 2012
11 – AFP, «Morsi promet d’agir pour faire libérer Omar Abdel-Rahman aux États-Unis», Romandie.com
12 – David D. Kirkpatrick, «Egypt’s New Leader Takes Oath, Promising to Work for Release of Jailed Terrorist», The New York Times, 29 giugno 2012
13 – Jonathan Dienst, «Area Pols Condemn Egypt’s Next President for Supporting ’93 WTC Terrorist», NBC New York, 29 giugno 2012
14 – Andrew Cochran, «New Al Qaeda Tape Announces “Merger” With Egyptian Islamic Group, a.k.a. Gamaa Islamiya», Counter Terrorism Blog, 5 agosto 2006
15 – Christophe Ayad, «Géopolitique de l’Égypte», Editions Complexe, Bruxelles, 2002, pp. 143
16 – Mohamed Ahmed Tantaoui, «En photos: Le général Anan assiste au mariage du fils du général Mamdouh Chahine et rencontre l’ancien chef de l’assemblée du peuple Saad el-Katatni», El-Youm el-Sabii, 31 août 2012
17 – Stéphane Lacroix, «L’Égypte, l’armée et les Frères», Le Monde, 25 juin 2012
18 – Alexandre Buccianti, «Égypte: les Frères musulmans confirment leur rapprochement avec l’armée contre les révolutionnaires», RFI, 25 luglio 2011
19 – AFP, «L’armée égyptienne somme pouvoir et opposition de dialoguer», Libération, 8 dicembre 2012
20 – Jacques Chastaing, «Égypte: la révolution et les islamistes», Culture & Révolution, 28 settembre 2012
21 – R.B., «Égypte: pourquoi le projet de Constitution inquiète» Le Parisien.fr. 23 dicembre 2012
22 – Bahjat Abou Deif, «Les électeurs scandent contre l’ambassadrice américaine “islamique … islamique”», El-Youm el-Sabii, 22 dicembre 2012

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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