Sorprendenti sorprese a Raqqa: i “tesori” presi dall’Esercito arabo siriano

Enqaz Syria, 2 novembre 2017La battaglia più difficile e più importante per Washington è la presenza senza precedenti dell’Esercito arabo siriano e dei suoi alleati per controllare T2, la leva per avanzare verso le città di confine attraverso il Badiyah. Allo stesso tempo, la battaglia per la liberazione di al-Qaim in Iraq è stata lanciata dall’altra parte del confine, dove le forze irachene e i combattenti popolari si preparano ad assaltarla in qualsiasi momento, dopo averne raggiunto la periferia. Su entrambi i lati del confine siriano-iracheno, Washington insegue Damasco e gli alleati nella corsa ad al-Buqmal, mobilitando per la battaglia tutte le capacità logistiche e d’intelligence per impedirne la risoluzione a vantaggio dell’Asse della Resistenza, come rivelava un ex- ufficiale della Marina Militare statunitense, basandosi su rapporti d’intelligence secondo cui il comandante della Forza al-Quds della Guardia rivoluzionaria iraniana, Generale Qasim Sulaymani, aveva preparato una sorpresa “di calibro”. I separatisti curdi Ishiah in Siria ricevevano informazioni su un imminente grande evento militare dopo che gli eserciti siriano ed iracheno, e loro alleati, liberavano al-Buqamal e al-Qaim, collegando i confini siriano e iracheno. L’ex-ufficiale statunitense probabilmente riceveva informazioni da Washington su un piano dell’intelligence concluso a Damasco, alla presenza del Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane, il Maggior-Generale Mohammad Baqari, atterrato nella capitale siriana due settimane prima alla guida di una delegazione militare iraniana di alto livello, e durante cui completava con l’omologo siriano il piano per liberare al-Buqamal e collegare il confine siriano ed iracheno, dove gli statunitensi hanno mobilitato molte risorse militari dopo aver assicurato il passaggio a un gran numero di combattenti “ospiti”. Un gruppo di combattenti tribali fu diretto ad al-Buqmal per formare una potente forza dotata di sofisticate armi e mezzi di comunicazione statunitensi, sufficiente ad affrontare Esercito arabo siriano ed alleati per rimescolare le carte sul fronte orientale siriano, dove si vincono le battaglie più importanti di tutte. D’altro canto, una fonte vicina alla sala operativa degli alleati dell’Esercito arabo siriano, sottolineava che la mobilitazione statunitense per al-Buqamal per impedire il congiungimento del confine siriano-iracheno, non è paragonabile a ciò che Damasco ed alleati hanno preparato per questa battaglia. Recentemente, Washington ed alleati circondavano del silenzio ufficiale statunitense-“israeliano”:
1 – Il colpo del processo della restaurazione irachena a Qirquq, che ha sorpreso Washington e Tel Aviv; poche ore dopo che il comandante della Forza al-Quds delle Guardie rivoluzionarie iraniane, Generale Qasim Sylaymani, arrivava in Iraq, spazzava via i loro sogni sull’istituzione dello Stato curdo, costringendoli dopo poche settimane ad abbandonare Masud Barzani, dopo che aveva dichiarato che Qirquq era “il santuario del Kurdistan”.
2 – Il lancio dei missili siriani il 16 ottobre contro un velivolo “israeliano” che precipitava sul confine libanese, negato dai media ebraici che parlavano di “difetto tecnico” dovuto a una collisione con un uccello… In particolare l’azione della difesa aerea siriana coincise con la visita del Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu nella Palestina occupata, per portare un importante messaggio russo “a chi vuol sentire”. L’Esercito arabo siriano non si fermava, a questo punto; un altro colpo a statunitensi ed “israeliani” passava col sequestro dell’arsenale, abbandonato dall’organizzazione “SIIL” durante la fuga dei suoi capi e combattenti dalla città di al-Mayadinm quando l’esercito vi entrò, conservato nei depositi e nelle fortificazioni difficili da penetrare e comprendente sistemi di comunicazione e ricognizione statunitensi e “israeliani”, presentato al pubblico come bottino preso dalle forze siriane, un colpo simile a quello inflitto durante la battaglia per la liberazione di Aleppo, quando le unità dell’Esercito arabo siriano sequestrarono grandi quantità di armi statunitensi inviate da Washington ai terroristi “prima” della vittoria, giunte nel momento in cui la città veniva investita da militari ed alleati. Il successo dell’intelligence siriana fu notevole quando arrestò una squadra dell’intelligence inglese in Siria, che negli ultimi anni ebbe il compito di assassinare molti scienziati e militari della Siria, ottenendo, con questo risultato, la liquidazione dell’agente inglese ad al-Raqqa che lavorava con lo SIIL, “Qadis”, nome in codice di Grace Harris, eliminata con una bomba; ma i rapporti occidentali rivelavano che l’Esercito arabo siriano conosceva “decisamente” la realtà dei fatti.
Damasco è consapevole dell’interesse di Washington e dei Paesi della NATO, oltre che d'”Israele”, per una base in questa città, dove si è scoperto che anche Riyadh è entrata per rafforzare l’influenza dei separatisti curdi nella Siria nordorientale, e la visita del ministro saudita Thamir al-Subhan di due settimane fa prova tale sostegno, in coincidenza con la politica d'”integrare gli israeliani” sui curdi in Siria, dopo la disintegrazione del sogno d’istituire uno Stato curdo in Iraq, consentendo a Tel Aviv di lanciare una pipeline per rubare il petrolio siriano dalle aree d’influenza curda e trasferirlo in “Israele” attraverso la Giordania. Sullo sviluppo delle basi militari statunitensi e francesi a Raqqa viene sollevato un grosso interrogativo dalle gravi informazioni che rivelano l’intenzione di disimpegnare la NATO nel breve periodo dalla base turca d’Incirlik. Pertanto, la “stupidità” dei separatisti curdi in Siria, non comprendendo il messaggio del “colpo della restaurazione a Qirquq”, come prima versione per “disciplinare” i loro compari del Kurdistan iracheno, una seconda versione “disciplinare” è pronta e li aspetta. Secondo un esperto militare russo, la battaglia per “eradicare” l’influenza dei separatisti curdi in Siria è inevitabile. Questo si aggiunge alle relazioni confermate dal Centro studi FIRIL secondo cui la prossima battaglia con la milizia Qusd partirà da al-Hasaqah. Tuttavia, le informazioni più importanti sono quelle nominate da una fonte militare russa, secondo cui dopo la fine delle battaglia di al-Buqmal inizierà lo scenario più importante della storia della guerra siriana, comportando, in sostanza, la riapertura delle ambasciate occidentali a Damasco il prossimo anno, incoronata dalla visita senza precedenti di un capo di Stato nella capitale siriana, per incontrare il Presidente Bashar al-Assad.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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L’esercito iracheno blocca le operazioni statunitensi in Siria

La vittoria significherà che gli Stati Uniti non potranno più passare dall’Iraq alla Siria
Marko Marjanovic Checkpoint Asia 29 ottobre 2017Il mero ritorno dell’Iraq ai confini curdi del 2003 non basta. Comprendendo la debolezza dell’autorità regionale curda divisa, il governo centrale di Baghdad opera per spezzarne completamente il potere. Esercito e milizie irachene avviavano i combattimenti nel nord del Paese per espellere i pishmirga dalla zona strategica del triplice confine tra Siria, Turchia e Iraq, che i curdi controllavano almeno dalla guerra del Golfo del 1990-91. Secondo il Washington Post: “Le forze irachene sostenute dalle milizie filo-iraniane hanno iniziato l’assalto per recuperare altro territorio curdo all’Iraq, avanzando verso un valico nella regione del confine occidentale del Paese che permette l’unico accesso ai militari statunitensi nel nord della Siria”. Uno scontro prolungato alle frontiere potrebbe rovinare seriamente l’attività militare statunitense nella vicina Siria. Dopo un breve ma intenso scontro, il Primo ministro iracheno dichiarava la sospensione di 24 ore dei combattimenti. La fine del cessate il fuoco doveva servire anche da termine entro cui i pishmirga si ritirassero dal valico di frontiera con la Turchia, nella città assira di Faysh Qabur. La scadenza è ormai passata, ma è ignoto se l’offensiva sia ripresa (numerose forze irachene sono ancora impegnate nella grande offensiva contro lo SIIL più a sud).
Se l’Iraq, dopo un quarto di secolo di assenza, riprende il controllo di questa parte fondamentale di territorio, vorrà dire che:
– Bagdad controllerà il confine con la Turchia, il che significa che il petrolio potrà essere esportato e l’oleodotto attivato senza che i curdi avranno parola o tangente.
– Il Kurdistan iracheno sarà isolato dalla Siria settentrionale occupata dai curdi, il che significa che non potranno comunicare facilmente.
– Infine, come nota il Washington Post, significherà che le forze statunitensi non potranno più trasferire mezzi dall’Iraq curdo alla Siria. Tali trasferimenti dovranno essere approvati da Baghdad. Visto che le simpatie dell’Iraq in Siria vanno al governo di Bashar al-Assad, non è chiaro se il via libero sarà dato facilmente o a buon mercato.
L’unica via rimanente agli Stati Uniti per la Siria settentrionale è la Turchia, ma Ankara è altrettanto profondamente frustrata dalle attività statunitensi, vedendone il sostegno ai curdi siriani ispirati dal PKK. Gli Stati Uniti affrontano la prospettiva di avere due potenze regionali ostili al loro piano siriano, e sono le porte di accesso per la Siria. Non c’è da meravigliarsi che gli Stati Uniti chiedano calma e soluzione senza combattere, cioè che l’Iraq non approfitti del proprio vantaggio. Sebbene pubblicamente criticassero il referendum per l’indipendenza curda (per non perdere tutta l’influenza su Baghdad e Ankara) l’ultima cosa che gli Stati Uniti vogliono è che il governo regionale curdo, molto più filo-occidentale di quello dell’Iraq, non sia piegato. In realtà il Pentagono già si lamenta dell’offensiva irachena che gli ha reso la vita più difficile in Siria: “Il colonnello Ryan Dillon, portavoce della coalizione internazionale statunitense contro lo Stato islamico, ha dichiarato che i combattimenti hanno ostacolato gli sforzi per sconfiggere il gruppo, citando l’incapacità di spostare mezzi e rifornimenti militari alle forze alleate in Iraq e Siria. Dillon ha dichiarato che la maggior parte dei voli che trasportano rifornimenti umanitari in Siria non è stata interrotta, ma il trasporto di equipaggiamenti militari pesanti non può avvenire per via aerea”.
Se i combattimenti riprenderanno gli Stati Uniti accuseranno sicuramente il ruolo delle milizie popolari sostenute dall’Iran, ma va ricordato che queste milizie sono formalmente parte delle Forze Armate irachene (pagate dal governo), e che in realtà lo sforzo è guidato dall’Esercito regolare iracheno agli ordini del Premier Abadi, come ammette perfino il Washington Post. Almeno una voce dei media mainstream, Tom Rogan dell’Examiner di Washington, già chiede agli Stati Uniti di entrare nel conflitto e bombardare gli iracheni: “Questa vittoria non solo impedirà ai curdi di trasferire personale e rifornimenti, ma sottoporrà gli Stati Uniti alle stesse restrizioni. L’Iran potrà quindi ottenere concessioni politiche in cambio del permesso di attraversare le frontiere… Al contrario, questa è solo l’ultima tappa dello sforzo russo, iraniano e turco per realizzare una nuova realtà politica in Iraq e Siria… In primo luogo, il presidente Trump deve cercare di persuadere il primo ministro dell’Iraq a sospendere qualsiasi coinvolgimento della forza federale nell’offensiva su Faysh Qabur… Tuttavia, gli Stati Uniti dovrebbero prepararsi ad usare la forza per assicurarsi che i restanti valichi di frontiera occupati dai curdi non cadano. Le PMF sanno della loro vulnerabilità alla potenza aerea statunitense e probabilmente saranno dissuase dall’avanzare a nord. Altrimenti, gli Stati Uniti devono essere pronti a bombardarle per respingerle”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Nessuno vuole più avere a che fare con gli Stati Uniti

Covert Geopolitics 27 ottobre 2017Fatta eccezione per i pazzi di Kiev, nessuno vuole aver più a che fare cogli Stati Uniti. Giappone e Corea del Sud, ovviamente, non possono che accordarsi con la superpotenza in declino a proprio vantaggio, o coi gangster corporativi incaricati dell’industria dai burattinai occidentali. Ma altrove, in Medio Oriente, base del petrodollaro, è in corso un altro riallineamento organico. Il leader della rivoluzione islamica Ayatollah Seyyed Ali Khamenei invitava l’Iraq a rimanere vigile di fronte le trame statunitensi, avvertendo che gli Stati Uniti non sono affidabili. In una riunione col Primo ministro iracheno Haydar al-Abadi a Teheran, il leader ha espresso il sostegno dell’Iran ai tentativi del governo iracheno di sviluppare legami con gli Stati regionali. L’Ayatollah Khamenei, tuttavia, consigliava alla nazione irachena di rimanere “cauta sugli inganni degli statunitensi e a non averne mai“. “Gli statunitensi hanno creato lo SIIL, ma ora che è stato sconfitto dal governo e dal popolo iracheni fingono di sostenere questo importante sviluppo“, dichiarava il leader. “Tuttavia, senza dubbio, non esiteranno a nuocere l’Iraq se ne avranno l’opportunità“, aggiungeva il leader. L’Ayatollah Khamenei sottolineava l’importanza dell’unità tra diversi gruppi etnici iracheni e il sostegno di Baghdad alle forze popolari del Paese, ragioni chiave delle recenti vittorie sui gruppi terroristici e i loro sponsor. Abadi, da parte sua, sottolineava la determinazione di Baghdad a salvaguardare l’unità e l’integrità territoriale dell’Iraq, rilevando che il governo non permetterà mai che il Paese sia minacciato di disintegrazione. L’avviso iraniano ha solide basi anche ora.
Washington versa benzina sul fuoco delle dispute nei mari dell’Est e del Sud della Cina tra Pechino e i vicini per frenarne l’ascesa e minare gli sforzi per risolvere i problemi in modo pacifico, secondo Sputnik. Date le crescenti tensioni, Pechino vede la modernizzazione della Difesa del Paese come una grande priorità. Gli Stati Uniti continuano gli sforzi per contenere le attività cinesi nei Mari nell’Est e del Sud della Cina, acuendo la disputa marittima tra le nazioni del sud-est asiatico, secondo Shen Shishun, direttore del Centro per gli Studi del Pacifico meridionale dell’Istituto di Studi Internazionali cinese, suggerendo che le manovre di Washington potranno solo rafforzare il sentimento patriottico dei cinesi. “Gli Stati Uniti cercano di frenare la Cina, puntando su Paesi terzi“, affermava Shen a Sputnik China. “C’è un conflitto tra Cina e Giappone sulle isole del Mar Cinese Orientale, ma è proprio a causa degli Stati Uniti che questo problema è emerso“. Secondo l’accademico, le isole di Diaoyudao (Senkaku) “storicamente appartenevano a Pechino“, ma finirono nelle mani del Giappone a causa della strategia di Washington dopo la Seconda guerra mondiale. Negli ultimi secoli l’arcipelago ha ripetutamente cambiato di mano. L’accordo di Cessione di Okinawa del 1971 tra Tokyo e Washington riconobbe la sovranità del Giappone sulle isole. “Gli Stati Uniti ignorano deliberatamente i fatti storici su questa materia, usando la situazione sulle isole per aumentare la tensione nelle relazioni sino-giapponesi e sfruttando le contraddizioni tra la Cina e i suoi vicini per frenare Pechino“, secondo Shen, aggiungendo che la strategia degli Stati Uniti è inutile.
Dmitrij Mosjakov, direttore del Centro per l’Asia sudorientale, l’Australia e l’Oceania presso l’Istituto di Studi Orientali, ritiene che il sentimento anticinese promosso da Washington e Tokyo potrebbe decidere le relazioni tra l’alleanza statunitense-giapponese e la Cina nei decenni successivi. Secondo Mosjakov, Washington e Tokyo non cercano compromessi sulla disputa territoriale di Diaoyudao (Senkaku), ma al contrario cercano d’innescare le fiamme sull’arcipelago. Il ministro della Difesa statunitense Jim Mattis incontrava gli omologhi di Giappone e Corea del Sud a margine dell’Associazione dei Ministri dell’Alleanza dei Paesi del Sud-Est asiatico (ASEAN ADMM-Plus) nelle Filippine per discutere come “approfondire la cooperazione sulla sicurezza“. Un comunicato stampa del dipartimento della Difesa (DoD) affermava che “i tre ministri hanno ribadito che la libertà di navigazione e di sorvolo va garantita“. ADMM-Plus è la riunione annuale dei ministri della Difesa dei 10 Paesi ASEAN e degli 8 “partner del dialogo”; India, Cina, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud, Russia e Stati Uniti. Mattis inoltre ebbe colloqui bilaterali col ministro della Difesa giapponese Itsunori Onodera. I due “hanno espresso serie preoccupazioni sulla situazione nel Mar Cinese Meridionale e ribadito l’opposizione ad azioni coercitive unilaterali dei pretendenti, tra cui la bonifica e la militarizzazione delle isole controverse che alterano lo status quo e aumentano le tensioni“, con chiaro riferimento alla Cina.

L’offensiva del fascino cinese: Pechino e Manila raggiungo un compromesso
Parlando a Sputnik, Mosjakov sottolineava che il rapporto Cina-Filippine sembra un’alternativa valida alla strategia USA-Giapponese: Pechino e Manila sono riuscite a raggiungere alcuni compromessi sul Mar Cinese Meridionale. Per esempio, i pescatori filippini sono autorizzati a pescare nella zona del bacino di Huangyan (Scarborough). “Le relazioni della Cina con le Filippine mostrano che… la discussione sui problemi esistenti tra i due Paesi su base bilaterale porta al successo“, osservava l’accademico russo. Durante il vertice ASEAN ADMM-Plus, il Ministro della Difesa cinese Chiang Wanquan sottolineava l’intenzione di Pechino di lavorare a stretto contatto con l’associazione per costruire un’Asia più sicura. Indicava che la Cina è disposta a sviluppare attivamente i rapporti con i Paesi ASEAN in molti settori, tra cui le esercitazioni navali congiunte e la cooperazione per combattere il terrorismo. Allo stesso tempo, Pechino si oppone al coinvolgimento di forze estere nelle controversie territoriali con gli Stati vicini. Questa posizione è stata espressa da Fu Ying, Presidente della Commissione per gli Affari Esteri del Congresso Nazionale Nazionale della Cina, all’ultima riunione annuale del Club Internazionale di Discussione di Valdai. Confermava la disponibilità della Cina a proseguire i negoziati sulle isole, ma dichiarava di non trasformare le controversie in un inutile confronto geopolitico, sottolineando che l’interferenza di altri Paesi, soprattutto negli Stati Uniti, nei rapporti della Cina coi vicini, può solo aumentare le tensioni nella regione. Nel frattempo, il 19° Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese (CPC), svoltosi a Pechino il 18-24 ottobre 2017, affrontava la questione della sicurezza regionale. La risoluzione del congresso prevede la modernizzazione della Difesa della nazione come una delle principali priorità, sottolineando la necessità di trasformare l’Esercito di Liberazione Popolare (PLA) in una forza armata mondiale. L’enfasi della risoluzione sulla “necessità di attuare un corso militare-strategico con particolare attenzione alle nuove condizioni” è ampiamente considerata un messaggio al Giappone che continua ad allontanarsi dalla politica post-bellico del pacifismo col Primo ministro Shinzo Abe.
Secondo South China Morning Post, la Flotta del Sud della Marina Militare del PLA ha recentemente dispiegato uno squadrone di sottomarini nelle acque controverse del Mar Cinese Meridionale per aumentare l’operatività. Le azioni di Pechino nella regione suscitano preoccupazioni tra i vicini dell’ASEAN. Nel marzo 2017 emerse relazioni che sostenevano che la Cina potrebbe essere coinvolta nella militarizzazione delle isole artificiali nel Mar Cinese Meridionale. In risposta, il portavoce del Ministero della Difesa cinese Wu Qian ammise che Pechino era impegnata in grandi lavori di costruzione nella regione, ma dichiarava che “la maggior parte di esse è destinata a scopi civili“. Le immagini satellitari del marzo 2017 indicano un’installazione militare su un’isola settentrionale delle Paracels. Secondo Taiwan, la costruzione sembra “preparare un porto“, presupponendo che la Cina cerchi di rafforzare la presenza navale nella zona marittima. Le Paracels sono rivendicate da un numerosi Paesi, tra cui Cina, Taiwan e Vietnam.

Cosa cerca in Qatar la Russia?
Reseau International 27 ottobre 2017

Il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu visitava Doha, era la prima volta nella storia dei rapporti tra i due Paesi che un ministro della Difesa russo andava in Qatar. Si sa che il Qatar, come tutti gli altri Paesi del Golfo, è una sorta di riserva degli Stati Uniti, ed è anche noto che ospiti la più grande base militare degli Stati Uniti nella regione. Quindi che ci fa Shojgu in questa riserva statunitense? Beh, a firmare un importante accordo sulla Difesa col Qatar. Questo accordo prevede la consegna da parte russa di 80 miliardi di dollari in armamenti. Enorme e sorprendente! Trump avrà vissuto un incubo, pensando di ripulire i fondi sovrani del Qatar. Compiendo questo passo e optando per una partnership del genere coi russi, l’emiro del Qatar deve sentirsi minacciato. L’emiro probabilmente teme un colpo di Stato dalla CIA a Doha. Quindi è ragionevole pensare che l’accordo abbia dei paragrafi segreti. Ci sarebbe l’impegno russo a proteggere il regime da qualsiasi azione dannosa della CIA. Se vero, l’accordo richiederebbe necessariamente l’apertura di due potenti stazioni di SVR e GRU a Doha. I capi del Qatar avranno concluso che non possono contare solo sulla protezione turca. Con Erdogan che cambia politica e alleanze come cambia camicia, Doha preferisce affidarsi a Putin. La Turchia può continuare a svolgere il ruolo di supporto. Detto questo, si noti che Shojgu, ferreo personaggio mongolo, gira molto all’estero ultimamente. Putin lo prepara sicuramente per un ruolo di primo piano.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il tentativo degli USA di dividere Iraq e Iran fallisce

MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 26 ottobre 2017Il piano statunitense per creare una frattura tra Iraq e Iran falliva solo un paio di giorni il lancio da Riyadh, il 22 ottobre, da parte del segretario di Stato USA Rex Tillerson. Washington ha cercato di rilanciare l’Arabia Saudita in contrappeso all’Iran nel teatro iracheno, basandosi sulla presunzione che l’accordo di Riyad per concedere finanziamenti per la “ricostruzione” dell’Iraq post-SIIL fosse irresistibile per Baghdad. Washington immaginava che il Primo ministro iracheno Haydar al-Abadi cercasse di respingere Teheran, poiché la dipendenza dal sostegno militare iraniano ne sminuisce la vittoria sullo SIIL. Tillerson si recava Riyad nel fine settimana per presenziare quale ospite speciale alla riunione inaugurale del cosiddetto Consiglio di coordinamento Arabia Saudita-Iraq. Le cose sembravano andare bene e le osservazioni di Tillerson sui media erano ottimistiche. In una conferenza stampa a Riyadh affermò che la larghezza saudita “rafforzerà l’Iraq come Paese indipendente e integro… (e) questo sarà contrario alle influenze improduttive dell’Iran in Iraq“. Tillerson poi giunse al punto: “Certamente, le milizie iraniane in Iraq, ora che i combattimenti contro lo SIIL vanno concludendosi, devono tornare a casa. Ogni combattente straniero in Iraq deve tornare a casa e permettere al popolo iracheno di controllare le aree occupate dallo SIIL e liberate, consentendogli di ricostruire la propria vita con l’aiuto dei vicini. E ritengo che questo accordo tra Regno dell’Arabia Saudita e Iraq sia cruciale per aiutare il popolo iracheno”. Il riferimento era ai gruppi sciiti finanziati, addestrati e guidati dal Corpo della Guardia Rivoluzionaria iraniana e che hanno sopportato il peso della lotta contro lo SIIL negli ultimi anni. Washington è particolarmente ossessionata dal ruolo dei gruppi paramilitari sciiti che hanno liberato recentemente Qirquq dai pishmirga curdi alleati degli Stati Uniti. (Vedasi La campane di Qirquq suonano anche per la strategia degli Stati Uniti in Siria). Evidentemente, Tillerson è andato oltre. Il punto è che questi gruppi sciiti, conosciuti collettivamente come Forze di mobilitazione popolare, con decine di migliaia di effettivi, faranno probabilmente parte delle Forze Armate irachene. L’ufficio di Abadi a Baghdad ha subito rimproverato che, “Nessuno ha il diritto d’interferire nelle questioni irachene“, e definiva i paramilitari sciiti “patrioti”. Il giorno dopo, quando Tillerson si presentò a Baghdad per incontrare Abadi, questi fu abbastanza esplicito dichiarando che le Forze di mobilitazione popolare sono “parte delle istituzioni irachene” e sono “la speranza del Paese e della regione“. (Reuters) Poi, in un’intervista alla stampa statunitense, Abadi ribadiva: “Vorremmo lavorare con gli Stati Uniti… Ma per favore non portate i vostri problemi in Iraq. Potete farlo altrove“. Abadi quindi suggeriva il ritiro degli Stati Uniti dall’Iraq, affermando che il potere aereo statunitense non è più necessario e il requisito iracheno sarà d’ora in poi la condivisione delle informazioni e l’addestramento delle forze irachene. Per come le cose vanno tra Washington e Teheran, la presenza militare statunitense in Iraq diverrebbe un problema nel prossimo futuro. Nel frattempo, dopo aver usato il referendum sull’indipendenza solo per perdere Qirquq, il capo curdo-iracheno Masud Barzani decideva il cessate il fuoco e i colloqui con Baghdad. Gli Stati Uniti invitavano Abadi a rispondere all’offerta di Barzani e ad impegnarsi in colloqui. L’amministrazione Trump assicurava il sostegno forte del Congresso alle richieste ad Abadi. Segnalandone la serietà al presidente della Camera Paul Ryan, al presidente del Comitato sull’Intelligence Devin Nunes, al presidente del Comitato per gli affari esteri Ed Royce, e al presidente del Comitato per le forze armate Mac Thornberry, che stilavano una dichiarazione per far pressione su Baghdad: “Gli scontri tra le forze governative irachene e del governo regionale del Kurdistan minano i progressi della lotta contro lo SIIL e minacciano d’immergere l’Iraq in nuove violenze settarie. Lo spargimento di sangue deve finire immediatamente. Noi sosteniamo un Iraq unito sotto il governo federale di Baghdad e sosteniamo il governo regionale del Kurdistan. A tal fine salutiamo le dichiarazioni dei curdi che s’offrono di sospendere i risultati del referendum in cambio del cessate il fuoco e di negoziati col governo centrale. Baghdad dovrebbe accettare questa offerta e discutere seriamente delle preoccupazioni curde riguardo autonomia, quota del bilancio nazionale e ricavi petroliferi. Nel frattempo, è fondamentale che il governo iracheno consideri la preoccupazione del segretario Tillerson su ruolo e attività delle milizie sciite sostenute dall’Iran. Siamo molto preoccupati dal coinvolgimento iraniano nelle recenti operazioni. Queste forze sono state responsabili di orribili abusi, tra cui la morte di statunitensi. Non hanno posto in un Iraq pacifico, unito e stabile”.
Ma Abadi rispondeva visitando Ankara per consultare il presidente Recep Erdogan (Rudaw). Le ultime notizie suggeriscono che le forze irachene col sostegno delle forze sciite potrebbero isolare i curdi iracheni. Baghdad vuole sfruttare il vantaggio sui curdi divisi tra PUK (guidato dai Talabani) incline a collaborare con Baghdad e Teheran, isolando così Barzani che si riduce sempre più a fantoccio d’Israele e USA. Sputnik riferiva “notizie straordinarie” sulle truppe irachene e le milizie sciite che impiegavano armi pesanti contro le posizioni dei pishmirga vicino Zumar, bombardandole. (Sputnik) Se nei prossimi giorni si avranno scontri, gli Stati Uniti saranno messi in un angolo, a meno che non rompano con Baghdad. Il problema statunitense è, in sostanza, che le loro intenzioni sono sospette presso le capitali che affrontano la questione curda, Ankara, Baghdad, Teheran. Nell’ultimo incontro con l’ambasciatore statunitense Douglas Sliman, il Vicepresidente iracheno Nuri al-Maliqi dichiarava con brutale franchezza, “Non permetteremo la creazione di un secondo Israele nell’Iraq settentrionale“.
Gli eventi della scorsa settimana sottolineano tre cose. Uno, gli Stati Uniti non intendono finirla con la loro presenza militare in Iraq (e Siria), anche se il pretesto della guerra allo SIIL non è più presente. Due, gli Stati Uniti vogliono fare dell’Iraq l’arena del confronto con l’Iran. Il controllo statunitense sull’Iraq permetterebbe di fare pressione sull’Iran da diverse direzioni, interferendo con le rotte iraniane di approvvigionamento per la Siria e il Libano; rientrare in gioco sulla sistemazione siriana; interferire sulla crescente produzione di petrolio in Iraq e attuare operazioni segrete per destabilizzare il regime iraniano. Infatti, con la presenza militare statunitense in Afghanistan, l’intenzione è quella di schiacciarlo con un Paese confinante ad occidente sotto tutela statunitense. Tre, fondamentalmente appare evidente che l’alleanza statunitense-saudita nella politica regionale è molto viva e scalcia, e qualsiasi indicazione contraria è esagerata. Il ritorno degli USA sulla scena dell’Iraq per sfidarne l’influenza regionale ravviverebbe l’alleanza con l’Arabia Saudita. È interessante notare che il giornale di regime saudita Asharq al-Awsat riferiva che il Pentagono pensa di aumentare la presenza in Medio Oriente proprio per contrastare l’Iran. Il rapporto citava il generale Joseph Votel, comandante del Comando centrale statunitense, affermare: “Gli Stati Uniti vogliono aiutare i Paesi arabi ad affrontare le minacce iraniane. Il Pentagono lavora per adempiere a questo desiderio e a garantirne l’efficace attuazione. Ciò include la creazione di battaglioni statunitensi per missioni regionali progettate appositamente per fornire consulenza e assistenza”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Attacchi sonici all’Avana: specialità della CIA

Wayne Madsen SCF 21.10.2017L’Agenzia Centrale d’Intelligence, ora sotto la direzione di un repubblicano di estrema destra, l’ex-congressista del Kansas Mike Pompeo, insiste sulla storia del governo cubano responsabile dei presunti attacchi con armi soniche ai diplomatici statunitensi all’Avana. La CIA, che ha scritto il libro degli attacchi sotto falsa bandiera in Europa e nel mondo durante la guerra fredda e l’era del terrorismo, non ha avuto problemi a convincere l’amministrazione Trump a ridurre le relazioni diplomatiche con Cuba. Gli Stati Uniti hanno ritirato più di metà del personale diplomatico a Cuba ed espulso 15 diplomatici cubani da Washington. La rottura delle relazioni con Cuba è in linea con le altre azioni di Trump intese a sovvertire tutte le azioni intraprese negli 8 anni di Barack Obama, compresa la normalizzazione delle relazioni con Cuba. Trump ha definito la normalizzazione dei rapporti con l’Avana “accordo completamente unilaterale”. Ironia della sorte, è noto che le imprese di Trump avevano precedentemente violato le sanzioni statunitensi a Cuba per creare hotel e resort di proprietà di Trump sull’isola. L’amministrazione Trump ha affermato di non sapere cosa causi gli attacchi sonici che dichiara aver danneggiato la salute e causato sordità non solo dei diplomatici statunitensi ma anche canadesi all’Avana. Il governo cubano ha anche invitato l’FBI a Cuba per partecipare alle indagini sugli attacchi sonori. L’amministrazione Trump ha rifiutato l’invito dei cubani. Tuttavia, senza prove, i portavoce di Trump accusano il governo cubano per l’interferenza sonora. Trump ha accusato direttamente il governo cubano per gli attacchi sonici nella conferenza stampa alla Casa Bianca del 16 ottobre. Il dipartimento di Stato è stato costretto a contraddire immediatamente Trump con un cablo a tutti i diplomatici statunitensi affermando che il dipartimento “non incolpa il governo di Cuba” degli attacchi. La differenza tra Casa Bianca e dipartimento di Stato su chi sia dietro gli attacchi sonori è tanto forte quanto inquietante. I media aziendali ignorano l’unica fonte possibile degli attacchi sonori, responsabile dell’unico attacco sonoro noto a una missione diplomatica, la CIA. Non solo la CIA è guidata da un sicofante di Trump senza un passato nell’intelligence, ma la CIA incolpa altri Paesi di operazioni svolte dai propri agenti. Nel caso di Cuba, la CIA può contare su una rete di agenti cubano-statunitensi e latino-americani integrati nelle istituzioni governative e commerciali cubane dopo aver viaggiato sull’isola da Paesi terzi come Messico, Nicaragua, Costa Rica, Panama e Venezuela. L’amministrazione Trump inoltre avverte i turisti di evitare Cuba, sostenendo che le armi soniche potrebbero essere rivolte sui loro hotel. Non c’è ragione plausibile per cui Cuba danneggi l’industria turistica, tuttavia vi sono diverse ragioni per cui la CIA guidata da Pompeo, in collusione con la rete cubana di destra del senatore Marco Rubio di Miami, suggerisca che i cubani colpiscano gli hotel con armi soniche. L’intera operazione dell'”arma sonica” sembra un grande attacco sotto falsa bandiera volto a colpire l’economia cubana e bloccare le relazioni tra Washington e L’Avana. Gli attacchi sonici segnalati ai diplomatici canadesi sono ovviamente mirati contro il governo del primo ministro Justin Trudeau. La famiglia Trudeau, tra cui il Primo ministro Pierre Trudeau, padre dell’attuale primo ministro, sono amici stretti del Presidente Raul Castro, fratello del Presidente Fidel Castro. Tutto ciò che potrebbe essere utilizzato per sminuire i legami canadesi-cubani sarebbe attuato dalla CIA sotto la direzione di Pompeo, un cristiano fondamentalista “creazionista” che respinge le conclusioni della scienza moderna, tra cui l’evoluzione e l’età della Terra. Le impronte digitali della CIA sono state trovate su almeno un attacco sonoro contro una missione straniera in America Latina. Nel 1990, dopo che il leader panamense Manuel Noriega cercò rifugio dalle truppe d’invasione statunitensi presso ial Nunzio Apostolico del Vaticano a Panama City; le forze statunitensi, usando metodi da guerra psicologica elaborati dalla CIA, diressero musica heavy metal sulla missione vaticana con grandi altoparlanti sulla strada. L’uso dell’arma sonica, componente del pacchetto Operation Nifty, era volto a scacciare Noriega dalla legazione. Non era solo una violazione dell’extraterritorialità diplomatica della missione vaticana, ma anche della politica del santuario della Chiesa cattolica romana. Noriega alla fine si arrese. Tali attacchi alle ambasciate costituiscono una violazione della Convenzione di Vienna, di cui gli Stati Uniti sono firmatari.
Dopo che il Presidente hondurano Manuel Zelaya fu rovesciato da un colpo di Stato voluto dalla segretaria di Stato Hillary Clinton e dalla CIA, il leader dell’Honduran, dall’esilio s’infiltrò nel Paese trasferendosi nell’ambasciata brasiliana a Tegucigalpa, capitale dell’Honduras. Dopo che la giunta militare honduregna della CIA tolse energia elettrica, acqua e forniture alimentari all’ambasciata, iniziò ad usare armi tipo sonico assai migliorate rispetto quelle utilizzate contro la missione vaticana a Panama City venti anni prima. Zelaya affermò che i mercenari israeliani che lavoravano sotto la direzione della giunta e della CIA puntarono armi ad alta frequenza sull’ambasciata brasiliana. A quanto pare, gli israeliani usarono un sistema di blocco dei cellulari per colpire Zelaya e altri nell’ambasciata. Sul tetto dell’edificio accanto all’ambasciata brasiliana fu trovato un soppressore C-Guard, prodotto dalla NetLine di Tel Aviv. C’erano prove a Tegucigalpa che i dispositivi acustici a lunga distanza (LRAD) fabbricati dall’American Technology Corporation, furono utilizzati contro l’ambasciata brasiliana. Testimoni oculari fuori l’ambasciata brasiliana affermarono che il personale della giunta usò un “dispositivo sonoro ad alta frequenza” sull’ambasciata. Una relazione sui diritti umani successivamente concluse che l’ambasciata fu sottoposta all’uso di sofisticate apparecchiature sonore ed elettromagnetiche che crearono diarrea, vomito, emorragie nasali e problemi gastrointestinali sia nell’ambasciata che nelle aree circostanti. Furono recentemente utilizzate armi soniche da forze di polizia e militari contro i manifestanti al vertice del G-20 del 2009 a Pittsburgh. Più recentemente, le armi acustiche sono state utilizzate contro i dimostranti anti-Dakota Access Pipeline nel North Dakota. Gli archivi della CIA mostrano che l’agenzia è interessata ai dispositivi ad ultrasuoni, tra cui “artiglieria acustica” e “sirene statiche” fino dal 1952. Nel 1999 la NATO introdusse un’arma sonora ad alti decibel nel suo arsenale. L’US Navy attualmente impiega LRAD sull’USS Blue Ridge e si crede che sia anche presente su altre navi della Marina.
Nel 2011, Alan Gross, contractor presso l”Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale (USAID) della Development Alternatives Inc. di Bethesda, Maryland, fu arrestato a Cuba e successivamente condannato per spionaggio. Gross installava linee Internet per la piccola comunità ebraica di Cuba, cosa che i rabbini della comunità negarono. Quando fu arrestato dalla polizia cubana, da Gross furono trovati dispositivi di telefonia cellulare e satellitare. La questione se altri agenti d’intelligence stranieri, oltre a Gross, abbiano contrabbandato armi sonore mascherate da apparecchiature per telecomunicazioni a Cuba, è estremamente utile per rispondere alla domanda di chi sia dietro gli attacchi sonori alle ambasciate statunitense e canadese all’Avana.Traduzione di Alessandro Lattanzio