I leader seguiti dai “Cinque Occhi”, muoiono all’improvviso

Wayne Madsen, Strategic Culture, 18.07.2017

Baldwin Lonsdale

I piccoli Stati-isola del Pacifico possono essere orgogliosi dell’indipendenza, ma rimangono sotto l’efficace controllo delle potenze neocoloniali dominanti nella regione, vale a dire Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda. Questi Stati, da Palau nel Pacifico occidentale a Tonga nel Pacifico del sud, sono asserviti al dominio in politica estera, al voto alle Nazioni Unite, sulle rotte internazionali delle compagnie aeree, sulle telecomunicazioni e le finanze. Inoltre, i piccoli Stati insulari affrontano la prospettiva di divenire prime vittime dell’aumento del livello del mare per il cambiamento climatico. Alcuni residenti dell’isola già fuggono dai loro atolli e arcipelaghi e chiedono lo status di “rifugiati ambientali”, una categoria dell’immigrazione che poche nazioni riconoscono. Normalmente, la morte improvvisa per attacco cardiaco a giugno del presidente di 67 anni delle Vanuatu, il sacerdote anglicano e capo tradizionale Baldwin Lonsdale delle isole Banks, non avrebbe sollevato il minimo sospetto. Tuttavia, considerato con altre morti improvvise di leader del Pacifico negli ultimi decenni, la morte di Lonsdale solleva dubbi. Per molti isolani del Pacifico, la morte di Lonsdale è un déjà vu. Sebbene il potere politico attuale a Vanuatu sia del primo ministro, nel 2015 Lonsdale negò il perdono a 14 parlamentari di destra condannati per corruzione. Il portavoce del parlamento, Marcellino Pipite, perdonò se stesso e altri 13 deputati. Lonsdale rientrando da una visita statale a Samoa annullò subito il perdono, sostenendo che nessuno era al di sopra della legge. Pipite fu ministro degli Esteri del governo conservatore del primo ministro Serge Vohor. Nel 2004, Vohor creò segretamente rapporti diplomatici con Taiwan, anche se la Repubblica popolare cinese aveva l’ambasciata nel capoluogo di Vanuatu di Port Vila. La decisione di Vohor di riconoscere Taiwan fu successivamente annullata dal consiglio dei ministri. Nel forgiare i legami con Taiwan, Vohor si affermò da eroe per certi interessi di destra e contrari allo Stato. Nel 2015, Vohor si ritrovò nuovamente ministro degli Esteri, ma fu poi condannato per corruzione insieme agli altri politici il cui perdono fu negato da Lonsdale.
Lonsdale si era già guadagnata l’inimicizia dei più grandi inquinatori mondiali dopo che denunciò Coal India, il commerciante di prodotti anglo-svizzeri Glencore Xstrata e l’azienda petrolifera anglo-olandese Shell quali maggiori creatori di gas serra e quindi del rapido cambiamento climatico, devastante per le isole del Pacifico. Nel 2010, il primo ministro Edward Natapei fu rovesciato da un voto di sfiducia, mentre a Città del Messico partecipava a una conferenza sul cambiamento climatico. Natapei è morto a 61 anni dopo una “lunga malattia”, chiaramente sorprendente per Lonsdale, scosso dalla morte dell’amico e alleato politico. Lonsdale era il secondo sacerdote anglicano a divenire leader delle Vanuatu. Il primo fu padre Walter Lini, fondatore di Vanuatu e primo Primo ministro della nazione. Quando Lini divenne primo ministro di Vanuatu nel 1980, affrontò immediatamente una ribellione secessionistica nelle isole francofone di Espiritu Santo e Tanna. La ribellione fu finanziata da un oscuro gruppo “libertario” statunitense chiamato Fondazione Phoenix, una società di Carson City, Nevada, diretta da un investitore immobiliare di nome Michael Oliver che sperava di creare la “Repubblica di Vemerana”, un’utopia libertaria senza tassa, e che fu già coinvolto in un tentativo degli isolani bianchi di Abaco, delle Bahamas, di separarsi dal governo centrale di Nassau. Lini chiamò una forza militare di 200 soldati provenienti dalla Papua Nuova Guinea, che mise fine alla rivolta in ciò che divenne noto come la “guerra del cocco”. Alcuni dei secessionisti ebbero più di un rapporto di passaggio con l’Agenzia centrale d’intelligence e il servizio di intelligence francese, il Servizio di documentazione estera e di controspionaggio (SDECE). Lini irritò Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda stabilendo rapporti diplomatici con Vietnam, Cuba e Libia e firmando un accordo sulla pesca con l’Unione Sovietica. Lui e il suo partito politico, il Vanuaaku Pati, aderivano al concetto di socialismo melanesiano ispirato ai leader socialisti pan-africani Kwame Nkrumah del Ghana e Julius Nyerere della Tanzania. Lini rifiutò l’ambasciata statunitense a Port Vila. Infastidì anche la Francia sostenendo il movimento d’indipendenza della Nuova Caledonia, un atto che persuase la Francia a sostenere segretamete la ribellione di Espiritu Santo. Il potere politico di Lini cominciò a diminuire dopo aver subito un infarto nel 1987 durante una visita a Washington, DC. Lini subì l’ictus mentre pensava di frequentare la National Prayer Breakfast di Washington, sponsorizzata dalla Fondazione Fellowship, un gruppo di affaristi ricchi e influenti politici. La storia della Fellowship o “Famiglia”, come è meglio nota, suggerisce che il gruppo abbia una lunga storia di legami con la CIA. Lini non partecipò mai alla colazione di preghiera o all’incontro programmato con il presidente Ronald Reagan, irritato dalle differenze di Lini su Libia, Cuba e Unione Sovietica. Il conseguente malessere di Lini, che gli causò la paralisi del lato destro, lo portarono a perdere il potere a Vanuatu, e alla sconfitta col voto di sfiducia del 1991, portandolo alle dimissioni. Lini morì a 57 anni nel 1999. Durante la carriera politica, Lini fu sempre sorvegliato dai “Cinque Occhi” tramite l’intercettazione effettuata dal centro dell’Agenzia nazionale per la sicurezza nazionale degli USA di Waihopai, Nuova Zelanda, denominato IRONSAND. IRONSAND intercettava regolarmente le comunicazioni dei leader delle isole del Pacifico. Ad opporsi ai deputati di Vanuatu condannati per corruzione nel 2015 vi erano Lonsdale e Ham Lini, ex-primo ministro e il fratello di Walter Lini.
La morte di Lonsdale richiamà l’attenzione sul continuo coinvolgimento delle potenze occidentali negli affari di Vanuatu. Molti dei deputati condannati per corruzione hanno collegamenti con il movimento antistatale Na-Griamel, guidato da Jimmy Stevens, capo mezzo-tongano e mezzo-scozzese della malaugurata “Repubblica Vemerana” e del Partito libertario statunitense, entrambi responsabili della rivolta secessionistica del 1980 a Espiritu Santo e Tanna. Uno dei capi della Fondazione Phoenix era il dottor John Hospers, candidato libertario del 1972 a presidente degli Stati Uniti, che fece anche parte del consiglio della “Vemerana Development Corporation”, una probabile facciata della CIA responsabile del tentativo di popolare la “New Hawai” di Vanuatu con 4000 veterani statunitensi. Uno dei congiurati di Vemerana era Mitchell Livingstone “WerBell”, un trafficante di armi della CIA della Georgia coinvolto in una prima spedizione illegale di armi al “Movimento d’Indipendenza di Abaco” nelle Bahamas. La sindrome della morte improvvisa dei politici non si limita a Vanuatu. Molti isolani del Pacifico sospettano della morte misteriosa del presidente di Nauru, Bernard Dowiyogo. Il presidente morì nell’ospedale George Washington a Washington DC, il 10 marzo 2003, mentre era in visita ufficiale negli Stati Uniti. Dowiyogo, ex-presidente della repubblica, era ridiventato presidente dopo che il presidente Rene Harris aveva firmato un controverso accordo con il governo di John Howard dell’Australia per creare un centro della “Pacific Solution” di Howard, il programma per ospitare i rifugiati mediorientali e asiatici a Nauru e Manus, Papua Nuova Guinea, in cambio di denaro. Dowiyogo, 57 anni, ebbe l’infarto dopo aver firmato un conteso (e segreto) accordo con i funzionari dell’amministrazione George W. Bush su vendita di passaporti di Nauru, finanza off-shore e sostegno alla cosiddetta “guerra al terrore” di Bush. Dowiyogo morì dopo undici ore di chirurgia al cuore, mentre era ancora sul tavolo operatorio. I media sociali riferirono che Dowiyogo morì di complicazioni da diabete. Il corpo di Dowiyogo fu restituito al governo di Naurua dall’aviazione statunitense. Il funerale di Dowiyogo a Nauru fu rinviato a causa di “ritardi” inspiegabili incontrati nel riportare il corpo del presidente da Washington. La morte sospetta di Dowiyogo non fu la prima né l’ultima dei leader delle isole del Pacifico.
Il primo presidente delle Palau, Haruo Remeliik, fu ucciso nel 1985. Il suo successore, Lazarus Salii, si sarebbe suicidato nel 1988. Entrambi i presidenti morirono dopo aver affermato di opporsi all’accordo di libera associazione con gli Stati Uniti che permetteva alle navi da guerra nucleari statunitensi di accedere ai porti delle Palau. Nel 1990 Ricardo Bordallo, ex-governatore di Guam, che favorì i diritti di Chamorro sul dominio militare degli Stati Uniti dell’isola, fu trovato morto per ferita da arma da fuoco alla testa, mentre era avvolto nella bandiera di Guam. La morte fu attribuita a suicidio. Come Remeliik e Salii, Dowiyogo fu un netto avversario dei pattugliamenti di navi nucleari statunitensi nella regione, così come dei test nucleari francesi nella Polinesia francese. Poche settimane dopo la morte di Dowiyogo, il successore a presidente delle Nauru, Derog Gioura, 71 anni, alleato politico di Dowiyogo, ebbe un attacco di cuore e fu portato in un ospedale australiano. Più tardi i rapporti dichiararono che Gioura aveva subito un infarto. Poche settimane dopo, Gioura si disse sorpreso di sapere che l’amministrazione Bush aveva sostenuto che sei sospetti “terroristi”, tra cui due membri di al-Qaida, arrestati nel Sud-Est asiatico, avevano passaporti delle Nauru. Il 20 marzo 2008, Christina Dowiyogo, la vedova del presidente Dowiyogo e più longeva prima signora delle Nauru, sarebbe “morta di notte” a 60 anni, senza ulteriori dettagli. Madame Dowiyogo era col marito quando morì a Washington.
Nel 1996, Amata Kabua, il primo presidente dal termine di cinque delle Isole Marshall, morì dopo essere stato affetto da nausea e dolori al torace al Queen’s Hospital di Honolulu. Kabua, 68 anni, irritò gli Stati Uniti per le rivendicazioni giuridiche e legali avanzate dai residenti dell’atollo di Kwajalein deportati dall’atollo di Bikini per permettere agli Stati Uniti di testare le bombe atomiche e all’idrogeno nelle loro isole ancestrali. L’obituario di Kabua affermò che era morto dopo una “lunga malattia” anche se si lamentò delle sue condizioni solo un mese prima della morte nelle Hawaii. Persino i capi surrogati dei “sostenitori” degli USA nel Pacifico non sono immuni da morte improvvisa, dopo aver affrontato Washington. Il primo ministro del partito laburista della Nuova Zelanda, Norman Kirk, fu un netto critico degli Stati Uniti su tutto, dalle navi nucleari nel Pacifico alla guerra in Vietnam al coinvolgimento di Washington nel colpo di Stato del 1973 in Cile. Nel 1974, Kirk, 51 anni, morì improvvisamente dopo aver subito un infarto. Più tardi, il presidente del partito laburista Bob Harvey invocò una commissione reale per indagare se Kirk fosse stato assassinato dalla CIA con un “veleno di contatto”. Data la morte del presidente Lonsdale, tali commissioni investigative dovrebbero essere create anche a Vanuatu, Nauru, Palau, isole Marshall e Guam (Guahan).

Il premier neozelandese Norman Kirk con il premier australiano Gough Whitlam

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La crisi del Qatar si diffonde in Africa

Evgenij Satanovskij, VPK, 06.07.2017 – South Front
Evgenij Satanovskij, Presidente dell’Istituto sul Medio OrienteL’esplosione delle contraddizioni tra Qatar e Turchia da un lato ed Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e satelliti dall’altra, si riflettono nella situazione militare-politica non solo di penisola araba, Siria e Libia, ma in Africa orientale, associata al complicato sistema di relazioni dei protagonisti della crisi. Nonostante il significato, come avviene nell’Africa sub-sahariana, sono sconosciuti al di fuori della ristretta cerchia di specialisti. Il presente articolo si basa sui materiali di A. Bystrov e J. Sheglovin dell’Istituto del Medio Oriente.

La battaglia sulla carne
I conflitti armati nella regione dell’Afar (Uganda) tra le tribù Atcholi e Madi portano l’Egitto sull’orlo di una catastrofe alimentare. Negli scontri l’esercito ugandese ha occupato i corridoi logistici della regione, utilizzati dai nomadi per migliaia di capi di bestiame dal Sud Sudan (e dallo Stato sudanese del Kordofan meridionale) fino all’Uganda. I bovini vengono inviati nei macelli, appartenenti alla Holding Alimentare Egitto-Uganda (UEFS); la carne viene per lo più inviata in Egitto (volume commerciale fino a 11 milioni di dollari al mese). L’impresa è stata fondata con il sostegno dell’Egitto, è guidata da egiziani e istituita nel territorio dell’Afar nell’ambito della strategia di sicurezza alimentare del Paese, tenendo conto delle proiezioni delle Nazioni Unite sulla crisi alimentare prevista nei prossimi due anni. L’esportazione di bestiame dal Sudan all’Egitto attraverso il confine è attualmente difficile e connessa all’acuirsi delle relazioni dopo l’accusa do Cairo del sostegno di Khartoum alla Fratellanza musulmana egiziana, fornendogli campi di addestramento nei pressi delle frontiere. A causa di ciò, la disputa territoriale s’è accesa nell’area di Halaib. Secondo l’Egitto, l’Uganda è autorizzata a partecipare alle discussioni sulla costruzione della diga etiopica “Rinascimento” sul Nilo Azzurro e, a questo proposito, sui rischi del sistema di irrigazione egiziano di grande importanza per la sicurezza alimentare. Attualmente l’invio di 85 mila capi è bloccato nella regione Nimol dell’Afar, influenzando negativamente il lavoro dei macelli. Secondo la relazione del rappresentante egiziano Sh. Qalin, inviato da Cairo a fine di maggio, 150 capi vengono inviati alla macellazione ogni giorno invece dei 1000 previsto. L’azienda subisce perdite. Cairo dovrebbe spostare la produzione in Tanzania; altrimenti l’interruzione delle forniture di carne all’Egitto diverrà critiche. È così importante per Cairo che al-Sisi voleva incontrarsi il 10 giugno a Berlino con il presidente ugandese I. Museveni, per discuterne, ma che rifiutava. Si comprende l’importanza della situazione, anche per il suo clan, dagli interessi che nella holding di EUFS sono rappresentati da due persone fidate: il capo della maggiore cooperativa agricola Ankole Long-Horned Cooperative per l’allevamento del bestiame, E. Kamihigo, e suo cugino S. Saleh. Inviava nella regione il ministro dell’Agricoltura V. Sempilije, per trovare modi di salvare i macelli e garantire una logistica sicura. Il ministra istruiva una sua persona fidata, il generale M. Ali, per trovare una sistemazione con i gruppi tribali Madi, che scacciano dalla terra i membri delle tribù Atcholi, complicando ancora di più la situazione. Le relazioni egiziane-ugandesi incontrano tempi difficili. Un anno fa, Cairo e Kampala erano alleati strategici. Gli egiziani parteciparono alla pianificazione delle operazioni congiunte con le agenzie di sicurezza e intelligence ugandesi contro l’opposizione, l’esercito egiziano insieme ai mercenari assunti da Eritrea, pagati dagli UAE, erano in guerra contro i ribelli del LRA nelle giungle del nord del Paese. Esercito e polizia ugandesi furono inviati in Egitto per l’addestramento presso istituti egiziani. La visita di Museveli a maggio in Qatar ha cambiato tutto, incontrando l’emiro Tamim e firmando l’accordo sul dispiegamento della base militare di Doha in Uganda con la promessa di investimenti. Questa posizione di Kampala sullo sfondo della crisi nel GCC dimostra a Cairo che le relazioni in Africa sono momentanee.

Yoweri Museveni e Recep Tayyip Erdogan

Sudan caldo
A giugno Museveni confermava pubblicamente che il suo Paese non avrebbe partecipato ad alcun atto ostile contro l’attuale regime di Khartoum. L’annuncio si aveva dopo la riunione del leader ugandese con il vicepresidente del Sudan Q. Muhamad Abdarahman, partecipando alla conferenza in solidarietà con i rifugiati di Kampala sotto gli auspici dell’ONU. Le parti accettavano di rispettare i termini dell’accordo raggiunto nel 2016 durante il summit di Khartoum. In sostanza: l’Uganda pone fine alla saga del Sud Sudan, ritirando il contingente militare ad eccezione di alcuni battaglioni che devono badare alle attività del LRA. Anche Khartoum pone fine al sostegno a tale gruppo e ne liquida le retrovie nel Darfur. Il problema del LRA è importante per Kampala. Per frenare la crescente forza del gruppo di D. Kony, gli ugandesi dovevano avere l’aiuto dell’Egitto e dei mercenari eritrei. Kampala si è impegnata a por fine al sostegno ai gruppi di opposizione negli stati del Sud-Kordofan e del Nilo blu (ribelli del Nuba e del SPLA-Nord) e nel Darfur (Movimento per la giustizia e l’uguaglianza – MJE). Membri delle forze di stabilizzazione militari del presidente del Sud Sudan, S. Kiir, continuano ad essere schierati nel Sud Sudan, mentre in occasione della riunione fu deciso che Kampala s’impegnasse nel dialogo tra Kiir e l’ex-vicepresidente R. Machar Khartoum a sua volta s’impegnava ad aderire alla precedente linea di condotta sulla questione sud-sudanese, rifiutando di sostenere Machar e la sua organizzazione, compresi i rifornimenti aree alle basi logistiche e ai campi di addestramento. Quanto al dialogo nazionale nel Sudan, questo argomento fu toccato solo di passaggio. Il leader dell’influente partito secolare dell’opposizione, Ummah, S. al-Mahdi, l’ha definito defunto. Così per Musaveni, le idee dell’opposizione sudanese non sono tanto importanti, anche se incoraggiate e finanziate dai servizi speciali dell’Egitto, per la sopravvivenza politica alla pressione dell’opposizione e per il mantenimento dell’influenza nel Sud Sudan attraverso il rafforzamento della posizione di Kiir e riducendo l’influenza di Machar. Il percorso più breve e meno costoso a ciò è la conclusione di un patto di non aggressione con Khartoum e una mediazione con la leadership del Sud Sudan per una sistemazione pacifica. Questo gli permette di proteggersi dalle provocazioni di Khartoum e di porre fine alla crisi nel Sud Sudan. Nei negoziati è stato raggiunto un accordo sulla creazione di comitati locali per lo sviluppo della cooperazione nelle sicurezza, economia e cultura. Gli ugandesi ufficialmente si sforzano di porre fine alla guerra civile nel Sud Sudan, creando le condizioni per i colloqui diretti tra Kiir e Machar. Quest’ultimo ha dichiarato di essere pronto alle consultazioni, che saranno preludio del riavvio del processo di pace. Tuttavia, c’è ragione di credere che non ci siano parole di riconciliazione dai politici sudsudanesi. Per ordine del presidente ugandese, alcune colonne di armi e munizioni furono spedite al partito di Kiir prima dell’offensiva decisiva contro i ribelli di Nuer Machar.

Salva Kiir e Yoweri Museveni

Il viaggio somalo di Erdogan
Sulla sfondo della cris in Qatar, Doha e Ankara aumentano gli sforzi sui punti più sensibili dei concorrenti in Africa. Erdogan ordinò ad agosto d’inviare 300 soldati turchi nella base in Somalia, la cui costruzione iniziò nel marzo 2015 costando ad Ankara 50 milioni di dollari. Si suppone che vi saranno impiegati circa tremila soldati, che addestreranno i militari delle forze armate somale. Finora vi sono alloggi per 1500 soldati. Ci saranno tre scuole militari, dormitori e magazzini per quattrocento ettari. Gli esperti sono convinti che l’obiettivo principale della base è la presenza militare turca nella regione in contrappeso alle crescenti capacità emirote e egiziane nella regione del Corno d’Africa e dell’Africa orientale. L’accordo el Qatar sull’organizzazione della base militare in Uganda fa parte di questa strategia. A marzo Erdogan e il Capo dello Stato Maggiore delle Forze Armate della Turchia H. Akar esaminarono la realizzazione di questo piano militare in Somalia. Gli UAE rafforzarono la presenza (il ruolo principale sarà dell’esercito egiziano ed associati provenienti dalla compagnia militare privata “Blackwaters“) nella regione del Corno d’Africa. Il discorso non riguarda solo la base di Berbere in Somaliland, ma anche le infrastrutture militari di Baidoa e Kismayo. Cioè, Abu Dhabi occupa le coste, formando una catena di basi nella maggior parte dei porti principali della regione. Non solo le principali rotte logistiche finiscono sotto loro controllo (esclusa la pirateria o la guerra nello Yemen), ma anche i principali porti regionali. Allo stesso tempo, le autorità degli Emirati Arabi Uniti cercano di partecipare agli affari interni della Somalia. Quindi, hanno dato garanzie finanziarie a Mogadiscio su trasferimento e reinsediamento dei rifugiati somali, che le autorità keniane trasferiscono dal campo di Dabab. Allo stesso tempo, il principe degli UAE M. bin Zayad cerca il sostegno da Washington per le azioni in Somalia e ha suggerito al capo del Pentagono J. Mattis d’inviare negli impianti militari degli UAE 400 conmando statunitensi. Tutto questo in reazione a Qatar e Turchia. Le basi militari somale e ugandesi sono solo una parte della risposta. Le leve economiche sono utilizzate per influenzare la situazione, con cui sono riusciti a invertire l’atteggiamento negativo del presidente M. Farmajo sulle loro attività in Somalia. Si presume che in agosto i presidenti turco e somalo apriranno insieme la struttura. Per Farmajo, ciò sarà uno dei temi principali considerando il fatto che Londra ha rifiutato le garanzie finanziarie all’esercito somalo attraverso il ministro degli Esteri della Gran Bretagna B. Johnson. I cadetti della prima coorte laureata sono solo del clan nativo del presidente. Sembra che non prevedano la creazione di un esercito nazionale ma di una guardia personale. In questo contesto c’è stata la soluzione al problema del rilascio delle licenze alla società turca Turkiye Petroleri AO (TPAO) per la perforazione offshore, inizialmente bloccata dal presidente somalo. Le autorità del Qatar cercavano di attirarlo nella propria orbita d’influenza, rinunciando all’illegale operazione tra UAE e Somaliland per l’acquisto della base militare di Berbera senza l’approvazione ufficiale di Mogadiscio. Il 25 maggio, il presidente Farmajo visitava Doha e l’emiro T. bin Hamad al-Thani gli ha concesso sei milioni di dollari per “bisogni economici immediati“. Allo stesso tempo, fu deciso che nel prossimo futuro Mogadiscio preparerà un elenco di piani commerciali dal finanziamento qatariota. I ministri degli Esteri di Qatar e Somalia, M. bin Abdurahman al-Thani e Y. Garad Omar, affermavano in una dichiarazione congiunta,il crescente ruolo fondamentale del Qatar nella stabilizzazione della situazione nel Corno d’Africa“.

M. Farmajo e Recep Tayyip Erdogan

Allarmi e Mirage
La crisi legata al conflitto tra Arabia Saudita, UAE, Egitto, Qatar e Turchia colpisce Medio Oriente, Africa settentrionale ed orientale. La maggior parte dei Paesi della regione cerca di restarne fuori, limitandosi a dichiarazioni generali, che alle parti del conflitto non aggrada. Quindi, Doha ovunque ponga fine alla propria presenza militare, provoca conflitti armati, come nei rapporti con Gibuti. In particolare, in risposta alle dichiarazioni anti-qatariote del presidente I. Guelleh, ritira il contingente di pace che separava Gibuti dale truppe eritree in una zona controversa creando panico a Gibuti e all’alleata Etiopia, che dichiarava che l’Eritrea occuperà la province lasciate dai qatarioti. Il 18 giugno, l’Etiopia inviava al Consiglio di sicurezza dell’ONU una richiesta sull’introduzione di una missione mista di controllo dell’Unione africana e delle Nazioni Unite per evitare l’escalation del conflitto. Ciò è accaduto dopo che il 14 giugno Gibuti annunciava la ritirata delle truppe del Qatar nella zona demilitarizzata, portando all’ammassamento di forze etiopi al confine tra Eritrea e Gibuti. Le preoccupazioni di Addis Abeba sono comprensibili: oltre alle ostilità con Asmara, è importante l’operatività delle ferrovie che recentemente, con grande sforzo dalla Cina, collegano l’Etiopia ai porti di Gibuti. Nel frattempo, le discussioni tra le varie fazioni del governo di Addis Abeba si tengono sul tema dell’azione in questa situazione. Il Capo di Stato Maggiore dell’esercito etiope M. Nur Yunus (Samora), appartenente all’ala conservatrice Mekele del Fronte della Liberazione Popolare del Tigray (TPLF) guidato da A. Woldu, invica le operazioni militari contro gli eritrei. I sostenitori del ministro delle Telecomunicazioni D. Gebremichael, raggiunto dall’ex-Capo di Stato Maggiore Generale dell’Rsercito S. Mekonen e dal capo del Servizio nazionale di intelligence e sicurezza (NISS) G. Assefa, si oppongono. Sono contro la soluzione militare al problema, che altrimenti garantirà un conflitto armato nel prossimo futuro. Tra l’altro, dato che le forze armate etiopiche sono coinvolte nella repressione della rivolta dei musulmano Oromo, attivamente istigata da EAU e Egitto attraverso l’Eritrea. La situazione è così allarmante che Addis Abeba è costretta a ritirare truppe dalla Somalia per il fronte interno. Gibuti ha inviato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite messaggi allarmanti. Ad esempio, la “bandiera eritrea già sventola sulla zona controversa del monte Gabija”. L’obiettivo è semplice. Secondo il trattato Francia-Gibuti del 1977, la Francia deve intervenire in caso di violazioni da parte dell’Eritrea dell’accordo sulle zone demilitarizzate o di atti di aggressione. Cioè, Gibuti vuole trascinare Parigi nel conflitto. I Mirage dell’Aeronautica francese sorvolavano la zona senza notare movimenti delle forze eritree. La questione dei territori controversi riconosciuti da Asmara fu risolta con il verdetto del tribunale internazionale, sfavorevole all’Eritrea, che ritirò le truppe dalle aree riconosciute territorio di Gibuti. Lo scopo di Ismaïl Guelleh è alleggerire la propria posizione in relazione alla crescente pressione dell’opposizione su lui e il suo clan, i cui capi rimangono legati ali EAU e godono del sostegno di Abu Dhabi. L’azione anti-Qatar dalle autorità di Gibuti è dovuta ai tentativi di riaffermare la politica di sviluppo del partenariato con i sauditi in forza della promessa di Riyadh di miliardi di dollari di investimenti e dell’organizzazione di una base militare saudita a Gibuti. Le relazioni della leadership di Gibuti con gli EAU sono cattive e Riad ne incoraggia il passo anti-Emirati. Gibuti, dal suo punto di vista, assicura un azione anti-Qatar e l’isteria nell’arena internazionale in una situazione in cui gli EAU, attraverso l’Eritrea, organizzano provocazioni militari contro Gibuti. Infatti, né sauditi né EAU finora sono pronti a un tale sviluppo. Il Qatar non potrà organizzare un conflitto nell’Africa orientale contro Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ma la situazione è sempre più complicata.

Ashton B. Carter e il Generale Samora Yunis

Flussi di armi
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe documentare le attività del Qatar, che sostiene i gruppi terroristici che operano in Libia. Questo fu dichiarato dal Ministero degli Esteri dell’Egitto alla riunione del Comitato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nella dichiarazione per contrastare il terrorismo. Cairo ha chiesto la rimozione dell’embargo sulle armi all’Esercito Nazionale Libico (LNA), che nessuno accetterà. Il Qatar fornisce armi agli islamisti attraverso i clan di Tripoli e Misura, associandosi alla Fratellanza musulmana. Anche Sudan e Turchia lo fanno. Inoltre, secondo i dati forniti dai servizi speciali dell’Egitto, nel Sudan le basi logistiche sono dispiegate non solo da Qatar ma anche dall’Iran. Teheran rifornisce la striscia di Gaza attraverso il Sinai. Doha è specializzata nell’invio di armi in Libia e Sinai. Khartoum, nonostante la divisione pubblica con Teheran e l’alleanza con Riyadh, continua ad utilizzare i legami con Qatar e Iran per sostenere materialmente gli islamisti e i sostenitori di Hamas. Riyadh dovrebbe controllare le azioni di Khartoum in quella direzione e in alcuni casi, se necessario, correggerle, ma ciò non accade. L’attacco di Arabia Saudita, EAU ed Egitto al Qatar non significa che la loro alleanza sia forte. Gli interessi sauditi, in combinazione con gli Emirati Arabi Uniti, sono diversi in tutti i punti chiave della regione, dallo Yemen al Corno d’Africa e alla Libia. Difatti, Riyadh ha posto a capo del governo di accordo nazionale Fayaz al-Saraj, ma Abu Dhabi e Cairo il comandante in capo delle Forze Armate di Tobruq, Generale Q. Haftar. L’Arabia Saudita trae vantaggio dell’indebolimento di Haftar, da qui l’atteggiamento conciliatorio di Riyad verso la presenza in Sudan delle basi di addestramento dei terroristi dei Fratelli musulmani nelle aree di confine egiziane e il trasferimento di armi agli islamisti libici attraverso la logistica sudanesi nel Darfur. Nel sud, contro le forze di Haftar, “l’opposizione ciadiana” è in guerra sotto la sfera d’influenza dei servizi di sicurezza sudanesi. Riyadh utilizza la carta della vittoria sudanese per scoraggiare EAU ed Egitto.
Le conclusioni sono semplici. L’alleanza dei Paesi sunniti nel formato “NATO del Medio Oriente”, di cui parlano gli Stati Uniti, non è realistica. Ben presto la tensione anti-Qatar calerà e le contraddizioni tradizionali di Riyadh, Abu Dhabi e Cairo, profonde, si manifesteranno e non permetteranno alcuna alleanza temporanea per risolvere obiettivi tattici. Quindi, il Qatar non avrà una posizione difensiva a lungo; ha abbastanza alleati per andare all’offensiva. Questo rende l’attacco contro Doha insensato. Dalle dichiarazioni del dipartimento di Stato degli USA, è abbastanza chiaro che Washington lasci che gli eventi seguano il loro corso senza interferire…Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La linea rossa di Trump

Seymour M. Hersh, Die Welt, 25 giugno 2017 – Global ResearchIl 6 aprile il presidente degli Stati Uniti Donald Trump autorizzò l’attacco missilistico con i Tomahawk sulla base aerea di Shayrat nella Siria centrale, in rappresaglia a ciò che affermò esser stato un attacco con gas mortale del governo siriano due giorni prima, sulla città ribelle di Qan Shayqun. Trump emise l’ordine nonostante fosse stato avvertito dalla comunità d’intelligence statunitense che non aveva trovato alcuna prova che i siriani avessero usato un’arma chimica. L’intelligence disponibile chiarì che i siriani avevano colpito il sito di una riunione jihadista il 4 aprile utilizzando una bomba guidata fornita dai russi ed equipaggiata con esplosivi convenzionali. I dettagli dell’attacco, comprese le informazioni sui cosiddetti obiettivi di grande valore, furono forniti giorni prima dai russi ad ufficiali statunitensi ed alleati a Doha, la cui missione è coordinare le operazioni delle forze aeree siriane, russe, statunitensi ed alleate nella regione. Alcuni ufficiali statunitensi erano particolarmente afflitti dalla decisione del presidente d’ignorare le prove. “Niente di ciò aveva senso”, disse un funzionario ai colleghi a conoscenza della decisione di bombardare. “Sappiamo che non ci sono stati attacchi chimici… i russi sono furiosi. Sostengono che abbiamo intelligence autentica e sappiamo la verità… immagino che non gli importi se abbiamo scelto Clinton o Trump“. Poche ore dopo il bombardamento del 4 aprile, i media furono saturati da fotografie e video di Qan Shayqun. Le immagini di vittime morte e morenti, colpite da sintomi di avvelenamento da gas nervini, furono diffuse sui social media da attivisti locali, come i White Helmets, un gruppo di emergenza noto per la sua stretta collaborazione con l’opposizione siriana. La provenienza delle foto non era chiara e nessun osservatore internazionale aveva controllato il sito, ma l’immediato presupposto, popolare nel mondo, era che si trattasse dell’uso deliberato dell’agente nervino sarin autorizzato dal Presidente Bashar Assad della Siria. Trump sostenne tale assunzione emettendo una dichiarazione a poche ore dall’attacco, descrivendo le “azioni disgustose” di Assad come conseguenza della “debolezza e irresoluzione” dell’amministrazione Obama nell’affrontare ciò che affermò essere l’uso in passato di armi chimiche della Siria.
A dispetto di molti membri della sua squadra della sicurezza nazionale, Trump non cambiò idea dopo 48 ore di intense relazioni e decisioni. In una serie di interviste, appresi della totale disconnessione tra presidente e molti suoi consiglieri militari e d’intelligence, nonché ufficiali sul campo della regione, che avevano una diversa comprensione della natura dell’attacco della Siria a Qan Shayqun. Ebbi le prove di tale sconnessione, sotto forma di trascrizioni delle comunicazioni in tempo reale, subito dopo l’attacco siriano del 4 aprile. In un importante processo di pre-attacco conosciuto come de-conflitto, ufficiali statunitensi e russi forniscono regolarmente in anticipo i dettagli sulle rotte previste e le coordinate dei bersagli, per garantirsi che non vi sia alcun rischio di collisione o scontro accidentale (i russi parlano per conto dell’Esercito arabo siriano). Queste informazioni vengono fornite quotidianamente agli aerei di sorveglianza AWACS statunitensi che controllano i voli. Il successo e l’importanza del deconflitto può essere misurato dal fatto che non ci sia stata ancora una collisione, o addirittura avvicinamento tra i potenti cacciabombardieri supersonici statunitensi, alleati, russi e siriani. Gli ufficiali delle aeronautiche russa e siriana fornirono dettagliatamente il piano di volo attentamente pianificato da e per Qan Shayqun il 4 aprile, direttamente in inglese, ai monitor di deconflitto dell’aereo AWACS che pattugliava sul confine turco, 60 miglia o più a nord. Il bersaglio dei siriani a Qan Shayqun, condiviso con gli statunitensi a Doha, fu descritto come edificio di due piani a nord della città. L’intelligence russa condivisa, quando necessario, con Siria e Stati Uniti, nell’ambito della lotta comune ai gruppi jihadisti, aveva stabilito che nell’edificio doveva aver luogo una riunione di alto livello dei capi jihadisti, tra cui rappresentanti di Ahrar al-Sham e del gruppo affiliato ad al-Qaida già noto come Jabhat al-Nusra. I due gruppi avevano recentemente unito le forze e controllavano la città e l’area circostante. L’intelligence russa indicò l’edificio come centro di comando e controllo che ospitava un negozio di alimentari e altri locali commerciali al piano terra, con altri negozi di beni essenziali nelle vicinanze, tra cui uno di tessuti e uno di elettronica. “I ribelli controllano la popolazione controllando la distribuzione delle merci di cui la gente ha bisogno per vivere: cibo, acqua, olio, gas propano, fertilizzanti per coltivare i raccolti e insetticidi per proteggerli“, mi disse un consigliere della comunità d’intelligence statunitense che prestava servizio in posizioni di alto livello presso dipartimento della Difesa e Agenzia d’Intelligence Centrale. L’edificio era utilizzato come deposito per razzi, armi e munizioni, nonché prodotti da poter distribuire gratuitamente alla comunità, tra cui farmaci e decontaminanti a base di cloro per la pulizia dei corpi dei morti prima della sepoltura. Il luogo delle riunione, una base regionale, era al secondo piano. “Era il luogo d’incontro stabilito” disse il consigliere. “Un vecchio impianto che avrebbe avuto sicurezza, armi e un centro comunicazioni, dossier e mappe”.
I russi intendevano confermare l’intelligence e dispiegarono un drone per giorni sul sito per monitorarne le comunicazioni e sviluppare ciò che è noto nella comunità d’intelligence come POL, modello di vita. L’obiettivo era identificare chi entrava e usciva dall’edificio, e tracciare il traffico di armi, compresi razzi e munizioni. Una ragione del messaggio russo a Washington sull’obiettivo previsto era assicurare che qualsiasi risorsa o informatore della CIA che lavorasse nella direzione jihadista venisse avvertito di non partecipare alla riunione. Mi fu detto che i russi passarono l’avviso direttamente alla CIA. “Agivano correttamente“, disse il consigliere. I russi rilevarono che la riunione jihadista avveniva in un momento di pressione acuta sugli insorti: presumibilmente Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham cercavano disperatamente una via nel nuovo clima politico. Negli ultimi giorni di marzo, Trump e due dei suoi aiutanti della sicurezza nazionale, il segretario di Stato Rex Tillerson e l’ambasciatrice all’ONU Nikki Haley, dichiararono che, come affermò il New York Times, la Casa Bianca aveva abbandonato l’obiettivo “di spingere Assad” a lasciare il potere, segnando una forte frattura dalla politica mediorientale guidata dall’amministrazione Obama per più di cinque anni”. Il segretario stampa della Casa Bianca Sean Spicer disse nel briefing del 31 marzo che, “c’è una realtà che dobbiamo accettare”, implicando che Assad sarebbe rimasto. I funzionari dell’intelligence russi e siriani, che coordinano le operazioni con i comandi statunitensi, chiarirono che l’attacco previsto su Qan Shayqun era speciale per via dell’obiettivo di alto valore. “Fu un cambiamento acuto. La missione era fuori dall’ordinario, ripulire i piani di volo, mi disse il consigliere. “Ogni ufficiale operativo nella regione”, dell’esercito, dei marines, dell’aeronautica, della CIA e dell’NSA, “doveva sapere che c’era qualcosa in corso. I russi diedero alla Siria una bomba guidata, una rarità. Sono tirchi con le bombe guidate e raramente le condividono con l’Aeronautica siriana. E i siriani assegnarono il loro miglior pilota alla missione, con il miglior gregario“. L’intelligence anticipata sul bersaglio, fornita dai russi, ebbe il valore più alto possibile nella comunità statunitense. L’ordine esecutivo che governa le operazioni militari statunitensi nel teatro, rilasciato dal presidente dei Capi di Stato Maggiore, dava le istruzioni che delimitano il rapporto tra le forze statunitensi e russe operanti in Siria. “È come un ordine di opzione, ecco a cosa sei autorizzato“, disse il consigliere. “Non condividiamo il controllo operativo con i russi. Non facciamo operazioni con loro o attività direttamente a sostegno di una delle loro operazioni. Ma il coordinamento è consentito. Ci teniamo in contatto su ciò che succede e nell’ambito di ciò avviene lo scambio reciproco d’intelligence. Se otteniamo un dato che possa aiutare i russi nella loro missione, questo è coordinamento; e i russi fanno lo stesso con noi. Quando abbiamo un suggerimento a proposito di un comando“, aggiunse il consigliere, riferendosi all’obiettivo di Qan Shayqun, “facciamo ciò che possiamo per aiutarli. Questo non era un attacco con armi chimiche“, disse il consigliere. “E’ una favola. Se è così, tutti i soggetti coinvolti nel trasferimento, caricamento puntamento dell’arma, che dovresti far apparire come bomba convenzionale da 250 kg, indosserebbero indumenti protettivi Hazmat in caso di fughe. Ci sarebbero poche possibilità di sopravvivenza senza tali equipaggiamenti. Il Sarin militare include additivi progettati per aumentarne tossicità e letalità. Ogni elemento è massimizzato per infliggere morte. Ecco perché viene prodotto. È inodore e invisibile e la morte può avvenire entro un minuto. Nessuna nuvola. Perché produrre un’arma da cui la gente può scappare?
L’obiettivo fu colpito alle 6:55 del 4 aprile, poco prima di mezzanotte a Washington. Una valutazione dei danni da bombe (BDA) da parte delle forze armate statunitensi, stabilì che calore e potenza della bomba siriana da 250 kg causò una serie di esplosioni secondarie che avrebbero generato un’enorme nuvola tossica che si diffuse sulla città, formata dal rilascio di fertilizzanti, disinfettanti ed altri beni immagazzinati nel seminterrato, il cui effetto fu ingrandito dalla densità del mattino, che bloccò i fumi al suolo. Secondo le stime dell’intelligence, disse il consigliere, l’attacco eliminò quattro capi jihadisti e un numero sconosciuto di autisti e addetti alla sicurezza. Non esiste un numero confermato di civili uccisi dai gas velenosi rilasciati dalle esplosioni secondarie, sebbene gli attivisti dell’opposizione parlassero di più di 80 morti e media come CNN di 92. Il team di Médecins Sans Frontières, che curò le vittime di Qan Shayqun in una clinica a 60 miglia a nord, riferì che “otto pazienti hanno mostrato sintomi, tra cui congestione, spasmi e defecazione involontaria, coerenti con l’esposizione ad un agente neurotossico come Sarin o simili“. MSF visitò anche altri ospedali che ricevettero le vittime e scoprì che i pazienti “odoravano di candeggina, suggerendo che fossero stati esposti al cloro“. In altre parole, le prove suggerivano che ci fosse più di una sostanza chimica responsabile dei sintomi osservati, cosa che non sarebbe avvenuta se la forza aerea siriana, come sottolineato degli attivisti dell’opposizione, avesse sganciato il Sarin, che non ha alcun potere cinetico o di scatenare esplosioni secondarie. La gamma dei sintomi tuttavia era coerente al rilascio di una miscela di sostanze chimiche, tra cui cloro e organofosfati utilizzati in molti fertilizzanti, che possono causare effetti neurotossici simili a quelli del Sarin. Internet entrò in azione in poche ore, e fotografie spaventose delle vittime inondarono reti televisive e youtube. L’intelligence statunitense fu incaricata di stabilire ciò che era accaduto. Tra le informazioni ricevute vi fu un’intercettazione delle comunicazioni siriane prima dell’attacco da parte di una nazione alleata. L’intercettazione, che ebbe un effetto particolarmente forte su alcuni aiutanti di Trump, non menzionò gas nervino o Sarin, ma un generale siriano che discuteva di un’arma “speciale” e la necessità di un pilota altamente qualificato per l’aereo d’attacco. Il riferimento, come capito dalla comunità d’intelligence statunitense, e non da molti aiutanti inesperti e famigliari di Trump, era a una bomba fornita dai russi con sistema di guida. “Se hai già deciso che è stato un attacco coi gas, allora inevitabilmente leggerete il discorso su un’arma speciale come bomba con il sarin“, disse il consigliere. “I siriani programmarono l’attacco su Qan Shayqun? Assolutamente. Abbiamo le intercettazioni per dimostrarlo? Assolutamente. Avevano intenzione di usare Sarin? No. Ma il presidente non ha detto: ‘Abbiamo un problema, guardiamo’. Voleva bombardare merda sulla Siria”.
All’ONU il giorno successivo, l’ambasciatrice Haley fece sensazione sui media mostrando le fotografie dei morti e accusò la Russia di essere implicata. “Quanti altri bambini devono morire prima che la Russia si preoccupi?” Chiese. NBC News, in un report tipico di quel giorno, citò funzionari statunitensi confermare che il gas nervino era stato utilizzato e Haley collegò l’attacco direttamente al Presidente siriano Assad. “Sappiamo che l’attacco di ieri è stata una nuova bassezza anche per il barbaro regime di Assad“, disse. C’era dell’ironia nella corsa statunitense ad incolpare la Siria e criticare la Russia per il sostegno alla Siria, che negava qualsiasi uso di gas a Qan Shayqun, come fecero l’ambasciatrice Haley e altri a Washington. “Quello che non sa la maggior parte degli statunitensi“, disse il consulente, “è che se ci fosse stato un attacco con gas nervoso siriano autorizzato da Bashar, i russi sarebbero stati 10 volte più sconvolti di chiunque in occidente. La strategia della Russia contro lo SIIL, che implica la cooperazione statunitense, sarebbe stata distrutta, e Bashar avrebbe fatto incazzare la Russia con conseguenze sconosciute per lui. Bashar lo farebbe? Quando è in procinto di vincere la guerra? Ma scherzate?” Trump, un costante telespettatore di notiziari televisivi, affermò, mentre re Abdullah di Giordania gli era seduto accanto nell’ufficio ovale, che ciò che era successo era “orribile, orribile” e “un terribile danno all’umanità“. Cambiando politica verso il governo Assad, disse: “Vedrete“. Suggerendo la risposta alla successiva conferenza stampa con re Abdullah: “Quando uccidi bambini inermi, bambini inermi, neonati, con un gas chimico così letale… attraversi molte, molte linee, oltre la linea rossa… L’attacco contro i bambini di ieri ha avuto un grosso impatto su di me. Grande impatto… è molto, molto possibile… che il mio atteggiamento verso Siria e Assad sia cambiato molto“. Poco dopo aver visto le foto, disse il consigliere, Trump istruì l’apparato della difesa nazionale di pianificare la ritorsione contro la Siria. “L’ha fatto prima di parlare con chiunque. I pianificatori poi chiesero a CIA e DIA se c’era qualche prova che la Siria avesse depositato Sarin in un aeroporto vicino o da qualche parte nella zona. I loro militari dovevano averlo da qualche parte nella zona da bombardare con esso“. “La risposta fu: “Non abbiamo alcuna prova che la Siria abbia o usi Sarin“, mi disse il consigliere. “La CIA gli disse anche che non esiste alcun carico residuo di Sarin a Shayrat (la base da cui il cacciabombardiere Su-24 siriano decollò il 4 aprile) e Assad non aveva alcun motivo per commettere un suicidio politico“.
Tutti gli interessati, tranne forse il presidente, capirono che un team altamente qualificato delle Nazioni Unite aveva passato più di un anno, dopo il presunto attacco col Sarin nel 2013 in Siria, a rimuovere ciò che si diceva fossero tutte le armi chimiche da una dozzina di depositi di armi siriani.
A questo punto, disse il consigliere, i pianificatori della sicurezza nazionale del presidente ne furono più che tristi: “Nessuno conosceva la provenienza delle fotografie. Non sapevamo chi erano i bambini o come fossero feriti. Il Sarin in realtà è molto facile da rilevare perché penetra la vernice e tutto quello che dovresti fare è ottenere un campione di vernice. Sapevamo che c’era una nuvola e sapevamo di persone ferite. Ma non puoi saltare lì certo che Assad abbia nascosto il Sarin all’ONU perché voleva usarlo a Qan Shayqun”. L’intelligence chiarì che un cacciabombardiere Su-24 aveva usato un’arma convenzionale per colpire l’obiettivo: non c’era nessuna testata chimica. Eppure era impossibile che gli esperti persuadessero il presidente di questa cosa, una volta che l’aveva assunta. “Il presidente vide le fotografie di bambini avvelenati e dichiarò che era opera di Assad“, disse il consigliere. “È tipico della natura umana. Salti alla conclusione che vuoi. Gli analisti dell’intelligence non discutono con un presidente. Non hanno intenzione di dire al presidente, “se interpretate i dati in questo modo, mi dimetto“. I consiglieri della sicurezza nazionale capirono il loro dilemma: Trump voleva rispondere all’offesa all’umanità commessa dalla Siria e non voleva esserne dissuaso. Avevano a che fare con un uomo che consideravano non offensivo o stupido, ma di cui le limitazioni quando si parla di decisioni sulla sicurezza nazionale sono gravi. “Tutti quelli vicino ne riconoscono la propensione ad agire precipitosamente quando non conosce i fatti“, disse il consigliere. “Non legge niente e non ha una vera cultura storica. Vuole presentazioni verbali e fotografie. È uno che rischia. Può accettare le conseguenze di una cattiva decisione nel mondo degli affari; perderà solo dei soldi. Ma nel nostro mondo, vite vengono perse e ci sarà un danno a lungo termine per la nostra sicurezza nazionale se sbagliasse puntata. Gli fu detto che non avevamo prove del coinvolgimento siriano, eppure Trump disse: “Fatelo”.
Il 6 aprile, Trump convocò una riunione dei funzionari della sicurezza nazionali presso il suo resort Mar-a-Lago in Florida. L’incontro non fu su decidere cosa fare, ma come farlo meglio o, come alcuni volevano, fare il minimo e accontentare Trump. “Il capo sapeva prima della riunione che non avevano l’intelligence, ma non era questione“, disse il consigliere. “La riunione era su: “Ecco cosa farò”, e poi furono avanzate le opzioni“. L’intelligence disponibile non era rilevante. Il più esperto al tavolo era il segretario alla Difesa James Mattis, un ex-generale dei marines che aveva il rispetto del presidente e capiva, forse, quanto rapidamente potesse ripensarci. Mike Pompeo, direttore della CIA, la cui agenzia aveva sempre dichiarato di non avere prove su una bomba chimica siriana, non era presente. Il segretario di Stato Tillerson era ammirato per la volontà di lavorare molto e l’avida lettura di cablo e rapporti diplomatici, ma non sapeva molto di guerra e bombardamenti. I presenti erano confusi, disse il consigliere. “Il presidente fu emotivamente energizzato dal disastro e voleva le opzioni“. Ne ottenne quattro, in ordine di estremità. L’opzione uno era non fare nulla. Tutti i presenti, disse il consigliere, capirono che non andava. L’opzione due era un buffetto: bombardare una base aerea in Siria, ma solo dopo aver avvisato i russi e, attraverso loro, i siriani, per evitare troppe vittime. Alcuni dei pianificatori la chiamarono “opzione gorilla”: gli USA avrebbe fatto occhiatacce e battuto il petto per spaventare e dimostrare determinazione, ma causando pochi danni significativi. La terza opzione era l’attacco presentato a Obama nel 2013 e che alla fine non accettò. Il piano richiedeva il massiccio bombardamento dei principali aeroporti e centri di comando siriani usando velivoli B1 e B52 decollati dalle basi negli USA. Opzione quattro: “decapitazione“: rimuovere Assad bombardandone il palazzo a Damasco, la rete di comando e tutti i bunker sotterranei in cui poteva ritirarsi in caso di crisi. “Trump escluse subito l’opzione uno“, disse il consigliere, e l’assassinio di Assad non fu mai considerato. “Ma disse in sostanza: “Voi siete l’esercito e voglio un’azione militare”. Il presidente fu anche inizialmente contrario all’idea di avvertire i russi prima dell’attacco, ma accettò con riluttanza. “Gli demmo l’opzione Goldilocks. Non troppo calda, non troppo fredda, ma giusta“. La discussione ebbe i suoi momenti bizzarri. Tillerson chiese nel meeting di Mar-a-Lago perché il presidente non poteva semplicemente chiamare i bombardieri B52 e polverizzare la base aerea. Gli fu detto che i B52 erano molto vulnerabili ai missili antiaerei (SAM) nell’area e che impiegandoli avrebbero avuto bisogno di fuoco di soppressione che poteva uccidere alcuni soldati russi. “Cos’è?” chiese Tillerson. Beh, signore, Le è stato detto, significa che dovremmo distruggere i siti dei SAM lungo la rotta dei B52, che sono occupati dai russi, e affronteremmo una situazione molto più difficile. “La lezione qui fu: grazie a Dio per i militari alla riunione“, disse il consigliere. “Hanno fatto il meglio che poterono quando ebbero davanti una decisione già presa“.Cinquantanove missili Tomahawk furono lanciati da due cacciatorpediniere della Marina Militare statunitense in servizio nel Mediterraneo, Ross e Porter, contro la base aerea di Shayrat vicino la città governativa di Homs. L’attacco non fu il successo sperato, dati i minimi danni. I missili hanno una testata leggera, circa 100 kg di HBX, versione moderna del TNT militare. I serbatoi di benzina dell’aeroporto, obiettivo primario, furono polverizzati, secondo il consigliere, innescando un enorme incendio e nuvole di fumo che interferirono con il sistema di guida dei missili seguenti (il consigliere qui mente spudoratamente. NdT). 24 missili mancarono il bersaglio e solo alcuni colpirono effettivamente un hangar, distruggendo nove aeromobili siriani (solo tre, NdT), molti meno di quanto sostenuto dall’amministrazione Trump. Mi fu detto che alcuno di essi fosse operativo: tali aerei danneggiati sono ciò che l’aeronautica chiama regine degli hangar. “Erano agnelli sacrificali” disse il consigliere. La maggior parte del personale e i velivoli operativi furono trasferiti nelle basi vicine ore prima del raid. Le due piste e i parcheggi, che erano stati presi di mira, furono riparati e riattivati dopo otto ore. Tutto sommato, fu poco più di un costoso spettacolo di fuochi d’artificio. “Fu uno spettacolo solo per Trump, dall’inizio alla fine”, disse il consigliere. “Alcuni dei consiglieri della sicurezza nazionale del presidente ritennero la missione una decisione negativa minima e prescritta dall’obbligo di esecuzione. Ma non credo che la gente della sicurezza nazionale permetterà di non fermare un’altra decisione negativa e se Trump avesse adottato l’opzione tre, ci sarebbero state dimissioni immediate“. Dopo la riunione, con i Tomahawk in volo, Trump parlò alla nazione da Mar-a-Lago e accusò Assad di usare il gas nervino per soffocare “la vita di uomini, donne e bambini impotenti. Fu una morte lenta e brutale per tanti… Nessun figlio di Dio dovrebbe mai subire tale orrore“. I giorni seguenti furono i più riusciti del presidente. Gli USA si unirono intorno al comandante in capo, come sempre nei tempi di guerra. Trump, che aveva lanciato la campagna elettorale come sostenitore della pace con Assad, bombardava la Siria 11 settimane dopo il giuramento e fu acclamato da repubblicani, democratici e media. Un prominente anchorman televisivo, Brian Williams di MSNBC, usò la parola “belle” per descrivere le immagini dei Tomahawk lanciati dal mare. Parlando alla CNN, Fareed Zakaria dichiarò: “Penso che Donald Trump sia diventato presidente degli Stati Uniti“. La rassegna dei primi 100 giornali statunitensi mostrava che 39 di essi pubblicarono editoriali a sostegno del bombardamento, tra cui New York Times, Washington Post e Wall Street Journal. Cinque giorni dopo, l’amministrazione Trump radunò i media nazionali per un briefing sull’operazione siriana, condotto da un alto funzionario della Casa Bianca che non va identificato. Il concetto del briefing era che il rifiuto netto e persistente della Russia sull’uso qualsiasi del Sarin nel bombardamento di Qan Shayqun era una menzogna perché il presidente Trump aveva detto che il Sarin era stato utilizzato. Tale affermazione, che non fu contestata da nessuno dei giornalisti presenti, divenne causa di ulteriori critiche:
La continua menzogna dell’amministrazione Trump sull’utilizzo di Sarin da parte della Siria provoca la diffusa convinzione nei media e nel pubblico statunitensi che la Russia fosse coinvolta nella disinformazione e campagna di copertura della Siria.
Le forze militari russe erano schierate sulla base aerea siriana di Shayrat (come in tutta la Siria), sollevando la possibilità che la Russia avesse notato in anticipo la volontà della Siria di usare il Sarin a Qan Shayqun e non fece nulla per fermarla.
L’uso del Sarin e la difesa della Russia dell’impiego suggeriva che la Siria avesse scorte dell’agente nervino, sottratte al gruppo di disarmo delle Nazioni Unite che passò gran parte del 2014 verificando e rimuovendo tutti gli agenti da guerra chimica dichiarati dai 12 depositi di armi chimiche siriane, sulla base dell’accordo tra amministrazione Obama e Russia dopo il presunto, ma non ancora dimostrato, impiego del Sarin l’anno prima contro un ridotto dei ribelli in un sobborgo di Damasco.
Il relatore, a suo merito, fu attento ad usare le parole “pensare”, “suggerire” e “credere” almeno 10 volte durante l’intervento di 30 minuti. Ma disse anche che il briefing si basava su dati declassificati dai “nostri colleghi della comunità di intelligence“. Ciò che non disse e forse non sapeva, era che gran parte delle informazioni classificate nella comunità indicava che la Siria non aveva usato il Sarin nel bombardamento del 4 aprile. La stampa mainstream rispose nel modo in cui la Casa Bianca sperava: le storie che attaccavano la presunta copertura della Russia dell’uso del Sarin della Siria dominarono le notizie e molti media ignorarono i molteplici avvertimenti del relatore. C’era la sensazione di una nuova guerra fredda. Il New York Times, ad esempio, primo quotidiano degli USA, pose il seguente titolo: “La Casa Bianca accusa la Russia di coprire la Siria nell’attacco chimico”. Il Times notava la smentita russa, ma ciò che fu descritto dal relatore come “informazioni declassificate” divenne improvvisamente “rapporto d’intelligence declassificato”. Tuttavia, non c’era alcuna relazione formale dell’intelligence che affermasse che la Siria aveva usato il Sarin, ma semplicemente un “sommario basato su informazioni declassificate sugli attacchi“. La crisi scomparve a fine di aprile, quando Russia, Siria e Stati Uniti decisero di annichilire le milizie di SIIL e al-Qaida. Alcuni di coloro che lavorarono sulla crisi, tuttavia, continuano a preoccuparsi. “Salafiti e jihadisti hanno ottenuto tutto ciò che volevano dalla loro ipotesi fasulla sul gas nervino siriano“, mi disse il consigliere della comunità d’intelligence statunitense, riferendosi all’acuirsi delle tensioni tra Siria, Russia e USA. “La questione è cosa succede se ci sarà un altro attacco sotto falsa bandiera accreditato contro la Siria? Trump ha aperto le porte e si è messo in un angolo con la decisione di bombardare. E non pensiate che costoro non pianifichino il prossimo attacco sotto falsa bandiera. Trump non avrà altra scelta se non bombardare di nuovo, e di più. Non sa ammettere di aver commesso un errore“.
La Casa Bianca non ha risposto a domande specifiche sul bombardamento di Qan Shayqun e l’aeroporto di Shayrat. Queste domande furono inviate via e-mail alla Casa Bianca il 15 giugno e non hanno mai avuto risposta.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“Abbiamo un fottuto problema”

Seymour M. Hersh, Welt 25.06.2017

I funzionari dell’intelligence dubitavano dell’asserito attacco con il Sarin a Qan Shayqun. Welt am Sonntag presenta le mote della chiacchierata tra un consulente della sicurezza e un soldato statunitense in servizio in una base della regione. La conversazione fu fornita a Seymour Hersh. Si tratta di un consulente della sicurezza e di un soldato in servizio in una base operativa sugli eventi di Qan Shayqun. Le abbreviazioni sono: soldato statunitense (SS) e consigliere per la sicurezza (CS). Welt am Sonntag conosce la posizione del dispiegamento. Per motivi di sicurezza, alcuni dettagli delle operazioni militari sono stati omessi.6 aprile 2017
Soldato statunitense: abbiamo un fottuto problema.
Consigliere per la sicurezza: Cos’è successo? Trump ignora l’Intelligence e cerca di colpire i siriani? Stiamo infastidendo i russi?

SS: Va male… Le cose si aggravano.
CS: Non è possibile che tu non abbia visto la conferenza stampa di ieri di Trump. S’è bevuto la storia dei media senza chiedere di vedere l’intelligence. Probabilmente i nostri asini saranno battuti dai russi. È fottutamente pericoloso. Dove sono gli adulti, dannazione? La mancanza del comando nel dire al Presidente la verità, se vuole ascoltarla o meno, passerà alla storia come uno dei nostri momenti peggiori.

SS: Non lo so. Nulla di ciò ha senso. Sappiamo che non ci sono stati attacchi chimici. I siriani hanno colpito un deposito di armi (legittimo bersaglio militare) e ci sono stati danni collaterali. Questo è tutto. Non hanno effettuato alcun tipo di attacco chimico. E ora istighiamo un grosso lancio di TLAM (Tomahawk) sul loro culo.
SA: Per tutto il tempo c’è stato un piano occulto. Si tratta di provare ad attaccare, in ultima analisi, l’Iran. La gente intorno a Trump non capisce che i russi non sono una tigre di carta e che hanno una capacità militare maggiore della nostra.

SS: Non so cosa vogliano i russi. Potrebbero ritornarsene e lasciare che i siriani difendano i propri confini, o potrebbero offrire una sorta di tiepido sostegno, o spararsi dallo spazio aereo e piombare in Iraq. Sinceramente non so cosa aspettarmi. Ma sento che tutto è possibile. Il sistema di difesa aerea russo è in grado di eliminare i nostri TLAM. È un grosso problema… abbiamo ancora tutti i sistemi attivi…
CS: Hai ragione. La Russia non intende starsene in panciolle.

SS: Chi istiga? Votel (Generale Joseph L. Votel, Comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti, nota del redattore)?
CS: Non lo so. Qualcuno di grosso però… è un grosso problema.

SS: deve essere il POTUS. Quelli (i russi) valutano le opzioni. Vi sono indicazioni che saranno sostenitori passivi della Siria e non impegneranno i loro sistemi a meno che i loro mezzi non siano minacciati… in altre parole, il cielo è limpido.

7 aprile 2017
CS: Cosa fanno o dicono i russi. Ho ragione a pensare che abbiamo inflitto pochi danni a Russia o Siria?
SS: Non abbiamo colpito una dannata cosa, per fortuna. Hanno ritirato tutti i loro aerei e personale. In sostanza gli abbiamo concesso un spettacolo con fuochi d’artificio molto costosi. Sapevano dove erano le navi e seguirono tutto l’attacco, dal lancio all’obiettivo. I russi sono furiosi. Affermano che abbiamo la vera intelligence e sappiamo la verità sull’attacco al deposito di armi. Hanno ragione. Immagino che davvero non gli importi se abbiamo eletto Clinton o Trump. Fanculo. Nessuno parla della vera ragione per cui siamo in Iraq e Siria, in primo luogo. La missione è fottuta adesso.

CS: Qualcuno dei tuoi colleghi è incazzato o tutti continuano dicendo che va tutto bene.
SS: È un manicomio… l’abbiamo anche detto ai russi un’ora prima dell’impatto. Ma sapevano chiaramente che stava per accadere. Oh, naturalmente. Ora la Fox dice che abbiamo scelto di colpire la base aerea siriana perché da lì erano stati lanciati gli attacchi chimici. Grande. Non riesco a sentire questa merda.

CS: Devono. Voglio dire, devono farlo.
AS: È un fottuto male.

CS: Amen!!!

8 aprile 2017
SS: I russi sono estremamente ragionevoli. Nonostante i notiziari, ancora cercano di ridurre il conflitto e di coordinare la campagna aerea.
CS: Non credo che la Russia sappia ancora quanto Trump sia pazzo. E non credo che capiscano quanti danni i russi ci possano fare.

SS: Dimostrano una freddezza straordinaria e sono stati incredibilmente calmi. Sembrano per lo più interessati a ridimensionare il tutto. Non vogliono perdere il nostro sostegno nel distruggere lo SIIL.
CS: Ma ho la sensazione che stiano semplicemente tentando questo approccio da sempre, da quando credono possa funzionare. Se continuiamo con l’attuale atteggiamento aggressivo, reagiranno.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Macron dice ciò che Merkel non può su Siria e Russia

L’Europa ripensa al suo ruolo in Siria e Macron può dire ciò che Merkel non può senza causare tensioni nella NATO
Tom Luongo, Russia Insider 22/6/2017La dichiarazione del presidente francese Emmanuel Macron cambierà il gioco sulla Siria. Fino a ieri la Francia era la più violenta sostenitrice del cambio di regime statunitense in Siria. Ora ne è la critica più pragmatica. Ciò indica vari cambiamenti geopolitici. Innanzitutto, è in sintonia con l’affermazione della cancelliera tedesca Angela Merkel che l’Unione europea non dovrebbe più considerare gli Stati Uniti partner affidabile negli affari esteri. L’Unione europea infatti persegue una politica estera più indipendente. Ma ancora più importante, apre la porta all’avvicinamento con la Russia, iniziato da Merkel subito dopo l’incontro con Donald Trump a marzo. Appare la crepa sulla diga in Europa sfidando la politica statunitense su Medio Oriente e Russia. Mentre la narrativa dell’oligarchia statunitense si sgretola, la leadership dell’UE vede l’opportunità di mollare e salvare la reputazione lasciando gli Stati Uniti al loro destino. Se i rapporti sono veri, l’Iran sarebbe pronto a svelare le prove che gli Stati Uniti sostengono lo SIIL in Siria (che è comunque cosa confermata), respingendo il cambio di regime per una semplice buona politica. Merkel sa che ‘antipatia per la Russia, con cui è andata avanti quando gli Stati Uniti sembravano vincere, è perdente per la sua rielezione, ma va anche contro gli interessi della Germania. La pipeline Nordstream 2 ci sarà e le nuove sanzioni del Senato degli USA sono un passo troppo lungo nella definizione della politica dell’UE. Queste non saranno gradite agli elettori tedeschi. In secondo luogo, e soprattutto, secondo me ciò segnala un cambio fondamentale della politica dell’UE sull’immigrazione. La virtuosità segnalata sui diritti umani è inutile quando la Russia di Putin non viene assalita quotidianamente da violenze perpetrate da immigrati come in Germania, Francia e Regno Unito. Ammettendo che uno Stato siriano fallito non è più desiderato, Macron dice “mai più” al caos previsto dall’oligarchia statunitense. L’UE non supporterà più la politica che aumenta il flusso di rifugiati nel suo territorio. E la tempistica su ciò è cruciale. Le turbolenze sulla penisola araba ora minacciano di allargarsi al Golfo Persico. Con Muhamad bin Salman, responsabile della politica saudita, con una visione irrazionale sull’Iran che la conforma, la probabilità di un grande conflitto aumenta drasticamente. E dato che la multinazionale petrolifera francese Total sta per firmare un grande accordo con l’Iran, la minaccia del conflitto è d’ostacolo.
La fine rapida della guerra in Siria è pubblicamente auspicabile per l’Unione europea, poiché l’avanzata dell’Esercito arabo siriano lo garantisce sul campo. La questione è se sia solo tattica negoziale per convincere Putin a rinunciare all’integrità territoriale della Siria in cambio della fine delle sanzioni. L’UE fa rumore sulla normalizzazione delle relazioni in cambio della rapida fine delle ostilità, che consentono agli Stati Uniti di consolidare le conquiste ad est dell’Eufrate. Lo si saprà quando Merkel e Macron cominceranno a parlare dell’indipendenza curda. Comunque, il compito di Macron è dire ciò che Merkel non può senza causare tensioni nella NATO.Macron purga François Bayrou
Alexander Mercouris, The Duran 22/6/2017

Non appena le elezioni parlamentari in Francia sono finite lasciando la maggioranza parlamentare al “partito” En Marche, Emmanuel Macron ha lanciato la purga che scaccia dal governo di coalizione Francois Bayrou e quattro ministri del partito alleato. Dico “purga” anche se naturalmente non viene presentata così. Invece, abbiamo il gioco abituale, che ha accompagnato l’ascesa di Macron, accuse di corruzione su appropriazione indebita di fondi pubblici, diffuse dal settimanale satirico Le Canard enchaîné, indagini e rimozione dalla scena politica degli interessati. In ogni caso, Macron ovviamente non ne ha alcuna parte, anche se in qualche modo si rivela sempre esserne avvantaggiato. Macron aveva bisogno dell’aiuto di Bayrou per ottenere la presidenza e, ancora di più, la maggioranza del proprio partito al parlamento. Con la maggioranza assicurata, non ne ha più bisogno, quindi può dimetterlo. Molto comodamente, subito dopo le elezioni, appare lo “scandalo” che porta alle dimissioni Bayrou. La bellezza di ciò è che in ogni caso le accuse sono vere. La dirigenza francese coraggiosamente corrotta ha sempre saputo prendersi cura di sé. Ha preso Macron, e chi per lui, per trasformare questo fatto in un vantaggio politico. Macron deve comunque stare attento. Non entusiasma la Francia. Il tasso di astensione nelle elezioni parlamentari è stato così alto che il suo partito ha avuto la maggioranza dei seggi del parlamento con il 14% dei voti dell’elettorato. Nel frattempo, vecchie figure dell’élite politica francese come Fillon, Juppé, Valls, Bayrou, Sarkozy e il resto, non sarebbero umane se non avessero risentito della meteora Macron e del modo spietato con cui li ha sbarazzati, anche se a volte si sono sentiti obbligati ad aiutarlo. I due autentici outsider Mélenchon e Le Pen, sono ancora lì, anche se Le Pen è stata significativamente indebolita dal fallimento nelle presidenziali e dallo scarso risultato del suo partito nelle elezioni parlamentari. Nel frattempo, il partito di Macron, rappattumato nell’ultimo anno, appare improvvisato e vulnerabile a pressioni. Se l’andazzo gli si rivoltasse contro, cosa che in Francia accade sempre, Macron potrebbe trovarsi con una base politica inconsistente e pericolosamente a corto di amici.

François Bayrou

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora