1971: l’anno del grande complotto contro l’URSS

Luca Baldelli

Kim Philby

Kim Philby

L’autunno del 1971 vide tingersi di giallo, quasi all’unisono, le rive del Tamigi, le amene vallate delle Fiandre, i boschi della Baviera, le contrade francesi e lo Stivale italiano… Un giallo intenso, punteggiato di complotti, trappole e azioni diversive volti a raffigurare il KGB ed il GRU, i due servizi segreti dell’URSS, uno “civile” e l’altro legato agli ambienti militari, come lupi famelici volti ad azzannare, per colpa della disattenzione e della “generosità” democratica dell’occidente, i pacifici ed innocenti popoli del “Mondo Libero”.
Tutto cominciò in Gran Bretagna, a settembre, quando fu montato uno scandalo spionistico volto a ridimensionare la sempre maggiore influenza dell’URSS nell’opinione pubblica britannica ed il crescente peso di quel Paese nell’interscambio commerciale e nei rapporti economici in generale. Ben 105 funzionari sovietici, addetti sia dell’Ambasciata che di altri uffici di rappresentanza (Intourist, Aeroflot, Narodnij Bank, TASS, ditte varie), furono espulsi in base ad accuse false e tendenziose, o comunque mai dimostrate da fatti concreti. Dei 550 diplomatici e rappresentanti sovietici in Inghilterra, ne restarono dunque 445. Da tempo, gli ambienti reazionari, anticomunisti e bellicisti avevano espresso il desiderio di ridurre la presenza sovietica in Gran Bretagna, con le buone o con le cattive; spaventava questi ambienti la sempre maggiore simpatia riscossa dall’URSS, dalle sue iniziative di pace, dai suoi primati economici, dalle sue proposte di pacifica cooperazione, presso la società inglese, percorsa da positivi fermenti di rinnovamento ed apertura al mondo. I banchieri e gli usurocrati, i fabbricanti di cannoni e ordigni bellici, i vecchi arnesi del militarismo e del decadente imperialismo britannico, un tempo coronato dai profitti di rapina del peggior colonialismo, non potevano darsi pace per il prevalere di nuovi orientamenti anche in una parte del mondo politico, non più allineato a proclami da crociata o a maccartismi ridicoli ed anacronistici. Così, il teatrino della provocazione aprì il suo sipario sulla scena dei rapporti diplomatici fra le due Nazioni, innalzando pericolosamente il livello della tensione.
A dare il via alle danze fu un agente provocatore dei servizi sovietici, tale Oleg Adolfovic Ljalin che, al soldo degli ambienti reazionari londinesi, inventò una storia di infiltrazioni ai più alti livelli, di spionaggio industriale, di inganni tessuti all’ombra del KGB: insomma, il solito Mitrokhin che prima viene agganciato, assoldato e messo al servizio delle trame anticomuniste, quindi viene dipinto come transfuga nel momento in cui inizia a recitare il finto copione scritto dai suoi burattinai. Gli strateghi della tensione ebbero buon gioco nel godere della protezione e dell’attiva partecipazione, al complotto, da parte del Primo Ministro britannico Edward Heath e del Segretario di Stato per gli Affari Esteri Sir Alec Douglas Home. Entrambi avevano un curriculum, per così dire, di tutto rispetto, nel quadro dei programmi in agenda: il primo era un fervido sostenitore della guerra contro i Vietcong in Indocina, nonché artefice delle più crudeli repressioni nell’Irlanda del Nord; il secondo, vecchio volpone della diplomazia, era stato Segretario personale del Premier Neville Chamberlain, l’ammiratore di Hitler che aveva consegnato al tiranno tedesco la Cecoslovacchia, a Monaco, su un piatto d’argento. Con una simile “regia politica”, il “caso Ljalin” si sviluppò sui binari del più accanito antisovietismo. Ricattabile, in quanto dedito all’alcool e alle donne, Ljalin fu costretto a recitare una parte sapientemente studiata per conseguire due obiettivi, lucidamente individuati anche dai laburisti inglesi guidati da Harold Wilson: deviare l’attenzione dell’opinione pubblica britannica dallo stato sempre più precario dell’economia, con crisi e disoccupazione dilagante e, in secondo luogo, infliggere un vulnus al commercio estero sovietico. L’URSS, in quel periodo, aveva raggiunto la posizione di terzo partner commerciale della Gran Bretagna, con un attivo di ben 100 milioni di rubli nell’interscambio. Minare l’immagine ed il ruolo dell’URSS significava sferrare un attacco pericoloso alla distensione. Come rispose l’URSS? Lungi dall’adottare toni isterici e bellicisti, Mosca dimostrò ancora una volta la propria volontà di pace, arginando le derive più burrascose nello scenario internazionale.
Certamente, la stampa ebbe buon gioco a raffigurare la crociata britannica per quello che era: un ridicolo tentativo di rilanciare la “guerra fredda”, con un Douglas Home ironicamente ritratto, dalla “Komsomolskaja Pravda”, nei panni del regista prescelto per una nuova serie di “James Bond”. Le “Izvestija” del 2 ottobre, invece, ospitarono un’intervista a Kim Philby, controverso agente inglese, il quale aveva offerto i suoi servizi anche al KGB per la suprema causa della pace nel mondo: il misterioso 007 mise in guardia sui piani spionistici occidentali verso l’URSS, attuati anche per mezzo di turisti di apparentemente innocue comitive in visita a Mosca, Leningrado e ad altri luoghi dello sterminato Paese dei Soviet. Che vi fossero, in Gran Bretagna, agenti e “antenne” del KGB e del GRU era pacifico, come era pacifico il fatto che, in URSS vi fossero 007 di Sua Maestà britannica. Che agenti del KGB e del GRU fossero attivi in Gran Bretagna per carpire a tutto spiano segreti industriali e militari, non è seriamente ipotizzabile: quale convenienza poteva avere ad attuare trame spionistiche rischiosissime un Paese, come l’URSS, che nell’interscambio commerciale con la Gran Bretagna era sistematicamente in attivo, esportando valore aggiunto e non certo chincaglierie? Evidentemente i “dividendi” dello scandalo potevano essere intascati solo e soltanto da chi aveva interesse a scavare un solco tra Londra e Mosca in nome dell’anticomunismo e dell’antisovietismo più retrivo. Il vertice del governo sovietico rispose, compattamente, in maniera ferma ma senza colpi di testa: si ricordarono all’opinione pubblica mondiale gli atti di spionaggio (reali, non fantasiosi) avvenuti ad opera dei britannici in URSS, i processi e le espulsioni legati a tali episodi. Si ribadì che l’URSS perseguiva una politica di pace e distensione mondiale e che questo indirizzo sarebbe rimasto invariato, anche dinanzi alle provocazioni orchestrate a tavolino, in modo scientifico, dai circoli dei “falchi” imperialisti.
917_001 Che vi fosse una centrale operante in tal senso, con azioni coordinate e pianificate, è provato dal fatto che la campagna contro l’URSS si estese, di lì a poco, anche in Francia, in Germania e, soprattutto, in Belgio. Qui il complotto antisovietico assunse aspetti talmente maldestri e caricaturali da suscitare, oggi, ad una disamina spassionata e distaccata dei fatti, le più squillanti risate. Nell’ottobre 1971, infatti, si annunciò la “scoperta“ di una rete spionistica sovietica a Bruxelles, a danno nientepopodimenochè della sede della NATO, nel sobborgo di Evere. A dirigere quest’ennesima “orchestra rossa” sarebbe stato l’addetto commerciale Anatolij K. Cebotarev, nel frattempo misteriosamente sparito dopo aver “svelato” tutto alle autorità britanniche. Il KGB ed il GRU avrebbero controllato, senza soluzione di continuità, le comunicazioni telefoniche della NATO da ben 15 mesi, 24 ore su 24 (!!!). Praticamente, il principale organo e dispositivo militare del mondo occidentale se la sarebbe fatta fare sotto al proprio naso dai servizi sovietici, in una maniera tale da far impallidire anche il più sprovveduto pivello di strada. Se, per paradosso, dessimo per vere queste deliranti premesse, allora ci sarebbe da meravigliarsi, ancora oggi, di come l’Armata Rossa non avesse approfittato, in quel tempo, per balzare in un lampo su tutto il mondo occidentale, invaderlo e annetterselo! Evidentemente, il senso del ridicolo non era particolarmente sviluppato, in quel 1971, negli ambienti antisovietici, a corto di storie credibili per condire la loro sete di crociata. Anche il Belgio vide il suo contorno di cacce alle streghe, sensazionalismi giornalistici, fughe indotte di funzionari sovietici, dipinte come il classico fuggi–fuggi di spie, quando invece alla base c’era solo l’ovvio desiderio di mettersi al sicuro nel Paese natale, al riparo da minacce e isterie. Cebotarev, passato nel campo occidentale con una fuga rocambolesca, chiaramente costruita con tanto di sceneggiatura, fu un fiume in piena quanto a rivelazioni e “soffiate”, ma… anche qui, alle volute del fumo, libratesi come arabeschi nell’aria stantia delle cucine antisovietiche, non corrispose l’arrosto dei fatti! Anzi, i fatti furono legnate nei denti degli strateghi dell’indecente polverone, a mò di boomerang: si scoprì, in poco tempo, che i sovietici avevano potuto intercettare le conversazioni telefoniche dei funzionari e dei militari della NATO in quanto il cavo telefonico della sede dell’Alleanza atlantica passava… sotto al vicino palazzo della “Scaldia–Volga”, società sovietico–belga impegnata nella fabbricazione e nel commercio di autovetture. Insomma, gli spioni della NATO, attentissimi fino alla maniacalità e alla paranoia, avevano fatto passare il cavo telefonico del loro quartier generale… Sotto al naso dei sovietici! Fu facile, persino ovvio dimostrare che il Palazzo, inaugurato nel 1970, era stato edificato dopo, molto dopo che la sede NATO, con relative utenze, era entrato in funzione e che, pertanto, se nessuno aveva mosso allora obiezioni sull’ubicazione della società sovietico–belga, farlo ora acquistava il sapore della beffa più ridicola. Fu facile dimostrare che, con una prossimità così estrema dei gangli del cablaggio, le interferenze erano frequenti e, quindi, anche involontariamente, poteva capitare che il personale sovietico in forza alla “Scaldia–Volga” ascoltasse, con sua somma sorpresa, le comunicazioni che intercorrevano tra la NATO e il mondo esterno. Nessuno spiegò piuttosto all’opinione pubblica per quale motivo la NATO non avesse approntato, data quella vicinanza “sensibile”, misure di protezione e di isolamento degne di questo nome. Nessuno, tantomeno, poté dimostrare l’esistenza dei fantascientifici strumenti di intercettazione che, si asseriva, fossero nella disponibilità dei perfidi sovietici.
Il colpo di scena, però, ci fu nel dicembre del ’71, circa due mesi dopo lo scoppio del finto scandalo: l’ineffabile Anatolij K. Cebotarev si sottrasse alla vigilanza occhiuta e pressante dei suoi “arruolatori–carcerieri” e… tornò in URSS, a dimostrazione di quanto le sue “confessioni” e “rivelazioni” fossero state ottenute con l’inganno, la prepotenza e pilotate verso l’obiettivo del sabotaggio dei rapporti sempre più fecondi tra URSS e Belgio. Nessuno parlò di rapimento mascherato da defezione, o ne parlò per brevissimo tempo in maniera non convinta né convincente, ma si può ipotizzare oggi, decantate le acque burrascose di allora, anche questo scenario, sul quale magari l’URSS (è solo un’ipotesi) decise di soprassedere per non rovinare l’assetto delle relazioni bilaterali con il piccolo ma nevralgico Paese europeo. L’esistenza stessa della “Scaldia–Volga” era un obiettivo centrale per la propaganda e l’azione eversiva dello spionaggio occidentale, quello inglese in primis: tale impresa, infatti, sempre più fiorente, minacciava di erodere quote di mercato rilevanti alle case automobilistiche occidentali non solo in Belgio, ma in tutta l’area del BENELUX, mettendo a disposizione degli acquirenti modelli eleganti, funzionali ed economici (si arriverà, nel 1984, a 435 punti vendita e assistenza in tutta l’Europa centrale). Nel 1970, il dinamico e capace funzionario Boris Savic, in forza alla “Scaldia–Volga”, era stato espulso dal Paese con accuse gonfiate ad arte. Al tempo stesso, il vespaio rafforzava il ricatto verso il governo belga da parte della NATO, che da tempo aveva alzato il prezzo della sua presenza a Bruxelles.
volga_2Il ciclone anticomunista non si fermò all’Europa centrale, ma dilagò nel Mediterraneo con qualche mese di ritardo: nella primavera del 1972, infatti, i servizi segreti italiani (SID), controllati dal piduista e filofascista Vito Miceli, deputato del MSI per tre legislature, montarono il caso della “scoperta” di una rete spionistica del KGB in Italia, chiedendo al governo in carica, guidato da Giulio Andreotti, di procedere all’espulsione di un gran numero di diplomatici, funzionari, addetti sovietici. Una bomba che avrebbe irrimediabilmente compromesso, anche in questo caso, i sempre migliori rapporti tra URSS e Italia, dal punto di vista diplomatico, commerciale, economico, culturale. A disinnescare l’“ordigno” furono ( obbiamo riconoscerlo!) la saggezza e l’equilibrio del Primo Ministro, novello Richelieu, il quale mise subito la mordacchia ai cori latranti dei circoli anticomunisti e stoppò le loro spericolate iniziative: vi fu non l’espulsione in massa di cittadini sovietici, ma, al contrario, una valutazione prudente e ponderata del caso, con al termine addirittura un rafforzamento dei legami tra Italia e URSS. Qualche buon anno dopo, davanti alla Commissione Mitrokhin, Andreotti ricorderà quei giorni con la consueta lucidità e capacità analitica: “Certo, non furono espulsi, perché la proposta non fu accolta, anche perché la motivazione era di un ridicolo assoluto: si diceva che alcuni di questi funzionari(…) si incontravano con dei deputati comunisti. Volevo vedere che non lo facessero, ma non è che per questo gli si potevano imputare atti di spionaggio. Erano atti di cortesia”.
Tutto ciò, si badi bene, avveniva mentre l’Italia vedeva le più serie scorribande di CIA, MOSSAD e MI6 contro la propria indipendenza, sovranità e, in particolare, contro la prospettiva di un’ascesa al governo da parte dei comunisti e contro la politica estera filo–araba inaugurata, in modo particolare, da Aldo Moro, accompagnata da apprezzabili aperture ed accordi con un’URSS in pieno sviluppo. Insomma, in quel 1971-72, gli spettri della “guerra fredda” erano ben vivi e tentarono, a più riprese, di sabotare i rapporti tra occidente e mondo sovietico. Le risposte da parte dell’URSS, in modo particolare da parte del Ministro degli Esteri Gromyko, furono sempre, come abbiamo visto, improntate alla cautela (forse eccessiva) e al buon senso (a volte degno di miglior causa). Era ancora lontano a venire il traditore Gorbaciov, con la sua cerchia di liquidatori del socialismo, legati mani e piedi alla reazione internazionale, agli ambienti mondialisti e massonici. Scalato il massimo livello del potere sovietico, con l’avvio della “perestrojka”, davanti a quei circoli si sarebbe spalancata la strada verso l’obiettivo agognato da decenni: la fine del socialismo reale e di ogni contrappeso all’imperialismo, senza più la necessità di intrighi diplomatici e scandali confezionati ad arte. Il resto, è storia dei nostri giorni, con una Russia, quella di Putin, non certo socialista, ma rinata comunque a nuova vita sullo scacchiere mondiale, nel suo ruolo di rivale geopolitico del sempre più decadente unipolarismo statunitense, particolarmente aggressivo ed arrogante sotto la gestione dei neocon padrini di Bush jr. e dei “liberal” mentori di Obama.Italian Prime Minister Giulio Andreotti, who was oFonti
La Stampa”, numeri del 25/09/1971, del 27/09/1971, del 30/09/1971, del 2/10/1971, del 17/10/ 1971, del 18/10/1971, del 19/10/1971, del 6/11/1971
Dichiarazioni di Giulio Andreotti rispetto ai fatti del 1972 in Italia
Notizie sulla “Scaldia–Volga”

Per un panorama delle provocazioni antisovietiche e anticomuniste, anche a livello spionistico, vedi:
Victor Marchetti – John D. Marks: “CIA Culto e mistica del servizio segreto” (Garzanti, 1975 ).
William Blum: “Il libro nero degli Stati Uniti” (Fazi Editore, 2003).

Putin al consiglio del Servizio di Sicurezza Federale

Kremlin 16 febbraio 2017

Vladimir Putin ha partecipato a una riunione annuale allargata del Consiglio del Servizio di Sicurezza Federale (FSB) per discutere i risultati del FSB nel 2016, nonché i compiti prioritari per garantire la sicurezza nazionale della Russia.fsb-putinPresidente della Russia Vladimir Putin: Buon pomeriggio.
Questi incontri annuali del Consiglio del FSB ci danno la possibilità d’incontrarci e non solo di analizzare a fondo e rivedere i risultati dei lavori dell’Agenzia nel periodo, ma anche di discutere a lungo le più importanti questioni della sicurezza nazionale in generale e delinearne le priorità per il futuro immediato e a lungo termine. L’FSB ha un ruolo chiave nella protezione del nostro ordine costituzionale e la sovranità del nostro Paese, e nel proteggere il nostro popolo dalle minacce in patria e all’estero. Lasciatemi dire fin dall’inizio che i risultati dello scorso anno sono stati positivi e mostrano un buon sviluppo. Ciò riguarda il vostro lavoro nel contrastare il terrorismo e l’estremismo, una serie di riuscite operazioni di controspionaggio, i vostri sforzi nel combattere la criminalità economica, e in altre campi. Viene assicurato un elevato standard di sicurezza nei grandi eventi pubblici, tra cui le elezioni della Duma di Stato e le elezioni regionali e locali. Vorrei ringraziare dirigenti e personale per l’atteggiamento coscienzioso verso il lavoro e la tempestività ed efficienza prestata nelle loro funzioni. Allo stesso tempo, le esigenze verso qualità e risultati del vostro lavoro crescono costantemente. La situazione globale non è divenuta più stabile o migliorata nell’anno passato. Al contrario, molte minacce e sfide sono diventate più acute. La rivalità politico-militare ed economica tra i responsabili delle politiche globali e regionali e tra i singoli Paesi è aumentata. Vediamo sanguinosi conflitti continuare in numerosi Paesi in Medio Oriente, Asia e Africa. Gruppi terroristici internazionali, in sostanza eserciti terroristici, che ricevono sostegno tacito e talvolta anche aperto da certi Paesi, prendono parte attiva in questi conflitti.
Al vertice della NATO lo scorso luglio, a Varsavia, la Russia è stata dichiarata principale minaccia dell’Alleanza per la prima volta dal 1989; la NATO ha ufficialmente proclamato che contenere la Russia è la sua nuova missione. E’ con tale obiettivo che la NATO continua ad espandersi. Questa espansione era già in atto, ma ora credono di avere più serie ragioni per farlo. Hanno intensificato il dispiegamento di armi strategiche e convenzionali oltre i confini degli Stati membri principali della NATO. Ci provocano costantemente e cercano di attirarci nel confronto. Vediamo continui tentativi d’interferire nei nostri affari interni, nel tentativo di destabilizzare la situazione politica e sociale nella stessa Russia. Vediamo anche la recente grave fiammata nel sud-est dell’Ucraina. Questa escalation persegue il chiaro obiettivo d’impedire agli accordi di Minsk di andare avanti. Le attuali autorità ucraine, ovviamente, non vogliono una soluzione pacifica a questo problema molto complesso e hanno deciso di optare per l’uso della forza, invece. Per di più, si parla apertamente di organizzare sabotaggio e terrorismo, in particolare in Russia. Ovviamente, è una questione di grave preoccupazione.
Gli eventi e le circostanze che ho menzionato richiedono che i nostri servizi di sicurezza e d’intelligence, in particolare al Servizio di Sicurezza Federale, concentrino al massimo attenzione e impegno sul compito fondamentale della lotta al terrorismo. Abbiamo già visto i nostri servizi d’intelligence assestare potenti colpi ai terroristi e loro complici. I risultati dello scorso anno lo confermano: il numero di crimini connessi al terrorismo è diminuito. Il lavoro di prevenzione ha portato anche risultati. Il FSB e le altre agenzie di sicurezza, con il Comitato Nazionale Antiterrorismo in qualità di coordinatore, hanno impedito 45 reati connessi al terrorismo, di cui 16 attentati pianificati. Meritano speciale gratitudine per questo. È necessario continuare gli sforzi attivi per identificare e bloccare l’attività dei gruppi terroristici, eliminarne la base finanziaria, impedire le attività dei loro emissari provenienti dall’estero e le attività pericolose su Internet, e prendere in considerazione, in questo lavoro, l’esperienza russa e internazionale nel campo. L’omicidio del nostro ambasciatore in Turchia è stato un crimine terribile che in particolare sottolinea la necessità di proteggere i nostri cittadini e le missioni all’estero. Vi chiedo di collaborare con il Ministero degli Esteri e il Servizio d’Intelligence Estero per adottare ulteriori misure per garantirne la sicurezza. Si deve anche lavorare per portare la nostra cooperazione nell’antiterrorismo con i partner esteri ad un nuovo livello, nonostante le difficoltà che vediamo nei vari ambiti della vita internazionale. E’ una priorità, naturalmente, intensificare il lavoro con i nostri partner nelle organizzazioni come Nazioni Unite, CSTO e Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. E’ nel nostro interesse comune ripristinare il dialogo con i servizi segreti degli Stati Uniti e degli altri Paesi membri della NATO. Non è colpa nostra che tali legami siano stati tagliati e non si sviluppino. E’ molto chiaro che tutti i Paesi responsabili e gruppi internazionali dovrebbero collaborare nell’antiterrorismo, perché anche semplicemente lo scambio di informazioni su canali e fonti di finanziamento dei terroristi e persone coinvolte o sospettate di legami con il terrorismo, migliorano sensibilmente i risultati dei nostri sforzi comuni.
Le nostre priorità comprendono saldamente la soppressione dell’estremismo. I metodi della protezione devono andare di pari passo con il continuo lavoro di prevenzione. E’ essenziale impedire che l’estremismo trascini i giovani nelle sue reti criminali, e imporre un fermo rifiuto globale a nazionalismo, xenofobia e radicalismo aggressivo. In questo contesto, di grande importanza è il dialogo aperto con le istituzioni della società civile e i rappresentanti delle religioni tradizionali della Russia. I servizi di controspionaggio affrontano maggiori richieste oggi. I dati operativi dimostrano che l’attività dei servizi segreti stranieri in Russia non è diminuita. L’anno scorso, i nostri servizi di controspionaggio hanno fermato 53 funzionari e 386 agenti dei servizi segreti stranieri. E’ importante neutralizzare gli sforzi dei servizi segreti stranieri per accedere a informazioni riservate, in particolare le informazioni riguardanti le nostre capacità tecnico-militari. Ciò rende prioritario migliorare il nostro sistema di protezione delle informazioni classificate comprese nel segreto di Stato, in particolare dato che le agenzie usano il sistema elettronico di circolazione dei documenti. Vorrei sottolineare che il numero di attacchi informatici alle risorse informative ufficiali si è triplicato nel 2016 rispetto al 2015. In questo contesto, ogni agenzia deve sviluppare il proprio segmento del sistema statale per individuare e impedire gli attacchi informatici alle risorse informative ed eliminarne le conseguenze.
Il pubblico si aspetta maggiori risultati in settori chiave come la sicurezza economica e la lotta alla corruzione. Vi chiedo in particolare un approfondimento nel monitoraggio dei fondi stanziati per gli appalti della Difesa dello Stato (un argomento di cui ho già parlato), i grandi progetti infrastrutturali, la preparazione di grandi eventi internazionali e l’attuazione dei programmi federali socialmente mirati ed importanti. Purtroppo, vediamo ancora molti casi di fondi statali sottratti o indebitamente appropriati. La protezione affidabile dei nostri confini statali ha un ruolo importante nel garantire la sicurezza globale del nostro Paese. La priorità è chiudere i canali attraverso cui membri di gruppi terroristici ed estremisti internazionali entrano in Russia, e porre fine a ogni forma di contrabbando, dalle armi alle droghe e a varie risorse biologiche. Naturalmente, dobbiamo continuare il lavoro per sviluppare le infrastrutture di confine non ancora sufficientemente sviluppate, in particolare in Estremo Oriente e nella regione artica.
Colleghi, vorrei sottolineare che continueremo a sostenere i rami centrali e regionali del FSB e ad assicurarci che abbiano le armi e le attrezzature più avanzate. Continueremo anche a prestare attenzione alle disposizioni in materia sociale per il personale del FSB e i loro familiari. Vi auguro di riuscire a proteggere i nostri interessi nazionali e la sicurezza del nostro Paese e del nostro popolo. Sono certo che continuerete a lavorare sui vostri obiettivi con dignità.
Grazie per l’attenzione.CRIMEA-UKRAINE-RUSSIA-POLITICS-CRISIS-HISTORY-WWIITraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Chernobyl, sabotaggio imperialista?

Luca BaldellichbvioqwuaavqfkLa data del 26 aprile 1986 è entrata nella storia, e ci rimarrà per sempre, per il tragico incidente di Chernobyl: la “Chernobilskaja Avarija” o “ Chernobilskaja Katastrofe“, nell’accezione ucraina ancora più incisiva e forte, è da più di 30 anni, e lo sarà ancora per molti anni, il simbolo dei rischi connessi al nucleare e al suo sviluppo. La versione ufficiale ci ha informati, e continua a ripeterci, che in quel giorno, alle ore 1:23, presso la centrale nucleare situata a 3 km da Prypjat e a 18 km da Chernobyl, avvenne il fatale incidente: il personale, in maniera inopinata ed irresponsabile, in violazione di numerosi protocolli e allo scopo di eseguire un test per saggiare la sicurezza complessiva dell’impianto, avrebbe aumentato repentinamente la temperatura nel nocciolo del reattore numero 4. La scissione dell’acqua in idrogeno ed ossigeno, determinata da quella dinamica, avrebbe provocato la rottura delle tubazioni del sistema di raffreddamento del reattore, con esplosione, scoperchiamento dello stesso e conseguente, vasto incendio della grafite, minerale presente, negli impianti nucleari, in barre per assorbire le radiazioni. Una nuvola di materiale radioattivo, sprigionandosi, avrebbe esteso la sua mortifera ombra su un’area sterminata. Fin qui, la versione ufficiale, illuminante e certamente degna di fede rispetto alla descrizione oggettiva di alcuni passaggi, ma assolutamente lacunosa e omertosa sul quadro generale esistente in quella maledetta notte dell’aprile ’86. Versione che diventa addirittura grottesca e paradossale quando pretende di accreditare presunte carenze strutturali della centrale nucleare esistente, costruita invece secondo i più rigorosi criteri allora esistenti, a livello edile ed ingegneristico. Che poi il nucleare sia intrinsecamente pericoloso, vulnerabile e rischioso, questa è una considerazione, almeno per chi scrive, assolutamente condivisibile, ma che vale a Chernobyl come a Fukushima e in ogni altra parte del mondo. La verità ufficiale, diffusa con al potere il revisionista Gorbaciov, legato alle centrali imperialiste e ai circoli mondialisti, è tutto fuorché oro colato da custodire nei crogioli della ricerca storica: è, con ogni evidenza, una verità di comodo, come dimostrano diversi fatti. Vediamoli uno per uno.
041-k64ezoo L’insigne fisico nucleare Nikolaj Kravchuk, supportato da altri eminenti calibri della scienza russa ed ucraina, tra i quali I.A. Kravets e V.A. Vyshinskij, presentò nel 2011 uno studio sull’incidente occorso alla centrale nucleare ucraina, dal titolo di per sé eloquente: “L’enigma del disastro di Chernobyl”. Frutto di ricerche condotte con coraggio, abnegazione e autentica sete di verità, tale studio ha sollevato polemiche e provocato la levata di scudi del mondo accademico, chiuso nel suo conformismo, quando non nella complicità verso la disinformazione pilotata dal potere che lo sostiene, lo foraggia, ne avalla o ne impone le tesi ufficiali. Per il suo testo decisamente al di là di ogni verità di comodo, Kravchuk ha subito un ostracismo che nemmeno al più immorale e abietto dei delinquenti sarebbe toccato in sorte: dileggiato, emarginato, minacciato, è stato infine espulso (lui, studioso tra i migliori presenti sul campo!) dall’Istituto di Fisica Teorica “Bogoljubov” dell’Accademia Nazionale delle Scienza dell’Ucraina, quello stesso Istituto che ha visto, nei decenni, operare con profitto e risultati apprezzati a livello mondiale calibri quali lo scienziato eponimo, ovvero Nikolaj Nikolaevich Bogoljubov, Aleksandr Sergeevich Davydov, Aleksej Grigorevic Sitenko. Il torto di Nikolaj Kravchuk qual è stato? Uno solo, ma imperdonabile: quello di aver evidenziato, con rigore analitico e inappuntabile metodo scientifico, i talloni d’Achille della tesi ufficiale sull’incidente di Chernobyl, diffusa subito dalla cupola gorbacioviana affinché il mondo pensasse a negligenze, arretratezze strutturali della base materiale industriale e scientifica dell’URSS, debolezze inesistenti, anziché ad altro, in primis a complotti orchestrati e condotti per minare l’URSS in quanto unica potenza capace di competere con il mondo capitalista e superarlo per produttività, concorrenzialità, capacità di costruire una società migliore, a misura d’uomo. In primis, Kravchuk dimostra, con dovizia di dati, come l’azione di sollecitazione sul reattore n. 4 sia stata reiterata nel tempo, a partire dal 1° aprile 1986 fino al 23 dello stesso mese, e non esercitata solo la notte del tragico incidente, nel quadro del famoso “test di sicurezza”, come ha preteso e pretende il “dogma” ufficiale. Tutto ciò in nome di un obiettivo, lucido e scientemente perseguito, volto a sabotare la centrale. Kravchuk non usa troppo la parola “complotto”, o meglio non ne fa abuso, ma quando scrive che, a Chernobyl, nell’aprile del 1986, sono state poste in essere “azioni ben pianificate e pre–implementate”, intende rendere pienamente intellegibile una situazione nella quale tutto ha avuto posto, fuorché la casualità. In particolare, il reattore n. 4 era stato stipato di materiali radioattivi con un contenuto fino a 1500 MegaCurie (il “Curie” è l’unità di misura della radioattività, adottata a partire dal Congresso Internazionale di Radiologia di Bruxelles del 1910). In alcune cellule del reattore, poi, era presente del Plutonio 239, combustibile utilizzato nei sottomarini nucleari e potente fattore d’innalzamento della temperatura complessiva. Tutto questo non poteva essere né casuale né incidentale: dobbiamo pensare vi fosse, altresì, la deliberata volontà di mandare in tilt l’impianto, di provocare un incidente, a meno di non postulare la follia, l’insania di qualcuno come il movente unico e solo del fatto, dopodiché non si spiegherebbero però le coperture, gli insabbiamenti, i depistaggi sistematicamente attuati dal vertice del potere, in URSS come a livello mondiale. Vi sono però altri tasselli che, messi insieme, vanno a comporre un mosaico inquietante: la notte del 26 aprile, qualificati specialisti in forza alla centrale, a partire da A. Chernyshev, non furono autorizzati a prestare servizio e altri presenti fecero di tutto, disperatamente, per fare in modo che Anatolij Stepanovich Djatlov, ingegnere capo, quadro direttivo della centrale, stoppasse l’assurdo test di sicurezza, nel quale, lo ribadiamo, la maggior parte dei sistemi di protezione era stata disattivata per… saggiare il livello di sicurezza dell’impianto (!!!). Come se, per testare la sicurezza di un’automobile, la si spingesse a 200 all’ora lungo una discesa, con i passeggeri privi di cinture di sicurezza e le portiere spalancate.
Vi era stata, da parte di molti quadri tecnici, una sollevazione generale contro le criminali sollecitazioni, ripetute nel tempo, del reattore n. 4? Djatlov era lo strumento di una volontà superiore alla quale non aveva voluto o saputo opporsi? Di certo, si sa che almeno due tecnici, Aleksandr Akimov e Leonid Toptunov, furono minacciati di licenziamento per essersi opposti al disinserimento dei meccanismi di sicurezza, misura questa non solo folle, ma anche proibita dai protocolli disciplinanti il funzionamento della centrale. Sono ancora molti i lati oscuri della vicenda, ma, di certo, in quella primavera solo apparentemente dolce e rigenerante di 31 anni fa, a Chernobyl tutto era stato predisposto per la creazione di una “bomba” devastante, pronta ad esplodere senza freni e l’esito fu, in tal senso, coronato da successo. Non è tutto però: altri tre elementi aggiungono alla disamina dei fatti un corredo di precedenti e di circostanze da brivido. Già nel 1982 (ci si concentri su questa data, come vedremo in seguito, strategica!) il reattore n. 1 della centrale in questione, sempre a causa di “manovre errate”, aveva subito la distruzione dell’elemento centrale e si era evitata la catastrofe solo grazie alla prontezza e alla perizia del personale. Qualche anno dopo la tragedia, poi, vicino al teatro dell’esplosione furono ritrovate tracce di TNT e di esplosivo al plastico: ne parlò il giornale russo Trud in un articolo pubblicato nel numero 74 del 1995, subito circondato dal chiasso assordante dell’omertà, della congiura del silenzio, come sempre avviene quando la verità viene sbattuta in faccia a chi pensa che il Re sia nudo. A Chernobyl vi fu anche un’esplosione di natura terroristica? Una “doppia bomba”, con effetto combinato di ordigno ed esplosione indotta del reattore? Nessuno, su questo, ha fornito risposte efficaci e convincenti. Come nessuno le ha anche solo adombrate rispetto a quanto sostenuto dagli studiosi Je. Sobotovich e S. Chebanenko, i quali hanno riferito di aver trovato, nella zona della centrale nucleare, un gran numero di tracce di uranio altamente arricchito, ricollegando questo al “carico segreto£ con il quale era stato riempito il reattore n. 4 esploso. Chi poteva avere interesse a generare un disastro? E com’è possibile pensare che una parte dei tecnici presenti a Chernobyl accettasse di suicidarsi, anche in nome di piani eversivi condivisi? Andiamo per ordine.
51z4azf5ygl-_sy344_bo1204203200_Come abbiamo già accennato, l’interesse a sabotare l’economia dell’URSS, il suo possente apparato infrastrutturale tecnico–scientifico, era ben vivo e anzi prioritario nelle strategie dell’imperialismo, specie dopo l’ascesa al potere, negli USA di Ronald Reagan, sostenuto dalle più agguerrite lobbies anticomuniste. Abbiamo prima parlato del 1982, anno nel quale il reattore n. 1 della centrale di Chernobyl subì un danno derivato da azioni “improvvide” del personale in servizio. Ebbene, in quello stesso anno la CIA di William Casey dava inizio al suo piano aggiornato di destabilizzazione dell’URSS e dei Paesi socialisti, mediante sabotaggi e attentati, piano approvato e “vidimato” da Reagan nel mese di gennaio, in coincidenza temporale con fatti come il rapimento Dozier in Italia, pilotato dai servizi USA, e il massiccio finanziamento del sindacato anticomunista polacco Solidarnosc ad opera delle centrali imperialiste. Il via alle “danze” terroristiche ed eversive lo diede l’esplosione di un gasdotto in Siberia, generata dall’impiego di un software difettoso, esportato deliberatamente dagli USA in URSS per produrre danni irreversibili. Il fuoco ed il fumo che si sprigionarono dalla deflagrazione, furono ripresi dai satelliti ed allarmarono un gran numero di persone, convinte che fosse avvenuta una catastrofe nucleare. Tutto ciò è stato raccontato, fin nei più minimi dettagli, da Thomas C. Reed, ex-membro del Consiglio per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America, nel suo libro dal titolo “At the Abyss: An Insider’s History of The Cold War” (Sull’abisso: una storia della guerra fredda scritta da uno al dentro”), mai tradotto in Italia, Paese dove certe sudditanze dure a morire arrivano, spesso, al tragicomico epilogo dell’eccesso di zelo censorio, anche dopo che il “burattinaio” ha mostrato i fili. Alla luce di quanto narrato e documentato da Reed, come escludere che anche a Chernobyl, nel 1982 e nel 1986, possa essere avvenuto qualcosa di simile? E qui già sento aleggiare le obiezioni, già prima fugacemente menzionate, di chi sa guardare poco lontano dal suo naso, ma anche di chi, in buona fede e sincera volontà di capire, strabuzza gli occhi davanti a scenari da Dottor Stranamore: com’è possibile che delle persone, per quanto pedine di un complotto, abbiano accettato scientemente di provocare un danno in una centrale nucleare dalle prevedibilissime tragiche conseguenze, in primis su esse stesse? Chi si pone un simile interrogativo (legittimo nella misura in cui chi lo avanza non si è dato già risposte refrattarie ad ogni chiarimento in senso opposto), deve tener presente che, quando si studia un sabotaggio e lo si mette in atto, le conseguenze, spesso, vanno ben oltre le intenzioni. La notte del 26 aprile 1986, plausibilmente, chi ha attuato i piani del complotto pensava di certo a un sabotaggio che avrebbe comportato un danno ridotto, o non così devastante come quello che poi avvenne. L’importante era infliggere un vulnus all’economia ed all’immagine dell’URSS, consci del fatto che, con il nuovo indirizzo della Perestrojka, i panni sarebbero stati non lavati in casa, come avveniva prima (e giustamente, per certi fatti!) ma esposti in pubblico, a rinfocolare il coro mondiale del dileggio per l’“arretrata” e “pericolosa” tecnologia sovietica. La sottovalutazione delle conseguenze riconduce all’umana fallibilità, in questo caso accompagnata da comportamento criminale dei tecnici non solo in ordine allìatto compiuto, ma anche alla leggerezza (questa sì) con la quale si pensò di scartare a priori conseguenze più gravi. Ciò, naturalmente, nell’ipotesi in cui complotto vi sia stato, e su questo chi scrive intende non affermare dogmi di fede, ma portare elementi di riflessione.
Le vicende processuali di alcuni responsabili della tragedia, in primis quella che interessò l’ingegner Djatlov, lasciano pensare a una trama molto poco “cristallina”: il dirigente in questione fu condannato, nel 1986, a 10 anni di colonia penale, ai sensi del Codice Penale della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, ma quattro anni dopo venne rilasciato, ufficialmente per una malattia grave (morirà nel 1995, a 64 anni). Appoggiato e sostenuto ad ogni piè sospinto dagli immancabili templari dell’antisovietismo Andrej Sacharov ed Elena Bonner, Djatlov dette la colpa di tutto quanto era accaduto ai progettisti dell’impianto, tesi debolissima e, anzi, inconsistente, visto che l’impianto di Chernobyl, a detta di molti scienziati, anche occidentali, era stato costruito con tutti i crismi della sicurezza strutturale. Djatlov sapeva e voleva coprire responsabilità sue e di altri? Se poi a questo associamo il ritrovamento di tracce di TNT e di esplosivo al plastico attorno all’area dell’incidente, allora si può pensare addirittura ad un doppio binario: sabotaggio interno ed esplosivo collocato all’esterno, a rafforzare gli effetti disastrosi della deflagrazione, da parte di agenti stranieri introdottisi furtivamente e poi prontamente fuggiti. Ipotesi, congetture, certo, ma sostenute dai lati oscuri della vicenda, dai suoi “buchi neri” non ancora colmati dalla benefica luce della chiarezza, non meno che da fatti espliciti e sottaciuti o censurati con violenza. In tutto ciò, cosa sapeva Gorbaciov? Come minimo, vi erano quinte colonne al servizio dell’imperialismo, nel suo entourage, ma la sua stessa figura, come testimoniano le dichiarazioni rese all’Università di Ankara nel 1999, è tutt’altro che adamantina: l’ex-segretario del PCUS, coccolato dai circoli imperialisti mondiali, aveva pubblicamente affermato, in Turchia, di aver lavorato con gli statunitensi alla disgregazione dell’URSS. Non si spiegherebbero altrimenti misure e provvedimenti economici e politici che minarono la stabilità dell’URSS, il suo benessere e il suo potenziale produttivo, facendo regredire la seconda superpotenza mondiale allo status di colonia. Che anche Chernobyl abbia fatto parte della congiura antisovietica è perfettamente plausibile, quindi, con attori e comparse non solo stranieri, ma anche all’interno delle frontiere del Paese, a ripetere il copione stabilito almeno fin dal 1982 dai “gentiluomini” di Langley, come li definiva lucidamente, e con pepata ironia, la stampa sovietica fin dagli anni ’60.3497722967_f35163c00b_bRuferimenti:
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Il significato del discorso di Putin sul “terrorismo ucraino”

Rostislav Ishenko, RIA Analytics, 18 febbraio 2017 – Fort Russ2694ce06cf469d54fe24738726df1692Il 16 febbraio, in occasione della riunione annuale del Collegio del Servizio di sicurezza federale russo (FSB), Vladimir Putin attirava particolare attenzione sulla situazione nel sud-est dell’Ucraina. Secondo il Presidente, le autorità ucraine aggravano deliberatamente la situazione nella zona del conflitto nel Donbas, violando gli accordi di Minsk e puntando sulla soluzione militare del problema. Il Capo dello Stato ha anche sottolineato che le autorità di Kiev “parlano apertamente di organizzare sabotaggio, terrorismo e sovversione anche in Russia“.

Un segnale all’occidente
E’ chiaro che l’azione antiterrorismo e di contro-intelligence sia al centro delle operazioni del FSB. Ma è anche chiaro che le dichiarazioni del Presidente, rese pubbliche, sono destinate principalmente al pubblico estero. Dopo tutto, la leadership del FSB può essere istruita in segreto. Inoltre, nessuno dubita che fin dall’inizio della guerra civile in Ucraina, l’FSB abbia seguito i tentativi di portare la guerra nel territorio russo. Dal 2014, la stampa ha periodicamente lanciato informazioni sull’arresto di cittadini ucraini e russi catturati mentre spiavano il territorio della Russia per conto di Kiev, o vi preparavano attentati terroristici. Così, la dichiarazione del presidente è destinata non al pubblico russo, ma estero, ma non ucraino. Se si volesse appellare al governo ucraino, avverrebbe con i canali diplomatici. Questa affermazione non è neanche la minaccia della risposta militare alle provocazioni ucraine. In caso contrario, sarebbe stata fatta al collegio del Consiglio di Sicurezza del Ministero della Difesa. La scelta del luogo e della forma dell’affermazione indica chiaramente che si tratta di un segnale inviato ai nostri partner occidentali. L’FSB può condurre ampie operazioni antiterrorismo. Va notato che le azioni preventive contro i terroristi e i loro capi sono una delle componenti principali dell’azione del FSB, non necessariamente limitate al territorio russo. Certo, le operazioni sul territorio di un altro Stato sono limitate da condizioni rigorose. Affinché le misure antiterrorismo preventive sul territorio straniero siano giustificate dal punto di vista del diritto internazionale, lo Stato in questione deve essere in guerra o aver subito un attacco non provocato. C’è ancora un altro scenario sancito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: la perdita da parte di un governo del controllo sul territorio da cui provengono le attività terroristiche. Questo scenario non è rilevante in questo caso tuttavia, dato che la comunità internazionale non considera il governo di Kiev incapace di controllare la situazione sul territorio dell’Ucraina. Eppure finora Kiev ha attuato ogni genere di provocazioni contro la Russia, anche sanguinose (in Crimea) come le iniziative di singoli rifiutandosi di riconoscerne l’appartenenza alle proprie agenzie di sicurezza. La reazione della Russia, tuttavia, si limitava alle proteste diplomatiche, documentando le provocazioni e raccogliendo le prove del coinvolgimento del primo direttorato dell’intelligence (GUR), del SBU e dello Stato Maggiore dell’Ucraina, presentandole alle organizzazioni internazionali.

Terrorismo di Stato
A quanto pare, la massa delle prove raccolte è decisiva e un secondo aspetto, il diritto internazionale, viene ora attivato. La dichiarazione del Presidente Putin era preceduta da una relazione del Comitato investigativo della Federazione Russa che ha raccolto prove necessarie e sufficienti a condannare le autorità ucraine per gli attacchi terroristici nelle zone residenziali nel Donbas usando missili balistici Tochka-U. Tali azioni sono state classificate dal Comitato investigativo come uso di armi di distruzione di massa (ADM) contro la popolazione civile. La dichiarazione di Putin si basa sulla conclusione logica della relazione della Commissione d’inchiesta. L’uso di ADM contro la popolazione civile va qualificata non solo crimine di guerra, ma terrorismo di Stato. Così anche le operazioni sovversive e terroristiche contro uno Stato in situazione di pace. Esattamente di ciò Vladimir Putin accusa le autorità ucraine. Negli ultimi anni le autorità statali che hanno sancito azioni qualificate come terrorismo di Stato, sono state riconosciute dalla comunità internazionale come “illegittime”. L’applicazione di tale etichetta a Husayn, Gheddafi e Assad suggerisce che la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non sia necessaria, bastano a supportarla fatti (anche infondati) e dichiarazioni dello Stato che si considera vittima. I precedenti stabiliti dagli Stati Uniti negli ultimi 20 anni permettono l’uso di tutte le misure contro i “regimi illegittimi”, anche operazioni militari, speciali, da ricognizione e in sostegno dichiarato ai governi alternativi ribelli in guerra civile contro il regime. Nell’applicare qualsiasi di queste misure, la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sarebbe auspicabile, ma non necessaria. Come gli avvenimenti in Jugoslavia, Iraq, Libia e Siria hanno dimostrato, è facile andare oltre le disposizioni della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite o semplicemente farne a meno.

Il diritto di reagire
La Russia si è sempre impegnata nel rispetto rigoroso delle norme e procedure stabilite dal diritto internazionale. Pertanto, non vi può essere alcun dubbio sulla serietà dell’affermazione dal Presidente Putin, che non l’avrebbe fatta senza prove inoppugnabili e la consapevolezza dell’impossibilità di fermare il governo ucraino in qualsiasi altro modo. In altre parole, la Russia è pronta a fornire alla comunità internazionale le prove delle criminali attività sovversive delle autorità di Kiev. Naturalmente, sappiamo che anche la prova più inoppugnabile non ne garantisce l’accettazione dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dove ognuno ha i propri interessi e tutti i membri permanenti hanno potere di veto. La situazione con il Boeing malese, il cui colpevole la commissione d’inchiesta internazionale non ha identificato non avendo esaminato le informazioni fornite dalla Russia, è la migliore prova dell’attuale politica dei doppi standard. Tuttavia, vi è un punto interessante. Le attività terroristiche sanzionate dalle autorità di uno Stato contro un altro (ad esempio, il terrorismo di Stato) non sono semplicemente un atto di aggressione non provocata, ma un attacco armato. L’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite consente allo Stato aggredito il diritto all’autodifesa individuale o collettiva, il cui contenuto va deciso dallo Stato stesso, obbligato ad almeno “immediatamente informare il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulle misure adottate e ad interromperle non appena il Consiglio adotta le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale”. In tale scenario, il sistema delle Nazioni Unite è dalla parte della Russia. Mosca ha potere di veto, e senza il suo consenso il Consiglio non può adottare una decisione vincolante e, quindi, non può “adottare misure in modo indipendente”. Così Putin segnala ai nostri “partner” occidentali che se non danno una calmata alle autorità di Kiev, allora la Russia è pronta ad adottare misure che, pur unilaterali, sono pienamente coerenti con il diritto internazionale, nello spirito e lettera della Carta delle Nazioni Unite. E come ciliegina sulla torta, Putin tiene all’oscuro su quali misure saranno adottate (asimmetriche). Dopo tutto, il FSB non riferisce i suoi piani al dipartimento di Stato.vladimir-putin-4Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Perla della Grande Flotta Cinese

Aleksandr Ermakov, RIACchinas-liaoning-aircraft-carrierLa Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese (PLA Navy) è forse quella dalla più rapida e ambiziosa crescita del mondo. Dopo decenni di sviluppo della difesa costiera, la PLA Navy per la prima volta si avventura sugli oceani ed è pronta a combattere per la supremazia nella regione. Per supportare le rivendicazioni territoriali e confermare lo status di mezzo di proiezione di potenza mondiale del Paese, la PLA Navy ha avviato un grande programma per costruire una flotta di portaerei.

Tutto ciò che si può comprare
4a7ed479b4bb687fb89d910f325fb2d5-kheg-835x437ilsole24ore-web-11 Per sviluppare la Marina, la Cina naturalmente segue la prima potenza globale e principale avversario, gli Stati Uniti. Tuttavia, il programma per le portaerei si basa sui progetti sovietici. Non sarebbe esagerato suggerire che la Cina, al momento almeno, continua l’opera dei costruttori navali russi interrotta un quarto di secolo fa. Ciò non sorprende dato che prende spunto dai piani sovietici. In primo luogo, sintetizziamo il programma delle portaerei sovietiche. Dopo i tentativi falliti di costruire “La Grande Flotta di Stalin”, come fu chiamata [1], che avrebbe incluso le portaerei (le prime proposte del genere si ebbero quando l’impero russo ancora esisteva), la Marina sovietica fu costretta a mettere da parte le portaerei, che in ogni caso furono etichettate “armi dell’aggressione imperialista”. Le prime poterei sovietiche erano piuttosto dei bizzarri compromessi, essendo stato sviluppate dalle portaelicotteri, e furono dotate di missili da crociera ed ufficialmente classificate incrociatori portaeromobili (o semplicemente portaerei secondo la nomenclatura delle forze armate di tutto il mondo). I 7 incrociatori costruiti fecero ufficialmente parte del Proekt 1143 (nome in codice “Krechyet“, falcone). E nonostante mostrassero una certa affinità, furono divise in tre gruppi.
Le prime quattro navi potrebbero giustamente essere chiamate incrociatori, essendo incrociatori pesanti lanciamissili con ponte di volo per elicotteri e velivoli Jak-38 a decollo e atterraggio verticale (VTOL) “allegata a babordo”. Le successive due sono portaerei con un ponte di volo esteso comprendente una grande rampa e cavi d’arresto che rendono possibile l’utilizzo di velivoli da combattimento navalizzati. Lo sviluppo logico di queste navi era il Proekt 1143.7, la portaerei Uljanovsk la cui costruzione fu sospesa con il crollo dell’Unione Sovietica. L’Uljanovsk doveva essere la prima portaerei a pieno titolo dell’Unione Sovietica, una nave a propulsione nucleare e con catapulte per aerei. I lanciamissili dovevano esser rimossi dalle ultime navi della serie, divenendo portaerei “pulite” (anche se è del tutto possibile che la Marina sovietica continuasse comunque a chiamarle incrociatori). Le rampe della navi sovietiche consentivano di ridurre significativamente la corsa al decollo e decollare con un buon rapporto spinta-peso (la correlazione tra potenza del motore e peso dell’aeromobile). Sistemi d’arresto venivano utilizzati per l’atterraggio, come funi di acciaio progettati per essere catturati dal gancio di arresto del velivolo. In altri Paesi, le rampe sono usate per aumentare il peso al decollo degli aerei dopo una breve corsa, come lo Sky Jump per l’Harrier, consentendo maggiore quantità di carburante e carico bellico. Da un lato, le rampe assicurano facilità di funzionamento e affidabilità; dall’altra parte, tuttavia, non consentono ad aerei pesanti di decollare, come i velivoli-radar a lungo raggio, limitando il peso al decollo degli aeromobili, anche dei caccia, soprattutto quando la nave viaggia a bassa velocità ed in condizioni meteo sfavorevoli (senza venti a favore e con temperature elevate che riducono la spinta dei motori a reazione). Le catapulte per aerei non hanno tali limitazioni. Tuttavia, il meccanismo della catapulta moderna è piuttosto complesso.
1280px-usnwc_varyag01Il destino delle navi costruite come Proekt 1143 fu vario. La maggioranza lasciò la Russia, con la Cina che ne acquistò tre in un colpo solo. Una nave fu venduta alla Corea del Sud (per rottamarla); un’altra fu acquistata dalla Marina indiana (aggiornata ed in servizio con il nome Vikramaditya); una terza nave (Uljanovsk) fu smantellata nel cantiere in Ucraina; e una quarta fa parte della Marina russa (Admiral Kuznetsov). Ufficialmente, la Cina ha acquistato le portaerei per trasformarle in attrazioni e/o alberghi a tema, e le prime due (Kiev e Minsk) vengono infatti utilizzate per tale scopo (anche se sono state studiate da militari e costruttori navali). Fu una storia completamente diversa per la terza nave acquistata, la Varjag. Al momento del crollo dell’Unione Sovietica, la nave era al 70 per cento completata. Nel 1998, lo scafo fu acquistato da una società cinese per 27milioni di dollari. La ragione ufficiale era trasformarla in casinò e albergo. Tuttavia, il piano originale era completarla ed assegnarla alla flotta del Paese [2]. La Varjag arrivò in Cina solo nel 2002, avendo seguito un lungo tragitto. I lavori che ripristinarono lo scafo, rimossero la corrosione, completarono la costruzione e riequipaggiarono la nave iniziarono nel 2005. Sembra che i costruttori navali cinesi dovettero acquistare dei componenti necessari (tra cui l’apparato motore) in Ucraina e Russia. Inoltre, l’acquisto da parte cinese della documentazione tecnica del Proekt 1143.6 in Russia, negli anni ’90, gli avrebbe aiutati. Se le portaerei sovietiche furono costruite nel cantiere navale sul Mar Nero in Ucraina, furono progettate dall’Ufficio Progettazione Nevskoe di San Pietroburgo, per cui è lecito ritenere che la documentazione non poteva che essere stata ottenuta lì [3]. Non fu che nel 2011, quando i lavori sulla nave erano in fase di completamento, che la Cina ufficialmente riconobbe che la portaerei sarebbe entrata nella sua flotta. Ovviamente, sarebbe stato sciocco da parte delle autorità cinesi continuare a nascondere le intenzioni. Il viaggio inaugurale della nave avvenne nell’agosto dello stesso anno, e nel settembre 2012 entrò ufficialmente nella flotta. La portaerei ebbe il numero identificativo 16 e fu denominata Liaoning in onore della provincia in cui è stata completata, nella città costiera di Dalian, che ospita diversi grandi cantieri navali.
Così cosa esattamente hanno ereditato i cinesi dall’URSS?6-1024x565La prima di molte
Il fatto che così tanti cacciatorpediniere siano in costruzione suggerisce che l’obiettivo non è creare un solo gruppo di portaerei. Sembrerebbe che la Cina sia impegnata nella costruzione di una grande flotta oceanica con portaerei che ne formano il nucleo. La portaerei cinese Liaoning è l’aggiornamento della nave sovietica Proekt 1143.6, quasi identica all’Admiral Kuznetsov costruita come Proekt 1143.5 [4]. Allo stesso tempo, i cinesi non hanno effettuato serie alterazioni alla nave, oltre a dotarla della componente aerea e ad allestirne lo scafo. Di conseguenza, la portaerei è molto simile al predecessore russo per aspetto e con capacità di volo comparabili. Tuttavia, la nave cinese si differenzia principalmente nell’avionica e nei sistemi di difesa aerea a corto raggio. Considerando l’intervallo tra il varo della Liaoning e quello dell’Admiral Kuznetsov, non c’è da meravigliarsi che la versione cinese abbia un’avionica superiore. Per quanto riguarda la difesa aerea, tuttavia, la Liaoning non è così massicciamente armata come la controparte russa. Parlando della difesa aerea, sembrerebbe che la Cina s’ispiri alle marine occidentali, dove questo compito è in gran parte affidato a cacciatorpediniere con potenti sistemi missilistici antiaerei e radar. Finora l’attenzione su questo tipo di difesa aerea ha portato alla comparsa di una classe universale di navi da guerra, come i cacciatorpediniere inglesi Type 45 (più comunemente noti come classe Daring) e i cacciatorpediniere australiani classe Hobart, essenzialmente navi antiaeree con capacità limitate negli altri settori. Il compito prioritario dei cacciatorpediniere degli Stati Uniti classe Arleigh Burke è provvedere alla difesa antiaerea dei gruppi d’attacco imbarcati (CSGS), anche se i conflitti degli ultimi decenni hanno reso questo compito meno evidente, evidenziato dall’uso da parte di queste navi dei missili da crociera a lungo raggio contro obiettivi terrestri. In questi casi, le portaerei fungono da difesa aerea a lungo raggio, responsabilità degli aerei da combattimento imbarcati, mentre le navi sono equipaggiate con sistemi di difesa aerea a corto raggio minimali, principalmente destinati a contrastare i velivoli che superano le prime difese.
c6b615721b99 La Cina ha seguito l’esempio occidentale negli ultimi anni, costruendo rapidamente cacciatorpediniere Tipo 052C (sei) e Tipo 052D (sette di dodici navi programmate). Le specifiche tecniche reali di queste navi sono difficili da valutare, ma sarebbero in linea con i leader mondiali. Si lavora sui cacciatorpediniere Tipo 055, che sembrano promettenti. Le dimensioni di queste navi hanno portato alcuni esperti a considerarli incrociatori, piuttosto. Il fatto che tanti cacciatorpediniere (che, naturalmente, possono svolgere molti compiti) siano in costruzione suggerisce che l’obiettivo non è comporre un solo gruppo portaerei. Sembrerebbe che la Cina sia da tempo impegnata nella costruzione di una grande flotta oceanica con portaerei che ne formino il nucleo. La prima portaerei interamente progettata e realizzata in Cina è attualmente in costruzione presso lo stesso cantiere di Dalian in cui è stata completata la Liaoning. Il nome in codice della portaerei è Tipo 001A (di conseguenza, il nome in codice della Liaoning è Tipo 001). Il sistema cinese di denominazione delle navi da guerra è piuttosto rigido e prevedibile, così la nuova nave probabilmente avrà il nome di una delle province del Paese, per esempio Guangdong, la provincia più popolosa della Cina e che ospita la Flotta del Sud, responsabile della protezione del Mar cinese meridionale e delle sue isole contese. A giudicare dalle immagini (la Cina tende a mantenere riservate le esatte specifiche tecniche delle sue navi), la Tipo 001A sarà, almeno in apparenza, una copia della Liaoning. Alcune differenze possono essere viste nella sovrastruttura, basate essenzialmente sul presupposto che vi sarà installata avionica cinese (l’attesa riduzione delle dimensioni della sovrastruttura non s’è avuta). Di ben maggiore interesse è l’ampiezza della riprogettazione interna della nave: per esempio, le dimensioni dell’hangar sono aumentate? Dimensioni e numero degli ascensori aerei (due) lasciano molto a desiderare, sarebbe utile poter sollevare due caccia su almeno uno di tali impianti. Sarà interessante vedere come sarà utilizzato lo spazio liberato dalla rimozione dei missili antinave, un semplice “magazzino”? O forse una serie di scomparti verrà modificata? Ciò che è certo è che i moderni mezzi di automazione riducono significativamente le dimensioni dell’equipaggio. Circa duemila marinai prestavano servizio sulle originali portaerei sovietiche Proekt 1143.5 e 1143.6, oggi eccessivo per una nave della loro stazza. In confronto, le dimensioni dell’equipaggio della nuova portaerei Gerald R. Ford degli Stati Uniti sono state ridotte di un quinto rispetto alle precedenti classe Nimitz [5]. Un equipaggio ridotto significa alloggi e spazio ridotti, come mense e palestre. Nel complesso, ci si può aspettare di vedere alcuni miglioramenti nella portaerei Tipo 001A, un hangar più grande, sistemi di decollo ed atterraggio più efficienti, peso al decollo più elevato (assumendo un miglioramento delle prestazioni dinamiche) e avionica migliorata. La nave sarà varata nei prossimi mesi, ma ciò non significa che sarà completata, semplicemente lo sarà quando sarà già in mare, consentendo di liberare il cantiere per avviare la costruzione di una nuova nave. In epoca sovietica, la navi Proekt 1143 furono costruite presso il cantiere navale del Mar Nero in Ucraina quasi senza interruzione, non appena una veniva varata la costruzione di un’altra iniziava.
0ab809748ba5Si parla molto di come sarà la nuova nave, anche se per lo più sono congetture e speculazioni, come avviene di solito nel caso dei programmi militari della Cina. E’ molto probabile che la seconda portaerei, interamente progettata e realizzata in Cina (e terza della flotta), l’ipotetica Tipo 002, sarà dotata di catapulte per aerei. La Cina iniziò a studiare le catapulte alla fine degli anni ’80, quando usò la tecnologia dalla portaerei Melbourne che acquistò [6], presumibilmente per rottamarla, costruendo un impianto per le esercitazioni simile a quello sovietico NITKA [7]. In seguito, i piloti cinesi si addestrarono a decollare da rampe simili a quelle della Liaoning. Tuttavia, la Cina ha recentemente aperto un proprio centro di collaudo con due catapulte, di cui almeno una probabilmente elettromagnetica invece che a vapore. Le catapulte elettromagnetiche sono una nuova promettente tecnologia, dalla maggiore efficienza nella conversione dell’energia e maggiore facilità d’uso rispetto alle classiche catapulte a vapore. Ma sono estremamente difficili da costruire dal punto di vista tecnologico. Allo stato attuale, non una sola portaerei al mondo ha catapulte elettromagnetiche operative. La Gerald R. Ford (CVN-78) è dotata di un prototipo di catapulta elettromagnetica, ma non è nemmeno stata testata che già causa problemi tecnici. In generale, i programmi militari cinesi non tendono ad essere eccessivamente avventurosi. Di conseguenza, la costruzione della seconda portaerei del Paese (e prima di proprio disegno) non dovrebbe essere troppo difficile. Schematicamente, sarebbe simile alla sovietica Proekt 1143.7 Uljanovsk, che era dotata di rampa e due catapulte. L’affidabilità della catapulta non sarà così cruciale in questo caso, tuttavia, poiché i caccia possono decollare dalla rampa. Potrebbe essere possibile, quindi, “rischiare” d’installare una catapulta elettromagnetica. Un’altra questione importante è se la Tipo 002 sarà una nave nucleare. I motori nucleari offrono una serie di vantaggi alle portaerei di grandi dimensioni: eliminano la necessità di rifornirsi di carburante durante le operazioni; liberano spazio per il carburante e le armi degli aeromobili [8]; garantiscono alte velocità stabili e hanno grande potenza. Tra le navi di superficie, l’utilità del nucleare è evidente per le portaerei; la flotta statunitense, che ha costruito un numero significativo di incrociatori nucleari durante la guerra fredda, gli ha radiati. Le navi da battaglia Proekt 1144 classe Orlan sono le uniche che poterono essere prodotte dall’Unione Sovietica, che all’epoca puntava alla creazione di un mezzo per combattere i gruppi d’attacco imbarcati degli Stati Uniti. Dotare le navi Tipo 002 di reattore nucleare sarebbe un compito straordinariamente difficile, soprattutto per la Cina, in quanto nessuna delle sue navi di superficie ne è attualmente dotata. Se si decidesse d’installarvi un reattore nucleare, allora il programma Tipo 002 diverrebbe il più ambizioso che le forze armate cinesi abbiano intrapreso. Probabilmente s’impiegherebbero gli sviluppi compiuti nella tecnologia dei sottomarini nucleari, dove hanno una certa esperienza (la PLA Navy ha varato i suoi primi sottomarini a propulsione nucleare all’inizio degli anni ’70). I reattori nucleari per i sottomarini sono relativamente poco potenti, ma diversi possono essere installati in una sola nave: la portaerei francese Charles de Gaulle ha due reattori simili a quelli utilizzati sui sottomarini a propulsione nucleare, e la portaerei USS Enterprise ne aveva otto. L’Uljanovsk doveva averne quattro, e due ne hanno gli incrociatori Proekt 1144.
Qualunque cosa accada, la portaerei Tipo 002 non sarà operativa prima del 2020. Nel frattempo, la flotta cinese sarà composta da 2 portaerei con rampe. L’approfondimento delle prospettive dello sviluppo della componente aerea imbarcata della Cina e dei relativi compiti sarà affrontato nella seconda parte di questo articolo.liaoning-cv16Note
1. Nome collettivo da tempo assegnato a una serie di programmi di costruzione navale nel pre e dopoguerra, il cui obiettivo era creare una potente flotta oceanica. I programmi si conclusero con un fallimento poiché le autorità sovietiche sopravvalutarono le capacità dell’industria, e perché scoppiò la guerra. Il colpo finale fu la morte di Stalin e la successiva ridistribuzione del denaro assegnato ai programmi per la flotta sottomarina, l’esercito e lo sviluppo dei missili nucleari.
2. Va notato qui che nella sua autobiografia (pubblicata 15 anni dopo), Xu Zengping, l’uomo d’affari di Hong Kong che effettuò l’acquisto, scrive che il governo cinese lo compensò solo in parte della somma che versò, e solo dopo molto tempo. Effettivamente consegnò la nave al governo come dono. L’affare lo rovinò.
3. Questo probabilmente spiega perché, secondo i ricordi dei protagonisti ucraini dell’operazione, i cinesi non acquisirono la documentazione tecnica del Proekt 1143.6 che si trovava nel cantiere. Xu Zengping afferma il contrario.
4 . Secondo i piani sovietici, le differenze tra Proekt 1143.6 e 1143.5 dovevano essere minime e impercettibili: modifiche al disegno dell’isola; un leggermente diverso posizionamento dei lanciamissili antiaerei ed elettronica aggiornata.
5 . Da 5680 a 4660 membri dell’equipaggio .
6. L’HMAS Melbourne delle portaerei classe Majestic, fu operativa dal 1955 al 1982. La nave fu impostata nel Regno Unito nel 1943 e varata nel febbraio 1945. La costruzione venne sospesa dopo la seconda guerra mondiale. La Royal Australian Navy l’acquistò nel giugno 1947. I lavori di costruzione sulla Melbourne proseguirono con ritmo lento, con una serie di modifiche introdotte per permetterle di accogliere gli aerei a reazione.
7. NITKA (Complesso di prova e addestramento aereo) è un impianto militare costruito in Crimea nei primi anni ’80, per consentire di imitare le operazioni di decollo e atterraggio su un ponte, per ricerca ed addestramento. Desiderosa di liberarsi della dipendenza dall’Ucraina, la Russia costruì un complesso simile a Ejsk, ma la Russia si annetté la Crimea prima che il complesso venisse completato e i problemi associati al primo complesso scomparvero.
8. Ad esempio, la portaerei Proekt 1143.7 poteva trasportare più di due volte la quantità di carburante per aeromobili rispetto alle similari navi Proekt 1143.5 e 1143.6.6efc26e759feTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora