Può sopravvivere il nuovo Stato-fantoccio degli USA in Siria?

Elijah J. Magnier, 15/1/2018Oggi è chiaro che le forze statunitensi rimarranno e occuperanno il nord-est della Siria dove i curdi di al-Hasaqah e Dayr al-Zur, insieme a tribù arabe, hanno il controllo. Washington dichiarava la formazione di 30000 agenti per “difendere i confini” di questo “Stato nello Stato” appena dichiarato. La domanda è: può tale occupazione durare a lungo? E questa domanda ne pone un’altra fondamentale: uno Stato “curdo” può sopravvivere? Non c’è dubbio che gli Stati Uniti non vogliano lasciare la Siria e che la Russia estenda presenza e controllo, a patto che ci sia la possibilità che Washington disturbi e riduca l’influenza di Mosca nel Levante. Dichiarandosi forza di occupazione e quindi la volontà di formare uno “Stato per procura”, la posizione USA giustifica (a sé stessi ma non al popolo statunitense, né al mondo) la presenza finché ritenga opportuno abbandonare i curdi e lasciarli al loro destino. Gli Stati Uniti usano come scusa la presenza iraniana sul territorio siriano e l’ossessione di limitare il controllo di Teheran su Damasco. Non vi è alcun dubbio che le forze statunitensi possano badare ai loro interessi nel territorio occupato dalla Siria e impedire che una forza regolare possa avanzare. Tuttavia, la sicurezza dei loro soldati dipende dall’ambiente in cui si trovano, in questo caso un ambiente totalmente ostile dentro e fuori. Gli attacchi contro le forze statunitensi e i loro agenti curdi non sono affatto esclusi. Questo quando gli Stati Uniti dovranno ripensare la necessità di una presenza in un territorio di recente occupazione, così lontano da casa e in cui le vite statunitensi possono essere perse in cambio di alcun beneficio per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. L’Iran ha una lunga esperienza nel combattere le forze statunitensi in Medio Oriente, dove i gruppi iracheni, sponsorizzati e addestrati dall’Iran, sono riusciti a infliggere ingenti danni all’occupazione statunitense dell’Iraq nel 2003 e molto prima, quando la Repubblica Islamica era giovane, nel 1983, i gruppi filo-iraniani colpirono i marines statunitensi in uno dei più grandi attacchi contro forze illegittimamente impegnati nella guerra civile libanese. Naturalmente, anche le forze statunitensi hanno acquisito esperienza nella lotta agli attori non statali. Ciononostante, questa esperienza non gli eviterà gravi danni, probabilmente costringendo al ritiro prima o poi. Il piano di occupazione statunitense ha molte carenze. Le 30000 forze curde dovrebbero:
– Proteggere i confini da Qamishlu a Yarubiya-Buqamal, contro l’Esercito arabo siriano ed alleati. Damasco ha già respinto le forze di occupazione statunitensi dichiarando che i curdi che collaborano con le forze di occupazione sono traditori.
– Proteggere i confini di al-Hasaqah, Ayn al-Arab, Tal Abiyad, Manbij con una Turchia che ha dichiarato guerra ai curdi e minacciato di distruggerli e d’impedire a tutti i costi uno loro Stato ai suoi confini. Ankara non starà a guardare. Quasi ogni giorno, il presidente turco Recep Tayyeb Erdogan minaccia di invadere i territori controllati dai turco-curdi e bombardare le province confinanti.
– Proteggere i lunghi confini con l’Iraq, dove le Unità di Mobilitazione Popolare sono pronte ad aiutare qualsiasi gruppo (tranne lo SIIL) disposto a scacciare le forze statunitensi dai confini iracheni, in particolare l’ultima sacca dello SIIL proprio al confine Siria-Iraq. Nonostante il controllo dei confini, c’è molto scontento nel vedere lo SIIL sul lato siriano dei confini protetto dagli Stati Uniti, consapevoli che Washington, non volendo porre fine al gruppo, permette a migliaia di terroristi di fuggire da Raqqah per usarli per “influenzare” i governi iracheno e siriano. Nonostante l’apparente impegno degli Stati Uniti per la stabilità dell’Iraq, Baghdad non vede alcuna giustificazione nella protezione degli Stati Uniti dello SIIL nell’enclave nel nord-est della Siria, un gruppo in grado di attraversare i confini in cui ha vissuto per anni e dove sa come muoversi. Gli Stati Uniti possono usare la propria esperienza acquisita in Iraq e in altre parti del mondo islamico per comprarsi la lealtà delle tribù locali, come i “Sahwa” iracheni. L’Arabia Saudita è disposta a ricostruire le aree danneggiate, nonostante la propria crisi finanziaria, assecondando le richiesta degli Stati Uniti, ed è disposta a finanziare e equipaggiare le tribù arabe di al-Hasaqah e Dayr al-Zur. Ma chi vende la fedeltà a qualsiasi acquirente può anche farsi comprare dagli avversari, come è accaduto in Iraq. Dopotutto, le tribù arabe nel nord-est della Siria fanno parte delle stesse tribù dell’Iraq.
– Proteggersi da dispute e lotte intestine tra i curdi fedeli a Damasco e i separatisti, e dagli attacchi IED e tattiche mordi e fuggi delle tribù arabe disposte a sostenere il governo siriano per liberare il territorio e destabilizzare le province curde.
– Proteggere un vasto territorio, circa 39500 kmq. Ciò significa un militante ogni 1,3 kmq per proteggere province circondate da nemici e forze non disposte a consentire la creazione di tale “Stato nello Stato”, qualunque sia la superiorità aerea statunitense e i droni che non lasciano mai i cieli della zona.
I curdi di al-Hasaqah (vi sono grandi concentrazioni curde ad Ifrin e Aleppo che non vogliono dividersi da Damasco) si trovano in una posizione scomoda sotto la protezione degli Stati Uniti, un alleato noto per aver abbandonato gli “amici” quando non servivano più. In definitiva, Damasco non accetterà l’occupazione statunitense del proprio territorio e combatterà un nemico considerato più grande e pericoloso della Turchia, che pure occupa territorio siriano. Alcuni osservatori ritengono che gli Stati Uniti potrebbero aver deciso di abbandonare la Turchia per proteggere e mantenere gli agenti curdi disposti a schierarsi col migliore alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente, Arabia Saudita, e l’alleato strategico Israele. Questo punto di vista è debole perché l’amministrazione statunitense è consapevole che i curdi non possono sostenere tale enclave per molto e che i Paesi circostanti attenderanno il momento giusto (da uno a dieci anni) per rimuovere la minaccia dai rispettivi confini. Damasco non abbandonerà le province ricche di risorse energetiche di al-Hasaqah e Dayr al-Zur, e i suoi alleati supporteranno la cacciata delle forze statunitensi con mezzi militari dalla Siria. Gli alleati di Damasco hanno già addestrato e condiviso l’esperienza in guerriglia con diversi gruppi siriani, pronti ad impedire il ritorno dello SIIL e a rivendicare le alture del Golan occupate nel sud e la Siria nord-orientale. In questo momento, Damasco vede il pericolo più grave in al-Qaida (l’Hayat Tahrir al-Sham ha oltre 10000 terroristi) e nello SIIL. Certo, il governo siriano chiederà sempre il ritiro delle forze turche anche se Russia e Turchia sono alleati necessari. Il presidente turco cerca di rimanere, mantenendo un piede nel campo statunitense e l’altro in quello russo, non vuole perdere entrambi e continuare a beneficiare delle due superpotenze che condividono interessi militari ed economici vitali con Ankara (e viceversa). Erdogan può anche contare sul rifiuto di Damasco dello “Stato curdo nello Stato”, come obiettivo comune dei due Paesi anche senza un’alleanza e nonostante la dichiarata reciproca animosità dei presidenti Erdogan e Assad. La Russia, da parte sua, farà del suo meglio per sostenere Erdogan e, contemporaneamente, stringere legami coi curdi di Ifrin, nella speranza che i curdi di Ifrin e al-Hasaqa si parlino e si accordino su cosa affrontare, il giorno in cui gli Stati Uniti decideranno di ritirarsi dalla Siria.
L’amministrazione USA ancora una volta s’infila in un vespaio, pensando (se è la parola giusta) coi muscoli militari piuttosto che intelligentemente, ad assicurarsi gli interessi in Siria, fingendo di dimenticare che il suo potere militare “onnipotente” si rivelò inutile in Libano, Afghanistan e Iraq. Com’è possibile che l’amministrazione Trump possa credere che sia possibile avere successo in Siria? Gli USA ignorano i fatti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Siria, gli Stati Uniti sono in un vicolo cieco

Moon of Alabama, 15 gennaio 2018La politica dell’amministrazione Trump in Siria finalmente si svela. Ha deciso di separare permanentemente il nord-est della Siria dal resto della Siria con l’idea piuttosto comica d’impedire l’influenza iraniana in Siria e dare voce agli USA sull’ultimo accordo siriano. Tale mossa non ha lungimiranza strategica: “La coalizione guidata dagli Stati Uniti contro lo Stato islamico attualmente addestra una forza di sicurezza al confine siriano mentre l’operazione contro lo SIIL perde attenzione. La forza di 30000 uomini sarà in parte composta da combattenti veterani e opererà sotto la guida delle forze democratiche siriane, secondo il CJTF-OIR a The Defense Post… La coalizione collabora con le forze democratiche siriane (SDF) per creare e addestrare la nuova forza di sicurezza delle frontiere siriane (BSF). Attualmente, ci sono circa 230 persone che si addestrano nella prima classe della BSF, con l’obiettivo di una forza finale di circa 30000″, diceva il colonnello Thomas F. Veale, ufficiale degli affari pubblici del CJTF-OIR… Veale ha riconosciuto che più curdi serviranno nelle aree della Siria settentrionale, mentre più arabi serviranno nelle aree lungo la valle del fiume Eufrate e lungo il confine con l’Iraq”. SDF e curdi sono sotto il controllo del PKK/YPK, un’organizzazione terroristica che combatte quasi quotidianamente e uccide forze turche in Turchia. Gli arabi che apparentemente divideranno l’area dal resto della Siria sono probabilmente le forze tribali già allineate con lo Stato islamico. I turchi non sono stati consultati sulla mossa degli Stati Uniti e ovviamente non sono divertiti dal fatto che una “banda terroristica”, addestrata e armata dagli Stati Uniti, controlli un lungo tratto del confine meridionale. Qualsiasi governo turco dovrà prendere misure severe per impedire tale minaccia strategica al Paese: “Tali iniziative, che mettono a repentaglio la nostra sicurezza nazionale e l’integrità territoriale della Siria proseguendo la cooperazione col PYD/YPG in contraddizione con gli impegni e le dichiarazioni degli Stati Uniti, sono inaccettabili. Condanniamo l’insistenza su tale approccio sbagliato e ricordiamo ancora una volta che la Turchia è decisa e capace di eliminare qualsiasi minaccia al suo territorio”. La Russia osservava che tale occupazione statunitense non ha basi legali: “Il Ministro degli Esteri russo osservava che decisioni del genere sono state prese senza alcun motivo, una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite o certi accordi raggiunti durante i colloqui intra-siriani a Ginevra”. La Siria avvertiva che qualsiasi siriano che partecipi a questa azione avrà problemi: “Il Ministero ritiene ogni cittadino siriano che aderisca alle milizie appoggiate dagli Stati Uniti un traditore dello Stato e della popolazione siriani e sarà trattato come tale, aggiungendo che tali milizie ostacoleranno il raggiungimento di una soluzione politica della situazione in Siria”. Il Congresso USA è preoccupato da tale mossa: “Testimoniando alla commissione per le relazioni estere del Senato, David Satterfield, l’assistente segretario di Stato per gli affari del Vicino Oriente, delineava gli obiettivi statunitensi in Siria come eliminazione dello SIIL, stabilizzazione della Siria nord-orientale e contrasto all’influenza iraniana… “Questo non supererà l’appello”, interveniva il presidente della commissione Bob Corker, R-Tenn… Il senatore Chris Murphy, D-Conn, che prima pose a Satterfield una domanda a cui si rifiutava di rispondere, espresse la preoccupazione che eliminare l’influenza iraniana dalla Siria sia un mero proposito che potrebbe trattenere truppe USA in Siria per sempre… Il senatore Ben Cardin, D-Md., capo democratico del comitato, espresse la preoccupazione che l’amministrazione Trump non abbia la necessaria autorizzazione legale dal Congresso per mantenere truppe statunitensi in Siria dopo la sconfitta dello SIIL”. Appena due mesi prima, in una telefonata col Presidente Putin, il presidente Trump sembrava essere contrario a una mossa del genere: “I presidenti hanno affermato l’impegno a sovranità, unità, indipendenza, integrità territoriale e carattere non settario della Siria, come definito nell’UNSCR 2254...”
La mossa degli Stati Uniti arriva al momento giusto per la Siria. L’accordo russo-turco-iraniano-siriano di Astana istituiva una zona di riduzione dell’escalation nel governatorato d’Idlib, ma impegnava le parti a continuare la lotta contro al-Qaida. L’accordo era in imminente pericolo quando la Turchia protestò per l’operazione siriana contro al-Qaida ad Idlib. La Turchia collabora con al-Qaida per mantenersi aperte le opzioni per l’acquisizione di alcuni territori siriani. È anche preoccupata dall’enclave curda nord-occidentale di Ifrin, protetta dalle forze russe. Ma gli Stati Uniti ad est costituiscono una minaccia peggiore per la Turchia che non la piccola Ifrin. L’est è più importante per la Turchia di Idlib. La metà orientale della Turchia è ora minacciata da una forza curda al ventre. La mossa degli Stati Uniti incentiva la Turchia a mantenere l’accordo di Astana su Idlib e ad unirsi a Siria, Russia e Iran contro l’alleanza curdi-USA. Erdogan, con la solita rabbia, chiariva che non può e non vuole lasciare che gli Stati Uniti agiscano: “Un Paese che chiamiamo alleato insiste a formare un esercito terrorista ai nostri confini“, diceva Erdogan degli Stati Uniti in un discorso ad Ankara. “Cosa può fare quell’esercito terrorista, e la Turchia? La nostra missione è strangolarlo prima che nasca“. Joshua Landis crede che gli Stati Uniti abbiano rinunciato alla Turchia come alleato e sino impegnati esclusivamente verso Israele e Arabia Saudita, completamente concentrati a contrastare l’Iran. Ma ci sono poche truppe iraniane in Siria e la linea dei rifornimenti da Teheran a Damasco è via aerea e mare e non può essere influenzata da un’enclave curda. Inoltre, la presenza statunitense nel nord-est è insostenibile. L’area nord-orientale occupata dagli Stati Uniti in Siria è circondata da forze ostili. La Turchia nel nord, la Siria nell’ovest e nel sud, l’Iraq, con un governo filo-iraniano, nell’est. Non ha porti e i rifornimenti via aerea devono attraversare spazio aereo ostile. Internamente l’area è costituita da un nucleo curdo ma ha quasi altrettanti abitanti arabi. I curdi non sono uniti, molti sono contrari al PKK/YPG e sostengono il governo siriano. Probabilmente metà degli arabi prima combatteva per lo Stato islamico e l’altra metà è a favore di Damasco. Ciò che tutti gli arabi hanno in comune è l’odio per i nuovi padroni curdi. Tutto questo è terreno fertile per un’insurrezione contro l’occupazione statunitense e le sue forze per procura curde delle YPG. Servirà un piccolo incentivo e sostegno da Damasco, Ankara o altrove per attirare gli Stati Uniti in una lotta caotica per la sopravvivenza. L’aspirante sultano Erdogan ha cercato a lungo di mettere la Russia contro gli Stati Uniti e viceversa. Ha ordinato sistemi di difesa aerea russi che gli consentiranno di resistere a un attacco aereo statunitense. Allo stesso tempo, permette alle navi statunitensi di passare lo Stretto del Bosforo nel Mar Nero e di minacciare la Russia in Crimea anche quando la Convenzione di Montreux gli permette di limitarne i passaggi. Gli Stati Uniti ora non gli lasciano altra scelta. La Russia è l’unica forza che può aiutarlo a gestire la nuova minaccia. I pezzi grossi della NATO a Bruxelles saranno nervosi. La Turchia ha il secondo maggiore esercito della NATO. Controlla il passaggio verso il Mar Nero e con Incirlik la più importante base aerea NATO nel sud-est. Tutti questi elementi danno alla Turchia uno leva che può utilizzare quando la Russia offre un’alternativa decente all’appartenenza alla NATO.
Ci si chiede chi abbia sviluppato questa idea alla Casa Bianca. Va contro tutto ciò che Trump aveva detto sull’impegno statunitense in Medio Oriente. Va contro gli interessi della NATO. Non esiste una base legale ed poche possibilità di essere sostenibile. La mia ipotesi è che il Consigliere per la sicurezza nazionale McMaster (spinto dal suo mentore generale Petraeus) sia il cervello di ciò. Ha già dimostrato di non avere alcuna visione strategica oltre a spostare brigate qua e là. Cosa farà dopo? Ordinare alla CIA di ricominciare ad armare al-Qaida, i “ribelli siriani” che hanno appena mandato i loro emissari a Washington per chiedere altro sostegno? La Turchia ha bisogno della Russia e la Russia combatte quei “ribelli siriani”. Perché la Turchia, che controlla il confine con la Siria, dovrebbe consentire il passaggio di nuove armi della CIA? Non capisco come gli Stati Uniti sosterrebbero le proprie posizioni nel nord-est della Siria. È difficile capire perché ritengano che tale posizione possa influenzare l’impegno iraniano nei confronti della Siria. La mossa li priva di qualsiasi flessibilità politica. È una trappola che si sono creati. Infine l’esercito statunitense dovrà ritirarsi dall’area. I curdi dovranno strisciare a Damasco per chiedere perdono. La miopia strategica di entrambi, amministrazione USA e leadership YPG, stupisce. Cosa pensano costoro quando prendono tali decisioni?Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’evacuazione USA dei terroristi dalla Siria, una replica dell’operazione ODESSA

Dmitrij Minin, SCF 15.01.2018

Il generale Stephen Townsend

Sorprendentemente, il destino dei membri più zelanti di certe unità dello Stato islamico (organizzazione vietata in Russia) ricorda ciò che successe alla fine della Seconda guerra mondiale. All’epoca c’erano fuggiaschi nazisti che qualcuno aiutò a nascondersi per usarli in futuro, e oggi sono i seguaci dello SIIL. Nessuno può dire dove siano finiti i pezzi grossi e il personale centrale dello SIIL. I capi più esperti di tale organizzazione terroristica, a volte interi distaccamenti, improvvisamente scompaiono da Siria e Iraq, come se si sciogliessero nella sabbia del deserto. Poi, come per magia, riemergono in Libia, Egitto, Sudan o Afghanistan, vicino ai confini dell’Asia centrale o della Russia o della regione cinese dello Xinjiang. Ovviamente esistono canali operativi che gli consentono di spostarsi da un posto all’altro, qualcosa di attuabile solo da uno Stato potente. Dato che i terroristi dello SIIL vengono trasferiti in varie parti del mondo, escono per lo più dalle regioni della Siria orientale controllate dagli statunitensi, e quindi tale Stato sarebbero gli Stati Uniti. Ciò non è inedito nella loro storia. L’operazione ODESSA (Organization der Ehemaligen SS-Angehörigen, o Organizzazione degli ex-membri delle SS), ideata per far fuggire gli ufficiali delle SS dalla Germania devastata dalla guerra verso Medio Oriente, Sud e Nord America, era piuttosto un argomento seguito ai tempi. Il famoso romanzo di Frederick Forsyth, Il dossier Odessa, e il film omonimo del 1974, stimolarono l’immaginazione del pubblico su tale evento storico. Gli alleati chiamavano quei canali di evacuazione “ratlines“, ma gli stessi ufficiali delle SS avevano un modo più romantico di riferirsi alle loro vie di fuga, per esempio Ubersee Sud (“Veleggiare verso i Mari del Sud”). Molti degli ex-ufficiali delle SS furono successivamente utilizzati in prima linea durante la Guerra Fredda. Si vede qualcosa di simile coi terroristi dello SIIL. È interessante notare che gli sforzi per far fuggire i nazisti tedeschi e piazzarli negli Stati Uniti iniziarono all’insaputa del presidente FDR. Furono avviati dal Joint Chiefs of Staff degli Stati Uniti (presidente Omar Bradley), che lanciarono l’operazione Paperclip con l’aiuto delle agenzie d’intelligence. L’istituzione dell’Organizzazione Gehlen, che reclutò le spie naziste in quella che in seguito divenne l’Agenzia Federale d’Intelligence della Repubblica Federale di Germania, fu un altro piano. I soldati sono di regola molto più pragmatici che ideologici. Non vedono contrapporre un nemico a un altro come atto immorale, ma piuttosto come esempio di grande acume strategico. Fu calcolato che circa 30000 persone passarono per le “ratlines“, molte negli Stati Uniti. Nel 2006, il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti redasse un rapporto approfondito di 600 pagine su questo argomento. Sebbene non fu pubblicato, nel 2010 fu ottenuto dal New York Times, che lo pubblicò sul suo sito web. Dopo aver esaminato il rapporto, il giornale concluse che dopo la Seconda guerra mondiale, i capi dei servizi segreti degli Stati Uniti crearono un “santuario” negli Stati Uniti per molti criminali di guerra nazisti e loro coorti.
Il Ministero della Difesa russo ha ripetutamente dichiarato le molte stranezze nel modo in cui i consiglieri statunitensi e i loro alleati delle Forze Democratiche Siriane (SDF) hanno combattuto lo SIIL sulla sponda orientale dell’Eufrate. Ad esempio: l’uso di elicotteri per esfiltrare i capi dello SIIL dalle aree assediate, l’inaspettata liberazione dei principali distaccamenti dello SIIL dalle città e l’impiego dei terroristi arresisi nel ‘nuovo esercito siriano’. Ed ecco la grande domanda: la maggior parte dei seguaci dello SIIL sono passati a tale nuovo esercito dalle zone di combattimento, ed è proprio qui che la loro pista svanisce. L’ex-portavoce e terzo comandante in capo delle SDF, prima di fuggire in Turchia alla fine del 2017, Talal Silu, presenta prove notevoli sui rapporti tra il Pentagono e capi dello SIIL. In un’intervista all’agenzia turca Anadolu, aveva specificamente indicato alcuni casi in cui i terroristi dello SIIL furono trasferiti sotto la direzione di agenti dei capi militari statunitensi, come il generale Raymond Thomas, comandante del Comando operazioni speciali statunitensi; il generale Joseph Votel, comandante dell’USCENTCOM, e il generale Stephen Townsend, capo dell’operazione Inherent Resolve. E lì sulla scena, il grande ideatore è l’inviato speciale presidenziale Brett McGurk. Talal Silu citava ad esempio episodi in cui, su insistenza degli statunitensi, a 2000 terroristi dello SIIL fu consentito il passaggio sicuro da Manbij e a 500 da Tabaqa. E l’evento più grave fu la geniale trovata a Raqqa, secondo lo spirito del manuale da campo dell’esercito statunitense per le operazioni speciali. Talal Silu sostiene che gli statunitensi calcolarono che le forze di Assad avrebbero raggiunto Dayr al-Zur in sei settimane. Ma quando si capì che le truppe governative si muovevano più velocemente, gli ufficiali statunitensi chiesero alle SDF di liberare i terroristi da Raqqa e inviarli ad Abu Qamal per intercettare le forze governative. Fu negoziato un accordo che consentì a 3500 terroristi di lasciare la città con tutto il necessario, comprese le armi. La dichiarazione rilasciata sosteneva che solo i civili erano stati liberati e che 275 seguaci dello SIIL si sarebbero “consegnati”. Per provare l’esistenza di questi 275 tizi, un gruppo di persone fu portato dal campo di Ayn Isa per interpretare la parte dei terroristi. Tuttavia ai giornalisti fu vietato recarsi a Raqqa, citando il rischio di schermaglie coi terroristi. Ma in realtà non fu mai sparato un solo proiettile. Più tardi si scoprì che alcuni di quei terroristi erano diretti verso destinazioni molto diverse. Molti entrarono nelle aree liberate con l’operazione Scudo dell’Eufrate. In altre parole, con l’aiuto degli Stati Uniti, passarono nella zona turca, e da lì furono liberi di recarsi ovunque. Simile teatralità potrebbe anche essere attuata nei successivi trasferimenti di terroristi. La domanda è: fino a che punto la Casa Bianca partecipa alle manovre del Pentagono coi terroristi dello SIIL? Non si può escludere che, come molto tempo fa, nel 1945, l’esercito non agisca con l’approvazione del presidente. Se l’amministrazione statunitense è informata di tale operazione e ha dato il via libera, allora si tratta di un altro esempio di miopia strategica. Qualsiasi patto col “diavolo nero” è sempre pericoloso per chi lo stipula.

Brett McGurk a Raqqa

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La duplicità di NATO/UE con la Russia ricorda l’Europa di Hitler

Rodney Atkinson, Free Nations 14 gennaio 2018La duplicità della NATO nei suoi attacchi alla Russia e ad altri Stati dell’Europa orientale dopo la caduta del muro di Berlino, ha tutti i tratti distintivi dell’Europa di Hitler (quando ripetutamente affermava di non avere “più rivendicazioni territoriali” pur continuando le conquiste) e l’Unione Europa (in cui la Corte di giustizia europea si considera organizzazione politica che espande il potere dell’UE e afferma che le parole di politici e “semplici dichiarazioni” non hanno forza). Il grande simbolo della Guerra Fredda fu il Muro che divise Berlino tra l’Oriente comunista e l’occidente democratico. Cadde nel 1989 perché il presidente russo Mikhail Gorbaciov lo permise. E furono proprio le parole dei principali politici occidentali nel 1990 a dare assicurazioni alla Russia consentendo il pacifico crollo del comunismo sovietico e la fine della divisione dell’Europa. Permisero a Mosca di porre fine alla Guerra fredda e di liberare gli ex-Paesi del Patto di Varsavia per diventare Stati nazionali indipendenti. La dimostrazione delle forti promesse date dai Paesi della NATO a Mikhail Gorbaciov nel 1990 sono nei 30 documenti cruciali dall’archivio della sicurezza nazionale degli Stati Uniti appena resi pubblici.
Nel febbraio 1990, il segretario di Stato di George HW Bush, James Baker, assicurò all’omologo sovietico, Eduard Shevardnadze, che la NATO sarebbe stata, “Meno di un’organizzazione militare, molto più politica, (e) non avrebbe avuto capacità indipendenti”, e offrì “Garanzie di ferro che la giurisdizione o le forze della NATO non si sposteranno verso est“. Baker inoltre promise a Gorbaciov che la NATO non si sarebbe mossa “di un pollice ad est“. Il 10 febbraio 1990, Helmut Kohl disse a Gorbaciov, “Crediamo che la NATO non dovrebbe espandere la sfera delle sue attività. Dobbiamo trovare una soluzione ragionevole. Comprendo correttamente gli interessi per la sicurezza dell’Unione Sovietica e mi rendo conto che lei, signor Segretario Generale, e la leadership sovietica, dovrebbero spiegare chiaramente cosa succede al popolo sovietico“. Più tardi quel mese, parlando col presidente cecoslovacco Vaclav Havel, (sì quel Paese esisteva ancora allora!) il presidente George HW Bush disse: “Dica a Gorbaciov che… vi ho chiesto di dire a Gorbaciov che non ci comporteremo, per quanto riguarda la Cecoslovacchia o qualsiasi altro Paese, in modo da complicare i problemi che ha così francamente discusso con me“. In altre parole, i nuovi Paesi dell’Europa orientale indipendenti avrebbero avuto indipendenza e sovranità che la caduta dell’Unione Sovietica e la fine del Patto di Varsavia gli avevano dato. In effetti queste erano precisamente le libertà che gli alleati anti-nazisti, anche i russi, raggiunsero nel 1945. Naturalmente ciò che successe e continua a succedere è che tutte queste promesse furono infrante e la NATO spostò le basi militari sempre più ad est, la Germania unita è diventata membro della NATO (non solo una delle principali preoccupazioni della Russia, ma anche del presidente della Francia Mitterand) e ciascuno dei Paesi dell’Europa orientale per la cui indipendenza Gorbaciov cercò ed ottenne assicurazioni, non solo fu assorbito dalla NATO, ma fu conquistato dal braccio costituzionale politico della NATO, l’Unione europea conquistatrice che non tollera né nazioni, né indipendenza, né democrazia! Bush, avendo assicurato Gorbaciov e il presidente ceco che non ci sarebbero state “più rivendicazioni territoriali” allora, come gli eserciti di Hitler e l’Europa fascista degli anni ’30 e ’40, marciarono in ogni caso.La risposta fascista della NATO
Ma forse l’aspetto peggiore e più spaventoso di tali menzogne e falsità della NATO e dell’UE (vergognosamente appoggiate da una decadente classe politica inglese che non ha la minima idea del perché entrammo in guerra nel 1939 né di ciò che ottenemmo in nome della democrazia nazionale nel 1945) fu la successiva razionalizzazione e giustificazione di tali tradimenti. Di fronte alle prove devastanti sul rinnegare questi impegni, la NATO ora afferma: “Gli alleati della NATO prendono decisioni per consenso e queste sono registrate. Non vi è alcuna registrazione che una decisione del genere sia stata presa dalla NATO. Le assicurazioni personali, dei capi della NATO, non possono sostituire il consenso dell’alleanza e non costituiscono un accordo formale della NATO“. Sieg Heil! Qualcuno crederà mai più ai capi della NATO? Se era evidente agli osservatori informati da anni che i veri aggressori in Jugoslavia, nell’Europa orientale e ora in Ucraina sono la NATO e gli imperialisti dell’UE in espansione, i popoli occidentali vengono bombardati da una propaganda massiccia di cui Goebbels sarebbe orgoglioso. Ma così perversa che milioni in Europa e negli Stati Uniti non ci credono. Ora che molto più si può leggere su parole e promesse date, e violate, a loro nome dai capi “democratici”, la minoranza arrabbiata diverrebbe maggioranza ribollente.

Al centro Adolf Heusinger, nel 1961 presidente della NATO.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Trump si prepara a punire il Pakistan

MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 16 gennaio 2018Una settimana dopo l’osservazione razzista del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sui Paesi africani (“cesso”), sarà un momento delicato quando riceverà il Presidente del Kazakistan Nurusultan Nazarbaev alla Casa Bianca. Nazarbaev proviene non solo da un Paese non europeo, ma anche musulmano. Trump telefonò a Nazarbaev a settembre per invitarlo a visitare gli Stati Uniti. Sarà il primo a visitare Trump dalle steppe dell’Asia centrale. Epitteto, il filosofo stoico greco, una volta disse: “Le circostanze non fanno l’uomo, lo rivelano solo a se stesso”. La conversazione di Trump con Nazarbaev difficilmente ne cambierà la mentalità ma sicuramente gli rivelerà le sue inadeguatezze. Perché Nazarbaev è un grande statista, grande esperto di arti marziali. Mikhail Gorbaciov volle che si trasferisse a Mosca come primo ministro quando ci fu il colpo di Stato che rovinò la festa. L’annuncio della Casa Bianca della visita di Nazarbaev afferma che i due presidenti “discuteranno dei modi per rafforzare il nostro partenariato strategico su sicurezza regionale e cooperazione economica. I presidenti discuteranno anche della leadership del Kazakistan su diverse sfide internazionali, in particolare l’Afghanistan, durante la sua presidenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e l’eredità del partenariato bilaterale tra i nostri Paesi su armi di distruzione di massa e non proliferazione”. Trump parlerà a Nazarbaev con due cose in testa: petrolio e Afghanistan, a parte diversi altri argomenti. Big Oil ha investito molto in Kazakistan. Per illustrare il punto, nel solo campo Tengiz, Chevron ed ExxonMobil hanno deciso di effettuare un enorme investimento di 36,8 miliardi di dollari USA per aumentarne la produzione a 39 milioni di tonnellate l’anno (850000 barili al giorno) entro il 2022, dai 27 milioni di tonnellate attuali. Tengiz è uno dei maggiori giacimenti petroliferi del mondo e rappresenta già oltre un terzo della produzione totale di greggio in Kazakistan. Chevron detiene il 50 percento della partecipazione ed Exxon Mobil ne detiene il 25 percento, KazMunayGaz, società kazaka del gas e petrolio, il 20 percento. (Non chiedete perché Dick Cheney e Condoleeza Rice abbiano prestato tanta attenzione al Kazakistan). Non sorprende che il Kazakistan sia da sempre il palcoscenico centrale del grande gioco nella regione dell’Asia centrale dalla guerra fredda. Se la geopolitica dell’energia era al centro del grande gioco negli anni Novanta, ha acquisito nuove dimensioni con l’occupazione statunitense dell’Afghanistan, l’ascesa della Cina (in particolare l’iniziativa Fascia e Via) e la Nuova Guerra Fredda con la Russia. Nazarbaev ha abilmente bilanciato le relazioni del Kazakistan con le grandi potenze, pur mantenendo la politica della “Russia prima”. Ma il Paese è in transizione e Washington spera d’incoraggiare un’ondata nazionalista per cacciare l’élite politica “russificata”, portando a un “cambio di regime” ad Astana, che a sua volta faccia arretrare l’influenza russa e presenti la Cina come vicino pericoloso. La Russia ha un confine di 6846 chilometri col Kazakistan, mentre la Cina di 1782 chilometri. Mosca e Pechino sarebbero sconvolte se la CIA istituisse una base ad Astana o il Pentagono vi schierasse il sistema ABM. La diplomazia statunitense si prepara al dopo-Nazarbaev.
Tuttavia, nell’immediato, la preoccupazione principale di Trump sarà come Nazarbaev può aiutare il Pentagono a vincere la guerra in Afghanistan. Il Kazakistan può fare la differenza. Come in passato, può schierare contingenti per combattere in Afghanistan; sostenere l’economia afghana; dare intelligence vitale, e svolgere un ruolo utile presiedendo il Consiglio di sicurezza dell’ONU nel 2018. La cosa più importante è che il Kazakistan fornisca una via di transito (specialmente aerea) alla rete di schieramento settentrionale, che consenta a Trump l’opzione di punire il Pakistan, anche a rischio di chiudere le due rotte di transito dal Pakistan. Nazarbaev accetterrà? È improbabile che Mosca non respinga l’idea. Ma poi Putin dichiarò pubblicamente che la stabilizzazione dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti e d’interesse russo. Allo stesso modo, Mosca cerca l’opportunità di collaborare cogli Stati Uniti in Afghanistan. Basti dire che Trump saprà che discutere di Afganistan con Nazarbaev è quasi come ponderare la mente di Putin. Quindi, la prossima grande domanda è: Nazarbaev può mediare una convergenza USA-Russia sulla situazione afgana? Non va escluso. Senza dubbio, Nazarbaev avrà discusso con Putin della visita a Washington. I due statisti si parlano spesso. Si sono incontrati a Mosca recentemente. La superba qualità della relazione e reciproca fiducia tra i due leader emerge nella trascrizione del Cremlino dell’incontro del 27 dicembre (qui). Sarà un incontro ad alto rischio per la Casa Bianca sulla sicurezza regionale nell’Asia meridionale e centrale. Nazarbaev è un vecchio cavallo da guerra e molto diverso da Trump per personalità e temperamento. Ma poi entrambi sono realisti. A dire il vero, il grande gioco nelle steppe si risveglia e passa dal torpore all’attivismo. Si legga un sipario sulla visita di Nazerbaev di Radio Free Europe/Radio Liberty, Il presidente kazako incontra Trump, parla di Afghanistan e Russia).Traduzione di Alessandro Lattanzio