9 maggio 2015: la Russia ha mostrato al mondo come uccidere le rivoluzioni colorate

Andrew Korybko The Saker 20 maggio 2015jxFiAPt11m7TWCRaCAQMCAEGrGWxchKhIl 70° anniversario della giornata della vittoria a Mosca è stata monumentale per due motivi principali (solenne venerazione di Shojgu, amicizia russo-cinese), non ultimo il fatto che simboleggiava la morte assoluta di qualsiasi rivoluzionaria colorata sperata ancora possibile dall’occidente fin dai primi anni 2000. La resistenza patriottica illustrata non si è placata quando la sfilata si concluse, ma invece si elevò a proporzioni epiche con la marcia del Reggimento Immortale quando le famiglie hanno reso omaggio ai loro cari che combatterono in guerra. Questo sfogo emozionale della memoria storica ha visto oltre mezzo milione di persone in piazza nella sola Mosca, tra cui il Presidente Putin, a dimostrazione che la Grande Guerra Patriottica è veramente il grande unificatore che trascende le linee etnico-sociali della società sovietica. E’ fondamentale sottolineare la solidarietà nazionale che le commemorazioni del Giorno della Vittoria suscitano, perché è proprio questa sensazione di diffuso patriottismo partecipativo la difesa più efficace contro le rivoluzioni colorate di oggi.

L’arma della Storia
L’autore ha scritto di recente sull’uso degli Stati Uniti della memoria storica come arma postmoderna, ma è necessario rivederne alcuni punti principali nel contesto di questo articolo. In sintesi, l’apparato statale profondo degli Stati Uniti si rende conto che il mosaico di ricordi (spesso contraddittori) dell’Eurasia fornisce terreno fertile per coltivare nuove divisioni tra i suoi partner. Se i Paesi dell’Eurasia saranno separati dai fantasmi del passato, allora i piani d’integrazione continentale promossi da Russia e Cina saranno nulli e, di conseguenza, gli Stati Uniti potrebbero estendere indefinitamente la propria egemonia sull’Eurasia continuando a dominare le leve chiave. L’attuazione più nota di tale strategia è il sostegno degli Stati Uniti alla memoria dell’estremismo nazionalista e fascista ucraino nel tentativo di trasformare il Paese in bastione russofobo, e l’aiuto alla rimilitarizzazione del Giappone contro la Cina ne è un altro un esempio calzante.

Vulnerabilità storiche
Russia e Cina possono avere difficoltà nel contrastare le ingannevoli narrazioni storiche che gli Stati Uniti fabbricano per le menti impressionabili di ucraini e giapponesi grazie alla dominante informazione unipolare in questi Paesi (e la censura attuata in Ucraina in questo momento), ma hanno assai successo e flessibilità nel difendersi da tale perversione della memoria storica all’interno. Le due ancore eurasiatiche sono multiculturali e, quindi, intrinsecamente vulnerabili alla militarizzazione delle informazioni e della memoria diffusa da campagne mediatiche sovversive (con i media tradizionali e on-line) e le ONG facciate dell’intelligence. Mentre questi due Stati resistenti adottano misure attive per contrastare tale minaccia prima che vada fuori controllo, rimarrà sempre la possibilità che alcuni episodi storici di vasta portata possano ancora essere usati per sminuire gli sforzi nazionali nel costruire l’unità. Nel caso della Russia, si tratta del periodo stalinista, mentre per la Cina del grande balzo in avanti e della Grande Rivoluzione Culturale. L’intenzione degli Stati Uniti è provocare disordini antigovernativi più ampi della destabilizzazione mirata rivolta a particolari minoranze nazionali, e in molti casi, tali continue campagne (alcuna delle quali appare avere possibilità di successo) non sono altro che test per procurare all’intelligence dati su contro-strategie e ricezione del pubblico, in previsione di una più seria futura offensiva.

Armatura Storica
Comunque, l’ultima commemorazione del Giorno della Vittoria dimostra che gli Stati Uniti portano avanti una strategia fallimentare, che non avrà sicuramente successo con la Russia neanche nei loro più sfrenati sogni. Il 9 Maggio 2015 ha decisamente dimostrato che i cittadini russi di tutte le classi, razze, religioni, orientamenti politiche possono naturalmente unirsi per celebrare il proprio Paese e mantenere la corretta memoria storica. L’enfasi è sul naturale e organico sostegno del pubblico alle commemorazioni parata militare e partecipazione al Reggimento Immortale, decisamente volontario e sua prerogativa. Contrasta questo patriottismo innato e relative espressioni di massa con la natura artificiosa delle rivoluzioni colorate, che devono essere create a tavolino all’estero e meticolosamente seguite nel loro svilupparsi. Considerando che le manifestazioni in tutta la Russia del 9 maggio avevano il pieno supporto popolare, le rivoluzioni colorate di Garner hanno solo l’illusione di un tale sostegno, dato che sottili tecniche di gestione della percezione sono necessarie per ingannare l’obiettivo (sia nazionale che estero) facendo credere che il movimento sia assai più popolare di quanto lo sia in realtà. Un confronto adatto è paragonare gli eventi dello scorso fine settimana alle verdure biologiche, e le rivoluzioni colorate alle loro controparti OGM; entrambi sembrano reali, ma solo uno è naturale e gli altri hanno richiesto anni di ricerca e sviluppo per perfezionarsi, e anche allora sono sempre fasulle e un abominio della natura (non importa come appaiono all’esterno). I cittadini russi che hanno marciato in tutto il Paese il 9 maggio (e che si univano agli omologhi cinesi in reciproca comprensione) sono l’opposto assoluto di ciò che gli Stati Uniti pensano di usare per rovesciare il governo russo, così fungendo da perfetto antidoto ai piani di Washington. L’armatura storica indicata dal titolo di questo paragrafo si riferisce alle manifestazioni organiche patriottico-storiche, come quella vista in Russia lo scorso fine settimana, che rafforzano l’unità nazionale e respingono le narrazioni false e contrarie. A seconda del caso, ciò potrebbe più che compensare eventuali incidenti storici che rischiano di essere regolarmente sfruttati dai provocatori (ad esempio, il periodo stalinista). Facendo un ulteriore passo avanti, l’armatura storica è fortificata da una corretta educazione patriottica nelle scuole e dalla creazione di organizzazioni non governative di supporto al governo, e quando questi tre elementi si combinano con l’eventuale manifestazione patriottica-storica, l’effetto risultante può ripulire il Paese dagli effetti collaterali negativi delle fallimentari iniziative per la rivoluzione colorata.10300315Le lezioni della storia
Russia e Cina sono immuni dagli intrighi degli Stati Uniti per una rivoluzione colorata, purché continuino a praticare un regime patriottico-storico con adeguata istruzione, ONG di sostegno e manifestazioni regolari. Lo stesso, però, non si può così facilmente dire per Stati che non hanno un’unica e solida eredità come queste due grandi civiltà. Mentre tutti i Paesi hanno una propria storia di cui essere orgogliosi, molti hanno confini arbitrari che a volte nemmeno indicano o rappresentano il loro ideale di stabilità (ad esempio, la maggior parte degli Stati ex-coloniali). In questi casi, ci deve essere assolutamente un’ideologia unificante capace di riunire le varie parti della società, sia fisicamente (demografia) che storicamente (memoria).

Siria:
La ragione per cui la Siria è riuscita a respingere il tentativo di rivoluzione colorata scatenatagli nel 2011 (successivamente trasformata in guerra non convenzionale per sostenere il fallito cambio di regime) fu dovuto a solidarietà e civiltà politica del popolo siriano. Il Paese, pur essendo geograficamente piccolo, è sproporzionatamente ricco di storia ed è sempre stato cosmopolita. Inoltre, la stragrande maggioranza dei cittadini capisce e rispetta l’ammodernamento e la stabilità data dal Partito Baath nel tumultuoso periodo post-indipendenza, quindi sostegno alle autorità legittime e netto rifiuto delle rivoluzioni colorate straniere (per lo più importate). Se non ci fosse stato un notevole e sincero sostegno interno alle autorità siriane dalla stragrande maggioranza della popolazione, il governo sarebbe crollato da tempo e il popolo non avrebbe continuato a combattere e morire per oltre quattro anni per salvare la propria cara civiltà di Stato laico.

Ucraina:
La Siria è un grande esempio di piccolo Paese che ha resistito con successo all’offensiva delle rivoluzioni colorate che all’improvviso l’ha aggredita; l’Ucraina ne rappresenta l’opposto, un Paese moderatamente grande che non è riuscito a respingere la rivoluzione del cambio di regime. La ragione per cui ciò è accaduto è proprio perché non ha un’ideologia unificante con cui integrare la popolazione intrappolata dai confini arbitrari dal 1991. Che siano russi, ungheresi, ruteni, tartari della Crimea o anche ucraini, nessun gruppo era contento dell’Ucraina. Mentre le minoranze costantemente chiedono a gran voce diritti e maggiore rappresentanza, gli ucraini non erano contenti del potere avuto e continuavano a volerne di più. In tali condizioni, quando l’apparato governativo che incredibilmente s’è tenuto su per oltre vent’anni, è stato brutalmente sconfitto dai terroristi urbani nazionalisti, la prima minoranza in Ucraina, la popolazione russa, ha deciso di gettare la spugna e secedere dallo Stato fallito. Guardando al passato e apprendendo le lezioni articolate in questo articolo, non sarebbe dovuto accadere. Il territorio dell’Ucraina ospita il magnifico patrimonio della civiltà della Rus di Kiev; invece di essere settari e sciovinisti per il loro complesso d’inferiorità nei confronti dei russi, gli ucraini potevano celebrare il patrimonio comune e farne un ponte per costruire migliori relazioni con i vicini. Dopo tutto, la Federazione Russa è l’ultimo Stato successore dell’antica entità che il territorio della moderna Ucraina diede alla luce, e sarebbe stato sensato se le nazioni sorelle si fossero avvicinate il più possibile negli anni post-indipendenza. Ad esempio, l’Ucraina avrebbe potuto usare il proprio patrimonio di civiltà comune con la Russia come trampolino per creare la propria versione di Unione statale come quella tra Russia e Bielorussia. Purtroppo, però, i capi ucraini non la vedevano così e, quindi, le buone intenzioni della Russia espresse nel periodo post-indipendenza furono respinte o sfruttate per vantaggi personali dall’oligarchia ucraina. Pertanto, quando gli Stati Uniti erano pronti a colpire il cuore dell’Europa orientale con le ultime tattiche asimmetriche del cambio di regime, non sorprende abbiano incontrato scarsa resistenza e avervi successo.

Conclusioni
La memoria storica è viva oggi, e invece di essere una sorta di concetto fossilizzato rinchiuso in una biblioteca, è un concetto attivo tangibilmente manifestato per le strade del mondo. In alcuni casi, è passivo e viene promosso senza alcuna considerazione politica di sorta, ma il più delle volte la tendenza è stata riconoscere l’influenza che ha sulla mente di milioni di persone ed adattarsi di conseguenza. Gli Stati Uniti hanno cominciato a militarizzare la storia per raggiungere i loro obiettivi geopolitici, mentre Russia, Cina e Siria hanno tradizionalmente usato la storia come bastione per difendere la propria civiltà. La lotta tra falsificazione e manipolazione storica postmoderna guidata degli Stati Uniti contro la difesa dei fatti storici orgogliosi e unificanti, così come enunciata dai suddetti tre attori, inizia solo ora ad attivarsi. Quindi, è prevedibile si ripetano gli scenari da ‘destabilizzazione storica’ visto in Ucraina, per esempio, divenendo presto la nuova quinta colonna che apre le porte ad ulteriori infiltrazioni delle informazioni (“per la democrazia”) e conseguenti obiettivi di cambio di regime. Mentre Russia e Cina sono in prima linea nel programma ‘di vaccinazione’ contro tale ‘malattia storica’ diffusa dagli agenti della disinformazione degli Stati Uniti, Stati più piccoli come Siria e Ucraina rimarranno obiettivo di tale accelerazione della guerra, nonostante Washington abbia raggiunto risultati assai diversi in ogni caso. Le Sirie nel mondo riusciranno a resistere (ma probabilmente pagando lo scotto del loro patriottismo), mentre le Ucraine crolleranno sprofondando nell’incubo distopico dell’iper-autoritarismo. In conclusione, la domanda a cui devono rispondere Stati similari sulla scacchiera eurasiatica è se potranno difendere la propria Storia come la Siria o se dovranno capitolare pateticamente come l’Ucraina.

inside putin gvTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Washington si suicida

F. William Engdahl New Eastern Outlook 24/05/2015yVXAwrNJA55Jf7pe8p4NM2m9AGgxAIzjSono giorni tristi a Washington e Wall Street. L’unica superpotenza una volta incontrastata, dal crollo dell’Unione Sovietica un quarto di secolo fa, perde influenza globale con una rapidità imprevedibile solo sei mesi fa. L’attore chiave che ha catalizzato la sfida globale a Washington quale unica superpotenza è Vladimir Putin, Presidente della Russia. Questo è il contesto reale della visita a sorpresa del segretario di Stato John Kerry a Sochi per incontrare il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e poi discutere per quattro ore con “Satana” in persona, Putin. Lungi da provare un “reset”, gli sfortunati strateghi geopolitici di Washington cercano disperatamente di trovare il modo migliore per piegare l’Orso russo. Un ritorno al dicembre 2014 è istruttivo per capire il motivo per cui il segretario di Stato degli USA porge apparentemente il ramoscello di olivo alla Russia di Putin in questo frangente. All’epoca Washington sembrava piegare la Russia, con le sue sanzioni finanziarie mirate e l’accordo con l’Arabia Saudita per far crollare i prezzi del petrolio. A metà dicembre il rublo era in caduta libera nei confronti del dollaro. Anche i prezzi del petrolio precipitarono a 45 dollari al barile da 107 di soli sei mesi prima. Poiché la Russia è fortemente dipendente dalle entrate petrolifere e dall’esportazione del gas per le finanze dello Stato, e le compagnie russe avevano enormi obbligazioni del debito in dollari all’estero, la situazione appariva desolante al Cremlino. Qui il destino, per così dire, è intervenuto in modo inaspettato (almeno per gli architetti della guerra finanziaria e del crollo petrolifero degli USA). Inoltre l’accordo di John Kerry con il morente re saudita Abdullah nel settembre 2014 affliggeva le finanze russe, ma minacciava anche l’esplosione dei circa 500 miliardi di dollari di titoli “spazzatura” ad alto rischio, il debito dell’industria dello scisto degli Stati Uniti assunta dalle banche di Wall Street negli ultimi cinque anni per finanziare la tanto vantata rivoluzione del petrolio di scisto degli USA, che brevemente ha sospinto gli Stati Uniti a superare l’Arabia Saudita come maggiore produttore di petrolio del mondo.

I danni collaterali della strategia degli Stati Uniti
Ciò che Kerry non ha notato nel suo intelligente mercato delle vacche saudita, era l’occulta doppia agenda dei monarchi sauditi che avevano già chiarito che non volevano affatto che il loro ruolo di primo produttore di petrolio del mondo e re del mercato venisse offuscato dall’industria del petrolio di scisto dei parvenu statunitensi. Volevano colpire Russia e anche Iran, ma il loro obiettivo principale era uccidere i rivali del petrolio di scisto degli Stati Uniti, i cui progetti si basavano sul petrolio a 100 dollari al barile, di meno di un anno prima. Il prezzo minimo del petrolio per evitare il fallimento, in molti casi era di 65-80 dollari al barile. L’estrazione di petrolio di scisto non è convenzionale ed è più costoso rispetto al petrolio convenzionale. Douglas-Westwood, società di consulenza energetica, stima che quasi la metà dei progetti petroliferi degli Stati Uniti in fase di sviluppo ha bisogno di un prezzo del petrolio superiore ai 120 dollari al barile, per fare cassa. Entro la fine di dicembre una catena di fallimenti del petrolio di scisto minacciava un nuovo tsunami finanziario mentre la carneficina della cartolarizzazione della crisi finanziaria 2007-2008 era tutt’altro che finita. Anche un paio di default di titoli spazzatura di alto profilo del petrolio di scisto scatenerebbe il panico negli Stati Uniti per i 1900 miliardi di dollari di titoli spazzatura sul mercato del debito, senza dubbio scatenando una nuova crisi finanziaria che l’affaticato governo degli Stati Uniti e la Federal Reserve a malapena gestirebbero, così minacciando la fine del dollaro quale valuta di riserva globale. Improvvisamente, nei primi di gennaio, il capo del FMI Lagarde lodava la banca centrale della Russia per la sua gestione di “successo” della crisi del rublo. L’Ufficio del terrorismo finanziario del Tesoro degli Stati Uniti, tranquillamente stilava ulteriori attacchi alla Russia, mentre l’amministrazione Obama fingeva la solita “III Guerra Mondiale” contro Putin. La loro strategia petrolifera aveva inflitto assai più danni agli Stati Uniti che alla Russia.

Fallimento della politica USA verso la Russia
Non solo, la brillante strategia bellica di Washington contro la Russia, avviata nel novembre 2013 a Kiev con il golpe di euromajdan, appare un manifesto fallimento totale creando il peggior incubo geopolitico che Washington possa immaginare. Lungi dal reagire da vittima inerme e rannicchiata dalla paura per gli sforzi degli Stati Uniti nell’isolare la Russia, Putin ha avviato una brillante serie di iniziative economiche, militari e politiche che entro aprile hanno contribuito a piantare il seme di un nuovo ordine monetario globale e del nuovo colosso economico eurasiatico che rivaleggia per l’egemonia con l’unica superpotenza USA. Ha sfidato i fondamenti stessi del sistema del dollaro e il suo ordine globale nel mondo, dall’India al Brasile a Cuba e dalla Grecia alla Turchia. Russia e Cina hanno firmato colossali nuovi accordi energetici che hanno permesso alla Russia di reimpostare la propria strategia energetica dall’ovest, dove UE e Ucraina su forti pressioni di Washington, sabotavano le forniture di gas russo all’Unione europea attraverso l’Ucraina. L’Unione europea, di nuovo su pressione intensa di Washington ha sabotato quindi il progetto di gasdotto della Gazprom, South Stream, per l’Europa meridionale. Piuttosto che essere sulla difensiva, Putin ha scioccato l’UE con la sua visita in Turchia, incontrando il presidente Erdogan e annunciando il 1° dicembre di aver cancellato il progetto South Stream di Gazprom e che avrebbe cercato un accordo con la Turchia per fornire gas russo al confine greco. Da lì, se l’UE vuole il gas, deve finanziare propri gasdotti. Il bluff dell’UE fu scoperto e il suo fabbisogno di gas in futuro sarà più remoto che mai. Le sanzioni dell’UE alla Russia sono fallite con la Russia che si vendica vietando l’importazione di prodotti alimentari dall’UE e rivolgendosi all’autosufficienza. E miliardi di dollari in contratti ed esportazioni per le imprese tedesche, come Siemens, o francesi come Total, si trovano improvvisamente nel limbo. Boeing ha visto annullati i grandi ordini per aeromobili dai vettori russi. La Russia ha annunciato di rivolgersi ai fornitori nazionali per la produzione di componenti cruciali per la Difesa. Poi la Russia è diventata fondatrice “asiatica” della riuscita nuova Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) della Cina, destinata a finanziare l’ambiziosa rete ferroviaria ad alta velocità della Cintura economica della Nuova Via della Seta dall’Eurasia all’UE. Invece che isolare la Russia, la politica statunitense ha fallito miseramente, nonostante le forti pressioni ai fedeli alleati degli Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia e Corea del Sud si precipitavano ad aderire alla nuova AIIB. Inoltre, nel vertice di maggio a Mosca, il presidente cinese Xi Jinping e Vladimir Putin annunciavano che la rete ferroviaria della Via della Seta cinese sarà pienamente integrata nell’Unione economica eurasiatica della Russia, una spinta sconcertante, non solo per la Russia, che avvicina l’Eurasia alla Cina, regione con la maggioranza della popolazione mondiale.
In breve, a John Kerry fu detto d’ingoiare il rospo e volare a Sochi, cappello in mano, per offrire una sorta di calumet della pace a Putin, dai circoli dirigenti degli Stati Uniti. Gli oligarchi avevano realizzato che i loro falchi neoconservatori come Victoria “Fottuta UE” Nuland, del dipartimento di Stato, e il segretario alla Difesa Ash Carter, favoriscono la creazione della nuova struttura mondiale alternativa che potrebbe significare la rovina del sistema del dollaro post-Bretton Woods dominato da Washington. Oops. Inoltre, costringendo gli “alleati” europei ad allinearsi agli USA contro Putin, con grave danno degli interessi economici e politici dell’Unione europea, evitando di partecipare al progetto di Cintura economico della Nuova Via della Seta e al boom economico degli investimenti che comporterà, i neo-conservatori di Washington sono riusciti anche ad accelerare il probabile distacco di Germania, Francia e potenze europee continentali da Washington. Infine, il mondo (tra cui anche occidentali anti-atlantisti) vede Putin quale simbolo della resistenza al dominio statunitense. Questa percezione, già emersa con la vicenda di Snowden, s’è consolidata con sanzioni e blocco, tra l’altro giocando un ruolo psicologico significativo nella lotta geopolitica: la presenza di un simbolo che accende nuovi centri di lotta all’egemonia. Per tutte queste ragioni, Kerry fu chiaramente inviato a Sochi per fiutare i possibili punti deboli per un nuovo assalto futuro. Ha detto ai pazzi furiosi sostenuti dagli Stati Uniti a Kiev di raffreddarsi e rispettare gli accordi di cessate il fuoco di Minsk. La richiesta è stata uno shock per Kiev. Il primo ministro, insediato dagli Stati Uniti, Arsenij Jatsenjuk, ha detto alla TV francese, “Sochi non è sicuramente il miglior resort e non è il posto migliore per una chiacchierata con il presidente e il ministro degli Esteri russi“. A questo punto l’unica cosa chiara è che Washington ha finalmente capito la stupidità delle sue provocazioni contro la Russia, in Ucraina e nel mondo. Quale sarà il loro prossimo piano non è ancora chiaro. Ciò che è chiaro è che un drammatico cambio di politica è stato ordinato all’amministrazione Obama dai vertici delle istituzioni statunitensi. Nient’altro può spiegarlo. Se la sanità mentale sostituirà la follia dei neo-con resta da vedere. Resta chiaro che Russia e Cina sono risolute più che mai a non rimanere in balia di una superpotenza irrazionale. Il patetico tentativo di Kerry di un secondo “reset” con la Russia, a Sochi, porterà poco a Washington. L’oligarchia degli Stati Uniti, come dice l’Amleto di Shakespeare “cade nella sua stessa trappola”, come il bombarolo che esplode con la sua bomba.

0508-world-putin-xi_jinping_620_434_100F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica dalla Princeton University è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I comunisti afghani non sono mai svaniti

MK Bhadrakumar Indian Punchline 23 maggio 2015

Muhamad Afzal Ludin

Muhamad Afzal Ludin

Il fascino presso il presidente afgano Ashraf Ghani per i generali dell’esercito del regime comunista è intrigante. Nessuno assocerebbe un brillante funzionario della Banca Mondiale a una cosa del genere. All’inizio di aprile, Ghani nominò il Generale Muhamad Afzal Ludin a ministro della Difesa nel suo gabinetto. Ludin era un uomo di fiducia di fiducia del Presidente Najibullah durante il regime del PDPA. Il Generale Ludin ebbe il ruolo chiave di comandante del presidio di Kabul sotto Najib quando il ritiro delle truppe sovietiche si concluse nel febbraio 1989. Cinque giorni dopo che l’ultimo soldato sovietico aveva lasciato il suolo afghano, il 5 febbraio, quando Najib dichiarò l’emergenza nazionale e ricostituì il Consiglio militar supremo (“Consiglio supremo militare per la difesa della Patria”) sotto lo stretto controllo del partito comunista al governo, il Generale Ludin fu uno dei tre alti ufficiali scelto per guidare il potente ente. Non sorprende che i vecchi “muj” di Kabul (compreso il primo ministro Abdullah Abdullah) trovando la nomina di Ludin troppo da accettare s’infuriarono. Probabilmente la questione fu l’alibi per bloccare Ghani. Quando Ludin lo capì, annunciò la decisione di mollare, sostenendo che “alcuni sfruttano la mia candidatura quale scusa per creare problemi al Paese”. Allora Ghani, rimuginando con attenzione nelle successive sei settimane, annunciava la nuova candidatura alla sfortunata carica di ministro della Difesa. Anche in questo caso si tratta di un generale ex-comunista, Masum Stanikzai, che prestò servizio per il regime del PDPA. Infatti, Stanikzai apparteneva alla linea dura della fazione Khalq del Partito comunista afghano. I Khalqi erano strana gente, simili al Partito Comunista dell’India (Marxista) quando i comunisti indiani si scissero nel 1964, rustici, provinciali e congenitamente militanti (confusi). I Khalqi erano soprattutto pashtun nazionalisti. I sovietici non si sentirono mai a loro con i Khalqi. A differenza della rivale fazione filo-sovietica Parqam, cosmopolita, i Khalqi erano dei “desi” provenienti dagli strati più bassi della società che usarono metodi duri e decisi per imporre il loro marxismo agli afgani riluttanti. Ad un certo punto, inevitabilmente, i servizi segreti pakistani (e la CIA) considerarono i Khalqi potenziale terreno per infastidire Mosca. Si ricordi il tentato golpe del Khalq contro Najib, nel 1990, guidato dal ministro della Difesa Shahnawaz Tanai (che poi sarebbe fuggito in Pakistan).
Il parlamento afgano e i “muj” appoggeranno la candidatura di Stanikzai? Le probabilità sono buone, e vi spiegherò il perché. In poche parole, Stanikzai ha avuto un profondo cambiamento da quando era un generale comunista. Attraversò le porte del famoso centro di conversione statunitense noto come US Institute of Peace, ed oggi è un politico. Era consigliere per la sicurezza dell’ex- presidente Hamid Karzai e aveva la fiducia di quest’ultimo come interlocutore chiave con i “taliban buoni”. Era nel gabinetto di Karzai. A dire il vero, Karzai ha iniziato la gloriosa tradizione di riassumere i luminari del PDPA. Come è successo? La risposta è semplice: i comunisti afgani erano l’avanguardia di una società profondamente conservatrice, per istruzione, professionalità e spirito moderno. Ecco cosa attira Ghani. Vuole gestire un governo efficiente che dia una buona governance. In poche parole, anche se fuori dal potere, i comunisti afghani non potranno mai svanire e certi vengono riassunti. Gli Stati Uniti, inoltre, non sembrano badare al loro reimpiego da parte dei governi di Kabul finanziati dal contribuente statunitense. Ironia della sorte, i militari pakistani trovarono un buon impiego degli ufficiali Khalqi fuggiti in Pakistan dopo la grande epurazione nel Partito comunista afghano. L’ISI li ha re-impiegati, mascherandoli da taliban, facendogli guidare carri armati, volare aeromobili o dirigere l’artiglieria nella campagna per conquistare l’Afghanistan negli anni novanta. Naturalmente, non sapremo mai se Stanikzai abbia guidato un carro armato per i taliban. E se davvero l’ha fatto, conta agli occhi di Ghani solo come “risorsa strategica”.

Masum Stanikzai

Masum Stanikzai

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lo Stato islamico come “risorsa strategica” degli Stati Uniti

MK Bhadrakumar Indian Punchline 22 maggio 2015Gause_SaudiGameofThronesLevant Report, un’altamente rispettata ONG statunitense dedita a trasparenza e responsabilità nel governo e nella politica degli Stati Uniti, ha fatto un grande servizio all’intellighenzia dell’Asia meridionale ottenendo, tramite una causa federale, dei documenti classificati dei dipartimenti della Difesa e di Stato relativi allo Stato Islamico (IS). In poche parole, i documenti mettono in luce la valutazione della Defence Intelligence Agency (DIA) degli Stati Uniti secondo cui l’IS potrebbe essere una “risorsa strategica” per le strategie regionali statunitensi. Tale valutazione scioccante difatti risale all’inizio del 2012, cioè prima ancora che lo SI apparisse sulle testate catturando Mosul in Iraq, lo scorso anno. La DIA ha avvertito governo e agenzie di sicurezza degli Stati Uniti che lo SI aiuterà Washington ad isolare e rovesciare il regime siriano. In effetti, ciò che è stato bollato come teoria della cospirazione finora, infine si avvera. E nel frattempo molti avvenimenti in Siria e Iraq oggi cominciano ad avere una prospettiva chiara. Naturalmente, ciò che emerge, ancora una volta, sono le politiche diaboliche degli Stati Uniti nell’utilizzare i gruppi estremisti islamici come strumenti geopolitici per sostenere le proprie strategie regionali nei Paesi esteri. Tale politica fu avviata la prima volta in Asia del Sud nei primi anni ’80 con i “mujahidin afghani” della genialata di Zbigniew Brzezinski, a capo della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. L’appello alla “jihad” in Afghanistan, alla fine, causò immense sofferenze alla regione. Opera attivata dagli Stati Uniti per sconfiggere l’Armata Rossa in Afghanistan, sconfitta che secondo alcuni avrebbe contribuito al crollo dell’Unione Sovietica. Tuttavia, il Pakistan ne fu seriamente destabilizzato e, cosa più importante, l’introduzione di Usama bin Ladin e al-Qaida diede l’alibi perfetto agli Stati Uniti per imporre la presenza militare in Afghanistan e in Asia centrale. Lo spettro dello SI in Pakistan e Afghanistan oggi, appare un’evoluzione ancor più inquietante. Mentre sempre più dettagli saranno disponibili su cosa succede a Kunduz, provincia settentrionale dell’Afghanistan, che appare un’operazione dello SI. Teoricamente si tratterebbe di un’offensiva dei “taliban”, ma il mullah Omar non sembra avere il controllo della battaglia per Kunduz, dove “combattenti stranieri” guidano l’assalto. Gli accuratamente selezionati resoconti dei media occidentali continuano a presentare lo SI quale fattore nella regione settentrionale dell’Afghanistan al confine con l’Asia centrale. Radio Free Europe e Radio Liberty, collegate all’intelligence degli Stati Uniti e che svolsero un ruolo chiave nella Guerra Fredda, la scorsa settimana hanno diffuso un pezzo inquietante sullo SI, praticamente dandogli un peso in Afghanistan assai lontano dalla realtà sul campo.
King-Abdullah-+-Obama-600x450 Naturalmente, l’avanzata dello SI darebbe agli Stati Uniti l’alibi perfetto per stabilire una presenza militare permanente, per sé e la NATO, in Afghanistan. C’è molto su cui riflettere, in retrospettiva, su ciò che l’ex-presidente afghano Hamid Karzai aveva più volte dichiarato, e cioè che gli Stati Uniti non sono “sinceri” nella lotta ai taliban e sugli obiettivi geopolitici reali. Gli Stati Uniti riusciranno a diffondere il virus dello SI in Afghanistan e Asia centrale, per giustificare la presenza militare occidentale a tempo indeterminato nella regione? Le probabilità sono abbastanza buone, in realtà, e i ministri degli Esteri della NATO incontratisi ad Antalya, la scorsa settimana, hanno ritenuto che l’alleanza debba mantenere una presenza a lungo termine in Afghanistan, oltre la prevista scadenza di fine 2016. In effetti, è nel DNA e negli egoismi dei regimi autocratici che dominano oggi su gran parte del mondo musulmano, finire al servizio degli interessi occidentali. Non si sbaglierebbe pensare che lo SI sia uno strumento per colpire l’Iran, e che l’azione in Afghanistan sia finanziata dall’Arabia Saudita che si prefigge due scopi, infettando anche il Pakistan con il virus dello SI. Anche in questo caso, la politica regionale offre un eccellente margine di manovra agli Stati Uniti nel seguire le orme della politica del “divide et impera” della Gran Bretagna imperiale nel subcontinente indiano. Questione del Kashmir, animosità tra indù e musulmani, relazioni conflittuali dell’India con Cina e Pakistan, Xinjiang e Tibet, la lista delle questioni regionali è molto lunga laddove l’intelligence degli Stati Uniti avrebbe ampio spazio nel frantumare le posizioni regionali. Si prenda il caso dell’India, per esempio. L’attuale discorso strategico principale è permeato da una mentalità contraddittoria verso Cina o Pakistan. Ma il discorso indiano sorprende gli increduli (se non occasionalmente, i nazionalisti estremisti indù) quando si tratta delle intenzioni strategiche a lungo termine degli Stati Uniti nella regione. I nostri esperti non sono semplicemente interessati al tema. Leggasi Levant Report per informarsi, qui. (Qui sotto)daesh-cia-990x180Documento della Defense Intelligence Agency del 2012: l’occidente faciliterà l’avanzata dello Stato islamico “per isolare il regime siriano”
Brad Hoff Levant Report 19 maggio 2015

baghdadi-ciaIl 18 maggio il gruppo conservatore di monitoraggio del governo Judicial Watch ha pubblicato dei documenti precedentemente classificati del dipartimento della Difesa e del dipartimento di Stato statunitensi, ottenuti con una causa federale. Mentre i media mainstream sono focalizzati sulla gestione della Casa Bianca dell’attacco al consolato di Bengasi, ignorano il “quadro generale” presentato e confermato dai documenti del 2012 della Defense Intelligence Agency, secondo cui lo ‘Stato islamico’ in Siria orientale viene ricercato perseguendo la politica occidentale nella regione. Sorprendentemente, il rapporto appena declassificato afferma che per “occidente, Paesi del Golfo e Turchia (che) sostengono l’opposizione (siriana)… c’è la possibilità di creare un califfato salafita dichiarato o occulto nella Siria orientale (Hasaqa e Dayr al-Zur), e questo è esattamente ciò che le potenze che sostengono l’opposizione vogliono per isolare il regime siriano…” Il rapporto della DIA, in precedenza classificato “Secret/Noforn” datato 12 agosto 2012, circolò ampiamente tra i vari enti governativi, tra cui CENTCOM, CIA, FBI, DHS, NGA, dipartimento di Stato e molti altri. Il documento mostra che già nel 2012 l’intelligence degli USA previde l’ascesa dello Stato Islamico in Iraq e Levante (SIIL o SIIS), ma invece di delineare chiaramente il gruppo come nemico, il rapporto lo riteneva risorsa strategica degli Stati Uniti. Mentre numerosi analisti e giornalisti hanno documentato tempo fa il ruolo delle agenzie d’intelligence occidentali nell’addestramento e formazione dell’opposizione armata in Siria, i vertici dell’intelligence statunitense confermano la teoria secondo cui i governi occidentali vedono fondamentalmente nel SIIL uno proprio strumento per il cambio di regime in Siria. I documenti al riguardo affermano proprio tale scenario. Prove forensi, prove video e recenti ammissioni di alti funzionari interessati (vedi le ammissioni dell’ex-ambasciatore in Siria Robert Ford qui e qui), dimostrano che il dipartimento di Stato e la CIA supportano materialmente i terroristi del SIIL sul campo di battaglia siriano, almeno dal 2012-2013 (come chiaro esempio di “prove forensi”: vedasi il rapporto dell’inglese Conflict Armament Research che fa risalire all’origine dei razzi anticarro croati recuperati dai terroristi del SIIL a un programma congiunto saudita/CIA, grazie all’identificazione dei numeri seriali).
Il rapporto della DIA del 2012, appena diffuso, traccia le seguenti sintesi sullo “Stato islamico in Iraq” e l’emergente SIIL:
al-Qaida guida l’opposizione in Siria
– l’occidente si identifica con l’opposizione
– la creazione dello Stato islamico è diventata realtà solo con l’avanzata della rivolta siriana (non si parla di ritiro delle truppe USA dall’Iraq come catalizzatore dell’ascesa dello Stato Islamico, tesi di innumerevoli politici ed esperti, si veda la sezione 4.D. sotto)
– l’istituzione di un “principato salafita” nella Siria orientale è “esattamente” ciò che le potenze estere che sostengono l’opposizione vogliono (identificate come “occidente, Paesi del Golfo e Turchia”), al fine d’indebolire il governo di Assad
– “santuari” sono suggeriti nelle zone occupate dagli insorti islamici secondo il modello libico (che si traduce nella cosiddetta no-fly zone come primo atto di ‘guerra umanitaria’, vedi 7.B.)
– l’Iraq è identificato quale “espansione sciita” (8.C)
– uno “Stato islamico” sunnita potrebbe essere devastante per “l’unità dell’Iraq” e potrebbe “facilitare il rinnovamento degli elementi terroristici che da tutto il mondo arabo entrano nell’arena irachena”. (Vedi l’ultima riga del .pdf)daesh-cia-990x180Tratto dalle sette pagine del rapporto declassificato della DIA:

R 050839Z 12 agosto

Situazione generale:
A. Internamente, la situazione assume un andamento chiaramente settario.
B. Salafiti, Fratelli Musulmani e AQ (al-Qaida) sono le principali forze che guidano l’insurrezione in Siria.
C. Occidente, Paesi del Golfo e Turchia sostengono l’opposizione; mentre Russia, Cina e Iran sostengono il regime.

3. (C) al-Qaida in Iraq (AQI): … B. AQI sostiene l’opposizione siriana DALL’INIZIO, ideologicamente e attraverso i media…

4.D. Vi era una regressione dell’AQI dalle province occidentali dell’Iraq negli anni 2009-2010; tuttavia dopo l’avanzata della rivolta in Siria, le potenze religiose e tribali regionali cominciarono a simpatizzare per la rivolta settaria. Tale (simpatia) è apparsa nel sermoni del venerdì di preghiera, invocando volontari per sostenere i sunniti in Siria.

7. (C) Ipotesi sul futuro della crisi:
A. Il regime sopravvive ed ha il controllo sul territorio siriano.
B. Sviluppo degli eventi attuali in una guerra per delega: …le forze dell’opposizione cercano di controllare le zone orientali (Hasaqa e Dayr al-Zur), adiacenti alle province occidentali irachene (Mosul e Anbar), oltre che ai confini turchi. Paesi occidentali, Paesi del Golfo e Turchia sostengono tali sforzi. Tale ipotesi molto probabilmente è in linea con gli ultimi fatti, contribuendo a preparare santuari protetti internazionalmente, come accadde in Libia quando Bengasi fu scelta come centro di comando del governo provvisorio.

8.C. Se la situazione degenera c’è la possibilità di dichiarare un principato salafita aperto o segreto nella Siria orientale (Hasaqa e Dayr al-Zur), questo è esattamente ciò che le potenze che sostengono l’opposizione vogliono per isolare il regime siriano, considerato una profondità strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)
8.D.1. … Il SIIL potrebbe anche dichiarare lo Stato islamico attraverso l’unione con altre organizzazioni terroristiche in Iraq e Siria, creando una grave minaccia all’unità dell’Iraq e all’integrità del suo territorio.B7y3bj1CIAI7OQf.jpg largeTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il capo del GRU accusa Stati Uniti e alleati di aver creato la rete terroristica transnazionale islamista

The Saker 22 maggio 2015

Cari amici,
Vi propongo oggi il discorso del Colonnello-Generale Igor Sergun, capo del Primo Direttorato dell’Intelligence (GRU) dello Stato Maggiore Generale delle Forze Armate della Russia. Dire che l’uomo o il GRU sono segreti, sarebbe un eufemismo. Quasi tutte le informazioni pubblicamente disponibili su Sergun si trovano nella breve biografia alla fine del post. Di regola il GRU non fa dichiarazioni pubbliche, né il suo capo. È quindi interessante che, in una delle pochissime occasioni in cui il Generale Sergun ha accettato di parlare in pubblico, ha scelto di concentrarsi sui rischi del cosiddetto estremismo “islamico”, e che in una relativamente breve presentazione ha indicato per quattro volte che tali terroristi “islamici” sono fondamentalmente una creatura dell’occidente. Si potrebbe essere tentati di dire “niente di nuovo, lo sappiamo tutti”, ma si mancherebbe il punto, e cioè che il capo dell’intelligence militare russa dichiara apertamente che il cosiddetto “terrorismo islamico” non è un fenomeno originale o indigeno, ma uno strumento dell’imperialismo occidentale utilizzato per sovvertire i Paesi che osano opporsi all’egemonia mondiale dell’impero anglo-sionista.

Sakerigor_dmitrievich_sergunTesto presentato dal Direttore del Primo Direttorato dello Stato Maggiore per la IV Conferenza di Mosca sulla Sicurezza Internazionale, dedicata a: “Sicurezza Globale: trasformazione radicale o creazione di nuove regole del gioco?” (16 aprile 2015)
Argomento: ‘Punti caldi’ della lotta globale al terrorismo

Gentili Signore e Signori,
Una delle sfide più pericolose dei tempi attuali è presentata dal terrorismo internazionale, che rapidamente acquista natura politica ed è divenuto una vera e propria forza che cerca di arrivare al potere in alcuni Paesi. Assistiamo a una tendenza costante verso la globalizzazione delle attività delle organizzazioni estremiste. Ciò comprende ampliamento geografico, rafforzamento delle interazioni tra gruppi precedentemente dispersi, nonché rapido adattamento ai cambiamenti della situazione. Tra le organizzazioni terroristiche internazionali, gli islamici radicali avanzano. I loro capi sviluppano una collaborazione e cercano di creare zone di instabilità che non includono solo Paesi, ma intere regioni. L'”Internazionale terrorista” ha l’obiettivo di creare con la forza il “Grande Califfato” comprendente Medio Oriente, Caucaso, Nord Africa e penisola iberica. Una campagna per la formazione del fronte della “Jihad Globale” è stata annunciata con l’obiettivo di condurre la lotta armata contro i “principali nemici dell’Islam”, rappresentati da Stati Uniti, Paesi dell’Europa occidentale, Russia e Paesi musulmani con governi secolari. Attualmente, il terrorismo rappresenta la peggiore minaccia per Iraq, Siria, Libia e Afghanistan, dove “Stato islamico dell’Iraq e del Levante”, “al-Qaida“, “Jabhat al-Nusra“, movimento dei taliban e altri gruppi radicali sono attivi. Al-Qaida “rimane una delle più potenti organizzazioni terroristiche, anche se nelle condizioni attuali s’è ampliata come “bandiera della guerra contro gli infedeli” per gli islamisti, mentre i relativi gruppi regionali operano praticamente in modo indipendente. Ultimamente, lo “Stato islamico dell’Iraq e Levante”, che è riuscito ad imporre il suo controllo su una parte significativa di Iraq e Siria, lotta con successo per occupare la posizione guida delle organizzazioni estremiste. I terroristi hanno dichiarato la costituzione di un ‘califfato islamico’ nei territori occupati e iniziato a creare proprie “istituzioni pubbliche”, tra cui sistemi finanziari e giudiziari. Il controllo centralizzato permanente sui gruppi armati viene organizzato. Il rafforzamento del SIIL ha seriamente destabilizzato l’Africa. Il SIIL fornisce sostanziale assistenza militare e finanziaria agli estremisti locali, invia rinforzi composti da terroristi siriani e iracheni. I gruppi che hanno ricevuto tale sostegno sono ‘Ansar al-Sharia‘, che opera in Nord Africa, e ‘Boko Haram‘, nella parte occidentale del continente, mentre la peggiore minaccia alla stabilità dell’Africa orientale è l’organizzazione terroristica somala ‘Shabab al-Mujahidin’, responsabile di varie gravi azioni. Altrettanto preoccupante è la situazione che si sviluppa in Medio Oriente e in Asia centrale, in cui le organizzazioni estremiste come ‘taliban’, ‘Hizb-ut-Tahrir’ e Movimento Islamico dell’Uzbekistan hanno un alto potenziale operativo. Stimiamo che attualmente, nel solo Afghanistan, circa 5mila militanti combattano. Territori afghani e pakistani ospitano una rete di campi di addestramento dei terroristi, anche per terroristi suicidi. La diffusione attiva di idee radicali islamiche ha un impatto negativo sullo sviluppo della situazione nel sud-est asiatico. In particolare, conseguenze imprevedibili potrebbero essere causate dall’organizzazione estremista ‘Jamaa Islamiya‘, il cui obiettivo principale è creare uno Stato teocratico islamico comprendente Brunei, Indonesia, Malesia, Singapore e le province musulmane di Thailandia e Filippine. Negli ultimi anni, la minaccia terroristica in Europa è aumentata. Ciò è dovuto principalmente agli insorti di ritorno dai “conflitti” e pronti a ricorrere all’esperienza acquisita. Circa 600 jihadisti sono tornati negli ultimi quattro anni nella sola Germania. L’influenza degli estremisti si è diffusa anche in alcune regioni del Sud America. L’area dei tre confini, alla congiunzione tra Argentina, Brasile e Paraguay, è considerata trampolino di lancio dagli estremisti. L’attività coperta di certi Stati volti a realizzare proprie missioni in politica estera attraverso il finanziamento occulto delle strutture islamiche, destabilizza la situazione.
Mentre flirtano con gli estremisti, certi Paesi occidentali sembrano essere sicuri che la cosiddetta politica del caos controllato in regioni lontane, non avrà conseguenze tragiche, almeno nel medio termine, ma credo che tale parere non convinca. Non è un segreto che su istigazione di ‘partner occidentali’, dagli anni ’80 l’estremismo islamico abbia rapidamente guadagnato slancio. Per contrastare le truppe sovietiche in Afghanistan furono pesantemente armati, con i fondi provenienti dagli Stati Uniti d’America e altri Stati della NATO, vari gruppi di jihadisti e mujahidin successivamente fusisi in grandi gruppi e movimenti terroristici. Grazie all’assistenza finanziaria e militare di Washington e alleati, allo scopo di eliminare il regime in Siria, indesiderato dall’occidente, lo ‘Stato Islamico dell’Iraq e Levante’ e ‘Jabhat al-Nusra’ furono creati. L’intervento militare in Libia da parte della NATO ha comportato risultati simili. La disponibilità di fonti stabili di finanziamento degli estremisti è la ragione del grave problema. I canali dei finanziamenti più affidabili comprendono varie organizzazioni non governative e fondazioni. Ad esempio, negli Stati della penisola araba vi sono circa 200 organizzazioni. Una delle principali fonti di reddito è il controllo di produzione e traffico di droga. Tale attività frutta agli islamisti di Medio Oriente e Asia Centrale 500 milioni di dollari l’anno. Succede abbastanza spesso che le azioni di Washington e dell’occidente in generale in varie regioni del mondo, contribuiscano a creare gravi problemi, tra cui traffico di droga, estremismo religioso e terrorismo, dopo che Washington mobilita eroicamente la comunità internazionale per neutralizzare tali problemi. In generale, con lo slogan della lotta per ‘l’Islam puro’, il terrorismo internazionale diventa una forma di criminalità transnazionale. In realtà, è diventato un business lucrativo con circolazione di capitale per miliardi grazie a traffico di droga, sequestri di persone, contrabbando di armi e metalli preziosi. Alla ricerca di ulteriori fonti di finanziamento, i jihadisti sviluppano volutamente legami con organizzazioni nazionaliste, pirati e separatisti.
Quindi, dovremmo aspettarci che, nel breve periodo, le minacce terroristiche nel mondo rimangano elevate. L’avanzata dei gruppi estremisti, tra l’altro su istigazione di Stati Uniti e alleati, in particolare in Medio Oriente e Asia centrale, rappresenta la vera e propria minaccia di diffusione del terrorismo verso Paesi europei, repubbliche della CSI e regione Asia-Pacifico.

Grazie per la vostra attenzione.

Начальник ГРУ ГШ ВС РФ Игорь СергунBiografia di Igor Sergun
Biografia ufficiale del nuovo capo dell’Intelligence militare russa Igor Sergun, sul sito ufficiale del Ministero della Difesa russo. [Fonte]
Igor Sergun è nato a il 28 marzo 1957 e presta servizio nelle forze armate dal 1973, si è laureato alla Scuola Militare Suvorov di Mosca [Fonte] e [Fonte], alla Scuola Militare dell’Alto Comando del Soviet Supremo di Mosca [Fonte], all’Accademia militare diplomatica dell’Esercito sovietico e presso l’Accademia Militare dello Stato Maggiore Generale delle Forze Armate della Federazione Russa [Fonte]. Opera nel servizio segreto militare dal 1984, in varie posizioni nell’ambito del Primo Direttorato dell’Intelligence. Parla diverse lingue straniere ed ha ricevuto attestati di Stato. Nel 1998, da colonnello, è stato addetto militare della FR a Tirana, Albania. In quel periodo ricevette la medaglia quale “partecipante all’Operazione Marcia Fulminea Bosnia-Kosovo 12 giugno 1999″. Nel dicembre 2011, fu nominato a capo del Primo Direttorato dell’Intelligence dello Stato Maggiore Generale russo.
Mark Galeotti nel suo libro Spetsnaz: Forze Speciali russe, scrive che negli anni 2000 l’intelligence militare russa era sull’orlo della completa distruzione causata dalle riforme del Generale Shljakhturov. Tuttavia, fu costretto al pensionamento a fine 2011, e il suo successore, il Tenente- Generale Igor Sergun, si è rivelato un direttore molto più attivo ed efficace. [Fonte]
Nel 2014 Igor Sergun è oggetto delle sanzioni occidentali contro la Russia. “Bruxelles: il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate della Russia e il relativo capo dell’intelligence militare erano tra le 15 persone oggetto di tutte le sanzioni dell’Unione europea per la crisi in Ucraina. Generale Valerij Gerasimov, capo dell’Esercito e deputato nazionale, 29 aprile 2014“. [Fonte]. Igor Sergun fu preso di mira “per l’attività degli agenti del GRU in Ucraina orientale”, mentre Gerasimov è stato indicato “responsabile del massiccio dispiegamento di truppe russe” lungo il confine tra Ucraina e “mancata de-escalation della situazione“.

Articoli, discorsi e interviste
1. La Russia nomina il nuovo Direttore del GRU [Fonte]
27 dicembre 2011. Il Maggiore-Generale Igor Sergun è stato nominato a capo del Primo Direttorato dell’Intelligence. Sostituisce l’uscente Aleksandr Shljakhturov, per aver raggiunto l’età pensionabile.
2. Il Maggiore-Generale Igor Sergun diventa il capo del GRU [Fonte]
2. Generale russo dice che gli USA sono dietro ogni guerra nel mondo di oggi [Fonte]. Il capo del Primo Direttorato dell’intelligence militare della Russia, Colonnello-Generale Igor Sergun, dice che gli Stati Uniti si preparano a schierare truppe in modo permanente o temporaneo in oltre 100 Paesi in tutto il mondo. Sergun dice gli Stati Uniti sperano di creare in questi Paesi i servizi necessari per “preposizionarvi armi e attrezzature militari necessarie per future operazioni nella zona“.
3. Intervista con il Capo del GRU Igor Sergun: Noi non riveliamo segreti! [Fonte]
4. Agenzia spionistica russa: La crisi globale richiede nuove tattiche [Fonte] 19 gennaio 2012
5. Igor Sergun: “I terroristi sono intenti a prendere il potere in alcuni Stati” [Fonte]
6. In Medio Oriente e Asia centrale i terroristi guadagnano 500Mln di dollari con il narcotraffico [Fonte]
16 aprile 2015. I terroristi in Medio Oriente e Asia Centrale ricevono fino a 500 milioni di dollari tramite produzione e traffico di droghe illecite, ha detto il capo del Primo Direttorato dell’Intelligence dello Stato Maggiore Generale russo.
7. Responsabile del GRU: Il terrorismo è diventato un business multimiliardario [Fonte]
8. La Jihad diventa globale [Fonte]; Andrej Iljashenko, RIR, 23 aprile 2015. “Il terrorismo internazionale è una delle minacce più pericolose per l’umanità ed è divenuto globale. Questa è l’opinione ponderata del Colonnello-Generale Igor Sergun, Direttore del GRU, Primo Direttorato dell’Intelligence dello Stato Maggiore Generale delle Forze armate russe. Parlando a metà aprile alla IV Conferenza sulla Sicurezza presso il Ministero della Difesa di Mosca, Sergun ha fornito un’analisi dettagliata del problema. Dato che non è un personaggio pubblico spesso citato sui media, RIR ha deciso di offrire ai lettori la sintesi più completa delle tesi fondamentali del generale.”
9. Conferenza di Mosca sulla sicurezza internazionale 2014 (Parte 2: comitati) [Fonte]
10. Discorso di Igor Sergun alla Conferenza di Mosca sulla sicurezza internazionale del 2014 [Fonte]. Il discorso di Igor Sergun è disponibile sul sito della conferenza. Ha osservato che i taliban vedono il ritiro delle forze ISAF come un successo. Si aspettano la vittoria, così non vedono alcuna ragione di preoccuparsi dei negoziati a questo punto. Ha discusso i tre più probabili scenari futuri in Afghanistan, tra cui alcune verosimiglianze con abbastanza particolareggiate percentuali per ogni scenario:
1. Equilibrio delle forze politiche del Paese relativamente invariato, sostenuto da una presenza occidentale limitata. L’Afghanistan rimane fonte di terrorismo, estremismo e narcotraffico per l’Asia centrale. Probabilità del 39 per cento.
2. I taliban prendono il potere in assenza di stranieri. Gli islamisti potrebbero iniziare ad infiltrarsi negli Stati dell’Asia centrale. Probabilità del 27 per cento.
3. L’Afghanistan si disintegra in enclave etniche. Tale scenario porta all’aumento della lotta per l’influenza di potenze locali e regionali. Probabilità del 31 per cento.
Nella seconda parte del discorso, Sergun ha discusso la logistica del ritiro definitivo delle forze ISAF dall’Afghanistan. Data la quantità di materiale presente nella regione, l’analisi ha mostrato che gli Stati occidentali non potranno ritirare il proprio materiale nel lasso di tempo deciso. Ha sostenuto che, mentre i 40000 soldati potrebbero essere ritirati entro la fine del 2014, sarebbe impossibile ritirare tutti i 40000 veicoli e 300 elicotteri prima del 2017. Di conseguenza, ha affermato che Washington dovrà presto avviare una campagna propagandistica per convincere la comunità internazionale che la presenza statunitense nella regione va estesa almeno fino al 2024, al fine di garantire la stabilità regionale. Tuttavia, ciò non muterà la minaccia dei taliban agli Stati dell’Asia centrale.

ГРУ-ГШ-РTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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