Misteriosi incidenti presso la base aerea di Nellis. Ancora l’F-35?

Alessandro Lattanzio, 10/9/2017Un pilota rimaneva ucciso in un secondo incidente aereo, in una settimana, presso il Nevada Test and Training Range dell’US Air Force. Il colonnello Eric Schultz decedeva per le ferite subite nello schianto del proprio aereo, intorno alle 6:00 del 5 settembre, nel poligono a 200 km a nord-ovest della base aerea Nellis. Il velivolo, non specificato ma probabilmente un F-35, era stato assegnato al Comando Materiali dell’US Air Force e svolgeva una missione di addestramento al momento dell’incidente. “Le informazioni sul tipo di aeromobile interessato sono classificate e non divulgabili“, dichiarava il Maggiore Christina Sukach, a capo degli affari pubblici del 99.mo Stormo della Base aerea Nellis. Il Capo di Stato Maggiore dell’USAF, Generale David L. Goldfein, escludeva ogni speculazione che l’aereo fosse un caccia F-35 Joint Strike Fighter. “Posso dire che non era un F-35“, aveva detto a un giornalista di Military.com. Schultz era un pilota veterano con oltre 2000 ore di volo su numerosi velivoli, tra cui F-35 e CF-18, la versione canadese dell’F/A-18 Hornet, ed F-15E, con cui compì più di 50 missioni in Afghanistan. Ha inoltre svolto funzioni di direttore delle operazioni presso il centro dei test di volo canadese e operato sui sistemi per il programma sul Laser Aeroportato. Prima della carriera militare, Schultz aveva lavorato presso il Prat&Whitney Seattle Aerosciences Centre e presso il Naval Air Warfare Center. Nel 2011 fu il 28.mo pilota a volare sull’F-35 Joint Strike Fighter. L’F-35 è il programma più costoso di acquisizione di armamenti del Pentagono, dal costo stimato di oltre 400 miliardi di dollari. L’incidente è avvenuto il giorno prima che 2 aerei di attacco A-10C Thunderbolt II si schiantassero nello stesso poligono. Entrambi i piloti si erano eiettati. Gli aviogetti A-10C del 57.mo Stormo svolgevano, anch’essi, una missione di addestramento, quando precipitarono intorno alle 20:00 del 6 settembre. L’USAF non aveva comunicato dov’era accaduto esattamente l’incidente. Resta poco chiaro perché la morte di Schultz venisse comunicata tre giorni dopo l’incidente.
Va ricordato che anche l’US Navy nell’ultimo anno ha subito gravi e seri indicenti.Fonte: Military

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La Russia elimina i terroristi che gli USA evacuano

Ziad Fadil, Syrian Perspective 9/9/2017La “Propaganda” di Umran Daqnish è un fiasco per i suoi creatori. Si legga l’articolo per capire che pillola amara i “caschi bianchi” devono ingoiare.

Dayr al-Zur: Che dire? L’Aeronautica russa sganciava la bomba convenzionale più letale del mondo sulle teste dello SIIL nella provincia di Dayr al-Zur. La bomba è ancora più grande della MOAB (la madre di tutte le bombe) che gli Stati Uniti avrebbero usato contro lo SIIL in Afghanistan. La bomba russa è chiamata Padre di tutte le bombe (FOAB) e il suo utilizzo è direttamente collegato a due eventi avvenuti il 26 e il 28 agosto 2017.
Il 26 agosto 2017, elicotteri statunitensi Apache volarono presso la città di Tarif, vicino Dayr al-Zur liberata dall’Esercito arabo siriano ed alleati. I due ratti avevano la cittadinanza belga e francese, secondo ciò che mi ha detto la mia fonte, secondo cui questi terroristi erano impiegati dai servizi segreti francese e belga e considerati fonti “cruciali” dell’HUMINT o “intelligence umana”.
Il 28 agosto 2017, due giorni dopo, gli Stati Uniti evacuavano 22 capi dello SIIL portandoli in sicurezza nella provincia di Dayr al-Zur, nella stessa zona dove i primi due si trovavano, presso a al-Madin. Questi 22 erano per lo più ex-ufficiali dell’esercito di Saddam arruolati da Stati Uniti e Stato sionista per creare ciò che il mondo conosce come SIIL. Erano considerati risorse insostituibili per le future operazioni e totalmente fedeli allo scenario sunnita. Secondo la mia fonte, gli Stati Uniti non potevano permettersi di far catturare questi capi dello SIIL ed esibirli al pubblico mondiale. Avrebbero causato immenso imbarazzo rivelando le origini dello SIIL e i suoi veri sostenitori. Sarebbe stato scandaloso. La Russia si sarebbe infuriata nel rilevare e seguire gli elicotteri statunitensi. Il Cremlino dichiarava che gli Stati Uniti ancora aiutano i selvaggi dello SIIL. Si specula qui, ma sembra che solo il Presidente Putin avesse l’autorità di ordinare ciò che il Generale Gerasimov eseguì dopo.
L’1-2 settembre 2017, un bombardiere strategico Tupolev Tu-160 decollato da una base nella Russia meridionale si avvicinava al corridoio di al-Madin sganciandovi una grande bomba sospesa a un paracadute. La bomba termobarica era chiamata “Bomba Aerea Termobarica a Potenza Maggiorata” o ATBIP. È la FOAB già menzionata. Hollywood presentò effetti speciali accurati per una simile bomba nelle prime scene del film “Outbreak” di Dustin Hoffman, dove un’intera area viene devastata per paura di un contagio. La bomba rilascia una cappa di vapore infiammabile mentre scende e, ad una certa quota, accende la miscela creando l’inferno, prima, e poi un’area di vuoto d’aria che fa esplodere i polmoni. È un’arma davvero brutta. E i russi hanno risposto agli Stati Uniti che esfiltravano i loro preziosi terroristi eliminandone tutti con un colpo solo. Nemo me impone lacessit.
Ma ci sono altre buone notizie. Il giacimento al-Tayam veniva liberato dalla venalità di SIIL e famiglia Erdoghan. Non più corse gratuite, sultano. Non più greggio a buon mercato. La Russia annunciava che la sua Aeronautica aveva eliminato 4 capi supremi dello SIIL il 5 settembre 2017, insieme a 40 altri avvoltoi. Uno era il ministro della guerra dello SIIL, il tagico Gulmurad Khalimov, figuro effettivamente addestrato dagli Stati Uniti e che doveva essere l’esponente principale dell’antiterrorismo statunitense, avendo trascorso un anno nel programma per le forze speciali di tre fasi per il Terzo Mondo. Andò in mille pezzi con Abu Muhamad al-Shamali.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Israele ha perso potere dissuasivo su Hezbollah

PressTV 6 settembre 2017L’esercito israeliano annunciava la maggiore manovra militare da 20 anni, sul fronte settentrionale al confine con il Libano meridionale: una manovra per preparare le “truppe” allo scenario di guerra totale contro Hezbollah. 30000 soldati e riservisti sono stati mobilitati per 11 giorni, suddivisi in 30 battaglioni assistiti da decine di navi da guerra e cacciabombardieri. Cosa vuole l’esercito israeliano? Il quotidiano al-Aqbar seguendo questa esercitazione massiccia scrive: “Ciò che ha spinto Israele a lanciare questa vasta esercitazione militare, mentre gli esperti israeliani di continuo gridano all’avanzata della Resistenza dopo sei anni di guerra in Siria, e i comandi dell’esercito israeliano sono arrabbiati con il mondo per aver commesso un errore di calcolo, non aver visto i mutamenti in corso e il “pericolo di Hezbollah che occhieggia alle porte“. Amos Hariel, opinionista militare di Haaretz, irride le esercitazioni come “attese da Hezbollah” per vedere cosa fa l’esercito israeliano ora che la guerra in Siria ha “una brutta piega” e “si rischia la netta vittoria di Assad ed alleati“. “L’esercito è caduto nella trappola della propaganda, mostrando i muscoli per rassicurare il pubblico israeliano, senza intraprendere misure altrimenti necessarie per l’aggiornamento delle sue capacità operative“, osserva Hariel, per cui tutto questo movimento è solo volto a dare ad Hezbollah un “potente messaggio di dissuasione”. Ma Hariel non conclude la sua analisi. In Siria, Israele si trova di fronte ad uno dei peggiori scenari: la prospettiva di Assad che conserva il potere con l’emergere asse Damasco-Hezbollah-Teheran sostenuto da Mosca e che intende rendergli la vita dura se necessario. Infatti, la manovra militare dell’esercito israeliano segna la fine di un’era: Israele, finora “potenza suprema”, dubita della propria deterrenza. Da tempo l’intelligence israeliana assicurava i generali sull’erosione degli “eserciti arabi” attraverso compromessi (eserciti egiziano e giordano dopo gli accordi di Camp David) o guerre di attrito (nel caso degli eserciti siriano e iracheno). Ma tale prognosi è smentita in Iraq e Siria, dove le forze armate nazionali hanno trionfalmente superato l’esperienza della guerra. La manovra militare sul fronte settentrionale israeliano è il riconoscimento di tale errore di calcolo strategico, un errore per cui Israele dovrà pagare un prezzo alto e a lungo. Hariel riconosce inoltre che l’esercitazione riecheggia “i cambiamenti verificatisi sui confini nord israeliani”. Su tutte le stazioni televisive israeliane, gli annunci dell’esercito propagandano “la sconfitta di Hezbollah” nel caso di un confronto. Tuttavia, gli esperti militari israeliani non sono d’accordo con i generali. La parola “sconfitta” è un problema. Lo specialista del 10.mo canale televisivo israeliano giustamente si pone la seguente domanda: “Ma una sconfitta di Hezbollah in che senso? Sconfiggerne l’ideologia, la struttura organizzativa o come attore inevitabile sulla scena politica siriana?” Questa triplice domanda porta il commentatore israeliano a confessare che non sa “cosa gli ufficiali israeliani vogliano veramente con “sconfitta di Hezbollah”: Ma una cosa è certa: in ognuno di questi tre casi, si prepara a rimanere per molto in Libano poiché Hezbollah non è ciò che era nel 2006, non può essere sconfitto rapidamente e di colpo”.
Come affermava il comandante del fronte settentrionale, Tayem Himmen, la vittoria su Hezbollah è un concetto che rimane poco chiaro, va dai piccoli successi militari d’Israele alla totale scomparsa della Resistenza. Yediot Aharonot va oltre. In assenza di una chiara definizione della vittoria che Israele dovrebbe avere su Hezbollah, parla di due fronti: “Israele dovrà intervenire contro Hezbollah in Libano e in Siria, dato che Hezbollah ha ampliato il suo campo d’azione. Nello Stato Maggiore dell’esercito israeliano vi sono soldati che chiamano Hezbollah “secondo esercito del Medio Oriente dopo Israele e credono che possa gestire battaglioni in un vasto campo di battaglia, ricorrendo a droni ed artiglieria pesante. La sua capacità di scavare tunnel gli permette di agire da unità commando in tempi brevi, come visto nelle offensive contro lo SIIL“. La confessione è tagliente: per ogni operazione svolta da Hezbollah contro lo SIIL in Siria, Israele s’è impegnato in analisi e valutazioni su strategia e tattica della Resistenza. Spaventato, assiste all’emersione di un “esercito” che non conosce e contro cui non sa reagire…

Sei arrestati mentre lo scandalo sui sottomarini sconvolge Israele
Sputnik 04.09.2017Con sottomarini e navi interessati, lo scandalo continua a sconvolgere le istituzioni politiche e di sicurezza d’Israele. L’indagine sull’acquisto di navi dalla Germania di Tel Aviv, conosciuta anche come il Caso 3000, ha avuto una svolta drammatica. L’ex-ministro ed ex-vicedirettore della sicurezza nazionale, Avriel Bar-Yosef, veniva interrogato il 4 settembre 2017 in relazione a presunte illegalità finanziarie. Più tardi è emerso che anche un consulente mediatico del primo ministro in carica è stato interrogato. Il capo dello staff del Primo ministro Benjamin Netanyahu, David Sharan, è stato arrestato il 3 settembre, sospettato di accettare tangenti nel caso molto imbarazzante. Un tribunale gli ha ordinato di rimanere in detenzione per cinque giorni. Detenuti per l’interrogatorio nello stesso giorno erano anche l’ex-comandante della Marina Israeliana Eliezer Marom, un contrammiraglio sospettato di frode, corruzione e spergiuro, e almeno altri due consiglieri per i media. I consiglieri, arrestati all’aeroporto internazionale Ben-Gurion, sono sospettati di collusione in corruzione e ostruzione alla giustizia. L’affare dei sottomarini prevede accuse di corruzione sull’accordo per l’acquisto dalla Germania di tre sottomarini e di una serie di navi per proteggere le piattaforme offshore, a un costo complessivo di circa 1,5 miliardi di euro. La firma di un memorandum sulla vendita dei tre sottomarini della società tedesca ThyssenKrupp è stata rinviata indefinitamente nel luglio 2017. Resta inteso che l’indagine dell’ex-ministro si basa, tra l’altro, sui colloqui tra Israele e una società sudcoreana per l’acquisto di navi, anche se alcun ordine fu mai emesso. Si ritiene che tutti gli arresti si basino sulle informazioni fornite alla polizia dalla testimonianza di Miki Ganor, capitano in pensione, rappresentante dell’impresa industriale tedesca in Israele. Era il mediatore in molti dei maggiori accordi sulle armi negli ultimi anni tra Israele e Germania. A luglio firmò un accordo con il Ministero della Giustizia israeliano, accettando una pena ridotta di un anno e di pagare ben 10 milioni di sheckel in cambio di informazioni.
Sharan è sospettato di corruzione, frode e spergiuro, oltre ad associazione a delinquere. Tuttavia si sa che la polizia l’incoraggia a testimoniare. La Corte di Rishon LeZion ha prolungato l’arresto per consentire agli investigatori dell’unità di polizia Lahav 433 di continuare ad interrogarlo, perché si crede abbia informazioni cruciali sull’affare. Tra i sei arrestati vi è l’ex-comandante del commando navale Unità Shayetet 13. Il suo avvocato ha affermato in tribunale che il cliente non ha alcun legame con la presunta corruzione per cui è indagato. È stato arrestato perché ha cercato di avviare un’attività con Ganor, anche se questo successivamente lasciò. La polizia ha sequestrato computer e telefoni dalla casa del comandante, che resta in custodia. Un altro degli arrestati era il consulente strategico Nati Mor, che si dice abbia ricevuto presunte tangenti e trasferito denaro ad un impiegato. Tzachi Lieber, partner commerciale di Mor, è sospettato di mediazione nella corruzione, associazione a delinquere e ostruzione della giustizia. Gli agenti di polizia che indagano sul caso hanno sequestrato un hard disk, un iPad, fatture e documenti. Veniva anche arresto un avvocato sospettato di corruzione, falsificazione di documenti aziendali, associazione a delinquere e riciclaggio di denaro. Un altro sospetto, nominato dal 2.ndo canale israeliano, è l’ex-viceconsigliera della sicurezza nazionale Atalia Rosenbaum, già interrogata dalla polizia. Ha avuto i domiciliari, essendo sospettata di aver riferito informazioni a Ganor sulle discussioni al Consiglio di Sicurezza Nazionale. L’ex-Generale Bar-Yosef, nominato dal primo ministro al consiglio nazionale per la sicurezza a febbraio, era già stato arrestato per presunti reati di corruzione, riciclaggio di denaro, frode e spergiuro. Si sostiene che abbia utilizzato la sua posizione a favore di un magnate tedesco in cambio di tangenti trasferiti a lui o alla famiglia. È stato interrogato dalla polizia nell’ambito della vicenda dei sottomarini diversi mesi fa e poi messo agli arresti domiciliari. Anche se i dettagli della sua testimonianza non sono stati divulgati finora, un funzionario della polizia ha detto che Ganor gli ha forniti nastri e testi. “Ci ha dato materiale eccellente“, ha detto. Ganor presumibilmente ha detto agli investigatori che, per vincere la gara su pattugliatori, sottomarini e una fabbrica di ammoniaca, ha firmato accordi fittizi con consulenti strategici per centinaia di migliaia di sheckel, che alla fine finivano come tangenti nelle tasche di Sharan. La sua testimonianza ha suscitato il sospetto che cercasse di assicurarsi una nomina sfruttando i legami con Sharan. Afferma che il consigliere David Shimron, l’avvocato personale del primo ministro, è stato incaricato di ricevere una commissione stimata 10 milioni di dollari per favorire la decisione di acquistare i sottomarini.

Avriel Bar-Yosef

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le ragioni del panico di Netanyahu

Alastair Crooke, Consortiumnews 1 settembre 2017 – Global ResearchUna delegazione dei vertici dell’intelligence israeliana, una settimana fa, visitava Washington. Poi, il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu disturbava le vacanze estive del Presidente Putin incontrandolo a Sochi dove, secondo un funzionario governativo israeliano (citato dal Jerusalem Post), Netanyahu ha minacciato di bombardare il palazzo presidenziale a Damasco e d’interrompere e annullare il processo di cessate il fuoco di Astana, se l’Iran continua ad “estendere la sua presenza in Siria“. La Pravda ha scritto, “Secondo testimoni oculari della parte aperta dei colloqui, il primo ministro israeliano era troppo emotivo e talvolta anche quasi nel panico. Ha descritto un quadro apocalittico al presidente russo che il mondo vedrebbe, se non si sforza di contenere l’Iran che, crede Netanyahu, è deciso a distruggere Israele“. Quindi, cosa succede? Se la citazione di Pravda è esatta (sebbene la descrizione non sia stata confermata da commentatori israeliani), ciò che è assolutamente chiaro (dalle fonti israeliane) è che sia a Washington che a Sochi i funzionari israeliani sono stati sentiti ma non hanno ottenuto nulla. Israele è solo. Infatti, si dice che Netanyahu cercasse “garanzie” sul futuro ruolo iraniano in Siria, piuttosto che “chiedere la Luna” dell’uscita iraniana. Ma come possono Washington e Mosca realmente dare a Israele tali garanzie? Senza dubbio, Israele ha capito di aver sostenuto la parte sbagliata in Siria, avendo perso. Non è in realtà in grado di chiedere nulla. Non otterrà una zona tampone imposta dagli statunitensi sulla linea d’armistizio sul Golan, né il confine iracheno-siriano sarà chiuso o “sorvegliato” per conto d’Israele. Naturalmente, l’aspetto siriano è importante, ma concentrarsi solo su questo sarebbe come “perdere nella foresta l’albero”. La guerra del 2006 da parte d’Israele per distruggere Hezbollah (istigata da Stati Uniti e Arabia Saudita, e addirittura da certi libanesi) fu un fallimento. Simbolicamente, per la prima volta in Medio Oriente, uno Stato nazione occidentale tecnologicamente sofisticato e pieno di armi ha semplicemente fallito. Ciò che ha reso il fallimento ancora più colpevole (e doloroso) è che uno Stato occidentale non è stato battuto militarmente, ha perso anche la guerra dell’intelligence elettronica ed umana, sfere in cui l’occidente pensava di aver un primato incontestato.

Le conseguenze del fallimento
L’inaspettato fallimento d’Israele è profondamente temuto in occidente e anche nel Golfo. Un piccolo movimento armato (rivoluzionario) si era opposto ad Israele, contro ogni probabilità, e ha vinto: era rimasto sul campo. Questo precedente è stato ampiamente percepito come possibile “svolta” regionale. Le autocrazie feudali del Golfo hanno riconosciuto, nella vittoria di Hezbollah, il pericolo latente al loro dominio da questa resistenza armata. La reazione fu immediata. Hezbollah fu messo in quarantena, come meglio il potere sanzionatorio degli USA poteva gestire. E la guerra in Siria cominciava ad essere considerata come “strategia per correggere” il fallimento del 2006 (già nel 2007), anche se solo successivamente al 2011 fu adottata tale “strategia correttiva”. Contro Hezbollah, Israele gettò tutta la sua forza militare (anche se gli israeliani dicono ora che avrebbero potuto fare di più). E contro la Siria, Stati Uniti, Europa, Stati del Golfo (e Israele) hanno gettato di tutto: jihadisti, al-Qaida, SIIL (sì), armi, tangenti, sanzioni e la guerra d’informazione più oppressiva mai vista. Eppure la Siria, con indiscutibile aiuto degli alleati, vince: resiste contro probabilità quasi incredibili. Per chiarire: se il 2006 segnò una svolta, la “resistenza” della Siria è una svolta storica ancor maggiore. Bisogna comprendere che lo strumento dell’Arabia Saudita (e di Gran Bretagna e USA), il radicalismo sunnita, ne esce devastato. E con esso, gli Stati del Golfo, ma in particolare l’Arabia Saudita, ne sono danneggiati. Quest’ultima si è affidata al wahhabismo fin dalla fondazione del regno: ma il wahabbismo in Libano, Siria e Iraq è stato sconfitto e screditato (anche presso la maggioranza dei sunniti). Può essere sconfitto anche in Yemen. Questa sconfitta cambierà il volto del sunnismo. Già vediamo il Consiglio di cooperazione del Golfo, originariamente fondato nel 1981 da sei capi tribali del Golfo al solo scopo di preservare la propria regalità ereditaria tribale nella penisola, combattersi in ciò che è probabilmente una protratta e aspra lotta intestina. Il “sistema arabo”, prolungamento delle vecchie strutture ottomane da parte dei vincitori della prima guerra mondiale, Gran Bretagna e Francia, sembra aver perso il suo “recupero” nel 2013 (grazie al colpo di Stato in Egitto) riprendendo il lento declino.

I perdenti
Il “quasi panico” di Netayahu (se ciò è veramente quello che è successo) potrebbe essere un riflesso di tale sisma regionale. Israele da tempo sosteneva i perdenti, e ora si trova “da solo” e teme per i suoi ascari (giordani e curdi). Sembra che la “nuova” strategia correttiva di Tel Aviv sia volto ad allontanare l’Iraq dall’Iran e alla sua adesione all’alleanza Israele-USA-Arabia Saudita. Se è così, Israele e Arabia Saudita sono probabilmente alla fine del gioco e probabilmente sottovalutano l’odio viscerale in tutta la società irachena per i crimini dello SIIL. Non molti credono all’improbabile narrativa (occidentale) che lo SIIL sia improvvisamente apparso armato e finanziato dal presunto “settarismo” del Primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi: No, di regola, dietro un tale movimento ben impostato non c’è che uno Stato. Daniel Levy ha scritto un pezzo convincente per argomentare che gli israeliani, in genere, non sottoscrivono quanto scritto sopra, ma piuttosto: “Il lungo mandato di Netanyahu, i vari successi elettorali e la capacità di tenere insieme una coalizione governativa… (si basano) sul suo messaggio recepito dal pubblico. È il discorso di Netanyahu di aver portato lo Stato d’Israele nella migliore situazione della propria storia, da forza globale in ascesa… e che lo Stato d’Israele si espande diplomaticamente“. Netanyahu respinse ciò che chiamò la “notizia falsa” che senza un accordo con i palestinesi Israele sarà isolato, indebolito e abbandonato ad “affrontare uno tsunami diplomatico”. Difficile anche per i suoi detrattori politici non riconoscere che la rivendicazione di Netanyahu prevale nel pubblico perché riflette qualcosa di reale, spostando il centro di gravità della politica israeliana più avanti e più a destra. È un’affermazione che, se corretta e replicabile, lascerà un’eredità che supererà la premiership di Netanyahu e qualunque accusa possa affrontare. “L’affermazione di Netanyahu è che semplicemente non guadagna tempo nel conflitto coi palestinesi per migliorare i termini di un eventuale e inevitabile compromesso. Netanyahu afferma qualcosa di diverso: la possibilità di una vittoria definitiva, e della sconfitta permanente e definitiva dei palestinesi, dei loro obiettivi nazionali e collettivi. Da oltre un decennio primo ministro, Netanyahu ha rifiutato in modo coerente e inequivocabile tutti i piani o i passi pratici che finanche affrontassero le aspirazioni palestinesi. Netanyahu è solo volto a perpetuare e aggravare il conflitto, a non gestirlo, per non parlare di risolverlo… [Il] messaggio è chiaro: non ci sarà uno Stato palestinese perché Cisgiordania e Gerusalemme Est sono semplicemente nel Grande Israele“.Alcun Stato palestinese
Levy continua: “L’approccio sconvolge le ipotesi che hanno guidato gli sforzi di pace e la politica statunitense per oltre un quarto di secolo: Israele non ha altra alternativa all’eventuale ritiro territoriale ed accettazione di qualcosa che somiglia abbastanza a uno Stato palestinese sovrano ed indipendente, generalmente lungo le linee del 1967. Sfida la presunzione che la negazione permanente di un simile risultato sia incompatibile su come Israele si percepisca come democrazia. Inoltre, sfida la supposizione degli sforzi per la pace, che questa negazione sarebbe per nulla accettabile per gli alleati chiave da cui dipende Israele… “Nei bastioni tradizionali del sostegno ad Israele, Netanyahu ha accettato una scommessa calcolata, basterebbe che il supporto ebraico-americano continui a sostenere un Israele sempre più illiberale ed etno-nazionalista per facilitare la perpetuazione della relazione circolare USA-Israele? Netanyahu ha scommesso di sì, e aveva ragione“. E qui un altro punto interessante di Levy: “E poi gli eventi hanno preso un’ulteriore piega a favore di Netanyahu con l’ascesa al potere, negli Stati Uniti e nell’Europa Centrale ed Orientale (e una maggiore prominenza nell’Europa occidentale) della tendenza etno-nazionalista a cui Netanyahu è legato, lavorando per sostituire la democrazia liberale con una illiberale. Non va sottovalutata l’importanza di Israele e Netanyahu quali avanguardia ideologica e pratica di tale tendenza“. L’ex-ambasciatore statunitense e rispettato analista politico Chas Freeman ha scritto recentemente e molto chiaramente: “L’obiettivo centrale della politica statunitense in Medio Oriente è da tempo far accettare lo Stato colonizzatore ebraico in Palestina“. O, in altre parole, per Washington la politica mediorientale e tutte le relative azioni sono decise da “essere o non essere”: cioè “essere con Israele o meno”.

Il terreno perduto da Israele
Il punto chiave è che la regione ha appena avuto un cambio sismico verso il campo del “non essere”. C’è molto che gli USA possano fare? Israele è al solito rimasto solo con un’Arabia Saudita indebolita al suo fianco, e vi sono limiti chiari a ciò che l’Arabia Saudita può fare. Gli Stati Uniti che invitano gli Stati arabi a convincere il Primo ministro iracheno Haydar al-Abadi appaiono confusi. L’Iran non vuole la guerra con Israele (come hanno riconosciuto alcuni analisti israeliani); ma anche il presidente siriano ha chiarito che il suo governo intende recuperare “tutta la Siria” e tutta la Siria include le alture occupate del Golan. E questa settimana, Hassan Nasrallah invitava il governo libanese ad “inventare un piano e prendere una decisione sovrana per liberare le fattorie di Shaba e le colline di Qfar Shuba” da Israele. Numerosi commentatori israeliani già dicono che la “cosa è evidente”, e che sarebbe meglio per Israele cedere il territorio unilateralmente, piuttosto che rischiare centinaia di vite di militari israeliani nel futile tentativo di mantenerlo. Ma ciò però sembra difficilmente congruente con il “Primo ministro israeliano”, le cui ultime dichiarazioni sono tipo “non cederemo un centimetro”. L’etno-nazionalismo fornirà ad Israele una nuova base? Ebbene, in primo luogo, non vedo la dottrina d’Israele come “democrazia illiberale”, ma piuttosto come apartheid destinato a subordinare i diritti politici dei palestinesi. E mentre lo scisma politico in occidente si allarga, con un'”ala” che cerca di delegittimare l’altra smascherandola come razzista, bigotta e nazista, è chiaro che i veri statunitensi cercheranno a qualsiasi prezzo di distanziarsi dagli estremisti. Daniel Levy sottolinea che il capo di Alt-Right, Richard Spencer, descrive il suo movimento come White Sionism. È davvero possibile che Israele ne faccia una base? Quanto tempo passerà prima che i “globalisti” utilizzino esattamente il meme della “democrazia illiberale” di Netanyahu per opporsi alla destra statunitense perché è proprio questo il tipo di società che si prefigge: messicani e afroamericani trattati come i palestinesi?

“Nazionalismo etnico”
La crescente tendenza del “non essere” in Medio Oriente ha una parola più semplice del “nazionalismo etnico” di Netanyahu. Si chiama semplicemente colonialismo occidentale. Un’indicazione di Chas Freeman per cui Medio Oriente “sarebbe stato con Israele” fu l’assalto shock e sorpresa all’Iraq. L’Iraq è ora alleato dell’Iran e le milizie Hashad (PMU) sono un’ampia forza combattente mobilizzata. La seconda tappa fu nel 2006. Oggi Hezbollah è una forza regionale e non solo libanese. La terza tappa è la Siria. Oggi, la Siria è alleata con Russia, Iran, Hezbollah e Iraq. Cosa comprenderà il prossimo turno dell'”essere o meno”, la guerra? Sulle pretese di Netanyahu su un Israele più forte, ribadendo “ciò che chiamò la “notizia falsa” che senza un accordo con i palestinesi Israele sarà isolato, indebolito e abbandonato ad “affrontare uno tsunami diplomatico”,” Netanyahu potrebbe aver scoperto, nelle ultime due settimane, di aver confuso i “palestinesi” indeboliti con la “vittoria”, e solo al momento del suo apparente trionfo, si ritrova solo nel “Nuovo Medio Oriente”. Forse la Pravda aveva ragione, e Netanyahu apparve quasi nel panico durante il suo frettoloso e urgente vertice di Sochi.Alastair Crooke è un ex-diplomatico e figura dell’intelligence inglese e della diplomazia dell’Unione europea. Fondatore e direttore del Forum sui Conflitti.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Liberazione di Dayr al-Zur

Il 1° settembre 2017, le truppe dell’Esercito arabo siriano avanzavano a nord di Manuq, vicino Jub al-Jarah, ad est di Homs. L’Esercito arabo siriano aveva liberato Salba, Rasm al-Mazarah, Zanuba, Tuayinah, Hasu, Maqiman al-Shamali, Maqiman al-Janubi, Tayabah Daqij, Jub al-Abyadh, al-Qastal e al-Maqsar, ad est di Hama. Gli aerei militari siriani e russi effettuavano numerose sortite contro le posizioni del SIIL presso Dair al-Zur, nelle regioni di Wadi al-Thardah, Panorama, al-Maqabar, al-Rushdiyah, al-Baqaliyah e Ayash, eliminando numerosi terroristi. Le truppe dell’Esercito arabo siriano respingevano l’attacco di Jabhat al-Nusra su al-Layramun e Jamiyat al-Zahra, ad ovest di Aleppo. 25 forze d’élite dell’Esercito arabo siriano, i Cacciatori del SIIL, nel villaggio di al-Musharifah, vicino ad Aqirabat, ad est di Hama, respingevano l’attacco da 350 terroristi del SIIL. “Le unità militari furono sostenute dall’azione aerea russa, dato che solo la potenza aerea russa ha i mezzi per effettuare attacchi notturni mirati“. Le forze governative siriane liberavano Aqirabat, ad est di Hama.
Il 2 settembre, gli aviogetti da combattimento russi distruggendo 9 blindati, 6 postazioni d’artiglieria, 1 lanciarazzi, 3 depositi di munizioni, 1 centro di comando e 20 autocarri carichi di carburante, armi e munizioni, presso Dair al-Zur, e un convoglio di 12 autocarri del SIIL tra Dair al-Zur e Rasafah. Presso Aqirabat, l’EAS liberava Ruayizah, Qazirah, Muadhamiyah, Jaruh, Harishah e Wadi al-Uzam, eliminando numerosi terroristi. Un gruppo di soldati dell’EAS assaltava le posizioni del SIIL a Tal Alush, presso Dair al-Zur, eliminando 10 terroristi e sequestrando molte armi e munizioni. Le truppe dell’Esercito arabo siriano respingevano l’attacco del SIIL su Aqirabat, nell’est della provincia di Hama, infliggendo notevoli perdite ai terroristi. L’Esercito arabo siriano liberava Rasm al-Hajanah e Jabal Safiya, nella provincia di Dair al-Zur, e Tal Abid e al-Hirah a sud-est di Raqqa. Inoltre, l’EAS liberava Jabal Nazirat, Jabal Nayraman e Jabal Adamah a nord dell’autostrada Suqanah-Dair al-Zur, a 30 km dal Dair al-Zur. Il Ministro della Difesa russo annunciava che la città di Aqirabat, la principale base del SIIL nella Siria centrale, era tornata sotto il controllo dell’Esercito arabo siriano, “L’ultimo grande centro di resistenza dei terroristi nella parte centrale della Siria è stato distrutto, e adesso le unità militari siriane ripuliscono i sobborghi di Aqirabat. Le unità della 4.ta Armata del governo siriano in collaborazione con la 5.ta Divisione volontaria e le forze dell’intelligence militare, hanno liberato la città di Aqirabat“. Dopo aver liberato Agirabat, le forze siriane liberavano Zaqrutiyah, Um Maur, Qirbat Hayuniyah e Qur Tahin, ad est di Hama.
Il 3 settembre, l’Esercito arabo siriano liberava il Wadi al-Zuayihaq e al-Haribishah, tra Homs e Dair al-Zur. Muhamad Fahad, boia saudita del gruppo terroristico SIIL, veniva eliminato dall’Esercito arabo siriano ad est di Dair al-Zur. Le truppe dell’Esercito arabo siriano, nell’est della regione di Hama liberavano Maqiman al-Janubi, Rasm al-Ahmar, Nayimah, Jadidah, Tanhaj e la regione di al-Sayb, eliminando 38 terroristi del SIIL, mentre a sud di Raqqa liberavano Tal Abad e al-Hayarah. L’EAS liberava Rasm al-Ahmar, Rasm al-Dhaba, Masudah e Rasm al-Qanbar, presso Aqirabat. Le truppe dell’Esercito arabo siriano liberavano Harmalah, tra Jubar e Ayn Tarma, da cui passava una delle principali linee di rifornimento di al-Nusra presso Damasco, e liberavano la regione di Mathalaq al-Janubi, a Jubar. L’EAS liberava i valichi 169 e 170 sul confine giordano. Presso Dair al-Zur, la Quwat al-Nimr dell’Esercito arabo siriano attraversava l’Eufrate ad al-Bumatar, eliminandovi 69 terroristi del SIIL. La Quwat al-Nimr, dotata di carri armati T-90 e T-72, attraversava il fiume utilizzando ponti mobili galleggianti, consegnati dai russi un mese prima in vista della liberazione di Dair al-Zur. La Quwat al-Nimr liberava Bir Qusibah, Tar Tarafui, Qasr Tarafui, giacimento Qaratah e Qubajib, a 7 km da al-Shula, provincia di Dair al-Zur. Le forze governative liberavano Bir Ghabaghib e al-Shula, sull’autostrada Suqanah-Dair al-Zur. Cellule dormienti del Baath attaccavano i comandi islamisti nei villaggi Nabila, Huriqi e Maqas, a Dair al-Zur. La Quwat al-Nimr liberava la stazione al-Sham, avanzando verso la base del 137.mo Reggimento. Un’unità speciale eliportata dell’EAS eliminava le difese del SIIL presso la caserma del 137.mo Reggimento, mentre l’EAS liberava l’ospedale al-Assad e la rotatoria Panorama, tagliando le linee di rifornimento del SIIL verso la città.
Il 4 settembre l’artiglieria dell’Esercito arabo siriano bombardava il centro di comando principale dei terroristi, ad Huayqa al-Qarbi presso Dair al-Zur, eliminando 9 capi del SIIL: Abu Umar al-Qarbuli, Abu Muhamad al-Shuayti, Abu Maryam al-Tayanah, Abu Muayah Idlib, Abu Dajanah Baqras, Abu Ubaydah al-Ani, Abu Salman al-Ahuzi e Abu Yaqub al-Muhajir. La SAAF bombardava le posizioni del SIIL ad al-Ayash, al-Shumaytiyah, al-Masrab, al-Qaritah, al-Tabani e presso Panorama. Le truppe dell’Esercito arabo siriano respingevano l’attacco del SIIL su Jaruh, a nord di Aqirabat, mentre la SAAF bombardava le linee del SIIL presso al-Hardanah, Tal Adamah e al-Asafarah. L’Esercito arabo siriano, sostenuto dagli elicotteri d’attacco russi, distruggeva 30 autobombe del SIIL a Dair al-Zur, presso la base del 137.m Reggimento. Gli attacchi aerei russi distruggevano anche 2 carri armati, 3 veicoli da combattimento della fanteria e 10 tecniche del SIIL, ed eliminavano oltre 70 terroristi presso Dair al-Zur, “Le forze aerospaziali russe hanno condotto più di 80 missioni su Dair al-Zur a sostegno delle truppe siriane. Gli aerei russi eliminavano 2 carri armati, 3 blindati e più di 10 fuoristrada con armamento pesante. Più di 70 terroristi sono stati eliminati“. L’Esercito arabo siriano entrava a Dair al-Zur dalla regione della Base del 137.mo Reggimento, e quindi procedeva liberando il quartiere al-Huayqa. Presso Suwayda, ad al-Tanaf gli inglesi ritiravano le loro forze, composte da mercenari e spie del MI6. Le forze governative siriane respingevano l’attacco del SIIL presso l’autostrada Suqana-Dair al-Zur e liberava completamente l’area di al-Shulah, dopo un giorno di intensi combattimenti con i terroristi. L’EAS liberava 4 villaggi ad est di Hama, Masud, Tubiyah, Marami, Um Ramal, Qanbar e Hamada Umar, presso al-Salamiyah.
Il 5 settembre, la SAAF distruggeva un convoglio di 10 autoveicoli del SIIL a sud-ovest di Dair al-Zur, mentre la fregata russa Admiral Essen lanciava 3 missili da crociera contro una base, un impianto di comunicazione e un’officina di riparazioni per veicoli corazzati del SIIL, presso al-Shula, “I missili Kalibr sono stati lanciati contro obiettivi del SIIL identificati e confermati attraverso diversi canali. L’attacco missilistico ha distrutto centri di comando, un impianto di comunicazione, depositi di armi e munizioni, un impianto di riparazione per veicoli blindati e numerosi terroristi“, dichiarava il Ministero della Difesa russo. Il blocco imposto per tre anni dallo Stato islamico a Dair al-Zur veniva tolto dalle truppe dell’Esercito arabo siriano, che raggiungevano la città sulla riva occidentale dell’Eufrate. Le forze dell’Esercito arabo siriano lanciavano le operazioni su cinque assi verso Dair al-Zur, mentre le linee del SIIL collassavano. Dair al-Zur era di grande importanza per la lotta contro il terrorismo, per la posizione strategica, essendo la città più grande della Siria orientale e la settima del Paese, con 125000 abitanti, la cui provincia confina con l’Iraq ed è ricca di petrolio. Dair al-Zur è il centro dell’industria petrolifera siriana.

“La vittoria è nostra. Le aquile della patria sono con voi. La Siria merita la vittoria.
Dal cielo di Dair al-Zur”. Majd