Aspetti politici dell’esercitazione navale russo-cinese

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 30.07.2017L’esercitazione congiunta navale tra navi russe e cinesi a fine luglio è senza dubbio uno degli eventi più importanti della moderna politica internazionale. Anche se le dimensioni di queste esercitazioni erano notevolmente inferiori a quelle statunitensi-nippo-indiane Malabar, tenutesi nello stesso tempo nella baia del Bengala. L’esercitazione navale nel Mar Baltico è particolarmente importante per numerosi fattori, inclusi gli Stati che vi hanno partecipato, lo sfondo politico che le accompagnava e regione e momento in cui si svolgevano. In termini di produzione la Cina è già leader globale. Nel gennaio 2017, al Forum economico mondiale di Davos, il Presidente cinese Xi Jinping annunciava pubblicamente la disponibilità ad assumersi il ruolo di motore dell’economia mondiale. La sua visione del progetto One Belt, One Road (OBOR) è già la base della politica estera cinese. L’emergere della Cina a nuova superpotenza globale è percepita a Washington come principale minaccia al suo dominio incontestato nel mondo. Oggi si nota la stessa situazione verificatasi all’inizio del XX secolo, quando la lotta tra la vecchia superpotenza (Gran Bretagna) e quelle emergenti (USA, Germania) si concentrò sul controllo delle rotte commerciali marittime. Tuttavia, questo aspetto particolare rimane l’elemento più vulnerabile del pianto cinese per diventare il nuovo leader mondiale. Pertanto, non sorprende che lo sviluppo di una Marina sia una priorità della Cina. Oggi, le navi militari cinesi non solo controllano le acque nazionali, ma pattugliano anche Oceano Indiano e Mar Mediterraneo. Tuttavia, il viaggio dall’altra parte del globo, dalle basi in Patria al Mar Baltico, intrapreso dal gruppo di navi militari cinesi allo scopo di condurre le esercitazioni congiunte con le forze navali russe, è un evento senza precedenti. Dimostra le capacità della moderna Marina cinese assieme all’importante ruolo che la Russia svolge nei piani globali di Pechino. Un altro motivo dell’apparizione inaspettata di navi militari cinesi nel Mar Baltico è il ritmo estremamente lento con cui i rapporti tra Pechino e Bruxelles evolvono. Insieme ai problemi sulle relazioni tra Stati Uniti e Cina, questo argomento passa gradualmente verso il piano centrale della geopolitica globale.
Un elemento importante di questo processo è l’idea che la Cina presentò a un gruppo di Stati dell’Europa dell’Est per creare infrastrutture dei trasporti dalla Grecia alla Polonia. Nel 2012, questa idea fu discussa in un forum speciale con la partecipazione di Pechino e di 16 Paesi dell’Europa orientale. Tuttavia, Washington ha cercato di trascinare lo stesso gruppo di Paesi nei propri progetti sfruttando la Polonia. La “proiezione di potenza” cino-russa nella regione può mettere fine a tali giochi. È probabile che la Germania sia disposta a contribuire in silenzio in ciò. Per la Russia, è curioso che, proprio come cento anni fa, sia percepita da “certe forze” come l'”anello più debole” (questa volta in tandem con la Cina) e pertanto sia divenuta obiettivo di ogni attacco. Pertanto, sullo sfondo dei noti eventi recenti, il sostegno politico della Russia alla seconda potenza mondiale tramite le esercitazioni congiunte nel Baltico si rivela estremamente tempestivo. Tuttavia, le stesse esercitazioni possono essere considerate in modo diverso, come il tentativo di Mosca di sostenere politicamente la Cina, dato che l’esercitazione Malabar sopra citata mira a contrastare l’avanzata della Cina. Mentre subiscono la stessa pressione politica, economica e militare-strategica da un gruppetto di Stati, è naturale che Cina e Russia espandano ed approfondiscano la partnership strategica. Tuttavia, non trasformano tali legami in un’alleanza militare-politica, mantenendo così libertà di manovrare nei rapporti con l’occidente. Tuttavia, queste manovre vanno molto meglio quando si sa che qualcuno copre la schiena. È perciò che nel corso dell’esercitazione navale nel Mar Baltico, il Segretario del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa Nikolaj Patrushev incontrava l’aderente al Consiglio di Stato della Repubblica popolare cinese Yang Jiechi nell’ambito del 13° giro di consultazioni russo-cinesi sulla stabilità strategica. Secondo i media, i colloqui riguardavamo una vasta serie di questioni legate a sicurezza e cooperazione militare.

Vladimir Terekhov, esperto di questioni della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il dragone arriva nel Baltico

Chroniques du Grand Jeu 21 luglio 2017In ciò che può essere visto come chiaro affronto all’impero USA-NATO, le Marine russa e cinese oggi iniziavano le esercitazioni navali congiunte nel Mar Baltico. È la prima volta che Pechino invia la flotta nella zona e non è un caso. Un esperto militare russo fornisce un’interessante illuminazione: “Dal 2015, le esercitazioni russo-cinesi si avvicinano sempre più ai “focolai di tensione” alle rispettive frontiere. Ciò avviene in parallelo all’incremento della presenza militare degli alleati europei degli Stati Uniti in Asia (…) L’interferenza europea nei contenziosi all’altro capo del mondo sarebbe tutt’altro che piacevole per la Cina, decidendo d’inviare le sue navi nel Mar Baltico. Entrambi i Paesi sottolineano il carattere umanitario e antiterroristico delle manovre, ma sappiamo che nelle esercitazioni Joint Sea precedenti, i marinai dei due Paesi si addestrarono a condurre una guerra locale, in particolare a contrastare attacchi aerei e sottomarini e all’uso di missili antinave”. Infatti, la seconda parte delle manovre, di grande ampiezza, avverrà nei mari del Giappone e di Okhotsk a settembre, mentre quelle dello scorso anno avvennero nel Mar Cinese Meridionale, altro punto di tensione. In questa occasione, Xinhua News Agency fu anche divertita dalle reazioni occidentali: “E’ possibile che i legami militari sempre più stretti tra Russia e Cina innervosiscano certuni“. Nel 2015, le due flotte si ritrovarono nel porto russo di Novorossijsk sul Mar Nero, per partecipare alle manovre nel Mediterraneo.Si vede che tutte le aree di attrito tra l’impero marittimo degli Stati Uniti e il duopolio continentale sino-russa sono toccate. Putin ha anche appena firmato la nuova dottrina navale russa, che sarà in vigore fino al 2030 e che, per la prima volta, indica in modo esplicito l’ampiezza delle minacce, “il proposito di diversi Paesi, in particolare Stati Uniti e loro alleati, di voler dominare gli oceani del mondo“. L’atmosfera, l’atmosfera…
Nei mari della Cina, meridionale e orientale, la bonaccia si alterna a improvvise tempeste. Implicitamente, ed è ovvio, vi è la volontà eurasiatica di aprirsi ai porti del mondo-oceano e, al contrario, il tentativo degli Stati Uniti di circondare e contenere l’Eurasia. Pechino comincia a creare un enorme sistema di monitoraggio subacqueo nei due mari del conflitto, con la copertura di ragioni difficilmente discutibili (ambiente, pesca, allerta tsunami), ovviamente includendo più sfaccettature segrete (informazioni, sorveglianza militare). Nella difficile disputa sul Mar Cinese Meridionale, dove non meno di sei Paesi avanzano rivendicazioni, il drago ha tagliato il nodo gordiano delle Spratly. Gli isolotti disabitati vedono crescere come funghi aeroporti, stazioni radar e silos di missili, e Duterte, il fumantino presidente filippino più o meno passato nel campo sino-russo, a quanto pare non vi trova nulla di sbagliato. A 10000 chilometri di distanza, il Baltico vede da anni una successione di provocazioni tra la NATO e l’Orso, con intercettazione di aerei, acrobazie aeree sulle navi…
In questo contesto, le esercitazioni sino-russe ovviamente portano un messaggio: “Con l’invio dei suoi cacciatorpediniere lanciamissili più avanzati, la Cina esprime sincerità nei confronti della Russia e invia un segnale ai Paesi che ci provocano“. I vassalli europei di Washington hanno risposto come al solito, a colpi di fanfaronate mediatiche, come la reazione infantile al passaggio della flotta russa in rotta verso la Siria, qualche tempo fa; si ricordino gli inglesi affermare senza ridere di centrare la “Flotta di Putin” e “non lasciarle un millimetro”. Allo stesso modo, le navi cinesi sono state “scortate” dalle Marine inglese, olandese e danese (Copenhagen aveva probabilmente paura di essere attaccata…) Piccola ciarlatana anche nelle comunicazioni, la Royal Navy inviava una vecchia fregata, obsoleta quasi quanto la venerabile regina. Il contrasto con ciò che la Cina ora produce è sorprendente. Il mondo di ieri e di domani in qualche modo…

Il distaccamento navale della Marina dell’EPL arriva a Baltijsk
BuryatIl distaccamento navale della Marina cinese è arrivato a Baltijsk per partecipare all’avvio delle esercitazioni navali congiunte russo-cinesi “Cooperazione sul Mare 2017”. Secondo il Ministero della Difesa, l’esercitazione coinvolge una decina di navi di diverse classi, più di una dozzina di aerei ed elicotteri della Marina russa e della Marina dell’Esercito di liberazione popolare della Cina. Gli obiettivi principali sono migliorare l’efficienza dell’istruzione nella cooperazione tra le due Marine militari per contrastare le minacce alla sicurezza in mare, collaborazione degli equipaggi delle navi da guerra russe e cinesi, rafforzamento della amicizia e cooperazione tra Marina russa e Marina dell’EPL. Nelle esercitazioni parteciperanno il cacciatorpediniere Tipo 052D Hefei, la fregata Tipo 054A Yuncheng e la nave d’appoggio e rifornimento Tipo 903A Lomahu, informa il servizio stampa della Flotta del Baltico. È la prima visita della Marina cinese nel Baltico, nota il Ministero della Difesa russo.
La fase attiva delle manovre russo-cinesi si terrà dal 24 al 27 luglio in una zona designata del Mar Baltico, dove si svolgeranno numerose operazioni navali congiunte, nonché addestramento nell’organizzazione congiunta delle difesa anti-som, antiaerea e antinave. Le manovre si svolgeranno anche nei mari di Barents e Okhotsk. Dopo l’esercitazione in mare le navi della Marina cinese visiteranno San Pietroburgo. Per la prima volta le manovre “Cooperazione sul Mare” furono organizzate nel 2012 e da allora si svolgono regolarmente con un complesso consistente di compiti e coordinamenti. Non sono dirette contro altri Stati ed sono il contributo russo-cinese per rafforzare la sicurezza negli oceani del mondo, afferma il Ministero della Difesa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La crisi del Qatar si diffonde in Africa

Evgenij Satanovskij, VPK, 06.07.2017 – South Front
Evgenij Satanovskij, Presidente dell’Istituto sul Medio OrienteL’esplosione delle contraddizioni tra Qatar e Turchia da un lato ed Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e satelliti dall’altra, si riflettono nella situazione militare-politica non solo di penisola araba, Siria e Libia, ma in Africa orientale, associata al complicato sistema di relazioni dei protagonisti della crisi. Nonostante il significato, come avviene nell’Africa sub-sahariana, sono sconosciuti al di fuori della ristretta cerchia di specialisti. Il presente articolo si basa sui materiali di A. Bystrov e J. Sheglovin dell’Istituto del Medio Oriente.

La battaglia sulla carne
I conflitti armati nella regione dell’Afar (Uganda) tra le tribù Atcholi e Madi portano l’Egitto sull’orlo di una catastrofe alimentare. Negli scontri l’esercito ugandese ha occupato i corridoi logistici della regione, utilizzati dai nomadi per migliaia di capi di bestiame dal Sud Sudan (e dallo Stato sudanese del Kordofan meridionale) fino all’Uganda. I bovini vengono inviati nei macelli, appartenenti alla Holding Alimentare Egitto-Uganda (UEFS); la carne viene per lo più inviata in Egitto (volume commerciale fino a 11 milioni di dollari al mese). L’impresa è stata fondata con il sostegno dell’Egitto, è guidata da egiziani e istituita nel territorio dell’Afar nell’ambito della strategia di sicurezza alimentare del Paese, tenendo conto delle proiezioni delle Nazioni Unite sulla crisi alimentare prevista nei prossimi due anni. L’esportazione di bestiame dal Sudan all’Egitto attraverso il confine è attualmente difficile e connessa all’acuirsi delle relazioni dopo l’accusa do Cairo del sostegno di Khartoum alla Fratellanza musulmana egiziana, fornendogli campi di addestramento nei pressi delle frontiere. A causa di ciò, la disputa territoriale s’è accesa nell’area di Halaib. Secondo l’Egitto, l’Uganda è autorizzata a partecipare alle discussioni sulla costruzione della diga etiopica “Rinascimento” sul Nilo Azzurro e, a questo proposito, sui rischi del sistema di irrigazione egiziano di grande importanza per la sicurezza alimentare. Attualmente l’invio di 85 mila capi è bloccato nella regione Nimol dell’Afar, influenzando negativamente il lavoro dei macelli. Secondo la relazione del rappresentante egiziano Sh. Qalin, inviato da Cairo a fine di maggio, 150 capi vengono inviati alla macellazione ogni giorno invece dei 1000 previsto. L’azienda subisce perdite. Cairo dovrebbe spostare la produzione in Tanzania; altrimenti l’interruzione delle forniture di carne all’Egitto diverrà critiche. È così importante per Cairo che al-Sisi voleva incontrarsi il 10 giugno a Berlino con il presidente ugandese I. Museveni, per discuterne, ma che rifiutava. Si comprende l’importanza della situazione, anche per il suo clan, dagli interessi che nella holding di EUFS sono rappresentati da due persone fidate: il capo della maggiore cooperativa agricola Ankole Long-Horned Cooperative per l’allevamento del bestiame, E. Kamihigo, e suo cugino S. Saleh. Inviava nella regione il ministro dell’Agricoltura V. Sempilije, per trovare modi di salvare i macelli e garantire una logistica sicura. Il ministra istruiva una sua persona fidata, il generale M. Ali, per trovare una sistemazione con i gruppi tribali Madi, che scacciano dalla terra i membri delle tribù Atcholi, complicando ancora di più la situazione. Le relazioni egiziane-ugandesi incontrano tempi difficili. Un anno fa, Cairo e Kampala erano alleati strategici. Gli egiziani parteciparono alla pianificazione delle operazioni congiunte con le agenzie di sicurezza e intelligence ugandesi contro l’opposizione, l’esercito egiziano insieme ai mercenari assunti da Eritrea, pagati dagli UAE, erano in guerra contro i ribelli del LRA nelle giungle del nord del Paese. Esercito e polizia ugandesi furono inviati in Egitto per l’addestramento presso istituti egiziani. La visita di Museveli a maggio in Qatar ha cambiato tutto, incontrando l’emiro Tamim e firmando l’accordo sul dispiegamento della base militare di Doha in Uganda con la promessa di investimenti. Questa posizione di Kampala sullo sfondo della crisi nel GCC dimostra a Cairo che le relazioni in Africa sono momentanee.

Yoweri Museveni e Recep Tayyip Erdogan

Sudan caldo
A giugno Museveni confermava pubblicamente che il suo Paese non avrebbe partecipato ad alcun atto ostile contro l’attuale regime di Khartoum. L’annuncio si aveva dopo la riunione del leader ugandese con il vicepresidente del Sudan Q. Muhamad Abdarahman, partecipando alla conferenza in solidarietà con i rifugiati di Kampala sotto gli auspici dell’ONU. Le parti accettavano di rispettare i termini dell’accordo raggiunto nel 2016 durante il summit di Khartoum. In sostanza: l’Uganda pone fine alla saga del Sud Sudan, ritirando il contingente militare ad eccezione di alcuni battaglioni che devono badare alle attività del LRA. Anche Khartoum pone fine al sostegno a tale gruppo e ne liquida le retrovie nel Darfur. Il problema del LRA è importante per Kampala. Per frenare la crescente forza del gruppo di D. Kony, gli ugandesi dovevano avere l’aiuto dell’Egitto e dei mercenari eritrei. Kampala si è impegnata a por fine al sostegno ai gruppi di opposizione negli stati del Sud-Kordofan e del Nilo blu (ribelli del Nuba e del SPLA-Nord) e nel Darfur (Movimento per la giustizia e l’uguaglianza – MJE). Membri delle forze di stabilizzazione militari del presidente del Sud Sudan, S. Kiir, continuano ad essere schierati nel Sud Sudan, mentre in occasione della riunione fu deciso che Kampala s’impegnasse nel dialogo tra Kiir e l’ex-vicepresidente R. Machar Khartoum a sua volta s’impegnava ad aderire alla precedente linea di condotta sulla questione sud-sudanese, rifiutando di sostenere Machar e la sua organizzazione, compresi i rifornimenti aree alle basi logistiche e ai campi di addestramento. Quanto al dialogo nazionale nel Sudan, questo argomento fu toccato solo di passaggio. Il leader dell’influente partito secolare dell’opposizione, Ummah, S. al-Mahdi, l’ha definito defunto. Così per Musaveni, le idee dell’opposizione sudanese non sono tanto importanti, anche se incoraggiate e finanziate dai servizi speciali dell’Egitto, per la sopravvivenza politica alla pressione dell’opposizione e per il mantenimento dell’influenza nel Sud Sudan attraverso il rafforzamento della posizione di Kiir e riducendo l’influenza di Machar. Il percorso più breve e meno costoso a ciò è la conclusione di un patto di non aggressione con Khartoum e una mediazione con la leadership del Sud Sudan per una sistemazione pacifica. Questo gli permette di proteggersi dalle provocazioni di Khartoum e di porre fine alla crisi nel Sud Sudan. Nei negoziati è stato raggiunto un accordo sulla creazione di comitati locali per lo sviluppo della cooperazione nelle sicurezza, economia e cultura. Gli ugandesi ufficialmente si sforzano di porre fine alla guerra civile nel Sud Sudan, creando le condizioni per i colloqui diretti tra Kiir e Machar. Quest’ultimo ha dichiarato di essere pronto alle consultazioni, che saranno preludio del riavvio del processo di pace. Tuttavia, c’è ragione di credere che non ci siano parole di riconciliazione dai politici sudsudanesi. Per ordine del presidente ugandese, alcune colonne di armi e munizioni furono spedite al partito di Kiir prima dell’offensiva decisiva contro i ribelli di Nuer Machar.

Salva Kiir e Yoweri Museveni

Il viaggio somalo di Erdogan
Sulla sfondo della cris in Qatar, Doha e Ankara aumentano gli sforzi sui punti più sensibili dei concorrenti in Africa. Erdogan ordinò ad agosto d’inviare 300 soldati turchi nella base in Somalia, la cui costruzione iniziò nel marzo 2015 costando ad Ankara 50 milioni di dollari. Si suppone che vi saranno impiegati circa tremila soldati, che addestreranno i militari delle forze armate somale. Finora vi sono alloggi per 1500 soldati. Ci saranno tre scuole militari, dormitori e magazzini per quattrocento ettari. Gli esperti sono convinti che l’obiettivo principale della base è la presenza militare turca nella regione in contrappeso alle crescenti capacità emirote e egiziane nella regione del Corno d’Africa e dell’Africa orientale. L’accordo el Qatar sull’organizzazione della base militare in Uganda fa parte di questa strategia. A marzo Erdogan e il Capo dello Stato Maggiore delle Forze Armate della Turchia H. Akar esaminarono la realizzazione di questo piano militare in Somalia. Gli UAE rafforzarono la presenza (il ruolo principale sarà dell’esercito egiziano ed associati provenienti dalla compagnia militare privata “Blackwaters“) nella regione del Corno d’Africa. Il discorso non riguarda solo la base di Berbere in Somaliland, ma anche le infrastrutture militari di Baidoa e Kismayo. Cioè, Abu Dhabi occupa le coste, formando una catena di basi nella maggior parte dei porti principali della regione. Non solo le principali rotte logistiche finiscono sotto loro controllo (esclusa la pirateria o la guerra nello Yemen), ma anche i principali porti regionali. Allo stesso tempo, le autorità degli Emirati Arabi Uniti cercano di partecipare agli affari interni della Somalia. Quindi, hanno dato garanzie finanziarie a Mogadiscio su trasferimento e reinsediamento dei rifugiati somali, che le autorità keniane trasferiscono dal campo di Dabab. Allo stesso tempo, il principe degli UAE M. bin Zayad cerca il sostegno da Washington per le azioni in Somalia e ha suggerito al capo del Pentagono J. Mattis d’inviare negli impianti militari degli UAE 400 conmando statunitensi. Tutto questo in reazione a Qatar e Turchia. Le basi militari somale e ugandesi sono solo una parte della risposta. Le leve economiche sono utilizzate per influenzare la situazione, con cui sono riusciti a invertire l’atteggiamento negativo del presidente M. Farmajo sulle loro attività in Somalia. Si presume che in agosto i presidenti turco e somalo apriranno insieme la struttura. Per Farmajo, ciò sarà uno dei temi principali considerando il fatto che Londra ha rifiutato le garanzie finanziarie all’esercito somalo attraverso il ministro degli Esteri della Gran Bretagna B. Johnson. I cadetti della prima coorte laureata sono solo del clan nativo del presidente. Sembra che non prevedano la creazione di un esercito nazionale ma di una guardia personale. In questo contesto c’è stata la soluzione al problema del rilascio delle licenze alla società turca Turkiye Petroleri AO (TPAO) per la perforazione offshore, inizialmente bloccata dal presidente somalo. Le autorità del Qatar cercavano di attirarlo nella propria orbita d’influenza, rinunciando all’illegale operazione tra UAE e Somaliland per l’acquisto della base militare di Berbera senza l’approvazione ufficiale di Mogadiscio. Il 25 maggio, il presidente Farmajo visitava Doha e l’emiro T. bin Hamad al-Thani gli ha concesso sei milioni di dollari per “bisogni economici immediati“. Allo stesso tempo, fu deciso che nel prossimo futuro Mogadiscio preparerà un elenco di piani commerciali dal finanziamento qatariota. I ministri degli Esteri di Qatar e Somalia, M. bin Abdurahman al-Thani e Y. Garad Omar, affermavano in una dichiarazione congiunta,il crescente ruolo fondamentale del Qatar nella stabilizzazione della situazione nel Corno d’Africa“.

M. Farmajo e Recep Tayyip Erdogan

Allarmi e Mirage
La crisi legata al conflitto tra Arabia Saudita, UAE, Egitto, Qatar e Turchia colpisce Medio Oriente, Africa settentrionale ed orientale. La maggior parte dei Paesi della regione cerca di restarne fuori, limitandosi a dichiarazioni generali, che alle parti del conflitto non aggrada. Quindi, Doha ovunque ponga fine alla propria presenza militare, provoca conflitti armati, come nei rapporti con Gibuti. In particolare, in risposta alle dichiarazioni anti-qatariote del presidente I. Guelleh, ritira il contingente di pace che separava Gibuti dale truppe eritree in una zona controversa creando panico a Gibuti e all’alleata Etiopia, che dichiarava che l’Eritrea occuperà la province lasciate dai qatarioti. Il 18 giugno, l’Etiopia inviava al Consiglio di sicurezza dell’ONU una richiesta sull’introduzione di una missione mista di controllo dell’Unione africana e delle Nazioni Unite per evitare l’escalation del conflitto. Ciò è accaduto dopo che il 14 giugno Gibuti annunciava la ritirata delle truppe del Qatar nella zona demilitarizzata, portando all’ammassamento di forze etiopi al confine tra Eritrea e Gibuti. Le preoccupazioni di Addis Abeba sono comprensibili: oltre alle ostilità con Asmara, è importante l’operatività delle ferrovie che recentemente, con grande sforzo dalla Cina, collegano l’Etiopia ai porti di Gibuti. Nel frattempo, le discussioni tra le varie fazioni del governo di Addis Abeba si tengono sul tema dell’azione in questa situazione. Il Capo di Stato Maggiore dell’esercito etiope M. Nur Yunus (Samora), appartenente all’ala conservatrice Mekele del Fronte della Liberazione Popolare del Tigray (TPLF) guidato da A. Woldu, invica le operazioni militari contro gli eritrei. I sostenitori del ministro delle Telecomunicazioni D. Gebremichael, raggiunto dall’ex-Capo di Stato Maggiore Generale dell’Rsercito S. Mekonen e dal capo del Servizio nazionale di intelligence e sicurezza (NISS) G. Assefa, si oppongono. Sono contro la soluzione militare al problema, che altrimenti garantirà un conflitto armato nel prossimo futuro. Tra l’altro, dato che le forze armate etiopiche sono coinvolte nella repressione della rivolta dei musulmano Oromo, attivamente istigata da EAU e Egitto attraverso l’Eritrea. La situazione è così allarmante che Addis Abeba è costretta a ritirare truppe dalla Somalia per il fronte interno. Gibuti ha inviato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite messaggi allarmanti. Ad esempio, la “bandiera eritrea già sventola sulla zona controversa del monte Gabija”. L’obiettivo è semplice. Secondo il trattato Francia-Gibuti del 1977, la Francia deve intervenire in caso di violazioni da parte dell’Eritrea dell’accordo sulle zone demilitarizzate o di atti di aggressione. Cioè, Gibuti vuole trascinare Parigi nel conflitto. I Mirage dell’Aeronautica francese sorvolavano la zona senza notare movimenti delle forze eritree. La questione dei territori controversi riconosciuti da Asmara fu risolta con il verdetto del tribunale internazionale, sfavorevole all’Eritrea, che ritirò le truppe dalle aree riconosciute territorio di Gibuti. Lo scopo di Ismaïl Guelleh è alleggerire la propria posizione in relazione alla crescente pressione dell’opposizione su lui e il suo clan, i cui capi rimangono legati ali EAU e godono del sostegno di Abu Dhabi. L’azione anti-Qatar dalle autorità di Gibuti è dovuta ai tentativi di riaffermare la politica di sviluppo del partenariato con i sauditi in forza della promessa di Riyadh di miliardi di dollari di investimenti e dell’organizzazione di una base militare saudita a Gibuti. Le relazioni della leadership di Gibuti con gli EAU sono cattive e Riad ne incoraggia il passo anti-Emirati. Gibuti, dal suo punto di vista, assicura un azione anti-Qatar e l’isteria nell’arena internazionale in una situazione in cui gli EAU, attraverso l’Eritrea, organizzano provocazioni militari contro Gibuti. Infatti, né sauditi né EAU finora sono pronti a un tale sviluppo. Il Qatar non potrà organizzare un conflitto nell’Africa orientale contro Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ma la situazione è sempre più complicata.

Ashton B. Carter e il Generale Samora Yunis

Flussi di armi
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe documentare le attività del Qatar, che sostiene i gruppi terroristici che operano in Libia. Questo fu dichiarato dal Ministero degli Esteri dell’Egitto alla riunione del Comitato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nella dichiarazione per contrastare il terrorismo. Cairo ha chiesto la rimozione dell’embargo sulle armi all’Esercito Nazionale Libico (LNA), che nessuno accetterà. Il Qatar fornisce armi agli islamisti attraverso i clan di Tripoli e Misura, associandosi alla Fratellanza musulmana. Anche Sudan e Turchia lo fanno. Inoltre, secondo i dati forniti dai servizi speciali dell’Egitto, nel Sudan le basi logistiche sono dispiegate non solo da Qatar ma anche dall’Iran. Teheran rifornisce la striscia di Gaza attraverso il Sinai. Doha è specializzata nell’invio di armi in Libia e Sinai. Khartoum, nonostante la divisione pubblica con Teheran e l’alleanza con Riyadh, continua ad utilizzare i legami con Qatar e Iran per sostenere materialmente gli islamisti e i sostenitori di Hamas. Riyadh dovrebbe controllare le azioni di Khartoum in quella direzione e in alcuni casi, se necessario, correggerle, ma ciò non accade. L’attacco di Arabia Saudita, EAU ed Egitto al Qatar non significa che la loro alleanza sia forte. Gli interessi sauditi, in combinazione con gli Emirati Arabi Uniti, sono diversi in tutti i punti chiave della regione, dallo Yemen al Corno d’Africa e alla Libia. Difatti, Riyadh ha posto a capo del governo di accordo nazionale Fayaz al-Saraj, ma Abu Dhabi e Cairo il comandante in capo delle Forze Armate di Tobruq, Generale Q. Haftar. L’Arabia Saudita trae vantaggio dell’indebolimento di Haftar, da qui l’atteggiamento conciliatorio di Riyad verso la presenza in Sudan delle basi di addestramento dei terroristi dei Fratelli musulmani nelle aree di confine egiziane e il trasferimento di armi agli islamisti libici attraverso la logistica sudanesi nel Darfur. Nel sud, contro le forze di Haftar, “l’opposizione ciadiana” è in guerra sotto la sfera d’influenza dei servizi di sicurezza sudanesi. Riyadh utilizza la carta della vittoria sudanese per scoraggiare EAU ed Egitto.
Le conclusioni sono semplici. L’alleanza dei Paesi sunniti nel formato “NATO del Medio Oriente”, di cui parlano gli Stati Uniti, non è realistica. Ben presto la tensione anti-Qatar calerà e le contraddizioni tradizionali di Riyadh, Abu Dhabi e Cairo, profonde, si manifesteranno e non permetteranno alcuna alleanza temporanea per risolvere obiettivi tattici. Quindi, il Qatar non avrà una posizione difensiva a lungo; ha abbastanza alleati per andare all’offensiva. Questo rende l’attacco contro Doha insensato. Dalle dichiarazioni del dipartimento di Stato degli USA, è abbastanza chiaro che Washington lasci che gli eventi seguano il loro corso senza interferire…Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I bombardieri russi impiegano nuovi missili contro lo Stato islamico

Alex Gorka SCF 06.07.2017

Il 5 luglio, i bombardieri strategici russi hanno colpito lo Stato islamico (IS) in Siria con i nuovi missili da crociera aerolanciati (ALCM) Raduga Kh-101. Secondo il Ministero della Difesa russo, i bombardieri Tu-95MS hanno lanciato missili da crociera Kh-101 su obiettivi dello SIIL lungo il confine tra le province siriane di Hama e Homs. Gli aerei sono decollati dall’aeroporto di Engels in Russia per effettuare un volo con rifornimento aereo. Rientravano alla base dopo la missione. L’aeroporto di Humaymim, nella provincia di Lataqia, attualmente impiegato dall’aviazione frontale, non è adatto ai bombardieri strategici. La sua pista è troppo corta e manca dell’infrastruttura necessaria. Ma i bombardieri strategici possono operare senza atterrare in Siria.
Tre depositi di munizioni e un comando preso Uqayribat furono distrutti. Gli aerei rientravano alla base nella Russia sud-occidentale, dopo aver lanciato i missili a una distanza di 1000 chilometri dagli obiettivi. Il Ministero non ha detto quanti aeromobili presero parte all’attacco, ma ha detto che i bombardieri strategici furono scortati da caccia Sukhoj Su-30SM provenienti dalla base aerea russa nella provincia di Lataqia. L’attacco era il sesto in cui la Russia utilizzava il Kh-101. Un Tupolev-95MS può portare 8 missili. Un bombardiere Tu-160 12. Oltre 60 velivoli con a bordo missili da crociera fanno parte dell’aviazione a lungo raggio della Russia. Un Su-34 è un velivolo tattico che può trasportare 2 missili di questo tipo. Il Raduga può essere dotato di testate ad alto esplosivo, penetranti o cluster. La testata convenzionale conterrebbe 400 kg di esplosivi. La versione Kh-102 può essere dotata di testata nucleare da 250kt. Il Kh-101 utilizza il GLONASS, il sistema di navigazione satellitare russo, per la correzione della rotta e avrebbe un’accuratezza di cinque-sei metri per una gittata efficace fino a 4500 km. La lunga gittata consente di colpire obiettivi in profondità nel territorio nemico senza minacciare la piattaforma di lancio. Il missile può essere lanciato a una quota di 3000-12000 m. Il peso operativo è di 2400 kg, inclusa la testata. La quota di volo 30-6000 m. Deviazione massima: 20 m. Precisione sugli obiettivi in movimento: 10 m. La massima precisione è 5 m. Può accelerare alla velocità massima di 2500 km/h e salire alla quota massima di oltre 15000 metri. Senza booster, l’ALCM va lasciato cadere per acquisire velocità iniziale. Il Kh-101 ha un profilo di volo variabile con una quota compresa tra 30 e 6000 m, una velocità di crociera di 190-200 m/s e una velocità massima di 250-270 m/s. Il Raduga vanta una bassa firma radar. Con la configurazione a “siluro aereo” la sezione trasversale sul radar è di circa 0,01 metri quadrati. L’ALCM ha ali mobili e utilizza materiali radar assorbenti, antenne conformi e altre tecnologie stealth. Il missile utilizzerebbe una combinazione di guida inerziale e navigazione satellitare utilizzando il sistema russo GLONASS. È possibile correggerne la rotta in volo. Un sistema di correzione optoelettronica viene utilizzato invece del radioaltimetro. Con caratteristiche furtive, il missile vola a bassa quota, evitando i radar e nascondendosi dietro il terreno. Nella fase terminale, il missile individua l’obiettivo attraverso coordinate e riconoscimento delle immagini a bordo, sostanzialmente corrispondenti all’immagine caricata dell’obiettivo su cui il missile punta. Se tutto va come pianificato, la testata viene puntata direttamente sull’obiettivo per l’impatto. Le difese aeree possono essere sopraffatte con diversi Kh-101 in volo a bassa quota da diverse direzioni, violando le difese aeree nei punti deboli. I Raduga possono anche seguire rotte circolari per raggiungere gli obiettivi, evitando radar e difese aeree.
Nessuna altra forza aerea al mondo ha un’arma con tali grande gittata, grande precisione e caratteristiche stealth. Il Kh-101 supera ogni analogo statunitense su più aspetti. La potenza di fuoco e la mobilità mostrate il 5 luglio sono un timido avvertimento sulle crescenti capacità militari russe. Un altro vantaggio: con questa capacità d’attacco aereo e di superficie, la Russia non ha bisogno di violare il trattato INF, cosa di cui gli Stati Uniti l’hanno recentemente accusata. Semplicemente non serve avendo tale straordinaria potenza d’attacco aereo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia rafforza la presenza nel Mediterraneo

RDP 12 giugno 2017La Marina russa rafforza la presenza nel Mediterraneo. Recentemente annunciava l’intento di aumentare il contingente da 10 a 15 navi. Questa maggiore attività è causa ed effetto dello sforzo della Marina per rianimare la Flotta del Mar Nero (BSF), praticamente moribonda solo pochi anni fa. Il 1° giugno, la TASS riferiva che l’attuale forza navale russa nel Mediterraneo comprende le fregate Proekt 11356 Admiral Grigorovich e Admiral Essen, il cacciatorpediniere Smetlivyj della classe Kashin, le navi d’assalto anfibio Tsezar Kunikov, Nikolaj Filchenkov e Azov, il sottomarino convenzionale Proekt 636.3 Krasnodar, cacciamine e imbarcazioni “anti-sabotaggio” non specificati, una petroliera e altre navi di supporto. Quindi non è chiaro quante navi russe ci siano oggi nel Mediterraneo. Il venerando Smetlivyj rientrava a Sebastopoli il 3 giugno, la nave opera nella BSF dal 1969. Admiral Essen e Krasnodar lanciarono missili da crociera Kalibr su posizioni dello Stato islamico presso Palmyra il 31 maggio. Altre unità della BSF, Admiral Grigorovich, le corvette lanciamissili Proekt 21631 Zeljonyj Dol e Serpukhov e il sottomarino Rostov-na-Donu, lanciarono missili Kalibr su bersagli in Siria dal Mediterraneo orientale nel 2015 e nel 2016. Prima la Marina era priva della capacità di attacco antisuperficie nel Mediterraneo, impiegando navi di superficie della Flottiglia del Caspio per lanciare i missili Kalibr. Tuttavia, queste armi dovevano sorvolare il territorio iraniano e iracheno per raggiungere la Siria. Il 6 giugno, Interfax-AVN riferiva che la Marina Militare russa non ridurrà i missili da crociera della sua “formazione operativa permanente” nel Mediterraneo, secondo una fonte “familiare verso la situazione”. Quindi, a quanto pare non è previsto che Admiral Grigorovich, Admiral Essen e Krasnodar rientrino presto a Sebastopoli. Aderivano alla formazione mediterranea russa ai primi di aprile e a metà maggio rispettivamente.Non una grande formazione
L’attuale forza mediterranea della Russia è erroneamente chiamata squadrone come la precedente 5.ta Eskadra d’epoca sovietica. Tuttavia, la Marina Militare russa afferma che la sua presenza nel Mediterranea è una formazione e non una grande formazione. Una formazione è tipicamente la divisione navale di 5-10 navi di superficie con un comando O-6. Una grande formazione, al contrario, è una componente importante della flotta, lo squadrone o eskadra con un comando O-7. Tale comando è tipicamente un passo avanti per un comandante della flotta. Contrariamente alla formazione odierna, la 5.ta Eskadra aveva normalmente 40-50 navi nel Mediterraneo durante la guerra fredda negli anni ’70 e ’80. Probabilmente più dell’intera BSF di oggi. Dopo l’attacco coi Tomahawk degli Stati Uniti sulla base aerea Shayrat in Siria del 7 aprile, Vladimir Pavlov scrisse delle capacità declinanti della Russia nel Mediterraneo. Pavlov concluse che il breve e sfortunato dispiegamento dell’Admiral Kuznetsov nel Mediterraneo orientale di quest’inverno aveva lasciato tali acque agli Stati Uniti (mentre la portaerei russa avrebbe impedito l’azione statunitense). Pavlov osservava che la Marina doveva affidarsi alle navi di altre flotte, in particolare del Baltico, per mantenere la formazione nel Mediterraneo. Le cose sembrano un po’ migliorate con le due fregate Proekt 11356 della BSF. La terza, Admiral Makarov, dovrebbe aderire alla flotta quest’anno. La flotta ha il suo complemento in 6 nuovi sottomarini Proekt 636.3. Le corvette lanciamissili Zeljonyj Dol e Serpukhov entrarono in servizio alla fine del 2015. Altre dovrebbero seguire. La seconda nave d’intelligence Ivij Khurs, seconda Proekt 18280 Jurij Ivanov, dovrà sostituire la Liman, affondata presso Istanbul dopo la collisione con un cargo africano il 27 aprile. Tuttavia, il resto della flotta di superficie della BSF è vecchio. L’incrociatore lanciamissili Proekt 1164 classe Slava Moskva sarà presto revisionato e modernizzato. Gli altri cacciatorpediniere, pattugliatori lanciamissili e navi d’assalto anfibio sono in gran parte degli anni ’70 e ’80. Le navi più vecchie pattugliavano il Mediterraneo, ma sono rientrate per la manutenzione, spesso dopo brevi sortite.
I russi originariamente formularono piani per rinnovare la presenza navale continua nel Mediterraneo nel 2011-2012, principalmente preoccupati dalla guerra in Siria pensando che potessero intervenire infine. I pattugliamenti russi iniziarono all’inizio del 2013 e le quattro flotte inviarono navi sotto il Comando Operativo della Zona Oceanica. All’epoca il Ministro della Difesa Sergej Shojgu riconobbe che le riparazioni in ritardo e la lenta costruzione delle navi ostacolavano la Marina e la rinnovata presenza nel Mediterraneo. Ma cinque anni dopo questi problemi sono stati superati in larga misura.
La TASS riferiva che il Primo Capitano Pavel Jasnitskij comanda la formazione mediterranea russa. È un ufficiale di terza generazione di 47 anni nato a Severomorsk, sede della flotta settentrionale, secondo Ruinformer.com. Dopo l’arruolamento operò su un cacciatorpediniere della Flotta del Mar Nero prima di diventare comandante, comandando la fregata Neustrashimyj della Flotta del Baltico. Doveva comandare il primo cacciatorpediniere Vnushitelnyj, della classe Sovremennyj migliorata, ma non fu finito. Invece, è stato comandante di una brigata navale. Jasnitskij è tornato presso la BSF come Capo di Stato Maggiore di una formazione. È stato Vicecapo di Stato Maggiore e Capo di Stato Maggiore del Comando Operativo della Zona Oceanica.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora