Macron dice ciò che Merkel non può su Siria e Russia

L’Europa ripensa al suo ruolo in Siria e Macron può dire ciò che Merkel non può senza causare tensioni nella NATO
Tom Luongo, Russia Insider 22/6/2017La dichiarazione del presidente francese Emmanuel Macron cambierà il gioco sulla Siria. Fino a ieri la Francia era la più violenta sostenitrice del cambio di regime statunitense in Siria. Ora ne è la critica più pragmatica. Ciò indica vari cambiamenti geopolitici. Innanzitutto, è in sintonia con l’affermazione della cancelliera tedesca Angela Merkel che l’Unione europea non dovrebbe più considerare gli Stati Uniti partner affidabile negli affari esteri. L’Unione europea infatti persegue una politica estera più indipendente. Ma ancora più importante, apre la porta all’avvicinamento con la Russia, iniziato da Merkel subito dopo l’incontro con Donald Trump a marzo. Appare la crepa sulla diga in Europa sfidando la politica statunitense su Medio Oriente e Russia. Mentre la narrativa dell’oligarchia statunitense si sgretola, la leadership dell’UE vede l’opportunità di mollare e salvare la reputazione lasciando gli Stati Uniti al loro destino. Se i rapporti sono veri, l’Iran sarebbe pronto a svelare le prove che gli Stati Uniti sostengono lo SIIL in Siria (che è comunque cosa confermata), respingendo il cambio di regime per una semplice buona politica. Merkel sa che ‘antipatia per la Russia, con cui è andata avanti quando gli Stati Uniti sembravano vincere, è perdente per la sua rielezione, ma va anche contro gli interessi della Germania. La pipeline Nordstream 2 ci sarà e le nuove sanzioni del Senato degli USA sono un passo troppo lungo nella definizione della politica dell’UE. Queste non saranno gradite agli elettori tedeschi. In secondo luogo, e soprattutto, secondo me ciò segnala un cambio fondamentale della politica dell’UE sull’immigrazione. La virtuosità segnalata sui diritti umani è inutile quando la Russia di Putin non viene assalita quotidianamente da violenze perpetrate da immigrati come in Germania, Francia e Regno Unito. Ammettendo che uno Stato siriano fallito non è più desiderato, Macron dice “mai più” al caos previsto dall’oligarchia statunitense. L’UE non supporterà più la politica che aumenta il flusso di rifugiati nel suo territorio. E la tempistica su ciò è cruciale. Le turbolenze sulla penisola araba ora minacciano di allargarsi al Golfo Persico. Con Muhamad bin Salman, responsabile della politica saudita, con una visione irrazionale sull’Iran che la conforma, la probabilità di un grande conflitto aumenta drasticamente. E dato che la multinazionale petrolifera francese Total sta per firmare un grande accordo con l’Iran, la minaccia del conflitto è d’ostacolo.
La fine rapida della guerra in Siria è pubblicamente auspicabile per l’Unione europea, poiché l’avanzata dell’Esercito arabo siriano lo garantisce sul campo. La questione è se sia solo tattica negoziale per convincere Putin a rinunciare all’integrità territoriale della Siria in cambio della fine delle sanzioni. L’UE fa rumore sulla normalizzazione delle relazioni in cambio della rapida fine delle ostilità, che consentono agli Stati Uniti di consolidare le conquiste ad est dell’Eufrate. Lo si saprà quando Merkel e Macron cominceranno a parlare dell’indipendenza curda. Comunque, il compito di Macron è dire ciò che Merkel non può senza causare tensioni nella NATO.Macron purga François Bayrou
Alexander Mercouris, The Duran 22/6/2017

Non appena le elezioni parlamentari in Francia sono finite lasciando la maggioranza parlamentare al “partito” En Marche, Emmanuel Macron ha lanciato la purga che scaccia dal governo di coalizione Francois Bayrou e quattro ministri del partito alleato. Dico “purga” anche se naturalmente non viene presentata così. Invece, abbiamo il gioco abituale, che ha accompagnato l’ascesa di Macron, accuse di corruzione su appropriazione indebita di fondi pubblici, diffuse dal settimanale satirico Le Canard enchaîné, indagini e rimozione dalla scena politica degli interessati. In ogni caso, Macron ovviamente non ne ha alcuna parte, anche se in qualche modo si rivela sempre esserne avvantaggiato. Macron aveva bisogno dell’aiuto di Bayrou per ottenere la presidenza e, ancora di più, la maggioranza del proprio partito al parlamento. Con la maggioranza assicurata, non ne ha più bisogno, quindi può dimetterlo. Molto comodamente, subito dopo le elezioni, appare lo “scandalo” che porta alle dimissioni Bayrou. La bellezza di ciò è che in ogni caso le accuse sono vere. La dirigenza francese coraggiosamente corrotta ha sempre saputo prendersi cura di sé. Ha preso Macron, e chi per lui, per trasformare questo fatto in un vantaggio politico. Macron deve comunque stare attento. Non entusiasma la Francia. Il tasso di astensione nelle elezioni parlamentari è stato così alto che il suo partito ha avuto la maggioranza dei seggi del parlamento con il 14% dei voti dell’elettorato. Nel frattempo, vecchie figure dell’élite politica francese come Fillon, Juppé, Valls, Bayrou, Sarkozy e il resto, non sarebbero umane se non avessero risentito della meteora Macron e del modo spietato con cui li ha sbarazzati, anche se a volte si sono sentiti obbligati ad aiutarlo. I due autentici outsider Mélenchon e Le Pen, sono ancora lì, anche se Le Pen è stata significativamente indebolita dal fallimento nelle presidenziali e dallo scarso risultato del suo partito nelle elezioni parlamentari. Nel frattempo, il partito di Macron, rappattumato nell’ultimo anno, appare improvvisato e vulnerabile a pressioni. Se l’andazzo gli si rivoltasse contro, cosa che in Francia accade sempre, Macron potrebbe trovarsi con una base politica inconsistente e pericolosamente a corto di amici.

François Bayrou

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Transnistria: spina nel fianco della NATO

Boris Rozhin, AlternativaSouth FrontLo stallo strategico sul Donbas che assume la forma di guerra di posizione infinita sotto gli accordi di Minsk e la crescente disintegrazione dell’Ucraina costringono il regime di Kiev a impegnarsi in teatri esteri per distogliere l’attenzione della popolazione ucraina da guerra civile, politica socioeconomica fallita e impossibilità a soddisfare le promesse che Poroshenko & Co diedero nel 2014. La Transnistria è vista come un altro fronte nella “lotta alla Russia” e occupa un posto importante nella reale e non dichiarata politica estera dell’Ucraina. La questione della Repubblica moldava di Transnistriana (PMR) è, nel contesto della crisi ucraina, strettamente legata all’idea d’espansione della NATO ad est. Dopo aver annesso la maggior parte degli Stati del Patto di Varsavia, il suo programma si volge alle repubbliche ex-sovietiche. Tale sforzo è perseguito non solo nei Paesi baltici, Ucraina e Georgia, ma anche in Moldavia. Naturalmente, tale mossa verso est preoccupa il Cremlino, espressa ufficialmente in molte occasioni ma mai considerata dall’occidente poiché non ritiene necessario mantenere la promesse date a Gorbaciov di non espandere la NATO ad est. L’espansione della NATO e l’inserimento delle repubbliche ex-sovietiche nell’orbita di un’organizzazione attivamente anti-russa hanno portato naturalmente a tensioni tra Russia e vicini, dimostrando il degrado delle relazioni tra Russia e gli pseudo-Stati baltici, l’aggressione della Georgia all’Ossezia del Sud e la successiva “Guerra delle Olimpiadi”, la mini-Majdan in Moldavia che portava alla caduta dei locali opportunisti comunisti e infine il colpo di Stato in Ucraina. Nel caso di Georgia, Ucraina e Moldova, la questione delle controversie territoriali irrisolte impedisce di aderire direttamente alle strutture della NATO. Come rilevato da una relazione di Stratfor del 2015, la Russia ne impedisce l’assorbimento nella NATO dirigendo i conflitti congelati. Quindi gli sforzi insistenti delle élite euroatlantiche di costringere la Russia a rifiutarsi di riconoscere l’indipendenza dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia, smettere di sostenere la Novorossija, cedere la Crimea, ritirare le forze dalla Transnistria e accettare un’unificazione moldava come l’annessione della DDR alla FRG. Il problema, non sorprendente, è la lotta per le sfere d’influenza tra Russia e NATO sul territorio ex-sovietico. La retorica sui benefici dell'”eurointegrazione” o dell’Unione doganale ne è solo una manifestazione. L’Ucraina considera la situazione della Transnistria strumento per fare pressione politica ed economica sulla Russia dato che dal punto di vista strategico la PMR e il gruppo operativo delle forze russe (OGRF) sono in un’enclave difficile da rifornire anche in tempo di pace (dati i possibili ostacoli burocratici e politici) e dalle limitate capacità offensive. L’OGRF comprende due battaglioni di fucilieri motorizzati (82.mo Battaglione Bandiera Rossa di Szeged e 113.mo Battaglione dell’Ordine di Aleksandr Nevskij e dell’Ordine di Kutuzov del Basso Dnestr) a Tiraspol e varie altre unità. L’OGRF comprende 2500 forze da combattimento (con centinaia di personale di supporto) e 170 veicoli blindati leggeri (principalmente vecchi modelli). È un bersaglio sufficientemente conveniente per organizzare provocazioni militari e politiche, in particolare quando possono essere coordinate con Kishinev. Dopo il colpo di stato in Ucraina e l’inizio della guerra civile, il regime di Kiev vide l’OGRF come potenziale trampolino di lancio per l’invasione dell’Ucraina occupando la regione di Odessa. La forza reale dell’OGRF, equivalente a tre battaglioni di fanteria con blindati leggeri, alcuni impiegati nella guardia, ne rendono il potenziale offensivo difficile, in particolare perché alcuni soldati sono abitanti della PMR, il cui esercito non vuole essere coinvolto nella guerra civile ucraina. In confronto: il raggruppamento russo in Crimea durante la Primavera crimeana era composto da 16000 soldati, non aveva problemi logistici e poteva essere rapidamente rinforzato se necessario e controllare Perekop bastava a proteggere facilmente la Crimea nel caso Kiev vi gettasse l’esercito per salvarlo dal collasso. L’OGRF non ha semplicemente tale capacità, e anche qualcosa di semplice come controllare la regione di Odessa va oltre le sue capacità. Naturalmente, ciò non vieta di giocare la carta dell'”aggressione russa dalla PMR”, che si rifletté nel massacro di Odessa del maggio 2014 quando, tentando di nascondere le cause della strage, si cercò d’incolparne degli “agenti russi”, anche cittadini della PMR. Come risultò, le persone uccise erano odessite e non “agenti russi della PMR”, ma a Kiev non interessa l’obiettività.
Dalla prospettiva russa, il futuro della Transnistria al momento veniva visto attraverso il prisma del progetto Novorossija che avrebbe dovuto includere il Sud-Est dell’Ucraina, che in caso di successo una Repubblica popolare di Odessa avrebbe permesso creare un corridoio con la Transnistria attraverso Odessa, Nikolaev e Kherson. Il rifiuto di scenari più attivi riguardanti il sud-est e il congelamento del progetto Novorossija hanno lasciato la PMR in un limbo strategico, con il problema dell’isolamento del contingente russo e dello Stato non riconosciuto alleato che si aggrava con l’inasprirsi della guerra in Ucraina. Non è probabile che si abbiano le condizioni per risolvere il problema dell’isolamento strategico della Transnistria come nel 2014. Una volta spezzata la resistenza al colpo di Stato ad Odessa e l’SBU impediva l’emergere di un fronte clandestino, Kiev cominciò a vedere la PMR non come fonte di problemi per Odessa ma per mostrare un’attività politica sullo sfondo della crisi nel Donbas. Dopo l’arrivo al potere ad Odessa dei protetti di Kolomojskij, il regime di frontiera con la PMR s’irrigidì ponendo un blocco ai trasporti ed economico per contrattare con una Russia costretta a sostenere la Transnistria e le sue forze. Per dimostrazione, Guardia nazionale e Forze armate dell’Ucraina compirono esercitazioni nella regione di Odessa per “respingere l’aggressione della PMR a sostegno della rivolta separatista”. Tali attività furono accompagnate dalle dichiarazioni belluine di Kiev pienamente sostenute dalle autorità moldave. Nel 2014-15 la Moldavia aveva un presidente e un governo filo-occidentali che combattevano contro i simboli comunisti, l’influenza russa, la lingua russa (come in Ucraina e Baltico) cercando il modo d’espellere le truppe russe dalla PMR. Qui la Moldavia ebbe la piena comprensione di Bruxelles che conta su Kishinev e Kiev per cacciare la Russia dalla Transnistria ed assorbire gradualmente il Paese nella NATO, cosa che la presenza militare russa chiaramente impedisce. Non c’è dubbio che il Paese non abbia un ruolo indipendente: è solo questione di quali truppe debbano stazionare in Moldavia, russe o NATO. Tiraspol volge verso la Russia, Kishinev dalla rimozione di Voronin era aperta a Bruxelles. È in quel momento che i piani ucraini più aggressivi contro la PMR furono creati. La stabilizzazione del fronte del Donbas dopo le sconfitte ucraine a Ilovajsk e Debaltsevo permise di aumentare notevolmente le forze nella regione di Odessa e sostituire la gente di Kolomojskij con Saakashvili, facendo il parallelo coi tentativi di quest’ultimo di respingere la Russia da altri Stati non riconosciuti. In tale periodo si videro anche contatti più attivi tra Kiev e Kishinev per rafforzare il blocco dei trasporti e intensificare la guerra psicologica sulla PMR. Nella regione di Odessa si svolgevano esercitazioni della difesa aerea e della NGU alla frontiera con la Transnistria. La Moldavia aumentò contemporaneamente la propaganda contro la presenza della Russia nella PMR, nell’ambito della guerra d’informazione ucraina. Fu il riflesso della complessa strategia verso la posizione russa in Transnistria, per cacciare “pacificamente” l’OGRF o porre le basi per un’operazione militare in caso di crisi bellica in Ucraina, che avrebbero funto da copertura per le provocazioni militari contro la PMR, seguite da operazioni ucraine e moldave contro le forze di Transnistria e l’OGRF. Già nel 2015, al confine con la Transnistria, oltre alle truppe di frontiera e a distaccamenti irregolari, l’Ucraina aveva almeno una brigata e due battaglioni della NGU. A paragone, all’inizio del 2017, UAF aveva due brigate al confine con l’Ucraina, più NGU e truppe di confine. Nel 2015-16, l’Ucraina poteva inviare circa 10000 soldati con 250 blindati, carri armati e lanciarazzi. Ma anche qui c’era un problema. L’OGRF non è nel vuoto, ma si basa sull’esercito della PMR di 20000 soldati (più 60000 riservisti), 25 carri armati, decine di blindati e 70 lanciarazzi multipli. Così, se attaccava la Transnistria, l’Ucraina non poteva neanche godere della superiorità numerica. Perciò gli sforzi per contattare Kishinev, spingerne il regime filo-occidentale ad adottare misure attive, in modo che in caso di crisi l’esercito moldavo entrasse in azione per “ripristinare l’integrità territoriale del Paese”. Inoltre, l’attacco alla Transnistria poteva essere utilizzato come scusa per schierare contingenti della NATO in Romania “per proteggere i civili e l’integrità territoriale della Moldavia”. Tale operazione (come l’Operazione Tempesta contro i Serbi di Krajina, che le forze di pace russe impediscono) era possibile data la scarsa profondità operativa delle forze PMR e dell’OGRF, e dato che la Transnistria può essere facilmente divisa dagli attacchi dal territorio della Moldova e dell’Ucraina.
Il secondo problema globale sono gli aspetti militari e politici della possibile risposta militare diretta della Russia in caso di attacco dell’Ucraina a PMR e OGRF. Kiev con ragione presuppone che la Russia reagirebbe come nel caso dell’attacco della Georgia alle forze di pace nell’Ossezia del Sud, lanciando un attacco diretto all’Ucraina. Potrebbe coinvolgere le forze dispiegate alle frontiere con l’Ucraina nelle regioni di Rostov e Belgorod, così come il gruppo di forze russe in Crimea che, per via della superiorità nei settori in cui avverrebbero gli attacchi principali, sconfiggerebbe le forze ucraine. Ciò portò a varie operazioni di informazione ed intelligence per sondare la disponibilità della Russia ad inviare forze in Ucraina, per via della guerra contro Donbas, nel Perekop o nella PMR, poiché la questione della guerra contro la PMR era ed è considerata nel contesto della guerra nel Donbas e sul confine con la Crimea. Va ricordato che la maggior parte degli scenari con forze russe che combattono in Ucraina, in un modo o nell’altro, influenza le operazioni alle frontiere della PMR. Tali piani non sono particolarmente segreti e per diverse volte minacciarono Russia e Tiraspol nel 2015-16. La risposta non tardò. La Russia, che per molti anni osservò con indifferenza l’avanzata dell’influenza occidentale in Moldavia, iniziò a sostenere attivamente le forze filo-russe e di sinistra, contrappeso naturale alle pretese di UE e lobbisti dell’unificazione della Moldavia con la “Grande Romania”. Il crescente scontro tra i partiti fio-occidentali, la corruzione massiccia, i crudi anticomunismo e russofobia effettivamente avvantaggiano la Russia, poiché le forze filo-occidentali al potere trascinano la Moldavia in una crisi politica che dura da diversi anni, complicando notevolmente i piani di Bruxelles per digerire gli ex-aderenti al Patto di Varsavia e i frammenti della Jugoslavia.
Il cambio dei primi ministri, il miliardo di crediti rubati, gli intrighi dell’oligarca Plakhotnjuk, le continue dimostrazioni nella capitale, la graduale separazione della Gagauzia, tutto ciò ha reso la situazione così instabile che Kishinev non poteva aggredire la PMR. Le vittorie elettorali di Igor Dodon e Renat Usatij riflettono la stanchezza di una parte considerevole della società moldava causata dalle carenze delle politiche economiche e sociali perseguite dagli eurointegratlisti locali. La massima espressione di tale malessere è l’elezione di Dodon alla presidenza. Ciò naturalmente ha reso molto più difficile trascinare la Moldavia in guerra contro la PMR, dato che le varie circostanze vantaggiose sono finite e la situazione è tornata al tradizionale conflitto congelato vigente dai primi anni ’90. Ma il gioco non è finito. In Moldavia, il primo ministro ha più potere del presidente, il che significa che il Paese è sotto un potere esecutivo di fatto: da un lato ci sono gli occidentali che controllano parlamento e governo e, dall’altro, i funzionari, Presidente e numerose forze filo-russe. Quindi le contraddizioni della politica moldova in cui i “democratici” locali continuano a parlare di “scelta europea” e necessità di aderire alla NATO, mentre il presidente e i suoi sostenitori si oppongono all’apertura dell’ufficio della NATO in Moldavia e all’invio di sue truppe nel territorio. Naturalmente, tale situazione è instabile e le parti possono tentare di aumentare l’influenza in Moldavia. UE e NATO cercheranno di neutralizzare gli effetti dell’elezione di Dodon e, come minimo, di limitarne la capacità d’influenzare la politica estera del Paese. La Russia, invece, promuoverà un governo moldavo che adotti le opinioni politiche di Dodon, facilitando la permanenza dello status quo della PMR. L’accoglienza di alto profilo di Dodon a Mosca riflette l’interesse del Cremlino a costruire sui successi conseguiti. La riconciliazione pubblica dei leader di PMR e Moldova è intesa a stabilizzare la situazione attuale, per cui le affermazioni di Tiraspol sulla volontà di un referendum sull’adesione alla Russia non suscitavano a Mosca entusiasmo, poiché contrarie alla politica dello status quo e praticamente difficili da realizzare senza prima affrontare la questione ucraina. Va ricordato che l’aspetto “filo-russo” di Dodon è abbastanza relativo. È innanzitutto un politico moldavo sostenuto dai sentimenti pro-russi di una parte considerevole della società moldava. Non si dovrebbe fare lo stesso errore fatto con il “pro-russo” Janukovuch. La buona accoglienza a Mosca non impediva a Dodon di sostenere la creazione di passaggi alla frontiera con l’Ucraina che potrebbero intensificare il blocco della PMR. Per valutare “pro-russo” un politico della CSI ne vanno esaminate le azioni, non le parole.
L’Ucraina, da parte sua, continua a voler destabilizzare la situazione a proprio vantaggio. Il rafforzamento del blocco delle frontiere della PMR dovrebbe peggiorare la situazione economica e logistica della Transnistria e riflette anche il desiderio di Kiev di mantenere la politica aggressiva verso la PMR nell’ambito del piano globale della NATO per cacciare l’OGRF dalla PMR, pacificamente o con la forza, e poi distruggerla. Quindi, malgrado i problemi della guerra di posizione nel Donbas, due brigate ucraine sono ancora nella regione di Odessa e Kiev sostiene che la Transnistria dovrebbe essere dichiarata “aggressore”, riflettendo così la retorica de circoli radicali filo-occidentali in Moldavia. Quindiì, nonostante i piani ambiziosi sulla PMR rimangano irrealizzabili, si può concludere che non sono abbandonati e solo la paura della risposta militare russa e la situazione instabile in Moldavia impediscono a Kiev di perseguire politiche più aggressive verso la PMR. Inoltre, Kiev probabilmente continuerà a mantenere una presenza militare significativa sulla frontiera della PMR (e provocazioni militari non vanno escluse) e a peggiorare i problemi economici, logistici di Transnistria e OGRF sperando che il pendolo della politica moldava punti nuovamente verso Bruxelles e che gli sforzi sul fianco meridionale della NATO facilitino l’eliminazione dell'”enclave russa”. La Russia, a sua volta, tenterà di preservare lo stato attuale del conflitto congelato tra Moldavia e PMR, mantenere le tendenze favorevoli nella politica interna moldava, aumentare la potenza delle proprie forze ai confini con l’Ucraina (e la difesa della Transnistria), continuando ad ostacolare l’espansione verso est della NATO con risposte simmetriche al dispiegamento di truppe della NATO ai confini della Russia, ed asimmetriche sul piano politico, mediatico e d’intelligence. Ma a lungo termine, la risoluzione del problema della Transnistria dipende da chi prevarrà nella guerra in Ucraina, perché l’attuale regime di Kiev non abbandonerà mai le politiche antirusse e russofobe implicanti la distruzione della PMR. Non ci si deve altresì illudere sulla NATO che abbandona volontariamente l’avvicinamento di infrastrutture alla Russia (anche in Moldavia). Questo è il prezzo della perdita di sovranità politica: se si vuole avere una politica estera indipendente nel mondo contemporaneo, dove il diritto internazionale è scomparso, si dev’essere disposti a giocare alto senza badare al territorio di una nazione. Pertanto anche un piccolo Paese non riconosciuto come la Transnistria ha un ruolo importante nella complessa molteplice lotta che muta l’ordine mondiale in tempo reale.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Macron: cavallo di Troia degli USA

Wayne Madsen, SCF, 17.05.2017Il nuovo presidente francese Emmanuel Macron, impegnato nelle presidenziali francesi in contrappeso pro-europeo per impedire l’elezione della leader del Partito Nazionale Marine Le Pen, sembra avere più di un rapporto casuale con gli Stati Uniti. Mentre lavorava al Ministero dell’Economia da ispettore speciale e ministro, Macron supervisionò il furto virtuale delle industrie strategiche francesi da parte delle imprese statunitensi dai forti legami con l’intelligence. L’hackeraggio dei computer del movimento di Macron “En Marche!” da parte di soggetti sconosciuti ha prodotto materiale interessante. I difensori di Macron sostengono che i file rilasciati erano o “falsi” o estranei. Tuttavia, una serie di file sul furto virtuale del gigante tecnologico dell’informazione francese da individui collegati alla CIA è esattamente ciò che ci si aspetterebbe dalla campagna di Macron. Il primo incarico di Macron nel governo francese era proteggere gli interessi delle società francesi dalla concorrenza estera e, soprattutto, dall’acquisizione. La mossa dei servizi d’intelligence statunitensi acquisendo la leader francese della tecnologia delle smart card, Gemplus International, iniziò nel 2001 e l’operazione fu completata entro il 2004, anno in cui Macron divenne ispettore delle finanze nel Ministero dell’Economia francese. L’industria francese è da tempo obiettivo della sorveglianza e/o acquisizione dalle società statunitensi e la CIA ha svolto un ruolo importante in tali operazioni di “guerra economica”. Ad esempio, la società di elettronica francese Thomson-CSF è stata a lungo l’obiettivo principale dell’agenzia statunitense per la sicurezza nazionale e della sorveglianza della CIA. I documenti riguardanti la riuscita acquisizione della Gemplus, insieme alla principale fabbrica di Gemenos, Bouches-du-Rhône, in Francia, dall’impresa statunitense Texas Pacific Group (TPG) rientra nella tranche degli archivi prelevati dai computer di “En Marche!”. TPG acquisì le azioni della Gemplus nel febbraio 2000. Nel 2006 Gemplus si fuse con Axalto per formare Gemalto completando l’efficace controllo statunitense sull’impresa. Nel settembre 2002, Alex Mandl, statunitense residente a Vienna, Austria ed ex-presidente di AT&T, presidente e amministratore delegato di Teligent, membro del consiglio di amministrazione della società della CIA IN-Q-TEL e membro del consiglio di amministrazione del neoconservatore American Enterprise Institute, fu nominato CEO della Gemplus International. Continua ad essere presidente esecutivo della Gemalto.
A seguito delle comunicazioni dell’ex-contraente dell’NSA Edward Snowden, è ormai noto che il Centro di comunicazioni del governo (GCHQ) inglese, collaborando con l’NSA, penetrava con successo le carte SIM utilizzate dalla Gemalto. GCHQ/NSA intercettarono le comunicazioni dei cellulari utilizzando le carte SIM Gemalto abilitate per la crittografia in Afghanistan, Yemen, India, Serbia, Iran, Islanda, Somalia, Pakistan e Tagikistan. L’attacco di GCHQ-NSA fu anche indirizzato contro i centri di personalizzazione della carta SIM Gemalto in Giappone, Colombia e Italia. La pirateria di NSA e GCHQ dei chip SIM Gemalto tramite il loro Mobile Handset Exploitation Team (MHET), fu forse la più grande operazione d’intercettazione dell’NSA nella storia, che vide migliaia di chiamate e messaggi di testo intercettati e decodificati da NSA e dal partner inglese. Molto sinistra fu l’inclusione dei dati d’identificazione della carta SIM Gemalto nel database della CIA dei cellulari presi di mira negli attacchi dei droni statunitensi. I documenti interni di “En Marche” puntano a quattro agenzie governative francesi che condussero le indagini sull’acquisizione della Gemplus: “Renseignements généraux” (RG) (Intelligence Generale), “Direction de la sûreté du territoire” (DST), Ministero dell’Industria e Ministero dell’Economia di Macron. La stampa francese, che celebra Macron ex-banchiere dei Rothschild, afferma che i documenti della Gemplus non hanno nulla a che fare con Macron. I media francesi sostengono che Macron era un semplice studente all’accademia elitaria dei servizi pubblici francesi, l’École nationale d’administration (ENA) fino al diploma nel 2004. Tuttavia, come indicano chiaramente i documenti fuoriusciti, l’acquisizione della Gemplus era ancora indagata dal governo francese quando Macron divenne ispettore del Ministero dell’Economia nel 2004. Dato che Macron ebbe il compito di assicurare che le società francesi non subissero tentativi stranieri di contrastare la crescita economica francese, la sua performance, come si vede dalla perdita di posti di lavoro francesi per gli interessi stranieri, fu abissale. È molto probabile che i file di “En Marche” sull’acquisizione della Gemplus dovessero avere informazioni riservate pronte, nel caso in cui il ruolo di Macron nel coprire i dettagli dell’acquisizione statunitense divenissero pubblici. Ogni partito dev’essere disposto a fronteggiare le rivelazioni dalle “ricerche dell’opposizione” sui loro candidati. Va anche notato che una delle liste pubblicate da “En Marche” afferma che la politica di Macron era “monitorare” ma non impedire la proprietà straniera su industrie e imprese strategiche francesi.
Nel 2008, Macron lasciò il governo per entrare nella Rothschild&Cie Banque. Divenne anche capo della Fondazione francese-statunitense pesantemente neocon che conta Hillary Clinton, generale Wesley Clark e l’ex-presidente della Banca mondiale Robert Zoellick. La questione operativa su Macron è: cosa sapeva dell’acquisizione della Gemplus e quando? I file della Gemplus di “En Marche”, contenuti in una cartella denominata “Macron” e che si occupano dell’acquisizione statunitense, si leggono come un romanzo di spionaggio di John LeCarré. Un file, contrassegnato “Confidential” e inviato a Stefan Quandt della famiglia miliardaria Quandt delle note BMW e Daimler in Germania, si occupa del valore dei titoli della Gemplus nel 2001, tra “rapporti estremamente tesi e scontri tra i principali ai vertici, nella rottura delle comunicazioni con il personale. Di conseguenza, la maggior parte di essi è completamente inedita oggi”. Da ispettore del Ministero dell’Economia, è stupefacente che Macron non sapesse della violazione delle leggi verificatasi con l’acquisizione statunitense della Gemplus. Ciò è descritto anche in un altro file della Gemplus dalla sua campagna, che indica la situazione post-acquisizione statunitense della Gemplus: “Dichiarazioni irresponsabili, spesso seguite da chiusura di siti e licenziamento del personale, anche prima di consultarne i rappresentanti (come la legge e il senso comune richiedono)”. I Quandt sono molto discreti e per una buona ragione. Guenther Quandt fabbricò fucili Mauser e missili antiaerei per il Terzo Reich. Divorziò dalla prima moglie, Magde Quandt, dopo aver avuto un figlio, Harald Quandt. Magde poi sposò il ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels. Stefan Quandt, coinvolto nella presa di Gemplus, è figlio del fratellastro di Harald, Herbert Quandt. Le informazioni negative sulla Gemplus portarono a una relazione della Goldman Sachs del 24 gennaio 2002 che spinse l’azienda a continuare con la ristrutturazione diretta dagli statunitensi per mantenersi sul mercato. Anche se era allievo all’ENA all’epoca, non esiste alcuna informazione su quali progetti Macron fu assegnato dal 2001 al 2003 dai professori del servizio civile. Altri file correlati con la Gemplus nella cartella “En Marche!” comprendono quelli collegati a uno dei capi di Gemplus, Ziad Takieddine, broker franco-libanese druso e diplomato dell’università americana di Beirut collegata alla CIA. Takieddine aiutò a progettare l’acquisizione statunitense con l’aiuto di Herr Quandt. Takieddine contribuì a concludere importanti trattative sulle armi francesi con Libia, Siria, Arabia Saudita e Pakistan. Accusato di riciclaggio di denaro nelle Isole Vergini inglesi dall’ex-moglie, Takieddine è anche lo zio di Amal al-Amudin, moglie dell’attore George Clooney. Takieddine è anche un feroce nemico dell’ex-presidente Nicolas Sarkozy, che perse le presidenziali nel 2017 rispetto al rivale conservatore François Fillon. Macron superò Fillon al primo turno delle elezioni presidenziali, arrivando al secondo turno con Fillon al terzo posto.
Takieddine, Quandt e una società sospetta della CIA, Texas Pacific Group (TPG), erano tutti chiaramente parte di una cospirazione per sbarazzarsi del co-fondatore francese della Gemini Marc Lassus e dei dirigenti francesi dell’azienda. La decisione di licenziare Lassus e colleghi francesi fu presa in una riunione del consiglio di amministrazione della Gemplus tenutasi a Washington DC, non in Francia, il 15 dicembre 2001. Un altro responsabile dell’acquisizione statunitense della Gemplus fu Lee Kheng Nam, dirigente di Singapore e titolare di un master su operazioni di ricerca e analisi di sistema della scuola post-laurea della Marina statunitense di Monterey, California. Il co-fondatore di TPG, David Bonderman di Fort Worth, in Texas, fu coinvolto nell’acquisizione ostile della Gemplus. L’acquisizione delle azioni della Gemplus da parte di TPG avvenne attraverso una società finta praticamente sconosciuta e registrata a Gibilterra, chiamata “Zensus”. Bonderman, ebreo, fece una mossa politica nel 2012 in Egitto quando incontrò Qayrat al-Shatar, vicedirettore della Fratellanza musulmana e membro del governo di Muhamad Mursi. Bonderman dichiarò di cercare un'”opportunità di investimento” in Egitto. In un documento word senza data trovato nei computer di “En Marche”, Lassus viene citato dire: “Sono convinto che l’investimento della TPG abbia qualche accordo con il governo per spostare la sede centrale in California. Ci riprovarono di nuovo nel gennaio 2002”. I sindacati dei lavoratori della Gemplus previdero che la produzione dell’impresa passasse dalla Francia alla Polonia. Il maggiore sindacato francese, “Confédération générale du travail” (CGT), dichiarò che l’acquisizione della Gemplus doveva eliminare la Francia dalla leadership tecnologica delle smart card. Gemplus impiegava 7000 lavoratori francesi prima dell’acquisizione da parte degli statunitensi. Il documento word si riferisce anche alle agenzie governative francesi che “avviarono indagini” e cercarono “informatori interni”. Macron svolse un ruolo sia nelle indagini del Ministero dell’Economia sia nella ricerca presso la Gemplus di “informatori interni” per i suoi amici statunitensi? Quando la società statunitense General Electric acquisì la società francese per turbine e tecnologia nucleare Alstom, il Ministro dell’Economia Macron affermò di aver approvato tali acquisizioni perché “l’intervento statale nell’industria avviene solo in Venezuela”. Questa è musica per le orecchie dei miliardari nell’amministrazione Trump.La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Congresso degli USA indaga su Soros

Kurir  – The American Spectator 10 maggio 2017

Hoyt Brian Yee

Il presidente del comitato sulla giustizia del Congresso, il repubblicano Bob Goodlatte (R-VA), guida una delegazione di 15 membri in una missione urgente in Grecia, Bosnia, Albania, Macedonia, Kosovo e Italia, per testimonianze sul favoritismo dell’era Obama che continua a danno di cittadini, istituzioni e stabilità regionali. La delegazione del Congresso (noto come codel) è partita il 6 maggio per un’indagine congressuale di dieci giorni. Un addetto dell’ufficio giustizia del Congresso rifiutava di commentare citando preoccupazioni sulla sicurezza. Anche se sei dei nove membri sono repubblicani, come i conservatori Steve King (IA) e Tom Marino (PA), la natura della missione estera del Congresso, Codel, dipende dal dipartimento di Stato; dove gli ambasciatori in ogni Paese sono nominati dall’amministrazione Obama che continuano ad attuarne le politiche. È difficile immaginare che la delegazione riceva informazioni imparziali dalle ambasciate assai invadenti nella politica locale, secondo le comunità dirigenti di ogni Paese.

Procuratore Generale contro ambasciata USA a Tirana
Quest’anno apparve una brutta emergenza tra il Procuratore Capo dell’Albania, un’entità nazionale politicamente neutrale, e l’ambasciatore cino-statunitense Donald Lu. “Il primo ministro Edi Rama, sostenuto dall’ambasciatore statunitense, ha distrutto l’indipendenza della nostra giustizia“, dichiarava un procuratore di Tirana all’American Spectator. “Sotto la bandiera della riforma giudiziaria, c’è la politicizzazione“. Edi Rama, vecchio capo del Partito Socialista, è un amico fidato di George Soros, la cui rete è profondamente presente in Albania e collabora con l’ambasciata degli Stati Uniti su numerosi progetti, tra cui uno dell’USAID da 8,8 milioni di dollari su… s’indovini, la riforma giudiziaria. “Quando abbiamo espresso opinioni professionali diverse dall’ambasciata statunitense, opinioni professionali su diversi approcci, Lu si arrabbiò“, affermava il procuratore, non disposto ad essere nominato. Spiegò che la Commissione di Venezia dell’Unione Europea, concepita per adeguare le proposte di riforma rispettando la legislazione europea, ha spesso affiancato i procuratori albanesi in queste controversie tecniche. Il procuratore aggiunse che il suo ufficio ha cercato di dare priorità al traffico di droga e criminalità, questioni importanti in Albania, mentre l’ambasciata statunitense ha rigettato la massiccia coltivazione ed esportazione di cannabis come “non un problema statunitense”. Le priorità divergenti tra autorità giuridiche albanesi e ambasciata degli Stati Uniti sono confermate dal sito indipendente Exit.al. Donald Lu ha punito i procuratori e i giudici che non sono d’accordo con lui revocando i visti per gli USA, già concessi, a circa 70 giudici e procuratori, secondo il procuratore capo Adriatik Llalla. In risposta, Llalla avvertì l’ambasciatore Lu accusandolo di manipolazione e ricatto in una lettera pubblicata sul sito dell’ufficio e in una conferenza stampa, a febbraio. Llalla ha anche accusato Lu di cercare d’impedire al suo ufficio d’indagare sulla corruzione di una grande società cinese, Bankers Petroleum. Come titolava Washington Times su questo conflitto, riassunto tre mesi fa, “il dipartimento di Stato infetto da Soros gioca in Albania“.

Crisi politica in Macedonia
Non soddisfatto dal danneggiare il proprio Paese, Edi Rama ha colpito la vicina Macedonia provocando profonde instabilità nel tentativo aggressivo di aiutare socialisti ed albanesi musulmani. L’ambasciata statunitense è ampiamente considerata una base del partito socialista in Macedonia come in Albania. Rama convocava una riunione dei tre partiti politici macedone-albanesi (il 15-20% della Macedonia è albanese) e ha elaborato la cosiddetta “Piattaforma di Tirana”, un documento pericolosamente separatista che mina l’identità della Macedonia. Questi partiti albanesi quindi si sono coalizzati con i socialisti macedoni e chiedono il diritto di formare un nuovo governo, contro il partito conservatore VMRO-DPMNE, che fino all’attuale crisi ha gestito l’economia di libero mercato più riuscita nei Balcani. In tutto il Paese, i macedoni protestano contro la piattaforma di Tirana e contro l’ambasciatore Jess Baily, ritenuto pregiudizievole verso il VMRO. Ultimamente, il conflitto è esploso nel parlamento. Ancora una volta, la maggior parte dei funzionari locali ha priorità diverse rispetto all’ambasciata: i macedoni hanno subito secoli di incursioni dai vicini. Sono preoccupati soprattutto per la sicurezza, mentre gli statunitensi finanziano le ONG su “mobilitazione” e “attivismo”. Come il leader macedone-statunitense Bill Nicholov scrisse a fine aprile: “Il dipartimento di Stato e l’ambasciata statunitensi in Macedonia sono… s’ingannano sugli affari interni della Macedonia, provocando sconvolgimenti e attacchi all’origine etnica e alla sovranità dei macedoni“. Nicholov invita il presidente Trump a cambiare strada sul piccolo Paese a nord della Grecia.

Crisi nella crisi in Grecia
Proprio come in Albania e Macedonia, il governo degli Stati Uniti appoggia apertamente il giovane leader di sinistra in Grecia che implementa politiche polarizzanti come il primo ministro e capo del partito Syriza (coalizione dei partiti radicali di sinistra). Durante il suo ultimo tour europeo, il presidente Barack Obama visitava Atene per vedere il primo ministro greco Alex Tsipras, coerente marxista cui gli Stati Uniti si concedono: istituti multilaterali di prestito sarebbero gentili con il suo governo. Obama è stato solidale e protettivo con Tsipras quanto Bill Clinton quando il primo ministro visitò New York per partecipare a un’iniziativa della Clinton Global Initiative nel settembre 2015. Eppure, l’immediata liberalizzazione della politica d’immigrazione quando prese il potere nel 2015 è il fattore più importante della crisi dei rifugiati che travolge e mette in pericolo l’Europa. A pochi mesi dalla presa del potere, un ministro di Syriza annunciò che il governo avrebbe trasformato le strutture di detenzione dei rifugiati in centri di accoglienza ed interrotto la politica aggressiva di identificazione e deportazione dei migranti clandestini. Nei quattro mesi successivi alla dichiarazione del governo, nell’aprile 2015, secondo cui i profughi siriani avrebbero ricevuto documenti di viaggio per l’Europa, gli arrivi aumentarono del 721%. Ancora oggi i migranti continuano ad arrivare dalla Turchia, Paese che non ha ancora la situazione finanziaria in ordine. Può l’ambasciatore statunitense ricevere fiducia dal rapporto del congressista Goodlatte del Codel sulla disastrosa crisi che colpisce la Grecia? Probabilmente no. L’ambasciatore Geoffrey Pyatt fu inviato ad Atene lo scorso anno, dopo tre anni a Kiev, dove fu ampiamente considerato agente di coloro che promossero il colpo di Stato, tra cui George Soros. Pyatt è meglio noto, forse, per essere l’interlocutore sulla telefonata “si fotta l’Europa!” dell’assistente segretaria Victoria Nuland. Anche se Nuland si è dimessa dopo l’elezione del presidente Donald Trump, il suo vicesegretario aggiunto per gli affari europei e eurasiatici Hoyt Brian Yee rimane responsabile della politica del dipartimento di Stato nei Balcani. Continua a viaggiare spesso nei Balcani, anche se solo poche settimane prima il presidente macedone si rifiutasse d’incontrarlo, sconvolto dalla manipolazione statunitense del proprio Paese.

Geoffrey Pyatt

Kosovo
Yee è stato accolto con entusiasmo dai funzionari in Kosovo, dove la pressione statunitense e i bombardamenti crearono la piccola nazione di 1,8 milioni di persone. (La giornalista balcanica Masha Gessen indica come il bombardamento NATO della Serbia nel 1999, senza consultare la Russia, creò il precedente per l’intervento della Russia in Crimea secondo il governo russo). Tuttavia, anche in Kosovo, i funzionari locali reagiscono alle direttive statunitensi, regolarmente svolte in pubblico piuttosto che discrete o per via diplomatica. Per esempio, Yee s’è recato a Pristina a fine marzo per ordinare ai capi nazionali, che contemplavano la decisione di trasformare la forza di sicurezza della nazione in un esercito formale, di “escludere la legge”. Se gli Stati Uniti non vogliono che Pristina crei un esercito, perché diavolo li abbiamo addestrati e incoraggiati per anni? È facile per l’ambasciatore statunitense Greg Delawie pubblicare video sconvolgenti su YouTube in cui appare come un clown mentre discute dei piani anticorruzione, ma la sicurezza non è uno scherzo per chi vive nei Balcani.

Scommettere in Bosnia
Un altro ambasciatore statunitense che sembra preferire la diplomazia amatoriale degli #hashtag sui media sociali e gli scontri pubblici con funzionari nazionali, è l’ambasciatrice degli Stati Uniti in Bosnia Erzegovina Maureen Cormack, altro Paese che gli Stati Uniti hanno contribuito a creare e a cui i contribuenti statunitensi versano 1,6 miliardi di dollari di aiuti. A una settimana dall’arrivo nel Paese nel 2015 postò un blog sull’istruzione della Bosnia, accusandola di essere discriminatoria ed etnicamente divisiva. Mi scusi, ambasciatrice Cormack, ma il governo degli Stati Uniti ha creato una nazione sulla divisione etnica secondo gli accordi di Dayton, così … benvenuta al suo posto. Quest’anno, la sconvolgente incuria verso il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, presidente della regione autonoma serba, la Repubblica Srpska, problema nel problema nell’accordo sul Paese, ha raggiunto nuove altezze: fece imporre al Tesoro degli Stati Uniti le sanzioni al presidente per aver celebrato una festa serba ortodossa il 9 gennaio, giorno di Santo Stefano. In risposta, la dichiarò “nemica dei serbi, sgradita nella Repubblica serba“. Bel lavoro.
Nel complesso, gli ambasciatori dell’era Obama sono riusciti a favorire la tensione etnica (in particolare in Macedonia e Bosnia), promuovendo favoriti politici recuperati, soprattutto socialisti e membri della rete di George Soros (Albania, Grecia, Macedonia), che reputano di sapere cosa sia meglio per il proprio Paese (Albania, Bosnia, Kosovo, Macedonia). Il segretario di Stato Rex Tillerson annunciava la scorsa settimana che gli Stati Uniti non imporrano più agli altri Paesi l’adozione dei valori statunitensi. Le nostre ambasciate nei Balcani chiaramente non hanno ricevuto il memo.

Maureen Cormack

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cos’era veramente in gioco nelle elezioni francesi?

Gearóid Ó Colmáin 6 maggio 2017Forse sono le elezioni presidenziali più importanti della storia del dopoguerra francese, ma quali sono le questioni sostanziali ignorate dalla stampa aziendale? Uno degli episodi più divertenti delle presidenziali francese era Jean-Luc Mélenchon, capo di Francia Indomita, leggere una lettera degli operai in sciopero della Guyana francese che affermavano di non poter più far fronte all’immigrazione in massa da Suriname e Brasile, con gli immigrati accovacciati in città e villaggi e una delinquenza fuori controllo. Jean-Luc Mélenchon favorisce i confini aperti. Cherchez l’erreur!
Il Fronte Nazionale (FN) ha ottenuto il voto massimo nella storia del partito nei territori d’oltremare. La Guyana francese, dove la mancanza di servizi sociali, istruzione e l’immigrazione di massa hanno provocato danni alla popolazione locale, ha votato in modo notevole per Marine Le Pen al primo turno delle presidenziali. Le Pen è andata bene anche a Mayotte dove la popolazione nativa ha subito gravi conseguenze sociali dall’immigrazione di massa. Nelle elezioni, si sceglieva tra un candidato che rappresenta il capitalismo finanziario nella forma più perversa, Emmanuel Macron, e il nazionalismo basato sull’alleanza tra piccola borghesia e classe operaia di Marine Le Pen. Molti dei miei critici sui social media senza dubbio mi chiamano “fascista” e “razzista” per aver eliminato le bugie dell’oligarchia su Le Pen. Come il geografo francese Christophe Guilluy ha accuratamente sottolineato, “antifascismo” e “anti-razzismo” sono ora le armi ideologiche della borghesia, utilizzate per mantenere il dominio di classe . Gli “anti-razzisti” di ultra-sinistra sono gli utili idioti della borghesia. Il razzismo ha una base puramente economica e materiale. È solo rimuovendola che le razze possono “tollerarsi” e cooperare sulla base dell’uguaglianza. Una parte significativa della classe operaia francese non ha interesse nell'”antifascismo” piccolo borghese. Ha letto il programma del Fronte Nazionale e vi ha visto i propri interessi di classe. Marine Le Pen aveva battuto il concorrente al primo turno Macron arrivando alla Whirlpool di Amiens prima del rivale. Le Pen è stata accolta calorosamente dagli operai, promettendo di non permettere che l’impianto venga trasferito in Polonia. Macron, d’altra parte, è stato scacciato dalla fabbrica. Non era venuto a vedere i lavoratori ma piuttosto a consultarsi con i collaborazionisti della Confederazione del Lavoro (CGT), il cui compito era dire ai lavoratori di votarlo, votare per il proprio suicidio. CGT e Partito comunista francese (PCF) invitavano i lavoratori a votare per il banchiere dei Rothschild Macron. Dall’adozione del revisionismo sovietico negli anni Cinquanta con Maurice Thorez, il PCF è divenuto un partito socialdemocratico e adesso anche di destra. Previdi qualche tempo fa che il traditore trotskista Jean-Luc Mélenchon avrebbe sostenuto Macron, dicendo ai suoi seguaci di non votare Le Pen, quindi di sostenere Macron. Nonostante le politiche sociali di Mélenchon e Le Pen siano praticamente le stesse.

Nazionalisti di sinistra e alter-globalisti
Poiché al secondo turno, il 15 per cento o più dei voti al candidato Jean-Luc Mélenchon votava per Le Pen, è importante capire somiglianze e differenze tra i nazionalisti ed alter-mondialisti o alter-globalisti. Non c’è motivo di parlare delle politiche di Emmanuel Macron., non avendone. La grande differenza tra Marine Le Pen e Mélenchon è che la prima vuole porre fine al dominio monetario coloniale francese sull’Africa abbandonando il franco CFA, consentendo così lo sviluppo economico africano, mentre l'”anti-razzista” Mélenchon preferisce infliggergli un’enorme dose di bombardamenti umanitari sotto il mandato delle Nazioni Unite e forse alcune scatole di magliette di Che Guevara usate. Stéphan N’Goran, leader ivoriano della Nouvelle Entente Francophone (NEF), sosteneva il Fronte Nazionale, ritenendone le politiche più favorevoli alla liberazione nazionale africana. Mélenchon supporta anche il matrimonio gay e l’insegnamento della pseudoscienza LGBT ai bambini, a cui si oppone il Fronte Nazionale. Anche qui la posizione del Fronte Nazionale sulla sessualità è molto più vicina al marxismo classico rispetto alla decadenza bohemistica borghese promossa dai melechonisti. Un’altra grande differenza tra Mélenchon e Le Pen è che Le Pen sembra almeno pensare seriamente di lasciare euro ed Unione europea. Mélenchon non sembra neanche serio. Mélenchon dice che vuole lasciare la NATO, ma l’articolo 42 del Trattato dell’Unione europea dice che tutte le nazioni dell’UE devono essere nella NATO. La politica gollista di Le Pen, ritirarsi dalle strutture comandate dalla NATO, è possibile e costituirebbe un passo importante verso la liberazione della Francia, anche se in forma limitata, dall’egemonia statunitense. Le Pen e Mélenchon differiscono anche sulla politica energetica. Le Pen supporta l’industria nucleare della Francia, mentre Mélenchon vuole abbandonarla. Studi recenti a Chernobyl e Fukushima hanno dimostrato che la natura può tollerare livelli di radiazioni molto più alti senza quegli effetti dannosi precedentemente pensati. Wade Allison, professore emerito di fisica nucleare dell’Università di Oxford, sostiene che gli esseri umani possono probabilmente assorbire 1000 volte l’attuale livello di sicurezza raccomandato di radiazioni. Il suo libro Reason and Radiation: La scienza nella cultura della paura, è d’obbligo per chi è interessato all’energia pulita, sicura, efficace e economica. La difesa audace di Le Pen delle centrali nucleari francesi e la sua opposizione alla loro privatizzazione è un’altra ragione per cui è più moderna e progressista del trotskoide. L’ottanta per cento dell’elettricità francese proviene dal nucleare. A mio avviso, Le Pen rappresentava l’avversario più netto degli OGM e della Monsanto nell’Unione europea. Mantenere l’Europa libera da OGM e dominio della Monsanto è di fondamentale importanza. Il Fronte Nazionale propone di utilizzare i miliardi di Euro dei contributi dell’UE per investire nelle piccole coltivazioni familiari. Il problema della sicurezza e della qualità alimentare è qualcosa che i francesi, forse più di qualsiasi altra nazione, prendono molto seriamente; cibo e vino francesi sono i migliori del mondo. Il Fronte Nazionale è l’unico partito che ha forti politiche per rilanciare e proteggere l’agricoltura francese. È per questo che Marine Le Pen è stata accolta calorosamente al Salone dell’Agricoltura Francese, mentre Emmanuel Macron è stato accolto dalle uova!

La “rivoluzione” di Macron
La differenza tra Le Pen e Macron è, per molti aspetti, quella tra scienza e superstizione. Macron è un mago che lavora per un gruppo di trafficanti. Si esibisce sul palco gridando e sbattendo, ipnotizzando i seguaci con trucchi e incantesimi. Eppure non molti frequentano i suoi raduni. Un reportage televisivo critico di Macron pubblicato su YouTube mostra come i media nascondessero le sale vuote dei suoi raduni. Molti comunisti in Francia mi hanno detto in privato di sostenere Marine Le Pen, ma non gliel’ho mai sentito dire in pubblico. C’è una stigma terrificante associata al Front National. Dopo tutto, Jean-Marie Le Pen ha sostenuto Pinochet, Franco e ogni tipo di squadrone della morte durante la guerra fredda. Era un colonialista fanatico che si oppose alla liberazione algerina. Era certamente un capo di destra che si paragonò a Ronald Reagan. Il fondatore comunista della rete Voltaire, Alain Benajam, mi ha detto di recente che i Comunardi di Parigi del 1871 erano nazionalisti piccolo-borghesi, non rivoluzionari proletari. L’ideologia nazionalista piccolo-borghese della Comune di Parigi fu spiegata dallo storico di sinistra Henri Guillemin, che citò come autorità sulla questione nient’altri che il compagno Stalin. Nei primi anni ’90 Jean-Marie Le Pen si rese conto che la cospirazione massonica che aveva sempre percepito nel “comunismo” o per essere più precisi, nel socialimperialismo sovietico e nel trotskismo, era divenuta l’ideologia della globalizzazione selvaggia e del “nuovo ordine mondiale”. Da allora il Fronte Nazionale si spostò a sinistra, avvicinandosi laddove il Partito Comunista francese revisionista se ne andava; non assunse la lotta di classe come slogan elettorale, ma piuttosto il “popolo” contro il Nuovo Ordine Mondiale. Anche se è chiamato partito di destra dai nemici, il Fronte Nazionale afferma di essere “né di sinistra né di destra”. La corretta descrizione del Fronte Nazionale oggi è partito nazionalista di sinistra. Il Fronte Nazionale è l’unica organizzazione dalla caduta dell’URSS ad occupare la linea del PCF sull’immigrazione: una politica della classe dirigente per sabotare e ridurre i salari. L’immigrazione, affermò Jean-Marie Le Pen, era uno strumento del capitale contro il lavoro. Infatti, Le Pen ammise che fu usato per indebolire le prospettive della rivoluzione comunista in Francia. Molti lavoratori, abbandonati dal PCF borghese, cominciarono ad ascoltare la linea populista del FN, mentre tutti gli altri partiti si spostarono ulteriormente verso destra. L'”estrema destra” in Francia era l’unico partito di massa dalle posizioni tradizionali di sinistra sugli interessi chiave della classe operaia. È sempre più chiaro che Jean-Marie Le Pen non sbagliò sull’analisi della sinistra trotskista e maoista del 1968. Erano, come sottolineò il filosofo Clouscard, l’avanguardia del capitalismo finanziario. L’intellettuale francese Alain Soral ha avuto una grande influenza nel spingere il Fronte Nazionale a sinistra. Soral è un marxista clouscardiano e un ex-membro del PCF che comprende le contraddizioni primarie e secondarie della lotta di classe. Molti comunisti hanno malignato su Soral per aver sostenuto l’FN, ma ha fatto molto di più per educare la classe operaia francese con i suoi libri e video, che tutti i suoi critici.
Quindi, cosa possiamo aspettarci da Marine Le Pen? Come dissi di Trump, “molto poco, quasi niente”. È dubbio se eletta, e sarebbe una sorpresa, lasci l’UE. Poteva ottenere alcune importanti concessioni sul controllo delle frontiere e la politica monetaria. Poteva sostenere l’industria francese perché la sua base in gran parte sono lavoratori. Poteva tentare di lasciare l’asse Atlantico e gravitare verso l’Eurasia ed doveva anche offrire all’Africa un accordo migliore se l’imperialismo francese dovesse competere con la Cina. Certamente si sarebbe scontrata con l’impero di Soros, i mass media e l’oclocrazia di sinistra. Se sinceramente patriottica, la Francia poteva sopravvivere alla tempesta imminente. Ma è in guerra civile, in un modo o nell’altro. Le Pen non è così vicina alla lobby ebraica in Francia quanto Trump negli USA. Non fu invitata alla cena annuale del Consiglio dei Rappresentanti delle Istituzioni Ebraiche in Francia (CRIF) l’equivalente francese del Comitato Americano degli Affari Pubblici israeliani (AIPAC). Piuttosto, come Putin in Russia, Le Pen è riuscita a dividere gli ebrei francesi, con alcuni che la sostengono. Ma gran parte del sostegno degli ebrei sionisti è per l’opposizione di Le Pen all”islamizzazione della Francia. Molti ebrei sionisti temono che gli immigrati musulmani non conoscano o non si preoccupino dell’olocausto e critichino lo Stato ebraico, mentre la maggioranza del sionismo mondiale supporta l’immigrazione di massa dei musulmani in Europa come forma d’ingegneria della migrazione coercitiva che farebbe crollare le nazioni europee, secondo gli obiettivi geopolitici degli USA in Europa. Ma è chiaro che Marine Le Pen si oppone all’ideologia wahhabita esportata in Europa dall’Arabia Saudita, piuttosto che all’Islam in sé, con la possibilità che la politica estera verso i Paesi islamici sia simile a quella dell’Ungheria di Viktor Orban. Ad esempio, l’Ungheria ha eccellenti relazioni con l’Iran. Tuttavia, è difficile che le relazioni francesi con il regime saudita siano rotte per via dei grandi contratti su armamenti e commerciali firmati negli ultimi anni. Non c’è dubbio che concentrarsi sull’Islam ignorando l’ebraismo e il sionismo sia una pessima politica, ma Nicolas Dupont-Aignan, leader del partito France Debout e sostenitore di Marine Le Pen, è un noto critico d’Israele. C’era la possibilità di tornare ad una politica francese indipendente in Medio Oriente. Dupont-Aignan disse ai media francesi dopo l’attacco fasullo delle armi chimiche in Siria che non credeva che Assad ne fosse responsabile. Dupont-Aignan fu uno dei pochi deputati che si oppose alla guerra in Libia nel 2011. Doveva essere il Primo ministro di Le Pen.
La posta elettronica di Wikileaks sulla squadra di Emmanuel Macron potrebbe rivelare molta corruzione, ma può anche servire ad avvertire il Cremlino. Un tweet di Wikileaks afferma che molti file hanno metadati cirillici. Questi documenti confusi con documenti autentici, verificati da fonti affidabili, basterebbero ad incolpare il Cremlino di aver tentato di influenzare le elezioni e servire da pretesto per chiudere i media russi, sempre più influenti in Francia. I giornalisti di France Inter e Le Monde mi hanno accusato di essere un agente del Cremlino. Se l’intelligence russa ne venisse accusata, notiziari e giornalisti che collaborano con Mosca potrebbero essere criminalizzati. Sotto la dittatura di Macron tutto è possibile. I media francesi sono stati avvertiti dal governo di non parlare della fuga. La stampa israeliana accusa Putin. Secondo l’ex funzionario della CIA Robert Steele, WikiLeaks ha collegamenti con il servizio d’intelligence israeliano Mossad. Non possiamo verificare tale affermazione né spiegare completamente cosa potrebbe significare. La matrice delle informazioni è infinitamente complessa e sempre sfuggente.

Tempo per prendere posto
Molti sinistri e comunisti in Francia hanno optato per l’astensione al secondo turno, giudicandolo magico. Per certi aspetti hanno ragione. Ma c’è anche il pericolo di mancare un’occasione storica per raggiungere il disperato proletariato francese, sia nella ‘Metropole’ che nei territori d’oltremare. Abbiamo due candidati che pretendono di non essere né di sinistra né di destra. Macron è un protetto dell’economista ed oligarchia Jacques Attali. Nel suo libro “Urgence Francaise” Attali dice che la Francia ha sempre bisogno di una rivoluzione per salvaguardarsi dalla distruzione. Il libro di Emmanuel Macron è intitolato “Rivoluzione”. Attali scrive: “L’episodio finirà indubbiamente con la nomina dello Stato di un uomo o una donna a cui sarà assegnato il compito di attuare le riforme che i partiti democratici non hanno avuto il coraggio di fare, anche a prezzo di limitare le libertà personali“; p. 144. Nell’ultimo dibattito con Macron, Le Pen non riescì ad impressionare. Le sue gesticolazioni selvagge ed emotive l’hanno resa una patetica avversaria plausibile. Ora sembra che il banchiere di Rothschild sia il prossimo presidente francese. Macron è la “rivoluzione” bonapartista della globalizzazione che deve uccidere ciò che è rimasto della Francia, schiavizzarne il popolo mentre ne distrugge cultura, lingua, storia ed economia. Inchioderà una grande civiltà e uno dei più antichi Stati nazionali del mondo sulla croce dell’imperialismo atlantista e sionista. L’analisi dialettica dell’imperialismo nella sua forma attuale dimostra che la contraddizione primaria è oggi tra globalizzazione e Stato-nazione, tra borghesia compradora e borghesia nazionale. La contraddizione secondaria è tra borghesia nazionale e proletariato. La vittoria di Trump negli Stati Uniti ha indebolito e diviso l’imperialismo statunitense. Comunque, come previdi, non è granché, quasi niente. Una vittoria di Le Pen avrebbe dato sempre poco. Ma due “pochissimi” costituirebbero molto, e due “quasi” sono qualcosa. Ecco perché speravo nella vittoria di Le Pen.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora