La Via della seta marittima della Cina passa per Suez

M K Bhadrakumar Indian Punchline 25 dicembre 20142014122320221021256La cintura economica della Via della seta marittima della Cina del 21.mo secolo compie un grande balzo in avanti con la visita del presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi al Presidente Xi Jinping a Beijing, indicando nei due progetti una “opportunità importante per rinvigorire” il suo Paese. Sisi era in visita di Stato in Cina. (Xinhua) Secondo le fonti, la Cina ha segnato un importante colpo diplomatico, come evidenzia l’annuncio di Xi e Sisi nell’elevare i rapporti tra i due Paesi a “partnership strategica globale”. Xi ha assicurato Sisi che la Cina “integrerà le iniziative per costruire congiuntamente la cintura della seta e la via della seta marittima con grandi piani inerenti lo sviluppo dell’Egitto, rafforzandone la cooperazione nelle industrie delle infrastrutture, nucleare, delle nuove energie ed aerospaziale, integrandola con investimenti appropriati e accordi di finanziamenti”. Interessante, la cooperazione militare e nella sicurezza era anche all’ordine del giorno. Xi avrebbe indicato che i due Paesi potrebbero “congiuntamente reprimere il terrorismo”. La dichiarazione congiunta firmata dai due leader comprende una sezione su ‘settori militari e della sicurezza’. Sisi resta vigile sull’Islam radicale e la Cina ha un utile partner nell’Egitto nel rintracciare gli islamisti che fomentano problemi nello Xinjiang. Data la natura della struttura di potere egiziana, la Cina vorrà favorire le relazioni militari. Infatti, mentre la marina cinese si espande ulteriormente e si farà vedere nel Mediterraneo nei prossimi decenni, il canale di Suez sarà di grande importanza per la strategia militare di Pechino. Sisi ha lanciato la partecipazione cinese nel progetto per il nuovo canale di Suez. Per la Cina è una miniera d’oro strategica, poiché attraverso il canale di Suez la Via della seta marittima arriverà al Mediterraneo e a Venezia, dove s’incontrerà con la nuova Via della seta terrestre (proveniente da Xian nella Cina centrale passando per Xinjiang e Asia centrale, nord dell’Iran, prima di volgere a occidente attraverso Iraq, Siria e Turchia e a nord-ovest verso l’Europa passando da Bulgaria, Romania, Repubblica Ceca e Germania, per Rotterdam, in Olanda, e subito dopo a sud, verso Venezia in Italia). La Via della seta marittima parte da Quanzhou nella Provincia di Fujian e passa per lo stretto di Malacca e l’Oceano Indiano per raggiungere Nairobi, da dove punta a nord passando per il Corno d’Africa e il mare rosso, arrivando al Mediterraneo attraverso il canale di Suez. (A proposito, le Maldive sono entrate con lo Sri Lanka nel progetto).
Xinhua osserva evidenziando che l’aspetto principale per la Cina è l’espansione dei legami economici con l’Egitto, dove vede enormi opportunità. Ma la crescente dimensione strategica del rapporto è immediatamente evidente. Il punto è che l’Egitto è cruciale nella strategia della Via della seta marittima della Cina. Sembra che Xi visiterà l’Egitto nel prossimo futuro per suggellare il partenariato strategico. La Cina ha evitato scrupolosamente d’immischiarsi nella primavera araba e Xi ha chiarito a Sisi che il sistema politico dell’Egitto o il relativo sviluppo è solo una questione interna. Xi ha adottato la posizione del presidente russo Vladimir Putin (Sisi visitò Mosca ad agosto). I rapporti di Sisi con Russia e Cina dovrebbero essere elevati. Il primo ministro egiziano ha recentemente costituito un’unità speciale per monitorare, promuovere e accelerare i legami con la Russia e la Cina. Cairo spera di sfruttare i legami con Russia e Cina per scongiurare l’invadenza politica statunitense. Naturalmente, Washington non può che preoccuparsi per tali inconfondibili segnali dell’approfondimento dei rapporti dei russi e cinesi con l’Egitto, alleato chiave degli Stati Uniti fino a poco prima. Il presidente Barack Obama deve essere abbastanza preoccupato da chiamare al-Sisi e chiacchierarci la scorsa settimana, poco prima che il leader egiziano volasse a Pechino.

xinjiang-graphicTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Verso la radicalizzazione anti-sistema dei BRICS

Philippe Grasset, Dedefensa 31 ottobre 2014 2014-07-17T200224Z_1685997852_GM1EA7I0B5C01_RTRMADP_3_BRAZIL-CELACLa rielezione della Presidentessa Dilma Rousseff è molto più che la rielezione di un presidente del Brasile. Dal primo turno, con la presentazione di una candidata inaspettata, avendo la candidata vicepresidente preso il posto del candidato Eduardo Campos, morto in un incidente aereo il 13 agosto, l’elezione è la svolta internazionale nel confronto tra le forze del sistema e Rousseff. Marina Silva è stata subita designata come la facciata anti-Rousseff (secondo Wayne Madsen, Silva è “unìagente del Partito Verde creato da Soros”). Qualunque sia la verità su Marina Silva, ciò che conta è la narrazione sviluppata dalla comunicazione del Sistema, le elezioni presidenziali del Brasile in realtà mostrano la situazione del sistema contro Rousseff. Silva eliminata, il rappresentante del sistema diventava automaticamente l’avversario al secondo turno di Rousseff, Aecio Neves, che non ha neanche fatto mistero delle sue intenzioni di mettere il Brasile sulla giusta strada dell’ultraliberismo. Wayne Madsen, già citato, ha scritto un articolo il 28 ottobre 2014 su Strategic-culture, specificando la trama e la complessità dell’operazione contro Rousseff. Madsen propone una coppia piuttosto unica nel suo genere, sotto una forma affermata, anche se la sua composizione non deve stupire, tra CIA e Soros (“la coppia mortale John Brennan della CIA e George Soros). E’ vero che l’attivismo dichiarato di Soros si manifesta in modo assai cospicuo ed affermato (vedi 24 ottobre 2014), e ora possiamo designarlo come forza principale dell’attivismo convenzionalmente chiamato “settore privato”, nel processo di destrutturazione e dissoluzione del sistema. Naturalmente, l’azione della coppia CIA-Soros (Soros o Brennan, come la chiama Madsen dal nome del direttore della CIA) contro Rousseff aveva un obiettivo specifico molto più grande della sorte del Brasile nei prossimi quattro anni, fino al 2018. Si tratta chiaramente della formazione dei BRICS, dove il Brasile è un membro politicamente molto attivo ed impegnato, date le posizioni e le azioni intraprese da Rousseff contro le attività NSA svelate da Snowden. (Questo episodio è stato rafforzato dall’allora situazione di Greenwald, agente nella crisi Snowden/NSA che viveva a Rio de Janeiro durante la fase più calda della crisi). Tale insieme di circostanze ha fatto di Rousseff l’attivista che vediamo, attivismo completamente inserito nell’evoluzione dei BRICS alla riunione di Fortaleza, in Brasile, a settembre.
• La sera del primo turno, era chiaro che la questione dei BRICS era al centro delle elezioni presidenziali tra Rousseff e Neves, i due candidati rimasti. Alcuni esperti specialisti del business brasiliano l’affermarono chiaramente, come Sonia Fleury della Getulia Vargas Foundation, intervistata da RIA Novosti il 6 ottobre 2014. Legava direttamente al problema dei Paesi BRICS i programmi dei due candidati, assicurandola con fermezza la corrispondente situazione interna, diretta ed esplosiva, del Brasile alle grandi correnti internazionali del confronto sistema-antisistema. “Se Neves vince le elezioni, ci si possono aspettare cambiamenti, un ritorno alla politica estera legata al Nord e un Sud non più così forte come con il governo di Dilma (Rousseff)”, ha detto Sonia Fleury. “L’allineamento con Stati Uniti ed Europa occidentale sarebbe più probabile della spinta al consolidamento dei BRICS come alternativa per acquisire un’autonomia finanziaria comune”, osservava. (…) “Credo che per il governo (Rousseff) del PT i BRICS siano una questione seria, e non credo che lo sarebbe con un governo PSDB, molto più vicino agli USA“, continuava Sonia Fleury… “Inoltre, notava il ruolo dell’economia nelle elezioni. “Colpisce (il voto) in qualche modo, perché tale problema riguarda le priorità dei due partiti. La priorità del PSDB è pagare il debito e mantenere la stabilità monetaria, anche quando ciò aumenterebbe disoccupazione e ridurrebbe i salari reali”, ha detto Fleury. “Per l’attuale governo, la priorità è lo sviluppo economico con l’inserimento del maggior numero di persone nel mercato formale e ai benefici sociali, che appare per certuni un rischio per la stabilità per via dell’aumento della spesa pubblica. Questo è il problema principale da discutere nelle prossime due settimane”, spiegava Fleury“.
• Naturalmente, Madsen, nella sua analisi del 28 ottobre, chiaramente conferma la portata della sfida della rielezione di Rousseff, e relaziona la questione alla situazione dei Paesi BRICS, al loro sviluppo, ecc. Madsen vede l’apertura dei BRICS ai nuovi membri, come Argentina, che s’è già quasi ufficialmente candidata (con il supporto molto attiva della Russia), ma anche ad altri Paesi, alcuni già indicati (Indonesia), altri che appaiono per la prima volta (Egitto, Iran)… In tutti questi casi, la linea guida è la loro posizione di Paesi emergenti, tenuti ai margine del Sistema e del suo centrale blocco BAO, ma soprattutto questi Paesi sono sempre più chiaramente definiti dalla naturale linea anti-sistema nella grande lotta in corso. “I pesanti interessi di CIA e Soros nel sconfiggere Rousseff avevano lo scopo di far deragliare l’emergente alleanza economica BRICS tra Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa che indebolirebbe il dominio che i banchieri globali e i loro intrinsecamente corrotti Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale (FMI) esercitano sull’economia mondiale. I banchieri e i loro centurioni della CIA credevano che con Neves o Marina Silva, agente del Partito Verde curata da Soros, in carica il Brasile avrebbe abbandonato i BRICS e sarebbe rientrato nella comunità bancaria globale “svendendo” i beni dello Stato brasiliano, come la compagnia petrolifera Petrobras. Soros e i suoi amici della CIA non sono riusciti a capire che i poveri in Brasile devono la loro relativa nuova posizione sociale alle politiche economiche statali di Rousseff e dell’icona del Partito dei lavoratori Luiz Inácio Lula da Silva. Con Rousseff ora rieletta, i BRICS continueranno a sviluppare la Nuova Banca di Sviluppo (NDB) e i suoi 100 miliardi di dollari di riserva di valuta (CRA) o paniere di valute, da cui i Paesi membri possono attingere prestiti, allontanandosi così da Banca Mondiale e FMI sotto il controllo politico occidentale. La rielezione di Rousseff consentirà anche ai BRICS, che rischiavano di perdere il Brasile quale membro, se Rousseff avesse perso le elezioni, di espandere la propria base associativa. L’Argentina, che ha affrontato una campagna economica concertata dall’avvoltoio capitalista di New York, il sionista di destra Paul Singer, per la confisca di beni argentini, ha espresso forte interesse all’adesione ai BRICS. Il ministro degli Esteri argentino Héctor Timerman ha dichiarato che gli argentini intendono aderire ai BRICS e i recenti accordi commerciali tra Argentina, Cina, Russia e India, indicano che gli argentini saranno i benvenuti nel “Club” anti-USA delle emergenti potenze economiche. Iran, Indonesia ed Egitto hanno anche espresso interesse ad aderire ai BRICS. Il nuovo presidente indonesiano Joko Widodo è un membro del partito dell’ex-presidentessa Megawati Sukarnoputri, la figlia del presidente Sukarno, spodestato dalla CIA nel sanguinoso colpo di Stato del 1965, aiutato e spalleggiato dal patrigno indonesiano del presidente Barack Obama, Lolo Soetoro e dalla madre Ann Dunham Soetoro, impiegata di USAID/CIA. La politica estera sukarniana indonesiana si allea con i BRICS con un allineamento naturale”.
• …Non è un caso che Novosti abbia pubblicato il 29 ottobre 2014, un’intervista di Darija Chernichova a Georgij Toloraja, direttore esecutivo del Comitato Nazionale russo per lo studio dei BRICS, voce semi-ufficiale della leadership russa sulla questione dei BRICS, e principale operatore russo per gli affari con i BRICS. Ma Toloraja, lungi dal parlare della rielezione di Rousseff, così importante per i BRICS, guarda soprattutto ai risultati della riunione di Fortaleza a settembre. Dando dettagli importanti sul vertice, un mese e mezzo dopo, mentre la pressante attualità richiama la nostra attenzione sui BRICS, che illustrano l’elezione di Rousseff (la “notizia più urgente”) come necessariamente legata alla logica del confronto sistema-antisistema che caratterizza le elezioni in Brasile, che non può che essere considerato che come evento operativo dei BRICS di primo piano, confermando e accelerando i risultati di Fortaleza. “Il vertice BRICS a Fortaleza è stato un punto di svolta sorprendente“, ha detto Toloraja in una videoconferenza tenutasi presso il centro stampa di Rossija Segodnja. “Nel contesto del confronto tra uno dei membri dei BRICS, la Russia, e l’occidente, gli Stati Uniti in particolare, si definiscono nuovi parametri politici. È una situazione in cui le grandi potenze iniziano a giocare un ruolo molto importante (in geopolitica) e il periodo di stabilità nelle relazioni internazionali concluso“, ha aggiunto. “La Russia apprezza molto la posizione dei Paesi BRICS alle Nazioni Unite, al Consiglio di sicurezza, sulle contraddizioni della Russia con l’occidente e gli Stati Uniti nel conflitto in Ucraina“, ha detto Toloraja. Ha anche notato che i contatti nel quadro dei BRICS sono in continua espansione sottolineando che ad un certo punto delle strutture burocratiche dovranno essere create. “Questo è inevitabile, e i primi passi sono già stati presi, come la banca d’affari, che non è solo una fonte di finanziamenti, di risorse mobilitate per diversi progetti dei BRICS, ma anche un centro di analisi“, ha detto Toloraja. “Sono convinto che il processo d’istituzionalizzazione rimane molto importante e continuerà a svilupparsi in futuro”, ha affermato”. Queste dichiarazioni, a tre giorni dalla rielezione di Rousseff, dimostrano che la Russia è ora decisa a far avanzare i BRICS da gruppo strutturato economicamente a uno strategico (più che un’alleanza), formando un blocco, la cui attività sarà necessariamente decisa dall’opposizione alla politica del sistema. La campagna elettorale brasiliana ha dimostrato oggi che il sistema ha l’obiettivo dichiarato, se non dimostrato, di smantellare i BRICS in modo aggressivo e con qualsiasi mezzo, e questi mezzisono noti, dato che la coppia CIA-Soros, i piromani più attivi nel destrutturare tutto ciò che possa divenire anti-sistema, è stata la principale forza contraria a Rousseff. Se Rousseff ha annunciato i piani per il suo secondo mandato, mostrandosi aperta e conciliante con le forze politiche che si sono espresse nella campagna, ha detto molto meno sui BRICS e la politica estera del Brasile. Questa discrezione è il segno contrario della rapida radicalizzazione dei BRICS, oggetto della nostra recensione.

45e411163a4e6e871d65f3b324aabac0_articleI BRICS, “blocco strategico antisistema”
Ancora una volta, vediamo il fenomeno dell’influenza diretta dell’azione del Sistema su comportamento e rafforzamento dei suoi avversari, di coloro che vuole battere. Nel caso dei BRICS, possiamo speculare su dove punti tale piano, e riteniamo che il blocco sarebbe stato assai meno avanzato, se non ridotto allo schema iniziale di gruppo informale e senza coesione, senza un’ipotesi chiara di unità politica, se non ci fossero stati 1) la crisi ucraina interamente causata dal blocco BAO, facendo precipitare la Russia in una posizione di quasi-mobilitazione anche, riguardo il nostro soggetto, con una politica volta a creare legami fuori dal blocco BAO (come SCO e BRICS), facendo pressione sui partner perché la seguano (la Russia) sulla via della “politicizzazione” di queste organizzazioni; e 2) le elezioni presidenziali del Brasile, contestate e attraversate da voci abbondanti su pressioni e attivismo di CIA-Soros, con l’obiettivo implicito di eleggere un candidato che avrebbe mollato i BRICS silurando l’organizzazione… In altre parole, si deve notare che gli eventi che interessano i BRICS nel senso descritto, profondamente e inevitabilmente anti-sistema, sono prodotti diretti del sistema stesso. Confrontiamo in particolare la rielezione di Rousseff nel 2014 con la sua prima elezione nel 2010. Quindi l’elezione con Lula che nominava Rousseff come suo successore, fu giocato principalmente su questioni di politica interna, secondo gli antagonismi politici tradizionali (sinistra-destra, ecc.), mentre le conseguenze della crisi dell’autunno 2008 non erano ancora sentite direttamente. In questo momento, i BRICS (o BRIC senza il Sud Africa), erano ancora considerati con ironia dal BAO e dal sistema del blocco, difficilmente meritandosi la decisione di una mobilitazione strategica contro uno i suoi membri. Il Brasile, nonostante i cambiamenti di Lula e l’affermazione della sua politica anti-sistema, era considerato con la stessa condiscendenza, e per il sistema non c’era dubbio, nonostante alcune differenze, sull’orientamento inesorabilmente volto all’integrazione nel sistema. In tale senso l’elezione era ancora vista nel quadro sudamericano, in cui il Brasile era ancora valutato come moderato rispetto ad attivisti come Chavez, e non nel quadro generale dei BRIC(S). Si svolse senza passione ed interferenze gravi ed allarmanti, come invece s’è visto quest’anno. In breve, il sistema lasciò fare e la prima elezione di Rousseff non cambiò molto la percezione sia del Brasile che dei BRIC(S). Nel frattempo, tra il 2010 e il 2014, gli eventi hanno portato molto rapidamente e con potenza notevole a una situazione infinitamente più tesa del 2010, dal punto di vista dei vari schieramenti in riferimento allo scontro tra il sistema e le nuove forze anti-sistema in piena espansione. Il sistema è ora in uno stato d’animo, segnalato ovunque, in piena offensiva superpotente e finale, con la volontà aperta e sfrontata di affrontare la Russia, sia in preda al panico per dei risultati ben lungi dal soddisfare le proprie aspettative e per la resistenza anti-sistema che generano (si veda di nuovo l’intervento di Soros contro la Russia del 24 ottobre 2014, già riportato). Le presidenziali in Brasile non potevano sfuggire, in questo momento, al clima del confronto sistema-antisistema “globalizzato”. La rielezione di Rousseff si è svolta nel clima che abbiamo visto, con il presupposto, in caso di sconfitta della presidentessa uscente, di un orientamento politico volto a far uscire il Brasile dai BRICS, con il risultato sperato dello sbandamento del raggruppamento. Pertanto, la rielezione di Rousseff ha così integrato gli elementi aggressivi impliciti della sua possibile sconfitta a beneficio del sistema, volgendolo in senso anti-sistema. Ciò è stato percepito come dinamica oggettiva (dinamica del sistema) coinvolgendo la minaccia, diventata certezza, dell’uscita del Brasile dai BRICS in caso di sconfitta di Rousseff, e divenendo sempre una dinamica oggettiva (dinamica antisistema) implicante il rafforzamento dei BRICS radicalizzanti, o sorta di “raggruppamento strategico antisistema”, con la vittoria di Rousseff.
Il sistema agisce quindi con forza, con tutta la sua superpotenza, ottenendo il risultato che raccoglie sempre più spesso: un evento completamente contro-producente, antagonistico, accelerando notevolmente il mutamento delle forze anti-sistema. Non c’è bisogno di concentrarsi su considerazioni che continuiamo a fare spesso, l’intervento sempre più sistematico dell’equazione superpotenza-distruzione, o la dinamica della superpotenza suscitata sempre più spesso e in modo dinamico più pronunciato, si trasmuta in distruzione. La vittoria di Rousseff sulla coalizione Neves-Soros-CIA è molto più politica, molto più strutturante nella funzione anti-sistema e di politicizzazione dei BRICS, della sola vittoria su Neves (come la vittoria di Rousseff nel 2010), senza la sfida imposta dal gruppo CIA-Soros del sistema. La conseguenza è il rialzo della posta in gioco di molto, oltre la vittoria di Rousseff, di questa dinamica anti-sistema già identificata. Il risultato, che misura e apprezza la portata della comunicazione del sistema, è effettivamente sviluppare la possibilità di strutturare ed istituzionalizzare i BRICS. Ciò che faceva sghignazzare gli esperti di Wall Street, come quello della Goldman Sachs che nel 2006 inventò l’acronimo BRIC, mentre i quattro Paesi interessati (Brasile, Russia, India, Cina) avviavano il processo di avvicinamento, è ora una realtà. Appariva (nel 2006) del tutto irragionevole attendersi che potesse avere una dimensione politica e strategica, cioè geopolitica, un gruppo di quattro (poi cinque) Paesi dalla scarsa unità geografica, e talvolta completamente avulsi dagli altri (Brasile e Sud Africa); che cercavano solo alcuni accordi economici e commerciali. Oggi, nel 2014, il sarcasmo non è più di rigore; c’è ansia e quasi panico (nel sistema) come dimostrato dall’intervento del gruppo CIA-Soros nella campagna, e come illustrato più precisamente dalla capacità di sostenere una candidata (Silva) e un altro (Neves) in quanto avversari di Rousseff. Il fenomeno è ben dimostrato ancora una volta, ma in modo molto spettacolare, nell’era psicopolitica, dalla vicinanza politica e strategica che ignora le necessità geografiche. Nell’attuale era della psicopolitica, caratterizzata dal confronto aperto e dichiarato tra sistema e anti-sistema, sono i valori altamente dipendenti e oscillanti dei caratteri ad essere così evidenziati dal sistema di comunicazione, piuttosto che i caratteri geopolitici stessi; tali dimensioni geopolitiche hanno dominato le relazioni internazionali in passato, sono divenute completamente secondarie nella valutazione delle forze e delle dinamiche del raggruppamento. Pertanto, possiamo ritenere che i Paesi BRICS, senza un progetto o piano già previsto, ma semplicemente seguendo le dinamiche delle potenti forze che governano l’evoluzione della situazione, sono in procinto d’inventare una nuova forma di “alleanza”, anzi, non si tratta di un'”alleanza” in senso stretto, ma di ciò che abbiamo designato “incontro strategico”, che acquista senso venendo designato come “gruppo anti-sistema strategico”, secondo un’espressione già utilizzata, o che più precisamente indica al meglio la forma del gruppo suscitato dal confronto sistema-antisistema, che in riferimento al blocco BAO viene designato “blocco strategico anti-sistema”. (Così vediamo meglio che il concetto di “blocco” non implica il concetto fisico dell’incontro strategico come la vicinanza geografica, ma un concetto di comunicazione che usa le necessità geografiche, legato principalmente dall’esigenza della dinamica anti-sistema globale).
Le specificità introdotte dall’elezione di Rousseff, così come sono state descritte, in particolare con l’interventismo molto pressante e sentito come tale, del gruppo CIA-Soros, si affronta il rischio dell’attivazione operativa molto rapida di questa nuova situazione. È la prima volta che un’elezione così importante ha per questione principale, anche se si trattava di un problema nascosto, non discusso in quanto tale nella campagna elettorale, l’appartenenza al gruppo dei Paesi divenuto blocco BRICS. Lo schema qui descritto è quindi completato a livello di comunicazione, dalla percezione della trasformazione dei resti strutturali dei BRICS e dalla percezione di un gruppo ancora informale che si costituisce in gruppo di lotta antisistema, entro un “quadro strategico anti-sistema” o “blocco strategico anti-sistema”, cambiando completamente identità ed operatività della strategia, da definizione geografica a definizione comunicativa…. E’ possibile che non si debba attendere a lungo l’operatività di questa fenomeno. Il vertice G20 a Brisbane è tra una quindicina di giorni (14-15 novembre). Nello stesso articolo succitato del 29 ottobre, Toloraja annuncia che ci saranno probabilmente dei problemi: “Parlando della prossima riunione del G20 a Brisbane (15-16 novembre), Toloraja ha detto che si aspetta uno scontro su come sviluppare a livello mondiale i sistemi finanziari ed economici “…Ad esempio: che faranno i Paesi del blocco BAO contro la Russia, che continuano a denunciare, e che hanno esclusa dal G8?” Bella domanda, ma essere contro la Russia significa essere contro i BRICS. La mente vaga, come sempre vediamo, e le posizioni divergenti si radicalizzano verso il confronto… A Brisbane i BRICS verranno con il vestito nuovo del “blocco strategico anti-sistema”? Staremo a vedere… Ci pare scontato che in realtà sia inevitabile che, se le circostanze si prestano e se ci sarà un attacco contro uno dei membri dei BRICS o contro i BRICS stessi, potremo vedere in modo drammatico e forse spettacolare come il gruppo economico informale sia divenuto un “blocco strategico anti-sistema” dal peso maledettamente pesante…

0,,17788765_303,00Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: i partigiani di Gheddafi contrattaccano

Joan Tilouine e Youssef Ait Akdim Jeune Afrique 28/10/ 2014

Tre anni dopo la tragica fine della “Guida” della Libia, Muammar Gheddafi, l’inversione delle alleanze avviene discretamente con il ritorno in sella di frange di sostenitori del vecchio regime, in nome della guerra al terrorismo.

Ahmad Gheddafi al-Dam

Ahmad Gheddafi al-Dam

Era meglio prima“, sono soliti lamentarsi i nostalgici della ex-Jamahiriya che avvertirono, nel 2011, contro l’idra islamista e gli appetiti delle potenze imperialiste. Compiacendosi di aver previsto il disordine attuale, ma leggendo il futuro dal retrovisore: dopo la rivoluzione che ha portato violenza e distruzione, si torna indietro. Concludendo, come un editorialista del quotidiano francese Le Monde, “molti libici dicono di rimpiangere i tempi di Muammar Gheddafi“, non ce che un passo pericoloso da compiere. Alcuni di coloro schierati con il regime nel 2011, prima di essere costretti all’esilio in particolare in Tunisia ed Egitto, sono meno discreti e si presentano alleati oggettivi del campo nazionalista contro gli islamisti. Gli eredi orgogliosi del nazionalismo di Umar al-Muqtar, l’eroe della resistenza agli occupanti italiani, di fatto recuperano i vecchi sostenitori di Gheddafi, soprattutto quando si presentano come patrioti onesti che non hanno sparso sangue o sperperato denaro pubblico. La riconciliazione di circostanza obbedisce alla situazione delle forze di sicurezza dello Stato libico fallito e al rifiuto quasi unanime di un nuovo intervento militare straniero.

Anti-gheddafisti contro islamisti
Abbiamo usato gli azlim (appellativo dispregiativo dei sostenitori del vecchio regime) come spaventapasseri dal 2011. Difatti, la minaccia alla sicurezza proviene ancora dagli islamisti e dai loro sostenitori stranieri“, ha detto un alto ufficiale dell’esercito libico. Dietro il fronte di ex-ufficiali di polizia e dell’esercito contro il terrorismo jihadista, si avvia senza problemi un rovesciamento di alleanze: ieri rivoluzionari ed islamisti (tra cui veterani dell’Afghanistan) contro la dittatura; oggi nazionalisti del vecchio regime e nemici di Gheddafi contro gli islamisti. Non c’è da stupirsi che dicano si sentirsi traditi e di “difendere gli obiettivi della rivoluzione del 17 febbraio“. Nel quadro di tale crociata i sostenitori di Gheddafi si alleano discretamente, date le circostanze, al debole blocco anti-islamista politico-militare allineato alle autorità legittime di Tobruq. Nel contesto della guerra, le alleanze politiche e tribali si riaffermano e i gheddafisti riattivano le loro reti. Finora in agguato nell’ombra, ma ben organizzati, i “Verdi” hanno continuato a seguire gli sviluppi in Libia dall’interno, attraverso i loro informatori e sostenitori, in particolare nei ministeri e nell’esercito. Alle grandi figure del vecchio regime, la vittoria dei “non-islamisti” alle legislative dello scorso giugno offre la possibilità di essere utili. Alcuni gheddafisti si sono schierati con il governo di Tobruq (parlamento, governo, esercito) riconosciuto dalla comunità internazionale, ma contestato e contrastato dalla coalizione islamista Fajr Libia.

I sostenitori di Gheddafi in primo piano
Tre anni dopo la tragica fine, il 20 ottobre 2011, della “Guida” alla periferia di Sirte, sua città natale, i sostenitori di Gheddafi ricompaiono sulla scena. Se i figli del colonnello sono stati neutralizzati, caduti combattendo come Muatasim e Qamis, o detenuti a Zintan e a Tripoli come Sayf al-Islam e Sadi, altre figure dell’ex-Jamahiriya alimentano la fiamma verde. Il cugino di Muammar Gheddafi, trasferitosi a Cairo, Ahmad Gheddafi al-Dam, ha ottenuto l’improvvisa revoca del congelamento dei beni da parte della Corte di giustizia dell’Unione europea (UE). Influente e colorito, s’è assicurato i servizi, tra gli altri, dell’avvocato Hervé de Charette, ex-ministro degli esteri francese. I gheddafisti diffidano vedendolo venire sgravato dal congelamento dei beni, in quanto “decisione molto politica”. Ma tutti sono convinti che con la sua fortuna, stimata in diversi miliardi, Gheddafi al-Dam aiuterà le forze di sicurezza, ora senza un soldo, a procurarsi le armi e contribuire attivamente alla lotta al terrorismo. L’ex-coordinatore dei rapporti con l’Egitto, ha detto alla BBC araba: “Il mondo ricorderà a lungo Gheddafi e i libici scopriranno che si sono sbagliati su di lui“. Vero o falso, a pochi giorni dal terzo anniversario del 20 ottobre 2011, il quotidiano iracheno al-Zaman indicava le parole impetuose della figlia di Gheddafi, Aysha, dove su facebook ha detto di essere stata “rapita con i figli e la madre” a Muscat, nel sultanato dell’Oman. Non lontano, a Doha, Musa Qusa, ex-capo dei servizi segreti, riceve visite regolari, ma non ispira fiducia ai sostenitori di Gheddafi. (E’ difatti un traditore. NdT) Da Johannesburg, l’ex-Capo di Stato Maggiore della “Guida”, Bashir Salah, s’é appellato alla corte della UE per la revoca del congelamento dei beni, nella speranza che il caso di Gheddafi al-Dam costituisca un precedente. Salah si riunisce regolarmente e attivamente con, tra gli altri, ufficiali di Zintan che supporta. Con le sue capacità relazionali in Africa e Parigi, questo francofono emerge quale interlocutore credibile con i governi occidentali. Così, alla fine di settembre, ha ripreso i colloqui con i suoi “contatti” francesi, cercando di organizzare la migliore accoglienza a Maliqita Othman, capo della potente milizia zintana Qaqa, in visita a Parigi il 1° ottobre. Ricevuto al ministero della difesa, quest’ultimo ha chiesto il sostegno militare e attacchi aerei mirati dai francesi. Per tale signore della guerra filo-governativo, nessuna collaborazione con i gheddafisti dalle “mani insanguinate”, ma ammette di essere disposto a dare un ruolo a Sayf al-Islam, sottoposto a mandato d’arresto dalla Corte penale internazionale (ICC) per “crimini contro l’umanità”.

Sayf al-Islam agli arresti domiciliari
Dal suo arresto nel sud della Libia, il 19 novembre 2011, Sayf al-Islam è detenuto, o meglio agli arresti domiciliari o protetti, a Zintan. Gli ufficiali zintani lo consultano regolarmente sapendo che conosce la complessità dell’organigramma islamista libico. Anche i capi tribù a lui fedeli, a cominciare dai warshafana sotto il tiro della Fajr Libia, che vogliono “sradicarli”. Indeboliti dalla sconfitta militare a Tripoli, mancanza di munizioni e divisioni tra politici e militari, i zintani sanno di essere vulnerabili. Alcuni di loro cercano di approfittare del bottino di guerra Sayf al-Islam, ambito dalla Fajr Libia. “Una controrivoluzione è in corso contro gli islamisti“, ha detto un vicino ai zintani. E i sostenitori di Gheddafi sono indispensabili per via delle loro reti ed esperienza riguardo amministrazione e militari, per non parlare della loro forza finanziaria per ricostruire e dirigere l’apparato statale. Ma ciò che sembra un’alleanza per alcuni è denunciata come tradimento dei valori della rivoluzione da altri.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

libya-administrative-mapIl 24 settembre, a Tripoli esplodeva la rivolta contro gli islamisti, mentre almeno sei attacchi aerei centravano le postazioni degli islamisti di Fajr Libia (Alba della Libia) nel sud della capitale. Molti islamisti furono eliminati assieme a diversi blindati. Il primo ministro Abdullah Abdurahman al-Thani, da Tobruq, invocava la sollevazione “in risposta all’appello dei residenti di Tripoli per liberarli dai militanti”. In precedenza, il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian aveva invocato l’intervento francese in Libia, sostenendo che sia diventata la “base dei terroristi. Oggi suono l’allarme sulla gravità della situazione in Libia. Il sud è una sorta di hub per i gruppi terroristici che vengono riforniti anche di armi e si riorganizzano. Nel nord, i centri politici ed economici del Paese ormai rischiano di cadere sotto il controllo jihadista… Dobbiamo agire in Libia e mobilitare la comunità internazionale“. Aveva detto che le truppe francesi dispiegate in Mali dovevano trasferirsi in Libia attraverso l’Algeria. “Questo avverrà in accordo con gli algerini, principali attori della regione“. “Le milizie islamiste occupavano Tripoli da fine agosto, e il governo in esilio ‘legittimo’, era a 1200 km di distanza, a Tobruq, da cui non governa nulla, le ambasciate occidentali sono state sgombrate e il sud del Paese è rifugio dei terroristi e le coste centro del traffico dei migranti. Il tutto avviene in un contesto di rapimenti, omicidi e torture, completando il quadro di uno Stato in via di estinzione”, scriveva Le Figaro, il quotidiano finanziato dall’industria bellica francese.
Nel frattempo, l’Egitto salutava la formazione del nuovo governo libico guidato da Abdullah al-Thini, sottolineando l’intenzione di collaborare con il nuovo governo. “La formazione del governo libico è un passo positivo verso il raggiungimento della stabilità politica e il ripristino di pace e sicurezza nel Paese“, dichiarava il portavoce del ministero degli Esteri egiziano Badr Abd al-Aty. Il ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqri aveva dichiarato che gli egiziani era interessati ad unificare le istituzioni libiche per avviare il dialogo nazionale. Cairo aveva organizzato una conferenza sulla Libia il 25 agosto, con rappresentanti di Egitto, Algeria, Tunisia, Sudan, Ciad e Niger, raggiungendo un accordo di cessate il fuoco tra i gruppi in conflitto, la stesura di una nuova costituzione, l’avvio del dialogo e il riconoscimento della legittimità del nuovo Parlamento libico. Aqila Salah Isa, presidente della Camera dei rappresentanti libica, dichiarava: “Questo non sarebbe accaduto se la comunità internazionale avesse preso la situazione in Libia sul serio“, chiedendo l’invio di armi e aiuti per ripristinare la sicurezza e ricostruire le istituzioni. “Il terrorismo e l’estremismo… ora formano un ampio fronte che si estende dall’Iraq all’Algeria” e l’inazione lascerà la comunità internazionale di fronte agli effetti di un’ulteriore espansione in Nord Africa e Sahel. La mancata fornitura di armi e addestramento all’esercito libico, nella guerra al terrorismo, è nell’interesse dell’estremismo“. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, a fine agosto, aveva approvato una risoluzione che irrigidisce l’embargo internazionale sulle armi alla Libia. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov dichiarava a sua volta, “A proposito, parlando di armi chimiche, ci piacerebbe avere informazioni reali sullo stato dell’arsenale chimico in Libia. Sappiamo che i nostri colleghi della NATO, dopo aver mutilato il Paese in violazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, preferiscono non toccare il caos che hanno creato, ma la questione dell’arsenale chimico libico, privo di controllo, è troppo seria per chiudervi un occhio“.
Il 5 ottobre 2014, a Derna sfilava il gruppo islamista al-Galuo, composto da terroristi di ritorno da Siria e Iraq, che si preparavano alla nomina a capo dell’emirato islamico di Derna di uno yemenita. Nel frattempo il presidente egiziano al-Sisi incontrava il premier libico Abdullah al-Thini per discutere delle relazioni bilaterali e degli sforzi dell’Egitto per aiutare il governo libico a sradicare le organizzazioni terroristiche in Libia e renderne sicuri i confini. Il 14 ottobre, aerei libici decollati dall’Egitto avviavano un’operazione in appoggio alle truppe di Qalifa Haftar a Bengasi, eliminando almeno 12 terroristi di Ansar al-Sharia.
In Libia esistono due ‘parlamenti’ e due ‘governi’. Quello di Tobruq guidato dal premier al-Thani e riconosciuto dalle Nazioni Unite, e quello di Tripoli del ricostituito Congresso Nazionale Generale (CNG) guidato dal premier islamista al-Hasi. Tripoli è sostenuta da Qatar, Turchia e Sudan; Tobruq è sostenuta da Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Nella seconda metà di ottobre, nella base aerea di Mitiga, controllata dagli islamisti della coalizione Fajr Libya, formata da milizie di Misurata, berberi ed islamisti radicali della Tripolitania, erano atterrati almeno 3 aerei da trasporto qatarioti carichi di rifornimenti militari. Quindi, le forze islamiche avviavano un’offensiva contro Zintan, sul Jabal Nafusa, al confine tunisino. In risposta, velivoli libici bombardavano la base islamista di Gharyan, 120 chilometri a sud-ovest di Tripoli, e veniva avviata una controffensiva sui villaggi Qaqla e al-Qala. A Bengasi le forze di Haftar riconquistavano diverse zone, con la controffensiva della 204° Brigata corazzata appoggiata da velivoli, riprendendo il controllo del quartiere Ras Ubayda e della base della Brigata Martiri del 17 Febbraio, nel quartiere Fuwayhat. Di contro, il Consiglio della Shura dei Rivoluzionari di Bengasi, formata da Ansar al-Sharia, Majlis al-Shura, Brigata Martiri del 17 Febbraio, Scudo della Libia e Liwa Rafallah al-Sahati, scatenavano una serie di attentati suicidi uccidendo oltre 80 persone, tra cui 9 soldati morti nell’attentato contro la casa del generale Haftar, nel quartiere Zaytun. Inoltre gli islamisti attaccavano la base della 204° Brigata, la collina al-Rahma e l’aeroporto di Benina, base principale di Haftar.

photo_1372271056869-1-0Note:
al-Masdar
Global Research
ITAR-TASS
Nsnbc
Nsnbc
RIAN
RID
RussiaToday
Wsws
Zerohedge

Dilma Rousseff e il suo sorriso ottimista

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 01/10/2014
Presidential candidate Dilma Rousseff of Workers Party waves to the crowd before she takes part in a TV debate in Sao PauloI media occidentali sono unanimi nel dire che Dilma Rousseff ha utilizzato il podio della 69.ma Assemblea Generale delle Nazioni Unite per la campagna elettorale nella speranzosa corsa presidenziale. In realtà tutti i capi di Stato latinoamericani, come il presidente messicano Penha Nieto, dell’Hondurase Orlando Hernandez, del Guatemala Otto Pérez Molina, della Colombia Juan Manuel Santos, il venezuelano Nikolas Maduro e altri, sfruttano la possibilità di parlare dei successi dei loro Paesi. Dilma ha detto che secondo la FAO (l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura delle Nazioni Unite), il suo Paese ha sconfitto la fame, “Pochi giorni fa, la FAO ha annunciato che il Brasile non fa più parte della mappa della fame nel mondo“. La mancanza di prodotti alimentari è cosa del passato. Tale trasformazione è il risultato di politiche economiche che hanno generato 21 milioni di posti di lavoro e apprezzato il salario minimo, aumentandone il potere d’acquisto del 71%. Trentasei milioni di brasiliani sono usciti dalla povertà estrema per godersi una vita normale. Il gruppo dirigente del Brasile ha raggiunto risultati evidenti su istruzione, sanità e garanzie dei diritti delle minoranze. Il Brasile è passato da 13.ma a 7.ma economia mondiale, nella crisi economica globale. La Presidentessa attua una politica energetica coerente con la compagnia statale Petrobras nel ruolo chiave. Questi e altri risultati dovrebbero essere ricordati dai 142 milioni di elettori che definiranno la politica del Brasile per i prossimi quattro anni, ad ottobre. Parlando alle Nazioni Unite ha condannato l’operazione degli Stati Uniti in Iraq e Siria ed ha espresso solidarietà al popolo palestinese soggetto agli attacchi israeliani. Dilma Rousseff ritiene che tali interventi militari rappresentino una grave minaccia alla pace mondiale, “Ogni intervento militare non porta alla pace, ma al deterioramento dei conflitti. Siamo testimoni della tragica proliferazione del numero di vittime civili e catastrofi umanitarie. Non possiamo permettere che tali barbarie aumentino, danneggiando i nostri valori etici, morali e di civiltà“. Come esempio ha citato “la tragica destrutturazione nazionale dell’Iraq; la grave insicurezza in Libia; i conflitti nel Sahel e gli scontri in Ucraina“. I media ricordano sempre il suo discorso nel settembre 2013 alle Nazioni Unite quando criticò aspramente lo spionaggio totale degli USA, compresi quelli che gli USA considera suoi amici. Il giornalista statunitense Glenn Greewald ha descritto i dettagli delle operazioni d’intercettazione USA delle conversazioni di Dilma, dei parenti, dei membri del governo, delle strutture di potere e di altri funzionari di agenzie governative. Tali azioni definirono l’approccio negativo della Presidentessa brasiliano verso il modus operandi di Washington. Le politica estera del Brasile è in gran parte influenzata dalla sfiducia verso i funzionari addetti alla politica estera degli Stati Uniti.
Gli esperti di politica estera dell’America Latina ritengono che le avventure militari degli Stati Uniti e della NATO, volte a stabilire il nuovo ordine mondiale del blocco occidentale dall’indebolito potenziale finanziario ed economico, rappresentino una grave minaccia per la regione. La caotica politica internazionale statunitense prevede l’uso della forza e provoca gli Stati “ostili”, tra cui potenze nucleari, inevitabilmente suscitando preoccupazione tra i politici ragionevoli del continente latino-americano. Sotto Obama, gli Stati Uniti hanno tentato di far cadere governi legali in Venezuela, Ecuador e Bolivia. Capi di Stato considerati “populisti” da Washington, sono stati privati del potere in Honduras e Paraguay, sospettati di volersi liberare delle strutture militari USA sul loro suolo. Frustrata da Dilma Rousseff, la Casa Bianca cerca politici leali nel Paese, puntando su Marina Silva e il suo sponsor finanziario Maria “Neca” Setubal. Costei s’è laureata presso l’Università di San Paolo in sociologia e scienze politiche. Ha lavorato in organizzazioni internazionali come la Banca Mondiale ed è stata ministra dell’istruzione. Neca è assai nota in Brasile, dove controlla la banca Itau ed appartiene alla una delle famiglie più ricche del Paese. Dal 2010 Neca finanzia l’elezione di Silva. Nel 2014 ha coordinato lo staff di Silva ed ha versato 2 milioni di dollari al suo fondo elettorale. Il vero sostegno agli sforzi elettorali del Silva da parte di industriali brasiliani e stranieri è assai più significativo. I servizi speciali statunitensi usano i loro fondi segreti per la propaganda in Brasile. Diffondono informazioni false per screditare la squadra di Dilma, il governo ed attivisti del Partito dei Lavoratori. E’ facile capire perché Setubal vuole che Silva vada al potere, è il modo migliore per porre fine al processo in cui la banca Itau è accusata di evasione fiscale per la somma di 18,7 milioni di real brasiliani. Sei anni fa banca Itau ed Unibanco si fusero, ma 11,8 miliardi di real non furono versati a titolo d’imposta sul reddito, così come 6,8 miliardi di interessi e risarcimenti per danni sociali e penali.
Durante il suo primo mandato Dilma Rousseff s’è dimostrata un’appassionata combattente contro la corruzione. Il secondo mandato le darà la possibilità di modernizzare il Paese, creare condizioni sociali e politiche favorevoli a milioni di brasiliani. La notizia della improvvisa ascesa di Marina Silva a candidata del Partito Socialista (invece di Eduardo Campos, morto in un incidente aereo verificatosi in circostanze più che sospette) perde effetto. È davvero difficile adempiere alla missione di fingere di essere una politica attenta al destino della gente comune. La pressione psicologica durante la corsa aumenta e Silva compie spesso errori, per esempio ha sminuito i poveri dicendo che dubita dell’opportunità di fornirgli sostegno governativo. Ciò è piuttosto scioccante visto che Marina Silva appartiene a coloro che sono passati dalle stalle alle stelle. Un sondaggio di Datafolha a una settimana dal 5 ottobre mostra che Dilma vanta il sostegno del 40% dei votanti, il 27% per Silva e il 18% per Aesio Neves, il candidato dei socialdemocratici. Dilma ha reali possibilità nel ballottaggio (26 ottobre), con il 47% pronto a votarla contro il 43% per Silva. Con un errore dell’1-2%, Dilma vincerà se gli Stati Uniti non inscenano una grave provocazione contro di lei. I giornalisti di New York cercavano di sapere cosa pensi Dilma delle sue chance elettorali. Ha evitato di rispondere dicendo che, come aveva già spiegato, non ha mai commentato le previsioni di un qualsiasi sondaggio. Un giornalista brasiliano ha fatto un ulteriore tentativo di farla parlare chiedendole se il suo umore era migliorato per gli ultimi sondaggi a lei favorevoli. Dilma ha detto sorridendo, “Caro, io continuo a sorridere, in caso contrario la vita non varrebbe niente. È d’accordo, no?”

A handout picture released by Dilma RousLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’intervento di Putin sullo Stato di Novorussia

Danielle Bleitrach, Histoire et Societé 1 settembre 2014

14706320352_f898126b56_oDobbiamo partire, riguardo ai propositi di Putin, dalla situazione creatasi in Ucraina con la spedizione punitiva, le atrocità commesse da Kiev e la perdita totale di legittimità del governo golpista esterodiretto e sospettato di voler consegnare il Donbas agli appetiti oligarchici e della Chevron, in cui il figlio del vicepresidente Biden s’è già installato al vertice, e alla NATO. Novorossija nasce dalla negazione del sistema oligarchico, da 23 anni al potere, avendo questo progetto riunito le forze politiche e culturali più diverse, dai comunisti ai nazionalisti. Ma questo raggruppamento è antifascista, che pur denominandosi slavo e russo non ha una visione esclusivista paragonabile a quella di Kiev, ma quella del raggruppamento di popoli simile all’Unione Sovietica. Quindi è un movimento progressista. Perciò l’appello a Putin è anche quello attuale della società russa: un sistema dominato dagli interessi degli oligarchi può essere patriottico, antifascista, nazionale e popolare? Putin senza dubbio affronta tali problemi.
I negoziati con i golpisti di Kiev sono impossibili, ha detto Aleksej Mozgovoj comandante di brigata e portavoce di Novorussia
Avete in programma di recarvi a Kiev…?
Li abbiamo sempre avuti, e abbiamo sempre cercato di chiarire a Vladimir Vladimirovich Putin, uomo saggio e statista, che negoziare, come intendiamo, è un crimine, perché non possiamo mai riconoscere il governo di Kiev… Il nostro massimo obiettivo è rovesciare il sistema oligarchico di Kiev e creare la Nuova Russia. Spero che il 31 dicembre Vladimir Vladimirovich brinderà a champagne alla nascita dello Stato di Nuova Russia, congratulandosi con gli ucraini per la fine dell’oligarchia.

Il contesto dell’intervento di Putin
Putin, a nostro avviso, affronta tale problema in un contesto in cui si misura davvero la malafede occidentale. Il fatto è che gli Stati Uniti non si accontenteranno della sola Ucraina, ora che la battaglia è iniziata. Il piano è asservire la Russia e sostituire l’attuale regime con uno compatibile come quello di Eltsin. L’obiettivo di Stati Uniti e NATO è l’attacco frontale al progetto eurasiatico e oltre, contro la trasformazione del sistema finanziario proposto da Cina e BRICS. Sul piano politico, Putin sa che non ha nulla da guadagnare dalla resa all’occidente, anche se dice di non voler un conflitto internazionale e di non voler ridurre i rapporti con l’Unione europea, che non ha nulla da guadagnare seguendo gli Stati Uniti e la NATO. É uno statista e un uomo saggio, ha detto non senza ragione Mozgovoj, che non è solo un soldato, ma anche un politico. Cioè Putin ha molta pazienza, moderazione emotiva e favorisce innanzitutto l’avanzamento degli elementi del suo gioco nei rapporti di forza. Finora s’era concentrato sul fatto che il Donbas, a differenza della Crimea, appartiene all’Ucraina e sulla necessità di una soluzione negoziata, e si vedrà che, nonostante le interpretazioni date alle sue osservazioni, non ha cambiato. Ma c’è anche in Putin un carattere contraddittorio molto più sentimentale che non emerge, ma dalle “idee” vibranti da ragazzino, come lui stesso ha detto, sottrattosi al crimine inventandosi in una sorta di James Bond che ripristina la gloria perduta dell’amata Russia. Ecco perché in uno degli articoli di questo blog, ho indicato l’importanza dell’analogia tra ciò che è successo nel Donbas e l’assedio di Leningrado. Putin non abbandonerà il popolo del Donbas, con cui perderebbe l’adesione del Paese alla sua politica. E il numero di russi che parte per combattere volontariamente nel Donbas, dimostra che questa corrente è potente.

Un errore di traduzione, ma un cambio nella continuità
Diciamo subito del suo discorso di domenica che vi era in realtà un errore di traduzione, come notato da un lettore di questo blog: Putin non ha detto “gosudarstvo” (Stato), ma “gosudarstvennost” (“status amministrativo”, regione decentrata, autonomia, stato federale, ecc). Il quotidiano La Tribune ha pubblicato un articolo in cui si parla anche di organizzazione dello Stato. Ho appena ascoltato l’intervista a Putin, e parla di organizzazione amministrativa e non di Stato. Ciò sarebbe stato in contrasto con la linea adottata dall’inizio. Ci sarà ulteriore propaganda russofoba nella stampa di domani. Sono d’accordo con questo chiarimento, e a supporto di ciò si noterà che nella stessa intervista ha parlato di soluzione negoziata tra Kiev e Novorossija. Questa è una guerra civile di un Paese, e la Russia non dovrebbe occuparsene, e ancor meno i Paesi occidentali causa di tale disastro. Ma c’è un ma, finora Putin ha sostenuto l’idea del federalismo, ma senza avanzare alcuna forma di federalismo. Qui fa riferimento a una disposizione amministrativa ereditata dall’Unione Sovietica e ancora in vigore in Russia e in Ucraina. Abbiamo già sottolineato che la Crimea e la base di Sebastopoli avevano uno status speciale. Sebastopoli aveva lo status di città autonoma e la Crimea di regione autonoma con un proprio parlamento, convalidando il referendum per l’autodeterminazione deciso dal presidente del parlamento. Si è detto molto, e con ragione, della provocazione del regime golpista di Kiev abolendo lo status del russo di lingua amministrativa regionale, ma poco è stato detto del tentativo di eliminare l’autonomia della Crimea. Le azioni antigolpiste delle autorità della Crimea rispondevano a tali disposizioni, come il referendum. Ma non è il caso del Donbas, come i “dipartimenti” del sud-est dipendenti dallo Stato centrale. Quindi non vi è un cambiamento nel discorso di Putin, è stato solo male interpretato. Putin non pregiudica da subito l’appartenenza di Novorossija all’Ucraina, ma ritiene che a differenza della Crimea le popolazioni del sud-est siano ucraine di cultura e lingua russe, ciò che viene chiamato popolo fratello come i bielorussi, dei russi di un’altra repubblica. Non ha cambiato idea, e questo è ciò che gli impedisce d’intervenire. Ma per la prima volta, tenendo conto della posizione dei combattenti di Novorossija, pur decidendo d’indirizzarsi sul negoziato tra loro e il governo a Kiev, avanza la formula di una regione autonoma con un proprio parlamento.

L’intervento ufficiale
Si noti che il riferimento male interpretato è stato rimosso.
Putin: impossibile sapere quando la crisi politica in Ucraina finirà.
Il presidente russo Vladimir Putin ha chiesto a Kiev di avviare colloqui sostanziali sulla de-escalation della crisi in Ucraina orientale. Ha aggiunto che è un’illusione credere che i ribelli rimangano in silenzio guardando le loro case distrutte. “Abbiamo concordato un piano, in modo che l’attuazione sia perseguita”, ha detto Putin sul Primo canale TV, aggiungendo che “il governo ucraino deve iniziare immediatamente colloqui sostanziali, non discussioni tecniche, sull’organizzazione politica della società e dello Stato nel sud dell’Ucraina, tutelando gli interessi delle popolazioni che vi abitano“. Il piano, secondo il leader della Russia, è mettere i negoziati al centro del processo di pace. Con un chiaro riferimento al rovesciamento di Viktor Janukovich del movimento Maidan a febbraio, Putin ha detto che errori, come i colpi di Stato, dovrebbero essere evitati essendo causa principale della crisi attuale. Il presidente russo ha invitato Kiev a considerare il prossimo autunno e inverno, pensando al riscaldamento. “L’infrastruttura devastata nel meridione richiederà piena riparazione, altrimenti la popolazione potrebbe anche morire assiderata“, ha detto. “Sembra che solo la Russia se ne preoccupi. La prima condizione essenziale è terminare i combattimenti ed iniziare a ricostruire le infrastrutture, al ripopolamento, eseguire le necessarie riparazioni e manutenzioni per affrontare la stagione fredda“. Putin ha detto che “anche se la soluzione della crisi dipende principalmente da Kiev, è impossibile dire quando finirà”. Ha detto che ciò potrà essere definito nelle prossime elezioni parlamentari in Ucraina. Il presidente ucraino Poroshenko ha sciolto il parlamento del Paese il 25 agosto e ha indetto le elezioni parlamentari per il 26 ottobre. “Tutti i partecipanti alla competizione elettorale vorranno mostrare quanto siano bravi”, ha detto Putin. “Tutti vorranno dimostrare che sono uomini decisi o “strongwomen”, e che in periodo di lotta politica acuta. è difficile aspettarsi che qualcuno cerchi una soluzione pacifica e non militare. Allo stesso tempo, è un’illusione pensare che i ribelli si siedano aspettando pazientemente l’avvio dei negoziati promessi”, ha detto Putin, “soprattutto quando vedono le città e i villaggi dell’Ucraina del sud-est bombardati e distrutti dal tiro diretto“.
C’è sicuramente un’evoluzione in Putin, ma non così rozza e ignorante come nei nostri media.

2ni_7960_copy_si_-e1400451164957Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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