Il golpe costituzionale colorato in Brasile

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 25 aprile 20161458339894466Il Brasile è nel pieno di una prolungata operazione di cambio di regime, come documenta Pepe Escobar nei suoi articoli per Sputnik, RT e Strategic Culture Foundation. L’intento dell’autore non è specificare la situazione di ogni dettaglio delle tecniche degli Stati Uniti, ma fornire una panoramica generale delle strategie in gioco e del loro contributo alla teoria della guerra ibrida. Il Brasile è un importante campo di battaglia della nuova guerra fredda, non solo per la sua multipolarità istituzionale ma soprattutto per il ruolo nella visione globale della Via e Cintura della Cina. I cinesi annunciarono l’anno scorso l’intenzione di costruire la ferrovia transoceanica dalle coste atlantiche del Brasile a quelle pacifiche del Perù, agevolando il commercio transoceanico tra i due aderenti ai BRICS, migliorando la capacità commerciale transcontinentale di Brasilia. Poiché questo megaprogetto si trova nell’emisfero degli Stati Uniti, gli eccezionalisti ossessionati dalla “dottrina Monroe” acceleravano i piani per il cambio di regime in Brasile con l’intento di rovesciarne il governo e sostituirlo con uno collaborazionista filo-unipolare. Molti osservatori si chiedono come descrivere correttamente ciò cui si assiste in Brasile, e mentre c’è sicuramente la chiara prova della rivoluzione colorata, sarebbe inesatto descriverlo esclusivamente attraverso tale prisma. Allo stesso modo, mentre viene paragonato alla guerra ibrida, vi si adatta solo negli aspetti “convenzionali” informativi ed economici del termine, anche se in realtà non soddisfa i prerequisiti del cambio di regime con la transizione graduale dalla rivoluzione colorata alla guerra non convenzionale (o almeno non ancora). Allo stesso modo, mentre c’è sicuramente un ‘colpo di Stato costituzionale’ in corso, non è neanche del tutto una forma di cambio di regime. Piuttosto, vi sono elementi delle tre strategie che interagiscono in una dinamica unica che potrebbe rappresentare l’inaugurazione di un nuovo approccio volto a sovvertire i principali Stati multipolari. Ciò che è importante sottolineare è che l’intera trama è avvita dalle preziose informazioni che la NSA aveva ottenuto dai vertici della società brasiliana, usandole poi come arma per catalizzare il cambio di regime; il che significa che praticamente tutti i Paesi del mondo sono potenzialmente vulnerabili a tale destabilizzazione asimmetrica.

L’indagine “anti-corruzione”
theItalianGuillotine Il veicolo chiave per fare pressioni sulla Presidentessa Rousseff non è la rivoluzione colorata, conseguenza della “rivoluzione del cashmere” su cui l’autore mise in guardia la scorsa estate, ma i tentativi di “colpo di Stato costituzionale” orchestrati per rimuoverla dal potere. Va ricordato che questi si basano su un’indagine “anti-corruzione” che, come Pepe Escobar ha più volte sottolineato, è unilaterale e volti solo contro il partito al governo. E’ stato rivelato nel settembre 2013 dalle fughe di Snowden come l’NSA spiasse Petrobras, la compagnia al centro dello scandalo del ‘golpe costituzionale’, sollevando la possibilità che gli Stati Uniti avessero informazioni compromettenti sulla presunta corruzione dei dirigenti del partito e aspettassero il momento giusto per usarle come arma. Non va vista come mera coincidenza che il “Car Wash” sia un’indagine anti-corruzione iniziata un anno e mezzo dopo, nel marzo 2014, nel periodo precedente al 6° vertice BRICS a Fortaleza, Brasile. Durante quell’importante evento internazionale, i leader multipolari s’impegnarono a creare l’architettura finanziaria alternativa che sarebbe poi diventata nota come Nuova Banca per lo Sviluppo dei BRICS, ufficialmente istituita un anno dopo a Ufa. Al momento, “Car Wash” non era abbastanza grave da far deragliare tutto, ma neanche fu concepita per essere una bomba che esplodesse immediatamente. Invece, sarebbe stata concepita come bomba a orologeria che doveva esplodere in futuro, anche se Rousseff non fosse rimasta in carica al momento. Il lettore dovrebbe ricordare che a malapena fu rieletta, e se non fosse stato così, allora sarebbe stata l'”opposizione” che ne sarebbe stata implicata o ricattata di nascosto. Dopo tutto, “Car Wash” è uno scandalo anticorruzione unilaterale che trascura volutamente certi partiti di opposizione e si rivolge esclusivamente alle classe dirigente, a prescindere da chiunque possa essere. Nel caso di Rousseff e del Partito dei Lavoratori, sono presi di mira per il cambio di regime, mentre il Partito socialdemocratico brasiliano, il rivale nelle elezioni del 2014, sarebbe stato ricattato affinché continuasse ad allinearsi ai precetti strategici statunitensi. In un modo o nell’altro, dopo aver avviato l’indagine “Car Wash“, gli Stati Uniti l’avrebbero sfruttata per raggiungere e mantenere la presa sulla dirigenza politica brasiliana. Con Rousseff rieletta mentre l’inchiesta era ancora in corso e nulla di ‘definitivo’ vicino, era inevitabile col senno del poi che sarebbe stata usata come arma per rovesciarne il governo e avviare il ‘colpo di Stato costituzionale’.

Il ‘golpe costituzionale’ e la rivoluzione colorata
Una volta implicata Rousseff (molto ‘convincentemente’ presso la corte dell’opinione pubblica) nel presunto “Car Wash“, gli elementi del cambio di regime filo-statunitensi insediati nel governo del Brasile scattavano avviando il procedimento del ‘colpo di Stato costituzionale’ contro di lei. Di per sé viene palesemente presentata come indagine unilaterale per la ‘lotta alla corruzione’, e il ‘colpo di Stato costituzionale’ non aveva alcuna parvenza di ‘legittimazione’ nazionale o internazionale, necessaria per richiedere la ‘giustificazione’ del passo drammatico. Questo è il ruolo che la nascente rivoluzione colorata svolge, dato che senza decine di migliaia di persone in strada, non ci sarebbe alcuna pretesa di ‘supporto alla democrazia’ nell’accusa. Al contrario, la mano degli Stati Uniti in tutto questo sarebbe ancora più evidente che nell’ultimo ‘golpe costituzionale’ dell’America Latina nel 2012, in Paraguay. Inoltre, il Brasile non è il Paraguay, ma è una delle principali potenze multipolari e una nazione molto più grande del vicino senza sbocco sul mare, e realizzarvi un cambio di regime richiede più ‘finezza’ e manipolazione delle ‘pubbliche relazioni’ che mai in Paraguay. Pertanto, la rivoluzione colorata in sé è irrilevante nel fare pressione sul governo Rousseff o nel fare concessioni alla sua leadership. L’intera operazione di cambio di regime è guidata dal ‘golpe costituzionale’, a sua volta camuffata da rivoluzione colorata attirando l’attenzione ‘normativa’ della maggior parte dei media filo-unipolari del mondo. Questo può essere dimostrato dall’ampia copertura mediatica delle migliaia di persone che protestano e si mobilitano attorno a una gigantesca anatra gonfiabile gialla, rispetto alla considerevole assenza di attenzione sul ruolo della NSA nel catalizzare l’intera indagine ‘contro la corruzione’ della Petrobras. Chiaramente, la ragione di ciò è che gli Stati Uniti sono impegnati in un piano concertato per spostare il discorso internazionale dalla questione delle origini della crisi politica alla ‘legittimità normativa’ del governo Rousseff, implicando nettamente che i manifestanti della rivoluzione colorata in qualche modo ne invalidino la rielezione democratica e legittima, e più ‘normativamente’ sanciscano i loschi traffici del ‘colpo di Stato costituzionale” attuato contro di lei.

L’elevato rischio di guerra ibrida
Al momento sembra che il ‘golpe costituzionale’ e rivoluzione colorata in due tempi riesca a rimuovere Rousseff, sostituendola con il vicepresidente Michel Temer, che in realtà già prepara il discorso post-colpo di Stato alla nazione, secondo una recente fuga di notizie. Se ciò dovesse accadere, allora non ci sarà alcun motivo per gli Stati Uniti di mutare l’operazione di cambio di regime in una guerra ibrida, scatenando una guerra non convenzionale, ma potrebbe involontariamente accadere che i sostenitori di Rousseff prendano alle armi nel caso in cui sia rovesciata. Se questo accadesse, allora il Paese verrebbe sicuramente gettato nella guerra ibrida a bassa intensità, anche se tale sviluppo raramente si verifica quando gli Stati Uniti hanno successo, senza correre avanti, avendo in ogni caso preso un corso impossibile da prevedere con precisione in questo momento. Tuttavia, considerando quanto sia sostenuta la sinistra dai milioni di indigenti in Brasile, e prendendo spunto dai compagni armati in Venezuela, la sinistra potrebbe formare milizie per proteggersi da qualsiasi imminente colpo di Stato. Ricordando lo stupefacente tasso di criminalità esistente nel Paese, è prevedibile che gli attivisti/insorti anti-golpe potrebbero facilmente procurarsi le armi di cui avrebbero bisogno per destabilizzare. Inoltre, l’UNASUR ha lasciato intendere che non riconoscerà il possibile impeachment di Rousseff, concedendo ulteriore sostegno normativo alle milizie che agissero in suo supporto. D’altra parte, se il cambio di regime non procedesse a ritmo sostenuto nel periodo delle Olimpiadi di Rio, e qualcos’altro accadesse sventandolo (ad esempio, il Senato che non vota l’impeachment), c’è la possibilità che gli Stati Uniti possano incoraggiare il terrorismo di destra contro il governo. Ciò provocherebbe un incidente internazionale per destabilizzare il governo brasiliano ancor più di quanto non lo sia già, proprio nel momento in cui avrebbe bisogno della migliore copertura dai media e sarebbe più vulnerabile alla raffica di condanne dai media unipolari. Visto da un’altra angolazione, se il complotto contro Rousseff avesse successo, con o senza eventuali ribelli anti-cambio di regime, alcuni Paesi potrebbero scegliere di boicottare le Olimpiadi mostrando solidarietà al governo legittimo illegalmente deposto. Questo non cambierebbe i fatti sul terreno, ma sarebbe una dichiarazione forte e simbolica di supporto che incoraggerebbe qualunque nascente movimento di resistenza armata possibile al momento.

Conclusioni
Valutando la strategia del cambio di regime degli Stati Uniti contro Rousseff, è evidente che i risultati della NSA sono stati usati per innescare le’ ‘procedure da colpo di Stato costituzionale’ normativamente giustificata dalla pianificata rivoluzione colorata (continuazione della cosiddetta “rivoluzione di cashmere” del 2014). Le proteste non hanno finora portato ad alcuna pressione sostanziale sul governo, nonostante le massicce dimensioni, con l’unica tangibile uso della forza contro il governo dovuta all’indagine ‘legale’ lanciata contro la presidentessa brasiliana. Nulla a questo punto indica un governo minacciato dagli attivisti, anche se tutto indica che sia destabilizzato dalla cospirazione “Car Wash“. Anche se non vi sono nette tracce di guerra ibrida riscontrabili finora (secondo la definizione dell’autore del concetto di cambio di regime), ciò non esclude che una sua manifestazione nel prossimo futuro non sia proposta da terroristi di destra anti-governativi o insorti filo-governativi post-colpo di Stato. Non c’è alcuna garanzia che accada, ma la possibilità non va esclusa in generale e ci si deve preparare da entrambe le parti. Non importa ciò che in ultima analisi accade in Brasile, lo scenario del cambio regime attualmente in corso è emblematico del nuovo tipo d’interazione sovversiva tra NSA, golpisti costituzionali e rivoluzionari colorati, e sarebbe preoccupante prefigurare un futura tendenza alla destabilizzazione degli Stati che potrebbe presto essere attuata altrove contro altri bersagli multipolari.dilma refém de cunhaAndrew Korybko è commentatore politico statunitense presso l’agenzia Sputnik.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La sovranità dell’America Latina minacciata. Difendere il Brasile e Dilma!

Andre Vltchek, Global Research, 24 aprile 2016NAC08_BRAZIL_PROTESTS_ROUSSEFFHa pianto abbastanza! L’America Latina ha pianto incessantemente, continuamente, per anni, decenni e secoli. Il suo popolo fu derubato di tutto fin dai tempi di Colombo e del Potosi. A decine di milioni, forse centinaia di milioni furono massacrati negli ultimi cinque secoli; prima dai conquistatori, poi dai loro discendenti e servi e infine dall’Impero delle menzogne, nonché dai traditori delle élite locali. Si è pianto abbastanza, compagni! E’ il momento di usare la forza. Ogni volta che il popolo si oppone, ogni volta che i veri eroi latino-americani liberano le proprie terre, con la ragione o la forza, il bagno di sangue seguiva quasi immediatamente, dal mare o dal Nord. Carri armati per le strade e le piazze ed aerei da combattimento ed elicotteri sganciavano bombe e proiettili sui palazzi presidenziali così come sulle campagne. Persone venivano braccate come animali, trascinate negli stadi e nelle fabbriche, nei sotterranei, per essere violentate, torturate e massacrate. Questo è la loro democrazia! Grazie, ma mai più. Perché avvengono tali orrori? Perché c’era sempre il chiaro consenso tra i governanti di Washington, nelle capitali europee e le classi dominanti nei Paesi dell’America Latina: i Latinos servono l’occidente, vanno governati dal Nord. Se qualche Paese latino sceglieva di agire ‘irresponsabilmente’ (parafrasando Henry Kissinger), gli si ricordava a chi apparteneva: andava distrutto, massacrato e completamente umiliato. Tale trattamento fu inflitto in innumerevoli occasioni, ed è successo praticamente dappertutto, dalla Repubblica Dominicana al Cile, dal Brasile al Nicaragua.
Nel corso degli ultimi venti anni le cose sono cambiate. Il Venezuela si oppose e ruggì, stringendo i pugni e vincendo, suscitando speranza in tutto il mondo. Si poteva fare; in realtà si poteva fare dopo tutto, carajo! Gridò il popolo boliviano con voce chiara, indignata e bella: questa è la nostra terra e questi sono i nostri simboli indigeni; questa è la nostra aria e la nostra acqua! Poi combatté e alcuni morirono, ma la nazione vinse. L’Ecuador s’è sollevato, cambiando la vita di milioni di persone storicamente oppresse. L’Argentina ha rifiutato di pagare debiti iniqui ed ha tentato di costruire una società giusta e socialista. Il Cile, passo dopo passo, avversava l’orrida eredità dell’era Pinochet, gettandone in prigioni molti responsabili del macabro stupro. In tanti modi diversi (da quello tranquillo e lento uruguaiano, a quello rivoluzionario del Venezuela), un continente, una volta afflitto dalle peggiori disparità sulla Terra è gradualmente risorto. Che bel mosaico! Tutto ad un tratto ha rotto le catene e le fuse, gettando altro ferro e acciaio nel crogiolo, avendo aratri ed erigendo potenti fondamenta per nuovi ospedali e scuole.
E chi potrebbe dimenticare il Brasile! Dilma Rousseff, qualunque cosa i nemici dicano, qualunque cosa l’impero dica con la sua voce tossica e cinica, col Partito dei Lavoratori (PT) ha cambiato assolutamente tutto! Solo pochi mesi fa, lo scorso anno (2015) viaggiai per questa vasta e bella terra: dalla capitale Brasilia alle profondità della foresta tropicale nei pressi di Manaus. Dall’antica città portuale di Belem, a Recife, Fortaleza e Salvador Bahia; passando giorni ad ascoltare le persone di San Paolo, e poi delle campagne. Conoscevo il Brasile di venti e trent’anni fa, ma questa era una terra assolutamente nuova! Mi sono seduto con gli insegnanti delle cosiddette scuole galleggianti in Amazzonia. Parlarono dell’avanzata e della speranza giunta alla maggioranza delle lontane comunità indigene. Parlai con pescatori, ragazze-madri e anche contrabbandieri. Parlai con i bambini. La vita era migliorata da quando Lula prese il potere? Sì, naturalmente! Chi potrebbe dubitarne? Andai nei bassifondi di Salvador Bahia. Come in Venezuela, in tutti i quartieri poveri ci fu un grande progresso, ogni tipo di programma volto ad eliminare povertà e disuguaglianza, grande ottimismo ed attivismo. L’infrastruttura è stata migliorata alla velocità della luce, dai mezzi pubblici agli aeroporti. In molte città l’arte divenne totalmente gratuita. A Manaus assistetti ad un brillante balletto moderno, raffigurante la lotta per salvare l’ambiente dell’Amazzonia. Neanche nella splendida Opera House, dove Caruso cantò nei lontani giorni del bum della gomma, non veniva chiesto alcun biglietto d’ingresso. E a Belem assistetti all’ennesima rappresentazione gratuita, questa volta all’opera Verdi, un teatro comunale splendidamente restaurato. Una volta pericolosa e senza speranza, Belem è diventata una città dai grandi spazi pubblici, passeggiate e continui centri culturali. A Salvador Bahia, vicino al famoso ascensore, m’imbattei in un altro centro culturale che stava per essere occupato da manifestanti vocianti che chiedendo il miglioramento delle cure mediche in Brasile. chiesi: “le cure mediche gratuite in Brasile non sono migliorate negli ultimi anni?” “”, mi fu detto dagli organizzatori. “Ma ne vogliamo di migliori!” Il salone dove i manifestanti si erano riuniti era assolutamente pubblico. Nessuno dovette pagare l’affitto per usarlo. In pratica, era quasi come se il governo di Dilma stesse effettivamente pagando i manifestanti che protestavano contro la sua politica. Questa è la nostra democrazia!
brasile-160417193904 Il meglio arrivò con maggiori violenze dell”opposizione’, dall”élite’. Centinaia di ONG, alcune sponsorizzate ‘dall’estero’, guidano ben organizzate campagne di disinformazione e agitazione, per screditare il governo e destabilizzare il Paese. In precedenza, assistetti alle stesse azioni in Ecuador, Venezuela, Argentina e altrove. Quasi tutti i media erano ancora nelle mani dei conglomerati di destra. Il denaro veniva spudoratamente distribuito, comprando voti. Di conseguenza, i deputati corrotti e di destra continuano a inondare letteralmente il Congresso. Ad un certo punto, l’enorme paradosso è diventato insopportabile: qualcosa doveva cedere, collassare: Da un lato, (e nonostante il recente declino economico), il Brasile è in crescita e migliora le condizioni della maggior parte della popolazione. Grazie a Dilma e al suo PT, decine di milioni di persone ora hanno una vita migliore, più a lunga e godono di maggiore istruzione. Quando chiesto direttamente, le persone lo confermano prontamente. Dall’altra parte, numerosi cittadini brasiliani sostengono che “il governo e Dilma devono andarsene”. Non vi è alcuna logica che unisca queste due convinzioni. Solo che… Solo che continue campagne negative, manipolazioni machiavelliche e spudorata propaganda anti-sinistra infine hanno un impatto decisivo sulla psiche brasiliana! Le persone sono manipolate pensando in modo irrazionale ed estremamente bizzarro: “Stiamo meglio, ma non ci piacciono le forze che hanno migliorato le nostre vite“. Un giorno, sulla brillante metropolitana di San Paolo con il mio buon amico cubano dissi: “è molto meglio dei trasporti pubblici a Parigi o Londra“. “Davvero?” Chiese, sarcastico. “Ma la gente qui pensa che sia solo merda! Viene alimentata solo da critiche. Qualunque cosa faccia il governo, è sempre descritta sbagliata!” Non dimentichiamo da dove tutto ciò origini. La propaganda è prodotta all’estero, e viene solo modificata e calibrata su San Paolo e altrove, per il consumatore locale. Tutto ciò è estremamente professionale, potente e distruttivo, e viene diffuso in tutta l’America Latina. L’obiettivo è semplice: fermare le rivoluzioni dell’America Latina! Sostenere lo status quo.
Ora il Congresso ha avviato l’impeachment della Presidentessa del Brasile, Dilma Rousseff. Se tale dramma continuerà, sarebbe l’inizio della fine della cauta rivoluzione brasiliana e del governo del popolo (i deputati corrotti che cercano di rovesciare il governo in realtà non servono altro che le proprie egoistiche ambizioni finanziarie e politiche). Neanche parte della stampa occidentale ha potuto trattenersi oltre. The Daily Mail ha scritto il 18 aprile 2016, subito dopo la votazione: “La decisione è un duro colpo alla leader assediata che ha ripetutamente sostenuto che l’assalto contro di lei è un ‘colpo di Stato’. Mentre Rousseff non è personalmente accusata di corruzione, molti parlamentari che hanno deciso il suo destino lo sono. Congresso em Foco, un gruppo di controllo di Brasilia, ha detto che degli oltre 300 parlamentari che hanno votato, ben più della metà della camera, sono indagati per corruzione, frode o reati elettorali. Mentre votavano, alcuni legislatori hanno detto che il prossimo politico che va indagato dovrebbe essere il responsabile del procedimento, il portavoce Eduardo Cunha, accusato di corruzione e riciclaggio di denaro nello scandalo che coinvolge la Petrobras, e affronta anche un’inchiesta etica su conti bancari svizzeri non dichiarati. “Dio abbia pietà di questa nazione”, ha detto Cunha mentre votava a favore dell’impeachment della Rousseff”.
Cosa ha fatto di male Dilma, a parte la difesa degli interessi dei poveri brasiliani (anche se questo è già un crimine per le “élite” e l’impero!)? Le accuse ‘ufficiali’ sono: Rousseff ricorreva a ‘trucchi contabili’ sul bilancio federale per mantenere la spesa e puntellare il sostegno. Non ha rubato nulla, ne scambiato denaro con favori. Nessuno l’accusa di corruzione. Anche se ‘trucchi contabili’ ci sono davvero, non è certo un crimine. Qualcuno potrebbe dire che ogni presidente brasiliano l’ha fatto a un certo momento. Quasi tutti i politici occidentali lo fanno, sempre. Proprio prima che questo saggio andasse in stampa, International The Daily Telegraph scriveva: “La NATO mi attacca per la contabilità creativa. I ministri hanno adempiuto all’obiettivo della NATO sulla spesa per la Difesa “modificando” la contabilità, ha detto il deputato…” ma niente appello per l’impeachment in occidente! Anche The International New York Times non poteva rimanere in silenzio. Il 21 aprile 2016 s’è scagliato sui parlamentari brasiliani nell’articolo di Celso Rocha de Barros: “Nelle ore di sessione televisiva di domenica, i parlamentari hanno spiegato la decisione del voto per l’impeachment: Hanno votato per la pace a Gerusalemme, per i camionisti, per i liberi massoni in Brasile e a causa del comunismo che minaccia la nazione. Pochissimi parlamentai hanno votato secondo le accuse effettivamente avanzate contro la presidentesse: aver violato i regolamenti sulla finanza pubblica… il vero motivo per cui la presidentessa è accusata è che il sistema politico brasiliano è in rovina. L’impeachment darà conveniente distrazione mentre altri politici cercano di fare ordine a casa”.
Sì, Dio abbia pietà del Brasile se Cunha, o il corrotto vicepresidente Michel Temer e le sue coorti prendessero il potere! O, più precisamente, Dio abbia pietà della maggioranza ingannata del popolo brasiliano! Chi è davvero Cunha? Un cristiano fondamentalista, un jihadista radicato nel più oscuro passato dittatoriale dell’America Latina. The Guardian l’ha descritto il 21 aprile 2016: “Il presidente della Camera Eduardo Cunha, conservatore e seguace evangelico, ha avviato e guidato l’unità per rimuovere dal potere la prima donna leader del Paese, per ridurre i rischi che corre con le indagini del comitato etico del Congresso e dei procuratori su presunta falsa testimonianza, riciclaggio e concussione per almeno 5 milioni di dollari.
Il popolo brasiliano ha eletto democraticamente Rousseff. L’ha votata affinché lo difendesse e ne migliorasse la vita. Dovrebbe pensare a loro, e solo a loro! Ciò che l”opposizione’ vuole è chiaro. Lo stesso ovunque: in Venezuela, Bolivia ed Ecuador. La destra ha vinto in Argentina, dov’è oggi impegnata a smantellare lo Stato sociale. Va fermata. Il governo ha ragionato con loro per mesi e anni. Ma hanno optato per il colpo di stato. Ora serve la forza. Per quanto brutto possa sembrare, non agire sarebbe molto più dannoso e pericoloso. Un parlamentare, un rappresentante dell’estrema destra di Rio de Janeiro ha dichiarato apertamente che “dedica il suo voto al colonnello responsabile delle torture di Rousseff” durante la dittatura del Brasile. Persone come lui non possono governare il Paese. Non di nuovo! La nazione e la volontà del popolo non sono sacchi da boxe. La libertà di parola non significa che a una manica di media e politici traditori sia consentito diffondere menzogne e odio, rovinando il Paese. Il Brasile è troppo grande. Non può essere abbandonato. L’intera America Latina lo chiede, in un modo o nell’altro. Invia i carri armati per le strade; parcheggiali di fronte al Congresso, Dilma! Ristabilisci l’ordine e la democrazia. Ricorda: Venezuela, Bolivia ed Ecuador, e il resto del mondo, stanno a guardare. Dopo più di 500 anni, compagna Dilma: più di 500 anni di tormenti, saccheggi e riduzione in schiavitù dei popoli latinoamericani per mano di invasori stranieri ed élite locali. Dì ai tuoi nemici, ai nostri nemici: “mai più!” Usa la forza, perché il tempo per la ragione è passato! Mai arrendersi!
Viva il Brasile, dannazione!16107458Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Egitto: speranza per l’indipendenza politica araba

Aleksandr Kuznetsov, SCF 16/04/2016

4857b14fe4ad6f34ceaca282be8ed105Ultimamente sono apparse notizie che il divieto di voli per l’Egitto alle compagnie aeree russe sarà esteso al 2016, risalente al 31 ottobre 2015, quando un aereo di linea russo Airbus A321 precipitò nella penisola del Sinai. Molti pensano che l’attentato al jet russo fosse collegato alla risposta del Qatar alle operazioni delle Forze Aerospaziali della Russia in Siria. Dato che da quando esplosero le prime manifestazioni in Siria, Doha è un attivo sostenitore dell’opposizione antigovernativa armata nel Paese. Fin dal 2013, il Qatar rafforzava l’organizzazione terroristica nota come Stato islamico (SI). Doha non solo ebbe un ruolo di primo piano nella lotta al regime baathista di Damasco, ma cercava di indebolire anche la posizione dell’Arabia Saudita, che utilizzava le fazioni armate antigovernative filo-saudite per combattere lo SI. Nel 2013 i nemici di Damasco pensavano che i giorni del governo Assad fossero contati, e si combatterono per spartirsi il bottino siriano. L’attentato dell’ottobre 2015 è stato, in un certo senso, un avvertimento alla Russia. Ma l’attentato aveva anche un altro obiettivo: danneggiare il turismo in Egitto. Nel 2012 il Qatar contribuì a portare i Fratelli musulmani al potere a Cairo e sostenne in modo occulto il regime di Muhamad Mursi. Nell’estate 2013 cominciarono a circolare voci sulla possibile privatizzazione del Canale di Suez da parte di imprese del Qatar, l’Egitto, ovviamente, si sarebbe trasformato in una colonia di Doha… Ma i piani di Doha furono sventati dal rovesciamento del governo dei Fratelli musulmani nel luglio 2013. L’Egitto si rivelò troppo grande per i “Fratelli”, che non sapevano cosa farne. Le tensioni tra islamisti e forze laiche si moltiplicarono, e gli islamisti non ebbero il consenso. I salafiti egiziani lavoravano attivamente contro i Fratelli musulmani, e nell’estate 2013 il caos infuriava selvaggiamente in Egitto. In tali condizioni era impossibile investire o condurre affari di qualsiasi tipo in modo normale. Aumentò drammaticamente l’intolleranza religiosa e le aggressioni agli sciiti divennero più frequenti (il Paese ha una popolazione di diverse centinaia di migliaia di sciiti). Allo stesso tempo, la posizione dei cristiani copti in Egitto, circa sette milioni ed oltre il 10% della popolazione, peggiorava. Roghi di chiese e aggressioni ai cristiani copti divennero quotidiani. Il governo islamico non poteva o non voleva affrontare la situazione. Di conseguenza, la base del movimento tamàrrud lanciò la rivolta contro il governo dei Fratelli musulmani con il supporto dell’esercito. Il Generale Abdalfatah al-Sisi salvò l’Egitto dalla guerra civile. Dopo che la Fratellanza musulmana fu deposta, l’influenza del Qatar nel Paese crollò. Il colpo di Stato fu sostenuto da Riyadh che estese un generoso credito al governo militare egiziano, ma Cairo non divenne un fantoccio saudita. Sotto la guida del Generale Sisi, l’Egitto ha cominciato a recuperare la politica del nazionalismo arabo. L’Egitto fu il primo campione di quel movimento con l’amministrazione del Presidente Gamal Abdel Nasser. Non è un caso che il giornalista arabo più anziano, Muhamad Hasanayn Hayqal, amico e vicino di Nasser, divenne consigliere presidenziale di Sisi e autore di molti suoi discorsi. Hayqal è recentemente scomparso all’età di 92 anni.
I nuovi leader egiziani sono nettamente contrari al rovesciamento di Bashar al-Assad, e nel settembre 2015 in realtà supportarono le operazioni delle Forze di Difesa Aerospaziale della Russia nel Paese. Il Governo di Abdalfatah al-Sisi sostiene il governo laico libico di Tobruq guidato da Abdullah al-Thani e dal generale Qalifa Balqasim Haftar, che guidano la lotta contro i terroristi dello Stato islamico. Un’alleanza strategica russo-egiziana inizia a prendere forma.
L’Egitto occupa una posizione geopolitica unica, tra Maghreb e Mashriq, vale a dire, le parti asiatica e africana del mondo arabo. Controllando il passaggio dall’Oceano Indiano al Mar Mediterraneo, l’Egitto può influenzare Siria, Palestina, Arabia (Yemen) e Nord Africa. Il Medio Oriente non ha dimenticato che ogni importante decisione strategica nel mondo arabo, dalla seconda metà del XX secolo, fu presa nell’asse Cairo – Baghdad – Damasco. Egitto, Siria e Iraq erano un tempo i più potenti Stati del Medio Oriente. Lentamente questa situazione cominciò a cambiare alla fine degli anni ’70, quando le monarchie del Golfo, con un ordine del giorno islamista, si misero al centro della scena. L’espansione sproporzionata del loro potere è una delle cause della crisi in Medio Oriente. Damasco ha sopportato tanta aggressione che molto tempo passerà prima che possa assumere il ruolo di centro regionale indipendente. E il futuro dell’Iraq è incerto. Cairo resta l’unica speranza per la rinascita della politica araba indipendente. La minaccia del terrorismo è la peggiore per l’Egitto, ma il pericolo non va esagerato. I problemi maggiori si riscontrano nella penisola del Sinai, dove i terroristi del cosiddetto Stato islamico hanno proclamato il Wilayat Sinai. Le altre regioni del Paese e le grandi città sono abbastanza tranquille. Il tallone d’Achille dell’Egitto continua ad essere l’economia. Dopo che Abdalfatah al-Sisi ha preso il potere, il governo è riuscito a ridurre la disoccupazione. I nuovi leader egiziani elaborano piani per ampliare il Canale di Suez e creare zone industriali per prodotti high-tech. Tuttavia, questi piani ambiziosi sono ostacolati dalla mera mancanza di fondi. Il governo egiziano acquista gran parte del cibo del Paese (Cairo compra il 40% del grano dall’estero) ed è costretto a sovvenzionare le importazioni, dato che gli egiziani poveri non possono permettersi di comprare il pane a prezzi di mercato. Così l’Egitto o richiederà prestiti ad istituzioni finanziarie internazionali (con il rischio che l’occidente possa porre proprie richieste politiche) oppure svalutare la lira egiziana. Quest’ultimo passo comporterebbe tagli alle sovvenzioni e il rischio di rivolte sociali. Una lira più economica potrebbe aiutare l’industria del turismo, ma dopo la tragedia nel Sinai, i villaggi egiziani sono vuoti. L’afflusso di turisti non solo dalla Russia, ma anche da Gran Bretagna e Germania, è crollato. L’aiuto all’Egitto potrebbe assumere la forma degli investimenti. Data la situazione attuale, un Paese che stende una mano a Cairo troverà un alleato affidabile nella regione.

Muhamad Hasanayn Hayqal

Muhamad Hasanayn Hayqal

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Sito Aurora

La Via della seta marittima della Cina passa per Suez

M K Bhadrakumar Indian Punchline 25 dicembre 20142014122320221021256La cintura economica della Via della seta marittima della Cina del 21.mo secolo compie un grande balzo in avanti con la visita del presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi al Presidente Xi Jinping a Beijing, indicando nei due progetti una “opportunità importante per rinvigorire” il suo Paese. Sisi era in visita di Stato in Cina. (Xinhua) Secondo le fonti, la Cina ha segnato un importante colpo diplomatico, come evidenzia l’annuncio di Xi e Sisi nell’elevare i rapporti tra i due Paesi a “partnership strategica globale”. Xi ha assicurato Sisi che la Cina “integrerà le iniziative per costruire congiuntamente la cintura della seta e la via della seta marittima con grandi piani inerenti lo sviluppo dell’Egitto, rafforzandone la cooperazione nelle industrie delle infrastrutture, nucleare, delle nuove energie ed aerospaziale, integrandola con investimenti appropriati e accordi di finanziamenti”. Interessante, la cooperazione militare e nella sicurezza era anche all’ordine del giorno. Xi avrebbe indicato che i due Paesi potrebbero “congiuntamente reprimere il terrorismo”. La dichiarazione congiunta firmata dai due leader comprende una sezione su ‘settori militari e della sicurezza’. Sisi resta vigile sull’Islam radicale e la Cina ha un utile partner nell’Egitto nel rintracciare gli islamisti che fomentano problemi nello Xinjiang. Data la natura della struttura di potere egiziana, la Cina vorrà favorire le relazioni militari. Infatti, mentre la marina cinese si espande ulteriormente e si farà vedere nel Mediterraneo nei prossimi decenni, il canale di Suez sarà di grande importanza per la strategia militare di Pechino. Sisi ha lanciato la partecipazione cinese nel progetto per il nuovo canale di Suez. Per la Cina è una miniera d’oro strategica, poiché attraverso il canale di Suez la Via della seta marittima arriverà al Mediterraneo e a Venezia, dove s’incontrerà con la nuova Via della seta terrestre (proveniente da Xian nella Cina centrale passando per Xinjiang e Asia centrale, nord dell’Iran, prima di volgere a occidente attraverso Iraq, Siria e Turchia e a nord-ovest verso l’Europa passando da Bulgaria, Romania, Repubblica Ceca e Germania, per Rotterdam, in Olanda, e subito dopo a sud, verso Venezia in Italia). La Via della seta marittima parte da Quanzhou nella Provincia di Fujian e passa per lo stretto di Malacca e l’Oceano Indiano per raggiungere Nairobi, da dove punta a nord passando per il Corno d’Africa e il mare rosso, arrivando al Mediterraneo attraverso il canale di Suez. (A proposito, le Maldive sono entrate con lo Sri Lanka nel progetto).
Xinhua osserva evidenziando che l’aspetto principale per la Cina è l’espansione dei legami economici con l’Egitto, dove vede enormi opportunità. Ma la crescente dimensione strategica del rapporto è immediatamente evidente. Il punto è che l’Egitto è cruciale nella strategia della Via della seta marittima della Cina. Sembra che Xi visiterà l’Egitto nel prossimo futuro per suggellare il partenariato strategico. La Cina ha evitato scrupolosamente d’immischiarsi nella primavera araba e Xi ha chiarito a Sisi che il sistema politico dell’Egitto o il relativo sviluppo è solo una questione interna. Xi ha adottato la posizione del presidente russo Vladimir Putin (Sisi visitò Mosca ad agosto). I rapporti di Sisi con Russia e Cina dovrebbero essere elevati. Il primo ministro egiziano ha recentemente costituito un’unità speciale per monitorare, promuovere e accelerare i legami con la Russia e la Cina. Cairo spera di sfruttare i legami con Russia e Cina per scongiurare l’invadenza politica statunitense. Naturalmente, Washington non può che preoccuparsi per tali inconfondibili segnali dell’approfondimento dei rapporti dei russi e cinesi con l’Egitto, alleato chiave degli Stati Uniti fino a poco prima. Il presidente Barack Obama deve essere abbastanza preoccupato da chiamare al-Sisi e chiacchierarci la scorsa settimana, poco prima che il leader egiziano volasse a Pechino.

xinjiang-graphicTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Verso la radicalizzazione anti-sistema dei BRICS

Philippe Grasset, Dedefensa 31 ottobre 2014 2014-07-17T200224Z_1685997852_GM1EA7I0B5C01_RTRMADP_3_BRAZIL-CELACLa rielezione della Presidentessa Dilma Rousseff è molto più che la rielezione di un presidente del Brasile. Dal primo turno, con la presentazione di una candidata inaspettata, avendo la candidata vicepresidente preso il posto del candidato Eduardo Campos, morto in un incidente aereo il 13 agosto, l’elezione è la svolta internazionale nel confronto tra le forze del sistema e Rousseff. Marina Silva è stata subita designata come la facciata anti-Rousseff (secondo Wayne Madsen, Silva è “unìagente del Partito Verde creato da Soros”). Qualunque sia la verità su Marina Silva, ciò che conta è la narrazione sviluppata dalla comunicazione del Sistema, le elezioni presidenziali del Brasile in realtà mostrano la situazione del sistema contro Rousseff. Silva eliminata, il rappresentante del sistema diventava automaticamente l’avversario al secondo turno di Rousseff, Aecio Neves, che non ha neanche fatto mistero delle sue intenzioni di mettere il Brasile sulla giusta strada dell’ultraliberismo. Wayne Madsen, già citato, ha scritto un articolo il 28 ottobre 2014 su Strategic-culture, specificando la trama e la complessità dell’operazione contro Rousseff. Madsen propone una coppia piuttosto unica nel suo genere, sotto una forma affermata, anche se la sua composizione non deve stupire, tra CIA e Soros (“la coppia mortale John Brennan della CIA e George Soros). E’ vero che l’attivismo dichiarato di Soros si manifesta in modo assai cospicuo ed affermato (vedi 24 ottobre 2014), e ora possiamo designarlo come forza principale dell’attivismo convenzionalmente chiamato “settore privato”, nel processo di destrutturazione e dissoluzione del sistema. Naturalmente, l’azione della coppia CIA-Soros (Soros o Brennan, come la chiama Madsen dal nome del direttore della CIA) contro Rousseff aveva un obiettivo specifico molto più grande della sorte del Brasile nei prossimi quattro anni, fino al 2018. Si tratta chiaramente della formazione dei BRICS, dove il Brasile è un membro politicamente molto attivo ed impegnato, date le posizioni e le azioni intraprese da Rousseff contro le attività NSA svelate da Snowden. (Questo episodio è stato rafforzato dall’allora situazione di Greenwald, agente nella crisi Snowden/NSA che viveva a Rio de Janeiro durante la fase più calda della crisi). Tale insieme di circostanze ha fatto di Rousseff l’attivista che vediamo, attivismo completamente inserito nell’evoluzione dei BRICS alla riunione di Fortaleza, in Brasile, a settembre.
• La sera del primo turno, era chiaro che la questione dei BRICS era al centro delle elezioni presidenziali tra Rousseff e Neves, i due candidati rimasti. Alcuni esperti specialisti del business brasiliano l’affermarono chiaramente, come Sonia Fleury della Getulia Vargas Foundation, intervistata da RIA Novosti il 6 ottobre 2014. Legava direttamente al problema dei Paesi BRICS i programmi dei due candidati, assicurandola con fermezza la corrispondente situazione interna, diretta ed esplosiva, del Brasile alle grandi correnti internazionali del confronto sistema-antisistema. “Se Neves vince le elezioni, ci si possono aspettare cambiamenti, un ritorno alla politica estera legata al Nord e un Sud non più così forte come con il governo di Dilma (Rousseff)”, ha detto Sonia Fleury. “L’allineamento con Stati Uniti ed Europa occidentale sarebbe più probabile della spinta al consolidamento dei BRICS come alternativa per acquisire un’autonomia finanziaria comune”, osservava. (…) “Credo che per il governo (Rousseff) del PT i BRICS siano una questione seria, e non credo che lo sarebbe con un governo PSDB, molto più vicino agli USA“, continuava Sonia Fleury… “Inoltre, notava il ruolo dell’economia nelle elezioni. “Colpisce (il voto) in qualche modo, perché tale problema riguarda le priorità dei due partiti. La priorità del PSDB è pagare il debito e mantenere la stabilità monetaria, anche quando ciò aumenterebbe disoccupazione e ridurrebbe i salari reali”, ha detto Fleury. “Per l’attuale governo, la priorità è lo sviluppo economico con l’inserimento del maggior numero di persone nel mercato formale e ai benefici sociali, che appare per certuni un rischio per la stabilità per via dell’aumento della spesa pubblica. Questo è il problema principale da discutere nelle prossime due settimane”, spiegava Fleury“.
• Naturalmente, Madsen, nella sua analisi del 28 ottobre, chiaramente conferma la portata della sfida della rielezione di Rousseff, e relaziona la questione alla situazione dei Paesi BRICS, al loro sviluppo, ecc. Madsen vede l’apertura dei BRICS ai nuovi membri, come Argentina, che s’è già quasi ufficialmente candidata (con il supporto molto attiva della Russia), ma anche ad altri Paesi, alcuni già indicati (Indonesia), altri che appaiono per la prima volta (Egitto, Iran)… In tutti questi casi, la linea guida è la loro posizione di Paesi emergenti, tenuti ai margine del Sistema e del suo centrale blocco BAO, ma soprattutto questi Paesi sono sempre più chiaramente definiti dalla naturale linea anti-sistema nella grande lotta in corso. “I pesanti interessi di CIA e Soros nel sconfiggere Rousseff avevano lo scopo di far deragliare l’emergente alleanza economica BRICS tra Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa che indebolirebbe il dominio che i banchieri globali e i loro intrinsecamente corrotti Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale (FMI) esercitano sull’economia mondiale. I banchieri e i loro centurioni della CIA credevano che con Neves o Marina Silva, agente del Partito Verde curata da Soros, in carica il Brasile avrebbe abbandonato i BRICS e sarebbe rientrato nella comunità bancaria globale “svendendo” i beni dello Stato brasiliano, come la compagnia petrolifera Petrobras. Soros e i suoi amici della CIA non sono riusciti a capire che i poveri in Brasile devono la loro relativa nuova posizione sociale alle politiche economiche statali di Rousseff e dell’icona del Partito dei lavoratori Luiz Inácio Lula da Silva. Con Rousseff ora rieletta, i BRICS continueranno a sviluppare la Nuova Banca di Sviluppo (NDB) e i suoi 100 miliardi di dollari di riserva di valuta (CRA) o paniere di valute, da cui i Paesi membri possono attingere prestiti, allontanandosi così da Banca Mondiale e FMI sotto il controllo politico occidentale. La rielezione di Rousseff consentirà anche ai BRICS, che rischiavano di perdere il Brasile quale membro, se Rousseff avesse perso le elezioni, di espandere la propria base associativa. L’Argentina, che ha affrontato una campagna economica concertata dall’avvoltoio capitalista di New York, il sionista di destra Paul Singer, per la confisca di beni argentini, ha espresso forte interesse all’adesione ai BRICS. Il ministro degli Esteri argentino Héctor Timerman ha dichiarato che gli argentini intendono aderire ai BRICS e i recenti accordi commerciali tra Argentina, Cina, Russia e India, indicano che gli argentini saranno i benvenuti nel “Club” anti-USA delle emergenti potenze economiche. Iran, Indonesia ed Egitto hanno anche espresso interesse ad aderire ai BRICS. Il nuovo presidente indonesiano Joko Widodo è un membro del partito dell’ex-presidentessa Megawati Sukarnoputri, la figlia del presidente Sukarno, spodestato dalla CIA nel sanguinoso colpo di Stato del 1965, aiutato e spalleggiato dal patrigno indonesiano del presidente Barack Obama, Lolo Soetoro e dalla madre Ann Dunham Soetoro, impiegata di USAID/CIA. La politica estera sukarniana indonesiana si allea con i BRICS con un allineamento naturale”.
• …Non è un caso che Novosti abbia pubblicato il 29 ottobre 2014, un’intervista di Darija Chernichova a Georgij Toloraja, direttore esecutivo del Comitato Nazionale russo per lo studio dei BRICS, voce semi-ufficiale della leadership russa sulla questione dei BRICS, e principale operatore russo per gli affari con i BRICS. Ma Toloraja, lungi dal parlare della rielezione di Rousseff, così importante per i BRICS, guarda soprattutto ai risultati della riunione di Fortaleza a settembre. Dando dettagli importanti sul vertice, un mese e mezzo dopo, mentre la pressante attualità richiama la nostra attenzione sui BRICS, che illustrano l’elezione di Rousseff (la “notizia più urgente”) come necessariamente legata alla logica del confronto sistema-antisistema che caratterizza le elezioni in Brasile, che non può che essere considerato che come evento operativo dei BRICS di primo piano, confermando e accelerando i risultati di Fortaleza. “Il vertice BRICS a Fortaleza è stato un punto di svolta sorprendente“, ha detto Toloraja in una videoconferenza tenutasi presso il centro stampa di Rossija Segodnja. “Nel contesto del confronto tra uno dei membri dei BRICS, la Russia, e l’occidente, gli Stati Uniti in particolare, si definiscono nuovi parametri politici. È una situazione in cui le grandi potenze iniziano a giocare un ruolo molto importante (in geopolitica) e il periodo di stabilità nelle relazioni internazionali concluso“, ha aggiunto. “La Russia apprezza molto la posizione dei Paesi BRICS alle Nazioni Unite, al Consiglio di sicurezza, sulle contraddizioni della Russia con l’occidente e gli Stati Uniti nel conflitto in Ucraina“, ha detto Toloraja. Ha anche notato che i contatti nel quadro dei BRICS sono in continua espansione sottolineando che ad un certo punto delle strutture burocratiche dovranno essere create. “Questo è inevitabile, e i primi passi sono già stati presi, come la banca d’affari, che non è solo una fonte di finanziamenti, di risorse mobilitate per diversi progetti dei BRICS, ma anche un centro di analisi“, ha detto Toloraja. “Sono convinto che il processo d’istituzionalizzazione rimane molto importante e continuerà a svilupparsi in futuro”, ha affermato”. Queste dichiarazioni, a tre giorni dalla rielezione di Rousseff, dimostrano che la Russia è ora decisa a far avanzare i BRICS da gruppo strutturato economicamente a uno strategico (più che un’alleanza), formando un blocco, la cui attività sarà necessariamente decisa dall’opposizione alla politica del sistema. La campagna elettorale brasiliana ha dimostrato oggi che il sistema ha l’obiettivo dichiarato, se non dimostrato, di smantellare i BRICS in modo aggressivo e con qualsiasi mezzo, e questi mezzisono noti, dato che la coppia CIA-Soros, i piromani più attivi nel destrutturare tutto ciò che possa divenire anti-sistema, è stata la principale forza contraria a Rousseff. Se Rousseff ha annunciato i piani per il suo secondo mandato, mostrandosi aperta e conciliante con le forze politiche che si sono espresse nella campagna, ha detto molto meno sui BRICS e la politica estera del Brasile. Questa discrezione è il segno contrario della rapida radicalizzazione dei BRICS, oggetto della nostra recensione.

45e411163a4e6e871d65f3b324aabac0_articleI BRICS, “blocco strategico antisistema”
Ancora una volta, vediamo il fenomeno dell’influenza diretta dell’azione del Sistema su comportamento e rafforzamento dei suoi avversari, di coloro che vuole battere. Nel caso dei BRICS, possiamo speculare su dove punti tale piano, e riteniamo che il blocco sarebbe stato assai meno avanzato, se non ridotto allo schema iniziale di gruppo informale e senza coesione, senza un’ipotesi chiara di unità politica, se non ci fossero stati 1) la crisi ucraina interamente causata dal blocco BAO, facendo precipitare la Russia in una posizione di quasi-mobilitazione anche, riguardo il nostro soggetto, con una politica volta a creare legami fuori dal blocco BAO (come SCO e BRICS), facendo pressione sui partner perché la seguano (la Russia) sulla via della “politicizzazione” di queste organizzazioni; e 2) le elezioni presidenziali del Brasile, contestate e attraversate da voci abbondanti su pressioni e attivismo di CIA-Soros, con l’obiettivo implicito di eleggere un candidato che avrebbe mollato i BRICS silurando l’organizzazione… In altre parole, si deve notare che gli eventi che interessano i BRICS nel senso descritto, profondamente e inevitabilmente anti-sistema, sono prodotti diretti del sistema stesso. Confrontiamo in particolare la rielezione di Rousseff nel 2014 con la sua prima elezione nel 2010. Quindi l’elezione con Lula che nominava Rousseff come suo successore, fu giocato principalmente su questioni di politica interna, secondo gli antagonismi politici tradizionali (sinistra-destra, ecc.), mentre le conseguenze della crisi dell’autunno 2008 non erano ancora sentite direttamente. In questo momento, i BRICS (o BRIC senza il Sud Africa), erano ancora considerati con ironia dal BAO e dal sistema del blocco, difficilmente meritandosi la decisione di una mobilitazione strategica contro uno i suoi membri. Il Brasile, nonostante i cambiamenti di Lula e l’affermazione della sua politica anti-sistema, era considerato con la stessa condiscendenza, e per il sistema non c’era dubbio, nonostante alcune differenze, sull’orientamento inesorabilmente volto all’integrazione nel sistema. In tale senso l’elezione era ancora vista nel quadro sudamericano, in cui il Brasile era ancora valutato come moderato rispetto ad attivisti come Chavez, e non nel quadro generale dei BRIC(S). Si svolse senza passione ed interferenze gravi ed allarmanti, come invece s’è visto quest’anno. In breve, il sistema lasciò fare e la prima elezione di Rousseff non cambiò molto la percezione sia del Brasile che dei BRIC(S). Nel frattempo, tra il 2010 e il 2014, gli eventi hanno portato molto rapidamente e con potenza notevole a una situazione infinitamente più tesa del 2010, dal punto di vista dei vari schieramenti in riferimento allo scontro tra il sistema e le nuove forze anti-sistema in piena espansione. Il sistema è ora in uno stato d’animo, segnalato ovunque, in piena offensiva superpotente e finale, con la volontà aperta e sfrontata di affrontare la Russia, sia in preda al panico per dei risultati ben lungi dal soddisfare le proprie aspettative e per la resistenza anti-sistema che generano (si veda di nuovo l’intervento di Soros contro la Russia del 24 ottobre 2014, già riportato). Le presidenziali in Brasile non potevano sfuggire, in questo momento, al clima del confronto sistema-antisistema “globalizzato”. La rielezione di Rousseff si è svolta nel clima che abbiamo visto, con il presupposto, in caso di sconfitta della presidentessa uscente, di un orientamento politico volto a far uscire il Brasile dai BRICS, con il risultato sperato dello sbandamento del raggruppamento. Pertanto, la rielezione di Rousseff ha così integrato gli elementi aggressivi impliciti della sua possibile sconfitta a beneficio del sistema, volgendolo in senso anti-sistema. Ciò è stato percepito come dinamica oggettiva (dinamica del sistema) coinvolgendo la minaccia, diventata certezza, dell’uscita del Brasile dai BRICS in caso di sconfitta di Rousseff, e divenendo sempre una dinamica oggettiva (dinamica antisistema) implicante il rafforzamento dei BRICS radicalizzanti, o sorta di “raggruppamento strategico antisistema”, con la vittoria di Rousseff.
Il sistema agisce quindi con forza, con tutta la sua superpotenza, ottenendo il risultato che raccoglie sempre più spesso: un evento completamente contro-producente, antagonistico, accelerando notevolmente il mutamento delle forze anti-sistema. Non c’è bisogno di concentrarsi su considerazioni che continuiamo a fare spesso, l’intervento sempre più sistematico dell’equazione superpotenza-distruzione, o la dinamica della superpotenza suscitata sempre più spesso e in modo dinamico più pronunciato, si trasmuta in distruzione. La vittoria di Rousseff sulla coalizione Neves-Soros-CIA è molto più politica, molto più strutturante nella funzione anti-sistema e di politicizzazione dei BRICS, della sola vittoria su Neves (come la vittoria di Rousseff nel 2010), senza la sfida imposta dal gruppo CIA-Soros del sistema. La conseguenza è il rialzo della posta in gioco di molto, oltre la vittoria di Rousseff, di questa dinamica anti-sistema già identificata. Il risultato, che misura e apprezza la portata della comunicazione del sistema, è effettivamente sviluppare la possibilità di strutturare ed istituzionalizzare i BRICS. Ciò che faceva sghignazzare gli esperti di Wall Street, come quello della Goldman Sachs che nel 2006 inventò l’acronimo BRIC, mentre i quattro Paesi interessati (Brasile, Russia, India, Cina) avviavano il processo di avvicinamento, è ora una realtà. Appariva (nel 2006) del tutto irragionevole attendersi che potesse avere una dimensione politica e strategica, cioè geopolitica, un gruppo di quattro (poi cinque) Paesi dalla scarsa unità geografica, e talvolta completamente avulsi dagli altri (Brasile e Sud Africa); che cercavano solo alcuni accordi economici e commerciali. Oggi, nel 2014, il sarcasmo non è più di rigore; c’è ansia e quasi panico (nel sistema) come dimostrato dall’intervento del gruppo CIA-Soros nella campagna, e come illustrato più precisamente dalla capacità di sostenere una candidata (Silva) e un altro (Neves) in quanto avversari di Rousseff. Il fenomeno è ben dimostrato ancora una volta, ma in modo molto spettacolare, nell’era psicopolitica, dalla vicinanza politica e strategica che ignora le necessità geografiche. Nell’attuale era della psicopolitica, caratterizzata dal confronto aperto e dichiarato tra sistema e anti-sistema, sono i valori altamente dipendenti e oscillanti dei caratteri ad essere così evidenziati dal sistema di comunicazione, piuttosto che i caratteri geopolitici stessi; tali dimensioni geopolitiche hanno dominato le relazioni internazionali in passato, sono divenute completamente secondarie nella valutazione delle forze e delle dinamiche del raggruppamento. Pertanto, possiamo ritenere che i Paesi BRICS, senza un progetto o piano già previsto, ma semplicemente seguendo le dinamiche delle potenti forze che governano l’evoluzione della situazione, sono in procinto d’inventare una nuova forma di “alleanza”, anzi, non si tratta di un'”alleanza” in senso stretto, ma di ciò che abbiamo designato “incontro strategico”, che acquista senso venendo designato come “gruppo anti-sistema strategico”, secondo un’espressione già utilizzata, o che più precisamente indica al meglio la forma del gruppo suscitato dal confronto sistema-antisistema, che in riferimento al blocco BAO viene designato “blocco strategico anti-sistema”. (Così vediamo meglio che il concetto di “blocco” non implica il concetto fisico dell’incontro strategico come la vicinanza geografica, ma un concetto di comunicazione che usa le necessità geografiche, legato principalmente dall’esigenza della dinamica anti-sistema globale).
Le specificità introdotte dall’elezione di Rousseff, così come sono state descritte, in particolare con l’interventismo molto pressante e sentito come tale, del gruppo CIA-Soros, si affronta il rischio dell’attivazione operativa molto rapida di questa nuova situazione. È la prima volta che un’elezione così importante ha per questione principale, anche se si trattava di un problema nascosto, non discusso in quanto tale nella campagna elettorale, l’appartenenza al gruppo dei Paesi divenuto blocco BRICS. Lo schema qui descritto è quindi completato a livello di comunicazione, dalla percezione della trasformazione dei resti strutturali dei BRICS e dalla percezione di un gruppo ancora informale che si costituisce in gruppo di lotta antisistema, entro un “quadro strategico anti-sistema” o “blocco strategico anti-sistema”, cambiando completamente identità ed operatività della strategia, da definizione geografica a definizione comunicativa…. E’ possibile che non si debba attendere a lungo l’operatività di questa fenomeno. Il vertice G20 a Brisbane è tra una quindicina di giorni (14-15 novembre). Nello stesso articolo succitato del 29 ottobre, Toloraja annuncia che ci saranno probabilmente dei problemi: “Parlando della prossima riunione del G20 a Brisbane (15-16 novembre), Toloraja ha detto che si aspetta uno scontro su come sviluppare a livello mondiale i sistemi finanziari ed economici “…Ad esempio: che faranno i Paesi del blocco BAO contro la Russia, che continuano a denunciare, e che hanno esclusa dal G8?” Bella domanda, ma essere contro la Russia significa essere contro i BRICS. La mente vaga, come sempre vediamo, e le posizioni divergenti si radicalizzano verso il confronto… A Brisbane i BRICS verranno con il vestito nuovo del “blocco strategico anti-sistema”? Staremo a vedere… Ci pare scontato che in realtà sia inevitabile che, se le circostanze si prestano e se ci sarà un attacco contro uno dei membri dei BRICS o contro i BRICS stessi, potremo vedere in modo drammatico e forse spettacolare come il gruppo economico informale sia divenuto un “blocco strategico anti-sistema” dal peso maledettamente pesante…

0,,17788765_303,00Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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