La Storia avvicina Lula, Getúlio, JK, Jango e Brizola

Beto Almeida, Patria Latina, 19 marzo 2018 – Investig’ActionLa decisione presa da Lula di portare la sua “Carovana del Sud” presso la tomba di Getúlio Vargas a São Borja, riporta drammaticamente alla scena politica brasiliana l’ineffabile “Lettera Testamento” del Presidente Gaúcho (nato nello Stato di Rio Grande do Sul (RS)), fondatore di CLT (Consolidamento del diritto del lavoro-Codice del lavoro, 1 maggio 1943) e Petrobras. Ancora una volta, i rapaci lanciano il Paese in un drammatico crocevia che può essere diviso da esplosioni sociali imprevedibili. La condanna di Lula in un processo viziato ed irregolare, rivela la caccia delle oligarchie estere ed interne a un vero leader popolare, la cui condanna, se effettiva, può portare il Brasile a una crisi aggravando la perdita continua di una sovranità già corrosa. Lula si trova in una situazione simile, tranne la differenza del periodo, a quella incontrata da Getúlio Vargas nel corso della sua carriera. Lo stesso Lula ha riconsiderato la sua visione storica di Vargas e ora riconosce l’importanza del ruolo del presidente che fondò lo Stato sociale e trasformò il Brasile, “non più una piantagione di caffè”, ma un Paese industrializzato con tassi di crescita del 12%. La somiglianza è sorprendente dato che Vargas fu vittima dell’aggressione degli stessi rapaci che ora attaccano Lula. Ad ogni momento storico, ad ogni dilemma, ad ogni frangente, avevamo atteggiamenti diversi. Vargas reagì alla frode dell’oligarchia di San Paolo nelle elezioni del 1930, convocando l’unità civile e militare che divenne un movimento in grado di rovesciare il governo fraudolento e responsabile del Brasile ridotto a colonia, incapace di superare l’eredità della schiavitù. Fu solo dopo la rivoluzione del 1930, che portò Vargas al seggio presidenziale del palazzo di Catete con un ampio consenso popolare, che la comunità nera iniziò a sentire de facto l’abolizione della schiavitù conquistando i diritti nel lavoro e di cittadinanza. Il voto segreto e il voto delle donne furono anche adottati, provocando l’esaltazione dalla Francia tramite gli intellettuali anti-Vargas (la Francia concesse il diritto di voto alle donne solo dopo la Seconda Guerra Mondiale). Come con Lula, che ora è l’obiettivo di una sofisticata operazione di denigrazione, anche con Vargas ci fu anche la diffusione di menzogne che cercarono di presentare il presidente riformista come un delinquente. Adottando certe scelte politiche giudiziose, Lula diventa l’obiettivo della stessa oligarchia di cui Vargas fu vittima. Con una prospettiva storica, l’azione di Lula è in linea con la politica di Vargas, in particolare il rafforzamento del ruolo dello Stato e delle imprese pubbliche, in parallelo alle politiche sociali inclusive.
La buona decisione di Lula di portare la sua “Carovana del Sud” presso la tomba di Getúlio Vargas a São Borja, dove vi sono le tombe di altre grandi figure brasiliane come João Goulart, detto Jango (ultimo presidente brasiliano di sinistra prima del colpo di Stato militare del 1964) e Leonel Brizola (governatore dello Stato di RS, in esilio dopo il colpo di Stato del 1964 e fondatore del Partito democratico laburista nel 1979), è un messaggio simbolico potente e rivelatore della necessità indispensabile della grande unità popolare, per contrastare la minaccia imperialista e dei suoi partner oligarchici interni contro il popolo brasiliano. Il messaggio di Lula è anche diretto alla Centrale Unica dei Lavoratori (CUT), che trattò in modo improprio, da fascista, il Codice del lavoro e l’Imposta sindacale, la cui estinzione oggi, secondo gli stessi sindacalisti, potrebbe comportare la perdita di entrate pari al 70% del totale raccolto dalla Centrale, mettendo a rischio numerosi sindacati. L’articolo “Regressione storica”, scritto dalla valente parlamentare Benedita Silva e pubblicato sul giornale “O Globo”, riconosce l’importanza del Codice del lavoro e indirettamente l’Imposta sindacale. Stranamente non vi è alcun riferimento a Vargas. Per essere onesti, come possiamo discutere l’utilità di questi strumenti se il movimento sindacale non è in grado di dare impulso a un energico sciopero generale contro la riforma del Codice del lavoro del 2017 (CLT)? Anche se aderenti e simpatizzanti del PT (Partito dei lavoratori) erano ostili alla corrente politica dei Varga, a volte facendo uso della storia imposta da chi spinse Vargas al suicidio, il “golpe” contro Dilma Roussef nel 2016, mette Lula e Vargas nella stessa linea storica. Le reazioni alle sfide storiche sono tuttavia assai diverse. Nel 1932 Vargas reagì con le armi al colpo di Stato organizzato dall’oligarchia di São Paulo, battezzato fraudolentemente “rivoluzione costituzionale”, sostenuta dall’imperialismo inglese, proprio mentre Vargas verificava il debito estero. Vargas, a seguito dell’audit, sospese coraggiosamente il pagamento del debito i cui i principali creditori erano inglesi. Oggi è sorprendente vedere altri simpatizzanti del PT, specialmente a San Paolo, esaltare la presunta rivoluzione, mentre Lula l’ha definita pubblicamente controrivoluzione. Dilma Roussef da parte sua reagì al colpo di Stato in un altro modo, senza convocare il popolo, senza usare i mezzi legittimi dello Stato, e anche senza combattere coi media. Mentre Dilma non ha resistito alla frode che l’ha rovesciato, Vargas resistette alla frode del 1930, approfittando delle condizioni storiche per sconfiggerla politicamente coi suoi mandanti.

Vittoria nella sconfitta
Nel 1954, realizzando che il colpo di Stato era già in atto, quando aerei sorvolarono il palazzo di Catete, Vargas diede la vita per difendere le conquiste del popolo. Un colpo di pistola al cuore mantenne intatto il Codice del Lavoro, la compagnia mineraria Vale do Rio Doce, la banca di sviluppo BNDES, Petrobras e persino Eletrobras, la cui creazione fu firmata da Vargas quell’anno, dichiarando sorridendo che aveva appena firmato la sua condanna a morte. Questo sparo risuona ancora nel cuore del popolo brasiliano e permise a Vargas di designare il suo erede politico, Juscelino Kubistchek (JK), ritardando il colpo di Stato di 10 anni. Nel 1961, quando si ebbe un altro colpo di Stato, Brizola, il governatore del RS, seguì la linea di resistenza col coraggio che lo caratterizzò per tutta la vita. Creò il movimento di resistenza Reti della Legge, distribuì armi al popolo e invocò come nel 1930 l’unità civile e militare in difesa della Costituzione. Fece anche un uso intelligente della radio, mai considerato dai governi del PT, mobilitando le coscienze nel Paese. Il golpe fu di nuovo sconfitto. Ciò che i governi di Vargas, Jango, Lula e Dilma rivelano è che per ogni trasformazione sociale a favore dei lavoratori, le barriere vengno imposte dall’imperialismo e dall’oligarchia. Tali barriere possono essere pianificate, affrontate, sconfitte o altrimenti pericolosamente trascurate. Quando non prepariamo il popolo a difendere la via democratica senza l’uso indispensabile della comunicazione popolare e senza la resistenza organizzata, tutto è destinato al fallimento e alla sconfitta, come nel 1964 e nel 2016. Tuttavia, salvo alcune audaci dichiarazioni di Lula, che rivede la critica e riconosce il valore di Getúlio Vargas, ma anche le riflessioni del filosofo Emir Sader e del nostro caro professore Marco Aurélio Garcia (PT) sulla linea storica che unifica il PT e gli ideali di sviluppo nazionale e del lavoro, il dibattito viene spesso boicottato nel partito. Ma qui la storia ancora una volta colloca Lula nelle stesse circostanze di Vargas. E Lula posiziona correttamente la tomba di Vargas sulla strada della “Carovana del Sud” promuovendo un dibattito spontaneo.

Brizola e Lula

Il coraggio di Minas
Credo che valga la pena citare esempi dallo stato di Minas Gerais (abbreviato nel testo in Minas): JK, allora governatore di Minas, propose a Vargas il 3 agosto 1954 il trasferimento della capitale nazionale da Rio de Janeiro a Belo Horizonte (capitale di Minas), situata nella zona di montuosa di Alterosas, rendendo più facile resistere al golpe che prendeva forma. Vargas rifiutò, conoscendo il rischio che affrontava. Minas è un paese di coraggiosi all’origine della grande figura storica e grande eroe del Brasile anti-coloniale del diciottesimo secolo “Tiradentes”, sempre più citato da Lula. Nel 1932, durante la guerra civile, Minas prese le armi contro il colpo di Stato degli oligarchi di San Paolo, tra cui JK, il famoso politico Tancredo Neves e il grande musicista popolare Gonzagao “o Lua”, all’epoca tromba del 12.mo Reggimento di Belo Horizonte. In seguito, nel 1999, il governatore di Minas, Itamar Franco, mobilitando le truppe della Polizia Militare, respinse l’allora presidente brasiliano Fernando Henrique Cardoso dalla cosiddetta privatizzazione della diga di Furnas. D’altra parte, l’attuale governatore PT di Minas, contrariamente al coraggio di JK e Itamar, non mosse un dito contro la privatizzazione della Cemig (Minas Gerais Energy Company) soggetto stupido ed imbarazzato al mercato. E ancora di più, si propone la privatizzazione di altre imprese statali a Minas. Non a caso il “golpismo” non risparmiò JK e secondo il libro “L’assassinio di JK da parte della dittatura“, i sinistri perpetrati verificatisi nel 1976 sulla Via Dutra (l’autostrada che collega Rio de Janeiro a San Paolo) impedirono l’incontro che sarebbe stato emblematico tra l’ex-presidente e il presidente Ernesto Geisel (4° presidente della Repubblica del regime militare e generale dell’esercito brasiliano). Questo incontro avrebbe potuto cambiare il corso della politica del Paese perché il generale Geisel applicò, anche sotto la condizione di arbitro, determinate misure che prolungarono, per così dire, l’era Vargas. Qualche mese dopo, Jango tornò dall’esilio ma dentro una bara. Tancredo Neves morì nel 1985 in circostanze poco chiare il giorno prima che entrasse in carica come Presidente della Repubblica. Lui, che il 24 agosto 1954 propose a Vargas di resistere, armi in mano, e convocò popolo ed esercito di Vila Militar (caserma del distretto nei sobborghi di Rio). Il “golosismo” che agì contro Vargas, JK, Jango e Brizola ora si concentra su Lula.

Luiz Inácio Lula da Silva e Itamar Franco

L’avviso del 2013 non fu preso sul serio
Nel 2013 i segnali che annunciavano un colpo di Stato erano evidenti, soprattutto dopo i cosiddetti “giorni di lotta” chiaramente finanziati dall’estero e proposti dai “golpisti” dei media. Il disaccordo tra Lula e Dilma impedì all’ex-metallurgico di tornare alla presidenza nel 2014, con le probabili elezioni, considerandone la forte popolarità. All’improvviso, fuori dalla presidenza, fu bersaglio di un’operazione di demolizione sistematica dell’immagine, combinata con il continuo processo giudiziario condotto da un giudice dai forti legami con potenze estere. Escludere Lula dalla presidenza era un vantaggio offerto al “golpe” e non c’era motivo per cui vi tornasse. Anche Rafael Correa subisce la stessa odissea e la sconta inavvertitamente, non rimanendo alla testa di un processo di trasformazione per il quale ebbe la maggioranza del 70% nell’assemblea nazionale. D’altra parte Evo Morales non è caduto nella trappola concettuale dell’alternanza del potere, che fa Putin pienamente consapevole del suo ruolo nella scacchiera mondiale. Entrambi si preparano alla quarta elezione, sempre a suffragio universale. Non sappiamo l’esito dell’attuale crisi, sebbene Lula abbia detto durante la crisi dello scandalo Mensalão, che non si sarebbe suicidato come Vargas, che non si sarebbe arreso come il presidente Jânio da Silva Quadros nel 1961, e che non sarebbe fuggito dal Paese come Jango. All’epoca, avrebbe convocato il popolo per marciare in difendere del mandato popolare. Le circostanze sono cambiate, alcune condizioni favorevoli a una soluzione democratica non sono state colte e sfortunatamente il golpe ebbe luogo, il Codice del Lavoro fu violato, così come Petrobras e la Legge della Condivisione (garante delle ricette dello Stato sulla vendita del petrolio, utilizzato negli investimenti pubblici, ma anche garantendo una presenza minima come operatore nel processo di esplorazione ed estrazione). Le Eletrobras sono anche nel mirino degli aggressori. Le leve dello Stato sono nelle mani di potenze straniere e non di Lula; inoltre, viene condannato in tribunale. Nessuno conosce l’esito della crisi, ma come nel 1930, la nostra unica possibilità di successo è l’unità popolare, anche se è difficile da costruire. Se non agiamo in tempo, il popolo ne soffrirà. D’altra parte, se superiamo pregiudizi ed errori del passato, se manteniamo la speranza democratica, ci sarà sempre una fiamma nei cuori del popolo. Un motivo in più per incoraggiare l’unione, in nome della difesa del Brasile, ora minacciato come nazione.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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L’avvertimento di Samora Machel su Mugabe

Africa Blogging, 27/10/2017Ottobre getta ombre oscure sul nostro continente Madre Africa, in quanto ha ingoiato grandi rivoluzionari che plasmarono le lotte al colonialismo e all’imperialismo. Il 19 ottobre 1986, Samora Moisés Machel, primo presidente del Mozambico, morì quando il suo aereo presidenziale si schiantò al confine tra Mozambico e Sudafrica. Non dimenticheremo mai il 15 ottobre 1987 e il 14 ottobre 1999, Madre Terra chiamò a sé Thomas Isidore Noël Sankara Presidente del Burkina Faso e il Presidente Julius Kambarage Nyerere della Tanzania. I giganti nella lotta anti-coloniali, Nyerere e Sankara partirono lasciando un segno indelebile che sarà inciso per sempre nei nostri cuori come fece il Presidente Samora Machel. Mentre commemoriamo i luminari, siamo consapevoli di ciò che rappresentavano e della loro visione dell’Africa grande continente per le generazioni future. Tuttavia, lo scopo del mio articolo si concentra sull’eredità del Presidente Machel, figura imponente nella nostra lotta per la liberazione. Con altri leader di Stati in prima linea, Machel diede solidarietà col militare e sociale ai combattenti dello Zimbabwe mentre intrapresero la lunga guerra al regime di Smith. Se Samora fosse vivo oggi, sono sicuro che direbbe ai cittadini dello Zimbabwe di ricordare gli avvertimenti su Mugabe dato lo stato di cose in Zimbabwe oggi. Chi fu in prima linea durante la guerra racconta come Machel fosse scettico nei confronti di Mugabe alla guida del movimento rivoluzionario. Almeno fu lungimirante!

L’avvertimento di Samora
Dzinashe Machingura, comandante durante la lotta, disse che Machel aveva dei dubbi molto profondi all’idea di concedere a Robert Mugabe qualsiasi importanza, per non parlare che fosse una sorta di giocatore centrale in corso. Dzino spiegò un incidente, l’incontro tra le strutture di comando di Frelimo e ZIPA nel 1976 in Mozambico nel pieno della guerra. Samora chiese l’incontro con la dirigenza del ZIPA per discutere del piano a lungo termine sulla futura leadership dello Zimbabwe. Mhanda giustamente illustrò il momento: “Rex Nhongo quindi presentò la nostra lista, con Mugabe in cima. Machel saltò dalla sedia disgustato. Chiaramente non era contento di Mugabe, tanto meno come leader. Continuò a dirci che aveva tolto Mugabe dai campi profughi per una buona ragione: “Ama le luci della ribalta” ed è contrario all’unità“.” Tuttavia, il Presidente Machel continuò ad accettare Mugabe come nuovo leader, ma Machel non era lontano dalla verità, come dimostra l’egoismo di Mugabe divenuto presidente a vita. Una nozione contro l’ethos del codice rivoluzionario dei leader che vanno e vengono. Ancora una volta, nel 1974, Mugabe fu respinto dai leader del Fronte dopo essere stato rilasciato da Smith, incontrando i leader del Fronte Kaunda, Julius Nyerere (Tanzania), Agostinho Neto (Angola) e Samora Machel (Mozambico). Secondo Dzino e corroborato da Rugare Gumbo in un’intervista alla China Global Television Network, Nyerere era particolarmente arrabbiato all’idea che un leader fosse così chiaramente inviatogli con la connivenza di Smith che si rifiutava di parlare con Mugabe e pretendeva che lui e seguaci tornassero in Rhodesia e con Sithole. Evidentemente era chiaro che Robert Mugabe era l’uomo di Ian Smith, contrariamente al gigante panafricano che interpretava. La biografia del defunto Joshua Nkomo, Storia della mia vita, a pagina 10 fa le stesse rivelazioni su come Mugabe era solito ottenere un trattamento preferenziale in carcere, avere il permesso di organizzare riunioni che orchestrarono il colpo di Stato contro Ndabaningi Sithole. Ecco Nkomo: “La mattina dopo ci siamo riuniti per il nostro incontro con i presidenti delle nazioni nere dell’Africa australe che erano in prima linea nella lotta al razzismo. Julius Nyerere uscì dall’aereo e ci salutò tutti, e la prima domanda che fece fu: “Dov’è Ndabaningi?La squadra del ZANU, sorprendentemente, non includeva Sithole, che tutti noi consideravamo presidente di quel partito. Invece c’erano il suo segretario generale, Robert Mugabe, e il suo segretario per la gioventù e la cultura, Morton Malianga. Risultò che cinque membri del Comitato centrale del ZANU erano in prigione e autorizzati a tenervi riunioni. Questo piccolo gruppo, senza consultare i membri e i compagni, decise di deporre Sithole dalla presidenza: Mugabe e Malianga agivano da loro portavoce”. Nkomo proseguiva: “I presidenti non poterono accettare queste due persone relativamente sconosciute come portavoce dello ZANU, quindi furono mandate nelle loro stanze ad aspettare mentre la riunione iniziava“. Tutto ciò indica alcune interessanti osservazioni, che il ruolo di Mugabe nella lotta di liberazione è piuttosto una posa geriatrica narcisista per postare selfie. In secondo luogo, i nostri libri di storia sono così distorti nell’elogiare Mugabe, che tutto il tempo intellettuali, storici e scrittori devono rivisitarla e dare allo Zimbabwe la narrazione corretta della lotta di liberazione. I Kudzai Chipanga di questo mondo e molti dei sicofanti che hanno elevato Mugabe a Dio dovrebbero tuttavia ricordare che lo Zimbabwe appartiene a tutti noi ed ha ispirato da molte generazioni prima di noi, senza paura, e non Mugabe e ZANU-PF. Il presidente Mugabe è intrinsecamente insicuro e minacciato sempre dalla paura dell’ignoto. Come ricordiamo Samora Machel, i cittadini dello Zimbabwe devono essere fermi nella difesa degli ideali della lotta di liberazione e dell’indipendenza per cui i veri eroi hanno combattuto così duramente. Dovremmo difendere l’eredità di tutti i compagni defunti che combatterono per la vera libertà, non per la libertà di una famiglia e di alcuni compari.

La guerra di liberazione non è stata una lotta individuale
Lo ZANU-PF ha dimenticato che la lotta di liberazione non era individuale, o la lotta di un partito, ma piuttosto la liberazione delle masse del nostro popolo dal giogo della dittatura del regime coloniale imperiale e razzista bianco. I recenti sviluppi politici sono solo un’indicazione che lo ZANU-PF è un partito egocentrico che ha usato la narrativa della liberazione come scusa per rimanere al potere. Diverse formazioni politiche, il movimento giovanile, la società civile, i sindacati hanno da allora decretato la decadenza economica e il sottosviluppo che accompagnarono la liberazione politica. Purtroppo, la maggioranza dei cittadini dello Zimbabwe ha lasciato il paese sparpagliandosi nel Mondo a causa di oppressione ed esclusione economica, in quanto le persone ancora intrappolate da povertà e fame esistenti già sotto il dominio coloniale. L’avvertimento del Presidente Samora Machel su ciò che viviamo sotto un leader egoista. Il dominio di Mugabe era caratterizzato da dittatura, mecenatismo e forme di leadership estremamente intolleranti. La sua incapacità di persuadere e convincere politicamente chi non era d’accordo, fece ricorso alla forza e alla coercizione come stile di leadership.

Storia di due movimenti di liberazione
Non c’è dubbio che Mugabe si stata la peggiore maledizione che lo Zimbabwe abbia mai avuto, la sua retorica vuota come paladino del potere nero è rimasta sulla sua bocca. Da quando lo ZANU-PF ottenne un altro mandato dopo la “clamorosa” vittoria del 2013, il partito non riuscì a trasformare lo Zimbabwe con lo sfortunato progetto ZIMASSET che da allora ha raccolto solo polvere. L’ossessione del partito per le elezioni è preoccupante, come se un nuovo mandato nel 2018 si traduca in nuovo sviluppo e ripresa economica. Mugabe come tutti gli spiriti ancestrali che di volta in volta hanno bisogno di accordarsi ai rituali tradizionali, è diventato un antenato vivente che, pur non affrontando alcuna sfida nel suo partito, ha bisogno del suo sostegno regolare per riaffermarsi leader supremo dello ZANU-PF. Ad esempio, aveva già indicato che il partito organizzava il congresso straordinario a dicembre per “approvare” Mugabe a candidato e centro di potere del partito. È tutto su di lui e vuole le luci della ribalta, come disse Machel. Le inutili conferenze dello ZANU-PF dimostrano chiaramente che non è in contatto con la realtà e dovrebbe comunque prendere spunto dagli amici di sempre, del Partito Comunista Cinese, che ha avuto il suo congresso in questi giorni. Mentre lo ZANU si riunisce nel congresso speciale per “approvare” Mugabe, il Congresso del PCC evidenziava i successi che il partito ha compiuto dall’ultimo congresso. Il rapporto del Congresso ha registrato un tasso di crescita medio annuo della Cina di oltre il 7%, che ha contribuito in media al 30% della crescita economica mondiale. Sotto la leadership del PCC, la Cina ha creato oltre 13 milioni di nuovi posti di lavoro all’anno per tre anni consecutivi, tra il 2013 e il 2016. China Daily aveva anche riferito che i nuovi posti di lavoro creati nei primi mesi del 2017 erano 9,74 milioni. Dal 2013, la Cina ha tolto 66 milioni di cinesi, pari alla popolazione della Francia, dalla povertà. Ha beneficiato della strategia contro la povertà presentata dal Presidente Xi Jinping. Secondo questa strategia, la Cina mira a togliere ogni anno 10 milioni di persone dalla povertà e si prevede che raggiunga l’obiettivo di “eliminare la povertà in Cina” entro il 2020. Il congresso inoltre delineava lo sviluppo futuro della Cina con un nuovo punto di partenza storico indicando gli effetti che lo sviluppo del Paese avrà sul mondo. Il discorso di Xi Jinping sul sogno cinese dovrebbe ispirare lo ZANU-PF e il presidente Mugabe a condurci al sogno dello Zimbabwe, che contenga le aspirazioni delle masse. Tuttavia, dovrei dire che Mugabe non ha alcun sogno sullo Zimbabwe, ma un sogno di Mugabe che diventa letteralmente presidente a vita. Una grande lezione per lo ZANU-PF è che i congressi non sono rituali per sostenere “l’antenato”, ma piuttosto un’opportunità per articolare strategie e tattiche, fornendo una guida programmatica e metodologica a qualsiasi movimento serio che cerchi di sviluppare il Paese. Lo ZANU-PF sembra perso; guarda al potere e al potere di un uomo, castigato da Samora come egoista a cui non va dato alcun ruolo di comando.

Ndabaningi Sithole

Chi uccise Samora Machel?
Paula Akugizibwe, Manica Post

È come se il Monumento a Samora Machel non fosse stato pensato per essere trovato. Dopo il bivio di un’autostrada ben marcata tra Sudafrica e Mozambico, la strada per il sito del misterioso incidente aereo del primo presidente del Mozambico prosegue per chilometri. Machel divenne presidente fondatore del Mozambico nel 1975, dopo aver guidato per anni il movimento di guerriglia FRELIMO nella lotta per l’indipendenza dal Portogallo, e procedette a guidare il Paese attraverso un tempestoso decennio. Credeva fermamente nella lotta armata non come mezzo per un fine, ma come mezzo per l’inizio. “Tra tutte le cose che abbiamo fatto”, disse, “il più importante, quello che la storia registrerà come contributo principale della nostra generazione, è che capiamo come trasformare la lotta armata in rivoluzione… era essenziale creare una nuova mentalità per costruire una nuova società”.

Sabotaggio
Dopo l’indipendenza, Machel introdusse riforme radicali orientate verso questa nuova mentalità. Un ardente socialista, nazionalizzò tutte le terre e le proprietà e guidò l’istituzione di scuole pubbliche e cliniche del Paese. Vietò anche la religione, provocando l’ira delle chiese internazionali che avevano massicci investimenti nel Paese. Alla fine del 1975, la maggior parte della popolazione dei coloni portoghesi aveva lasciato il Mozambico per timore di ritorsioni per i crimini coloniali. Lasciarono dietro di sé una scia di malvagità. gli abitanti delle città distrussero le infrastrutture industriali, i proprietari delle piantagioni bruciarono colture e attrezzature mentre abbandonarono i loro domini rurali. L’uscita improvvisa e distruttiva gettò il Paese dalle nuova indipendenza tra sconvolgimenti economici. Il sistema coloniale aveva escluso i neri dalla maggior parte delle professioni, assicurandosi che gli aspetti tecnici della produzione industriale e agricola rimanessero in mani portoghesi. Il colossale divario di competenze che seguì l’esodo di massa, combinato con atti di sabotaggio dei portoghesi in partenza. fece precipitare la produzione, infliggendo un duro colpo alle finanze del Paese.

Le relazioni si inasprirono
Il colpo fu aggravato dal cambiamento dei modelli di lavoro e commercio. Sotto il dominio portoghese, il Mozambico aveva fornito enormi quantità di lavoro, oltre che commercio da e verso Sud Africa e Zimbabwe (allora Rhodesia), assicurando un flusso costante di entrate al governo coloniale. Le relazioni con entrambi i Paesi s’inasprirono non appena il FRELIMO prese il potere e, a un anno dall’indipendenza, lo storico Tony Hodges riferì che il reclutamento di mozambicani nelle miniere del Sud Africa diminuì da circa 2000 alla settimana a meno di 400. I governi sudafricano e rodesiano, irritati dal socialismo di Machel e dal sostegno dato ai movimenti di liberazione in quei Paesi, reagirono investendo nel gruppo ribelle mozambicano RENAMO, che lanciò una violenta campagna anti-FRELIMO, distruggendo scuole e cliniche di nuova costruzione e altre infrastrutture pubbliche. Il suo sabotaggio divennero il seme di una devastante guerra civile che si estese ai primi anni ’90, con centinaia di migliaia di morti. Nel giro di pochi anni dall’indipendenza, questo cocktail d’instabilità aveva messo il Mozambico in gravi difficoltà economiche, aggravate dalle tensioni politiche interne, poiché la nuova mentalità che Machel aveva predicato faticò a mettere radici. In Mozambico, come in molti Paesi africani, c’era ciò che lo storico David Robinson descrive come “elementi nell’organizzazione e nelle forze militari che guardavano all’ascesa di una borghesia nera dopo l’indipendenza”. In mezzo agli scossoni politici dela sua presidenza, questa ideologia carismatica non fu facile da avviare. Tuttavia, nonostante crisi economica, delusione da aspettative insoddisfatte post-indipendenza e la reputazione di trattare duramente i dissidenti, Machel ebbe il sostegno popolare durante il suo mandato. Percy Zvomuya scrive che “A differenza dei rivoluzionari che non hanno mai potuto governare e quindi offuscare proprie eredità e promesse, ebbe abbastanza tempo in carica per disilludere molti, eppure la gente piange ancora quando pensa a Samora“.

Integrità rivoluzionaria
Ma non era nemmeno a corto di nemici, non ultimo il governo sudafricano, che nel 1981 invase il Mozambico per dare la caccia ai membri del Congresso Nazionale Africano (ANC). In risposta, Machel tenne una manifestazione nel centro di Maputo, dove abbracciò l’allora presidente dell’ANC Oliver Tambo prima di sfidare provocatoriamente il governo dell’apartheid: “Non vogliamo la guerra. Siamo pacifisti perché siamo socialisti. Una parte vuole la pace e l’altra vuole la guerra. Cosa fare? Lasciamo scegliere al Sudafrica. Non abbiamo paura… e non vogliamo neanche la guerra fredda. Vogliamo una guerra aperta. Vogliono venire qui e assassinarci. Quindi diciamo, lasciateli venire! Lasciate che vengano tutti i razzisti… allora ci sarà la vera pace nella regione, non la falsa pace che viviamo ora“. Ai politici mozambicani non fu risparmiata la sua impavida rabbia per tutto ciò che percepiva come un affronto all’integrità della rivoluzione. A un altro raduno di quell’anno, affrontò la corruzione, dichiarando l’intenzione di lanciare una “offensiva della legalità” rivolta a militari e funzionari della sicurezza che volevano cavalcare sulle spalle del popolo. Gli storici Fauvet e Mosse scrivono che “i diplomatici degli Stati del blocco sovietico erano stupiti. Nessun leader di nessun altro Paese socialista aveva mai criticato le proprie forze di sicurezza in questo modo. Queste affermazioni non erano temerarie? Machel non stava forse invitando al colpo di Stato? Ma non ci fu alcun colpo di Stato“.Complotto per l’assassinio
Ciononostante, operando in un terreno sempre più ostile, che divenne particolarmente chiaro dopo un fallito colpo di Stato nel 1984 in cui erano implicati membri del suo gabinetto, due dei quali divennero presidenti dopo la sua morte. Quell’anno, quando la RENAMO provocò crescente devastazione in Mozambico, bombardando infrastrutture e uccidendo civili, Machel fu anche obbligato a firmare un accordo col governo sudafricano, nel quale accettò di limitare il sostegno all’ANC in cambio della fine del finanziamento e dell’armamento sudafricano della RENAMO. Sebbene l’accordo provocasse grande delusione nei combattenti per la libertà nella regione, la minaccia rappresentata dalla RENAMO era così grave che persino Tambo, allora presidente dell’ANC, ammise che “La dirigenza del Mozambico fu costretta a scegliere tra vita e morte. Quindi se significava abbracciare la iena, dovevano farlo“. Ma la situazione continuò a peggiorare. Prima di partire per un incontro degli Stati del Fronte a Lusaka nell’ottobre 1986, Machel rese pubblicamente noto di essere sopravvissuto a un attentato. Accusò il governo sudafricano del complotto e diede istruzioni su cosa dovesse accadere in caso di morte. Machel non tornò mai più in Mozambico dall’incontro. Sulla via del ritorno, l’aereo presidenziale fece una virata inspiegabile e fatale di 37 gradi sulla catena montuosa Lebombo, tra Sudafrica, Mozambico e Swaziland. Nove ore passarono prima che il Sudafrica informasse il Mozambico che l’aereo era precipitato, anche se alcune forze di sicurezza sudafricane erano sul posto diverse ore prima. Durante questo periodo perquisirono il relitto confiscando tutti i documenti ufficiali, così come la scatola nera dell’aereo. Incisioni nel collo dei due piloti in seguito sollevò il sospetto che fossero stati uccisi sul posto, non nell’incidente.

Inchiesta
Poco dopo, il Sud Africa istituì una commissione d’inchiesta che, dopo un avvio ritardato a causa del rifiuto delle forze di sicurezza di consegnare la scatola nera, alla fine emise un rapporto che incolpava dell’incidente l’equipaggio russo. Il governo sovietico avviò una propria inchiesta che concluso che l’aereo era stato indirizzato erroneamente da un falso segnale radio installato per portarlo fuori rotta. L’esca portò i piloti a credere di sorvolare la pianura vicino Maputo, quando in realtà volarono contro le montagne. La commissione per la verità e la riconciliazione del Sudafrica (TRC) ha successivamente esaminato il caso e ha pubblicato un rapporto contenente dettagli che rafforzavano la teoria dell’assassinio. Graça Machel, la vedova di Samora e poi moglie di Nelson Mandela, testimoniò che fu ucciso e si presentò al TRC coi dettagli del complotto che coinvolgeva agenti di Sudafrica, Mozambico e Malawi.

Nuova indagine
La TRC non riuscì a raggiungere una conclusione definitiva, comunque, sebbene affermasse che erano state accumulate prove sufficienti per giustificare l’indagine. Oltre un decennio dopo, nel dicembre 2012, l’unità d’élite ella polizia del governo sudafricano, i Falchi, annunciò il lancio di una nuova indagine sull’incidente. L’indagine è in corso in collaborazione col governo del Mozambico e potrebbe finalmente portare ad alcune risposte alle domande che pendono sulla morte prematura di Machel. Ma a prescindere dal risultato, non risolverà altri problemi sconvolgenti, problemi di memoria che si attardano in spazi al di fuori della portata di qualsiasi commissione d’inchiesta. Oggi in Mozambico, i ricordi di Machel sono ovunque. Strade e istituzioni sono nominate in suo onore, le statue che catturano i suoi noti gesti, gli adesivi dei paraurti testimoniano il sostegno popolare che ha lasciato dietro di sé. Ma l’eredità che ha vissuto e per cui è morto è più difficile da trovare.

Consumismo
La storia va al contrario? Laddove un gran numero di portoghesi fuggi dall’indipendenza, un gran numero torna, allettato dalle opportunità offerte dall’economia in forte espansione del Paese. Le organizzazioni internazionali investono nel Paese con affari, aiuti e Gesù. Nella rapida transizione da uno dei Paesi più poveri del mondo a uno dei paesi più ricchi del continente, un cospicuo consumismo abbonda. Laddove Machel chiese la nazionalizzazione delle risorse del Paese, il governo di oggi assicura agli investitori stranieri che ai mozambicani basta detenere non più del 20% delle azioni minerarie. In Sud Africa, la cui liberazione ha sostenuto così ferocemente, un impoverito insediamento informale a Cape Town porta il suo nome. Le baracche sono raggruppate intorno alla strada Oliver Tambo che attraversa la cittadina, a distanza deliberata dal centro della città, offrendo il promemoria che bandiere ed inni potrebbero essere cambiati, ma l’antico sistema di oppressione economica è ancora vivo e vegeto.

Idee calpestate
Thomas Sankara, ex-Presidente del Burkina Faso assassinato un anno dopo Machel, osservò poco prima della morte che “mentre i rivoluzionari come individui possono essere uccisi, non si possono ucciderne le idee”. Ma anche se le idee potrebbero essere immortali, sembra abbastanza facile dimenticarle, idolatrare persone e onorarne i ricordi con souvenir simbolici, mentre la visione per cui vissero e morirono sono calpestate mentre la gente lotta per la ricchezza. Finalmente arriviamo al memoriale, arroccato su una collina circondato dalla tranquillità rurale. Tra relitti conservati dell’aereo, 35 tubi d’acciaio, uno per ogni persona morta quella notte, torreggiano verso il cielo, le fessure appositamente progettate per rilasciare tenui lamenti ogni volta che soffia il vento. È il tipo di suono che non si può replicare o dimenticare, il tipo che ti perseguita tra le contraddizioni quotidiane che si hanno nel divario sempre più ampio che Machel cercò di chiudere, il divario tra lotta come azioni e rivoluzione come modo di vivere.Questo articolo è apparso per la prima volta sul sito This is Africa il 18 marzo 2014.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’ultima vittoria di Muammar Gheddafi

Oriental Review 09/03/2011Il 6 marzo 2011 era chiaro che il regime libico aveva soppresso la rivolta interna e sospeso il caos nel mondo arabo. Una missione clandestina di un diplomatico inglese protetto da 8 ufficiali delle SAS nella base orientale dell’opposizione libica si concluse con la loro detenzione e “interrogatorio” da parte dei capi ribelli. L’articolo del Sunday Times fu la “bandiera bianca” issata dagli organizzatori delle proteste in Medio Oriente e Nord Africa del 2010-2011. Fin dall’inizio la catena di eventi in Libia ebbe una svolta inaspettata per le élite globali. Muammar Gheddafi si rifiutò di abbandonare Tripoli e, insieme alla famiglia e al clan, mantenne i contatti coi libici attraverso la TV nazionale e regolari apparizioni pubbliche. Nell’impressionante discorso del 22 febbraio 2011, ripristinò il sostegno pubblico ed incoraggiò i libici a resistere alla rivolta. Da allora i media mainstream internazionali diffusero bugie inaudite sugli eventi in Libia. Si sentì parlare di “mercenari stranieri che uccidono civili”, “attacchi aerei sui dimostranti”, “bombardamenti delle posizioni ribelli”, “grandi proteste contro Gheddafi a Tripoli”, “migliaia di rifugiati libici” e tanti altri annunci che, come risultò, non avevano nulla a che fare con la realtà. Le fonti interne libiche, ad esempio del Centro di San Pietroburgo per il Medio Oriente moderno, descrivevano una realtà piuttosto diversa. Non c’erano proteste a Tripoli e dintorni. Pochi gruppi di emarginati operavano ad al-Zawiya (sobborgo occidentale di Tripoli) e al centro (l’incendio doloso della Sala del Popolo la notte del 21 febbraio è apparentemente l’atto più noto) furono prontamente neutralizzati dalla polizia municipale. Gli “attacchi aerei” dell’Aeronautica libica prendevano di mira depositi di munizioni nelle vicinanze di Bengasi, quando la minaccia che venissero catturati dai separatisti orientali era ancora alta. La questione dei “mercenari stranieri che proteggevano Gheddafi”, è apparentemente la più interessante. È chiaro che qualsiasi mercenario combatte per soldi. Quindi nel conflitto in cui sono coinvolti gli interessi delle mafie petrolifere internazionali, i mercenari sono la forza meno affidabile. Avrebbero tradito Gheddafi ben prima. Quindi Gheddafi è un uomo intelligente e ne è perfettamente consapevole. Non poteva arruolarli. Ma supponiamo che la loro presenza in Libia fosse un fatto provato. Potevano essere “gentilmente” proposti a Gheddafi dai vicini “simpatizzanti” africani? Si, perché no. Qual era la loro missione? Dovevano avere l’ordine dai loro veri padroni di essere spietati e feroci contro i “manifestanti” locali il più possibile per intensificare il conflitto. Non c’è da stupirsi che dopo i primi scontri con la loro partecipazione e annunci nel mondo dei media, i mercenari siano “scomparsi”. Certamente avremo modo di conoscere dettagli sorprendenti sulle operazioni militari dell’esercito libico contro i mercenari “alleati” di fine febbraio 2011. Guardando la CNN riportare la “guerra civile” in Libia va capito che ciò significa che le forze governative localizzavano ed eliminavano questi “alleati”.
Ora, perché tale scenario rischioso? Perché il regime di Gheddafi era il più stabile in Medio Oriente. Si noti che tutti i “dittatori arabi” andati al potere col sostegno degli Stati Uniti negli anni ’80 furono facilmente eliminati nel gennaio-febbraio 2011, prontamente “caduti in coma”. Non avevano l’autorità morale per combattere per un potere ottenuto illegittimamente. Qual era la componente chiave di tale illegittimità? Quando aspirarono al potere, si allearono segretamente con una nazione straniera che li sostenne completamente. Da allora non sono leader sovrani. Questo è il motivo per cui non possono sconfiggere la rivoluzione. Non possono dire la verità al popolo e alla comunità internazionale, perché iniziare a dire la verità significa dirla TUTTA. E TUTTA la verità include le circostanze della loro ascesa al potere… Ma c’è una soluzione per tale situazione di “stallo”. Se un leader politico riconosce i vergognosi rapporti clandestini con una potenza straniera, non sarà mai condannato ma PERDONATO e sostenuto dal popolo. Dopo di che lealtà e professionalità delle guardie del corpo impediranno che il futuro politico sia il caos. Le alternative sono la forca di Sadam, i letti da moribondi di Mubaraq e Ben Ali.
Torniamo alle “rivoluzioni popolari in Medio Oriente”. Vediamo che per avere successo c’era disperatamente bisogno di “masse infuriate”. Quindi qualcuno doveva infuriarle. Come in Iran nel giugno 2009? Cecchini sconosciuti uccisero astanti a Teheran durante le proteste (i dettagli sono nell’articolo “Cosa decidono i Bilderberger dell’Iran“). Cosa successe in Egitto nel gennaio 2011? Ancora una volta cecchini sconosciuti spararono alla folla dal tetto dell’edificio del Ministero degli Interni di Cairo. Si noti che in entrambi i casi fu fatto di tutto per convincere il pubblico che i perpetratori fossero le forze governative. Ma dov’era la prova? C’è qualche logica nei servizi di sicurezza che uccidono dimostranti per provocarli a commettere atti violenti? Al contrario, la loro missione è disperdere pacificamente la folla, identificare e arrestare le “teste calde” tra i manifestanti ed evitare vittime! Allora, chi sparava dal tetto del Ministero degli Interni egiziano? Non lo sappiamo ancora. Ma chi fece lo stesso in Tunisia durante l’agitazione pubblica fu catturato e mostrato da RT. Si guardi il seguente video:

Credete che costoro dai passaporti svedesi e inlgesi cacciassero davvero cinghiali per le strade di Tunisi?
Ora possiamo fare alcune conclusioni. Innanzitutto, non c’era nulla di spontaneo nell’ondata delle rivoluzioni del Nord Africa e Medio Oriente del 2011. I disordini popolari in Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, ecc. furono accuratamente preparati, organizzati, finanziati e sostenuti dai media internazionali. Abbastanza sorprendentemente, al-Jazeera svolse un ruolo fondamentale nel sostenere i conflitti nelle società arabe diffondendo disinformazione e silenziando le voci della verità e sobrie. In secondo luogo, chi architettò tali insurrezioni, generalmente fallì. Non c’è dubbio che l’idea era organizzare caos e guerre civili nel mondo arabo, provocare imbarazzo nelle élite nazionali, imporre l’opposizione radicale anti-progressista al potere nei Paesi chiave della regione. Poi si aspettavano che, a tempo debito, standard sociali degradati e cattiva gestione del governo catalizzata dalla propaganda dei media internazionali creassero le condizioni per imporre il controllo estero su questi Stati islamici. La Libia con le sue ricche riserve naturali era il premio più ambito. Ma con Muammar Gheddafi ancora al potere che riacquistava sostegno pubblico e si sbarazzava dei rami “secchi” tra gli alti funzionari, gli attori globali soffrivano molto mentre il fantasma del presidente Bush Jr. si profila di nuovo al largo delle coste libiche. Apparentemente le élite non ebbero altra scelta che attivare le super-portaerei statunitensi. Messi all’angolo e sotto la pressione schiacciante della piramide del dollaro. Terzo e più importante, questi eventi rivelavano il legame occulto tra “islamisti” ed élite globali. Muammar Gheddafi combattendo gli islamisti di al-Qaida e allo stesso tempo sostituendo solennemente bin Ladin come incarnazione del “Male assoluto” nei media tradizionali, fu un cambiamento notevole. I radicali dovevano essere la nuova generazione di leader arabi. Non avrebbero portato prosperità o giustizia nelle loro società. La loro missione era stringere saldamente la pentola a pressione del mondo musulmano con regole e retorica pseudo-islamiche. Una volta esplosa, l’energia di milioni di giovani fanatici ignoranti che si diffondono nel mondo avrebbe aperto la strada allo scaltro Gran Pacificatore. I semi di tale misteriosa simbiosi furono piantati dall’intelligence inglese nel XIX secolo. Per esempio, se si segue la storia del fondatore della Fratellanza musulmana Hasan al-Bana, si vedrà che il “controllore generale” inglese in Egitto dal 1878 era Evelyn Baring, rampollo di una vecchia dinastia di banchieri che nominò lo sceicco Muhamad Abduh Gran Mufti d’Egitto. Non ne va sottovalutata l’importanza. Il Gran Mufti d’Egitto del tempo era la massima autorità spirituale nel mondo musulmano. Perché lo sceicco Abduh, noto salafita, fu scelto dal residente inglese? Perché lo scenario della falsa guida del mondo islamico delle élite globali era già stato scritto. Volevano che i musulmani fossero carne da cannone per imporre il loro dominio. Dovevano corrompere la fede islamica, sostituirla con un surrogato pseudo-islamico. Ecco perché Evelyn Baring scrisse dei salafiti: “Sono gli alleati naturali del riformatore europeo” (Goodgame, Peter. La Fratellanza Musulmana: l’arma segreta dei globalisti). A quel tempo Sheikh Adbuh divenne murshid (insegnante) di Muhamad al-Bana, padre di Hasan…
Quindi entriamo in tempi molto interessanti, forse decisivi. Muammar Gheddafi ha vinto la sua ultima battaglia nonostante vigore e pressione insolente da ogni parte. Ci saranno nuovi Gheddafi nati da madri musulmane che resisteranno al nuovo ordine mondiale? Speriamo e preghiamo di sì.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Mugabe, vittima dello Stato profondo dello Zimbabwe

Alessandro Lattanzio, 16/11/2017Il 15 novembre 2017, i militari assumevano il controllo dello Zimbabwe mettendo in custodia il Presidente Robert Mugabe e arrestando diversi alti funzionari governativi, tra cui il ministro del Governo locale Salvatore Kasukuwere, il ministro delle Finanze Ignatius Chombo, e il nipote di Mugabe Patrick Zhuwayo, tutti della fazione G40 del ZANU-PF, guidata da Grace Mugabe, moglie del presidente. Mentre il Generale Constantino Chiwenga, comandante delle Forze di Difesa dello Zimbabwe, indiceva una conferenza-stampa presso il comando dell’Esercito, ad Harare, i soldati occupavano la ZBC, la TV di Stato. Ciò era il culmine di mesi di tensioni nel partito ZANU-PF, e solo la settimana prima Emmerson Mnangagwa, ex-vicepresidente ed ex-ministro della Giustizia dello Zimbabwe, era fuggito in Sud Africa dopo essere stato licenziato ed espulso dal partito con l’accusa di “slealtà” e complotto contro il presidente. Boris Johnson, segretario agli esteri della Gran Bretagna, col solito tono arrogante affermava, “Un governo autoritario, sia nello Zimbabwe che altrove, non dovrebbe avere posto in Africa… Le elezioni si terranno nella prima metà del prossimo anno. Faremo tutto il possibile coi nostri partner internazionali per garantire che ciò dia opportunità concreta agli abitanti dello Zimbabwe di decidere il loro futuro“. Ma nonostante ciò, mentre i militari prendevano il controllo dello Zimbabwe, l’“opposizione” neo-colonialista e sorosiana si allarmava ugualmente; Austin Moyo, del Movimento per il cambiamento democratico (MDC), organizzazione sorosiana al servizio degli interessi atlantisti, si dichiarava allarmato dalla mossa delle Forze Armate, legate al Partito dei Movimenti di Liberazione Nazionale socialisti e anticolonialisti ZANU-PF. Il leader dei militari interventisti, Generale Sibusiso Moyo, aveva dichiarato che le Forze di Difesa dello Zimbabwe garantiranno la sicurezza di Mugabe e contrasteranno l’infiltrazione di “criminali intorno a lui che commettono i crimini che causano sofferenze socio-economiche nel Paese. Non appena avremo completato la missione, ci aspettiamo che la situazione torni alla normalità“.
Nella settimana precedente fu svelata l’esistenza di un complotto per spodestare Mugabe, cui aderivano almeno da settembre i proprietari terrieri bianchi del Sindacato dei Fattori Commerciali; la fazione del Movimento dei Veterani della Guerra di Liberazione Nazionale guidata da Chris Mutsvangwa, ambasciatore in Cina e portavoce di Emmerson Mnangagwa, il vicepresidente licenziato l’8 novembre dal Presidente Robert Mugabe e fuggito in Sud Africa; da gruppi religiosi, probabilmente gruppi d’influenza statunitensi; e dal movimento sorosiano MDC dell’agente d’influenza anglostatunitense Morgan Tsvangirai. Il 13 novembre il comandante delle Forze di Difesa Costantino Chiwenga, che avrebbe incontrato Mnangagwa in Cina, avvertì Mugabe che doveva sospendere l’epurazione ai vertici del ZANU-PF, affermando “Dobbiamo ricordare a chi è dietro queste faide insidiose che quando si tratta di proteggere la nostra rivoluzione, i militari non esiteranno ad intervenire”. Chris Mutsvangwa, dopo l’intervento dei militari, dichiarava che il Generale Constantino Chiwenga aveva eseguito “un’azione correttrice incruenta contro un grave abuso di potere“, e che l’esercito restituirà lo Zimbabwe a una “democrazia genuina” facendone una “nazione moderna”. Nel frattempo, il segretario dello ZANU-PF per gli affari giovanili, Kudzanayi Chipanga, scusandosi col Generale Constantino Chiwenga, col comandante dell’Esercito Tenente-Generale Phillip Valerio Sibanda e col Comandante dell’Aeronautica militare Maresciallo dell’Aria Perrence Shiri, per la sua primitiva posizione contro l’intervento dell’esercito, riconoscendone la legittimità anche a nome del partito; “Come leader della Lega della gioventù dello ZANU-PF, ho riflettuto e personalmente ammetto di aver commesso un errore insieme al mio gruppo dirigente denigrando le vostre alte cariche. Siamo ancora giovani e facciamo errori e abbiamo imparato molto da questo errore. Non sono persuaso a presentarmi sui media statali, ma ho personalmente riflettuto e capito il mio errore, grazie“. Chipanga, prendendo così le distanze dalla fazione di Grace Mugabe, si posizionava a sostegno dei militari e della fazione del ZANU-PF dell’ex-vicepresidente Mnangagwa, consolidando l’intervento dell’esercito. E difatti, non va dimenticato che il 30 luglio 2017, il Presidente Robert Mugabe avvertì che avrebbe preso in considerazione il licenziamento dei vertici militari, accusandoli d’ingerenza nelle lotte interne allo ZANU-PF; “Ecco come vengono gestiti i governi. Rispettiamo le nostre forze di difesa, specialmente i vertici. Naturalmente andranno in pensione, ma gli troveremo una posizione nel governo in modo che non languiscano“. Mugabe lo stesso giorno accusò i dirigenti del partito di complottare contro di lui, mentre il ministro dell’Istruzione superiore Jonathan Moyo, a giugno, denigrò il Generale Constantino Chiwenga definendolo politico disperato in uniforme. Chiwenga riteneva che Moyo fosse una minaccia alla sicurezza nazionale quando attaccò il vicepresidente Emmerson Mnangagwa, allora ancora in carica. Anche il comandante dell’Aeronautica Maresciallo Perance Shiri redarguì Moyo. Mugabe aveva infine dichiarato che non si sarebbe ritirato, nonostante le pressioni nello ZANU-PF, “si dice che il presidente se ne andrà, ma io non me ne vado. Il presidente sta morendo, ma io non sto morendo e ringrazio Dio per aver vissuto fino ad oggi. Ringrazio Dio per avermi dato una buona vita. Ho qualche acciacco e vado dai dottori come chiunque altro, ma tutti i miei organi, il fegato, il cuore stanno molto bene, sono forti. So che potrebbero esserci alcuni che ambiscono divenire persino presidente, va bene. Ma penso anche e riconosco che avendo guidato il partito per così tanto tempo e avendo riunito il popolo, ci sia questa unità. Un nuovo uomo, che l’opposizione dirà ora possibile, un nuovo leader dello ZANU-PF non avrà alcuna possibilità contro l’opposizione. Persino l’MDC di Tsvangirai dirà che questo nuovo uomo non è conosciuto come me, dato il consenso che sono riuscito ad ottenere negli anni. Quindi, mi piacerebbe vedere se la situazione sia matura. Vorrei anche vederci uniti. Ma trovo che non lo siamo. Alcuni sono divisi da linee tribali, alcuni non rispettano gli altri e altri dicono che non vogliono uno Zezuru (leader) questa volta; neanche noi. Una volta che si fa questo tipo di discorso, allora non si ha intenzione di guidare e unire il partito. Non faccio tali discorsi“. Nel frattempo, a luglio, lo scontro s’inaspriva quando i Generali Constantino Guveya Chiwenga e Perrance Shiri accusarono Moyo di essere stato un disertore durante la guerra di liberazione. Moyo, elemento chiave della fazione G40, avrebbe preparato un documentario sul ruolo del vicepresidente Emmerson Mnangagwa durante la lotta di liberazione. Diversi giornalisti avrebbero visitato le aree del Matebeleland e Midlands per raccogliere testimonianze sull’operato di Mnangagwa. Negli anni ’60-’70, Mnangagwa fu arrestato e imprigionato per 10 anni. Fu in quel periodo che incontrò Mugabe e altri leader nazionalisti.Lo Stato Profondo dello Zimbabwe
Nello Zimbabwe, il Joint Operation Command (JOC) riunisce i comandanti di esercito, polizia e servizi segreti, che hanno sempre appoggiato la politica del ZANU-PF. E nel 2008 e nel 2013, il JOC ebbe de facto il controllo del governo, operando affinché il sistema governativo dello Zimbabwe non venisse compromesso o sabotato. Finché Mugabe e Mnangagwa erano allineati, li sosteneva entrambi, ma quando il G40 intervenne contro Mnangagwa per sostenere Grace Mugabe, il JOC, coinvolto nello scontro interno allo ZANU-PF, decise si sostenere il vicepresidente Mnangagwa anche contro i coniugi Mugabe. Il licenziamento di Emmerson Mnangagwa dell’8 novembre era volto ad impedire che potesse subentrare a Mugabe facendo leva sui legami con le forze armate. Ma non si era tenuto conto che, dopo gli scontri nei mesi estivi, l’esercito aveva già deciso su quale cavallo puntare. Inoltre, va notato che il 12-19 novembre erano previste le elezioni di 300 membri del Comitato centrale del ZANU-PF, il cui responsabile supervisore era il ministro Ignatius Chombo. “Il processo elettorale dovrebbe iniziare con effetto immediato, essere completato entro il 17 novembre 2017 e presentato al Segretario per l’amministrazione il 19 novembre 2017. L’assegnazione combinata dei seggi del Comitato centrale per ogni provincia sarà suddivisa come segue: 100 membri assegnati su base paritaria, 94 attraverso il voto al partito nelle elezioni del 2013, 20 dirigenti nazionali della gioventù, 20 donne dirigenti nazionali, 4 membri del Presidium, i segretari della Gioventù e della Lega femminile e 10 incaricati presidenziali“. Non era un caso, quindi, che l’intervento dei militari scattasse il primo giorno delle elezioni interne al Partito al governo. Nel frattempo, il ZANU-PF aveva avviato anche la campagna per le elezioni generali del 2018 e il portavoce del partito, Simon Khaya Moyo, avvertiva che “Abbiamo iniziato la campagna come partito. Gli individui non possono farlo ancora. Come sapete, appoggiamo il Presidente Mugabe come nostro candidato e incoraggiamo tutti a sostenerlo come candidato del partito. Tutte le nostre strutture lavorano per garantire una clamorosa vittoria al partito il prossimo anno. Al momento abbiamo detto che i deputati in carica non vanno disturbati. Quello che cerchiamo, al momento, è che i deputati svolgano le loro funzioni indisturbati. Continuiamo ad incoraggiare la nostra gente a registrarsi per votare. Vogliamo che si registrino tutti. Le strutture del partito lavorano instancabilmente per mobilitare i sostenitori per la registrazione. Abbiamo fiducia verso una vittoria clamorosa nel 2018“. Lo ZANU-PF doveva tenere un Congresso straordinario dal 12 al 17 dicembre 2017.
Il governo di Harare, nel frattempo, dal luglio 2017 iniziava a costituire riserve di oro e diamanti per sostenere la futura reintroduzione della valuta locale. A proporre l’iniziativa era proprio l’ex-vicepresidente Emmerson Mnangagwa. “Stiamo costruendo riserve di oro e diamanti che, se raggiungono un certo livello, che non dirò qui, ci permetteranno d’introdurre una nostra moneta sostenuta da questi minerali. Non sono libero di rivelarvi la quantità voluta di questi minerali, prima che possano sostenere la nostra moneta“, affermò Mnangagwa. La carenza di liquidità nello Zimbabwe era iniziata dopo che il Paese aveva intrapreso la riforma agraria. Il governo aveva introdotto obbligazioni per bloccare il contrabbando di dollari USA dal Paese. “Otteniamo solo valuta straniera quando esportiamo qualcosa o attraverso le ONG nel nostro Paese. Il Forex proviene anche dal sostegno finanziario bilaterale e multilaterale o dagli investimenti esteri diretti e se non li otteniamo non ci sarà forex, perché il dollaro USA che usiamo è la valuta di riserva“. Il vicepresidente Mnangagwa dichiarava anche che il governo era preoccupato dalle note obbligatorie rinvenute nei Paesi limitrofi, affermando che le relative indagini erano in corso. “C’è stato un periodo in cui la gestione dell’economia nello Zimbabwe era molto apprezzata negli ambienti occidentali. Durante il primo decennio d’indipendenza, l’economia dello Zimbabwe crebbe in media del 4 per cento all’anno, e furono fatti sostanziali progressi in campo educativo e sanitario. Lo Zimbabwe gestiva bene le finanze e tra il 1985 e il 1989 dimezzò il rapporto debito/servizio. Tuttavia, la fine del socialismo in Europa creò un ambiente inospitale per le nazioni che seguivano un corso indipendente, e lo Zimbabwe fu costretto dalle richieste occidentali a liberalizzare l’economia. Nel gennaio 1991, lo Zimbabwe adottò il programma di aggiustamento strutturale economico (ESAP), progettato dalla Banca mondiale. Il programma richiedeva la solita prescrizione di azioni sostenute dalle istituzioni finanziarie occidentali, tra cui privatizzazione, deregolamentazione, riduzione delle spese governative per i bisogni sociali e taglio del disavanzo. Furono istituite tasse per gli utenti di sanità e istruzione e furono eliminati i sussidi alimentari. Furono inoltre ritirate le misure volte a proteggere l’industria locale dalla concorrenza straniera. L’impatto fu immediato. Pur soddisfacendo gli investitori occidentali, il risultato fu un disastro per il popolo dello Zimbabwe. Secondo uno studio, le famiglie più povere di Harare videro il reddito diminuire del 12% nel 1991-1992, mentre i salari reali crollarono di un terzo. Il calo dei redditi costrinse le persone a spendere una percentuale maggiore del reddito per il cibo, ed abiti usati furono importati per compensare l’incapacità della maggioranza dei cittadini di acquistare nuovi vestiti. Un’indagine del 1994 ad Harare rilevò che il 90% degli intervistati riteneva che l’ESAP avesse influito negativamente sulle loro vite. L’aumento dei prezzi dei generi alimentari fu visto come un problema importante dal 64% degli intervistati, mentre molti indicarono che furono costretti a ridurre l’acquisto di cibo. L’ESAP provocò licenziamenti di massa e paralizzò il mercato del lavoro tanto che molti non trovarono alcun impiego. Nelle aree comuni, l’aumento dei prezzi dei fertilizzanti fece sì che gli agricoltori di sussistenza non potessero più fertilizzare le terre, con conseguenti rendimenti inferiori. L’ESAP ordinò l’eliminazione dei controlli sui prezzi, consentendo ai proprietari di negozi nell’area comune, liberi dalla concorrenza, di aumentare i prezzi in modo drammatico. Nel 1995, il FMI ridusse i fondi per il programma quando ritenne che lo Zimbabwe non riducesse il bilancio e licenziasse gli impiegati pubblici abbastanza velocemente. Inoltre, il FMI si lamentò del ritmo della privatizzazione non abbastanza rapido. Ma l’implementazione dell’ESAP fu abbastanza veloce per il popolo dello Zimbabwe. Nel 1995 oltre un terzo dei cittadini non poteva permettersi cibo, tetto e abbigliamento. Dal 1991 al 1995, lo Zimbabwe subì una forte deindustrializzazione, poiché la produzione industriale diminuì del 40%. Secondo un economista del Fronte patriottico dell’Unione nazionale africana dello Zimbabwe (ZANU-PF), “c’è il consenso generale tra la popolazione dello Zimbabwe secondo cui l’ESAP ha portato alla povertà molte famiglie. Il programma avvantaggiò una minoranza privilegiata a spese della maggioranza”. Come previsto dalle istituzioni finanziarie occidentali, si potrebbe obiettare”.

Emmerson Mnangagwa

Forze della Difesa
L’Esercito Nazionale dello Zimbabwe è formato da 7 Brigate, composte da 1 reggimento corazzato, 23 battaglioni di fanteria, 2 reggimenti di artiglieria, 1 reggimento di supporto tecnico, 3 battaglioni della Guardia Presidenziale, 1 battaglione commando, e dispongono di 65 carri armati T-54/55, 162 blindati, 12 sistemi di artiglieria e 64 lanciarazzi multipli. Gli effettivi e i riservisti sono circa 60000.
L’Aeronautica, che una volta disponeva di aviogetti da caccia Mikojan MiG-23 donati dalla Jamahiriya Libica, dispone di 7 caccia Chengdu F-7II/N, 9 aerei d’addestramento Hongdu K-8Z Karakorum, 18 aerei d’addestramento SIAI-Machetti SF.260M/TP/W, 11 aerei da trasporto Aviocar CASA C212-200, 4 aerei da trasporto Islander Britten-Norman BN-2A, 16 aerei da collegamento Cessna FTB337G e O-2A Skymaster, 6 elicotteri d’attacco Mi-35, 1 elicottero Mil Mi-8T, 4 elicotteri Aerospatiale SA316B Alouette III, 7 elicotteri Agusta-Bell 412SP, schierati presso le basi aeree di Thornhill (Gweru) e Manyame (Harare). L’Aeronautica dello Zimbabwe invia ufficiali ogni anno presso la Scuola Comando operativo della PAF e la Scuola della Difesa Aerea del Pakistan.
Le forze di polizia contano 20000 effettivi.
Nell’aprile 2014, l’Esercito di Liberazione Popolare cinese donò 4,2 milioni di dollari alle Forze di Difesa dello Zimbabwe, per finanziare vari programmi. Il ministro della Difesa Sekeramayi discusse della cooperazione con i cinesi. “Abbiamo discusso della cooperazione tra i nostri due Paesi. La cooperazione nella difesa e i programmi futuri sono andati molto bene. Ci sono altri programmi studiati ed esplorati“. Il Generale Qi Jianguo, parlando al comandante delle Forze di Difesa dello Zimbabwe, Generale Constantine Chiwenga, ad Harare, dichiarò “Gli ufficiali e i soldati della Cina ammirano le ZDF, in particolare il vostro comandante in capo Mugabe, che è riuscito a contrastare le macchinazioni delle potenze occidentali per destabilizzare il continente africano. Il vostro presidente è uno dei pochi leader del calibro di Fidel Castro, Vladimir Putin e altri schieratisi contro le potenze occidentali. Pochi leader hanno il coraggio di opporsi agli Stati Uniti d’America e ai loro alleati. Come sapete sulla questione della Crimea in Ucraina, il Presidente Putin è riuscito ad affrontare Obama. Una volta dissi a un generale degli Stati Uniti che non dovrebbero dimenticare la storia dei loro tentativi in Russia falliti“.
Invece, nell’ottobre 2015, le ZDF ricevettero decine autoveicoli ed automezzi dalla fabbrica indiana Ashok Leyland Ltd., acquistati con 50 milioni di dollari prestati dalla Banca per l’esportazione e l’importazione dell’India.
Il 5 settembre 2016, le forze armate di Zimbabwe e Angola dichiaravano di rafforzare le relazioni bilaterali. Il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate angolane Geraldo Sachipengo Nunda dichiarò che, “La mia visita nello Zimbabwe rafforza le relazioni tra i due Paesi, così come tra le due Forze di Difesa nazionali. Voglio riaffermare al nostro popolo che Zimbabwe e Angola sono nazioni fraterne“. Il Generale Nunda visitò il National Defence College, la Zimbabwe Defense Industry, la Zimbabwe Military Academy e il National Heroes Acre. Nell’aprile 2015 una delegazione guidata dal Segretario Generale del Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola (MPLA), Juliao Mateus Paulo, incontrò il Presidente Mugabe per condividere le esperienze dei due Paesi sulla lotta di liberazione nazionale e le modalità per rafforzare i rapporti tra ZANU-PF e MPLA.Fonti:
Air Heads Fly
Businesslive
Herald
Khuluma Afrika
Moon of Alabama
News24
Pindula
Sunday News
Swans
Telegraph
The Event Chronicle
The Independent
The Standard
ZBC
Zimbabwe National Army

Zimbabwe rivoluzionario assediato

Henderson’s Left Hook, 15/11/2017

I media aziendali hanno riferito dell’imminente colpo di Stato militare contro il 93enne presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe. L’ambasciata USA ad Harare chiudeva. Sembrava che i banchieri della City di Londra avessero finalmente ottenuto ciò che desiderano. Ma alle 1:26 ora locale, il Maggior-Generale delle Forze di Difesa dello Zimbabwe, S. B. Moyo, rilasciava la seguente dichiarazione: “In primo luogo, desideriamo assicurare alla nazione che Sua Eccellenza, il Presidente della Repubblica dello Zimbabwe, Capo di Stato e del Governo e Comandante in Capo delle Forze di Difesa dello Zimbabwe, Compagno R. G. Mugabe e famiglia sono sani e salvi e la loro sicurezza è garantita. Stiamo solo ricercando i criminali vicini a lui che commettono crimini che causano sofferenze sociali ed economiche nel Paese per processarli“. La dichiarazione continuava: “Come sapete, c’è un piano di costoro per influenzare l’attuale purga nel servizio civile del ZANU-PF. Siamo contrari a tale ingiustizia e intendiamo proteggervi da essa“. L’esercito insiste sul fatto che questo NON è un colpo di Stato contro la nemesi dei banchieri Robert Mugabe. Si dice che la moglie sia fuggita in Namibia, mentre Mugabe rimane a casa. Ad agosto fu accusata di aver aggredita una donna nella sua nativa Sudafrica. La 52enne sposò il marito nel 1996. Il mese scorso aveva spinto il marito a licenziare il Vicepresidente Emmerson Mnangagwa. Grace Mugabe rappresenta la fazione giovanile G-40 del ZANU-PF, mentre Mnangagwa rappresenta la fazione Lacoste, della vecchia guardia. Mnangagwa, come Robert Mugabe, è un veterano della lotta di liberazione durante cui l’Unione nazionale africana dello Zimbabwe (ZANU) e l’Unione popolare Africana dello Zimbabwe (ZAPU) combatterono per scacciare il governo d’apartheid della minoranza bianca della Rhodesia e del primo ministro Ian Smith, nel 1979, creando la nazione dello Zimbabwe l’anno successivo. Nel 1988 ZANU e ZAPU si fusero nel Fronte patriottico (PF) formando il ZANU-PF, partito autoproclamatosi “socialista conservatore” con enfasi su panafricanismo e antimperialismo. La riforma agraria fu una priorità. La violenza dei coltivatori bianchi la cui terra fu ridistribuita ai neri poveri durante questo processo era diffusa, nonostante l’equo compenso offerto. I media aziendali hanno sempre accusato delle violenze Mugabe. Una crisi valutaria seguì come ultimo atto di propaganda, creata come sempre dai banchieri internazionali. Ciò privò il Paese della possibilità d’importare cibo nei primi anni 2000, quando gli scaffali dei negozi rimasero vuoti per alcuni anni. Quando visitai la nazione nel 2009, le cose iniziavano a normalizzarsi.
Dopo il congedo di Mnangagwa, il capo dell’Esercito dello Zimbabwe Constantino Chiwenga avvertì: “L’attuale epurazione volta chiaramente contro gli aderenti del partito dal passato nella liberazione deve cessare immediatamente“. È chiaro che molti militari dello Zimbabwe ritengono che lo ZANU-PF sia infiltrato da agenti stranieri che sostengono un’agenda controrivoluzionaria con tali epurazioni. Non sarebbe la prima volta che i banchieri della City di Londra attaccano Mugabe e la sua rivoluzionaria nazione del ZANU-PF che osò scacciare la progenie di Cecil Rhodes e dei suoi sponsor Rothschild dalla loro bellissima e generosa terra.Traduzione di Alessandro Lattanzio