Mugabe, vittima dello Stato profondo dello Zimbabwe

Alessandro Lattanzio, 16/11/2017Il 15 novembre 2017, i militari assumevano il controllo dello Zimbabwe mettendo in custodia il Presidente Robert Mugabe e arrestando diversi alti funzionari governativi, tra cui il ministro del Governo locale Salvatore Kasukuwere, il ministro delle Finanze Ignatius Chombo, e il nipote di Mugabe Patrick Zhuwayo, tutti della fazione G40 del ZANU-PF, guidata da Grace Mugabe, moglie del presidente. Mentre il Generale Constantino Chiwenga, comandante delle Forze di Difesa dello Zimbabwe, indiceva una conferenza-stampa presso il comando dell’Esercito, ad Harare, i soldati occupavano la ZBC, la TV di Stato. Ciò era il culmine di mesi di tensioni nel partito ZANU-PF, e solo la settimana prima Emmerson Mnangagwa, ex-vicepresidente ed ex-ministro della Giustizia dello Zimbabwe, era fuggito in Sud Africa dopo essere stato licenziato ed espulso dal partito con l’accusa di “slealtà” e complotto contro il presidente. Boris Johnson, segretario agli esteri della Gran Bretagna, col solito tono arrogante affermava, “Un governo autoritario, sia nello Zimbabwe che altrove, non dovrebbe avere posto in Africa… Le elezioni si terranno nella prima metà del prossimo anno. Faremo tutto il possibile coi nostri partner internazionali per garantire che ciò dia opportunità concreta agli abitanti dello Zimbabwe di decidere il loro futuro“. Ma nonostante ciò, mentre i militari prendevano il controllo dello Zimbabwe, l’“opposizione” neo-colonialista e sorosiana si allarmava ugualmente; Austin Moyo, del Movimento per il cambiamento democratico (MDC), organizzazione sorosiana al servizio degli interessi atlantisti, si dichiarava allarmato dalla mossa delle Forze Armate, legate al Partito dei Movimenti di Liberazione Nazionale socialisti e anticolonialisti ZANU-PF. Il leader dei militari interventisti, Generale Sibusiso Moyo, aveva dichiarato che le Forze di Difesa dello Zimbabwe garantiranno la sicurezza di Mugabe e contrasteranno l’infiltrazione di “criminali intorno a lui che commettono i crimini che causano sofferenze socio-economiche nel Paese. Non appena avremo completato la missione, ci aspettiamo che la situazione torni alla normalità“.
Nella settimana precedente fu svelata l’esistenza di un complotto per spodestare Mugabe, cui aderivano almeno da settembre i proprietari terrieri bianchi del Sindacato dei Fattori Commerciali; la fazione del Movimento dei Veterani della Guerra di Liberazione Nazionale guidata da Chris Mutsvangwa, ambasciatore in Cina e portavoce di Emmerson Mnangagwa, il vicepresidente licenziato l’8 novembre dal Presidente Robert Mugabe e fuggito in Sud Africa; da gruppi religiosi, probabilmente gruppi d’influenza statunitensi; e dal movimento sorosiano MDC dell’agente d’influenza anglostatunitense Morgan Tsvangirai. Il 13 novembre il comandante delle Forze di Difesa Costantino Chiwenga, che avrebbe incontrato Mnangagwa in Cina, avvertì Mugabe che doveva sospendere l’epurazione ai vertici del ZANU-PF, affermando “Dobbiamo ricordare a chi è dietro queste faide insidiose che quando si tratta di proteggere la nostra rivoluzione, i militari non esiteranno ad intervenire”. Chris Mutsvangwa, dopo l’intervento dei militari, dichiarava che il Generale Constantino Chiwenga aveva eseguito “un’azione correttrice incruenta contro un grave abuso di potere“, e che l’esercito restituirà lo Zimbabwe a una “democrazia genuina” facendone una “nazione moderna”. Nel frattempo, il segretario dello ZANU-PF per gli affari giovanili, Kudzanayi Chipanga, scusandosi col Generale Constantino Chiwenga, col comandante dell’Esercito Tenente-Generale Phillip Valerio Sibanda e col Comandante dell’Aeronautica militare Maresciallo dell’Aria Perrence Shiri, per la sua primitiva posizione contro l’intervento dell’esercito, riconoscendone la legittimità anche a nome del partito; “Come leader della Lega della gioventù dello ZANU-PF, ho riflettuto e personalmente ammetto di aver commesso un errore insieme al mio gruppo dirigente denigrando le vostre alte cariche. Siamo ancora giovani e facciamo errori e abbiamo imparato molto da questo errore. Non sono persuaso a presentarmi sui media statali, ma ho personalmente riflettuto e capito il mio errore, grazie“. Chipanga, prendendo così le distanze dalla fazione di Grace Mugabe, si posizionava a sostegno dei militari e della fazione del ZANU-PF dell’ex-vicepresidente Mnangagwa, consolidando l’intervento dell’esercito. E difatti, non va dimenticato che il 30 luglio 2017, il Presidente Robert Mugabe avvertì che avrebbe preso in considerazione il licenziamento dei vertici militari, accusandoli d’ingerenza nelle lotte interne allo ZANU-PF; “Ecco come vengono gestiti i governi. Rispettiamo le nostre forze di difesa, specialmente i vertici. Naturalmente andranno in pensione, ma gli troveremo una posizione nel governo in modo che non languiscano“. Mugabe lo stesso giorno accusò i dirigenti del partito di complottare contro di lui, mentre il ministro dell’Istruzione superiore Jonathan Moyo, a giugno, denigrò il Generale Constantino Chiwenga definendolo politico disperato in uniforme. Chiwenga riteneva che Moyo fosse una minaccia alla sicurezza nazionale quando attaccò il vicepresidente Emmerson Mnangagwa, allora ancora in carica. Anche il comandante dell’Aeronautica Maresciallo Perance Shiri redarguì Moyo. Mugabe aveva infine dichiarato che non si sarebbe ritirato, nonostante le pressioni nello ZANU-PF, “si dice che il presidente se ne andrà, ma io non me ne vado. Il presidente sta morendo, ma io non sto morendo e ringrazio Dio per aver vissuto fino ad oggi. Ringrazio Dio per avermi dato una buona vita. Ho qualche acciacco e vado dai dottori come chiunque altro, ma tutti i miei organi, il fegato, il cuore stanno molto bene, sono forti. So che potrebbero esserci alcuni che ambiscono divenire persino presidente, va bene. Ma penso anche e riconosco che avendo guidato il partito per così tanto tempo e avendo riunito il popolo, ci sia questa unità. Un nuovo uomo, che l’opposizione dirà ora possibile, un nuovo leader dello ZANU-PF non avrà alcuna possibilità contro l’opposizione. Persino l’MDC di Tsvangirai dirà che questo nuovo uomo non è conosciuto come me, dato il consenso che sono riuscito ad ottenere negli anni. Quindi, mi piacerebbe vedere se la situazione sia matura. Vorrei anche vederci uniti. Ma trovo che non lo siamo. Alcuni sono divisi da linee tribali, alcuni non rispettano gli altri e altri dicono che non vogliono uno Zezuru (leader) questa volta; neanche noi. Una volta che si fa questo tipo di discorso, allora non si ha intenzione di guidare e unire il partito. Non faccio tali discorsi“. Nel frattempo, a luglio, lo scontro s’inaspriva quando i Generali Constantino Guveya Chiwenga e Perrance Shiri accusarono Moyo di essere stato un disertore durante la guerra di liberazione. Moyo, elemento chiave della fazione G40, avrebbe preparato un documentario sul ruolo del vicepresidente Emmerson Mnangagwa durante la lotta di liberazione. Diversi giornalisti avrebbero visitato le aree del Matebeleland e Midlands per raccogliere testimonianze sull’operato di Mnangagwa. Negli anni ’60-’70, Mnangagwa fu arrestato e imprigionato per 10 anni. Fu in quel periodo che incontrò Mugabe e altri leader nazionalisti.Lo Stato Profondo dello Zimbabwe
Nello Zimbabwe, il Joint Operation Command (JOC) riunisce i comandanti di esercito, polizia e servizi segreti, che hanno sempre appoggiato la politica del ZANU-PF. E nel 2008 e nel 2013, il JOC ebbe de facto il controllo del governo, operando affinché il sistema governativo dello Zimbabwe non venisse compromesso o sabotato. Finché Mugabe e Mnangagwa erano allineati, li sosteneva entrambi, ma quando il G40 intervenne contro Mnangagwa per sostenere Grace Mugabe, il JOC, coinvolto nello scontro interno allo ZANU-PF, decise si sostenere il vicepresidente Mnangagwa anche contro i coniugi Mugabe. Il licenziamento di Emmerson Mnangagwa dell’8 novembre era volto ad impedire che potesse subentrare a Mugabe facendo leva sui legami con le forze armate. Ma non si era tenuto conto che, dopo gli scontri nei mesi estivi, l’esercito aveva già deciso su quale cavallo puntare. Inoltre, va notato che il 12-19 novembre erano previste le elezioni di 300 membri del Comitato centrale del ZANU-PF, il cui responsabile supervisore era il ministro Ignatius Chombo. “Il processo elettorale dovrebbe iniziare con effetto immediato, essere completato entro il 17 novembre 2017 e presentato al Segretario per l’amministrazione il 19 novembre 2017. L’assegnazione combinata dei seggi del Comitato centrale per ogni provincia sarà suddivisa come segue: 100 membri assegnati su base paritaria, 94 attraverso il voto al partito nelle elezioni del 2013, 20 dirigenti nazionali della gioventù, 20 donne dirigenti nazionali, 4 membri del Presidium, i segretari della Gioventù e della Lega femminile e 10 incaricati presidenziali“. Non era un caso, quindi, che l’intervento dei militari scattasse il primo giorno delle elezioni interne al Partito al governo. Nel frattempo, il ZANU-PF aveva avviato anche la campagna per le elezioni generali del 2018 e il portavoce del partito, Simon Khaya Moyo, avvertiva che “Abbiamo iniziato la campagna come partito. Gli individui non possono farlo ancora. Come sapete, appoggiamo il Presidente Mugabe come nostro candidato e incoraggiamo tutti a sostenerlo come candidato del partito. Tutte le nostre strutture lavorano per garantire una clamorosa vittoria al partito il prossimo anno. Al momento abbiamo detto che i deputati in carica non vanno disturbati. Quello che cerchiamo, al momento, è che i deputati svolgano le loro funzioni indisturbati. Continuiamo ad incoraggiare la nostra gente a registrarsi per votare. Vogliamo che si registrino tutti. Le strutture del partito lavorano instancabilmente per mobilitare i sostenitori per la registrazione. Abbiamo fiducia verso una vittoria clamorosa nel 2018“. Lo ZANU-PF doveva tenere un Congresso straordinario dal 12 al 17 dicembre 2017.
Il governo di Harare, nel frattempo, dal luglio 2017 iniziava a costituire riserve di oro e diamanti per sostenere la futura reintroduzione della valuta locale. A proporre l’iniziativa era proprio l’ex-vicepresidente Emmerson Mnangagwa. “Stiamo costruendo riserve di oro e diamanti che, se raggiungono un certo livello, che non dirò qui, ci permetteranno d’introdurre una nostra moneta sostenuta da questi minerali. Non sono libero di rivelarvi la quantità voluta di questi minerali, prima che possano sostenere la nostra moneta“, affermò Mnangagwa. La carenza di liquidità nello Zimbabwe era iniziata dopo che il Paese aveva intrapreso la riforma agraria. Il governo aveva introdotto obbligazioni per bloccare il contrabbando di dollari USA dal Paese. “Otteniamo solo valuta straniera quando esportiamo qualcosa o attraverso le ONG nel nostro Paese. Il Forex proviene anche dal sostegno finanziario bilaterale e multilaterale o dagli investimenti esteri diretti e se non li otteniamo non ci sarà forex, perché il dollaro USA che usiamo è la valuta di riserva“. Il vicepresidente Mnangagwa dichiarava anche che il governo era preoccupato dalle note obbligatorie rinvenute nei Paesi limitrofi, affermando che le relative indagini erano in corso. “C’è stato un periodo in cui la gestione dell’economia nello Zimbabwe era molto apprezzata negli ambienti occidentali. Durante il primo decennio d’indipendenza, l’economia dello Zimbabwe crebbe in media del 4 per cento all’anno, e furono fatti sostanziali progressi in campo educativo e sanitario. Lo Zimbabwe gestiva bene le finanze e tra il 1985 e il 1989 dimezzò il rapporto debito/servizio. Tuttavia, la fine del socialismo in Europa creò un ambiente inospitale per le nazioni che seguivano un corso indipendente, e lo Zimbabwe fu costretto dalle richieste occidentali a liberalizzare l’economia. Nel gennaio 1991, lo Zimbabwe adottò il programma di aggiustamento strutturale economico (ESAP), progettato dalla Banca mondiale. Il programma richiedeva la solita prescrizione di azioni sostenute dalle istituzioni finanziarie occidentali, tra cui privatizzazione, deregolamentazione, riduzione delle spese governative per i bisogni sociali e taglio del disavanzo. Furono istituite tasse per gli utenti di sanità e istruzione e furono eliminati i sussidi alimentari. Furono inoltre ritirate le misure volte a proteggere l’industria locale dalla concorrenza straniera. L’impatto fu immediato. Pur soddisfacendo gli investitori occidentali, il risultato fu un disastro per il popolo dello Zimbabwe. Secondo uno studio, le famiglie più povere di Harare videro il reddito diminuire del 12% nel 1991-1992, mentre i salari reali crollarono di un terzo. Il calo dei redditi costrinse le persone a spendere una percentuale maggiore del reddito per il cibo, ed abiti usati furono importati per compensare l’incapacità della maggioranza dei cittadini di acquistare nuovi vestiti. Un’indagine del 1994 ad Harare rilevò che il 90% degli intervistati riteneva che l’ESAP avesse influito negativamente sulle loro vite. L’aumento dei prezzi dei generi alimentari fu visto come un problema importante dal 64% degli intervistati, mentre molti indicarono che furono costretti a ridurre l’acquisto di cibo. L’ESAP provocò licenziamenti di massa e paralizzò il mercato del lavoro tanto che molti non trovarono alcun impiego. Nelle aree comuni, l’aumento dei prezzi dei fertilizzanti fece sì che gli agricoltori di sussistenza non potessero più fertilizzare le terre, con conseguenti rendimenti inferiori. L’ESAP ordinò l’eliminazione dei controlli sui prezzi, consentendo ai proprietari di negozi nell’area comune, liberi dalla concorrenza, di aumentare i prezzi in modo drammatico. Nel 1995, il FMI ridusse i fondi per il programma quando ritenne che lo Zimbabwe non riducesse il bilancio e licenziasse gli impiegati pubblici abbastanza velocemente. Inoltre, il FMI si lamentò del ritmo della privatizzazione non abbastanza rapido. Ma l’implementazione dell’ESAP fu abbastanza veloce per il popolo dello Zimbabwe. Nel 1995 oltre un terzo dei cittadini non poteva permettersi cibo, tetto e abbigliamento. Dal 1991 al 1995, lo Zimbabwe subì una forte deindustrializzazione, poiché la produzione industriale diminuì del 40%. Secondo un economista del Fronte patriottico dell’Unione nazionale africana dello Zimbabwe (ZANU-PF), “c’è il consenso generale tra la popolazione dello Zimbabwe secondo cui l’ESAP ha portato alla povertà molte famiglie. Il programma avvantaggiò una minoranza privilegiata a spese della maggioranza”. Come previsto dalle istituzioni finanziarie occidentali, si potrebbe obiettare”.

Emmerson Mnangagwa

Forze della Difesa
L’Esercito Nazionale dello Zimbabwe è formato da 7 Brigate, composte da 1 reggimento corazzato, 23 battaglioni di fanteria, 2 reggimenti di artiglieria, 1 reggimento di supporto tecnico, 3 battaglioni della Guardia Presidenziale, 1 battaglione commando, e dispongono di 65 carri armati T-54/55, 162 blindati, 12 sistemi di artiglieria e 64 lanciarazzi multipli. Gli effettivi e i riservisti sono circa 60000.
L’Aeronautica, che una volta disponeva di aviogetti da caccia Mikojan MiG-23 donati dalla Jamahiriya Libica, dispone di 7 caccia Chengdu F-7II/N, 9 aerei d’addestramento Hongdu K-8Z Karakorum, 18 aerei d’addestramento SIAI-Machetti SF.260M/TP/W, 11 aerei da trasporto Aviocar CASA C212-200, 4 aerei da trasporto Islander Britten-Norman BN-2A, 16 aerei da collegamento Cessna FTB337G e O-2A Skymaster, 6 elicotteri d’attacco Mi-35, 1 elicottero Mil Mi-8T, 4 elicotteri Aerospatiale SA316B Alouette III, 7 elicotteri Agusta-Bell 412SP, schierati presso le basi aeree di Thornhill (Gweru) e Manyame (Harare). L’Aeronautica dello Zimbabwe invia ufficiali ogni anno presso la Scuola Comando operativo della PAF e la Scuola della Difesa Aerea del Pakistan.
Le forze di polizia contano 20000 effettivi.
Nell’aprile 2014, l’Esercito di Liberazione Popolare cinese donò 4,2 milioni di dollari alle Forze di Difesa dello Zimbabwe, per finanziare vari programmi. Il ministro della Difesa Sekeramayi discusse della cooperazione con i cinesi. “Abbiamo discusso della cooperazione tra i nostri due Paesi. La cooperazione nella difesa e i programmi futuri sono andati molto bene. Ci sono altri programmi studiati ed esplorati“. Il Generale Qi Jianguo, parlando al comandante delle Forze di Difesa dello Zimbabwe, Generale Constantine Chiwenga, ad Harare, dichiarò “Gli ufficiali e i soldati della Cina ammirano le ZDF, in particolare il vostro comandante in capo Mugabe, che è riuscito a contrastare le macchinazioni delle potenze occidentali per destabilizzare il continente africano. Il vostro presidente è uno dei pochi leader del calibro di Fidel Castro, Vladimir Putin e altri schieratisi contro le potenze occidentali. Pochi leader hanno il coraggio di opporsi agli Stati Uniti d’America e ai loro alleati. Come sapete sulla questione della Crimea in Ucraina, il Presidente Putin è riuscito ad affrontare Obama. Una volta dissi a un generale degli Stati Uniti che non dovrebbero dimenticare la storia dei loro tentativi in Russia falliti“.
Invece, nell’ottobre 2015, le ZDF ricevettero decine autoveicoli ed automezzi dalla fabbrica indiana Ashok Leyland Ltd., acquistati con 50 milioni di dollari prestati dalla Banca per l’esportazione e l’importazione dell’India.
Il 5 settembre 2016, le forze armate di Zimbabwe e Angola dichiaravano di rafforzare le relazioni bilaterali. Il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate angolane Geraldo Sachipengo Nunda dichiarò che, “La mia visita nello Zimbabwe rafforza le relazioni tra i due Paesi, così come tra le due Forze di Difesa nazionali. Voglio riaffermare al nostro popolo che Zimbabwe e Angola sono nazioni fraterne“. Il Generale Nunda visitò il National Defence College, la Zimbabwe Defense Industry, la Zimbabwe Military Academy e il National Heroes Acre. Nell’aprile 2015 una delegazione guidata dal Segretario Generale del Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola (MPLA), Juliao Mateus Paulo, incontrò il Presidente Mugabe per condividere le esperienze dei due Paesi sulla lotta di liberazione nazionale e le modalità per rafforzare i rapporti tra ZANU-PF e MPLA.Fonti:
Air Heads Fly
Businesslive
Herald
Khuluma Afrika
Moon of Alabama
News24
Pindula
Sunday News
Swans
Telegraph
The Event Chronicle
The Independent
The Standard
ZBC
Zimbabwe National Army

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Zimbabwe rivoluzionario assediato

Henderson’s Left Hook, 15/11/2017

I media aziendali hanno riferito dell’imminente colpo di Stato militare contro il 93enne presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe. L’ambasciata USA ad Harare chiudeva. Sembrava che i banchieri della City di Londra avessero finalmente ottenuto ciò che desiderano. Ma alle 1:26 ora locale, il Maggior-Generale delle Forze di Difesa dello Zimbabwe, S. B. Moyo, rilasciava la seguente dichiarazione: “In primo luogo, desideriamo assicurare alla nazione che Sua Eccellenza, il Presidente della Repubblica dello Zimbabwe, Capo di Stato e del Governo e Comandante in Capo delle Forze di Difesa dello Zimbabwe, Compagno R. G. Mugabe e famiglia sono sani e salvi e la loro sicurezza è garantita. Stiamo solo ricercando i criminali vicini a lui che commettono crimini che causano sofferenze sociali ed economiche nel Paese per processarli“. La dichiarazione continuava: “Come sapete, c’è un piano di costoro per influenzare l’attuale purga nel servizio civile del ZANU-PF. Siamo contrari a tale ingiustizia e intendiamo proteggervi da essa“. L’esercito insiste sul fatto che questo NON è un colpo di Stato contro la nemesi dei banchieri Robert Mugabe. Si dice che la moglie sia fuggita in Namibia, mentre Mugabe rimane a casa. Ad agosto fu accusata di aver aggredita una donna nella sua nativa Sudafrica. La 52enne sposò il marito nel 1996. Il mese scorso aveva spinto il marito a licenziare il Vicepresidente Emmerson Mnangagwa. Grace Mugabe rappresenta la fazione giovanile G-40 del ZANU-PF, mentre Mnangagwa rappresenta la fazione Lacoste, della vecchia guardia. Mnangagwa, come Robert Mugabe, è un veterano della lotta di liberazione durante cui l’Unione nazionale africana dello Zimbabwe (ZANU) e l’Unione popolare Africana dello Zimbabwe (ZAPU) combatterono per scacciare il governo d’apartheid della minoranza bianca della Rhodesia e del primo ministro Ian Smith, nel 1979, creando la nazione dello Zimbabwe l’anno successivo. Nel 1988 ZANU e ZAPU si fusero nel Fronte patriottico (PF) formando il ZANU-PF, partito autoproclamatosi “socialista conservatore” con enfasi su panafricanismo e antimperialismo. La riforma agraria fu una priorità. La violenza dei coltivatori bianchi la cui terra fu ridistribuita ai neri poveri durante questo processo era diffusa, nonostante l’equo compenso offerto. I media aziendali hanno sempre accusato delle violenze Mugabe. Una crisi valutaria seguì come ultimo atto di propaganda, creata come sempre dai banchieri internazionali. Ciò privò il Paese della possibilità d’importare cibo nei primi anni 2000, quando gli scaffali dei negozi rimasero vuoti per alcuni anni. Quando visitai la nazione nel 2009, le cose iniziavano a normalizzarsi.
Dopo il congedo di Mnangagwa, il capo dell’Esercito dello Zimbabwe Constantino Chiwenga avvertì: “L’attuale epurazione volta chiaramente contro gli aderenti del partito dal passato nella liberazione deve cessare immediatamente“. È chiaro che molti militari dello Zimbabwe ritengono che lo ZANU-PF sia infiltrato da agenti stranieri che sostengono un’agenda controrivoluzionaria con tali epurazioni. Non sarebbe la prima volta che i banchieri della City di Londra attaccano Mugabe e la sua rivoluzionaria nazione del ZANU-PF che osò scacciare la progenie di Cecil Rhodes e dei suoi sponsor Rothschild dalla loro bellissima e generosa terra.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il Presidente al-Sisi inaugura la più grande base militare del Medio Oriente

Egypt DailynewsIl Presidente Abdalfatah al-Sisi ha inaugurato il 22 luglio la più grande base militare del Medio Oriente, presso la città di Alessandria. Il presidente ha alzato la bandiera delle Forze Armate sulla nuova base di al-Hamam, ad ovest di Alessandria. La base militare prende il nome dal primo presidente Muhamad Naguib, che orchestrò la rivoluzione del 1952 che pose fine alla monarchia in Egitto. La nuova base militare è la più grande della regione Medio Oriente-Africa del Nord, secondo l’agenzia ufficiale MENA. La cerimonia d’inaugurazione ha visto i principali funzionari dell’Egitto, nonché principi e ambasciatori arabi. La delegazione araba comprendeva il principe di Abu Dhabi Muhamad bin Zayad al-Nuhayan, il consigliere del re saudita principe Qalid al-Faysal e il principe ereditario del Bahrayn Salman bin Hamad bin Isa al-Qalifa.
Da quando Sisi entrò in carica nel 2014, lavora alla ricostruzione delle forze armate, concludendo numerose trattative con Stati Uniti, Francia, Russia e altri Paesi. L’Egitto affronta minacce alla sicurezza che richiedono risorse diversificate e migliori preparativi per l’esercito, dichiarava Samir Qatas, presidente del Forum per gli studi strategici e di sicurezza del Medio Oriente. Qatas affermava anche vi sono sfide ai confini con Libia, Sinai e Sudan. Anche il mantenimento della sicurezza nello stretto di Bab al-Mandab, minacciato dalle tensioni in Yemen, è essenziale per la sicurezza del nuovo e vecchio Canale di Suez, oltre alla necessità di assicurare le nuove scoperte di giacimenti di gas nel Mar Mediterraneo. “L’Egitto dovrà essere pronto anche ad entrare in guerra a sostegno degli “alleati del Golfo, che costituiscono la linea difensive dell’Egitto“, aggiungeva l’esperto di strategia.

Il Presidente al-Sisi inaugura la base militare Muhamad Naguib ad ovest di Alessandria
Egypt Dailynews

Il Presidente Abdalfatah al-Sisi ha inaugurato la base militare Muhamad Naguib, situata nell’area di al-Hamam, ad ovest di Alessandria, dove si terrà la prima laurea dei cadetti, secondo il sito al-Ahram Arabic. La base, secondo quanto riferito, è la più grande del Medio Oriente, costruita sulla base della città militare realizzata nel 1993, disponendo di 1155 edifici costruiti e ristrutturati negli ultimi due anni. La base militare sarà anche il comando di alcune forze dell’unità militare del Nord, che dovrebbero aumentare l’efficienza nel proteggere l’ovest di Alessandria, la costa settentrionale, dove è attualmente in costruzione la centrale nucleare di al-Daba, i giacimenti petroliferi e la nuova città di al-Alamein, tra gli altri. La base sarà utilizzata anche per le esercitazioni militari con gli eserciti di altri Paesi. La base prende il nome da Muhamad Naguib, primo leader della rivoluzione egiziana del 1952 e primo Presidente della Repubblica d’Egitto dopo l’istituzione del 18 giugno 1953. Insieme a Gamal Abdal Nasser, Naguib guidò il movimento degli ufficiali liberi che pose fine alla dinastia di Muhamad Ali che governò Egitto e Sudan dal 1805 al 1952. Si prevede che la base abbia un museo commemorativo di Naguib, una moschea per 2000 persone, campi sportivi e piscine. La base è anche costituita da un’unità di produzione per essere autosufficiente, con 379 feddan di alberi da frutto e 1600 di piante stagionali e verdure.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Egitto avrà l’autosufficienza energetica nel 2018

Tekmor Monitor 16 febbraio 2017

news52495_egasL’Egitto mira a raggiungere l’autosufficienza gasifera nel 2018, dichiara il presidente dell’EGAS Muhamad al-Masry. L’industria privata potrà importare gas per le industrie con nuove norme dal 2018 o, eventualmente, prima. Gran parte del divario tra domanda e offerta sarà colmata quando il giacimento Zuhr inizierà la produzione, alla fine dell’anno. Masry si aspetta anche le esportazioni di gas riprendano da tre impianti di liquefazione, nel 2019, e che la produzione di gas raggiunga i 5,9 miliardi di metri cubi nel 2018-19. In precedenza, l’obiettivo del Ministero del Petrolio per l’autosufficienza gasifera era il 2019, secondo le attese dalle scoperte annunciate nel 2017, aprendo la questione delle FSRU, dato il contratto con la Höegh Gallant, il primo del genere in Egitto, commissionato per cinque anni e con scadenza nel 2020, e il secondo con la BW Gas, da 60 milioni di dollari all’anno e che scadrà lo stesso anno.SAMSUNG CAMERA PICTURES

ENI e BP investiranno ancor di più in Egitto
Tekmor Monitor 15/02/2017

ENI SpA metterà in produzione il giacimento di gas gigante di al-Zuhr, al largo delle coste mediterranea dell’Egitto, entro la fine del 2017 e prevede d’investire 10 miliardi di dollari nel Paese nei prossimi cinque anni, secondo l’amministratore delegato Claudio Descalzi. I piani di produzione per Zuhr sono in programma e l’Egitto sarà il maggiore investimento dell’ENI nel prossimo biennio, aveva detto Descalz in una conferenza al Cairo. BP Plc, che ha acquistato il 10% di Zuhr dall’ENI lo scorso anno, ha investito più in Egitto nel 2016 che in qualsiasi altro Paese e farà lo stesso anche quest’anno, secondo il CEO della società Bob Dudley. “Alcune cose abbastanza buone avvengono qui per BP come per ENI“, aveva detto Dudley. “Nel 2016-17 investiamo più in Egitto che in qualsiasi altro Paese del mondo, quindi ciò è importante per noi e abbiamo fiducia nel governo“. La nazione più popolosa del mondo arabo era un esportatore netto di gas naturale liquefatto fino al 2014, quando in declino della produzione derivante dallo sconvolgimento politico ne fece un importatore netto. L’Egitto acquisterà fino a 108 carichi di GNL quest’anno accumulando un debito di 3,6 miliardi di dollari presso le compagnie energetiche internazionali, tra cui Royal Dutch Shell Plc. L’Egitto prevede di aumentare la produzione di gas del 50% entro la fine del 2018, da 3,8 miliardi di piedi cubi alla fine dello scorso anno, secondo il Ministro del Petrolio Tariq al-Mula. Il governo s’è impegnato a rimborsare gli arretrati dovuti alle compagnie energetiche internazionali ed è ottimista nell’attrarre maggiori investimenti per esplorazione, produzione e distribuzione.

I sondaggi della Shell
Shell inizierà la perforazione del giacimento di gas West Delta Deep Marine fase 9B, nel secondo trimestre di quest’anno, secondo Muhamad al-Masry, presidente dell’ente statale Egyptian Natural Gas Holding Co. Shell sospese le perforazione nella concessione di gas nel delta del Nilo nel marzo scorso, a causa del ritardo dei pagamenti. Un portavoce di Shell si rifiutava di commentare. BP prevede d’iniziare la produzione nel progetto Delta del Nilo occidentale questa primavera, secondo Dudley. Il governo egiziano annuncerà un nuovo bando per licenze d’esplorazione in nove settori nei prossimi sei mesi, ha detto al-Masry, che “potrà” ripagare Shell nel secondo trimestre. Masry aveva detto il 2 febbraio che il Paese inizierà l’esportazione di gas nel 2019. L’Egitto è anche un importatore di petrolio e ha quasi completato l’accordo per importare greggio dall’Iraq, secondo Tariq al-Hadidi, presidente esecutivo dell’ente statale Egyptian General Petroleum Corp. verrà tenuta stabile a 650000 barili al giorno la produzione di greggio e condensati, affermava.egypt_eni-ieoc_blocks-april-2016_eni-logo_tekmorTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Rapidi cambiamenti radicali in Medio Oriente

Peter Korzun, SCF 30/01/2017People walk past a banner with a picture of Russian President Vladimir Putin in central CairoGli scenari geopolitici in Medio Oriente subiscono rapidi cambiamenti con nuovi fattori emergenti sullo scacchiere regionale. La politica estera di Cairo compie una nuova svolta. E’ stato annunciato di recente che l’Egitto riceverà un milione di barili di petrolio al giorno dall’Iraq. L’Arabia Saudita aveva informato l’Egitto che l’invio di prodotti petroliferi attesi secondo l’accordo per aiuti da 23 miliardi veniva sospeso a tempo indeterminato, suggerendo una spaccatura profonda tra i due Paesi. D’ora in poi, l’Egitto avrà il petrolio di cui ha bisogno a un costo inferiore a quello saudita. Il Presidente egiziano al-Sisi ha respinto gli sforzi dei sauditi per rovesciare il regime di Bashar Assad, ed inoltre raggiunge l’ex-presidente yemenita Ali Abdullah Salah e i suoi alleati Huthi che l’Arabia Saudita combatte dal marzo 2015. Cairo ha aperto i canali diplomatici con il filo-iraniano Hezbollah libanese, che combatte al fianco del Presidente Assad in Siria contro i gruppi ribelli supportati da Riyadh. L’Iraq fornirà all’Egitto 1 milione di barili di petrolio di Bassora ogni mese. L’accordo prevede l’estensione di un oleodotto dall’Iraq all’Egitto attraverso la Giordania. A dicembre, il ministro del petrolio iracheno, Ali al-Luyabi, incontrava i capi delle grandi compagnie petrolifere e gasifere di Cairo, invitandoli a contribuire allo sviluppo industriale del suo Paese. L’Egitto addestra quattro unità dell’esercito iracheno sulla guerra al terrorismo, alla luce del riavvicinamento tra Egitto e asse iracheno-iraniano nella regione. Ed anche dovrebbe inviare truppe in Siria nei prossimi giorni per sostenere il cessate il fuoco proposto da Russia, Iran e Turchia. E’ stato riportato che un’unità dell’esercito egiziano verrebbe schierata in Siria questo mese. Lo scorso ottobre, il capo dell’ufficio della Sicurezza Nazionale siriana Ali Mamluq visitava Cairo incontrando Qalid Fuzy, il capo dell’intelligence generale dell’Egitto. Le parti hanno deciso di coordinarsi politicamente e rafforzare la cooperazione nella “lotta al terrorismo”. L’Egitto è un Paese a maggioranza sunnita. Il suo aperto sostegno alla coalizione della Russia in Siria è una svolta di fondamentale importanza. smentendo l’interpretazione settaria del conflitto in Siria.
Middle East Observer cita Nziv Net, sito vicino all’intelligence israeliana, dire che “l’Egitto ha inviato un gruppo di ufficiali in Siria, per la prima volta da quando i rapporti furono congelati da Mursi”. Lo scorso dicembre, Ibrahim Ishayqir al-Jafari, ministro degli Esteri iracheno, invitava l’Egitto a partecipare a “un piano strategico di lotta al terrorismo” comprendente l’Iran. A settembre, il ministro degli Esteri egiziano Samih Shuqry s’incontrava per la prima volta con l’omologo iraniano Jawad Zarif, durante la visita a New York per partecipare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Ad ottobre, l’Egitto sosteneva l’azione russa alle Nazioni Unite per un cessate il fuoco in Siria. La mossa fece arrabbiare l’Arabia Saudita che sospese l’invio di petrolio al Cairo. Il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi affermò pubblicamente il suo sostegno alle forze del Presidente siriano Bashar al-Assad. Le relazioni tra Russia ed Egitto crescono. Nel febbraio 2015, l’Egitto firmò un accordo importante per la creazione della zona di libero scambio con l’Unione economica eurasiatica della Russia. Il progresso nella cooperazione militare è tangibile. Gli accordi per le armi che l’Egitto ha firmato con la Russia ammontano a 5 miliardi di dollari nel 2015, includendo 50 aerei da combattimento MiG-29M, sistemi di difesa aerea a lungo raggio Buk-M2E e Antej-2500 e circa 50 elicotteri Ka-52K per le nuove navi d’assalto anfibio classe Mistral che l’Egitto ha acquistato in Francia. Le navi riceveranno elicotteri ed elettronica originariamente previsti dai russi. I due Paesi hanno firmato diversi accordi per la ristrutturazione degli impianti di produzione militare dell’Egitto. Un protocollo fu firmato per concedere l’accesso dell’Egitto al GLONASS, il sistema di posizionamento satellitare globale russo. A settembre, il ministro della Difesa Sadqy Subhy visitava la Russia per discutere le questioni relative a maggiori rapporti sulla sicurezza a lungo termine. Lo scorso ottobre, i militari svolsero un’esercitazione congiunta.
L’Egitto è il Paese più popoloso del Nord Africa e del mondo arabo, il terzo più popoloso dell’Africa e il 14.mo più popoloso del mondo. L’anno scorso, la popolazione del Paese raggiunse i 92 milioni. Il suo cambio politico è ben motivato. Cairo combatte lo Stato islamico nella penisola del Sinai. Gli aspri combattimenti arrivano di rado ai media, ma lo SI è una grave minaccia per l’Egitto, che può colpire l’Egitto anche dalla Libia. La presenza dello SI in Libia avvicina Egitto e Algeria dato che le due grandi nazioni affrontano la stessa minaccia. L’alleanza Iran, Iraq, Russia e Turchia può includere anche l’Algeria. In risposta alla crescente minaccia, Algeri rafforza i legami con Mosca, ed ha recentemente acquistato 14 caccia Su-30MKA e 40 elicotteri d’attacco Mi-28 “Night Hunter” dalla Russia. Lo scorso febbraio, Russia e Algeria tracciarono il percorso per approfondire la cooperazione economica e militare, durante la visita del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov in Algeria. La cooperazione della Russia con Egitto, Algeria e altri Paesi del Medio Oriente e Nord Africa riflette la crescente influenza di Mosca nella regione. Con il processo di Astana che fa progressi, altri attori grandi e influenti come Siria, Iraq, Egitto e Algeria possono aderire alla nascente coalizione tra Russia, Iran e Turchia portando la regione Medio Oriente-Nord Africa (MENA) ad affrontare cambiamenti ampi e radicali.awnali4kixy47cbc6pjeit8k9hx63baaLa ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora